CAPITOLO XXXI. MAESTRO CECCO ABBANDONA LA CORTE.

Il lettore si ricorderà senza dubbio, che quando maestro Cecco era alla presenza del duca con Guglielmo, gli si accostò messer Gualtieri di Brienne dicendogli che subito fosse da lui, perchè aveva da conferir seco da parte del duca cosa di gran momento: e sarà entrato in curiosità di sapere qual mai potesse essere tal cosa. Ecco per tanto di che si trattava:

Il duca, come già dissi, era stato sollecitato così dal suo cancelliere, come dalla duchessa a levarsi d'attorno Cecco; ma non si era lasciato vincere alle loro istanze; e pensò piuttosto, per levare ogni nuova occasione da rinfocolare sdegni, e per lasciare sfogare i già conceputi, di allontanarlo con qualche colorata cagione da Firenze; e l'invito fatto da Gualtieri al maestro era appunto per ragguagliarlo di questa fiera persecuzione, che gli si ordiva contro, la quale era tanto potente, che il duca stesso dubitava di poterla fermare, per esortarlo a governarsi in modo da non accrescerne le ragioni, e per significargli la volontà del duca di trovare qualche acconcia via da stornare la burrasca. Si tenesse per avvisato, ed aspettasse i comandi di monsignore, che non tarderebbero.

Cecco, benchè sospettasse per molte cagioni che l'odio di maestro Dino e la stizza della duchessa gli dovessero macchinar contro qualcosa, tuttavía non ne stava in grande apprensione, certo come era del favore e della protezione del duca. Ma ora che aveva udito da messer Gualtieri, come lo stesso duca si teneva insufficiente a difenderlo apertamente, se ne turbò in gran maniera e ne rimase afflittissimo; nè vedeva l'ora di sentire che cosa mai dovesse comandargli esso duca: quando un donzello venne appunto dicendogli che dovesse essere alla presenza di monsignore un'ora innanzi vespro.

Maestro Cecco volò tosto da messer Guglielmo, narrandogli del suo pericolo, dell'invito del duca, e raccomandandosegli quanto più poteva; e Guglielmo se gli profferse amico e difensore fin che il comportasse la sua qualità di onorato e cattolico cavaliere, le quali profferte gli rimisero l'anima in corpo per modo che quando venne frate Marco a raccontare il suo colloquio con messer Geri, non si accorse punto del turbamento di lui.

Ma già era sonata nona, e si appressava l'ora che il maestro doveva essere dal duca.

— Che vorrà egli dirmi? — pensava tra sè. — Allontanarmi dalla sua corte? Sarei diserto.... — Chè! non è possibile: egli ha concetto altissimo di me: fida nella mia scienza astrologica, nè farebbe impresa veruna, se prima io non dessi il punto... — Ma ha dintorno quel frate... Egli in fondo del cuore è cattolico.... — Basta: sarà quel che sarà, andiamo. — E avviatosi alla sala del duca, fu tosto introdotto. Il duca passeggiava con passo piuttosto concitato su e giù per la sala; maestro Cecco, dopo aver fatta profonda riverenza, stava fermo presso la soglia dell'uscio, aspettando che cosa il signore dovesse dirgli; quando a un tratto il duca fermatosi, e fatto cenno al maestro che si avvicinasse:

— C'è chi vuol vedere la tua morte, maestro.

— Sotto la protezione del grande scudo angioíno, monsignore, io vivo sicuro.

— Ci ha delle armi, contro le quali non ne può neanche lo scudo angioíno: e che meglio è cansarle con la prudenza e con l'arte: e questo è da fare adesso. Fia buono che tu per alcun tempo vada lungi dalla mia corte.

— Monsignore, come vivrò io senza l'ajuto vostro?

— L'ajuto mio non ti fallirà; ed appunto per aiutarti dai tuoi avversarj voglio allontanarti da Firenze, dandoti nel tempo stesso prova apertissima di affezione e di fiducia, in caso grave e di gran gelosía.

— Ed io vi ubbidirò rassegnato, e vi servirò con tutte le forze dell'ingegno e dell'animo.

— La cosa è grave, ti ripeto; e della credenza[29] e della fedeltà tua me ne è pegno il tuo capo.

— Quello ch'io vivo, e quello ch'io valgo, monsignore, è vostro da lungo tempo. Imponete.

— I Lucchesi cominciano ad essere stanchi della tirannía di Castruccio; e novellamente uno de' Quartigiani, grandi assai in quella città, mi ha dato lontano cenno, che, dove fossero ajutati da qualche potente signore, sarebbero disposti a far novità, dandomi a vedere, che, se quel signore fossi io, la città di Lucca volentieri si darebbe alla mia signoría. Io non risposi, se non vagamente; ma veggo per altro quanto ajuterebbe i miei disegni una novità fatta in Lucca, mentre fosse raccesa la guerra contro il suo signore. Importa dunque che sia colà per me una persona di gran senno e di grande accortezza: che mi studj così in generale l'animo dei Lucchesi; la condizione di quella città; e si intenda con messere Guerruccio Quartigiani, ordinando con esso il disegno di questa impresa, il tempo più acconcio, e il modo di colorirla; e questa persona ho proposto che debba essere tu.

— Grande e gelosa impresa, monsignore, voi volete affidare alle mie piccole forze; ma io son vostro per la vita e per la morte, e quando mi basta la forza e l'ingegno vi servirò lealmente.

— E sopratutto celatamente, e accortamente. Niun fiorentino lo sappia, nè niuno della mia corte, nè niuno più stretto amico tuo. La cosa è passata solo tra me e te. — E qui tacque un poco, fissando gli occhi in modo sul volto di Cecco, che egli comprese senz'altra parola quel che gliene andrebbe, se di questa cosa uscisse qualche odore.

Poi continuò:

— A Lucca, o non sei conosciuto, o solo vi sei conosciuto per astrologo e per medico; e per medico anzi tu vi anderai. Messere Guerruccio è forte malato di gotte: fingerà di averti chiamato a sè per curarlo sapendo che tu eri caduto in disgrazia di me: il tutto scriverò io stesso a messer Guerruccio in una lettera che gli recherai. Ma anche co' Quartigiani fa di star bene avvertito: essi furono già guelfi, e con tutto ciò tradirono la loro parte, ajutando con ogni lor forza la rea impresa di far Castruccio signore di Lucca; e se ora vogliono disfare la costui signoría, non sono mossi certamente dall'amore della loro terra; ma o dalla utilità propria, o da qualche torto che loro abbia fatto Castruccio. Gente vile e spregiata, senza fede e senza onore, che muta parte dalla state al verno, gridando viva oggi, chi ieri gridarono muoja. De' così fatti bisogna giovarsene a' proprj disegni; premiarli anche; dar loro onori; ma in cuore dispregiarli, pensando sempre che, come hanno tradito il primo signore, posson tradire il secondo; e come hanno voltato la casacca per un verso, possono voltarla da capo per l'altro: procedere appresso di loro con accortezza e astuzia; e quando per opera loro siamo giunti dove vogliamo, pagargli come merita di essere pagata la dislealtà ed il tradimento.

— Codeste son parole degne di un signore così potente e cattolico come la vostra signoría: ed io me le scriverò nella mente e nel cuore per modo che una sola non si cancellerà.

— Domani partirai tosto per Lucca; e prima verrai qui da me per la lettera. Qui in palagio, ed anche coi tuoi più cari amici, e con messer Guglielmo altresì, porgiti afflitto e dolente, come se tu fossi venuto quasi in disgrazia mia, e ti avessi comandato di uscire per alcun tempo da Firenze a modo di punizione. Così i tuoi avversarj si addormenteranno; e potrai servir me come a leale e buon servitore si appartiene. Va.

Cecco fece umile riverenza al duca, ed uscì tosto di palagio per ragguagliare frate Marco e messer Guglielmo, come egli non potesse più andare in Mugello; ma dovesse invece, per comando del duca, abbandonare Firenze: nè farsi vedere accompagnato con lui pareagli prudenza. L'uno e l'altro dei due amici lo ammazzarono di domande per sapere onde movesse questa subita risoluzione del signore; e Cecco, tenendo pur sempre strettamente celata la commissione avuta dei Quartigiani di Lucca, riferì ad ambedue quel che il signore avevagli detto delle persecuzioni onde egli era fatto segno, e della necessità di allontanarsi da Firenze, della quale si mostrò, ed era veramente, dolentissimo: e rinnovellò al cavaliere preghiera efficacissima d'ajuto e di protezione, che da lui gli fu promessa da capo in ogni possibile evento.

Intanto si era sparso per il palagio che maestro Cecco per comandamento del duca doveva uscire di Firenze, e si aggiungeva che avesse perduta del tutto la grazia di lui; e la duchessa medesima credeva che ciò fosse avvenuto per le sollecitazioni sue e del cancelliere. E così ella come il cancelliere, se furono lieti per una parte che Cecco uscisse dalla Corte, dall'altra però ne erano malcontenti, il cancelliere specialmente, perchè avrebbero voluto vederlo nelle mani dell'inquisitore; e quando Cecco andò a prendere umile commiato dalla duchessa, glielo diede con queste agre parole:

— Addio, maestro Cecco; perdeste la grazia di monsignor lo duca; ma questa è la vostra salute. L'aria di Firenze, a lungo andare, vi sarebbe stata micidiale. Andate; e siate più cauto d'ora innanzi.

— Madonna, una parola vostra potrebbe ridonarmi la grazia perduta, — rispose Cecco con esagerata umiltà, e volendo confermare la duchessa nella sua credenza — ma non oso pregarvene.

E Maria con aria alteramente grave, senz'altro gli ripetè:

— Andate: siate più savio d'ora innanzi.