CAPITOLO XXXII. LA BICE SI PARTE DAL MONASTERO.

Frate Marco era già stato la mattina per tempo da messer Geri a prendere la lettera per la badessa; ma trovò assai più che la lettera; chè il buon Geri, non vedendo l'ora di riabbracciar la figliuola, mandò insieme col frate quel fante medesimo che la Bice aveva accompagnata al monastero, perchè, dov'ella non disdicesse alle condizioni poste, e ciò non era da dubitarsi, dovesse ricondurla tosto a Firenze. Mentre egli, accompagnato dal fante di messer Geri, usciva da porta al Prato per cavalcare in Mugello, maestro Cecco usciva dalla Porta S. Niccolò per andare a Lucca. Noi lo lasceremo andare, e seguiteremo il frate sino al monastero di S. Piero, per aver occasione di trattenersi un po' colla nostra buona Bice. Egli dunque, passando da Settimello, fece motto a sere Gianni, che volle essere suo compagno, e fu lietissimo del buono avviamento del fatto della povera fanciulla figliuola del messer fiorentino. Come per altro l'ora era già tarda, e in Mugello non avrebbe potuto esser se non di notte, così il sere persuase il frate a passar la nottata da lui, il quale difatto accettò; e la mattina a giorno partirono per Mugello, dove furono poco innanzi sesta. Il dire che l'accoglienza della badessa a' due sacerdoti fu lieta oltre misura, tornerà inutile al tutto, immaginandolo forse il lettore da sè; ma non sarebbe inutile il descrivere, se avessi parole convenienti al soggetto, qual fu la gioja della buona suora nel leggere la lettera di messer Geri: basti che fu maravigliosa, e la significò con un vero diluvio di lacrime.

La lettera scritta da essa a messer Geri vedeva che aveva fatto l'effetto, ajutata dalle efficaci parole di frate Marco: quel povero vecchio dipingeva con pietose ed accesissime parole la sua risoluzione, il desiderio di rivedere la sua cara Bice, l'amore immenso che le portava, il perdono che le accordava, e chiudeva la lettera con le condizioni che già il lettore conosce, pregando la badessa a confortare la Bice di non mostrarsene ritrosa, ringraziandola carissimamente delle tante e tanto amorose cure avute per la figliuola, con un mondo di altre cose, uscite tutte dall'intimo del suo cuore, e tutte spiranti contentezza ed affetto. La badessa tosto volle far venire a sè la Bice per dare anche a lei questa consolazione; ma il frate e sere Gianni la confortarono a prepararcela prima un poco, affinchè la subita allegrezza non avesse a portare qualche tristo effetto sull'animo così gentile e così delicato della fanciulla. Andasse ella medesima a significarle che era qui frate Marco e sere Gianni, e che pareva avessero buone novelle da darle; le tacesse assolutamente che con essi era venuto anche il fante di suo padre; la conducesse poscia da loro, che a poco per volta le avrebbero detto ogni cosa.

E così fu fatto: per modo che quando comparve la Bice, quasi presaga di quello che era, si mostrò tutta lieta in volto, e con dolce sorriso rivoltasi a frate Marco:

— Frate Marco, gli disse, quando veniste l'altra volta qui da me, parvemi, vedendo voi, di vedere un angelo del paradiso; e della vostra visita ebbi non picciol conforto. Ora il vedervi tornar qua mi empie tutta di sì fatta consolazione, che certo non debbe essere a caso. Ma prima d'ogni altra cosa, che novelle del mio dolce babbo; e?...

Avrebbe senza fallo domandato del suo Guglielmo; ma da uno sguardo della badessa si accorse che a lei non sarebbe piaciuto; e frate Marco, il quale indovinò quel che taceva la fanciulla, e quel che significava lo sguardo della badessa, senza indugio rispose:

— Messer Geri vostro padre è quegli appunto che qui mi ha mandato con una lettera per madonna la badessa, nella quale mi penso dovere essere cose di molta consolazione per voi. La sanità di quel buon vecchio è troppo infralita, e già si accorge che medicina unica per lui sarebbe il vostro affetto e la vostra presenza.

— Dubita egli tuttora del mio affetto? E che cosa più lo ritiene, che egli mi chiami a sè? Oh quante cure tenerissime io gli avrei! Raddoppierei, se fosse possibile, il bene che gli voglio, per compensarlo in qualche modo dell'affanno datogli fin qui; e non potrebbe fare che non ritornasse buono ed affettuoso come già fu, e che si piegasse a rendere compiuta la mia felicità.

— Figliuola, disse la badessa, tu hai sempre pregato il Signore di questo, e le preghiere degli innocenti a lui sono accette. Chi sa?...

— Oh madre mia dolce, come mi confortano codeste benigne parole! sarebbe egli possibile?

