SCENA II.

Entrano Petronio gladiatore, Nevio pantomimo, ed Eulogio mercante di schiavi.

PETRONIO

Taverniere,
Vino!

NEVIO

E sia quel di Cècubo.

MUCRONE (alzandosi e correndo incontro ai nuovi arrivati)

Salute
Ai cari ospiti!

EULOGIO

A te non la rimando.
Quella tua faccia rubiconda e lieta
Me ne dispensa.

MUCRONE (chiamando da un lato della scena)

Schiava, il mio migliore
Cècubo.

NEVIO

E che scintilli nel bicchiere
Come un’occhiata d’Egloge, la vaga
Saltatrice rubata da Nerone
Alle mie pantomime.

EULOGIO

Ei può rubare
L’imperatore—è tempo suo.—Ier l’altro
Certi ladroni entrarono nel tempio
Di Marte Ultore e gli tolsero l’elmo.

PETRONIO

Viva l’Ultore!

MUCRONE (dopo aver preso dalle mani della schiava
una grossa anfora, e presentandola
)

Viva questa sacra
Anfora che ricorda almeno il tempo
Di dieci consolati!

(La schiava distribuisce le tazze; tutti bevono)

PETRONIO

È prezioso
Nettare.

NEVIO

Degno di Giove, fra i Numi
Massimo bevitore.

EULOGIO (alla schiava)

E tu ricolma
La mia tazza, sebben cotesto uffizio
Lo adempiresti meglio dove alberga
Pluto, il padrone tuo.

MUCRONE (al mercante di schiavi)

Pure è tua merce.

EULOGIO

Nè la pagasti più di ciò che vale.

MUCRONE (a Nevio)

E de’ Questori cosa avvenne?

NEVIO

Ridono
Anch’essi sulla fame della plebe.—
Udite questa: all’ora del tramonto
Oltre il ponte Sublicio io me ne giva
Lungo la via del Tevere, e là dove
Si calano le merci dalle navi
Veggo una turba immensa che s’affolla
Sulla riva, gridando: benedetto
Sia Nerone!—Eran donne con i loro
Bambini fra le braccia, eran fanciulli,
Ed uomini dipinti dal pallore
Della fame. Quel grido era speranza
Che in una nave, giunta poco prima
Dall’Egitto, il frumento s’accogliesse
Tanto desiderato.—Ahimè, ben presto
Quella speranza si mutò in feroce
Urlo d’imprecazione e di minaccia:
La nave Alessandrina andava carca
Di certa polve destinata all’uso
De’ gladiatori imperïali!

PETRONIO

Credo
Che non sia giusto l’imprecar del volgo.
Vecchio qual sono, io l’ascoltai sovente
Gridare dietro ai Cesari: Vogliamo
Pane e i giochi del circo
. Or bene, manca
Il pane di frumento? se ne faccia
Uno di quella polve; mille volte
Per sollazzarlo noi l’abbiamo aspersa
Con le nostre ferite.

MUCRONE

L’argomento
Mi sembra troppo acerbo—eppur non posso
Rispondervi.

PETRONIO (presentando la tazza vuota)

Rispondi a me, versando
Cècubo fino all’orlo.

EULOGIO (tutti ribevono)

Alla salute
Del vecchio gladiatore!—Avete mai
Visto in una campagna abbandonata
Un rudere di tomba o d’una casa,
Tacito avanzo di perdute istorie?
È tale, amici, questa calva testa,
Rudere umano, avanzo dei cruenti
Giochi di quattro imperatori.

NEVIO

Il nostro
Petronio vide ben molte nefande
Cose.—Oh gli antichi tempi! O venerata
Età de’ padri nostri!

EULOGIO (sorridendo, a Petronio)

Il mimo ha letto
Qualche vecchio poema, ed inspirato
Dalla memoria degli eroici versi
In cor vagheggia quel divino Curio
Che andava dietro i buoi—nel capo ancora
Cinto dei lauri che fugaron Pirro!

(volgendosi a Nevio)

Ma questi son rettorici sospiri,
Amico mio; nel secolo moderno
Solo i bifolchi van dietro all’aratro.

NEVIO

Ed io con quanta voce ò nella gola
Ed ira in petto maledico a questo
Secol moderno, secolo di vili
Che genuflessi incensano il tiranno,
Secolo di bastarde anime!—Voi
Di me ridete, il so;—povero mimo
Avvezzo sulla scena a mutar faccia
Come la veste, io mi son venduto
Al capriccio e alle risa della plebe;
Ma questo mimo, in mezzo a così vasta
Dimenticanza, degli eroi sepolti
Legge ne’ monumenti, impara i nomi,
E quando i successori di que’ Padri
Che rimaser seduti incontro a Brenno
Decretaron corone al matricida
Imperatore, questo mimo seppe
Nascondere il suo volto per vergogna,
E ringraziò gl’Iddii che in tanto reo
Avvilimento del patrizio nome
Serbaron desta nel suo sangue oscuro
Una scintilla dell’orgoglio antico.

EULOGIO (battendo con enfasi le mani)

Sublimemente! Roscio non avrebbe
Detto meglio di te. Ma fammi grazia
D’allontanarti; odori di carnefice
Lontano un miglio.

NEVIO

E voi mandate puzzo
Di codardìa.

PETRONIO

L’ingiuria che scagliasti
Non può toccarmi.

EULOGIO

Ed io la prendo intera
Nè m’offendo, poichè sono di quelli
(E conto i più) ch’aman lasciare il mondo
Come l’ànno trovato—e per natura
Pacifica ed in forza del mestiere
Odio la novità.—Già tra i miei schiavi
Udii parlar di carità e di dritti
Che loro accorda una novella legge
Trovata da un giudeo, che affisso in croce
Morì sotto Tiberio.—Or io dimando
Che avverrebbe di noi se, mentre in sogno
Rifabbrichiamo il vecchio Campidoglio,
Questi schiavi s’accorgono che sono
Uomini veri e non roba da merce?

NEVIO

Ciò che di voi sarebbe, non predico;
Ma so che questa umanità soffrente
Otterrebbe vendetta.

PETRONIO

E allor potresti
Chiuder la tua bottega, o venditore
Di carne umana!

EULOGIO (inquietandosi)

E contro me tu pure
Bruto!—Non parlo più.

(Va a sedere solo avanti al tavolo)