LIBRO TERZO

I varj moti civili, le grandi mutazioni di Stato, e le vicende della giurisprudenza romana, che avvennero dopo la morte di Valentiniano III infino al Regno di Giustino II Imperadore, saranno il soggetto di questo libro. Si narreranno gli avvenimenti di un secolo, nel quale nuovi dominj, straniere genti, e nuove leggi vide l'Italia, e videro queste nostre province, che ora compongono il Regno di Napoli. Infino a questo tempo non altri Magistrati si conobbero, non altre leggi, se non quelle de' Romani: da ora innanzi si vedranno mescolate con quelle di straniere Nazioni, le quali, ancorchè barbare, meritan però ogni commendazione, non solo per le molte ed insigni virtù loro, ma anche perchè furon delle leggi romane così ossequiose e riverenti, che non pur non osaron oltraggiarle, ma con somma moderazione, contro alle leggi della vittoria, che dettavano di far passare i vinti sotto le leggi dei vincitori, le ritennero. Non aspettino per tanto i Lettori, che dovendo io in questo, e ne' seguenti libri favellar de' Goti, de' Longobardi, e de' Normanni, che hanno una medesima origine, debbia, come han fatto moltissimi, aspramente trattargli da inumani, da fieri, e da crudeli, ed avere le loro leggi per empie, ingiuste, ed asinili, come vengon per lo più da' nostri Scrittori riputate. Splenderà ancora nelle gesta de' loro Principi, non meno la fortezza e la magnanimità, che la pietà, la giustizia, e la temperanza; e le loro leggi, e i loro costumi, se bene non potranno paragonarsi con quelli degli antichi Romani, non dovranno però posporsi a quegli degli ultimi tempi dello scadimento dell'Imperio, ne' quali la condizione d'esser Romano divenne più vile ed abbietta, che quella di coloro, che barbari e stranieri furono riputati.

Dovendo adunque prima d'ogn'altro favellar de' Goti, non è del mio instituto, che venga da più alti principj a narrar la loro origine, e da qual parte del Settentrione usciti, venissero ad inondare queste nostre contrade. Non mancano Scrittori, che ci descrissero la loro origine, i progressi, e le conquiste sopra varie regioni d'Europa; ed ultimamente l'incomparabile Ugone Grozio[632] ne trattò con tanta esattezza e dignità, che oscurò tutti gli altri: quel che però dee sommamente importare, sarà il distinguere con chiarezza i Goti Orientali dagli occidentali: poichè dall'avergli alcuni nostri Autori confusi e non ben distinti, han parimente confuse le loro leggi e costumi, ed appropriato agli uni ciò, che s'apparteneva agli altri, come si vedrà chiaro più innanzi nel corso di questo libro.

L'origine del loro nome non è molto oscura: essi che per l'ospitalità e cortesia verso i forastieri furono assai rinomati e celebri, anche prima che abbracciassero il Cristianesimo, s'acquistarono presso a' Germani il nome di buoni: Boni, dice Grozio[633] Germanis sunt Goten, aut Guten: onde avvenne, che poi presso a tutte l'altre Nazioni d'Europa Goti s'appellassero. Furono divisi secondo i siti delle regioni, che abitarono, in Goti Orientali, o siano Ostrogoti, e Goti Occidentali, ovvero Westrogoti, che i Latini corrottamente chiamarono Visigoti. Quegli ch'abitarono le regioni più all'Oriente rivolte verso il Ponto Eussino, insino al fiume Tiras, e che poi con permissione degli Imperadori orientali ebbero la Pannonia, la Tracia, ed ultimamente l'Illirico per loro sede, furon appellati Ostrogoti, ed eran governati da Principi della non meno antica, che illustre Casa degli Amali, donde trasse la sua origine Teodorico Ostrogoto, che resse queste nostre province. Gli altri, che verso Occidente furono rivolti, e che a' tempi d'Onorio ressero l'Aquitania, e la Narbona, e da poi molte province della Spagna, Westrogoti furon nominati: questi erano comandati dai Principi della Casa de' Balti: gente illustre altresì, ma non quanto la stirpe degli Amali, la quale in nobiltà teneva il vanto: Tolosa fu la loro sede, capitale della provincia, detta poi per la loro residenza questa contrada Guascogna, che tanto vuol dire in loro lingua, quanto Gozia Occidentale[634]; benchè altri dicano, che da' Vasconi, popoli di Spagna, che varcati i Pirenei occuparono questa provincia, fosse detta Guascogna.

CAPITOLO I. De' Goti orientali, e delle loro leggi.

I Principi Vestrogoti della stirpe de' Balti, essendo stata loro sotto l'Imperio d'Onorio, da questo Principe stabilmente assegnata l'Aquitania, e molte altre città della Narbona, in Tolosa fermaron la loro sede, onde poi Re di Tolosa si dissero. Essi a tutto potere proccuravano stender il lor dominio nell'altre province della Gallia, e delle Spagne, le quali eran da' Vandali malmenate ed oppresse. Più volte a Vallia, che, come si disse nel precedente libro, a Rigerico successor di Ataulfo succedè, fortunatamente avvenne, che nelle Spagne trionfasse d'essi, e lor desse molte gravi, memorabili rotte. Morì Vallia, dopo aver riportate contro a' Vandali tante vittorie, in Tolosa l'anno di Cristo 428 ed a lui succedè nel Regno Teodorico[635]. Gli scrittori variano nel nome di questo Principe: Gregorio di Tours[636] lo chiama Teudo: Isidoro, Teudorido: Idacio, Teodoro; ma noi seguendo Giornandes[637] Scrittore il più antico, e 'l più accurato delle cose de' Goti lo chiameremo con Alteserra[638] Teodorico. Resse questo Principe l'Aquitania anni ventitrè, prode ed eccellente Capitano, che contro ad Attila ne' campi di Chaalon diede l'ultime prove del suo valore: fu egli in questa battaglia gravemente ferito, e sbalzato di cavallo restò tutto infranto, ed indi a poco morì. Lasciò di lui sei figliuoli maschi, Torrismondo, Teodorico il Giovane, Federico, Evarico, Rotemero, ed Aimerico, ed una figliuola, che collocolla in matrimonio con Unnerico figliuolo di Gizerico Re de' Vandali.

Torrismondo adunque succedè nel Reame, il quale, ancorchè si fosse trovato insieme col padre contro ad Attila, e fosse stato in quella battaglia ferito, intesa ch'ebbe la morte del medesimo, tornò subito in Tolosa, ove con universale acclamazione fu nel Trono regio assunto[639]. Il Regno di questo Principe ebbe brevissima durata, e se dee prestarsi fede ad Isidoro, non imperò più che un sol anno; poichè per opera di Teodorico e Federico suoi fratelli, che mal soffrivan il suo governo, fu crudelmente ucciso[640].

Teodorico il Giovane suo fratello gli succedè nel Regno: Principe, secondo Sidonio Apollinare[641], dotato di nobili ed eccellenti virtù: ed ancorchè il genio degli Vestrogoti mal s'adattasse alle leggi romane, contra il costume degli Ostrogoti, che l'ebbero sempre in somma stima e venerazione, fu non però Teodorico II amantissimo delle medesime, e n'ebbe grandissima stima.

Gli Vestrogoti per le continue guerre, ch'ebbero co' Romani, furon non poco avversi alle leggi romane; tanto che parlando de' loro tempi, ebbe a dire Claudiano[642] : Moerent captivae pellito judice leges. Ataulfo loro Re, che, come si disse, ad Alarico I succedè, per la ferocia del suo animo, già meditava d'esterminarle in tutto; ma raddolcito per le continue persuasioni e conforti di Placidia sua moglie cotanto da lui amata, se n'astenne, e mutò consiglio; ed ancorchè i suoi Goti mal ciò soffrissero, pur egli appresso Orosio[643] confessò, che non poteva senza quelle la Repubblica perfettamente conservarsi, nè gli dava il cuore di toglierle affatto: Neque Gothos, e' dice, ullo modo parere legibus posse, propter effraenatam barbariem, neque Reip. interdici leges oportere, sine quibus Resp. non est Respublica. Onde narrasi[644], che questo Principe nell'anno 412 avesse per pubblico editto comandato a' suoi sudditi, che le leggi de' Romani insieme co' costumi de' Goti osservassero. Goldasto[645] tra le costituzioni imperiali ne rapporta l'editto, ma si vede esser conceputo coll'istesse parole poc'anzi riferite di Orosio, e molte cose in esso aggiunte, che in quell'Autore non sono.

Ma a Teodorico il Giovane, del quale si favella, fu in tanto pregio lo studio delle romane leggi, che Sidonio Apollinare[646] introducendolo in un suo Carme a parlar con Avito, così gli fa dire:

————— mihi Romula dudum

Per te jura placent.

Ed altrove[647] chiamò questo Teodorico .... Romanae columen, salusque gentis. Ed appresso Claudiano, parlandosi di questo Principe, come osservò Grozio[648] pur si legge, Vindicet Arctous violatas advena leges. Nè gli Vestrogoti, ne' tempi di questo Re, o de' suoi predecessori ebbero proprie leggi scritte, nè si presero mai cura di formarle.

Ma morto Teodorico nel decimoterzo anno del suo Regno, essendogli stato renduto da Evarico ciò che egli fece a Torrismondo, succedette nel Reame Evarico suo fratello. Questi fu il primo, che diede a' Goti le leggi scritte, come ce n'accerta Isidoro[649]: Sub hoc Rege Gothi legum instituta scriptis habere coeperunt, nam antea tantum moribus, et consuetudine tenebantur: per la qual cosa da Sidonio[650] in un epistola, che dirizzò all'Imperadore Lione, fu celebrato Evarico per Principe saggio, e conditor di leggi: Modo per promotae limitem sortis, ut Populos sub armis, sic fraenat arma sub legibus.

Nel Regno di questo Principe cominciaron le leggi de' Romani ad oscurarsi, non già in Italia, ma nell'Aquitania, e nella Narbonia, ed in alcun'altre province della Spagna; poichè queste nuove leggi, che Teodoriciane furon dette, proposte per opera de' Goti a' provinciali, si fece in modo, che le Teodosiane non cotanto s'apprezzassero, ed al deterioramento di quelle non poco vi cooperò ancora la malvagità de' proprj romani Ufiziali, e particolarmente di Seronato Prefetto allora delle Gallie, il quale favorendo le parti de' Goti, e tradendo il suo proprio Principe, era ai Romani avversissimo; tanto che da Sidonio[651] era chiamato il Catilina di quel secolo. Costui fu pernizioso a' Romani stessi, non solamente per le gravi perdite cagionate dalla sua ribalderia all'Imperio d'Occidente nella Gallia, ma molto più per lo disprezzo e vilipendio, che faceva delle leggi Teodosiane, con innalzare all'incontro quelle de' Goti. Ancor oggi appresso Sidonio[652] si leggono le querele de' provinciali contra costui: Exultans Gotis, insultans Romanis, illudens Praefectis, colludensque numerariis, leges Theodosianas calcans, Teodoricianasque proponens, veteres culpas, nova tributa perquirit. Onde si vide in questi tempi la condizione de' Romani, per la rapacità di quest'uomo pestilente, che d'eccessivi ed esorbitanti tributi gli caricava, ridotta in tale stato, che come fu detto nel I libro, i provinciali eleggevan più tosto la servitù de' Goti, che la libertà de' Romani; onde Salviano[653] d'essi parlando disse: Passim, vel ad Gothos, vel ad Bagaudas, vel ad alios ubique dominantes Barbaros migrant et commigrasse non poenitet; malunt enim sub specie captivitatis vivere liberi, quam sub specie libertatis esse captivi. Itaque nomen civium Romanorum aliquando non solum magno aestimatum, sed magno emptum, nunc ultro repudiatur, ac fugitur, nec vile tantum, sed etiam abominabile pene habetur. Paolo Orosio[654] attesta ancora, che i provinciali eleggevan più tosto tra' Barbari vivere, che tra' Romani: Qui malint inter Barbaros pauperem libertatem, quam inter Romanos tributariam sollicitudinem substinere. Quindi Isidoro[655] potè conchiudere: Unde, et hucusque Romani, qui in Regno Gothorum consistunt, adeo amplectuntur, ut melius sit illis cum Gothis pauperes vivere, quam inter Romanos potentes esse, et grave jugum tributi portare. Ma cotanta ribalderia di Seronato non rimase lungo tempo impunita, poichè strascinato in Roma, fugli tronco il capo, in cotal guisa soddisfacendo la pena di tante sue scelleratezze.

Furon le leggi da Evarico stabilite chiamate Teodoriciane, non perchè riconoscessero per loro Autori i due Teodorici di sopra memorati, come diedesi a credere il Baronio[656], che ne fece Autore Teodorico il Giovane predecessore d'Evarico, poichè a tempo dei medesimi niuna legge scritta ebbe questa Nazione. Molto meno furon così appellate, perchè forse l'Autore di quelle fosse stato Teodorico Ostrogoto Re d'Italia, come altri si persuasero: perocchè questo Principe, come diremo più innanzi, ebbe sentimenti assai diversi intorno alla cura delle leggi romane, e regnò molto tempo da poi in Italia, morto già Sidonio Apollinare, il quale non poteva nomar queste leggi Teodoriciane, perchè questo Teodorico ne fosse Autore. Teodorico Ostrogoto, come dirassi, regnò in Italia ne' tempi di Anastasio Imperador d'Oriente nell'anno 493 e 500, quando Sidonio Apollinare era già morto, com'è manifesto appresso Gregorio di Tours[657]; laonde meritamente fu da Cironio[658] incolpato d'errore Cujacio, che Autore di queste leggi ne fece Teodorico Re d'Italia.

Sirmondo, e Dadino Alteserra[659] saviamente dissero, che fossero queste leggi chiamate Teodoriciane per paranomasia, per opporle alle Teodosiane, acciocchè siccome i Romani valevansi delle Teodosiane, così i Goti avessero leggi proprie, che con diverso senso, ma con conforme suono si dicessero Teodoriciane: ma siccome osservò Cironio[660], sarebbe questa una paranomasia troppo insulsa, se Evarico non fosse stato ancora chiamato Teodorico; onde il dottissimo Savarone[661] sopra quel luogo di Sidonio Apollinare, assai chiaro dimostra, che il vero nome di questo Principe fosse stato quello di Teodorico: Grozio[662] poi nel suo Nomenclatore ci fa vedere che questo Re si fosse chiamato anche Evarico per questo stesso, che fu il primo fra' Re Goti a compor leggi: Evarix, e' dice, alias Evaricus. Evva ricch, Legibus pollens. In glossis Lex, Evva.

§. I. Del Codice d'Alarico.

Poterono sotto il Regno d'Evarico, ma molto più per la ribalderia di Seronato soffrire questi oltraggi le leggi romane, ma tolto dal Mondo sì reo uomo, essendo da poi nell'anno 484 morto Evarico, sursero quelle di bel nuovo, e tornarono nell'antico lor vigore; poichè d'Alarico figliuol d'Evarico, che nel Reame gli succedè, furono i sentimenti assai diversi; imperocchè le querele de' provinciali, che mal sofferivan l'abbassamento delle medesime, trovaron quel luogo presso ad Alarico, che appo al padre non ebbon giammai. Erano note a questo Principe le doglianze degli Aquitani, e degli altri suoi sudditi, i quali mal volentieri si sarebbon accomodati alle leggi Teodoriciane, e che a gran torto lor involavansi le leggi romane, colle quali eran nati e cresciuti. Era altresì a lui noto con quanta stima venivan ricevute da Teodorico Ostrogoto, che già ne' suoi tempi regnava in Italia, la cui figliuola Teodelusa egli aveva per moglie, e perciò da Teodorico veniva suo figliuolo chiamato, come si vede appresso Cassiodoro in quella affettuosa epistola, che gli scrisse[663]: fu per tanto risoluto nel ventesimo secondo anno del suo Regno di compiacergli; onde avendo trascelti uomini prudentissimi, ed i più insigni Giureconsulti, che fiorissero nella sua età, a quali prepose Gojarico[664], non altramente, che di Triboniano fece l'Imperador Giustiniano nella Compilazione delle Pandette e del suo Codice, impose a' medesimi, che dalle costituzioni del Codice Teodosiano, e dalle sentenze di varj Giureconsulti sparse in diversi libri, ne formassero un nuovo Codice. E perchè non si diminuisse la maestà del suo Imperio, quasi che di leggi straniere d'altri Principi avesse bisogno per governare i popoli a se soggetti, volle, che questo nuovo Codice in suo nome si pubblicasse, e che le leggi in quello contenute da lui ricevessero la forza ed il nerbo, perchè potessero costringersi i suoi sudditi ad ubbidirle.

I più vulgati e celebri libri, ne' quali in questi tempi contenevasi la ragion civile de Romani, se riguardansi le costituzioni de' Principi, eran i Codici Gregoriano, Ermogeniano, e quel di Teodosio con le di lui Novelle, e l'altre di Valentiniano a quello aggiunte; e fra i volumi de' Giureconsulti, fiorivan in questa età, sopra tutti, le sentenze di Paolo, e l'Instituzioni di Cajo; perciò per opera di que' valenti uomini[665] fu dalle costituzioni di que' Codici, dal corpo di quelle Novelle, e dalle sentenze di questi Giureconsulti compilato questo nuovo ristretto Codice; laonde perciò anche Breviario del Codice Teodosiano fu dagli Scrittori di que' tempi, e della seguente età nominato, il quale secondo il computo del Gotofredo[666] fu condotto a fine l'anno 506. La cui Compilazione dee a Gojarico, e suoi Colleghi attribuirsi[667], non già ad Aniano Cancellier d'Alarico, come stimarono Giovanni Tillio e Cujacio, ingannati forse da ciò, che scrisse Sigeberto[668]. Aniano nella fabbrica del medesimo non v'ebbe alcuna parte, ma solamente da lui d'ordine d'Alarico fu pubblicato e sottoscritto in Ayre città della Guascogna nel Concilio d'ambedue gli Ordini[669], cioè degli Ecclesiastici e de' Nobili; poichè di questi tempi in Francia il terzo Ordine non era d'alcun momento, nè d'autorità veruna[670]. La qual pubblicazione, e sottoscrizione d'Aniano rendesi manifesta dal Comonitorio d'Alarico diretto al Conte Timoteo, che va innanzi al Codice Teodosiano, nel quale si leggono queste parole[671]: Anianus vir spectabilis, ex praecepto D. N. gloriosissimi Alarici Regis, hunc Codicem de Theodosianis legibus, atque sententiis Juris, vel diversis libris electum, Aduris anno XXII eo Regnante edidit atque subscripsit.

Alcuni per questo stesso rispetto han creduto, che nel medesimo tempo Aniano avesse composte ancora le note nelle Sentenze di Paolo, e nell'Instituzioni di Cajo, come scrissero Deciano[672], ed Arturo[673] con manifesto errore; poichè in questo Breviario, oltre alle leggi trascelte dal Codice Teodosiano, vi furon anche riposte le sentenze di questi Giureconsulti dai mentovati Compilatori, non già da Aniano. E quelle interpretazioni, che s'osservano nel Codice di Teodosio, non ad Aniano, ma a coloro debbon attribuirsi, come diligentemente osservò Gotofredo ne' Prolegomeni di quel Codice[674]. È da notarsi ancora, che essendo state unite queste note ed interpetrazioni a quel Codice, ne nacque presso agli Scrittori de' seguenti secoli un errore, che volendo allegar le leggi di quel Codice, allegavan sovente, come costituzioni del medesimo, una di queste interpretazioni o note di Paolo Giureconsulto, siccome fu avvertito da Savarone[675] sopra Sidonio Apollinare. Così veggiamo, che Ivone di Chartres[676], che fiorì nell'anno 1092 sovente allega per leggi di questo Codice, ciò ch'era dell'Interpretazione di Paolo Giureconsulto: Graziano[677] poi nel suo decreto prende moltissimi di somiglianti abbagli, siccome fu da Gotofredo[678], e da altri osservato.

§. II. Traslazione della sede regia degli Vestrogoti da Tolosa di Francia, in Toledo nelle Spagne.

Questa fu la varia fortuna, che la romana giurisprudenza sostenne appresso gli Vestrogoti Re di Tolosa, che all'Aquitania, ed a molti luoghi della Gallia, oltre alle province della Spagna, imperavano: ma vedi le vicende dell'umane cose. Alarico, che dopo ventitre anni d'Imperio avea sì bene stabilito il suo Regno in Francia, e che di tutt'altro poteva temere, che di dover'esser egli l'ultimo Re di Tolosa, fu del Regno e della vita privo, ed in lui s'estinse la dominazione de' Goti nella Gallia. Clodoveo Re di Francia, sia per zelo di religione, sia per ragion di Stato, di mal animo soffriva avere Alarico per compagno nell'Imperio delle Gallie[679]. Era in fatti Alarico, come furon tutti i Goti, Ariano: Clodoveo ardente di zelo per la religion cattolica recentemente da lui abbracciata, diliberò movergli contra l'armi, e dalla Gallia discacciarlo: così questo Principe, come si legge appresso Gregorio di Tours[680], parlò a' suoi soldati: Valde moleste fero, quod hi Ariani partem teneant Galliarum, eamus cum Dei adjutorio, et superatis redigamus Terram in ditionem nostram. Ecco, che assembrati gli eserciti, assale i confini de' Goti, si pugna ferocemente ne' campi di Vique, ed Alarico sbalzato di cavallo, rimane dalle mani proprie di Clodoveo estinto. I Goti per la morte del loro Re in somma costernazione posti, furon dispersi, e quasi che in tutto alla perfine distrutti. Trionfa Clodoveo, e prende molte città, e castelli: Teodorico suo figliuolo penetrando nell'interiori parti dell'Aquitania, tutte si sottomette quelle città: Clodoveo con trionfal pompa entra in Tolosa, sede che fu già gran tempo de' Re Goti, e tutti i tesori d'Alarico vi prende. Ecco il fine della dominazion de' Goti nell'Aquitania, e vedi intanto la mano del Signore, come trasferisce i Regni di gente in gente.

Conquistatasi da Clodoveo l'intera Aquitania con Tolosa, rimasero sotto l'Imperio de' Goti le Spagne, ed ancor parte della provincia di Narbona, per la quale lungo tempo da' Goti fu poi guerreggiato co' Francesi: ed avvegnachè finalmente se ne fossero questi renduti padroni, però nella Francia Narbonese, come dice Grozio[681], non s'estinse affatto il sangue Gotico, nè quivi mancò in tutto la stirpe de' Balti, rimanendovi ancora quelli della famiglia di Baux, i quali non altronde, che da questi Goti tirano la lor origine, e conservavan tuttavia in quella provincia parte del Principato d'Orange. Un altro ramo di questa stessa famiglia di Francia fu trasferito nel nostro Regno di Napoli; dove si disse appresso noi di Baucio, ovvero del Balzo, che tenne il Principato d'Altamura, il Ducato d'Andria, ed il Contado d'Avellino; del che non vogliamo altro miglior testimonio, che Grozio stesso; ecco le sue parole: Aliaque ejusdem familiae propago in Regno Neapolitano Principatum Altamurae, Ducatum Andriae, Comitatum Avellinae, virtutis non degenerantis monumenta tenuit.

Gli Vestrogoti discacciati da Tolosa e da Francia posero la loro sede regia in Toledo nelle Spagne. Quivi per lungo tempo tennero il Regno infin alla spaventosa e terribile irruzione de' Saraceni. Tennelo Gesalarico, e da poi Teodorico Ostrogoto Re d'Italia, il quale volendosene poi ritornar in Italia, lasciò quello ad Amalarico suo nipote. Tennelo anche sotto Giustiniano Imperadore poco men, che diciotto anni Teudio, e dopo lui Teudiscolo per un sol anno: Agila per cinque: Atanagildo quattordici, e dopo la di lui morte seguita in Toledo, Liuba[682]. Leovigildo suo fratello gli succedette nel Regno, Principe di vasti pensieri, e che fu tutto inteso ad ampliare i confini del suo Imperio. Vinse i Cantabri, che sono i Biscaini, ed i Navarresi, Amaya, e molt'altre ribellanti città si sottopose: egli fu perciò detto il Conquistatore, perchè gran parte della Spagna conquistò: Nam antea Gens Gothorum, come dice Isidoro[683], angustis finibus arctabatur. Ma tante sue virtù furon oscurate per le persecuzioni, che diede a' Cattolici, e per la ferocità e crudeltà del suo animo, non perdonò nè meno ad Ermenegildo suo figliuolo.

§. III. Del nuovo Codice delle leggi degli Vestrogoti.

Presso a tutti questi Principi le leggi romane non furon in molta stima avute, e molto meno presso a Leovigildo, il quale portando gli stessi sentimenti d'Evarico, volle alle sue leggi gotiche aggiungerne dell'altre, e ciò, che nelle medesime egli credette fuor di ordine o superfluo, volle correggere e togliere, e con miglior metodo ordinare: In legibus quoque (narra Isidoro[684]) ea, quae ab Evarico incondite constituta videbantur, correxit, plurimas leges praetermissas adjiciens, plurasque superfluas auferens. Accrebbe ancora questo Principe di molto l'Erario, e dopo diciotto anni di Regno, nell'anno 586 morì in Toledo sua sede regia.

Non diversi sentimenti intorno alle leggi romane portarono i suoi successori: Reccaredo suo figliuolo (che fu il primo il quale lasciò l'Arianesimo per abbracciare la religione cattolica, dal che fu nomato il Re Cattolico, soprannome poi ripigliato da Alfonso, e Ferdinando Re d'Aragona, e dai suoi successori) Liuba II. Vitterico, Gundemaro, Sisebuto, Reccaredo II. Svintila, Sisenando, Cintila, Tulca, e Chindesvindo, Principi tutti Cattolici e religiosi, aggiungendo le loro leggi all'altre de' loro predecessori, fecion sì, che ne surse col correr degli anni questo nuovo Codice, delle leggi Vestrogote detto[685]. Le leggi che si hanno in quello, alcune portano in fronte il nome degli Autori, come di Gundemaro Re e degli altri, che regnarono dopo Evarico e Leovigildo: altre sono sotto il nome di legge antica, che potrebbero attribuirsi ad Evarico o più tosto a Leovigildo, che corresse ed accrebbe le costui leggi. Fu tanta l'autorità di questo Codice, che oscurò in queste province affatto lo splendore delle leggi romane; poichè Chindesvindo[686] Re dei Vestrogoti, che a Tulca succedè, promulgò un editto, per cui sbandì la legge romana da tutti i confini del suo Regno, e ordinò, che solo questo Codice s'osservasse, sotto vano e stupido pretesto, perchè quella ricercava troppo sottile interpetrazione. Ecco le parole del suo Editto[687]: Alienae gentis legibus, ad exercitium utilitatis imbui, et permittimus, et optamus; ad negotiorum vero discussionem, et resultamus, et prohibemus. Quamvis enim eloquiis polleant, tamen difficultatibus haerent: adeo cum sufficiat ad Justitiae plenitudinem, et praesentatio rationum, et competentium ordo verborum, quae Codicis hujus series agnoscitur continere, nolumus, sive Romanis legibus, sive alienis institutionibus amodo amplius convexari. Questa costituzione ritrovandosi per errore di Benedetto Levita registrata tra' Capitolari di Carlo M. diede occasione al Gonzalez[688] di credere, che Carlo fosse stato il primo a sterminare dal Foro l'uso delle romane leggi. Recisvindo suo figliuolo, che nel Regno gli succedette, rinovò gli ordinamenti del padre, e volle, che fuor di questo Codice non s'ubbidissero altre leggi siano romane, ovvero Teodosiane, o d'altre straniere genti. Nullus, e' dice, prorsus ex omnibus Regni nostri praeter hunc Librum, qui nuper est editus, atque secundum seriem hujus omnimode translatum, alium librum quocumque negotio in judicio offerre pertentet[689]. Tenne Recisvindo il Regno dopo la morte del padre tredici anni, e morì in Toledo l'anno di nostra salute 672[690], nel quale Vamba fu eletto suo successore.

Egli è però vero, che questo Codice ad emulazione di quello di Giustiniano fu compilato, e diviso perciò in dodici libri. I Compilatori ebbero presente ancora il Codice Teodosiano, e quello d'Alarico, come è manifesto dalle costituzioni, che in esso si leggono[691]. Si valsero ancora del Codice di Giustiniano, connumerando[692] i gradi della consanguinità coll'istesso ordine, e quasi coll'istesse parole, di cui si valse Giustiniano ne' libri delle Instituzioni; e quel ch'è più notabile, fu con puro latino scritto, e non già con quello stile insulso e barbaro, del quale valevansi l'altre Nazioni; tanto che Cujacio[693] perciò ne prende argomento, che fosse quella gente più culta di tutte l'altre. E fu cotanta l'autorità di questo Codice, che non solo presso agli Vestrogoti, ma anche appo l'altre Nazioni ebbe vigore e fermezza, siccome presso a' Borgognoni, ed a' Sassoni; anzi ne' Concilj tenuti in Toledo spesso le sue costituzioni s'allegano, e di quelle sovente fassene illustre ed onorata memoria: onde si videro nella Spagna in cotal guisa mescolate le leggi romane con quelle de' Goti; e non pure in questa età, ma anche ne' tempi susseguenti furon osservate non solo da' Goti, ma anche da' Saraceni[694], i quali dopo l'anno 715 avendo inondata la Spagna, le ritennero, nè nuove leggi v'introdussero, salvo che alcune poche intorno a' giudicj criminali, come della bestemmia del falso lor Profeta Maometto; ed ultimamente questi essendo scacciati, da' Re Spagnuoli stessi furon ritenute, come per la testimonianza di Roderico scrisse Grozio[695], fino al Regno d'Alfonso IX o X, il quale, essendo, cancellate in buona parte per disusanza le leggi de' Goti, introdusse nella Spagna le romane, che nell'idioma spagnuolo, per opera di Pietro Lopez, e di Bartolomeo d'Arienza fece tradurre e divulgare, le quali ora ritengono tutto il vigore, e leggi delle Partite s'appellano[696].

Questo Codice delle leggi degli Vestrogoti, noi lo dobbiamo alla diligenza di Pietro Piteo, il qual fu il primo, che comunicollo a Giacomo Cujacio, della qual cortesia tanto se gli dimostra tenuto. Nè io voglio che mi incresca di qui recarne le sue parole[697]: Gothorum, sive Visigothorum Reges qui Hispaniam, et Galiciam Toleto Sede Regia tenuerunt, ediderunt XII Constitutionum libros, aemulatione Codicis Justiniani, quorum auctoritate utimur saepe libenter, quod sint in eis omnia fere petita ex jure civili, et sermone latino conscripta, non illo insulso caeterarum gentium, quem nonnunquam legimus ingratis: ut gens illa maxime, quae consedit in Hispania, plane cultior caeteris, hoc argumento fuisse videatur. Communicavit autem mihi ultro Petrus Pitheus, quem ego hominem, et si amore, et perpetuo quodam judicio meo dilexi semper vix jam ex ephebo profatus fore, ut probitate, et eruditione aequalium suorum, nemini cederet: tamen pro singulari isto beneficio, maximam modo animi benevolentiam, et summa, ac singularia studia omnia me ei debere confiteor, idemque erit erga eum animus bonorum omnium, si, quod vehementer exopto, eos libros in publicum conferre maturaverit. Ciò che Cujacio desiderava, fu da Piteo già adempiuto; poichè non guari da poi, permise, che questi libri si dassero alle stampe, come e' dice, scrivendo ad Odoardo Moleo: Imo etiam, ne quid Orienti Occidens de eadem gente invideret, legis Visigothorum libros XII ut tandem aliquando ederentur, concessi[698]. A costui parimente dobbiamo l'Editto di Teodorico Ostrogoto Re d'Italia, di cui più innanzi favelleremo.

Nè perchè la Spagna fu poi invasa da' Saraceni, mancò ivi affatto il nome e 'l sangue de' Goti, siccome non mancarono le loro leggi. Vanta con ragione la maggior parte della Nobiltà di quel Regno ritenerne non meno il sangue, che i nomi: ed in fatti, come osservò Grozio[699], nomi Gotici sono quelli di Ferdinando, di Frederico, Roderico, Ermanno, e altri consimili, che gli Spagnuoli ritengono. I Re medesimi di Spagna vantarono, e vollero esser creduti discender essi dal figliuolo di Favilla Pelagio, nato di regia stirpe, il quale nell'irruzione Saracinesca avendo raccolte le reliquie delle sue genti in Asturia, quivi si mantenne, ancor che in tenue fortuna, ma con nome regio, sperando, che la sua posterità un tempo, come poi avvenne, potesse ricuperare i loro aviti Regni: Ad hunc, come dice Mariana, Hispaniae Reges nunquam intercisa serie cum semper, aut parentibus filii, aut fratres fratribus successerint, clarissimum genus referunt. Frouliba, moglie di Pelagio, fu ancor ella Gota, ed il suo genero Aldefonso fu parimente Goto del sangue del Re Reccaredo. Goti furon dunque, e della regal stirpe de' Balti, i Re di Spagna, i quali per lo spazio di settecento anni avendo con istancabili e continue fatiche purgata la Spagna dall'inondamento Arabico, stesero finalmente il loro dominio non pure sopra gran parte d'Europa, dell'Affrica, e dell'Asia, ma si sottoposero un nuovo e sconosciuto Mondo, e ressero ancora per lunga serie d'anni queste nostre province, che ora compongono il Regno di Napoli.

Abbiam riputato diffonderci alquanto intorno alla serie di questi Principi vestrogoti, ed intorno alla varia fortuna della giurisprudenza romana, ch'ebbe presso a' medesimi nella Francia e nella Spagna, con parlarne separatamente da quello, che n'avvenne fra gli Ostrogoti nell'Italia; non solamente per additar l'origine de' Re di Spagna, da' quali ne' secoli più a noi vicini fu questo nostro Reame governato, ma anche, perchè si distinguessero le vicende della giurisprudenza romana appresso queste due Nazioni, le quali non ebbero in ciò uniformi sentimenti, ma totalmente opposti e diversi. E tanto maggiormente dovea ciò farsi, quanto che gli Scrittori mischiano le leggi degli uni e degli altri: nè ponendo mente alla serie e genealogia di questi Principi, e alle varie abitazioni ch'ebbero, confondono gli uni cogli altri, e credon, che in Italia appresso gli Ostrogoti avesse avuta parimente autorità questo Codice, con ascrivere a' Principi ostrogoti ciò che gli vestrogoti fecero. Nel qual errore non possiamo non maravigliarci d'esservi incorso eziandio il diligentissimo Arturo Duck[700], il quale senza tener conto de' tempi e delle regioni diverse dominate da questi Principi, fra i Re Vestrogoti confonde Atalarico Ostrogoto, e con ordine al quanto torbido e confuso tratta questo soggetto.

CAPITOLO II. De' Goti orientali, e loro editti.

