LIBRO NONO
I Normanni, che nel nostro linguaggio non altro significano, che uomini boreali[132], siccome i Goti ed i Longobardi, non da altra parte del Settentrione, che dalla Scandinavia uscirono ad inondare l'Occidente. Essi cominciarono la prima volta a farsi sentire nei lidi della Francia a tempo di Carlo M. verso il fine del secolo ottavo; e quaranta anni da poi, o poco meno, cominciarono a travagliare i marittimi Fiaminghi e' Frigioni, sotto i cui nomi si comprendevano allora Trajetto al Reno, l'Ollanda, e la Valacria. I Re di Francia per trattenergli furon a buon patto costretti nell'anno 882, di dar loro la Frisia per abitazione[133]. Ma non essendo abbastanza soddisfatti di questa provincia, cominciarono ad invadere altri luoghi d'intorno con incendj e rapine sotto Rollone lor Capo, famoso e valorosissimo Pirata, il quale nell'istesso tempo, che i Saraceni con non minor crudeltà inondavano la nostra cistiberina Italia, egli co' suoi Normanni travagliava miseramente, e con inaudita barbarie la Francia. Portarono questi Popoli l'assedio insino a Parigi, invasero l'Aquitania, ed altre parti ancora di quel Reame sotto il regno di Carlo il Semplice; onde non potendo questo Principe resister loro, pensò avergli per amici e per confederati; onde convennero, che Carlo dovesse stabilmente assegnar loro la Neustria, una delle province della Francia per loro sede, e dovesse dar a Rollone per moglie Gisla sua figliuola, come scrive Dudone di S. Quintino[134], o sua parente, secondo il parer del Pellegrino[135], ed all'incontro Rollone, deposta l'Idolatria ed il Gentilesimo, nel quale questi Popoli viveano, dovesse abbracciare la religione cristiana. Così fu eseguito intorno l'anno 900 di nostra salute[136]: a Rollone con titolo di Duca fu data stabilmente la Neustria, e sposata Gisla, il quale nell'istesso tempo fu da Roberto Conte di Poitiers tenuto al sacro fonte, dove insieme col nome, si spogliò di quella sua crudeltà e barbarie, e volle nomarsi Roberto dal nome del suo Compare; e seguendo l'esempio del lor Capo gli altri Normanni si resero da poi più culti ed umani. Rimasa questa provincia di Neustria sotto il lor dominio, le diedero dal loro il nome di Normannia, che oggi giorno ancor ritiene.
Da questo Roberto primo Duca di Normannia ne nacque Guglielmo, che il padre creò Conte d'Altavilla, città della stessa provincia. Costui generò Riccardo, dal quale nacque un altro Riccardo: di questo II Riccardo nacque Roberto II, ed un altro Riccardo che III diremo. E da Roberto II ne nacque Guglielmo II, dal quale comunemente si tiene, che fosse nato Tancredi Conte d'Altavilla, quegli che ci diede gli Eroi, per li quali queste nostre province furon lungo tempo signoreggiate[137].
Ebbe Tancredi di due mogli dodici figliuoli maschi oltre altre femmine, delle quali una nomossi Fredesinna, che fu moglie di Riccardo Conte d'Aversa e Principe di Capua, un'altra fu moglie di Gaufredo Conte di Montescaglioso, ed un'altra ebbe per marito Volmando[138]. I figliuoli della sua prima moglie nominata Moriella furono Guglielmo soprannomato Bracciodiferro, Drogone ed Umfredo (i quali, come vedrassi, furono i tre primi Conti della Puglia) Goffredo e Serlone. Gli altri sette gli ebbe da Fredesinna sua seconda moglie, il primogenito de' quali fu Roberto soprannomato Guiscardo, ch'è lo stesso, che in antica favella normanna, scaltro ed astuto, e questi divenne Duca di Puglia e di Calabria, il II fu Malgerio, il III Guglielmo, il IV Alveredo, il V Umberto, il VI Tancredi, il VII ed ultimo fu Roggiero, che conquistò la Sicilia, e stabilì la Monarchia[139].
Questi però non furono i primi, che a noi ne vennero: essi, come vedremo, seguirono le pedate di alcuni altri Normanni, che poco prima si erano stabiliti in Aversa, onde bisogna distinguere gli uni dagli altri per non confondergli, come han fatto alcuni Scrittori. I primi vennero a noi intorno l'anno 1016. I figliuoli di Tancredi calarono in Italia intorno l'anno 1035. Ma non tutti, poichè due ne restarono in Normannia, nè gli altri tutti insieme ci vennero, ma secondo che le congiunture furono loro propizie, or due, or tre, ed in altra somigliante guisa incamminaronsi a queste nostre parti; nè maggiore fu il numero de' primi, come vedremo[140].
Ciò che apparirà di più portentoso ne' loro successi sarà, come un branco d'uomini che vengono di Francia a traverso di mille sciagure abbiano potuto rendersi padroni di uno de' più vaghi paesi del Mondo: come una sola famiglia di Gentiluomini di Normannia, soccorsi solamente da un picciol numero di suoi compatrioti, abbiano potuto stabilirsi una Monarchia ne' confini dell'Imperio d'Oriente e d'Occidente: abbiano potuto contro due potenti inimici riportar tante e sì maravigliose vittorie, liberar l'Italia e la Sicilia dall'incursioni, e dal giogo degl'infedeli Saraceni, ciò che a Potenze maggiori non fu concesso, e dopo avere debellati i Greci ed i Principi longobardi, fondare in Italia il bel Reame di Napoli e di Sicilia. Certamente a niun'altra Nazione, se ne togli i Romani, è sì fortunatamente avvenuto, che così bassi principj, in tanta potenza ed Imperio fossero arrivati. Le altre Nazioni, come abbiam veduto de' Goti e de' Longobardi, non in forma di pellegrini, di viandanti vennero in Italia, ma con eserciti ben numerosi, che inondarono le nostre contrade, si stabilirono il Regno.
All'incontro se si considererà lo stato infelice, nel quale erano ridotte queste nostre province infra di lor divise, ed a tanti Principi sottoposte; e l'estraordinario valore e bravura di questa Nazione, non saranno per apportar maraviglia i loro fortunati avvenimenti. Si aggiunse ancora che le maniere di guerreggiare usate in que' tempi, non eran come quelle d'oggidì: non vi era allora quasi regola alcuna per assaltare o per difendersi. Un esercito intero si vedeva alcune fiate disfatto senza sapersi nè come nè per qual cagione, e la più grande abilità consisteva, o in una gran forza di corpo incomparabilmente maggiore de' nostri tempi, poichè praticavansi con maggior frequenza quegli esercizj, che posson giovare ad acquistarla; o pure in una bravura eccessiva, che faceva concepire a' combattenti tanta confidenza, donde sovente maravigliosi successi sortivano, o alla perfine in alcune imprese orgogliose, la cui condotta in altra guisa non sarebbesi potuto giustificare, se non dall'avvenimento che ne seguiva.
Questo è quello, che produceva quei vantaggi, che noi ravviseremo ne' Normanni, i quali aveano quel medesimo lustro e grandezza, che nell'azioni de' Romani spesse fiate ammiravansi. Ed in fatti di poche altre Nazioni si leggono tante conquiste, quante dei Normanni: essi posero sottosopra la Francia, e molte regioni di quella conquistarono. Guglielmo Normanno discese da' medesimi Duchi di Neustria, acquistossi il fioritissimo Regno d'Inghilterra, e lo tramandò alla sua posterità. La nostra Puglia, la Calabria, la Sicilia, la famosa Gerusalemme e l'insigne Antiochia passaron tutte sotto la loro dominazione[141].
Ma come, e quali occasioni ebbero gli uomini di questa Nazione di venire in queste nostre regioni cotanto a lor remote, e come dopo vari casi se ne rendessero padroni, è bene che qui distesamente si narri; poichè non altronde potrà con chiarezza ravvisarsi, come tante e sì divise Signorie, finalmente s'unissero insieme sotto la dominazione d'un solo, e sorgesse quindi un sì bel Regno, che stabilito poscia con provide leggi, e migliori istituti, poterono i Normanni per lungo tempo mantenerlo nella loro posterità; nè se non per mancanza della loro stirpe maschile si vide, dopo il corso di molti anni, trapassato ne' Svevi, i quali per mezzo d'una Principessa del lor sangue, ad essi imparentata, vi succederono. Non potrebbe ben intendersi l'origine delle nostre papali investiture, e come fosse stato poi riputato questo Regno Feudo della Chiesa romana, se non si narreranno con esattezza questi avvenimenti, donde s'avrà ben largo campo di scovrire molte verità, che gli Scrittori, parte per dappocaggine, molti a bello studio tennero fra tenebre ed errori nascose.
Nel racconto delle loro venture, e di tutti gli altri avvenimenti di questa Nazione, non ho voluto attenermi, se non a' Storici contemporanei, ed a coloro, che più esattamente ci descrissero i loro fatti, la cui testimonianza non può essere sospetta. I più gravi e più antichi fra' Latini saranno Guglielmo Pugliese, Goffredo Malaterra, Lione Ostiense, Amato Monaco Cassinese, Orderico Vitale, Lupo Protospata, l'Anonimo Cassinese, Pietro Diacono e Guglielmo Gemmeticense. E fra' Greci, la Principessa Anna Comnena, Giovanni Cinnamo, Cedreno, Zonara ed altri raccolti nell'istoria Bizantina, i quali Carlo Dufresne illustrò colle sue note.
Guglielmo Pugliese rapporta in versi latini, ancorchè poco eleganti, ma molto buoni per lo stile del secolo in cui vivea, le azioni e' fatti d'armi de' Normanni nella Calabria. Questi scrive, non come un Poeta s'avviserebbe, ma come un Istorico, che vuole solamente ad un racconto fedele insieme ed ordinato aggiunger il numero ed il metro. Arriva il suo racconto insino alla morte dell'illustre Roberto Guiscardo accaduta circa l'anno 1085. Diegli alla luce ad istanza di Papa Urbano II, che nell'anno 1088 fu innalzato al Ponteficato, e dedicogli a Rogiero figliuolo e successore di Roberto Guiscardo. Questo suo poemetto istorico manuscritto fu ritrovato da Giovanni Tiremeo Hauteneo Avvocato Fiscale della provincia di Roven nella libreria del monasterio di Becohelvino vicino Argentina.
Goffredo Monaco, di cognome Malaterra, è un Autore più degno di fede: scrisse egli in prosa molto a lungo l'istoria delle conquiste fatte in Italia da' Normanni, per ordine di Rogiero Conte di Sicilia e di Calabria, fratello che fu di Roberto Guiscardo. Quest'opera essendo stata lungo tempo sepolta in obblio, il di lei manuscritto fu ritrovato in Saragozza infra l'istoria de' Re d'Aragona l'anno 1578 da Geronimo Zurita, che la diede alla luce; ed il Baronio di questo ritrovamento, come d'un vero tesoro ne parla; quindi coloro, che hanno scritta l'Istoria di Sicilia, per non aver letto quest'Autore, in molti abbagli sono incorsi.
Lione Vescovo d'Ostia è un Autore assai noto, e che va per le mani d'ognuno; essendo egli Religioso di Monte Cassino scrisse la Cronaca di quel monastero poco dopo il tempo, di cui saremo per ragionare; ed ancorchè il suo impegno fosse di far apparire al Mondo la santità e grandezza di quel Monastero, nulladimeno ci somministra molti lumi per bene intendere le cose de' Normanni, nel Regno de' quali egli scrisse.
Amato Monaco Cassinense fiorì intorno a questi medesimi tempi: fu anch'egli da poi fatto Vescovo, ancorchè non si sappia qual Cattedra gli si fosse data. Pietro Diacono[142] tra gli uomini illustri di Cassino novera quest'Amato, e rapporta esser egli stato intendentissimo delle sacre scritture, e versificatore ammirabile. Fra le altre sue opere, che compose, fu quella de Gestis Apostolorum Petri, et Pauli, indirizzata a Gregorio VII, R. P., e l'istoria de' Normanni[143] divisa in otto libri, che dedicò a Desiderio, quel celebre Abate di Monte Cassino, che assunto da poi al Ponteficato fu detto Vittore III. Quest'istoria de' Normanni scritta da Amato, per quel che sappiamo, non uscì mai alla luce del Mondo per mezzo delle stampe: Giovanni Battista Maro nell'annotazioni a Pietro Diacono rapporta, che a' suoi tempi questa istoria si conservava manuscritta nella Biblioteca Cassinense, ove molte cose degne da sapersi intorno alle gesta ed a' riti de' Normanni erano accuratamente descritte. Ma l'Abate della Noce piange questa perdita, e nelle note alla Cronaca Cassinense[144], rapporta essere stata tolta da quella Biblioteca, siccome molte altre cose degne d'eterna memoria. Visse quest'Autore intorno l'anno 1070 nel qual tempo, secondo ciò che comportava quel secolo, essendo la letteratura, per lo più presso a' Monaci, ne fiorirono molti altri, come Alberico, Costantino, Guaifero, Alfano, che poi fu Arcivescovo di Salerno, ed altri, che possono vedersi presso Pietro Diacono.
Scrissero ancora de' Normanni qualche cosa Lupo Protospata, l'Anonimo Cassinense, e Pietro Diacono stesso; ma Orderico Vitale, e Guglielmo Gemmeticense molto più diffusamente, oltre di molti Scrittori moderni, che sono a tutti notissimi.
La Principessa Anna Comnena, detta ancora Cesaressa, si rese più famosa al Mondo per la sua mente e per la sua erudizione, che per la sua qualità e per li suoi natali: ella fu figliuola d'Alessio Comneno, detto il Vecchio, Imperador di Costantinopoli, e di Irene. Zonara e Niceta ci assicurano, che questa Principessa amava lo studio con un ardore estremo, e che la sua ordinaria occupazione era su i libri. Non solo s'applicava all'istoria ed alle belle lettere, ma ancora alla filosofia: ella scrisse in quindici libri la Istoria d'Alessio Comneno suo padre, al quale il nostro Roberto Guiscardo mosse una crudelissima guerra, che fu parte del soggetto della sua istoria; ed ancorchè alcune fiate, secondo il costume della sua nazione, manchi di rapportare con esattezza la verità, nulladimanco deve esser creduta, qualora favella in commendazione di Roberto Guiscardo, cui per essere fiero inimico di suo padre, grandemente odiava. Promette ella nel proemio della sua istoria di non dire cosa, per la quale possa essere accusata di compiacenza o d'adulazione, e che non sia uniforme alla verità; nientedimeno si vede, che ciò ch'ella scrive di suo padre, è un elogio continuato. Gli Autori latini non sono di questo sentimento, poichè questi non parlano d'Alessio, che come d'un Principe furbo e simulatore, di cui il Regno fu più notabile per le sue viltà, che per le sue belle azioni: ed in vero la sua ingiusta gelosia fece gran torto a' Franzesi, che crocesegnati militavano sotto il famoso Goffredo di Buglione per la conquista di Terra Santa; ma forse evvi troppa asprezza nelle Opere de' Latini, siccome soverchia lode in quella d'Anna Comnena. Della sua istoria Hoeschelio ne pubblicò gli otto primi libri, ch'egli avea avuti dalla libreria Augustana. Giovanni Gronovio vi faticò da poi; e nel 1651 Pietro Poussin Gesuita gli diede fuori colla sua traduzion latina, che abbiamo della stampa del Louvre. Da poi il Presidente Cousin ce ne ha ancora data una traduzione in lingua franzese, e finalmente Carlo Dufresne l'illustrò colle sue note.
Giovanni Cinnamo visse sotto l'Imperador Emanuele Comneno, i cui fatti egli distese nella sua Istoria: egli è uno scrittore elegante, e si studia imitare Procopio. De' nostri Normanni sovente egli favella, e va ora la sua Storia parimente illustrata colle note di Carlo Dufresne. Cedreno, Zonara e gli altri Scrittori raccolti nell'istoria Bizantina, de' nostri Normanni alle volte anche favellano.
L'occasione che si diede a' Normanni, che fin dalla Neustria si portassero in queste nostre parti, non deve attribuirsi ad altro, che al zelo ch'ebbero questi Popoli della nostra religion cristiana, dappoichè deposta l'Idolatria si diedero ad adorare il vero Nume. Correva allora appo i Cristiani il costume d'andar pellegrinando il Mondo, non tanto come oggi, per veder città e nuovi abiti e costumi diversi, quanto per divozione di veder i santuarj più celebri. Per tal cagione si resero in questa e nella precedente età famosi in Occidente, ed appresso di noi due celebri luoghi delle nostre province, quello del Monte Gargano per l'apparizione Angelica, l'altro del Monte Cassino per la santità e miracoli di S. Benedetto e dei suoi Monaci: ma sopra tutti i santuarj, com'era di dovere, estolse il capo nell'Oriente Gerusalemme, città santa, ove il nostro buon Redentore lasciò asperso il terreno del suo sangue, ed ove fu sepolto.
Fra tutti i Cristiani del Settentrione è incredibile quanto a quest'esercizio di pietà fossero inclinati i Normanni della Neustria: ad essi, nè la lunghezza del cammino, nè la malagevolezza de' passi, nè il rigor de' tempi e delle stagioni, nè la necessità di dover sovente traversar per mezzo di ladroni e d'infedeli, nè la fame, nè la sete, nè qualunque altro si fosse maggior periglio o disagio, recava terrore. Per rendersi superiori a tante malagevolezze s'univan a truppe a truppe, e tutti insieme traversando que' luoghi inospiti essendo di corpo ben grandi, robusti, agguerriti e valorosi, valevano per un'intera armata, e sovente sopra i Greci, e sopra gl'Infedeli diedero crudelissime battaglie; e ruppero gli ostacoli. Solevano con tal occasione, o nell'andare o nel ritorno venire a visitare i nostri santuari di Gargano e di Cassino.
Nel cominciar adunque dell'undecimo secolo[145], quaranta, come scrive Lione Ostiense[146], ovvero, secondo l'opinion d'altri, cento di questi Normanni partiti dalla Neustria s'incamminarono verso Oriente, e fin che in Gerusalemme giungessero, fecero nel cammino molta strage di que' Barbari. Nel ritorno tennero altra strada; ed imbarcati sopra una nave solcarono il Mediterraneo, e nella spiaggia di Salerno[147] giungendo, sbarcarono in que' lidi, ed in quella città entrati, furono da' Salernitani, sorpresi dalla robustezza de' loro personaggi, onorevolmente ricevuti. Reggeva Salerno in questi tempi, come si è narrato, dopo la morte del Principe Giovanni, Guaimaro III suo figliuolo, chiamato, come si disse, da Ostiense[148], il maggiore, per distinguerlo dall'altro Guaimaro suo figliuolo, che gli succedette. Questo Guaimaro dall'anno 994 che morì Giovanni suo padre, resse il Principato di Salerno ora solo, ora con suo figliuolo insino all'anno 1031, nel quale il di lui figliuolo morì. Furono per tanto da questo Principe invitati a trattenersi in Salerno per ristorarsi dalle fatiche del viaggio, e per goder un poco l'amenità del paese. Ma ecco che sopraggiunse un accidente, nel quale a questi pochi Normanni diedesi opportunità di mostrare il lor valore, e di compensare insieme con Guaimaro le accoglienze, che usò loro. Nel corso di quest'Istoria sovente si è narrato, che i Saraceni non mancaron mai d'infestare il Principato di Salerno, che ora dall'Affrica, e spesso dalla vicina Sicilia sopra molte navi giungendo alla spiaggia di quella città, depredavano i contorni della medesima, ed a campi e castelli vicini di molti danni e calamità eran cagione: Guaimaro, non avendo forze bastanti per potergli discacciare, proccurava per grossa somma di denaro comprarsi la quiete ed il minor danno. Essi ora ci vennero sopra molte navi, mentre questi Normanni erano in Salerno, e fattisi da presso Salerno minacciavano saccheggiamenti e ruine, se con grossa somma di denaro non si fosse ricomprata: Guaimaro, che non avea alcun modo da difendersi, si dispose a condiscendere alle loro richieste, ed intanto ch'egli co' suoi Ufficiali erasi occupato a far contribuire i suoi vassalli, i Saraceni calati dalle navi in terra, riempirono lo spazio ch'è tra il mare e la città, ove aspettando il riscatto, si diedero alle crapole ed alle dissolutezze. I Normanni, che non erano avvezzi soffrire quest'obbrobrio rimproverando a' Salernitani, come lasciassero trionfare con tanta insolenza i loro nemici, con disporsi più tosto da se medesimi a pagare le spese del trionfo, che pensare a difendersi, vollero essi con inaudita bravura vendicare i loro oltraggi, e prese l'armi, mentre i Saraceni a tutto altro pensando stavano immersi tra le crapole ed il riposo, gli assalirono all'improviso con tanto impeto e valore, che d'un numero considerabile di loro fatta strage crudele, gli altri sorpresi si misero tosto in fuga, e così costernati e dissipati, pensarono rientrar ne' loro vascelli assai più presto di quello ne erano usciti, e pieni di scorno ritirarsi da quella piazza. Un fatto così glorioso portò a' Salernitani non minor allegrezza, che ammirazione, ed il Principe Guaimaro non sapeva in che modo dar segno della sua riconoscenza al lor merito: pregogli che restassero nel paese, offerendo loro abitazioni e carichi i più onorevoli; ma essi si protestarono in quell'azione non aver avuta mira ad alcun loro privato interesse; e che non volevano altra ricompensa, che il piacere d'aver soddisfatto alla loro pietà in combattendo a favor de' Cristiani contro degl'Infedeli. Del resto per corrispondere alle cortesie di Guaimaro, ed al desio che mostrava d'aver appo di se uomini di tal sorta, gli promisero, o di ritornare essi medesimi, o d'inviargli de' giovani loro compatrioti di pari valore[149]. Si risolsero per tanto di ritornar alla loro patria, per cui rivedere ardevano di desiderio. Il Principe, non potendo più arrestargli, usò loro tutte le maniere perchè almeno nel loro arrivo gl'inviassero gente di lor nazione; e mentre imbarcaronsi per la Normannia, fecegli accompagnare da molti suoi Ufficiali con barche cariche di frutti i più squisiti insino al loro paese: donò loro ancora delle vesti preziose d'oro e di seta, e ricchi arnesi di cavalli. I disegni di Guaimaro ebbero il loro effetto, e quell'aria di liberalità e di magnificenza fu non solo un invito, ma ben anche una forte attrattiva alla Nazione normanna, per farla venire in queste nostre regioni. Poichè giunti in Normannia, avendo esposto il desiderio de' nostri Principi che aveano di loro gente, valse molto a far prendere questo cammino ad un gran numero di persone, e ben anche di chiarissimo sangue. Al che diede mano un'occasione, che saremo per rapportare.
