CAPITOLO LIV. LA SENTENZA.
Guglielmo e la Bice erano informati dalla Simona, che gliel avea detto frate Lucca, di tutto quello che alla giornata accadeva; e già sapevano che due giorni appresso maestro Cecco sarebbe stato arso; nè, per quanto si fosse argomentato in più e più modi di trovar via da sottrarlo a tanto orribile giudizio, vedeva proprio non essercene veruna, se non la forza aperta, alla quale non era da pensarci nemmeno; e se ne accorava pietosissimamente.
All'ultimo pensò:
— E se si levasse rumore nel tempo che è condotto al supplizio, e in quel subbuglio si potesse trarlo dalle mani della famiglia?
Ed avuto a sè un suo valletto, fidato più che la morte, conferì il tutto con esso, che gli promise di essere senza indugio a certi suoi amici pronti ad ogni sbaraglio, e ordinerebbe le cose in modo che si dovesse chiamarsene per contento.
La mattina di poi si radunò da capo il collegio dei maestri, e mandato per Cecco, appena giunse fu domandato se si voleva pentire; ma esso rispondendo con altero atto che alla sua scienza non fallirebbe mai, nè mai disdirebbe alla verità, il vicario dell'Inquisizione, con tutti i maestri teologi d'attorno, il quale era parato solennemente, e con luminari da lato, comandò che si leggessero i processi, e se pur durasse nella perfidia sua, si leggesse anche la sentenza.
Nel tempo che si leggeva il processo maestro Cecco non cambiò aspetto, nè mostrò di fuori passione alcuna; solo, udendo che non avevano scritto quasi nulla, se non a lor modo, della confessione fatta; e udendo cominciare quella lettura Francesco Stabili, uomo di mala condotta e fama, egli disse quasi continuando, appresso i tristi e gli invidiosi; e spesso rimproverando il notajo perchè avesse scritto in modo diverso da quel che egli aveva detto. Finito che ebbe il notajo di leggere, fu invitato a porre il suo nome; e domandatogli per l'ultima volta se voleva pentirsi, rispose con ferma voce queste parole:
«Il pentirsi sta a te, vicario dello inquisitore, ed a voi falsi maestri; sta allo inquisitore, che, sotto mentito colore di zelo della santa religione, congiurati co' miei più fieri nemici, mandate me al più orribile di tutti i supplizj, me che di nulla son reo, se non d'aver combattuto gli errori vostri, e di vincervi tutti nello studio della verità e nell'esercizio della scienza. Il pentirsi sta allo sciagurato Dino del Garbo, che la sua molta sapienza ha vituperato, facendosi accusatore falso e carnefice di me, cui egli avrebbe dovuto onorare ed amare: sta a questo duca, che qui ora signoreggia, il quale non dubita di lasciare nelle unghie di queste belve feroci dell'Inquisizione, il più fido de' suoi familiari, che la sua corte onorava, nè si vergogna di lasciarsi sopraffare da preti e da frati. Ma io non ho di che mi abbia a pentire; nè disdico verbo di quello che ho detto, scritto, e insegnato. Alla morte andrò con faccia e cuore sicuro, perchè so che frutterà gloria a me, bene al mondo, infamia a voi tutti».
Avrebbe per avventura seguitato a dir cose anche più gravi, se non che la sua voce fu sopraffatta dalle villaníe e dagli scherni, così del vicario e dei maestri come dei loro mascalzoni: ed il vicario coi maestri si ritrassero in altra stanza per dare alla sentenza l'ultima forma; e stati un buon pezzo, tornarono poscia tutti quanti coll'inquisitore altresì; e il notajo lesse solennemente la sentenza, che fu in questa maniera:
«Al nome di Dio, amen.
«Noi frate Accorso da Firenze, per autorità apostolica inquisitore dell'eretica malignità nella provincia di Toscana, a tutti i fedeli in Cristo vogliamo che sia noto, come per fama pubblica, anzi infamia, e per fede di probi e discreti uomini, maestro Cecco, figliuolo già di maestro Simone degli Stabili da Ascoli, spargeva diverse eresíe per la città di Firenze, e quello che è più detestabile, certo suo libello sopra la Sfera, profano ed eretico, il quale compose dettandogli il diavolo per sua dannazione, e contro la promessa o giuramento suo proprio, lo dettava come maestro per le scuole. Laonde, non volendo noi per debito di ufficio, e salva la coscienza, mancare di ritrovar la verità delle cose predette, e trovato che tutte le dette cose erano vere, facemmolo condurre alla nostra presenza, ed esaminatolo con giuramento corporale di dire la verità, da lui fatto senza veruna oppressione di forza, per sua libera e spontanea volontà disse e confessò ch'egli avea detto e dommatizzato, pubblicamente leggendo:
«Che un uomo poteva nascere sotto la costellazione di essere appiccato o decapitato, se Iddio non ritenesse l'ordine della natura, benchè per potenza di Dio assoluta potesse essere altrimenti.
«Ancora che avea detto che nella quarta ed ottava sfera erano uomini felici di divinità, i quali si chiamano Dii Naber, che mutano le leggi naturali più o meno, come fu Moisè, Ermete e Simon Mago.
«Ancora avea dommatizzato che Cristo avea avuto la libra per ascendente, e però per predestinazione dovea morire di quella morte che morì, la quale fu giusta; e perchè Cristo ebbe il Capricorno nell'angolo della terra, però nacque in una stalla; e perchè ebbe lo Scorpione, però dovea esser povero; e perchè ebbe Mercurio in Gemini nella nona parte del cielo, però doveva avere scienza profonda, sotto metafore. E più, che l'Anticristo verrebbe non in forma di poltrone, come Cristo, nè accompagnato, come lui da poltroni[36].
«Ancora confessò che dinanzi a fra Lamberto da Cingoli, da cui fu processato a Bologna, maledisse ogni eresía ed ogni credenza degli eretici astrologi; e giurò di essere cattolico, e fece penitenza degli errori dei quali fu allor condannato.
«Disse e confessò che dopo la predetta abjurazione aveva insegnato a Firenze tutti gli errori e le eresíe abjurate; e come per iscienza di astrología si poteva sapere il corso di tutta la vita degli uomini, e se un principe o capitano sarebbero felici o no nelle loro imprese.
«Disse e confessò che avea predetti molti eventi della guerra con Castruccio, e della passata del Bavaro, e tutto per iscienza astrologica e per osservazione del corso de' cieli.
«Disse e confessò aver usato prodigj per arte magica e negromantica a fini illeciti e perversi.
«Ancora disse e confessò, come, interrogato da un certo fiorentino, rispose esser vere le cose che si contengono nell'arte magica e negromantica; e replicando il fiorentino: se fosse vero, i potenti uomini acquisterebbero tutto il mondo; ed esso rispose: perchè non sono nel mondo tre astrologhi che si sappiano servire di quell'arte. E questo disse aver detto per sè, che fece più in arte di astrología che verun altro da Tolomeo in qua.
«Disse ancora e confessò che, secondo il corso delle stelle crede che nascano i costumi, le operazioni e fini degli uomini; e che, pregato da un certo Fiorentino che gli esponesse il libro che tratta dei segni e congiunzioni degli uomini, gli insegnò trovare un certo commento ch'egli avea fatto sopra esso libro.
«Confessò altresì di aver composto certo suo libello sopra la sfera del mondo, asserendo che detto libello era stato corretto dopo la sua abjurazione da frate Lamberto inquisitore predetto.
«Ma qual cosa più falsa che l'asserire non essere state cassate da quel libro, se l'inquisitore l'avesse corretto, tante cose infeste, orribili, sciocche e contrarie alla salute umana, eretiche e nemiche della cattolica verità? Qual cosa più inimica a Dio e agli uomini, che sottoporlo alla necessità delle stelle, il quale per noi ricomperare la morte, e lavare i nostri peccati, volle morir sulla Croce? Qual più pestilente dottrina che quella da lui insegnata, la quale nega la libertà dell'arbitrio? Nè si scusa col dire che il libello sulla sfera è stato corretto dall'inquisitore di Lombardía, il che non è vero, nè verosimile; anzi piuttosto si trova il contrario per lettere del medesimo inquisitore; ma, dato che fosse corretto, un altro non corretto ne tenne e lo usò, nella qual cosa è peccato maggiore. Nè lo difende quello che è scritto nella fine di detto libro; che, se vi fossero scritte alcune cose non bene dette, se ne rimette alla correzione della santa madre chiesa, perchè nel medesimo libro si sono trovate eresíe manifeste, insegnate anche dopo che abjurò l'eresía; e basta ch'egli abbia ingannato una volta la chiesa, per ritenere che essa protestazione è direttamente contraria al fatto, la quale non alleggerisce, ma piuttosto aggrava il protestante.
