CAPITOLO L. LA TRAMA PIGLIA CORPO.

Nel mezzo tempo che Guglielmo con la Bice erano stati in Mugello, le cose di maestro Cecco aveano mutato faccia del tutto; e già vedemmo come, di careggiato da tutti, di protetto dal duca, di amico a potenti signori, ed a persone di qualche conto, era precipitato nell'abisso della miseria, fallitagli alla prova quella amicizia che egli reputava la più fidata; e lo lasciammo che aveva fatto proposito di involarsi, o sotto un colore o sotto un altro, da Firenze il giorno di poi.

— Ma che colore si trova? — ruminò egli tutto quel giorno e la notte appresso — che non metta in sospetto il cancelliere e gli altri nemici miei?

Gli venne in mente sulle prime di andare alla presenza del duca con atto umilissimo, ricordandogli con bel garbo la data fede, e supplicandolo almeno a concedergli compagnía che lo scorgesse fino su quel di Genova, dov'egli aveva disegnato di andare a posarsi; ma non si attentò.

Finalmente gli tornò a memoria quell'atto del duca di Atene quando là sulla porta di S. Croce garrì quel fanatico frate; e si pensò che egli, mostratosi così aperto e spontaneo difensore suo in quella congiuntura, non isdegnerebbe di procacciargli modo di uscir salvo da Firenze. E di fatto, appostando l'ora che messer Gualtieri si levava, fu tosto a lui, e gittatoglisi ginocchioni dinanzi:

— Monsignore, salvatemi! i nemici miei sono congregati contro di me.

Messer Gualtieri di Brienne sapeva tutto, e sapeva molto più che non sapesse il povero Cecco; e come quegli che di frati e preti non era tenerissimo, e sapeva dall'altra parte le arti scelleratissime che si erano usate per tirar Cecco nell'ultima rovina, e torgli in tutto e per tutto l'affetto del duca; se avesse potuto trovar modo di salvarlo dal furore fratesco, senza per altro mancare un punto alla lealtà verso il duca suo signore, e far cosa che ad esso dovesse troppo dispiacere, lo avrebbe fatto di gran cuore; il perchè, voltosi a Cecco:

— Maestro, gli disse, che i vostri nemici vi cercano a morte lo so; e so, che monsignor lo duca non può, anche se volesse (chè di volere non accenna), non può apertamente difendervi. Ed il farlo io mi sarebbe attribuito a slealtà, nè passerebbe senza pericolo gravissimo. Nondimeno il fatto vostro mi dà grande passione: e voglio studiare come potervi salvare. Andate là nella mia camera, dove niuno oserà di entrare; intanto penserò al modo più acconcio, e sarò tra non molto da voi.

Cecco baciò la mano in atto di grato animo a messer Gualtieri, e questi si mise a investigare a che termine appunto fossero le cose, per vedere se trovasse modo di salvare quell'infelice dalle ugne dell'Inquisizione.

Ho detto qua dietro che il duca d'Atene sapeva molto più che non sapesse il povero Cecco, il quale, dappoi che ebbe scoperto il vile abbandono di frate Marco, si era rintanato in palagio, nè più era uscito dalla sua camera. Ma i suoi nemici non avevano dormito. Già vedemmo come, prima che Cecco sospettasse di nulla, il cancelliere avea fatto far la formale denunzia a Dino del Garbo. Ora esso cancelliere impose a maestro Dino, che fosse subito all'inquisitore, al quale esso lo accompagnò con una lettera del seguente tenore:


«Reverendo in Cristo fratello — Maestro Dino del Garbo, vinto da santo zelo, viene a voi per denunziare formalmente a cotesto tribunale il pestilente eretico Francesco Stabili. Se il processo si farà senza veruno indugio, ne loderà Dio anche madama la duchessa mia signora, ed io insieme con lei. A' vostri piaceri presto.

«Il Vescovo d'Aversa».

L'inquisitore sapeva troppo bene a che cosa veniva maestro Dino; e però, dopo il saluto, prese la sua denunzia, e lettala:

— Ottimamente, disse; resta ch'io ne conferisca con messer lo vescovo.

E maestro Dino:

— Messer lo cancelliere mi ha dato per voi questa lettera.

L'inquisitore la prese e lettala tosto, replicò:

— Dite a messer lo cancelliere, che la cosa di questo eretico maledetto tocca più me che lui, che la duchessa, e che voi stesso — soggiunse sorridendo.