Degli Principi ostrogoti dell'illustre Casa degli Amali lunga serie ne fu da Giornandes tessuta nelle sue istorie[701]; prima d'Ermanarico se ne contano ben sei, Amalo, Isarna, Ostrogota, che fiorì nell'Imperio di Filippo, Cniva, Ararico, e Geperico. Ermanarico poi fu quegli, che distese più d'ogni altro i confini del suo Regno, e soggiogò molte Nazioni. Egli fu un Principe di molto valore, ma d'assai maggior felicità: la sua morte recò alla condizione degli Ostrogoti non piccolo detrimento; poichè lui estinto, i Vestrogoti si separarono, ed a' tempi dell'Imperador Valente elessero Fridigerno per lor Capitano, indi Atanarico per loro Re, e dopo costui, nell'Imperio d'Onorio, Alarico, la serie de' cui successori, che regnaron prima in Francia, e poi in Ispagna, s'è di sopra rapportata. Vinitario dell'istessa stirpe degli Amali ad Ermanarico succedè; ma costui quantunque ritenesse le medesime insegne del Principato, nulladimeno rimasero gli Ostrogoti sottoposti agli Unni, come quelli, che nelle loro regioni dimoravano. Mal sofferendo perciò Vinitario l'Imperio degli Unni; andavasi pian piano studiando di sottrarsi dal giogo loro, infin che gli venne fatto d'impadronirsi della persona di Box loro Re, de' suoi figliuoli, e di settanta de' principali Signori del suo Reame, che tutti per terribile esemplo degli altri affisse in croce, e per più giorni fece veder pendenti i loro cadaveri; ma non potè godere della libertà del suo Imperio, che per un sol anno, perchè avendogli mossa guerra il Re Balambro, ancorchè nella prima e seconda battaglia rimanesse costui vinto, e molta strage degli Unni seguisse; nella terza però fu Vinitario ucciso per un colpo di saetta, che gli percosse il capo, da Balambro stesso avventatagli. Confusi perciò e costernati gli Ostrogoti, tutti all'imperio di Balambro si sottoposero; ma per aversi questo Principe sposata Valadamarca nipote di Vinitario, ricevettero molte onorevoli condizioni di pace; poichè avvegnachè rimanessero agli Unni sottoposti, non mancavan però con consiglio e permissione de' medesimi d'eleggersi sempre un loro Re, che gli governasse. Ebbero perciò dopo la morte di Vinitario, Unimondo figliuolo del già famoso e potente Re Ermanarico. A costui succede Torrismondo suo figliuolo, prode e valente giovane, che contra i Gepidi riportò sovente grandi vittorie: la memoria del quale fu tanto cara appo gli Ostrogoti, che, lui estinto, per quarant'anni vollero vivere senza Re, insino a Valamiro. Fu Valamiro figliuolo di Vandalario nato da un fratello di Ermanarico, e perciò di Torrismondo consobrino[702]. Da costui nacquero tre figliuoli, Valamiro, Teodemiro, e Videmiro, ne' quali conservavasi l'illustre famiglia degli Amali. Valamiro fu assunto al Regno, ma fra questi fratelli fu cotanto l'amore e la gratitudine, che scambievolmente l'uno all'altro porgeva la sua opera perchè conservassero in pace il Regno. Erano però sottoposti ad Attila Re degli Unni, al cui Imperio era uopo ubbidire; nè era lor permesso di ricusare di combatter sovente contra gli Vestrogoti stessi loro parenti, così portando la necessità della suggezione nella quale trovavansi.

Ma la dominazione degli Unni nelle parti Orientali, per la morte d'Attila lor valoroso ed invitto Re, venne miseramente a mancare; poichè avendo questo Principe di se, e delle molte sue mogli procreati innumerabili figliuoli; mentre essi fra loro pugnano e contendono per la successione del Regno, vennero tutti a perderlo: perocchè Ardarico Re de' Gepidi approfittandosi delle loro contese, fece d'essi misera strage, e gli disperse in guisa, che l'altre Nazioni, le quali erano sotto gli Unni, per sì prosperi avvenimenti poterono scuotere il giogo della loro servitù, ed insieme co' Gepidi ricorrere a Marciano, che allora imperava nell'Oriente, perchè stabilmente a loro distribuisse quelle regioni, ch'essi col proprio valore avevano sottratte dalla tirannide degli Unni.

Era Marciano nell'anno 450 succeduto a Teodosio il Giovane nell'Imperio d'Oriente, il quale con gratissimo animo ricevendogli in protezione, concedè loro la pace, e assegnò a' Gepidi interamente la Dacia, sede, che fu degli Unni, da' quali essi l'avevano ricuperata. I Goti scorgendo, che i Gepidi se l'avrebbono ben difesa, per non contrastar con essi, amaron meglio, che si assegnasser loro del romano Imperio altre terre, come fu fatto; onde nella Pannonia trasferirono la loro sede. I confini della Pannonia erano allora, verso l'Oriente la Mesia superiore, dal Mezzo Giorno la Dalmazia, dall'Occidente il Norico, e dal Settentrione il Danubio: provincia ornata di più città fra le quali sopra tutte s'innalzava Sirmio, ove gl'Imperadori sovente solevan fermarsi.

Trasferita adunque dagli Ostrogoti la lor sede nella Pannonia, vissero lungo tempo sotto il Regno di Valamiro loro Re, e di Teodemiro e Videmiro suoi fratelli; i quali ancorchè divisi di luoghi, che fra essi ripartironsi, eran però ne' consigli e nelle deliberazioni così strettamente uniti e congiunti, che da un solo sembrava esser la Pannonia retta e governata[703]. Questi spesso ributtarono le armi, che loro venivan mosse da' figliuoli d'Attila, i quali riputandogli desertori del loro Imperio, sovente gli assalivano, sin che sconfitti da Valamiro, nella Scizia non furon confinati. Nacque a Teodemiro in questo stesso giojoso tempo della vittoria riportata contro a' figliuoli d'Attila, Teodorico, quegli che fin da' suoi natali dando di se alte speranze, per le sue nobili maniere ed eccellenti virtù, entrato in somma grazia dell'Imperador Zenone, ebbe la fortuna per molti anni con nome regio di signoreggiar l'Italia, e queste nostre province.

Continuavasi intanto fra l'Imperador Marciano e Valamiro, e suoi fratelli una perfetta e stabil pace; ma offesi questi, che nella Corte imperiale di Costantinopoli, un tal Teodorico figliuolo di un soldato veterano, se ben Goto, però non della stirpe degli Amali, aveva tirato a se gli animi di tutti, e che dall'Imperadore niun conto d'essi facevasi, sottraendosi loro gli stipendj, che solevan dall'Imperio ricevere: sdegnati perciò acerbamente, mossero incontanente centra l'Imperio l'armi, e posero sossopra la Dalmazia, e l'Illirico. Prestamente l'Imperadore mutò sentimenti: laonde per tenergli amici, mandò Ambasciadori a stabilir con essi con più forte nodo una più ferma e stabil pace, offerendo loro non pur quegli stipendj, che per lo passato aveva denegati, ma anche tutto ciò, che fin a quel tempo dovevano conseguire, obbligandosi eziandio di corrispondergli nell'avvenire, purchè essi si contenessero ne' loro confini, nè guerra all'Imperio portassero. Furono accordate le condizioni: ma l'Imperadore per istar maggiormente sicuro, volle che per ostaggio si desse il fanciullo Teodorico figliuolo di Teodemiro. Ripugnava l'affettuoso padre, nè poteva soffrire, che sì caro pegno se gli togliesse; ma finalmente persuaso dalle preghiere di suo fratello Valamiro glie lo concedette. Fu per tanto fermata tra Goti e Romani una ferma e stabil pace, pegno della quale fu Teodorico, che, dato in ostaggio, fu in Costantinopoli portato nelle mani dell'Imperador Lione il Trace, ch'allora era in Oriente a Marciano succeduto, il quale per l'avvenenza e gentili maniere del fanciullo, così caro l'ebbe, che più di proprio figliuolo l'amò e ritenne.

Essendosi adunque i Goti con sì forte nodo di pace stretti co' Romani, contra varie Nazioni, che con loro confinavano, sovente mossero l'armi: ma ecco che mentre Valamiro valorosamente combatte i Sciti, sbalzato dal suo cavallo, fu da essi ucciso, onde i Goti per vendicar la morte del Re loro, pugnarono sì fortemente contro a' medesimi, che affatto l'estinsero, e debellarono. Muove altresì Teodemiro l'armi contro a' Svevi, ed Alemanni, e di essi fa crudel macello, gli disperde, e quasi affatto gli estingue: e mentre trionfando ritorna nella Pannonia sua sede, ecco che Teodorico suo figliuolo dato in ostaggio, se ne ritorna da Costantinopoli onusto di doni, licenziato dall'Imperador Lione, perchè in libertà piena godesse il patrio suolo.

Ritornato Teodorico nella Pannonia, appena uscito dalla puerizia, non avendo diciotto anni finiti, comincia a dar di se saggi d'incredibil valore; poichè senza che Teodemiro suo padre il sapesse, raguna molte truppe de' suoi più ben affezionati, ed il numero di poco men, che seimila uomini unendo, valica il Danubio, e contra Babai Re di Sarmati porta le sue armi, il quale poco anzi aveva trionfato di Camundo Capitan romano; lo vince, l'uccide, e sopra lui piena vittoria riportando, sorprende anche la città di Semandria, che da' Sarmati era stata occupata, nè la rende a' Romani, ma al suo Reame la sottomette.

Ma mentre i Goti così depredano i lor vicini, vie più cresce l'ardore di dilatare i lor confini, e cercare in altre parti più agiate sedi: Videmiro per tanto si dispone co' suoi di passar in Italia, come fece, ma appena ivi giunto, furon da inaspettata morte troncati tutti i suoi disegni; onde succedutogli nel Regno il figliuolo, che Videmiro parimente nomossi, questi confortato da Glicerio, ch'allora imperava nell'Occidente; da Italia nella Gallia volse il suo cammino, ed unitosi cogli Vestrogoti suoi parenti, potè co' medesimi purgar la Gallia, e le Spagne da molte Nazioni che l'infestavano, e difendere quelle province centra l'invasione de Vandali.

Teodemiro all'incontro suo zio con Teodorico suo figliuolo, stimolato anche da Gezerico Re de' Vandali, verso la Dalmazia e l'Illirico portò le sue armi, prende Neissa principal città di questa provincia, indi Ulpiano, e tutti gli altri luoghi, ancorchè inaccessibili quelli ti fossero; sottomette al suo Imperio Eraclea, e Larissa città della Tessaglia: trascorre più oltre, ed all'impresa di Tessalonica ancor aspira. Trovavasi alla guardia di questa città Clariano Patrizio e Capitan romano, il quale colto così inaspettatamente da Teodemiro, e considerando le sue forze non sufficienti a potergli resistere, gli mandò Legati con molti doni, perchè dall'assedio di quella città si rimanesse. Furon accordate tosto le condizioni di pace, lasciandosi a' Goti tutti que' luoghi, che eransi a loro renduti, cioè Ceropellas, Europo, Mediana, Petina, Bereo, e gli altri paesi dell'Illirico, ove i Goti col loro Re, deposte l'armi, tranquillamente si posarono. Non molto da poi gravemente infermossi Teodemiro, il quale convocati i Goti, avendo disegnato ad essi Teodorico suo figliuolo per loro Re e suo successore, da tutti compianto, finì i giorni suoi[704].

§. I. Di Teodorico ostrogoto, Re d'Italia.

Intanto l'Italia per la morte di Valentiniano III, accaduta nell'anno 455[705] era per la variazione di tanti Principi e Imperadori tutta sconvolta e miseramente afflitta: Massimo, autor dell'infame assassinamento, si fece acclamar Imperadore d'Occidente, e sposò Eudossia moglie di Valentiniano, e figliuola di Teodosio; ma avendole manifestato, ch'egli era stata la cagione della morte del suo primo marito, ella chiamò dall'Affrica Genserico Re de' Vandali, il quale venne con potente armata in Italia, ed entrato in Roma interamente la devasta e saccheggia, e Massimo, mentre fugge, fu dal Popolo romano lapidato e sbranato. Dopo aver Genserico scorse molte province, volgesi in dietro con proposito d'abbandonarla, e ripassare in Affrica: scorre per la nostra Campagna, e tutta la devasta e scompiglia, prende Capua e Nola, e molte altre città di questa provincia sono distrutte e poste a sacco: indi a Cartagine fece ritorno. Avito in queste turbolenze col favor degli Vestrogoti si fece in Francia gridar Imperadore, ma ben presto lasciò la porpora; poichè Marciano Imperadore, che, come si disse, era succeduto nell'Imperio d'Oriente a Teodosio il Giovane, avendo intesa la morte di Massimo, proccurò, che dal Senato e da' soldati si creasse Imperadore Maggioriano, come seguì nell'anno 457. Fu questi non molto da poi per opera di Severo fatto uccidere, il quale s'intruse nell'Imperio; ma non passò il terzo anno, che Severo fu fatto privar di vita da Ricomero, il quale stabilì in suo luogo Antemio; ebbe questi ancora il favor di Lione, che nell'anno 457 per la morte di Marciano era nell'Imperio d'Oriente succeduto. Ma essendosi da poi contra Antemio dichiarato Ricomero, fu da costui parimente fatto morire nell'anno 472, e fece in suo luogo collocare Olibrio, il quale non regnò più, che otto mesi, e Glicerio più per la sua potenza, e per essere sostenuto dai Vestrogoti, che per libera elezione, fu in Ravenna dichiarato Imperadore. Ma questi appena finì un anno d'Imperio, che Giulio Nipote nell'anno 474 lo fece deporre, e prese egli il titolo d'Imperadore: Oreste stabilito da lui Generale delle sue armi, si ribellò contro di esso, e fece dichiarare in Ravenna suo figliuolo Augustolo Imperadore.

I Principi stranieri vedendo tanta confusione e disordine presso a' Romani, ben pensarono d'approfittarsene, siccome fece già Evarico vestrogoto, e fecero molti altri; ma nel Regno d'Augustolo, crescendo via più il disordine, venne fatto agli Eruli e Turingi, sotto Odoacre lor Capitano, invitato anche dagli amici di Nipote, d'occupar finalmente l'Italia: uccide Oreste, e discacciato dall'Imperio Augustolo, lo manda in Napoli in esilio nel Castello di Lucullo, che ora noi diciamo dell'Uovo[706]. Ed ecco in Augustolo estinto l'Imperio de' Romani in Occidente in quest'anno 476 tanto che ebbe a dire Giornande: Sic quoque Hesperium Romanae Gentis Imperium, quod septingentesimo vigesimo tertio Urbis conditae anno, primus Augustorum Octavianus Augustus tenere coepit, cum hoc Augustolo periit, anno decessorum, praedecessorumque Regni quingentesimo sexto; Gothorum dehinc Regibus, Romam, Italiamque tenentibus. Terminò ancora nella sua persona il nome d'Imperador d'Occidente, perchè Odoacre essendosi renduto padrone di Italia, non prese altra qualità, che di Re.

Tenne Odoacre il Regno d'Italia, secondo Giornande, poco men, che quattordici anni[707], infino che da Teodorico Ostrogoto nell'anno 489 non ne venne scacciato, e confinato in Ravenna, ove lo cinse di stretto assedio. Non ebbe l'Italia, non ebbero queste nostre province tempi più miserabili di quelli, che corsero dalla morte di Valentiniano III, infino al Regno di Teodorico; poichè se vorrà considerarsi di quanto danno sia cagione ad una Repubblica, o ad un Regno variar Principe, o governo, si potrà quindi facilmente immaginare, quanto in tali tempi patissero queste nostre province per la variazione di tanti Principi, ed Imperadori. Tutto era disordine, tutto confusione e sconvolgimento: le leggi avvilite, e più la giustizia. Gl'Imperadori, che sì spesso eran rifatti, a tutt'altro badavano: solamente alcune Novelle di Marciano, di Maggioriano, di Severo, e d'Antemio, sono a noi rimase, le quali da Giacopo Gotofredo furon raccolte, quelle che veggonsi impresse dopo il suo Codice Teodosiano. Ma assunto al Regno Teodorico, meritò questo Principe non mediocre lode; poichè egli fu il primo, che facesse cessare tante calamità, tal che per lo spazio poco meno di 38 anni, che regnò in Italia, la ridusse in tanta grandezza, che gli antichi mali e desolazioni più in lei non si conoscevano; imperciocchè reggendola secondo gl'istituti e leggi de' Romani, la restituì nell'antico splendore e maestà. Per la quale cosa conviene a noi narrar particolarmente i gesti di questo eccelso Principe, a cui molto debbon queste nostre province, ch'ora compongono il Regno di Napoli.

Teodorico dopo la morte di Teodemiro suo padre, assunto al paterno Reame, dominava nell'Illirico, ove gli Ostrogoti, come dicemmo, dopo quelle conquiste, posando l'armi si fermarono. Reggeva allora l'Oriente Zenone, il quale nell'anno 474 era all'Imperador Lione succeduto in Oriente: questi avendo inteso, che Teodorico era stato dagli Ostrogoti eletto Re, dubitando che per lo troppo suo potere non inquietasse il suo Imperio, stimò richiamarlo in Costantinopoli, ove giunto con incredibili segni di stima l'accolse, e fra i primi Signori del palazzo lo fece prima arrolare; non guari da poi per suo figliuolo l'adottò, e creollo ordinario Console, dignità in que' tempi la più eminente del Mondo: nè gli bastò questo, ma volle ancora, che per gloria d'un sì ragguardevol personaggio gli fosse eretta avanti la Reggia dell'imperial palagio una statua equestre. Ma mentre questo Principe godeva in Costantinopoli tutti quegli agi e quegli onori, che da mano imperiale potevan dispensarsi, il generoso suo animo però mal sofferiva di veder la sua gente, che nell'Illirico era trattenuta, invilita nell'ozio ed in povertà ed angustie, ed egli starsene oziosamente godendo quelle delizie, menando una vita neghittosa e lenta: da sì potenti stimoli riscosso, si risolve a più magnanime imprese, e portatosi all'Imperador Zenone, secondo che narra Giornande[708], così gli parla. Ancorchè a me, ed a' miei Goti, che al vostro Imperio ubbidiscono, niente manchi per la vostra magnanimità e grandezza, piacciavi nondimeno udire i voti e i desiderj del mio cuore, che son ora liberamente per esporvi. L'Imperio d'Occidente, che lunga stagione fu governato da' vostri predecessori, va tutto in guerra, e non vi è barbara nazione, che non lo devasti, scompigli e manometta: Roma, che fu già capo e signora del Mondo con l'Italia tutta dalla tirannide d'Odoacre è oppressa: voi solo permetterete, che stando noi qui oziosi e infingardi, altri depredino sì bella parte del vostro Imperio? che non mandi me colla mia gente a portar ivi le nostre armi? Noi vendicheremo i vostri torti e le vostre onte, ed oltre che risparmierete le gravi spese, che, stando noi qui, sostenete, se io coll'aiuto del Signore vincerò, risanerà la fama della vostra pietà e del vostro onore per tutto il Mondo. Io son vostro servo e vostro figliuolo ancora, onde sarà più espediente e ragionevole, che se vincerò, abbia io per vostro dono a posseder quel Regno, che ora è premuto dalla tirannide di straniere genti, che tengono il vostro Senato, e gran parte della vostra Repubblica in vile servitù e cattività: se io trionferò d'esse, per tua munificenza possederò l'Occidente: se resterò vinto, al vostro Imperio, ed alla vostra pietà niente si toglie, anzi ne guadagnerete queste gravi e rilevanti spese.

Sì magnanima risoluzione di Teodorico, ancorchè forte spiacesse all'Imperador Zenone, che mal sofferiva il suo allontanamento, pure, e per non contristarlo, e seco medesimo pensando, che meglio fosse, che i suoi Goti, di riposo impazienti, portassero altrove le loro armi, e non inquietassero le parti Orientali, volle compiacerlo, e concedendogli tutto ciò che domandava, caricatolo di ricchissimi doni, lo lasciò andare, raccomandandogli sopra ogni altra cosa il Senato, ed il Popolo romano, di cui dovesse averne ogni stima e rispetto. Esce fuor di Costantinopoli Teodorico ripieno d'altissime speranze, e ritornando a' suoi Goti, fa sì, che molti lo seguissero, e per cammin diritto, avviandosi per la Pannonia, verso Italia drizza il suo esercito. Indi entrando ne' confini di Vinezia, presso al ponte di Lisonzo non lungi d'Aquileja, pone i suoi alloggiamenti.

I messi intanto di questa mossa eran precorsi ad Odoacre, il quale, sentendo essersi Teodorico già accampato in quel ponte, gli muove incontro il suo esercito. Ma Teodorico, prevenendolo, ne' Campi di Verona, gli presenta la battaglia, pugnasi ferocemente, e Teodorico delle genti nemiche fa strage crudele: onde audacissimamente entrando in Italia, passato il Pò, presso a Ravenna accampa il suo esercito, ed all'assedio di questa imperial città è tutto rivolto. Odoacre, che si ritrova dentro, fa ogni sforzo in munirla, e sovente con notturne scorrerie inquieta l'esercito dei Goti; ed in questa guisa pugnando, ora perdente, ora vincente, si giunge al terzo anno di quest'assedio: ma invano s'affatica Odoacre, poichè fra tanto da tutta Italia era Teodorico per suo Re e signore acclamato, ed ogni cosa così pubblica, come privata, i suoi voti secondava. In tale stato scorgendo Odoacre esser ridotta la sua fortuna, e riguardandosi solo in Ravenna, e che già per lo continuo e stretto assedio, mancavano i viveri, deliberò rendersi, onde mandò Legati a Teodorico a chiedergli pace: fugli accordata; ma da poi entrato in sospetto, che Odoacre gl'insidiasse il Regno, gli fece toglier la vita.

Intanto di sì avventurosi successi diede Teodorico distinti ragguagli all'Imperador Zenone, avvisandolo non rimanergli altro, che Ravenna sola per l'intera conquista dell'Italia; ébbene sommo piacere Zenone, onde con suo imperial decreto confermogli l'Imperio d'Italia; e per suo consiglio deponendo l'abito Goto, non già d'imperial diadema, ma di regie insegne e di regale ammanto si cuopre, e Re de' Goti e de' Romani è proclamato[709]. Indi nel secondo anno dell'Imperio d'Anastasio, che a Zenone succedette, prese, per la morte d'Odoacre, Ravenna, e nell'anno 493 fermò in questa città, come avevan fatto i suoi predecessori, la regia sede.

Se fu mai Principe al Mondo, in favor del quale nell'acquisto de' suoi Regni concorressero tanti giusti titoli, certamente dovrà reputarsi Teodorico a rispetto del Regno d'Italia. Era già a' suoi dì l'Imperio d'Occidente, per la morte d'Augustolo, finito affatto ed estinto: la Spagna da' Vandali, dagli Vestrogoti, e dai Svevi era occupata: la Gallia da' Francesi, e da' Borgognoni: la Germania dagli Alemanni, e da altre più inculte e barbare Nazioni: l'Italia non potendo essere difesa dagl'Imperadori d'Oriente, era stata da essi abbandonata, e lasciata in preda di più barbare genti: Gizerico Re de' Vandali la devasta e depreda: Odoacre, l'invade, e sotto la sua tirannide la fa gemere. Giunge Teodorico a liberarla, ed a suo costo per mezzo d'infiniti perigli, col valor delle sue armi, e colle forze della sua propria Nazione supera il Tiranno, lo discaccia, e l'uccide. Tutti i Popoli per loro Re e signore l'acclamano, ed il suo Regno desiderano. Se v'era chi sopra Italia avesse alcun diritto, era l'Imperador d'Oriente; ma Teodorico mandato da lui viene a conquistarla, ed a discacciarne l'invasore. Conquistata che l'ebbe colle proprie forze, gli viene da Zenone confermato l'Imperio, e per suo consiglio ed autorità dell'insegne regali s'adorna, e Re d'Italia è gridato, transfondendo nella sua persona i più supremi diritti. Nel che non vogliamo altri testimoni, che i Greci stessi, niente dico di Giornande, che come Goto potrebbe forse ad alcuni sembrar sospetto, niente d'Ennodio, quel Santo Vescovo di Pavia, che per la giustizia del suo Regno gli stese una orazione panegirica[710]; vagliami Procopio[711] di nazione greca, il quale nella sua storia, siccome tanto si compiace de' suoi Greci, così a' Goti non fu molto favorevole: ecco ciò, ch'e' narra di questo fatto, secondo la traduzione di Grozio: At Zeno Imperator, gnarus rebus uti, ut dabant tempora, Theodorico hortator est, ut in Italiam iret, Odoacroque devicto, sibi ipse ad Gothis pararet Occidentis Regnum. Quippe satius homini in Senatum allecto, Romae, atque Italis imperare, Invasore pulso, quam arma in Imperatorem cum periculo experiri. Per la qual cosa i miserabili Goti, quando nel Regno di Teja ultimo loro Re furono costretti da Giustiniano a lasciar l'Italia, ricorrendo a' Francesi per aiuto, fra l'altre cose, che per movergli alla loro difesa poser loro innanzi gli occhi, fu il dire, che ciò, che i Romani allora facevano ad essi, avrebbono un dì fatto a loro altresì; poichè or che vedevan le loro forze abbattute, con ispeziosi pretesti moveano loro guerra, con dire, che Teodorico invase l'Italia, che a' Romani s'apparteneva: Cum tamen, essi dicevano appresso Agatia[712], Theodoricus non ipsis nolentibus, sed Zenonis quondam Imperatoris concessu venisset in Italiam, neque eam Romanis abstulisset, qui pridem eam amiserant, sed depulso Odoacro invasore peregrino, Belli jure quaesivisset quaecunque ille possederat.

E morto l'Imperador Zenone, Anastasio, che gli succedè nell'Imperio d'Oriente, portò gli stessi sentimenti del suo predecessore avendolo per giusto e legittimo Principe; poichè se bene appresso l'Anonimo Valesiano, che fu fatto imprimere da Errico Valesio dopo Ammiano, rapportato da Pagi nella sua Dissertazione hypatica de Consulibus, si legga, che i Goti, morto nell'anno 493 Odoacre, sibi confirmaverunt Theodoricum Regem, non expectantes jussionem novi Principis (intendendo d'Anastasio, che allora era a Zenone succeduto) ciò che, come avverte Pagi[713], insino ad ora fu ignorato; nulladimanco dall'Epistole di Cassiodoro si vede, che Anastasio approvò poi ciò, che i Goti aveano per propria autorità fatto; anzi finchè visse, mantenne con Teodorico una ben ferma e sicura amicizia, esortandolo sempre, che amasse il Senato, abbracciasse le leggi de' Principi romani suoi predecessori, e proccurasse sotto il suo Regno mantener l'Italia unita in una tranquilla e sicura pace: di che Teodorico ne l'accertava con promesse e con effetti, come si vede dalle sue Epistole, che appresso Cassiodoro si leggono dirizzate ad Anastasio[714].

Giustiniano stesso, che discacciò i Goti d'Italia, non potè non riputar giusto e legittimo il Regno di Teodorico, e degli altri Re d'Italia suoi successori: poichè conquistata che l'ebbe per opera di que' due illustri Capitani, Belisario, e Narsete, abolì sì bene tutti gli atti, concessioni e privilegi di Totila da lui reputato invasore e Tiranno, ma non già quelli di questo Principe, e degli altri suoi successori[715].

(La subordinazione e riverenza nella quale furono i Re Goti agl'Imperadori d'Oriente, si convince apertamente dalle monete di questi Re, che si conservano ancora ne' più rinomati Musei d'Europa, nelle quali in una parte si vede l'effigie degl'Imperadori, nell'altra non già imagine alcuna di Re Goto; ma solo i loro nomi, toltene alcune monete di rame forse per concessione avutane dagl'Imperadori, se ne vede anche l'effigie. Di quelle d'argento nel Museo cesareo di Vienna se ne veggono alcune, le quali da una parte hanno l'effigie dell'Imperadore Giustiniano, e dall'altra i nomi di questi Re: Athalaricus Rex. Theodatus Rex. Vitigis Rex. Baduela Rex. Il Bandurio le ha pure impresse; ed il Paruta porta anche una consimil moneta del Re Teia. Il dubbio che sorge, come Giustiniano permettesse a Baduela, che è lo stesso, che Totila, coniar monete colla sua imagine, ed il di lui nome, quando lo riputava invasore e Tiranno, viene sciolto dal Bandurio, al quale volentieri ci rimettiamo).

In fatti Teodorico, ancorchè non gli fosse piaciuto d'assumere il nome d'Imperadore, era in realtà da tutti i suoi Popoli tenuto per tale; e Procopio stesso dice, che niente gli mancava di quel decoro, che ad uno Imperador si conveniva; anzi Cassiodoro reputò, che questo nome stava assai più bene a lui, che a qualunque altro, ancorchè chiarissimo Imperador romano: ed in effetto questo Principe sia per riverenza degl'Imperadori d'Oriente, sia perchè Odoacre non prese altra qualità, che di Re, sia perchè queste Nazioni straniere riputassero più profittevole e vigoroso il titolo di Re, come dinotante una signoria affatto indipendente e libera, che quello d'Imperadore, non volle giammai assumere tal nome d'Imperadore di Occidente, come fece da poi Carlo M. E pure, o si riguardi l'estensione del dominio, o l'eminenti virtù, che l'adornavano, non meno, che Carlo M. sarebbe stato meritevole di tal onore. Egli possedeva l'Italia con tutte le sue province, e la Sicilia ancora. Nè questa parte d'Europa solamente era sotto la sua dominazione. Tenne la Rezia, il Norico, la Dalmazia colla Liburnia, l'Istria, e parte della Svevia: quella parte della Pannonia, ove sono poste Sigetinez, e Sirmio: alcuna parte della Gallia, per la quale co' Francesi sovente venne all'armi, e per ultimo reggeva, come Tutore d'Amalarico suo nipote, la Spagna; tanto che Giornande[716] ebbe a dire: Nec fuit in parte Occidua gens, quae Theodorico, dum viveret, aut amicitia, aut subjectione non deserviret.

Non ancora in Occidente erasi introdotto quel costume, che i Re s'ungessero, ed incoronassero per mano de' Vescovi delle città metropoli. In Oriente cominciava già a praticarsi questa cerimonia; ed in questi medesimi tempi leggiamo, che Lione il Trace dopo essere stato dal Senato di Costantinopoli eletto Imperadore, fu incoronato da Anatolio Patriarca di quella città. Se questa usanza si fosse trovata introdotta in Italia, e fosse piaciuto a Teodorico portarsi in Roma a farsi incoronare Imperadore da Papa Gelasio, siccome fece Carlo M. con Papa Lione III, certamente che oggi pure si direbbe essere stato trasferito l'Imperio d'Occidente da' Romani ne' Goti per autorità della sede Apostolica romana.

§. II. Leggi romane ritenute da Teodorico in Italia, e suoi editti conformi alle medesime.

Ma avvegnachè a questo Principe non fosse piaciuto assumere il nome d'Imperador d'Occidente, egli però resse l'Italia, e queste nostre province, non come Principe straniero, ma come tutti gli altri Imperadori romani. Ritenne le medesime leggi, i medesimi Magistrati, l'istessa politia, e la medesima distribuzione delle province. Egli divise prima gli Ostrogoti per le terre co' Capi loro, acciocchè nella guerra gli comandassero, e nella pace gli reggessero, ed eccetto che la disciplina militare, rendè a' Romani ogni onore. Comandò in prima, che le leggi romane si ritenessero, ed inviolabilmente s'osservassero, ed avessero quel medesimo vigore, ch'ebbero sotto gli altri Imperadori di Occidente; anzi fu egli di quelle cotanto riverente e rispettoso, che sovente appresso Cassiodoro in cotale guisa ne favella: Jura veterum ad nostrani cupimus reverentiam custodiri. Ed altrove: Delectamur jure Romano vivere; ed in altri luoghi: Reverenda legum antiquitas, etc.[717]. Laonde i Pontefici romani si rallegravano con Teodorico, che come Principe saggio e prudente avesse ritenuta la legge romana in Italia. Così Gelasio, secondo rapporta Gotofredo[718], ovvero Simmaco suo successore, secondo vuole Alteserra[719], si congratulava con Teodorico: Certe est magnificentiae vestrae, leges Romanorum Principum, quas in negotiis hominum custodiendas esse praecepit, multo magis circa Beati Petri Apostoli Sedem pro suae felicitatis augumento, velle servari. E per questa cagione ne' primi cinque libri di Cassiodoro, che dell'Epistole e editti di Teodorico si compongono, non vedesi inculcar altro a' Giudici, ed a' Magistrati, che la debita osservanza e riverenza delle leggi romane: e moltissime costituzioni del Codice Teodosiano, e molte Novelle di Teodosio, di Valentiniano, e di Majoriano, in que' libri s'allegano, delle quali lungo catalogo ne tessè il diligentissimo Gotofredo ne' suoi Prolegomeni a quel Codice[720].

Nè altra fu l'idea di questo Principe, che mantenere il Regno d'Italia con quelle stesse leggi, e col medesimo spirito ed unione, con cui Onorio, Valentiniano III, e gli altri Imperadori d'Occidente l'aveano governato. Così egli se ne dichiarò con Anastasio Imperador d'Oriente: Quia pati vos non credimus inter utrasque Respublicas, quarum semper unum corpus sub antiquis Principibus fuisse declaratur, aliquid discordiae permanere; quas non solum oportet inter se otiosa dilectione conjungi, verum etiam decet mutuis viribus adjuvari. Romani Regni unum velle, una semper opinio sit[721]. Per la qual cosa da Teodorico nuove leggi in Italia non furono introdotte, credendo bastar le Romane, per le quali lungo tempo s'era governata. E se bene ancor oggi si legga un suo editto[722] contenente cento cinquanta quattro capi (il quale lo debbiamo alla diligenza di Pietro Piteo, che lo fece imprimere) però, toltone alcuni capi, che del gotico rigore sono aspersi, come il capo 56, 61 ed alcuni altri, tutto il rimanente è tolto dalle leggi romane, siccome Teodorico stesso lo confessa nel fine del medesimo: Nec cujuslibet dignitatis, aut substantiae, aut potentiae, aut cinguli, vel honoris persona, contra haec, quae salubriter statuta sunt, quolibet modo credat esse veniendum, quae ex Novellis legibus, ac veteris juris sanctimonia pro aliqua parte collegimus. Nè vi è quasi capo del suddetto editto, che disponga cosa, la quale nelle leggi romane non si trovi. Onde sovente Teodorico per corroborar il suo comando, o divieto, alle medesime si rapporta. Così nel cap. 24 secundum legum veterum constituta: e nel cap. 26 secundum leges: e nel cap. 36 legum censuram, ed altrove.

Ma ciò, che rende più commendabile questo Principe fu, che volle eziandio, che queste leggi fossero comuni non solo a' Romani, ma a' Goti stessi, che fra i Romani vivevano, come è manifesto per questo suo editto, lasciando a' Goti poche leggi proprie, le quali, come più a loro usuali, più tosto lor proprie costumanze erano, che leggi scritte: ma in ciò ch'era di momento, come di successioni, di solennità, di testamenti, d'adozioni, di contratti, di pene, di delitti, ed in somma per tutto ciò, che s'appartiene alla pubblica e privata ragione, le leggi romane erano a tutti comuni. Nè altre leggi contendendo il Goto col Romano, o il Romano col Goto, volle che i Giudici riguardassero per decidere le loro liti, come espressamente Teodorico rescrisse ad un tal Gennaro Preside del nostro Sannio: Intra itaque Provinciam Samnii, si quod negotium Romano cum Gothis est, aut Gotho emerserit aliquod cum Romanis, legum consideratione definias; nec permittimus discreto jure vivere, quos uno voto volumus vindicare[723]. Solamente quando le liti s'agitavan fra Goto e Goto volle, che si decidessero dal proprio Giudice, ch'egli destinava in ciascuna città, secondo i suoi editti, i quali, come s'è detto, ancorchè contenessero alcune cose di gotica disciplina, non molto però s'allontanavan dalle leggi romane; ma in ciò i Romani anche venivan privilegiati, poichè solo se la lite era fra Goto e Goto, poteva procedere il lor Giudice: ma se in essa occorreva, che v'avesse anche interesse il Romano, attore o reo che questi si fosse, doveva ricorrersi al Magistrato romano: ed in questa maniera era conceputa da Teodorico la formola della Comitiva, che si dava a coloro, che da lui erano eletti per Giudici de' Goti in ciascheduna provincia, rapportata da Cassiodoro nel settimo libro fra le molt'altre sue formole[724].

§. III. La medesima politia, o Magistrati ritenuti da Teodorico in Italia.

Siccome somma fu la cura di Teodorico di ritenere in Italia le leggi romane, non minore certamente fu il suo studio di ritenere ancora l'istessa forma del governo, così per quel che s'attiene alla distribuzione delle province, come de' Magistrati e delle dignità. Egli ritrovando trasferita la sede imperiale da Onorio e Valentiniano suoi predecessori in Ravenna, che non a caso, e per allontanarsi da Roma, ivi la collocarono, ma per esser più pronti ed apparecchiati a reprimer l'irruzioni de' Barbari, che per quella parte si inoltravan ne' confini d'Italia, ivi parimente volle egli fermarsi; onde le querele de' Romani erano pur troppo ingiuste e irragionevoli, quando di lui si dolevano, perchè in Ravenna, e non in Roma, avesse collocata la sua sede regia. Ben del suo amore inverso quella inclita città lasciò egli manifestissimi documenti, ornandola di pubbliche e chiare memorie della sua grandezza e regal animo, e della sua magnificenza, cingendola ancora di ben forti e sicure mura. Non fu minore il suo amore e riverenza verso il Senato romano, come ne fanno pienissima fede le tante affettuose epistole da lui a quel Senato dirizzate, piene d'ogni stima e rispetto, che si leggono presso a Cassiodoro. In Ravenna adunque, come avean fatto i suoi predecessori, collocò la sua regia sede; e quindi resse l'Italia, e queste nostre province, che ora compongono il Regno di Napoli, con quelli Magistrati medesimi, co' quali era stata governata dagl'Imperadori romani.

De' Magistrati e degli altri Ufficiali del palazzo e del Regno, ancorchè alcuni ne fossero stati sotto il suo governo nuovamente rifatti, e ne' nomi e ne' gradi qualche diversità vi si notasse, se ne ritennero però moltissimi, se non in tutto nella potestà e giurisdizione simili a quelli de' Romani, molti però nel nome ed assaissimi anche in realtà a' medesimi conformi. Si ritennero i Senatori, i Consoli, i Patrizj, il Prefetto al Pretorio, i Prefetti della città, ed i Questori. Si ritennero i Consolari, i Correttori, i Presidi, e moltissimi altri. Qualche mutazione solamente fu negli Ufficiali minori, essendo stata usanza dei Goti in ogni, benchè picciola città, mandare i Comiti, e particolari Giudici per l'amministrazione del governo e della giustizia, e di creare alcuni altri Ufficiali, di cui nella Notizia delle dignità dell'Imperio è ignoto il nome.

Ma se in questo divario de' Magistrati introdotto da' Goti, vogliamo seguire il sentimento dell'accuratissimo Ugon Grozio, bisognerà dire, che in ciò fecero cosa assai più commendabile, che i Romani stessi; imperciocchè, e' dice, appresso a' Romani furon molti nomi di dignità affatto vani e senza soggetto: Multa apud Romanos ejusmodi inani sono constantia, Vacantium, Honorariorum, etc.[725]. All'incontro i Goti ebbero sentimenti contrarj, come si legge in Cassiodoro[726]: Grata sunt omnino nomina, quae designant protinus actiones, quando tota ambiguitas audiendi tollitur ubi in vocabulo concluditur, quid geratur. In oltre Grozio riflette, che i Romani mandando per ciascheduna provincia un Consolare, o un Preside, il qual dovesse avere il governo e la cura di tutte le città e castelli della provincia, molti de' quali eran assai distanti dalla sua sede: quindi avveniva, che non potendo il Preside esser presente in tutti que' luoghi, venivan perciò a gravarsi i provinciali d'immense e rilevanti spese, poichè bisognava ch'essi ricorressero a lui da parti remotissime. Presso a' Goti la bisogna in altro modo procedeva: avevan bensì le province i loro Consolari, i Correttori, ed i Presidi, nulladimeno non solamente alle più principali città, ma eziandio a ciascheduno, benchè piccolo castello, mandavansi i Comiti, o altri Magistrati inferiori, fedeli, incorrotti, e dal consentimento de' popoli approvati, acciocchè potessero render loro giustizia, ed aver cura de' tributi, e altri bisogni di que' luoghi.

Tanto che questa disposizione di Magistrati, che oggidì ancora nel nostro Regno osserviamo, di mandarsi Governadori e Giudici ad ogni città, la dobbiamo non a' Romani, ma a' Goti.

E se ne' tempi nostri si praticassero que' rigori e quelle diligenze, che a' tempi di Teodorico usavansi nella scelta di tali Ministri, cioè di mandare uomini di conosciuta integrità e dottrina, e a' Popoli accettissimi, vietando perciò l'appellazioni ad altri Tribunali lontani, e sol permettendole, quando o la gravità degli affari, o una manifesta ingiustizia il richiedesse, certamente d'infinite liti, e di tanti gravi dispendj vedrebbonsi libere queste nostre province, ch'ora non sono. E per questa cagione presso a molti Scrittori tanto s'esagera il governo de' Popoli orientali ed affricani, che noi sovente nelle comuni querele sogliamo perciò invidiargli; perocchè questi non pur nelle città, ma in ogni piccolo castello hanno i lor Giudici sempre pronti ed apparecchiati, e le liti non tantosto sono fra essi insorte, che subito veggonsi terminate, rarissime volte, o non mai, ammettendo appellazioni; perchè la gente tenendo nella venerazione dovuta il Magistrato, a' suoi decreti tosto s'acqueta, e soffre più volentieri, che se le tolga la roba controvertita, che andar girando in parti lontane e remote con maggiori dispendj, e coll'incertezza di vincere, e sovente col timore di tornar a perdere; e stiman esser di loro maggior profitto, che ad essi s'usi una ingiustizia pronta e sollecita, che una giustizia stentata e tarda. Perciò Clenardo[727] avendo lasciata Europa, e in Affrica nel regno di Feza ricovratosi, soleva a molti suoi amici europei scrivere, ch'egli non invidiava le magnificenze e grandezze di tante belle città, solamente perchè non dovea più nel Foro rivoltarsi tra tanta gente malvagia e piena di cavilli: nè ivi faceva uopo de' loquaci Causidici, ma se occorreva tra quegli Affricani qualche lite, era sempre presto il Giudice a deciderla, nè tornavan a casa i litiganti, se non terminato il litigio. Ma questo, nello stato delle cose presenti, è più tosto da desiderarsi, che da sperarsi; poichè il male è nella radice; oltracchè nell'elezione de' Magistrati non s'attendon più quelle prerogative, che forse in quei tempi, ch'ora noi chiamiamo barbari, accuratamente s'attendevano: ciò che allora era rimedio, presentemente in mortifero veleno si trasmuterebbe: giacchè fin da' tempi d'Alfonso I. Aragonese si trasfuse il male di concedere a' Baroni del Regno ogni giurisdizione ed imperio. E oggi sono più i governi, che si concedono da' medesimi, che quelli, che sono dal Re provveduti e la maggior parte del Regno è governata da essi nelle prime istanze; onde era espediente, che s'ammettessero que' tanti ricorsi a' Tribunali superiori che oggi giorno osserviamo; giacchè non potè praticarsi il disegno, che Carlo VIII, Re di Francia, in que' pochi mesi, che tenne questo Regno, avea conceputo, di togliere a' Baroni ogni giurisdizione ed imperio, e ridurgli a somiglianza di quelli di Francia, e dell'altre province d'Europa[728].

Ma ritornando onde siamo dipartiti, i Goti, secondo che ci rappresentano i libri di Cassiodoro, furon molto avvertiti nella scelta de' Magistrati, e non meno nell'elezione de' maggiori Ufficiali, che in quella de' minori, che mandavano in ciascuna città, ponendovi ogni lor cura e diligenza: quindi presso a Cassiodoro leggiamo tanti nuovi Ufficiali, i Cancellieri, i Canonicarj, i Comiti, i Referendarj; e le tante formole, colle quali eran tante e sì varie dignità conferite a' soggetti di conosciuta bontà e dottrina. Pietro Pantino[729] scrisse un non dispregevol libro delle dignità della Camera gotica: ma come fu osservato da Grozio[730], senza la costui fatica e diligenza, ben potevano quelle ravvisarsi e comprendersi dal libro sesto e settimo di Cassiodoro, ove tutte queste dignità ci vengono rappresentate e descritte.

§. IV. La medesima disposizione delle province ritenuta in Italia dal Re Teodorico.

Ritenne ancora questo Principe la stessa divisione delle province, che sotto l'Imperio di Costantino, e de' suoi successori componevano l'Italia: era ancora il medesimo numero di quel d'Adriano: ed in diciassette eran ancora distinte, nè ciò, ch'ora appelliamo Regno di Napoli, in più province fu partito: quattro ancora furono sotto la dominazione di Teodorico. I. la Campagna. II. la Calabria colla Puglia. III. la Lucania, e' Bruzj. IV. il Sannio. Alla provincia della Campagna furono mandati, come prima, i Consolari a governarla: all'altre due di Calabria, e Lucania i Correttori; ed al Sannio i Presidi.

Della Campagna, e suoi Consolari.

Il primo Consolare della Campania, che ne' cinque libri di Cassiodoro[731] s'incontra, fu un tal Giovanni, a cui Teodorico mandò una epistola, nella quale tanto gli raccomandava la giustizia, e la cura della pubblica utilità, decorandolo col titolo di Viro Senatori, come dall'iscrizione: Joanni V. S. Consiliari Campaniae, Theod. Rex. A questo stesso Giovanni indirizzò Teodorico quel suo editto, che presso a Cassiodoro[732] anche si legge, per cui fu severamente proibita quella pessima usanza, che nella Campania e nel Sannio erasi introdotta, che il creditore senza pubblica autorità, ma per privata licenza si prendeva la roba del debitore per pegno, nè la restituiva, se del suo credito non fosse stato soddisfatto; anzi sovente si prendeva la roba non del debitore, ma d'un suo amico, vicino, o congiunto, che in Italia son chiamate Rappresaglie: si vietò tal costume severamente, e s'impose pena della perdita del credito, e di restituire il doppio, nel caso, che si fosse fatta rappresaglia non al debitore, ma all'amico, o congiunto. Zenone Imperadore quest'istesso avea comandato per l'Oriente con una sua consimile costituzione[733]: onde Teodorico, che intendeva reggere l'Italia colle medesime massime, volle anche in ciò imitarlo: Giustiniano poi lo ripetè nelle sue Novelle[734]. Nè volle mai Teodorico permettere, che s'usassero simili violenze nel suo Regno, ma che i creditori, secondo che parimente dettavano le leggi romane, per vie legittime di pubblici giudizj, sperimentassero le loro ragioni.

Trovandosi questo Principe esausto a cagion delle guerre sostenute alcun tempo co' Francesi, ebbe necessità di far da questa provincia proveder di vettovaglie i suoi eserciti; e si legge perciò un altro suo editto[735], imponendo a' Navicularj della Campagna, che trasportassero que' viveri nelle Gallie. Meditava ancora d'imporle altri pesi; ma orando a pro di questa provincia Boezio Severino[736], e ponendogli avanti gli occhi le tante sue miserie, e le tante afflizioni e desolazioni, che per l'invasione de' Vandali aveva patite, clementissimamente Teodorico le concedè ogni indulgenza, nè di nuovi pesi volle maggiormente caricarla; anzi avendo i Campani, e particolarmente i Napoletani ed i Nolani, per l'irruzione del Vesuvio accaduta in questi tempi, patiti danni gravissimi, concedè a' medesimi indulgenza anche de' soliti tributi, come scorgesi presso a Cassiodoro in quell'altro suo editto[737], nel quale con molto spirito e vivezza si descrivono i fremiti, l'orride nubi, ed i torrenti di fuoco, che suole mandar fuori quel monte. Cassiodoro è maraviglioso in simili descrizioni, ma quel che non se gli può condonare, è, che oltre al valersi d'alcune ardite iperboli, e d'alcune metafore soverchio licenziose, introduce in sì fatta guisa a parlar Teodorico, che non saprebbesi scernere, se voglia ordinar leggi, e dar providenza a' bisogni delle sue province, come era il suo scopo, o pure voglia far il declamatore, introducendolo sovente a parlare in una maniera, che non si comporterebbe nè anche a' più stravolti Panegiristi de' nostri tempi.

Aveva veramente la Campania, quando Gezerico dall'Affrica si mosse con potente armata ad invadere l'Italia, patiti danni insopportabili. Fu allora da' Vandali aspramente trattata, devastando il suo paese, e Capua, ch'era la sua metropoli, fu barbaramente saccheggiata, e poco men, che distrutta. Queste stesse calamità sofferirono Nola e molte altre città della medesima. Napoli solamente per cagion del suo sito fu dal furor di quei Barbari esente: città allora, ancorchè piccola, ben difesa però dal valore de' suoi cittadini, dal sito, e più dalle mura forti, che la cingevano. E per questa varia fortuna, che sortirono, avvenne da poi, che molte città di queste nostre province da grandi si fecion picciole, e le picciole divennero grandi; quindi avvenne ancora, che ruinata Capua e molte città di questa provincia, Napoli cominciasse piano piano ad estollersi sopra tutte l'altre, e ne' tempi dei Greci e Longobardi si rendesse capo d'uno non picciol Ducato.

Ne' tempi di Teodorico, niuna altra città di questa provincia leggiamo, che si fosse rallegrata cotanto dell'imperio di questo Principe, quanto Napoli; nè altra, che avesse con tanti e sì cospicui segni di fedeltà e di stima mostrata la sua divozione ed ossequio verso di lui. Assunto che fu Teodorico nel Trono, gli eressero i Napoletani nella maggiore lor piazza una statua, quella, che da poi s'ebbe per infausto presagio dell'infelice fine della dominazione de' Goti in Italia; poichè, come narra Procopio[738], avevan i Napoletani innalzata a Teodorico questa statua composta, con maraviglioso artificio, di picciole petruzze di color vario, e così bene tra lor commesse, che al vivo rappresentavano l'effigie di quel Principe. Essendo ancor vivente Teodorico si vide il capo di questa statua da se cadere, disciogliendosi quel compaginamento di pietruzze, che lo formavano: e non guari da poi si seppe in Napoli la morte di questo Principe, ed in suo luogo esser succeduto Atalarico suo nipote. Passati otto anni del Regno di costui, si videro in un subito da loro scomporsi quelle, che formavan il ventre; e nell'istesso tempe s'intese la morte d'Atalarico. Non molto da poi caddero l'altre, che componevan le parti genitali, ed insieme s'ebbe novella della morte d'Amalasunta figliuola di Teodorico. Ma quando ultimamente si vide Roma assediata da' Goti per riprenderla, ecco, che vanno a terra tutte quell'altre, che le coscie e i piedi formavano, e tutta cadde da quel luogo, dove era collocata: dal qual fatto conghietturarono i Romani, dover l'esercito dell'Imperadore d'Oriente rimaner superiore, interpretando, per li piedi di Teodorico non denotarsi altro, che i Goti, a' quali egli avea imperato; e questo vano e ridicolo presagio fu di tanta forza appresso le genti volgari, le quali soglionsi muovere più per si fatte cose, che per qualunque più culta diceria di Capitano, che fattesi ardite, presero non leggiera speranza della vittoria. Nel che parimente giovaron certi versi Sibillini, posti fuori da alcuni Senatori romani, molto adattati ad imposturar la gente, il senso de' quali, come ponderò assai bene Procopio, prima dell'esito delle cose non potea in veruno conto capirsi per intelletto umano; poichè que' versi eran cotanto disordinati e confusi, e veramente fanatici, che sbalzando da' mali dell'Affrica alla Persia, indi fatta menzione de' Romani, passavan poi a parlar degli Assirj: ritornavan a favellar de' Romani, e poi a cantar delle calamità de' Britanni: quando poi si vedeva il successo, allora si ponevano in opera mille graziose interpretazioni, e scoprivano per l'evento seguito il senso degli oscuri e fantastici versi.

Ma ritornando al nostro proposito, fu Napoli a Teodorico molto fedele e divota: ed all'incontro questo gratissimo Principe trattò i Napoletani con non minori segni d'amore e di gratitudine: nè picciolo segno di stima dee riputarsi quello, che tra le formole delle Comitive del primo ordine, che da Teodorico solevan darsi a coloro, a' quali egli commetteva il governo di qualche illustre città, si legga ancora appresso Cassiodoro[739] quella destinata per Napoli; poichè questo Autore le formole solamente rapporta, che a' personaggi destinati al governo di qualche famosa città si solevan dare, non già quelle delle minori. Leggonsi solo quelle della città di Siracusa, di Ravenna, di Roma, ed altri luoghi cospicui: per le altre città minori una generale solamente se ne legge adattata per tutte; e le Comitive, che davansi per lo governo di queste, non eran del primo, ma del secondo ordine, com'è manifesto dalla formola stessa appresso Cassiodoro[740]. Nè si tralasciano nella Comitiva (oppure se ci aggrada nomarla col linguaggio de' nostri tempi, Cedola, ovvero Patente) le prerogative di questa città, le sue delizie, la sua eccellenza, quanto sia decoroso l'impiego, quanto ampia l'autorità e giurisdizione, che se gli concede; e quanto pieno di maestà il suo Tribunale: ella è chiamata[741]: Urbs ornata multitudine Civium, abundans marinis, terrenisque deliciis: ut dulcissimam vitam te ibidem invenisse dijudices, si nullis amaritudinibus miscearis: Praetoria tua officia replent, militum turba custodit. Conscendis gemmatum Tribunal, sed tot testes pateris, quot te agmina circumdare cognoscis. Praeterea litora, usque ad praefinitum locum data jussione custodis. Tuae voluntati parent peregrina commercia. Praestas ementibus de pretio suo, et gratiae tuae proficis, quod avidus mercator acquirit. Sed inter haec praeclara fastigia, optimum esse Judicem decet, etc. Nè minori sono l'affettuose dimostranze, che da questo Principe eran espresse nella lettera solita darsi al provisto, scrivendo alla città di Napoli in commendazione del medesimo; la formola della quale pur la dobbiamo a Cassiodoro[742]; e da essa può anche raccorsi, che Teodorico lasciasse a' Napoletani quell'istessa forma di governo, ch'ebbero ne' tempi de' Romani, cioè d'aver la Curia, o Senato, come prima, dove degli affari di quella città per quel che s'attiene alla pubblica annona, al riparo delle strade, ed altre occorrenze riguardanti il governo della medesima, avessero cura: e solamente loro togliesse il poter da' Decurioni eleggere i Magistrati, i quali quella giurisdizione avessero, che concedeva egli al Governadore, o Comite, che vi mandava. Ebbe ancora questa provincia il suo Cancelliero, la cui carica e funzioni ci sono rappresentate da Cassiodoro nell'undecimo e duodecimo libro delle sue Opere[743].

Della Puglia e Calabria, e suoi Correttori.

Siccome non volle Teodorico mutare il governo della Campagna ne' Magistrati superiori, lasciando i Consolari in essa, come ebbe sotto i Romani: così nè meno piacque al medesimo mutarlo nella provincia della Puglia e Calabria. Non divise egli, intorno al governo, la Puglia dalla Calabria, nè mutarono queste province nomi, come ne' tempi che seguirono, furon variati: sotto un solo Moderatore furon amministrate, ancorchè al governo di ciascuna città, particolari Comiti, o sia Governadori mandasse, secondo la commendabile usanza de' Goti.

Il Primo Moderatore della Puglia e Calabria, che ne' primi cinque libri di Cassiodoro s'incontra, fu un tal Festo, ovvero Fausto, come altri leggono; a costui si vede da Teodorico indirizzata quell'epistola[744], per la quale si concede a' pubblici Negoziatori della Puglia e Calabria la franchigia de' dazi e gabelle, e sono da notarsi i speziosi e decorosi titoli co' quali Teodorico tratta questo Ministro.

Tenne Teodorico particolar cura di questa provincia, e de' suoi campi, e molte salutari providenze egli vi diede, come in più luoghi appresso Cassiodoro potrà osservarsi[745]. Fra le città della Puglia più cospicue fu un tempo Siponto, che ora delle sue alte ruine appena serba alcun vestigio: città quanto antica, altrettanto nobile e potente, tanto che i suoi Sipontini ne' seguenti tempi poteron sostenere lunghe guerre co' Napoletani e co' Greci, come nel suo luogo diremo. Dalle comuni calamità, che per l'irruzione dei Vandali, e per la tirannide d'Odoacre travagliarono l'Italia, non restò libera questa città: furono i suoi cittadini in que' tre, ultimi anni di guerra, che Odoacre sostenne con Teodorico, per essersi renduti i Sipontini a questo Principe, crudelmente da Odoacre trattati, ed i loro campi devastati, tanto che i Negozianti sipontini in grand'estremità ridotti, ricorsero alla clemenza di Teodorico, chiedendogli l'immunità de' tributi, e qualche dilazione per li loro creditori: fu loro per tanto pietosamente da questo Principe conceduto, che per due anni non potessero esser travagliati per li tributi, nè molestati da' loro creditori, come da un'altra epistola diretta al suddetto Fausto Moderatore di questa provincia, o pure, come altri leggono, ad Atemidoro, si scorge presso al Senatore[746].

Della Lucania e Bruzj, e suoi Correttori.

Siegue la provincia della Lucania e de' Bruzj, intorno al cui governo niente ancora fu da Teodorico variato. Si ritennero i Correttori, nè i Bruzj da' Lucani furon divisi, ma sotto un sol Moderatore, come prima, rimasero. Reggio fu la lor sede, ond'è, che appresso Cassiodoro[747] si raccomandano i cittadini di questa città ad Anastasio Cancelliero della Lucania e de' Bruzj, e l'origine del nome di Reggio è descritta: Rhegienses cives, ultimi Brutiorum, quos a Siciliae corpore violenti quondam maris impetus segregavit, unde Civitas eorum nomen accepit; divisio enim ῥῆγησις Graeca lingua vocitatur etc.

Non dee riputarsi picciol pregio di questa provincia l'avere avuto ne' tempi di Teodorico per suo Correttore Cassiodoro medesimo, che fu il primo personaggio di questa età, cui Teodorico profusamente cumulò di tutte le dignità, che dalla sua regal mano potevan dispensarsi. Nel principio del suo Regno, essendo le cose della Sicilia, per lo nuovo dominio, ancora fluttuanti, fu trascelto Cassiodoro al governo di quell'isola. Indi dato bastante saggio degli altissimi suoi talenti, nella Lucania e ne' Bruzj per Correttore di questa provincia fu mandato. Non molto da poi alla dignità di Prefetto Pretorio fu assunto, e finalmente al supremo onore del Patriziato fu da Teodorico promosso[748], come per la formola, che Cassiodoro stesso ne' suoi libri ci propone, è manifesto[749]; dalla quale par che possa senza dubbio ricavarsi, come il Barrio, Fornerio, Romeo, e moltissimi altri Autori scrissero[750], essere stata il Bruzio, e propriamente Squillace patria di sì nobile spirito, e che al suo terreno debba darsi tutto il vanto d'aver pianta sì nobile prodotta, come anche da quelle parole di Teodorico si raccoglie: Sed non eo praeconiorum fine contenti, Brutiorum, et Lucaniae tibi dedimus mores regendos: ne bonum, quod peregrina Provincia (intendendo della Sicilia) meruisset, genitalis soli fortuna nesciret.

Fu dopo Cassiodoro, sotto questo stesso Principe, Correttore della Lucania e de' Bruzj Venanzio, al quale Teodorico scrisse quell'epistola, in cui l'esazion de' tributi di questa provincia gl'incarica; così appresso Cassiodoro leggiamo[751]: Venantio Viro Senatori Correctori Lucaniae, et Brutiorum, Theod. Rex. Di questo stesso Venanzio fassi da Teodorico onorata menzione in quel suo editto[752] indirizzato ad Adeodato, dove si legge: Viri spectabilis Venantii Lucaniae, et Brutiorum Praesulis[753] e del Correttore di questa provincia pur nel capo seguente presso a Cassiodoro fassi menzione, come da quelle parole: Corrector Lucaniae, Brutiorumque. Tenne ancora la Lucania, e' l Bruzio il suo Cancelliero, come può vedersi appresso Cassiodoro[754].

A' Navicularj della Lucania, siccome a quelli della Campagna, ancora fu da Teodorico comandato il trasporto delle vettovaglie in Francia, come si legge appresso il Senatore[755]. Nè da Atalarico suo nipote fu questa provincia trascurata. Egli diede opportuni provvedimenti, perchè una gran fiera, che si faceva in questi tempi, e dove concorreva molta gente di tutte l'altre province, ed una gran festività, che si celebrava nel dì di S. Cipriano, non fosse disturbata: donde fu data occasione a Cassiodoro[756], come altrove[757] fece del fonte Aretusa posto nel territorio di Squillace, di descriverci il maraviglioso fonte Marciliano, ch'era nella Lucania, ed impiegare nella descrizione del medesimo, secondo il solito stile, tutte le sue arditezze ed iperboli: e quel ch'è più, ponendole in bocca d'un Principe, che non aveva altro scopo, che con severi editti proibire, che tanta celerità non fosse da' rei, e perversi uomini disturbata.

(Il fonte Marciliano in Lucania descritto da Cassiodoro Lib. 8 Ep. 33 era vicino alla città chiamata Cosilina, oggi distrutta, la quale avea un sottoborgo, chiamato Marciliano, dove poi andò ad abitare il Vescovo, onde promiscuamente fu da poi nominato, ora Episcopus Marcellianensis, ora Cosilinus. Ecco come ne parla Ostenio nelle note a Carlo S. Paolo in Lucania, et Brutia: Cosilianum antiquissima Lucaniae Civitas. Cassiodor. var. lib. 8 Ep. 33. Suburbicum habuit Marcilianum, sive Marcellianum, unde Marcellianensis Episcopus, et Cosilinus promiscue dicebatur. Contrastano i vicini abitatori per appropriarsene i ruderi; e chi vuole, che sian quelli, onde sorse la città di Marsico, altri pretendono, che da que' ruderi fosse sorta, non già Marsico, ma la città di Sala).

Del Sannio, e suoi Presidi.

Viene in ultimo luogo il Sannio, provincia, siccome appo i Romani, così ne' tempi di Teodorico, non decorata d'altro, che di Preside. In questa provincia si legge presso a Cassiodoro[758] essersi da Teodorico mandato a preghiere de' Sanniti un tal Gennaro, ovvero come altri[759] leggono, Sunhivado per lor Moderatore e Giudice, imponendosegli, che accadendo litigio nella medesima tra' Romani con Goti, ovvero fra' Goti con Romani, dovesse secondo le leggi romane diffinirlo; non volendo egli permettere, che sotto varie e diverse leggi i Romani co' Goti vivessero, le cui parole già furon da noi, ad altro proposito, recate. Ebbe anche questa provincia i suoi Cancellieri, come è chiaro appresso Cassiodoro[760]; e del Sannio pur altrove[761] fassi da Teodorico memoria; tanto che non v'è stata provincia di quelle, che ora compongon il nostro Regno, che, per le memorie, che a noi sono rimase di questo Principe, le quali tutte fra gli altri Scrittori le dobbiamo a Cassiodoro, non si vegga da Teodorico providamente amministrata e dati giusti ed opportuni rimedi per lo governo loro.

§. V. I medesimi Codici ritenuti, e le medesime condizioni delle persone, e de' retaggi.

Quindi può distintamente conoscersi, che le nostre province, estinto l'Imperio romano d'Occidente, ancorchè passassero sotto la dominazione de' Goti, non sentirono quelle mutazioni, che regolarmente ne' nuovi dominj di straniere genti soglion accadere. Non furon in quelle nuove leggi introdotte, ma si ritennero le romane, e la legge comune de' nostri provinciali fu quella de' Romani, ch'allora ne' Codici Gregoriano, Ermogeniano, e sopra ogni altro nel Codice di Teodosio, e nel Corpo delle Novelle di questo Imperadore, di Valentiniano, Marziano, Magioriano, Severo, ed Antemio suoi successori si contenevano: ed a' libri di quelli Giureconsulti, che Valentiniano trascelse, era data piena autorità e forza.

Non s'introdusse nuova forma di governo, e si ritennero i medesimi Ufficiali; nè la variazione de' Magistrati fu tanta, che non si ritenessero le dignità più cospicue e sublimi. Poichè l'idea di Teodorico, e poi del suo successore Atalarico fu di reggere l'Italia, e queste nostre province col medesimo spirito e forma, colla quale si resse l'Imperio sotto gl'Imperadori; ed è costante opinione de' nostri Scrittori, che le cose d'Italia sotto il suo Regno furon più quiete e tranquille, che ne' tempi degli ultimi Imperadori d'Occidente, e ch'egli fosse stato il primo, che facesse quietare tanti mali e disordini.

Quindi è avvenuto, che ancor che queste nostre province passassero da' Romani sotto la dominazione de' Goti, non s'introducessero, siccome nell'altre province dell'Imperio romano, quelle servitù ne' Popoli, che passati sotto altre Nazioni sofferirono. Così quando la Gallia fu conquistata da' Franzesi, fu trattata come paese di conquista; essendo cosa certa, che si fecero signori delle persone e de' retaggi di quella, cioè si fecero signori perfetti, così nella signoria pubblica, come nella proprietà e signoria privata[762]: ed in quanto alle persone, essi fecero i naturali del paese servi, non già di un'intera servitù, ma simili a quelli, che i Romani chiamavan Censiti, ovvero Ascrittizj, o Coloni addetti alla gleba[763]. Non così trattaron i Goti l'Italia, la Sicilia, e queste nostre province, ma lasciaron intatta la condizione delle persone, poichè non gli governava un Principe straniero, ma un Re, che si pregiava di vivere alla romana, e di serbare le medesime leggi ed instituti de' Romani. Furon bensì in molti villaggi delle nostre province di questi Ascrittizj, e Censiti (siccome vi furon anche de' servi, perchè a' tempi de' Goti l'uso de' medesimi non s'era dismesso[764]) ma quelli stessi, loro discendenti, in quella maniera, che prima si tenevano dai Romani, e di essi ci restano ancora molti vestigi nei Codici di Teodosio e di Giustiniano, che poi i secoli seguenti chiamaron angarj e parangarj[765]. Ciò che si conferma per un avvenimento rapportato da Ugone Falcando in Sicilia a' tempi del Re Guglielmo II, poichè essendo i cittadini di Caccanio ricorsi al Re contra Giovanni Lavardino franzese, il quale affliggeva i terrazzani, con esigere la metà delle loro entrate, secondo che diceva esser la consuetudine delle sue terre in Francia; e riportate queste querele al G. Cancelliero, ch'era allora Stefano di Parzio, perchè questi era ancor egli franzese, lasciò la cosa senza provvedimento, onde i suoi nemici gli concitarono l'odio di tutti i Siciliani, e di molti cittadini e terrazzani, gridando, ch'essi eran liberi, e che non dovea permettere, secondo l'uso di Francia: Ut universi Populi Siciliae redditus annuos, et exactiones, solvere cogerentur juxta Galliae consuetudinem, quae cives liberos non haberet.

Ed in quanto a' retaggi e terre della Gallia, i Franzesi vittoriosi le confiscaron tutte, attribuendo allo Stato l'una e l'altra signoria di quelle[766]. E fuori di quelle terre, che ritennero in dominio del Principe, distribuiron tutte l'altre a' principali Capi e Capitani della loro Nazione; a tal uno dando una provincia a titolo di Ducato; ad un altro un paese di frontiera a titolo di Contea; e ad altri de' castelli e villaggi con alcune terre d'intorno a titolo di Baronia, Castellania, o semplice Signoria, secondo i meriti particolari di ciascheduno, ed il numero de' soldati, ch'aveva sotto di se; poichè davansi così per essi, che per li loro soldati. Non così fecero i Goti in Italia, ed in queste nostre province, poichè si lasciarono le terre a loro posseditori, nè s'inquietò alcuno nella privata signoria de' loro retaggi: e le province e le città eran amministrate da' medesimi Ufficiali, che prima, secondo che si governavano sotto l'Imperio di Valentiniano e degli altri Imperadori d'Occidente suoi predecessori. Nè in Italia, ed in queste nostre province l'uso de' Feudi, e de' Ducati e Contadi fu introdotto, se non nel Regno de' Longobardi, come diremo nel quarto libro di questa Istoria.

§. VI. Insigni virtù di Teodorico, e sua morte.

Fu veramente Teodorico di tutte quelle rade e nobili virtù ornato, che fosse mai qualunque altro più eccellente Principe, che vantassero tutti i secoli. Per la sua pietà e culto al vero Iddio, fu con immense lodi celebrato da Ennodio Cattolico, Vescovo di Pavia. E se bene istrutto nella religione cristiana, i suoi Dottori gliela avessero renduta torbida e contaminata per la pestilente eresia d'Arrio, siccome fecero a tutti i Goti; questa colpa non a' Goti dee attribuirsi, ma a' Romani stessi, e spezialmente all'Imperadore Valente, che mandando ad istruir questa Nazione nella religione cristiana, vi mandò Dottori Arriani; tanto che Salviano[767], quel Santo Vescovo di Marsiglia, nomò questa loro disgrazia, fallo non già de' Goti, ma del Magisterio romano, e testifica questo Santo Vescovo, che nel medesimo lor errore non altro fu da essi riguardato, se non che il maggior onore di Dio: e per questa pia loro credenza ed affetto, non dover essere i Goti reputati indegni della fede cattolica, i quali, comparate le lor opere con quelle de' Cattolici, di gran lunga eran a costoro in bontà e giustizia superiori, o si riguardi la venerazione delle Chiese, o la fede, o la speranza, o la carità verso Dio; quindi è che Socrate[768], Scrittore dell'Istoria Ecclesiastica, a molti Goti, che per la religione furono da' Pagani uccisi, dà il titolo di Martiri, come quelli, che con semplice e divoto cuore eransi a Cristo lor Redentore dedicati. E se per altrui colpa incorsero i Goti in quest'errore, ben fu questa macchia tolta e compensata col merito di Riccaredo del loro sangue, che purgò dall'Arrianesmo tutta la Spagna.

E fu singular pietà de Goti, e di Teodorico precisamente d'astenersi da ogni violenza co' suoi sudditi intorno alla religione, nè perchè essi eran dei dogmi Arriani aspersi, proibiva perciò a' suoi Popoli di confessar la fede del gran Concilio di Nicea[769]; anzi Teodorico in tutto il tempo, che resse l'Italia e queste nostre province, non pure lasciò inviolata ed intatta la religione cattolica a' suoi sudditi, ma si permetteva ancor a' Goti stessi, se volessero dall'Arrianesmo passare alla fede di Nicea, che liberamente fosse a lor lecito di farlo.

Maggiore rilucerà la pietà di questo Principe, in considerando, che della cattolica religione, ancorchè da lui non professata, ebbe egli tanta cura e pensiero, che non permetteva, che al governo della medesima s'eleggessero, se non Vescovi di conosciuta probità e dottrina, de' quali fu egli amantissimo e riverente: di ciò presso a Cassiodoro[770] ce ne dà piena testimonianza il suo nipote stesso Atalarico: Oportebat enim arbitrio boni Principis obediri, qui sapienti deliberatione pertractans, quamvis in aliena Religione, talem visus est Pontificem delegisse, ut agnoscatis illum hoc optasse, praecipue quatenus bonis Sacerdotibus Ecclesiarum omnium Religio pullularet.

Quindi avvenne, come Paolo Varnefrido, e Zonara raccontano[771], ch'essendo nato ne' suoi tempi quel grave scisma nella Chiesa romana, tosto fu da lui tolto col convocamento d'un Concilio, e le cose restituite in una ben ferma e tranquilla pace. Si leggon ancora di questo Principe rigidissimi editti, come similmente d'Atalarico suo nipote, per li quali severamente vengon proibite tutte quelle ordinazioni di Vescovi, che per ambizione, o interveniente denaro si facessero, annullandole affatto, e di niun momento e vigore riputandole[772]; siccome più distesamente diremo, quando della politia ecclesiastica di questo secolo favelleremo. E pur di Teodorico si legge, che quantunque nudrisse altra religione, volle che i Vescovi cattolici per lui porgessero calde preghiere a Dio, delle quali sovente credette giovarsi. Per la qual cosa non dee parere strano, siccome dice Grozio, che Silverio Vescovo cattolico romano fosse stato a' Greci sospetto, quasi che volesse e desiderasse più la Signoria de' Goti in Italia, che quella de' Greci stessi.

Ed alla pietà di questo Principe noi dobbiamo, che queste nostre province, ch'ora formano il Regno di Napoli, ancorchè sotto la dominazione de' Goti Arriani poco men che 70 anni durassero, non fossero di quel pestilente dogma infestate, ma ritenessero la cattolica fede, così pura ed intatta, come i loro maggiori l'avevan abbracciata, e che potè poi star forte e salda alle frequenti incursioni de' Saraceni, che nei seguenti tempi l'invasero e le combatterono: imperocchè piacque a Teodorico non pur lasciarla così stare, come trovolla, ma di favorirla, ed esser eziandio della medesima custode e difensore: dal cui esemplo mossi Atalarico, e gli altri Goti suoi successori, si fece in modo, che durante il loro dominio, non restò ella nè perturbata nè in qualunque modo contaminata.

Della giustizia, umanità, fede, e di tutte l'altre più pregiabili e nobili virtù di questo Principe, non accade, che lungamente se ne ragioni: Cassiodoro nei suoi libri ci fa ravvisare una immagine di Regno così culto, giusto e clemente, che a ragione potè Grozio[773] dire: planeque si quis cultissimi, clementissimique Imperii formam conspicere voluerit, ei ego legendas censeam Regum Ostrogothorum Epistolas, quas Cassiodorus collectas edidit. Onde non senza cagione potevan i Goti appresso Belisario vantarsi di questa lode[774]: nè senza ragione Teodorico stesso potè dire: Aequitati fave: eminentiam animi virtute defende, ut inter nationum consuetudinem perversam, Gothorum possis demonstrare justitiam: ed altrove: Imitamini certe Gothos nostros, qui foris praelia, intus norunt exercere justitiam. E fu cotanto lo studio e la cura di questo Principe nel reggere i suoi sudditi con una esatta e perfetta giustizia, che si dichiarò co' medesimi volersi portar con esso loro in modo, che si dolessero più tosto d'esser così tardi venuti sotto l'imperio de' Goti. Procopio ancorchè Greco, non può non innalzare queste regie ed insigni sue virtù: egli custode delle leggi; giusto nell'assegnare i prezzi all'annona; esatto ne' pesi e nelle misure; e nell'imporre tributi, fu maravigliosa la sua equabilità, e sovente per giuste cagioni era pronto a rimettergli: se i suoi eserciti in passando danneggiavan i paesani, soleva Teodorico ai Vescovi mandare il denaro per risarcirgli de' patiti danni: se v'era bisogno di materia per fabbricar navi o di munire d'altra guisa i suoi campi, pagava immantenente il prezzo: egli liberalissimo co' poveri, e la maggior parte del suo regal impiego era il sovvenimento e la cura de' pupilli e delle vedove, di che chiara testimonianza ce n'ha data Cassiodoro.

La moderazione di questo Principe, da' suoi fatti di sopra esposti è pur troppo nota: e' potendo far passare i vinti sotto le leggi de' Goti vincitori, volle, che colle leggi proprie, colle quali eran nati e nudriti, vivessero. Permise, che sotto il suo Regno Roma fosse dallo stesso romano Senato governata: che giudicasse il Romano tra' Romani: tra' Goti e Romani, il Goto ed il Romano. Che quella religione ritenessero ch'avevan succhiata col latte[775], avversissimo d'introdurre novità, come quelle, che sogliono essere sempremai alle Repubbliche perniziosissime, e cagione di molti e gravi disordini.

La sua temperanza fu da Ennodio chiamata modestia sacerdotale: ei secondo l'usanza della sua Nazione parchissimo ne' cibi, e molto più sobrio nelle vesti. Nel suo Regno i Goti si mantennero continentissimi e casti, nè fu insidiata la pudicizia delle donne: Quae Romani polluerant fornicatione dice Salviano[776], mundant Barbari castitate: ed altrove: Impudicitiam nos diligimus, Gothi execrantur, puritatem nos fugimus, illi amant. Vivevan di cibi semplicissimi, di pane, di latte, di cascio, di butirro, di carne, e sovente cruda, macerata solamente nel sale. Tralascio per brevità le sue virtù regie: infin oggi s'ammirano in Roma ed in Ravenna i monumenti della sua magnificenza negli edificj, negli acquedotti ed in altre splendide opere. Dal corso de' suoi fatti egregi, incominciando dalla puerizia, è pur troppo noto il suo valore, la fortezza, la sua magnanimità, il suo sublime spirito, ed il suo genio sempre a grandi e difficili imprese prontissimo. Principe e nella guerra e nella pace espertissimo, donde nell'una fu sempre vincitore, e nell'altra beneficò grandemente le città, ed i Popoli suoi: e la virtù sua giunse a tanto, che seppe contenere dentro a' termini loro, senza tumulto di guerre, ma solo con la sua autorità, tutti i Re barbari occupatori dell'Imperio. E per restituire l'Italia nell'antica pace e tranquillità, molte terre e fortezze edificò infra la punta del mare Adriatico e l'Alpi, per impedire più facilmente il passo a' nuovi Barbari, che volessero assalirla. Tanto ch'è costantissima opinione di tutti gli Scrittori, che mediante la virtù e la bontà sua, non solamente Roma ed Italia, ma tutte l'altre parti dell'occidental Imperio libere dalle continue battiture, che per tanti anni da tante inondazioni di Barbari avevan sopportate, si sollevarono, ed in buon ordine, ed assai felice stato si ridussero.

So che alcuni credono esser queste tante virtù di Teodorico, state imbrattate dall'insidie, e morte finalmente fatta dare ad Odoacre; e nell'ultimo della sua vita da alcune crudeltà cagionate per varj sospetti del Regno suo. con avere ancora fatto morire Simmaco, e Boezio suo genero, Senatori, ed al Consolato assunti: uomini di nobilissima stirpe nati, nello studio della filosofia consumatissimi, religiosissimi, e per fama di pietà e di dottrina assai insigni.

Ma se vogliano questi fatti attentamente considerarsi, la ragion di Stato difende il primo; e dell'essere stato crudele con Simmaco, e Boezio, dobbiamo di quello stesso incolpar Teodorico, di che fu incolpato da suoi domestici: Id illi injuriae, come dice Procopio, in subditos primum, ac postremum fuit, quod non adhibita, ut solebat, inquisitione de viris tantis statuerat. In questo solamente mancò Teodorico, ch'essendo stati per invidia imputati Simmaco, e Boezio di macchinar contro alla sua vita, ed al suo Regno, gli avesse senza usare molta inquisizione in caso sì grave, in cui richiedevasi somma avvedutezza, condennati a morte; del resto, come ben osservò Grozio[777], Actum ibi, non de Religione, quae Boëthio satis Platonica fuit, sed de Imperii statu. Non fu mosso certamente Teodorico da leggier motivo, ma per cagione di Stato, non già di religione, come alcuni credono. Ben si sono scorti, quali sentimenti fossero di questo Principe intorno a lasciare in libertà le coscienze degli uomini, ed appigliarsi a quella religione, che lor piacesse. Nè per Boezio poteva accader ciò, la cui religione fu più platonica, che cristiana. E se dee credersi a Procopio, ben di quel suo fallo poco prima di morire ne pianse Teodorico amaramente con intensissimo dolore del suo spirito; poichè essendosegli, mentre cenava, apprestato da' suoi Ministri un pesce di grossissimo capo, se gli attraversò nella fantasia così al vivo l'immagine di Simmaco, che parvegli quello del pesce essere il costui capo, il quale con volto crudele ed orribile lo minacciasse, e volesse della sua morte prender vendetta: tanto che spaventato per sì portentosa veduta, corsegli per le vene un freddo, che obbligatolo a mettersi a giacere, si fece coprir di molti panni; ed avendo raccontato ad Elpidio suo Medico ciò che gli era occorso, In Simmacum, ac Boëthium quod peccaverat, deflevit: poenitentiaeque, ad doloris magnitudine, non multo post obiit, come narra Procopio.

Giornande niente dice di sì strano successo, ma lo fa morire di vecchiezza, narrando, che Teodorico postquam ad senium pervenisset, et se in brevi ab hac luce egressurum cognosceret, fece avanti di lui convocare i Goti, e' principali Signori del Regno, a' quali disegnò per suo successore Atalarico, figliuolo d'Amalasunta sua figliuola, il quale morto Eutarico suo padre, pur dell'illustre stirpe degli Amali, non avendo più, che dieci anni, sotto la cura ed educazione di sua madre viveva. Non tralasciò morendo di raccomandare a' medesimi la fedeltà, che dovevan portare al Re suo nipote; raccomandò loro ancora l'amore e riverenza verso il Senato e Popolo romano, e sopratutto incaricò, che dovesser mantenersi amico e propizio l'Imperadore d'Oriente, col quale procurassero tener sempre una ben ferma e stabil pace e confederazione: il qual consiglio avendo religiosamente custodito Amalasunta, le cose de' Goti infinchè visse il suo figliuolo Atalarico, andaron assai prosperamente; poichè per lo spazio d'otto anni, che regnarono, mantennero il lor Reame in una ben ferma e tranquilla pace. Tale fu la morte di questo illustre Principe, che avvenne nell'anno 526 di nostra salute, dopo aver regnato poco men che 38 anni, e ridotta l'Italia, e queste nostre province nell'antica pace e tranquillità.

§. VII. Di Atalarico Re d'Italia.

Prese il governo del Regno per la giovanezza di Atalarico, Amalasunta sua madre. Principessa ornata di molte virtù, la quale uguagliò la sapienza de' più savj Re della terra; ella governò il Reame, e la giovanezza del suo figliuolo con tanta prudenza, che non cedeva guari a quella di Teodorico suo padre. Ella, appena morto costui, ricordevole de' suoi consigli, fece da Atalarico scrivere a Giustino I. Imperadore (il qual essendo succeduto ad Anastasio, allora imperava nell'Oriente) calde ed officiose lettere, per conservare tra essi quella concordia, che Teodorico aveva incaricata. Altre parimente ne fece scrivere al Senato ed al Popolo romano affettuosissime, e piene d'ogni stima le quali ancor oggi appresso Cassiodoro leggiamo[778].

Mantenne quell'istessa forma ed istituto nel governo che Teodorico tenne; nè durante il Regno di suo figliuolo permise, che alcuna cosa si mutasse: le medesime leggi si ritennero[779], gl'istessi Magistrati, l'istessa disposizione delle province, e la medesima amministrazione. Tutti i suoi studj erano di far allevare il giovine Principe alla romana, con farlo istruire nelle buone lettere e nelle virtù, tenendo per questo effetto molti maestri, che l'insegnassero. Ma i Goti, ed i Grandi della Corte dimenticatisi prestamente dei consigli di Teodorico mal sofferivano, che Amalasunta allevasse così questo Principe, e gridando, ch'essi volevano un Re, che fosse nudrito fra l'armi, come i suoi antecessori, fu ella in fine costretta d'abbandonarlo alla lor condotta, la quale fu tanto funesta a questo povero Principe, che caduto in molte dissolutezze, perdè affatto la salute, e venne in tale languidezza, che lo condusse ben tosto alla tomba: poichè appena giunto all'ottavo anno del suo regnare, finì nel 534 i suoi giorni. Origine, che fu de' mali e della ruina de' Goti in Italia, de' disordini, e delle tante rivoluzioni, che da poi seguirono, mentre già all'Imperio d'Oriente era stato innalzato da Giustino, Giustiniano suo nipote, quegli che per le tante sue famose gesta sarà il soggetto del seguente capitolo.

CAPITOLO III. Di Giustiniano Imperadore, e sue leggi.

Mentre in Italia per la prudenza di Amalasunta conservavasi quella stessa pace e tranquillità, nella quale Teodorico aveala lasciata, ed il Regno d'Atalarico, come uniforme a quello del Re suo avolo, riusciva a' popoli clementissimo, fu da Giustino, richiedendolo il Popolo costantinopolitano, fatto suo Collega ed Imperadore Giustiniano suo nipote nel dì primo d'Aprile dell'anno di nostra salute 527. E morto quattro mesi da poi Giustino, cominciò egli solo a reggere l'Imperio d'Oriente[780]. Questi fu quel Giustiniano, cui i suoi fatti egregi acquistaron il soprannome di Grande; sotto di cui l'Imperio ripigliò vigore e forza, non men in tempo di pace, che di guerra, a cagion dei famosi Giureconsulti, che fiorirono nella sua età, e del valore di Belisario e di Narsete suoi illustri Capitani. Le sue prime grand'imprese furon quello adoperate in tempo di pace. Egli ne' primi anni del suo Regno s'accinse a voler dare una più nobil forma alla giurisprudenza romana, ed invidiando non men a Teodosio il Giovane, che a Valentiniano III quella gloria che acquistaronsi, l'uno per la compilazione del famoso Codice Teodosiano, e l'altro per la providenza data sopra i libri de' Giureconsulti, volle non pur imitargli, ma emulargli in guisa, che al paragone la fama di coloro rimanesse oscura e spenta; e nell'Oriente non meno, che nell'Occidente non più si rammentassero i loro egregi fatti.

§. I. Del primo CODICE di Giustiniano.

Adunque non ancor giunto al secondo anno del suo Imperio, nel mese di Febbrajo dell'anno 528 promulgò un editto, al Senato di Costantinopoli dirizzato, per la compilazione d'un nuovo Codice. Trascelse alla fabbrica di questa opera da tre Ordini gli uomini più insigni del suo tempo, da' Magistrati, da' Cattedratici, e da quello degli Avvocati: dall'Ordine de' Magistrati furon eletti Giovanni, Leonzio, Foca, Basilide, Tomaso, Triboniano, e Costantino: dei Professori, fu trascelto Teofilo; e dall'Ordine degli Avvocati Dioscoro, e Presentino, a' quali tutti fu preposto il famoso Triboniano, come lor Capo.

La forma, che a costoro si prescrisse, fu di dover da' tre Codici, Gregoriano, Ermogeniano e Teodosiano, raccorre le costituzioni de' Principi, che quivi erano, ed oltre a questo, di aggiugnervi ancora l'altre, che da Teodosio il Giovane, e dagli altri Imperadori suoi successori infin a lui erano state di tempo in tempo promulgate, eziandio quelle che si trovasse egli medesimo aver emanate; le quali tutte in un volume dovessero raccogliere. Prescrisse lor ancora l'istituto ed il modo, cioè di troncar quello, che in esse trovavan d'inutile e superfluo, togliere le prefazioni, levare affatto quelle, ch'eran tra loro contrarie, raccorciarle, mutarle, correggerle, e render più chiaro il loro sentimento: collocarle secondo l'ordine de' tempi, e secondo la materia, che trattano. Non tralasciassero a ciascheduna costituzione di porv'i nomi degl'Imperadori, che le promulgarono, il luogo, il tempo, e le persone a chi furon indirizzate: il tutto ad emulazione di Teodosio, come è manifesto dall'editto di Giustiniano, che leggiamo sotto il tit. de novo Cod. faciendo.

Impiegarono per tanto quest'insigni Giureconsulti le lor fatiche poco più d'un anno per la compilazione di questo nuovo Codice, tanto che nel principio del terzo anno del suo Imperio, e propriamente in Aprile dell'anno seguente 529 fu compiuto e promulgato: e con altro editto, che si legge sotto il tit. de Justinianeo Cod. confirmando, ordinò, che questo Codice solamente nel Foro avesse autorità, che i Giudici di quello si servissero, e che gli Avvocati non altronde, che da questo allegassero nelle contese forensi le leggi; proibì affatto i tre primi Codici, i quali volle, che rimanessero senza alcuna autorità, nè in giudicio potessero più allegarsi; donde nacque, che in Oriente s'oscurò il Codice di Teodosio. Il che però non avvenne in Occidente, e in Italia precisamente, ove, durante la dominazione de' Goti, questo di Giustiniano non fu ricevuto, e furono perciò più fortunati i successi del Codice Teodosiano in Occidente, che nell'Oriente, per opera di Giustiniano.

Le Costituzioni, che in questo nuovo Codice, in dodici libri distinto, unironsi, come raccolte da' tre primi Codici, cominciavan da Adriano, infin a Giustiniano, e le leggi promulgate da 54 Imperadori, contenevano. E quindi è, che alcune costituzioni allegate da' Giureconsulti nelle Pandette, in questo nuovo Codice si leggano, che non possono leggersi nel Codice di Teodosio, come quello, che comincia da Costantino M. ma che ben erano ne' Codici di Gregorio e di Ermogene, da' quali anche fu questo ultimo compilato.

§. II. Delle PANDETTE, ed INSTITUZIONI.

Per emular Giustiniano la fama di Teodosio, non contentossi del solo Codice: volle, che ad impresa più nobile e difficile si ponesse mano, cioè a raccorre ed unire insieme i monumenti di tutta l'antica giurisprudenza, e con ordine disporgli; e siccome erasi fatto delle costituzioni de' Principi, che da Adriano infin a lui fiorirono, così anche si facesse de' responsi degli antichi Giureconsulti; delle note loro, ch'essi si trovassero aver fatte alle leggi de' Romani, e precisamente all'editto perpetuo; de' loro trattati; de' libri metodici, e finalmente di tutti i lor Commentarj; l'opere de' quali erano così ampie e numerose, che se ne contavan infin a duemila volumi. Nel quarto anno del suo Imperio diede Giustiniano fuori un altro editto[781] a Triboniano indirizzato, dove quest'Opera si comanda, ed al medesimo Triboniano, ed a sedici altri suoi Colleghi si dà l'impiego di così ardua e malagevole impresa. Furono trascelti ingegni i migliori di quel secolo, e quali veramente richiedevansi per opera sì difficile. Oltre a Triboniano furon eletti Teofilo e Cratino, celebri Professori di legge nell'Accademia di Costantinopoli; Dorodeo, ed Anatolio pur anche Professori nell'Accademia di Berito: dell'Ordine de' Magistrati intervenne pure Costantino; e dell'Ordine degli Avvocati undici ne furono trascelti, Stefano, Menna, Prosdocio, Eutolmio, Timoteo, Leonide, Leonzio, Platone, Jacopo, Costantino e Giovanni[782].

Mentre costoro sono tutti intesi a questa gran fabbrica, che dopo il corso di tre anni condussero a fine, piacque al medesimo Giustiniano d'ordinare a Triboniano, Teofilo, e Doroteo, che in grazia della gioventù compilassero le Instituzioni, ovvero gli elementi, e principj della legge, perchè i giovani, incamminandosi prima per questo sentiero piano e semplicissimo, potessero poi inoltrarsi allo studio delle Pandette, che già si preparavano: siccome infatti da quelli tre insigni Giureconsulti, ad esempio degli antichi, cioè di Cajo, Ulpiano e Fiorentino, furon tantosto compilate; e quantunque la fabbrica de' Digesti fosse stata innanzi comandata, nulladimeno per questo fine si procurò, che le Instituzioni si pubblicassero prima delle Pandette, come in effetto un mese prima, cioè a Novembre dell'anno 533, nel settimo anno del suo Imperio, furono promulgate e divolgate. Divisero questi elementi in quattro libri, in novantanove titoli, e, se anche si vogliano numerare i principj de' medesimi, in ottocento e sedici paragrafi. Opera, secondo il sentimento dell'incomparabile Cujacio, perfettissima ed elegantissima, che non dovrebbe caricarsi tanto da così ampj e spessi commentari, come a' dì nostri s'è fatto, ma da aversi sempre per le mani, e col solo aiuto di picciole note, e per via semplicissima a' giovani insegnarsi, siccome fu l'idea di coloro, che la composero, e di Giustiniano stesso, che la comandò.

Pubblicati questi elementi, si venne prestamente a fine della grand'Opera delle Pandette, le quali un mese di poi, e propriamente nel Decembre dell'istesso anno 533 si pubblicarono per tutt'Oriente, e nell'Illirico. Appena nata, sortì due nomi, l'uno latino di Digesti, l'altro greco di Pandette, ambidue dagli antichi Giureconsulti tolti ed usurpati: fulle dato nome di Digesti, perchè ne' libri, che contengono, furono con certo ordine, e sotto ciascun titolo collocate le sentenze degli antichi Giureconsulti, e disposte, per quanto fu possibile, secondo il metodo e la serie dell'editto perpetuo: si dissero anche Pandette, come quelle, che abbracciano tutta la giurisprudenza antica[783].

Donde, da quali Giureconsulti, e da quali loro libri furono composti i Digesti, è cosa molto facile a raccoglier dal catalogo degli antichi Giureconsulti, e dell'opere loro, che ancor oggi veggiamo prefisso alle Pandette fiorentine. Ivi leggonsi 37 Autori, chiarissimi Giureconsulti da noi sovente lodati, quando nel primo libro, facendo memoria de' Giureconsulti, che da Augusto infin a Costantino M. vissero, notammo sotto quali Imperadori fiorissero: oltre a questi fassi onorata memoria di molti altri, i quali meritarono esser nominati e lodati nell'opere loro, ovvero che meritaron esser con giusti commentarj, o con perpetue note esposti ed illustrati. Nel che non dobbiamo defraudar della meritata lode Jacopo Labitto, il quale con somma diligenza ed accuratezza compose un Indice delle leggi, che sono nelle Pandette, ciascheduna delle quali, oltre al disegnarle, l'Autore va distintamente notando, da qual libro, o trattato di questi antichi Giureconsulti sia stata presa, separando fra di loro le leggi, che si trovano sparse in tutto il corpo de' Digesti, e poi arrolando ciascuna delle medesime sotto quel trattato, o libro del Giureconsulto, onde fu tolta. Fatica quanto ingegnosa, altrettanto utilissima per poter ben intendere il vero senso delle medesime; essendo cosa maravigliosa il vedere, come l'una riceva lume dall'altra, quando sotto i libri, onde furon prese, si dispongono; il qual lume non potrà mai sperarsi, quando così sparse si leggono. E ben quest'Autore diffusamente dimostra con più esempli, quanto conduca l'uso di quell'Indice alla vera interpretazione delle leggi, e quanto fosse stato commendato da Cujacio suo Maestro, il quale fu quegli, che l'animò a proseguire questa bell'opera, e di darla alle stampe. Confermò Cujacio col suo esempio ciò, che da Labitto era stato dimostrato, mettendo in opera, e riducendo in effetto ciò che colui aveva insegnato: quindi si vede, che questo incomparabile Giureconsulto nel commentar le leggi delle Pandette, tenne altro metodo, ed altro sentiero calcò di quello, che erasi per l'addietro calcato dagli altri Commentatori: cioè di separare le leggi, e quelle ch'eran d'Affricano e prese da' suoi libri, unille insieme, e sotto i propri titoli le dispose, indi con quest'ordine le commentò, come altresì fece sopra Papiniano, Paolo, Scevola ed alcuni altri Giureconsulti; il maraviglioso uso del quale, e di quanti comodi sia cagione ben anche l'intese Antonio Augustino, che compilò un altro non dissimil Indice, e lo sentono ancora tutti coloro, che della nostra giurisprudenza sono a fondo intesi.

Piacque in tanto a Triboniano, ed a' suoi Colleghi partire questa grand'Opera de' Digesti in sette parti principali, distinguerla in cinquanta libri, e dividerla in 430 titoli. Se vogliam riguardare le Pandette fiorentine, ch'oggi con molta stima si conservan in Firenze nella Biblioteca de' Medici, le vedremo in due volumi ben grandi divise: se bene Crispino[784] rapporta, che anticamente di tutti i 50 libri ne fosse fatto un sol volume; ma quelle, che vanno or attorno per le mani d'ogn'uno, sortiron varia divisione, secondo le varie edizioni. Delle molte, ch'oggi s'osservano, e particolarmente in quest'ultimi nostri tempi, che sono infinite, tre sono le più celebri, e ricevute nell'Accademie e ne' Tribunali d'Europa. La prima edizione, cioè la volgare e meno corretta, è quella, della quale si valsero Accursio, e gli altri antichi Glossatori. La seconda vien detta Norica, ovvero di Norimberga, ed è quella che Gregorio Aloandro nell'anno 1531 fece imprimere. La terza appellasi Fiorentina, ovvero Pisana, la quale da noi deesi a Francesco Taurello, che nell'anno 1553 dalla libreria dei Medici fece darla alle stampe.

La vulgata partizione di quest'Opera in tre volumi è assai più antica di ciò, ch'altri crede; poichè fin da' tempi di Pileo, di Bulgaro e di Azone, per maggior comodità fu in tal maniera divisa[785], essendo la mole sua così vasta, che comprendendosi in un sol volume, non avrebbe potuto senza gran disagio leggersi e maneggiarsi. Come poi a ciascun volume fosse dato il nome, al primo di Digesto Vecchio, al secondo d'Inforziato ed al terzo di Nuovo, quando tutti e tre nacquero in un istesso tempo, egli è assai malagevole a recarne la ragione. Essersi detto il primo vecchio, e l'ultimo nuovo, non sarebbe cosa molto strana; ma quel di mezzo appellarsi con istrano vocabolo Inforziato, è quello che ha esercitate le penne di più Scrittori, i quali in cose cotanto tenui han voluto pure abbassare il lor ingegno.

Alcuni han creduto essersi chiamato Inforziato dalla voce greca φορτίον, che in latino significa onus, perchè quel volume contiene le leggi più obbliganti, come di restituzioni di dote, di tutele, eredità, alimenti, prestazioni di fidecommissi ed altro[786]. Più tollerabile è la conghiettura di Bernardo Valtero[787], il quale disse, che corrottamente siasi così chiamato per vizio degli Scrittori, i quali in vece d'Infarcitum, come posto in mezzo tra 'l vecchio, e 'l nuovo, lo dissero Infortiatum. Ma sopra tutte l'altre, migliore par che sembri quella d'Alciato, che la riputò voce barbara ed insulsa[788]; ovvero l'altra che ultimamente comunicò a Giovanni Doujat[789] Claudio Cappellano Dottor della Sorbona e regio Professor di lingua ebraica in Parigi: questi suspica esser derivato dal Caldeo Forthiata, la qual voce da' Rabini fu sovente presa per significar testamento ed ultima volontà dell'uomo; onde potè avvenire, che taluno, o per ischerzo, o per ostentar novità, volendo dir testamento, avesselo chiamato Inforziato, ed indi, trasferita questa voce a quel volume de' Digesti, ove de' testamenti si tratta, avesse preso questo nome; ma ciò che siasi di questo, in cui certamente non sono riposte le ricchezze della Grecia, rimettendoci in via, egli è costantissimo, che pubblicati i Digesti da Giustiniano, e sparsi per tutto l'Oriente, essendo stato commesso a' Prefetti dell'Oriente, dell'Illirico, e della Libia, che gli notificassero a tutti i Popoli alla loro giurisdizione soggetti, come è manifesto dalla prefazione, che Giustiniano prepose a' Digesti ed altrove[790], non poteron però penetrare allora in Italia, ed in queste nostre regioni, come quelle, che sotto alieno Principe, e sotto la dominazione de' Goti ancor duravano; nè in questo terreno poteron esser piantati ed acquistar quella autorità e quella forza, che poi, dopo il corso di più secoli, fortunatamente ottennero, ed in tanta stima e riputazione sursero, quanto è quella nella quale oggi si veggono.

§. III. Del Secondo Codice di Giustiniano di repetita prelezione.

Posto fine a quest'Opera veramente regia, non perciò quietossi questo eccelso Principe; egli essendo stato avvertito, che nel compilar de' Digesti erasi osservato, che molte controversie restavan ancor indecise negli scritti di quegli antichi Giureconsulti, e che bisognava terminarle colla sua autorità imperiale; e di vantaggio avendo egli fra tanto, dopo pubblicato il primo Codice, promulgate altre sue costituzioni, le quali vagavano sparse, e non affisse ad alcun volume; ed essendosi osservato eziandio, che molte cose nel Codice già compilato mancavano; comandò nel seguente anno, che fu l'ottavo del suo Regno, e propriamente nell'anno 534, che quel Codice s'emendasse e ritrattasse, con farsene un altro più compiuto e perfetto[791]. Diedesi per tanto il pensiero a cinque di coloro, ch'intervennero alla fabbrica de' Digesti, cioè a Triboniano e Doroteo, ed a tre altri Avvocati, Menna, Costantino e Giovanni: questi secondo l'ordine prescritto loro da Giustiniano, che si legge nel suo Codice[792], levarono dal primo quelle costituzioni, che stimaron oziose e superflue, o che fossero state dalle altre emanate da poi corrette ed abolite.

Erano corsi cinque anni tra il primo Codice e questo secondo, e nello spazio di questo tempo molte costituzioni eransi da Giustiniano stabilite. Nel Consolato di Decio, dopo la promulgazione del primo Codice, ne furon pubblicate da Giustiniano alcune, fra le quali fu assai famosa quella che leggiamo sotto il tit. de bon. quae lib.[793], dove fu generalmente stabilito, che ciò che il figliuolo altronde acquistava, non ex paterna substantia, fosse suo peculio avventizio, e l'usufrutto solamente fosse del padre, contra ciò, che nell'antica e mezza giurisprudenza era disposto. Da poi nel Consolato di Lampadio e d'Oreste furono promulgate quasi tutte le cinquanta decisioni, che per togliere le controversie ed ambiguità degli antichi Giureconsulti, piacque a Giustiniano stabilire[794]; molte delle quali abbiamo sotto il tit. de usufr. come la l. 12, 13, 14, 15 e 16 poichè la 17, ancorchè sia una delle 50 decisioni, fu fatta l'anno seguente dopo il Consolato di Lampadio. Non pure in questo Consolato si promulgaron quasi tutte queste decisioni, ma anche furon fatte altre costituzioni, come la l. 7 che leggiamo sotto il tit. de bon. quae lib. dove fu stabilito, che non s'acquistasse al padre l'usufrutto delle robe donate al figliuolo dal Principe, o dall'Imperadrice, e l'altra nobilissima, cioè l. un. C. de rei ux. act. Fu anche in quest'anno 530, che fu il quarto dell'Imperio di Giustiniano, promulgata quell'altra sua costituzione, che si legge sotto il tit. de vet. jur. enucl. ove, come si disse, Giustiniano comandò a Triboniano ed a sedici altri Giureconsulti la fabbrica de' Digesti.

Nell'anno seguente dopo il Consolato di Lampadio, e quinto dell'Imperio di Giustiniano, ne furon promulgate moltissime, come la l. 2 de Constit. pecun. ove fu abolita l'azione receptizia, la l. 2 C. Com. de legat. ove fu tolta la differenza de' legati e fidecommessi particolari; la l. 2 C. de indic. viduit. dove restò abolita la legge Giulia Miscella; la l. 3 C. de Edict. D. Hadrian. toll., per la quale si tolse e cancellò l'editto d'Adriano per la vigesima dell'eredità; e la l. 4 C. de liber. praet. ove rimase abolita la differenza del sesso nell'eseredazione. In questo medesimo anno furono ancora promulgate quelle nobili costituzioni, cioè la l. si quis argentum 35 C. de donat. la l. ult. C. de jur. delib. la l. ult. C. qui pot. in pign. ed alcune altre.

Nel secondo anno dopo il Consolato di Lampadio e d'Oreste si pubblicò la l. 2 Cod. de vet. jur. enucl. e nell'anno seguente 533, settimo del suo Imperio, furon pubblicate l'Instituzioni, e come si disse, un mese da poi le Pandette. Questi due anni si notano così, perchè furono senza Consoli.

Aggiunsero perciò i Compilatori in questo nuovo Codice tutte queste costituzioni, che secondo Balduino[795] e Rittersusio[796] oltrepassano il numero di 200, promulgate dopo il primo Codice fra lo spazio di cinque anni, che possono anche vedersi appresso Aloandro nel catalogo de' Consoli al suo Codice aggiunto, delle quali Francesco Raguellio[797] ne compilò particolari commentarj: siccome fece anche Emondo Merillio sopra le 50 decisioni[798]. Per queste si variò non poco il sistema di varie materie alla nostra giurisprudenza attinenti, e particolarmente restò variata la dottrina de' peculj, de' legati e d'altre moltissime cose. Donde ne siegue, siccome anche avvertirono Balduino[799] e Rittersusio[800], che sia error grave il credere, che in questo nuovo Codice vi si fossero solamente aggiunte le cinquanta decisioni, e che toltone queste decisioni, in niente altro discordano le Pandette da questo Codice di repetita prelezione.

Ridotte adunque in questa miglior forma, ed in questo nuovo Codice le costituzioni de' Principi, nel quale anche furono inserite alcune costituzioni dei successori di Teodosio e di Valentiniano, come di Marciano, Lione, Antemio, Zenone, Anastasio e Giustino, comandò Giustiniano, che il primo Codice non avesse più autorità, nè vigore alcuno: ma che questo secondo, che ad esempio degli antichi chiamò di repetita prelezione, dovesse solamente ne' Tribunali in fatti i giudicj aver forza e vigore; nè d'altronde, che da esso, potessero le costituzioni nel Foro allegarsi, cassando tutte l'altre, che forse si trovassero andare sparse e vaghe fuori del medesimo; ond'è, che alcuni assai a proposito avvertirono, che di niun vigore sien quelle costituzioni di Zenone, o d'altro Imperadore, che non veggiamo inserite in questo Codice, le quali solo dobbiamo alla diligenza ed erudizione di qualche Scrittore, che dalle lunghe tenebre, ove eran sepolte, le cavò fuori, alla luce del Mondo restituendole; molte delle quali si debbono all'industria di Conzio, di Giacopo Cujacio, di Dionisio e di Giacopo Gotofredo, e d'alcuni altri eruditi; l'uso delle quali sarà, non di valersene, come costituzioni di Principi, che ci facciano legittima autorità, ma solo per ricever da esse qualche lume per intender meglio le ricevute, e quelle, che per antica usanza hanno acquistato appresso noi nel Foro forza di legge. E quantunque la costituzione di Zenone stabilita intorno agli edificj e prospetto del mare, sia difesa da molti per legittima e d'autorità, cioè, perchè quella si vede da Giustiniano confermata nelle sue Novelle, e nel Codice viene dichiarata non essere stata locale, per Costantinopoli solamente, ma comprendere tutte l'altre province dell'Imperio[801].

Fu cotanto rigido Giustiniano in non volere ammettere altre costituzioni, che quelle, le quali in questo Codice fossero insieme unite e congiunte, che tutte quell'altre, che per qualche grave bisogno, o per dare altra providenza fossero per emanarsi nell'avvenire, volle che si raccogliessero a parte in altro volume, al quale si desse il nome non di Codice, ma di Novelle costituzioni, e che formassero un altro Corpo separato dal suo Codice: onde se bene il nome di Codice, generalmente parlando, potesse convenire ad ogni libro, a caudicibus arborum deducto vocabulo; nulladimeno i nostri Giureconsulti per antonomasia Codice solamente appellarono quel libro, ove con certo ordine erano raccolte le costituzioni imperiali; poichè siccome dopo Cujacio avvertì Gotofredo[802], le costituzioni e rescritti de' Principi, solevano scriversi ne' Codici e Pugillari, ch'eran tavole di legno ed anche di rame, o d'avorio, le quali per conservarne la memoria serbavansi negli Scrigni, o sia Cancellaria del Principe, ond'è che leggiamo che Teodosio il Giovane, quando fece compilare il suo Codice, mandò a ricercare a Valentiniano III le Costituzioni da lui fatte per l'Occidente, che conservava ne' suoi Scrigni per poterle unire colle sue, e degl'Imperadori suoi predecessori, e compilarne quel Codice. All'incontro i responsi de' Prudenti, onde si compilarono i Digesti, soleano scriversi nelle Membrane, non già in legno, o in rame.

Abolito dunque il primo Codice, del quale se ne estinse affatto la memoria, a questo secondo si diede tutta l'autorità, ed è quello ch'oggi ci va per le mani, e del quale si servono tutti i Tribunali, tutte le Accademie d'Europa, diviso, come ogn'un vede, in dodici libri, e distinto in 776 titoli. Le sue costituzioni furon quasi tutte dettate in lingua latina, e contiene le costituzioni di 54 Imperadori, cominciando da Adriano infino a Giustiniano, siccome è manifesto dal loro catalogo, che Aloandro e Dionisio Gotofredo prefissero a' loro Codici. L'Indice delle leggi promulgate da ciascheduno Imperadore pur lo dobbiamo alla industria e diligenza di Jacopo Labitto e d'Antonio Agostino, che agli studiosi della nostra giurisprudenza riesce non men utile e comodo, che quello composto da' medesimi de' responsi de' Giureconsulti nelle Pandette.

Alcuni han ripreso Giustiniano, Principe cotanto cattolico, che in questo Codice abbia fatto inserire molte costituzioni non degne della sua pietà e religione. Il nostro Matteo degli Afflitti seguitando questo errore scrisse, che molte leggi inique avesse fatte inserire ne' tre ultimi libri: ma ben ne fu ripreso dal Valenzuola. Altri dissero, che mal facesse Giustiniano a trasferir nel suo Codice la legge di Valente contra i Solitarj, ed Amaja non ardisce in ciò difenderlo: ma si vede chiaro che quella legge non fu stabilita contra i veri Solitarj, ma contra coloro, che sotto pretesto di religione, affettando lo esserci, s'univano con quelli per isfuggire i pesi della Curia. Alcuni altri lo riprendono, perchè molte leggi riguardanti l'usure ed i repudj stabilisse, con permettergli; ma Godelino[803], Leotardo[804] ed altri lo difendono. Altri perchè molte leggi attinenti all'esterior politia ecclesiastica v'inserisse; ma costoro sono degni di scusa, perocchè non posero mente alla condizione di que' tempi, ne' quali furono promulgate, ma secondo le massime de' secoli, ne' quali scrissero, reputarono non convenirsi all'autorità del Principe di stabilirle; ciò che meglio si vedrà, quando della politia ecclesiastica di questo secolo tratteremo.

§. IV. Delle Novelle di Giustiniano.

Se bene abbastanza si fosse proveduto da Giustiniano allo studio della giurisprudenza con queste tre sue lodevoli opere, cioè dell'Instituzioni, de' Digesti e del Codice; nulladimeno, come che col correr degli anni, secondo le varie bisogne e nuove emergenze, fu d'uopo dar nuove providenze, ed emanar nuove costituzioni, si fece in modo, che non molto da poi crebbero queste tanto, che bisognò unirle in un altro volume, il quale delle novelle costituzioni fu detto. Furon queste di tempo in tempo da Giustiniano emanate, e non già in sermon latino, come l'altre racchiuse nel Codice, ma quasi tutte in greca lingua concepute[805], toltane la Nov. 9, 11, 23, 62, 143, 150 che furono dettate in latino[806], nelle quali veramente evvi molto che desiderare intorno all'eleganza, brevità, gravità e dottrina; e quanto le costituzioni de' Principi, che da Costantino M. infino a lui fiorirono, cedono alle costituzioni degli altri più antichi Imperadori, da Adriano fino a Costantino, tanto queste Novelle di Giustiniano cedono in brevità ed eleganza alle seconde, in guisa che s'è sempre retroceduto, ed andato di peggio in peggio, leggendosi queste ora con molta nausea piene di loquacità, tumide e prive affatto di quella brevità, gravità ed eleganza delle prime: ma ciò, che più importa, osservasi nelle medesime una certa incostanza e leggerezza inescusabile, mutandosi e variandosi ciò, che non molto prima erasi stabilito, e quel che poco anzi piacque, poco da poi si muta e si cancella. La qual cosa ha dato motivo a molti di credere, che tanta instabilità procedesse dalla leggerezza femminile di Teodora moglie di Giustiniano, che sovente s'intrigava in sì fatte cose; e dall'avarizia di Triboniano, che per denaro sovente mutava e variava le leggi a sua posta[807].

Di queste Novelle solamente novantasei furono a notizia degli antichi nostri Glosatori, ancorchè Giuliano Professor di legge nell'Accademia di Costantinopoli, poco da poi di Giustiniano, avendole in compendio ridotte e trasportate dalla greca nella lingua latina, infino al numero di centoventicinque ne traducesse. Ne' tempi meno a noi lontani ne furon da Aloandro ritrovate dell'altre, ed infino al numero di 165 accresciute: Giacopo Cujacio n'aggiunse altre tre, tanto che il loro numero arriva oggi a quello di 168[808].

Ma non dee tralasciarsi d'avvertire, che nell'unire insieme queste Novelle non fu osservato con esattezza l'ordine de' tempi, scorgendosi molte di esse, che furono promulgate negli ultimi tempi dell'Imperio di Giustiniano, esser preposte a quelle, che si fecero prima, ed all'incontro alcune pubblicate prima, occupare l'ultimo luogo. Così nel nono anno dell'Imperio di Giustiniano nel Consolato di Belisario, quando cominciarono a stabilirsi, furono promulgate le Novelle 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17, 18 e nel medesimo anno ancora la Novella 24, 25, 26, 27, 28, 29, 32, 42, 51, 102, 103, 107, 110, 116, 118 e 157. Nel seguente anno, dopo il Consolato di Belisario, si promulgò la Novella 19, 20, 21, 22, 31, 38, 39, 40, 43, 45, 122, e nell'anno seguente, undecimo del suo Imperio, si fecero le Novelle 41, 52, 53, 54, 55, 56, 58, 59, 60, 61 ed altre moltissime.

Nel Consolato di Giovanni, e duodecimo dell'Imperio di Giustiniano, furon pubblicate le Novelle 63, 64, 66, 67, 68, 69, 70, 71, 72, 73, 74, 76, siccome nell'anno appresso le Novelle 78, 79, 80, 81, 83, 97, 99, 101, 133, 162, e nel seguente, nel Consolato di Giustino, la Novella 98.

Nel Consolato di Basilio, e decimoquinto dell'Imperio di Giustiniano si proferirono le Novelle 108, 109, 111, 113, 115, 117, 119, 120, 121, 123, 124, 125, 128, 129, 130, 131, 132, 134, 135, 136, 137, 145, 146, 147, 153. Ne' seguenti anni niente da Giustiniano promulgossi; ma nell'anno 32, ultimo del suo Imperio, fu emanata la Novella 141 onde l'ultima di tutte dee riputarsi questa, come quella, che si fece nell'anno 558.

Queste Novelle insieme co' tredici editti promulgati di tempo in tempo da Giustiniano, furono unite e raccolte in un volume, non per ordine di Giustiniano[809], ma dopo la sua morte per privata diligenza ed industria, come mostrano Cujacio ed Antonio Agostino, senza tenersi altr'ordine di quello, che di sopra s'è detto. Fu tutta opera degl'Interpetri poi dividerle in nove Collazioni, le quali a similitudine de' libri contengono ciascheduna più titoli. E fu nominato da poi ne' tempi di Bulgaro Autentico, o perchè a queste costituzioni, come quelle, che promulgate dopo le leggi del Codice, loro si desse maggiore autorità e peso; ovvero, com'è più probabile, che al paragone dell'Epitome latina fatta da Giuliano, questa opera, come quella, che conteneva le Novelle intere, e come furon da Giustiniano promulgate, doveva riputarsi l'origine e l'autentica[810].

Abbiam di queste Novelle tre versioni latine: una antica, della quale si crede Autore Bulgaro; ma Cujacio[811] ed altri vi dissentiscono: l'altra fatta da Aloandro: e la terza da Errico Agileo. Non convengono gli Autori nè nel nome, nè nell'età di questo antico Interpetre. Alcuni lo credettero, o più antico, ovvero coetaneo di S. Gregorio M., allegando e trascrivendo questo Pontefice molti passi di queste Novelle ne' suoi libri, della quale opinione fu anche Balduino[812]. Ma Antonio Agostino[813] seguitato da Rittersusio rapporta, che ne' tempi di Irnerio e di Bulgaro fu per opra di un certo Monaco trovato il volume greco di queste Novelle, il quale lo tradusse in latino. Fu questi chiamato Bergonzione Pisano, del quale anche si narra, che traducesse in latino quelle clausole greche, che si trovano ne' libri de' Digesti.

La traduzione fatta da Aloandro seguì in questo modo: conservavasi in Firenze un volume MS. delle greche Novelle, dal qual libro fiorentino fu copiato quello di Bologna: di questo si servì Aloandro, e fu il primo che diede alle stampe le Novelle greche da lui tradotte in latino. La prima edizione si fece nell'anno 1531, non senza gloria del Senato di Norimbergh, il quale somministrò le spese. Errigo Scrimgero molti anni dopo, avendo avuto in mano in Venezia un altro esemplare MS. più esatto, che fu del Card. Bessarione, supplì da questo nuovo volume molto di ciò che mancava nell'edizione di Norimbergh, e stampò le Novelle in quell'idioma, cioè greco: donde ne nacque poi la terza traduzione di Errico Agileo, il quale tradusse ancora le Novelle di Lione; e Conzio ne trasportò ancora alcune altre nella latina favella.

Vernero, ovvero, come i nostri l'appellano, Irnerio, con non picciol comodo degli studiosi, avendole accorciate, a ciascuna legge del Codice, che per le Novelle venisse corretta, o che trattasse di simil argomento, aggiunse il ristretto delle medesime, perchè potesse conoscersi ciò, che su quel soggetto erasi innovato per queste novissime costituzioni di Giustiniano, che perciò acquistaron il nome d'Autentiche, le quali cautamente debbon co' suoi fonti, onde derivano, confrontarsi; poichè alle volte si discostano da' medesimi, e Giorgio Rittersusio[814] figliuolo di Corrado novera 70 luoghi, che discordano da' loro originali.

È ancora d'avvertire, che in tre cose principalmente differisce dal Codice questo volume delle Novelle. La prima, che il Codice abbraccia le costituzioni di più Principi, cominciando da Adriano infino a Giustiniano; e le Novelle sono costituzioni del solo Giustiniano. La seconda, che le leggi del Codice furono quasi tutte dettate in sermon latino, e le Novelle in greco. La terza, che nel Codice le costituzioni sono ripartite in certe classi e collocate sotto varj titoli, secondo la varietà del soggetto che trattano, e molte volte ne sono state più disposte sotto un titolo; quando nel volume delle Novelle ciascheduna costituzione ha il suo titolo, e furono senz'ordine unite insieme, con serbarsi solamente l'ordine del tempo: il qual ordine nemmeno fu in tutto osservato, come di sopra s'è veduto.

§. V. Dell'uso ed autorità di questi libri in Italia, ed in queste nostre province.

Quantunque Giustiniano, per queste insigni sue opere, avesse nell'Oriente oscurata la fama di Teodosio, tanto che s'estinse affatto il nome del costui Codice, nè altrove, che a questi suoi libri poteva ricorrersi, o nel Foro, o nell'Accademie, e fossero stati nell'Imperio d'Oriente questi soli ricevuti, e rifiutati tutti gli altri; nulladimeno nell'Occidente, ed in Italia precisamente, diversa fu la lor fortuna; poichè essendo stati da Giustiniano pubblicati negli ultimi anni del Regno d'Atalarico, mentre ancor durava la dominazione de' Goti, non furono in Italia, nè in queste nostre province ricevuti, nè qui, come in alieno terreno, poterono esser piantati e metter profonde radici; ma si ritennero gli antichi Codici, e gli antichi libri dei Giureconsulti, ed il Codice di Teodosio niente perdè di stima e di autorità; anzi appresso gli Vestrogoti per l'autorità d'Alarico, fu in somma riputazione avuto, tanto che il suo Compendio, che essi chiamavan Breviario, non pure appresso i medesimi, ma anche appresso gli Ostrogoti e presso a molte altre Nazioni, come Borgognoni, Francesi e Longobardi niente perdè di pregio e d'autorità, e ciò ch'era legge dei Romani, in questi libri era racchiuso.

E se bene dopo la morte d'Atalarico, ed indi a poco d'Amalasunta, le cose de' Goti in Italia si riducessero ad infelicissimo stato, e Giustiniano col valore di Belisario riportasse di loro più vittorie, ed avesse con particolar editto[815] ordinato l'osservanza delle leggi romane, ne' suoi libri contenute, per tutte le province d'Italia; e da poi che Belisario nel decim'anno del suo Imperio ebbe espugnata Napoli, la Puglia, la Calabria, il Sannio e la Campania, avesse tolte ai Goti queste province: nulladimeno avendo poi costoro sotto Totila, valorosissimo Principe, ripreso l'antico spirito e valore, e poste in tanta revoluzione le cose d'Italia, che a tutt'altro potè badarsi, che alle leggi in mezzo a tant'armi e guerre sì crudeli e feroci, rimasero perciò di nuovo senza vigore ed autorità alcuna le leggi romane ne' libri di Giustiniano contenute. E quantunque alla fine negli ultimi anni del suo Imperio avesse riportata de' medesimi intera vittoria, e sotto Teja ultimo loro Re gli avesse per mezzo di Narsete interamente debellati e sconfitti; contuttociò, sopraggiunto non molto da poi dalla morte, e succedutogli Giustino il Giovane, Principe inettissimo, non andò guari, che l'Italia passò sotto il dominio dei Longobardi, i quali seguitando gli esempi de' Goti, non altre leggi riconobbero, se non le proprie e quelle de' Romani, che nel Codice di Teodosio eran comprese, e ciò che per tradizione era rimaso delle medesime nella memoria de' provinciali; nulla curando dei libri di Giustiniano, de' quali poca e rada era la notizia, come quinci a poco partitamente vedrassi.

Si aggiunse ancora, che non passarono molti anni, che questa medesima fortuna cominciarono ad avere in Oriente, ove, come diremo ne' seguenti libri, parte per imperizia ed inezia de' suoi successori, parte per invidia, vennero in tanta dimenticanza, per le tante altre compilazioni, che ad emulazione di Giustiniano seguirono, che di questa di Giustiniano rimase ogni fama oscurata e spenta. E vedi in tanto le strane vicende delle mondane cose: questa grand'opera di Giustiniano con tanta cura e studio compilata, che per tutti i secoli avrebbe dovuto correre gloriosa e immortale, appena mancato il suo Autore, che restò anch'ella per lo spazio di cinque secoli sepolta in tenebre densissime, ed in una profonda oblivione: risorta poi in Occidente a' tempi di Lottario, fu così avventurosa, che alzò i vanni e la fama sopra tutte l'altre province del Mondo, nè trovò Nazione alcuna culta, o barbara che fosse, che in somma stima e venerazione non l'avesse, e che non la preferisse alle medesime loro proprie leggi e costumi.

CAPITOLO IV. Espedizione di Giustiniano contra Teodato Re d'Italia successor d'Atalarico.

Dopo aver Giustiniano in così fatta guisa posta l'ultima mano a dar certa e stabil forma alla giurisprudenza romana, disbrigato dalle leggi, passa con non disugual fortuna all'armi. Principe così nella pace, come nella guerra fortunatissimo; poichè, siccome per condurre a fine quell'impresa delle leggi, quanto magnanima e nobile, altrettanto ardua e difficile, ebbe ne' suoi tempi Giureconsulti insigni, quali furono Triboniano, Teofilo, Doroteo, e tutti quegli altri, dei quali s'è fatta onorata menzione, che poteron ridurla a perfezione; così nell'armi ebbe Capitani valorosissimi ed insigni, un Belisario, un Narsete, Mondo ed alquanti altri, i quali per le loro incomparabili virtù e gloriose gesta, accrebbero non meno la sua gloria, che per tante conquiste l'Imperio; onde potè il suo nome andarne appresso la posterità fregiato con tanti titoli, d'Alemannico, Gotico, Francico, Germanico, Antico, Alanico, Vandalico ed Affricano, per le tante genti vinte e debellate. Nè minor fu la sua fortuna per li tanti illustri e valorosi Capitani, che fiorirono a' suoi tempi, quanto per le opportunità, che se gli presentarono per agevolar le conquiste; e particolarmente nella guerra, che mosse a' Goti per l'impresa d'Italia, di cui saremo brevemente a narrare i successi.

Da poi che Belisario ebbe trionfato de' Vandali nell'Affrica, e presa Cartagine, avendo fatto prigioniero Gilimere loro Re, e portatolo in trionfo a Costantinopoli; vedendo Giustiniano sottomesso al suo Imperio quel vastissimo Regno, rivolse tutti i suoi disegni alla impresa d'Italia per sottrarla dalla dominazione dei Goti; ed una opportunità assai prospera, che presentossegli, accelerò l'impresa, e diede maggiori stimoli all'esecuzione.

Amalasunta, Principessa prudentissima, come vide suo figliuolo Atalarico per la sua dissolutezza caduto in una mortale languidezza, che non v'era più da sperare di sua vita, dubitò, che dopo la morte di suo figliuolo non sarebbe potuta vivere in sicurezza fra i Goti, i quali l'odiavano a morte, perciocchè non poteva ella sofferire i loro disordini e dissolutezze; e perch'era ella infinitamente stimata dall'Imperadore Giustiniano, e tenuta dal medesimo così cara ed in tant'onore, che venne fino ad insospettirsene e rendersene gelosa Teodora sua moglie, incominciò celatamente a trattar con Giustiniano, come potesse mettere il Reame d'Italia fra le sue mani, pensando, che in questa maniera otterrebbe la sua quiete e sicurezza; ma la morte improvvisa di suo figliuolo non le diede tanto tempo di potere adempiere il suo disegno; per la quale cosa dubitando, che i Goti, non volendo sofferire il suo governo, non facessero prontamente un Re a loro capriccio, destramente gli prevenne, mettendo sul Trono Teodato suo cugino, figliuolo d'Amalafrida sorella del Gran Teodorico, pur egli dell'illustre gente Amala[816]. Era costui un Principe, che aveva menata sua vita nelle solitudini di Toscana, e nello studio della filosofia Platonica era tutto immerso[817]; uomo di molte lettere, e per la lingua latina sopra ogn'altro eccellente, la quale a' suoi tempi era tanto caduta dal suo candore, che riputavasi a gran pregio, chi fosse di quella a pieno esperto; anzi se dobbiamo prestar fede a Cassiodoro[818], poichè Procopio nulla ne dice, fu Teodato anche versato nella teologia, e negli studi ecclesiastici; imperocchè nell'epistola d'Amalasunta scritta al Senato di Roma, ove gli dà conto dell'innalzamento al Trono del medesimo, fra gli altri pregi e lodi, che si danno a Teodato, è l'essere ancora un Principe molto erudito nelle discipline ecclesiastiche. Ma tutte queste lettere e queste erudizioni non furono bastanti a mutar la sua natura e la bassezza della sua mente; poichè del rimanente fu un uomo inespertissimo delle cose militari, timido, pigro, e sopra tutto avarissimo, senza onore, senza probità e pieno di tanta perfidia e malvagità, ch'era capace di fare le più cattive azioni del Mondo, quando gli fossero ispirate, o dalle sue proprie, o dall'altrui passioni.

Ben di questa sua perfida natura sen accorse da poi con suo estremo periglio l'infelice Principessa Amalasunta; poichè assunto al Trono, obbliando tutte le promesse, ch'aveva fatte alla sua benefattrice, si lasciò governare da' parenti di coloro, che questa Principessa avea fatti morire per loro falli; e seguendo il consiglio di queste genti la fece levare dal palagio di Ravenna[819], e condurre in prigione in un'isola posta nel mezzo del lago di Bolsena, e dopo scorsi alquanti giorni la fece barbaramente strozzare nel bagno, nel medesimo tempo, ch'egli domandava la pace all'Imperador Giustiniano: avendo costretta prima questa miserabile Principessa a scrivere all'Imperadore per ottenerla. Non mancano Scrittori, che narran Teodato esser indotto a tanta scelleratezza non pure per la malvagità della sua natura, e per li consigli di quelli di sua Corte, ma anche per opera e per le persuasioni di Teodora moglie di Giustiniano, la quale ingelosita per l'amor, che suo marito portava a questa Principessa, dubitò, che questi un giorno non dovesse abbandonar lei per Amalasunta.

Giustiniano in tanto, furiosamente sdegnato per sì orribile brutalità di Teodato e degli Ostrogoti, si risolse di vendicar la morte di Amalasunta: e dall'altro canto ardente di desiderio di riunire l'Italia all'Imperio, pensò questa esser la miglior opportunità, che mai potesse presentarsegli per mover guerra a' Goti, e discacciargli d'Italia.

(Un altro pretesto ebbe Giustiniano per l'invasione di Sicilia, e fu per la restituzione del Promontorio, o sia castello Lilibeo di Sicilia, che Giustiniano pretendeva appartenersi all'Affrica. Questo Promontorio, ancorchè parte della Sicilia, Teodorico avealo dato per dote alla sua sorella Amalafrida, quando la maritò a Trasimondo Re de' Vandali, siccome narra Procopio Lib. I, Belli Vandal. c. 8. Avendo dunque Giustiniano per Belisario estinto il Regno vandalico, e restituita l'Affrica all'Imperio, pretendeva che il Lilibeo, come parte accessoria ed appartenente all'Affrica, dovesse Amalasunta restituirlo all'Imperio; ma questa savia Regina destramente andava sfuggendo la dimanda con umilmente rispondergli che di quella dotazione fatta da Teodorico non dovea aversi conto, come contraria alle leggi de' Goti, le quali proibiscono potersi alienare alcuna parte del Regno, siccome Procopio istesso, rapportando le vicendevoli pretensioni, scrisse nel Lib. 2 c. 5. Amalasunta, vedendo che colla forza non potea resistere a Giustiniano, gli rispondeva con ogni rispetto, dicendo: Lilybeum est Gothici juris, neque tanta odia meretur, come lo ripete Procopio anche nel Lib. I, Belli Gothici, c. 1 et 3 e con maniere rispettose ritenne l'Imperadore a non dare alcuna mossa. Ma morta questa infelice Principessa, Giustiniano non ebbe più quel rispetto, che avea fino allora avuto; onde con quest'altro pretesto del Lilibeo invase tutta la Sicilia, per la qual cosa saviamente ponderò Ludewig in vita Justiniani M. c. 8 §. 91 n. 456 pag. 417 dicendo: Quilibet facile intelligit hoc; non tam Lilybeum hic causam actam, quam viae vel claudendae, vel aperiendae Siciliae universae).

Adunque nell'anno del Signore 535, avendo scelto Belisario per quest'impresa, e fatti molti preparativi per mare e per terra, spedillo con potent'armata verso la Sicilia, riputando non d'altronde doversi cominciar le conquiste, che dalla Sicilia, la quale, come nutrice di quelle province ch'oggi formano il nostro Regno, dovea, quella presa, rendergli più facile la conquista delle medesime.

Tentò ancora Giustiniano tutte le strade per agevolar questa impresa, e fece tutti i sforzi per avere in aiuto i Franzesi, portando a' medesimi le sue doglianze contra i Goti, ed allegando le cagioni, ch'egli riputava giustissime per questa guerra. I Goti, e' dice appresso Procopio[820] rapta Italia, quae nostri haud dubie est juris, non pur non curano di restituirla all'Imperio; ma di vantaggio han cercato il mio disprezzo nella morte crudelmente data ad Amalasunta da me cotanto stimata, ed in tanto pregio avuta, nell'istesso tempo, che mi dimandavan pace. Ma i Franzesi non si mossero ad aiutarlo, anzi irritato da poi Teodeberto loro Principe nipote del gran Clodoveo, che Giustiniano ne' suoi editti a tanti elogi avea anche aggiunto il prenome di Francico, quasi che pure avesse debellata la sua inclita gente, gli mossero i Franzesi guerra, e presero l'armi contro di lui a favore di Teodato, e poi di Vitige.

Frattanto Belisario giunto in Sicilia, non travagliò molto, per la confusione, ch'ivi era, a conquistarla: la prende, e da Messina immantenente passa a Reggio, ove gli furon aperte le porte; ed indi prendendo il cammino per terra, verso Roma indirizzossi. Tutti i luoghi, che per via incontrava, spontaneamente gli si rendevano. Prende per tanto senza molto contrasto i Bruzj, la Lucania, la Puglia, la Calabria, ed il Sannio. Benevento, e quasi tutte le città principali di queste province, a lui si renderono per lo terrore delle sue armi, e molto più per lo spavento de' Goti, e per la stupidezza e timore di Teodato. La Campania solamente contrastò per quanto le sue forze poterono. In questa provincia le città, che potevan difendersi erano Napoli e Cuma: Napoli s'oppose con molto valore e intrepidezza, e sofferse molti giorni l'assedio senza volersi rendere; ma da poi scovertosi da un soldato fortunatamente un acquedotto, che si stendeva fin dentro la città, per questo, con somma costanza, ancorchè più volte costernati, alla fine i Greci penetrarono fin dentro alla medesima, e con istordimento degli assediati, entrati che furono, posero sossopra la città, e più lagrimevole e funesto sarebbe stato il sacco, che le diedero, se Belisario non avesse posto freno alla rapacità de' soldati. Siegue Belisario dopo la conquista di queste nostre province il cammino verso Roma, ed in fine la prende nell'undecimo anno dell'Imperio di Giustiniano, dopo sessanta anni, ch'era stata da straniere Nazioni occupata.

Intanto per lo spavento di queste armi, e per le tante vittorie di Belisario, vie più intimorito Teodato tenta tutte le strade per ottener la pace da Giustiniano: manda più Legati in Costantinopoli, fra quali Agapito R. P. offerendogli patti e condizioni per rendersi[821]. Aveva pure Giustiniano mandato in Italia per trattar questa pace un tal Pietro, uomo assai venerabile, e ne' maneggi di Stato espertissimo: Teodato fa molti progetti al medesimo, il quale senza espressa volontà dell'Imperadore non potendogli accettare, fece sì che si mandassero a dirittura a Costantinopoli. Offeriva Teodato a Giustiniano la Sicilia: che il Popolo romano ne' giorni solenni e festivi, o in qualunque altra pubblica funzione, o nel teatro, o nelle piazze potesse, avanti il nome di Teodato, celebrare il nome dell'Imperadore; che non potesse dirizzarsi alcuna statua, o sia di marmo, o di bronzo, o di qualsivoglia altra materia, nè veruna medaglia colla sola immagine di Teodato, ma dovesse insieme dirizzarsi, o imprimersi quella dell'Imperadore ancora, con darsi all'effigie dell'Imperadore il miglior luogo alla destra di Teodato.

Mentre s'attendevano i sentimenti di Giustiniano, non cessava Teodato di domandare spesso all'Ambasciadore, di cui aveva somma stima e venerazione, come dalle sue epistole presso a Cassiodoro, se sarebbe l'Imperadore per accettare l'offerte condizioni. Lagnavasi pure con Pietro altamente di Giustiniano, che per leggiere cagioni avessegli mossa sì crudel guerra, e che sotto varj pretesti cercasse togliere ai Goti l'Italia con somma ingiustizia, quando ch'essi l'avevan ricuperata dalle mani d'Odoacre colle proprie lor forze, e col consentimento dell'istesso Imperadore Zenone. Nè a tutte queste querele altro rispondevasi da Pietro, come ancora si faceva da' Capitani Greci, se non col dire; che non disconveniva a Giustiniano di ricuperar quelle province, le quali a tutti era noto essere state tolte all'Imperio, e che a lui, al qual era commessa la cura del medesimo, conveniva far tutti gli sforzi per restituirle là donde furon divelte[822]. I progetti intanto mandati da Teodato a Giustiniano, furon da costui derisi, non altrimenti, che derise Alessandro M. quelli offertigli da Dario, il quale offeriva per dote della figliuola tutti que' luoghi, ch'erano tra l'Ellesponto ed il fiume Hali, i quali erano già stati da lui conquistati[823]: nè altrimente di ciò, che fece il Popolo romano con Vologeso Re de' Parti[824]; e che fece da poi Carlo M. con Niceforo, il qual offeriva la Sassonia già soggiogata[825]; imperocchè Teodato offeriva la Sicilia, ch'era stata già occupata da Belisario con le province del nostro Reame: onde ributtate queste condizioni, crebbe via più il timor di Teodato, e lo sgomento de' Goti.

I miserabili Goti, vedutisi in tanta costernazione, e scorto il timor di Teodato, e che per la di lui dappocaggine eransi ridotti a stato sì lagrimevole, vollero tentare se con Belisario almeno potessero riuscire questi trattati di pace; onde mandaron Legati al medesimo perchè gli esponessero le loro giuste querele, e lo trattenessero dall'impresa. Ammessi da Belisario cominciaron ad esporgli i torti, che per questa ingiusta guerra si facevan a' Goti. Grande ingiuria, ei diceano[826], è questa, che ci fanno i Romani, i quali contro di noi, essendo ad essi confederati ed amici, prendon l'armi senza ragione alcuna. I Goti non per forza hanno tolta a' Romani l'Italia: Odoacre fu quegli, che con molta strage rapilla, mentre Zenone imperava nell'Oriente, il quale, non potendo vendicarsi e ritorgli la grande ingiusta preda, nè avendo forze tali, che potesse opporsi alla tirannide degli Eruli, chiamò il nostro Principe Teodorico, che minacciavagli allora, per alcuni disturbi fra di loro insorti, di volerlo assediare dentro a Costantinopoli medesima, e lo pregò, che volesse perdonare al nuovo inimico per la memoria delle dignità del Patriziato e Consolato romano, ch'aveagli conferito, e della stima, che avea fatto sempre della di lui persona; e che tutto il suo valore, e tutta la ferocia della sua gente dovesse altrove indirizzare; prendesse l'armi contra Odoacre e vendicasse la morte d'Augustolo infamemente da colui ucciso: dovesse ritorgli l'Italia, ch'egli liberamente concedeva a lui ed a' suoi Goti, affinchè potessero per sempre in ogni futura età reggerla e ritenersela con sì giusto titolo ed ottima ragione. Venne Teodorico in Italia, e col suo valore e colle proprie forze de' suoi Goti discaccia il Tiranno, e col consenso e confederazione di tutti i Principi d'Oriente resse così bene per tanti anni l'Italia, la quale ora dopo la di lui morte è da' suoi Goti governata: con qual ragione dunque si pretende muover guerra sì ingiusta a coloro, che la posseggono con sì giusti titoli, dopo averla tanti anni con tanta giustizia posseduta ed amministrata?

Ma Belisario, che vedeva volar dal suo canto la vittoria, non era in istato di muoversi per sì fatte cose, le quali se non sono accompagnate colla forza a niente giovano: rispose loro in volto assai severo e grave, ch'essi soverchio eransi avanzati nel dire, che Teodorico fu ben mandato da Zenone per combatter Odoacre, ma non già, che da poi avesse da insignorirsi d'Italia; poichè non importava nulla all'Imperadore, che non ricuperandosi all'Imperio, stasse sotto la servitù, o dell'uno o dell'altro Tiranno; ma che si liberasse Italia, e sotto le leggi Imperiali vivesse: ma Teodorico essendosi valorosamente portato contra Odoacre, si fece poi lecito molte cose, ricusando di renderla al vero Padrone. A me, dicea egli, sono in ugual grado, e chi rapisce per forza, e chi ritiene la roba, che non è sua, contro alla volontà del padrone: onde quella regione, che s'appartiene all'Imperio, io non sarò mai per concederla a persona veruna del Mondo.

§. I. Di Vitige, Ildibaldo, ed Erarico Re d'Italia.

Per sì dura risposta, datisi i Goti in braccio alla disperazione, usaron tutti i loro sforzi, e tutte le lor arti, per trovare qualche riparo all'imminente precipizio. Non lasciaron impunita la stupidezza di Teodato, e veggendo per sua cagione esser caduti in tanta ruina, ed esser inutile il di lui Imperio per la sua inezia, prima lo discacciarono, e poi l'uccisero, ed in suo luogo elessero in mezzo all'esercito Vitige, gridandolo loro Re. Goldasto[827] rapporta un'altra cagione di sua morte: cioè avere i Goti scoverto, che Teodato attediato per sì lunghe e travagliose guerre, erasi finalmente convenuto con Giustiniano di lasciargli il Regno, purchè gli dasse una grossa pensione annua, per potersi ritirare nelle solitudini, e vivere a se ed a' suoi studj di filosofia: e le lettere così quella di Teodato scritta a Giustiniano, come la risposta del medesimo, sono rapportate dall'istesso Goldasto. Teneva Vitige per moglie Matasuenda figliuola della Principessa Amalasunta: Principe di molto valore e prudenza, di cui ce ne rendon testimonianza i suoi egregi fatti, ed alcune sue orazioni ed epistole, che ancor si leggono appresso Cassiodoro[828], e Goldasto[829].

Questi appena assunto al Trono, dopo aver tentata in vano la pace con Giustiniano[830], cinse d'uno stretto assedio Roma, e tennela un anno e nove giorni assediata, fin che riuscì a Belisario di liberarla nell'anno 538. Onde vedutosi deluso dalle sue speranze, ritiratosi con sua moglie in Ravenna, non passò guari, che Belisario vittorioso da per tutto l'imprigionasse insieme con la Principessa sua moglie, e fortunatamente gli riuscisse (richiamato da Giustiniano) di nuovo trionfare in Costantinopoli di Vitige Re dei Goti, come avea fatto di Gilimere Re de' Vandali.

Avendo l'Imperador Giustiniano richiamato Belisario in Costantinopoli per sospetti di Stato, e mandati in Italia in suo luogo Giovanni e Vitale difformi in tutto da colui di valore e di costumi, fece sì, che i Goti riprendendo animo, crearon per loro Re Ildibaldo[831], ch'era Governador in Verona; ma questi per la sua crudeltà, fu tantosto da' Goti ucciso, ed eletto in suo luogo Erarico, che anche poco da poi fu dagli stessi Goti morto, per lo sospetto, ch'ebbero di lui d'essersi confederato co' Greci; e fu Totila innalzato al Trono.

§. II. Di Totila Re d'Italia.

Sotto questo Principe, per la singolar sua virtù ed estremo valore, i Goti ripresero ardire, e ricuperarono molte province da Belisario occupate; ruppe egli le genti dell'Imperadore, e racquistò la Toscana. Non guari da poi ricuperò queste nostre province, che ora forman il Regno. Riacquista il Sannio, e devasta Benevento, che prese a forza d'arme, buttando a terra le sue mura. Passa indi nella nostra Campagna, e pone l'assedio a Napoli, e fra tanto prende Cuma, e tutte l'altre piazze lungo il mare; e durando ancor l'assedio di Napoli, con ciò sia che la sua armata s'era renduta potentissima per un infinito numero di Goti, i quali accorsero a lui da tutte le parti, egli s'impadronì senza resistenza per suoi Luogotenenti della Puglia, della Calabria, e dell'altre province, dalle quali ne tirò somme immense, che s'eran unite per Giustiniano. I Napoletani alla fine renderonsi, e quantunque dubitassero, che per la fatta resistenza non fossero da Totila severamente trattati, sperimentaron nondimeno la mansuetudine di questo Principe, il quale non pur fu difensore e custode della pudicizia delle donne napoletane[832], ma trattogli assai benignamente, e con somma umanità. Ed in sì fatta maniera per valore di Totila ritornaron queste nostre province di nuovo sotto la dominazione de' Goti, che per inezia di Teodato eransi perdute.

Infin a questi tempi i Pontefici romani non eransi intrigati negli affari di Stato, e de' Principi; nè molto eransi curati, che l'Italia da' Romani passasse ora sotto il dominio de' Goti, ora de' Greci. I loro studj eran tutti indirizzati alla riunione della Chiesa d'Occidente con quella d'Oriente, e a dar sesto in varj Concilj alle varie controversie insorte tra' Vescovi d'Oriente intorno a' dogmi, ed alla disciplina. I Pontefici Silverio, e Vigilio furon i primi: Silverio rendutosi perciò sospetto a' Greci, quasi che desiderasse in Italia più la dominazione de' Goti, che quella de' Greci, fu da Belisario accusato d'avere avuta intelligenza coi Goti. Era Silverio per la morte di Papa Agapito stato eletto in sua vece in Roma, e riconosciuto dal Clero e dal popolo Romano per Vescovo legittimo di quella città. All'incontro Vigilio, Diacono della Chiesa di Roma, che mandato per affari di religione in Costantinopoli, era rimaso in quella città, aspirando anche egli al Papato, e vedendosi prevenuto da Silverio, ch'era sostenuto da' Romani e da' Goti, mette in opera tutti i maneggi con Giustiniano, per indurlo a mandar Belisario di nuovo in Italia con potente armata, per ritogliere a' Goti tutto ciò che sotto Totila avean ricuperato: e già lo persuade a mandarlo. Usa ancora tutte l'arti ed ingegni coll'Imperadrice sua moglie, permettendole di ricever Teodosio, Antimo e Severo alla sua comunione, e d'approvare la loro dottrina, s'ella lo faceva elegger Papa.

Ritorna per tanto Belisario in Italia per discacciarne i Goti; ma ritornato con poche forze, perde più tosto la riputazione delle cose prima fatte da lui, che altra maggiore ne racquistasse; imperocchè Totila, trovandosi Belisario con le sue truppe ad Ostia, sotto gli occhi suoi espugnò Roma, e veggendo non potere nè lasciarla, nè tenerla, in maggior parte la disfece e caccionne il Popolo, menando seco i Senatori; e stimando poco Belisario, andò coll'esercito in Calabria ad incontrar le genti, che di Grecia in aiuto di Belisario venivano. Belisario vedendo abbandonata Roma, la ripigliò tantosto, ed entrato nelle romane ruine, con quanta più celerità potè, rifece a quella città le mura, e vi richiamò dentro gli abitatori. Vigilio, ripresa da Belisario Roma, partì da Costantinopoli con ordine secreto dell'Imperadrice diretto a Belisario per far riuscire il suo disegno. Giunto a Roma lo diede a Belisario, e gli promise del danaio, purchè lo ponesse in quella sede: Belisario fece venire a se Silverio, ed accusatolo d'intelligenza co' Goti, lo stimolò a riconoscere Antimo: negando di farlo Silverio, fu spogliato degli abiti sacerdotali, e mandato a Patara in esilio, facendo in sua vece elegger Vigilio. Ma ai progressi, che si speravano di Belisario, tosto s'oppose la fortuna, perchè Giustiniano in quel tempo assalito da' Parti, richiamò Belisario. Questi per ubbidire al suo Signore, abbandonò l'Italia, e rimase questa provincia a discrezione di Totila, il quale di nuovo prese Roma; ma non fu con quella crudeltà trattata, che prima, perchè pregato da S. Benedetto, il quale in que' tempi aveva di santità grandissima fama, si volse più tosto a rifarla. Giustiniano intanto aveva fatto accordo co' Parti, e pensando di mandar nuova gente al soccorso d'Italia, fu dagli Sclavi, nuovi Popoli settentrionali ritenuto, i quali avevan passato il Danubio, ed assalita l'Illiria e la Tracia; in modo, che Totila ridusse quasi l'intera Italia sotto la sua dominazione.