«Laonde noi inquisitore predetto, vista e considerata la sentenza data per il predetto frate Lamberto inquisitore di Lombardía, sedente a Bologna, con la dichiarazione che ricevette la penitenza; e viste le altre cose che abbiamo sapute dal medesimo inquisitore; visto ancora i testimoni e le testimonianze per noi ricevute e formate contro di lui, e le confessioni che ha fatto; e il termine assegnatogli, dopo che gli fu approvato il processo e datogli le difese; e benignamente aspettato tre giorni; e anzi dopo il tempo assegnatogli, dinanzi al venerabile padre e signore cardinale Giovanni legato della sede apostolica, di messere lo vescovo e altri insigni prelati, letti al medesimo maestro gli errori, la confessione ed abjurazioni predette, egli di sua spontanea volontà le confessò e riconfessò essere vere; visto ancora ogni e qualunque altro atto del processo, e i nomi dei detti testimoni pubblicati, secondo il modo debito, e per ordine dimostrati e dichiarati al nobile e religioso uomo messer Cante da Gubbio, vicario generale del venerabile messer Francesco vescovo fiorentino, e di molte altre persone probe e discrete, e dottori di leggi, chiamati per consultare se sia da procedere a sentenza contro il maestro degli errori, siccome contro a relasso in eresía abjurata: e tutti i nominati, ed altri assaissimi religiosi, lettori di sacra teología, dopo maturo consiglio, e avuta insieme con noi matura deliberazione;
«Invocata la grazia di Dio e dello Spirito Santo; sedendo pro tribunali, di consenso del venerabile padre, signore, vescovo fiorentino, pronunziamo in questi scritti, il predetto maestro Cecco, eretico costituito in nostra presenza, essere ricaduto nell'eresía abjurata, ed essere stato relasso; e per questo doversi rilasciare al giudizio secolare, e lo rilasciamo al nobile soldato e cavaliere messere Jacopo da Brescia, vicario di monsignore lo duca Carlo, presente e recipiente, che lo debba punire con debita considerazione; e sopra ciò, che il libello suo superstizioso, pazzo e negromantico, fatto dal detto Cecco sopra la sfera, pieno di eresía, falsità, inganno; e un certo altro libello volgaro, intitolato Acerba, il nome del quale esplica bene il fatto, avvenga che non contenga maturità o dolcezza cattolica, ma vi abbiamo trovate molte acerbità eretiche; e principalmente quando c'include molte cose che si appartengono alle virtù e costumi, che riduce ogni cosa alle stelle, come in causa; con ogni altra sua opera, scritto o dottrina, deliberiamo e comandiamo per sentenza doversi abbruciare; e all'eretico desiderando tagliare le vene della fonte pestifera, per qualunque meato derivino, vietiamo che si possano leggere e ritenere da veruno, sotto pena di scomunicazione e altre pene corporali, secondo le leggi canoniche.
«La detta sentenza fu data e pronunziata, e la promulgazione e la rilassazione fu fatta per il detto inquisitore, sedente pro tribunali, nel coro della chiesa de' frati minori di Firenze, presente il detto messer vicario e suoi assessori, soldati e famiglia, riceventi il detto maestro Cecco sotto gli anni dell'Incarnazione del Signore 1327, indizione decima, il dì 20 di settembre, presente il detto Cecco rilassato, e gli infrascritti testimonj:
«Bernardo de Ricci, compagno dell'inquisitore — Ser Antonio Graci — Ser Lore da S. Maria Novella — Borghino di maestro Chiarito da Prato — Dinco Ducci — Neri Giovannini — Manovello di Jacopo».
Maestro Cecco fu menato al detto messer Jacopo da Brescia, legato colle mani dietro; e con molta furia di parole ed atti irosissimi gli fe' mettere i ferri in gamba, e per quella notte rinchiudere in strettissima prigione. La mattina seguente fu menato dinanzi a messer Jacopo, il quale aveva avuto il processo, che gli fece leggere da capo, e il maestro raffermò quello che aveva detto dinanzi all'Inquisitore. Allora messer Jacopo disse:
— Vedi, maestro, o tu fai quello che io voglio, condannando i tuoi errori, e le tue eresíe, o io ti spaccerò.
E il maestro:
— Stolte sono le tue parole; la invidia e la ignoranza mi hanno condotto qui; ma la verità non si muta, e troppo è più forte di esse.
Intanto già era cominciato a sonare, come dicevano, a condannagione, e poste fuori le bandiere, e armavasi la famiglia, quando venne un messo dell'Inquisizione, dicendogli:
— Maestro Cecco, tu vedi che la famiglia si arma per menarti alla morte. Io non so che uomo tu sei: perchè non credi quello che credono gli altri? Il Vescovo e l'Inquisizione mi hanno mandato qui, che io ti venga a dire, se vuoi ritornare alla chiesa e rimanerti dei tuoi errori, acciò che vegga il popolo che la chiesa è misericordiosa fino all'ultimo.
E il maestro senza verun segno di apprensione:
— La morte mi veggo dinanzi agli occhi, e non temo. Credo quel che è vero, ed i miei nemici sanno che io nol discrederò mai; e simulano adesso misericordia e benignità per ingannare il popolo come sempre hanno fatto.
Allora la famiglia lo trasse con grande impeto fuori della porta, e rimaso tutto solo tra berrovieri e mascalzoni, scalzo, con una gonnelluccia in dosso, parte de' bottoni sfibbiati, senza nulla in capo; e andava con la testa alta, senza verun segno di paura o terrore. Vi era tanto popolo che appena si poteva vedere; e a molti increscendone, gli dicevano:
— Non voler morire: pentiti; rimanti dei tuoi errori.
Ed altri:
— Sciagurato! tu hai il diavolo addosso, che ti trascina alla morte.
E così in più punti del suo ultimo doloroso cammino chi gli diceva una cosa, e chi un'altra: esso rispondea sempre più costantemente che mai, e sempre mostravasi più impavido.
Quando fu in sulla piazza de' Priori (oggi della Signoría) quivi era andato a vederlo passare anche monna Simona, la quale, tra gente e gente, erasi ficcata molto innanzi; e sulla piazza medesima era appostato il valletto di messer Guglielmo coi suoi compagni, per tentar di levar rumore, e vedere se in quel subbuglio venisse lor fatto di liberar il maestro. La vecchia a cui maestro Cecco passò molto da vicino, vedendolo a quel modo lacero e malconcio, si sentì proprio serrare il cuore, ricordandosi in quanta stima l'avea veduto tenere dal suo sere, ed anche dal bel cavaliere; sicchè non si potè tenere che la non facesse un acuto strillo; e poi non dicesse ad alta voce:
— Oh Dio! come l'hanno condotto! che strazio hanno fatto di un tanto maestro!
E voltasi poscia a lui proprio:
— Maestro Cecco, riconoscetemi voi? Deh! maestro, non vogliate morire! fuggite dalle mani di cotesti cani.
Il maestro le si volse benignamente, dicendo:
— Buona Simona, il vederti mi è consolazione. Non piangere su me, piangi sopra i miei nemici.
Il popolo d'attorno alla Simona, udendo le sue parole, e vedendo i suoi atti così disperati, e la temperata e grave risposta del maestro, se ne commosse; e seguitando ella il maestro, o volendo pur dire, la famiglia del vicario del duca, volle metterle le mani addosso. Allora si levò un poco di rumore tra la gente d'attorno, e la Simona strillava orribilmente, che non voleva lasciarsi menar presa. A un tratto si ode dal lato opposto una voce:
— Muora la famiglia del vicario.
Ed in un altro punto:
— Viva maestro Cecco d'Ascoli: su, brigate, liberiamolo da costoro.
E molti del popolo già levavano il rumore. La famiglia del vicario, udendo tali grida, si mise in forte sospetto, e tutti si volsero verso là dove il rumore si faceva, e pensarono prima di tutto ad assicurarsi del reo, il quale non dava segno veruno nè di speranza, nè di paura: ed in questo fru fru della famiglia, potè la povera Simona, un poco da sè e un poco ajutata, svignare dalle unghie di uno de' famigliari dei vicario che già l'avea ghermita, e ritrarsi salva alle case de' Cavalcanti, di lì poco discoste. Il rumore intanto si faceva grande, benchè molto popolo per la paura fuggisse chi qua chi là; e la famiglia avea gran fatica a schermirsi dalla furia dei non pochi assalitori, i quali a lungo giuoco l'avrebbero sopraffatta, e toltogli Cecco dalle mani, se tosto non accorrevano parecchi fanti del podestà, all'apparir de' quali coloro che avevano levato il rumore, vedendo di non potere in modo veruno resistere, fuggirono chi per un verso e chi per un altro; ed il rumore fu tosto acquetato, e il maestro riprese il doloroso viaggio.
Venuto alla piazza del Grano[37], essendovi molte donne alla finestra, e tavolieri, e gente che giocava, gli dicevano:
— Pentiti, pentiti.
E Cecco senza ira e senza paura:
— Pentitevi voi de' peccati, delle usure e degli altri brutti vizj.
E uno fra gli altri gli andò dando molta briga per più d'una balestrata, dicendogli:
— Tu se' martire del diavolo: credi tu di saperne più che tanti maestri?
Con altre simili parole e vituperosi motti e scede, alle quali Cecco o non rispondeva, o rispondeva solo parole sentenziose o gravissime. Egli per altro era così vinto dalla fatica, così oppresso dal caldo, ed aveva tanta seccagione che spesso volle chiedere da bere, ed allora ripigliava forza, in modo che pareva un altro uomo, e poteva bene rispondere a coloro che continuamente gli volgevano parole o di compassione, o di preghiera o di scherno. Volto il canto da Santa Croce per andare alla porta della giustizia, gli dette molta briga un suo antico famigliare con molte parole:
— Maestro, non vogliate morire: pentitevi; sarete perdonato; non siete però tra' pagani.
— Peggio che pagani: io voglio morire per la verità.
— Poniamo che sia codesta la verità; non dovete morire per ciò.
— Per la verità morì S. Pietro; e a S. Paolo fu tagliato il capo.
— O, negò San Pietro.
— E se ne pentì.
— Or bene, tu lo potrai fare anche tu, però che, se S. Pietro fosse qui, e' negherebbe.
— No, nol farebbe; e se il facesse farebbe male.
Uscito dalla porta della giustizia[38] era serrata la chiesa di Santa Maria del Tempio, che lo avevano comandato i nemici di Cecco, acciocchè paresse che non credesse in Cristo. Quando finalmente fu sul luogo della giustizia, il banditore bandì, e fecero un cerchio di cavalli attorno al capannuccio, onde poca gente potè entrare nel cerchio; e molti saliron sul muro dell'Arno, che era lì presso, tanto che si potesse vedere molto bene.
Arrivato maestro Cecco dinanzi al capannuccio non mutò aspetto neppur là; ma arditamente vi entrò dentro: ed essendo già legato alla colonna, alcuni misero il capo dentro, pregandolo che si pentisse. Ed egli stava sempre forte; e ad uno che pur il pregava, spesso dicendogli:
— Perchè vuoi tu morire così?
Egli rispose:
— Questa è una verità che ho sempre albergato in me, della quale non si può rendere testimonio se non dopo morto.
Allora, per ispaurirlo, fecero molte volte fumo attorno il capannuccio, e molti altri spaurimenti; infine, dopo molte battaglie, dategli sempre invano, misero fuoco al capannuccio; e com'egli lo sentì appiccato, volgendosi col capo, che con la persona non potea, verso Firenze, disse con gran voce:
— Firenze, questo supplizio è tua grande vergogna; la tua obbrobriosa servitù a' signori stranieri, a' frati ed a' preti, ti farà per molti secoli cieca, e ferma incontro al tuo bene: il tribunale che mi ha condannato...., qui fece un atto come se starnutisse, nè disse se non l'ultima parola; che fu:
— Maledetta sie tu...
E essendo arsi i legami che il tenevano legato alla colonna, cadde in terra ginocchione, con la faccia volta verso il cielo, e la bocca tonda già morto.