ATTO SECONDO
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Scena I.—Pag. 67.
Eccola là l’orribile cometa.
L’apparizione di questa cometa e la fame che desolò la città in quel tempo sono fatti istorici. Sembra che nel firmamento antico le comete fossero assai più frequenti che nel moderno, poichè alla morte di moltissimi imperatori non mancò mai di essere presente quella
«A’ purpurei tiranni infausta luce».
(Tasso)
Scena II.—Pag. 70.
...Entrarono nel tempio
Di Marte Ultore, e gli tolsero l’elmo.
Questa carissima facezia su Marte Ultore, che si lascia portar via l’elmo dai primi ladri che gli capitano innanzi, è di Giovenale (Satire).
Scena II.—Pag. 72.
La nave Alessandrina andava carca
Di certa polve ecc.
Anche questo è un fatto storico (Svet. XLV).
Scena III.—Pag. 81.
Fermi!
Venere! Ò il punto vincitore.
Nel gioco dei dadi i romani chiamavano Venus il numero maggiore e Canes quello minore.
Scena V.—Pag. 86.
Son giudei; alla croce
Come il loro profeta!
I Cristiani erano già numerosi in quel tempo in Roma. Svetonio e Tacito parlano di essi come di gente malefica e sovvertitrice dell’ordine pubblico, anzi quest’ultimo istorico, sempre cercatore e lodatore della virtù dovunque la trova, biasima Nerone di averli fatti mettere a morte, non perchè non la meritassero, ma perchè data con feroce e nuovo apparato di supplizi.
Scena VI.—Pag. 91.
Avvezzo alle servili
Compiacenze tu sei ecc.
Questi versi, co’ quali Nevio ricorda a Nerone la morte di Trasèa Peto, sono tratti quasi alla lettera dall’ammirabile racconto che ne fa Tacito.
Scena VII.—Pag. 98.
Corsi
Come briaco per le vie di Roma.
Ed era il suo costume. Appena fatta sera, si travestiva, ed in compagnia d’uomini rotti ad ogni vizio andava girovagando per le più remote strade della città, derubando e percuotendo i pacifici cittadini che facevano ritorno alle loro case, e spesso così percossi e derubati si compiaceva d’immergerli in qualche cloaca. Divideva poi come un ladruncolo d’infima classe la preda tolta. Nè sempre Nerone fece queste belle opere impunemente: una volta un marito lo lasciò quasi morto a furia di percosse, e da quella notte alcuni tribuni de’ pretoriani ebbero ordine di seguirlo da lontano per guardargli le spalle (Vedi Svetonio, Tacito, Dione).
Scena VIII.—Pag. 103.
Quell’ostinato
Declamator mi deve la sua fama.
Ed è vero. Seneca, uguale in ciò a tanti apostoli antichi e moderni, scrisse bene e visse male; predicò la povertà stoica, e possedeva case, schiavi, e ville sontuosissime; insegnò nei libri la dignità umana, e fu compiacente educatore del tiranno. Guai alla fama del filosofo, se la morte fortemente sostenuta non avesse dato autorità ai suoi scritti!