LA VISITA DI UN ISPETTORE SCOLASTICO
COMMEDIA FATTA PER CELIA
PERSONAGGI
Fabrizio Cerchi, Sindaco.
Giulia, sua moglie.
Leone Feroci, Ispettore scolastico.
Il Commendatore Rodolfo Fabrizi, fratello della Giulia.
Carlo Fei, Direttore del Ginnasio.
Elvira Bassi, Maestra comunale.
Gaspero Graffi, Segretario del Comune.
Laura, Cameriera della signora Giulia.
Giovanni, Servitore.
Caterina, vecchia.
Giovani scolari, tre de' quali parlano.
Il Custode della Scuola.
Varj invitati.
La scena è a Chiusi
ATTO PRIMO
Scena Prima.
Fabrizio e Giulia.
Seduti ad un tavolino che fanno colazione.
Giulia—Ma, caro Fabrizio, con questo tuo sindacato mi par d'esser diventata vedova. Questo momento della colazione... il pranzo a fuggi fuggi... poi, o c'è consiglio o c'è l'adunanza...
Fabrizio—Hai ragione; ma tu lo vedi da te, non ho un momento di bene. Che, che! non ne vo' più io: vo' pensare alle cose mie le quali, se duro un altro po' a fare il sindaco, vanno tutte a rotta di collo.
Giulia.—E anche alle cose della moglie potevi dire, che non è ancora da mettersi in un cantone, mi pare.
Fabrizio—In un cantone? Bella e fresca come una rosa la mia cara Giulietta! (La piglia per il ganascíno) Del resto, in quanto alla moglie, se non l'ho rammentata, ci si intende che il primo pensiero dev'esser sempre per lei. Vedrai, quando avrò buttato via la ciarpa di sindaco!... non voglio uscirti un momento di torno.
Giulia—Oh! il troppo, poi, stròppia!
Fabrizio—Come sarebbe a dire?
Giulia—Non lo vedi che fo per celia? (Ridendo)
Fabrizio—Bene. Dunque oggi stesso scriverò la lettera di rinúnzia... Sicuro, se prima mi riuscisse d'avere un po' di nastro all'occhiello...
Giulia—Ma fammi il piacere! Eh! c'è proprio da essere ambiziosi d'avere una croce, ora che si veggon dare persino a' giovani di banco...
Scena Seconda.
Giovanni con una lettera.
Giovanni—Signor Padrone, c'è' questa lettera.
Fabrizio—Vediamo. (Prende la lettera) Che ti pare, Giulia? Neanche questi due momenti che son qui con te!
Giulia—Speriamo che finisca presto.
Fabrizio—(che ha aperto la lettera)—Chi è che scrive? (volta la pagina e guarda la firma)... Permío! La sola sottoscrizione è una mezza lettera.—Cavalier professore Leone Feroci, regio ispettore scolastico di circondário.—E poi una bestia feroce! Sentiamo. (Legge)
«Illustrissimo Sig. Sindaco,
Onorato dalla fiducia di S. Maestà il Re della nòmina di regio Ispettore Scolástico di circondário, ho l'onore di prevenirlo, che, avendo intrapreso la visita de' varii stabilimenti d'istruzione del mio circondário, ho stanziato di fare uno de' primi cotesto suo Comune. E però l'avverto che doman l'altro mi porterò costà. E nel tempo stesso, interesserei la sua gentilezza ad esser così buono, siccome io son nuovo della piazza, di dare ordine che mi si prepari un decente albergo, non volendo io trovarmi a contatto di persone da meno di me. L'avverto di soprappiù che V. S. Ill.ma non notizii i maestri e le maestre di coteste scuole del mio venire: l'autorità è bene che giunga improvvisa. Ho l'onore ecc. ecc.»
Fabrizio—Eccone un'altra delle seccature! (guardando la moglie). E ora come si fa? Dice che vien doman l'altro: la lettera, ritardata, è scritta due giorni fa. E' c'è da vederselo arrivar qui da un momento all'altro.
Giulia—Cotesto Sig. Cavaliere Ispettore, se l'ho a giudicare dal modo come è scritta la lettera, mi pare un bell'ignorante: se dal tono di essa, mi pare un villano presuntuoso. E' par che il sindaco lo tenga per un suo servitore.
Fabrizio—Che vuoi? sarà persona di riguardo.... E ora dove gli si trova l'albergo? Senti, ho pensato di riceverlo qui in casa. È persona d'autorità.... sono gente che fanno le relazioni al Ministro.... capisci? Facendogli due carezze, una buona parola la posson mettere, e...
Giulia—E venir la croce, eh? Guarda, povero Fabrizio, che strana voglia t'è venuto! Se tu fossi donna, direi che tu se' gravido.
Fabrizio—Eh, non ci mancherebbe altro! Su via, Giulietta, sii buona, e fa preparare la camera de' forestieri.
Giulia—Facciamo anche questa. Bada, sbaglierò: ma questo signor Ispettore, dev'essere anche uno scroccone.... e ha scritto la lettera a quel modo appunto per veder d'appoggiar la labarda. O andiamo. (Parte).
Scena Terza.
Fabrizio solo.
Fabrizio—Mi pare anche a me che questo sor Ispettore debba aver le belle qualità che gli attribuisce mia moglie: però, bisogna dissimulare; e, in ogni caso, essendo egli ignorante e scroccone, potremo sfruttare in pro nostro queste due ricche miniere, e, al bisogno, potremo anche divertirci alle sue spalle.
Scena Quarta.
Giovanni poi il comm. Rodolfo.
Giovanni—Signor Padrone, c'è il signor commendatore Fabrizi.
Fabrizio—Il commendatore Fabrizi? Fallo passar súbito; e poi avvisa la signora. (Giovanni parte; Fabrizio va verso la porta, e il Commendatore entra, e stringendogli la mano, continua) Che miracolo è questo? Come mai tu in questa cittaúccia?
Commendatore—Son venuto per ragioni d'uffizio, e te lo dirò poi. Ora parliamo di vojaltri. State tutti bene? E la Giulia? e il tuo bambino?
Fabrizio—Si crepa tutti dalla salute. Ma tu ora sei diventato un pezzo grosso davvero! e metto quasi su superbia d'esserti cognato.
Commendatore—Smetti con codeste sciocchezze. Sì, sono un poco salito; e dacchè ho avuta un'ingerenza governativa, per la quale mi bisogna trattenermi un po' qui, ho proprio caro di star qualche giorno vicino a mia sorella ed a te. Ma tu non far complimenti, chè avrai le tue faccende. Io, intanto, andrò di là dalla Giulia.
Fabrizio—Tu dici bene che le faccende non mi mancano; e per di più mi piove ora addosso la visita dell'Ispettore scolastico fatto ora di fresco!
Commendatore—E chi è questo ispettore?
Scena Quinta.
Giulia e detti.
Giulia—(correndo ad abbracciare Rodolfo) Oh! Rodolfo mio, questa è proprio una consolazione! Che fai? Come stai? Di dove vieni? Ti trattieni, eh? E starai qui da noi....
Commendatore—Benedette donne! Senti quante domande a un fiato! Sto bene. Vengo da Roma. Mi trattengo otto giorni; e non istarò da vojaltri, perchè già mi son posato alla sottoprefettura, dove ho da trattare un affare assai grave, che può tornar utile a questa città. Per altro verrò spessissimo qui da te, pranzerò spesso qui, e faremo chiaccherate lunghe un miglio.
Giulia—Insomma fa come tu vuoi, purchè tu trovi il tempo di star molto con me.
Commendatore—Molto non so; ma di certo più che posso.
Fabrizio—Dunque, per tornare all'ispettore...
Commendatore—Ah! è vero, sì. E chi è?
Fabrizio—Il cavaliere professore Leone Feroci.
Commendatore—Leone Feroci? Ed è professore e cavaliere? Oh! povere cattedre, povera cavallería!...
Giulia—O che lo conosci?
Commendatore—Altro se lo conosco!
Fabrizio—O sentite: io dovrei tornare al Municipio; ma per oggi vo' pigliarmi un po' di scianto, e godere la tua compagnía. Farò venir qua il segretario a portarmi le lettere per la firma; e se giunge il sor Ispettore, gli farò dire che favorisca da noi. Scusa, vado a dar gli ordini. (Parte)
Scena Sesta.
Giulia e Rodolfo.
Giulia—Ma dunque, Rodolfo, quel tuo altro se lo conosco, mi ha messo in curiosità di saper chi è questo ispettore.
Commendatore—Il più ridícolo farfanícchio che tu possa immaginare. Un poetúcolo da serenate, un vanèsio, un ficchíno, uno svenévole, e uno scroccone numero uno.
Giulia—Eh! quella lettera non poteva mentire.
Commendatore—Che lettera?
Giulia—La lettera che ha scritto a mio marito per avvisarlo del suo arrivo. Tu sentissi che roba! Ma dev'essere anche un po' ignorante.
Commendatore—Anche. Ma quel che è peggio, benchè oramai in là cogli anni, è un donnajuolo di prima riga.
Giulia—E appunto quel buon uomo di mio marito gli vuol dar ricetto qui in casa!
Commendatore—Qui? Sta certa che se tu resti un momento sola, ti fa una dichiarazione in tutte le regole.
Giulia—Potrebbe esser che ci avesse poco gusto!...
Commendatore—No, sarà bene pigliarla in chiasso; e forse il signor Ispettore ci darà materia da divertirci.
Giulia—Sì, sì; ma appunto, tu lo sai, lui è un po' geloso, e non vorrei che si facessero scene.
Commendatore—Non si farà nulla, non dubitare... A propòsito, ma quel capo armonico di quella cameriera ce l'hai sempre? Aspetta... come si chiama?
Giulia—La Laura? Altro se ce l'ho! L'è un servizio eccellente; ma ha un po' troppo il capo a' grilli. Dall'altra parte la tengo, perchè, a a questi lumi di luna, c'è da dare in peggio.
Scena Settima.
Fabrizio e detti.
Fabrizio—Oh! ecco fatto. Giovanni anderà alla stazione a ricevere l'Ispettore; il Segretario verrà qui alla firma, ed io potrò tenervi un po' di compagnía. Giulia, hai pensato a tutto, eh? Volevo cercar di farmi onore, e far vedere a questi pezzi grossi che anche nella nostra città si conosce la cortesía e la gentilezza. Ma tu, Rodolfo, hai bisogno di nulla? Già, che accadono complimenti? Tu sei in casa tua. Bada, veh; a pranzo, oggi, tu devi restar qui, anche per fare un po' di compagnía al sor Ispettore.
