LIBRO OTTAVO
Mentre l'Italia sotto la tirannide dell'ultimo Berengario e di Adalberto suo figliuolo gemeva, gl'Italiani ridotti nell'ultime miserie, pensarono di ricorrere ai soccorsi di Ottone figliuolo d'Errico Re di Germania, il quale avendo domati i Sassoni ed i Schiavoni, aveasi per le sue gloriose gesta acquistata fama non minore di quella di Carlo M., e s'era renduto per tutta Europa celebre e rinomato. Accelerò l'invito Adelaide vedova di Lotario, la quale possedendo la città di Pavia assegnata a lei per dote dal marito Lotario[1]; ed essendo ancor giovane e d'avvenenti maniere, fu fatta dimandare da Berengario per isposa di suo figliuolo Adelberto: ma ricusando ella lo sposo, sopra il suo rifiuto, Berengario la assediò in Pavia, la prese e la mandò prigione nel castello di Garda: ella ebbe talento di fuggirsene, ed implorò il soccorso del Re Ottone, offerendogli di prenderselo in isposo e di cedergli le sue ragioni sopra il Regno d'Italia. Adelaide, Porfirogenito[2], Luitprando[3] ed altri comunemente la riputano figliuola di Berta e di Rodolfo Re della Borgogna; ma Lione Ostiense[4] dice esser discesa da' Proceri della Toscana, ed il nostro Anonimo Salernitano[5] la fa sorella di Gisulfo Principe di Salerno: checchè ne sia, Ottone, a cui non erano ignote le sue virtù ed avvenenza, tosto venne in suo soccorso, calò in Italia con potente esercito, la liberò dall'oppressione di Berengario, ed invaghitosi della di lei grazia e venustà, la sposò in moglie, e seco in Alemagna la condusse, lasciando Corrado Duca di Lorena a perseguitar Berengario e suo figliuolo, i quali furon costretti ad andare a ritrovar Ottone in Alemagna e sottomettersi alla sua volontà[6]. Ottone avendo ricevuto da essi il giuramento e l'omaggio, gli restituì ne' loro Stati, eccettuato il Veronese e 'l Friuli, che furono da esso dati a suo fratello Errico Duca di Baviera. Ma Berengario ed Adelberto appena restituiti ne' loro Stati, cominciarono a cospirare contro Ottone, e malmenare i suoi sudditi: affliggevano l'Italia con inudite oppressioni, e maltrattavano il Papa, e tutti gli altri Vescovi e Signori d'Italia. Portarono perciò eglino le loro querele e' lamenti ad Ottone, e lo pregarono della sua protezione, invitandolo a calar di nuovo in Italia per discacciarne questi tiranni. Il Papa ed i Romani gli offerirono il Regno e la Corona imperiale: Valperto Arcivescovo di Milano gli offerì parimente di volerlo incoronare ed ungerlo Re d'Italia; e gli spedirono perciò una magnifica legazione.
Ottone assicurato del concorde animo di tutti gli Italiani, non volle trascurare occasione così opportuna: ed avendo tenuta una Dieta in Vormes, fece coronare in Aquisgrana Re di Germania Ottone II suo figliuolo, che non avea più di sette anni; ed egli, stabilite le cose d'Alemagna, avendo raunato un numeroso esercito, tosto traversando la Baviera, per la via di Trento, insieme con Adelaide sua moglie, in Italia portossi. Fu ricevuto dagl'Italiani con universale applauso, e quantunque Adelberto avesse proccurato d'opporsegli con considerabili forze, nulladimanco abbandonato da' suoi, abbandonò anch'egli l'impresa, e fuggendo, non ebbe altro scampo, se non di ricovrarsi nell'isola di Corsica[7]. Entrato per tanto Ottone senza contrasto in Pavia, costrinse Berengario a fuggirsene con Villa sua moglie e con tutta la sua famiglia: indi passando in Milano fu ricevuto con incredibile giubilo da tutti i Milanesi. Allora l'Arcivescovo Valperto memore della promessa fattagli, avendo convocato un Concilio di Vescovi, al cospetto di tutta la città, ed in presenza di tutti, fu Berengario con Adelberto privato del Regno, ed Ottone per Re d'Italia proclamato: indi condotto nella chiesa di S. Ambrogio con grande apparato e con solenne cerimonia, concorrendovi tutto il Popolo, lo unse, e così consecrato sopra il suo capo pose la Corona del ferro: così Ottone, che ora lo diremo Re di Germania insieme e d'Italia, avendo in quest'anno 961 con tanta prosperità acquistato un tanto Regno, con solenni giuramenti promise di voler difendere Italia con tutti i suoi sforzi contro l'invasione di qualunque tiranno. Indi tornato in Pavia si condusse nel seguente anno 962 coll'Arcivescovo Valperto in Roma e con fioritissimo esercito, per ricevere dal Papa la Corona imperiale: portò anche seco Adelaide, e fu da' Romani ricevuto con non minore applauso ed allegrezza, che fu Carlo M. in quella città introdotto. Pari fu il giubilo ed il concorso e l'ardente desiderio de' Popoli di acclamarlo Imperadore d'Occidente: siccome eguali furono le solenni cerimonie che Papa Giovanni XII volle usar con Ottone, niente dissimili da quelle che praticò Lione con Carlo M. Egli incontrato da Giovanni entrò nella chiesa del Vaticano, ove essendo pronto ed apparecchiato tutto ciò che a sì augusta cerimonia richiedevasi, fu dall'Arcivescovo Valperto presentato al Pontefice, il quale tosto lo unse, e finalmente gli pose il diadema imperiale, gridando intanto tutto il Popolo ivi accorso felicità e vittoria ad Ottone Augusto Imperador Romano[8]: da poi avendo egli solennemente giurato difender l'Italia contro i sforzi di Berengario, e di chi avesse tentato perturbarla, in Pavia fece ritorno. Carlo Sigonio narra, che Ottone fece ancora restituire al Papa alcune terre della Chiesa, che nelle precedenti rivoluzioni d'Italia gli erano state occupate; rapportando appresso, che Ottone III confermò le donazioni, che da Carlo M. e da Lodovico Pio erano state fatte alla Chiesa di Roma; onde mal fa il Chioccarelli[9], attribuendo questo privilegio di confermazione ad Ottone I non al III, come fece il Sigonio.
Ecco ciò che si dice traslazione d'Imperio dagl'Italiani a' Germani, della quale pure i romani Pontefici vogliono esserne riputati autori, non altrimenti che lo pretesero di quella nella persona di Carlo M.[10]. Così l'Imperio d'Occidente essendo prima passato da' Franzesi negl'Italiani, fu poi trasportato negli Alemani in persona d'Ottone, che l'ebbe per li diritti della sua conquista e per l'elezion libera de' Popoli oppressi, i quali non potevano trovare allora altro protettore, che lui per liberarsi dalla tirannia di Berengario. Comunemente da' nostri Scrittori[11] Ottone vien chiamato il primo Imperadore tedesco, ancorchè prima di lui fosse stato, come s'è detto, Arnolfo; perchè dicono, che da Lione VIII, R. P. nell'anno 974, col consenso di tutti i Romani fu l'Imperio aggiudicato ad Ottone ed a tutti i suoi successori in perpetuo, e fu l'Imperio romano con indissolubil nodo unito col Regno germanico[12], ciò che non può dirsi d'Arnolfo, il quale in quella rivoluzione di cose in mezzo a tante fazioni fu più per istudio delle parti, che per libera ed universale acclamazione eletto Imperadore.
CAPITOLO I. Ottone riordina il Regno d'Italia: sue spedizioni contra i Greci; ed innalzamento del contado di Capua in Principato.
Stabilito Ottone nel regno d'Italia, furono rivolti tutti i suoi pensieri a riordinarlo con migliori leggi ed istituti, non altrimente che fece Carlo M. proccurò, calcando le sue pedate, ristabilirlo dopo tante rivoluzioni in miglior forma: molte leggi di lui perciò si leggono, e Goldasto[13] ne inserì molte ne' suoi volumi, per le quali non meno il Regno germanico, che l'Italico fu riordinato. Non è però, come per l'autorità del Sigonio credette l'Abate della Noce[14], che Ottone avesse più distintamente di quello che fece Carlo M. stabilite leggi sopra i Feudi; poichè il primo facitor di leggi feudali fu Corrado il Salico, come diremo. Ma sopra queste nostre province assai maggiore autorità acquistossi Ottone, che Carlo M. istesso, e la sovranità, che vi esercitò fu di colui assai maggiore. Non erano i nostri Principi longobardi, come il Principe di Benevento, quello di Salerno ed il conte di Capua, in istato di opporsi alla sua dominazione, siccome fecero Arechi e Grimoaldo Principi di Benevento con Carlo M. e Pipino suo figliuolo; anzi dichiararonsi di lui ligi e feudatarj, sottoponendo a lui i loro Stati, e riconoscendolo Re d'Italia con quella medesima sovranità, che i loro maggiori riconobbero gli antichi Re longobardi; e ciascuno di loro a gara mostravasi tutto a lui ossequioso e riverente, per acquistarsi la sua grazia e protezione.
Reggeva in questi tempi, come s'è detto, il principato di Benevento ed il Contado di Capua Pandulfo Capo di ferro insieme con Landulfo III, suo fratello, il quale tosto, che seppe che Ottone s'incamminava verso Capua per assicurarsi maggiormente della fedeltà di questi Principi, e di Gisulfo precisamente (il quale se bene, al creder dell'Anonimo, era suo cognato, dava però di se qualche sospetto di dipendere da' Greci, da' quali avea ricevuto l'onore del Patriziato) e che seco conduceva Adelaide sua moglie, uscì loro incontro con grande apparecchio, ed in Capua ove avea sua residenza condottigli, furono da questo Principe splendidamente e con sommo onore trattati[15]. Quivi, correndo l'anno 963, fermandosi, spedirono una Legazione in Salerno al Principe Gisulfo, invitandolo con molti doni di venire in Capua a riveder sua sorella. Gisulfo ancorchè dubbioso sospettasse di qualche sinistro incontro, finalmente accompagnato da' suoi verso quella città incamminossi, ed incontrato da Pandulfo e Landulfo lo presentarono all'Imperador Ottone, il quale con molta allegrezza surto dal Trono scese ad incontrarlo, ed abbracciatisi, si baciarono con molti segni d'allegrezza. L'Imperadrice Adelaide (se dee prestarsi fede all'Anonimo) veduto suo fratello corse ad abbracciarlo, e strettasi al suo collo baciollo più volte, rimproverandogli come senza lor invito non era venuto tosto a riveder sua sorella: Gisulfo dopo abbracciamenti sì cari di sua sorella e di suo cognato con grande sua allegrezza e di tutti i suoi ritornossene in Salerno.
Allora fu, che Pandulfo Capo di ferro entrato in somma grazia d'Ottone ottenne per imperial autorità, che il Contado di Capua fosse innalzato ad esser Principato, e ad esser egli nomato Principe di Capua, siccome da poi furono gli altri, che a lui succedettero in Capua, e da questo tempo, non da Atenulfo I, cominciarono i Principi di Capua, come dimostra il nostro Pellegrino. Al quale onore successe da poi che Capua nell'anno 988 fosse stata parimente innalzata ad esser metropoli, e che Giovanni fratello di Landulfo da Vescovo ch'era di questa città, fosse stato sublimato in Arcivescovo da Gio. XIII, come diremo più diffusamente quando della politia ecclesiastica di questo secolo farem parola.
Così i nostri Principi riconobbero per lor Sovrano Ottone Imperadore come Re d'Italia, il quale per quest'istesse ragioni intraprese di scacciare dalla Puglia e dalla Calabria i Greci, che possedevano queste province, e di ridurre anche il Ducato napoletano sotto la sua dominazione.
Era in quest'anno 964 succeduto nell'Imperio di Oriente Niceforo Foca, il quale mal sofferendo che Ottone avesse in Italia acquistata tanta autorità, e che pensasse discacciar i Greci dalla Puglia e dalla Calabria, aveva munite queste province con forti presidj. Erano governate le città delle medesime da Straticò, magistrato, che lungamente durovvi sino a' Catapani; ed in Bari città metropoli della Puglia avea unito il maggior nerbo delle sue forze; nè meno poteva soffrire, che non si dasse a lui altro, che il titolo d'Imperador de' Greci, e che all'incontro Ottone prendesse quello d'Imperador de' Romani.
Ma Luitprando Vescovo di Cremona suo intimo familiare consigliò ad Ottone, che prima di sperimentar le armi contro Niceforo, volesse tentare, se per mezzo d'una stretta parentela potesse da lui ottener ciò che sarebbe stato incerto di ottenere per mezzo d'una dubbia e crudel guerra; a questo effetto riputò mezzo assai pronto ed efficace, se Niceforo volesse dare in moglie la Principessa Anna, ovvero Teofania ad Ottone suo figliuolo, e per titolo di dote gli concedesse le due province Puglia e la Calabria. Era questa Principessa figliuola dell'Imperador romano Argiro e dell'Imperadrice Teofania, la quale per un esecrabile parricidio avea avvelenato Argiro, affinch'ella potesse sposarsi Niceforo. Allora fu, che Ottone spedì in Costantinopoli una magnifica Legazione a Niceforo, mandandovi per Ambasciadore il famoso Luitprando Vescovo di Cremona a dimandarla: quegli che si rendè celebre al mondo non meno per questa legazione, che per le molte sue opere, che ci ha lasciate.
Riuscì però inutile l'ambasceria di Luitprando presso Niceforo, il quale mal potendo ancora celare col medesimo l'astio, che covava internamente contro Ottone, lo trattò indegnamente, e dopo averlo fatto trattenere inutilmente quattro mesi in Costantinopoli, ne lo rimandò senza conchiusione alcuna.
Intanto Ottone lusingato, che dovrebbero aver effetto i suoi disegni, avea a se richiamato Ottone suo figliuolo, il quale fermatosi col padre in Roma, fu associato in quest'anno 968 all'Imperio e dal Pontefice era stato unto ed incoronato colla Corona imperiale. E Niceforo in quest'istesso tempo, per ingannar maggiormente Ottone, e perchè potesse riuscirgli il disegno, prima che ne rimandasse Luitprando, gli mandò Ambasciadori offerendogli la sua parentela, che avrebbe mandata la Principessa Teofania in Calabria; e che perciò mandasse egli all'incontro gente quanto più tosto potesse in Calabria per riceverla.
Ottone, a cui non era nota a bastanza la fede greca, il credè, e ne scrisse anche a' Duchi di Sassonia, dando loro speranza, che in breve avrebbe ricuperata la Puglia e la Calabria, e riportato in Germania Ottone suo figliuolo già casato, e mandò tosto gente in Calabria per questo fine; ma giunti a pena, furono improvisamente colti per un'imboscata, che Niceforo fece lor preparare, ove molti restarono morti e gli altri presi, furono in Costantinopoli fatti portar prigionieri.
Allora Ottone detestando i Greci, fieramente sdegnato invase i confini della Calabria depredandola e ponendo sossopra tutta quella provincia. In questa congiuntura s'unirono con lui i nostri Principi longobardi, i quali come suoi Feudatarj erano obbligati seguirlo in Guerra; e Pandulfo Capo di ferro si portò anche in Calabria contro i Greci e contro i Saraceni, i quali erano stati da' Greci chiamati in lor ajuto: e Gisulfo Principe di Salerno, ancorchè di sospetta fede per l'aderenza, che teneva co' Greci, mostrò nondimeno in quest'occasione (essendosi poco prima rimesso sotto la protezione e clientela d'Ottone) di volerlo soccorrere in quest'impresa.
Fu pertanto ostinatamente combattuto co' Greci e Saraceni; e mentre Pandulfo con Ottone era in Calabria, gli venne l'avviso, che il Principe Landulfo suo germano era morto. Aveva costui tenuto il principato di Benevento anni otto; e se bene di se avesse lasciato Pandulfo suo figliuolo, nulladimanco Pandulfo tosto che seppe la di lui morte, lasciando l'Imperadore in Calabria, si portò in Benevento ed avendo escluso suo nipote, sublimò il Principe Landulfo suo figliuolo, che perciò Landulfo IV fu detto[16].
Indi, essendosene Ottone ritornato in Ravenna, ottenne dal medesimo nell'anno 969, molti ajuti per invadere la Puglia, siccome con gli ajuti ricevuti da Ottone, e con alquanti giovani beneventani e capuani, l'invase, e presso Bovino col suo esercito accampossi. Ma i Greci usciti furiosamente dalla città, gli combatterono, e dopo una dubbia pugna, finalmente restò Pandulfo vinto e fatto prigione da' Greci. Erano questi sotto il comando d'Eugenio Patrizio, ch'era lo Straticò, il quale tosto lo fece condurre prigioniero in Costantinopoli. Intanto Gisulfo Principe di Salerno erasi avviato per soccorrere Pandulfo; ma tardi giungendo o fosse stato per impedimenti avuti o pure artificiosa malizia di moversi intempestivamente, tosto ritornossene in Salerno.
I Greci spinti dal furor della vittoria invasero i confini di Benevento, prendono Avellino e verso Capua s'inoltrano: e depredando tutto il paese, cingono la città istessa, e per quaranta giorni la tennero strettamente assediata.
Allora i Napoletani vedendo la fortuna de' Greci andar molto prospera s'unirono presso Capua con Eugenio Patrizio. Presedeva in questi tempi per Duca in Napoli Marino, la notizia del quale noi la dobbiamo all'Anonimo Salernitano, poichè presso gli altri Scrittori niuna memoria abbiamo, dopo Giovanni, de' Duchi di Napoli, che fiorirono in questi tempi; e quella carta rapportata dal Summonte e creduta per vera dal novello Istorico Giannettasio traduttor del Summonte, dove si fa menzione di Oligamo Stella Duca, che 'l Giannettasio lo fa successore di Giovanni e di Ginello Capece, Baldassare Giovanne e Sarro Brancaccio Consoli, fu grossamente supposta, così perchè in questi tempi l'uso de' cognomi non erasi ancora ripigliato; come perchè il Capaccio[17] ed altri testificano quella carta non essersi mai trovata fra le scritture delle Monache di S. Sebastiano, ove fu finto conservarsi. Tanto che il nostro Pellegrino[18] dice assai bene, che non è da sperare una interrotta serie de' Duchi di Napoli, come d'Amalfi: nel che nè meno ci possono giovare alcune antiche carte date in Napoli, non esprimendo altro che i nomi ed i tempi de' greci Imperadori, alla dominazione de' quali era questo Ducato sottoposto.
Marino co' suoi Napoletani presso Capua accampossi, nè si impiegò ad altro, che a devastare il paese d'intorno con incendj e rapine; Eugenio vedendo che inutilmente si raggiravano intorno Capua, e temendo d'Ottone, di cui erasi sparsa voce, che con esercito numerosissimo di Alemanni, Sassoni e Spoletini verso Capua s'incamminava per soccorrerla, perchè non fossero colti in mezzo, pensò d'abbandonar l'assedio ed in Salerno ritirossi, accolto da Gisulfo, che lo trattò, sin che ivi si trattenne, con molta splendidezza, avverando per questo fatto il concetto, che di lui aveasi di non essersi mai distaccato da' Greci, e che simulatamente mostrasse aderire alle parti d'Ottone, e che perciò così tardi mandasse il soccorso a Pandulfo. Eugenio dopo essersi trattenuto in Salerno alquanti giorni fece ritorno in Puglia[19]: nè passarono molti giorni che sopraggiunse in Capua l'esercito numerosissimo d'Ottone, e non trovati ivi i Greci, si mise a porre sossopra, ed a devastare tutto il territorio dei Napoletani, ed unito co' Capuani cinse di stretto assedio la città di Napoli. Ma non potendo espugnarla, ritornarono in dietro, e sopra Avellino, che era in poter de' Greci, a' quali poco prima s'era reso, s'accamparono, nè si travagliò molto, che tosto fu dai Beneventani ricuperata, indi in Benevento se ne tornarono, con proposito di passar in Puglia per discacciarne da questa provincia i Greci, ove tenevano raccolte tutte le loro forze, e che in Bari s'erano con numerosi presidj fortificati.
Non è da tralasciarsi in questo luogo, ciò che trattando della politia ecclesiastica in appresso più diffusamente diremo, che fermato l'esercito d'Ottone in Benevento in quest'anno 969, prima d'accingersi a sì dubbia impresa, e di muovere l'armi terrene, parve ad Ottone cominciare di là onde conviensi, cioè di ricorrere agli ajuti del Cielo. Era stato fin qui la Chiesa di Benevento governata da' Vescovi; ma ora Giovanni XIII, ciò che aveva fatto un anno prima di Capua, volle, a contemplazion d'Ottone e de' Principi Pandulfo e Landulfo, far il medesimo di Benevento; l'innalzò perciò a metropoli, e per suffraganee le assegnò molte Chiese, ed il primo Arcivescovo, che vi constituì in quest'anno 969, fu Landulfo, a cui concedette l'uso del Pallio, e confermogli le Chiese sipontina e garganica. Mentre adunque l'esercito d'Ottone accingevasi a quest'impresa, Landulfo Arcivescovo con sacra cerimonia celebrò solennemente la messa, che fu da tutti intesa, e dopo questo furono dal medesimo Arcivescovo comunicati del Corpo e del Sangue del Signor Nostro Gesù Cristo: indi ricevuta la benedizione dallo stesso Prelato, s'avviarono con grande allegrezza verso la Puglia[20]. Ove è da notare che in questi tempi era ancora ritenuta in queste nostre parti ed in Italia la Comunione sotto l'una e l'altra specie, ed ammettevansi tutti alla participazione così del Corpo, come del Sangue, nè presso noi, se non in tempi più bassi, fu quella tolta.
L'esercito d'Ottone, che si componeva di Beneventani, Alemanni, Sassoni e Spoletini, giunto in Ascoli fu incontrato da Abdila Patrizio, che con buon numero di Greci pretese attaccarlo, poichè Eugenio per la sua estrema crudeltà era stato da' suoi preso e mandato in Costantinopoli prigione. Fu combattuto ferocemente presso Ascoli, e finalmente furono i Greci vinti e, fatto un gran bottino, se ne ritornarono i Beneventani trionfanti in Avellino[21].
Intanto Ottone indrizzò le sue genti verso Napoli, le quali nel contorno depredaron tutto il bestiame, e mentre Ottone se ne ritornava, fu tutta dolente ad incontrarlo Aloara moglie del Principe Pandulfo, con un suo figliuolo, pregandolo della liberazione di suo marito, che in Costantinopoli era da Niceforo crudelmente trattato in oscura prigione[22]. Ottone tosto ritornò in Puglia, nella quale diede guasti grandissimi, cinse di stretto assedio Bovino, e molti luoghi d'intorno fece brugiare; ma mentre queste cose succedevano in Puglia, Niceforo in quest'anno 970, fu di morte violenta tolto al Mondo; poichè Teofania sua moglie insieme con Giovanni Zimisce crudelmente lo fecero ammazzare, ed in questo istesso anno Giovanni fu eletto Imperadore d'Oriente. Giovanni rivocando ciò che il suo predecessore aveva fatto, tosto sprigionò Pandulfo, l'assolvè e lo mandò in Puglia, raccomandandolo anche ad Ottone, che nei suoi Stati lo riponesse. Zimisce volle aver amicizia con Ottone, e (ciò che avevagli negato Niceforo) gli mandò Teofania, perchè si sposasse con Ottone suo figliuolo, la quale fu condotta in Roma, ove con molta splendidezza fu da Ottone sposata, ed Augusta proclamata[23]. Giunto Pandulfo in Bari, fu tosto chiamato da Ottone: Abdila glielo mandò assai onorificamente, e ricevuto da Ottone fu restituito ne' suoi Stati e nella pristina dignità: laonde Pandulfo per gratificare Giovanni della libertà donatagli, tanto si adoperò con Ottone che gli fece abbandonar l'impresa: onde fatta la pace, Ottone si ritenne d'invadere la Puglia e la Calabria, e queste province perciò non furon mai da Ottone conquistate, come si diedero a credere molti Scrittori contro ciò che narra l'Anonimo, scrittore contemporaneo. Partì Ottone, ed in Francia fece ritorno, nè più potè rivedere queste nostre regioni; poichè sopraggiunto poco da poi dalla morte, nell'anno 973, finì i giorni suoi, ed acquistatosi per le cose maravigliose adoperate il soprannome di Magno, meritò esser comparato a Carlo il Grande.
CAPITOLO II. Ottone II succede al padre; disordini nel Principato di Salerno, nel quale finalmente vi succede Pandulfo.
Essendo morto in quest'anno Ottone il Grande, Ottone II suo figliuolo, che vivente il padre era stato associato all'imperio, cominciò a regger solo il Regno d'Italia, e ad esercitare quivi tutta quella sovranità, che suo padre aveasi acquistata, la quale sopra queste nostre province assai più accrebbesi per la discordia de' nostri Principi longobardi; poichè mentre Pandulfo Capo di ferro restituito in Capua sua sede, insieme con Landulfo IV suo figliuolo, che sedeva in Benevento, reggevano questi due Principati, accaddero in Salerno sì strane revoluzioni e sconvolgimenti, che posero sossopra tutto quel Principato. Origine di tanti mali fu la soverchia fidanza, ch'ebbe Gisulfo con suoi congiunti, i quali da esuli ch'erano, avendo voluto richiamargli ed ingrandirgli, portarono con inaudita ingratitudine la ruina del suo Stato.
Atenulfo II quegli, che, come si disse, discacciato da Capua erasi ricovrato in Salerno sotto Guaimaro II suo genero, lasciò più figliuoli, ch'esuli insieme col padre lungo tempo eran andati raminghi. Uno d'essi Landulfo chiamato, si ricovrò prima col padre in Salerno, da poi andossene ad abitare in Napoli; ma da poi ad intercessione di Gaidelgrima sua sorella, moglie che fu di Guaimaro II, e madre di Gisulfo I. fu da questo Principe ch'era suo nipote, per non disgustarsi sua madre richiamato in Salerno; e Gisulfo oltre averlo affettuosamente accolto diedegli anche il Contado di Consa; ma perch'era un uomo assai crudele ed insoffribile, i Consani non potendolo più soffrire, lo discacciarono da Consa, nè Gisulfo potè tollerarlo guari in Salerno, onde discacciato bisognò che di nuovo in Napoli facesse ritorno con la sua casa: avea procreati Landulfo quattro figliuoli, Guaimaro, Indolfo, Landulfo e Landenulfo.
Accadde, che mentre Landulfo con questi suoi figliuoli erano in Napoli, Gisulfo s'ammalasse, onde Gaidelgrima sua madre, toltolo a tempo cominciò tutta dolente e lagrimosa a piangere, di che Gisulfo accortosi, dimandò, che s'avesse: ella rispose immantinente; piango, perchè avendo perduto mio marito, ora veggo te infermo: nè ho chi in tanta amaritudine possa consolarmi, poichè anche il mio fratello è da me lontano: che dunque, rispose Gisulfo, avrò da fare? che si richiami, replicò ella, con tutta la sua famiglia. Gisulfo vinto dalle lagrime di sua madre, che si richiami le rispose: e risanato da quella infermità, fu Landulfo tosto richiamato in Salerno, e portò seco tre suoi figliuoli, lasciando in Napoli Landulfo uomo d'ingegno astuto e pieno d'inganni.
Fu accolto Landulfo dal Principe con molti segni di stima, di molti poderi l'arricchì, e restituigli ancora il Contado di Consa; e niente prevedendo di ciò che poteva accadergli, l'innalzò tanto, che narra l'anonimo Salernitano[24] suo contemporaneo, che lo costituì dopo lui nel primo grado in Salerno. Co' suoi figliuoli fu ancora liberalissimo, a Guaimaro diede il Contado di Marsico nel Principato di Salerno, concedendogli quasi tutte le ragioni ed emolumenti del suo fisco. Ad Indolfo donò il Contado di Sarno. A Landenulfo il Contado di Lauro, pure nel Principato di Salerno; ed essendosene costui poco da poi morto nell'anno 971 fu richiamato da Napoli Landulfo, al quale Gisulfo concedè il Contado stesso di Lauro, non senza indignazione de' Salernitani e de' Nobili di quella città, che vedevano con tanta imprudenza di Gisulfo sublimati questi Principi.
Landulfo padre, entrato in tanta grandezza, tosto cominciò a pensar modi, come potesse invadere il Principato di Salerno: egli vedutosi con tante forze si proccurò ancora il favore de' Duchi d'Amalfi e di Napoli, perchè l'assistessero a quest'impresa ed ajutato da quelle de' suoi figliuoli, e da Landulfo precisamente uomo accorto ed astuto, avendo con alquanti congiurato il modo, una notte, avendo corrotti i custodi, ebbe modo d'entrare nel Palazzo del Principe: ivi avendo preso l'infelice Gisulfo insieme con l'infelice Principessa Gemma sua moglie, figliuola d'Alfano ed agnata di Lamberto Duca di Spoleto, furono imprigionati, e dando a sentire agli altri essere stati ammazzati, fu la città posta sossopra. I Salernitani credutigli morti si posero in somma costernazione, nè sapendo che si fare in tanta revoluzione, furono costretti di giurare per Principe Landulfo lor tiranno, il quale temendo non si scoprisse esser vivi Gisulfo e la Principessa Gemma, tosto gli fece levare da Salerno ed in Amalfi gli fece condurre; indi, discacciati che gli ebbe, assunse anche per collega al Principato Landulfo suo figliuolo in quest'istesso anno 972 ovvero 973.
Presedeva in questi tempi per Duca in Amalfi Mansone Patrizio, ed in Napoli, come si disse, Marino Patrizio. Questi intesi della congiura, subito che udirono essere stato Gisulfo da Salerno scacciato, vennero in Salerno con alquante truppe per soccorrere Landulfo, e stabilmente fermarlo nel Principato[25]. Non si vide maggiore ingratitudine di quella che usò Marino Duca di Napoli in quest'incontri, il quale dimenticatosi tosto de' beneficj ricevuti da Gisulfo, dimenticatosi ancora de' tanti giuramenti fatti di soccorrerlo, ora s'unisce col tiranno per discacciarlo dalla sede.
Ma furono questi disegni ed iniqui consigli dissipati ben tosto; poichè ricredutisi i Salernitani, che Gisulfo e la Principessa Gemma non eran morti, ma vivi erano in Amalfi, tosto cominciarono a tumultuare e a fremere contro essi medesimi di tanta credulità e de' passi che avean dati. S'aggiunse ancora, che Indolfo, che aveva veduto assunto per collega al Principato Landulfo suo fratello, e di lui niun conto tenersi, contro ciò che il padre con più sacramenti gli avea promesso, cominciò ad aspirare al Principato, sollecitando perciò Marino Duca di Napoli, che l'ajutasse in quest'impresa: fu perciò, per sedare in parte i tumulti, risoluto di prendere Indolfo e mandarlo in Amalfi, siccome preso che fu, nascostamente fu mandato in quella città: e tolto l'oppositore, i Salernitani furono costretti a giurare a Landulfo il Giovane, Principe assai crudele e scaltro. Ma con pernizioso consiglio richiamato non molto da poi Indolfo in Salerno, questi dissimulando il torto, cominciò a rendersi i Salernitani benevoli, co' quali profusamente trattava, e ridotti al suo partito i più principali e' congiunti del Principe Gisulfo, cominciò ad insinuar loro, che discacciati i tiranni si dessero a Pandulfo Capo di ferro, il quale saprebbe colle sue forze restituirgli Gisulfo, ed intanto proccurassero fortificarsi ne' Castelli, affinchè alla venuta di Pandulfo potessero tosto portargli ajuto e soccorso. In fatti molti Proceri salernitani, e fra gli altri gl'istessi Riso e Romoalt, due celebri personaggi, pentitisi di quanto aveano cooperato nella congiura, si portarono in Amalfi avanti i Principi discacciati, ed ivi con molti giuramenti e pianti dolutisi del torto, che si era a loro fatto, promisero fare ogni sforzo di ritornargli nella pristina dignità.
Il Principe Pandulfo invitato da' congiunti del Principe Gisulfo e da' Salernitani, i quali in varj castelli s'erano fortificati per ricever il suo ajuto, compassionando il caso di quell'infelice Principe, che era suo consobrino, prese con incredibile allegrezza l'impegno di restituire Gisulfo in Salerno; ed avendo unito alquante sue truppe s'incamminò verso Salerno. Fu incontrato da Indolfo, che gli cercò per se il Contado di Consa; ma Pandulfo dichiarandosi che non poteva ciò fare; questi pien di mestizia pensò tornare in Salerno, ove fu preso da' suoi stessi ed a Landulfo consignato. Intanto Capo di ferro unitosi co' Salernitani, che stavano ne' castelli, espugnò tutti i luoghi del Principato di Salerno, depredando il paese intorno, ei cinse Salerno di stretto assedio. I Landulfi padre e figliuolo gli fecero molta resistenza, e non fidandosi de' Salernitani valevansi di Mansone Patrizio, che tenevan presso di loro nel Palazzo co' suoi Amalfitani, ai quali diede la custodia delle torri che circondavano la città; ma non poteron lungo tempo resistere alle forze di Pandulfo, il quale finalmente nell'anno 974 l'espugnò, e discacciati i tiranni, non per se occupolla, ma in quest'istesso anno la restituì al legittimo Principe. Gisulfo e Gemma, o perchè così fra di loro fossero convenuti o pure per gratitudine di tanti beneficj, non tenendo figliuoli, adottaronsi per loro figliuolo Pandulfo figliuolo di Pandulfo, che vollero anche istituirlo Principe di Salerno, e Gisulfo volle averlo per Compagno nel Principato insin che visse, cioè sin all'an. 978[26]. Ed egli morto in quest'anno, restando Pandulfo successore in Salerno, volle anche Pandulfo suo padre assumere il titolo di Principe insieme col figliuolo, onde si fece, che nella persona di Pandulfo Capo di ferro s'unissero tre titoli, e fosse detto Principe insieme di Capua, di Benevento, e di Salerno. Quindi l'Anonimo Salernitano, che in questi tempi vivea, e che fin qui continuò la sua istoria, che a questo Principe dedicolla, in un carme che compose in lode del medesimo, lo chiamò Principe di queste tre città dicendogli:
Tempore praeterito Tellus divisa maligno
Unitur tuo ecce, tuente Deo[27].
Siccome il valore e prudenza di Atenulfo I potè far argine alla ruina de' Longobardi, la quale per le tante rivoluzioni e disordini di queste province, era imminente; così ora la potenza di Pandulfo Capo di ferro trattenne alquanto il corso della loro caduta; ma s'avrebbe potuto sperare dal valore di questo Principe qualche buon frutto, se non avesse già poste profonde radici quella pessima usanza de' Longobardi di partir ugualmente i loro Stati tra' loro figliuoli, i quali se bene presentemente si vedevano ne' titoli uniti in una sola persona, non è però, che Capo di ferro non avesse aggiudicato il Principato di Benevento a Landulfo IV, suo figliuolo, e quello di Salerno a Pandulfo altro suo figliuolo. Tutti i Principi longobardi della razza di Landulfo I Conte di Capua, que' di Benevento ancora e gli altri di Salerno, ebbero costume di provvedere tutti i loro figliuoli di proprj Feudi; e se bene nel principio gli amministravano indivisi, ancorchè ciascuno riconoscesse la sua parte, e sotto le medesime leggi; nulladimanco la condizione umana dovea portare per conseguenza la discordia fra di loro, onde poi divisi in fazioni diedesi agli esterni pronta occasione d'occupargli. Le massime della politica s'apprendevano allora dalla Scrittura Santa, non avendo per la barbarie de' tempi altri libri donde fossero meglio istrutti: essi leggendo quivi l'ammonizione di Davide, dicente, non esservi cosa più gioconda, che habitare fratres in unum, si regolavano da questo detto: ma non vedevano che ciò era ben da desiderare, e conseguito da tenersi caro; ma per la condizione umana era difficile a porsi in pratica; e potevano dalla medesima scrittura apprendere, che ogni regno diviso, per se stesso sì dissolverebbe. Comunque siasi non gli dava il cuore che al primogenito si dasse tutto, per ciò fattosi luogo alla successione, la città principale era ritenuta dal primogenito, e gli altri fratelli erano investiti di Contadi ed altri Feudi, de' quali per essere i possessori della stessa razza, da dependenti Signori, che ne erano, se ne rendevano assoluti. Così abbiam veduto di Radelchiso Principe di Benevento, il quale avendo da Caretruda generati dodici figliuoli, oltre Radalgario, che gli succedette, gli altri furono tutti Conti. Lo stesso accadde del Principato di Salerno, il quale, come si è detto, diviso da Gisulfo, con indignazione de' Salernitani, in tanti Contadi tra i figliuoli di Landulfo, fu veduto possedersi da tanti, oltre i Proceri salernitani, i quali ne' loro castelli viveano ben fortificati con assoluto ed independente arbitrio.
Ma sopra tutto il Principato di Capua patì questa deformazione; poichè dalla razza d'Atenulfo, come dal cavallo trojano ne uscirono tanti Conti e Signori, che riempierono non meno Capua, che Benevento di Contadi e Signorie. Del sangue di questo Principe uscirono i Conti di Venafro, di Sessa, d'Isernia, di Marsico, di Sarno, di Aquino, di Cajazza, di Teano e tanti altri. Li quali se bene, come si è altre volte detto, nel principio fossero stati conceduti in Feudo, nulladimanco poi ciò che era loro stato dato in amministrazione passò in signoria; ed insino a questi tempi la cosa era comportabile, perchè la concessione per la morte o fellonia del Conte, restava estinta, nè il Contado passava all'erede; ma in questi tempi indifferentemente praticavasi, per la ragione altrove rapportata, che passasse a' figliuoli ed eredi, concedendosi l'investiture pro se et haeredibus, siccome tra gli antichi monumenti si legge investitura fatta nell'anno 964 in Capua da Pandulfo Capo di ferro, e da Landulfo suo figliuolo della città d'Isernia colle sue pertinenze a Landulfo e suoi eredi[28].
Così concedendosi tanti Contadi e Feudi, non solo vennero a multiplicarsi e poi dividersi in tante parti, ma investendone quelli del medesimo loro sangue, si invogliavano ad aspirare alla signoria independente, e posero con ciò in iscompiglio e disordine gli Stati, che per ultimo restarono preda d'altre nazioni.
§. I. Cognomi di famiglie restituiti presso di noi, che per lungo tempo erano andati in disuso.
Dal numero di tanti Feudi e Contadi posseduti da varie famiglie, sursero i cognomi per disegnarle; poichè i Longobardi non avendo cognomi per denotare le particolari famiglie, dalle città e terre che possedevano ed ove aveano fermata residenza, presero i cognomi; e cominciossi tratto tratto in queste nostre parti a restituire il costume degli antichi Romani; i quali cognomi se bene in questi tempi degli ultimi nostri Principi longobardi si cominciassero a restituire, succeduti da poi i Normanni, questi furono che gli accrebbero in immenso, onde si restituirono in tutti i cognomi, che diedero da poi distinzione alle famiglie.
I Romani, che non conobbero Feudi trassero i cognomi altronde, non da' luoghi che forse avessero i loro maggiori posseduti. Ma come che presso i medesimi la pastorizia e l'agricoltura era avuta in molta riputazione, moltissime famiglie trassero il cognome dalle cose rusticane a queste appartenenti: quindi i Latuzj, i Melj, gli Frondisj, i Fabj, i Pisoni, i Lentuli ed i Ciceroni; e dalla pastorizia, i Bubulci, i Bupecj, Juvenci, i Porzj, Scrofe, Pilumni, Juni, Satirj, Tauri, Vituli, Vitellj, Suilli, Capriani, Ovini, Caprillj, Equini ed altri, de' quali fece lungo Catalogo il Tiraquello[29].
Anche presso i medesimi sortirono le famiglie il cognome dalla natura, che ora propizia, ora inimica deformò loro il corpo o l'animo d'alcun vizio, o l'arricchì di qualche speziale avvenenza, o di buon costume: così dalla larghezza de' piedi, surse il cognome de' Planci; dalla grassezza, quello de' Grassi; dagli capegli l'altro de' Cincinnati; da' nasuti, i Nasoni e tanti altri. Sovente da' costumi, come Metello Celere, dalla sua celerità; altronde dal caso, come Valerio Corvino; altrove dal luogo conquistato, come Scipione Affricano, e così degli altri[30].
Ma presso questi ultimi nostri Longobardi per la maggior parte i cognomi sursero dalle città e castelli, che i loro antenati possederono, e ne' quali essi trasferivano la loro abitazione, ed ivi dimoravano in tutto il tempo della loro vita. Così dal castello di Presensano surse il cognome di Presensano, la qual famiglia insieme col castello mancò in Capua dopo il tempo del Re Roberto. Così ancora presso Erchemperto[31], Marino in cognominato Amalfitano, perchè presideva in Amalfi, della quale città fu Duca; e presso il medesimo Autore[32], Landulfo fu appellato Suessulano, perchè presideva a Suessula; e da Lione Ostiense[33] Gregorio fu cognominato Napoletano, perchè fu Duca di Napoli; e il medesimo Autore[34] cognominò Landulfo di Santa Agata (del quale più innanzi parleremo) non per altro, perchè fu Conte di quella città. E poichè tutti questi Proceri da Capua, dalla prosapia d'Atenulfo discesero, perciò presso gli Scrittori di questi tempi furono anche detti Nobili capuani, onde surse il cognome della illustre Famiglia capuana, e furon detti per lungo tempo Nobili capuani tutti coloro che furono della razza de' Conti e Principi di Capua, ancorchè fossero divisi in più famiglie, come il dimostra con somma accuratezza il diligentissimo Pellegrino[35]: quindi si fece che alcuni ritenessero anche da poi il cognome di Capuani o di Capua; ed altri dai luoghi che possedevano, ancorchè dell'istesso genere, si cognominarono. Così la famiglia di Sesto surse dal castello di questo nome nel Contado di Venafro, che da' Conti di questo luogo e da Pandulfo, al quale fu dato il cognome di Sesto, uscì, della quale parla Pietro Diacono[36]; la qual famiglia sotto il Re Guglielmo II ancor si legge essersi mantenuta con sommo splendore, ed occupare i primi posti della milizia, come potrà osservarsi presso Luigi Lello[37].
E quelle tre famiglie di Franco, di Citello e di Roselle, siccome furono della gente longobarda, così ancora devono reputarsi esser surte dalla razza d'Atenulfo Principe, e da' luoghi posseduti da' loro antenati esser derivate, ben lo dimostra il Pellegrino; e molte altre famiglie longobarde, che trassero l'origine da questi Principi di Capua e da Atenulfo, anche discacciati i Longobardi, si mantennero in queste nostre parti sotto i Normanni, come più distintamente diremo innanzi, quando de' Popoli di questa Nazione ci tornerà occasione di trattare: tanto che ebbe a dire Lione Ostiense, che Atenulfo, ed i suoi descendenti per molte loro generazioni, tennero il Principato per cento settantasette anni in questi nostri contorni di Benevento e di Capua; poichè per molto tempo ne' Principati di Capua e di Benevento molti Baroni furono del sangue d'Atenulfo, che Signori di varj Feudi, stabiliron le loro particolari famiglie, dandosi a' loro congiunti l'investiture di molti Feudi, e sursero quindi in tutta l'Italia Cistiberina molti Conti e Baroni, ed altri Nobili; e l'istesso si fece nel Principato di Salerno. Parimente la famiglia Colimenta, donde pruova il Pellegrino esser surta la famiglia Barrile, non altronde, che dal castello Colimento, che ora diciamo Collemezzo, deriva; siccome il cognome della nobil famiglia Gaetana, da Gaeta; poichè da Lione[38] Ostiense Gaetani sono appellati coloro, che come Duchi tennero la città di Gaeta. Così ancora il cognome della illustre famiglia di Aquino, non altronde, che da' Conti di quella città è surto; siccome quelle de' Sangri, de' Sanseverini, degli Acquavivi e tante altre, dalle città, e terre da' loro maggiori possedute derivarono[39].
Anche presso questi ultimi nostri Longobardi sursero i cognomi, se bene più di rado, da' nomi de' loro progenitori: così la famiglia Atenulfo ebbe tal nome da Atenulfo, padre che fu di Pietro Cardinal di Santa Chiesa; e moltissime altre. Trassero eziandio i cognomi origine da' Magistrati ed Uffizj, così ecclesiastici, come secolari, e per qualche mestiere da' loro antenati esercitato: la famiglia Mastrogiudice quindi, al dir di Freccia[40], ebbe origine: siccome quella de' Doci, degli Alfieri, de' Conti, de' Ferrari, Cavalcanti, Filastoppa e tante altre. Da' costumi ancora e dalla propria indole; da' colori, dagli abiti, dalle barbe, dal mento; dalle piante, fiori, animali, e da tante altre occasioni ed avvenimenti che sono infiniti[41].
Ma egli è da avvertire, che questa usanza di tramandar i cognomi a' posteri, perchè meglio si distinguessero le famiglie, cominciò sì bene appo noi nel fine di questo X secolo, ma molto di rado; onde nei diplomi ed altre carte di questi tempi, assai di rado si leggono cognomi. Si frequentarono un poco più nel XI e XII secolo appo i Normanni; ma nel XIII e XIV furono talmente disseminati e stabiliti, che comunemente tutte le persone, ancorchè di basso lignaggio, si videro avere proprj cognomi, con tramandargli a' loro posteri e discendenti[42].
§. II. Spedizione infelice d'Ottone II contro a' Greci, e morte di Pandulfo Capo di ferro.
Il costume de' nostri ultimi Longobardi, in tante parti di dividere i loro Stati, cagionò finalmente la loro ruina, e diede pronta e spedita occasione a' Normanni di discacciarli da queste nostre province; perchè questi Baroni, ancor che riconoscessero le investiture dei loro Contadi da' Principi di Capua e di Benevento e di Salerno, nulladimanco essendo dell'istessa razza d'Atenulfo, e molti aspirando a' Principati stessi di Capua, di Benevento e di Salerno, donde alcuni n'erano stati discacciati; ancorchè, come si è detto, Pandulfo Capo di ferro col suo valore e felicità reggesse insieme con Landulfo IV e l'altro Pandulfo suoi figliuoli Capua, Benevento e Salerno; nulladimeno morto Capo di ferro in Capua l'anno 981[43] cominciarono di bel nuovo in queste province le rivoluzioni e' disordini. S'aggiunse ancora, che Pandulfo, il quale avea proccurato, che fra gl'Imperadori d'Oriente con quelli d'Occidente si mantenesse una stabile e ferma amicizia, appena mancato, si videro rotte tutte le corrispondenze, e rinovate l'antiche gare; poichè Ottone II che mal sofferiva la Puglia e la Calabria essere in mano dei Greci sotto gl'Imperadori Basilio e Costantino, che erano al Zimisce succeduti nel 977, disbrigatosi come potè meglio degli affari di là de' monti, armato, coll'Imperadrice Teofania calò in Italia in quest'anno 980[44].
Erasi, come si disse, già introdotto costume, che quando gl'Imperadori d'Occidente venivano in Italia, presso Roncaglia fermati, luogo non molto lontano da Piacenza, ivi solevano intimar le Diete, ove univansi i Duchi, Marchesi e Conti di molti luoghi d'Italia, i Magistrati delle città, ed anche l'Ordine ecclesiastico per trattar degli affari d'Italia più rilevanti: si esaminavano le querele de' sudditi contro i potenti: si davano l'investiture de' Feudi: si decoravano molti Baroni di titoli: si stabilivano molte leggi attenenti ancora allo Stato ecclesiastico, ed a' precedenti mali davasi qualche compenso. Ottone in quest'anno giunto in Piacenza assemblò la Dieta in Roncaglia, ove diede molti utili provvedimenti. Di questo Ottone sono quelle leggi, che abbiamo nel libro secondo delle leggi longobarde; e molte sotto il tit. qualiter quisq. se defendebeat[45], ove riprovandosi la prova per li giuramenti, si ritenne quella del duello, e moltissime altre sono state raccolte da Melchior Goldasto ne' suoi volumi[46].
Dato perciò qualche ristabilimento alle cose d'Italia, passossene Ottone in Roma, ove in un pranzo fece inumanamente trucidare molti Proceri a se sospetti d'infedeltà; indi col suo esercito nel seguente anno 981 venne in Benevento, dove fermossi per qualche tempo: fu anche in Napoli ricevuto da' Napoletani, i quali poco curandosi di violar la fedeltà dovuta agli Imperadori d'Oriente loro Sovrani, gli diedero anche soccorso; e mentre si tratteneva in queste nostre regioni proccurò ingrossare le sue truppe con quelle, che gli eran somministrate da Benevento, da Capua, da Salerno e da Napoli, per invadere la Puglia. Trattenendosi quivi volle conoscere dello spoglio, che Giovanni Abate di S. Vincenzo a Vulturno si doleva aver patito da Landulfo Conte d'Isernia, che avea occupati tre castelli di quel monastero: pronunziò a favor del monastero, e glie ne spedì diploma in Benevento in quest'anno 981 a' 10 di ottobre[47].
In quest'istesso anno, come si è detto, accadde in Capua la morte di Pandulfo Capo di ferro, ed avendo la casualità portato, che il Vesuvio in quest'istessi tempi, siccome suole, eruttasse fuoco e fiamme, nacque appresso il volgo quella credenza, che quando da quel monte davansi cotali segni, o era preceduta o dovea seguire la morte di qualche uom ricco e potente ed insieme scellerato, e che la di lui anima era da' demonj per quella voragine portata all'inferno, la qual credenza ebbe origine, siccome sempre accadde in questi casi, dalla visione d'un Solitario, al quale, come narra Pier Damiano, parve aver veduta l'anima di Pandulfo esser portata da' diavoli al fuoco pennace dell'inferno[48]. Infatti Capo di ferro fu il più ricco e potente in queste nostre province, di quell'età: egli non solo fu Principe di Capua, di Benevento e di Salerno, ma era ancora Marchese di Spoleto e di Camerino, possedendo perciò poco men, che la metà di Italia[49]; ed ancorchè di lui si leggessero molte opere di pietà, d'aver in sommo onore avuto il Pontefice Giovanni XIII, e d'aver di molti doni e privilegi arricchito il monastero Cassinense in quel tempo che visse, che al dir di Lione Ostiense[50] fu il più accettabile per li Monaci; nulladimanco la visione di quel Solitario fece perdere tutta la stima a quelli fatti, e fece credere di avergli operati non per animo sincero di pietà e di religione, ma per mondani rispetti: al che s'aggiungeva l'enorme discacciamento dal Principato di Benevento di Landulfo suo nipote.
Così ancora, essendo negli anni seguenti accaduta la morte di Giovanni Principe di Salerno, che fu avo dell'ultimo Guaimaro, il qual nell'anno 1052 da' suoi fu ucciso; vomitando in quel tempo il monte fiamme, Giovanni, che vivea in questa credenza, disse: Procul dubio sceleratus aliquis dives in proximo moriturus est, atque in infernum descensurus: il che fu poco da poi accomodato all'istesso Principe Giovanni, il quale la vegnente notte si trovò inopinatamente morto in braccio d'una sua putta[51]; onde maggiormente presso il volgo crebbe quella credenza, che ha durato lungamente sino a' tempi de' nostri avoli, e di credere ancora scioccamente, che il Vesuvio fosse una bocca dell'inferno.
Ma ritornando in via, morto Pandulfo, lasciò come si disse in Benevento Landulfo IV suo figliuolo, al quale in sua vita avea egli aggiudicato quel Principato, ed anche per pochi mesi dopo la morte del padre resse Capua. Lasciò Pandulfo un altro suo figliuolo, Principe in Salerno, quegli, il quale era stato adottato da Gisulfo, e che dopo la morte di suo padre per alcuni mesi resse questo Principato; ed insieme altri suoi figliuoli Atenulfo Conte e Marchese, Landenulfo, Gisulfo, che fu Conte di Tiano, e Laidolfo[52].
Ma la morte di questo Principe tosto dissipò quell'unione, che non potea lungamente durare; poichè Pandulfo II che fu da lui discacciato dal Principato di Benevento, subito che l'intese estinto, volle vendicarsi del torto ricevuto, e discaccionne dal Principato Landulfo IV, appropriandosi a se Benevento, che poi lo trasmise a' suoi posteri; e Landulfo poco da poi finì ancora i giorni suoi; imperocchè Ottone avendo indrizzato il suo esercito (ch'era composto oltre di molte Nazioni, anche di Beneventani, fra' quali volle anche accompagnarsi questo Landulfo con Atenulfo suo fratello) verso Taranto per debellare i Greci ed i Saraceni ch'erano stati chiamati da' Greci in lor ajuto, nella battaglia che nel seguente anno 982 si diede, fu l'esercito d'Ottone disfatto, ed uccisi fra gli altri Principi Landulfo ed Atenulfo, e l'istesso Ottone appena potè scampare[53].
Quindi accadde, che al Principato di Capua, morto Landulfo, fossero succeduti Landenulfo suo fratello, ed Aloara sua madre, e che Ottone, rifatto come potè meglio il suo esercito, ritornato in Capua, confermasse questo Principato di Capua ad Aloara e a Landenulfo, che lo ressero dal suddetto anno 982 insino all'anno 993, quando morta quattro mesi prima Aloara, fu nel mese di aprile Landenulfo da' suoi miseramente ucciso[54].
Fu così infelice questa spedizione d'Ottone contro i Greci, e così grande la rotta data al suo esercito, che fu costante opinione, che se i Greci avessero saputo servirsi della vittoria, avrebbero insino a Roma portate le loro armi. Ma in questo conflitto, siccome i Greci s'avvidero della poca fedeltà de' Napoletani e degli altri loro sudditi, così, e molto più, Ottone imputava la perdita a' Beneventani ed a' Romani[55], (appresso i quali era venuto in abbominazione per l'enorme uccisione fatta di molti Proceri in quel convito, onde appo d'essi acquistossi il cognome di Sanguinario) i quali nel meglio della battaglia l'avean abbandonato. Quindi si narra, che nel seguente anno 983 ritornato Ottone a Capua, e rifatto al meglio il suo esercito, sopra Benevento improvvisamente lo drizzasse, e dato in questa città un memorabil sacco, per recar a' Beneventani maggior dolore gl'involasse l'ossa di S. Bartolomeo, di cui eran tanto divoti, ed in Roma le facesse condurre per trasportarle da poi in Germania; ma prevenuto dalla morte in quest'anno accadutagli in Roma, non potè condurre a fine il suo disegno, onde rimase in quella città; oggi nella medesima s'adorano in un tempio nell'isola Licaonia del Tevere, resa oggi assai più celebre al Mondo per quest'ossa, che per ciò che del suo sorgimento ne scrisse Livio nella sua incomparabile Istoria.
I Beneventani non possono soffrire ciò che di questa traslazione narrano Ottone[56] Frisingense, Goffredo di Viterbo[57], Biondo[58] ed il Sigonio[59], ed altri più moderni. Essi per l'autorità di Roberto Tuitense[60] appresso il Baronio e dell'Ostiense[61], vogliono che verso l'anno 1000, Ottone III non il II, essendo dal Monte Gargano ritornato a Benevento, avesse cercato a' Beneventani il corpo del S. Appostolo, i quali non avendo ardire di negarglielo, fossero ricorsi alla fraude, e tenendo ancor essi con somma venerazione il corpo di S. Paolino Vescovo di Nola, in vece di quello, gli avessero dato questo di S. Paolino: di che poi accortosi Ottone, grandemente offeso di tal frode, fosse di nuovo da poi ritornato in Benevento, ed avendo tenuta assediata per ciò questa città più giorni, non avendo potuto espugnarla, fu d'uopo che in Roma se ne tornasse. Ma Martino Polono[62], secondando il genio de' Romani, che lo vogliono nel Tebro, narra sì bene, che Ottone III dal Gargano ritornasse in Benevento; ma che a' Beneventani non altro, che il corpo di S. Paolino cercasse, i quali senza usar fraude alcuna glielo diedero. Così insorta fra' Scrittori moderni acerba contesa sopra quest'ossa, tra' Romani e' Beneventani, vengon due corpi in diversi luoghi adorati d'un medesimo Santo; ed i Napoletani pure pretendono, che il capo di questo Appostolo non sia nè a Roma, nè a Benevento, ma in Napoli nel monastero delle Monache di Donna Regina per donazione fattagliene da Maria moglie di Carlo II d'Angiò figliuolo di Carlo I, il quale dopo avere sconfitto Manfredi, da' Beneventani l'ebbe; ed il nostro Istorico Giannettasio il tiene per cosa certa, con tutto che accenni la fiera contesa, che sopra ciò ancor arde fra' Romani e' Beneventani. Ed abbiamo veduto in questi ultimi nostri tempi miseramente affannarsi sopra questo soggetto molti Scrittori, a' quali, da poi che si saranno affaticati a dimostrare, che sia stato questo corpo trasferito in Roma, ovvero esser rimaso in Benevento, molto più loro resta da travagliare per render verisimile, come fino dall'India, siccome narra Sigeberto, si fosse trasportato in Lipari. Ma tutte queste dispute, non essendo del nostro istituto, volentieri le lasciamo ad essi, a cui ben stanno.
CAPITOLO III. I Greci riacquistano maggior vigore nella Puglia e nella Calabria; ed innalzamento del Ducato di Bari, sede ora de' Catapani.
I Greci, che sotto gl'Imperadori Basilio e Costantino aveano contro Ottone II riportata così insigne vittoria, si ristabilirono più fermamente nella Puglia e nella Calabria; e reggendo queste province con molto vigore, distesero i confini di quelle sopra i Principati di Benevento e di Salerno, pretendendo ancora sopra i Principi longobardi esercitar sovranità. Ma avvertiti per le cose precedute dell'infedeltà de' loro sudditi, per tenergli a freno, pensarono a ben presidiarle. Temevano ancora, che i Germani sotto Ottone non tornassero ad assalirle; e che i Saraceni, ancorchè confinati in alcune rocche, non le turbassero colle solite loro scorrerie, giacchè fortificati nel Monte Gargano non tralasciavano, quando lor veniva fatto, di scorrere e scompigliar la Puglia. Edificarono perciò a questi tempi molti ben forti castelli. Fondarono nella Puglia piana una città, che chiamarono, per rinovare il glorioso nome d'Ilio, Troja: città che ancor dura, poichè anche i Normanni, dopo Melfi, la distinsero sopra tutte le altre città di quella provincia, che Capitanata ora si appella. Fondarono anche quivi Draconaria, Civitade, e Firenzuola, città ora distrutte, ed altre terre[63]. Per mantenere più in freno i loro sudditi, istituirono in Puglia un nuovo Magistrato chiamato in loro lingua Catapano, il quale avesse pieno potere, non ristretto da alcun limite, ma per se medesimo, senza chiederne permesso dalla Corte di Costantinopoli, potesse governare queste province con assoluto imperio. Bari, ove prima solevan risedere gli Straticò, fu assignata per sua sede, onde questa città si vide estollere il suo capo sopra tutte l'altre città della Puglia.
Donde questo nome di Catapano derivasse, il nostro Guglielmo Pugliese[64] ne fa derivar l'origine da questo stesso sterminato potere, che fu dato a questo Ufficiale, e dice, che si chiamasse Catapano,
Quod CATAPAN Graeci, nos JUXTA dicimus OMNE.
Quisquis apud Danaos vice fungitur hujus honoris,
Dispositor populi parat omne quod expedit illi,
Et JUXTA quod cuique dari decet, OMNE ministrat.
Ma Carlo Du-Fresne nelle note all'Alessiade della Principessa Anna Comnena deride questa etimologia di Guglielmo, e vuole che Catapanus appresso i Greci, sia l'istesso che presso i Latini Capitaneus. Quindi deride ancora Lione Ostiense, il quale nella sua Cronaca[65], oltre di riputar questo nome proprio di uomo, quando si vede essere di dignità, stimò che la provincia di Capitanata, che da questi Ufficiali prese il nome corrottamente, dal volgo venga chiamata così, dovendosi appellare Catapanata; sostenendo Du-Fresne, che essendo l'istesso presso i Greci Catapanus, che fra i Latini Capitaneus, non già Catapanata, ma Capitanata giustamente si appelli; chiamando ancora Niceta[66] Capitanata quella Prefettura, la quale composta di più città o terre, ad un Capitano è sottoposta.
Avendo i Catapani collocata la loro sede in Bari, Lupo Protospata, che secondo dimostra il Pellegrino[67], non può dubitarsi, che fosse, se non di Bari, almeno Pugliese di nazione, tessè di loro lungo catalogo; ed il primo, che intorno a questi tempi nell'anno 999 presso il medesimo leggiamo aver governata questa provincia, fu Tracomoto, ovvero Gregorio, il quale assediò Gravina, e prese Teofilatto. Nell'anno 1006 fu mandato per Catapano in Puglia Xifea, che nel 1007 morì in Bari, a cui succedè nell'anno seguente 1008 Curcua. Sotto il magistrato di costui i Baresi ribellatisi, elessero per lor Principe Melo di sangue longobardo, che dimorava in Bari, quegli, che sarà celebre nell'istoria de' Normanni; ma repressi dai Greci, Melo fuggissene con Datto suo cognato ed andarono raminghi. Prima se ne andò in Ascoli, ma dubitando di tradimento, si trasferì in Benevento, di là in Salerno e poi a Capua, sollecitando que' Principi longobardi perchè l'aiutassero a liberar Bari dalla tirannia de' Greci. Morto Curcua nell'anno 1010, gli succedette Basilio Catapano, nel tempo di cui dice Freccia[68], che Bari facta est sedes magnorum virorum Graecorum. Indi nel 1017 venne per Catapano Adronico che pugnò con Melo, e lo vinse[69].
Nell'anno seguente 1018 gli succedè Basilio Bugiano, che da Guglielmo Pugliese[70] vien chiamato Bagiano e da Lione Ostiense[71] Bojano. Questi fu che per lasciar di se memoria in Italia, tolta dal rimanente della Puglia una parte verso il Principato di Benevento, e fattane una nuova provincia col nome di Capitanata, vi fabbricò, come fu detto, alcune terre e città, come Troja, Draconaria, Fiorentino ed altre. Nel 1028 Cristoforo fu fatto Catapano; indi Pato, che governò sino al 1031, e nell'anno seguente fu Catapano Anatolico. Nel 1033 venne per Catapano Costantino Protospata, che si chiamò Opo. Indi Maniaco, a cui succedè nell'anno 1038 Niceforo, che nell'anno 1040 morì in Ascoli. A costui succedè Michele, che fu anche detto Duchiano, e dopo costui finalmente fu nel 1042 Catapano Exaugusto figliuolo di Bugiano, sotto il cui governo, essendo stato costui vinto dai Normanni, furono scacciati da queste province i Greci, e fu egli preso in battaglia in Benevento. Ed ancorchè queste province passassero da poi sotto la dominazione de' Normanni, come che non tutte in un tratto vi passarono, perciò anche dopo Exaugusto, si leggono presso Lupo e l'Anonimo di Bari, altri Catapani, de' quali, secondo l'opportunità, faremo memoria.
Il potere de' Greci adunque dopo questa rotta, che ebbe Ottone II, insino che cominciasse in queste province la dominazione de' Normanni, erasi reso molto più considerabile di quello, che fu negli anni precedenti, così per ciò che riguarda l'ampiezza de' confini che distesero, come per l'assoluto Imperio, che riacquistarono non meno gl'Imperadori d'Oriente sopra il governo politico e temporale, che i Patriarchi di Costantinopoli per lo governo ecclesiastico e spirituale sopra i Metropolitani e' Vescovi della Puglia e della Calabria.
La Puglia, che ne' tempi d'Arechi e degli altri Principi di Benevento suoi successori era al Principato beneventano attribuita, ora distratta ed in poter dei Greci ricaduta, diminuì notabilmente quel Principato. I Greci per questa parte si distendevano insino a Troja ed Ascoli, e toltone Siponto ed il M. Gargano, che a quel Principato erano ancor uniti verso Oriente, tutta quella estensione insino all'ultima punta d'Italia era de' Greci. S'aggiungeva ancor la Calabria secondo la moderna appellazione, che abbracciava non solo il Bruzio, Reggio, Cotrone e l'altre città vicine, ma anche abbracciava gran parte dell'antica Lucania, e per questa parte dal Principato di Salerno era terminata, il quale perciò aveva ristretti i suoi confini; nè in questi tempi abbracciava quell'estensione di paese, che a' tempi di Siconolfo a questo Principe ubbidiva. Quest'istessa ampiezza restrinse ancora per un altro lato i confini del Principato di Capua, tanto che non mai in altri tempi si videro dilatati tanto i confini del dominio de' Greci, che in questi, ne' quali tirandosi una linea dal Monte Gargano insino al promontorio di Minerva, ch'è la maggior latitudine del regno; tutto ciò che riguarda l'Oriente e Mezzogiorno, era al dominio de' Greci sottoposto: siccome l'altra parte, che riguarda Occidente e Settentrione, ai Principi longobardi: ma siccome il Principato di Salerno si distendeva fuori di questa linea verso Oriente e Mezzogiorno; così ancora i Greci non s'erano affatto spogliati della loro dominazione verso l'altra parte, che non interamente era a' nostri Principi longobardi sottoposta; imperocchè in questa ancora v'erano i tre Ducati di Amalfi, di Napoli e di Gaeta, i quali ancorchè si reggessero in forma di Repubblica, e sovente dal Corpo d'esse non solo s'eleggessero i Magistrati, ma anche i Duchi; nulladimeno sempre gli Imperadori greci in essi Ducati ivi mantennero non deboli vestigi della loro autorità e supremo dominio; siccome del Ducato di Napoli, dalle cose già altre volte dette si è veduto; e nel Ducato d'Amalfi ancora solevano i Duchi confermarsi dagl'Imperadori d'Oriente, da' quali ne ricevevano la dignità del Patriziato.
Di Gaeta nè meno di ciò può dubitarsi; poichè se bene Lione Ostiense[72] rapporti, che Gaeta ubbidiva al Papa, e che perciò Giovanni VIII, l'avesse conceduta a Pandulfo Conte di Capua; nulladimanco fu quella ben tosto ricuperata da' Greci. I Papi pretendevano questa città per quelle ragioni, che gli fornì Carlo M. quando pretese toglierla a' Greci, e farne un dono alla Chiesa romana, siccome avea fatto di Terracina e delle altre spoglie de' Greci: ma Arechi immantenente s'oppose, e fece sì, che tosto questa città ritornasse nel dominio greco, onde da' Patrizj prima e poi da' Duchi fu governata. Ma perchè i Pontefici romani non si dimenticano così di leggieri dei loro diritti una volta che credono avergli acquistati, mantennero sempre vive le loro pretensioni, e quando le congiunture ed i tempi gli favorivano, non potendo ritenerla per se, la concedevano a qualche Principe potente, acciocchè potesse difendersela da' Greci, siccome fece Giovanni VIII, concedendola a Pandulfo; ma perchè da costui facevasi de' Gaetani aspro governo, Docibile, che si trovava allora Duca di Gaeta, ricorse sino agli aiuti de' Saraceni per discacciarlo; onde si vede, che ne gli stessi tempi che narra Ostiense, Gaeta ubbidire al Papa, si fa menzione de' Duchi, che furono in quella città, dependenti dagl'Imperadori greci, come fu Giovanni, Gregorio, Docibile ed altri; ed in molte carte fatte in questi medesimi tempi in Gaeta, alcune delle quali le dobbiamo all'Ughello, si vede perciò notato il nome degl'Imperadori d'Oriente, che allora regnavano. Così in una fatta nell'anno 812 si legge: Imperantibus Domino nostro piissimo Imperatore Augusto Michaelio et Theophilo magnis pacificis Imperatoribus. Ed in un'altra fatta dopo il tempo del quale parla Ostiense, nel 884 si dice: Imperantibus Domino nostro Leone et Alexandro pacificis magnis Imperatoribus[73]. Ciò che manifestamente si conosce dal vedersi, che i Normanni dopo averne discacciati i Greci, si vollero intitolare non meno Principi di Capua, che Duchi di Gaeta: ancorchè lasciassero in quella città la medesima politia e forma di governo, e che i suoi particolari Duchi e Consoli la governassero[74].
Per questa cagione avendo i Greci tanto dilatati i loro confini, e non riconoscendo Feudi, non si leggono così nella Puglia come nella Calabria in questi tempi nè Contadi, nè Ducati, nè altre Baronie; ma ben se ne leggono moltissime nelle province a' Principi longobardi sottoposte. Quivi, come si è veduto, si sono intese le Contee di Marsico, di Molise, d'Isernia, d'Apruzzi, di Tiano e tante altre; ma la Puglia e la Calabria non se non quando passarono sotto la dominazione de' Normanni conobbero i Feudi; poichè i Normanni, traendo la medesima origine de' Longobardi, gli riceverono insieme colle loro leggi e costumi. Quindi in tutti que' luoghi, che tolsero a' Greci, v'introdussero i Feudi: e sursero quindi (oltre i Conti di Puglia e di Calabria) i Conti di Capitanata, di Principato, di Lavello, di Loritello; i Conti di Conversano, la memoria de' quali spesso s'incontra non meno nell'antiche carte, che nell'Alessiade della Principessa Anna Comnena, nella Cronaca di Lione presso Malaterra, Oderico Vitale e di tanti altri Scrittori[75]; i Conti di Catanzaro, di Sinopoli e di Cosenza; i Conti d'Aversa e quelli di Lecce; i Conti d'Avellino, di Fondi, di Gravina, di Montecaveoso, di Tricarico e tanti altri, de' quali ne' tempi de' Normanni ci tornerà occasione di favellare. Prima, quando questi luoghi erano in potere de' Longobardi, furono, come si disse, divisi in Castaldati, che non erano veri Feudi, ma le loro città erano commesse in amministrazione ed in ufficio a que' Proceri longobardi, nè poterono essere mutate in Feudi, come fu fatto in quelle province, che lunga stagione si mantennero presso i Longobardi; perchè i Greci, che le tolsero parte a' Saraceni, i quali l'avean occupate a' Longobardi, e parte agl'istessi Longobardi, come s'è detto, non conoscevano Feudi.
Questo maggior vigore de' Greci ed estensione del loro dominio, portò ancora in conseguenza, che le Chiese di queste province, che secondo la disposizione dell'Imperador Lione furono sottoposte al trono di Costantinopoli, fossero con maggior vigore astrette ad ubbidire a' Patriarchi di Costantinopoli. Quindi si resero più vigorose le proibizioni di Niceforo Foca contro il rito latino, e che i Patriarchi di Costantinopoli s'avanzassero tanto, sino a comandare a tutti i Vescovi della Puglia e della Calabria, che per l'avvenire ne' sacrificj non si servissero più del pane azimo secondo il rito latino, ma del fermentato, conforme all'uso de' Greci; onde s'innasprirono le contese coi Pontefici romani, i quali non vollero in conto alcuno permetterlo, impegnando perciò l'Imperador Ottone a spedire, come si disse, Luitprando Vescovo di Cremona in Costantinopoli: le quali contese s'accrebbero assai più ne' tempi di Lione IX, quando il Patriarca Michele Cerulario scomunicò tutti i Latini, comprendendovi anche l'istesso Pontefice Lione, perchè, fra l'altre cagioni, non osservavano il divieto loro imposto di non consecrare più in azimo, ma che dovessero servirsi di pane fermentato. Donde è nato, che insino a' nostri tempi siano rimasi in questi luoghi alcuni vestigi del rito greco, e che molte Chiese insino al dì d'oggi il ritengano; ancorchè i Pontefici romani per abolire affatto questi vestigi della potestà esercitata quivi dal Patriarca d'Oriente, non abbiano trascurate le occasioni col tempo d'abolirgli, il che se bene fosse loro riuscito in moltissime città, non è però, che oggi siasi affatto estinto e non sia ritenuto in alcune.
Per quest'istessa ragione non è fuor di proposito il credere, che a tali tempi in questi luoghi le Novelle degl'Imperadori d'Oriente, e le Compilazioni dei Basilici, l'Ecloghe, e gli altri libri, de' quali abbiam fatta memoria nel precedente libro, avessero quivi avuto qualche uso ed autorità; e forte conghiettura ce ne diede l'essersi, come si disse, in Taranto ritrovata l'Ecloga de' Basilici, e l'essersi, mantenuta in Otranto lungo tempo quella famosa libreria d'Autori greci, della quale favella Antonio Galateo. Egli è però vero, che se pure di questi libri s'ebbe qualche uso, non potè durare se non per poco, poichè tosto questi luoghi, essendo caduti sotto la dominazione de' Normanni, i quali abbracciarono le leggi longobarde non riconobbero da poi altre leggi, che quelle di questi Principi e le longobarde: ciò che dimostrano chiaramente le consuetudini stesse della città di Bari, le quali quasi che tutte derivano dalle leggi longobarde, onde i Cittadini di quella città l'appresero, quando la medesima fu lungo tempo sotto la loro dominazione, e quando da' loro Castaldi era governata: di che altrove ci tornerà occasione di favellare.
Ecco dunque lo stato, nel quale erano queste province, che oggi compongono il nostro Regno nel declinar del decimo secolo dopo la morte d'Ottone II, mentre in Oriente imperavano Basilio e Costantino germani. La Puglia e la Calabria (province che dilatando molto i loro confini, abbracciavano tutta la Puglia, la Japigia, la Mesapia, l'una e l'altra Calabria, con quella parte della Lucania, che si distende verso il Mare Jonio, e che perciò avean ristretti i tre Principati di Capua, Benevento e Salerno) erano sotto la dominazione de' Greci. Il Ducato d'Amalfi, l'altro di Napoli e quello di Gaeta, ancorchè ritenessero aspetto di Repubblica, erano però per antichissime ragioni dipendenti dagl'Imperadori d'Oriente. In Capua reggeva Aloara con Landenulfo suo figliuolo. In Salerno Pandulfo suo fratello. In Benevento, Pandulfo II, il quale, avendo discacciato Landulfo IV figliuolo di Capo di ferro, aveva anche non molto da poi associato al Principato Landulfo suo figliuolo, che perciò Landulfo V lo diremo.
Ma sarebbe stato meno disordine, se questi tre Principati, ancorchè in gran parte estenuati da' Greci almeno avessero riconosciuti tre soli Signori: essi non solo riconoscevano per loro Sovrani gl'Imperadori di Occidente come Re d'Italia, i quali in quest'ultimi tempi v'esercitavano vigoroso potere ed autorità; ma, divisi ancora infra se stessi in più Contadi, diedero più pronta occasione alla lor ruina. Il Principato di Capua era diviso nel Contado di Fondi e di Sessa, ne' Contadi di Aquino, di Teano, d'Alife, di Caserta ed altri; quello di Benevento, ne' Contadi di Marsi, d'Isernia, di Chieti ed in alcuni altri; l'altro di Salerno nel Contado di Consa, di Capaccio, di Corneto e del Cilento; e molti Proceri de' Castelli di quel Principato eransi renduti già Signori; tanto che molti di questi Conti reputandosi, come lo erano, dell'istessa razza d'Atenulfo, altri come nati da' Principi di Salerno, da dependenti, ch'erano, si fecero assoluti Signori de' Contadi, come lo pretesero i Conti d'Aquino, di Marsi, d'Isernia, di S. Agata ed altri. Insino i Monaci Cassinesi, tutti quelli castelli, che per munificenza di varj Principi longobardi avean tratto tratto acquistato, pretesero come liberi dominargli; e l'Abate della Noce[76] ha voluto sostenere, che gli possederono in allodio non già in Feudo, e che non riconoscevan diretto Signore non pagando perciò adoa; e perciò il munirono di baluardi, ed assoldavan gente per difendergli, e si videro mantener truppe di soldati, non altrimenti che gli Abati di S. Gallo, ed altri Prelati si facciano in Germania.
Sarebbe dunque stata maraviglia se più lungamente fosse durata la dominazione de' Longobardi in questi Principati, già che tal politia v'introdussero, che diede perciò opportuna e ben aperta via a' Normanni d'occupargli. Nè tampoco de' Greci potea sperarsi in quelle province lunga dominazione; poichè rendutisi insolenti a' sudditi e non essendosi molto curati di scacciar da quelle i Saraceni, cagionaronsi perciò essi medesimi la loro ruina; onde, e per l'una e per l'altra cagione, riuscì a' Normanni occupare tutte queste nostre province, e di ridurle in decorso di tempo sotto un solo Principe, e stabilirvi una ben ampia e regolata Monarchia, come ne' seguenti libri vederemo.
CAPITOLO IV. Ottone III succede nel Regno, e nell'Imperio: nuove rivoluzioni accadute per ciò in Italia, ed in queste nostre province; e sua morte.
Morto Ottone II in Roma nell'anno 883[77], e giunta quando men si pensava in Germania questa novella, empiè di confusione que' Principi; poichè ancorchè Ottone II lasciasse un altro Ottone suo figliuolo, non essendo questi che di anni diciassette[78] diedesi occasione all'ambizione d'Errico Duca di Baviera, patruele del morto Ottone, di aspirare al Regno di Germania. I Romani dimandavano per Imperadore un Italiano nomato Crescenzio; ma gli Alemanni tosto ruppero questi disegni, che non potevano loro recare se non rivoluzioni e disordini; onde unitisi elessero per loro Re Ottone III col consenso anche del Pontefice Benedetto.
Ma l'esser questo Principe di età così tenera e mal adattata a reggere un tanto Regno, cagionò non meno in Alemagna, che in Italia disordini gravissimi; poichè mentre Ottone era tutto inteso a sedar i tumulti di Germania nati per questa sua elezione, in Italia accaddero sedizioni e gravi turbolenze. In Roma morto Benedetto romano Pontefice, fu eletto in suo luogo Pietro Vescovo di Pavia, che Giovanni XIV nomossi[79]; ed è verisimile, ch'essendo egli Cancelliere d'Ottone per la raccomandazione di questo Principe e' fosse stato innalzato a quella dignità. Ma Bonifacio Cardinal Diacono, il quale avendo prima occupata questa sede, ne era stato poi discacciato, e rifuggito in Costantinopoli fremendo del torto che riputava essergli stato fatto, tornato da Costantinopoli venne in Roma l'anno 985, ed avendo risvegliati quelli del suo partito e guadagnato il Popolo, si rese il più forte di Roma: carcerò il Papa Giovanni, e lo rinchiuse nel castel di S. Angelo, dove lo fece morire di fame in capo a quattro mesi; ma Bonifacio non sopravvisse, che solo quattro altri mesi; onde da repentina morte tolto al Mondo, fu in suo luogo assunto al Pontificato Giovanni XV quegli che confermò la Metropoli di Salerno ad Amato Vescovo ch'era di quella città, innalzato Arcivescovo poco prima da Benedetto.
Ma Crescenzio, il quale avea preso contro Ottone il titolo di Console, e s'era impadronito del castello di S. Angelo, lo costrinse per timore a ritirarsi in Toscana, ed a pregare Ottone di venire in Italia a ristabilirlo nella sua sede. I Romani, che sapevano per esperienza quanto lor costassero le visite degl'Imperadori richiamarono Giovanni: ma Crescenzio contuttociò conservava la sua autorità in Roma. Ottone venuto in Italia nell'anno 996 stette per qualche tempo in Ravenna, e nel tempo di questo suo soggiorno in quella città, Papa Giovanni morì. I Romani furono costretti per comandamento dell'Imperadore ad elegger Papa in suo luogo Brunone suo fratel cugino, che prese il nome di Gregorio V, ma Crescenzio ben presto lo cacciò, e pose sulla sede Giovanni Vescovo di Piacenza. Questa azione non istette gran tempo senza gastigo, perchè Ottone venne subito coll'esercito, e con picciolo contrasto ristabilì Gregorio. Giovanni si salvò con Crescenzio nel castel di S. Angelo; ma l'Imperadore assediò la Fortezza, e vi sarebbe stata gran difficoltà a prenderla, se Crescenzio, che vigorosamente la difendeva, non fosse stato ucciso a tradimento. Il nuovo Papa Giovanni fu preso, gli furono cavati gli occhi, troncati il naso e l'orecchie, e condotto in quello stato per le strade della città sopra un asino col capo rivolto verso la coda dell'animale. Tali furono i disordini e le rivoluzioni di Roma; nè minori furono per simili cagioni le sedizioni in Milano.
Ma in queste nostre province i disordini furono maggiori, ed in Capua più d'ogni altra parte. Reggeva, come si è detto, in questi tempi il Principato di Capua Landenulfo con Aloara sua madre, ma essendo questa Principessa morta dopo undici anni che resse col suo figliuolo, non passarono quattro mesi, che alcuni malvagi suoi sudditi in quest'anno 993 congiurati empiamente lo ammazzarono fuori della chiesa di S. Marcello, donde allora era uscito; e fu eletto in suo luogo per Principe di Capua Laidolfo suo fratello; ma non restò invendicata la morte di quest'infelice Principe, poichè Trasmondo Conte di Chieti suo congionto, avendo chiamato in suo aiuto Rinaldo ed Oderisio Conti di Marsi, indi a due mesi sopra Capua n'andò, e tennela assediata quindici giorni, dando il guasto a' luoghi d'intorno[80]; ed indi a poco pervenuto alla notizia d'Ottone III l'infame assassinamento di Landenulfo, vi mandò di nuovo i medesimi col Marchese Ugo, i quali non mai dall'assedio si levarono, finchè non furono dati loro i malfattori, sei de' quali furono fatti impiccare, e gli altri con diversi tormenti furono fatti penosamente morire. Ed essendo da poi venuto a notizia d'Ottone, che Laidolfo, il quale al Principato era succeduto, aveva tenuta mano nella morte del fratello, parendogli cosa molto scellerata che un empio avesse in quel luogo a regnare, privollo del Principato nell'anno 999 mandandolo in esilio di là de' monti, e vi costituì Principe Ademario Capuano, figliuolo di Balsamo suo famigliare, che da fanciullo aveasi egli educato, ed a cui poco prima avea dato il titolo di Marchese[81]. Onde Laidolfo, secondo il vaticinio del B. Nilo, fu l'ultimo, che imperò in Capua ex semine Aloarae. Ma Ademario godè poco di tal fortuna, perchè fattosene indegno, fu tosto da' Capuani scacciato, e fu sublimato al Principato Landulfo di S. Agata, figliuolo di Landulfo Principe di Benevento, e fratello di Pandulfo II che reggeva Benevento dopo averne scacciato Landulfo IV. Non mancarono ancora le calamità in quest'istessi tempi, che apportarono i Saraceni in questo Principato; poichè scorsa, e devastata la campagna da questi fieri nemici, nel millesimo anno invasero Capua e la presero. Di che avvisato Ottone, tosto calò in Italia, disfece i Saraceni, e gli cacciò da Capua e da' suoi confini.
Nel Principato di Salerno accaddero non minori disordini: poichè morto Capo di ferro, rimase Principe, come si disse, Pandulfo suo figliuolo, per essere stato questi adottato dal Principe Gisulfo I, ma non potè Pandulfo se non per pochi mesi dopo la morte di suo padre ritenerlo, perchè privo di tal aiuto in quel medesimo anno 981 che morì il padre, perdè tosto il Principato, e s'intruse nel medesimo Mansone Duca d'Amalfi, il quale insieme con Giovanni I suo figliuolo lo tenne due anni[82]: Ottone II subito in quest'istesso anno 981 nel mese di decembre non potendo soffrire l'intrusione di Mansone, assediò Salerno per discacciarnelo come illegittimo Principe: ma da poi avendo proccurato Mansone placare l'Imperadore, tanto operò finchè ottenne dal medesimo, che potesse ritenere il Principato.
Nè Ottone ebbe pensiero che fosse restituito a Pandulfo, forse perchè da lui era parimente riputato Principe illegittimo, essendo succeduto in quel Principato per l'adozione fatta da Gisulfo, e le consuetudini feudali[83], che tratto tratto eransi introdotte in questi luoghi, vietavano a' figliuoli adottati poter succedere ne' Feudi del padre adottivo. Comunque siasi, Mansone ritenne il Principato di Salerno per due anni, come rapporta la Cronaca salernitana, associando ancora a quello Giovanni I suo figliuolo, come fu detto. Ma morto da poi Ottone II nell'anno 983 i Salernitani mal sofferendo il dominio di Mansone Duca di Amalfi, per le continue inimicizie e gare, che tra Amalfitani e Salernitani furono sempre, tosto ne discacciarono Mansone, il quale già era stato anche discacciato dal Ducato d'Amalfi (se bene da poi lo ricuperasse, e lo reggesse per altri sedici anni) ed in suo luogo rifecero Giovanni di Lamberto, che fu detto II per distinguerlo da Giovanni I figliuolo di Mansone, chiamato di Lamberto dal nome di suo padre, forse consanguineo de' Duchi di Spoleto, i quali sovente valevansi de' nomi di Lamberto e di Guido; siccome questo Giovanni, Guido nomò un suo figliuolo che associò al Principato. Regnò Giovanni II con Guido dall'anno 983 infino al 988[84], ma essendo morto Guido in quest'anno, associò al soglio l'altro suo figliuolo, Guaimaro appellato, col quale regnò fino all'anno 994. In quest'anno nell'istesso tempo che il Vesuvio cominciò a vomitar fiamme, mentre giaceva con una meretrice, si trovò una notte morto Giovanni[85], tanto che si confermò vie più ciò che il volgo credea, che quando il Vesuvio vomitava fiamme, l'anima di qualche ricco scellerato era portata nell'inferno. Rimanendo nel Principato Guaimaro, che III fu detto, per esservene stati altri due prima in Salerno, e maggiore ancora appellato da Ostiense[86], per distinguerlo dal minore, che fu Guaimaro suo figliuolo, il quale al Principato gli succedette, resse solo Salerno dopo la morte di suo padre insino all'anno 1018. Da poi avendo associato al soglio il suddetto suo figliuolo Guaimaro IV, lo tenne in compagnia del medesimo insino al 1031, nel qual anno morì. Sua moglie fu Gaidelgrima figliuola di Pandulfo II Principe di Benevento, e sorella di Pandulfo IV Principe di Capua, che perciò Ostiense[87] lo chiama suo cognato.
In Benevento non si ravvisava più quella maestà e floridezza di prima, e per gli sconcerti e tumulti poco prima accaduti per lo discacciamento di Landulfo IV reggeva il Principato Pandulfo II con continui sospetti e gare co' Principi di Capua. Egli però per mantenere il Principato nella sua posterità avea nell'anno 987 associato al soglio Landulfo suo figliuolo che V fu detto. E da poi avendo Landulfo procreato un figliuolo chiamato Pandulfo, associò ancora al Principato questo suo nipote nell'anno 1014 che Pandulfo III fu detto, e regnò insieme col figliuolo e col nipote insino all'anno 1024, nel qual tempo morì[88]. Rimase nel Principato Landulfo V insieme con Pandulfo III insino che morì nell'anno 1033; questi associò ancora un suo figliuolo nell'anno 1038, che tenendo anche il nome di Landulfo, VI perciò fu detto. Alle calamità di Benevento s'aggiunse, che Ottone III, mal soddisfatto de' Beneventani, perciò che veniva loro imputato di aver abbandonato insieme co' Romani Ottone suo padre nella battaglia co' Greci, non poteva sofferirgli: quindi si narra che ritornato dal santuario di Gargano in Benevento tutto cruccioso per l'odio che portava a' Beneventani, avesse loro tolto il corpo di S. Paolino, e portatolo in Roma[89].
Ottone intanto per quietare in Roma i molti disordini che per la fellonia di Crescenzio eran rimasi, non essendogli bastato di aver fatto uccidere questo Tiranno, per dubbio che i Romani non tentassero nuove cose, portossi a questa città in quest'anno 1001, ma non potendo reprimere una nuova congiura tramatagli, non tenendo allora forze bastanti, riputò meglio uscir di Roma, e verso Lombardia incamminossi. Narrasi, che nel partire la moglie di Crescenzio, la quale l'Imperadore colla speranza del Regno aveala allettata al suo amore, vedutasi ora fuor di speranza avessegli tutta dolente, ma simulando il dolore, dato in dono un paio di guanti avvelenati[90], dal qual veleno Ottone insensibilmente essendone contaminato, se ne morì. Lione Ostiense[91], e l'Arcivescovo di Firenze Antonino[92] narrano, che morisse di veleno apprestatogli in una bevanda, non già ne' guanti: ciò che sembra più credibile, ripugnando in fisica, secondo le osservazioni del Redi, che il veleno in cotal guisa dato, possa aver tanta forza e vigore di coagulare, o sciogliere il sangue sì che l'uom ne muoia. In fatti Ottone appena giunto presso Paterno non molto distante dalla città di Castellina ammalossi, e quivi prima di render lo spirito confessò morire di veleno: alcuni vogliono che morisse in Sutri in quest'istesso anno 1001 come l'Anonimo Cassinense; altri, come il Sigonio seguitato dal Baronio, nell'anno seguente 1002. Ci sono ancor rimase di questo Imperadore molte leggi, raccolte pure dal Goldasto[93]; ma non avendo di se lasciata prole maschile, e restando estinta in lui la progenie degli Ottoni, si videro i Germani in confusione grandissima per la nuova elezione, la quale doveva per necessità cadere in altro Principe fuori di quella Casa. Si diede perciò occasione a' nostri Italiani di nuovamente aspirare all'Imperio ed al Regno d'Italia, come lo pretesero, ponendo in su Ardoino figliuolo di Dodone Marchese Eporediense; onde tornossi agli antichi disordini.
CAPITOLO V. Instituzione degli Elettori dell'Imperio; ed elezione d'Errico Duca di Baviera.
Comunemente a questi tempi si crede, che avesse avuto principio l'istituzione degli Elettori dell'Imperio; poichè si narra, che Ottone III, disperato di prole, prevedendo i gravi disordini, che dovean sorgere in Germania per l'elezione del suo successore, pensasse in vita, col consiglio ed autorità di Gregorio V, stabilire il modo di questa elezione, e che per levare i torbidi, restringesse ciò ch'era di tutti i Principi della Germania, a' soli sette Elettori, e quindi aver origine gli Elettori, che oggi diciamo dell'Imperio.
Ma siccome il modo e l'autore, da chi fosse stato questo Collegio istituto, è incerto, così ancora è più incerto il tempo, nel quale fu tal costume introdotto, variando i Scrittori, e portando fra di loro sentimenti pur troppo diversi. Alcuni[94] la riportano a' tempi più remoti, volendo che da Carlo M. cominciasse; ma questa opinione vien condannata da tutti gli Scrittori, per falsa e ripugnante a tutta l'istoria, essendo manifesto che molto tempo da poi fu tal Collegio istituito, e da ciò che s'è narrato ne' libri precedenti di quest'Istoria, è molto chiaro, che i successori di Carlo M. non da certi Principi della Germania, ma da tutti i Principi della Francia, e molto più dall'elezione del predecessore, in vita o ne' testamenti, eran eletti Imperadori, o come se fosse ereditario non uscì l'Imperio dalla stirpe di Carlo M., e Lodovico III figliuolo d'Atenulfo, ultimo che fu del sangue di Carlo, non lasciando di se prole, vinto da Berengario di Verona perdè insieme la vita e l'Imperio. Quindi, come si è veduto ne' precedenti libri, cominciò l'Imperio a scadere, poichè i nostri Italiani ed i Romani non riconoscevano altri per Re d Italia ed Imperadori, se non quelli, che per via delle armi restavano superiori a' lor nemici; così Berengario, Lodovico Boson, Ugone Arelatense, Lotario suo figliuolo, Rodolfo di Borgogna, ed altri occupando l'Italia, affrettarono ancora esser riputati Imperadori. Dall'altra parte i Principi della Francia e della Germania riconoscevano per Imperadore Corrado Re di Germania della stirpe di Carlo, il quale essendo prossimo alla morte, come narra Nauclero[95], persuase que' Principi, che per suo successore eleggessero Errico Duca di Sassonia. Ma così Corrado, come Errico non ebbero mai il titolo d'Imperadore, insino che dopo questi avvenimenti non fu eletto ab omni populo Francorum, et Saxonum (come dice Nauclero) Ottone il Grande, il quale avendo conquistata l'Italia, acquistò ancora col consenso del Popolo romano il nome, e la dignità d'Imperadore, e dal Papa in Roma fu unto e incoronato. E coloro, che ad Ottone successero, come il III Ottone, quasi come se ad essi per ragion ereditaria appartenesse, furono parimente da tutti i Principi della Germania eletti Imperadori, come si è veduto: tanto che il voler riportare questo costume fin a' tempi di Carlo M. è un solenne errore a crederlo.
Per la falsità di questa credenza, surse l'altra che teneva, che il principio di questo Collegio dovesse porsi ne' tempi d'Ottone III, il quale disperato di prole, prevenendo gli sconvolgimenti che doveano accadere nell'elezione del suo successore, col consiglio ed autorità di Gregorio V, avesse ristretta questa facoltà, ch'era di tutti i Principi della Germania, per toglier le divisioni, a soli sette.
Ma Onofrio Panvinio[96] riprova ancora quest'opinione, e vuole che non prima della morte di Federico fosse stato questo Collegio di sette Elettori istituito da Gregorio X, romano Pontefice; poichè e' dice per molto tempo dopo la morte d'Ottone III tutti i Principi della Germania, come prima, così Vescovi, che laici eleggevano gl'Imperadori, ed in questo modo essere stato eletto Errico II, Corrado I e II, Errico IV e V, Lotario II, Federico I e Filippo I. Ma quest'opinione non contiene minor errore della prima, poichè molto tempo innanzi di Gregorio X hassi presso agli Scrittori antichi memoria di questi sette Elettori: di essi parlano Martino Polono, che scrisse sotto Innocenzio IV, Lione Ostiense, che fiorì sotto Urbano II ed il Concilio di Lione celebrato sotto l'istesso Innocenzio IV. Quindi il Baronio per isfuggire l'errore di Onofrio ne cade in un altro, credendo perciò che non da Gregorio X, ma da Innocenzio IV, nel Concilio di Lione fosse la prima volta stabilito il Collegio de' sette Elettori: ma si vede anche esser erronea tal opinione per quell'istesso, che si dice di Gregorio X, poichè gli Scrittori, che fiorirono avanti il Concilio di Lione, o in quel torno, parlano di questo Collegio come di cosa molto antica. L'Autore del libro de Regimine Principum (malamente attribuito a S. Tomaso, onde a gran torto il nostro Cuiacio[97] caricò d'ingiurie questo Santo su la credenza, ch'egli ne fosse Autore, dicendogli, che delirasse per tutto il libro) fiorì prima del Concilio di Lione. Ostiense, che avanti questo Concilio scrisse la sua Cronaca ed Agostino Triunfo, che poco da poi scrisse dell'istituzione de' sette Elettori, a' tempi di Gregorio V la riportano, e ne parlano come di cosa molto antica: ond'è molto verisimile, che avesse avuto il suo principio ne' tempi del Concilio di Lione. Di vantaggio i sette Elettori, che si noverano in questo Concilio, sono diversi da coloro che sono ora, e che furono anticamente. Martino Polono fin ne' suoi tempi narra essere stati i tre Cancellieri, cioè l'Arcivescovo di Magonza Cancelliere della Germania, quello di Treveri Cancelliere della Francia, e l'altro di Colonia Cancelliere d'Italia; e quattro altri Principi pure Ufficiali dell'Imperio, il Marchese di Brandeburgo gran Camerario, l'Elettor Palatino Dapifero, il Duca di Sassonia Portaspada, ed il Re di Boemia Pincerna. Quelli però, che si contano nel Concilio di Lione sono altri, i Duchi d'Austria, di Baviera, di Sassonia e di Brabanzia, ed i Vescovi sono quelli di Colonia, di Magonza e di Salsburgo.
In tanta varietà di pareri, sembra più verisimile, che a questi tempi d'Ottone III fossesi istituito il Collegio degli Elettori; ma che ne' susseguenti poi si ponesse in uso, e fosse praticato, che nell'elezione intervenissero solamente sette Elettori[98]; poichè gravissimi Autori narrano, che Ottone disperato di prole, perchè non accadessero sedizioni nell'elezione del suo successore, avesse consultato con Gregorio V il modo da tenersi nell'avvenire per l'elezione degl'Imperadori, nel che bisognò anche, che v'intervenisse il consenso de' Principi della Germania, a' quali s'apparteneva tal elezione: ed egli è credibile, che per lo bene della pace alcuni credessero questa loro ragione, con restringere, per evitar le confusioni ed i partiti, il numero degli Elettori a sette: se bene l'Istoria ne accerta che non così tosto si ponesse in pratica tal istituto, poichè molti Principi non volendo cedere questa loro prerogativa, vollero anche intervenire nell'elezioni. Così leggiamo, ch'Errico successore d'Ottone, non da sette Elettori, ma da' Principi della Germania, dice Nauclero, essere stato eletto, e restano ancora altri esempi consimili di essere intervenuti più Principi e Prelati della Germania, tanto che tra le Epistole di Gregorio VII n'abbiamo una di questo Pontefice drizzata a tutti i Vescovi, a' Duchi, e Conti della Germania per l'elezione d'un nuovo Re nel caso, che Errico non s'emendasse. Così facilmente s'accorderanno fra loro quelli, che dicono il Collegio de' sette Elettori sotto Ottone III essere istituito, e quelli che non prima di Gregorio X o d'Innocenzio IV vogliono avesse avuto principio, poichè questi parlano dell'uso e della pratica, quelli del solo istituto.
Dal che si conosce ancora, la vanità del Bellarmino in questo proposito, e de' suoi seguaci non esser inferiore a quell'altra della translazione dell'Imperio ai Franzesi nella persona di Carlo M. o ne' Germani in quella d'Ottone, in volendo all'autorità del Papa attribuire questa istituzione; poichè nè il Papa, nè l'Imperadore istesso, senza il consenso de' Principi della Germania, del cui pregiudizio trattavasi, potevano restringere a' soli sette Principi questa facoltà, con spogliarne gli altri; nè potevan farlo, siccome in fatti non lo fecero; e gli Scrittori testimoniano, che col consenso degli altri Principi si restringesse a sette questa prerogativa. La Cronaca antica, della quale alcuni vogliono, che ne fosse Autore Alberto Stadense nell'anno 1240 porta, che per consenso de' Principi i Vescovi di Treveri e di Magonza eleggono l'Imperadore; ed Agostino Triunfo[99] narra, che nel tempo di Ottone, Gregorio V, avendo convocati e richiesti i Principi d'Alemagna, avesse istituiti i sette Elettori. Leopoldo[100] rapporta ancora, che in tempo d'Ottone III, che non ebbe figliuoli, fu istituito, che per certi Principi della Germania Ufficiali dell'Imperio, ovvero della Corte imperiale s'elegesse l'Imperadore; ma sopra tutti niuno più diligentemente ci descrisse questa istituzione di Nauclero[101], il quale dice, che Ottone III non avendo prole maschile, per consiglio de' Principi della Germania, stabilì, che morto l'Imperadore, in Francofort dovesse farsi l'elezione, costituendo per Elettori tre Arcivescovi, e quattro altri Ufficiali dell'Imperio di sopra rapportati; onde poi fu introdotto, che a soli questi Elettori s'appartenesse eleggere l'Imperadore, il quale non era così chiamato ma solamente Cesare, e Re de' Romani, se non dapoichè in Roma dal Pontefice non fosse stato incoronato. Così l'Imperadore Ottone trascelse tra tanti Principi sette Ufficiali dell'Imperio per Elettori, forse per consiglio del Papa, ma principalmente per consenso dei Principi, che cederono alla lor ragione; ed il Pontefice Gregorio V approvò lo stabilimento fatto per consenso de' Principi. Tanto che tal istituzione non al Papa, ma più tosto all'Imperadore, e sopra tutto ai Principi stessi della Germania deve attribuirsi, siccome osservò ancora il Cardinal Cusano[102]. E se bene, come si è veduto, non così tosto che fu ciò stabilito, si fosse posto in pratica; nulladimeno da poi col correr degli anni, i Principi della Germania anteponendo il ben pubblico a' privati interessi, cedendo a' loro diritti a sette solamente restrinsero gli Elettori; i quali riconoscono tal autorità non dal Papa, nè dall'Imperadore, ma dal consenso comune di tutti coloro, a' quali prima appartenevasi tal elezione; e l'autorità Imperiale tutta dalla loro elezione dipende, non da altri; e se il costume fu di prender la corona d'oro in Roma dal Papa, ciò non fu riputato, che per una solennità e cerimonia, siccome degli altri Principi, che sogliono farsi ungere ed incoronare dai proprj Vescovi, come abbiam veduto de' Re d'Italia, di Francia, di Spagna, ed altri: tanto che Massimiliano Imperadore presso al Guicciardino[103], in una concione, che fece agli Elettori prima di passar in Italia, si protesta, e lor disse, ch'egli avea deliberato di passare in Italia per ricevere la corona dell'Imperio con solennità (come è noto più di cerimonia, che di sostanza) perchè la dignità e l'autorità imperiale dipende in tutto dalla vostra elezione.
L'istituzione adunque di questo Collegio Elettorale, se bene avesse avuto il suo principio sin da' tempi d'Ottone III non fu però messa in esecuzione nell'elezione d'Errico Duca di Baviera, che gli succedè; poichè questo Principe, secondo il solito modo, fu fatto Re di Germania da' Principi e Prelati di essa. Intanto i nostri Italiani, scorgendo che Ottone non avea di se lasciati figliuoli, aspirarono di nuovo a ridurre l'Imperio ed il Regno d'Italia nelle loro mani. Infatti Ardoino in Pavia fu Re d'Italia proclamato, e tenne il Regno, ancorchè combattuto da Errico, poco men di due anni. L'Arcivescovo di Milano reputando a suo disprezzo ciò che s'era fatto in Pavia intorno all'esaltazione d'Ardoino senza sua autorità, mosse Errico a discacciarlo dal Trono. Non solo i Pontefici romani, ma sino gli Arcivescovi di Milano pretendevano, che l'elezione de' Re d'Italia appartenesse a loro; e ciò che prima fu istituito per sola solennità, e cerimonia di farsi i Re da loro ungere ed incoronare, da poi la pretesero di necessità, e che assolutamente ad essi s'appartenesse l'elezione. Documento (siccome infiniti altri se ne scorgeranno nel corso di quest'Istoria) che devono i Popoli ed i Principi guardarsi molto bene ne' proprj affari, in tutto ciò che appartiene ad essi, di non farvi ingerire i Preti, poichè costoro ciò che prima ricevono per cortesia, o riverenza dovuta alla loro dignità, da poi lo pretendono di necessità, anzi con somma ingratitudine niegano poi riconoscerlo da essi, ed alla loro autorità e carattere l'attribuiscono. Così Arnulfo Arcivescovo di Milano (se dee prestarsi fede al Sigonio) tenne un Concilio di suoi Vescovi, e depose Ardoino, conferendo il Regno d'Italia ad Errico. Tanto che per questo fatto ne restarono gravemente offesi i Pontefici romani per le deposizioni, che vantano di poter essi soli fare di Regni ed Imperj, giacchè allora fin gli Arcivescovi di Milano tentarono di farlo per li Re d'Italia. Mandò per tanto Errico, invitato da Arnulfo, in Italia il Duca Ottone per discacciarne Ardoino, e fu guerreggiato con dubbia sorte: ma Arnulfo scorgendo, che non poteva così facilmente discacciar d'Italia Ardoino, il quale devastava tutto il Milanese, s'adoperò in maniera per Legati, che Errico in persona calasse in Italia: vennevi questo Principe con potente armata, prende Verona, ove Ardoino erasi presidiato, e lo confina in Pavia, e cintala di stretto assedio tosto la riduce in sua potestà, e con incendj e saccheggiamenti, la riduce in cenere[104]: da poi portatosi a Milano fu in questa città immantenente incoronato Re d'Italia dall'Arcivescovo; onde molti dei nostri Italiani, abbandonato Ardoino, s'unirono al partito dell'Arcivescovo e d'Errico.
Fu allora, che avendo Errico debellato e distrutto li suo emolo, portossi in questo anno 1013 presso Roncaglia, dove seguitando i vestigi, de' suoi maggiori, tenne una Dieta, e molte leggi da lui furono stabilite, le quali come Re d'Italia le stabilì, non avendo ancora assunto il nome d'Imperadore. Convennero nella Dieta, secondo il solito, molti Principi, Marchesi, Conti, Giudici, ed anche molti dell'Ordine ecclesiastico, come Arcivescovi, e Vescovi. Fu allora, che stabilì questo Principe quelle leggi, che abbiamo nel libro primo e secondo delle leggi longobarde[105], le quali dall'antico Compilatore di que' libri furono all'altre aggiunte, come stabilite da Errico, che se non ancora Imperadore, era stato però Re d'Italia acclamato, dopo fugato Ardoino. Altre leggi accenna il Sigonio[106], e moltissime altre furono raccolte da Goldasto[107].
Portossi indi a poco Errico in Ravenna, donde spedì Legati in Roma al Pontefice Benedetto VIII per li quali gli espose esser apparecchiato venir in Roma a prender l'insegne e la Corona imperiale[108]; tosto si incamminò per quella città, ove accolto benignamente dal Papa e da' Romani, secondo il costume fugli con solita cerimonia e celebrità da quel Pontefice posta la Corona imperiale, ed Augusto dal Popolo fu proclamato: indi avendo confermati i privilegi alla Chiesa romana conceduti da' suoi predecessori non molto da poi tornossene in Germania, ove era richiamato. Così l'Imperio ed il Regno d'Italia dalla stirpe degli Ottoni passò nella Casa de' Duchi di Baviera nella persona d'Errico II ed Ardoino che poco men di due anni tenne il Regno d'Italia, perduta ogni speranza di riacquistarlo, si vestì Monaco in un monastero presso Turino.
Ma mentre Errico imperava nell'Occidente, e Basilio nell'Oriente, accaddero in queste nostre regioni avvenimenti così portentosi e grandi, che finalmente tutti terminarono nella dominazione d'una nuova gente la quale da tenuissimi principj, per mezzo delle loro valorose azioni potè unire queste nostre Province, già in tante parti divise, e a tanti Principi sottoposte, sotto un solo Moderatore, e che finalmente in forma d'un ben fondato e stabil Regno le riducesse. Furono questi i prodi e valorosi Normanni, l'origine de' quali, e le loro famose gesta saranno ben ampio e luminoso soggetto de' seguenti libri di questa Istoria.
CAPITOLO VI. Politia ecclesiastica di queste nostre province per tutto il decimo secolo insin alla venuta de' Normanni.
La politia ecclesiastica, che si vide a questi tempi introdotta presso di noi, comincia ad avere qualche rapporto alla presente, per quanto s'attiene all'innalzamento de' Vescovi in Metropolitani. I Papi, per la concessione del Pallio, trassero a se per nuovo diritto la ragione sopra i Vescovi, obbligandogli ad andare in Roma a riceverlo, innalzandogli a Metropolitani. Trasse quindi origine la pretensione, che le cause delle loro diocesi per appellazione, o per negligenza in trattarle dovessero portarsi a Roma: ed infine di voler soprantendere a tutti i loro affari; ed eressero perciò molti nuovi Metropolitani e Vescovi. Ebbero in ciò tutto il favore degli Ottoni Imperadori d'Occidente, e d'Ottone I sopra ogni altro, li quali contro l'ambizione de' Patriarchi di Costantinopoli gli difesero, facendo valere la loro autorità anche sopra alcuni di quegli Stati, che s'appartenevano all'Imperio greco. Aveva Ottone I forte cagione di sostenergli, poichè niuno Imperadore fu cotanto da' romani Pontefici favorito, quanto lui. Se tra' Scrittori ancor si disputa del Sinodo tenuto da Adriano in Roma, dove narrasi essere stata data a Carlo M. la potestà di eleggere il Papa; non si dubita però che Lione VIII in un general Concilio tenuto nell'anno 964 in Laterano avesse ad Ottone M. ed a tutti gl'Imperadori germani suoi successori conceduto in perpetuo, non pure il Regno d'Italia ed il Patriziato romano, ed avesse con indissolubil nodo unito l'Imperio d'Occidente col Regno germanico, ond'è che Ottone, ed i suoi successori furono poi Sovrani di Roma; ma ancora d'ordinare la Santa Sede, ed eleggere il Papa a suo arbitrio e piacere. Confermogli ancora, ciò che Adriano avea conceduto a Carlo M. il diritto dell'investiture, dandogli potestà coll'anello e col bastone investire gli Arcivescovi ed i Vescovi delle loro Chiese. Di questo Concilio tenuto in Roma ne rendono testimonianza Luitprando[109], Ivone Carnotense[110], donde il prese Graziano[111], che volle pure inserirlo nel suo decreto; e Teodorico di Niem da un antico Codice fiorentino lo inserì anche nel suo Trattato delle Ragioni, e Privilegj dell'Imperio[112].
Così vicendevolmente favorendo l'un l'altro, vennesi molto più a corrompersi l'antica disciplina, ed il mutarsi l'antica disposizione delle Chiese. I Papi perciò più Vescovi ordinarono, e più metropoli cressero; ma l'innalzamento di queste si vide che facevasi, secondando la disposizione delle città dell'Imperio, con adattarsi sempre la politia ecclesiastica alla temporale; siccome appunto accadde in queste nostre province.
Principato di Capua.
Tra le città più cospicue ch'erano in quelle province sottoposte a' Longobardi, si è veduto essere state Benevento e Salerno; ma ora Capua sopra ogni altra estolse il capo. Quindi (non volendosi tener conto di ciò che si facessero i Patriarchi di Costantinopoli nelle città al greco Imperio sottoposte) la prima città del nostro Regno, che fosse stata da' romani Pontefici innalzata ad esser metropoli, fu Capua. A Lodovico Imperadore era venuto in pensiero nell'anno 873 di render Capua metropoli; ma, come narra Erchemperto[113], frastornato per altre cure, non ebbe questo suo pensiero effetto. Ma nel Pontificato di Giovanni XIII, patendo costui fiere persecuzioni da' principali Signori romani, che lo discacciarono da Roma, venendo a Capua, fu cortesemente accolto dal Principe Pandulfo; il Papa riconoscente di questo beneficio, nell'anno 968 in grazia sua innalzò Capua ad esser metropoli, e consecrò Arcivescovo di quella Giovanni fratello del Principe[114]. Ebbe per suffraganei i Vescovi d'Atina, il qual Vescovado a' tempi di Papa Eugenio III fu soppresso, quello d'Isernia, che prima andava unito colle Chiese di Venafro e di Bojano, l'altro di Sessa, che poi si sottrasse da questa metropoli, e fu posto sotto l'immediata soggezione del Pontefice romano; ed in decorso di tempo multiplicandosi tuttavia in questo Principato più Vescovi, ebbe ancora per suffraganei, siccome oggi ritiene, i Vescovi di Cajazza, di Carinola, di Calvi, di Caserta, di Teano e di Venafro. Furon anche suoi suffraganei i Vescovi d'Aquino, di Fondi, di Gaeta e di Sora, ma sottratti da poi dalla Chiesa di Capua, furono immediatamente sottoposti alla Sede Appostolica.
Principato di Benevento.
Il Principato di Benevento, non meno che quello di Capua, meritava ancora quest'onore; la sua estensione sopra tutti gli altri Principati e Ducati maggiormente lo richiedeva. Quindi si vede sopra tutti i Metropolitani del nostro regno, l'Arcivescovo di Benevento aver ritenuti ancora più Vescovi suffraganei. Fu pure un'anno appresso nel 969, innalzato Benevento dallo stesso Pontefice Giovanni XIII, ad esser metropoli: e siccome era quella riputata capo d'un sì ampio Principato, così secondando la politia della Chiesa quella dell'Imperio, si vide il Vescovo di Benevento Capo di tutte le Chiese del suo Principato. Fu in grazia dell'Imperador Ottone e del Principe Pandulfo costituito Arcivescovo di Benevento Landolfo, a cui Papa Giovanni concedè il Pallio, ed il titolo di Metropolitano[115]. Ciò che di particolare si osserva in questa Chiesa si è, che il Vescovo beneventano prima d'essere innalzato al grado di Metropolitano, ebbe Siponto, e molte altre Chiese cattedrali a se soggette. Egli fu il più favorito non men da' Pontefici romani, che dagli Imperadori, e da' suoi Principi di innumerabili prerogative e privilegi. Costui un tempo videsi fregiato di quelle due insigni prerogative, le quali oggi al solo Pontefice romano sono riserbate, cioè di portar la mitra rotonda a guisa dell'antica Tiara pontificia con una sola corona fregiata d'oro; e di portare, mentre andava visitando la provincia, il Venerando Sacramento dell'Altare; ed ora pur ritiene a guisa de' romani Pontefici l'uso di segnare col sigillo di piombo le sue Bolle. Un tempo l'Arcivescovo di Benevento ebbe la temporal Signoria della città di Varano con molte altre terre e castelli, ed esercitava giurisdizione in molti luoghi, ed ora i suoi Vicarj sono Giudici ordinarj in grado d'appellazione delle cause civili tra' laici: e sopra le ville di S. Angelo, e della Motta, secondo che rapporta Ughello[116], ritengono ancora il mero e misto imperio.
L'estensione del suo Principato portò ancora in conseguenza, che il numero de' Vescovi suffraganei fosse maggiore di quanti mai Metropolitani fossero in queste province. Ne riconobbe un tempo fino a trentadue, insino che alcuni di essi non fossero innalzati o a Metropolitani, come fu quello di Siponto, che poi distaccatosi da questa Chiesa, resse per se medesimo la sua Cattedra: ovvero non fossero stati sottratti, e sottoposti immediatamente alla Sede Appostolica, o altri, per la distruzione delle loro città, non fossero stati soppressi. Ebbe sin da questi tempi per suffraganei i Vescovi di S. Agata de' Goti, di Avellino, di Arriano, d'Ascoli, di Bovino, di Volturara, di Larino, di Telese, di Alife e di Siponto. Essendosi poi nel Regno da' romani Pontefici fatti più Vescovi, e molte Chiese rendute cattedrali, che prima non erano, fu veduto, come si è detto, il numero dei suffraganei molto maggiore. Quindi ora si vede, essendosi per nuova distribuzione diviso il Regno in più province, che questo Metropolitano abbia Vescovi suffraganei, non pure nel Principato Ultra, ma in altre province fuori di quello. Nel Contado di Molise vi ha il Vescovo di Bojano, e l'altro di Guardia Alfiera. Nel Principato Citra ve ne ha cinque, quello di Avellino, e gli altri d'Arriano, di Trivico, di Volturara, e di Monte Marano. In Terra di lavoro ne ritiene tre, quel di S. Agata de' Goti, d'Alife, e di Telese. In Capitanata sei, cioè Ascoli, Bovino, Larino, S. Severo, Termoli e Lucera. Li Vescovadi di Draconaria, di Civitade, di Firenzuola, di Frigento, di Lesina, di Montecorvino e di Turtiboli, che tutti furono suffraganei all'Arcivescovo di Benevento, per la desolazione delle loro città restano oggi estinti, ed unite le loro rendite ad altre Chiese cattedrali; e quelle di Lesina distrutta da' Saraceni, al magnifico ospedale della Nunziata di Napoli.
Teneva ancora in questa provincia, quando Siponto e 'l Monte Gargano erano compresi nel Principato di Benevento, la Chiesa sipontina e la garganica attribuite al Vescovo di Benevento sin da tempi di S. Barbato dal Duca Romualdo, acconsentendovi anche Vitagliano R. P. il quale nell'anno 668, a Barbato, e suoi successori confermò la Chiesa sipontina; e poco men di quattrocento anni i Vescovi beneventani si intitolavano anche Sipontini, ond'è che Landulfo, che fu il primo Arcivescovo di Benevento, si nominava anche di Siponto; ma tolta da poi questa provincia da' Greci a' Longobardi, e passata quindi sotto la dominazione de' Normanni, furono da Benevento separate, e Siponto antica sede de' Vescovi fu innalzata a metropoli. La Chiesa sipontina sin da' primi tempi ebbe i suoi Vescovi; e negli atti del Concilio romano celebrato nell'anno 465, sotto Ilario R. P. si legge la soscrizione di Felice Vescovo di Siponto. Un altro Felice pur Vescovo di questa città troviamo ne' tempi di S. Gregorio M. a cui da questo Pontefice si veggono dirizzate molte sue epistole, e nel decreto di Graziano[117] fassi memoria di Vitagliano Vescovo di Siponto, a cui S. Gregorio drizzò parimente sue lettere. Caduta poi per le fiere guerre tra' Longobardi beneventani, e' Greci napoletani in istato lagrimevole, fu, come si disse, duopo unirla a quella di Benevento; donde non si staccò se non in questi tempi, quando sedendo in Roma Benedetto IX, nell'anno 1034, la divise da Benevento, e la decorò della dignità Arcivescovile, e quindi ne' decretali[118] s'incontra spesso il nome degli Arcivescovi sipontini. Pascale II, da poi le diede per suffraganeo il Vescovo di Vesti, che ancor oggi ritiene.
Ritengono questi Arcivescovi il nome di Sipontini, ancorchè Siponto sia ora distrutta, ed in suo luogo sopra le ruine di quella dal Re Manfredi fossesi edificata un'altra città chiamata dal suo nome Manfredonia. I Pontefici romani, e per serbarle il pregio dell'antichità, e per l'odio che tengono al nome di Manfredi, le han fatto conservare l'antico nome. I Canonici e' cittadini garganici pure pretesero, che avendo gli Arcivescovi sipontini, o per l'amenità del luogo, ovvero per occasion di guerre, sovente trasferita la loro residenza nel Gargano, che dovessero chiamarsi non meno Sipontini, che Garganici, e che la loro chiesa non meno che Siponto dovesse godere degli stessi onori e prerogative; n'allegavan anche una bolla di Papa Eugenio III, e ne mossero perciò lite in Roma, che ha durato più secoli. Ma Alessandro III, profferì contro di essi la sentenza, poichè essendosi riconosciuta la bolla d'Eugenio, videsi rasa e viziata in quella parte, ove riponevan tutta la loro difesa. I successori d'Alessandro, Lucio, Celestino, Innocenzio III, e tutti gli altri Papi confermarono la sentenza d'Alessandro; onde ora la Chiesa sipontina solamente ritiene l'onore di metropoli, a cui i Garganici sono sottoposti.
Non mancò chi credette, che al Metropolitano di Siponto, quando Benedetto IX, l'innalzò a tal dignità, le avesse ancor dati quattro Vescovi per suffraganei, cioè quello di Troja, l'altro di Melfi, e quelli di Monopoli e di Rapolla; ma come ben pruova l'Ughello, questi o non mai, o per poco tempo salutarono l'Arcivescovo di Siponto come lor Metropolitano; poichè nel Concilio lateranense celebrato nell'anno 1179, sotto Alessandro III, i Vescovi di Melfi, e di Monopoli si sottoscrissero con gli altri Vescovi immediatamente sottoposti alla Sede Appostolica; e que' di Troja, e di Rapolla non v'intervennero; e nel vecchio Provincial romano scritto da più di cinquecento anni addietro, questi due si dicono appartenere alla Provincia romana, e negli ultimi tempi quello di Rapolla fu estinto, ed unito al Vescovo di Melfi.
Non si vede ora l'Arcivescovo di Benevento avere suffraganei ne' due Apruzzi, che prima eran compresi nel Principato di Benevento; poichè i Vescovadi di queste due province, quasi tutti, come a Roma vicini, furono immediatamente sottoposti alla Sede Appostolica. L'Aquila edificata dall'Imperador Federico II, sopra le ruine d'Amiterno, del cui Vescovo fassi spessa memoria nell'Epistole di S. Gregorio M. fu fatta sede Vescovile da Alessandro IV, il quale da Forcone col consentimento di Bernardo, che n'era Vescovo, intorno l'anno 1257, traslatò quivi la sede, ed avendola collocata nella chiesa de' SS. Massimo e Giorgio, ordinò, che non si nomasse più Vescovo di Forcone, ma dell'Aquila, secondo che appare per la Bolla sopra di ciò spedita, riferita dal Bzovio negli Annali ecclesiastici, e se ne conserva copia autentica in pergameno nell'Archivio del convento di S. Domenico di Napoli, fatta estrarre ad istanza del Vicario di Paolo suo Vescovo nell'anno 1363. E questa Chiesa non è ad alcun Metropolitano suffraganea; ma immediatamente sottoposta a quella di Roma. Chieti parimente ebbe il suo Vescovo sotto l'immediata subordinazione del Papa, e non fu, se non negli ultimi tempi da Clemente VII, nell'anno 1527, renduta metropoli, a cui per suffraganei furono dati i Vescovi di Penna, d'Adria, e di Lanciano; ma questi pure da poi se ne sottrassero, e ritornarono sotto l'immediata soggezione di Roma; e Lanciano fu poi in metropoli innalzato, ma senza darsegli suffraganeo alcuno, ritenendo solamente le preminenze ed il titolo di Arcivescovo; e solo il Vescovo di Ortona rimane ora suffraganeo al Metropolitano di Chieti.
Principato di Salerno.
Il Principato salernitano meritava pure, che in questo decimo secolo, siccome quello di Capua e di Benevento, avesse il suo Metropolitano; onde è che Giovanni Principe di Salerno ne richiese il Pontefice Benedetto VII, il quale nell'anno 974, innalzò questa città in metropoli, ed istituì Arcivescovo di quella Amato[119]; gli fu poi confermata questa prerogativa dal Pontefice Giovanni XV, onde l'Indice aggiunto all'Istoria del Regno d'Italia del Sigonio, che rapporta l'istituzione di questo Arcivescovado a Sergio IV nel 1009 contiene manifesto errore. Ebbe prima per suffraganei molti Vescovi, fra' quali furono quelli di Cosenza, di Bisignano, e di Acerenza. Questi, secondo la disposizione delle sedi sottoposte al Trono costantinopolitano, rapportata nel libro sesto di quest'istoria, furono attribuiti dall'Imperador Lione, cioè i Vescovi di Cosenza e di Bisignano al Metropolitano di Reggio, di cui erano suffraganei, e il Vescovo d'Acerenza al Metropolitano di S. Severina; ma da poi furono restituiti al Trono romano, e al Metropolitano di Salerno aggiudicati. Il Vescovo di Consa parimente era suo suffraganeo, siccome quello di Pesto, di Melfi, de la Calva, di Lavello, e di Nola; ma da poi quel di Pesto fu unito a quello di Capaccio, gli altri di Melfi, di Lavello e di Bisignano, se ne sottrassero, e si sottoposero immediatamente alla Sede Appostolica, e quello di Nola fu fatto suffraganeo all'Arcivescovo di Napoli. Il monastero della Cava, essendo surto in questi tempi, di cui Alferio ne fu il primo Abate, innalzato poi in amplissima dignità, e da Urbano II nel 1091 decorato il suo Abate Pietro dell'uso della Mitra, fu da Bonifacio IX eretto in Cattedrale[120]. Ma Lione X diede poi alla Cava particolar Vescovo, e fu quello sottoposto immediatamente alla Sede Appostolica. Tre altri di questi Vescovadi furono da poi ancor innalzati a metropoli, e furon que' di Consa, di Acerenza e di Cosenza.
Il Vescovo di Consa da chi, ed in quali tempi fosse stato innalzato a Metropolitano, è molto incerto: forte conghiettura è quella dell'Ughello[121], che crede da Alessandro II, ovvero da Gregorio VII suo successore, essersi Consa resa metropoli; poichè si vede, che nell'anno 1051 sotto il Ponteficato di Lione IX il Vescovo di Consa era ancor suffraganeo all'Arcivescovo di Salerno; ed il primo, che s'incontra nominarsi Arcivescovo di Consa, fu Lione, che visse sotto il Ponteficato di Gregorio VII, e da questo Lione poi successivamente senz'interruzione si veggono tutti gli altri nominati Arcivescovi. Gli furon dati per suffraganei i Vescovi, che di tempo in tempo s'andavan ergendo ne' luoghi vicini; onde se gli diede il Vescovo di S. Angelo de' Longobardi, quello di Bisaccia, di Lacedogna, di Montemurro, di Muro, e di Satriano; ma quest'ultimo passò poi sotto il Metropolitano di Salerno. Dell'altro di Belfiense, di cui nel Provinciale Romano fassi memoria, come sottoposto al Metropolitano di Consa, non ve n'è ora presso di noi alcun vestigio.
Il Vescovo d'Acerenza, che prima, secondo la Novella di Lione, era suffraganeo al Metropolitano di S. Severina, sottoposto al Patriarca di Costantinopoli, restituito al Romano, riconobbe per Metropolitano l'Arcivescovo di Salerno, e si legge dall'anno 993 insino al 1051 essere stato a costui suffraganeo. Fu poi da Niccolò II innalzato, e renduto Metropolitano; poichè ciò che alcuni scrissero questa dignità essergli stata conferita da Benedetto V, s'asserisce senza verun legittimo documento. Alessandro II, che a Niccolò succedè, nell'anno 1067 confermò all'Arcivescovo Arnolfo questa prerogativa di Metropolitano, e l'uso del Pallio; e gli diede per suffraganee le Chiese di Venosa, di Montemilone, di Potenza, Tulba, Tricarico, Montepeloso, Gravina, Oblano, Turri, Tursi, Latiniano, S. Quirico, e Virolo co' suoi castelli, ville, monasteri, e plebe; onde il nome degli Arcivescovi d'Acerenza cominciò a sentirsi, di cui anche nelle nostre decretali[122] sovente accade farsene ricordanza. Ma in decorso di tempo, desolata Acerenza, per le continue guerre, d'abitatori, bisognò che a lei per sostenerla s'unisse la Chiesa di Matera, la quale da Innocenzio II, essendo stata renduta cattedrale, fu con perpetua unione congiunta a quella d'Acerenza con legge, che l'Arcivescovo d'Acerenza per accrescer dignità alla Chiesa di Matera, si chiamasse ancora Arcivescovo di Matera, e che quando dimorava in Acerenza, nelle scritture il nome di Acerenza fosse posto innanzi a quello di Matera; e tutto al rovescio poi si praticasse quando l'Arcivescovo trasferiva sua residenza in Matera. Questa alleanza non durò guari, poichè sotto Eugenio IV per togliere le discordie fra i Capitoli, e' cittadini dell'una e dell'altra città, furono divise, ed assegnato a Matera il proprio Vescovo. Tornaronsi poi ad unire; ma sotto Lione X insorte nuove contese, finalmente nel Ponteficato di Clemente VII fu dalla Ruota romana deciso il litigio a favor d'Acerenza, conservandole le antiche sue ragioni e preminenze. Ma questa città ridotta nell'ultimo scadimento, avendo perduto l'antico suo splendore; ed all'incontro, siccome portano le vicende delle mondane cose, Matera essendo divenuta più ampia, e d'abitatori più numerosa, bisognò trasferire la sede degli Arcivescovi di Acerenza in Matera, ove ora tengono la loro residenza; e le restano ancora cinque Vescovi suffraganei, quello d'Anglona trasferito nell'anno 1546 da Paolo III per la sua desolazione in Tursi, quello di Gravina, e gli altri di Potenza, di Tricarico e di Venosa.
Il Vescovo di Cosenza prima suffraganeo al Metropolitano di Reggio, e sottoposto al Trono costantinopolitano, tolto da poi a' Greci, e restituito da' Normanni al Romano, fu suffraganeo dell'Arcivescovo di Salerno; ma in qual anno, e da qual Pontefice ne fosse stato sottratto, ed innalzata Cosenza ad esser metropoli, non se ne sa niente di certo[123]. Comunemente si crede, che nel principio dell'undecimo secolo fosse stata decorata di questa dignità; poichè nell'anno 1056, nella Cronaca di Lupo Protospata si fa memoria di un tal Pietro Arcivescovo di Cosenza; ed altri reputano che questo trasmutamento fossesi fatto sotto il Ponteficato di Gregorio IX o poco prima. Ancorchè le rendite, che gode, siano grandi, non ha che uno solo suffraganeo, e questi è il Vescovo di Martorano, essendo tutti gli altri Vescovi vicini esenti, e sottoposti immediatamente alla sede di Roma.
Ma sopra tutti gli altri Metropolitani di queste nostre province niuno come l'Arcivescovo di Salerno, può pregiarsi della prerogativa di Primate, della quale fu egli decorato da Urbano II, dichiarandolo Primate di tutta la Lucania; onde ancorchè i Vescovi di Consa, di Acerenza e di Cosenza, ch'erano suoi suffraganei, fossero stati poi innalzati a Metropolitani, Urbano II per una sua Bolla istromentata in Salerno nell'anno 1099, sopra questi, e sopra tutti i loro suffraganei lo costituì Primate. Ferdinando Ughello trascrive la Bolla, parte della quale vien anche rapportata dal Baronio, dove ad Alfano Arcivescovo di Salerno, ed a' suoi successori si concedono le preminenze di Primate sopra gli Arcivescovi di Acerenza e di Consa, e sopra tutti i loro suffraganei, i quali dovessero promettere prestargli ogni ubbidienza; prescrisse eziandio il modo della loro elezione: che presente il Legato della Sede Appostolica, e l'Arcivescovo Primate nelle loro metropoli, col consiglio ed autorità de' medesimi si dovessero eleggere, e, dopo eletti, colle loro patenti mandarsi in Roma a consecrarsi, e a ricevere il Pallio, ed a giurar da poi ubbidienza all'Arcivescovo di Salerno, come lor Primate. Ma queste prerogative col correr degli anni andarono in disuso, ed ora l'Arcivescovo di Salerno solamente sopra i Vescovi suffraganei, che gli sono rimasi, esercita le ragioni di Metropolitano. Gli restano oggi i Vescovi d'Acerno, di Campagna, di Capaccio, di Marsico nuovo, di Nocera de' Pagani, di Nusco, di Policastro, di Satriano e di Sarno.
§. I. Disposizione delle Chiese sottoposte al greco Imperio, restituite poi da' Normanni al Trono romano. Puglia.
La principal sede del Magistrato greco, donde era amministrata non men la Puglia che la Calabria, la veggiamo ora collocata in Bari; quindi dagli Scrittori fu chiamata Capo di tutte le città della Puglia, e che ella teneva il primato in questa provincia. Il suo Vescovo perciò estolse il capo sopra tutti gli altri Vescovi della Puglia; s'aggiunsero i favori de' Patriarchi di Costantinopoli, i quali avendoselo appropriato, e sottoposto al Trono costantinopolitano, di molti privilegi, e prerogative lo ricolmarono. Ma sopra ogni altro si estolse per lo trasferimento quivi fatto delle miracolose ossa del santo Vescovo di Mira Niccolò; le quali fin dalla Licia, navigando alcuni Baresi per Levante, e ritornando da Antiochia per mare, dando a terra nelle maremme di Licia, venne lor fatto di involar di colà il sacro deposito, e nell'anno 1087, trasportarlo in Bari. Così Bari gareggiando ora con Benevento e con Salerno, se costoro pregiavansi dei corpi di due santi Appostoli, ella si vanta di quello di S. Niccolò; e con tanta maggior ragione, quanto che coloro ne conservano l'ossa aride ed asciutte, ma Bari le ha tutte grondanti di prezioso liquore; di che ne abbiamo un'illustre testimonianza, quanto è quella dell'Imperador Emanuel Comneno, il quale in una sua Novella[124] lo testifica. Ebbe la Chiesa di Bari suoi Vescovi antichi; hassi memoria di Gervasio, che nell'anno 347, intervenne nel Concilio di Sardica: di Concordio, che si sottoscrisse nel Concilio romano, sotto il Pontefice Ilario nell'anno 465, e di altri, che non erano, che semplici Vescovi. Antonio Beatillo nella sua Istoria di Bari vuole, che sin dall'anno 530, nel Ponteficato di Felice IV, da Eugenio Patriarca di Costantinopoli fosse stato Pietro Vescovo di Bari innalzato al titolo ed autorità di Arcivescovo e di Metropolitano, essendo manifesto dalle greche Bolle, che si conservano ancora nel Duomo di Bari, che i Patriarchi di Costantinopoli confermavano gli Eletti, e ne spedivano le Bolle; ma siccome è vero, che Bari quando era sottoposta al greco Imperio, fu ancora attribuita al Trono costantinopolitano, leggendosi in Balsamone nell'esposizione, ch'egli fa de' Vescovadi a quel Patriarcato soggetti, fra gli altri, quello di Bari al numero XXXI, quello di Trani al numero XLIV, l'altro d'Otranto al LXVI e gli altri di Calabria al XXXVIII, nulladimanco ciò non deve riportarsi a tempi cotanto in dietro e remoti infino all'anno 530, quando queste province con vigore erano governate da' Goti, e nelle quali non avean che impacciarsi così nel politico e temporale, come nell'ecclesiastico e spirituale i Greci; essendo allora tutte le nostre Chiese amministrate dal Pontefice romano, nè l'ambizione de' Patriarchi di Costantinopoli s'era in que' tempi distesa tanto, sicchè avesse potuto invadere anche queste nostre province, siccome si vide da poi ne' tempi di Lione Isaurico, e più, sotto gl'Imperadori Lione Armeno e Lione il Filosofo, che si portano per autori della disposizione delle Chiese sottoposte al Trono di Costantinopoli; ond'è da credere, che i Vescovi di Bari decorati prima secondo il solito fasto de' Greci col titolo di Arcivescovi, si fossero da poi renduti Metropolitani da' Patriarchi di Costantinopoli, con attribuir loro dodici Vescovi suffraganei, molto da poi, che Reggio, S. Severina ed Otranto furono sottoposti al Trono costantinopolitano, quando, vindicata Bari da' Longobardi e da' Saraceni, pervenne finalmente sotto la dominazione de' Greci.
La città di Canosa in tempo della sua floridezza gareggiò con Bari in quanto a' Vescovi: ebbe ancor ella suoi Vescovi antichi, e lungo di lor catalogo ne tessè Beatillo, incominciando dall'anno 347 fino all'anno 800, nel quale egli dice che Pietro Longobardo affine di Grimoaldo Principe di Benevento fu eletto Vescovo di Canosa, il qual egli crede che fosse l'ultimo, poichè ei soggiunge, che fu poi la sua sede innalzata in metropoli nell'anno 818, ond'egli fu l'ultimo Vescovo, e 'l primo Arcivescovo di Canosa; e non potendo dirsi, che a questo grado l'avesse innalzato il Pontefice romano, poichè verrebbe ad esser più antico di quello di Capua, quando tutti i nostri più appurati Scrittori questo pregio d'antichità lo attribuiscono a Capua, è da credere che dal Patriarca di Costantinopoli, non già dal Romano fosse stato a questi tempi il Vescovo di Canosa renduto Arcivescovo. Che che ne sia, distrutta da poi Canosa da' Saraceni, si videro uniti questi due Arcivescovadi nella persona di un solo, e la Chiesa di Canosa fu unita a quella di Bari; ed Angelario, che a Pietro succedè, fu il primo, che nell'anno 845, si chiamasse Arcivescovo insieme di Bari e di Canosa, siccome da poi usarono tutti i suoi successori. Tolte da poi queste Chiese al Trono costantinopolitano, e restituite da' Normanni al Romano, i Pontefici romani lasciandole colla medesima dignità, cominciarono a disporne come a se appartenenti, concedendo all'Arcivescovo di Bari l'uso del Pallio, che prima non avea; e Gregorio VII, a richiesta del Duca Roberto, nell'anno 1078 creò Arcivescovo di Bari Urso, cotanto famigliare di quel Principe, e da poi nell'anno 1089 Urbano II da Melfi, ove tenne un Concilio, gito a Bari, a preghiere del Duca Roggiero e di Boemondo suo fratello, concedette, e confermò ad Elia allora Arcivescovo di Bari suo grande amico, per essere dimorati insieme Monaci nel monastero della Trinità della Cova, ed a' suoi successori per suffraganee le diocesi di Canosa, di Trani, di Bitetto, di Bitonto, di Giovenazzo, di Molfetta, di Ruvo, d'Andria, di Canne, di Minervino, di Lavello, di Rapolla, di Melfi, di Salpi, di Conversano, di Polignano, ed oltramare, anche di Cattaro, e le Chiese di Modugno, d'Acquatetta, di Montemiloro, di Biselpi, di Cisterna con tutte le altre Chiese delle città e terre a queste diocesi appartenenti, con spedirnele Bolla, che si legge presso Ughello, e vien anche rapportata dal Beatillo.
Ma di tanti suffraganei al Metropolitano di Bari assegnati, molti in decorso di tempo ne furono sottratti, passando chi sotto l'immediata soggezione della Sede Appostolica, altri soppressi, altri dati a Trani, la quale da poi fu innalzata anch'ella in metropoli. L'Arcivescovo di Trani è fra' moderni il più antico, leggendosi molte epistole d'Innocenzio III dirizzate al medesimo; ma la sua istituzione non deve riportarsi a' tempi di Urbano II, ne' quali non era ancora che semplice Vescovo. Quindi erra il Beatillo[125], che da questa Bolla di Urbano vuol ricavare che noverandosi anche Trani fra l'altre Chiese attribuite per suffraganee all'Arcivescovo di Bari, avesselo creato per ciò anche Primate della Puglia, non altramente che l'istesso Urbano creò quello di Salerno Primate della Lucania, e siccome l'istesso Pontefice sublimò al grado e dignità di Primate in Ispagna l'Arcivescovo di Toledo, e l'altro di Tarracona; poichè nel Pontificato d'Urbano II Trani non era stata ancora innalzata a metropoli: ebbe quest'onore intorno a' tempi d'Innocenzio III, o poco prima, e poscia gli furono attribuite la città di Barletta, la quale all'Arcivescovo di Trani, non al Nazareno è sottoposta, Corato, ed il Castello della Trinità. Fu poi unita a questa Metropoli la Chiesa di Salpi, che per lungo tempo tenne i suoi Vescovi, ma da poi nell'anno 1547, si riunì a quella di Trani, siccome dura ancora. Tiene ora per suffraganei i Vescovi d'Andria e di Bisceglia, poichè in quanto al Vescovo di Monopoli sta immediatamente sottoposto alla sede di Roma.
Si sottrassero ancora dal Metropolitano di Bari il Vescovo di Melfi, passando sotto l'immediata soggezione del Papa, e l'altro di Canne, il quale sottratto da questa sede, fu attribuito all'Arcivescovo di Nazaret. Gli restano adunque ora per suffraganei li Vescovi di Bitetto, di Bitonto, di Conversano, di Giovenazzo, di Lavello, di Minervino, di Polignano, e di Ruvo; e ciò che parrà strano, ritiene ancora per suffraganeo il Vescovo di Cattaro, città della Dalmazia sottoposta a' Veneziani, la qual prima era suffraganea all'Arcivescovo di Ragusi, poi a quello d'Antivari, e finalmente a quello di Bari[126]. Ma non è però, che insieme col Vescovo fosse a lui suffraganea la sua diocesi: ella ora in buona parte viene occupata dal Turco, il rimanente ritiene ancora il rito greco scismatico, e con esso molti errori: niegano il Primato al Pontefice romano; niegano il Purgatorio, e la processione dello Spirito Santo dal Padre, e dal Figliuolo; e gli ordini sacri dal Vescovo di Rascia comprano. Ritiene ancora l'Arcivescovo di Bari la giurisdizione di conoscere in grado d'appellazione le cause delle Corti di Molfetta, di Canosa, di Terlizzo, e di Rutigliano.
Risplende eziandio la Puglia per un altro Arcivescovo, che collocato nella città di Barletta, conserva ancora le memorie antiche della sua prima Sede: egli è l'Arcivescovo di Nazaret. Fu Nazaret città della Galilea al Mondo cotanto rinomata per li natali del suo Redentore, che da lei volle cognominarsi Nazareno. Liberata che fu Gerusalemme dal glorioso Goffredo, fortunato ancora che dopo il corso di tanti secoli trovò chi di lui si altamente cantasse; i Latini costituirono Nazaret metropoli; ma ritolta a costoro nell'anno 1190 la Palestina, ed in poter de' Saraceni ricaduta, si vide quest'inclita città in servitù de' medesimi, ed il suo Arcivescovo ramingo e fuggitivo, non trovò altro scampo, che in Puglia; e quivi accolto dal romano Pontefice, affinchè si ritenesse la memoria ed il nome d'un così venerando Sacerdote, gli piacque costituirgli in Italia una sede onoraria, ed in Barletta, città della diocesi di Trani, stabilì la sua residenza. Fugli non lungi dalle mura di questa città assegnata una Chiesa con tutte le ragioni e dignità di Metropolitano; ed indi a poco molte Chiese parrocchiali furon a lui sottoposte. Non passò guari, che due Chiese cattedrali al suo Trono furono attribuite: quella di Monteverde nell'anno 1434 avendola Clemente VII unita alla Chiesa di Nazaret; e l'altra di Canne, che nell'anno 1455 Calisto III parimente a quella l'unì. Ruinata da poi per le guerre la prima Chiesa assegnatagli, fu trasferita nell'anno 1566 per autorità di Pio V la sede dentro la città, nella Badial Chiesa di S. Bartolomeo. L'Arcivescovo Bernardo da' fondamenti la rifece, e con molta magnificenza l'ampliò e l'adornò. Tiene quest'Arcivescovo la sua diocesi distratta in varie parti: ha chiese a lui sottoposte in Bari, in Acerenza, in Potenza, nella Terra di Vadula della diocesi di Capaccio, nella Saponara della diocesi di Marsico, ed altrove, e gode di molti benefizj chiamati semplici. Egli s'intitola Arcivescovo Nazareno, e Vescovo di Canne e di Monteverde per ispezial privilegio concedutogli da Clemente IV, confermatogli da poi da Innocenzio VIII, da Clemente VII e da Pio V, romani Pontefici. Tiene una singolar prerogativa di portar la Croce, il Pallio, e la Mozzetta, non solo in Barletta, e nelle altre Chiese della sua diocesi, ma per tutto il Mondo cattolico, nè sotto qualunque pretesto di concessione appostolica possono gli altri Arcivescovi contrastargliela. Egli non è sottoposto ad altri, che al romano Pontefice, ed esercita nella sua Chiesa e diocesi tutta quella giurisdizione, che gli altri Arcivescovi esercitano nelle Chiese loro.
Calabria.
La metropoli più cospicua della Calabria sotto i Greci fu la Chiesa di Reggio. I Patriarchi di Costantinopoli al Trono loro l'avean sottoposta, e come si vide nel sesto libro di quest'Istoria, le aveano assegnati tredici Vescovi suffraganei, i Vescovi di Bova, di Tauriana, di Locri, di Rossano, di Squillace, di Tropeja, di Amantea, di Cotrone, di Cosenza, di Nicotera, di Bisignano, di Nicastro e di Cassano. Restituita poi da' Normanni questa metropoli al Trono romano, ritenne la medesima dignità, onde nelle antiche carte istromentate a' tempi di questi Normanni, e spezialmente del Duca Roggiero intorno l'anno 1086 si chiamano sempre Arcivescovi; e Gregorio VII intorno l'anno 1081 consecrò Arcivescovo Arnulfo, a cui il Duca Roberto fece profuse donazioni, arricchendo la sua Chiesa di molti beni. In decorso di tempo perdè poi alcuni di questi suoi Vescovi suffraganei.
Il Vescovo di Rossano, restituite queste Chiese al Trono romano, fu innalzato a Metropolitano, e nei tempi di Roggiero I Re di Sicilia, e poco prima, Rossano fu renduta sede arcivescovile: ond'è che fra le memorie, che oggi ci restano di Papa Innocenzio III e dell'Imperador Federico II, spesso degli Arcivescovi di Rossano si favella. Fu questa Chiesa la più attaccata al rito greco, ed ancorchè fosse stata restituita al Trono romano, non volle mai abbandonarlo; tanto che i suoi cittadini non vollero rendersi al Duca Roggiero, se prima non concedesse loro un Vescovo del rito greco; poichè questo Principe ne avea nominato un altro del rito latino in vece dell'ultimo, ch'era morto, onde Roggiero gli concedette il greco[127]. Ebbe sette monasteri dell'Ordine di S. Basilio, onde tanto più la lingua ed i greci riti si mantennero in quella. Le furono ancora date alcune Chiese per suffraganee; ma da poi furon tutte sottratte, poichè alcune passarono sotto la immediata soggezione di Roma, ed il Vescovo di Cariati, che l'era rimaso, passò poi sotto il Metropolitano di S. Severina, tanto che ora Rossano, non men che Lanciano, non ha suffraganeo alcuno.
Il Vescovo di Cosenza fu pure sottratto dal Metropolitano di Reggio, e passò sotto quello di Salerno, ma poi anch'egli, come si disse, fu innalzato a Metropolitano. Gli altri parte furon soppressi, come quello di Tauriana, ora disfatta, nel cui luogo è succeduta Seminara, parte passarono sotto altri Metropolitani; ed ora le restano i Vescovi di Bova, di Cassano, di Catanzaro, di Cotrone, di Gerace, di Nicastro, di Nicotera, di Oppido, di Squillace e di Tropeja.
Il Metropolitano di S. Severina al Trono costantinopolitano sottoposto, restituito al romano, ritenne pure la medesima prerogativa, e nelle carte date ai tempi del Duca di Calabria Roggiero si ha memoria degli Arcivescovi di questa città. Dal Patriarca di Costantinopoli gli furon dati cinque Vescovi per suffraganei; ma da poi quello d'Acerenza fu renduto Metropolitano, l'altro di Gallipoli passò sotto il Metropolitano d'Otranto, ed alcuni soppressi; ma in lor vece essendosene altri creati, si vede ora il Metropolitano di S. Severina avere per suffraganei i Vescovi di Cariati, d'Umbriatico, di Strongoli, d'Isola, e di Belcastro. Teneva ancora il Vescovo di S. Lione, ma fu poi soppresso, e le sue rendite furono unite alla metropoli: avea eziandio i Vescovi di Melito e di S. Marco, ma questi furon sottratti, e posti sotto l'immediata soggezione di Roma.
Otranto.
Al Metropolitano d'Otranto, se si riguarda la disposizione de' Troni sottoposti al Patriarca di Costantinopoli, fatta dall'Imperador Lione, non si vede assegnato alcun suffraganeo: ma da poi Niceforo Foca, secondo che ci testifica Luitprando[128] Vescovo di Cremona, intorno l'anno 968, sedendo nella Chiesa di Costantinopoli Polieuto Patriarca, dilatò la provincia di questo Metropolitano, e gli diede per suffraganee le Chiese di Turcico, d'Accrentilla, di Gravina, di Matera, e di Tricarico, comandando al Patriarca Polieutto, che consecrasse i suoi Vescovi. Ma non ebbe questo comandamento gran successo; ed al Metropolitano d'Otranto, restituito che fu da' Normanni al Trono romano, gli furono assegnati altri Vescovi per suffraganei, e fu mantenuta questa Chiesa colla medesima prerogativa, leggendosi, che nell'Assemblea tenuta nell'anno 1068 da Alessandro II in Salerno, v'intervenne anche Ugo Arcivescovo d'Otranto. Gli furono poi da' romani Pontefici assegnati altri suffraganei, i quali oggi ancor ritiene, e sono i Vescovi di Lecce, d'Alessano, di Castro, di Gallipoli, e d'Ugento.
Brindisi e Taranto restituite stabilmente da Lupo Protospata Catapano intorno l'anno 980 all'Imperio greco, a Constantinopolitano Sacerdotes accipiebant, come scrisse Nilo Archimandrita. Ma Roberto Guiscardo Duca de' Normanni, avendo tolta Brindisi a' Greci, restituì la sua Chiesa al Trono romano. Fu riconosciuta per sede arcivescovile da Urbano II, il quale nell'anno 1088 la consecrò; e le fu dato per suffraganeo il Vescovo d'Ostuni: un tempo stette unita colla Chiesa d'Oria, onde gli Arcivescovi si nomavano di Brindisi e d'Oria; ma poi furon queste Chiese divise, e quella d'Oria rimase suffraganea al Metropolitano di Taranto, e Brindisi ritenne solamente quella d'Ostuni.
Taranto, restituita da' Normanni al Trono romano, fu da' Sommi Pontefici renduta metropoli intorno l'anno 1100, e le furon dati per suffraganei i Vescovi di Mottula e di Castellaneta, a' quali da poi s'aggiunse l'altro d'Oria.
Ducato di Napoli, e di Gaeta.
La Chiesa di Napoli, come si è veduto nel sesto libro di questa Istoria, non fu da' Greci innalzata a metropoli; ma i Patriarchi di Costantinopoli solamente decorarono il suo Vescovo coll'onore e titolo d'Arcivescovo, onde avvenne, che sopra tutti i Vescovi del suo Ducato teneva egli i primi onori e preminenze. Fu ella innalzata al grado di metropoli da' romani Pontefici nel dechinar di questo decimo secolo, nei tempi stessi, che Capua, Benevento, Salerno, Amalfi, e tante altre Chiese furono da' Pontefici innalzate a questa dignità. Nè Napoli, sottoposta ancora al greco Imperio, poteva esser frastornata dagl'Imperadori di Oriente, o da' Patriarchi di Costantinopoli a ricevere dal Romano questo innalzamento. I Pontefici romani furon sempre tenaci a non rilasciare la loro autorità sopra questa Chiesa, e fortemente riprendevano i di lei Vescovi, i quali da' Patriarchi di Oriente ricevevan l'onore d'Arcivescovi. Ma assai più in questi tempi invigorissi la loro ragione, quando nel Ducato napoletano era rimasa solamente un'ombra della sovranità degli Imperadori d'Oriente, governando i Duchi con assoluto, e quasi independente imperio questo Ducato, ridotto ora in forma di Repubblica.
Ma da qual romano Pontefice fosse stata innalzata Napoli in metropoli, ed in qual anno, non è di tutti concorde il sentimento. Il P. Caracciolo[129], per l'autorità di Giovanni Monaco sostiene che da Giovanni IX intorno l'anno 904 fosse stata renduta Metropoli; ma dal Catalogo de' Vescovi tessuto dal Chioccarelli, che giunge sino a Niceta, il quale resse questa Chiesa dall'anno 962 sino al 1000, e da quanto si è finora veduto, non a Giovanni IX in quell'anno, ma a Giovanni XIII dee attribuirsi tal innalzamento: fatto in que' medesimi anni, ne' quali Capua, Benevento ed Amalfi furono rendute Metropoli; ciò che ben dimostra il Chioccarelli[130], facendo vedere, che da Niceta cominciarono a chiamarsi tutti gli altri suoi successori Arcivescovi. Ebbe un tempo per suffraganei i Vescovi di Cuma e di Miseno, ma ruinate queste città nell'anno 1207 restarono estinti, e furono unite le loro Chiese colle rendite alla Chiesa di Napoli. Edificata Aversa da' Normanni ebbe pure Napoli per suffraganeo il di lei Vescovo, ma questi poi se ne sottrasse, ponendosi sotto l'immediata soggezione del Papa. Ritiene ora solamente i Vescovi d'Acerra, di Pozzuoli e d'Ischia, a' quali s'aggiunse poi il Vescovo di Nola, che tolto all'Arcivescovo di Salerno, di cui prima era suffraganeo, fu poco prima del Ponteficato d'Alessandro III a quel di Napoli sottoposto. Questi pochi Vescovi furono attribuiti a Napoli; ed a chi considera lo stato presente delle cose, sembrerà molto strano, come Benevento, Salerno, Capua e tante altre città d'inferior condizione ritengano tanti Vescovi suffraganei, e Napoli capo d'un floridissimo Regno tanto pochi; ma chi porrà mente a' secoli trascorsi, e considererà quanto erano ristretti i confini del Ducato napoletano, quando Napoli fu innalzata ad esser Metropoli, ed all'incontro quanto fossero più distesi i Principati di Benevento, di Salerno e di Capua, e quanto gli altri Ducati e Province sottoposte al greco Imperio, cesserà di maravigliarsi. E se questa città nel tempo che fu renduta Metropoli ebbe sì ristretto Ducato, e per conseguenza sì pochi suffraganei, ben in decorso di tempo gli auspicj suoi felici la portarono ad uno stato cotanto sublime, che ella sola potesse pareggiare le più ampie e più numerose province del Regno.
Città ch'a le province emula appare,
Mille Cittadinanze in se contiene.
Gaeta pur sottoposta al greco Imperio, perchè pretesa da' Pontefici, ed a Roma pur troppo vicina, quando fu da' Normanni a' Greci tolta, non fu nè data per suffraganea ad alcun Metropolitano vicino, nè innalzata a Metropoli, perchè il suo picciolo e ristretto Ducato nol comportava; onde il suo Vescovo fu sottoposto immediatamente alla Sede Appostolica; siccome ora a niun altro soggiace.
Ducato d'Amalfi, e di Sorrento.
Amalfi in questi tempi meritava, non meno che Napoli, essere innalzata in Metropoli: ella per la navigazione erasi renduta assai celebre in Oriente, e divenuta sopra tutte le altre città, la più ricca e più numerosa, concorrendo in lei per li continui traffichi non meno i Greci, che gli Arabi, gli Affricani, insino agli Indiani; e Guglielmo Pugliese[131] ne' suoi versi l'innalza perciò sopra tutte le città di queste nostre province. Ebbe questa città suoi Vescovi sin dal suo nascimento, e ne' tempi di San Gregorio M. si porta per Vescovo Primerio, nè questi vien riputato il primo. La Chiesa di Roma era loro molto tenuta, così per le tante Chiese che gli Amalfitani ersero in Oriente, mantenendovi il rito latino, come per essere stati i primi nella Palestina a fondar l'insigne e militar Ordine de' Cavalieri di S. Giovanni gerosolimitano. Era perciò di dovere, che innalzandosi a questi tempi da' romani Pontefici tante Chiese in Metropoli, ad Amalfi se le rendesse quest'onore, la quale, ancorchè per antica soggezione dipendesse dal greco Imperio, nulladimanco innalzata a sì sublime stato, e governandosi in forma di Repubblica da' suoi proprj Duchi, sola un'immagine ed un'ombra della sovranità de' Greci in quella era rimasa. Tenendo adunque questo Ducato Mansone Duca, quegli che per qualche tempo occupò il Principato di Salerno, fu a preghiere di questo Duca, del Clero e del Popolo amalfitano, da Giovanni XV nell'anno 987 innalzato il Vescovo d'Amalfi a Metropolitano, e gli furono attribuiti per suffraganei i Vescovi del suo Ducato; poichè ciò che scrive Freccia, che nell'anno 904 dal Pontefice Sergio III fosse stata Amalfi renduta Metropoli, non avendo fondamento alcuno, vien da tutti comunemente riprovato. I suoi suffraganei sono li Vescovi di Scala, di Minori, di Lettere, e quello dell'isola di Capri, i quali ancor oggi ritiene.
Sorrento ebbe pure suoi Vescovi antichi; e trovandosi a questi tempi capo d'un picciol Ducato, fu anche ella innalzata in Metropoli. Marino Freccia puro autore di questa istituzione ne fa Sergio III intorno al medesimo anno, che crede essere stata innalzata Amalfi: ma comunemente si tiene, che da Giovanni XIII dopo Capua, si fosse nell'anno 968 renduta questa Chiesa metropolitana, e che Leopardo ultimo suo Vescovo avesse avuto quest'onore. I Vescovi Suffraganei, ch'egli tiene, sono quel di Stabia che ora diciamo di Castellamare, e l'altro di Massa Lubrense a' quali da poi s'aggiunse l'altro di Vico Equense.
Ecco la disposizione delle Chiese delle nostre province cominciata a questi tempi nel declinar del decimo secolo, e perfezionata poi nel principio della dominazione de' Normanni; la quale siccome ha tutto il rapporto alla presente, che vediamo a' tempi nostri, così in niente corrisponde alla disposizione e politia temporale delle nostre province, per cagion che quando fu fatta la nuova distribuzione delle province di questo Regno, multiplicate poi in dodici, siccome ora veggiamo, v'erano già stabilite le Metropoli, le quali secondando la politia dell'Imperio, quella forma e disposizione presero, nella quale trovarono allora gli Stati quando e dove furono stabilite; e quantunque molte città cangiassero poi fortuna, e da grandi divenissero piccole, ovvero da piccole grandi, nulladimanco i Pontefici romani non vollero mutar la disposizione delle Metropoli già stabilite, così perchè si ritenesse il pregio dell'antichità, come anche per non far novità, cagione di qualche disordine. Empierono bensì di più Vescovi il Regno; con ergere molte Chiese in Cattedrali, che prima non erano, per quelle cagioni che saranno altrove rapportate ad altro proposito, ma non mutarono la disposizione de' Metropolitani. S'aggiunge ancora, che, come diremo al suo luogo, la nuova distribuzione delle nostre province in dodici, principalmente fu fatta per distribuir meglio l'entrade regali, e da Ministri che si destinarono, chiamati Tesorieri, per l'esazione di quelle, si multiplicò il numero; tanto che fu veduto nell'istesso tempo il numero de' Governadori, ovvero Giustizieri, essere molto minore di quello de' Tesorieri, e negli ultimi tempi furon fatti pari: ed i luoghi destinati per la loro residenza furon sempre varj, spesso mutandosi, secondo il bisogno del regal Erario, ovvero l'utilità pubblica richiedeva; onde questa nuova disposizione non potè portare alterazione alcuna alla politia dello Stato ecclesiastico.
In questo stato di cose trovarono i Normanni queste nostre province, quando vennero a noi. Altra forma fu data alle medesime, quando passarono sotto la loro dominazione, e quando uniti tutti questi Stati, ch'erano in tante parti divisi, nella persona d'un solo stabilirono il Regno in una ben ampia e nobile Monarchia.
FINE DEL LIBRO OTTAVO.
STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI