CONCLUSIONE.

Il fiero caso di Cecco d'Ascoli e la sua meravigliosa costanza sbalordì tutti; e molti se ne addolorarono in Firenze e fuori, che il tenevano solenne scienziato; e c'è chi racconta[39] come papa Giovanni XXII, saputa in Avignone la novella di questa morte, dicesse publicamente al cospetto di tutta la corte: I frati minori hanno perseguitato ed ucciso il principe dei filosofi peripatetici.

Il giudizio, che della scienza e dottrina di Cecco fu fatto nei secoli posteriori, è vario e diverso, chi dicendolo filosofo nobilissimo, come tra gli altri, ai dì nostri, Guglielmo Libri; altri un volgare astrologo, un ingegno balzano, e vanamente ambizioso.

Leggendo attentamente l'Acerba e il Commento alla Sfera del Sacrobosco per altro, si raccoglie che un carattere scientifico assai largo lo avesse, benchè il fondamento sia falso: rinnovare la vita umana nel suo triplice aspetto intellettuale, morale, religioso. Il suo nuovo scibile era la necessità universale, e l'antivedere: le intelligenze sono cagioni: le stelle organi loro proprj; sotto la luna ogni cosa effetti necessitati; dall'uomo alla pietra una sola catena obbediente alla forza. Ma l'uomo, mediante la scienza, costringe le intelligenze astrologiche e demoniache a palesargli il futuro; il qual potere della scienza lo vendica, se nol sottrae, dall'assoluta necessità, e quasi lo divinizza. La onnipotenza sola di Dio può sottrarre l'uomo alla legge della necessità; ma solo alterando l'ordine della natura. Questa dottrina non poteva naturalmente trovarsi d'accordo con la dottrina della chiesa cattolica; e come il papa e i preti e frati avevano in mano la forza, ed il tribunale dell'Inquisizione era allora accettato e favorito e temuto altresì generalmente da principi e da repubbliche, era necessario che maestro Cecco d'Ascoli pagasse col fuoco queste sue strane dottrine.

Non senza gran ragione gli uomini saggi e amanti del vivere civile hanno sempre mostrato orrore di questo barbaro ed inumano supplizio; meravigliando come una religione tutta amore e carità si porgesse in questi casi tanto spietata e crudele. La chiesa per altro era accorta: non erano leggi sue quelle che condannavano al fuoco gli eretici; erano leggi degli imperatori di Germania, e massimamente di Federigo II, nemico pur esso del papa, ed anche eretico nel concetto dei cattolici d'allora; e queste leggi furono accettate come diritto comune: per forma che la chiesa ne usciva a bene, e levava come suol dirsi, la carne dalla pentola bollente, con la zampa degli altri. I suoi tribunali non condannavano al fuoco; dichiaravano solamente il tale essere eretico; e lo consegnavano al braccio secolare, che gli eretici condannava al fuoco.

Del rimanente questa era colpa più dei tempi che d'altro: ed anche qualcuno di coloro, che si celebrano per vittime del furore papale, e per apostoli di libertà e di viver felice, vagheggiavano questo supplizio, tra' quali mi basterà il ricordare fra Girolamo Savonarola — il cui supplizio è anche dopo quattro secoli cagione di fremito a' suoi devoti — il quale nel suo opuscolo contro gli astrologhi esclama: «O stolti, empii ed insensati astrologhi! contro di voi non è da disputare altrimenti, che col fuoco». E ciascuno sa come Calvino stesso ricorse a questa sentenza contro chi non la pensava come lui in opera di religione. Intorno poi agli ultimi momenti della vita di Cecco vanno attorno delle tradizioni plebee, e senza verun fondamento storico; le quali tuttavía mi pajono qui da ricordare secondo che le racconta il Manni, nelle sue Veglie piacevoli. Si dice dunque, che un tale, chi che si fosse, aveva già avvertito Cecco d'Ascoli, che, se aveva cara la vita, stesse lontano dall'Affrico e dal Campo di Fiore; il perchè, mai non volle andare a Roma, dove è Campo di Fiore, nè mai alla sua vita uscì fuor di casa, allorchè spirava il vento Affrico. Ora, essendo egli condotto al supplizio, séguita la tradizione, e vedendo esser vana ogni speranza di campar la morte, domandò se forse quel luogo si chiamasse Affrico, a che fugli risposto, quel luogo chiamarsi Campo di Fiore, ed Affrico essere il nome di un piccolo fiumiciattolo che scorrea lì poco lungi. Udito ciò maestro Francesco, vide di esser morto, ed esclamò: Actum jam de me est (sono spacciato). L'altra favola è questa: Che quando maestro Cecco era per essere abbruciato diventava un fastello, o un covone di paglia, e così usciva dalle mani dei ministri della giustizia; ma che, dopo essere succeduta questa beffa più volte, mentre era ricondotto alla morte, affacciossi ad una finestra della chiesa di Santa Maria Maggiore d'onde doveva passare[40], una persona, che sapeva il suo incantesimo e gridò: Non gli date bere; perchè, avendo egli formato tal patto col diavolo, per esser lui liberato in quel mo' dalla morte, bevendo, non si sarebbe potuto farlo morire. Ed aggiungesi che per tal fatto nel muro laterale della chiesa si pose l'effige in marmo di colui che così parlò.

Ora diasi fine al presente lavoro, raccogliendo in poche parole come cessò la signoría del duca di Calabria, e come capitarono le persone di nostra conoscenza.

Il tribunale dell'Inquisizione, dopo la sentenza e il supplizio, prese sempre maggior piede e maggior baldanza; ma per contrario ne scadè molto la signoría del duca Carlo, il quale ben tosto ebbe rimorso di aver lasciato far sì atroce giustizia di maestro Cecco, e perdendo lui, gli era parso di rimanere smarrito. Il Bavaro dall'altra parte avanzava sempre di più: e sentendo il duca, com'egli, partito da Pisa, era già entrato in Maremmo, il dì 24 di dicembre, cioè tre mesi dopo la morte di Cecco, fece un gran parlamento su in palagio, dove furono i priori, i capitani di parte guelfa, e tutti i collegj, e gran parte della miglior gente della città grandi e popolani; e quivi per suoi savj, solennemente e con belle diceríe, annunziò la sua partita, la quale diceva essergli di necessità per guardare il suo regno, e per contrastare alle forze del Bavaro; e confortando i Fiorentini che rimanessero fedeli a parte di santa chiesa: e che lasciava loro per loro capitano messer Filippo da Sanguineto, e per suo consiglio messer Giovanni di Giovannozzo e messer Giovanni da Cività di Rieti, e gente d'armi di mille cavalieri, pagandogli 200 mila fiorini d'oro, come se ci fosse, promettendo che verrebbe egli in persona, dove bisognasse, con tutte sue forze, in ajuto di Firenze; alle quali cose tutte acconsentirono i Fiorentini. Il duca il giorno dopo, che fu il dì di Natale «fece, come scrive Giovanni Villani, gran corredo (oggi si direbbe fece gran ricevimento), e diè mangiare a molti buoni cittadini, e gran corte di donne, con grande festa e allegrezza; e poi il dì 28 di dicembre si partì di Firenze con tutti i suoi baroni; e poi morì l'anno appresso per una febbre presa a caccia».

Maestro Dino del Garbo, dopo le ultime parole che dissegli maestro Cecco, e dopo il romore che per esso accennò di levarsi, non ebbe più bene di sè; e, o fosse lo strazio del rimorso, e forse anche la paura della predizione, si ammalò gravissimamente, e pochi giorni dopo la morte di Cecco, a dì 30 di settembre, morì anch'egli.

Frate Marco, dopo la tortura e dopo la prigionía, fu mandato a un monastero di strettissima osservanza, dove fece vita di continua penitenza.

La badessa visse poco più, consumata da una lenta febbre; nè più la poterono rivedere Guglielmo e la Bice, che vissero lunghi anni: e dopo la morte di messer Geri, tornato messer Guglielmo in Puglia, colà nella signoría datagli dal re Roberto, da loro ebbe principio una delle più nobili famiglie di quella regione. Della Simona non ho trovato che cosa ne fosse.

Qui finisce il racconto, e non ho cuore di domandare a' lettori ed alle lettrici se ne hanno preso tanto o quanto diletto, ovvero uggia e fastidio. La volontà mia era quella di evitare così le noje, e le minuziosità e le lungaggini degli uni, come le convulsioni epilettiche degli altri.

Se non mi è riuscito, i lettori e le lettrici me lo perdonino;

«Chè non può tutto la virtù che vuole».