Rodolfo—Volentieri.
Scena Ottava.
Giovanni e detti, poi il Segretario.
Giovanni—Signor Padrone, c'è il segretario.
Fabrizio—Passi. (Il servitore va via, e volto agli altri:) Io firmo gli affari: tu intanto, Giulia, conduci Rodolfo a vedere il nostro bambino. Vedrai (a Rodolfo): non perchè sia mio, ma è un vero angelo di paradiso. (E alla Giulia) Tu guarda anche che tutto vada in regola, e cerca di essere sbrigata quando arriva l'Ispettore: siamo a tocca e non tocca. Io mi spiccio in pochi minuti. (Entra il segretario: Rodolfo e la Giulia salutano e partono).
Segretario—Signor Sindaco, buon giorno a lei.
Fabrizio—Buon giorno. Scusi, sa, se l'ho incomodata a farla venir qui. Che vuole? Oggi son tutto sottosopra; e venire al Municipio mi sarebbe stato impossibile.
Segretario—Ma le pare, signor Sindaco! ella può comandare.
Fabrizio—È pronto ogni cosa?
Segretario—Ogni cosa. Guardi, la non ha a fare altro che firmare. (Gli mette davanti tutte le carte, e il Sindaco comincia a firmare).
Fabrizio—(Dopo aver firmate varie lettere) Centomila lire!? Che cosa sono? Ah! quel famoso accollo... Eh gua', è inutile, caro Segretario, in questa faccenda non ci vedo chiaro. Centomila lire per una bríccica a quel modo! Ma... il Consiglio ha approvato... (firma).
Segretario—Non dica tanto bríccica, signor Sindaco! E poi le spese son mai tante...
Fabrizio—(Da sè) (Già, compreso le ventimila lire che s'è intascato lui!) Eh già, già, intendo! le spese son mai tante!... (seguitando a firmare) Sussidio alla maestra elementare... Ma questa maestrína ha di gran sussidj. Non dico che non sarà brava, ma l'è anche bellína. (Guarda il Segretario sorridendo).
Segretario—Oh! Signor Sindaco, lei vuole scherzare al suo solito. Creda, la maestra lo merita, e non c'è ombra di secondi fini.
Fabrizio—Eh diavolo! (Seguita a firmare) Ecco fatto. C'è altro?
Segretario—Per oggi no.
Fabrizio—Dunque a rivederla. Se per caso ci fosse qualche cosa di nuovo, e se fosse necessaria la mia presenza, mi avvisi. Non voglio per nessuna cagione mancare al mio dovere.
Segretario—Sarà servita. (Fa riverenza e parte).
Scena Nona.
Fabrizio solo.
Fabrizio—Questo segretario mi comincia a piacer poco... Qualche anno addietro, era un miserabile che non aveva scarpe in piedi... e ora, ville, poderi, e voglie venite, i quattrin ci sono. Ma di dove gli leva?
Scena Decima.
Giovanni e il Direttore del Ginnasio.
Giovanni—Il Signor Direttore del Ginnasio.
Fabrizio—Passi. Cápita proprio a tempo. L'avvertirò dell'arrivo dell'Ispettore, ed avrà agio di prepararsi un poco per far fare più bella figura alle nostre scuole. L'ispettore albergato qui—trattato onorevolmente—le scuole in buon ordine—una Relazione spanta al Ministro—lo zelo del benemerito Sindaco.... la cosa è fatta.
Carlo—Signor Sindaco, mi perdoni se vengo ad incomodarla qui in casa...
Fabrizio—Anzi lei accomoda, e vien più appunto che l'arrosto.
Carlo—Or ora sarà qui l'Ispettore...
Fabrizio—O come lo sa?
Carlo—È sparso per tutto il paese: egli lo ha scritto a un suo conoscente, il conoscente lo ha detto a questo e a quello, e i maestri sono tutti sottosopra.
Fabrizio—(Da sè) Fortuna che voleva giungere all'improvviso! Bene, bene: giusto avevo caro di vederla per pregarla di avvertire i maestri e le maestre, e fare in modo che l'Ispettore si debba lodare della scuola e di loro.
Scena Undicesima
Giulia, Rodolfo e detti.
Rodolfo—Ma lo sai che il tuo bambino gli è un angelo? Bravo! Anzi (volgendosi alla Giulia) bravi!
Giulia—Oh Signor Direttore, che miracolo? (Gli porge la mano, presentandolo al fratello): Questi è il Signor Direttore del nostro Ginnasio (E volgendosi a Carlo) E questo è il Commendator Rodolfo mio fratello. (I due si salutano, e si dànno la mano).
Scena Dodicesima.
Giovanni e detti.
Giovanni—La signora maestra Elvira, che vorrebbe parlare alla signora.
Giulia—Passi.
Fabrizio—(Ah! la vedovella ha sentito l'odore del signor Carlo).
Elvira—(Entra, e la signora Giulia le va incontro) Signora Giulia... (Vedendo gli altri, e facendo riverenza) Signori...
Giulia—Che dice la carissima nostra signora Elvira? (A suo fratello) Questa è la signora Elvira Bassi maestra delle nostre scuole. (All'Elvira) Il commendatore Rodolfo mio fratello. (Si fanno riverenze) S'accomodi qui accanto a me. (Il Direttore siede accanto al Sindaco, la Maestra dall'altra parte della stanza colla signora Giulia e Rodolfo).
Rodolfo—Non dubito che non debba essere un'eccellente maestra, perchè raramente la bellezza va disgiunta dal buono ingegno.
Elvira—Se non avessi sentito parlare tante volte di lei come di compitissimo cavaliere, direi che la si fa giuoco di me. Ad ogni modo non tengo le sue parole se non per un complimento non meritato.
Rodolfo—Anzi meritatissimo. (E parlando nell'orecchio alla sorella) Da questa maestrotta ci piglierei due lezioncine anch'io.
Giulia—(Sottovoce) Andiamo, vecchio matto! Tu hai moglie e figliuoli... (E volgendosi all'Elvira) Dunque, signora Elvira, qual mia buona ventura l'ha mossa a venir qui da me?
Elvira—Vorrei pregarla d'un favore...
Rodolfo—Parli pure liberamente. Io ho veduto là un certo libro che mi divertirò a dargli un'occhiata. (Si alza, piglia il libro e si adagia su una poltrona al lato opposto).
Elvira—Senta, signora Giulia, si dice qui per il paese, che or ora arriva l'Ispettore, e che starà qui da lei. È tanto che feci quella súpplica, e non ho avuto risposta. Vorrei che, parlando col signor Ispettore, la dicesse per me due parolíne dolci. Che vuole? Mi parrebbe ora di migliorare un po' condizione, molto più che il Direttore mi ha formalmente chiesta per moglie.
Giulia—Volentierissimo... anche quattro delle parolíne. E poi c'è là mio fratello che è amico dell'Ispettore...
Fabrizio—(al Direttore) Senta, si deve fare una cosa solenne. Coll'Ispettore verrò io, verrà mio cognato, mia moglie: e anche inviteremo qualchedun'altro. Poi, per mezzo di mio cognato, ne parleranno i giornali... ci dobbiamo fare onore.
Direttore—Io farò quel che posso, acciocchè faccia buona figura lei, la faccia io, e tutta la città.
Rodolfo—(Fa una risata) Oh matto da legare!
Fabrizio—Matto da legare? Con chi l'hai, Rodolfo?
Rodolfo—Con quel capo ameno dell'autore di questo libro. Guarda...
Giulia—Sta... Ecco una carrozza. Si è fermata qui. È lui. (Tutti si alzano).
Rodolfo—Senti, Giulia: io per ora non vo' farmi vedere... potrei dargli soggezione, e tarpargli le ali a' suoi voli anacreòntici. Intanto insegnerò la lezione alla Laura.
Giulia—Badiamo un po' con queste lezioni...
Rodolfo—Eh! non dubitare. (Parte)
Scena Tredicesima.
Il Servitore, Leone e detti.
Servitore—Il Signor Cavaliere, professore, ispettore. (Fabrizio gli va incontro; entra l'ispettore e tutti gli fanno riverenza).
Fabrizio—Ben arrivato, signor Cavaliere. Le presento mia moglie (si dànno la mano), e le presento il direttore del nostro ginnasio, venuto qui per farle omaggio prima d'ogni altro. (Leone lo guarda con sussiego, e il direttore fa profonda riverenza). Questa poi è la signora Elvira, maestra egregia del nostro comune, che, essendo qui da noi, si è mostrata desiderosa di esserle presentata e raccomandata. (Leone le fa l'occhio pio e le dà la mano).
Leone—Signor Sindaco, il suo cortese invito mi riesce gradito a doppio, quando mi trovo in mezzo a sì gentili persone. (Guardando le donne) E ciò mi fa parer leggiere le gravi cure del mio ministero, e delle lettere. Sua Maestà il Re mi ha voluto onorare della sua fiducia, nè io poteva mostrarmi restío; ma quanto volentieri sarei rimasto nella quiete de' miei cari studj, che, se mi hanno dato delle amarezze per i morsi dell'invidia, queste mi sono state compensate da ampie lodi de' buoni, e da onorificenze.
Giulia—Ed onorificenze ben meritate, come tutti dicono.
Leone—Così fosse vero, come mi è caro il sentirmelo dire da labbra sì gentili. Che vuole? Io dirò che le mie povere cose sono state fortunate. Ella forse avrà veduto de' giornali che parlano di me, e perfino mi hanno voluto mettere tra gli uomini illustri...
Fabrizio—Per bacco! ma la mia casa si tiene onorata davvero di accogliere un personaggio sì segnalato.
Direttore—(tra sè) Ho bell'e capito: è un imbecille.
Giulia—Ma lei, signor Cavaliere, avrà bisogno di qualche cosa; non faccia complimenti.
Leone—Niente, niente affatto: il viaggio non è stato lungo: avevo un compartimento da me solo. Accetterò una limonata.
Giulia—Gliela faccio preparar súbito. Intanto la può andare nella sua camera a posar la valigia, e a cambiarsi, se vuole. (Suona il campanello, ed entra la cameriera).