Ma non molto goderon i Goti de' frutti di tante vittorie, perchè vinto ch'ebbe Giustiniano gli Sclavi, mandò in Italia con potenti eserciti Narsete Eunuco, uomo in guerra esercitatissimo, il qual accrebbe i suoi eserciti coll'istesse genti straniere, e fra l'altre Nazioni, come Eruli, Unni, e Gepidi, servivasi anche de' Longobardi, che portò dalla Pannonia; i quali da poi seppero così ben valersi della notizia di sì bel paese, e dell'occasioni che loro si presentarono, che da ausiliarj fecionsi conquistatori, come più innanzi diremo. Non ancor Narsete erasi sbrigato dall'impresa della Tracia per venire in Italia, che il Governador di Taranto, lasciando le parti ed il servigio di Totila, remise la sua piazza fra le mani d'alcuni imperiali, ch'eran calati a Cotrone; onde Totila sorpreso per queste perdite, e stordito dalla grandezza dell'apparecchio della guerra, che la fama pubblicava ed ingrandiva per tutto, che Narsete faceva contro di lui, inviò Teja valorosissimo Capitano per arrestar Narsete al passo; ma non essendo riuscito a Teja d'impedirlo, ecco che Narsete, rotto ogni argine, inonda con potenti eserciti le Campagne, nè potè farsi altrimente, che non si venisse ad una campal battaglia, nella quale Totila, avendo dati gli ultimi segni del suo valore, non potendo resistere alle forze di gran lunga superiori del suo nemico, rimase vinto e morto, ed i suoi Goti sconfitti e debellati: onde gl'infelici riunitisi, come poteron il meglio, dopo sì crudel battaglia, si ritiraron in Pavia, dove crearono loro Re Teja, nel cui valore ed audacia era riposta ogni speranza, per istabilire il loro imperio in Italia. All'incontro Narsete dopo questa vittoria prese Roma, e l'altre città a lui si renderono.

Potè questa sconfitta abbattere in guisa le forze de' Goti in Italia che in appresso più non valsero a ristabilirvisi; ma assai maggior nocumento recò loro la perdita di Totila valorosissimo loro Re: Principe, che col suo valore, e molto più colla sua prudenza e bontà seppe ristorar in modo le fortune de' suoi Goti, che quasi aveale ridotte in quel medesimo stato in cui lasciolle Teodorico. Egli per lo spazio poco men di dieci anni che regnò, tanti monumenti lasciò del suo valore, della sua bontà, e di molt'altre virtù delle quali era ornato, che non v'è Scrittore, il quale non lo commendi, e per tante sue virtù infin al Cielo non l'estolga: egli ancor che Goto, dice Paolo Varnefrido, abitò co' Romani, come un padre co' suoi figliuoli, niente mutò delle loro leggi, e de' loro istituti. L'istessa amministrazione, e la medesima forma delle province e del governo ritenne, come Teodorico aveale lasciate: amantissimo della giustizia e dell'equità; ed è veramente ammirabile l'orazione[833], che questo Principe fece a' suoi soldati, dopo aver presa Napoli in commendazione della giustizia e dell'altre virtù, che presso a Procopio ancor leggiamo. La sua bontà, e mansuetudine verso i vinti, vien celebrata sovente da quest'istesso Storico ancor che greco. Egli serbò intatta e sicura da ogni disprezzo Rusticiana moglie che fu di Boetio, femmina infesta al nome Goto, e della quale i Goti non erano niente soddisfatti.

Nè men della sua temperanza poteron tacere gl'Istorici: egli fu, che sovente salvò la pudicizia e la libertà delle matrone romane, e che, presa Napoli, fu dell'onor delle donne zelantissimo, e che severamente punisse gli altrui misfatti: che di semplicissimi cibi fosse contento co' suoi Goti, come di pane, latte, cacio, butirro, e di carni salvagge e ferine, e di queste allo spesso crude, ed alle volte salate. Tanto che per l'esempio di questo Principe poterono i Goti avere il vanto d'esser essi reputati i temperati, i giusti ed i mansueti, non gl'istessi Romani, ne' quali, come disse Salviano[834], era da desiderare la virtù, la giustizia, e la temperanza de' Goti medesimi.

§. III. Di Teja ultimo Re de' Goti in Italia.

Gl'infelicissimi Goti, dopo la battaglia per loro funestissima datagli da Narsete, usando tutti i loro sforzi e industria per trovar mezzi pronti per ristorarsi delle passate perdite, oltr'aver eletto per loro Re Teja, valorosissimo Principe, tentarono i soccorsi de' Principi vicini. Ricorsero a' Franzesi, e mandaron ad essi Ambasciadori per muovergli al loro soccorso. Merita veramente esser da tutti letta ed ammirata l'orazione di questi Legati tutta piena d'affetti e di nobilissimi sensi, ch'esposero a' Franzesi, la quale presso Agatia[835] ancor si legge. Se il nome de' Goti, essi dicevano, mancherà, ecco che i Romani saranno pronti ed apparecchiati contro di voi a rinovar l'antiche guerre. Nè alla loro cupidigia mancheranno pretesti speziosi, e ricercati colori. Vi ricorderanno i Marj, i Camilli e i molt'Imperadori, che guerreggiarono co' Germani, e che oltre al Reno estesero i confini del loro Imperio. E per queste ragioni voglion esser riputati, non come rapitori degli altrui Stati, ma come se niente fosse d'altrui, ed il tutto lor proprio, vantano di non far altro, che coll'armi loro giuste e legittime ricuperare ciò, che da' loro maggiori era stato posseduto: non per altre cagioni mossero a noi così ingiustamente la guerra; come se il nostro sempre glorioso Principe ed autore di questa impresa, Teodorico, a torto e per ingiuria avesse ad essi tolta l'Italia: perciò han creduto esser loro lecito di toglierci le nostre sostanze, estinguere la maggior parte della nostra gente, e de' Capitani fra noi i più sublimi ed eminenti: incrudelire contra le nostre mogli, contra i propri nostri figliuoli, ed a portargli in dura servitù: quando Teodorico non con loro repugnanza, ma con particolar concessione e permessione di Zenone lor Imperadore venne in Italia, non già togliendola a Romani, i quali l'avean perduta, ma colle proprie sue forze, e col suo proprio valore, avendo discacciato Odoacre invasor peregrino, jure Belli acquistò ciò, che questi avea occupato. Ma i Romani da poi che si videro ristabiliti, niente curando del giusto e del ragionevole, col pretesto della morte d'Amalasunta si finsero in prima irati contra Teodato, e da poi non tralasciaron di muoverci ingiusta guerra, e per forza rapirci ogni cosa. E pure questi sono, che vantan esser soli i sapienti, essi soli esser tocchi del timor di Dio, essi tutte le cose dirizzare secondo la norma della giustizia. Perchè dunque non v'accada un giorno quel che da noi presentemente si patisce, ed il pentimento non vi giunga tardi, quando più non potrà giovarvi, debbon ora prevenirsi gli inimici, nè dee da voi tralasciarsi l'occasione presente di mandar contro a' Romani un pari esercito, al quale presieda un vostro valoroso Capitano, che adoperandosi con prudenza e valore contro d'essi, procuri disturbargli dall'impresa d'Italia, e noi restituisca nella possessione della medesima.

Ma riuscì inutile questa lor ambasceria co' Franzesi, da' quali niente poteron ottenere; perocchè avendo Teodiberto, dopo la guerra mossa a Giustiniano, poco prima di morire stabilita una ferma e stabile pace col medesimo nell'anno 548, la quale poi fu confermata da Teodobaldo suo figliuolo, non vollero, ricordevoli di questi patti, in conto alcuno indursi a romper la pace; tanto che si trattennero, e di muover l'armi contro a' Goti ad istigazione di Giustiniano, e di portarle contra i Romani, ancorchè i Goti glielo richiedessero con calde istanze: e se bene dopo estinta già la dominazione de' Goti, nell'anno 555 morto il Re Teodobaldo, Leotaro, ed il suo fratello Bucellino Generale delle truppe d'Austrasia, co' Franzesi e cogli Alemanni avessero tentata l'impresa d'Italia, e si fosse il primo avanzato fin in Puglia e Calabria, ed il secondo, oltre all'aver devastato il Sannio, fosse scorso fino in Sicilia; nulladimeno i loro eserciti furon non molto da poi disfatti. Quello di Leotaro da un fiero morbo, che in una state l'estinse: e l'altro di Bucellino, fu da Narsete a Casilino interamente sconfitto. E fu questa la prima volta, che i Franzesi tentassero sottoporre alla loro dominazione queste nostre province: presagio, che fu pur troppo infausto, di dovere le lor armi nell'impresa d'Italia aver sempremai infelicissimo fine, siccome sovente l'esperienza ha dimostrato ne' secoli men a noi lontani, che que' gigli più volte piantati in questi nostri terreni non poteron mai mettervi profonde e ferme radici.

Esclusi per tanto i Goti dal soccorso de' Franzesi, tutte le speranze furon collocate nel valore di Teja, il quale fece sforzi i più maravigliosi, che potessero mai desiderarsi in casi così estremi, per ristorare le fortune de' Goti. Egli incontrato da Narsete a piedi del nostro Vesuvio, accampò così bene il suo esercito che con tutto le due armate non fossero separate, che dal fiume Sarno, dimoraron nondimeno due mesi a scaramucciare, non potendo Narsete tentare il passaggio avanti l'esercito di Teja, ch'era Signore del ponte, nè ritirarsi per paura, che i Goti non portassero soccorso a Cuma: ma alla fine essendo riuscito a Narsete, ch'era di gran lunga superiore di forze, di dar battaglia, Teja facendo l'ultime pruove del suo valore ed ardire, rimase in quella miseramente ucciso; onde i Goti già costernati, veggendosi privi di sì glorioso Capitano, risolsero di rendersi a Narsete, il quale lor accordò, che se ne potessero andare dalle terre dell'Imperio con tutti gli argenti ch'essi avevano, e di vivere secondo le loro leggi. Così fu accordato il trattato di buona fede da una parte e dall'altra, dopo 18 anni di guerra, in maniera che tutte le Piazze essendosi messe fra le mani de' Commessarj di Narsete, i Goti usciron d'Italia l'anno del Signore 553, dove 64 anni, da Teodorico loro Re, infin a Teja avevano regnato.

Ecco il fine della dominazione de' Goti in Italia, ed in queste nostre province: gente assai illustre e bellicosa, che tra gli strepiti di Marte non abbandonò mai gli esercizi della giustizia, della temperanza, della fede, e dell'altre insigni virtù, ond'era adorna; non così barbara ed inumana, com'altri a torto la reputa. Lasciò vivere i Popoli vinti e debellati colle stesse leggi romane colle quali eran nati e cresciuti; e delle quali era sommamente ossequiosa e riverente: che non mutò la disposizione e l'ordine di queste nostre province; non variò i Magistrati; ritenne i Consolari, i Correttori, ed i Presidi, e molt'altri costumi ed istituti mantenne, siccome eran in tempo degl'istessi Imperadori romani: tanto che queste nostre province ricevettero altra forma e nuova amministrazione, non già quando stettero sotto la dominazione de' Goti, ma quando passarono sotto gl'Imperadori d'Oriente; i quali mandando in Italia gli Esarchi, e dividendo le province in più Ducati, diedero perciò alle medesime disposizione diversa da quella di prima, come di qui a poco vedremo.

Non si poterono però evitare que' disordini e quelle confusioni, che le tante feroci e crudeli guerre soglion apportare alle discipline ed alle lettere: certamente in Italia in questi tempi; per quel s'appartiene alla giurisprudenza, non potevano sperarsi Giureconsulti cotanto rinomati, nè così insigni Professori ed Avvocati, ch'avessero potuto restituirla nell'antico splendore nel Foro e nell'Accademie. Non dee però riputarsi di piccol momento, in mezzo a tante e sì feroci armi, che pensassero i Re goti, come fecero Atalarico e Teodato, di mantener quanto più fosse possibile l'antico lustro del Senato romano, e dell'Accademia di Roma, con provederla di Professori esperti nella legal disciplina, come fece Atalarico[836], e d'illustri Grammatici, perchè la lingua latina non affatto si perdesse fra tante lingue straniere e barbare: ed infatti in quest'istessi tempi sarebbe mancata all'intutto, se non si fosse ristabilita in quell'Accademia, e Teodato col suo esempio, essendone vaghissimo non v'avesse dato riparo. Fin da questi tempi si lodava Roma per la purità della lingua latina, perchè in tutte l'altre province d'Italia era già di barbarie ricolma; e gl'istromenti, che per mano di Tabellioni, ch'oggi diciamo Notaj, si stipulavano, non eran di miglior condizione, intorn'alla lingua, di quel ch'oggi s'usa in Italia. Narra Fornerio[837] in Cassiodoro, serbarsi in Parigi nella libreria del Re un antico istromento di transazione conceputo con formole non migliori di quelle, che usiam oggi, nel quale un tal Stefano tutore di Graziano pupillo si transiggè col medesimo per una certa lite, che fu rogato in Ravenna nell'ultim'anno dell'Imperio di Giustiniano, cioè nel 38 all'indizione 12 che cade nel 564 di Cristo. E perciò anche in questi tempi si riputava cosa di sommo pregio, chi di lingua latina fosse intendente, siccome fra l'altre lodi, che si davan a Teodato per le sue molte lettere, una era questa. Pure con tutto ciò vide Italia in quest'età un Ennodio, un Giornande, un Boetio Severino, un Simmaco, un Cassiodoro, un Aratore, ed alcun'altri valent'uomini, non in tutto sforniti di scienze e d'erudizione.

Giustiniano, sconfitti ch'ebbe per mezzo di Narsete i Goti, e ritolta l'Italia dalle lor mani, a richiesta, com'ei dice, di Vigilio Pontefice romano, promulgò nel penultim'anno del suo Imperio una prammatica[838] di più capi, nella quale a' disordini fin allora patiti in Italia, e nell'altre parti occidentali, pensò dar qualche riparo; fu questa indirizzata ad Antioco Prefetto d'Italia, e data in Costantinopoli nel 37 anno del suo Imperio. In quella, siccome si confermano tutti gli atti e donazioni fatte da Atalarico, e da Amalasunta sua madre, e da Teodato istesso, così all'incontro, riputando Totila per Tiranno, tutti gli atti e donazioni fatte da costui nel tempo della sua tirannide, gli abolisce, gli abbomina, e vuol che di quelli non se n'abbia ragione alcuna; vuol che nelle prescrizioni di 30 e 40 anni non debba computarsi il tempo, ch'Italia stiè sotto la tirannide di Totila: che nelle liti insorte fra' Romani, non si mescolassero Giudici militari, ma che i civili l'avessero a decidere: diede previdenza a' superinditti imposti a' Negoziatori delle province di Calabria, e di Puglia: e molte altre leggi promulgò allo stato d'Italia, e di queste nostre province appartenenti, che posson osservarsi in questa prammatica in più capi distinta, la quale si legge dopo le Novelle. Ma cosa assai più notabile osserviamo nella medesima: alcuni per conghietture ed argomenti scrissero, che per essersi la pubblicazione delle Pandette, e del Codice commessa da Giustiniano al Prefetto dell'Illirico, per questo dobbiam credere, ch'in Italia si fossero anche pubblicate: non bisognan argomenti in cosa sì manifesta: per questa prammatica abbiamo, che Giustiniano per suo particolar editto ordinò, che le leggi inserite nei suoi libri s'osservassero per tutt'Italia. Ma perchè poi nel Regno di Totila le cose de' Greci andaron in ruina, ed i Goti ritornarono nel pristino dominio, in mezzo a tante rivoluzioni di cose, non poterono certamente aver luogo le sue leggi. Ristorati da poi per Narsete gli affari de' Greci, e debellati affatto i Goti, volle per questa prammatica, che non solamente quelle leggi s'osservassero per tutt'Italia, ma anche quell'altre sue costituzioni Novelle, ch'avea da poi promulgate, in guisa che, formata col voler di Dio una Repubblica, una e sola anche fosse l'autorità delle leggi per tutte le sue parti, come sono le parole della prammatica, che come notabili per lo nostro istituto, e da altri fin qui, ch'io sappia, non mai osservate, sarà bene di trascriverle: Jura insuper, nel leges Codicibus nostris insertas, quas JAM sub edictali programmate in Italiam dudum misimus, obtinere sancimus; sed et eas, quas POSTEA promulgavimus Constitutiones, jubemus sub edictali propositione vulgari ex eo tempore, quo sub edictali programmate evulgatae fuerint etiam per partes Italiae obtinente, ut una Deo volente facta Repubblica, legum etiam nostrarum ubique prolatetur auctoritas.

Ma non perchè si fosse spento il nome de' Goti in Italia, si mantennero queste province lungo tempo sotto gl'Imperadori d'Oriente, ed i libri di Giustiniano ebbero forse lunga durata: morto Giustiniano, ritornarono di bel nuovo, se non sotto la dominazione de' Goti, sotto quella de' Longobardi, i quali traggon la lor origine da' Goti stessi, e de' quali sono rampolli e germogli, come si vedrà, quando d'essi farem memoria.

Nè perchè queste province passassero sotto l'imperio di Giustiniano, vi fu tanto di spazio, che potessero le di lui leggi stabilirvisi, e che l'insigni sue Compilazioni avessero potuto in esse poner piede, e metter qui profonde radici; se pur ci vennero, tosto delle medesime si spense affatto la memoria ed ogni vestigio, poichè appena Giustiniano ebbe la gloria d'aver liberata Italia da' Goti, che distratto per la seconda guerra della Persia, e per l'invasioni degli Unni, fu dalla morte non guari da poi nell'anno 565 sopraggiunto, in età già matura d'anni 82, dopo averne imperato 38 e mesi otto. Principe, che se non avesse nell'ultimo di sua vita oscurata la sua fama per l'eresia Eutichiana[839], che volle abbracciare, nè mai abjurarla, avrebbe superata la gloria di molt'Imperadori per la pietà, per la magnificenza, per li tanti egregi suoi fatti, e per le tante insigni vittorie, che e nella pace e nella guerra lo renderon immortale; come ce lo rappresentano tutti i più famosi Storici de' suoi tempi, e quelli ancora che dopo lui fiorirono, Teofilo Abate suo maestro[840], Procopio, Agatia, Teofane, Zonara, Marcellino, Evagrio e Niceforo fra' Greci; e fra' Latini, Cassiodoro, Varnefrido, ed altri moltissimi[841]; tanto che si rende ora inescusabile l'error di coloro, che reputarono, per la testimonianza di Suida, questo Principe così illiterato e tanto rozzo, che nemmeno sapesse l'abbiccì; quando Giustiniano egli medesimo testifica d'aver letti e riconosciuti i libri delle sue Istituzioni. L'error nacque dalla scorrezione del testo di Suida, che fece stampare in Milano Demetrio Calcondila, ove in vece di Giustino, come leggesi in tutti i Codici di Suida del Vaticano, si leggeva Giustiniano[842]; onde ciò, che con errore s'ascrive a Giustiniano, dee attribuirsi a Giustino, Zio e Padre adottivo di Giustiniano, come il manifesta Procopio, testimonio di veduta, asserendo che Giustino da pecorajo divenuto soldato, ed indi Comite, finalmente, con maraviglioso ravvolgimento di fortuna, si vide al Trono imperiale innalzato, e che non sapendo scrivere, firmava gli atti pubblici con certo istromento, o segno fatto apposta, siccome usava di far Teodorico ancora; il quale se bene fosse quel principe cotanto grande, quanto s'è narrato, era nondimeno di lettere ignaro; e come ne' tempi più bassi si legge di Vitredo Re di Canzia, e di Tassilone Duca di Baviera. E da alcuni fu anche detto, che Carlo M. istesso non sapeva scrivere, quantunque sapesse leggere, e fosse dottissimo.

CAPITOLO V. Di Giustino II Imperadore; e della nuova politia introdotta in Italia, ed in queste nostre province da Longino suo primo Esarca.

Morto Giustiniano, si fransero tutti i suoi disegni, e le fortune degl'Imperadori orientali tornarono alla declinazione di prima; poichè essendo succeduto nell'Imperio Giustino il Giovane, figliuolo di Vigilanzia, sorella di Giustiniano, troppo da lui diverso; e per la sua stupidezza essendosi dato tutto in braccio al governo di Sofia sua moglie, per consiglio della medesima rivocò Narsete d'Italia, e gli mandò nell'anno 568 Longino per successore[843].

Giunto Longino in Italia con assoluto potere ed imperio datogli dall'istesso Giustino, tentò nuove cose, e trasformò lo Stato di quella: egli fu il primo, che desse all'Italia nuova forma e nuova disposizione, e che nuovo governo v'introducesse, il quale agevolò e rendè più facile la ruina della medesima: egli se bene fermasse la sua sede in Ravenna, come avevano fatto gl'Imperadori occidentali, e Teodorico co' suoi Goti, volle però dare all'Italia nuova forma[844]. Tolse via dalle province i Consolari, i Correttori ed i Presidi, contra ciò ch'avevan fatto i Romani ed i Goti stessi, e fece in tutte le città e terre di qualche momento, Capi, i quali chiamò Duchi, assegnando Giudici in ciascheduna d'esse per l'amministrazion della giustizia. Nè in tale distribuzione onorò più Roma, che l'altre città[845]; perchè tolto via i Consoli ed il Senato, i quali nomi infin a questo tempo eranvisi mantenuti, la ridusse sotto un Duca, che ciascun anno di Ravenna vi si mandava, onde surse il nome del Ducato romano: ed a colui, che per l'Imperadore risedeva in Ravenna, e governava tutta l'Italia, non Duca, ma Esarca pose nome, ad imitazione dell'Esarca dell'Affrica. Presso a' Greci, Esarca diceasi colui, che presiedeva ad una diocesi, cioè a più province, delle quali la diocesi si componeva: così nella Gerarchia della Chiesa si vide che quel Vescovo, il quale ad una diocesi, e seguentemente a più province, delle quali si componeva, era preposto, non Metropolitano, che aveva una sola provincia, ma Esarca era chiamato. Così l'Italia patì maggiori trasformazioni sotto l'Imperio di Giustino Imperador d'Oriente, che sotto i Goti medesimi, i quali avevan procurato di mantenerla nell'istessa forma ed apparenza, con cui dagli antichi Imperadori d'Occidente fu retta ed amministrata.

Le province, in quanto s'appartiene al governo, furono mutate e divise; e siccome prima ciascuna aveva il suo Consolare, o Correttore, o il Preside, ai quali stava raccomandata l'amministrazione ed il governo delle medesime, per questa nuova divisione poi dandosi a ciascuna città o castello il suo Duca, ed un Giudice, ciascheduno d'essi sol s'impacciava del governo di quelle partitamente, e solamente all'Esarca, che da Ravenna governava tutta l'Italia, stavan sottoposti, sotto la cui disposizione erano: ed a cui nei casi di gravame si ricorreva da' provinciali. Quindi nelle nostre province trassero origine que' tanti Ducati, che ravviseremo nel Regno de' Longobardi, parte sotto la dominazione de' Greci, come fu il Ducato di Napoli, di Sorrento e d'Amalfi, il Ducato di Gaeta e l'altro di Bari; e parte sotto i Duchi Longobardi, i quali avendo ritolto a' Greci quasi tutta l'Italia, e gran parte di queste nostre province, ritennero questi medesimi nomi di Ducati: onde poi sopra tutti gli altri s'avanzaron il Ducato di Benevento, quello di Spoleti e l'altro del Friuli, come diremo più ampiamente nel libro seguente di questa Istoria.

Ma non durò guari in Italia l'imperio de' Greci, nè Longino potè molto lodarsi di questa nuova forma, che le diede; poichè questa minuta divisione delle province in tante parti, ed in più Ducati rendè più facile la ruina d'Italia, e con più celerità diede occasione a' Longobardi d'occuparla, imperocchè Narsete fortemente sdegnato contra l'Imperadore, per essergli stato tolto il governo di quella provincia, che con la sua virtù e col suo valore aveva acquistata; e non essendo bastato a Sofia di richiamarlo, che ella vi volle anche aggiungere parole piene d'ingiuria e di scherno, dicendogli che l'avrebbe fatto tornar a filare con gli altri Eunuchi e femmine del suo palazzo, questo Capitano portò tanto innanzi la sua collera, che mal potendo celar anche con parole il suo acerbo dispetto, rispose, ch'egli all'incontro l'avrebbe ordita una tela, che nè ella, nè suo marito avrebbon potuto districarla; ed avendo licenziato il suo esercito, da Roma, ove egli era, portossi in Napoli, da dove cominciò a trattar con Albino suo grand'amico, Re de' Longobardi, ch'allora regnava nella Pannonia, e tanto operò, finchè lo persuase di venire co' suoi Longobardi ad occupare Italia. Ma poi che per la venuta dei Longobardi in Italia, le cose di quella presero altra forma; e siccome in essa s'introdusse nuova politia e nuove leggi, così ancora queste nostre province furono in altra maniera divise, e prendendo nuovi nomi sotto altri Dinasti si videro disposte ed amministrate; ed in un medesimo tempo sottoposte alla dominazione non pur d'un sol Principe, ma di varie Nazioni, di Greci e di Longobardi, e talor anche di Saraceni; sarà utile cosa per la novità del soggetto, e per la grandezza e verità degli avvenimenti, che dopo aver narrata la politia ecclesiastica di questo secolo, nel seguente libro partitamente se ne ragioni.

CAPITOLO VI. Dell'esterior politia ecclesiastica.

La Chiesa ancorchè sotto gl'Imperadori Arcadio ed Onorio, Principi religiosi, i quali quasi terminaron di distruggere l'Idolatria nell'Imperio romano, si vedesse, per quel che riguarda questa parte, in istato florido e tranquillo; nulladimeno fu combattuta da tante e sì varie eresie, che nè li numerosi e sì frequenti Concili, nè le molte costituzioni degl'Imperadori pubblicate contra gli eretici, bastaron per darle pace. La religione pagana, se bene sotto gl'Imperadori cristiani, imitando i sudditi l'esempio de' loro Sovrani, si fosse veduta in grandissima declinazione, nientedimeno, non essendosi reputato colla forza estinguerla affatto, anzi avendo gl'Imperadori suddetti per lungo tempo tollerato i templi de' Gentili, molte superstizioni pagane, ed il culto degli Dei[846], era quella da' più professata, ancorchè il numero de' Cristiani era molto maggiore di quello de' Pagani. Ma sotto gl'Imperadori Arcadio ed Onorio il Culto Gentile era quasi ridotto a nulla in tutte le città dell'Imperio: solamente ne' castelli, in Pagis, ed in Campagna era l'esercizio di quella religione mantenuto. Da questo venne il nome de' Pagani, che s'incontra spesso nel Codice di Teodosio[847], per significar gl'Idolatri: nome che lor era allora dato comunemente dal Popolo cristiano, in vece di quello di Gentili. Gl'Imperadori Teodosio il Giovane, e Valentiniano III, avviliron poi i Pagani in guisa, che vietando d'ammettergli alla milizia, ovvero ad altro Uficio, gli ridussero a segno, che l'istesso Imperador Teodosio mette in dubbio, se a' suoi tempi ve ne fosse rimaso pur uno: Paganos qui supersunt, quamquam jam nullos esse credamus[848]. In fine gli condanna e gli proscrive; ed ordina, che se pur vi erano ancor rimasi lor tempj o cappelle, siano distrutte e convertite in chiese[849].

Ma con tutti gli sforzi di quest'Imperadori, restarono in Campagna, in Pagis, più antichi tempj, nei quali il culto degli Dei era sostenuto; e per maggiore tempo vi si mantenne, come quelli, che sono gli ultimi a deporre l'antiche usanze e costumi; tanto che nella nostra Campagna pur si narra, che S. Benedetto, a' tempi del Re Totila, abbattesse una reliquia di Gentilità ancor ivi rimasa presso a' Goti, ed in suo luogo v'ergesse una chiesa. Restava ancor un'infinità di Nazioni barbare nelle tenebre dell'Idolatria; ma soprattutto assai più in questi tempi perturbavano la Chiesa le scorrerie de' Barbari ed i nuovi dominj stabiliti nell'Imperio da' Principi stranieri: questi o non in tutto spogliati del Paganesimo, ovvero per la maggior parte Arriani, tutta la sconvolsero e malmenarono; e se la Italia e queste nostre province non sofferirono sì strane rivoluzioni, tutto si dee alla pietà e moderazione del Re Teodorico, il quale, ancorchè Arriano, lasciò in pace le nostre Chiese; e siccome non variò la politia dello Stato civile e temporale, così ancora volle mantenere in Italia l'istessa forma e politia dello Stato ecclesiastico e spirituale.

Lo stesso avvenne, ma per altra cagione, alla Gallia, mercè della conversione del famoso Clodoveo Re de' Franzesi, il quale nell'anno 496 ricevette la religione cristiana tutta pura e limpida, non già contaminata dalla pestilente eresia d'Arrio. Non ebbero prima di Reccaredo questa fortuna le Spagne: non l'Affrica manomessa da' Vandali: non la Germania soggiogata dagli Alemanni, e da altre più inculte e barbare Nazioni; non la Brettagna invasa da' Sassoni; non finalmente tutte l'altre province dell'Imperio d'Occidente. Maggiori revoluzioni e disordini si videro nelle province d'Oriente. Gli Unni sotto il loro famoso Re Attila, gli Alani, i Gepidi, gli Ostrogoti, ed ultimamente i Saraceni posero in iscompiglio non meno lo stato dell'Imperio, che della Chiesa.

A tutti questi mali s'aggiunse l'ambizione de' Vescovi delle sedi maggiori, e l'abuso della potestà degl'Imperadori d'Oriente, i quali ridussero il Sacerdozio in tale stato, che negli ultimi tempi ad arbitrio del Principe sottomisero interamente la religione. Queste furono le cagioni di quella variazione, che nello Stato ecclesiastico osserveremo dalla morte di Valentiniano III, fin all'Imperio di Giustiniano. Vedremo, come quasi depressi e posti a terra tre Patriarcati, l'Alessandrino, l'Antiocheno e quello di Gerusalemme, fossero surti quello di Roma in Occidente, l'altro di Costantinopoli in Oriente, le cui Chiese discordanti fra loro, cagionaron una implacabil ed ostinata divisione fra' Latini e' Greci: e come quel di Costantinopoli, non essendo la di lui ambizione da termine o confine alcuno circoscritta, tentasse eziandio invadere il Patriarcato di Roma, e queste nostre province, ancorchè come suburbicarie a quello di Roma s'appartenessero.

§. I. Del Patriarca d'Occidente.

Il Pontefice romano, che in questi tempi non meno da' Greci che da' Latini cominciò a chiamarsi Patriarca, ragionevolmente ottenne il primo luogo fra tutti i Patriarchi, così per esser fondata la sua sede in Roma, città un tempo Capo del Mondo; come anche per esser egli successor di S. Pietro, che fu Capo degli Appostoli. Nella sua persona s'uniron perciò le prerogative di Primate sopra tutte le Chiese del Mondo cattolico, appartenendo a lui, come Capo di tutte le Chiese aver delle medesime cura e pensiero, invigilare, ch'in quelle la fede fosse conservata pura ed illibata, e la disciplina conforme a' canoni, e che questi fossero esattamente osservati[850]. L'ordinaria sua potestà, siccome s'è veduto nel precedente libro, non si stendeva oltre alle province suburbicarie, cioè a quelle, che ubbidivano al Vicario di Roma, fra le quali eran tutte le quattro nostre province, onde ora si compone il Regno; ed in questi limiti s'è veduto essersi contenuta fin al tempo di Valentiniano.

In decorso di tempo, perchè nella sua persona andavan anche unite le prerogative di Primate, fu cosa molto facile di stenderla sopra l'altre province. Per ragion del Primato s'apparteneva anche a lui averne cura e pensiero: quindi cominciò in alcune province, dove credette esservene bisogno, a mandarvi suoi Vicarj. I primi che s'istituirono, furon quelli, che mandò nell'Illirico: Tessaglia, ch'era Capo della diocesi di Macedonia, nella quale il suo Vescovo esercitava le ragioni Esarcali, da poi che riconobbe i Vicarj mandati dal Pontefice romano, si vide sottoposta al Patriarca di Roma, il quale per mezzo de' medesimi, non pur le ragioni di Primate, ma anche le patriarcali vi esercitava; e così avvenne ancora, oltre alla Macedonia, nell'altre province dell'Illirico. Col correr poi degli anni non solo all'autorità sua patriarcale sottopose l'intera Italia, ma anche le Gallie e le Spagne; ond'è che non solo da' Latini, ma da' Greci medesimi degli ultimi tempi era reputato il romano Pontefice Patriarca di tutto l'Occidente; siccome all'incontro volevano, che quel di Costantinopoli si riputasse Patriarca di tutto l'Oriente. S'aggiunse ancora, che a molte province e Nazioni, che si riducevan alla fede della religion cattolica, erano pronti e solleciti i Pontefici romani a mandarvi Prelati per governarle, ed in questa maniera al loro Patriarcato le soggettavano: siccome accadde alla Bulgaria, la quale ridotta che fu alla fede di Cristo, tosto le si diede un Arcivescovo; onde nacquero le tante contese per questa provincia col Patriarca di Costantinopoli, che a se pretendeva aggiudicarla. In cotal guisa tratto tratto i Pontefici romani estesero i confini del loro Patriarcato per tutt'Occidente; ond'avvenne (non senza però gravissimi contrasti) che s'arrogaron essi la potestà di ordinare i Vescovi per tutto l'Occidente, ed in conseguenza l'abbattere e mettere a terra le ragioni di tutti i Metropolitani. Di vantaggio trassero a se l'ordinazioni de' Metropolitani stessi. Così quando prima l'Arcivescovo di Milano, ch'era l'Esarca di tutto il Vicariato d'Italia, era ordinato da' soli Vescovi d'Italia, come si legge appresso Teodorito[851] dell'ordinazione di S. Ambrogio, in processo di tempo i romani Pontefici alla loro ordinazione vollero, che si ricercasse ancora il loro consenso, come rapporta S. Gregorio nelle sue Epistole[852]. Trassero a se ancora tutte le ragioni de' Metropolitani intorno all'ordinazioni per la concessione del Pallio, che lor mandavane; poichè per quello si dava da' Sommi Pontefici piena potestà a' Metropolitani d'ordinare i Vescovi della provincia; onde ne seguiva, che a' medesimi insieme col Pallio si concedeva tal potestà: quindi fu per nuovo diritto interdetto a' Metropolitani di poter esercitare tutte le funzioni Vescovili, se non prima ricevevano il Pallio; e fu introdotto ancora di dover prestare al Papa il giuramento della fedeltà, che da lui ricercavasi. Fu ancora in progresso di tempo stabilito, che l'appellazioni de' giudicj, che da' Metropolitani erano proferiti intorno alle controversie, che occorrevano per l'elezioni, si devolvessero al Pontefice romano: che se gli elettori fossero negligenti, ovver l'eletto non fosse idoneo, che l'elezione si devolvesse al Papa: che di lui solo fosse il diritto d'ammettere le cessioni de' Vescovati, e di determinare le traslazioni e le Coadjutorie colla futura successione: e finalmente che a lui s'appartenesse la confermazione dell'elezioni di tutti i Vescovi delle province.

Ma tutte queste intraprese, che si videro sopra le altre province d'Occidente, non portarono variazione alcuna in queste nostre, onde ora si compone il Regno; poichè essendo quelle suburbicarie, e su le quali il Papa fin da principio esercitò sempre le sue ragioni patriarcali, furono come prima a lui sottoposte; nè perciò si tolse ragione alcuna a' Metropolitani, poichè non ve n'erano; nè intorno all'ordinazioni dei Vescovi si variò la disciplina de' precedenti secoli. Non ancora le nostre Chiese erano innalzate ad esser metropoli; nè anche per la concession del Pallio, a' loro Vescovi eran concedute, come fu fatto da poi, le ragioni de' Metropolitani: nè fin a questo tempo erano state invase dal Patriarca di Costantinopoli; poichè ciò che si narra di Pietro Vescovo di Bari[853], che nell'anno 530 sotto il Ponteficato di Felice IV avesse dal Patriarca di Costantinopoli ricevuto il titolo di Arcivescovo, e l'autorità di Metropolitano, con facoltà di poter consecrare dodici Vescovi per la sua provincia di Puglia, non dee a quell'anno riportarsi, quando queste province non erano state ancora dai Greci invase, ed erano sotto la dominazione d'Atalarico Re de' Goti, ma ne' tempi seguenti, quando sotto gl'Imperadori d'Oriente essendo rimasa parte della Puglia e Calabria, della Lucania e Bruzio, e molte altre città marittime dell'altre province, i Patriarchi di Costantinopoli, col favore degl'Imperadori, s'usurparono in quelle le ragioni patriarcali, come diremo ne' seguenti libri.

§. II. Del Patriarca d'Oriente.

Se grandi furono l'intraprese del Patriarca di Roma sopra tutte le province d'Occidente, maggiori e più audaci senza dubbio furon quelle del Patriarca di Costantinopoli in Oriente: egli non solamente sottopose al suo Patriarcato le tre diocesi Autocefale, l'Asiana, quella di Ponto, e la Tracia; ma col correr degli anni, quasi estinse i tre celebri Patriarcati d'Oriente, l'Alessandrino, l'Antiocheno e l'ultimo di Gerusalemme. Nè contenta la sua ambizione di questi confini, invase anche molte province d'Occidente, nè perdonò a queste nostre, che per tutte le ragioni al Patriarcato di Roma s'appartenevano.

Da quali bassi e tenui principj avesse il Patriarcato di Costantinopoli cominciamento, si vide nel precedente libro. Il Vescovo di Bizanzio prima non era, che un semplice suffraganeo del Vescovo d'Eraclea, il quale presiedeva come Esarca nella Tracia[854]. Sopra tutti erano in Oriente celebri ed eminenti due Patriarcati, l'Alessandrino e l'Antiocheno. Quello di Alessandria teneva il secondo luogo dopo il Patriarca di Roma, forse perchè Alessandria era riputata dopo Roma la seconda città del Mondo: l'altro d'Antiochia teneva il terzo luogo, ragguardevole ancora per la memoria, che serbava d'avervi S. Pietro tenuta la sua prima Cattedra. Così le tre parti del Mondo tre Chiese parimente riconobbero superiori sopra tutte le altre: l'Occidente quella di Roma, l'Oriente quella di Antiochia, ed il Mezzogiorno quella d'Alessandria. Non è però, che sopra tutta Europa esercitasse la sua potestà patriarcale quel di Roma, ovvero quello d'Antiochia per tutta l'Asia, e l'altro d'Alessandria in tutta l'Affrica: ciascuno, come s'è veduto nel secondo libro, non estendeva la sua potestà, che nella diocesi a se sottoposta: l'altre ubbidivano agli Esarchi proprj: e molti altri luoghi ebbero ancora i loro Vescovi Autocefali, cioè a niun sottoposti. Tali furon in Oriente i Vescovi di Cartagine e di Cipro. Tali furon un tempo nell'Occidente i Vescovi della Gallia, della Spagna, della Germania e dell'altre più remote regioni. Le Chiese de' Barbari certamente non furon soggette ad alcun Patriarca, ma si governavano da' loro proprj Vescovi. Così le Chiese d'Etiopia, della Persia, dell'Indie e dell'altre regioni, ch'eran fuori del romano Imperio, da' loro proprj Sacerdoti venivano governate.

Vide ancora l'Oriente un altro Patriarca, e fu quello di Gerusalemme. Se si riguarda la disposizione dell'Imperio, non meno, che il Vescovo di Bizanzio, meritava tal prerogativa il Vescovo di Gerusalemme; e siccome quegli era suffraganeo al Metropolitano di Eraclea nella Tracia, così questi era suffraganeo al Vescovo di Cesarea, metropoli della Palestina: ma forse con più ragione si diedero gli onori di Patriarca al Vescovo di Gerusalemme: fin da' tempi degli Appostoli fu riputato un gran pregio il sedere in questa Cattedra posta nella città santa, dove il nostro Redentore instituì la sua Chiesa, e dalla quale il Vangelo per tutte l'altre parti del Mondo fu disseminato; dove l'Autor della vita conversò fra noi, ove di mille sanguinosi rivi lasciò asperso il terreno:

Dove morì, dove sepolto fue,

Dove poi rivestì le membra sue.

Ma se altrove in ben mille esempj si vide, come la politia della Chiesa secondasse quella dell'Imperio, e come al suo variare mutasse ancor ella forma e disposizione, certamente per niun altro convincesi più fortemente questa verità, che per l'ingrandimento del Patriarcato di Costantinopoli. Da che Costantino il Grande rendè cotanto illustre e magnifica quella città, che la fece sede dell'Imperio d'Oriente, con impegno di renderla uguale a Roma, e che fosse riputata dopo quella la seconda città del Mondo; cominciò il suo Vescovo anch'egli ad estollere il capo, ed a scuotere il giogo del proprio Metropolitano. Per essere stata riputata Costantinopoli un'altra Roma, ecco che nel Concilio costantinopolitano[855] vengon al suo Vescovo conceduti i primi onori dopo quella, eo quod sit nova Roma. Così quando prima, dopo il romano, i primi onori erano del Patriarca d'Alessandria, sottentra ora quello di Costantinopoli ad occupare il suo luogo. Egli è vero, come ben pruova Dupino[856], che i soli onori furon a lui dal Concilio conceduti, non già veruna patriarcal giurisdizione sopra le tre diocesi autocefale: ma tanto bastò, che collo specioso pretesto di questi onori, cominciasse egli le sue intraprese; non passò guari, che invase la Tracia, ed esercitando ivi le ragioni esarcali, si rendè Esarca di quella diocesi, ed oscurò le ragioni del Vescovo di Eraclea.

Dopo essersi stabilito nella Tracia, lo spinse la sua ambizione a dilatar più oltre i suoi confini: invade le vicine diocesi, cioè l'Asia e Ponto, ed in fine al suo Patriarcato le sottopone. Non in un tratto le sorprende, ma di tempo in tempo col favor de' Concilj, e più degl'Imperadori. S. Giovan Crisostomo più di tutti gli altri Vescovi di Costantinopoli aprì la strada d'interamente occuparle: in fine venne ad appropriarsi non solo la potestà d'ordinar egli i Metropolitani dell'Asia e di Ponto, ma ottenne legge dall'Imperadore, che niuno senza autorità del Patriarca di Costantinopoli potesse ordinarsi Vescovo; onde appoggiato su questa legge, si fece lecito poi ordinare anche i semplici Vescovi. Ecco come i Patriarchi di Costantinopoli occuparono l'Asia e Ponto; ciò che poi, per render più ferme le loro conquiste, si fecion confermare dal Concilio di Calcedonia e dagli editti degl'Imperadori[857]. S'opposero a tanto ingrandimento i Pontefici romani: Lione il Santo glie le contrastò, il simile fecero i suoi successori, e sopra tutti Gelasio[858], che tenne la Cattedra di Roma dall'anno 492 sino all'anno 496. Ma tutti i loro sforzi riusciron vani, poichè tenendo i Patriarchi di Costantinopoli tutto il favor degl'Imperadori, fu loro sempre non meno confermato il secondo grado d'onore dopo il Patriarca di Roma, che la giurisdizione in Ponto, nell'Asia e nella Tracia. L'Imperador Basilisco in un suo editto rapportato da Evagrio[859] glie le rattificò: l'Imperador Zenone fece l'istesso per una sua costituzione, ch'ancor si legge nel nostro Codice[860]; e finalmente il nostro Giustiniano con sua Novella[861], secondando quel che da' canoni del Concilio di Calcedonia era stato statuito, comandò il medesimo. Ciò che poi fu abbracciato dal consenso della Chiesa Universale; poichè essendo stati inseriti i canoni de' Concilj costantinopolitano e calcedonense ne' Codici de' canoni delle Chiese, fu ne' seguenti secoli tenuto per costante, il Patriarca di Costantinopoli tener il secondo grado di onore, e la giurisdizione sopra tutte le tre quelle diocesi.

Ecco come questo Patriarca si lasciò indietro gli altri tre, ch'erano in Oriente: quelle tre sedi non pure per lo di lui ingrandimento e per le frequenti scorrerie de' Barbari, che invasero le loro diocesi, ma assai più per le sedizioni e contrasti, che sovente insorsero fra loro intorn'all'elezioni, e intorno a' dogmi ed alla disciplina, perderon il loro antico lustro e splendore; e da allora innanzi con quest'ordine si cominciaron a numerare le sedi patriarcali: la romana: la costantinopolitana: l'alessandrina: l'antiochena: e la gerosolimitana. Quest'ordine tenne il Concilio di Costantinopoli celebrato nell'anno 536. Questo medesimo tenne Giustiniano nel Codice e nelle sue Novelle, e tennero tutti gli altri Scrittori non meno greci, che latini. Non ancora però il nome di Patriarca erasi ristretto solamente a questi cinque: alcune volte soleva ancor darsi ad insigni Metropolitani: così nel sopraccitato Concilio di Costantinopoli si diede anche ad Epifanio Vescovo di Tiro; e Giustiniano così nel[862] Codice, come nelle[863] Novelle dà generalmente questo nome agli Esarchi, ch'avevan il governo di qualche diocesi: non molto da poi però in Oriente questo nome si restrinse a que' soli cinque.

Ma in Occidente si continuò come prima a darsi ad altri Vescovi e Metropolitani. In Italia il nostro Re Atalarico, appresso Cassiodoro[864], chiamò i Vescovi d'Italia Patriarchi, ed il romano Pontefice loro Capo, lo chiamò per tal riguardo Vescovo de' Patriarchi. Da Paolo Varnefrido[865] i Vescovi d Aquileja e di Grado sono anche nominati Patriarchi. In Francia questo nome fu anche dato a' più celebri Metropolitani, ed a' Primati. Gregorio di Tours[866] chiamò Nicezio, Patriarca di Lione. Il Concilio di Mascon celebrato nell'anno 583 chiamò Prisco Vescovo di quella città anche Patriarca[867]. Desiderio di Cahors appellò ancora Sulpizio Vescovo di Bourges Patriarca: ed Inemaro di Rems non distingue i Patriarchi da' Primati[868]. Così ancora nell'Affrica il primo Vescovo de' Vandali assunse il nome di Patriarca, ciò che non senza riso fu inteso da' Vescovi cattolici; ed in decorso di tempo presso a quelle Nazioni, che si riducevan alla fede di Cristo, il primo Vescovo ch'era loro dato, fu detto Patriarca. Ridotta la Bulgaria alla nostra fede, l'Arcivescovo, che se le diede, ed i suoi successori presero il nome di Patriarca. Simili Patriarchi hanno ora i Cristiani d'Oriente[869], dove, toltone quelli, che propriamente si dicono Greci, i quali ritengon tuttavia i quattro Patriarchi, il costantinopolitano, l'alessandrino, l'antiocheno e 'l gerosolimitano, ancorchè i Pontefici romani soglian essi parimente creargli titolari: quante Sette vi sono, altrettanti Patriarchi si contano; così i Giacobiti hanno il lor Patriarca: hannolo i Maroniti, e gli uni e gli altri prendon il nome di Patriarca d'Antiochia. I Cophti hanno ancora il Patriarca, che si fa chiamare Alessandrino, e tien la sua sede in Alessandria. Gli Abissini hanno il loro, che regge tutta l'Etiopia, ancorchè al Patriarca de' Cophti sia in qualche maniera soggetto. I Giorgiani hanno un Arcivescovo Autocefalo a niun sottoposto. Gli Armeni hanno due generali Patriarchi: il primo risiede in Arad, città dell'Armenia; l'altro in Cis, città di Caramania.

Abbiam veduto quanto s'innalzasse il Patriarca di Costantinopoli sopra gli altri Patriarchi d'Oriente, e quanto stendesse i confini del suo Patriarcato in questo secolo, fin all'Imperio di Giustino. Ne' due secoli seguenti lo vedremo fatto assai più grande, volare sopra altre province e Nazioni; poichè non contenta la sua ambizione di questi confini, ne' tempi di Lione Isaurico lo vedremo occupare l'Illirico, Epiro, Acaja e la Macedonia: lo vedrem ancora soggettarsi al suo Patriarcato la Sicilia e molte Chiese di queste nostre province, e contendere in fine col Pontefice romano per la Bulgaria e per le altre regioni.

§. III. Politia ecclesiastica di queste nostre province sotto i Goti e sotto i Greci, fin a' tempi di Giustino II.

Teodorico e gli altri Re ostrogoti suoi successori, ancorchè arriani, lasciarono, come s'è detto, le nostre Chiese in pace;, e quella medesima politia che trovarono, fu da lor mantenuta inviolata ed intatta. Il Pontefice romano vi fu mantenuto, ed in queste nostre province, come suburbicarie, esercitava, come prima, l'autorità sua patriarcale, anzi era riconosciuto come Patriarca insieme e Metropolitano; poichè infin a questi tempi le nostre metropoli, in quanto alla politia ecclesiastica, non ebbero Arcivescovo o Metropolitano alcuno: nelle città, come prima, erano semplici Vescovi, riconoscenti il Pontefice romano, come lor Metropolitano: quindi Atalarico[870], che a' Vescovi soleva dar anche il nome di Patriarca, chiamollo Vescovo de' Patriarchi. E se in alcune città d'Italia, nel Regno de' Goti e de' Longobardi ancora, i quali furono parimente arriani, si videro in una stessa città due Cattedre occupate da due Vescovi, l'uno cattolico, l'altro arriano; in queste nostre province, le quali si mantennero sempre salde, e non furon mai contaminate dagli errori d'Arrio, i Vescovi professaron tutti la fede di Nicea, e serbaron le lor Chiese pure ed illibate, e mantennero gli antichi dogmi e quella disciplina, che serbava la romana Chiesa, loro maestra e condottiera. I Vescovi governavan le lor Chiese col comun consiglio del Presbiterio. Non si ravvisava in quelle altra Gerarchia, se non di Preti, Diaconi, Sottodiaconi, Acoliti, Esorcisti, Lettori ed Ostiarj.

I Vescovi eran ancora detti dal Clero e dal Popolo, e ordinati dal Papa, come prima, ancorchè il favor de' Principi vi cominciasse ad avere la sua parte: Grozio[871] portò opinione, che i Re goti, o arriani o cattolici che fossero, semper Episcoporum electiones in sua potestate habuere, e rapporta essersi anche ciò osservato da Giovanni Garzia: ma da' nostri Re goti non si vide sopra ciò essersi usata altra potestà, se non quella, ch'esercitarono gl'Imperadori, così d'Occidente, come d'Oriente. Essi, come custodi e protettori della Chiesa, e come quelli, che reputavan appartener loro anche il governo e l'esterior politia della medesima, credettero esser della lor potestà ed incumbenza di regolare con loro leggi l'elezioni, proibire l'ambizioni, dar riparo a' disordini e tumulti sediziosi, e sovente prevenirgli; riparar gli sconcerti, che allo spesso accadevan per le fazioni delle parti, e far decidere le controversie, che per queste elezioni solevano sorgere; ma l'elezione al Clero ed al Popolo la lasciavano, siccome l'ordinazione a' Vescovi provinciali, ovvero al Metropolitano. Odoacre Re degli Eruli, più immediato successore di Teodorico in Italia alle ragioni degli Imperadori d'Occidente, nell'elezione del Vescovo di Roma e degli altri d'Italia, vi volle avere la medesima parte: Basilio suo Prefetto Pretorio vi invigilò sempre, anche, come e' diceva, per ammonizione del Pontefice Simplicio, il quale gl'incaricò, che, morendo, niuna elezione si facesse senza il suo consiglio e guida[872].

Ad esempio di quel, che fece l'Imperador Onorio nello scisma della Chiesa di Roma fra Bonifacio ed Eulalio, si osserva che Teodorico usasse della medesima autorità per l'altro insorto ne' suoi tempi in Roma fra Lorenzo e Simmaco. Per la morte accaduta nel fine dell'anno 498 di Papa Anastasio, pretendevano ambedue essere innalzati su quella sede: Simmaco Diacono di quella Chiesa fu da maggior numero eletto ed ordinato: ma Festo Senator di Roma, che avea promesso all'Imperador Anastasio di far eleggere un Papa, che sarebbe stato ubbidiente a' suoi desideri, fece eleggere ed ordinare Lorenzo. I due partiti portarons'in Ravenna a ritrovare il Re Teodorico, il quale giudicò, che dovesse rimaner Vescovo di Roma colui, il quale fosse stato eletto il primo, ed avesse avuto il maggior numero de' suffragi: Simmaco avea sopra Lorenzo ambedue questi vantaggi; onde fu confermato nel possesso di quella sede, e nel primo anno del suo Ponteficato tenne un Concilio, dove furon di nuovo fatti alcuni canoni per impedir nell'avvenire le competenze in simili elezioni. Quelli che s'eran opposti all'ordinazione di Simmaco, vedendolo lor mal grado in possesso, fecero tutti i loro sforzi, perchè ne fosse scacciato; gli attribuiron perciò molti delitti, sollevaron una gran parte del Popolo e del Senato contro di esso, e domandaron al Re Teodorico un Visitatore, cui delegasse la conoscenza di queste accuse: Teodorico nominò Pietro, Vescovo di Altino, il quale precipitosamente, e contra il diritto, spogliò incontanente il Papa dell'amministrazione della sua diocesi e di tutte le facoltà della Chiesa: questa azione sì precipitosa eccitò in Roma gravi sconcerti, e perniziosi tumulti; Teodorico per acquetargli fece tosto nell'anno 501 convocare un Concilio in Roma, al quale invitò tutti i Vescovi d'Italia[873]. V'andarono quasi tutti i Vescovi della nostra Campagna, quel di Capua, di Napoli, di Nola, di Cuma, di Miseno, di Pozzuoli, di Sorrento, di Stabia, di Venafro, di Sessa, d'Alife, d'Avellino, ed alcuni altri dell'altre città di questa provincia. Dal Sannio vi si portarono i Vescovi di Benevento, d'Isernia, di Bojano, d'Atina, di Chieti, di Amiterno ed altri.

Da queste due province, come più a Roma vicine, ve ne andaron moltissimi: dall'altre due, come dalla Puglia e Calabria, e dalla Lucania e Bruzio, come più da Roma lontane, e più a' Greci vicine, ve ne andaron molto pochi. Vi vennero ancora i Vescovi di Emilia, di Liguria e di Venezia, i quali, passando per Ravenna, parlaron a Teodorico in favor di Simmaco; ed essendo giunti in Roma, senza volere imprendere ad esaminare l'accuse proposte contra Simmaco, lo dichiararono, innanzi al Popolo, innocente ed assoluto; e s'adoperaron in guisa col Re Teodorico, che si contentò di quella sentenza; ed il Popolo col Senato, ch'erano molto irritati contro al Papa, si placarono e lo riconobbero per vero Pontefice. Restarono tuttavia alcuni mal contenti, che produssero contra quello Sinodo una scrittura; ma Ennodio Vescovo di Pavia vi fece la risposta, la quale fu approvata in un altro Concilio tenuto in Roma nell'anno 503, nel quale la sentenza del primo Sinodo fu confermata. Le calunnie inventate contra Simmaco passaron fino in Oriente, e l'Imperador Anastasio, ch'era separato dalla comunione della Chiesa romana, glie le rinfacciò; Simmaco con una scrittura apologetica si giustificò assai bene; il quale, mal grado de' suoi nemici, dimorò pacifico possessor di quella sede fin all'anno 514, che fu quello della sua morte.

Fu in questi tempi riputato così proprio de' Principi di regolare queste elezioni, per evitar gli ambimenti e le sedizioni, che Atalarico mosso da' precedenti scismi, accaduti in Roma per l'elezione de' loro Vescovi, volendo dare una norma nell'avvenire, affinchè non accadessero consimili disordini, imitando gli Imperadori Lione ed Antemio, fece un rigoroso editto, che dirizzò a Gio. II, romano Pontefice, il quale nell'anno 532 era succeduto a Bonifacio su la sede di Roma, con cui regolò l'elezioni non solamente dei Pontefici romani, ma anche di tutti i Metropolitani e Vescovi, imponendo gravissime pene a coloro, i quali per ambizione, o per denaro aspirassero ad occupar le sedi, dichiarandogli sacrileghi ed infami, e che oltre alla restituzion del denaro, ed altre gravi ammende, da impiegarsi alla reparazione delle fabbriche delle Chiese, ed a' Ministri di quelle, sarebbono stati severamente puniti da' suoi Giudici, e le lor elezioni, come simoniache, avute per nulle ed invalide: diede con questo editto altre providenze per evitare l'altercazioni e litigi sull'elezioni, le quali riportate al suo palazzo da' Popoli, egli n'avrebbe tosto presa cura, e dato provedimento, dichiarando, che ciò che egli stabiliva per questo suo editto, s'appartenesse non solo per l'elezione del Vescovo di Roma, sed etiam ad universos Patriarchas, atque Metropolitanas Ecclesias. Fu questo editto istromentato per Cassiodoro[874], il quale ancorchè cattolico, e nelle cose ecclesiastiche versatissimo, tanto che oggi vien annoverato fra li non inferiori Scrittori della Chiesa, e da alcuni riputato per Santo, forse perchè morì monaco Cassinese[875], non ebbe alcun riparo di non solamente istrumentarlo, ma consigliarlo ancora, come assai opportuno, al suo Principe; nè fu riputato, secondo le massime di questo secolo, estranio e lontano dalla sua real potestà. Fu dirizzato a Papa Giovanni II, che lo ricevè con molto rispetto e stima, nè se ne dolse; anzi se è vero esser sua quell'epistola, che leggiamo fra le leggi del Codice[876], scritta all'Imperador Giustiniano, dove tanto commenda il suo studio intorno alla disciplina ecclesiastica (poichè Ottomano[877], ed altri[878] ne dubitano, ancorchè venga difesa da Fachineo[879]), si vede che questo Pontefice non contrastò mai a' Principi quella potestà, che s'attribuivano sopra la disciplina della Chiesa. E di vantaggio Atalarico lo mandò ancora a Salvanzio[880], che si trovava allora Prefetto della città di Roma, acciocchè dovesse senza frapporvi dimora pubblicarlo al Senato e Popolo romano; anzi perchè di ciò ne rimanesse perpetua memoria ne' futuri secoli, ordinogli, che lo facesse scolpire nelle tavole di marmo, le quali dovesse egli porre avanti l'atrio di S. Pietro Appostolo per pubblica testimonianza[881].

Vollero i Re goti, come successori degl'Imperadori d'Occidente, mantener tutte quelle prerogative, che costoro avevan esercitate intorno all'esterior politia ecclesiastica, delle quali ne rendono testimonianza le tante loro costituzioni, registrate nell'ultimo libro del Codice di Teodosio. Così appartenendo ad essi lo stabilire i gradi, dentro a' quali potevan contraersi le nozze[882], vietare i matrimonj ne' gradi più prossimi, dispensargli per mezzo di loro rescritti[883], ed avere la conoscenza delle cause matrimoniali, non dee parer cosa nuova, se tra le formole dettate da Cassiodoro[884], si legga ancora quella de' nostri Re goti, formata per le dispense, che solevan concedere nei gradi proibiti dalle leggi. Così ancora, imitando ciò che fecero gl'Imperadori d'Occidente e d'Oriente di non permettere assolutamente e senza lor consenso ai loro sudditi di ascriversi alle chiese o monasteri, di che ne restano molti vestigi nel Codice Teodosiano: fu de' Goti ancora, come scrive Grozio[885], non minus laudanda cautio, quod subditorum suorum neminem permisere se Ecclesiis, aut Monasteriis mancipare, suo impermissu.

La medesima politia intorno a ciò fu ritenuta in queste nostre province, quando da' Goti passarono sotto gl'Imperadori d'Oriente, e molto più sotto l'Imperio di Giustiniano. Gl'Imperadori d'Oriente calcaron ancora le medesime pedate; e dell'Imperador Marciano, che in ciò fu il più moderato di tutti, siccome scrisse Facondo[886], Vescovo d'Ermiana in Affrica, si leggono molti editti appartenenti all'esterior politia della Chiesa. L'Imperador Lione, imitato da poi da Atalarico, proibì ancora a' Vescovi l'elezione per ambizione e per simonia; ed oltre alla pena della degradazione imposta dal Concilio di Calcedonia, v'aggiunse egli quella dell'infamia; ed Antemio fece il medesimo[887]. Ma sopra tutti gli altri Imperadori d'Oriente, Giustiniano fu quegli, che della disciplina ecclesiastica prese maggior cura e pensiero: donde nacque, che gli ultimi Imperadori d'Oriente, non sapendo tener poi in ciò regola nè misura, s'avanzaron tant'innanzi, che finalmente sottoposero interamente il Sacerdozio all'autorità del Principe. Le sue Novelle per la maggior parte sono ripiene di tanti editti sopra la disciplina della Chiesa, che vien perciò egli arrolato nel numero degli Autori ecclesiastici: egli più leggi stabilì intorno all'ordinazion de' Vescovi, della loro età, de' requisiti, che debbon aver coloro per esser eletti e promossi al Vescovado, della loro residenza, della loro nozione e privilegi, ed infinite altre cose a quelli appartenenti. Regolò le convocazioni de' Sinodi e de' Concilj, e loro prescrisse il tempo. Diede varj provedimenti intorno a' costumi e condotta de' Preti, Diaconi, e Sottodiaconi, delle loro esenzioni e cariche personali. Fece molti editti riguardanti la degradazione de' Cherici, ed intorno alla regolarità e professione de' Monaci. Diede con sue leggi maggior forza e vigore a' canoni che furono stabiliti in varj Concilj, imponendo a' Metropolitani, a' Vescovi, ed a tutti gli Ecclesiastici l'osservanza di essi; aggiungendo gravi pene a coloro, che a quelli contravvenissero, d'esser deposti e degradati dal lor Ordine; e moltissimi altri editti sopra le cose ecclesiastiche stabilì, che possono vedersi nelle sue Novelle, e nel suo Codice.

Appartenevasi ancora all'economia del Principe impedire a' Vescovi l'abuso delle chiavi. Così quando essi s'abusavano delle scomuniche, tosto lor s'opponevano; e Giustiniano stesso con sua legge[888] proibì a' Vescovi le scomuniche, se prima la cagione non fosse giustificata: e ne' Basilici ancor si vede con particolar legge[889] proibito a' Vescovi di scomunicar senza giusta cagione, e quando non concorrano i requisiti da' canoni prescritti. Quindi avvenne, che i Principi ne' loro Reami, che in Europa stabilirono dopo la decadenza dell'Imperio romano, vi vollero mantenere questo diritto, come praticano gli Spagnuoli ed i Franzesi, e come ancora veggiamo tuttodì in questo nostro Reame; di che altrove ci sarà data occasione d'un più lungo discorso. Nè in questi tempi furono queste leggi reputate come eccedenti la potestà imperiale; anzi furon queste di Giustiniano comunemente ricevute non men in Oriente, che in Occidente, come ne rendon testimonianza Gio: Scolastico Patriarca di Costantinopoli, S. Gregorio M.[890], Inemaro,[891], ed altri: e se non è apocrifa la sua epistola, che si legge nel nostro Codice[892], di sì fatta cura e pensiero, ch'egli mostrò verso l'ecclesiastica disciplina, n'ebbe per commendatore, e panegirista l'istesso Giovanni, romano Pontefice.

Le medesime pedate furon calcate da Giustino suo successore, sotto l'Imperio del quale ora veggiamo queste nostre province. Per la qual cosa non fu insin a questo tempo (per ciò che s'attiene a questa parte) variata la politia ecclesiastica di queste nostre province, ma da' Goti e da' Greci fu ritenuta la medesima, che si vide ne' secoli precedenti sotto i successori di Costantino, fin a Valentiniano III, Imperador d'Occidente.

§. IV. De' Monaci.

Cominciarono però in questo secolo le nostre province a sentir qualche mutazione per riguardo del monachismo, che di tali tempi ebbe nelle medesime la perfezione e lo stabilimento. Come si vide nel precedente libro, non ancora fino a' tempi di Valentiniano, eransi in queste nostre parti stabiliti i Solitarj, o Cenobiti: ma ecco, ch'essendosi l'Ordine monastico perfezionato in Oriente, tanto per le leggi degl'Imperadori, quanto da' varj trattati ascetici, e divenuto sopra tutti gli Ordini quello di S. Basilio celebre e numeroso, che in due nostre province più a' Greci vicine, cioè nella Puglia e Calabria, nella Lucania e Bruzj, comincian a fondarsi, in alcune città delle medesime, monasteri di quell'Ordine, che Basiliani furon appellati.

Nelle due altre, quanto più a' Greci lontane, tanto più a Roma vicine, cioè nella Campagna, e nel Sannio, vedi stabilito il monachismo per molte regole, ma sopra tutte per quella di S. Benedetto, il cui Ordine fu sì avventuroso, che stabilito nella nostra Campagna, si sparse in poco tempo non solo per l'Italia, ma eziandio per la Francia e per l'Inghilterra.

S. Benedetto nacque in Norcia città della diocesi di Spoleto verso l'anno 480. Fu condotto giovane in Roma a studiare[893], ma fastidito delle cose del secolo, si ritirò in Subiaco, 40 miglia da Roma distante, e si chiuse in una grotta, ove dimorò per lo spazio di tre anni, senza che alcuno ne avesse notizia, toltone Romano, Monaco, il quale gli somministrava dal suo vicino monastero il mangiare: essendo stato poi conosciuto, i Monaci d'un monastero vicino, per la morte del loro Superiore, l'elessero Abate; ma i loro costumi non confacendosi con quelli di Benedetto, egli si ritirò di nuovo nella solitudine, dove visitato da molte persone, vi fabbricò dodeci monasteri, de' quali l'Abate della Noce rapporta i nomi, e i luoghi dove furon fondati[894]. Di là passò nell'anno 529 nella nostra Campagna[895], e fermossi nel monte, che da Casino, antica Colonia de' Romani, la qual è nella sua costa, prende il nome, lontano da Subiaco intorno a 50 miglia, e da Roma 70. Quivi giunto, abbatte una reliquia di Gentilità, ch'era in quell'angolo ancor rimasa presso a' Goti, ed in suo luogo v'erge un tempio, che dedicò a' SS. Martino, e Giovanni. I suoi prodigiosi fatti ivi adoperati, e la santità della sua vita, tiraron in quel luogo della gente, e molti sotto la sua regola ivi rimasero. Si rendè vie più famoso per l'opinione e stima, che s'acquistò presso a Totila Re d'Italia, e presso a molti Nobili romani; crebbe perciò il numero de' suoi Monaci, e vi s'arrolavan i personaggi più insigni; ond'egli stese la sua regola, e gettò gli stabili fondamenti di un grand'Ordine.

La divozione de' Popoli, e la fama della sua santità tirò ancora la pietà di molti Nobili ad arricchirlo di poderi e di facoltà: Tertullio Patrizio romano, vivendo ancor S. Benedetto, gli donò tutto quel tratto di territorio, ch'è d'intorno al monastero Cassinese[896]; onde Zaccheria in suo Diploma disse esser quel monastero edificato in solo Tertulli[897]: donogli ancora molte altre possessioni che e' teneva in Sicilia; e Gordonio, padre di S. Gregorio M., gli donò una sua villa, che possedeva ne' contorni d'Aquino. Così tratto tratto, non ancor morto S. Benedetto, cominciò questo monastero a rendersi numeroso ed illustre per la qualità de' suoi Monaci, e ad arricchirsi per le tante donazioni, che alla giornata gli si facevano. La sua fama non potè contenersi nella sola Campagna, si mandavan anche Monaci di sperimentata probità e dottrina a fondar nell'altre nostre province altri monasteri. Cassiodoro, uno de' più illustri personaggi di questo secolo, nell'età di 70 anni, ritiratosi dalla Corte, si fece Monaco, e tratto dalla fama di S. Benedetto, ch'ancor viveva, volle ne' Bruzj, e propriamente in Squillace suo natìo paese, fondarvi un monastero, che secondo pruova il P. Garezio[898], e rapporta Duppino[899], lo pose sotto la regola di S. Benedetto, nella quale egli viveva: e venuto poi a governarlo, menò in quello venticinque anni, che fu il resto di sua vita essendovi morto vecchissimo d'età di più di 95 anni, verso l'anno 565 di nostra salute, onde Bacon di Verulamio[900] lo fa quasi che centenario.

Questo è il monastero Vivariese, ovvero Castellese, di cui tratta ben a lungo il P. Garezio, Monaco Benedettino della Congregazione di S. Mauro[901], fondato da Cassiodoro, di cui ne fu Abate, non molto lungi da Squillace a piè del monte volgarmente chiamato Moscio, ovvero Castellese da una villa di tal nome quivi vicina, le cui radici vengono bagnate dal fiume Pelena, oggi detto di Squillace. Fu nomato Vivariese, perchè Cassiodoro, mentre occupava i primi onori nella Corte de' Re goti, sovente soleva andar a diporto a Squillace sua patria, ed in quella villa per la comodità ed abbondanza dell'acque di quel fiume, che irrigava le radici del monte, fece costruire molti vivai[902]. Avendo da poi per la caduta de' Goti abbandonata la Corte, rendutosi Monaco, quivi ritirossi, e costrusse in quel luogo, ove aveva i suoi vivai e poderi, questo monastero, dove compose la maggior parte delle sue opere, e nel quale ancora ebbe per compagno Dionigi il Piccolo[903]. Lo arricchì delle sue possessioni, e d'una biblioteca; e lo rendè illustre e numeroso per molti Monaci; facendo anche nella sommità di quel monte costruire molte celle per coloro, i quali dalla vita monastica volevan passare all'eremitica, e da Cenobiti rendersi Anacoreti e Solitari[904]. Prima di morire lasciò ivi per Abati, Calcedonio e Geronzio, l'uno perchè reggesse gli Eremiti, che nella sommità del monte castellese eransi ritirati, l'altro i Cenobiti del monastero Vivariese. Il P. Garezio[905] rapporta ancora, che dopo la sua morte, per molti anni fu ritenuto da' Monaci Benedettini: ma che poi vi sottentrarono in lor luogo i Basiliani, che lungamente il tennero, insino che per le susseguenti irruzioni de' Saracini, non fosse stato disfatto e ruinato. Così non pur nel vicino Sannio e nella Puglia cominciarono in questi tempi a fondarsi monasteri di quest'Ordine, ma anche nelle province più remote e lontane.

Nell'ultimo anno di sua vita mandò S. Benedetto Placido suo discepolo in Sicilia a fondarvi de' monasteri del suo Ordine, dove colle donazioni di Tertullo e devozione di que' Popoli, fu propagato per tutta quell'isola. Altre missioni in questi medesimi tempi si fecero nella Francia, dove S. Mauro, Fausto, e suoi compagni vi fecero meravigliosi progressi. Morì S. Benedetto secondo Lione ostiense ed altri, nell'anno 543, ovvero, secondo alcuni altri, nell'anno 547, non essendo ancor appurato presso agli Scrittori il preciso giorno ed anno della sua morte, di che l'Abate della Noce[906], come d'un punto d'istoria molto importante, tanto s'affatica e si travaglia; ma per la di lui morte crebbero e s'avanzarono più tosto le fortune al suo Ordine: imperocchè da poi assai più moltiplicaronsi i monasteri, e si stese non pur in Italia, Sicilia, e nella Francia, ma ancora nell'Inghilterra, e nell'altre più lontane province dell'Europa.

In cotal guisa queste nostre due province, la Campagna, ed il Sannio, videro in maggior numero i monasteri di quest'Ordine, i quali nell'altre due province, come più remote, furon più radi; ma ben all'incontro più numerosi quelli fondati sotto la regola di S. Basilio; la Puglia e la Calabria, il Bruzio e la Lucania, e le città marittime della Campagna, come Napoli, Gaeta, Amalfi, ed alcune altre, che per la maggior parte lungo tempo dimorarono sotto gl'Imperadori d'Oriente, come più a' Greci vicine, e coi quali aveano assai più frequenti commerci, ricevettero con maggiore prontezza i loro istituti; ed in Oriente, essendo la regola di S. Basilio assai celebre e rinomata, quindi avvenne, che tutti, o la più parte dei monasteri, che vi si fondavano, sotto quell'Ordine erano istituiti. In Napoli S. Agnello fu il primo, per quanto si sa, che vi stabilisse un monastero, cominciato prima da S. Gaudioso, di cui egli ne fu Abate. Alcuni[907] credettero, che S. Agnello seguitasse la regola di S. Benedetto; ma il P. Caracciolo[908] pruova assai chiaro che fu Monaco Basiliano, il quale trovando, che S. Gaudioso, quando si ricovrò in Napoli, dove morì l'anno 453 avanti che fosse nato S. Benedetto, v'avea eretto un monastero, egli vi stabilì la regola di S. Basilio: Ordine che in que' tempi erasi renduto assai celebre e rinomato. Nè quello passò sotto la regola di S. Benedetto, se non ne' tempi posteriori, morto Agnello, dopo l'anno 590, quando i Benedettini cominciaron ad essere più considerati, e si renderon più famosi. Molto tempo da poi ne' secoli men a noi remoti, verso l'anno 1517, fu abitato da' Canonici Regolari della Congregazione del Salvatore[909], siccome oggi giorno vi dimorano. E così in questo sesto secolo, come ne' secoli seguenti si videro in Napoli molti di questi monasteri sotto la regola di S. Basilio, come il monasterio Gazarese nella piaggia di mare: de' SS. Nicandro, e Marciano: di S. Sebastiano: de' SS. Basilio, ed Anastasio nella regione Amelia: di S. Demetrio nella regione Albina: di S. Spirito, ovvero Spiridione: di S. Gregorio Armeno nella regione Nostriana di S. Maria di Agnone: di S. Samona: de' SS. Quirico, e Giulitta, ed altri: ed in Napoli, ed altrove[910].

Ecco come in queste nostre province fossero stati introdotti i monasteri. I primi, che vi comparvero, furono sotto la regola di S. Basilio, e di S. Benedetto; e quindi, essendosi già introdotte le Comunità di donzelle, le quali facevan voto di virginità, e dopo certo tempo ricevevano con solennità il velo, si videro parimente i monasteri di donne sotto la regola di S. Benedetto, ch'ebbero ancora per loro condottiera Scolastica di lui sorella; e sotto quella di S. Basilio, che sono i più antichi, che ravvisiamo in queste nostre province. Così presso di noi fu stabilito l'Ordine monastico, il quale però in questi tempi non avea fatti que' maravigliosi progressi, che si sentiranno in appresso. Nè gli Abati, e' Monaci erano stati ancora sottratti dalla giurisdizione de' Vescovi, nè lor conceduti que' tanti privilegi da' Pontefici romani, i quali per avergli a se devoti e ligi, da poi lor concedettono. Si rendè perciò il monte Casino uno dei due più celebri santuarj, ch'ebbero in quest'età le nostre province, ove concorrevano i peregrini da tutte le parti del Mondo. Un altro in questi medesimi tempi era surto in Puglia nel monte Gargano per l'apparizione di S. Michele, che narrasi accaduta in quella grotta a tempo di Papa Gelasio, mentre la sede di Siponto era occupata dal Vescovo Lorenzo. Santuarj, che nel regno de' Longobardi e de' Normanni si renderono così chiari e rinomati, che per la loro miracolosa fama, tiraron a se non pur i peregrini dalle più remote parti del Mondo, ma anche i maggiori Re e Monarchi d'Europa, ed i più potenti Principi della terra.

§. V. Regolamenti ecclesiastici, e nuove Collezioni.

I regolamenti ecclesiastici si videro in questi tempi, non men intorno a' dogmi, che alla disciplina, assai più ampj e numerosi. Coll'occasione d'essersi convocati più Sinodi e Concilj, si stabiliron in conseguenza moltissimi canoni. Si cominciò a stabilirne anche di quelli, che s'appartenevano alla potestà de' Principi. I gradi di parentela, che prima si regolavano secondo le leggi civili, furon anche regolati da' canoni, e le proibizioni delle nozze furono stese a' cugini, ed ai figliuoli de' cugini. Teodosio M. avea prima proibite le nozze fra' cugini, il che confermaron Arcadio ed Onorio suoi figliuoli, come attesta S. Ambrosio[911]: Giustiniano poi le permise[912], onde Triboniano volendo inserir nel suo Codice la legge di Teodosio[913], la smozzicò sconciamente per non farla contraddire a ciò, che Giustiniano avea su ciò variato[914]. I canoni ora le proibiscono, non pur fra' cugini, come avea fatto Teodosio, ma anche fra' figliuoli di quelli; ed introdusser poi un nuovo modo di computare i gradi che Cujacio[915] stima non esser più antico di S. Gregorio M. e del Papa Zaccheria. Non s'erano ancora intesi regolamenti intorno alle facoltà delle Chiese, ma essendo in questi tempi cresciute e malmenate dagli Ecclesiastici, si cominciò a far de' canoni per impedirne il dissipamento e l'alienazioni. Era della potestà de' Principi il proibir l'opere servili nel dì di domenica, e gl'Imperadori ne stavano in possesso, come si vede dalle leggi di Lione e d'Antemio[916]: ed ora si vede sopra di ciò essersene anche fatti canoni. Il dichiarar le Chiese per asili[917] s'apparteneva agli stessi Imperadori, come se ne leggono molte costituzioni nel Codice di Teodosio: ma ora questo diritto vien anche dichiarato da' canoni. Ne furon eziandio stabiliti molti su l'usure e divorzj, e sopra altre materie, la cui providenza e regolamento s'apparteneva, ed era della potestà ed imperio de' Principi. Quindi si vide il lor numero crescere in immenso; onde sursero altri Codici e nuove Compilazioni.

Nel precedente libro s'è veduto, che sin a' tempi di Valentiniano III, così la Chiesa occidentale, come l'orientale non conobbero altri regolamenti, che quelli che furono raunati nel Codice de' Canoni della Chiesa Universale, compilato per Stefano, Vescovo d'Efeso. Ma da poi nel primo anno dell'Imperio di Giustiniano nel 527 uscì fuori la Collezione di Dionigi il Piccolo. Questi fu un Monaco scita abitante in Roma, e fu il primo che introdusse l'uso di numerar gli anni dalla nascita di Cristo S. N. come noi facciamo ancora[918]; poichè prima si computavano, o nella maniera dell'antica Roma per li Consoli, o per li primi stabilimenti de' Principi greci successori d'Alessandro: ovvero per li tempi de' Martiri, che sofferirono il martirio sotto Diocleziano: ed in Ispagna per l'Era d'Augusto Imperadore, che precede 38 anni alla nascita di Cristo. Egli fu amicissimo di Cassiodoro, dal quale fu ricercato, che istruisse nelle discipline, e particolarmente nella filosofia i suoi Monaci nel monastero Vivariese[919]: lesse quivi insieme con Cassiodoro la dialettica, e più anni dimorò suo compagno in quel magisterio. Gli encomj, che da Cassiodoro gli vengon dati, si leggono ancora nelle sue opere[920]. Egli arricchì la Chiesa latina di molte traduzioni fedeli dell'opere de' Greci; ed a richiesta di Stefano Vescovo di Salona[921] in Dalmazia tradusse in latino la raccolta de' canoni greci più fedelmente, che non era la traduzione antica latina, della quale si servivano gli occidentali: a questa aggiunse tutto ciò che v'era nel Codice greco, cioè i 50 canoni appostolici, i canoni del Concilio di Calcedonia, di Sardica, di Cartagine, e d'altri Concilj d'Affrica.

Aggiunse parimente l'epistole decretali di Siricio Papa, che morì l'anno 398 (argomento, che l'epistole, che si rapportano prima di Siricio sieno apocrife). Si chiamavano lettere decretali quelle, che i Pontefici scrivevano sopra le consultazioni de' Vescovi per decidere i punti di disciplina, e le quali si mettevano fra' canoni. Così i Greci mettevano fra i canoni le tre lettere di S. Basilio ad Anfilochio, ed alcune altre de' più famosi Vescovi delle sedi maggiori[922]. A queste poi, dopo la morte di Dionigi, furon aggiunti i decreti di Gregorio II, compresi in 17 capitoli, come fu osservato da Pietro de Marca Arcivescovo di Parigi[923]. Quel che reca maraviglia si è, che benchè il Codice greco, di cui si servì Dionigi, finisse nel Concilio costantinopolitano I, al quale eransi poi aggiunti discontinuatamente i canoni del Concilio calcedonense, come afferma il medesimo Dionigi nella prefazione a Stefano Vescovo di Salona, tuttavia avendovi dovuto aggiunger tanto del suo, come i canoni sardicensi ed affricani, non fa niuna menzione del Concilio efesino, o de' suoi canoni fatti nell'anno 431, quando questi canoni si trovano nel Codice greco dato in luce da Justello nell'anno 1610 onde si rifiuta l'opinione di coloro, che stimano, che Giustiniano nella Novella 131 fatta nell'anno 451 avesse confermato, e data forza di legge al Codice de' canoni compilato da Dionigi; poichè quivi Giustiniano conferma anche i canoni fatti nel Concilio efesino, ivi: Sancimus vicem legum obtinere sanctas Ecclesiasticas regulas, ec. in Ephesina prima, in qua Nestorius est damnatus ec. Doujat[924] però dice, che Dionigi non ne fece menzione, perchè quel Concilio non stabilì canoni attenenti alla disciplina, ma solamente canoni riguardanti l'esecuzione della condanna di Nestorio, e suoi aderenti.

Questa Collezione di Dionigi, in Occidente ed in queste nostre province ebbe tutta l'autorità, e tutto il vigore[925]; e da Niccolò I. R. P.[926] vien chiamata per eccellenza Codex Canonum, e dal diritto canonico Corpus Canonum[927]. E ne' tempi seguenti ebbe tanta forza, che nell'anno 787 data in dono da Adriano I. a Carlo M.[928], questo Principe comandò a' Vescovi di Francia, che invigilassero all'osservanza dei canoni in quella racchiusi; e comprese que' decreti nel suo Capitolare d'Aix la Chapelle, che fece comporre nell'anno 789 secondo che narra Justello[929].

Intorno al medesimo tempo nell'anno 547 Fulgenzio Ferrando Diacono di Cartagine fece un'altra raccolta di canoni[930], ma con diverso ordine, più tosto citandogli, che rapportandogli, e sotto ciascun capo raccolse i canoni di diversi Concilj, della quale fa menzione Graziano nel suo decreto[931].

Il Cardinal Baronio[932] stima, che circa questi medesimi tempi sieno state fatte le Collezioni di Martino di Braga, e di Cresconio. Altri credono[933] che quella di Martino fosse fatta intorno all'anno 572, e l'altra di Cresconio circa l'anno 670. Martino, di nazione Unghero, e Monaco Benedettino, fu Vescovo di Braga in Portogallo. Fece la sua raccolta per uso delle Chiese di Spagna, traducendo i Sinodi greci, ed aggiungendovi altri canoni di Concilj latini, e spezialmente dei toletani: questa Collezione però fuori delle Spagne non ha avuto uso nè autorità, se non quanto avesse servito per illustrazione[934].

Cresconio Vescovo d'Affrica compose la sua Collezione di canoni, della quale ci resta un compendio, il cui titolo, secondo un MS. che rapporta il Baronio, era questo: Concordia Canonum a Cresconio Africano Episcopo digesta sub capitibus trecentis. E perchè ivi fassi anche menzione d'un poema in versi esametri composto dal medesimo Cresconio per celebrar le guerre e le vittorie riportate da Giovanni Patricio contra i Saraceni d'Affrica, fa conto il Baronio, che egli vivesse intorno a' tempi di Giustiniano Imperadore.

Giovanni Scolastico, che, mandato Eutichio in esilio, fu innalzato al Patriarcato di Costantinopoli da Giustiniano Imperadore[935], e visse anche dopo lui, fu il primo, che in Oriente avesse fatta Raccolta, dove si unissero insieme i canoni colle leggi, spezialmente le Novelle di Giustiniano; la qual spezie di libro fu chiamata poi Nomocanone da' Scrittori seguenti: e benchè questa Collezione divisa in cinquanta titoli, da principio ebbe qualch'uso; nondimeno Teodoro Balsamone nel supplimento osserva, che a tempo suo, cioè nella fine dal secolo duodecimo, non aveva alcuna stima, come quella ch'era stata adombrata dal Nomocanone di Fozio, più utile e più abbondante[936].

Queste furono le Collezioni de' canoni, che dopo il Codice de' canoni della Chiesa universale sursero ne' seguenti tempi infin all'Imperio di Giustino, successor di Giustiniano[937]: le quali non avevan forza di legge, se non quando dagl'Imperadori e Principi era lor data. La Chiesa non avea peranche in questi tempi acquistata giurisdizione perfetta, sì che potesse far valere i suoi regolamenti, come leggi, ed obbligare i Fedeli con temporal costringimento all'osservanza de' medesimi, o punire i trasgressori con pene temporali: obbligavan solamente per la forza della religione le loro anime; e le pene e gastighi erano spirituali, di censure, penitenze, e deposizioni. I Principi per mezzo delle loro costituzioni lor davan forza di legge, obbligando i sudditi ad osservargli con temporale costringimento, come il manifestano in Oriente le Novelle di Giustiniano, la Collezione di Giovanni Scolastico, i Nomocanoni di Fozio e di Balsamone; ed in Occidente, nella Francia i capitolari di Carlo M. in Ispagna le leggi di que' Re, per le quali a' canoni stabiliti ne' Concilj tenuti in Toledo, o altrove, davan tutta la forza ed autorità; ed in Italia i tanti editti di Teodorico e d'Atalarico, che appresso Cassiodoro si leggono.

§. VI. Della conoscenza nelle cause.

Lo Stato ecclesiastico, durante la dominazione dei Goti in queste nostre province, non acquistò maggior conoscenza, o nozione nelle cause, di quella ch'ebbe ne' precedenti secoli sotto i successori di Costantino infino all'Imperio di Valentiniano III. Era ancor ristretto nella conoscenza degli affari della fede e della religione, di cui giudicava per forma di politia; nella correzione de' costumi, di cui conosceva per via di censure; e sopra le differenze insorte fra' Cristiani, le quali decideva per forma d'arbitrio e d'amichevole composizione. Non ancora avea acquistata giurisdizione perfetta, nè avea foro o territorio, nè i suoi Giudici eran divenuti Magistrati. Teodorico e gli altri Re suoi successori lo contennero ne' suoi limiti, nè la di lui conoscenza trapassò i confini del suo potere spirituale, toltone la conoscenza in quelle tre sole occorrenze già ricordate; in tutto il resto gli Ecclesiastici osservavano le leggi civili, e come membri della società civile ubbidivano, come tutti gli altri, a' Magistrati secolari, così ne' giudicj criminali, come civili, dai quali eran giudicati e puniti. L'accuse si riportavan al Principe, perchè o egli le giudicasse, o delegasse ad altri la loro cognizione, e sovente per li loro delitti eran mandati in esilio, e deposti dalle loro cariche. Si è veduto, come il Popolo romano, l'accuse che inventò contra Simmaco, le portò fin a Ravenna al Re Teodorico, perchè prendesse a giudicarlo, dimandandogli un Visitatore, siccome gli fu dato, perchè lo sentenziasse; non altrimente di ciò, che fecero i Vescovi d'Italia contra Damaso, i quali ricorsero agl'Imperadori Graziano e Valentiniano, pregandogli che prendessero a giudicare quel Papa da loro accusato. Non recava maraviglia in questi tempi, mandarsi dal Re i Vescovi, come loro sudditi, ed il Papa stesso in varie parti, ove portava il bisogno, e chiamargli a lor posta, nel che sempre erano pronti ed ubbidientissimi. Papa Giovanni I. fu mandato dal Re Teodorico fino in Costantinopoli per ottener dall'Imperador Giustino I. la revocazione d'un suo editto, col quale esprimeva, che le Chiese degli Arriani si fossero date a' Cattolici: e non avendo avuta questa imbasciata quel successo da Teodorico sperato, imputandosi alla sospetta fede di Giovanni, e poca buona condotta da lui usata, quando egli era di ritorno per Italia, lo fece arrestare in Ravenna, dove morì il dì 27 di marzo dell'anno 526. E Teodato mandò Papa Agapito a Costantinopoli per trattar con Giustiniano la pace cotanto da lui bramata.

Il Re Atalarico stabilì con suo editto istromentato da Cassiodoro[938], che quelli, i quali per simonia ed ambizione erano stati eletti, fosser accusati avanti i suoi Giudici e puniti severamente, stabilendo premj agli accusatori, con dar loro la terza parte di ciò, che venissero condennati, ed il rimanente da doversi impiegare alle fabbriche delle Chiese, e per sovvenimento de' loro Ministri.

Intorno alle loro cause civili fu serbata a' Magistrati secolari la medesima giurisdizione che prima avevano; dovevan innanzi a loro istituire i giudicj, proponere le loro azioni, e citati dar malleveria judicio sisti. Solamente il Re Atalarico favorì in ciò la Chiesa romana, approvando una consuetudine, che s'era introdotta nel Clero di quella, di doversi prima i suoi Preti convenire, o accusare avanti il loro Vescovo. I Magistrati secolari, che in Roma da quel Principe erano stati destinati ad amministrar giustizia, secondo ciò che praticavasi in tutte l'altre province, ad istanza del suo creditore, costrinsero un Diacono di quella Chiesa a soddisfar il debito; e lo strinsero con tanta acerbità, che lo diedero in mano del medesimo creditore a custodirlo. Un altro Prete della medesima Chiesa per leggiere cagioni accusato, lo trattarono assai aspramente e con molti strazi. Il Clero di Roma con flebili lamenti e preghiere, ricorse al Re Atalarico, esponendogli, che nella lor Chiesa, per lunga consuetudine, affinchè i loro Preti intrigati nelle liti del Foro, e tra' negozj del secolo, non si distogliessero dal culto divino, erasi introdotto, che avanti il loro Vescovo dovessero convenirsi: e che ciò non ostante, da' suoi Magistrati erano stati un lor Prete e un Diacono acerbamente, e con molte contumelie trattati; pregavano per tanto la clemenza di quel Principe a darvi opportuno provedimento. Il Re alle loro preci rispose, che per la riverenza ed onore, che si doveva a quella sede appostolica[939], d'allora innanzi stabiliva, che se alcuno avea da convenire qualche Prete del Clero romano in qualsivoglia causa, dovesse prima ricorrere al giudicio del Vescovo di quella sede, il quale dovesse, o egli conoscere more suae sanctitatis de' meriti della causa, ovvero delegarla, acquitatis studio terminandam; ma se l'attore o l'accusatore usando di questa riverenza, si vedesse deluso e differito nelle sue dimande, o quelle disprezzate; tunc ad saecularia fora jurgaturus occurrat. All'incontro, se pretermesso questo suo comandamento, ricorrerà alla prima a' Tribunali secolari, gl'impone pena di dieci libbre d'oro, da doversi da' suoi Tesorieri immantenente riscuotere, e per le mani del Vescovo dispensarsi a' poveri, e di vantaggio cadesse dalla causa, e con tal doppia pena fosse punito. Ma non tralasciò Atalarico nell'istesso tempo d'ammonirgli, che vivessero, come si conveniva al loro stato, dicendogli: Magnum scelus est crimen admittere, quos nec conversationem decet habere saecularem; professio vestra vita coelestis est. Nolite ad mortalium vota humilia, et errores descendere. Mundani coerceantur humano jure, vos sanctis moribus obedite.

Ecco come in questi tempi in tutte l'altre Chiese, de' Magistrati secolari era la conoscenza e giurisdizione delle cause, così civili come criminali degli Ecclesiastici, erano sottoposti a' loro giudicj ed ammende: nè perchè al solo Clero di Roma, per riverenza di quella sede, volle Atalarico usar questa indulgenza, fu perciò al suo Vescovo, o pure a quelli, a' quali egli delegava le cause, data per giudicarle giurisdizione alcuna; ma solo, che dovessero terminarle more suae sanctitatis, et aequitatis studio, in forma d'arbitrio e di caritatevole composizione, non già in forma di giudicio e di giustizia contenziosa.

Giustiniano adunque fu il primo, che cominciò ad accrescere la conoscenza de' Vescovi nelle cause degli Ecclesiastici, e diede a quelli privilegio di non piatire avanti Giudici laici. Questo Principe, siccom'egli era pietoso e religioso, così accrebbe la conoscenza dei Vescovi, ordinando per le sue Novelle[940], che nelle azioni civili i Monaci ed i Cherici sarebbero convenuti in prima innanzi al Vescovo, il quale deciderebbe le loro differenze prontamente, senza processi e senza alcun rumore o strepito di giudicio; a condizione però, che se una delle parti dichiarasse fra dieci giorni di non volere acquetarsi al suo giudicio, il Magistrato ordinario prendesse cognizione della causa, non per forma d'appellazione, come alcuni credettero, e come in ciò superiore al Vescovo, ma tutto di nuovo: e se giudicava come aveva arbitrato il Vescovo, non v'era appellazione da lui: ma se altrimente, si dava in questo caso luogo all'appellazione. E quanto alle cause criminali, era permesso d'indirizzarsi contro il Cherico, o innanzi al Vescovo, ovvero al Giudice ordinario, salvo ne' delitti ecclesiastici, come d'eresia, simonia, inobbedienza al Vescovo, ed ogn'altro concernente la loro qualità, la cui conoscenza era attribuita al solo Vescovo: come altresì delle differenze concernenti alla religione e alla politia ecclesiastica, anche contro a' laici. Stabilì ancora, che se nelle cause criminali il Cherico fosse condennato dal Giudice laico, la sua sentenza non potesse eseguirsi, nè il Prete degradarsi, senza l'approvazione del Vescovo; che se egli non lo volesse fare, era necessario di ricorrere all'Imperadore. Ed in quanto a' Vescovi, diede loro particolarmente questo privilegio di non piatire per niente innanzi a' Magistrati laici, il qual privilegio diede ancora alle religiose per la Novella 79 che gl'Interpreti hanno malamente steso a' religiosi. E questo regolamento di Giustiniano, contenuto nella Novella 123, è quasi interamente reiterato dalle costituzioni dell'Imperador Costantino III figliuolo d'Eraclio, e di Alessio Comneno, rapportate per Balsamone nel titolo sesto del suo Nomocanone. Ecco come per privilegio del Principe si cominciò ad ingrandire la conoscenza de' Vescovi: non è però, ch'allora acquistassero giustizia perfetta, che il diritto chiama giurisdizione, sopra i Preti, non avendo di que' tempi territorio, cioè Jus terrendi, nè preciso costringimento. Per la qual cosa non potevano di lor autorità imprigionare le persone ecclesiastiche, nè avevan carceri: nè potevano imporre pene afflittive di corpo, d'esilio e molto meno di mutilazion di membra o di morte, anche nei più gravi delitti; nè condennare all'ammende pecuniarie.

Le pene, che usavano erano deposizioni, o sospensioni degli Ordini, digiuni e penitenze: e questa forma di disciplina continuossi per tutto l'ottavo secolo: ciò che ottimamente notò Gregorio III, in quella bella epistola, che dirizzò a Lione Isaurico[941], dove fa vedere quanto sia grande la differenza, fra le pene dell'Imperio e della Chiesa: gl'Imperadori condannano a morte, imprigionano, mandano i rei in esilio e rilegano: non così i Pontefici: Sed ubi, come sono le sue parole, peccarit quis, et confessus fuerit, suspendii, vel amputationis capitis loco, Evangelium, et Crucem ejus cervicibus circumponunt, eumque tamquam in carcerem, in secretaria, sacrorumque vasorum aeraria conjiciunt, in Ecclesiae Diaconia, et in Catecumena ablegant, ac visceribus corum jejunium, oculisque vigilias, et laudationem ori ejus indicunt. Cumque probe castigarint, probeque fame afflixerint, tum pretiosum illi Domini Corpus impartiunt, et Sancto illum Sanguine potant: et cum illum vas electionis restituerint, ac immunem peccati, sic ad Deum, purum insontemque transmittunt. Vides, Imperator, Ecclesiarum, Impertorumque discrimen, etc.

Avevan però gli Ecclesiastici in questi tempi cominciato ad usurparsi la potestà di bruciare i libri degli Eretici, perchè nell'anno 443 il Pontefice Lione il Santo bruciò in Roma molti libri de' Manichei, quando prima la censura solamente apparteneva alla Chiesa, ma la proibizione, o bruciamento al Principe[942], di che altrove ci tornerà occasione di più lungamente ragionare.

§. VII. Beni temporali.

Non al pari della conoscenza nelle cause, fu l'ingrandimento de' beni temporali nelle nostre Chiese: fu questo di gran lunga a quello superiore. I Principi intorno agli acquisti, che tuttavia facevano, non molto vi badavano, e non solo poca cura si presero d'impedire gli eccessivi, come fecero Teodosio M. e gli altri Imperadori suoi successori, ma anch'essi vi contribuirono con donazioni e privilegi[943]. Quando prima gli acquisti facevansi dalle sole Chiese, ora cominciando in queste nostre province a fondarvisi dei monasteri, ancor essi ne tiravano la lor parte, e molti buoni presagi ne diedero, fin da' loro natali, i monasteri di S. Benedetto.

S'aprirono ancora nuovi altri fonti, donde ne scaturiva maggior ricchezza: sursero in questi tempi i santuari, e allargossi grandemente la venerazione delle reliquie de' Santi. I tanti miracoli, che si predicavano, l'apparizioni angeliche, le particolari devozioni a' Santi, e l'esortazioni de' Monaci, tiravano le genti per la loro devozione ad offerire a' loro monasteri ampie ricchezze. Fu riputato ancora in questi tempi il donare, o lasciare per testamento alle Chiese, essere un fortissimo remedio per ottener la remissione de peccati. Salviano[944] che fiorì nell'Imperio d'Anastasio, esortava a molti pietosi, che soccorressero le loro anime ultima rerum suarum oblatione. Quindi sovente leggiamo nelle donazioni fatte alle Chiese quella clausola; pro redemptione animarum, etc.

Si stabilì ancora un nuovo fondo assai più stabile di quel di prima, donde se ne ritraevano buoni emolumenti: le decime che ne' tre primi secoli erano libere e volontarie; e nel quarto e quinto secolo, per la tepidezza de' Fedeli in darle, erano avvalorate dai sermoni de' PP. e dalle loro esortazioni, perchè non le tralasciassero; in questo sesto secolo divennero debite e necessarie[945]. Vedendo, che niente allora giovavano le prediche e l'esortazioni, fu bisogno ricorrere ad aiuti più forti e vigorosi; onde si pensò a stabilirle per via di precetti e di canoni. Così molti Concilj d'Occidente, e più decretali de' romani Pontefici fecero passare in legge l'uso di pagarle. Per queste ed altre vie, le ricchezze delle Chiese cominciaron ad essere assai più ampie e considerabili, ed a posseder esse particolari patrimonj. La Chiesa di Roma sopra tutte l'altre si rende ricchissima, tanto che narra Paolo Varnefrido[946], ch'avendo Trasimondo Re de' Vandali in Affrica mandato in esilio 220 Vescovi, Simmaco, che allor sedeva nella Cattedra di Roma, fece a tutti somministrare ciò, che lor bisognava per sostentarsi. Nè si pensò solo a' modi di acquistar le ricchezze, ma anche a' modi di conservarle; poichè colle ricchezze essendo congiunto il rilasciamento della disciplina e de' costumi, quelle appropriandosi gli Ecclesiastici, come facoltà proprie, dove prima non eran considerate, se non come patrimonio de' poveri, venivan in conseguenza mal impiegate e peggio distribuite; onde più Concilj (quando che prima non erasi per anche fatto alcun regolamento sopra questa materia) si mossero a stabilire un gran numero di canoni, proibendo l'alienazioni, regolando il modo di distribuirle, e badando sopra tutto alla loro conservazione e sicurezza. Egli è però ancora vero, che non perciò i Principi lasciarono di stabilir leggi intorn'a' beni ecclesiastici, regolando gli acquisti, e tal ora anche le maniere di distribuirgli e vietar gli abusi: e Giustiniano ci accerta d'aver egli di suo diritto stabilite molte leggi intorno a' medesimi[947].

La divisione de' frutti di questi beni in quattro parti, una all'Amministratore o Beneficiato, l'altra alla Chiesa, la terza a' Poveri, e la quarta a' Cherici, che s'attribuisce a Papa Simplicio, il qual fu eletto nell'anno 468, non fu in questi tempi sempre costante, nè la medesima per tutte le province d'Occidente. In Francia nel Concilio I d'Orleans[948], ragunato l'anno 511, s'assegna la metà al Vescovo, e l'altra metà al Clero. In Ispagna, dal Concilio I di Braga[949] tenuta nell'anno 563, la divisione dell'oblazioni si riserva ai Cherici tutti in comune. Ma da poi nel Concilio IV di Toledo, convocato sotto il Re Sisenando nell'anno 633, fu stabilito, che i Vescovi avessero la terza parte delle rendite[950]. Così, come assai approposito notò Graziano[951], secondo la diversità de' luoghi, e consuetudine delle regioni, al Vescovo era riservata, in alcune la terza, in altre la quarta parte: nè tali divisioni furono sempre, e da per tutto invariabili e perpetue.

Grande che fosse stato in questo sesto secolo l'accrescimento de' beni temporali delle nostre Chiese e de' monasteri, a riguardo però degli altri immensi ed eccessivi acquisti, che poi si videro nel Regno dei Longobardi e de' Normanni, era comportabile, nè molta alterazione recossi perciò allo Stato civile: maggiore lo ravviseremo sotto i Longobardi, il Regno de' quali saremo ora per narrare.

[ TAVOLA DE' CAPITOLI] CONTENUTI
NEL TOMO PRIMO

[Introduzione] pag. 1
[LIBRO PRIMO.] 23
[Cap. I.] Delle condizioni delle città d'Italia 29
[Cap. II.] Delle condizioni delle province dell'Imperio 36
[Cap. III.] Della disposizione dell'Imperio sotto Augusto 41
[Cap. IV.] Della disposizione e politia di queste regioni, che oggi compongono il Regno di Napoli, e della condizione delle loro città 44
[§. I.] Di Napoli oggi capo e metropoli del Regno 48
[§. II.] Napoli non fu Repubblica affatto libera ed independente da Romani 57
[§. III.] Delle altre città illustri poste in queste regioni 66
[§. IV.] Scrittori illustri 68
[Cap. V.] Della disposizione d'Italia, e di queste nostre province sotto Adriano, infin a' tempi di Costantino il Grande 70
[Cap. VI.] Delle leggi 72
[Cap. VII.] De' Giureconsulti, e loro libri 75
[Cap. VIII.] Delle costituzioni de' Principi 88
[Cap. IX.] De' Codici Papiriano, Gregoriano ed Ermogeniano 95
[Cap. X.] Delle Accademie 99
[§. I.] Dell'Accademia di Roma in Occidente 99
[§. II.] Dell'Accademia di Berito in Oriente 105
[Cap. XI.] Della politia ecclesiastica de' tre primi secoli 113
[§. I.] Politia ecclesiastica de' tre primi secoli in Oriente 123
[§. II.] Politia ecclesiastica in Occidente, ed in queste nostre regioni 131
[§. III.] Napoli, siccome tutte l'altre città di questo Regno, erano universalmente gentili 139
[§. IV.] Gerarchia ecclesiastica, e Sinodi 144
[§. V.] De' Regolamenti ecclesiastici 146
[§. VI.] Della conoscenza nelle cause 148
[§. VII.] Elezione de' Ministri 150
[§. VIII.] Beni temporali 152
[LIBRO SECONDO.] 155
[Cap. I.] Disposizione dell'Imperio sotto Costantino Magno 159
[Cap. II.] Degli Ufficiali dell'Imperio 166
[Cap. III.] Degli Ufficiali, a' quali era commesso il governo delle nostre province 170
[§. I.] Della Campagna, e suoi Consolari 171
[§. II.] Della Puglia e Calabria, e suoi Correttori 186
[§. III.] Della Lucania e Bruzj, e suoi Correttori 190
[§. IV.] Del Sannio, e suoi Presidi 197
[Cap. IV.] Prima invasione de' Vestrogoti a' tempi d'Onorio 198
[§. I.] Non furono queste Province ad altri cedute o donate 205
[Cap. V.] Delle nuove leggi, e nuova giurisprudenza sotto Costantino, e suoi successori 219
[Cap. VI.] De' Giureconsulti, e loro libri; e dell'Accademia di Roma 227
[§. I.] Dell'Accademia di Costantinopoli 237
[Cap. VII.] Delle costituzioni de' Principi, onde formossi il Codice Teodosiano 239
[§. I.] Dell'uso e autorità di questo Codice nell'Occidente, ed in queste nostre province 244
[Cap. VIII.] Dell'esterior politia ecclesiastica, dai tempi dell'Imperador Costantino M, infino a Valentiniano III 250
[§. I.] Dei Monaci 273
[§. II.] Prime collezioni di canoni 281
[§. III.] Della conoscenza nelle cause 288
[§. IV.] Beni temporali 299
[LIBRO TERZO.] 309
[Cap. I.] De' Goti occidentali, e delle loro leggi 312
[§. I.] Del Codice d'Alarico 318
[§. II.] Traslazione della sede regia de' Vestrogoti da Tolosa di Francia, in Toledo nelle Spagne 321
[§. III.] Del nuovo Codice delle leggi de' Vestrogoti 324
[Cap. II.] De' Goti orientali, e loro Editti 331
[§. I.] Di Teodorico ostrogoto, Re d'Italia 337
[§. II.] Leggi romane ritenute da Teodorico in Italia, e suoi editti conformi alle medesime 349
[§. III.] La medesima politia, e Magistrati ritenuti da Teodorico in Italia 352
[§. IV.] La medesima disposizione delle province ritenuta in Italia dal Re Teodorico 357
[Della Campagna, e suoi Consolari] 358
[Della Puglia e Calabria, e suoi Correttori] 364
[Della Lucania e Bruzj, e suoi Correttori] 365
[Del Sannio e suoi Presidi] 368
[§. V.] I medesimi Codici ritenuti, e le medesime condizioni delle persone e de' retaggi 369
[§. VI.] Insigni virtù di Teodorico, e sua morte 372
[§. VII.] Di Atalarico Re d'Italia 380
[Cap. III.] Di Giustiniano Imperadore, e sue leggi 382
[§. I.] Del primo Codice di Giustiniano 383
[§. II.] Delle Pandette ed Instituzioni 385
[§. III.] Del secondo Codice di Giustiniano di repetita prelezione 391
[§. IV.] Delle Novelle di Giustiniano 398
[§. V.] Dell'uso ed autorità di questi libri in Italia, ed in queste nostre province 403
[Cap. IV.] Espedizione di Giustiniano contra Teodato Re d'Italia, successor d'Atalarico 406
[§. I.] Di Vitige, Ildibaldo ed Erarico, Re d'Italia 416
[§. II.] Di Totila Re d'Italia 417
[§. III.] Di Teja ultimo Re de' Goti in Italia 423
[Cap. V.] Di Giustino II. Imperadore; e della nuova politia introdotta in Italia, ed in queste nostre province da Longino suo I. Esarca 432
[Cap. VI.] Dell'esterior politia ecclesiastica 435
[§. I.] Del Patriarca d'Occidente 438
[§. II.] Del Patriarca d'Oriente 442
[§. III.] Politia ecclesiastica di queste nostre province sotto i Goti e sotto i Greci, sin a' tempi di Giustiniano II 449
[§. IV.] De' Monaci 458
[§. V.] Regolamenti ecclesiastici, e nuove Collezioni 465
[§. VI.] Della conoscenza nelle cause 472
[§. VII.] Beni temporali 478