— Messere, state avvertito: quell'eretico fa anche professione di magía, ed è per arte e per natura accortissimo. Vi fuggirà dalle mani.

— Qui, siatene certo, maestro Dino, l'arte e la magía non gli serviranno a nulla. Esso sta chiuso da tre giorni in palagio; ma non può uscirne che ei non sia appostato e codiato da' miei berrovieri e da fra Cherubino, il quale, come sapete, ben lo conosce, ed ebbe briga con lui là sulla piazza di Santa Croce, e l'altro dì sulla porta di Chiesa.

— Tuttavía, messere, nè madonna la duchessa, nè messere lo cancelliere, nè io, saremo lieti compiutamente, finchè quel maledetto da Dio non sia proprio giù di sotto nelle vostre fedeli carceri.

— Più tosto che non credete sarà sazio il desiderio vostro ed il mio. Io vo senza indugio dal vescovo; e voi, maestro, fate di spiare appresso la duchessa, ed appresso il cancelliere, che cosa mai può ruminare l'eretico.

E come disse così fece. In pochissimo d'ora il frate era stato dal vescovo: e dopo lunga discussione presero per miglior consiglio di significare al duca come quel maestro Cecco, suo familiare, fosse eretico relasso, denunziato già al sacro tribunale, e di chiedergli che egli stesso il dovesse far consegnare nelle mani de' suoi ministri, sotto quelle pene che le leggi di santa chiesa ha posto. E l'inquisitore, senza dar tempo al tempo, tornato che fu a Santa Croce, scrisse una lettera al duca, la quale cantava così:


«Noi frate Accorsio da Firenze, inquisitore della eretica pravità, significhiamo a voi, invittissimo e potentissimo signore, monsignore duca Carlo di Calabria, signore della città e comune di Firenze, come il nomato Francesco Stabili da Ascoli, il quale ripara alla corte della vostra invittissima signoría, già condannato per eretico a Bologna, è ora stato solennemente denunziato dinanzi al nostro tribunale per eretico relasso da persone probe e discrete, e come noi sappiamo altresì di nostra certa scienza. Ricordiamo pertanto alla vostra invittissima signoría l'obbligo strettissimo che ha ciascun figliuolo di santa chiesa di denunziare non solo i così fatti al tribunale nostro, ma anche di secondare l'opera nostra, acciocchè il reo sia dato nelle mani dei nostri ministri; e ricordiamo altresì le pene di gravissima scomunica che si minacciano a coloro che fanno il contrario. Laonde, non volendo noi mandare i ministri nostri in palagio a prendere il reo, per quel rispetto che ciascuno deve avere alla dignità e persona vostra, vi preghiamo che vi piaccia di essere voi quello che per vostri fanti il mandiate preso al nostro tribunale, acciocchè questo misero sia revocato a penitenza, se il Signore gli tocca il cuore; o punito con le pene temporali ed eterne, se perfidia nell'errore».

Piegata e suggellata la lettera, andò fra Cherubino dal cancelliere che tosto la recasse a monsignore lo duca; e non era passata mezz'ora che già il vescovo era alla presenza del duca. Il quale, letta la lettera dell'inquisitore, stette un poco sopra pensiero, e poi esclamò:

— No, farei troppa villanía della mia fede. Diedi balía a maestro Cecco che parlasse senza ritegno, e nulla temesse da me. E ora dovrò darlo io stesso in mano de' suoi nemici?

— Che nemici dite voi, monsignore? quel maestro Cecco è eretico, ed eretico relasso. Voi potete bene perdonargli gli scherni e le vituperose ingiurie fatte a voi, e a madonna la duchessa; ma, pensate, che messer lo inquisitore ha, in materia d'eresía, tutte quelle facoltà che ha il papa, e che il difendere un eretico, e sottrarlo al tribunale dell'Inquisizione, vi chiama addosso l'ira di messer Domeneddio, e la scommunica maggiore.

Il duca, a cui il sentirsi ricordare le villaníe e gli scherni di Cecco aveva fatto ribollire il sangue, e che la scomunica temeva, se non per altro, per i tristi effetti civili che allora portava con sè, disse al cancelliere:

— Difendere maestro Cecco, o sottrarlo alla giustizia, no: solo non voglio essere io quegli che il dà preso ai ministri della Inquisizione. Io gli comanderò che mi esca di palagio: faccia il rimanente l'inquisitore.

Il cancelliere, che sapeva le diligenze fatte dall'inquisitore, perchè Cecco non potesse uscirgli dalle ugne, non volendo tirar troppo, per paura che la corda non si strappasse, si mostrò contento, e disse di sperare che anche l'inquisitore vi si acquieterebbe. Il perchè il duca, avuto a sè tosto messer Gualtieri di Brienne:

— Bel cugino, gli disse, fa che tu comandi in mio nome a maestro Cecco d'Ascoli che si parta dal palagio e dalla città di Firenze di qui a domani; e tu dara'gli quella moneta che crederai sufficiente al suo viatico. Fa che il mio comandamento sia tosto eseguito.

E il duca d'Atene, detto che ogni cosa sarebbe fatto secondo la volontà di lui, fatta riverenza, uscì della stanza; e poco appresso anche il cancelliere tolse commiato; nè fu lento a correr prima dalla duchessa a ragguagliarla del tutto, e poi a Santa Croce dall'inquisitore per quel fine medesimo, e per ordinare le cose in modo che la preda fosse più che sicura.

All'inquisitore bastò che il duca non assumesse apertamente la difesa di Cecco, e fosse indotto a comandargli di abbandonare il palagio e Firenze; e parendogli cosa fatta, non pensò più ad altro che a raddoppiare le poste alla caccia di lui, ed a tenere ragguagliato e ben desto fra Cherubino, a cui era commessa l'impresa; ed a preparare il processo, ordinando insieme col cancelliere quali potrebbero essere i testimoni più acconci da potere interrogare in questa bisogna, incominciando da coloro che gli si erano mostrati più affezionati, ed erano stati seguaci suoi, per avere occasione di far loro pagar cara l'amicizia all'eretico ponendogli al tormento.

Il primo che venne alla mente di ambedue fu frate Marco de' predicatori; e se non fosse che al cancelliere parve inopportuno, l'inquisitore voleva involgerlo qual reo nel processo medesimo di Cecco, come colui che, a quel mo' sacerdote, e consapevole che Cecco era già stato condannato per eretico, tuttavía andò sempre a udirlo leggere, e le sue pestilenti dottrine tenea per autentiche: ma si contentò di udirlo per testimonio, a' conforti, come ho detto, del cancelliere, il quale temeva che ne nascesse troppo scandolo tra' frati predicatori.

Avrebbe voluto l'inquisitore che si udisse pure Guglielmo, il quale di Cecco si era mostrato sempre amico e difensore; ma anche qui il cancelliere fece veduto al furibondo frate, che era pericolo manifesto a stuzzicare tal vespaio, dacchè, essendo messer Guglielmo così grande, non solo appresso il duca, ma anche presso il re Roberto; così ben voluto e careggiato dal comune e dal popolo di Firenze; e così prode e animoso e disdegnoso, c'era il caso che se ne levasse gran rumore, che il duca stesso ci mettesse le mani, e così nascer tal subbuglio che Cecco stesso ne potesse uscir salvo. Il perchè, pesato maturamente ogni cosa, si propose di citare alcuni testimoni volgari, più per apparenza che per altro, e tra' seguaci di Cecco di qualche qualità, citare il solo frate Marco de' predicatori: al qual effetto l'inquisitore mandò tosto significando al priore di Santa Maria Novella che, dovendo uno de' suoi frati, frate Marco da Prato, essere udito per testimonio in un processo così e così, fosse contento di comandargli che si appresentasse al sacro tribunale della Inquisizione per tutto il giorno di domani. Frate Marco, come sanno i nostri lettori, erasi riparato nel Casentino per paura appunto di non esser involto nel processo di Cecco; e però il priore corse ed avvisare di ciò messere lo inquisitore, e che domani frate Marco non avrebbe potuto esserci; e l'inquisitore, indovinando, per qualche parola altresì che ne aveva udita, il frate dover essere uscito da Firenze per questa paura; e temendo che, se il priore lo richiamava per questo, egli potesse mancare alla obbedienza; avvertì il priore di tale pericolo, e che, dove frate Marco non comparisse, ne sarebbe appresso la sacra Inquisizione gravato egli; e però nella lettera non gli accennasse, neppur lontanamente, nulla di questo fatto, e solo strettamente gli comandasse di tornare, sotto colore di una gravissima bisogna dell'ordine, che gli sarebbe facile l'immaginare, come veramente fece il priore.