— Madonna la badessa — entrò qui a dire sere Gianni, a cui già pareva tempo di parlare un po' più chiaro — vi ha sempre amata come cara figliuola, e scrisse già parole accesissime a messer Geri per farlo pietoso del fatto vostro; e messer Geri, che è padre, e padre amoroso, ha finalmente consentito...

La Bice, con tutto che non potesse comprendere fino a che punto fosse giunto suo padre, pure comprese che la durezza sua si era ammollita per opera principalmente della badessa; e però, senza aspettare che il prete finisse, si gettò al collo della buona suora, e le coprì il volto di amorosi baci; e, dimentica della riverenza che le si doveva e per l'età e per il grado, i baci tramezzava con queste e simili parole:

— Mamma mia buona, a voi debbo la vita: per voi rivedrò il mio caro babbo.... per voi....

— Figliuola — interruppe la badessa tutta commossa — non ti abbandonare tanto alla gioja: messer Geri pone al tuo ritorno delle condizioni un poco dure...

— Ma dunque io torno a Firenze? dunque lo rivedrò? rivedrò Guglielmo?

— Tornerai e vedrai tuo padre; ma il cavaliere non devi vedere.

— O dunque in che si è ammollito il cuor di mio padre? — disse la fanciulla mezza tramortita.

— Voi, frate Marco, entrò qui la badessa, voi che la parte più efficace aveste in quest'opera di riconciliazione, voi dite il tutto alla Bice.

E il frate, fattosi da principio, raccontolle minutamente come era andata la cosa, e le condizioni poste da Geri — Le quali, se voi accettate, soggiunse il frate, è qua il fante di vostro padre che ricondurravvi tosto a Firenze.

Come la Bice udì essere venuto il fante di suo padre, ritornò tutta lieta; e benchè la condizione di non più veder Guglielmo paressele dura troppo, tuttavía, sapendo aver consentito anche il cavaliere, soggiunse:

— Seconderò scrupolosamente la volontà di mio padre, e ne starò tranquillissima, non dubitando punto che il mio cavaliere non torni acclamato dall'impresa contro il nemico di Firenze, che voi, bel frate, dite essere prossima.

E poi volta alla badessa:

— Mamma mia dolce; ed ora debbo partirmi da voi! e la gioja di riabbracciare il mio babbo, e di rivedere le mie case, non disacerba il dolore ch'io sento. Vi amo proprio come facevo la mia povera mamma.

La buona suora a queste parole si commosse tutta, e tergendosi le lacrime, rispose:

— Bice mia, ed io avevo appreso ad amarti come figliuola carissima. Va: sii buona figliuola ed obbediente; e Dio ti conceda di essere presto felice, e di essere degna moglie del prode e gentil cavaliere che vidi qui. Io sono sacrata a Dio; egli è il mio sposo, e lui adoro con tutto il mio cuore. Tu ricordati spesso di questa povera donna, che rimane qui alla vita, per essa dolce oramai, di penitenza; che sempre a te ripenserà con affetto caldissimo: e questo priego che ora ti fo non ti dispiaccia appagare quando sarà il tempo. Tu sarai tra non molto, il cuore mel presagisce, sposa al tuo cavaliere. Fate allora, figliuoli miei — e così dicendo le lacrime le piovevano abbondantissime dagli occhi — fate che io vi rivegga uniti col sacro vincolo del matrimonio, e sempre più amanti l'uno dell'altro: e dopo ciò morrò volentieri.

La Bice non piangeva meno della badessa; nè i due sacerdoti stavano ad occhi asciutti. Ella, non solo promise alla badessa che sarebbero da lei come prima fossero sposati; ma aggiunse che la gioja del rivederla, e del darle tal consolazione sarebbe di poco minore alla gioja dell'essere moglie a Guglielmo; poi, datesi tutte a mettere in assetto le robe per la partenza, e rinnovellati tre o quattro volte gli addii più amorosi, le lacrime, gli abbracciamenti ed i baci, mossero tutti verso Firenze. La buona suora dal più alto luogo del monastero gli seguitò con l'occhio fin che potè; ed appena gli ebbe perduti di vista si gettò spossatamente sopra una sedia che erale appresso, e levati gli occhi al cielo, fece questa preghiera:

«Signore Dio mio, concedi a me la tua grazia, acciocchè quello solo mi piaccia che piace a te, e la tua volontà sia la mia. Sopra tutte le cose dammi che io mi riposi in te, e che il mio cuore diventi pacifico in te. Se tu non soccorri, Signore Dio mio, la, presente desolazione mi vince; non fare che il diavolo vinca la battaglia sopra di me».

E postasi in ginocchio dinanzi alla sedia col capo tra le palme, e dato ampio sfogo al dolore, a breve andare si sentì un poco riconfortata, e si ricondusse come potè meglio alla cella, dove, raccoltasi tutta in Dio, non andò molto tempo che si rassegnò al volere di lui.