Nella Corte di Roberto Duca di Normannia fra gli altri Signori, che frequentavano il suo Palazzo, furono Guglielmo Repostel ed Osmondo Drengot: questi offeso da Guglielmo, ch'erasi pubblicamente vantato d'aver ricevuto de' favori da sua figliuola, lo sfidò a singolar tenzone, e con tutto che Guglielmo si trovasse presso del Duca Roberto, il quale colla sua Corte prendevasi il piacere della caccia, s'abbattè col suo nemico nel bosco, gli passò attraverso del corpo la sua lancia, e l'uccise. Il Duca Roberto, riputando ciò suo oltraggio, proccurava averlo nelle mani per farne pubblica vendetta, laonde Osmondo per scappar via dallo sdegno del suo Sovrano, salvossi prima in Inghilterra; ed alla fine veggendo aperta sì bella strada in Italia, risolse quivi ritirarsi co' suoi parenti, e proccurò ancora tirar altri con se per imprendere il cammino. Si portò in fatti questo prode Normanno seco molti suoi fratelli, li quali, secondo narra Ostiense, furon Rainulfo, Asclittino, Osmondo e Rodulfo, seguitati da' figliuoli e nepoti, e da molti de' loro amici. Questo Rainulfo fu il primo Conte d'Aversa, e poi Asclittino, chiamato da Ordorico Vitale[150] Anschetillo de Quadrellis, che a Rainulfo succedè, dal quale traggono origine i primi Normanni, che ebbero il Principato di Capua, come vedremo.
Questi Eroi di chiarissimo sangue usciti dalla Francia con molta comitiva de' loro Normanni, furono da' nostri Principi ricevuti con allegrezza, e con molti segni di stima, memori di ciò che pochi anni prima aveano adoperato i loro nazionali in Salerno. Alcuni rapportano, ch'essi da prima andarono in Benevento, altri che si posero al servigio del Principe di Salerno, ed altri che vennero in Capua[151]: tutte queste cose posson essere vere, poichè questi novelli Normanni, poco men disinteressati di quelli, che aveano combattuto in Salerno, erano pronti di darsi al servigio di colui, che gli avesse meglio riconosciuti: ed i nostri Principi longobardi avendosi ugualmente a difendere contro i Greci, e contro i Saraceni, ciascuno dalla sua parte bramava d'aver appresso di se uomini così valorosi, per mezzo de' quali speravano di conseguire qualunque vantaggio. Comunque ciò siasi, egli è certo che ancorchè non fosse appurato in qual anno precisamente passassero in Capua, prima però dell'anno 1017 in quella città si fermarono, mentre Melo fuggito da Bari avea in quella città ritrovato il suo asilo, ed era stato accolto da Pandolfo IV, il quale dall'anno 1016 insieme con Pandolfo II figliuolo di S. Agata reggeva in quelli tempi il principato di Capua[152]. Ciò che diede occasione a questi novelli Normanni unitisi con lui di segnalarsi in più nobili imprese.
I Greci che col nuovo Magistrato di Catapano, aveano reso insopportabile il lor governo nella Puglia, diedero occasione che in Bari, principal sede di quel Magistrato, nascessero perciò nuovi disordini e tumulti; poichè i Baresi non potendo più soffrire l'aspro governo, che d'essi faceva Curcua nuovo Catapano, animati da Melo prode e valoroso Capitano di sangue longobardo, che dimorava in Bari, ove da molto tempo avea trasportata la sua famiglia, si ribellarono dall'imperio greco, e sperando dare alla lor patria la libertà, si misero sotto la guida di Melo, che per lor Capo insieme con Dato suo cognato l'elessero. Ma gl'Imperadori d'Oriente avvisati di questa rivoluzione, mandarono tosto in Italia Basilio Bagiano nuovo Catapano, il quale giunto nella Puglia con buona compagnia di Signori e di soldati di Macedonia pose l'assedio alla città di Bari. I Baresi vedutisi così stretti, invece di pensare a difendersi, attesero solamente a rappacificarsi co' Greci a costo di Melo, offrendo di darlo loro nelle mani; di che accortosi Melo, tosto se ne fuggì furtivamente in Ascoli con Dato, ed ivi non tenendosi a bastanza sicuro, ritirossi ben anche più lungi, ed intanto i perfidi suoi cittadini, per guadagnarsi la buona grazia de' Greci, inviarono a Costantinopoli Maralda sua moglie, e 'l suo figliuolo Argiro. Melo, che da Ascoli erasi ritirato in Benevento, indi in Salerno, erasi finalmente con Dato fermato in Capua, chiedendo a Pandolfo, siccome a' Principi di Benevento e di Salerno suoi Longobardi a volergli prestar ajuto contro i Greci. Arrivando in Capua ritrovò ivi i Normanni, che poc'anzi eranvi giunti: era egli già consapevole del lor valore, onde trovandogli opportuni a' suoi disegni, per le grandi promesse che lor fece, si diedero al suo servigio, ed avendo arrolate eziandio altre truppe presso de' Principi longobardi, delle quali sollecitava il soccorso, ragunò un'armata, che immantenente menò contro i Greci; ed avendogli assaliti, furono in tre successive battaglie disfatti, e si rese padrone d'alcune città della Puglia; ma poscia perdette tutto il frutto delle sue vittorie nel quarto combattimento, che accadde intorno l'anno 1019 presso la città di Canne, luogo già rinomato per l'antica disfatta de' Romani[153]. Vinto Melo più tosto per lo tradimento de' suoi, che per la forza de' Greci, i Normanni gli si mantennero fedeli, combattendo con estremo valore. Pensò Melo, veggendo il suo partito assai debole, di chiedere soccorso altrove, ed avendo raccomandati tutti i Normanni che gli restavano a Pandolfo Principe di Capua, ed a Guaimaro Principe di Salerno, tosto partissi per Alemagna a ritrovare l'Imperador Errico, a cui avendo esposto lo stato lagrimevole di queste nostre province, che per l'ingrandimento de' Greci erano in pericolo di esser tutte smembrate dall'Impero d'Occidente, lo confortava ad inviare una grossa armata contra de' Greci, o pure che venisse egli stesso in persona a comandarla: Errico, che trovavasi distratto in altre imprese, e che alle promesse non ben corrispondevano i fatti, obbligò ben due fiate Melo a ripigliar quel viaggio per sollecitarlo a mandare i promessi soccorsi; ma nel mezzo di questi affari finì Melo la sua vita presso l'Imperador Errico, tanto che i Normanni per la perdita di questo lor valoroso Capitano si diedero a prender altri partiti.
Adinolfo fratello di Pandolfo Principe di Capua ed Abate di Monte Cassino, era travagliato quasi sempre da' Conti d'Aquino, i quali sovente facevano delle scorrerie sopra i beni di quella Badia, onde pensò l'Abate per difendergli valersi dell'opra e del valore de' Normanni[154], i quali assai bene, e con ogni fedeltà adempierono la commessione, che loro era stata data, guardando di continuo le terre di quel monastero da un Borgo appellato Piniatario, non lungi dalla città di San Germano, ove s'erano fortificati. Altri Normanni seguendo Dato s'erano ritirati sotto gli auspicj di Benedetto VIII R. P., il quale aveva loro dato in guardia la Torre del Garigliano, ch'era del dominio della Chiesa; parendo così a Dato d'esser sicuro, posciachè la città di Capua lo copriva dall'insulto de' Greci.
Ma la perfidia di Pandolfo Principe di Capua cagionò nuovi sconcerti in queste regioni, che finalmente tutti terminarono a maggior ingrandimento de' Normanni. Questo Principe, ancorchè mostrasse in apparenza favorir le parti di Errico Imperador d'Occidente come a lui soggetto, nulladimanco nudriva di soppiatto con Basilio Imperador d'Oriente una stretta corrispondenza ed amicizia, e s'avanzò tanto, che finalmente s'indusse a mandar in Costantinopoli le chiavi d'oro, e sottopporre sè, la sua città, e l'intero Principato all'Imperio d'Oriente, in quel modo ch'era prima a quello d'Occidente[155]. L'Imperador Basilio, a cui per gl'interessi suoi molto importava quest'acquisto, tosto avvisonne Bagiano, al quale commise, che per mezzo di Pandolfo proccurasse aver in mano Dato co' Normanni, ch'erano in sua difesa. Questi eseguì con efficacia ed esattezza il comandamento del suo Principe, e perchè Pandolfo non fosse distolto dall'Abate Adinolfo suo fratello, pensò tirare al suo partito anche costui, come lo fece opportunamente per un mezzo assai efficace, qual si fu d'una gran donazione, che fece al suo Monastero dell'intera eredità d'un tal Maraldo di Trani, ch'erasi devoluta al Fisco[156]; ed avendo mandata una grossa somma di denaro a Pandolfo, lo priegò insieme, che se veramente era fedele all'Imperadore Basilio, gli permettesse il passaggio per gli suoi Stati per aver in mano Dato. Gli fa ciò tosto accordato, e posto in ordine un non piccolo esercito venne ad assalir Dato nel Garigliano; gli assediati ancorchè colti improviso si difesero con molto coraggio per due giorni: ma alla fine bisognò, che il valore cedesse alla forza. Bagiano prese la Piazza, e trattò con estremo rigore tutti coloro, che vi trovò, fuorchè i Normanni in riguardo d'una calda preghiera, che l'Abate Adinolfo gliene fece. Ma non usò pietà con Dato; e questo disgraziato Capitano condotto in Bari sostenne il supplizio de' parricidi, essendo stato buttato in mare dentro un sacco.
L'Imperadore Errico avendo intesa l'invasion dei Greci, la perfidia del Principe Pandolfo, e la crudelissima morte di Dato, reputando fra se medesimo, che perduta la Puglia ed il Principato di Capua, se non affrettava i soccorsi, era in pericolo di perdere Roma e tutta l'Italia, tardi avveduto di ciò che Melo tante volte aveagli presagito, scosso finalmente da tanti avvenimenti, avendo unito una grossa armata, e chiamati i Normanni (ch'erano stati a preghiere di Adinolfo lasciati liberi) che militassero sotto le sue insegne, tosto in quest'anno 1022 verso Italia incamminossi[157]. Divise in tre corpi la sua armata: ad uno composto di undicimila soldati prepose per Capitano Poppone Patriarca d'Aquileja, che incamminossi verso Abruzzi, acciò che per quella parte entrasse nel dominio de' Greci: l'altro corpo era di ventimila soldati comandato da Belgrimo Arcivescovo di Colonia (poichè in questi tempi non vi avea niente di stranezza, che i maggiori Prelati della Chiesa si vedessero alla testa degli eserciti, come ben tosto lo vedremo ancora praticare dagli stessi Pontefici romani) e questo fu mandato per la strada di Roma per avere in mano l'Abate Cassinense col Principe di Capua suo fratello, che ambedue venivano imputati presso l'Imperadore della cattura e morte di Dato: l'altro ritenne seco Errico, volendo egli in persona per la Lombardia e per la via della Marca venire a' danni de' medesimi Greci.
L'Abate Adinolfo subito, che fu avvisato, che gli andava contro un esercito intero, abbandonò il monastero, e per salvarsi in Costantinopoli, ad Otranto con gran fretta fuggissene, dove imbarcato nell'acque del mare Adriatico, nel quale Dato era stato sommerso, rotta la nave con tutti i suoi, affogò.
Il Principe suo fratello, quando si vide assediato dentro Capua dall'Arcivescovo di Colonia, dubitando d'esser tradito da' suoi vassalli, che l'odiavano a morte, si diede in man del Prelato, acciocchè il menasse da Errico, in presenza di cui promise provar la sua innocenza[158]. Lo ricevè Belgrimo sotto la sua custodia, e menollo da Errico, il quale allora teneva strettamente assediata Troja in Puglia, città, che i Greci in questo medesimo anno aveano edificata, la quale pochi giorni da poi si rese a lui. Rallegrossi l'Imperadore, e fatti assembrare tutti i suoi Baroni, così italiani come oltramontani, perchè conoscessero della sua causa, fu con universal consentimento sentenziato a morte; ma l'Arcivescovo, sotto la cui protezione si era egli posto, tanto seppe oprar con preghiere e pianti presso l'Imperadore, che la pena di morte la fece commutare in esilio perpetuo; onde fattolo strettamente incatenare, in cotal guisa se lo menò seco in Germania.
Il Principato di Capua fu da Errico conceduto a Pandolfo Conte di Tiano, e nell'istesso tempo investì di questo Contado Stefano, Melo e Pietro, nipoti del celebre Melo, i quali erano sottentrati a sostenere quell'impegno medesimo contro i Greci, che promosse il loro zio[159]. Ecco come gl'Imperadori d'Occidente disponevano del Principato di Capua e de' Contadi dei quali era composto. Ma essendo stato obbligato Errico a richiamar la sua armata per cagione degli eccessivi caldi della Puglia, che gli Alemani, ond'era composta, non potevano più soffrire: confidò i disegni che avea su l'Italia al valore de' Normanni, lasciando a loro la cura di discacciar da Italia i Greci. Raccomandò loro spezialmente di soccorrere, qualora il bisogno il richiedesse, i nepoti del rinomato Melo, ai quali diede parimente in aiuto alcuni altri celebri Normanni: questi, secondo rapporta Ostiense, furono Giselberto e Gosmanno, Stigando, Turstino, Balbo, Gualtiero di Canosa ed Ugone Fallucca con diciotto altri valorosi compagni.
Raccomandò ancora l'Imperador Errico questi Normanni a' Principi di Benevento e di Salerno, ed a Pandolfo di Tiano novello Principe di Capua, a' quali impose dovessero di loro in tutti i bisogni valersi. Ma questi Principi tosto dimenticatisi della grande obbligazione che aveano i Longobardi a' Normanni, da' quali erano stati tanto ben serviti contra de' Greci, cominciarono poscia a disprezzargli; sia perchè credessero di non aver punto bisogno di loro; sia perchè sentissero male il vedergli interessati nel servigio dell'Imperadore Errico. Gli lasciarono dunque errar pe' boschi senza nè pure conceder loro un luogo di ritirata; anzi giunsero infino a negar loro quel soldo, ch'era in costume pagarsi a' medesimi.
I Normanni, che non aveano gran sofferenza di sopportar questa ingiustizia, presero le armi contro gli abitanti del paese, e giunsero ben tosto a fargli stare a lor discrezione; e per ottenere più sicuramente ciò che volevano, crearonsi un Capo della loro Nazione. Il primo ch'elessero fu veramente abile a mantenere i loro interessi: fu questi Turstino, uno di quei valorosi nomati da Ostiense, uomo di merito singolare per lo posto a cui innalzavasi, e sopra tutto d'una forza di corpo presso che miracolosa. Ma essendosi indi a poco questo valoroso Capitano per fraude dei Pugliesi incontrato con un dragone, ancorchè l'uccidesse, restò dal velenoso fiato di quel serpente estinto, come rapporta Guglielmo Gemmeticense[160]. Non mancarono però successori valevoli a vendicarsi di sua morte, poichè i Normanni in luogo di Turstino concordemente si elessero per lor Capo Rainulfo prode e scaltro guerriero[161], che giunse il primo in Italia in qualità di Principe, e che fu il primo tra' Normanni a stabilirsi in queste nostre province certa e ferma sede, come qui a poco vedremo.
Intanto Errico, dopo aver regnato ventidue anni, finì i giorni suoi in Alemagna nell'anno 1025 senza aver lasciato di se prole alcuna; ed ora per la sua pietà, e più per la singolar sua castità, narrandosi, che anche ammogliato volle serbarla, gli prestiamo que' onori che a Santi son dovuti. Egli edificò in Bamberga molte chiese, che sottopose al romano Pontefice. Principe prudentissimo, il quale considerando, che per non lasciar di se figliuoli, avrebbero potuto nell'elezione del suo successore nascere disordini e confusioni, avvicinandosi alla morte, chiamò a se i Principi dell'Imperio, e per suo successore designò[162] loro Corrado Duca di Franconia detto il Salico, Principe saggio e valoroso della illustre Casa di Sassonia[163]. I Principi dell'Imperio acconsentendovi lo elessero per Re di Germania ed Imperadore; onde non per eredità, ma per elezione, com'era il costume, fu innalzato Corrado al soglio, ancorchè proposto da Errico suo predecessore, come se gli Elettori di comune consenso avessero nella persona d'Errico rimessa la elezione, quasi per un compromesso. Nè fu osservato nella sua elezione ciò che Ottone III, avea prescritto, poichè non da' soli sette Elettori, ma da tutti i Principi fu eletto: fu molto tempo da poi, che come si disse, per evitar le turbolenze ed i disordini, si pose in pratica ciò, che Ottone prescrisse.
Morì in quest'istesso anno 1025 Basilio Imperatore d'Oriente ancora, e poco da poi nel 1028 Costantino, e per lor successore fu eletto Romano, cognominato Argiro.
(Abbiamo indicato adesso la morte d'Errico sotto la data dell'anno 1025 avendo seguito in ciò l'attestato di due Autori degni di fede. Lione Ostiense lib. 2 c. 58. Defuncto igitur augustae memoriae Imperatore Herrico anno Domini M.XXV; ed Ottone Frisingense VI c. 27. Anno ab incarnatione Domini M.XXV defuncto sine filiis Herrico. Ma secondo Lamberto Schafnaburgense, Ermanno Contratto, ed altri germani Scrittori rapportati da Struvio Syntag. Hist. German. dissert. 13 §. 28 pag. 387 morì nel mese di luglio del precedente anno M.XXIV).
CAPITOLO I. Fondazione della città d'Aversa, ed istituzione del suo Contado nella persona di Rainulfo Normanno I, Conte d'Aversa.
La morte d'Errico e l'elezione di Corrado fecero mutar faccia agli affari di queste nostre province. Il novello Principe di Capua Pandolfo di Tiano per li suoi abbominevoli tratti, e più per l'avidità dell'altrui, e per la propria avarizia era da tutti abborrito. Aveasi disgustati i Normanni, i quali, vedendosi troppo indegnamente trattati, inquietavano gli abitanti del paese, riducendogli a loro discrezione: perciò appo i suoi vassalli medesimi era entrato in abbominazione. Erasi ancora disgustato con Guaimaro III, Principe di Salerno, e per li suoi modi ridusse le cose in tale estremità, che se lo rese fiero inimico.
Tutte queste cose portarono la sua ruina poichè Guaimaro morto Errico proccurò con ogni sforzo entrar nella grazia del novello Imperadore Corrado, e seppe sì ben portarsi, che si strinse con lui con ligami assai stretti di corrispondenza ed amore. Teneva Guaimaro per moglie Gaidelgrima sorella di Pandolfo IV, che trovavasi ancora in Alemagna dentro due carceri ristretto: il primo favore che richiese a Corrado fu di riporre in libertà suo cognato, e ristituirlo nel Principato di Capua[164]. Corrado alle sue preghiere condescese, liberò Pandolfo, ed al Principato di Capua ordinò, che fosse restituito.
Rainulfo, che co' suoi Normanni era stato così indegnamente trattato da Pandolfo di Tiano, apertasegli sì bella occasione di vendicarsi di lui, tosto s'unì con Guaimaro, ed alle forze di questo Principe aggiunse le sue per far rientrare Pandolfo IV nel Principato di Capua. In fatti questo Principe soccorso da Guaimaro e da' Normanni, aiutato anche dagli antichi suoi fautori che teneva nella Puglia, e dall'istesso Catapano Bagiano, e da' Conti de' Marsi, pose tosto l'assedio a Capua per discacciarne il competitore. Difese costui per un anno e sei mesi la Piazza; ma non potendo da poi più sostenerla, fu costretto renderla a Bagiano, il quale sotto la sua protezione e custodia ricevutolo, il fece insieme con Giovanni suo figliuolo, e con tutti i suoi portare a Napoli, ove da Sergio che n'era Duca fu cortesemente ricevuto.
Pandolfo IV, entrato in Capua e restituito nel Principato, non contento, come sono gli uomini ambiziosi, di esser ritornato alle sue pristine fortune, sofferiva con animo maligno, che Pandolfo di Tiano avesse trovato appo Sergio sicuro asilo, onde cominciò a meditare nuove imprese sopra il Ducato di Napoli sotto questo pretesto.
Co' Normanni nemmeno usò quella gratitudine, che richiedevano i servigi rilevanti, che aveangli prestati in questa congiuntura, tanto che pensarono da loro stessi di stabilirsi in un luogo di que' contorni dove meglio potessero, che fosse bastevole per farvisi una comoda abitazione; e presero da prima un luogo, il quale credesi esser quello, che oggidì chiamasi Ponte a Selice, tre miglia sopra Aversa, che pareva fertilissimo[165]; ma quando si disposero a fabbricarvi, rinvennero il fondo della terra tutto paludoso; che perciò l'abbandonarono per girne là vicino a fabbricare la città, che poscia fu chiamata dal loro nome Aversa la Normanna, la quale fu da Rainulfo posseduta col titolo di Conte per le cagioni che diremo.
Pandolfo IV, non tardò che un anno a porre in effetto i suoi disegni contro Sergio Duca di Napoli. Era in questi tempi il Ducato napoletano, dopo Marino, di cui favella l'Anonimo Salernitano, governato da questo Sergio, ed ancorchè per antiche ragioni stesse sottoposto all'Imperadore de' Greci, nulladimanco si governava da' Duchi con assoluto arbitrio sotto forma e disposizione di Repubblica. Mosse intanto Pandolfo contro Napoli il suo esercito; Sergio colto così all'improviso, e lontano dagli aiuti de' Greci, da' quali non ebbe alcun soccorso, fu tosto obbligato uscir dalla città, che dopo breve contrasto si rese al Principe Pandolfo: e fu la prima volta che Napoli fosse soggiogata da' Principi longobardi, e che passasse sotto il lor dominio dopo gli sforzi di tanti altri, che non poterono mai conquistarla: Pandolfo di Tiano scappato come potè meglio, fuggissene in Roma, ove ben tosto finì la vita in un miserabile esilio.
