SCENA V.

Atte, Nerone

ATTE (presentandosi dal fondo della scena)

Io t’offro e l’uno e l’altro;
Scegli.

NERONE

E sei tu, perversa?

ATTE

Io.

NERONE

Nè paventi
Di me?

ATTE

Non ò tremato quando Roma
Paurosa ubbidiva al suo tiranno,
E mi pretendi abbietta ora che ognuno
Si leva e ti disprezza?

NERONE

Ebben, tu pure
Gitta la pietra tua contro il ferito
Leone—ma se son per gli altri inerme,
Ò ancor per te gli artigli, e vendicarmi
Saprò.

(Avventandosi con ira sopra Atte)

ATTE (presentandosi fieramente innanzi a Nerone)

Vediam se l’osi.—Ecco, t’arretri.

NERONE

Ò paura di te: sì, t’allontana,
Implacabile donna, a me congiunta
Da un avverso destino.—A goder vieni
Dell’infortunio mio?

ATTE

Vengo a salvarti.

NERONE

A salvarmi!

ATTE

Io ciò posso.

NERONE

Tu m’illudi,
Tu m’illudi, o maligna.

ATTE

Io dico il vero.

NERONE

Il vero!

ATTE

Ài tu coraggio?

NERONE

E ridonarmi
Potrai l’imperio?...—Dillo: ai piedi tuoi
Mi prostrerò.

ATTE

L’imperio è morto.

NERONE

E quale
Salute m’offri?

ATTE (presentandogli una piccola ampolla)

Questa.

NERONE

Che?... un veleno!

ATTE

Lo ricusi?

NERONE

Un veleno! E non è quello
Che adoperava il tuo perfido ingegno
Contro la poveretta che là giace
Senza vita?

ATTE

Nerone è diventato
Un uomo pio!—Rammento un’altra notte
Ed un altro convito. Andava in giro,
Come nel nostro, oscena contentezza:
duella degli ebbri. Un dolce giovinetto
Ti scherzava dappresso, e tu ridendo
A lui porgesti la tua tazza. Ei bevve
E spirò. Quell’ucciso si nomava
Brittannico.—La tazza racchiudea
Veleno: questo.

NERONE

Taci, o maledetta
Lingua! E che giova adesso di svegliarmi
Intorno l’ombre de’ sepolti?

ATTE

Il fato
Miserando degli altri almen ti sproni
A sfidare con grande animo il tuo.
La vita che menasti è vita piena
Di vizi e di delitti, e non v’è d’uopo
Di suggellarla con la brutta infamia
Del non saper morire—infamia estrema,
E non romana. Una sol volta pensa
Di qual patria sei figlio, ai suicidi
Eroici delle tue vittime, e in questa
Ora di prova innalzati per poco
Dalla bassezza tua.

NERONE

Che mi consigli?

ATTE

La virtù sola che ti resta: cadi
Romanamente.

NERONE

Toglimi dal guardo
Quella truce bevanda; mi dà noia
Il morire... Ò trent’anni, e m’innamora
La vita; quest’amor, se vuoi, lo chiama
Codardia, non m’offendo. Io non mi tengo
Scolaro degli stoici... Morire!
E perchè lo dovrei? Perduto tutto
Ancor non è... Perchè vieni a rubarmi
Ogni speranza?

ATTE

E in che più speri? Il regno
Del tristo è breve.—Se tu m’ascoltavi,
Avresti con l’esempio e con le leggi
Risuscitato alla grandezza antica
Questa Roma bastarda, effeminata,
Nell’ozio avvezza di sciupar la gloria
Che i padri le lasciarono pugnando
In tutti i campi che stan sotto il sole.
Ma tu di ciò nulla tentavi, ed ora
A chi ti volgi? forse a quel Senato
Che rendesti un ignobile consesso
D’adulatori e di vigliacchi, pronti
A mutare il signor come la toga?
Od ai patrizi di cui disertasti
Le famiglie più illustri, regalando
De’ loro averi le bugiarde spie?
Od al minuto popolo che rise
Di te, pugillatore nell’arena
E guidator di carri?—Ecco—raccogli
L’opra che seminasti.

NERONE

Eppure amai
Il popolo!

ATTE

E perchè sei solo, e niuno
Ti difende?

NERONE

Tel dico un’altra volta:
Allontanati, o donna. Più funesta
Di Galba e degli eserciti ribelli
M’è la tua compagnia.

ATTE (allontanandosi)

Li aspetta dunque,
Io ti lascio.

NERONE (correndo a lei preso dal più grande spavento)

Rimani.—Non ascolti
Giù nella strada un suon di minacciose
Grida?... Mi salva!

ATTE

Io non odo che il rombo
De la procella.

NERONE (rasserenandosi)

Ah!... m’ingannai.

ATTE

Fui dunque
Tanto infelice di riporre il mio
Affetto in uom così codardo? E nota
È a te la donna che dispregi?...—Io so
Quando, spezzato il fren d’ogni nequizia,
Mascherato ladrone andavi attorno
Per la città, nè coi minori ladri
Partir sdegnavi la mal tolta preda,
Io sola, non richiesta e non veduta,
Di guardie circondavo e di salvezza
Le tue fughe notturne, ed a me devi,
A me soltanto, se dalle congiure
Che accerchiano la casa dei tiranni
Alcuno non sorgea che ti togliesse
Prima d’ora dal mondo.—E allor che vide
La propria sorte nella tua fierezza
Agrippina infelice, e stranamente
Immaginò domar l’atroce belva
Che nutrì col suo latte, io m’interposi
A voi due, risparmiando atto più infame
Del matricidio che adempisti poi.
E qual mercede ài reso al grande affetto
Di questa donna? Con crudel studio
Le più tenere fibre del mio core
Dilanïasti tutte ad una ad una,
E dopo avermi fatto abbietto gioco
Delle tue mogli adducesti in Senato
D’uomini consolari il giuramento
A confermare ch’io non nacqui schiava
Ma da stirpe di regi, e ch’ero degna
Di sederti dappresso imperatrice.
Villano! E ciò ti parve ancora poco,
E raccolta dal trivio una venduta
E oscena saltatrice, anteponesti
Baci volgari alla provata, ardente
Onnipotenza dell’affetto mio!
Eppure quel tuo cinico disprezzo
Non colpiva soltanto, o smemorato,
il cuore d’un’amante, ed in quest’ora
Ch’àn preparata le tue colpe io sorgo
A te d’incontro, io madre d’un tuo figlio.—
M’è ignoto se gl’Iddii curan le cose
Mortali, ma so ben che la tua druda
È là senza la vita e che tu tremi
Avanti a me senza l’imperio.

NERONE

Dammi
Quel veleno... Alcun giunge... Ah, finalmente!...