Leone—(vedendo la cameriera, dice fra sè): Ma io son capitato nel paradiso di Maometto! Bocca mia che vuo' tu? Bel pezzo di ragazza!...
Giulia—(alla Cameriera) Laura, insegna al signor Cavaliere la sua camera: pòrtagli di là la valigia, e poi fa' preparar súbito una limonata. (A Leone) Vada pure, signor Cavaliere; l'aspettiamo.
Leone—Con permesso (fa riverenza e parte).
Scena Quattordicesima.
Detti.
(Partito Leone, tutti, fuor che il Sindaco, dànno in uno scròscio di risa.)
Giulia—Oh che figura ridícola!
Elvira—Ma che cos'è? È prete?
Direttore—Io credo di no. Ma certo, dev'essere un gran buffone.
Fabrizio—Eh! andiamo, signori! E anche tu, Giulia, non precipitiamo tanto co' giudizj.
Giulia—Senti, potrò sbagliare, ma è difficile, veh!
Scena Quindicesima.
Rodolfo e detti.
Rodolfo—(entra ridendo, e dice sottovoce alla Giulia) Ohe, l'amico ha bell'e incominciato a armeggiar con la Laura.
Giulia—Tu non canzoni?
Fabrizio—Che hai, che ridi così di genio?
Rodolfo—Eh nulla; raccontavo una cosa alla Giulia... Ma zitti... èccolo... vediamo che effetto gli fa il vedermi qui.
Scena Sedicesima.
Detti, poi Leone.
Leone—(entra rosso come un gámbero). Ecco fatto. Ora profitterò della cortese offerta... (Vede Rodolfo, e resta interdetto; poi dice tra sè) Come mai quel cosaccio di Rodolfo si trova qui? (Rodolfo si accorge del suo turbamento, e fa bocca da ridere, accennando alla Giulia).
Giulia.—Signor Cavaliere, le presento il Commendatore Rodolfo mio fratello.
Leone—(Impicciato) Oh guarda, il Signor Rodolfo! come? suo fratello?...
Rodolfo—(senza stringergli la mano). Eh, noi ci conosciamo da un pezzo, eh, sor Leone? Scusi, volevo dire signor Cavaliere... Si rammenta quando veniva a pranzo alla villa Lorenzi?
Leone—Ah, già, si stava allegri: ed ella sempre galante, sempre l'idolo di tutte le più nobili conversazioni... ma ora è tanto...
Direttore—(All'Elvira) I pranzi? gli è anche uno scroccone!
Rodolfo—Eh! ma anche Lei era il cucco di tutte le veglie... e poi, letterato com'è!... Mi ricordo sempre di quelle belle poesíe a Leopoldo II, e all'imperiale e real famiglia.
Leone—(Maladetta la tu' lingua)... Eh, cose vecchie! dovute fare per celare il lavoro segreto che facevamo per la povera Italia.
Rodolfo—Ah già, il lavoro segreto per la povera Italia... ci s'intende!...
Laura—(Entra con la limonata e con un vassojo di paste.)
Fabrizio—Ecco, signor Cavaliere, voglio servirla io. Laura, posa il vassojo su cotesta tavola.
Laura—(Eseguisce, e poi va dalla padrona e le dice sottovoce) Ma lo sa, signora, che quel sor cavaliere ha cominciato a fare il grazioso con me... Avesse sentito!... mi ha detto che io sono Laura, e lui vuole essere il mio... il mio...
Giulia—Petrarca.
Laura—Già, Petrarca... O che vuol dire?
Giulia—Vuol dire il tuo amante.
Laura—Creda, signora, sono stata lì lì per dargli le mani nel muso.
Giulia—Eh! diavolo!...
Laura—Ma se è vero!... Eppoi, bel cosíno!
Leone—Squisitissima limonata! e queste paste sono una vera delizia. Dunque (vòlto al Sindaco) domani comincieremo la visita delle scuole, e spero di trovarle tali da fare onore a lei, signor Sindaco, e qui al signor Direttore. Ed a maestri come si sta?
Direttore—Bene, bene davvero, signor Cavaliere. E se le piacerà di tastarne qualcheduno, la si accerterà di quel che le dico.
Rodolfo—(tra sè) Potrebbe essere che la mula si rivoltasse al medico, e i maestri tastassero lui.
Elvira—(alla Giulia) Signora Giulia, cerchi di trovar modo a quel che le dicevo. Guardi, appunto viene verso di noi. (Leone si accosta).
Leone—So che la signora è donna molto istruita, e che favorisce molto le cose dell'istruzione. Ed io gliene faccio i miei complimenti. «Donne... Da voi gran cose la patria aspetta.»
Rodolfo—(da sè) Eccolo intorno alle donne!
Giulia—Oh! signor Cavaliere, io non la pretendo a donna letterata; desidero che il popolo si istruisca; amo i buoni maestri e le buone maestre come la nostra signora Elvira, che io anzi ardisco raccomandarle carissimamente, perchè lo merita.
Elvira—Tutta bontà della signora Giulia.
Leone—Eccomi qua. Che cosa posso fare per contentare la signora Giulia così compíta, e una signorína tanto amabile?
Elvira—Son vedova, Sig. Cavaliere.
Leone—La sua venustà, la sua giovinezza, la sua freschezza, mi dicevano ch'ella fosse fanciulla. (Da sè) Vedova? Boccon da ghiotti... E lo ha detto in certo modo... (La guarda lascivamente) Quando vengo alla visita della sua scuola, che farò la prima, mi esporrà il suo desiderio, ed io farò tutto per lei.
Rodolfo—Ma ecco, amici carissimi, non si potrebbe andare un poco giù nel giardino, chè sotto quel pergolato c'è un frescolíno di paradiso, e far lì l'ora del desinare?
Fabrizio—Bravo Rodolfo! benissimo pensato. Andiamo. Ella, signor Direttore, rimarrà qui da noi.
Direttore—Con tutto il piacere.
Fabrizio—Ed anche la signora Elvira.
Elvira—Mi duole di non poter accettare un onore così segnalato...
Giulia—Senza complimenti: ma se poi non può veramente, faccia pure il piacer suo.
Elvira—Proprio non posso: grazie.
Leone—Io, se non fosse troppo scomodo, domanderei da scrivere. Bisogna che scriva al Ministro per cosa di somma premura, che dimenticai ieri sera.
Rodolfo—(da sè) Scrivere al Ministro... lui!... che pagliaccio!...
Fabrizio—La guardi: (mostrandogli il tavolino) lì v'è tutto. Ella è padrone di casa. Noi scendiamo giù: la faccia tutto il suo comodo, e poi ci onori, se le piace, della sua compagnía.
Leone—Ho capito; mille grazie. (Partono salutando e salutati).
Scena Diciassettesima.
Leone solo.
Leone—Ci mancava quello scorbellato di Rodolfo! Ero capitato proprio nella più invidiabile pasciona per tutti i versi. Eh! quella vedovella è proprio un bocconcíno (gua' lo dicono...) un bocconcíno da preti. Anche la sindachessa è una gran donna simpatica, e da far carte false per lei!... Ma la moglie del sindaco... io, suo ospite... Chi però m'ha ferito la fantasia, è quel demonietto della cameriera. Eh! s'i' la potessi avere a quattr'occhi!... Eppure qui la ci dovrebbe capitare per ripigliare il vassojo. Ho trovato una scusa da rimaner qui, appunto sperando che nasca qualche cosa. Ma io ho detto di scrivere al Ministro... E se mi stanno dattorno perchè io dia la lettera da buttare in buca? Basta, qualche scusa troverò. (Siede al tavolino)
Scena Diciottesima.
Laura e detto.
Laura—(Vedendo Leone) Oh!
Leone—Chi è? Oh Laurína bella! (si alza)
Laura—Scusi, signor Cavaliere, credevo...
Leone—Scusi? Ma questa è la più gran fortuna ch'io potessi avere: questo era il mio più vivo desiderio. Te l'ho già detto, Laurína mia, che son rimasto incantato dalla tua bellezza; che per te mi sento strugger d'amore...
Laura—La piglia fuoco presto, sa ella, signor Cavaliere? Andiamo! si campa anche canzonate, sa. Un signore come lei; un cavaliere, confondersi con una povera cameriera!
Leone—«Ogni disuguaglianza amore agguaglia,» dice un poeta: e Dante scrisse:«Amore a cor gentil ratto s'apprende.» (S'infiamma) Credi, Laura, che muojo per te.
Laura—La non mi faccia spavento, per carità. Muojo per te! Tutti dicon lo stesso; ma io non son mica una grulla, sa, da credere a tutte le dichiarazioni degli uomini. Anch'io naturalmente desidero, come tutte le ragazze, di prender marito: ma però, non creda ch'io sia di quelle che amano di far la civetta.
Leone—(Sempre più acceso) Tu sei la più cara, la più amabile, la più buona ragazza ch'io abbia mai veduto. (Va per abbracciarla.)
Laura—Le mani, signor Cavaliere carissimo, la l'ha a tenere a sè. Se io fossi una sua pari, non le nego che ascolterei volentieri le sue parole, perchè, sebbene ella abbia qualche annetto più di me, pure, guardi, la mi sarebbe simpatico. Eppoi, un uomo come lei... un cavaliere... un letterato tanto famoso! Anch'io, sa, mi diletto di leggere i libri belli... (Da sè) Proviamo: delle volte questi vecchietti!...
Leone—Ma che sua pari e non sua pari? io ti adoro; e a posseder te, mi parrebbe di possedere un regno. Eccomi qui, sono tutto, tutto tuo.
Laura—Tutto, tutto tuo... e dàgli! Ma a che titolo?
Leone—Al titolo che tu vuoi. Laura mia dolce; ma levami da queste pene: non ne posso più. (L'abbraccia, e intanto si affaccia Rodolfo, che, vedendo la scena, rientra dentro e fa capolíno)
Laura—Le ripeto che tenga le mani a sè, o ci avrà poco gusto.
Leone—(È la prima cameriera che fa così la casta Susanna). Che vuoi? Brucio, ardo: proprio non ne posso più!
Laura—La chiami i pompieri; che vuol che gli dica? Ha delle buone intenzioni? Ne parli con la signora; ed io le confesso, che lo sposerò volentieri, perchè m'è simpatico. Se no, la giri di bordo.
Leone—(Sarà quel che sarà, ma questo bocconcíno non me lo lascio sfuggire). Sì, Laura mia, ho intenzioni ottime: oramai sento che senza te non potrei più vivere. Tu mi hai ammaliato. Parlerò alla signora, farò quel che vuoi. Ma prima ho bisogno d'avere un colloquio teco. Senti, mi devi concedere che stasera, quando tutti dormono, io venga da te.
Laura—Credo che la sia matto... (Rodolfo fa un po' di rumore per farsi sentire)
Leone—Ecco gente. (Si ricompone) Dunque addio a stasera.
Scena Diciannovesima.
Rodolfo e detti.
Rodolfo—Ma, caro cavaliere, questa lettera al Ministro è molto lunga: giù tutti v'aspettano.
Leone—(confuso) Che volete? avevo lasciato de' fogli... ho dovuto pensare...
Rodolfo—Andiamo, andiamo, per oggi non pensate più agli affari. Venite giù nel giardino, dove abbiamo intavolato una graziosa chiassata. (Leone e Rodolfo partono insieme)
Scena Ventesima.
Laura sola.
Laura—Non so se gli do una lezione da ricordarsene per un pezzo, o se reggo la burletta, e guardo di accalappiarlo. Delle volte.... Ne parlerò con il signor Rodolfo.
FINE DELL'ATTO PRIMO.
ATTO SECONDO
Scena Prima
(Siamo in una scuola. I giovani seduti alle loro panche; il Direttore del Ginnasio, che è pur maestro, passeggia e provvede al buon ordine.)
Direttore—Signori, stieno un po' quieti: pensino che or ora sarà qui il signor Ispettore; e che in questa scuola si farà un formale esperimento de' loro studj.
Giovane 1.º—Ma è vero, signor Direttore, che l'Ispettore è tanto ridícolo?
Direttore—Si cheti, e parli con rispetto de' superiori. Sarebbe tempo che da ora in là mettesse un po' di giudizio, e stesse un po' più sull'uomo.
Giovane 1.º—Che vuole? L'ho sentito dire...
(Entra il Custode, e consegna una lettera al Direttore, il quale legge sottovoce. I giovani in questo tempo schiasseranno tra loro.)
Direttore—Una lettera dell'Elvira? Sentiamo: «Mio caro, ti scrivo dalla mia scuola con lo sdegno nel cuore. Quel signore Ispettore, al quale ho parlato della mia súpplica al Ministro, mi ha promesso d'ajutarmi, facendo proposizioni ingiuriose al mio onore: io ho risposto come donna prudente ed onesta doveva fare; ora temo che voglia farmi del male presso i superiori. Ti avverto per tua regola. Elvira.» Ah! vile farfanícchio! vieni qui, e te lo farò vedere io come si scorbácchiano i tuoi pari. Proprio bellíno da fare il grazioso con le donne!
Giovane 2.º—Signor Direttore, ma che starà un pezzo questo signor cavaliere?
Direttore—(Pensoso e inquieto) Tra poco sarà qui.
Giovane 3º.—Ma su che c'interrogherà?
Direttore—Non dúbitino, ci penserò io. La mia scuola si deve fare onore... Anzi dobbiamo provare, se ci riesce, di mettere su disputa con questo ispettore, e fargli vedere che i giovani di Chiusi non sono talpe. Lei (accennando a uno de' tre giovani) è il più vispo della scuola, ed è uno de' più studiosi: se la sente di mettere alla prova questo signore? È un uomo come gli altri, sa!
Giovane 1º.—Lo vede, se dicevo bene?
Direttore—No signore. Lei scherniva; e i superiori non si scherniscono. Io faccio cosa lécita, perchè mi studio di far fare buona figura alla nostra scuola; e perchè, in fin de' conti, non è male che qualcuno di questi signori, i quali vengono ne' luoghi piccoli col pensiero di soverchiarci, sieno, potendo, sopraffatti. Bene: che si sente in grado lei di stare un poco a tu per tu?...
Giovane 1.º—Altro!
Giovane 2.º—Anch'io, purchè sia una cosa che so bene.
Giovane 3.º—Anch'io.
Direttore—Coraggio dunque. Lei (al giovane 1.º) è molto pratico di Dante: farò in modo che lo intèrroghi su Dante.
Giovane 1.º—Sì, sì.
Direttore—(Al giovane 2.º) E lei sa bene la storia della letteratura. E lei (al giovane 3.º) è bravo nel latino.
Scena Seconda.
Il Custode, poi l'Ispettore, il Sindaco, Rodolfo, Giulia, ed altri.
Custode—Il signor Ispettore, col signor Sindaco, e altri signori.
(Il Direttore va verso la porta, ed entrano tutti: saluti e strette di mano scambievoli.)
Ispettore—Ella, signor Direttore, ci ha lasciati...
Direttore—Perdoni, signor Cavaliere: essendo anche maestro di quarta ginnasiale, nel tempo che Ella andava alla scuola femminile, ho creduto meglio di venir qui alla scuola mia, per isporre questi giovani a riceverla degnamente.
Ispettore—Ha fatto bene. E, mi dica un po'; studiano questi giovani?
Direttore—Per quel che fa la piazza, ci possono stare.
Ispettore—E il nostro gran padre Alighieri lo fa studiar loro? e la lingua latina va bene? e la lingua nostra si trascura anche qui come in altre scuole?
Direttore—(da sè) Guarda che mútria! Or ora lo sentirai!—Spero che sarà contento. Ma si accòmodino; ed ella faccia l'esperimento che più le piace.
Leone—Intèrroghi prima i giovani suoi sopra la letteratura e la lingua latina.
Direttore—Oh! signor Cavaliere, dove c'è il sole ogni altra stella sparisce. Intèrroghi Ella sopra quel che le piace: e questi giovani si troveranno onorati, e ricorderanno con orgoglio di essere stati interrogati da sì degno personaggio.
Leone—Ma desidero però che intèrroghi anche lei. (Piano al Sindaco) Facendolo interrogare, gli faccio, senza parere, l'esame anche a lui.
Direttore—Faremo a vicenda, se così le piace.
Leone—Cominci lei. Rodolfo—(da sè) Ho bell'e capito, l'amico non vuole impicciarsi; ma ce lo tirerò io.
Direttore—(volto al giovane 1.º) Dica lei: quali sono i più grandi scrittori del secolo d'Augusto?
Giovane 1.º—Virgilio, Orazio, Sallustio e Tito Livio sono i principali.
Leone—Ma, tra' principali, doveva metterci anche Lucrezio, Tacito e Plauto. (I giovani sghignazzano)
Direttore—Mi perdoni, signor Cavaliere: parmi che Lucrezio e Plauto fossero assai prima di Augusto; e che Tacito fosse molto dopo.
Leone—Sì sì; ma i buoni critici gli mettono tra gli scrittori Augustali.
Direttore—Mi perdoni; la nuova critica non è arrivata fin qua a Chiusi.
Rodolfo—(Oh, pezzo d'ásino d'un Ispettore!) (e volto alla Giulia) Il principio non è brutto: l'avrebb'a ire a finir bene!
Giulia—L'ho detto che non avevo sbagliato a crederlo un ignorante.
Direttore—Contínui, signor Ispettore. Ubi major, minor cessat.
Leone—(Ammansito) Grazie. (E volto al giovane 2.º) E la lingua latina come si spense?
Giovane 2.º—Per le irruzioni de' barbari...
Leone—Sì, ma come? con che ordine?
Rodolfo—(Dio che roba!)
Giovane 2.º—Non lo so...
Leone—Non lo sa? Signor Direttore, queste sono cose elementari...
Direttore—(Ah, sfacciato!) Che vuole? il giovane è un poco sopraffatto... Lo metta ella in via, e vedrà che lo sa.
Leone—Dunque (volto al giovane), venuti i barbari in Italia sotto i Longobardi, (i ragazzi ridono) che fecero?
Leone—Bene; i Longobardi che fecero?
Giovane—Nulla.
Leone—Nulla? Signor direttore... sono molto addietro questi suoi scolari!
Direttore—(Bada, che mi scappa la pazienza! Ma freniámoci.) Scusi, secondo la Critica vecchia, i Longobardi non furono i primi barbari che venissero in Italia; chè molti e molti anni innanzi...
Leone—Già, già, lo so. Ma i critici sogliono ora cominciar da' Longobardi, perchè essi esercitarono sulla povera Italia la maggiore influenza.
Rodolfo—(Dio mio ajutáteci!)
Direttore—Eh, scusi, ma i Goti...
Leone—I Goti, già, vennero dopo i Longobardi.
Sindaco—(Per bacco, questa l'è grossa davvero!)
Direttore—Ci pensi meglio, signor Cavaliere.
Fabrizio—(vedendo l'impiccio) Signor Ispettore, ella che ama tanto la Divina Commedia e Dante, ed è sì valente Dantista, intèrroghi piuttosto sopra il gran Ghibellino, che intenderemo qualcosa tutti.
Leone—Volentieri. Dica (volto al giovane 3.º) com'era Dante in politica?
Giovane 3.º—Prima fu guelfo, e combattè co' Guelfi a Caprona e a Campaldino; poi mutò parte...
Leone—Coloro che insegnano tali cose non sono capaci di comprendere l'alto concetto dantesco. Dante fu italiano, e non altro: ed egli fu l'iniziatore primo della unità italiana sotto un solo Re.
Rodolfo—(da sè) L'iniziatore primo? Sfido io! se è iniziatore non può essere altro che primo.
Direttore—(È meglio ch'i' la pigli in celia: se no va a finir male.) Mi perdoni, signor Cavaliere, ma il Trattato della monarchía, dove Dante espone il suo pensiero politico, lo ha letto? Che ci ha trovato codesto concetto, ed anche il solo Re?
Leone—Che domande son codeste? L'ho letto e studiato; e anche ne ho fatto lo spoglio, essendo esso uno de' primi testi di lingua citati dalla Crusca.
Direttore—Badi, è scritto in latino!... Ma lasciamo andar ciò. Sappia dunque che, e nella Monarchía, e nella Commedia, Dante vagheggiava la monarchía universale sopra tutto il mondo civile: l'imperatore doveva aver l'alto dominio sopra ogni paese, di qualunque forma di governo: il Papa doveva avere il dominio delle coscienze. L'Italia, che Dante chiama il giardino dell'Impero, non era, come vede, per esso, se non una parte di tal monarchía: l'Imperatore doveva, come altrove, imperarvi, non reggervi: si ricordi che anche di Dio disse: In tutte parti impera e quivi regge; e potevano, anzi dovevano, tutte le terre d'Italia rimanere con la loro autonomía, repubbliche le repubbliche, principati i principati...
Leone—Codesta, signor Direttore, è critica codína... Non lo sentì anche il Padre Giuliani, là nel 1865?
Direttore—Io do retta a Dante, e non al Padre Giuliani...
Sindaco—Mi pare, signori carissimi, che questo non sia tempo da díspute. Contínui la sua interrogazione.
Rodolfo—Cavaliere, faccia spiegare qualche luogo fra i più belli della Divina Commedia.
Leone—(che mal può celare la stizza, e la confusione) Volentieri, Signor Direttore, (al Direttore con atto imperioso) faccia leggere al giovane, che ella crede più adatto, quel luogo sublime dove Dante incontra la sua Beatrice, il quale comincia:
«A noi venía la creatura bella
«Bianco vestita, e nella faccia quale
«Par tremolando mattutina stella.»
Direttore—(ridendo sotto i baffi, e volgendosi al giovane 2º) Su, dica lei, per ubbidire al signor Ispettore.
Giovane 2.º—«A noi venía la creatura...» (si mette a ridere)
Leone—Che mancanza di rispetto è questa? di che ride?
Giovane 2º—«La creatura bella, bianco vestita...»
Leone—Bene: che c'è da ridere?
Giovane 2.º—La non è Beatrice.
Leone—Come non è Beatrice?!
Direttore—Signor Cavaliere, forse ora ella è distratto: ci pensi meglio, e indichi esattamente il luogo che desidera di udire spiegato. Che vuole? son giovani, e bisogna preparar loro il terreno...
Sindaco—(alla moglie) Mi pare che il Direttore tiri a voler metter fuori di scherma il Cavaliere; il quale, par proprio che...
Giulia—(interrompendolo) Che sia quale lo giudicai io, eh? Non dubitare, no. Sentiamo come n'esce.
Leone—Dunque Beatrice, la donna di Dante, quella che lo accompagna per il Purgatorio e per il Paradiso... (i giovani sghignazzano) Dante se la vede venire incontro tutta vestita di bianco...
Una voce—No, di rosso.
Leone—(stizzito) Insolenti! Facciano silenzio. Dunque, come diceva, Dante in que' sublimi versi... perchè Virgilio nel Purgatorio non ci poteva andare...
La voce—Vi andò.
Leone—Signor Direttore, queste sue scuole sono molto mal disciplinate.
Direttore—Mi pare di non meritar sì fatto rimprovero. Dall'altra parte son giovani, e sono compatíbili, se desiderano di far vedere che ne sanno più di coloro...
Sindaco—(interrompendo) Signor Direttore, la prego di far tacere i suoi giovani.
Direttore—Silenzio! Signor Cavaliere, i giovani sono quieti; e l'interrogato da lei, aspetta di udire le sue ammonizioni.
Leone—(al giovane) Sì, ripeto, il Purgatorio è la più bella parte del sacro poema: Virgilio vi andò sino ad un terzo di viaggio; Beatrice lo rimpiazzò; Dante la vide, e la descrive con que' versi.
Giovane—Mi perdoni, signor Ispettore: Virgilio accompagnò Dante per tutto il Purgatorio: que' versi, da lei per isvista citati, descrivono un angelo; e Beatrice è descritta così dal poeta, là nel canto XXVII del Purgatorio quando apparisce a Dante:
Sotto candido vel, cinta d'oliva,
Donna m'apparve...
Vestita di color di fiamma viva[60].
Leone—Lo sapevo da me; e mi maraviglio che ella si metta a far il maestro a un suo superiore.
Giovane—Ma a me mi par che non lo sapesse...
Leone—Insolente! (i ragazzi ridono) Signor Direttore, (monta su tutte le furie) ella solo è responsabile dell'insulto che ricevo nella sua scuola. Il Ministro mi sentirà... E lei, signor Sindaco, farà chiudere la scuola. I giovani possono andare.
Direttore—Signori, vadano pure... (i giovani escono ridendo: il Sindaco, Rodolfo e la Giulia, si alzano)
Leone—E lei, signor Direttore, me ne renderà conto. Nella persona mia è offesa la maestà reale.
Direttore—(acceso di sdegno) Sì, mi par di sentire quella maschera d'un teatro toscano, che, essendo col suo lucernone in capo, pretendeva di tenere a freno certi suoi schernitori, dicendo che egli rappresentava S. A. il Granduca. O senta dunque che cosa le ho da dire; e questi signori mi scuseranno: e se lei, sor Ispettore, ricorrerà al Ministro, io saprò che cosa rispondere; e si vedrà chi ne va a capo rotto. Io mi maraviglio bene di un governo, che, a sindacare, e sopravvegliare le scuole, dèputa farfanícchi suoi pari, che appena sarebbero buoni a far il maestro di prima elementare; e dà persino ad essi delle onorificenze; e che non hanno altro pregio, se non quello della ciarlatanería e della più abietta servilità, di mutar casacca a ogni momento, di incensare tutti gl'idoli nuovi, e prostrarsi a tutti i nuovi padroni; di strisciare i ricchi e i potenti; di farsi largo a forza di male arti, e di viltà e umiliazioni di ogni genere: e che, mentre dovrebbero contentarsi di star ne' loro cenci, e godersi gli onori non meritati, osano di impanciarsi a parlare di cose che non sanno; e abusano vilmente il loro ministero...
Fabrizio—Signor Direttore, pensi a quello che dice: si calmi. Il suo procedere non è degno di lei.
Rodolfo—(alla Giulia) Lo sapevo che sarebbe ita a finir male. Proprio me la godo!
Giulia—Ma il Direttore esce troppo fuor del mánico.
Leone—(in tutto il discorso farà i più strani atti di sdegno) Vedremo! A me tali insulti? loro signori, sono testimoni... A un mio pari!
Giulia—Si calmi, signor Cavaliere. Il Direttore è sopraffatto da qualche cosa. Ma si accorgerà egli stesso del suo errore...
Direttore—(al Sindaco, dandogli la lettera dell'Elvira) Guardi, se ho ragione di parlar così. Affido questa lettera alla sua lealtà. (Il Sindaco leggendo fa atti di stupore.)
Leone—Non ammetto scuse. Prima al Ministro: poi al Tribunale (come invasato).
Direttore—Vedremo quel che la ci guadagnerà. Signor Sindaco, mi permetta di uscir di qui, perchè non voglio pormi nel caso di perdere la pazienza davvero.
Fabrizio—Si serva. (Il Direttore parte. Il Sindaco volto a Leone, che fa atti di scusa) Signor Cavaliere, mi duole proprio amaramente...
Leone—Ma spero che anche lei, signor Sindaco, mi farà dare solenne riparazione. Che si canzona! Un'autorità costituita... nell'esercizio delle sue funzioni!
Giulia—Signor Cavaliere, anch'io sono dolente di questo scandalo; ma sono le solite bizze de' letterati. Faccia una cosa, ci rida su, e stia allegro. Il Direttore le chiederà scusa... (Nel tempo che parla la Giulia, il Sindaco e Rodolfo confabulano; e il Sindaco fa vedere al cognato la lettera della Elvira.)
Leone—Mi perdoni, signora Giulia, ma voglio vederne la fine... bisogna dare un esempio...
Rodolfo—(Chiama da parte Leone, e gli dice:) Leone, credo che sarà meglio per voi il lasciar correre. Alla fin de' conti il torto è vostro... Si riderà su per i giornali della vostra ignoranza: la maestrína, alla quale avete promesso favore sotto condizione, ne scrisse súbito al Direttore, il quale vi ha fatto quella celia, mosso da giusto sdegno, e da gelosía: io sono stato testimonio di tutto: sono amico del Ministro... e in coscienza dovrò dirgli la cosa come sta, per non veder fatta un'ingiustizia.
Leone—(a queste parole allibisce) La maestra non è vero...
Rodolfo—Ci conosciamo da trent'anni...
Custode—Signori, ci sono le carrozze.
Giulia—Andiamo, andiamo, signor Cavaliere; non ci pensi più. Seppelliamo ogni cura e ogni rancore in un bicchiere di Sciampagna: il pranzo ci aspetta. (Giulia dà il braccio a Leone, ed escono).
Fabrizio—Oh che scene!
Rodolfo—Ma come si è ammansito súbito, eh? Lesto, lesto: raggiúngili: io verrò a piedi. Bisogna che parli prima col Direttore. (Fabrizio parte; e Rodolfo chiama) Giovanotto.
Custode—Comandi, signore.
Rodolfo—Senti un po' se il signor Direttore può favorir qui da me.
Custode—Súbito.
Scena Terza
Rodolfo solo.
Qui bisogna vedere che questo scandalo non si faccia più grave; che non vorrei tornasse a danno anche di questo buon Direttore, e della signora Elvira. Benchè...
Scena Quarta.
Direttore e detto.
Direttore—(interrompendolo) Che mi comanda il signor Commendatore?
Rodolfo—Comandare, nulla. Solo volevo, ora che sono andati via tutti, studiar con lei il modo di riparare a questo guajo; e vedere se la cosa può andare a buon fine per tutti.
Direttore—Ella ha veduto quella lettera alla mia Elvira. Le pare una bella prodezza? le pare ingiusto il mio sdegno?
Rodolfo—No, ingiusto non è: ma però egli è sempre Ispettore, e lei ha passato il segno... e poi nel tempo della Ispezione! in presenza degli scolari... Se non una pena, una mortificazione non può mancarle.
Direttore—C'è tanti giornali!...
Rodolfo—No, no: la senta. Io ho de' conti vecchj con quel sor Leone: mi ha sempre sdegnato il suo strisciar con tutti: la sua insaziabile smania di parer da qualcosa, senza esser nulla: il suo continuo braccar lodi da' giornalisti: il voltar casacca da un momento all'altro: la sua stomachevole piacentería con tutti coloro da cui crede poter trarre qualche frutto; e mi ha pure stomacato e mi stòmaca quel suo esser così donnajuolo, benchè a quel mo' ridícolo, e ora vecchio; e però, io come io, ho avuto molto caro che la gli dia questa lezione. Ma le ripeto, a come stanno le cose ora, se egli potrebbe aver de' rimproveri, o forse esser anche destituito, anche lei non anderebbe esente da rimproveri, che potrebbero esser cagione di frastornare il suo matrimonio, e il miglioramento di sorte della sua Elvira.
Direttore—Ma dunque?
Rodolfo—La senta: bisogna fare in modo che l'amico ne faccia una delle più grosse: e la farà di certo, se noi sappiamo dissimulare, ed assicurarlo da ogni amarezza. Egli ci cascherà: so quel che dico; e lo conosco troppo bene. Allora l'uomo è nostro: penserò io a impaurirlo; e gli faremo fare tutto quello che ci parrà e piacerà. Ma bisogna che la dia retta a me.
Direttore—Sentiamo!
Rodolfo—Ella è invitata a pranzo dal Sindaco. Venga; e mostrandosi dolente del fatto accaduto, preghi l'Ispettore a dimenticarlo.
Direttore—Eh!
Rodolfo—Aspetti... Egli, tanto, è un buacciuòlo; e tutti sanno che la cosa si fa per celia. Lo lodi: lo imburri; si raccomandi anche...
Direttore—Ma senta, signor Commendatore...
Rodolfo—Si tratta di far la burletta; e da questa può nascerne il bene di lei e della sua Elvira. Mi dia retta: rideremo; ed Ella e la sua Elvira saranno contenti. Se mi riesce, non solo il caro Leone non si risentirà del torto che ella gli ha fatto; ma e della scuola e di lei scriverà al Ministro ogni bene; e ajuterà efficacemente il buon èsito della súpplica della signora Elvira, la quale farò in modo che venga a finir la serata da mia sorella; e potrà giovarci anche lei maravigliosamente. Ma perchè il topo resti in tráppola, bisogna che sia tranquillo d'animo. A tavola glielo metterò accanto: lo tratti onorevolmente, e gli mesca da bere...
Direttore—Mi fido di lei; e l'ubbidirò.
Rodolfo—Io scappo, per non dar sospetto. A rivederci a or ora.
Direttore—A rivederla. (Rodolfo parte) Vediamo come va a finire. Sicuro, i' mi sono un poco lasciato andare... Ma dall'altra parte un farfanícchio a quel modo... Andiamo a vestirci per il pranzo.
Scena Quinta.
Elvira e detto.
Elvira—Mi è stato detto che eri qui; e qui son venuta per saper un poco com'è andata la faccenda...
Direttore—Ora non posso distendermi troppo a raccontarti ogni cosa per filo e per segno; ma sta certa che l'ho servito di coppa e di coltello. L'ho solennemente scorbacchiato in presenza di tutti.
Elvira—Dio mio! ma questa cosa ti potrebbe far danno, e frastornare le nostre nozze.
Direttore—Veramente un po' troppo uscito dal mánico, sono; e me l'ha detto anche il Commendatore: però mi ha consigliato come mi debbo regolare; e spero che la cosa anderà a finir bene anche per noi. Il Commendatore ha immaginato non so che burletta; e mi ha accertato che, se noi lo secondiamo, ce ne troveremo contenti. Anzi ti avverto che la signora Giulia ti inviterà stasera al thè: sta preparata; e seconda anche tu il nostro disegno, che il Commendatore si dà molta cura anche per noi, e ama di veder concluso il nostro matrimonio.
Elvira—Tanto meglio. Dunque va pure a prepararti per il pranzo; ed io verrò a casa della signora Giulia volentierissimo. Addio.
Direttore—(le stringe la mano) Addio. (L'Elvira esce; il Direttore scrive alcuni appunti; e poi dice) Ecco fatto! O andiamo. (Esce e cala il sipario)
FINE DELL'ATTO SECONDO.
ATTO TERZO
Scena Prima.
La stanza del Sindaco come nell'atto I.
Fabrizio—(seduto al tavolino) O questa proprio me la sono goduta! Non c'è che dire: le donne hanno gli occhj più lunghi di noi! Questo sor Ispettore, disse la Giulia appena letta la lettera, debb'essere un ignorante e uno scroccone; e non è scattato un pelo: proprio tale in carne e in ossa. Che bocconi! come tracannava! (Firma alcune lettere) Ora bisognerà tornar di là, a veder come finisce la scena. Che grullo! E come ci ha creduto súbito alle scuse del Direttore! e come ha preso per contanti gli encomj che gli si facevano...
Scena Seconda.
Giulia e detto. Giulia—Fabrizio, cerca di sbrigarti. Abbiam finito di prendere il caffè, e vogliamo passare in sala.
Fabrizio—O che non potete andare senza di me? Io ho qualche cosuccia da fare.—Ehi, dimmi un po': séguita a andar bene tra l'Ispettore e il Direttore?
Giulia—Pajono amiconi da cent'anni. Un po' l'arte sopraffina del Direttore; un po' i fumi del buon vino; quel caro cavaliere parla con una effusione di cuore che innamora. Ha dimenticato la scenata della scuola; e ha ripreso, a quanto pare, il disegno fatto circa alla Laura...
Fabrizio—Disegno circa alla Laura? Che disegno?
Giulia—Non ne sai nulla? Credevo che Rodolfo te n'avesse parlato.
Fabrizio—No... Io so solamente di una certa proposta insolente che l'Ispettore fece alla signora Elvira.
Giulia—Ma il sor Ispettore non si ferma a una sola. Prima che con la Elvira, si era aperto amorosamente con la Laura, ed era venuto alle strette; e vuole a tutti i patti che stasera lo riceva da solo a solo...
Fabrizio—Non mi canzoni! O come lo sai?
Giulia—Rodolfo, senza volere, ha veduto e udito ogni cosa, e me lo ha detto. Anzi credo che tutto questo rimpaciamento tra il Direttore e il Cavaliere sia maneggio di Rodolfo stesso, il quale ha voluto che ogni amarezza e ogni dispiacere si diléguino dall'animo dell'Ispettore, affinchè non abbandoni per essi, o ci vada meno caloroso, l'affare della Laura. E di fatto par che, non solamente duri nel suo propòsito, ma che ci si sia riscaldato; perchè, scontrátala nell'uscir da pranzo, le ha detto non so che negli orecchj, e credendo di non esser veduto, le ha fatto anche pa[61].
Fabrizio—O sciocco che non è altro! Ma senti: Giulia; queste son cose che non istanno bene, e tu mi scandalizzi a pigliarle in burla come fai.
Giulia—È tutta farina di Rodolfo: egli vuol fare al signor Leone, sua vecchia conoscenza, una burla solenne, nella quale non ci sarà ombra di scandalo; e dalla quale anzi nascerà un gran bene.
Fabrizio—Quel Rodolfo mi pare un po' troppo spericolato, e non vorrei trovarmi a qualche pasticcio.
Giulia—Per codesto sta' pur sicuro... Ma sentiamo la Laura stessa. (Suona il campanello e viene un servitore) Dite alla Laura che venga qui. Sentiamo un po' meglio da lei, per potersi governare anche noi. Oh, tanto meglio, ecco anche Rodolfo.
Scena Terza.
Rodolfo e poi la Laura.
Rodolfo—Ma di là siamo tante mosche senza capo: venite via.
Giulia—Senti, bisogna prima intendersi su questa faccenda dell'Ispettore.
Fabrizio—Sì, perchè non vorrei pasticci...
Rodolfo—Non dubitare, no. Senti.
Laura—(entra) Mi comanda signora?
Giulia—Oh, bene! due colombi a una fava. O sentiamo un po' che cosa avete almanaccato contro quel valente cavaliere.
Laura—Signor Commendatore, lo dica lei.
Rodolfo—Io dirò quel che si può dire. Del rimanente state pur certi che non nascerà veruno scandalo. La Laura tra poco fingerà di sentirsi poco bene, e ti domanderà di poter ritirarsi in camera sua: il caro Leone, già indettato con lei, domanderà di ritirarsi per qualche momento a scriver lettere, e anderà dalla Laura... Altro non posso dirvi per ora: governerò il tutto io; e tu, Giulia, secóndami, e sii certa che non farei niuna cosa disdicevole a una mia sorella.
Fabrizio—E tu, pazzerella, acconsenti a far questa bella figura?
Laura—La stia pur certo, signor padrone, che la parte che fo io la potrebbe fare una monaca.
Rodolfo—Via, via, non facciamo più chiácchiere. Andiamo di là; che non istà bene questo sparire di tutti i padroni di casa. (Partono)
Scena Quarta.
Sala di conversazione. Varj convitati che giuocano, chi a scacchi, chi a calabresella, i quali ogni tanto fanno qualche parola riguardante il loro giuoco. A un tavolino sul davanti Leone e il Direttore, che giuocano a dama.
Direttore—Signor Cavaliere, le buffo questa dama; doveva mangiarmi la pedina.
Leone—Ecco le solite distrazioni!
Direttore—Che vuole, lei ha altri pensieri che il giuoco della dama...
Leone—Pur troppo la dice bene... E anche stamattina nella sua scuola... tutte distrazioni, sa?...
Direttore—Lo vedeva bene, io; e me ne profittai per vendicarmi un poco... ha capito?... Che vuole? mi perdoni?...
Leone—Anzi mi perdoni lei... Sa: non sapevo... Del resto... (si alza). Ma questo giuoco sarà bene smetterlo, eh?
Direttore—Smettiamo. Io credeva di far piacere a lei...
Leone—Grazie tante... La senta, signor Direttore: io ho pubblicato un ultimo mio lavoretto... Non sarà gran cosa... ma è fatto con amore... Gliene manderò una copia.
Direttore—Mi terrò onorato d'un suo dono: e son certo che da quel libro imparerò assai.
Leone—Veramente alcuni giornali ne hanno parlato anche troppo bene; ma temo di adulazione; e vorrei che qualche uomo leale e spassionato ne dicesse proprio quel che ne pensa su qualche giornale accreditato. Lei, vede, potrebbe darlo questo giudizio; gliene sarei proprio tenuto: e se poi potessi fare qualche cosa per lei...
Direttore—Volentierissimo, signor Cavaliere.
Scena Quinta.
Rodolfo, Giulia, Fabrizio.
(Tutti si alzano)
Giulia—Signori, ci perdónino se gli abbiamo lasciati qui soli. Mio marito doveva sbrigare una faccenda per il Municipio: io e mio fratello abbiam dovuto attendere a preparare un giochetto per più tardi. E per di più è venuta una forte emicránia alla cameriera, che l'ho dovuta accompagnare io stessa in camera sua, e ordinarle che vada a letto.
Leone—(Tra sè) Povera Laurína! è stata di parola. Or ora verrò a consolarti, sai!
Direttore.—Ma le pare, signora! che accadono scuse? Avremmo tutti avuto dispiacere, se, per cagione di noi, avessero trascurato le cose loro.
Scena Sesta.
Un Servitore e poi Elvira.
Servitore—La signora maestra Elvira.
Giulia—Passi súbito (le va incontro). Brava signora Elvira: ci ha fatto proprio un favore.
Elvira—Sarebbe stata villanía il rifiutare sì cortese invito.
Leone (Vedendo l'Elvira, si trova impicciato).
Rodolfo—Signor Leone, stasera ci vorrebbe un poco di quel saporito brio, col quale ella condiva già le più nobili conversazioni.
Leone—Eh, caro Commendatore, lei, che delle più nobili conversazioni è stato sempre il più bell'ornamento, dubito che voglia prendersi giuoco di me, povero letteratuccio... ma pure, la guardi, stasera mi sento in vena, e chi sa... Prima però bisogna che le mi concedano una mezz'oretta di tempo per isbrigare alcuni affari di ufizio; e poi tornerò qui, e mi studierò di ringiovanire.
Fabrizio—Si serva pure: ella sa dov'è tutto l'occorrente per iscrivere.
Rodolfo—(alla Giulia). Ci siamo: il topo si avvía verso la tráppola. Attenti.
Giulia—Signor Cavaliere, noi andiamo di qua nella sala del pianoforte; e aspettiamo lei per prendere il thè.
Leone—(Leva fuori l'orologio). Una mezz'oretta mi basterà. Guardi, sono le otto e un quarto; prima delle nove sarò da loro.
Varie voci—Dunque l'aspettiamo: faccia presto.
Leone—Ma lor signori son troppo cortesi verso di me. A rivederli a or' ora (passando vicino all'Elvira:) Signora Elvira, mi ha perdonato, eh? Mi raccomando a lei. (L'Elvira fa un atto di assentimento col riso sulle labbra; e Leone esce).
Rodolfo—(alla Giulia e al Sindaco). Non si può negare che sia un gran buffone. Ora vedremo quel che sa fare.
Fabrizio—Rodolfo, mi raccomando; bada che non accada qualche scandalo. Giulia, anche te...
Giulia—Sta di buon animo: finirà tutto allegramente. (E volta agli invitati:) Signori, passiamo di qua, dove si starà più comodi; e intanto la signora Elvira ci farà sentire qualche nuovo pezzo di musica sul pianoforte.
Elvira—Volentierissimo, giacchè la signora si contenta di così poco.
(Escono ordinatamente, e co' soliti convenevoli).
Scena Settima.
Camera della Laura; da una parte il letto da una persona con parato, e alcuni mobili.
Laura e Caterina vecchia.
Caterina—Ma che pasticci mi fai fare, pazzerella? Badiamo che non mi trovi a...
Laura—A che ti vuoi trovare? fammi il piacere! (Le accomoda le vesti). Guarda, tu pari tutta me. Ora pòsati sul letto: l'uscio è accosto; quando viene l'amico, stúdiati più che puoi di nasconder la faccia: parla sottovoce. Abbassiamo dell'altro la calza di questo lume, (lo fa) e tiriamo ben giù la ventola. Così va ottimamente. Io sto qui nello stanzino accanto: fa' pulito ogni cosa; e ci sarà per te un bel regalíno. Ricòrdati bene di tutto (si sente rumore). Sta'... mi par di sentir gente. Addio.
Scena Ottava.
Leone e detta.
Caterina—Dio mio! in che pasticci mi mette questo capo sventato.
Leone—(apre adagio adagio e mette il capo dentro) Laurína!...
Caterina—Chi è? (scende dal letto).
Leone—(entra). Son io, amor mio.
Caterina—(sottovoce) O Dio! È lei, sor cavaliere? Per carità, parli sottovoce. Oh, che ho fatto! Tremo come una foglia.
Leone—(si avvicina) Fídati di me, mia dolcissima Laura: io son qui per farti felice. Vieni, amor mio, tra le mie braccia.
Caterina—(fa la ritrosa) Senta, signor cavaliere...
Leone—Ma perchè mi tratti col sor cavaliere, e col lei? L'amore non vuol complimenti.
Caterina—Mi vergogno a darle del tu...
Leone—Ma no: fatti coraggio, anima del cuor mio... (si avvicina sempre più).
Caterina—Per l'amor di Dio, Leoncíno mio, abbi compassione di me... Sono una fanciulla onesta... Non abusare della confidenza che ho avuto in te...
Leone—Angiolo mio, (la abbraccia affettuosamente) io sarò tuo, tuo per sempre: ti adorerò proprio come le cose sante; ma calma per carità quell'ardore che ora mi avvampa. (Si sente rumore di passi).
Caterina—Signore, ajutatemi! Siamo scoperti.
Leone—(s'impaurisce) Laurína, per carità... Oh, Dio! dove mi nascondo?
Caterina—Qui, qui, dietro il parato del letto.
(Leone si nasconde; e Caterina si distende sul letto).
Scena Nona.
La signora Giulia con Rodolfo, e detti.
Giulia—Laura...
Caterina—(coprendosi) Signora...
Giulia—Come stai!
Caterina—Poco bene, signora...
Giulia—Ma qui c'era gente... Con chi discorrevi?
Caterina—Signora mia, con nessuno...
Rodolfo—(nel tempo che le due parlano, gira per la stanza, e adocchia il nascosto.) Con nessuno, eh? O qua dietro chi c'è'? (Va e tira fuori Leone, che resta confuso e immòbile.) E che faceva, signor Ispettore, là dietro?
Leone—Passeggiavo...
Giulia—Senti, passeggiava! Ed una persona della sua età, del suo grado, si lascia andare fino a questo punto, e rispetta così l'ospitalità?
Leone—Signora, per pietà... Che vuole? Al cuore non gli si comanda. Commendatore, mi raccomando anche a voi...
Rodolfo—Ah! ora vi raccomandate? Dopo aver così vituperosamente sparlato di me, e messo su de' giornalisti a scrivermi contro, avete il coraggio di raccomandarvi a me!! Meritereste che vi rendessi pan per focaccia.
Leone—Credete, Commendatore, son calunnie...
Rodolfo—Chetatevi, sfacciato! ci conosciamo. Un vostro pari, e chiappato in questo luogo, parlar di calunnie! Vedi, Giulia, che gente si elegge a ufficj così gelosi! Vedi che ospite gentile si è ficcato qui in casa tua.
Leone—Per carità...
Rodolfo—Non c'è carità che tenga; e mia sorella, per ora, dee conoscere di che be' panni vestite. Voi non avreste dovuto dimenticare con quali arti vi sia riuscito farvi un po' di largo nel mondo, voi, che e per ingegno e per istudj non avreste mai potuto stare se non terra terra. Encomiatore sfacciato di ogni ricco e potente, vi abbracciaste alle falde d'un letterato di qualche nome ed egli vi mise al mondo come letterato, benchè fosse il primo a mettervi in canzonella, e contraffare i vostri modi ridícoli: vi voltaste come le banderuole ad ogni vento che tirava, e scriveste per bianchi e per neri, per guelfi e per ghibellíni: cercaste sempre lodi e favori, o raccomandandovi a modo di pitocco, o cercando di destar compassione: sempre vi ficcaste presso questo e quello: la vostra vita fu un continuo domandare impieghi ai governi di tutti i colori; e piangevate di consolazione, raccontando le udienze degli Arciduchi figliuoli di Canapone, come poi piangevate di gioja raccontando quelle de' figliuoli di Vittorio Emanuele: sfruttaste anche voi il sacro nome d'Italia... E foste creduto dagli stolti; e squadernando dinanzi agli occhj degli asini in seggio le lodi pitoccate e bugiarde, aveste ufficj e onorificenze. Questi e queste vi fecero dimenticar l'esser vostro: credeste d'esser davvero uomo da qualcosa: accortamente sfruttaste l'ira che aveva contro di me un giornalista, il quale, per fare, secondo lui, dispetto a me, celebrò e fe' celebrare le vostre sciocchezze stampate.
Leone—Ma, Commendatore...
Rodolfo—Chetátevi: accenno solo qualcuna delle vostre prodezze, per edificazione di mia sorella, la cui casa avete adesso contaminata; ma potrò squadernarle tutte a tutti, se non ponete al presente scandalo quel rimedio che solo può esserci.
Leone—Commendatore, signora Giulia... mi raccomando... non mi rovinate... Ditemi quello che debbo fare.
Giulia—Con quale intenzione ella era venuto in questa camera?
Leone—Con onesta intenzione; e lo aveva detto anche alla Laurína.
Giulia—Dunque ella è pronto a fare il suo dovere sposandola?
Leone—Come! qui su due piedi?...
Rodolfo—Esitereste forse?
Leone—Non èsito: ma qui, ora...
Rodolfo—Qui, ora dovete darle la mano, e giurarle fede; e dobbiamo annunziare il matrimonio di là alla conversazione. Questa è la condizione prima che io pongo alla vostra salvezza.
Leone—Ed io lo farò.
Giulia—(Va al letto dov'è la creduta Laura, e scoprendola e alzandola, la conduce sul davanti. Veduto che è la vecchia, Rodolfo e la Giulia danno in una risata; Leone si copre il volto colle mani.)
Caterina—Signora, avesse sentito che parolíne dolci mi diceva il mio Leoncíno!
Laura—(esce dallo stanzino) Eccomi qua io a spiegare tutta questa faccenda: io ho fatto quel che ho fatto, per dare una lezione al signor cavaliere, il quale, al modo tenuto meco, doveva avermi preso per qualche civetta; ed ho voluto fargli vedere che sono una ragazza onesta, e che tutte le cameriere non sono pari a quelle che forse egli ha trovato sin qui.
Rodolfo—Vedete, signor Leone, anche una fanciulla vi dà lezioni di morale e di creanza. Spero che, se l'amavate prima, come le giuravate, adesso l'amerete anche più... e farete il vostro dovere. Lo sfregio aveste intenzione di farlo a lei, ed a lei dovete fare giusta ammenda.
Laura—Ho inteso ogni cosa; e so di che si tratta: ma io ringrazio tanto e poi tanto. Per ora amo di restar fanciulla, e non abbandonerò la mia buona signora; ma, se dovessi rompermi il collo...
Rodolfo—Lo vorresti fare con un po' più di sugo, è vero? Brava Laura. Sentite, Leone, la Laura rifiuta le vostre grazie: dunque di ciò non si parli più. (Leone è nella massima confusione.) Oh, senti, Giulia, tu va di là in sala; e così voialtre due (alla Laura e alla Caterina) uscite per un momento di qui; che debbo dir due parole all'Ispettore, col quale verrò tosto di là anch'io, e finiremo allegramente la serata. (Tutte le donne vanno via.)
Leone—Rodolfo, vi siete vendicato troppo crudelmente.
Rodolfo—Troppo cortesemente dovete dire. Ma adagio, ci restano molte cose da fare. Voi avete abusato vilmente della vostra autorità con la villana proposta fatta alla maestra: avete ferito nel cuore il direttore, che è per essere suo sposo: avete violato l'ospitalità di questa casa onorata; e nella scuola avete dato prova della vostra asinità. Acciocchè tutte queste cose rèstino celate, bisogna che voi facciate di tutto per farle dimenticare.
Leone—Ma che cosa?
Rodolfo—Nulla che non sia di stretta giustizia, e secondo la pura verità. Farete un largo rapporto al Ministro, dove farete l'elogio che meritano al sindaco e al direttore per il buon procedere delle scuole; delle quali parimente direte tutto il bene possibile: nè direte bugía, quando gli scolari di esse hanno mostrato di saperne più di voi.
Leone—Ero distratto...
Rodolfo—Síe: eri distratto!—Vi adoprerete con ogni efficacia, ed io verrò in vostro ajuto, perchè la súpplica della signora Elvira sia risoluta favorevolmente, e si possa fare con più allegría il suo prossimo matrimonio. Promettete ogni cosa?
Leone—Prometto.
Rodolfo—Per cancellare poi ogni sospetto dalle menti de' convitati, vi mostrerete lietissimo, farete ogni atto di cortesía al Direttore e alla Elvira; e, come siete poeta, così farete un sonetto per le loro nozze.
Leone—Mi proverò.
Rodolfo—Dunque andiamo; ma prima ascoltate un consiglio. È un po' tardi; ma sarà sempre opportuno. Temperate quella smania di nominanza che vi consuma; tanto, siate pur certo che le lodi accattate, e fatte o per favore, o per amicizia, non sono sufficienti a dar fama durevole; e chi non ha stoffa vera, come suol dirsi, resterà sempre un minchione, anche se lo celebreranno cento lingue e cento penne: anzi quelle lodi gli saranno cagione di scherno appresso le persone che veggon diritto. Temperate la lingua, e datevi anche una risciacquatína al cuore; chè è da vera birba il far l'arte che avete fatto con noi sino ad ora. Non dico altro, perchè m'intendete. Di ciò che avete detto o fatto contro di me non ne faccio verun caso, nè ve ne serbo odio: mi basta la leggiadra vendetta che io ne ho potuto fare qui in casa di mia sorella: e però, dove facciate appuntíno quanto avevate promesso, non dubitate che io sia per nuocervi minimamente.
Leone—Farò tutto senza che manchi un ette.
Rodolfo—Bene. Intanto andiamo a prendere il thè: mostratevi allegro, e mettete alla prova tutta la vostra fantasia! (Partono).
Scena Decima.
Sala del thè.
Giulia, Elvira, Fabrizio, il Direttore e tutti i convitati.
(L'Elvira è al pianoforte, e avrà finito una sonata: tutti battono le mani).
Giulia—(Va là e le stringe la mano) Brava signora Elvira; mi rallegro proprio di cuore: lei suona come un angelo.
Elvira—(si alza) Troppo buona la signora Giulia.
Scena Ultima.
Rodolfo, Leone e detti.
Rodolfo—Oh! siamo arrivati troppo tardi!
Leone—Abbiamo sentito, avvicinandoci, un concento di paradiso...
Rodolfo—(sotto voce) Bravo! così.
Fabrizio—Era la mano maestra della signora Elvira.
Leone—(avvicinandosi alla Elvira) Le faccio, signora Elvira, i miei complimenti; e mi duole di non essermi potuto beare nelle sue celesti armoníe.
Elvira—Tutta bontà sua. L'approvazione de' suoi pari è il più bel premio che io possa sperare dalla mia buona volontà.
Rodolfo—(da sè) Senti come la sa lunga! E quel baccello si beve la sopraffina canzonatura come un delizioso liquore!
(Viene il thè: la Giulia lo prepara, e poi l'offre a questo ed a quello. Gl'invitati siedono senza ordine e senza precedenza).
Fabrizio—Dunque, signor Cavaliere, com'è contento di questa città e di queste nostre scuole?
Leone—Contentissimo: posso dire che questa Chiusi, lungi dall'esser chiusa, è per me il più spazioso e apríco giardino che mai abbia veduto, e dove fioriscono i più eletti fiori, degni del paradiso (volgendosi alle donne).
Rodolfo—(da sè) Ohe! questi sono voli più che pindárici.
Leone—Per le scuole e per gl'insegnanti, non ho mai veduto di meglio nella mia dura carriera; nè può essere altrimenti, quando ci sono delle signore Elvire e dei signori Carli.
Elvira e Carlo—Troppo buono!
Leone—C'è stato un piccolo malinteso... ma il valente direttore mi ha fatto veder la cosa per il suo verso; sì che, invece di sdegno, mi ha accresciuto la stima.
Direttore—E qui corampopolo gliene rinnuovo le più umili scuse.
Leone—Lasci stare le scuse. Lei è degno della mia stima e della mia protezione.
Direttore—Troppo onore! troppa grazia!
Fabrizio—Anche la signora Elvira anderà superba di tanta sua degnazione, dovendo tra poco essere sposa del signor Direttore.
Rodolfo—Oh, mi rallegro... E quando, se è lécito?
Direttore—Ora a Pasqua.
Rodolfo—Bravi! Cavaliere, voi siete valoroso poeta, ed anche all'improvviso: su, preparate un sonetto per questi due sposi, che tanto vi onorano e vi stimano.
Leone—Caro Commendatore, volentieri... ma così stans in duobus pedibus.
Fabrizio—(al Direttore sotto voce) O non si dice stans pede in uno.
Direttore—(c. s.) Sì: ma egli ha la licenza di dire a quel modo.
Giulia—Bene: si ritiri nella stanza accanto, e ci pensi su: io sono ambiziosa di poter dire: qui in casa mia scrisse e declamò un sonetto l'illustre Feroci.
Leone—A tanta cortesía non è possibil resistere: mi proverò. (Va via)
Rodolfo—Io non mi son mai trovato a uno spasso come quel di stasera: e tu, Giulia, e lei signora Elvira, e il signor direttore, fate maravigliosamente la vostra parte. Ma quel demonio della Laura, eh?
Fabrizio—Insomma si può sapere com'è andata?
Rodolfo—Te lo dirà poi la Giulia: ti basti che tutto è andato bene; che l'Ispettore si era indotto a sposar Laura, e che ella gli ha detto un bel no.
Fabrizio—Ma, o in camera?...
Giulia—C'era la vecchia Caterina... (Ridono tutti)
Direttore—Ma dica, Commendatore, come anderà del rapporto al Ministro?
Rodolfo—Non ha sentito? Porterà a cielo ogni cosa... E poi lasci fare a me.
(Nel tempo del colloquio gli altri fingeranno di parlare tra loro, e sfoglieranno libri e album, l'Elvira guarda della musica insieme con la Giulia.)
Fabrizio—A propòsito: guarda se mi fai dare un po' di nastro all'occhiello: non per me, sai, ma perchè sono quasi il solo sindaco non cavaliere; e poi per decoro di tua sorella.
Rodolfo—Se non vuoi altro che una croce, sta di buon animo, che non ti mancherà. Tu lo sai, come dice quell'amico: Una croce e un sigaro non si nega a nessuno.
Leone—(entra) Ecco fatto.
Giulia—Come! così presto?
Rodolfo—O non l'ho detto che scrive all'improvviso?
Leone—Bádino, ve', signori, mi usino compatimento. (Legge e gestisce con enfasi)
Tu sei Minerva, o Elvira; e tu se' Apollo,
O illustre Carlo; e se vi unite insieme.
Da voi d'eroi nascerà chiaro seme,
Di cui l'ausonio ciel ben fia satollo.
Quando sotto il dolce giogo porrete il collo,
Rifiorirà d'Italia ogni altra speme;
E quel che più a noi Italiani preme,
S'impregnerà di gloria ogni rampollo.
Ritornerà per noi l'età dell'oro;
Ritornerà, credete, êra novella;
Faremo tutti un bello eletto coro.
E in quel carattere che mai non si cancella,
Griderem tutti nel più stil sonoro:
Viva il dottissimo Carlo e Elvira bella.
(Mentre legge, Rodolfo, Carlo, e tutti, udendo gli spropòsiti, fanno atti di scherno e di maraviglia).
Tutti—Bravo! viva il poeta! viva il cavaliere Ispettore.
Leone—(tutto giojoso) Grazie, grazie, signori e signore. Scuseranno: quasi improvvisato!
Tutti—Bello, bellissimo! Bravo!
Giulia—(Va da Leone, e dandogli la mano dice) Mi rallegro con lei, signor cavaliere (Leone fa delle svenevoli scimmiottate); e come è stato tanto cortese per la poesìa, così oso pregarla di esser tale sino in fondo.
Leone—Eccomi qua: comandi.
Giulia—Vogliamo fare un ballónzolo; ed ella mi deve onorare di ballar meco la prima quadriglia.
Leone—Io lei? Lei me, ha a dire! Mi tengo più beato di questa sua garbatezza, che dell'essere coronato in Campidoglio.
(Si dispongono per il ballo: uno si mette al pianoforte e suona. Leone farà mille svenevolezze; e prima che il ballo cominci a buono, Rodolfo, guardando con atto di scherno Leone, dice)
Rodolfo—E questa è la gente che il Governo prepone alle scuole!!!...
(Il ballo comincia; e mentre ballano cala il sipario)
FINE.