CAPITOLO LI. CECCO È PRESO.

Ogni cosa oggimai si accordava all'ultima rovina del povero Cecco.

Il duca d'Atene, che forse per una via o per l'altra avrebbe trovato modo di farlo uscir salvo da Firenze, benchè fosse troppo malagevole, per la sollecita guardia che facevano il cancelliere e l'inquisitore, dopo che fu stato alla presenza del duca Carlo, e sentito che, lì, udendo il cancelliere, comandò che Cecco uscisse dal palagio e da Firenze, e che gli fosse data moneta per il viatico, si pensò che questa fosse l'unica pena da doversi dare al maestro, consenziente anche il cancelliere, e che il processo d'eresía più non si avesse a fare. Laonde tutto lieto, andò in camera sua, dove Cecco stava appiattato, e gli disse:

— Su, maestro, fatevi animo; i vostri nemici, è vero, volevano farvi il processo di eretico; ma pare che monsignor lo duca abbia potuto stornare questa fiera burrasca, e che voglia star solo contento a discacciarvi dalla corte e dalla città: ed io debbo, in nome suo, farvi questo comandamento, che il facciate per tutto domani, e darvi anche moneta sufficiente al viatico vostro, secondo dove volete andare a riparare.

Cecco respirò un poco a queste parole; ma non furono per altro sufficienti a levargli la paura da dosso.

— Sire Gualtieri; ma monsignore lo duca e il cancelliere, hanno proprio detto apertamente che il processo non si farà?

— Non lo hanno detto; ma quando il duca vuol che usciate da Firenze e vi fa dare moneta per il viatico, mi pare che se n'abbia a inferire che processo non si farà.

— Parrebbe che così dovesse essere; ma troppo sono feroci i nemici miei, da contentarsi di pena sì piccola; e troppo sono potenti e dispregiatori delle signoríe temporali, da pensare che questo debole freno, o gli faccia volgere indietro, o nemmeno gli arresti nel furibondo corso del loro fanatismo. Fate, sire Gualtieri, ch'io esca salvo di qui: vestitemi l'arme d'uno de' vostri provigionati; e stanotte....

— Maestro, il vestir l'arme de' miei provigionati, quando veramente fosse vero ciò che sospettate, non si può fare, chè ne sarei degnamente garrito da monsignore lo duca e ne entrerei in brighe con la Inquisizione; nè di notte sarebbe buono l'uscir di palagio, chè senza fallo ogni passo troveresti chiuso, e come i provigionati la notte non vanno per la città, così ne sareste preso, se non da' vostri nemici, da' fanti del podestà. A me parrebbe più sicuro che partiste domani per tempissimo; e se pure avete paura di essere appostato, e non volete andare co' vostri panni, io darovvi quelli di un mio fidato cameriere, che vi somiglia nella persona e nel volto, sol che vi facciate radere la barba.

Cecco si acquetò a tal consiglio, e ne ringraziò caramente il duca d'Atene, che per quella notte il fece dormire in una stanzetta vicina della sua camera; dicendogli che allo spuntar del giorno sarebbe andato egli stesso a dirgli il momento opportuno da poter uscir di palagio. Che il povero Cecco potesse prender sonno in tutta la notte non fu possibile, tra per la paura che aveva di ricascare nelle mani dell'inquisitore, e per i disegni che faceva infiniti, l'uno diverso dell'altro, del dove riparerebbe; e come, potendo uscire salvo da Firenze, prender vendetta comecchessía de' suoi nemici. Ma all'ultimo fermò che sarebbe ito o da qualche potente signore ghibellino, o alla corte stessa del Bavaro, il quale accennava già di portare strage e rovina alla parte guelfa, della quale e il re Roberto, e il duca di Calabria, erano i più potenti sostegni.

Come prima fu dì, messer Gualtieri fu a maestro Cecco co' panni del suo cameriere, i quali erano di foggia francese; e Cecco, vestitosene tosto, il duca gli die' dodici fiorini d'oro per suo viatico, e raccomandatogli prudenza, ed osservato prima, se per la via fosse alcuno, gli disse che poteva uscire. Quando l'infelice maestro passò la soglia dell'uscio, provò tal passione al cuore, che fu per cader tramortito: poi, richiamati tutti i suoi smarriti spiriti, cercò di farsi quella più forza che potè, e si mise in via, su verso la porta Ghibellina; ma andava come la serpe all'incanto, e da principio faceva, come suol dirsi, un passo innanzi e due indietro: poi, fatto un animo risoluto, cominciò a tirare innanzi animosamente. Non avea fatto per avventura dieci passi, quando vide sbucare da un canto un frate minore, che e' non penò a riconoscere per quel frate medesimo il quale ebbe parole acerbe con lui il giorno che si pubblicò la scomunica contro Castruccio, e voleva cacciarlo di chiesa il giorno delle esequie di messer Guccio da Casale.

Gli si ghiacciò il sangue, e tennesi morto. Fuggire? ma sarebbe uno scoprirsi: e poi dove? Tirò dunque innanzi, con quella maggior franchezza che potè, rimanendogli pure un fil di speranza, che quell'abito, e quell'essersi raso la barba, potesse celarlo all'acuto sguardo del frate; il quale di fatto non aveva sospettato che quel così vestito alla francese potesse esser lui.

Tuttavía, com'esso gli andava incontro, cercò di passargli più appresso che potè, col proposito di entrare in parole con esso, che vedeva essere uscito di palagio, per tentare se poteva ritrarne qualcosa a proposito dell'ascolano; e quando gli fu accosto:

— Dio vi dia il buon dì, messere; venite voi di palagio?

Cecco tremava come una foglia, e simulando alla meglio accento francese, rispose ch'e' veniva di palagio, e che andava con gran fretta per certa bisogna di monsignor lo duca d'Atene suo signore.

Al frate non riuscì nuovo il suono di quella voce, e cacciandogli ben gli occhi addosso, tosto lo ebbe riconosciuto; ma senza farne alcuna dimostrazione:

— Volevo domandarvi, continuò, se alla corte ripara sempre quell'eretico maledetto di Cecco d'Ascoli, che noi cerchiamo per mandato del sacro tribunale dell'Inquisizione; ma — disse qui con ghigno infernale — ma dacchè vedo che quel maledetto da Dio sei tu stesso — e qui lo afferrò per un braccio — mi risparmio di domandarne, e ti impongo di seguirmi dal reverendo inquisitore.

Il frate era forzutissimo; e Cecco, oggimai vecchio ed a quel mo' scarso della persona, era fievolissimo, nè poteva in modo veruno sghermirsi dalle fiere mani del frate: il perchè mise mano a uno stiletto che aveva a cintola per liberarsene così; ma il frate fu più lesto di lui, chè, veduto appena l'atto, il serrò fortemente tra le braccia, che non poteva nemmeno alitare; e fatto il segno, uscirono d'una casa dirimpetto molti berrovieri e mascalzoni, e legategli le mani dietro, il menarono preso al vescovado, tra' più vili scherni di fra Cherubino, a' quali Cecco mai non rispose, nè diede segno veruno di turbarsene. Se l'inquisitore, che tosto il seppe, fu lieto del felice esito di tale impresa è agevole l'immaginarlo. Andò senza metter tempo in mezzo al vescovado per conferire col vescovo il modo del processo; nè vollesi tosto vedere il reo, ma comandarono che fosse chiuso nella più sicura prigione; e mandò tosto significando della duchessa, al cancelliere ed a maestro Dino che gli zelanti figliuoli di santa chiesa potevano star lieti, dacchè finalmente il pestilente eretico era nelle sue prigioni.

La prigione, dove fu chiuso il misero maestro Cecco, era la più orribile di tutte le altre. Posta giù ne' sotterranei del vescovado, pigliava tanta luce da un piccolo pertugio quanta era sufficiente a scorgerne tutto quanto l'orrore; piccola per ogni verso quanto un uomo potesse misurare sei passi; con pareti non ben finite di intonacare; dove l'intonaco era intiero disegnatovi grossamente col carbone stranissime figure di diavoli, che tormentavano anime dannate, con certe scritte che dicevano quelli esser diavoli, e i tormentati da loro essere tutti quanti eretici; in un canto era una grossa tavola di legno su quattro zampe, che doveva servire per letto, più là un vilissimo trespolo con uno sgabello; e questa era tutta la masserizia: il pavimento non era ammattonato, ma distesovi inegualmente uno smalto, in più parti screpolato; un puzzo di tanfo, che vi si respirava a fatica.

Pochi momenti dopo che Cecco fu chiuso in questo sepolcro, venne colui che era deputato alla custodia della prigione (allora dicevasi il prigioniere) recando un fastello di paglia da stendersi sul pancone; un grosso pezzo di pane nerissimo, ed una brocca d'acqua, con un altro vaso per le necessità corporali; e poste queste cose al lor luogo senza aprir bocca, uscì, e richiuse la prigione con terribile ruggíto del chiavistello, e con tre gravissimi giri di chiave. Come il povero Cecco fu rimasto solo, stette muto per lungo tempo, seduto sullo sgabello, e con le braccia congiunte sul petto:

— I miei nemici hanno vinto! sarà contento Dino del Garbo; sarà sazio il furore della duchessa e di questi frati.

E alzandosi tutto infocato, battendo il pugno su quel misero tavolino, che traballò e fu per andare in pezzi:

— Ma benedetto Dio! non gli farò lieti del mio pianto, nè di verun atto di fievolezza. So la spaventosa morte che mi aspetta, ma niuno vedrammi impallidire; e i miei feroci giudici stessi, e quel ribaldo di maestro Dino, e tutti coloro che mi odiano avranno paura di me, e non si attenteranno di pur fissare i loro occhi nei miei. Troppo vile e povera cosa sarebbe la scienza, se dovesse spaurire dell'ipocrisía e del fanatismo, e spaventarsi della morte. Venga, venga essa pure: niuno mi vedrà mutar aspetto; nè disdirò mai un punto solo di quella scienza che ho professato tanti anni. Mi uccideranno, ma la verità non uccideranno; questa sarà o prima o poi la regina del mondo, che sarà rinnovellato da lei; ed allora, ed io e coloro che andarono per essa al supplizio prima di me, e che vi anderanno dopo, saranno lodati e benedetti da tutti.

Queste parole disse con tanto sentimento e con tanta forza di volontà, che si sentì a un tratto un altro uomo; e non che egli stesse più in veruna apprensione del fatto suo, ed avesse orrore del suo stato presente, ma quasi se ne sentiva più forte e più degno, e non vedeva l'ora di provocare i più fieri tormenti e la morte, a trionfo della verità e della scienza, ed a confusione dei suoi nemici.

Tutte queste cose avvennero nei tre giorni che Guglielmo e la Bice erano stati in Mugello, tornati in Firenze la sera stessa del giorno in cui maestro Cecco era stato messo in prigione; e già tutta la città era piena di tale novella, chi compiangendo, come suole avvenire sempre, l'infelice ascolano, e chi rallegrandosene, e vituperandolo a più potere. Guglielmo non ne aveva sentito nulla finchè stette nelle case de' Cavalcanti, perchè neanche a messer Geri non n'era venuta notizia veruna; ma, uscito di casa per andare a corte di monsignore lo duca, prima di arrivare a palagio udì in varj capannelli che qua e là si erano raccolti sulla piazza della Signoría, parlare di presura di maestro Cecco, di inquisitore, di maestro Dino; ma non poteva sospettare di quello che pur troppo era vero, dacchè quando egli andò in Mugello, maestro Cecco era sempre careggiato alla corte e tenutovi in più onore che mai. Veduto però tra la gente uno dei suoi famigliari, lo chiamò a sè, e da lui seppe punto per punto tutto il fatto, del quale prese tal cordoglio e tale amarezza, che la maggiore non ricordava per avventura di aver provato ai suoi dì; e cominciò a pensare che via si potrebbe tenere per sottrarre a sì grave pericolo colui, che tante prove gli aveva dato di leale servitù ed affetto, e che era stato cagione prima e più efficace del lieto fine del suo amore con la Bice; e si tribolava di non essere stato in Firenze egli mentre si ordiva e si portava a capo la infame trama dai nemici di lui, che forse avrebbe potuto in qualche modo scompigliarla. Fra questi pensieri arrivò a palagio, dove il duca aspettavalo; e che, accortosi del suo grave turbamento, domandogliene con qualche sollecitudine la cagione.

— Monsignore, tristissima novella, testè saputa da me, hammi turbato per modo, che la morte mi sarebbe poco più amara. Un mio amorevole familiare; un solennissimo scienziato e filosofo; uno da cui in gran parte riconosco la mia domestica felicità, è nelle prigioni dell'Inquisizione, e per opera della gelosía, del maltalento, e dell'invidia.

— Voi parlate, bel cavaliere, di maestro Cecco d'Ascoli?

— Sì, monsignore, di colui che fu vostro familiare, che la vostra corte onorava con la sua scienza; che voi amava e riveriva quanto verun signore è stato amato e riverito dal più leale suo familiare; che del vostro buono stato fu sempre gelosissimo....

— E che, dovete aggiungere, me e la mia donna schernì ed ingiuriò vituperosamente; che non dubitò di predirmi, nel proprio mio cospetto, che non succederei nel regno a mio padre. — E qui narrogli il fatto della natività fatta alla piccola Giovanna, accendendosi grandemente nel volto, quando venne alla predizione che sarebbe regina di un possente e fiorito reame.

— Monsignore — continuò allora Guglielmo, gettandosegli ginocchioni dinanzi — se meritai di voi e della gloria vostra assai o poco; se può nulla appresso di voi una mia preghiera, fate che maestro Cecco sia liberato: non si dica che qui non avete autorità sufficiente a proteggere uno de' più onorati uomini della vostra corte; non abbiate sì piccol pensiero della vostra dignità, che un frate o un prete si possano vantare di fare e disfare a lor senno dove voi siete signore.

— Alzatevi, bel cavaliere, che non è atto codesto da farlo i vostri pari. Voi sapete quanto vi amo e vi pregio, e di quanto vi sono tenuto; sapete non esserci cosa al mondo che io vi potessi negare. Ora della domanda vostra non voglio altro giudice che voi medesimo. Maestro Cecco, siccome avete inteso da me, ha troppo bene meritata la mia disgrazia, e la morte: ma, cavandone anche questo, non sono io capo della parte guelfa in Toscana, e figliuolo amatissimo della chiesa? Maestro Cecco è preso per eretico, ed eretico relasso: le leggi del tribunale dell'Inquisizione sono terribilissime, ed a cadere nel peccato d'eresía è sufficiente per essa il non denunziare l'eretico: e molte brighe ebbi già da parte dell'inquisitore, perch'io teneva alla mia corte l'ascolano, e nol dava preso nelle sue mani. Ora esso è nella forza dell'Inquisizione; nè altro che per forza d'arme potrei liberarlo; e questa forza non salverebbe per avventura il reo, e certamente chiamerebbe sopra di me la scomunica maggiore.

E come qui messer Guglielmo fece bocca da ridere scotendo lievemente il capo:

— Guglielmo — continuò il duca, voi ora non misurate quanta sia la gravezza di una scomunica papale. Lasciamo andare le cose dell'anima: qui potremmo per avventura trovarci d'un pensiero medesimo; ma la scomunica porta con sè lo scioglimento dei sudditi dal giuramento di fedeltà, e la minaccia del fuoco eterno a coloro che lo scomunicato non fuggono e non rompono con esso ogni legame di parentela e d'affetto. Parvi egli che ciò, nel presente momento che sta per ricominciare la guerra, sarebbe cosa di picciol danno per me? Senza che, anche qui in Firenze ci ha molti e molti ai quali par grave la nostra signoría; e come questa città è guelfa tutta quanta, non passerebbe un giorno dopo la scomunica che ne sarei cacciato a furia di popolo, col caldo ed ai conforti del legato del papa, che pure ha qui in città parecchi cavalieri de' suoi. Son noti gli esempj di due invittissimi imperatori, Enrico IV e Federigo Barbarossa, che non poterono contrastare alla forza della scomunicazione papale, e doverono andare alla misericordia del papa, chiedendo perdonanza come il più vile degli uomini; ed Enrico dovè indugiare tre giorni a essere introdotto dal papa, stando ad aspettare nel cuor del verno, e con la neve alta, fuori del Castello di Canossa, in abito da penitente, e con la corda al collo: e il Bavaro stesso e Castruccio si accorgeranno ben presto anch'essi di che sapore sieno le scomunicazioni. Aggiungete l'autorità di monsignore il potentissimo re Roberto mio padre, il quale me ne condannerebbe fieramente, e consigliatemi voi stesso se debbo o no, per tentare di salvare la vita a chi per di più mi ha schernito e vituperato, se debbo mettere in compromesso la mia signoría, e forse la mia vita medesima.

Il cavaliere restò vinto da questi irrepugnabili argomenti, e disse:

— Cessi Dio, monsignore, che mai io vi domandi cosa, la quale possa tornare in pregiudizio vostro e della vostra signoría. È ben doloroso per altro che le signoríe temporali debbano stare a posta di preti e di frati.

— Verrà tempo per avventura che la punta di queste armi spirituali sarà rintuzzata quando gli uomini avranno bene aperto gli occhi; ma il mondo ora è cieco, e noi, che viviamo in questa età, bisogna pure acconciarvisi buono o malgrado nostro.

In questa si annunziò che il conte ed altri savj di guerra erano giunti, secondo l'invito precedente del duca stesso; i quali furono tosto fatti entrare, e lì cominciarono tutti insieme a ragionare delle cose di guerra, e dei ripari da ordinarsi contro Castruccio e contro il Bavaro, il quale sempre più si avvicinava alle parti di Toscana, e trovava assai seguito.