Scacciato Sergio dal Ducato napoletano, non potendo altronde ottener soccorso per discacciarne l'invasore, con provido consiglio si rivoltò agli aiuti dei Normanni, i quali assicurò di volergli trattare assai più generosamente di quello, che fin allora i Principi longobardi avean fatto. Rainulfo, che mal corrisposto da quel Principe, prendeva tutte le occasioni, per le quali potesse maggiormente stabilirsi e proccurare i suoi maggiori avvanzi, su queste promesse accettò l'invito; e co' suoi Normanni unissi con Sergio, e gli prestarono sì segnalati servigi, che obbligarono Pandolfo abbandonar Napoli dopo tre anni, che se n'era impadronito, e fecero rientrare in quel Ducato Sergio con sua somma gloria e stima.
Sergio non seguendo gli esempi de' Principi longobardi, memore delle promesse fatte a Rainulfo, osservò la parola data, e fece co' Normanni una stretta alleanza, e per unirsi con più stretti legami, si sposò una parente di Rainulfo; ed oltre ciò perchè stesse sicuro dagl'insulti del Principe di Capua, tra questa città e Napoli frapposevi un sicuro riparo, costituendo Rainulfo Conte sopra i suoi Normanni[166], al quale diede col titolo di Contado tutto il territorio intorno alla città, ch'essi fabbricavano e che allora aveano cominciato ad abitare, la quale veniva a coprire il Ducato di Napoli; e poich'egli stava applicato a mantenere i Normanni in una grande avversione col Principe di Capua, si crede, che da ciò quella città fossesi nominata Aversa.
Non è verisimile ciò che il Summonte, per l'autorità di Giovanni Villani, dice, che la ragione che poteva avere il Duca Sergio di dare il titolo di Conte a Rainulfo, dovette essere il dominio, ch'avea Napoli in quel territorio, non essendo distante più che otto miglia; tanto maggiormente che il Villani[167] nella sua Cronaca di Napoli dice, che i Normanni edificarono Aversa, la quale per innanzi era castello di Napoli. Ma questo titolo, come più innanzi vedremo, fu confermato da poi a Rainulfo dall'Imperador Corrado. Ecco come i Normanni cominciarono ad avere in queste nostre regioni ferma sede; ma acquisti assai maggiori seguirono in appresso per quelle occasioni, che saremo qui a poco a narrare.
§. I. Venuta de' figliuoli di Tancredi Conte d'Altavilla. Morte di Corrado il Salico e sue leggi.
Rainulfo veggendosi in cotal maniera stabilito in Aversa, attese a fortificarvisi ed incominciò a trattarsi da Principe: inviò Ambasciadori al Duca di Normannia, invitando i suoi compatriotti, che venissero a gustar con esso lui l'amenità del paese, ove già possedeva un Contado: l'invogliò a venire colla speranza di poter anch'essi impadronirsi di alcuna parte di quello. A questo invito venne in Italia un numero assai più grande de' Normanni, che per l'addietro fossevi giunto: con questi vennero i figliuoli primogeniti di Tancredi d'Altavilla capo della famiglia, di cui poc'anzi si narrò la numerosa prole, onde sursero gli Eroi, che conquistarono non pur queste nostre province, ma la Sicilia ancora. La spedizione de' figliuoli di Tancredi in queste nostre regioni deve collocarsi nell'anno 1035, i quali non tutti nell'istesso tempo ci vennero, ma i primi furono Guglielmo, Drogone ed Umfredo. Gli altri vennero da poi, e soli due rimasero nella loro patria[168].
Questi prodi Campioni andati prima a tentar la sorte in diversi luoghi, alla perfine cogli altri Normanni giunsero in Italia ed in Salerno sotto la protezione, ed a' stipendi di quel Principe finalmente si fermarono. Reggeva in questi tempi il Principato di Salerno Guaimaro IV, figliuolo del maggior Guaimaro, il quale sin dall'anno 1031 avea finito i suoi giorni. Questo Principe seguendo i vestigi di suo padre ebbegli cari, e riconoscendo questi novelli Normanni per giovani sopra tutti gli altri della loro Nazione molto distinti, ebbegli in maggior conto; fosse ciò per sua inclinazione o per politica, egli è certo, che in tutti i suoi affari valevasi di quelli, e ne faceva una grande stima, proccurando i maggiori loro ingrandimenti; e come Principe prudentissimo reggeva perciò con vigore e magnificenza il suo Stato.
Dall'altro canto Pandolfo Principe di Capua, che mal seppe conoscergli, era venuto, per la sua crudeltà ed avarizia, nell'indignazione di tutti: le frequenti scorrerie e rapine che faceva al monastero Cassinense erano così insopportabili, che finalmente obbligarono quei Monaci, per liberarsi della sua tirannia, di ricorrere in Germania all'Imperadore Corrado, al quale avendo esposto con pianti e querele i guasti che dava a quel Santuario, lo pregarono a calar in Italia per liberarlo dalle mani di quel Tiranno, rammentandogli dover a lui appartenere la loro liberazione, essendo quel Monastero sotto la tutela sua, come era stato sotto li suoi predecessori, e immediatamente sotto la sua protezione[169].
S'aggiunsero ancora, per affrettar la venuta di Corrado in Italia, le rivoluzioni accadute in quest'istesso tempo in Lombardia, autore delle quali in gran parte era riputato l'Arcivescovo di Milano[170]. Per queste cagioni finalmente fu risoluto Corrado intraprender il cammino verso queste nostre parti, e nell'anno 1036 con valido esercito, avendo passato l'Alpi entrò in Italia, ed a Milano fermossi, ove sedati i tumulti colla prigionia de' rebelli, imprigionò ancora l'Arcivescovo di Milano autore di quelli. Passò indi a poco in Roma, ove ascoltò le querele, che contro il Principe di Capua gli furon portate da gente infinita: volle conoscere de' suoi falli, e portatosi nel monastero di Cassino, mandò Legati a Pandolfo per ridurlo di buon accordo a restituire ciò, che ingiustamente avea occupato a quel monastero; ma ostinandosi nella sua perfidia, sdegnato Corrado venne a Capua egli stesso, e Pandolfo fuggendo la sua indignazione ritirossi nella Rocca di S. Agata. L'Imperadore ricevuto in Capua con solenne apparato ed allegrezza, nel giorno di Pentecoste fu quivi incoronato con gran celebrità, e colle consuete cerimonie. Era allor costume degl'Imperadori d'Occidente di replicar sovente queste funzioni ne' giorni più celebri dell'anno, nel che è da vedersi l'incomparabile Pellegrino nelle gastigazioni all'Anonimo Cassinense; poichè Corrado non in Capua fu la prima volta incoronato Re o Imperadore: fu egli prima salutato Re nell'anno 1026, ed Imperadore nell'anno seguente, quando la prima volta venne in Roma.
(In quest'anno appunto, che fu il 1027 fu coronato in Roma da Papa Giovanni l'Imperador Corrado, siccome narrano Wippone Prete pag. 433. Ottone Frisingense VI. cap. 29 che dice: Anno ab Incarnatione Domini MXXVII. Conradus Romam veniens etc. a summo Pontifice Joanne coronatus, ab omni Populo Romano Imperatoris, et Augusti nomen sortitur. Lo stesso scrissero Ermanno Contratto, Lamberto Schafnaburgense, Sigeberto Gemblacense, ed il Cronografo Sassone ad An. 1027. Passò in Puglia, e da poi in Germania fece ritorno. Nella fine da poi dell'anno 1036 ritornò di nuovo in Italia: sedò i tumulti in Milano: imprigionò quell'Arcivescovo, ed avendo celebrata la Pasqua dell'an. 1037 in Ravenna, sedati nel seguente anno 1038 i romori di Parma, tornò di nuovo in Alemagna. Così scrissero Wippone Prete pag. 440 et seqq. Ottone Frisigense VI. c. 31. dicendo: Italiam ingreditur, Nataleque Domini celebrans, per Brixiam ac Cremonam, Mediolanum venit, ejusdemque Urbis Episcopum, eo quod conjurationis erga cum factae reus diceretur, cepit, ac Pupioni Aquilejensi Patriarchae custodiendum commisit etc. Concordano Ermanno Contratto, gli Annali Ildesheimensi, il Cronografo Sassone, Alberico, e Lione Ostiense lib. 2. cap. 65.)
Intanto Pandulfo con tutti i mezzi proccurava placar l'ira di Corrado, chiedendogli perdono; finalmente gli offerì trecento libbre d'oro, la metà delle quali offeriva sborsar prontamente, l'altra metà a certo tempo, promettendo frattanto insino all'intero pagamento di dargli per ostaggi una sua figliuola ed un nipote: gli accordò l'Imperadore l'offerta, al quale egli tosto mandò il denaro e gli ostaggi. Ma non molto da poi pentitosi questo Principe del fatto, e reputando di poter con facilità rientrare in Capua, subito che Corrado se ne fosse partito, negò finalmente, dopo molto prolungare, di mandargli il restante dell'oro. Corrado allora avendo scorto l'animo di questo Principe, e che appena egli partito, sarebbe col suo mal talento ritornato ben presto alle rapine ed alle crudeltà, pensò di privarlo affatto del Principato di Capua, e darne ad altri l'investitura.
Convocò per quest'effetto un'assemblea di Proceri e Magnati, e di molti suoi Baroni, alla quale volle che intervenissero ancora i Magnati stessi di Capua, acciocchè anche col loro parere e consiglio il facesse, e nel caso di doversi Pandolfo deporre dal Principato, più maturamente innalzarvi altro personaggio, che ne fosse meritevole. Fu pertanto deposto Pandolfo, e non ritrovandosi chi potesse meglio sustituirsi in suo luogo, del Principe di Salerno Guaimaro, Principe prudentissimo, e ch'era in somma grazia dell'Imperadore Corrado, fu a lui conceduto: e furon allora veduti questi due Principati uniti in un'istessa persona.
Pandulfo lasciato suo figliuolo nella Rocca di S. Agata, andò in Costantinopoli a chieder soccorsi dall'Imperadore. Ma questi prevenuto da Guaimaro, in vece di somministrargli ajuto, lo mandò in esilio, ove per due anni, e più insino che visse l'Imperadore, dimorò: morto costui, dal suo successore fu liberato, ma non potendo ricever alcun ajuto, se ne tornò senza alcun frutto[171].
Allora fu che Guaimaro riconoscente de' segnalati servigj, che gli avean prestato i Normanni, non tralasciava occasion d'ingrandirgli, e di mostrar loro il desiderio, che nudriva in esaltargli, proccurò dall'Imperadore Corrado l'investitura del Contado d'Aversa a favor di Rainulfo[172]; poichè se bene, come abbiam narrato, Rainulfo da Sergio Duca di Napoli fosse sopra i Normanni stato fatto Conte; nulladimanco quel, che si fece allora, fu solamente un conceder in ufficio a Rainulfo quella dignità, cioè di costituirlo Capitano sopra i suoi commilitoni, come dottamente spiegò il Pellegrino. Gl'Imperadori d'Occidente riputavano allora ad essi solo appartenere il concedere ed investire i Feudi in tutta Italia, ed esser questa, loro singolar prerogativa: ad imitazion de' quali pretesero da poi i Pontefici romani, che ad essi soli s'appartenessero l'investiture de' Beneficj, di che ci tornerà occasione altrove di favellare. Perciò Guaimaro, per istabilire maggiormente i Normanni nel Contado d'Aversa, proccurò che Rainulfo dall'Imperadore ne fosse investito, in virtù della quale investitura se gli concedeva non solo in ufficio, ma anche in Feudo la Città, ed il Contado e tutte quelle regalie, che sogliono venir comprese in simili concessioni.
Ma ben Guaimaro ne fu corrisposto da' Normanni, poichè non molto da poi co' loro ajuti prese Sorrento, e ritenendo per se il titolo di Duca di Sorrento, concedè questa città a Guido suo fratello. Conquistò ancora col loro ajuto Amalfi, che per se la ritenne, ed al suo Principato la sottopose[173]. S'usurpò poco da poi, il titolo di Duca di Puglia e di Calabria; in guisa che nella sua persona s'unirono tanti titoli e Signorie, che non fu Principe alcuno veduto in questi tempi, innalzato a tanta sublimità e grandezza in queste nostre province, quanto lui. Per queste ragioni in alcune carte rapportate dall'Ughello nella sua Italia sacra, fatte sotto il Principato di Guaimaro IV si osservano tanti titoli, che a questo Principe s'attribuivano, come in una data in Melfi, Vigesimo sexto anno Principatus Salerni Domini nostri Guaimarii gloriosi Principis; et sexto anno Principatus ejus Capuae, et quinto anno Ducatus illius Amalfis, et Sirrenti; et secundo anno suprascriptorum Principatuum, et Ducatuum Domini Gisulfi eximii Principis, et Ducis filii ejus; et secundo anno Ducatus eorum Apuliae, et Calabriae, mense Junii duodecima Indictione[174].
Intanto Corrado, da Capua partito, portossi a Benevento, indi per la Marca andossene oltre i monti, portando seco gli ostaggi, che da Pandolfo avea ricevuti; ed appena scorso un altro anno finì i giorni suoi in Alemagna nell'anno 1039 lasciando per successore nell'Imperio Errico suo figliuolo, detto il Negro.
(Corrado appena scorso un anno, che ritornò da Italia, morì nel mese di giugno in Utrech nella Frisia in quest'anno 1039. Ottone Frisingense VI cap. 31. Non multo post reverso ab Italia Imperatore, Sanctamque Pentecostes in inferiori Trajecto Frisiae urbe celebrante, in ipsa solemnitate infirmatus XVII Regni, Imperii vero XIV anno diem ultimum clausit. Concordano Wippone pag. 402. Ermanno Contratto, Lamb. Schafnaburg, Mariano Scoto, Sigeberto Gemblacense, Corrado Ursperpense il Cronografo Sassone, e gli Annali Ildesheimensi).
Fra le molte prerogative, onde era Corrado adorno, fu la perizia delle leggi, ed il sommo studio, ch'ebbe in istabilirle: egli calando in Italia presso Roncaglia, siccome era il costume de' suoi predecessori, molte ne stabilì tutte prudenti e sagge. Alcune se ne leggono nel terzo libro delle leggi longobarde, altre ne' libri feudali, e moltissime altre ne raccolse Goldasto nei suoi volumi[175].
Egli fu il primo, che alle consuetudini feudali aggiungesse le leggi scritte per regolar le successioni: insino ad ora la successione de' Feudi si regolava secondo i costumi de' Longobardi, che in Italia gl'introdussero. I Feudi, secondo che abbiam veduto, per antica consuetudine non solevan concedersi se non a tempo[176], rimanendo in potestà del concedente, quando gli piaceva, ripigliarsi la cosa data in Feudo. Da poi fu introdotto, che per un'anno avessero la loro fermezza: in appresso s'ampliò durante la vita del vassallo, nè a' figliuoli s'estendeva; finalmente fu ammesso uno de' figli, ed era quando il Padrone al medesimo confirmava il Feudo, che al padre era stato conceduto: poi s'ampliò a tutti i figli, nè oltre, per le consuetudini feudali s'estese la lor successione.
Corrado il Salico, avanti che in Roma giungesse a prender la Corona dell'Imperio, nell'anno 1026 in Roncaglia, secondo il costume de' suoi predecessori, nell'assemblea de' Principi e del Popolo, richiesto dai suoi vassalli, che fosse contento d'ammettere alla successione de' Feudi non pur i figli, come erasi per le consuetudini feudali introdotto, ma anche i nepoti nati da' figli, e questi mancando, potessero succedere ancora i fratelli del defunto, glie lo accordò, e fu perciò promulgata legge, per la quale stabilì, che se il Feudatario non avrà figli, ma nipote dal suo figlio maschio, abbia questi il Feudo: e se non avrà nepoti ma fratelli legittimi, abbiano questi ancora il Feudo, che fu del loro comune padre[177].
Questa legge, che vien per intero rapportata dal Sigonio[178], ancorchè i Compilatori de' Libri Feudali non ve l'avessero interamente in quelli inserita, si legge però nel libro terzo delle leggi longobarde, ove tutte le altre leggi degl'Imperadori d'Occidente come Re d'Italia furono raccolte, le quali non solamente in Lombardia ed in tutte le altre parti di Italia, ma ancora in queste nostre province, toltone quelle, che all'Imperio de' Greci erano sottoposte, ebbero forza e vigore, per quelle ragioni, che altre volte abbiam detto nel corso di questa Istoria, e particolarmente ne' tempi di Corrado, ne' quali l'autorità degl'Imperadori d'Occidente era nel colmo della sua grandezza ne' Principati di Capua, di Salerno ed in quel di Benevento; essendosi veduto che essi deponevano i Principi stessi, e de' loro Principati disponevan a lor talento; anzi, siccome vedrassi più innanzi quando della compilazion di queste leggi e delle feudali tratterassi, maggiore fu nel nostro Regno la forza ed autorità delle leggi longobarde, che delle feudali.
Non è però, che Gerardo de Nigris Senator di Milano nel primo libro de' Feudi[179] non avesse rapportata la sentenza di questa legge; ed i Compilatori degli altri libri feudali la tralasciarono d'inserire tra le altre costituzioni feudali degli altri Imperadori, che a Corrado succedettero, per quest'istessa ragione che ritrovavasi già inserita ne' libri delle leggi longobarde, l'uso de' quali era più frequente presso i nostri maggiori, che quello de' libri feudali: se bene da un luogo d'Andrea d'Isernia[180] si raccoglie, che in alcuni Codici delle leggi feudali, che allora andavano attorno, ancor che in molti luoghi tronca e mutilata, era stata pure trascritta.
Altri Capitoli di questo Principe abbiamo nel libro secondo de' Feudi sotto il titolo de Capitulis Corradi, stabiliti parimente in Roncaglia, ove de' Feudi pur si tratta: nè, per dir ciò di passaggio, è condonabile l'errore di Carlo Molineo[181], il quale nell'istesso tempo, che biasima i nostri Interpreti, i quali per l'ignoranza dell'istoria caddero in molti errori, inciampa egli stesso in ciò che ad altri biasima; riputando questi Capitoli di Corrado, essere non del Salico, ma di Corrado II, quando quel Corrado di ch'egli parla, non fu mai in Italia, onde avesse quelli presso Roncaglia potuto stabilire.
Quindi ancora si convince l'altro errore di Molineo[182], nel quale non possiamo non maravigliarci esservi ancora caduto, oltre Cragio ed Ornio, il nostro diligentissimo Pellegrino[183], i quali per leggiere cagioni reputarono Lotario I, nipote di Carlo Magno, autore di quella costituzione, che si legge nel libro primo de' Feudi[184], per la quale la successione dei Feudi fu estesa anche al patruo; tantochè se fosse di quello Imperadore, non Corrado il Salico verrebbe ad esser il primo, che alle consuetudini feudali aggiungesse sopra ciò leggi scritte, ma Lotario I, che più di 200 anni prima di Corrado tenne l'Imperio di Occidente.
Ma si convince questa legge essere di Lotario III (che altri con più verità appellano II, poichè dell'altro Lotario, che per pochi giorni in tante rivoluzioni di cose invase l'Imperio dopo Berengario, non dee aversi conto) non già di Lotario I, per essere stata promulgata in Roma nell'anno 1133, o 1137 sotto il Pontificato di Innocenzio, non già d'Eugenio, come scorrettamente si legge ne' Codici vulgati, nell'Assemblea (com'era il costume) de' Sapienti e Baroni di molte città d'Italia; e fu confermata da Lotario la legge di Corrado intorno alla successione de' Feudi; ed oltre di ciò, ampliata la successione anche a favor del patruo, il che Corrado non avea fatto, siccome dottamente notò l'incomparabile Cujacio[185] a torto dal Pellegrino ripreso. E ciò si manifesta con maggior chiarezza ponderando, che se sino a' tempi di Lotario I, i patrui erano ammessi alla successione dei Feudi, sarebbe stata cosa ridevole, con tanta premura ed istanza porger preghiere a Corrado, come fecero allora i Feudatari, perchè stendesse la successione a' fratelli, quando ciò 200 anni prima fu conceduto da Lotario anche a favor de' patrui. Convincono altri argomenti, che deve questa legge attribuirsi a Lotario III, li quali possono vedersi presso Schiltero e Struvio[186]. Ma deve questo abbaglio condonarsi al diligentissimo Pellegrino, che volle per questa volta metter la falce nell'altrui messe, ma non già al Molineo intendentissimo delle nostre leggi feudali.
CAPITOLO II. Conquiste de' Normanni sopra la Puglia.
In que' medesimi tempi, che da Corrado si proccurava dar qualche provedimento alle cose d'Italia, sursero in queste nostre parti occasioni cotanto favorevoli per l'ingrandimento de' Normanni, che ricevute da essi con avidità gl'invogliarono a cose maggiori, ed a più alte imprese. Que' prodi e valorosi Campioni, che in Salerno militavano sotto gli auspicj di quello Principe, crebbero per varie congiunture in tanta potenza, che cominciò a rendersi sospetta a Guaimaro istesso: il credito, che s'acquistavano spezialmente i figliuoli di Tancredi, gli dava qualche ombra, quantunque non osasse dimostrarlo; onde per sottrarsi da questi sospetti, si pose a cercar modo d'allontanargli da se con qualche onorevole occasione, temendo insieme fargli bene, o male in sua casa; ma ecco che gliene venne offerta una, la quale fu profittevole ugualmente ad entrambi.
L'Imperio d'Oriente, che, come si disse, dopo la morte di Basilio e di Costantino, era governato dall'Imperador Romano Argiro, per gli frequenti disordini e rivoluzioni civili, andava miseramente decadendo dalla sua grandezza e splendore; ed essendo esposto alle irruzioni de' Saraceni, il furor de' quali non erano bastanti quegl'Imperadori a reprimere, era passato in gran sua parte sotto la loro dominazione. I Greci che imputavano la loro declinazione alla dappocaggine de' loro Sovrani, sovente tumultuando si facevano lecito ammazzare il proprio Principe, ed in suo luogo sostituirne un altro, ch'essi stimavano atto a poter restituire l'Imperio nell'antica grandezza; ma da' successi contrari, e fuori delle loro speranze, spesso trovandosi delusi, reiterando imprudentissimamente i medesimi mezzi di tumulti ed uccisioni, cagionarono finalmente la total ruina di sì grande e vasto Imperio. A questo riguardo, avendo innalzato su 'l Trono Michele Paflagone, permisero che da costui l'Imperador romano fosse miseramente ucciso. Questo accorto Principe per giustificare appresso i Popoli la sua elevazione, e rendergli sicuri di non essersi, com'altre volte, ingannati nella sua esaltazione al Trono, pensò con una rilevante conquista, accreditarsi, e disegnò discacciar dalla Sicilia i Saraceni, e riunirla come prima al greco Imperio, onde da que' Barbari era stata sottratta: mandò per tal effetto nell'anno 1037 un'armata in Italia sotto la condotta di Giorgio Maniace Catapano, il quale essendovi giunto, mise il tutto all'opra, per eseguire i disegni del suo Sovrano[187]. La fama del valore de' Normanni era giunta sin nell'ultimo Oriente, onde Maniace riputò quasi che necessario, per agevolar l'impresa, aver di questi valorosi Campioni: fece perciò in nome dell'Imperadore pregare il Principe Guaimaro di fargli avere di questi prodi soldati, che poc'anzi nel suo paese aveansi acquistata tanta riputazione, assicurandolo, che non mancherebbe occasione di riconoscere e ricompensare un tale servigio. Ma egli non bisognava a Guaimaro far tante promesse, per farlo consentire a ciò che cercava. Questi assai più che Maniace, desiderava di dargli i Normanni, a' quali avendo esposta la cosa, dimostrolla di lor sommo vantaggio, e da non rifiutarsi, aggiungendo ancora per se medesimo promesse molto vantaggiose a quelle che avea loro fatte in nome dell'Imperadore.
I Normanni considerando quest'occasione poter loro portare non men gloria, che maggior stabilimento dei loro interessi, tosto accettarono il partito, e partirono da Salerno in numero di trecento, avendo alla loro testa Guglielmo, Drogone ed Umfredo figliuoli, di Tancredi, che non avea molto che dalla Normannia erano quivi venuti[188]. Furono da Maniace con molta gioja ricevuti, ed immantenente, avendo fatto venire dalla Puglia e dalla Calabria, province che a' Greci ubbidivano, alquante truppe, fece preparar la flotta; e partito per dar fondo in Sicilia, giunto a Messina la cinse di stretto assedio: fu tale il valor de' Normanni in quest'impresa, che resasi ben tosto la Piazza, Maniace a' soli Normanni dichiarò tener obbligo di sì bella conquista, e raddoppiando la stima, in cui gli avea, fece loro de' presenti con nuove promesse per animargli sempre più a valorosamente combattere[189]. Avanzossi nel paese, e si rese padrone di un gran numero di posti rilevanti, portando insino a Siracusa l'assedio. Comandava questa Piazza per li Saraceni un tal Arcadio, il quale con estremo valore assaltando l'armata de' Greci, la mise in disordine, di che grandemente gloriavasi, quando ecco che Guglielmo scaricogli sopra con furia un colpo di lancia, che lo rovesciò morto a' suoi piedi. I Greci e i Saraceni ne restarono ugualmente stupefatti, e tiensi che in quest'occasione fosse dato a Guglielmo il soprannome di Bracciodiferro.
Riunirono ben tosto i Saraceni le loro truppe, ma essendosi Guglielmo co' suoi posto alla testa de Greci, le dissipò in maniera, che i Greci restarono padroni del Campo; ma approfittandosi i Greci della vittoria a' Normanni sol dovuta, poich'essi altra parte non vi avevano avuta, che di spettatori, si presero tutte le spoglie de' nemici, e le divisero infra loro, senza lasciar nulla a' Normanni, che l'avevano col lor valore acquistate. Essi ancora col solito lor fasto ed alterigia cominciavano a tener poco conto di questa inclita gente, ed il comando delle Piazze a' Greci solamente era dato, senza farne parte alcuna a loro, come furono le promesse di Maniace. Mal soddisfatti di tanta ingratitudine pensarono far penetrare a Maniace questi torti, che loro usavano i Greci, per iscorgere come egli la sentiva, e se approvava ciò ch'era avvenuto. Erasi accompagnato co' Normanni in questa spedizione un valentuomo lombardo della famiglia dell'Arcivescovo di Milano, come narra Ostiense[190], appellato Arduino; ma Curopalata e Cedreno vogliono, che quest'Arduino fosse stato Capitano della squadra normanna; il quale scaltro ed intendentissimo dell'idioma greco, serviva loro d'Interprete: mandarono costui a Maniace, affinchè venendogli in acconcio gli rappresentasse le loro querele, come fu destramente fatto; ma questo Capitano si tenne offeso di queste doglianze, e riconoscendole come un'attentato alla sua autorità, se la prese con colui, che glie l'espose. Di vantaggio avendo Arduino preso un bel cavallo da un Saraceno, cui avea rovesciato a terra, vennegli richiesto da poi per parte di Maniace, al quale egli costantemente avendolo negato, gli fu tolto a forza con molto suo rossore e vergogna, insino a farlo frustare intorno al Campo[191]. Guglielmo Pugliese[192] e Cedreno[193] rapportano questo affronto essere stato fatto ad Arduino non già da Maniace, ma da Ducleone, che a lui succedè nel comando. Comunque siasi, reputando i Normanni gl'ignominiosi tratti essere stati usati non meno a loro, che ad Arduino, che gli ricevette, fortemente irati, volevano sul campo istesso incontanente prendere le armi contro de' Greci per iscancellare col loro sangue l'ingiuria, che dianzi aveano ricevuta; ma Arduino, che meditava vendicarsi con più frutto, l'impedì, e mostrandosi più scaltro, ch'i Normanni istessi, gl'impegnò a dissimulare, come lui, il fatto, infino ch'egli adempiesse un certo disegno, il quale avrebbe loro aperta strada a maggiori e più grandi conquiste.
Vennegli in pensiero, che per lo stato, nel quale erano le forze de' Greci nelle province di Puglia e di Calabria, non era da disperare, che invase da' Normanni non dovessero cedere sotto la loro dominazione; ed in fatti non potevano essi aspettar migliore tempo che questo; poichè queste province, per l'impresa della Sicilia, che aveano allora i Greci per le mani, erano tutte sfornite di truppe, avendole Maniace fatte trasportar, come si disse, in Sicilia a quell'impresa: nè era da temer de' provinciali, i quali per l'aspro governo de' Catapani che le reggevano, e per il loro fasto ed alterigia sovente aveano ribellato, e sol la forza gli tenea ristretti: tanto era lontano, che si volessero opporre a coloro, che proccuravano di sottrargli dall'Imperio de' Greci, cui essi abborrivano e detestavano in guisa, che per sottrarsene aveano tentato di sottoporsi a Melo ch'era lor Nazionale, e fatto cittadino Barese. Erano ancora le lor forze indebolite per le guerre, che spesso erano lor mosse da' nostri Principi longobardi; ma sopra tutto per le frequenti scorrerie de' Saraceni, i quali fortificati nel Monte Gargano tenevano la Puglia in continui timori e sconvoglimenti.
Dall'altra parte i Normanni si vedevan crescere tuttavia in gran numero, venendone altri da giorno in giorno, o dalla Normannia, ovvero da Terra Santa, ove andavano in pellegrinaggio. Lo stabilimento di Rainulfo nel Contado d'Aversa conferiva molto a mantenere gli interessi della Nazione; poichè oltre la parentela e l'alleanza con Sergio Duca di Napoli, teneva questi così ben esercitati nell'arte militare i suoi guerrieri normanni, che non v'era impresa grande, alla quale essi non fossero adoperati.
Ma sopra tutte queste cose, non si può credere quanto vi cooperassero i sconvolgimenti, e' disordini che avvennero nella città di Costantinopoli, che posero sossopra gl'interessi di quell'Imperio, e di tutte le sue province. Queste furono le congiunture più favorevoli, che finalmente gli fecero venir a fine de' loro disegni nella maniera, che saremo qui a poco a narrare.
Arduino per coprire sotto contrario manto questi disegni, mostrossi con Maniace niente toccato degli affronti, siccome lo dissimularono i Normanni parimente, e come nulla di ciò fossegli avvenuto, trattenevasi tranquillamente con tutti i Greci suoi conoscenti. In breve seppe così ben simulare, che come narra Malaterra[194], avendosi con doni guadagnato il Secretario di Maniace, oprò tanto, che ottenne un passaporto per andar in Calabria con alquanti de' suoi. Lione Ostiense[195] narra, che per aver tal licenza diede a sentire, che voleva andar in Roma per sua divozione a visitar que' luoghi santi: comunque siasi, imbarcatisi una notte i Normanni con lui, traversarono il Faro col favor del passaporto senz'alcun ostacolo. Appena sbarcati in Calabria si misero a rovinar tutto il paese, e verso la Puglia s'incamminarono, pensando di rendersene padroni, e ne avean già conceputa una ben fondata speranza. Intanto Arduino portossi in Aversa a sollecitare per la medesima impresa il Conte Rainulfo; gli espose i suoi disegni, la facilità della conquista, essere la Puglia senza difensori, i Greci all'intutto effeminati, la provincia ben ampia ed opulentissima, ed ormai doversi vergognare, ch'essendo cresciuto il numero dei Normanni insigni nell'armi, e per tante vittorie illustri, di tenergli più ristretti tra le penurie e disagi, e fra gli angusti confini d'un picciol Contado[196]. Piacque a Rainulfo il consiglio, approvando quanto Arduino aveagli esposto, e senza frappor dimora unisce alquante truppe, le dispone sotto dodici valorosi Capitani, e perchè fra essi non nascesse alcuna discordia, fu di buon accordo, convenuto, che gli acquisti si sarebbero egualmente fra di lor partiti; ma ad Arduino primo autor dell'impresa se gli fosse data la metà di tutto ciò che si sarebbe conquistato, giurando ciascuno con solenne sacramento d'osservar esattamente quel che fra d'essi erasi concordato. Ne rimandò adunque Arduino con trecento soldati, il quale unitosi con gli altri Normanni nella Puglia, portò l'assedio immantenente in Melfi, una delle città più considerabili allora della Puglia. Sorpresi gli abitanti, tosto resero la Piazza; indi immantenente occuparono Venosa, alla quale ben tosto aggiunsero Ascoli e Lavello. La città di Melfi, che per lo suo sito naturale era ben forte, avendola poscia ben fortificata, e di alte torri munita, si rese inespugnabile; quindi la costituirono sede del loro dominio, e capo delle altre città convicine da essi conquistate. Così i Normanni rendutisi in quest'anno 1041 padroni d'una considerabil parte della Puglia cominciarono indi a poco a dilatar i confini della loro dominazione sopra tutta questa provincia.
I Greci sorpresi per questa perdita, ed impazienti per ripararla, furono impediti da disordini, che opportunamente quasi per favorire i Normanni accaddero in Oriente, e che posero in iscompiglio tutta la Corte di Costantinopoli. L'Imperador Michele sopra nominato Paflagone, cui l'Imperatrice Zoe amò tanto, che in ricompensa del commercio, che seco avea avuto, lo innalzò al Trono imperiale, cadde in una sorte di mal caduco, che attediato del governo l'obbligò a rendersi Monaco. Questi lasciò l'Imperio al suo nipote, chiamato parimente Michele, cognominato Calefato, sotto il governo di Giovanni suo zio; ma questo novello Cesare si rese per le sue crudeltà e per avere discacciato Giovanni, a cui tanto dovea, e molto più per aver trattato ingratamente l'Imperadrice Zoe, dalla quale era stato adottato per figlio, e che avea proccurato innalzarlo alla dignità imperiale, cotanto odioso ed abbominevole presso i suoi sudditi, che apertamente tumultuando rimisero Zoe nel Trono. Costei tosto, che fu in quello ristabilita, scacciò Calefato, facendogli anche cavar gli occhi, e sposossi con Costantino Monomaco, che divenne ancora consorte all'Imperio[197]. A cagione di questi torbidi, che precederono e seguirono da poi, gli affari della Puglia, della Calabria e della Sicilia givan molto male per li Greci. Maniace pensò approfittarsene, e diede qualche sospetto, che volesse per se occupar la Sicilia, ed essendone stato accusato alla Corte, fu ben tosto richiamato e condennato in una stretta prigione. Queste diverse catastrofi impedirono la Corte di Costantinopoli a poter arrestare i disegni de' Normanni, i quali in quel mentre aveano felicemente eseguito in Puglia ciò, che Maniace disgraziatamente avea tentato di fare in Sicilia.
Ma alla perfine i Greci ruppero ogni indugio e l'Imperadore, unendo un valido esercito, lo mandò in Puglia sotto il comando d'un nuovo Generale Duclione appellato, per ripigliare le città, ch'erano state loro involate, con ordine di non far quartiere a' Normanni, ma di sterminargli affatto. Ecco che si pugna ferocemente presso il fiume Olivento, ma fu cotanta la bravura e il valore de' Normanni, che ancor che di forze e di numero molto inferiore, ruppero i Greci, ne fecero strage immensa, e Duclione appena scappato potè avvisarne di sì infausto avvenimento l'Imperadore in Costantinopoli[198]. Questo Principe fortemente crucciato fece unir altre truppe, e tosto le mandò a Duclione: si pugnò la seconda volta presso Canne, e pure i Greci restarono vinti. Vollero di nuovo presso il fiume Ofanto attaccar altra battaglia, ma i prodi Normanni sempre, forti e maravigliosi, lor diedero in questa terza volta sì terribile rotta[199], che sconfitti affatto, si resero padroni di molti altri castelli di quel contorno, e delle spoglie de' Greci arricchiti, si stabilirono con maggiore potenza in quella provincia.
Questi valorosi insieme e scaltri guerrieri, temendo che la lor potenza non portasse gelosia a' vicini Principi longobardi, e per maggiormente rendersi benevoli gli animi delle genti del paese, pensarono eleggersi un supremo Comandante, che fosse della lor Nazione, al quale come commilitoni ubbidissero. Il Principe Pandulfo III, che reggeva in questi tempi Benevento teneva un suo fratello, Adinolfo appellato: pensarono a costui, e per lor Duca concordemente lo elessero[200].
Intanto la Corte di Costantinopoli, cui quest'infelici successi aveano oltremodo sorpresa, imputando a Duclione ogni difetto, tosto richiamollo, e fatto unire una più considerabile armata, la fece passar in Calabria sotto la condotta d'un altro Generale. Questi fu Exaugusto, soprannomato Annone da Malaterra, figliuolo di quel Bugiano, il quale nell'Imperio di Basilio si era così egregiamente portato contro il famoso Melo[201], ma questi, che non ebbe miglior fortuna del suo predecessore, venuto a battaglia co' Normanni sotto monte Piloso, o come rapporta Cedreno[202] presso Monopoli, ebbe sì strana e terribile sconfitta (nella quale segnalossi sopra tutti Guglielmo Bracciodiferro) che tagliata a pezzi la maggior parte del suo esercito, fugati e totalmente dissipati i Greci, fu ancor egli miseramente preso e fatto prigioniero. I Normanni tutti allegri e trionfanti per un'azione cotanto gloriosa, avuto fra d'essi consiglio che dovessero fare della persona d'Exaugusto, deliberarono di farne un dono al Duca Adinolfo, come fecero; ma questo Principe lasciati i Normanni, avendolo seco portato in Benevento, e pensando poterne da questa preda ritrarre grandi ricchezze, contro l'aspettazion de' Normanni, lo vendè a' Greci, e trassene una rilevante somma d'argento.
Di che sdegnati fortemente i Normanni, i quali nè tampoco avevan avuto in tanti incontri gran saggi del suo valore, furono risoluti d'elegger altri per lor Duca, e concordemente elessero Argiro figliuolo del famoso Melo, il quale poco prima, stando carcerato in Costantinopoli, fuggì destramente dalle carceri coll'occasione della morte di Michele Paflagone, e ricovratosi in Puglia, fu da' Normanni ricevuto con grande applauso e stima; li quali non arrischiandosi ancora per li motivi di sopra addotti, far cadere questa elezione in uno della lor propria Nazione, stimarono meglio di portar questi ad onore sì grande, innalzandolo su d'uno scudo, secondo la maniera usata in quel tempo da' Popoli di Francia.
La Corte di Costantinopoli, non sapendo quai Capitani più eleggere, pensò Calefato di valersi di bel nuovo di Maniace, onde trattolo da prigione, lo mandò tosto in Calabria contro i Normanni[203]. Questi volle segnalar sopra gli altri la sua venuta con crudeltà inudita, e pose tanto terrore nel paese, che i Normanni, essendosi con lui cimentati presso Monopoli e Matera, e scorgendosi di forze disuguali pensarono meglio di ritirarsi dentro alcune Piazze forti, attendendo intanto che questa gran furia e tempesta per qualche prospero avvenimento passasse.
Non andarono ingannati, però che non passò molto tempo, ch'essendo stato, come si disse, l'Imperador Calefato deposto dall'Imperio, e dall'Imperadrice Zoe innalzato al Trono Costantino Monomaco, a cui ella sposossi: Maniace sentendo dispiacere dell'innalzamento di Costantino, de' tanti disordini della Corte pensò di approfittarsi, e ribellando apertamente da Zoe e Monomaco, con disegno di farsi egli da' suoi aderenti acclamare Imperadore, perduta ogni speranza di soccorso da Costantino, s'intrigò a più pericolose imprese, che lo tennero occupato, e distratto in molte parti. Egli allora deposto ogni rispetto ed ubbidienza al suo Principe, devastò crudelmente e barbaramente tutti i contorni di Monopoli, di Matera: nell'istesso tempo, che dall'altra parte Argiro aveva preso Giovenazzo, e posto l'assedio a Trani: indi essendo stato dall'Imperador Costantino mandato Pardo con un tesor grande d'oro e d'argento in Puglia per nuovo Catapano, affin di reprimere la perfidia di Maniace: questi che ne fu avvisato, se gli fece incontro co' suoi soldati, ed ammazzatolo miseramente, gli tolse via ogni cosa, se medesimo arricchendone e profondendone ancora molta parte all'esercito, si fece gridare Augusto, vestendosi di tutte l'insegne imperiali[204]; da poi avendo in vano sforzata Bari, ritirossi a Taranto, ove avea collocata la sua sede. Quivi da Argiro e da' Normanni fu assediato, ma giti vuoti questi disegni, egli da poi in Otranto fermossi, donde finalmente nella Bulgaria, traversando l'Adriatico portossi: quivi pugnando con Stefano Sebastoforo, restò in battaglia vinto e preso: fugli troncato il capo, e mandato all'Imperadore in Costantinopoli[205].
I Normanni in tante rivoluzioni non tralasciarono approfittarsene; onde senza molta fatica attesero a riacquistare ciò che aveano abbandonato all'arrivo di Maniace. E rassodate ora con maggior fermezza le loro fortune per altre conquiste, che di giorno in giorno facevano, pensarono per maggior sicurezza a non voler altri Capitani, che della loro Nazione; e se bene Argiro era da essi tenuto in molta stima, nulladimeno avendo scorto, che sotto la di lui condotta mal aveano potuto sostenere gli sforzi di Maniace, e che le maggiori azioni, e più gloriose a Guglielmo Bracciodiferro si doveano, credettero di far meglio di sottomettersi a lui; onde radunatisi in quest'anno 1043 nella città di Matera, ove Maniace pochi mesi prima avea esercitato le più grandi crudeltà, l'elessero lor Comandante, e datogli per onore il titolo di Conte, fu perciò, ch'egli fosse il primo, il quale Conte di Puglia si nomasse.
§. I. Di Guglielmo Bracciodiferro I Conte di Puglia, creato l'anno 1043.
Questi fu il primo Titolo, e principio di tutti gli altri Titoli, che la regal Casa normanna ebbe in Puglia e da poi in Sicilia, il qual non l'ebbe, nè per autorità di Papa Benedetto IX, nè dall'Imperador greco Costantino XI, che allor imperava in Oriente, ma, come narrano Lupo Protospata e Lione Ostiense, per elezione de' Capitani, de' soldati e del Popolo cioè de' Signori italiani, longobardi e normanni Capi e maggiori dell'esercito, i quali unitisi a consiglio, decretarono che si conferisse il titolo di Conte a Guglielmo Bracciodiferro; il qual decreto approvando tutti i Capitani minori, e tutto l'esercito italiano e normanno, la soldatesca tutta l'acclamò Conte, che fu il meglio dato, e più legittimo, che se o dagli Imperadori di Oriente e d'Occidente, o dal Papa lo ricevesse. Egli è credibile, come suspica Inveges[206], che i Normanni in questa elezione avesser usate particolari cerimonie nel crearlo Conte, e che oltre il suono de' timpani e delle trombe, che comunemente accostumavasi nella promozione de' Conti (come può vedersi presso Ugone Falcando, quando Riccardo di Mandra fu fatto Conte di Molise) l'avessero eletto Conte coll'antica cerimonia italiana di dargli in mano lo stendardo; quasi che fosse stato costituito Gonfaloniere della nostra Lega italiana e normanna contro l'Imperador greco; e che da ora sopra dell'arme per segno di Corona usasse un semplice cerchio senza gioja, per distinguerlo dai titoli di Marchese e di Duca, e senza raggi, per distinguerlo da' titoli di Principe, ma così schietto, come era allora de' Conti.
I Normanni adunque avendosi in cotal guisa eletto per Conte di Puglia Guglielmo, acciocchè pacificamente potessero godere delle loro conquiste, ed infra di loro non potesse allignare alcun seme di discordia, pensarono a dividersi di buon accordo le terre conquistate, e quelle ancora che aveano in animo di conquistare. Essi nel cominciamento della loro dominazione nella Puglia introdussero una politia e forma di governo non dissimile a quella, che per dieci anni tennero i Longobardi, quando morto Clefi non curandosi di rifare un nuovo Re, distribuitesi infra di loro le città del Regno, ciascuno colle medesime leggi ed istituti amministrava il Contado a se commesso, e nelle deliberazioni più gravi e di momento, in Pavia città principale solevan tutti convenire, ove assembrati consultavano degli affari più rilevanti della Repubblica.
I Normanni ancorchè militassero sotto un Capitano, che l'elessero per evitar le confusioni ed i disordini, che sogliono accadere quando nell'imprese un solo non imperi; nulladimeno ciascuno, più come compagno che come ministro in guerra, erasi adoperato, e molti v'aveano avuto nelle conquiste egual parte, e somministrata ugual opra e soccorso. Rainulfo Conte d'Aversa v'avea mandata molta gente sotto dodici Capitani: Guglielmo Bracciodiferro erasi cotanto in quell'impresa segnalato: eransi ancora distinti sopra gli altri Drogone e Umfredo suoi fratelli: Arduino primo autor dell'impresa; e molti prodi e valorosi Campioni i quali non lasciarono ancora in tante occasioni esporre le loro persone in ogni pericolo e cimento. Perciò essi sin dal principio, che s'accinsero a sì nobili impresa, di buon accordo convennero, che ciò che si sarebbe conquistato, non dovesse ad un solo darsi, che ne fosse sol padrone, ma ugualmente infra di lor partirsi. E quantunque Guglielmo fosse stato eletto Conte, questo non fu, che a sol titolo d'onore, non che, come fu da poi variato, la Puglia cedesse sotto la dominazione d'un solo.
Per queste cagioni fu da essi introdotto in questi principj un tal governo, che s'accostava più all'aristocratico, che al monarchico; perciò consultando il tutto con Guaimaro Principe di Salerno loro antico alleato, intimarono una Dieta in Melfi, ove tutti per quest'effetto dovessero convenire, alla quale invitarono ancora Guaimaro e Rainulfo a dovervisi trovare[207]. Essi in questa guisa si divisero le città. A Rainulfo Conte d'Aversa si diede la città di Siponto col Monte Gargano con tutte le sue terre e luoghi appartenenti al medesimo. A Guglielmo Bracciodiferro si diede la città d'Ascoli, confirmandogli il titolo di Conte, che di comun consenso già gli si era concesso. A Drogone Venosa. S'assegnò ad Arnolino Lavello: Monopoli ad Ugone: Trani a Pietro: Civita a Gualtiero: a Ridolfo Canne: a Tristaino Montepiloso: Trigento ad Erveo: Acerenza ad Asclittino: S. Arcangelo a Rodulfo: Minervino a Raimfrido: e ad Arduino, secondo ciò, che aveano giurato, fugli ancora assegnata la porzion sua. Così fu partito ciò ch'essi infinora aveano conquistato in Puglia. Solo la città di Melfi, che era la prima e la più forte Piazza, che infino allora aveano acquistata, restò a tutti comune. Essi se la serbarono per aver un luogo ove potessero ragunarsi, qualora doveano deliberare delle cose più rilevanti della lor Nazione: quindi Melfi cominciò ad estollere il capo sopra l'altre città della Puglia, onde i romani Pontefici la riputaron capace di potervi ivi ragunare qualche Concilio, come fecero; ed essendosi anche Amalfi resa celebre per la navigazione, quindi avvenne, che presso gli Scrittori oltramontani, non bene intesi de' nostri luoghi, spesso confondendo l'una coll'altra città, prendono l'una per l'altra, ingannati dall'uniformità del nome.
Ecco come i Normanni si resero padroni della maggior parie della nostra Puglia: nè s'arrestò qui il corso delle loro conquiste, che poco da poi portarono sopra l'altre province, come qui a poco ravviseremo. Essi la tolsero a' Greci, che la possedevano; ancorchè l'Imperador di Occidente vi pretendesse avervi dritto, come Re d'Italia, a' quali nel Regno de' Longobardi fa sottoposta, e da' Duchi di Benevento era amministrata per mezzo de' Castaldi, che vi mandava, e perciò ricaduta in poter de' Greci, aveano ne' tempi degli Ottoni sovente preteso di sottoporla all'Imperio d'Occidente, ancorchè i successi non corrispondessero a' loro disegni.
Intanto Argiro essendosi diviso da' Normanni, veduto che da essi nella distribuzione delle città non se gli era assegnata parte alcuna, avea rivolti i suoi pensieri ad altre imprese: egli non si curò molto di questo, poichè il suo intento era di farsi Principe di Bari, come Melo suo padre, ed avendo avute opportune occasioni di rendersi nella grazia dell'Imperadore Costantino Monomaco, per aver ripressa la fellonia di Maniace, ed obbligatolo a fuggir in Bulgaria, ove fu fatto morire, ottenne da questo Principe non sol la sua grazia, ma gli concedè Bari col titolo di Principe e Duca di Puglia, facendolo anche Patrizio, affinchè come suo dipendente mantenesse i suoi interessi, che avea in queste province. Così Argiro in questa altra parte della Puglia fermato, militando sotto gli auspicj dell'Imperador d'Oriente, diede principio al Principato di Bari, che finalmente passò pure sotto la dominazione de' Normanni, come diremo.
Intanto i Normanni siccome andavano maggior forza acquistando, così si facevano più animosi, e poco men che insolenti con invadere i vicini. Quelli che sotto Rainulfo Conte d'Aversa militavano, sovente molestavano il monastero di Monte Cassino, e finalmente vennesi a manifeste invasioni; ma essendosi loro opposto l'Abate, era la cosa per terminare in una fiera guerra, se Guaimaro loro collegato, ed insieme amico dell'Abate non si fosse frapposto per pacificargli, come fece.
Ma in quest'anno 1046 rimasero i Normanni afflittissimi per la morte accaduta di due loro famosi Capitani. Quei di Puglia perderono il famoso Guglielmo, il Condottiero di tutti i loro affari, nella di cui persona s'univano con maraviglia l'intrepidezza ed il valore contro i nemici, e la dolcezza e l'affabilità verso i suoi. Egli, come scrive Guglielmo Pugliese[208] suo contemporaneo, era un Lione in guerra, un Agnello nella società civile ed un Angelo nel consiglio. Non regnò in Puglia, che tre anni, ed abitò in Italia dal 1035 che vi venne, insino alla sua morte dodici anni; e fu sepellito nella chiesa della Trinità di Venosa, città, la quale nella riferita divisione era stata assegnata a Drogone suo fratello. Gli altri d'Aversa poco da poi perderono il Conte Rainulfo al quale, non avendo di se lasciati figliuoli, diedero per successore Asclittino, che fu cognominato, secondo Ostiense[209], il Conte giovane, e da Orderico Vitale[210], de Quadrellis. Questi resse il Contado di Aversa picciol tempo, poichè morto nell'anno 1047 ancorchè avesse di se lasciati figliuoli, invase tosto il Contado Rodolfo, da Ostiense cognominato Cappello, e da Guglielmo Pugliese[211], detto Drincanotto; ma ben presto ne fu costui scacciato dagli Aversani, i quali elessero per Conte un altro Rodolfo, Trinclinotte appellato; e questi, morto poco da poi, gli Aversani posero in suo luogo Riccardo figliuolo d'Asclittino, il quale trovandosi allora nella Puglia militando agli stipendj di Drogone, che aveagli anche data per moglie una sua sorella, fu da essi richiamato, ed al Contado d'Aversa proposto. Questi fu, che nell'anno 1058 avendo discacciato il Principe Pandolfo V da Capua, si rendè padrone di quel Principato, che poi trasmise a' suoi posteri, come diremo. Tanto che i primi Principi di Capua normanni dal sangue di questo Asclittino tutti discesero; nè bisogna confondergli con gli altri Normanni della Puglia e della Calabria, che furono della razza di Tancredi Conte d'Altavilla[212].
Questi ancora, per la morte di Guglielmo, pensarono immantenente a sustituire in suo luogo un altro, che potesse ugualmente sostenere le sue veci; onde elessero per Conte di Puglia Drogone suo fratello[213], prode e valoroso Capitano; Pirri, su la credenza che Guglielmo avesse lasciato di se figliuoli, scrisse, che intanto i Normanni, questi figliuoli esclusi, avessero in suo luogo eletto Drogone suo fratello, perchè quest'era il lor costume di preferire a' figli i fratelli maggiori del defunto; ma come ben osservò[214], questa è una ragione in tutto vana; poichè appresso i Normanni medesimi il Ducato di Normannia si trasferiva da padre a figlio; siccome il notano la Cronaca Normanna, e Gordonio; e mancando la descendenza del figliuolo, allora succedeva il fratello; siccome al III Riccardo, V Duca già sterile, succedè il II Ruberto, VI Duca suo fratello, come notò Gordonio nell'anno 1028. Onde è più verisimile, che in quest'anno al titolo di Conte succedesse il fratello e non il figliuolo di Guglielmo I, perchè questi o non ebbe moglie in Italia ed in Francia; o se l'ebbe, fu donna sterile ed infeconda, come crede Inveges; ovvero che in questi principj non per successione, ma per elezione erano rifatti i Conti di Puglia.
§. II. Di Drogone II Conte di Puglia.
Mentre Drogone governava la Puglia, fu incredibile l'ardore e l'impazienza, che gli altri suoi fratelli minori, ch'erano rimasi in Normannia, aveano di venire a ritrovarlo; il loro padre Tancredi faticò molto per ritenerne almeno due appo lui, per mantenere la sua casa in Normannia. Roberto e gli altri suoi fratelli qui si condussero, seco portando molti altri gentiluomini della lor Nazione, i quali passavano in Italia non armati, o con levata di fanti e di cavalli, ma travestiti in abito di pellegrini, col bordone in mano e colla tasca alle spalle, come se andassero a' santuarj de' monti Cassino e Gargano, per non esser fatti prigionieri da' Romani, i quali vedendo in Puglia cotanto fiorire questa straniera Nazione, già l'avean per sospetta e nemica così degl'Italiani, come de' Greci[215]. Stabilivansi perciò, e augumentavansi sempre più i Normanni nella Puglia; al che conferiva l'accuratezza di Drogone, il quale, per meglio stabilirsi, fece creare Conte Umfredo III, suo fratello, e primogenito a riguardo degli altri suoi fratelli minori; ed a Roberto, che fu poi detto Guiscardo, il primo nato della seconda moglie di Tancredi, conoscendolo per un Cavaliero più spiritoso ed intraprendente degli altri, lo impiegò ad imprese più nobili e generose. Egli avendo conquistata la Fortezza di S. Marco posta su la frontiera di Calabria, vi mise Roberto dentro per guardarla, ed insieme perchè potesse secondo le occasioni dilatar i confini sopra la Calabria.
Ma mentre così Drogone proccurava gli avanzamenti della sua Nazione, accaddero in questi tempi altri fortunati successi, che gli portarono maggior stabilimento e fermezza sopra la Puglia di recente conquistata. L'Imperador Errico II, che come si disse, a Corrado suo padre era nell'Imperio succeduto, essendo distratto per la guerra d'Ungheria, non avea potuto molto badare alle cose d'Italia; ma disbrigato come potè meglio di quell'impresa, fu per varie cagioni da dura necessità costretto di calare in Italia. Lo richiamavano in queste parti il sentire i tanti ravvolgimenti, che alla giornata accadevano in queste nostre province, sopra le quali egli come Re d'Italia non voleva perdere quella sovranità e que' diritti che v'aveano esercitato i suoi predecessori; e se bene non molto si curasse dell'ingrandimento de' Normanni nella Puglia e nella Calabria, riputando suo vantaggio se tutte intere queste due province si togliessero a' Greci; nulladimeno desiderava, che i Normanni fossero da se dipendenti, e siccome i Principi longobardi lo riconoscevano per Sovrano, così essi dovessero riconoscer lui. Ma molto più lo richiamavano in Italia i disordini e le confusioni, e le detestabili enormità di Roma nate per l'elezioni de' romani Pontefici; poichè essendo diminuita in Roma l'autorità imperiale, ed avendo il Popolo riassunta l'autorità d'eleggere il Papa, ritornarono in quella Chiesa le confusioni ed i disordini. Non fu mai veduta questa città così miseramente afflitta per l'avarizia ed esecrandi costumi dell'Ordine ecclesiastico come in questi tempi. Non facevano allora difficoltà i maggiori Prelati comprare sfacciatamente per danari i più alti ministerj, fino al Sommo Sacerdozio, e scambievolmente vendere da poi le cose più sante. Non avean alcun riparo a viva forza, e colle armi alle mani invadere la Cattedra di S. Pietro; e quando le fazioni e le armi mancavano, di ricorrere alle ambizioni, alle simonie, a' veleni, ai tradimenti ed alle uccisioni; poichè non s'era ritenuto Benedetto vender parte del Ponteficato a Silvestro III, ed un'altra parte a Gregorio VI, sedendo tutti e tre in Roma in un medesimo tempo con molta confusione; massimamente, che questo Gregorio essendosi armato di soldati a piedi ed a cavallo, e con molta uccisione avendo occupata la Chiesa di S. Pietro con le armi, aggrandiva notabilmente la sua parte. Erano ite in bando le lettere, e la dottrina de' Padri e del Vangelo non avea in loro lasciato alcun vestigio. Non s'arrossivano i Diaconi, i Preti ed i Vescovi stessi nelle loro case, ed in Roma medesima tener pubblicamente le concubine, nè si vergognavano ne' loro testamenti lasciar eredi i loro figliuoli sacrilegi, che da quelle avean generati. In breve avean ridotta Roma in una Babilonia, nè v'era scelleraggine, che non commettessero; tanto che que' pochi, che per la loro somma virtù non furono contaminati, e che scrissero delle calamità di questi tempi, confessano non aver parole bastanti per esprimere tante enormità e scelleratezze: ed il celebre Abate Desiderio, che visse in questi medesimi tempi, e che poi assunto al Ponteficato fu detto Vittore III, narrando in parte questi orribili eccessi, testifica sgomentarsi di rapportargli tutti per l'orrore, che tante enormità aveangli recato[216].
Venne perciò Errico in Roma in questo anno 1047.
(Sembra fra Scrittori esservi qualche varietà intorno a fissar l'anno di questa venuta d'Errico in Roma. Alcuni la fissano nell'anno 1046, altri nel 1047; ma tutti però dicono lo stesso; poichè que' Cronografi antichi, che cominciavano a contar gli anni dalla natività del Signore, la coronazione d'Errico seguita in Roma per mano di Papa Clemente II, nel giorno di Natale la portano nell'anno 1047. Così Lione Ostiense l. 2 c. 79 scrisse: Henricus Imperator Chuonradi filius, tot de Romana, et Apostolica sede nefandis auditis, caelitus inspiratus, anno Domini MXLVII. Italiam ingrediens, Romam accelerat. Siccome fè eziandio Ottone Frisingense VI c. 33 dicendo: Anno ab incarnatione Domini MXLVII. Henricus Rex victoriosissimus, in die Natalis Domini a Clemente coronatus, Imperatoris et Augusti XC, ab Augusto nomen suscepit. Inde per Apuliam exercitum ducens, cum honore ad Patriam revertitur. Ed Ermanno Contratto ad An. 1047. In ipsa Natalis Domini die, praefatus Suidegerus etc. ex more consecratus et nomine auctus, Clemens II vocatus est. Qui mox ipsa die Henricum Regem et Conjugem ejus, Agnetem, Imperiali Benedictione sublimavit, etc. Altri Cronografi, che non fan cominciar l'anno da dicembre nel giorno di Natale, ma che da gennaro seguente o da marzo, collocano questi avvenimenti nell'anno precedente 1046 siccome fanno Sigeberto Gemblacense ad An. 1046 Alberico ad An. 1046 Mariano Scoto ad An. 1046 ed altri Germani Scrittori rapportati da Struvio Syntag. Histor. Germ. disert. 14 §. 18 pag. 407).
Ed ancorchè a tanti mali proccurasse dar qualche rimedio, con fugare Benedetto, mandarne via Silvestro e relegare in Germania Gregorio; con tutto ciò erano cotanto i costumi degli Ecclesiastici detestabili, e l'ignoranza sì grande, che dovendosi eleggere il nuovo Pontefice, con intenso dolore esclama Ostiense[217], che non si potè trovare alcuno in Italia, che fosse degno d'un tanto Sacerdozio; tanto che per minore male bisognò, che si venisse ad eleggere un Sassone, Vescovo ch'era di Bamberga, il quale Clemente II nominossi.
I Romani soddisfatti d'Errico per queste cose sì prosperamente adoperate, lo elessero per loro Patrizio, ed oltre della imperiale, lo fregiarono dell'aurea Corona patriziale. Disbrigato Errico dagli affari di Roma, a fin di comporre le cose di queste province, incaminossi verso le medesime con Papa Clemente, e visitato ch'ebbe Monte Cassino, in Capua fermossi[218]. Il Principe Guaimaro per nove anni avea tenuto il Principato di Capua, di cui da Corrado, tolto che l'ebbe a Pandulfo, n'era stato investito; ma questo Principe portava molta gelosia agli altri per tanti acquisti; egli dopo avere al Principato di Salerno aggiunto l'altro di Capua, aveasi ancora sottoposto il Ducato di Sorrento, e l'altro più ragguardevole di Amalfi: teneva per suoi dipendenti i Duchi di Gaeta: ed oltre a ciò coll'aiuto degli stessi Normanni che Argiro, tenendo assediata Bari, aveagli mandati, aspirava alla conquista della Puglia e della Calabria; nè s'era ritenuto, come si disse, per mostrar il suo fasto, tra i suoi titoli usurparsi anche quello di Duca di Puglia e di Calabria.
Dall'altro canto Pandolfo, che da Corrado era stato scacciato, e che dopo la morte di Calefato, liberato dal successore dall'esilio, era ritornato in Italia, coll'aiuto de' Conti d'Aquino, e del Sesto cominciò a pensare come potesse riporsi nel suo Principato; laonde morto Corrado, il quale non potè mai per la sua crudeltà sopportarlo, e succeduto Errico, entrò in migliori speranze. In fatti venuto Errico a Capua per l'incessanti sue preghiere e ricchi doni, aggiungendosi ancora la gelosia della soverchia potenza di Guaimaro, l'Imperadore senza usargli violenza, si adoperò destramente con Guaimaro per farsi renunciare in sue mani il Principato di Capua, siccome seguì; e con ciò fu da lui restituito a Pandolfo ed a Landolfo suo figliuolo[219].
§. III. Prime investiture date dall'Imperadore Errico a' Normanni.
Composte in cotal guisa le cose di Capua, volle Errico assicurarsi de' Normanni, de' quali prendeva gran cura avergli per suoi dipendenti. Non aveano trascurato intanto Drogone Conte di Puglia, e Rainulfo Conte d'Aversa subito ch'Errico giunse a Capua, di mostrarsegli riverenti e rispettosi: essi lo visitarono e regalarono di molti cavalli e di grossa quantità di denaro. Allora fu ch'Errico diede l'investitura a questi Principi normanni del Contado d'Aversa (siccome già Corrado avea fatto all'altro Rainulfo), ed a Drogone di tutto ciò ch'egli possedeva nella Puglia[220]. Così proccuravano questi novelli Principi stabilirsi con maggior fermezza in quelli Stati, ch'essi finora possedevano non con altro titolo, se non per quello, che veniva lor fornito dalla ragion della guerra. La Puglia e la Calabria ancorchè i Normanni l'avessero tolte a' Greci, non è però che gl'Imperadori d'Occidente non pretendessero appartenersi a loro come Re d'Italia, a cui queste province, durante il Regno de' Longobardi, erano sottoposte; perciò essi molte guerre ebbero co' Greci per riacquistarle, e per questa cagione non deve parere strano, se essi ancora di queste province in qualunque maniera che loro si offerisse la occasione, ne investissero coloro i quali a' Greci l'avean tolte, come fecero a' Normanni.
Ma non pure Errico investigli di questi Stati, ma concedè loro ancora tutto'l territorio beneventano, per l'occasione, che diremo. Reggeva in questi tempi il Principato di Benevento Pandolfo III, col suo figliuolo Landolfo[221]: Errico, da poi che in Capua ebbe investiti i Normanni, partissi da questa città per portarsi in Benevento; i Beneventani per ciò che potrà osservarsi dalle cose precedenti, riputando aver ricevuto sempre de' maltrattamenti dagl'Imperadori d'Occidente, come avevano sperimentato sotto i due ultimi Ottoni, di mal animo ricevevano nella lor città gli Imperadori quando essi calavano in Italia: ora che intesero la venuta d'Errico, e che ivi si portava insieme con Papa Clemente II, gli resisterono, e chiuse le porte della città, e dentro di quella fortificatisi non vollero riceverlo. Errico fortemente sdegnato per quest'oltraggio, nè potendo allora colle armi vendicarsene, fece scomunicar dal Papa tutta la città, dal qual fatto, siccome altrove fu avvertito, maggiormente si conferma, che molto prima di Gregorio VII, l'uso degli interdetti generali d'una intera città fosse stato introdotto nella Chiesa; e non bastandogli questo, tolse ai Beneventani tutto il lor territorio, e que' luoghi aperti del Principato, che potevano di facile conquistarsi, ed a' Normanni per la sua autorità furono conceduti[222]. Così avendo Errico maggiormente stabiliti i Normanni ne' Contadi d'Aversa e di Puglia, e parte del Principato di Benevento, in Germania fece ritorno, seco menando Clemente R. P. e Gregorio già Pontefice, che avea in Germania relegato. In quest'anno adunque 1047 la regia Casa normanna cominciò a sottoporsi ad investitura, ed infeudazione non già da' romani Pontefici, i quali a questi tempi non si sognarono di pretenderlo; ma dagli Imperadori d'Occidente, che come Re d'Italia, per le ragioni altre volte ricordate, credeano queste province appartenere al loro Imperio.
Ma mentre l'Imperadore d'Occidente così disponeva di queste nostre province, l'Imperador d'Oriente, a cui era stato rapportato, che Errico avea conceduta l'investitura a' Normanni della Puglia, e che disponeva di questa provincia come se appartenesse al suo Imperio, e non già a quello d'Oriente, com'era; e che perciò venivano i Normanni a stabilirsi in maniera, che non vi sarebbe poi stata speranza di scacciargli, pieno di rabbia e di cordoglio, si risolse di mandare tosto in Puglia un nuovo Ufficiale, Argiro appellato, carico d'oro e d'argento, e di preziosi drappi, affinchè non potendo colle forze discacciargli, s'ingegnasse di farlo per questo mezzo, e con invitargli in nome dell'Imperadore a passare colle loro truppe nella Grecia, avendogli destinati per Capitani d'una guerra che esso intendeva di fare a' Persiani, nella quale n'avrebbono ritratto un gran vantaggio[223]. I Normanni, che tosto s'accorsero dell'inganno, gli risposero con libertà, ch'essi non mettevano mai il piede fuori d'Italia, se non quando ne fossero colla forza scacciati. Il dispetto che n'ebbe Argiro di vedersi scoverto ogni suo artifizio, lo fece rivoltare ad altri più scellerati mezzi. Egli co' tesori, che avea recati da Costantinopoli, proccurò corrompere molti Pugliesi, e' più famigliari del Conte Drogone, e fra gli altri si guadagnò un uomo appellato Riso, ch'era anche suo compare[224]. Questo traditore, mentre Drogone era in una delle sue Piazze, appellata Montoglio, ed andava su'l mattino alla chiesa, si nascose dietro la porta, ed avventandosegli sopra con un pugnale l'uccise; gli altri congiurati, i quali si erano parimente nascosti con Riso, uccisero un gran numero di gente della guardia del Conte, e presero il Forte. Lo stesso fu eseguito in diversi luoghi della Puglia, ch'erano intesi della congiura; tanto che fu de Normanni fatta maggior uccisione per questo tradimento, che non in tante guerre di molti anni.
Ma Umfredo, che vivente ancora Drogone era stato fatto Conte, subito che con estremo cordoglio ebbe intesa la morte di suo fratello, ed il barbaro assassinamento, che i Pugliesi aveano fatto alla sua Nazione, unì tutte le sue truppe, e rigorosamente avendo assediato il Forte Montoglio, se ne rese dopo questo assedio padrone; ed avuto in mano l'assassino co' suoi complici, fecegli morire con differenti sorti di rigorosissimi supplicj. Volle opporsi Argiro, mettendosi alla testa d'alquante truppe che unì; ma Umfredo gli fu sopra, lo disfece, ed obbligollo a ritirarsi confuso e vinto, il che gli tirò sopra la disgrazia dell'Imperadore, onde poco tempo dapoi ne morì di dolore. Da questo avvenimento, i Normanni per vendicarsi dei Greci rivoltarono tutti i loro pensieri per discacciargli dalla Calabria, e cominciarono a star più cauti coi Pugliesi, ed a trattargli con più rigore; i quali male sofferendo perciò il lor dominio, cominciarono ad empire di querele il Mondo, ed inventare contro i Normanni le più atroci calunnie, con accagionargli di mille delitti; e qualificando il loro dominio per tiranno e per crudele, portarono le loro querele ad Errico, e poco da poi al Papa Lione, onde nacquero tante novità e disordini, come saremo ora a narrare.
CAPITOLO III. Origine delle nostre papali investiture: spedizione infelice di Lione IX contro i Normanni: sua prigionia e morte.
Il soggetto che abbiamo ora per le mani, per la sua novità e stranezza non ha bisogno di commendazione: contiene l'intraprese de' Pontefici romani sopra questo Reame, ed in qual maniera, e per quali deboli principj abbiano finalmente conseguito, che sia ora riputato Feudo della Chiesa romana. Nè della stranezza sarà minore la maraviglia, come senz'eserciti e senz'armate, unicamente per la loro somma accortezza e continua vigilanza abbiano potuto stabilirsi questo diritto, da essi acquistato non già come Capi della Chiesa universale, o Patriarchi d'Occidente, ma come Principi del secolo, e siano giunti a conseguire ciò che gl'istessi Imperadori d'Occidente e d'Oriente non poterono con lunghe guerre, e con eserciti armati stabilmente ottenere. Ma le gare degli altri Principi competitori, la stupidezza e superstizione de' Popoli, il secolo ignorante e barbaro, ed all'incontro la loro somma accortezza e diligenza, tutte queste cose unite insieme, poteron togliere tutti gli ostacoli ed impedimenti.
Dovendosi da ora innanzi spesso parlare de' Pontefici romani, perchè non mi s'imputi a temerità, il mio proponimento è di favellarne non come Sommi Sacerdoti e Vicarj di Cristo, ma come Principi del secolo, i quali per possedere molti Stati e Principati in Italia, si erano attaccati agl'interessi di quella, come tutti gli altri Principi, che nella medesima aveano dominio. Distinguerò bene in loro questi due personaggi: di essi come Capi della Chiesa e Patriarchi d'Occidente, che hanno il governo delle nostre Chiese, si tratta quando della politia ecclesiastica si ragiona. Ora intrigati negli affari del secolo, solamente come gli altri Principi rappresenteranno la lor figura. Per tal cagione non si avrà difficoltà di vedergli a questi tempi mettersi alla testa d'eserciti armati, trattar leghe, ed arrolar soldati. Quindi resosi vie più irreconciliabile lo scisma tra' Greci e Latini, diedesi occasione a' Greci di chiamare i romani Pontefici, non già più Vescovi, ma Imperadori; e Pietro Diacono[225] negli atti della disputa che ebbe avanti l'Imperador Lotario, difesi per veri dall'Abate della Noce[226] contro il sentimento del Baronio, narra, che venuto in Italia da Grecia un Filosofo, orò avanti l'Imperador Lotario, e fra l'altre cose gli disse: Romanum Pontificem, Imperatorem, non Episcopum esse; e rapporta questo medesimo Scrittore[227], che avendo egli avuta disputa col medesimo intorno alla processione dello Spirito Santo dal Padre, e dal Figliuolo, fra l'altre cose gli rinfacciò il Greco, parlando d'Innocenzio II, dicendogli: In Occidentali climate nunc impletum videmus, quod Dominus per Prophetam dicit, erit, ut Populus, sic Sacerdos, cum Pontifices ad bella ruunt, sicut Papa vester Innocentius facit, pecunias distribuunt, milites congregant, purpurea vestimenta amiciuntur.
Egli è però anche vero, che non potendo somministrargli i loro Stati forze e denaro sufficiente per mantenere eserciti numerosi, univano sovente alle armi temporali le spirituali, per le quali si rendevano ai Principi superiori ed a' Popoli tremendi. S'aveano appropriata la facoltà di deporgli da' loro Regni e Signorie, d'innalzargli ed abbassargli a lor talento, creare Duchi e Conti, ed infino di credersi facitori anche di Re e di Monarchi; e la cosa si ridusse negli ultimi secoli a tale estremità, che non vi fu Principe d'Europa, che come ligio non prestasse omaggio alla Sede Appostolica. In fine per questi mezzi pervennero a fare credere, che questo Regno fosse Feudo della lor Chiesa, ed a trattare i possessori come loro sudditi e vassalli.
Quindi nacquero le tante rivoluzioni e li tanti inviti di stranieri Principi fatti da' Pontefici al possesso di questo Reame, onde germogliarono tante guerre e disordini; e che in decorso di tempo i Re di Napoli considerando la potenza de' Pontefici essere istromento molto opportuno a turbargli il Regno, il quale per lunghissimo spazio confina col dominio ecclesiastico; alcuni, che non vollero soffrire il giogo, furon loro perpetui nemici, avendo moltissime volte perseguitati con l'arme i Pontefici, ed occupata più volte Roma; altri più placidi, che non vollero con quelli attaccar brighe, ricordandosi delle calamità accadute per ciò nel Regno de' Suevi, e negli ultimi secoli delle controversie, le quali i Re Alfonso I e Ferdinando suo figliuolo aveano molte volte avuto con loro, ed essere sempre pronta la materia di nuove contenzioni per le giurisdizioni de' confini, per conto de' censi, per le collazioni de' benefizi, per lo ricorso de' Baroni, e per molte altre differenze, proccurarono tenersegli amici, ed ebbero sempre per uno de' saldi fondamenti della sicurtà loro, che da se dipendessero o tutti, o parte de' Baroni più potenti del tenitorio romano[228].
Si parlerà adunque ora de' Pontefici romani, come Principi; ed io reputo trattar così meglio la loro causa in questo soggetto dell'Investiture, che d'introdurgli in iscena con quell'altro personaggio. I Principi del secolo se riguarderanno i principj degli acquisti dei loro Reami e Monarchie, pochi potranno giustificargli con titoli legittimi. Essi non troveranno, che quello loro arreca la ragion della guerra, e molti troveranno usurpazioni e rapine; ma il lungo e pacifico possesso di molti secoli, gli fornisce di bastante ragione, e fa ora, che giustamente le posseggano, ed ingiusti saranno gl'Invasori. Così riguardando i Pontefici romani in quest'occasione come Principi, i quali possedendo in Italia molti Stati, eransi attaccati agli interessi di quella, ancorchè non potessero mostrar titolo bastante e legittimo di queste investiture, come qui a poco vedrassi, nulladimanco l'essersi per più secoli mantenuti in questo possesso, fa che oggi non possano reputarsi affatto spogliati di queste ragioni. Ma all'incontro a' Vicari di Cristo, ciò che a' Principi del secolo si reputa bastare, forse ciò non sarà sufficiente: essi dovrebbero entrar in iscrupolo, ed esaminare non tanto il tempo, ed il lungo possesso, ma l'origine, e riguardar le cagioni, i titoli ed i principj de' loro acquisti.
Ma prima, che si faccia passaggio a manifestar queste origini, e come a questi tempi cominciassero i romani Pontefici per queste investiture ad attentare sopra il temporale di queste province, con rendersele finalmente feudatarie, egli sarà a proposito, che in accorcio si faccia vedere lo stato di quelle, nel quale erano a questi tempi, e da qua' Principi eran dominate.
I tre Principati di Benevento, di Salerno e di Capua a' Principi longobardi eran sottoposti; in Benevento regnava Pandolfo III, col figliuolo Landolfo; in Salerno Guaimaro IV ed in Capua Pandolfo. Il Ducato d'Amalfi insieme con quello di Sorrento, che prima a quel di Napoli eran uniti, a Guaimaro ubbidivano. Quello di Gaeta era governato da Giovanni: l'altro di Napoli da Sergio era amministrato. La Puglia in gran parte era passata sotto la dominazione de' Normanni, e la Calabria n'era in pericolo, ma insino ad ora all'Imperio d'Oriente s'apparteneva. I due Imperadori d'Occidente e l'altro d'Oriente ugualmente sopra questi Stati vi pretendevano la sovranità e alto dominio. Quel d'Occidente come Re d'Italia lo pretendeva sopra tutto quel tratto di paese, che era prima compreso nell'antico Ducato di Benevento, ed abbracciava quasi tutto ciò che ora è Regno; quindi è, che sopra i Principi longobardi v'esercitava tutta la sovranità e potenza con deporgli, discacciargli da' loro Stati, e ad altri concedergli. Pretendeva lo stesso sopra la Puglia e la Calabria, che prima al Ducato beneventano furon in gran parte aggiunte; e poichè l'ambizione non ha confini che la possano circoscrivere, non v'era angolo di queste nostre regioni, che non pretendessero esser ad essi sottoposte; quindi s'arrogarono la facoltà d'investire Rainulfo del Contado di Aversa, ancorchè questa città fosse stata edificata nel territorio del Ducato di Napoli, il quale per antiche ragioni agl'Imperadori d'Oriente, non già a quelli di Occidente s'apparteneva.
All'incontro l'Imperadore de' Greci, forse con più ragione, pretendeva al suo Imperio d'Oriente appartenere tutte queste province, donde da' Longobardi furon divelte ed ingiustamente occupate. Le province di Puglia e di Calabria essere indubitatamente a quello sottoposte: e li Ducati di Napoli, d'Amalfi, di Gaeta e di Sorrento dal suo Imperio esser dipendenti.
Fra questi due Principi fu contrastata e combattuta la sovranità di queste nostre province, per la quale nacquero in fra di loro le tante guerre, che abbiamo nel corso di quest'Istoria narrate. Insino ad ora i Pontefici romani non si erano sognati d'entrar per terzi, e pretender anch'essi sopra le medesime qualche ragione di sovranità. Essi se bene sopra le spoglie de' Longobardi, che a' Greci l'aveano tolte, mercè di Carlo Magno e de' suoi successori, si fossero resi Signori del Ducato romano, dell'Esarcato di Ravenna, di Pentapoli e d'alcune altre città d'Italia, come si è veduto ne' precedenti libri di questa Istoria: sopra queste province però che oggi compongono il nostro Regno non estesero mai la loro mano; e se bene si legga presso Ostiense, che sopra Gaeta vi pretendessero dritto, e che alcun tempo la possedessero, nulladimeno ben tosto ritornò sotto il dominio de' Greci, e poi dai particolari Duchi di quella città fu governata: e quest'istesse pretensioni, che si leggono sol ristrette sopra Gaeta, maggiormente convincono, che sopra tutte le regioni dell'altre province non vi era di che dubitare Nè potevano in questi tempi tali pretensioni nascere dalla finta donazione di Costantino, o da quella di Carlo M. o di Lodovico il Buono; poichè è costante opinione presso i più gravi Scrittori, che tutti questi istromenti e diplomi, nella maniera che ora si veggono conceputi, furono supposti ne' tempi d'Ildebrando; e molto meno poteva sorgere questa loro pretensione da ciò che nel privilegio di Lodovico il Buono, e degli altri Imperadori suoi successori si legge di avergli questi Principi confermato il patrimonio beneventano, salernitano, capuano, napoletano e gli altri di Puglia e di Calabria; poichè questi patrimonj, siccome altrove abbiam veduto, non eran altro se non che i beni che la Chiesa romana per la pietà de' Fedeli, che glie le aveano offerti, teneva in queste province, e si dicevano il Patrimonio di S. Pietro; onde mal fece il nostro Chioccarelli[229], che per dar fondamento a queste investiture, si valse della donazione di Costantino e de' privilegi di Lodovico e d'Ottone. Nè si è mai inteso, che i Principi di Benevento, que' di Salerno, o di Capua, e molto meno i Greci, avessero insino ad ora riconosciuti i romani Pontefici per loro Sovrani, o che mai avessero de' loro Stati ricercate investiture, con farsegli uomini ligi, o giurargli fedeltà ed omaggio.
Non è dunque da dubitare che i Pontefici romani sopra queste nostre province non v'aveano alcuna superiorità, nè ragione alcuna, onde mai potessero indursi a pretenderla, ma per le occasioni che loro si manifestarono a questi tempi, e delle quali, ricevute da essi avidamente, con molta accortezza seppero valersi, finalmente se l'acquistarono nella maniera, che diremo.
Dopo la morte di Clemente II, accaduta in Germania, dove nove mesi prima erasi unitamente coll'Imperadore portato; Benedetto, il quale scacciato da Errico erasi ritirato e munito ne' suoi propri castelli, invase ben tosto di nuovo il Ponteficato; ma non potè più ritenerlo, che otto mesi, poichè l'Imperador Errico dalla Germania mandò tosto Popone Vescovo di Brixen in Roma per successore di Clemente, che fu Damaso appellato. E questi morto di veleno dopo 22 giorni della sua esaltazione, i Romani cercando ad Errico, che gli mandasse per successore Bruno Vescovo di Toul, uomo di Nazione tedesco, e nato da regal stirpe, ma molto più illustre per la sua dottrina e santità de' costumi, lo elessero nell'anno 1049 romano Pontefice, e Lione IX fu appellato.
Si credè allora, come rapportano i Scrittori[230] suoi contemporanei, che per l'elezione di sì eminente soggetto, che in tempi sì rei non fu poco rinvenirlo, dovessero aver fine i tanti disordini del Clero, e riposarsi l'Italia in una tranquilla pace; ma quantunque la pietà di Lione e i suoi costumi incorrotti fossero tali, che finalmente l'avessero meritato il titolo di Santo; non è però che non tanto per lo suo naturale, quanto per l'altrui istigazione, non fosse stato riputato per autore di molte novità, che portarono con se disordini gravissimi, e conseguenze assai perniziose. Egli fu che mentre traversava la Francia vestito con abiti pontificali, incontratosi a Clugnì con Ildebrando Monaco Cassinese, uomo di singolar accortezza, si fece da costui persuadere, che deposti gli ornamenti pontificali entrasse in Roma da pellegrino, ed ivi dal Clero e dal Popolo si facesse eleggere Pontefice, togliendo l'abuso da mano laica ricever quel sommo Sacerdozio[231]. Seme, che fu de' tanti disordini e guerre crudeli, che sursero da poi tra i Papi e gl'Imperadori d'Occidente, intorno alle investiture, i quali vedutisi contrastare questa prerogativa, che per più anni si aveano mantenuta, mossero per conservarsela eserciti armati, portando da per tutto incendi e ruine: e che all'incontro i successori di Lione, e sopra gli altri l'istesso Ildebrando, che tenne quella Sede, colle scomuniche, deposizioni e congiure, insino a far rivoltar i figliuoli contro i propri genitori, ponessero in iscompiglio Europa; onde persuasi assai più dall'esempio di Lione, che dalla forza della ragione renderonsi i Pontefici più animosi e ostinati nelle loro intraprese.
Ma assai più pernizioso, e di più ree conseguenze fu l'altro esempio, che diede Lione di porsi alla testa d'eserciti armati. Altre volte abbiam veduto Giovanni VIII e X romani Pontefici alla testa d'armate, però questi ebbero almeno il pretesto d'impugnar l'armi temporali contro i perfidi ed infedeli Saraceni, e contro coloro che s'erano a' medesimi collegati; ma ora Lione l'impugna contro i più fini Cristiani, come erano i Normanni, che in pietà, e nella religione cattolica non eran inferiori a qualunque altra Nazione: l'impugna senza ragionevole cagione o pretesto di religione, ma per solo fine d'ingrandire le forze temporali della Chiesa, e d'arricchirla di beni mondani; move un'ingiustissima guerra cotanto a Dio spiacente, che coll'evento infelice fece palese la sua ira ed indignazione. Se a quest'impresa si fossero accinti i suoi predecessori, che per i loro abbominevoli costumi eran riputati la peste del Mondo, non avrebbe ne' suoi successori portato questo esempio tanto male; ma essere stata opera di Lione santo Pontefice, fecegli più animosi, nè si ritennero da poi avanzarsi in maggiori stranezze e novità; non avvertendo ciò che Pier Damiani Scrittor contemporaneo, parlando di questo fatto di Lione, dice che l'Appostolo Pietro fu Santo, non perchè negò Cristo, ma per l'altre sue insigni ed incomparabili virtù, siccome Lione non per questi fatti, ma per la sua innocenza e per gl'incorrotti suoi costumi, meritò questo titolo.
Lione IX adunque per la sua pietà e divozione ebbe frequenti occasioni di portarsi in molti luoghi di queste province. Venne nell'istesso anno 1049 che fu assunto al Ponteficato, e nel quale accadde la morte di Pandolfo Principe di Capua, a visitar il santuario del Monte Gargano[232]: indi al ritorno portossi a Monte Cassino, ove conversando assai familiarmente con quei Monaci, di molte prerogative ornò quel monastero, ed indi a Roma ritirossi. Ma non fece passar molto tempo, che nell'anno seguente 1050 vi ritornò di bel nuovo: vi è chi scrive, che in questo medesimo anno tenesse un Concilio a Siponto ove depose due Arcivescovi; ma di questo Concilio sipontino soli Viberto e l'Anonimo di Bari ne fan menzione, poichè nè presso Ostiense, nè in altri ve n'è memoria: indi terminate le visite de' santuari, volle vedere le città più cospicue del paese, si portò prima in Benevento, ove ebbe occasione di ben affezionarsi que' cittadini, e tiratigli alla sua divozione, poichè stando ancora quella città sottoposta all'interdetto di Clemente suo predecessore, egli lo tolse.
Da poi nell'anno seguente volle veder Capua, indi ritornò la seconda volta a Benevento, nè volle tralasciare di portarsi in Salerno in questo medesimo anno 1051. Questa città nel seguente anno 1052 fu veduta ne' maggiori sconvolgimenti per l'orribile assassinamento di Guaimaro oppresso da una congiura orditagli dagli Amalfitani, che avea egli indegnamente trattati, da' suoi congionti e da alcuni Salernitani, i quali presso il lido del mare avendolo crudelmente ucciso, invasero la città. Ma Guido fratello di Guaimaro aiutato da' Normanni, dopo il quinto giorno riebbela, ed a Gisulfo figliuolo di Guaimaro fu resa, che al padre succedè nel Principato[233].
Ma nelle dimore che faceva in queste città il Papa piacevagli sentire le querele, che gli erano portate da' Pugliesi, e dagli stessi Principi longobardi contro i Normanni, i quali ricevendo tutto giorno maggiore incremento per li nuovi acquisti che facevano nella Calabria e nel Principato di Benevento, cominciavano ad insospettire i Principi vicini; e molto più a Lione, il quale, siccome i suoi predecessori s'insospettirono de' Longobardi, così egli mal soffriva che i Normanni s'avanzassero tanto, ed avendo scorto ch'erano uomini non così facili da potergli ridurre a lasciare l'acquistato, e che sovente facevano delle scappate sopra i beni delle Chiese, riputò non ben convenire agli interessi suoi, dell'Imperadore Errico suo cugino, e dell'Italia che questa Nazione più oltre s'avanzasse: deliberò pertanto di passar in Alemagna, come fece in quest'istesso anno 1051, e portatosi dall'Imperadore Errico, l'espose che i Normanni resi oramai insoffribili agli abitanti del paese, estendevano i loro confini oltre i luoghi, de' quali furono da lui investiti, e che tentavano di soggiogar tutte quelle province, e sottrarle dall'Imperio d'Occidente; che insolenti depredavano ancora le robe delle Chiese: che non bisognava più sofferirgli, perchè avrebbero portato maggiore ruina, ma che dovessero di Italia scacciarsi: che gli dava il cuore di farlo, se fornito d'un numeroso esercito, lo rimandasse in Italia, perch'egli ponendosi alla testa di quello avrebbe scacciati questi Tiranni. Furono così efficaci gli ufficj di Lione appresso Errico, che lo persuase a dar mano a quest'impresa, ed avendo comandato, che s'unisse un numeroso esercito d'Alemani, ne diede il comando a Lione istesso, il quale già aveva ordinato che marciasse verso Italia[234]. Ma Gebeardo Vescovo di Eichstat, il quale era in grande familiarità dell'Imperador Errico, e ch'era suo Consigliero, riprovando un fatto sì scandaloso, che i Pontefici romani dovessero porsi alla testa d'eserciti armati contro i Cristiani, non potè non riprenderne acremente l'Imperadore, e tanto adoperossi, che destramente fece tornar indietro le truppe, solamente alcune rimanendone appresso Lione. Nè dee qui tralasciarsi, che quest'istesso Vescovo fatto poi Papa, detto Vittore II mutò tosto sentenza, e si doleva di questo fatto d'aver impedito a Lione sì numeroso soccorso, riputando forse, che con quello meglio avrebbe potuto avanzar Lione gl'interessi della sua sede, di ciò che non gli venne fatto; poichè per la sua prigionia li peggiorò.
Non tralasciò allora Lione in questa occasione di pensare anche agl'interessi della sua Chiesa romana per una commutazione, nella quale così egli, come Errico trovavano i loro vantaggi. Errico I da' Germani appellato II avea in Bamberga a spese del proprio patrimonio edificata una magnifica chiesa in onore di S. Giorgio; e volendola ergere in cattedrale, proccurò da Benedetto Papa, che la consecrasse, ed in sede vescovile la ergesse: così fu fatto; ma bisognò che l'Imperadore offerisse alla Chiesa di Roma un annuo censo, che fu stabilito d'un generoso cavallo bianco con tutti i suoi ornamenti ed arredi, e di cento marche d'argento ogn'anno.
(L'Imperadore Errico il Santo nell'anno 1005 la Chiesa da lui edificata in Bamberga in onore di S. Giorgio, come scrive Ostiense, ma secondo gli Scrittori germani chiamata di S. Pietro, da un Sinodo tenuto in Francfort, precedente il consenso del Vescovo di Erbipoli, dentro i confini della cui diocesi era posta, l'avea fatta ergere in cattedrale, come si legge negli atti di questo Sinodo presso Ditmaro[235], Episcopatum in Bamberga, cum licentia Antistitis mei facere hactenus concupivi, et hodie perficere volo desiderium, dando in iscambio al Vescovo d'Erbipoli alcuni beni. E così l'erezione, come questa commutazione fu da poi nel seguente anno 1006 confermata per una bolla di Giovanni XVII che si legge presso Gretsero nella vita d'Errico c. 40. E nel 1007 in un altro Sinodo di Francfort da tutti i Vescovi, che vi intervennero, fu di nuovo tutto ciò confermato ed ordinato Eberardo per primo Vescovo di Bamberga; onde opportunamente avvertì Struvio Syntag. Hist. dissert. 13. §. 26 pag. 385. che per ciò alcuni Scrittori confondendo la fondazione con questa confermazione, fissarono la fondazione nell'anno 1006 ed altri nell'anno 1007. Fu da poi nell'anno 1011 secondo Mariano Scoto, ovvero nell'anno 1012 secondo gli Annali Einsidelensi, Ditmaro, e Schafnaburgense, questa chiesa con gran celebrità dedicata, e consecrata da Giovanni Patriarca di Aquileia coll'intervento di 35 Vescovi, siccome narra Ditmaro ad d. An. 1012. E da poi Errico di ciò non contento volle avere anche il piacere, che Benedetto VIII venisse egli di persona a consacrarla, ed ergerla in sede vescovile, del qual fatto parla Lione Ostiense lib. 2 c. 46 tralasciando le cose precedenti, poichè questo faceva al suo istituto, ch'era di additarci l'origine e la cagione della commutazione, che poi da Errico il Negro si fece di queste ragioni acquistate per Papa Benedetto alla Chiesa romana sopra quella di Bamberga, colla città di Benevento.)
Voleva ora Errico il Negro liberar questa Chiesa dal censo, e dalla soggezione della Chiesa romana, con renderla esente da tal peso: Lione non ripugnava di farlo: ma non potendo ciò seguire, se vicendevolmente alla Chiesa romana non si assegnasse altra cosa, si pensò a qualch'espediente. Fu tosto ritrovato un modo vantaggioso per ambedue.
Errico per gl'indegnissimi tratti de' Beneventani, che avevano avuto ardimento di chiudergli in faccia le porte, odiava a morte quella città; e pensando che con difficoltà avrebbe potuta ridurla sotto il suo arbitrio per vendicarsene, pensò commutarla col Papa per queste ragioni di Bamberga. Lo stato allora del Principato di Benevento era, come si è detto, che la città si reggeva dal Principe Pandulfo, e Landolfo suo figliuolo, ma gran parte di quello era già passato sotto la dominazione de' Normanni, a' quali l'istesso Errico avea in quella occasione, che si disse, conceduta tutta la terra beneventana; nè i Normanni, che anche senza questo, sapevano approfittarsi sopra le altrui spoglie, aveano tralasciato di farlo sopra il rimanente del Principato. Così Errico, che poco dava del suo, se non le ragioni di sovranità, che pretendeva sopra quella città, posseduta allora da Pandolfo diede in iscambio a Lione la città di Benevento, che egli a' Normanni non avea conceduta, nè s'estese oltre, poichè del territorio beneventano ne avea egli stesso poco prima investito i Normanni. E sarebbe stata cosa pur troppo incredibile, che questa permutazione fessesi fatta coll'intero Principato di Benevento, che se bene in questi tempi si trovasse molto estenuato per li Principati di Salerno e di Capua divelti; nulladimanco abbracciava più città e terre di una ben ampia e grande provincia del Sannio, che comprendeva gli Abruzzi, il Contado di Molise, e molte altre parti ancora dell'altre province; e sarebbe follia il credere, che il Principato di Benevento si fosse cambiato per cento marche d'argento, poichè il Cavallo bianco non fu rimesso; nè veramente può comprendersi, come alcuni moderni Scrittori, chi inconsideratamente, altri però per malizia, abbiano potuto farsi uscir dalla penna stravaganza sì grande senza appoggio alcuno di Scrittore contemporaneo, ed invece della città di Benevento, scrivere del Principato beneventano; poichè noi non abbiamo Scrittore più antico, che parli di questa commutazione, che Lione Ostiense[236], il quale chiaramente rapporta, siccome la cosa istessa lo dimostra, che tal commutazione fu del Vescovado di Bamberga, colla città di Benevento non già del Principato; e Pietro Diacono[237], che poco da poi di Lione aggiunse al suo luogo questo successo, pure della città sola parla, non già del Principato: siccome le cose seguite da poi lo rendono manifesto, poichè la Chiesa romana ha ritenuta la città sola, non già il Principato, sopra il quale non pretese mai avervi particolar ragione, ma corse la fortuna di tutte le altre province, come osserverassi nel corso di quest'Istoria. Anzi nè meno a questi tempi ebbe esecuzione tal permuta; poichè Lione tornato in Italia colle truppe datogli dall'Imperadore, ancorchè pel terrore dell'armi, il Principe Pandolfo col suo figliuolo, all'arrivo di Lione fossero stati esiliati[238] da quella città, e fossesi eletto per Principe di Benevento un tal Rodolfo, nulladimanco ben presto vi ritornarono, e tennero Benevento per molti anni, insino che da Roberto non ne fossero scacciati nell'an. 1076 dal qual tempo per accordo fatto co' Normanni, la città di Benevento cominciò ad esser governata dalla Chiesa romana, ed il Principato da' Normanni; come più innanzi diremo; onde il novello Istorico napoletano[239], che con grande apparato di parole narrando questi trattati avuti per questo cambio, dice essersi fatto col Principato di Benevento, erra d'assai, e si vede non aver letto Ostiense, che parla della città sola di Benevento.
Lione intanto postosi alla testa d'una grossa armata fornita di truppe alemane, e d'un gran numero di truppe italiane, e composta non meno di Laici, che di Cherici[240] diede il comando delle alemane e di quelle di Suevia a Guarnerio Suevo, e dell'altre ad Alberto Tramondo, ad Asto ed a Rodolfo poco innanzi da lui eletto Principe di Benevento, e verso la Puglia fece marciar l'esercito per dare con sì formidabili forze la battaglia a' Normanni, i quali trovandosi allora di forze ineguali, credè potere leggermente vincere, e discacciargli dalla Puglia, e da tutti i luoghi insino allora da essi conquistati.
I Normanni sorpresi dalla novella di questa marcia, ne concepirono grande spavento, non solo perch'essi in quella congiura orditagli da Argiro aveano perduto i principali lor Capi, e la maggior parte de' prodi guerrieri, ma perchè aveano da combattere con un'armata non punto composta di Greci e di Pugliesi, ma d'Alemani, uomini di statura e forza prodigiosa, pieni di coraggio, ed abili nell'arte militare: s'aggiungeva il non potersi fidare de' Pugliesi per l'avversione, in cui erano appresso quelli entrati. Pensarono perciò a' modi come potessero sottrarsi dalla tempesta, che gli soprastava; onde spedirono a tal effetto Ambasciadori al Papa per domandargli la pace; offerirono d'ubbidirgli in tutte le sue cose; ch'essi non pretendevano altro, che di possedere quelle terre, che aveano acquistate co' loro travagli e sudori, e colle armi alle mani: che non avrebbero invase le robe della Chiesa, offerendogli il lor servigio con tanta sommissione e riverenza, che non poteva farsi con più umiltà e rispetto. Ma Lione che credea per le sue forze aver tra le mani la vittoria, stimolato anche dagli Alemani, che dalla statura bassa de' Normanni ne concepirono disprezzo, ne rimandò gli Ambasciadori con risposta pur troppo dura; ch'egli non voleva punto aver pace con essi, se non uscivano d'Italia; ma replicando coloro, ch'era quasi ch'impossibile ridurre una sì gran moltitudine a cercar altrove una ritirata per essi, e per le loro famiglie, furono sparse al vento le loro preghiere, e rimandati senza conchiuder cos'alcuna.
Quando a' Normanni furono riportate sì dure risposte, voltatisi alla disperazione, risolvettero infra loro, che più tosto bisognava finir di vivere gloriosamente, che lasciare con tanta indegnità e vergogna ciò ch'essi a costo di tanti sudori e travagli aveansi acquistato; e non curandosi punto, che oltre la disuguaglianza delle forze, mancavan loro ben anche i viveri, si risolvettero di ricever tosto la battaglia, ancorchè con tanto loro disavantaggio, risoluti o di morir tutti o di vincere.
Divisero perciò le loro truppe, che poterono radunare in tre corpi, a' quali per Comandanti preposero i più celebri Capitani ch'essi aveano, fra' quali erano allora sopra tutti gli altri eminenti il Conte Umfredo, Roberto Guiscardo, e Riccardo Conte d'Aversa, figliuolo d'Asclettino, il quale a Rodolfo era succeduto.
Intanto l'esercito di Lione si collocò in atto di battaglia in una gran pianura presso Civitade nella provincia di Capitanata[241], ed avendo sotto i nominati Comandanti disposte le truppe, non v'era altro ostacolo per darla, se non una piccola montagna, che divideva amendue gli eserciti. I Normanni furono i primi a montarla per riconoscere gl'inimici, e ravvisata la situazione di quella infinita moltitudine d'Italiani, che niente aveano di regolare nella maniera di guerreggiare, ed un numero assai inferiore d'Alemani meglio disposti, e molto più da temersi, presero tosto le loro misure, e divisero la loro piccola armata in tre corpi. Diessi l'ala dritta a Riccardo Conte d'Aversa per iscaricar su gl'Italiani: Umfredo si mise nel corpo di battaglia per assaltar gli Alemani con quella cavalleria ch'avea; e Roberto Guiscardo ebbe l'ala sinistra con un buon numero di Calabresi scelti, che avea al suo servigio interessati, da poi ch'era stato nel loro paese. Egli avea ordine di non molto avanzarsi, ma di fare come un picciol corpo di riserba, sempre pronto a sostenere il resto dell'armata, ed a fornirla ne' bisogni di truppe recenti.
Riccardo assaltò da prima gl'Italiani comandati da Rodolfo, e caricogli improvisamente, e con tanto vigore, che non ebbero agio nè pur di far la minima resistenza. La paura gli confuse in maniera, che ritirandosi a poco a poco gli uni opprimevano gli altri, e seguitandogli valorosamente Riccardo, si diedero ad una fuga vergognosa, tanto che questo prode Capitano a colpi di spade e di dardi ne fè strage infinita[242].
Il Conte Umfredo ebbe più che fare dalla sua parte cogli Alemani, e spezialmente con quelli di Suevia. Egli fece sopra di loro una terribile scarica di frecce, ma essi ne fecero una somigliante sopra di lui; onde bisognò metter mano alla spada, e l'uccisione per l'una, e l'altra parte fu terribile. Allora Roberto Guiscardo credette, che fosse tempo di venire al soccorso di suo fratello: vi accorse immantenente con Pandolfo, e Landolfo suo figliuolo esiliati da Benevento[243], seguitato ancora da' suoi Calabresi, i quali sotto la sua disciplina eran divenuti prodi soldati: egli andò con furia a buttarsi in mezzo de' nemici. Si pugnò ferocemente, e furono incredibili le ardite azioni di Roberto in questo combattimento; finalmente sconfisse i nemici[244], e con tanto empito e vigore gli confuse, che dopo aver d'essi fatta strage infinita, scorgendo che non erano in tutto spenti, ricominciando di bel nuovo a battere il resto, gli finì tutti di tagliar a pezzi[245].
Il Papa, che non molto lontano fu spettatore di sì fiera tragedia, vedutosi quando men se l'aspettava in tali angustie, prese il partito di ritirarsi dentro la città di Civitade[246]; ma questa non essendo un asilo per lui sicuro, fu immantenente assediata, e tantosto fu costretta a rendersi. Puossi comprendere qual fosse l'imbarazzo del Papa, e la sua desolazione mentre cadeva in mano de' nemici, cui egli avea trattati con tanta durezza e severità, e di cui egli avea concetto, siccome aveagli dipinti presso l'Imperadore Errico, di gente barbara, inumana e senza religione.
Ma ben tosto s'avvide quanto appresso i Normanni fosse grande la forza della religion cristiana, e quanto il rispetto, che aveano di colui ch'essi adoravano per Capo della Chiesa cristiana, e Vicario di Cristo. Essi avrebbero potuto, giacchè come Principe del secolo li mosse guerra, Jure belli, e secondo le leggi della vittoria, trattarlo siccome esso vi compariva. Ma come grossolani non ben arrivavano a capire quella distinzione di due personaggi in uno, che gl'istessi Ecclesiastici introdussero nella sua persona per non far con tanta mostruosità apparire alcune azioni, che non starebbero troppo bene al Papa, come successore di S. Pietro. Essi lo riputaron sempre per questo eccelso carattere degno d'ogni rispetto e venerazione, che la forza della religione, di cui essi erano riverenti, ve l'impresse sì forte, che per qualunque altro non poterono perderlo; perciò con inudita pietà, e profondo rispetto lo condussero con ogni sorte d'onore e riverenza nel loro Campo. Non pure lo lasciarono in libertà, ma il Conte Umfredo ricevendolo sotto la sua parola, l'accompagnò egli stesso con gran numero di suoi Ufficiali in Benevento[247], promettendogli di vantaggio, che quando gli piacesse ritornar in Roma, l'avrebbe egli accompagnato insino a Capua[248]. Il Papa sorpreso da queste maniere sì oneste e cristiane, cancellò dal suo animo ogni sinistro concetto, che prima di lor avea, e pentitosi di quanto insino a quell'ora avea con poca accortezza, e contro ciò che ricercava il suo carattere, adoperato, pianse amaramente le sue disavventure. Indi entrato in Benevento nella vigilia di S. Giovanni di quest'anno 1053 vi si trattenne insino a' 12 di marzo dell'anno seguente 1054 giorno della festività di S. Gregorio Papa[249]; e quivi per li travagli sofferti, e per passione d'animo caduto infermo, avendo a se chiamato il Conte Umfredo, si fece condurre a Capua, dove avendo dimorato dodici giorni, in Roma fece ritorno. Quivi arrivato per conciliare le discordie, che a questi tempi più che mai eransi rese implacabili tra la Chiesa romana, e la costantinopolitana, spedì all'Imperador Costantino Monomaco tre Legati, Pietro Arcivescovo d'Amalfi, Federico suo Cancelliero, ed Umberto Vescovo di S. Rufina, unita poi questa Chiesa da Calisto II al Vescovado di Porto; ma non ebbe questa Legazione alcun successo; poichè Lione non molto da poi con molti segni di pietà, e di ravvedimento finì santamente i giorni suoi nel mese d'aprile di quest'anno 1054, con lasciar di se, per la sua pietà e candidezza di costumi, titolo di Santo.
In questi rincontri si narra, che Lione dopo aver assoluti i Normanni dalle censure e dall'offese, che ei reputava aver da essi ricevute, avesse conceduto ad Umfredo, ed a' suoi eredi l'investitura della Puglia e della Calabria, ed anche di tutto ciò che potrebbe acquistare sopra la Sicilia, e che all'incontro Umfredo avesse reso l'omaggio di quelle terre alla Santa Sede, come Feudi da lei dipendenti; e che questa fosse la prima Investitura, ch'ebbero i Normanni, come fra gli altri scrisse Inveges.
In fatti Gaufredo Malaterra[250] parlando della sommessione e rispetto che i Normanni in quest'incontro portarono a Lione, dice che questo Papa all'incontro: Omnem terram, quam pervaserant, et quam ulterius versus Calabriam, et Siciliam lucrari possent de Sancto Petro haereditali Feudo sibi, et haeredibus suis possidendam concessit. Ma questo non fu che un assicurare maggiormente i Normanni della sua amicizia perchè senza suo ostacolo proseguissero le loro conquiste, benedicendo le loro arme, e dichiarando perciò le loro future intraprese giuste; ciò che i Normanni come religiosi desideravano, almeno per pretesto di giustificare così i loro acquisti, e per non aver contrari i romani Pontefici, che s'erano allora per le censure e scomuniche resi a' Principi tremendi. Questi furono i principj delle nostre Papali investiture, le quali si ridussero poi a perfezione da Niccolò II per quelle, che diede a Roberto Guiscardo de' Ducati di Puglia e di Calabria e di Sicilia, come diremo.
Intanto i Normanni avendo disfatta l'armata di Lione, ancorchè l'avessero trattato con tanto rispetto, assicurati che furono di lui, non vollero perdere sì opportuna occasione di stendere la loro dominazione, e di portare altrove le loro armi. Niente resero al Papa di ciò, che pretendeva sopra Benevento; poichè se bene Pandolfo, Principe di Benevento, e Landolfo suo figliuolo, alla venuta di Lione fossero stati esiliati da quella città, nulladimanco sconfitto Lione col favore de' Normanni, a' quali aveano dato ajuto in quella battaglia, tornarono di bel nuovo a reggere Benevento[251]; nè se non dopo molti anni cominciò a governarsi dalla Chiesa romana, tanto che la commutazione fatta con Errico non ebbe il suo effetto se non molto da poi, e più per munificenza de' Normanni, che per quella d'Errico. Nel che non bisogna ricercare altro miglior testimonio della antichissima Cronaca de' Duchi e Principi di Benevento, il cui Autore fu un Monaco del monastero di Santa Sofia di Benevento, che si conserva nell'archivio del Vaticano, e fu fatta imprimere dal diligentissimo Pellegrino, a cui fu trasmessa da Roma dall'Abate Costantino Gaetano Monaco Cassinense, che da un antico Codice del Vaticano l'estrasse[252]. In questa Cronaca[253] si legge, che se bene reggendo il Principato di Benevento Pandolfo, e Landolfo suo figliuolo, alla venuta di Lione fossero stati esiliati da Benevento, nulladimanco si soggiunse, che da poi vi tornarono, e Pandolfo dopo aver regnato molti anni in Benevento, finalmente abbandonò il secolo, e si rese Monaco nel monastero istesso di S. Sofia, lasciando Landolfo suo figliuolo per successore, il quale tenne il Principato per tutto il tempo che visse insino all'anno 1077. Onde si convince con molta chiarezza, che la permuta con Errico non ebbe effetto; ma se poi la Chiesa romana acquistò quella città, tutto si dee alla liberalità de' Normanni, che per le ragioni che vi tenea per quella commutazione fatta da Errico, glie la rilasciarono, come qui a poco vedrassi.
Seppero ancora i Normanni ben servirsi di questa vittoria, sottoponendo tutta la Puglia al loro dominio dopo tredici anni di guerra, da che l'aveano invasa. Tolsero a' Greci Troja, Bari, Trani, Venosa, Otranto, Acerenza, e tutte le altre città di quella provincia, tanto che Guglielmo Pugliese potè dire:
Jamque rebellis eis Urbs Appula nulla remansit:
Omnes se dedunt, aut vectigalia solvunt.
Quindi furono poi rivolti tutti i loro pensieri alla impresa della Calabria, la conquista della quale saremo ora a narrare.
CAPITOLO IV. Conquiste de' Normanni sopra la Calabria: Papa Stefano successor di Lione vi si oppone; ma morto opportunamente in Firenze, vengon rotti i suoi disegni.
La morte di Lione IX rinovò in Roma i disordini per l'elezione del successore: e dappoichè per le contrarie fazioni stette quella Chiesa per un anno senza Capo, finalmente il famoso Ildebrando, che dal monastero di Cugnì erasi portato in Roma, ove fu fatto Sottodiacono di quella Chiesa, come uomo di somma accortezza, fu adoperato a por fine a tali confusioni. I Romani, non trovandosi nella lor Chiesa persona idonea per occupar quella Sede, mandarono Ildebrando oltre i monti a dimandar all'Imperadore un successore, ch'egli in nome del Clero e del Popolo romano avesse eletto: assentì Errico, e fugli dimandato Gebeardo Vescovo di Eichstat, di cui fecesi poc'anzi menzione. Con sommo dispiacer d'Errico, che non voleva toglierselo dal suo lato, venne costui in Roma, ed innalzato a quella Sede, Vittore II fu nomato[254]. Come si vide nel Trono pontificio, tosto mutò sentimenti di quanto prima avea fatto mentr'era in Germania, dove avea a Lione impediti i domandati soccorsi, di che con gran pentimento amaramente, fatto Papa, si dolse. E se il suo Ponteficato non fosse stato cotanto breve, e la sconfitta precedente non avessegli scemate le forze, ed ingrandito quelle dei Normanni, avrebbero questi certamente sperimentato in Vittore gl'istessi sentimenti di Lione.
Ma morto egli in Firenze nel 1057 due anni dopo la sua esaltazione, e rifatto in suo luogo Federico Abate di Monte Cassino, e Cardinale, che prese il possesso di quella Sede il giorno di S. Stefano, e perciò prese il nome di Stefano X, da altri, per la cagione altrove rapportata, detto Stefano IX, furono da costui calcate le medesime vestigia de' suoi predecessori. Fu da' diligenti investigatori delle gesta de' Pontefici con istupore notato, che ancorchè i loro predecessori, per sostenere le loro intraprese, avessero sofferto morti, prigionie ed altre calamità; non per tutto ciò gli successori si spaventavano di proseguirle, anzi vie più forti e vigorosi s'esponevano ad ogni maggior rischio e cimento. Essi eransi persuasi, che l'ingrandimento dei Normanni in queste nostre province, era lo stesso che il loro abbassamento, e lo reputavano come loro declinazione, siccome queste medesime gelosie tennero co' Longobardi, quando gli videro troppo potenti in Italia. Gli accagionavano perciò di mille delitti, che rapivano le robe delle Chiese, che desolavano le province; ed in fine proccuravano rendergli odiosi a' provinciali, per potere in cotal modo giustificare le loro intraprese, e renderle al Mondo commendabili. E se bene sopra queste province non potessero pretendervi ragione alcuna di sovranità; nientedimeno la loro grandissima gelosia degli avanzamenti de' Normanni pose costoro in tal necessità, che siccome prima doveano reprimere, ed opporsi alle forze degl'Imperadori d'Oriente a' quali finalmente queste province si toglievano: così ora aveano da contrastare co' Pontefici romani, i quali come se ad essi si togliessero, si opponevano con vigore a' loro disegni, nè v'era mezzo, che non adoperassero per impedire i loro progressi.
Prima, come si è potuto osservare nel corso di quest'Istoria, non avendo per se forze tali, solevano implorare gli aiuti de' Principi stranieri, siccome per discacciare i Longobardi ricorsero a' Franzesi; ora essendosi resi per lo dominio temporale di tanti Stati più forti, lontani questi soccorsi, e mancata ogni speranza di potergli avere dall'Imperadore, e potendogli somministrare i loro Stati forze sufficienti, lo facevano per se soli; e quando queste mancavano, solevano ricorrere al presidio delle armi spirituali e delle scomuniche, alle quali la forza della religione avea dato tanto vigore e spavento, che non solo a' Popoli ed a' Principi erano tremende, ma quel ch'è degno di stupore, erano formidabili e spaventose a' Capitani delle milizie, ed a' soldati stessi, uomini per lo più scelleratissimi; i quali nell'istesso tempo, che s'atterrivano delle scomuniche, non avevano alcuna difficoltà di menare una vita scellerata, e d'usurparsi quello del prossimo, senz'alcun riguardo d'offendere la Maestà Divina.
Innalzato pertanto Stefano al Ponteficato romano, si dispose immantenente a voler discacciare d'Italia i Normanni. Traeva egli origine da' Duchi di Lorena, e nato da regal stirpe, voleva nel Ponteficato segnalarsi in opre grandi ed illustri. Fu prima da Lione IX fatto Cancelliero della Sede Appostolica: indi fu Abate di Monte Cassino, e poi da Vittore II fu fatto Cardinale. Assunto ora al Ponteficato vennegli in pensiero, imitando Lione, di voler discacciar d'Italia i Normanni[255]; anzi nato per cose più grandi s'accinse ad una più illustre impresa.
Un anno avanti nel 1056 era morto in Germania Errico, ed avea lasciato per successore un suo piccolo figliuolo di sette anni, che succeduto poi all'Imperio, fu col nome del padre anche chiamato Errico. Fra gli Scrittori germani ed italiani vi è gran confusione nel numero di questi Errichi. Errico il Negro da' Germani vien chiamato III, gli Italiani lo dicono II, non tenendo conto di quell'altro Errico, che non fu se non semplice Re di Germania, nè giammai Imperadore. Noi seguiteremo gli Italiani, onde il successore d'Errico il Negro lo diremo Errico III non IV. Morì Errico dopo aver regnato diciassette anni, e quattro mesi. Le sue leggi furon raccolte da Goldasto[256], e Cujacio nel quinto libro de' Feudi ne registrò alcune a quelli appartenenti.
Per l'infanzia del figliuolo governava l'Imperadrice Agnesa sua madre: Stefano valendosi dell'opportunità del tempo, vennegli in pensiero d'innalzare al Trono imperiale il Duca Goffredo suo fratello, con risoluzione, che unendo le sue forze con quelle del fratello, potessero con facilità discacciare i Normanni d'Italia, a' quali egli portava odio implacabile.
Ma intanto questi valorosi Campioni sotto il famoso Roberto Guiscardo, a cui il Conte Umfredo suo Fratello avea somministrate molte truppe, perchè l'impiegasse alla conquista della Calabria, aveano fatti progressi maravigliosi sopra questa provincia[257]. Essi da poi che Roberto per una sua ingegnosa astuzia, erasi impadronito di Malvito, aveano steso più oltre i confini, e sotto la lor dominazione poco da poi fecero passare le città di Bisignano, di Cosenza e di Martura.
Nè la morte del Conte Umfredo accaduta in Puglia intorno l'anno 1056 avea potuto interrompere il corso di tante conquiste, anzi diede a quelle più veloce corso: poichè non lasciando Umfredo che due piccioli figliuoli, Bacelardo ed Ermanno, lasciò il governo de' suoi Stati a Roberto stesso, a cui raccomandò i figliuoli, e spezialmente Bacelardo suo primogenito; onde succeduto Roberto nel Contado di Puglia dava terrore a tutti i Principi vicini, e molto più a Stefano R. P., dal quale era perciò grandemente odiato.
Ma a Stefano, cui non mancava ardire di cacciare i Normanni d'Italia, mancavano però le forze, e sopra tutto i danari: fu perciò tutto inteso a farne raccolta, e l'impegno nel quale era entrato gli fece pensare un modo pur troppo violento e scandaloso. Egli che da Abate di Monte Cassino fu innalzato alla Cattedra di S. Pietro, volle nel Ponteficato stesso ritenere quella Badia, nè permise che in suo luogo fosse altri sustituito; onde disponeva di quel monastero per doppia ragione con tutta libertà ed arbitrio[258]. Per le molte oblazioni de' Fedeli in questo tempo, pur troppo per li Monaci prospero, aveano essi raccolto un ricchissimo tesoro d'oro e d'argento, che in quel monastero i Monaci con gran cura e vigilanza custodivano: Stefano vedendo che per nessun altro miglior modo poteva conseguir il suo fine, pensò averlo in mano, ed ordinò al Proposito di quel monastero, che tutto il tesoro d'oro e d'argento ch'ivi trovavasi l'avesse subito, e di nascosto portato in Roma. Avea egli disposto di passare con quello in Toscana, ove era il Duca Goffredo suo fratello, affinchè conferito con lui il suo disegno, potessero da poi ritornarsene insieme per discacciare d'Italia i Normanni. La costernazione nella quale entrarono i Monaci per sì infausta novella ben ciascuno potrà immaginarsela: essi tutti mesti e dolenti, tentarono invano colle lagrime rimovere il Papa; onde finalmente da dura necessità costretti, avendo ragunato tutto il tesoro, in Roma a Stefano lo portarono. Il Papa quando lo vide, e vide insieme la mestizia ed il dolore de' Monaci, che glie lo portarono, sorpreso allora dalla mostruosità del fatto, ravvedutosi dell'eccesso, tosto pentissi d'averlo domandato, e lo rimandò indietro[259]. Ma poco da poi essendosi incamminato per la Toscana, fermatosi in Firenze, fu sorpreso da una improvvisa languidezza, che in pochi dì lo privò di vita in quest'anno 1058[260].
Così, morto Stefano, andarono a vuoto tutti i suoi disegni, e fu la costui morte sì opportuna a' Normanni, che non avendo altri, che impedisse i loro vantaggi, poterono indi a poco stendere le loro conquiste, non pur nella Calabria, ma sopra il Principato di Capua ancora, per un'occasione, che più innanzi saremo a narrare.
§. I. Roberto Guiscardo è salutato I. Duca di Puglia e di Calabria.
Intanto per la morte di Stefano tornò Roma di bel nuovo nelle confusioni e disordini; poichè Gregorio d'Alberico Conte di Frascati, ed alcuni Signori Romani, di notte, e con gente armata, posero per forza nella Santa Sede Giovanni Vescovo di Velletri, che prese il nome di Benedetto; ma essendosi opposto a quest'elezione Pier Damiano uomo da bene (il qual poco prima da Stefano richiamato dall'Eremo, era stato fatto Vescovo d'Ostia) insieme con gli altri Cardinali, fecero in guisa, che tornato Ildebrando dalla Germania, ove era stato mandato da Stefano all'Imperadrice Agnesa, avendo inteso tali disordini, fermossi in Firenze, da dove attese a far ritrarre i migliori Romani dal partito contrario, e col favore del Duca Goffredo Marchese di Toscana oprò in maniera, che ragunati in Siena que' Cardinali, che non aveano avuta parte nell'elezione di Benedetto, vi elessero per Papa Gerardo Arcivescovo di Firenze. L'Imperadrice Agnesa madre d'Errico, confermò l'elezione, e diede ordine al Duca Goffredo di metter Gerardo in possesso, e di cacciarne Benedetto. Questi prese il partito di rinunziare il Ponteficato; onde Gerardo portatosi in Roma, vi fu riconosciuto per legittimo Papa, e fu chiamato Niccolò II, il quale poco da poi nell'anno 1059 tenne un Sinodo di 113 Vescovi, dove comparve Benedetto, dimandò perdono, e protestò, che gli era stata fatta violenza. In questo Concilio furono fatti regolamenti per la libertà dell'elezione del Papa, e stabilito, che i Cardinali dovessero in quella avere la parte migliore; poi l'eletto fosse proposto al Clero ed al Popolo, ed in ultimo luogo si ricercasse il consenso dell'Imperadore.
Queste revoluzioni, che molto spesso accadevano in Roma, e molto più i disordini, che nell'istesso tempo si sentivano nella Corte di Costantinopoli, maravigliosamente conferivano all'ingrandimento de' Normanni. Non temevano da parte alcuna di ricevere impedimenti; poichè la minorità d'Errico III, governando l'Imperadrice sua madre, non faceva molto pensare alle cose di queste nostre province. Costantinopoli, per la morte accaduta nell'anno 1054 di Costantino Monomaco, tutta era in disordine e confusione; poichè succeduta nell'Imperio Teodora sorella di Zoe, e dopo un anno quella morta, Michele Stratiotico fu dagli Ufficiali del Palazzo posto in suo luogo; ma questi, resosi poi Monaco, lasciò volontariamente la Corona nell'anno 1057, onde insorsero nuove fazioni per l'elezione del successore; ma acquistando maggior forza quella di Isaacio Comneno, fu questi salutato Imperadore in quest'anno 1058.
I Normanni perciò con miglior agio attesero a dilatare i loro confini, e que' di Puglia sotto il famoso Roberto Guiscardo gli distesero sopra quasi tutta la Calabria. Questo Principe, essendo succeduto nel Contado di Puglia, era riconosciuto non già come Tutore di Bacelardo suo nipote, qual egli era secondo che narra Guglielmo Pugliese[261], ma come assoluto Signore. Egli sembrava, che in quest'occasione non fosse disposto a contentarsi d'una semplice tutela, siccome da dovero non se ne contentò da poi; anzi pretese, che dovea egli succedere ad Umfredo, conforme Umfredo era succeduto a' suoi fratelli primogeniti; ed egli avea già designato per suo successore Roggieri altro ultimo suo fratello, col quale avea diviso l'Imperio, e creatolo perciò come lui anche Conte. Era pertanto tutto inteso a discacciar i Greci dal rimanente della Calabria, prese Cariati e molte altre Piazze d'intorno, e portò finalmente le sue armi infino a Reggio capo di quella provincia, alla qual città pose l'assedio. Gli assediati non potendo lungamente sostenerlo si diedero a Roberto; ond'egli rendutosi Signore di così illustre ed antica città, non si contentò più del titolo di Conte, ma con solenne augurio e celebrità fecesi salutare, ed acclamare Duca di Puglia e di Calabria. Lione Ostiense[262] narra, che la gloria dell'espugnazione di Reggio gli partorì questo novello titolo. Curopalata scrisse, che lo produsse il governo trascurato e puerile di Michele VII, Imperador Greco; ma il Pellegrino[263] fa vedere, che Roberto ad emulazione dei Greci, e per rintuzzare il lor fasto lo facesse. Aveano essi costituito Argiro in Bari Duca di Puglia, ancorchè questa nella sua maggior estensione fosse passata sotto il dominio de' Normanni: imperocchè i Greci ancorchè perdessero l'intere province, non perciò lasciavano di ritenere almeno i fastosi titoli ed i nomi di quelle, trasferendogli sovente in altra parte, siccome fecero dell'antica Calabria, la quale, come fu ne' precedenti libri osservato, passata che fu sotto la dominazione de' Longobardi, essi trasportarono questo nome di Calabria in un'altra provincia, che allora ancora ritenevano.
Chi a Roberto conferisse questo nuovo titolo di Duca, non è di tutti conforme il sentimento. Lione Vescovo d'Ostia par che accenni, che fu una casuale acclamazione del Popolo; ma Curopalata dice, che i Signori e Baroni pugliesi suoi vassalli, vedendo che egli allo Stato di Puglia avea aggiunta la Calabria, con pubblico consiglio, ritenendo per essi i titoli di Conti sopra le terre che s'aveano divise, decretarono il titolo Ducale a Roberto; donde si convince l'errore del Sigonio[264], il quale reputò, che insuperbito Roberto per l'espugnazione di Reggio in Calabria, e poco da poi per l'altra di Troja in Puglia, disdegnando l'antico titolo di Conte, per se stesso, e di sua propria autorità s'intitolasse Duca di Puglia e di Calabria.
Agostino Inveges[265] va conghietturando, che nella creazione di questo novello Duca s'osservassero quelle cerimonie, le quali a que' tempi s'osservavano in Francia nella creazione del nuovo Duca di Normannia, e sono descritte nel Tomo degli Scrittori antichi della Istoria de' Normanni; dove si narra, che l'Arcivescovo dopo alcune orazioni ed il giuramento, che prestava il nuovo Duca di difendere il Popolo a se commesso, e di usar con quello giustizia, equità e misericordia, davagli l'anello, e da poi gli cingeva la spada, ond'è verisimile, e' dice, che il normanno Guiscardo volendo consacrarsi Duca di Puglia in Italia, fossesi servito delle medesime cerimonie. Avevano pure i Duchi particolar Corona, Berrettino, Veste e titoli propri. La Corona ducale, che ponevano sopra le loro arme, secondo che la descrive Scipione Mazzella[266], era un cerchio senza raggi, o diciam punte di sopra (le quali convengono solamente al Principe) ma in luogo delle punte vi usavano alcune perle, e d'attorno alquante gioie. Il Berrettino, seconda insegna de' Duchi, Bartolomeo Cassaneo[267] ce lo descrive in forma d'uno cappello circondato d'una corona rotonda, ma non diritta, nè a modo di zona, che circondi il cappello, come usano i Re; e di questo cappello ducale, confessa Cassaneo, non averne potuto rinvenire l'origine. La veste ducale, suspica Inveges, che fosse simile all'abito arciducale d'Austria descritto dal Guazzi[268], cioè una veste di diversi colori, lunga sino a' piedi, ed ornata di pelli d'Armellini. In cotal guisa adunque il Duca Roberto in quest'anno 1059 nelle pubbliche solennità apparve a' suoi sudditi, adornandosi coll'abito e Corona ducale; e quindi è che ne' privilegi e negli altri suoi diplomi cominciasse a servirsi di questo titolo: Ego Robertus Dux Apuliae et Calabriae.
CAPITOLO V. Il Principato di Capua tolto a' Longobardi, passa sotto la dominazione de' Normanni d'Aversa.
Non meno de' Normanni di Puglia, que' che collocarono la lor Sede in Aversa distesero sopra i paesi contorni i loro confini. Riccardo Conte d'Aversa accresciuto di forze intraprende d'invadere il Principato di Capua a se vicino, ed aspirando a quel Soglio, di stretto assedio cinse questa città. Reggeva allora Capua Pandolfo V, il quale se bene per qualche tempo avesse colle sue forze potuto difendere la città, nulladimanco Riccardo vie più stringendola, bisognò per liberarsene che offerisse al nemico settemila scudi d'oro[269]. Per questa somma Riccardo tolse l'assedio, ma per qualche tempo; poichè morto Pandolfo V nell'anno 1057, e succeduto Landolfo V, suo figliuolo, Riccardo invase di nuovo Capua, cingendola d'un più stretto assedio. I Capuani offerirono altra maggiore somma per liberarsi, ma Riccardo rifiutato ogni accordo, vuole che la città si renda nelle sue mani. Mal si possono indurre i Capuani; ma finalmente stretti per la fame, cedendo Landolfo, e lasciando il Principato, fu Riccardo ricevuto e per Principe salutato in quest'anno 1058.
Volle Riccardo, non altrimente che fece Arechi primo Principe di Benevento, farsi ungere coll'olio sacro[270], il qual costume ritennero ancora da poi tutti gli altri Principi normanni, che furono di Capua[271]. E se bene i Capuani fra i patti della resa avessero ottenuto di ritenere per essi le porte e le torri della città, e di dover essere da loro guardate; nulladimanco dissimulando per allora il nuovo Principe Riccardo questo lor vantaggio, differì ad altro miglior tempo di privargli anche di questo. Intanto portatosi in Monte Cassino, ed ivi con molta solennità ricevuto da que' Monaci, fece ritorno nella campagna, la quale estendendosi insino al fiume Sele, tutta fra tre mesi la sottopose alla sua dominazione; indi a Capua tornato, avendo fatto ragunare tutta la Nobiltà, l'espose esser cosa molto ragionevole, che si consegnassero a lui le porte e le torri della città; ma costantemente avendo i Capuani ricusato di farlo, irato il Principe uscì dalla città, la cinse nuovamente di stretto assedio e la premè con dura fame.
I cittadini intanto mandarono il loro Arcivescovo oltre i monti a chieder aiuto all'Imperadore Errico: ma questo Principe, che non era in istato di pensare a queste nostre parti, lo rimandò indietro con offerte grandi e parole, ma senza alcun fatto ed utilità. I Capuani allora perduta ogni speranza, nè potendo più resistere, resero le torri, le porte, se stessi e tutte le loro sostanze alla discrezione e clemenza di Riccardo. Così in quest'anno 1062 dopo essersi i Capuani per dieci anni bravamente opposti agli sforzi de' nemici, passò il Principato di Capua da' Longobardi a' Normanni[272], prima sotto il Principe Riccardo del sangue d'Asclettino, poi sotto gli altri suoi successori del medesimo lignaggio, e finalmente passò sotto la dominazione di quegli altri valorosi Normanni della razza di Tancredi Conte d'Altavilla, come nel seguente libro vedremo. Per la qual cosa non è scusabile l'errore del Sigonio[273], il quale reputò questo Riccardo fratello di Roberto Guiscardo, quasi che fino da questo tempo il Principato di Capua fosse passato sotto la dominazione de' Normanni di Puglia a' figliuoli del Conte Tancredi.
Ecco il fine della dominazione de' Longobardi nel Principato di Capua, che da Atenulfo con non interrotta serie di tanti anni finalmente nella persona di Landulfo V s'estinse in questa Nazione. Principe infelicissimo, che oltre essere stato costretto d'abbandonar il suo Stato, donde ne fu scacciato, avendo generati più figliuoli, gli vide con suo dolore e cordoglio andar raminghi per que' medesimi luoghi, ove egli avea regnato. E narra l'Abate Desiderio[274] nei suoi Dialoghi, aver egli nell'età sua veduti molti figliuoli di Landolfo di qua e di là esuli e raminghi, andar mendicando per sostenere la lor miserabile vita: il che egli attribuisce a castigo delle scelleratezze e crudeltà usate dal pessimo Principe Pandolfo IV, dal quale essi discendevano. Donde può ciascuno per se medesimo considerare, che il sangue di questi Principi longobardi non s'estinse affatto nel Principato di Capua; poichè oltre che vi rimasero alcuni Conti della razza di Atenulfo, de' quali per qualche tempo per li loro Feudi che possedevano si potè tener conto e mostrar la loro discendenza in alcune famiglie; vi restarono ancora i figliuoli di Landolfo, da' quali per la loro estrema miseria e povertà non sarebbe forse incredibile, che ne fossero nati ed artigiani e lavoratori di terra ed altra gente di braccia, e che forse anch'oggi ancorchè ignoti, infra di noi vi siano: documento delle cose mondane, e della loro incostanza e volubilità, e di non doversi molto insuperbire per la nobiltà del lignaggio sopra gli altri, i quali se bene non la potranno mostrare, forse saranno discesi da più illustre e generosa prosapia ch'essi non sono. Un simile successo narra Seneca al suo Lucilio[275], che essendo in battaglia stato sconfitto l'esercito di Mario, molti uomini nati di gran parentado e di sangue nobile, così Cavalieri, come Senatori, nella sconfitta della fazione Mariana furono dalla fortuna atterrati, ed alcuni di quelli fece pastori, alcuni altri lavoratori di zappa ed abitatori di capanne.
Così i valorosi Normanni, debellati i Greci nella Puglia e nella Calabria, debellati i Longobardi nel Principato di Capua, gli vedremo nel seguente libro (rimettendo ivi di narrar la politia ecclesiastica di questo undecimo secolo) tutti trionfanti sottoporsi le restanti province e stabilirsi un ben ampio e fortunato Regno.
FINE DEL LIBRO NONO.
STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI