LIBRO DECIMO

Il Duca Roberto, che non facendo vedere a Bacelardo suo nipote il diritto della paterna successione, non già come Tutore del medesimo, ma come proprj amministrava i Ducati di Puglia e di Calabria, per maggiormente stendere i confini del suo dominio sopra l'altre province, e meglio assicurarsi degli acquisti fatti, proccurava con ogni sommessione, ammaestrato dall'esempio di Lione, tener soddisfatti i Pontefici romani; anzi reputava per questa via, avendogli per amici, di giustificare le sue imprese, e renderle al Mondo commendabili, e senza taccia d'usurpazione. All'incontro i Pontefici rendutisi ora per le scomuniche più tremendi a' Principi, non trascuravano le occasioni di profittare dell'opinione, che s'aveano presso tutti acquistata della loro superiorità e potenza. Perciò nel Ponteficato di Niccolò II si stabilirono fra noi con maggior fermezza le papali investiture; al che conferì molto una sollevazione accaduta in Puglia nel medesimo tempo, che il Duca Roberto trionfava in Calabria.

Bacelardo mal soddisfatto del suo zio Roberto sovente dolevasi essergli stata tolta la successione dei paterni Stati, e movendo perciò la compassione di molti, avea tirato al suo partito molti Pugliesi, i quali apertamente sollevandosi invasero alcune Piazze della Puglia. Ma la vigilanza di Roberto tosto ripresse i mal conceputi disegni, perchè precipitosamente essendovi accorso, ridusse i luoghi sollevati, e spense subito l'incendio; anzi con tal occasione scorrendo nella più remota parte di Capitanata, ove i Greci si mantenevano ancora in alcune Piazze, le sorprese, e conquistò infra l'altre la città di Troja, che i Greci alquanti anni prima aveano edificata, ed aveanla costituita capo di quella provincia.

L'acquisto della città di Troja diede su gli occhi al Pontefice; poichè i Pontefici romani aveano in questi tempi pretensione, che questa città, non altramente, che Benevento, loro si appartenesse per singolar diritto[276]. Ma tutti gli Autori tacciono, onde mai questa particolar ragione sia lor venuta; poichè questa città, secondo quel che per l'autorità di Lione Ostiense[277] fu da noi rapportato, era nel dominio dei Greci, avendola nell'anno 1022 da' fondamenti edificata sotto il Catapano Bagiano, alla quale, per memoria della famosa Troja nella Frigia minore, diedero nome di Troja, e riputaronla come una colonia di quella.

E quantunque quando Errico calò in Italia con quell'esercito formidabile, si fosse accampato sopra questa città, come narra l'istesso Lione[278], ed avesse costretti i Trojani a rendersi a lui; nulladimanco loro perdonò poi[279], ed abbandonando que' luoghi, fece in Germania ritorno; nè si legge, che n'avesse fatto dono alla Chiesa romana, come si legge di Benevento. Ma comunque ciò siasi, Niccolò II il qual, seguendo il costante tenore de' suoi predecessori, mal sofferiva questi vantaggi di Roberto, col pretesto, che appartenesse quella città alla Sede appostolica, gli fece intendere, che dovesse a lui restituirla. Molto eran lontani i Normanni di restituire vilmente ciò, ch'essi aveano acquistato sopra i Greci colle loro armi, e con tante fatiche e travagli; onde Roberto, poco curandosi delle dimande del Papa, ripigliò il suo cammino verso la Calabria.

Non era in istato il Pontefice Niccolò II seguitando l'esempio di Lione, di movergli contro un esercito; eran lontani gli ajuti che poteva sperare dagl'Imperadori d'Occidente; anzi questi cominciavano ad alienarsi da' Pontefici romani, ed avergli in avversione per cagione, che contrastavan loro l'elezione del Papa e l'investiture degli altri beneficj, delle quali erano insin allora stati in possesso. Nè era da sperar soccorso dagli altri Principi longobardi vicini, poich'essendo il Principato di Capua passato sotto la dominazione de' medesimi Normanni, eran molto deboli le forze di coloro di Salerno, e molto più degli altri di Benevento. Molto meno era da sperare da' Greci, inimici implacabili de' Pontefici romani, per lo scisma famoso, ch'avea fra queste due Chiese poste già profonde radici, e che avea alienati i Greci da' Latini.

Dunque non restava altro a Niccolò II che di ricorrere alle armi spirituali ed alle scomuniche. I Pontefici romani aveano già cominciate ad adoperarle contro i Principi, come s'è veduto ne' precedenti libri; nulladimanco s'erano mossi allora per cagioni ch'essi almeno credevano più oneste, e sovente per occasione di religione, e per le loro detestabili eresie; se ne valsero anche per rompere le confederazioni, che i Principi cristiani spesso facevano con i Saraceni infedeli, come fece Giovanni VIII co' Napoletani ed Amalfitani, ciò che riteneva uno spezioso pretesto di pietà e di religione. Ma da poi, come suole avvenire, che il buon uso degenera in abuso, cominciarono a valersene indifferentemente per mondani rispetti, o per gratificare qualche Principe, o sopra tutto per conservare i beni temporali della Chiesa, ovvero per ingrandirgli con nuovi acquisti. Così abbiam veduto, che perchè i Beneventani non vollero aprire le porte della loro città all'Imperador Errico, questi gli fece scomunicare da Clemente II, che come un suo corteggiano lo menava seco in Germania.

Le scomuniche nella primitiva Chiesa, siccome allora tutta la cura de' Prelati era sopra le cose spirituali, così non eran adoperate, se non contro gli Eretici, ovvero per la correzione de' pubblici peccatori: il principal uso era contro coloro, che non ben sentivano della nostra religione, i quali se dopo le tante ammonizioni non si ravvedevan de' loro errori, eran separati dalla Chiesa; ed in secondo luogo, per evitar gli scandali, eran adoperate contro i pubblici peccatori. Nè era altro il loro effetto, che di privargli di tutto ciò, che la Chiesa dava a' suoi Fedeli di Sacramenti, e d'altre cose spirituali. Ma da poi, e spezialmente a questi tempi, essendo diminuita ne' Prelati la cura spirituale, ed all'incontro cresciuta nell'Ordine ecclesiastico l'avidità de' beni temporali, siccome prima s'usavan solamente per la correzione dei pubblici peccatori, e per gli Eretici, così da poi eran più frequentate per li beni temporali, così per difesa di quelli, come per ricuperargli, se per caso la poco cura de' predecessori gli avesse lasciati perdere.

Ma inutilmente si sarebbero adoperate quest'armi, se insieme non si fosse fatto credere a' Popoli, che in qualunque maniera lanciate, se non si restituivano le robe, erano i possessori irremissibilmente dannati, imputando ciò ad effetto della censura, più che del peccato. E per renderle più formidabili aveano ancora proccurato introdurre una nuova dottrina, che i scomunicati non pur fossero indegni di ciò, che la Chiesa dava a' suoi Fedeli, qual era l'effetto della scomunica, ma ancora che la scomunica disumanava, infamava, gli rendeva abbominevoli, esosi, vitandi, quasi appestati ed orribili, togliendo loro anche l'uso della vita civile e del commercio, stabilendo perciò molte decretali, che non potessero far testamenti, contratti, istituire azione alcuna in giudizio, adottare e far altri atti legittimi, non potessero esercitar uffici nella Repubblica e mille altre cose, di che forse ci sarà data occasione altrove di più diffusamente ragionare.

Per queste cagioni non si può credere quanto fosse in questi tempi il terrore e spavento delle censure non pur nella plebe, ma ne' personaggi di conto e nei Principi stessi; ed era veramente cosa da stupire, che i Capitani ed i soldati, uomini per altro scelleratissimi e senz'alcun timor di Dio, e che senz'alcun riguardo d'offenderlo s'usurpano quello del prossimo, per timore poi delle scomuniche guardavano con gran rispetto le cose della Chiesa, nè vi era in questi tempi da poter usare maggiore difesa per conservar i beni temporali, se non di porgli sotto la custodia e protezione della Sede appostolica.

Da ciò ne nacque (come altrove fu avvertito) un'altra utilità grandissima per l'aumento de' beni temporali della Chiesa, poichè mossi da ciò molti di poco potere e di deboli forze, che per se stessi non erano bastanti di conservar il loro dall'altrui violenza, che per la corruttela del secolo eran cresciute, desiderosi d'assicurar le loro sostanze, ne facevano donazioni alla Chiesa con condizioni, che rimanendo appresso di loro la roba, ella glie le dasse in Feudo con una leggiera ricognizione; poich'erasi in questi tempi introdotto il costume, che i privati gli Alodj mutavano in Feudo, con farne donazioni a' Principi da chi ne erano investiti. E di questa sorte di Feudi chiamati Oblati pur ne abbiamo memoria ne' nostri libri feudali, e Cujacio ne tratta ben a lungo. Questo assicurava li beni, che da' Potenti non erano toccati, come quelli, la di cui protezione e diretto dominio era della Chiesa, la quale entrava perciò volentieri, nel caso d'invasione, alle censure per difendergli: e dall'altra parte il vantaggio della Chiesa era grandissimo, non tanto per la ricognizione che ne ricavava, ma perchè se ben vivente il possessore non ne ricavava altro, nulladimanco mancando poi la successione masculina de' Feudatari, come spesso accadeva in questi tempi per le frequenti guerre e sedizioni popolari, i beni cadevano alla Chiesa.

I Normanni non meno degli altri prendevano delle scomuniche spavento e terrore; poichè venuti di fresco alla religione cattolica, ed essendo di somma pietà e zelo verso la medesima, come lo dimostrano le frequenti loro peregrinazioni ne' più celebri Santuari di Occidente e d'Oriente ancora, e divotissimi della Sede appostolica più che ogni altra Nazione, come si vide da' trattamenti che fecero a Papa Lione; mal volentieri volevano esporsi a questi fulmini, di cui essi aveano il più gran terrore. Animato da ciò Niccolò II, volle provarvisi, e riputando in questa maniera, ciò che Lione non avea potuto con eserciti armati, di poter ottener egli colle censure, scomunicò solennemente Roberto co' suoi Normanni.

Furono però questi fulmini lanciati a voto; poichè i Normanni, non men ch'essi, si sapevano molto bene conservare ciò che co' loro sudori in mezzo a mille perigli aveansi acquistato, e lor pareva somma viltà cedere quel che acquistato con tanti travagli possedevano; e per riverenti che fossero de' Pontefici, e della Sede appostolica, nulladimanco quando si trattava di lasciar ciò che avean preso, seguendo gli esempi degli stessi Pontefici, non così volentieri si persuadevano a farlo; ed ancorchè delle censure scagliate contro di loro n'avessero sommo spavento e terrore, con tutto ciò non era tanto, che riputandole per questo fatto ingiuste, si dovessero disporre a lasciare niente di ciò che aveano preso.

Essendosi adunque portate le cose a questo stato, nel quale non vi poteva esser riposo e quiete tra l'una parte e l'altra: ciascuna venne seriamente a pensare, come potessero uscir da tanti sospetti ed inquietudini per mezzo d'un accordo, che fosse per ambedue vantaggioso.

Roberto fra se medesimo considerava, che se bene stesse sicuro di non potere colla forza da' Pontefici romani esser costretto lasciar le sue conquiste, nelle quali s'era per tante vie stabilito; nulladimanco che non bisognava avergli inimici, poichè quantunque secondo lo stato presente delle cose non potessero ricever aiuti dagl'Imperadori d'Occidente, nè da altri Principi convicini; nulladimanco erasi per lunga esperienza veduto, che non sarebbon loro mancate occasioni, quando l'opportunità d'altro tempo lo portava, di turbargli: che le maggiori inquietudini ed ostacoli la sua Nazione gli avea sofferti da' Papi, più che dai Greci stessi. Lo spaventavano le censure, e più gli eventi infelici, che aveano sovente portato agli altri Principi: che presso i Popoli, a cui eran in sommo orrore, non potesse nascere qualche sollevazione, e particolarmente appo i Pugliesi, che non ben s'erano rassodati: che i suoi acquisti eran recenti in paesi stranieri, ove bisognava più tosto farsi degli amici, che degl'inimici: che i tumulti nati per Bacelardo suo nipote potrebbero esser fomentati di nuovo, con porre in su quel partito, nel che i Papi solevano usare ogni accortezza, tanto maggiormente che si portava opinione essergli da lui stata usurpata la successione: finalmente che bisognava aver amico il Papa, non solo per ciò che s'era acquistato, ma molto più per quel che rimaneva a conquistare nell'altre province, affinchè per l'autorità che s'aveano i Papi presa, potesse confermarlo nella possessione di ciò che sperava di avere.

Dall'altra parte il Papa considerava, che co' Normanni erano inutili le scomuniche; ch'essi non erano gente da lasciare niente, se non s'adoperassero quei medesimi mezzi, che avean tenuto per conquistarle; che queste forze non eran da sperare dagli Stati della Chiesa, o dagli altri Principi vicini, e molto meno dagl'Imperadori d'Occidente, i quali essendosi da loro alienati per cagione dell'investiture e per l'elezione de' Pontefici, ancorchè Niccolò in un Concilio tenuto poc'anz'in Roma avesse proccurato soddisfare ad Errico; nulladimeno per l'avversione de' Romani erano vicine le cose a prorompere in aperte dissensioni e guerre crudeli: che per poter sostenere la causa del Clero, e del Popolo romano, e de' Sommi Pontefici contro gl'Imperadori, bisognava pensare da ora ad appoggiarsi ad un Principe forte e valoroso, perchè altrimenti sarebbe riuscita vana ogni loro impresa: ch'egli non poteva far miglior elezione di Roberto, il quale colle sue forze avrebbe potuto opporsi efficacemente, e restituire alla Chiesa romana quella prerogativa, che gl'Imperadori s'aveano usurpata: che finalmente vi poteva esser modo, col quale la Sede appostolica accordandosi con Roberto più tosto ne ritrarrebbe vantaggio, che nocumento.

Erano per queste considerazioni gli animi ben disposti per mezzo d'un accordo di far terminare ogni contesa, e far nascere la pace in mezzo a tanti sconvolgimenti. Roberto volle prevenire il Papa, ed essendosi ritirato in Calabria, inviogli un Ambasciadore con offerte generose di voler egli soddisfarlo in tutto ciò che desiderava, e che per tal effetto lo invitava ad un congresso, di cui gli prometteva, che avrebbe gran soggetto d'essere soddisfatto[280].

Il Papa, che non desiderava altro, e che avea ancora i suoi disegni, ne fu contentissimo, e ricevuta quest'offerta, coll'occasione di dover tenere un Concilio per riformare in qualche parte i detestabili costumi degli Ecclesiastici, gli mandò a dire, ch'egli quel Concilio l'avrebbe intimato in Melfi, dove sarebbesi portato in persona, ed ove uniti insieme avrebbero con soddisfazione comune composta ogni contesa.

La corruttela de' costumi ch'era nell'Ordine ecclesiastico in questi tempi, era in eccesso: e sopra tutto, tolta ogni vergogna, non aveano nè tampoco difficoltà tener le concubine pubblicamente nelle proprie case, ed i figliuoli nati da quelle, come con dolore narra Pier Damiani. Niccolò nel Concilio romano diede contro tali Concubinari, qualche provvidenza; ma in queste nostre province avea questo vizio poste sì profonde radici, che non v'era nè Vescovo, nè Prete, nè Diacono, nè minimo Cherico, che non se ne provedesse: Niccolò perciò in quest'anno 1059 nella città di Melfi tenne Concilio, ove condannò e detestò l'abuso, ponendo molte pene contro i concubinari, e depose ancora il Vescovo di Trani. Ma non perciò potè svellersi la mala radice; pareva quasi che impossibile, che i Preti potessero distaccarsene, e quindi è che ne' Concili tenuti da poi, non si vide inculcar altro, che di toglierle a' Preti, ma sempre invano; anzi in queste nostre province era così pubblico questo uso delle concubine, ed il numero fu tale, che arrivarono sino a pretendere l'esenzione dal Foro secolare, e di non star sottoposte alle pene, che i Principi secolari contro i concubinari avean stabilite, dicendo, ch'essendo della famiglia de' Preti, doveano non meno che questi godere del privilegio del Foro. Ed è cosa maravigliosa il sentire, che Carlo II d'Angiò ordinasse ne' suoi tempi, che le concubine de' Preti non stassero sottoposte alla pena della perdita del quarto, come l'altre de' secolari, ancorchè non gli piacesse esentarle dal Foro, come i Preti pretendevano.

Essendo adunque il Papa al Concilio in Melfi, sopraggiunse ivi il famoso Roberto, che portò seco il Principe Riccardo con tutta la Nobiltà normanna; le allegrezze e l'accoglienze furono grandi; ma si venne da poi a quel che più importava.

I Normanni per assicurar meglio i loro Stati, proccuravano impegnare i Papi nella loro difesa, particolarmente contro gl'Imperadori, i quali avean ragione di ricuperargli, poichè ad essi si toglievano: la Puglia e la Calabria era cosa fuori di controversia, che agli Imperadori d'Oriente si toglievano, non già a' Pontefici romani, i quali non v'aveano alcun diritto. Dall'altra parte gl'Imperadori d'Occidente pretendevano, che ciò che I Normanni possedevano in queste nostre province, lo tenessero da loro in Feudo, avendogli investito Errico II, e che come vassalli dell'Imperio dovessero riconoscergli per Sovrani: Riccardo che avea involato il Principato di Capua a Landolfo, dovesse riputarsi come lor vassallo, non altramente che vi furono gli altri Principi di Capua longobardi suoi predecessori, essendo quel Principato sottoposto agl'Imperadori d'Occidente come Re d'Italia; pretendevano queste istesse ragioni sopra i Principati di Benevento e di Salerno, che Roberto intendeva d'invadere. Doveano adunque impegnarsi i Papi contro questi due potenti nemici, sopra i cui Stati finalmente si raggirava l'accordo.

Si pensò per tanto un modo, nel quale ciascheduno trovava il suo vantaggio. Era già, come s'è detto, introdotto costume, che ciascuno per conservar meglio i suoi beni gli sottoponeva alla Chiesa romana, alla quale, obbligandosi i possessori con una leggiera ricognizione, si dichiaravano ligi, giurandole fedeltà. I Pontefici romani in questi rincontri sempre v'aveano i loro vantaggi, poich'essi niente davano del loro, ed all'incontro, oltre della fedeltà giurata, ed il censo, nel caso di mancanza di prole legittima e maschile, i Stati si devolvevano alla Chiesa, ed era in loro arbitrio d'investirne da poi altri. I Popoli ed i Principi poco curavano d'esaminare se potessero farlo, o no, e donde venisse questo lor dritto d'investire, farsi giurare fedeltà, e di conceder anche titoli di Conti e di Duchi: bastava ad essi che fossero difesi colle scomuniche, delle quali si aveva tanto spavento, osservando, che i loro nemici sovente s'astenevano di mover loro guerra per non esporsi a' fulmini della Chiesa. S'aggiungeva ancora il vedere la potenza de' Pontefici romani essere in sì sublime grado ridotta, che s'arrogavano la potestà d'assolvere i loro vassalli da' giuramenti, e di poter ancora deponere gl'Imperadori ed i più grandi Monarchi della terra; onde molto meno recava loro maraviglia se potessero dar titoli di Conte e di Duca, quando presumevano di far essi gl'Imperadori stessi d'Occidente, e trasferire l'Imperio da una Nazione in un'altra.

Ma quello, che veramente portava stupore era il vedere, che s'erano persuasi, che non solo potessero i romani Pontefici investire e farsi dar giuramenti di fedeltà di quelle terre, che erano a loro offerte a questo fine; ma anche di province e Regni, che doveano ancora conquistarsi. E presso coloro che s'accingevano alla conquista, trovava ciò facile credenza, perch'era cosa per loro molto acconcia, di poter in cotal guisa essere non pur animati all'impresa, ma assicurarsi delle future conquiste, perchè volendosi opporre i possessori, che erano spogliati, doveano ancora esporsi agli fulmini della Chiesa, che loro si opponeva.

Fu dunque cosa molto facile venire a capo di quest'accordo, come quello che finalmente si raggirava, come meglio sopra gli Stati altrui potesse ciascuno profittare. Niente importava che sopra le spoglie dei Greci e de' Longobardi si pattuisse. Niente ancora si badò al Principe Bacelardo, che si teneva dal zio spogliato. Niente al Principe Landolfo discacciato da Capua; ma ciascuno rimirando a' suoi propri comodi e disegni, conchiusero di buon accordo il tutto in cotale guisa. Che Roberto co' suoi Normanni fossero assoluti da tutte le censure. Che a Roberto si confermasse il Ducato di Puglia e di Calabria, ed oltre a ciò, che cacciando i Greci ed i Saraceni, che in gran parte tenevano occupata la Sicilia, dovesse il Papa investirlo anche di quell'isola con titolo di Duca; ed in fine, che a Riccardo Principe di Capua si confermasse il Principato, che a Landolfo avea usurpato.

All'incontro fu convenuto, che Roberto e Riccardo ed i loro successori si mettessero sotto la protezione del Papa, il quale confermava loro la possessione di tutti i Stati che aveano in Italia, e della Sicilia quando essi l'avessero conquistata sopra i Saraceni: che gli prestassero perciò il giuramento di fedeltà come Feudatari della Santa Sede, alla quale dovesse Roberto per ciascun anno pagare il censo di dodici denari di Pavia per ogni paio di buoi; siccome narra Lione Ostiense[281]; e Fr. Tolomeo di Lucca aggiunge, che Roberto non s'obbligò a quest'annuo censo, o costretto, o ricercato dal Papa, ma di sua spontanea e libera volontà.

Questo fu stabilito in Melfi in quest'anno 1059 ed ancorchè alcuni scrivano, che ciò anche fu confermato nel Concilio dal Papa ivi tenuto; nulladimeno non essendo quest'affare appartenente al medesimo, che erasi sol ragunato per riformare i costumi degli Ecclesiastici, altri non ardiscono di dirlo, ma solamente che mentre il Papa coll'occasione del Concilio si trovava in Melfi, avesse ricevuto da' Normanni il giuramento della fedeltà, e data l'investitura. Che che ne sia, egli è certo, che si eseguì il trattato fedelissimamente da una parte e dall'altra; e Roberto prestò il giuramento di fedeltà, che il Baronio dice aver egli trovato nel Codice del Vaticano detto Liber censuum, ove vien riferita la formola, colla quale il Duca Roberto giurò al Papa fedeltà, che comincia: Ego Robertus Dei gratia, et S. Petri Dux Apuliae, et Calabriae, atque utroque subveniente futurus Siciliae. Nota il Sigonio, che il Papa non il confermò Duca colla cerimonia francese usata da' Duchi di Normannia, e di sopra rapportata, cioè con dargli l'anello nel dito, il berrettino in testa, e col cingergli la spada al fianco: ma colla cerimonia italiana, dandogli lo Stendardo nella destra, e facendolo Gonfaloniero di S. Chiesa; onde Guiscardo da quest'anno cominciò a valersi di questo titolo Ducale: Dux Apuliae, Calabriae, et futurus Siciliae.

Alcuni anche rapportano, che Roberto allora avesse restituita a Papa Niccolò la città di Benevento, e la città di Troja; ma lo dicono senz'alcun fondamento di verità; poichè in questi tempi la città di Benevento era in potere di Landolfo Principe di Benevento, e di suo figliuolo Pandolfo, i quali erano stati già restituiti nel loro Principato, come rapporta l'Autore contemporaneo della Cronaca de' Duchi e Principi di Benevento; nè se non molto tempo da poi fu alla Chiesa romana, per le ragioni, che vi pretendeva, da Roberto restituita, quando, vinti ch'ebbe i Principi longobardi, che tennero quel Principato, gli cacciò da' loro Stati, come diremo più innanzi. Nè della città di Troja presso gravi e vecchi Scrittori si ha memoria alcuna, che si fosse al Papa restituita, non costando come mai v'avessero potuto avere diritto alcuno, quando poc'anni da poi, che fu da' Greci edificata, fu a' medesimi tolta dai Normanni; e par che i successi, e quel che anche oggi giorno veggiamo, confermino quanto si dice, poichè solamente Benevento si vede essere della Chiesa romana, ma di Troja non si legge, che fosse stata in alcun tempo sotto il di lei dominio.

Ecco il fondamento del diritto, che pretendono i Pontefici romani sopra i Reami di Napoli e di Sicilia: fondamento ancorchè a questi tempi debole e vacillante, nulladimanco in progresso di tempo renduto più fermo e stabile, potè per l'accortezza de' successori di Niccolò II sostenere fabbriche sì grandi ed eccelse, che arrivarono a disporre di questi Regni a lor piacere ed arbitrio, ed a trasferirgli di gente in gente, come s'osserverà nel corso di quest'Istoria.

Essi deono questo benefizio e questa parte sì considerabile della loro grandezza temporale a' Normanni, i quali per impegnarli nella loro difesa, o particolarmente contro gl'Imperadori d'Oriente, i quali potevano pretendere, che una gran parte di ciò di che questi conquistatori s'erano impadroniti, loro s'appartenesse; ovvero che la tenessero da quei d'Occidente in Feudo, da chi n'aveano prima ricevute l'investiture: essi non fecero punto di difficoltà di dichiararsi ligi de' Pontefici romani, a fin che loro non si potesse far guerra senz'esporsi a' fulmini della Chiesa.

Questi furono i primi semi, che coltivati da poi da esperte mani, posero col correre degli anni radici così profonde, ed inalzarono piante così eccelse, che finalmente fu riputato il Regno di Sicilia essere spezial patrimonio di S. Pietro, e Feudo della Sede Appostolica romana. Quindi nacque, che presso i nostri Scrittori fosse stato creduto, che la Chiesa romana come suo patrimonio n'avesse investito i Normanni, chi allegando perciò la donazione di Costantino M., e chi quella di Pipino e di Carlo M., e chi le donazioni degli altri Imperadori d'Occidente. Vissero costoro in queste tenebre per l'ignoranza dell'istoria, infino che Marino Freccia[282] non cominciò fra' nostri ad aprir gli occhi, ed a ricever lume dall'istoria, con iscoprire l'inganno, e ad avvertire che queste investiture non possono fondarsi in altro che nella consuetudine, in vigor della quale la Chiesa romana è stata solita investire. E parlando di quest'investitura di Niccolò II e dell'altre seguite in appresso, non ebbe difficoltà di dire: Ecclesia non dedit, sed accepit: non transtulit, sed ab alio occupatum recepit; compassionando il suo affine Matteo d'Afflitto, che scrisse aver Costantino M. donato questo regno alla Chiesa, con dire, affinis meus hìstoricus non est, auditu percepit, etc.

Questa prima investitura, perciò che riguarda la persona di Roberto, non abbracciava altro che il Ducato di Puglia e di Calabria, come cantò il nostro Guglielmo Pugliese[283]:

Robertum donat Nicolaus honore Ducali,

Unde sibi Calaber concessus, et Appulus omnis.

E per Riccardo abbracciava solamente il Principato di Capua. Ma v'erano semi tali, che ben poteva comprendersi, che il medesimo si sarebbe fatto per tutte le altre province, che insino a questo tempo non erano ancora passate sotto la dominazione de' Normanni: fu investito Roberto anche della Sicilia, che dovea ancora togliersi a' Greci ed a' Saraceni che la tenevano invasa. L'istesso certamente dovea credersi del Principato di Salerno, dell'altro di Benevento, d'Amalfi, di Napoli, di Bari, di Gaeta, e di tutto ciò che oggi compone il Regno, siccome l'esito lo comprovò; perchè conquistati che furono da' Normanni, e discacciati interamente i Greci ed i Principi longobardi, vollero anche da' Pontefici esserne investiti, i quali di buon gusto lo facevano, niente a lor costando, anzi il vantaggio era per essi assai maggiore, che di coloro che lo desideravano.

I Normanni all'incontro non molto si curavano di farlo, perchè oltre que' vantaggi, che si sono poc'anzi notati, essi per allora niente di danno ne sentivano; poichè toltane quella piccola ricognizione del censo, appresso loro rimanevano le supreme regalie, governando i loro Stati con assoluto e libero imperio, come supremi ed indipendenti, e si riputavano piuttosto tributarj della Sede Appostolica, che veri Feudatarj; poichè in questi tempi l'essere uomo ligio, non era preso in quel senso, che ora si prende presso i nostri Feudisti, ma denotava una sorta di confederazione, e lega che l'inferiore con astringersi a giurargli fedeltà, prometteva al superiore di soccorrerlo in guerra, ovvero pagargli ogni anno certo tributo o censo[284]. Ciò che tra' Principi istessi era solito praticarsi, siccome fece Roberto Conte di Namur con Odoardo III Re d'Inghilterra[285], il Duca Gueldrio con Carlo Re di Francia, ed in fra di loro Filippo di Valois Re di Francia, ed Alfonso Re di Castiglia[286].

Co' Pontefici romani per le cagioni di sopra rapportate era più frequente il costume. I Re d'Inghilterra s'obbligarono alla Sede appostolica pagare il tributo, il quale sopra quel Regno sino a' tempi d'Errico VIII fu esatto, chiamato il denaro di S. Pietro; anzi non vi fu quasi Principe d'Europa, che non sottoponessero a tributo i loro Regni alla Chiesa romana; tanto che Cujacio parlando di questo costume renduto a questi tempi frequentissimo, ebbe a dire, et qui non Reges olim? I Pontefici romani in questi principj si contentavano del solo censo per render soave il giogo, ma tanto bastò, che in decorso di tempo potessero per la loro accortezza aprirsi il campo a pretensioni maggiori, come lo seppero ben fare nell'opportunità, che si noteranno più innanzi nel decorso di questa Istoria.

CAPITOLO I. Il Ducato di Bari passa sotto la dominazione de' Normanni.

Terminato in Melfi in cotal guisa il Congresso con soddisfazione d'amendue le parti, il Papa tornossene in Roma, e Roberto in Calabria, per finir di ridurre alcune altre Piazze, che erano ancor rimase in potere de' Greci. Tosto se ne rese padrone; e scorgendo che il Conte Ruggiero suo fratello in quell'imprese s'era portato con estraordinaria fortezza e valore, lasciò il medesimo in Calabria per finire quel che restava, come fece valorosamente, ed egli intanto in Puglia ritornato, pensò nuovi modi per istabilirsi meglio le conquiste, e nell'istesso tempo aprirsi altre vie per maggiori acquisti.

Pensò per tanto d'acquistarsi alleanze e parentadi co' Principi longobardi, ed avendo scorto, che il Principe di Salerno per tanti Stati s'era sopra tutti gli altri avanzato, mandò Ambasciadori a Gisulfo II, che a Guaimaro IV suo padre era in quel Principato succeduto, a chiedergli la sorella per isposa. Il partito se bene non dovea rifiutarsi da Gisulfo, pure vi trovava qualche difficoltà, così perchè conoscendo il genio della Nazione, che pur troppo sapeva profittare sopra i Stati altrui, temeva non por questo parentado gli venisse qualche danno, come ancora perchè nell'istesso tempo che Roberto gli chiedeva sua sorella, egli avea Alverada per moglie, dalla quale avea generato il famoso Boemondo. Ma replicando egli che aveala ripudiata, e credeva averlo potuto fare per essere sua parente, al che allora si stimava non potersi rimediare colle dispense del Papa, le quali non erano così frequenti: per non disgustarsi con lui sì apertamente, Gisulfo non osò di rifiutarlo; laonde diegli in maritaggio la primogenita delle sue sorelle appellata Sicelgaita[287]. E nel medesimo tempo sposò un'altra sua sorella minore, Gaidelgrima nomata, ad un altro Principe normanno, dandole in dote Nola, Marigliano Palma, Sarno, ed altri luoghi convicini, i quali non furon mai sottoposti a' Principi di Capua, ma a' Principi di Salerno[288]. Questi fu Giordano I figliuolo di Riccardo Conte d'Aversa, il quale dopo aver tolto a Landolfo ultimo de' Principi longobardi il Principato di Capua, ne avea fatto Principe Giordano suo figliuolo. Avealo ancora fatto Duca di Gaeta, come lui; non è però che Gaeta non avesse anche sotto questi due Principi i suoi Duchi particolari; ebbe Goffredo, ovvero Loffredo Ridello nell'anno 1072 ed altri; ma si diceano così, non altrimente, che si disse Pandulfo Conte di Capua, al quale Giovanni VIII l'avea conceduta, con tutto che vi fosse Docibile Duca, che a Pandolfo era sottoposto, sicom'era ora Goffredo ai Principi di Capua normanni.

Roberto intanto facendo ritorno in Calabria con questa novella sposa, s'accinse alla magnanima impresa della Sicilia[289], e dopo aver quivi col suo fratello Roggiero fatte molte conquiste, che si diranno in più opportuno luogo, in Calabria fece ritorno; e poichè i Greci ancora si mantenevano in Bari, in Otranto, ed in alcune altre Piazze dell'antica Calabria, a discacciargli da quest'angolo, e principalmente da Bari, ove tenevano raccolte tutte le loro forze, drizzò tutte le sue cure ed ogni suo pensiero.

Ma pria che s'accingesse a quest'impresa bisognò che dissipasse una nuova congiura, che Goffredo e Gocelino principali Cavalieri normanni, col pretesto di riporre Bacelardo figliuolo d'Umfredo nel Contado di Puglia, del quale n'era stato spogliato da Roberto, aveano ordita. Tosto che questo valoroso Campione n'ebbe notizia, dissipò in maniera i Congiurati, che molti ne imprigionò, e fece punire con estremo rigore, disperdendo il resto: Gocelino per asilo si ritirò appo de' Greci in Costantinopoli; Goffredo in una fortezza; e l'infelice Principe Bacelardo salvossi in Bari, donde dopo alcun tempo portossi in Costantinopoli a dimandar soccorso all'Imperadore Costantino Duca, che nell'anno 1060 ad Isaacio era succeduto, per impegnarlo contro Roberto a riporlo ne' suoi Stati.

Erasi mantenuta la città di Bari insino a questi tempi sotto la dominazione degl'Imperadori d'Oriente, e come capo di quella provincia riteneva ancora la sede de' primi Magistrati greci; anzi in questi tempi gl'Imperadori di Costantinopoli l'aveano innalzata ad esser metropoli d'un nuovo Principato, che di Bari fu detto, ed era prima chiamato Ducato, poichè vi aveano costituito Argiro per Duca, ed anche secondo il solito fasto de' Greci, Ducato d'Italia lo appellarono. In questa città essi tenevano raccolte tutte le loro forze, ed il maggior loro presidio; per la qual cosa per molti anni era stata la sorgiva delle sedizioni contra i Principi normanni, ed un asilo sicuro per li sediziosi: il che fece meditar per lungo tempo al Duca Roberto il disegno d'assediarla.

Ma avvisati appena i Baresi de' disegni di questo Principe, ne mandarono tosto la novella in Costantinopoli all'Imperadore, il quale stimolato anche da Gocelino, mandò tosto per difesa della città un nuovo Catapano, Stefano Paterano, ovvero Sebastoforo nomato. Questi venuto in Bari si dispose ad una forte difesa, ed intanto Roberto avendo unito il suo esercito, non reputandolo allora sufficiente per l'assedio di quella capitale, andava scorrendo i luoghi vicini, e prima di portarlo in Bari, lo mise in Otranto, e tanto afflisse questa città insino che gli venne resa[290]: indi avendo fatto venire molti vascelli dalla Calabria, accresciuto il suo esercito d'altre truppe, si dispose finalmente in quest'anno 1067 a cingere Bari di stretto assedio per mare e per terra[291]. Fu quest'assedio assai memorabile, e pieno d'azioni gloriose così per l'una, come per l'altra parte, che l'istituto della mia opera mi costringe a doverle tralasciare, come fo volentieri, non mancando Scrittori, che minutamente le rapportano[292].

Durò quest'assedio, come narrano Guglielmo Pugliese[293] e Lione Ostiense[294], poco meno che quattro anni, e fu guerreggiato con estremo valore ed ugual ferocia. La difesa che fece il nuovo Catapano fu ostinata e valorosa, siccome gli aggressori intraprendenti ed arditi; ed avrebbe l'impresa de' Normanni sortito infelice esito, se non fosse stata soccorsa l'armata di Roberto da Roggiero suo fratello, il quale resosi padrone di buona parte della Sicilia, mandogli di là un'altra armata in soccorso. Vinse alla perfine Roberto l'ostinazione degli assediati, e gli constrinse a render quella importantissima Piazza; onde nel mese d'aprile dell'anno 1070 gli furono aperte le porte, dandosi senz'alcuna condizione in potere della sua clemenza e valore[295]: il Duca Roberto entrato nella città, trattò i Baresi con tutta umanità: onorò il Catapano, al quale pose in suo arbitrio se volesse coi suoi Greci rimaner in Bari, che sarebbero stati da lui bene impiegati, ovvero tornarsene liberi in Costantinopoli, siccome risolvettero di fare; e dopo essersi fermato per molti giorni nella città spendendogli in pubbliche feste ed allegrezze, se ne partì dopo tre mesi con un'armata di 58 vascelli, che condusse seco in Sicilia all'espugnazione di Palermo[296].

Ecco come il famoso Roberto trionfò di Bari, città la quale dopo essersi mantenuta sì lungamente sotto il dominio de' Greci, e per varie vicende ora tolta, ed ora ripresa, finalmente in quest'ultima volta uscì dalla loro dominazione, e con essa la speranza di più riaverla; poichè senz'essere mai più ritornata in lor potere, ancorchè altre volte avessero tentato di ricuperarla, ma sempre inutilmente, si mantenne sotto il dominio di Roberto, che la tramandò a' suoi posteri. Ed ecco come il Ducato di Bari da' Greci passò a' Normanni sotto Roberto, il quale per amministrarlo vi creò un nuovo Duca, sotto il quale si reggeva. Così tratto tratto s'andavan unendo queste province in una sola persona, come poi fortunatamente avvenne al Conte Roggiero, ch'ebbe la gloria di porre unita sopra il suo capo la Corona di Sicilia e del Regno di Puglia.

CAPITOLO II. Conquiste de' Normanni sopra la Sicilia.

Intanto essendo accaduta in Firenze nell'anno 1061 ne' principj di luglio la morte di Papa Niccolò II, che per due anni e mezzo tenne il Ponteficato[297], insorsero in Roma i soliti disordini e tumulti per l'elezione del successore. Il famoso Ildebrando per sedargli, unitosi co' Cardinali e con la Nobiltà romana, dopo tre mesi, elessero finalmente il Vescovo di Lucca di patria milanese, che Alessandro II appellossi. Nell'elezione non vi fecero aver parte alcuna all'Imperadore, il quale perciò fortemente sdegnato, fece eleggere il Vescovo di Parma suo Cancelliero per Papa, che Onorio II chiamarono per opporlo ad Alessandro; e non bastandogli questo, lo mandò in Roma con molte truppe per discacciarne il suo Competitore. Cominciarono quindi le discordie tra i Pontefici romani, e gl'Imperadori d'Occidente a prorompere in manifeste guerre e fazioni, e ciascheduno si studiava d'ingrossare il suo partito. Nè mancarono dalla parte dell'Imperadore gl'istessi maggiori Prelati della Chiesa, e' più insigni Teologi di quell'età, che sostenessero la sua causa; ma contro tutti questi con inaudita arditezza e vigore faceva testa l'intrepido Ildebrando, il quale, perchè l'Arcivescovo di Colonia avea ripreso Alessandro, che senza il consenso di Cesare contro ciò ch'erasi dinanzi praticato, aveva avuto l'ardire di ricevere il Ponteficato: egli con tutto il vigore ed intrepidezza, gli rispose in faccia, che quella era una corruttela dannabile e cattiva più tosto, che consuetudine, contro i canoni della Chiesa; e che nè il Papa, nè i Vescovi, nè i Cardinali, nè gli Arcidiaconi, nè chi si voglia altro potevan farlo: essere la Sede Appostolica libera, e non serva: che se Niccolò II l'aveva fatto, stoltamente portossi, nè per l'umana stoltizia dovea la Chiesa perdere la sua dignità: che non si sarebbe mai per l'avvenire sofferta tanta indegnità, che i Re di Alemagna potessero costituir i Pontefici romani.

Crebbero perciò, e maggiormente s'esacerbarono le contenzioni, ma cresciuto il partito d'Alessandro per la accortezza e vigore d'Ildebrando, restò depresso quello d'Onorio, il quale in quest'istesso anno, che s'intruse nel Ponteficato, fu da quello deposto e condennato nel Concilio di Mantua, ma però non volle mai deporre l'insegne pontificali.

Nel Ponteficato d'Alessandro II, per l'accordo poco prima fatto col suo predecessore, non vi furono occasioni di contese tra lui, e' Principi normanni; anzi Alessandro confermò a Roberto ciò, che gli avea conceduto Niccolò II, e mandò al Conte Roggiero, nel mentr'era per accingersi all'impresa di Sicilia, lo stendardo per la conquista di quella; essendo allor costume, come narra il Baronio[298], che i Papi quando volevano eccitare alcun Principe cristiano alla conquista d'un nuovo Regno, di mandargli lo stendardo, dichiarandolo Gonfaloniere di Santa Chiesa. I Normanni perciò proccuravano i loro vantaggi nell'istesso tempo, che mostravano avere tutto il rispetto alla Sede Appostolica; nè mancavano intanto lasciar di loro monumenti di pietà e di munificenza verso le Chiese, e precisamente verso il monastero di Monte Cassino, nel quale presidendo l'Abate Desiderio, Riccardo Principe di Capua gli fece donazioni sì larghe e generose, che narrano Lione e Pietro Diacono, non essere mai stato miglior tempo e più accettabile per quei Monaci[299]. Questo Principe, oltre di molti castelli e luoghi vicini a quel monastero, gli donò il castello dì Teramo, che per la fellonia del Conte, essendo stato prima secundum Longobardorum legem, com'ei dice nel Diploma riferito dal P. della Noce[300], aggiudicato al Fisco, passò a quel monastero. Molte altre Chiese donò al medesimo, essendo allora le Chiese in commercio e fra l'altre quella di Calena posta nel Gargano vicino la città di Vesti; poichè secondo la divisione fatta in Melfi, Siponto col Monte Gargano a Riccardo toccò in sorte. Perciò Desiderio, Abate, ancorchè di sangue longobardo, s'attaccò ai Normanni e fu loro dipendente, nè molto curavasi della depressione de' Principi longobardi, ancorchè prima mostrasse per la sua Nazione contrari sentimenti.

Ma questo Principe Riccardo, sentendo i progressi che i Normanni della stirpe di Tancredi d'Altavilla, aveano fatto nella Puglia e nella Calabria, e che ora facevano in Sicilia, imputando a sua codardia il non corrisponder egli a quel valore, punto da sì acuti stimoli, non fu contento del Principato di Capua, che avea tolto a Pandolfo, ma ad imprese più generose e grandi si volle accingere. Egli pensava profittare delle gravi discordie, che passavano tra 'l Papa e l'Imperador Errico per le cagioni esposte, e per ciò non ebbe alcuno ritegno d'invadere la Campagna di Roma, e di avvicinarsi presso Roma istessa per prevenire ad Errico, che intendeva doversi portare a quella città per ricevere dalle mani del Papa la corona imperiale[301]. Com'egli fu avvicinato presso Roma, tentò tutti i mezzi co' Romani, perchè gli dessero il Patriziato, ch'era un sommo onore, e che soleva precedere all'altro dell'Imperio; ma Errico avendo avuta tal notizia, non perdè un momento di tempo a calar tosto in Italia con grand'esercito, portandosi ancora in suo soccorso Goffredo Marchese di Toscana. I Normanni, conosciutisi di impari forze, furono costretti abbandonar l'impresa, e ritirarsi dalla Campagna: e dopo alquante scaramucce, finalmente essendovisi frapposto Papa Alessandro, Riccardo accordossi con Goffredo, e fece a Capua ritorno.

Il Papa essendo poco da poi stato invitato dall'Abate Desiderio per consecrar la Chiesa di M. Cassino, da lui magnificamente rifatta, vi si condusse con Ildebrando e molti Cardinali, ove con solenne cerimonia e grande apparato, celebrò la funzione, intervenendovi dieci nostri Arcivescovi, e 43 Vescovi. E per renderla Desiderio più magnifica v'invitò anche tutti i nostri Principi così normanni, come longobardi che tenevano allora queste province, come ancora i Duchi di Napoli e di Sorrento. Vi venne Riccardo Principe di Capua con Giordano suo figliuolo, e col fratello Rainulfo. Fuvvi Gisulfo Principe di Salerno co' suoi fratelli: ma ciò che dovrà notarsi al nostro proposito sarà, che in questa celebrità, come narra Ostiense[302], intervenne anche Landolfo Principe di Benevento, confermandosi per l'ocular testimonianza di Lione che vi fu presente e trovavasi Bibliotecario di Monte Cassino, quel che scrisse l'Anonimo Beneventano nella Cronaca de' Duchi e Principi di Benevento, che Landolfo fu restituito al Principato di Benevento, nè se non molto tempo da poi s'estinse il Principato dei Longobardi, passando la città sotto il Papa ed il resto di quello sotto i Normanni. V'intervenne ancora Sergio Duca di Sorrento; poichè Sorrento erasi distaccato dal Ducato di Napoli, al quale prima era sottoposto, come molto tempo prima avea fatto Amalfi; e questi due Ducati, essendo Amalfi già passata sotto i Principi di Salerno, in forma di Repubblica co' loro Duchi e Consoli si governavano ancorchè dependenti dall'Imperio greco[303]. Furonvi anche i Conti di Marsi, e molti altri Baroni longobardi e normanni, de' quali fin da questi tempi era un buon numero in queste province.

Solo il famoso duca Roberto quivi non convenne. Ritrovavasi egli insieme col Conte Ruggiero suo fratello in Sicilia, ove all'assedio di Palermo avea rivolti tutti i suoi pensieri e le sue forze. Quest'isola, che caduta sotto il giogo de' Saraceni, erasi sotto Maniace, coll'aiuto de' Normanni, restituita in buona parte all'Imperio d'Oriente, disgustati i Normanni, e succeduti a Maniace Governadori poco abili, era stata ripigliata di bel nuovo da' Saraceni, i quali aveano discacciati i Greci da tutte le Piazze, e solo Messina era loro rimasa; ma alla fine furono costretti nell'anno 1058 anche abbandonarla, e lasciare tutta quell'isola alla discrezione e balia di quest'Infedeli. Roberto Guiscardo col suo fratello minore Ruggiero la invase, e dopo aver soggiogate quasi tutte le sue più principali città, era solo rimasa Palermo da conquistarsi; Piazza la più forte e principale dell'isola, ove i Saraceni aveano riposto tutto il loro presidio; ma l'assedio che vi posero questi due valorosi Campioni fu così stretto e vigoroso, che non passarono cinque mesi, che furono obbligati i Saraceni a renderla nelle mani di Roberto, il quale insieme con Ruggiero entrarono nella città con infinite acclamazioni de' Popoli. Roberto conquistato ch'ebbe Palermo, per cattivarsi gli animi de' Saraceni renduti ormai siciliani, diede loro libertà di religione, facendogli intendere, che stesse in loro libertà, o di farsi Cristiani, ovvero rimanere nella loro religione maomettana. Allora fu che Roberto investì[304] di tutta quest'isola Ruggiero suo fratello, creandolo Conte di Sicilia, colle forze ed egregie virtù del quale aveala acquistata. Ritenne per se la metà di Palermo, di Valle di Demona e di Messina; e lasciato in Sicilia suo fratello, in Puglia fece ritorno, ed in Melfi fermossi[305]. Quindi è che Ruggiero non ricercò investitura dal Papa, perchè la teneva da Roberto suo fratello.

Così questi due Principi, regnando uno in Puglia col titolo di Duca, l'altro in Sicilia con titolo di Conte, ponevan terrore a' vicini. Alcuni, perciò che Roberto investì della Sicilia Ruggiero suo fratello, han voluto dire, che questi riconoscendo da lui il dominio, ed il titolo di Conte di Sicilia, quest'isola fosse subordinata a' Duchi di Puglia; e che il titolo regio ch'ebbe da poi Ruggiero da Anacleto Antipapa, di Re di Sicilia, confermatogli da Innocenzio II, come diremo, s'intendesse di questo nostro Regno, che si disse Regno di Puglia, e non dell'isola di Sicilia[306]. Altri per contrario, come Inveges[307], dicono, che questo nostro Regno fosse subordinato all'isola di Sicilia.

Ma da ciò che abbiam narrato, e molto più da quello che saremo per notare, si conoscerà chiaro, che nè il Regno di Puglia fu subordinato a quello di Sicilia, nè la Sicilia alla Puglia, avendo avuto ciascuno sue leggi ed istituiti particolari, ed essendo stati governati da' proprj Ufficiali. Egli è vero, che riguardandosi che i Normanni dopo aver conquistata la Puglia e la Calabria, si resero padroni di quella isola, e che come aggiunta al Ducato di Puglia e di Calabria, ne avesse da poi Roberto investito Ruggiero, par che la Sicilia dovesse dirsi subordinata a' Duchi di Puglia; nulladimanco avendo Roberto fermata la sua sede in Puglia, e Ruggiero in Sicilia, e governati questi due Stati independentemente l'uno dall'altro, non può assolutamente dirsi, che l'uno stesse subordinato all'altro. E quantunque morto Roberto, Ruggiero succeduto anche nel Ducato di Puglia e di Calabria avesse fermata la sua regia sede in Palermo, ove la tennero anche i Re normanni suoi successori, non è però che il Regno di Puglia fosse stato subordinato a quel di Sicilia, ma come due Regni per se divisi si governavano, nè che fosse stato mai l'uno reputato come provincia dell'altro, come si farà chiaro nel proseguimento di quest'Istoria.

Roberto intanto ritornato in Melfi fu ricevuto con grande applauso e giubilo da tutti i Baroni di Puglia e di Calabria, i quali come loro Sovrano, si congratularono con esso lui della conquista di Palermo[308]. Solamente Pietro figliuolo del Conte di Trani non volle mai rendergli quest'onore, affettando questi un'intera independenza, ed avea perciò rifiutato di dargli soccorso per la spedizione di Sicilia[309]. Sdegnato perciò Roberto lo condannò a rimettergli in sue mani la città di Trani ed alcune altre terre che erano sotto di lui; ma Pietro opponendosi con intrepidezza, cagionò a se medesimo la sua ruina, poichè Trani assediata, e ben presto presa, l'altre Piazze di sua dipendenza, come Bisceglia, Quarato e Giovenazzo seguirono tosto l'esempio di Trani. Ritirossi per tanto Pietro in Andria, ove egli poteva difendersi assai lungo tempo: ma avendo avuto bisogno di viveri: ed essendo uscito con una buona scorta per andare a cercarne nella campagna, portò la sua disgrazia, che nel ritorno fosse preso da' soldati del Duca. Roberto veggendolo così depresso, usogli grand'indulgenza; poichè avendosi fatto prestar giuramento di fedeltà, gli restituì generosamente tutte le Piazze, riserbandosi solamente Trani.

Intanto per la morte d'Alessandro II, accaduta nel mese d'aprile di quest'anno 1073, Pontefice che menando una vita tutta solitaria e privata, avea commesso il governo della Santa Sede al famoso Ildebrando: questi senza farne ricercare l'Imperadore, fece tosto unire il Clero ed il Popolo romano per l'elezione del successore; e nell'istesso giorno nel quale morì Alessandro fu acclamato egli per Pontefice. Domandò Ildebrando all'Imperador Errico la conferma di sua elezione; ma questo Principe stette qualche tempo a risolvere, e mandò il Conte Eberardo a Roma per prendere informazione in qual maniera fosse stata fatta un'elezione tanto sollecita. Ildebrando fece tante carezze al Conte, che l'indusse a scrivere in suo favore; ed Errico vedendo che l'opporsi all'elezione già fatta, non avrebbe avuto alcun effetto, perch'era Ildebrando di lui più potente in Roma, vi diede il consenso. Così fu egli ordinato Sacerdote, e poi Vescovo di Roma nel mese di giugno del medesimo anno 1073 e nella sua ordinazione prese il nome di Gregorio VII.

CAPITOLO III. Conquiste di Roberto sopra il Principato di Salerno ed Amalfi.

Roberto dopo aver domata la Sicilia entrò tosto in pensiero d'unire sotto la sua dominazione l'altre province, che rimanevano in queste nostre parti; e per un'opportuna occasione che diremo, gli venne fatto di conquistare il Principato di Salerno sopra Gisulfo suo cognato.

Gli Amalfitani, che, come si disse, caduti sotto la dominazione del Principe di Salerno Guaimaro, aveano sperimentato pur troppo aspro il di lui governo, per sottrarsi dal giogo invasero la città, e presso il lido del mare insieme con gli altri congiurati crudelmente l'uccisero; ma repressi da Guido suo fratello, dopo il quinto giorno sedati i tumulti, riebbe la città, ed a Gisulfo suo nipote figliuolo di Guaimaro fu restituita. Ma con tutto ciò Gisulfo assai più aspramente che il padre trattava gli Amalfitani, i quali pensarono di ricorrere al Duca Roberto perchè interponendosi con suo cognato, impetrasse da lui qualche umanità e clemenza per loro. Il Duca mosso da questi ricorsi, inviò Ambasciadori a Gisulfo pregandolo di rilasciare tanto rigore, con cui trattava gli Amalfitani: ma il Principe riguardando questa preghiera qual importuna rimostranza, ricevette di mal garbo coloro, che glie la vennero a fare; e cercando occasione di querela, pretese, che la Costa dopo Salerno infino al Porto del Fico appartenesse a lui; dichiarossi ancora di voler far rientrare nel suo dominio Areco e Santa Eufemia, di cui il Duca erasi impadronito. Roberto alla prima proccurò di guadagnare suo cognato per le vie delle dolcezze, ed accomodar amichevolmente le cose[310]; ma Gisulfo rifiutò ogni trattato, fidato forse al soccorso che sperava da Riccardo Principe di Capua, il qual era entrato a parte ne' suoi interessi, essendo allora in discordia con Roberto Guiscardo. Costui per non aver da combattere con due nemici, trattò secretamente d'aggiustarsi con Riccardo, siccome, fattegli offerte assai vantaggiose, l'indusse a prendere il suo partito contra del Principe di Salerno[311]. Egli ancora firmò un trattato particolare con gli Amalfitani, e gli prese sotto la sua protezione, ed avendo messa la guarnigione dentro la loro città, si dispose a venire, seguito dalle sue truppe, e da quelle del Principe di Capua, a mettere l'assedio alla città di Salerno.

Tutti coloro, che prendevano parte negl'interessi di Gisulfo, l'avvertivano a prevenir la tempesta; e Gregorio VII che l'amava come suo figliuolo, e l'Abate Cassinense Desiderio ch'era suo grand'amico, lo consigliavano ad aver pace con Roberto[312]; ma egli ostinato nè meno volle dar loro risposta. Nè perciò desistette Desiderio, ma sapendo che Roberto avea già assediato Salerno impegnò il Principe Riccardo a venire con esso lui a disporre Gisulfo; ma nè meno poterono conseguire cos'alcuna, anzi non cessava di pubblicare con alterigia mal fondata, che non prezzava punto l'amicizia del Duca, alla quale per sempre rinunziava.

Roberto sdegnato, non guardò più alle maniere dolci, ma strinse l'assedio, e serrò quella città sì da presso che nel fine di cinque mesi, fu ridotta ad una estrema carestia. Quelli che la comandavano veggendo, che non poteva più mantenersi, pensarono alla loro sicurezza[313]. Uno de' principali ch'erano dentro la Piazza era Bacelardo figliuolo d'Umfredo, il quale dopo aver inutilmente aspettato gli ajuti dell'Imperadore di Costantinopoli tornossene in Puglia, e cercava per ogni parte di vendicarsi di suo zio; e per questo motivo egli era entrato in Salerno, affine di soccorrere Gisulfo, ma temendo di sperimentare il rigore del Guiscardo, s'egli cadeva nelle sue mani, fuggissene la notte; ed andò a ricovrarsi in una Piazza vicina, chiamata Sanseverino, che gli aprì le porte. Il Duca scrisse al Conte Ruggiero, che venisse al più presto da Sicilia ad assediar Sanseverino, fin tanto ch'egli fosse venuto a fine della spedizione di Salerno. Ma non si tardò molto ad espugnarlo, poichè le mura della città cominciarono ad aprirsi per tutte le parti, e gli abitanti stessi vennero ad invitar Roberto ad entrare per la più larga breccia, affine di prevenire ancora le disgrazie d'una Piazza presa per assalto. Gisulfo intanto non si rese per questo, ma si difese nella Cittadella; ma assalito più ferocemente dal Guiscardo, alla perfine fu obbligato di mostrare altrettanta sommissione, quanta fierezza avea prima mostrata: egli si rese alla clemenza del vincitore, e dimandogli per ogni grazia quella della sua libertà; fugli conceduta, essendosi prima ritirato in Monte Cassino, da poi si ricovrò sotto la protezione di Papa Gregorio VII, il quale nella Campagna romana gli assegnò alcune terre, ove potesse abitare, non lasciando intanto egli di appellarsi Principe di Salerno, Duca di Puglia e di Calabria, come suo padre Guaimaro, non già di Sicilia, come per isbaglio si legge nello Stemma de' Principi di Salerno del Pellegrino.

Il Duca fece di bel nuovo fortificare Salerno, ma senza dimorarvi molto tempo, marciò tosto contro Bacelardo per togliergli il tempo di fortificarsi in Sanseverino. Egli vi giunse poco dopo suo fratello Ruggiero, che già aveva attaccata la Piazza; onde cintala più strettamente, fu forza rendersi a patti, ciocchè fece che Bacelardo insieme col suo fratello Ermanno pensassero di nuovo di ritirarsi in Costantinopoli: dove questi infelici Principi menarono il resto della lor vita in grande miseria, nella quale dopo molti anni morirono.

Ecco come in quest'anno 1075 secondo l'Anonimo Cassinese, Fr. Tolomeo di Lucca, e Camillo Pellegrino, il Principato di Salerno s'unì al Ducato di Puglia, di Calabria e di Sicilia, in poter de' Normanni, sotto il famoso Duca Roberto, il quale tenendo anche Amalfi, già minacciava l'altre parti, che restavano, di farle passare ancora sotto il suo dominio. Ed ecco come in Salerno s'estinsero i Principi longobardi; ma non però restò in tutto estinta questa Nazione; rimasero ancora, non altramente che nel Principato di Capua, molte famiglie dell'istesso sangue ne' Contadi vicini[314]. Rimasero Guaimaro Conte di Capaccio; Pandolfo Conte di Corneto; Giordano Signor del castello di Corneto del Cilento nipote del Principe Guaimaro; Astolfo figliuolo del Conte Gisulfo; Romualdo figliuolo di Pietro Conte di Atenolfo; Castelmanno figliuolo d'Adelferio Conte; Berengario figliuolo d'Alfano Conte; Giovanni e Landulfo figliuoli d'Ademaro Conte, che fu detto il Rosso; Giovanni figliuolo di Guaimaro Conte; Glorioso figliuolo di Pandolfo Conte; i quali erano ancor viventi negli anni 1110 e 1114. E Sicelgaita figliuola di Glorioso vedova di Marino Cacapece di Napoli ancor vivea nell'anno 1155[315]. Così ancora da' Conti Guaiferio ed Alberto di questo sangue, narra Pellegrino, esser derivata in Salerno la nobile famiglia di Porta, la di cui posterità con ordine certo insino all'anno 1335 si ritrova nell'antiche carte: siccome di molti altri Conti salernitani per sette e otto generazioni insino a quel tempo esservi ne' vetusti monumenti riscontro, attesta questo medesimo Autore. E se oggi per ordine certo sarà quasi che impossibile trovar la serie de' medesimi, non è però, che fosse in questo Principato estinto affatto il sangue longobardo, e forse anche al presente starà nascosto sotto ruvidi panni di gente rusticana e selvaggia. Documento, niente essere la nobiltà del sangue, quando lo splendore e le ricchezze da lei si dipartono.

CAPITOLO IV. Il Principato beneventano passa interamente sotto la dominazione de' Normanni, e la città di Benevento alla Chiesa romana.

Il discacciamento del Principe Gisulfo da Salerno e da Amalfi, diede a Gregorio VII molto da temere per l'ingrandimento, che in conseguenza vedeva ne' Principi normanni; ma sopra tutto desiderando di riporre Gisulfo, cui tanto amava, nella sede donde ne era stato discacciato, perchè in questa maniera potesse bilanciar le forze di questi Principi, aspettava opportunità di farlo. Fu ancora più volte istigato di metter su un altro partito contro Roberto, e di proteggere i suoi nepoti discacciati; ma non tardò guari che l'istesso Roberto insieme con Riccardo gli aprirono una ben larga strada alle contenzioni e brighe. Non erano questi Principi soddisfatti d'aver cacciato Gisulfo da Salerno, ma vedendo che questi avea sotto Gregorio trovato nella Campagna romana ricovero, pensarono inseguirlo fin dove era, e con tal occasione invadere la Campagna; laonde spinsero incontanente verso quella volta le loro truppe, ed occuparono parte della Marca d'Ancona[316]. Ma da che in Roma ebbesi la novella, ch'egli e Riccardo s'avanzavano nelle terre della Chiesa, Gregorio che sopra tutti i Pontefici non era per sofferire un simil affronto, e che non aspettava altro che questo per dichiararsi loro inimico, ragunato in Roma un Concilio con pubblica cerimonia e solennità scomunicò questi due Principi, e' loro aderenti[317]. Ma scorgendo ch'essi non molto curavansi di questi fulmini, adoperò nell'istesso tempo un mezzo più efficace: egli inviò contra di essi una buona armata, che fece loro tosto voltar cammino. Il Duca ed il Principe per non perder occasione di proccurarsi in altri luoghi altre conquiste, vennero nell'istesso tempo a portar l'assedio alla città di Benevento ed a Napoli. Il Duca strinse Benevento, ed il Principe Napoli.

La città di Benevento insino a questi tempi era stata governata da Landolfo VI. Questo Principe ancorchè avesse generati molti figliuoli, nulladimanco fu al Mondo padre infelice, poichè pianse la loro morte esso vivente. Pandolfo ch'egli avea al Principato associato, fu nell'anno 1074 ucciso da' Normanni presso Montesarchio: onde sopravvivendo a quest'unico figliuolo ch'eragli rimaso, tenne il Principato sino all'anno 1077, ma essendo già d'età grave e cadente, dopo aver regnato in Benevento 39 anni finì i giorni suoi in quest'anno 1077, nè lasciando di se altra prole, mancò in lui la successione de' Principi di Benevento. Ecco il periodo di questo Principato; e vedi intanto l'instabile condizione delle cose mondane. Questo Principato che sopra tutti gli altri stese i suoi confini, e che in tempo d'Arechi abbracciava quasi tutto ciò, che al presente è Regno di Napoli, ora s'estingue affatto, il quale infortunio non ebbero gli altri Principati di Capua e di Salerno; poichè sebbene in questi mancassero i Principi longobardi, non però s'estinsero i Principati, ma passati sotto i Normanni, si mantennero lungamente, e Ruggiero ancorchè riducesse queste province in forma di Regno, non perciò l'estinse, assumendo fra gli altri titoli anche quelli di Principe di Capua e di Salerno, e ne onorò anche i suoi figliuoli. Ma quello di Benevento mancò all'intutto; poichè ricaduta la città in potere del romano Pontefice, l'altre terre e città del Principato passarono sotto la dominazione de' Normanni, che all'altre province da essi conquistate l'aggiunsero: e quindi è che ne' loro titoli non abbiano nemmeno ritenuto quello di Principe di Benevento, come affatto estinto.

Per la morte adunque accaduta di Landolfo VI ultimo Principe di Benevento senza prole, mancando la successione di quel Principe; tosto Gregorio pretese doversi la città restituire alla Chiesa romana. All'incontro Roberto, che molte terre di quel Principato avea occupate, pretese ridurre anche Benevento sotto la sua dominazione, come avea fatto di quelle terre le quali riconoscevano per loro capo Benevento. Perciò dando il pensiero a Riccardo Principe di Capua dell'assedio di Napoli, egli a quello di Benevento fu tutto rivolto. Ma queste due città, quella di Benevento per l'opera e vigilanza di Gregorio, l'altra di Napoli per lo valore de' suoi cittadini, difendendosi valorosamente, portarono in lungo gli assedj.

Intanto ammalossi Riccardo, il quale avendosi proccurata la grazia di Gregorio, assoluto da costui delle censure, poco da poi ne morì. Giordano suo figliuolo, che gli successe, nudrendo diversi sentimenti da suo padre, levò tosto l'assedio da Napoli, e staccatosi dalla lega che suo padre avea fatta con Guiscardo, s'unì col Papa. Roberto ancora avendo lasciato alquante truppe all'assedio di Benevento, erasi ritirato in Calabria; onde Giordano per l'assenza sua, unitosi col Papa, portò tanto innanzi la cosa, che ricevuta da' Beneventani grossa somma di denaro, fece togliere immantenente l'assedio da quella città, mandando a terra tutti gli ordegni e macchine, che il Duca Roberto avea apparecchiate per ridurre quella città nelle sue mani.

Tanto bastò, che Roberto fortemente sdegnato dei portamenti di Giordano, tornasse tosto dalla Calabria in Puglia, ove ridotte Ascoli, Monte Vico ed Ariano, andò contro il Principe sopra il fiume Sarno per presentargli battaglia; e sarebbero fra di loro venuti alle mani, se l'Abate Desiderio non si fosse frapposto per la pace, il quale seppe con tanta efficacia e destrezza placare l'animo sdegnato di Roberto, che lo piegò a farla, rimanendo questi Principi come prima nella stessa amicizia[318]. Proccurò ancora Desiderio, che Roberto si rappacificasse con Papa Gregorio, e seppe così ben portarsi che andato in Roma proccurò che fosse dal Papa assoluto dalla scomunica, siccome ottenne, ed ebbe la gloria di por pace tra questi Principi nell'istesso tempo che le gare e discordie loro s'eran esacerbate in maniera, che si temeva non dovessero prorompere in più crudeli guerre.

Così i Normanni pacificati col Papa ottennero da lui l'assoluzione delle censure, ed all'incontro Roberto ridotte le terre di Monticulo, Carbonara, Pietrapalumbo, Monteverde, Genziano e Spinazzola, sotto il suo dominio, più non curò di rinovare l'assedio alla città di Benevento; ma lasciatala così libera a Gregorio come la pretendeva, dall'ora cominciò questa città a reggersi per la Chiesa romana, la quale introducendovi nuova politia, per Rettori, che per lo più erano Cardinali, si governò in appresso[319].

Ecco come la città di Benevento passò in dominio della Chiesa romana, prima che queste province fossero ridotte ed unite in forma di Regno; e per questa ragione nell'investiture, che diedero da poi i Papi del Regno di Napoli, si riserbavano la città di Benevento, come quella che non era ivi compresa, ma fuori di quello, ed alla Chiesa romana sottoposta; quindi è che i Beneventani siano reputati come forastieri, e non naturali del Regno.

E vedi intanto come queste nostre province ch'erano a tanti Principi sottoposte si uniscono pian piano insieme nella persona di Roberto, le quali finalmente sotto Ruggiero Conte di Sicilia s'unirono in forma di Reame. Ora niente restava a Roberto di conquistare che il picciolo Ducato di Napoli. Questo Ducato, ancorchè riconoscesse gl'Imperadori d'Oriente per Sovrani, scorgendosi dalle scritture anche di quest'ultimi tempi, che si ponevano i nomi di quegl'Imperadori, come si osserva in quella portata dal Summonte, la quale si legge fatta sotto il nome d'Alessio Comneno; nulladimanco mantenevasi in forma d'una picciola Repubblica retta da' suoi Duchi e Consoli, i quali per la declinazione de' Greci in queste parti, aveano quasi che scossa ogni dipendenza e subordinazione, che prima aveano cogl'Imperadori d'Oriente. Tutto il rimanente era passato già sotto la dominazione de' Normanni: sotto Roberto Guiscardo la Puglia, la Calabria, il Principato di Bari, di Salerno, Amalfi, Sorrento, e le terre del Ducato di Benevento. Sotto Riccardo il Principato di Capua, ed il Ducato di Gaeta; la qual città ancorchè avesse i suoi particolari Duchi, era però subordinata al Principe di Capua.

CAPITOLO V. Litigi, ch'ebbe l'Imperador Errico con Papa Gregorio, il quale ricorre al Duca Roberto, che lo libera dall'armi dell'Imperadore.

La pace che Desiderio proccurò tra il Papa ed il Duca Roberto fu sì opportuna per ambedue, che ciascuno ne ricavò per quella molti vantaggi, ma sopra tutto Gregorio, che in altra guisa sarebbesi trovato in angustie più gravi ed insuperabili; poichè certamente senza gli ajuti di Roberto, sarebbe stato da Errico oppresso. Le discordie tra lui e l'Imperadore erano esacerbate in maniera, che prorompendo in manifeste contenzioni, finalmente terminarono in sedizioni, guerre e scismi ostinati. I primi semi di tante discordie furono le impedite investiture, ed il vedersi escluso l'Imperadore nell'elezione del Papa; s'aggiunse ancora il dispetto, che la Contessa Matilda gli fece, per aver donate molte terre e castelli della Liguria, e della Toscana alla Sede Appostolica[320]. Gregorio all'incontro accagionando Errico, che per denaro, e con privata autorità investiva i Vescovi ed Abati, lo riprese prima acremente, ma da poi nell'anno 1076 venne alle censure. Errico essendo stato ancora offeso per una superba ambasceria, che Gregorio gli avea mandata, fece tosto ragunar un Concilio in Vormazia, nel quale accusato Gregorio di molti delitti ed enormità, fu deposto; da poi mandò egli in Roma i suoi Ambasciadori con lettere piene di disprezzo e di contumelia, per le quali se gli notificava di dover deporre il Ponteficato. All'incontro Gregorio ragunato in Roma un altro Concilio scomunicò tutti i Vescovi, che alla sua deposizione in Vormazia avean consentito: depose Errico del Regno di Germania e di quello d'Italia, ed assolse tutti i suoi sudditi dal giuramento di fedeltà, che gli avean dato, proibendo loro di prestargli più ubbidienza, ed esortando tutti i Principi a prendere l'armi contro Errico. I Principi d'Alemagna considerando, che per la guerra che i Sassoni allora aveano mossa ad Errico, non era punto tempo da nudrire queste contese, persuasero all'Imperadore di proccurar la pace col Papa, e nell'istesso tempo proccurarono, che il Papa venisse in Alemagna, ove si sarebbero riconciliati, e accordato il tutto. Simulò Gregorio di volervi andare, ma essendo giunto a Vercelli, ritirossi a Canossa ch'era un castello posto nel distretto di Reggio. Errico premuto da' Sassoni voleva ad ogni suo costo aver pace col Papa, onde tosto passando l'Alpi venne ivi a trovarlo, e chiedergli perdono[321]. Gregorio non volle prima ammetterlo; ma dopa averlo fatto per tre giorni aspettare scalzo alla porta di quel castello, essendosi interposti li familiari del Papa, e' Principi dell'Imperio, finalmente gli concedette il perdono.

Ma comprendendo, che per la sua acerbità, Errico maggiormente si sarebbe irritato, ed avendogli ancora Matilda avvertito, che l'Imperadore gli tendeva insidie per averlo in sue mani, tosto se ne tornò in Roma, ove nell'anno 1080, con maggiore celebrità, di nuovo scomunicollo, lo depose della Corona dell'Imperio, sciolse i suoi vassalli dal giuramento, vietò a tutti i Cristiani il prestargli ubbidienza: e diede il Regno di Alemagna a Rodolfo Duca di Suevia, esortando tutti i Principi di Germania ad eleggerlo Imperadore. Quando Errico riseppe che i Sassoni aveano eletto Rodolfo Imperadore per opporlo a lui, lasciò l'Italia, e passato in Francia presentò a Rodolfo la battaglia; pugnossi la prima volta ferocemente da ambedue, e fu fatta strage infinita, ma non bastando il tempo, si riserbò ad un'altra giornata: si tornò a combattere, e finalmente cedendo la parte di Rodolfo, venne fatto ad Errico di disfarlo. Restò in questa pugna Rodolfo miseramente ucciso, il quale in presenza de' suoi Capitani mostrando la sua mano tutta bruttata di sangue per le ferite, avanti di morire sì gli disse[322]: Vedete questa mia mano tutta bruttata di sangue; con questa io giurai al mio Signore Errico di non insidiare alla sua vita, ed alla sua gloria; ma il Pontefice romano mi ridusse a trasgredire i giuramenti dati, e ad usurparmi quell'onore che a me non era dovuto. Qual fine io n'abbia conseguito voi già il vedete: lo vedranno ancora quelli che m'hanno istigato a questo.

Errico, sconfitto il suo rivale, memore degli oltraggi ed ingiurie ricevute da Gregorio, tosto ritornò in Italia; ed avendo fatto convocare prima in Magonza, e da poi in Breslavia un Concilio di Vescovi, fece deporre Gregorio, ed in suo luogo eleggere per Papa l'Arcivescovo di Ravenna, che Clemente III appellossi: indi calando in Roma con una potente armata, discacciato Gregorio, collocò Clemente in quella sede[323], dal quale volle anche ricevere la Corona imperiale. Gregorio intanto erasi ritirato nel castello di S. Angelo co' suoi, ove non potendo ricevere aiuto da' Romani, nè volendo altri soccorrerlo, essendo le forze dell'Imperadore pur troppo grandi, può credersi in quanta costernazione vivesse. S'aggiungeva ancora che Giordano Principe di Capua co' suoi Normanni, temendo che Errico da formidabili eserciti circondato non gli discacciasse dal Principato, proccurarono unirsi con lui contro Gregorio[324], onde le cose del Papa erano ridotte in istato pur troppo lagrimevole.

Non vi restava altro, che il ricorrere agli aiuti del famoso Roberto. Ma questi trovavasi molto lontano per soccorrerlo. Avea questo Principe ne' precedenti anni collocata in matrimonio una delle sue figliuole chiamata Elena, col figliuolo dell'Imperador Michele Ducas, appellato Costantino, Principe di tanta bellezza e sì ben disposto, che la Principessa Anna Comnena non fa punto di difficoltà di chiamarlo una principale opera della mano di Dio. Costei ancora non può trattenere il suo sdegno contro dell'Imperador Michele, per aver dato un figliuolo sì bello alla figliuola d'un uomo come Roberto, cui ella tratta, secondo il fasto ed alterigia de' Greci, qual miserabile ladrone, ed indegno d'imparentarsi con gl'Imperadori d'Oriente; ma Elena infelice Principessa era caduta pochi anni da poi in uno strano eccesso di miseria; poichè Niceforo Botoniate avendo discacciato Michele dall'Imperio d'Oriente, avea confinata tutta la sua famiglia in un monastero, e con inaudita inumanità avea fatto castrare Costantino marito della Principessa Elena. Un'ingiuria sì crudele ridondava in molto disprezzo ancora del Duca Roberto, il quale non poteva far di manco di non sentirla; ma d'altronde riguardava con occulto piacere l'occasione di portare le sue armi in Oriente.

Per la qual cosa egli ascoltò benignamente un Greco, che comparve alla sua Corte, e si spacciava per l'Imperadore Michele stesso, il quale per dar credenza all'impostura, minutamente narrava il modo, col quale era scappato via dal monastero, in cui era stato racchiuso in odio solamente, come e' diceva, dell'alleanza che avea contratta co' Normanni. Il Duca fece fare a questo personaggio onori straordinari, come se effettivamente fosse stato l'Imperadore[325]; contuttochè molti Signori, ch'erano stati a Costantinopoli, ed aveano veduto Michele, confessavano che non lo ravvisavano per desso, o che bisognava che fosse molto cangiato. Ma Guiscardo non voleva entrar in questo dibattimento, se questi fosse il vero, o il falso Michele: tutto eragli una cosa per giugnere al suo intento. Egli pretendeva solamente ricondurlo a Costantinopoli alla testa d'un'armata, e di restituirlo al Trono imperiale, disegnando forse d'innalzarvisi egli medesimo, se si trovasse che questi non fosse il vero Michele. In fatti non si dubitò, che fosse un giuoco per allettare più facilmente i Greci, e per aver un pretesto più plausibile d'intrigarsi negli affari dell'Imperio d'Oriente: qualunque si fosse il supposto Michele, che Anna Comnena dice essere stato un Monaco greco, appellato Rettore, non lasciò Roberto di profittare del carattere, che gli fece sostenere.

Ma mentre che il Duca avea apparecchiato tutto ciò, ch'era necessario per una spedizione tanto importante, ebbe avviso, che in Costantinopoli era nata una nuova revoluzione, che avea messo fuori la Principessa Elena dallo stato miserabile, in cui ella prima si trovava; poichè Alessio Comneno essendo stato poc'anzi dalle Legioni proclamato Imperadore in Tracia avea deposto dal trono, e fatto tosare Niceforo Botoniate; ed egli era entrato trionfante in Costantinopoli ove avendo fatto uscire dal monastero la Principessa Elena la trattava con grand onore, disegnando così guadagnarsi il Duca Roberto, cui grandemente stimava e vie più temeva, che non gli contrastasse sì be' principj.

Ma tutto ciò non bastava per arrestare i disegni di Roberto, il quale avendo già tutto all'ordine per quella spedizione, non volle perder tempo a darvi principio; ond'essendosi a tal effetto portato in Otranto, ove dovea imbarcarsi con tutta la sua armata, provide prima al governo de' suoi Stati ch'e' lasciava in Italia. Lasciò il governo de' medesimi nelle mani di Ruggiero soprannomato Bursa suo figliuolo secondogenito, che egli avea generato da Sigelgaita sua seconda moglie, dichiarandolo erede in presenza del Popolo del Ducato di Puglia, di Calabria e di Sicilia[326]. Questi era un Principe di tutto garbo, e di estremo valore; e gli lasciò per Ministri il Conte Roberto di Loritello suo nipote ed il Conte Girardo persona di somma esperienza, e di conosciuta integrità.

Egli s'imbarcò insieme colla Duchessa Sigelgaita, che volle seguire suo marito come un'Eroina alla testa delle sue truppe. Portò seco ancora il valoroso Boemondo suo figliuolo avuto dalla prima moglie Adelgrita, ed alquanti Baroni normanni. Giunti che furono nell'anno 1081 nell'isola di Corfù cominciarono ad invadere quelle Piazze per ridurre quell'isola sotto la loro dominazione: Alessio Imperadore avvisato della mossa di Roberto, tosto fece apparecchiar un'armata per reprimerlo; e quindi cominciò fra questi due Principi una guerra sì crudele, che ebbe avvenimenti sì grandi che spinsero la Principessa Anna Comnena figliuola dell'Imperadore Alessio a tesserne l'istoria, nella quale, con tutto che cercasse ingrandire le gesta di suo padre, non potè però parlare di Roberto, se non con elogi d'estremo valore e fortezza. E condennandomi il mio istituto a tralasciare sì illustri avvenimenti, rimetto i curiosi all'istoria di questa Principessa, ed a ciò che Malaterra e Guglielmo Pugliese ne scrissero. In breve dopo aver Roberto espugnata la città di Durazzo si rese padrone di quell'isola, ed aspirando a cose maggiori, spinse da poi le sue conquiste nella Bulgaria, facendo tremare tutto quel paese del suo nome fino alle porte di Costantinopoli.

Mentre che questo glorioso Eroe era intrigato in questa guerra con Alessio Comneno, ebbe pressanti e calde lettere dal Pontefice Gregorio[327], il quale nell'istesso tempo, che si rallegrava delle sue vittorie che riportava in Oriente, gli esponeva l'urgente bisogno che avea la Sede Appostolica del suo soccorso, e lo stato lagrimevole in cui trovavansi per le forze d'Errico. Il Duca era stato fin da che partì da Otranto avvisato de' sforzi d'Errico, il quale non essendo ancor partito da quella città, gli avea mandati Ambasciadori per tirarlo dalla sua parte; ma Roberto rimandatine tosto gli Ambasciadori, n'avea anche avvisato il Papa, con sentimenti sì obbliganti, sino a dichiararsi, che se non fosse già seguito l'imbarco delle sue truppe, l'avrebbe egli medesimo condotte alla volta di Roma; ma con tutto che lo stato de' suoi affari lo chiamassero necessariamente altrove, non perciò lasciava di raccomandar gl'interessi della Santa Sede al Conte Roberto suo nipote, ed al Conte Girardo suo grande amico[328].

Ma ora ch'erasi disbrigato dalla conquista di Corfù, e che in Bulgaria avea portate le sue vittoriose armi, avendo intesa l'urgenza del bisogno, con tutto che si trovasse nel colmo delle sue conquiste, le interruppe per girne a prestar al Papa quell'aiuto, che gli avea promesso: e lasciando il governo della armata al suo figliuolo Boemondo ed al Conte di Brienna, ripassò in Italia sopra due vascelli con un piccolo numero delle sue genti, e venne ad approdare in Otranto.

Per bramoso ch'e' si sentisse di marciare immantinente verso Roma, non potè farlo sì presto, e si contentò mandare al Papa una grossa somma di denaro, aspettando che fossero terminati nella Puglia gli affari, che richiedevano indispensabilmente la sua presenza; poichè alcune città, presa l'opportunità della sua lontananza, aveano proccurato sottrarsi dal suo dominio, e poco dopo la sua partenza da Otranto, gli abitanti di Troia e d'Ascoli, aveano incominciato i primi ad ammutinarsi, ricusando di pagar i tributi al suo figliuolo Ruggiero, ed alcune altre città, e molti Baroni aveano seguitato questo malvagio esempio, e nel tempo medesimo ch'egli sbarcava in Otranto, Goffredo Conte di Conversano andava ad assediare la città d'Oria. Ma appena vi giunse il Duca, che dissipò gli Assalitori, i quali abbandonando l'impresa si diedero alla fuga. Colla stessa facilità, colla quale fece togliere l'assedio d'Oria, punì la città di Canne, distruggendola interamente, per essersi ammutinata con più ostinazione dell'altre. Queste gloriose spedizioni acchetarono ne' suoi Stati tutti i movimenti sediziosi, che dianzi erano surti.

Nulla più avrebbe impedito d'andare a Roma, se non Giordano Principe di Capua. Questo Principe, avendo, come si disse, preso il partito d'Errico contro del Papa, signoreggiava la Campagna colle sue truppe, onde bisognava a Roberto, per passare in Roma, di toglier quest'ostacolo: ma questo valoroso Campione non solo fugò le nemiche truppe, ma portò l'assedio alla città d'Aversa per ridurla nelle sue mani. Giordano però difese la Piazza valorosamente; onde Roberto vedendo che non così presto poteva sperarsene la resa, sollecitando il Papa il soccorso, abbandonò l'assedio, ed in Roma portossi, ove trovò Gregorio strettamente assediato nel castello di S. Angelo, nell'istesso tempo che l'Imperadore e 'l suo Antipapa facevano tranquillo soggiorno nel Palagio di Laterano. Errico che si trovava in Roma con piccolo presidio, pensò uscir dalla città; Roberto all'incontro cinse Roma colla sua armata, e accostatosi sul bel mattino alla Porta di S. Lorenzo, che vide esser men guardata delle altre, fece appoggiar le scale alle mura, e montandovi sopra, aprì immantenente a tutta l'armata le porte. Ella passò senza difficoltà per le strade di Roma, e giunta al castel di S. Angelo, cavò fuori il Papa, e lo condusse onorevolmente al Palagio di Laterano[329].

I Romani del partito d'Errico restarono sorpresi d'una così valorosa azione; e quantunque da poi ripreso un poco di coraggio, avessero proccurato di ordire contro i Normanni una congiura, tosto Roberto v'accorse, e la ripresse in guisa, che i Romani costernati, risolvettero cercar pace al Papa, che loro la concedette.

Il famoso Guiscardo disbrigato da sì gloriosa impresa e sedati i tumulti, fece da poi uscir di Roma le sue truppe per ritornar in Puglia; ma Gregorio non fidandosi ancora de' Romani, e temendo d'esporsi un'altra volta a' loro insulti, risolvette di seguire l'armata de' Normanni ed il Duca Roberto. Partissi intanto egli da Roma seguitato da' Cardinali e da un gran numero di Vescovi, e fermatisi per alquanti giorni nel monastero di Monte Cassino, ove dall'Abate Desiderio furono splendidamente trattati, ritirossi in Salerno, senza voler giammai ritornar più in Roma, la cui fedeltà gli fu sempre sospetta.

§. I. Investitura data da Gregorio VII al Duca Roberto.

In questo viaggio, che fece il Papa col Duca Roberto, fu rinovata da Gregorio l'investitura, che questo Principe da Niccolò II, e da Alessandro suoi predecessori avea avuto del Ducato di Puglia e di Calabria e di Sicilia, la qual si legge nelle Epistole[330] decretali di questo Pontefice, e porta la data di Cepperano, luogo, che si rendè poi celebre, per lo tradimento, che quivi il Conte di Caserta fece al Re Manfredi. In questa investitura è da ammirare la fortezza dell'animo, e intrepidezza d'Ildebrando, il quale non ostante i così segnalati e recenti beneficj, che avea ricevuti da Roberto, non volle però acconsentire, con tutto che si trovasse in mezzo dell'esercito de' Normanni, di ampliare l'investitura al Principato di Salerno, al Ducato d'Amalfi, e parte della Marca Firmana, che avea Roberto conquistato dopo l'investitura di Papa Niccolò, e che allora possedeva; ma solamente volle investirlo di ciò che i suoi predecessori Niccolò ed Alessandro aveanlo investito, lasciando sospesa l'investitura per quest'altri luoghi.

E perchè per quest'atto non s'inferisse pregiudicio alle pretensioni delle parti, ciascuna espressamente riserbossi le sue ragioni. Roberto nel giuramento di fedeltà, che diede a Gregorio, promettendo d'aiutare la Sede Appostolica, e di difendere la regalia e le terre di S. Pietro contro tutte le persone, nè invaderle, nè cercare d'acquistarle, ne eccettuò espressamente Salerno, Amalfi e parte della Marca Firmana, sopra le quali, com'e' dice, adhuc facta non est diffinitio. All'incontro Gregorio nell'investitura dichiarò solamente investirlo di ciò, che i suoi predecessori Niccolò ed Alessandro gli avean conceduto, soggiungendo, de illa autem terra, quam injuste tenes, sicut est Salernus, et Amalphia, et pars Marchiae Firmanae, nunc te patienter substineo in confidentia Dei omnipotentis, et tuae bonitatis, ut tu postea exinde ad honorem Dei, et Sancti Petri, ita te habeas, sicut et te agere, et me suscipere decet, sine periculo animae tuae, et meae. Ciò che mostra quanto fosse accorto questo Pontefice, il quale nell'istesso tempo, che lasciava in sospeso Roberto, volle tenerlo anche a freno, per lo bisogno nel quale lo lasciava di lui, e de' successori suoi per aver di questi luoghi l'investitura; e di vantaggio volle mostrare essere de' soli Pontefici romani dare e togliere gli Stati altrui, e di giustificare o riprovare le conquiste de' Principi secolari a lor voglia, riputandogli giusti o ingiusti a lor talento; trovando ancora un mezzo assai ingegnoso tra gli acquisti giusti ed ingiusti, cioè di sostenere gli ingiusti possessori in confidentia Dei omnipotentis, acciochè, siccome coloro si portavano colla Chiesa romana, così i Papi si regolassero di dichiarargli giusti o ingiusti Conquistatori.

E vedi intanto a ch'era giunta in questi tempi l'autorità de' romani Pontefici, e la stupidezza de' Principi del secolo, i quali per timore ch'essi aveano delle censure, per tema di non essere deposti, ed assoluti i loro vassalli da' giuramenti, non si curavano dipendere dal loro arbitrio, e riconoscere in essi tanta autorità, per non vedere in sedizioni e ruine sconvolti i loro Stati, atterriti dall'esempio pur troppo recente dell'Imperador Errico, che avea veduto ardere di crudel guerra la Germania, perch'ebbe poco amico Gregorio.

CAPITOLO VI. Conquiste del Duca Roberto in Oriente: sua morte, seguita poco da poi da quella di Gregorio VII.

Mentre che Roberto impiegava con tanta utilità le sue armi in Italia in servigio della Sede Appostolica; veniva dall'altra parte ricompensato di molti successi felici, che l'illustre Boemondo suo figliuolo si proccurava in Oriente. Questo valoroso Campione nell'istesso tempo che suo padre ebbe la gloria di fugare in Roma l'Imperador d'Occidente, venendo a battaglia con Alessio Comneno, ebbe anche la gloria di fugare in Bulgaria l'Imperadore d'Oriente.

La novella ch'ebbe Roberto di questa vittoria riportata da Boemondo sopra l'Imperadore Alessio, l'invogliò a passare di bel nuovo in Oriente per compiere ciò che suo figliuolo, vi avea sì felicemente incominciato. Egli dopo aver dati providi ordini a' suoi Ufficiali per lo governo di questi Stati che lasciava in Italia, si mise in mare con una flotta considerabile, portando seco l'altro figliuolo Ruggiero, e molti altri Baroni principali; ed andò ad incontrare la flotta dei Greci, che era di forze non inferiore alla sua, essendosi unita a quella de' Veneziani infra l'isole di Corfù e di Cefalonia. Si combattè con tanto valore, che i Greci invece di stargli a fronte, si diedero alla fuga, e lasciarono la flotta de' Veneziani affatto sola: allora i Normanni mandate a fondo molte galere, dissiparono l'armata nemica, e facendovi più di duemila e cinquecento prigionieri, trionfarono questa seconda volta de' loro nemici in Oriente[331]. Ma per una grave corruzione d'aria accaduta in quell'orrido inverno, che obbligò far riposare le sue truppe, s'attaccò nell'armata un'infermità così contagiosa, che menò a morte più di diecimila persone, e la più bella parte di quella: Boemondo ne fu sì violentemente attaccato, che non si trovò altro rimedio, che di farlo ripassar in Italia per prendere un'aria migliore: e vi è chi scrisse[332], che questa malattia di Boemondo fosse stato effetto della malvagia volontà di Sigelgaita sua madrigna, la quale avea risoluto farlo morire, temendo che questo Principe non togliesse a Ruggiero suo proprio figliuolo, dopo la morte del Duca, i Stati di Puglia e di Calabria. Non si sono trattenuti ancora di dire, che Sigelgaita, essendosi scoverta tanta enormità dal Duca suo marito, per sospetto che avea, che il Duca se ne fosse vendicato, avesse disegnato ancora d'avvelenarlo, e che l'anno seguente avendolo eseguito, se ne fosse fuggita col suo figliuolo Ruggiero, e con gli altri Signori ch'erano del suo partito, per mettere in possesso Ruggiero degli Stati d'Italia in pregiudizio di Boemondo. Checchè ne sia (poichè gli Autori, che hanno scritto nel tempo, e nel paese stesso, ove regnavano i Normanni, rapportano cose affatto contrarie della Duchessa Sigelgaita) da poi che Boemondo fu partito, il Duca inviò il suo secondogenito Ruggiero ad assediar Cefalonia, ch'erasi poc'anzi da lui ribellata.

Ma ecco, mentre questo invitto Eroe era tutto intento a quell'impresa, assalito il Duca nel mese di luglio da una febbre ardente fu costretto per curarsene a ritirarsi in Casopoli, picciol castello posto nel promontorio dell'isola di Corfù. Vi accorse immantenente Sigelgaita, ma intanto l'ardore della febbre era divenuto sì violento, che ben tosto nell'età sua di 60 anni lo privò di vita.

Sarà quest'anno 1085 sempre al Mondo memorando per l'infelice e luttuosa morte di quest'Eroe, e di due altri gran personaggi d'Europa. Fu infausto per i Normanni per la grave perdita di Roberto Guiscardo. Fu luttuoso per la Chiesa di Roma per la morte del famoso Ildebrando. E fu deplorabile per la Gran Brettagna per la perdita del celebre Guglielmo il Conquistatore Duca di Normannia, e Re d'Inghilterra[333].

La morte di Roberto sparsa fra le truppe normanne in Oriente, pose in tale costernazione l'armata, che non s'attendeva ad altro che a piangerlo; onde Sigelgaita ed il suo figliuolo Ruggiero s'affrettarono a portar il corpo del Duca in Italia. Giunti in Otranto, s'accorsero, che già cominciava a putrefarsi, il che fece risolvergli a lasciar in quella città il cuore e l'interiora, e dopo aver di bel nuovo imbalsamato il resto del corpo, lo trasportarono in Venosa, luogo della sepoltura degli altri Principi normanni. La città di Venosa, secondo che rapporta Guglielmo Pugliese[334] (il quale qui termina i cinque libri del suo Poema latino) non meno per li natali d'Orazio, che per serbare le tombe di tanti illustri Capitani, deve andarne altiera e superba sopra tutte l'altre città della Puglia. Quivi ancora riposano oggi giorno le ceneri di questo Eroe, che meritamente lo possiamo soprannominare il Conquistatore. Egli non ha dovuto che al suo valore ed alla sua industria il vantaggio d'esser passato da semplice Gentiluomo al numero de' Sovrani e d'un Sovrano il più temuto d'Europa, capace non solo ad imprendere contro i Principi più potenti del Mondo del suo tempo, ma ancora di vincergli, e di dar loro legge. Le virtù sue e le sue perfezioni del corpo e dell'animo furono così ammirabili, che i suoi più grandi inimici, come fu la Principessa Anna Comnena, ancorchè secondo il solito fasto dei Greci parlasse con disprezzo de' suoi natali, non è però che non l'attribuisca tutte quelle eminenti qualità, che si richiedono por acquistare il titolo di Conquistatore. E quantunque queste sue grandi azioni andassero accompagnate da soverchia ambizione di dominare, che sovente l'obbligò ad usar crudeltà e dissimulazioni, questi son soliti difetti, da' quali niun Conquistatore al Mondo ne fu, o ne potè esser lontano. Del resto egli colla sua pietà verso la religion cristiana, colli considerabili ajuti che prestò alla Chiesa romana, colla munificenza che praticò con molte Chiese, e singolarmente col monastero Cassinense, seppe ben coprire appresso il volgo questi difetti, che per altra parte venivan difesi appresso gli uomini di Mondo colle massime dell'umana politica.

Regnò Roberto sotto il nome di Conte di Puglia e di Calabria quattro anni; sotto quello di Duca dodici; e quattordici sotto nome di Duca di Puglia, Calabria, di Sicilia, e di Signor di Palermo. Visse in Italia dal 1047 insino al 1085 anni trentanove; e lasciò da due mogli due figliuoli maschi. Alcuni rapportano, che perchè tra' suoi figliuoli non si disputasse della successione de' Stati che lasciava, avesse nel suo testamento lasciata la Sicilia a Ruggiero suo fratello, della quale già in vita ne l'avea investito con titolo di Conte. A Boemondo suo primogenito tutto ciò che avea conquistato nell'Oriente. Ed al secondogenito Ruggiero natogli da Sigelgaita il Ducato di Calabria, il Principato di Salerno, e tutto ciò che possedeva in Italia. Rapportano ancora, che intanto avesse trattato meglio il secondo figliuolo del primo, così perchè nel far questo suo testamento si trovò presente Sigelgaita, che proccurò gli avanzi di suo figliuolo, posponendo il figliastro, come perch'essendo nato Boemondo dalla prima moglie, ch'egli suppose non esser legittima, per esser sua parente, riputava esser meglio nato Ruggiero, che Boemondo, e perciò antepose questi a quello. Ma, o che non avesse egli fatto testamento, come alcuni ne dubitano, o che questi suoi figliuoli non fossero contenti di quello; Ruggiero e Boemondo pretendevano ugualmente di succedere, ed ebbe ciascuno considerabili fazioni. Ma l'accortezza di Sigelgaita, impegnando a favor del proprio figliuolo Ruggiero Conte di Sicilia suo zio, fece che il partito di costui restasse il più forte; onde succeduto al Ducato di Puglia e di Calabria, ed a tutti gli altri Stati d'Italia conquistati da Guiscardo, cominciò egli ad amministrare queste province[335]. Ed avendo in oltre Ruggiero Conte di Sicilia mantenuto con esso lui più strette alleanze, che con Boemondo, per affezionarselo di vantaggio, gli cedette ancora molte Piazze della Calabria, che il Duca Guiscardo avea al Conte di Sicilia riserbate. Così dichiaratosi manifestamente il Conte del partito di Ruggiero, in tutte le occasioni s'affaticò di sostenerlo contro gli sforzi di Boemondo, il quale spesse volte, ma sempre inutilmente, tentò di sturbare i suoi Stati.

Fu memorabile ancora quest'anno 1085 per la morte accaduta in Salerno del famoso Ildebrando: morte per la Chiesa romana pur troppo luttuosa e deplorabile. Ella perdette un Papa il più forte ed intrepido di quanti mai ne fiorirono in tutti i secoli: egli non si curava punto d'esporsi a' più evidenti pericoli, ove vi correva il rischio della sua stima, e sovente della libertà, per difendere contro i maggiori Re della Terra, e Monarchi del Mondo quelle prerogative e preminenze ch'e' riputava appartenersi alla Sede Appostolica; e persuaso che tutto ciò, ch'intraprendeva fosse appoggiato a fondamenti giustissimi, rendevasi per ciò più animoso e forte sopra i Principi stessi. Egli fu che alzando il suo pastorale sopra scettri e Corone, come se l'esser Capo della Chiesa universale, portasse ancora con se esser Monarca del Mondo, e Re de' Re, ed Imperadore degl'Imperadori, trattava i Principi e gl'Imperadori stessi con tanto strapazzo ed alterigia, che non si ritenne di scomunicargli, di deporgli da' loro Stati, trasferirgli in altre Nazioni, e sciorre i vassalli dalla loro ubbidienza.

E mostrando esser persuaso di poterlo fare, nè moversi se non per zelo di giustizia, e per difesa della Sede Appostolica, acquistò appresso molti gran plauso di zelante e di pio, di uomo ripieno di religione, giusto, dotto Canonista, e buon Teologo, e difensore intrepido de' diritti e libertà ecclesiastiche. Alle quali cose aggiungendo alcune altre virtù, delle quali era adorno, come d'una vita austera, e d'indefessa applicazione agl'interessi di quella Sede, d'un animo misericordioso verso i poveri, di prender la difesa degli oppressi, e di proteggere gl'innocenti, acquistonne fama di Santo; tanto che sebbene avesse di se lasciata presso alcuni Scrittori suoi contemporanei fama diversa, dandogli alcuni il titolo di novatore, d'ambizioso, di crudele, senza fede, altiero, di perturbatore de' Regni e di province, d'autor di sedizioni, di morti e di crudeli guerre, e d'aver voluto stabilire un dominio insoffribile nella Chiesa, tanto sopra lo spirituale, quanto sopra il temporale; non sono mancati però altri, secondo che le fazioni portavano, di averlo per un Pontefice tutto zelo per il servizio di Dio, tutto saggio, tutto pio e misericordioso: e che avendo con rara unione insieme accoppiato alla santità de' costumi la fortezza e l'intrepidezza d'animo, sopra tutti i Principi della terra, abbia trovato negli ultimi nostri tempi chi[336] l'abbia dato il soprannome di Grande, non altrimente di ciò che fu appellato Gregorio I, detto Magno. Ma niun altro più meglio, e più al vivo ci diede il ritratto di questo Pontefice, quanto quel giudizioso dipintore che lo dipinse nella Chiesa di S. Severino di Napoli. Vedesi quivi l'immagine di questo Papa, tra le altre de' Pontefici dell'Ordine di S. Benedetto, avere nella sinistra mano il pastorale co' pesci, nella destra, alzata in atto di percotere, una terribile scuriada, e sotto i piedi scettri e Corone imperiali e regali, in atto di flagellargli. E dopo avere così mostrato essere stato Gregorio il terrore, ed il flagello de' Principi, e calpestare scettri e Corone, volendo ancora far vedere, che tutto ciò poteva ben accoppiarsi colla santità e mondezza de' suoi costumi, sopra il suo capo scrisse in lettere cubitali queste parole: Sanctus Gregorius VII.

CAPITOLO VII. Boemondo travaglia gli Stati di suo fratello; Amalfi e Capua si sollevano; ed origine delle Crociate.

La morte di Gregorio portò disordini grandissimi alla Chiesa di Roma, poichè imbarazzati i Romani nell'elezione del successore, a cagion che l'Antipapa Gilberto s'era impadronito d'alcune chiese di Roma, e voleva farsi riconoscere per legittimo Papa: finalmente dopo un anno si determinarono eleggere per successore Desiderio celebre Abate Cassinense, secondo ciò che Ildebrando istesso avea consigliato che dovendosi ricercare per li bisogni della Chiesa un Papa, che avesse mano co' Principi del Mondo, non s'appartassero da Desiderio. Ma questi s'oppose in maniera, e con tal resistenza, che finalmente quasi per forza, e suo malgrado lo acclamarono Papa sotto il nome di Vittore III. Ma repugnando egli ostinatamente, fu di mestieri che si ragunasse in Capua un Concilio, ove furono anche invitati i Principi normanni, perchè s'impiegassero a far accettare il Ponteficato a Desiderio. Fu in quest'occasione l'opra di Ruggiero Duca di Puglia così efficace, che ridusselo ad accettare; e condottolo in Roma, tolsero a forza a Gilberto la chiesa di S. Pietro, e fecero ordinar Vittore. Ugone Vescovo di Die Legato di Gregorio VII e promosso all'Arcivescovado di Lione, pretendeva parimente il Ponteficato; e fu uno di coloro, che più fortemente si opposero all'ordinazion di Vittore. I Romani del partito di Gilberto si posero di nuovo in possesso della chiesa di S. Pietro, e dopo molti atti di ostilità, Vittore fu costretto a ritirarsi nel suo monastero di Monte Cassino, del quale uscì nel mese d'agosto per tenere un Concilio in Benevento, composto di Vescovi della Puglia e della Calabria, nel quale fece un discorso contro Gilberto, e di nuovo scomunicollo. Vi scomunicò parimente l'Arcivescovo di Lione, e 'l Vescovo di Marsiglia, e vi rinovò i divieti di ricevere le Investiture de' beneficj per le mani de' Laici. Ma nel tempo, in cui tenevasi questo Concilio, Vittore infermossi, il che l'obbligò a tornarsene in fretta a Monte Cassino, dove morì il dì 16 di settembre di questo anno 1087, dopo aver destinato Ottone Vescovo d'Ostia per suo successore.

Ricadde per tanto per la morte di Vittore di bel nuovo la Chiesa romana in angustie per l'elezione del successore; finalmente i Romani elessero per Papa Ottone, ch'era un Francese di Chastillon della diocesi di Rems, il quale tolto dal monastero di Clugnì per essere Cardinale, avea prestata una gran servitù a Gregorio VII, che l'avea inviato Legato in Alemagna contro Errico. Fu eletto in un'Adunanza di Cardinali e di Vescovi tenuta in Terracina, e nomato Urbano II.

Questo Papa sopra tutti gli altri fu il più ben affezionato a' Normanni; egli vedendo che Boemondo mal soffriva, che Ruggiero suo fratello si godesse tanti Stati in Italia, e che ritornato in Otranto avea mossa per ciò nuova guerra al fratello, si frappose fra loro, e gli accordò con queste condizioni, che Boemondo, oltre di quello che possedea, avrebbe di più la città di Maida e di Cosenza, ma da poi commutarono queste città, ed a Boemondo in cambio di Cosenza si diede Bari, rimanendo Cosenza al Duca Ruggiero. Portossi in quest'anno 1089 Papa Urbano in Melfi[337] coll'occasione di celebrarvi un Concilio, ove espose il progetto della gran Crociata, e fu conclusa la lega contro gl'Infedeli: il Duca Ruggiero ivi andò ad onorarlo, e da Urbano fugli confermata l'Investitura, siccome i suoi predecessori aveano fatto a Roberto di lui padre[338].

Intanto essendogli ribellata Cosenza, il Duca ricorse al Conte di Sicilia suo zio, il quale tosto la ridusse; ed allora fu che Ruggiero, riconoscente di tanti beneficj ricevuti dal zio, gli donò la metà della città di Palermo, ove il Conte d'allora cominciò a farvi innalzare il castello, che oggi giorno s'appella il Palazzo regio[339]. Così regnando l'uno Ruggiero in Sicilia, l'altro in Puglia, vennero a stabilirsi col volger degli anni questi due Regni, che fra lor divisi, ciascuno colle sue proprie leggi ed istituti, e co' proprj Ufficiali si governavano.

Il Conte Ruggiero, il quale, per la morte di due suoi figliuoli, Goffredo e Giordano, erasi renduto padre infelice al Mondo, ebbe, in quest'anno 1093, la gioja di veder nascere dalla Contessa Adelaida sua moglie un altro figliuolo, che Simone appellossi: ciò che lo mise in istato di poter passare più deliberatamente in Calabria per reprimere un nuovo tumulto, che cominciava a surgere nella sua famiglia.

Il Duca Ruggiero suo nipote avea fatta un'illustre alleanza in isposandosi Adala nipote di Filippo I, Re di Francia, e figliuola di Roberto Marchese di Fiandra[340]. Egli n'avea avuti due figliuoli, Guglielmo e Luigi, che doveano essere suoi successori. Ma essendosi il Duca non molto tempo da poi ammalato gravemente in Melfi, erasi sparso ancora rumore che fosse morto. Boemondo che allora dimorava in Calabria, non aspettò altri riscontri: immantenente prende le armi, ed invade le terre di suo fratello, protestando nientedimeno, che lo faceva in favore de' figliuoli del Duca, insino a che fossero in età di governare. Il Conte di Sicilia, che ebbe questo zelo per sospetto, e che si sdegnò perchè osasse di dar questi passi senza consigliarnelo, v'accorse con una potente armata, e subito che vi fu giunto, obbligò Boemondo a ritirarsi. Intanto il Duca essendosi riavuto con perfetta salute contro ogni speranza, Boemondo si portò incontanente in Melfi per dimostrargliene gioja, e per rimettergli tutto il paese, di cui erasi impadronito, giustificando quanto gli fu possibile la condotta, ch'egli avea tenuta.

Ma non finirono qui le turbolenze; un'altra assai più pericolosa se ne scoverse in Amalfi. Il Duca Ruggiero, fidando troppo de' Longobardi per la considerazione di Sigelgaita sua madre ch'era di questa Nazione, come quella che fu sorella dell'ultimo Principe di Salerno, non faceva difficoltà di commettere il governo delle sue Piazze a' Longobardi stessi, a' quali egli e suo padre l'avean tolte: fra l'altre diedero Amalfi in guardia de' Comandanti longobardi, i quali vollero ben tosto profittare de' disordini accaduti poco prima in Cosenza; poichè applicati il Duca ed il Conte suo zio a reprimere la fellonia de' Cosentini, essi cacciarono da Amalfi tutti i partegiani del Duca, e trapassando ad aperta ribellione, ricusarono di ricevere lui medesimo. Il Duca fortemente irato di tanta fellonia, per ridurre la città, pensò allettar Boemondo suo fratello, pregandolo a prestargli soccorso, siccome questo Principe lo fece con tutta la sua milizia, che dalla Puglia e dalla Calabria teneva raccolta: invitò il Duca anche Ruggiero Conte di Sicilia a soccorrerlo; ed in fatti in quest'anno 1096 venne il Conte con ventimila Saraceni, e con infinita moltitudine di altre Nazioni a porre l'assedio ad Amalfi[341]. La Piazza fu investita da questi tre Principi con tutte le loro forze, e l'assedio fu così stretto, che se non fosse stata l'impresa attraversata da congiunture assai strane, certamente Amalfi si sarebbe resa.

Ciò che l'obbligò a scioglier l'assedio fu una nuova impresa che si offerse a Boemondo ed a' suoi soldati, i quali scordatisi dell'impegno nel quale erano, in un subito si voltarono altrove. Fu ciò la pubblicazione delle prime Crociate, l'invenzion delle quali devesi ad Urbano II primo lor autore[342]. Questi nell'anno 1095 avendo ragunato in Francia nella città di Chiaramonte un Concilio, animò tutti i Principi d'Europa all'impresa di Terrasanta, e fu tanto l'ardore di questi Principi, stimolati anche dal solitario Pietro, che posero, per accingersi a sì gloriosa impresa, in iscompiglio tutta l'Europa; ma sopra tutte le altre province, l'Italia e la Francia abbondò di gente, che anelavano di farsi crocesignare, e di prender l'armi per quest'espedizione. S'armarono il Grande Ugone fratello di Filippo I, Re di Francia, Roberto Duca di Normannia. Goffredo Buglione Duca di Lorena, ed i Conti di Fiandra e di Tolosa. Ma fra i nostri Principi normanni, Boemondo col suo nipote Tancredi figliuolo del Duca Ruggiero natogli da Alberada sua prima moglie, come scrivono Pirri ed il Summonte (poichè Orderico Vitale[343], e l'Abate della Noce[344] portano Tancredi figliuolo d'una sorella di Boemondo) furono i più accesi per quest'impresa. Boemondo, sia stato vero zelo o dolore di non essere abbastanza distinto in Italia, ovvero per disegno di continuare le conquiste che avea cominciato con suo padre in Oriente, immantenente lasciato l'assedio d'Amalfi, si mise la Croce rossa sopra i suoi abiti, e fattosi recare dei mantelli di porpora, con gran apparecchio in minuti pezzi dividendogli, ne segnò anche i suoi soldati. Il suo esemplo, e la cura che si prendeva a promovere questa sua divozione, fece sì che a lui ed a Tancredi si unisse un gran numero di gente per seguirgli in quest'impresa. Furon seguiti sopra tutti gli altri da molti Pugliesi, Calabresi, Siciliani, e d'altre regioni d'Italia, tanto che tosto ne fu composta una grossa armata, e fecegli giurare con esso lui sul campo di non fare niuna guerra contra de' Cristiani infino, che non si fosse conquistato il paese degl'Infedeli. Il Duca Ruggiero, il quale si vide così ad un tratto abbandonato in Amalfi, e che la nuova Crociata gli avea tolta la più bella parte delle sue truppe, fu necessitato con gran rammarico e indignazione contra Boemondo, col quale non valsero rimproveri nè scongiuri, coprendosi sotto il manto della religione, e del zelo, a togliere l'assedio per avanzato che si fosse. Il Conte Ruggiero vedutosi ancora abbandonato da' suoi, non potendogli impedirgli per un'espedizione così speziosa, s'ebbe pazienza, e pien di mestizia tornossene in Sicilia[345]. All'incontro Boemondo e Tancredi messisi alla testa de' loro Pugliesi e Calabresi, e d'infinito numero d'altre Nazioni, imbarcatisi in Bari cominciarono a navigare verso Oriente. Il nostro incomparabile Torquato nel suo divino poema, valendosi di quella licenza a' Poeti concessa, fa Tancredi Capitano di ottocento uomini a cavallo, che finge aver seco condotti dalla Campagna felice presso Napoli; ma in questi tempi nè a Boemondo, nè a Tancredi ubbidiva questa regione; tanto è lontano che quindi avesse potuto raccorgli. La Campagna felice in gran sua parte allora era al Ducato napoletano sottoposta, che si reggeva da Sergio Duca e Console sotto l'Imperador Alessio Comneno. Solo Aversa nuova città era in potere de' Normanni, ma d'altro genere, come si è detto, non già della razza di Tancredi Conte d'Altavilla, di cui discendevano Boemondo e Ruggiero. E Capua in questo mentre trovavasi essersi già ribellata da' Principi normanni; poichè morto in Piperno nell'anno 1090 il Principe Giordano, ancorchè avesse lasciato Riccardo suo figliuolo di tenera età per successore al Principato[346], nulladimanco i Longobardi capuani, subito che furono avvisati della morte di Giordano, cospirarono contro Riccardo, e contro la Principessa sua madre; ed avendosi poste in mano le Fortezze della città, ne discacciarono tutti i Normanni; tanto che fu d'uopo a Riccardo, ed a sua madre per asilo ricovrarsi in Aversa, ove si trattennero insino che dal Duca di Puglia, e da Ruggiero Conte di Sicilia, non furono soccorsi, e restituiti in Capua.

Questo famoso Eroe dapoi che si levò dall'assedio di Amalfi, ritornato in Sicilia, non pensava ad altro, che di stabilire più fermo il dominio nella sua famiglia con illustri parentele. I più grandi Principi della Cristianità ricercavano a gara la sua amicizia e la sua alleanza. In fatti erano già quasi due anni, che la sua prima figliuola nell'anno 1093 era stata ricercata da Filippo I Re di Francia, e la seconda nell'anno 1094 fu sposata a Corrado figliuolo dell'Imperador Errico III. Questo Principe per le discordie di Errico suo padre con i romani Pontefici, fu da costoro stimolato a lasciare il partito di suo padre, e non bastandogli d'essersi attaccato al contrario, arrivò a tal estremità, che non fu punto difficile di movere apertamente contro il padre le armi; e portatosi in Italia, col favore del Pontefice, occupò molti luoghi, che dependevano dall'Imperio, e da lui sottratti ad Errico. Il Pontefice Urbano e la Contessa Matilda, non trovando miglior modo per mantenerlo, proccurarono farlo entrare nella famiglia del Conte di Sicilia, con fargli sposare la costui figliuola, perchè lo sostenesse contro gli sforzi di Errico[347].

Il Re d'Ungheria invidiandogli questa alleanza, due anni da poi mandò Ambasciadori al Conte a dimandargli un'altra figliuola per isposarla ad Alemanno suo figliuolo. Ruggiero non ricusò il partito, e con molta pompa e celebrità fu tosto nel 1097 condotta la Principessa al marito. Questa prosperità sì estraordinaria nella famiglia di Ruggiero, ed i successi tanto illustri del suo Regno gli meritarono il soprannome di Gran Conte, ed intorno a questo tempo cominciò ad usarlo ne' suoi titoli.

Agostino Inveges, oltre a queste ragioni, rapporta, che fu mosso Ruggiero a chiamarsi Gran Conte, perchè egli avea creato Simone suo figliuolo Conte di Butera; e cominciandosi già in Sicilia ad introdursi l'uso de' Feudi e de' Contadi; ed essere decorati di questi titoli i figli, i nepoti e' vassalli del Conte, per distinguersi da costoro, cominciasse a sottoscriversi con questo nuovo titolo Magnus Comes Calabriae, et Siciliae.

Ma ciò che maggiormente fece rilucere la potenza di Ruggiero G. Conte di Sicilia, fu l'impresa di Capua. Riccardo figliuolo di Giordano, che discacciato da Capua, erasi ritirato in Aversa, non potendo per se solo ricuperar Capua, lo richiese di soccorso, e della sua protezione: promettendogli, in riconoscenza di questo importante aiuto, di farsi suo uom ligio, e fargli omaggio de' suoi Stati[348].

Ed aggiunge Malaterra[349], che Riccardo oltre la promessa fatta di prestargli omaggio, in ricompensa gli avesse anche offerta Napoli, la qual città dovea ancora conquistarsi. E molto a proposito avverte Inveges, che non si sa donde nascesse a Riccardo questa ragione di così disporre di Napoli, che in questi tempi si governava da' suoi propri Duchi in forma di Repubblica. Il Conte non fu insensibile a queste offerte; poichè tosto unendo una sua armata, venne verso Capua, ove il Duca di Puglia suo nipote, e Riccardo eransi già uniti per assediarla: egli prima di cominciar l'assedio fece predare tutta la vicina Campagna: da poi strinse la città minacciando agli abitanti la lor ruina se non si rendessero[350]. In questo, avendo Urbano II inteso il pericolo de' Capuani, venne tosto al campo ov'erano questi Principi per ottenere da essi la pace, ed impedire la rovina di quella città. Egli fu ricevuto magnificamente da que' Principi, i quali consentirono di rimettere i loro interessi nelle sue mani, purchè i ribelli volessero far il medesimo, del che fu avvertito il Papa, che non farebbero punto. Con tutto ciò volle Urbano tentare di ridurgli, ed entrato nella città, ancorchè gli dessero parola di volerlo fare, quando si venne all'effetto, rifiutarono di voler rendere la città a chi si sia. Il Papa pentitosi d'essersi mosso per loro cagione, se ne ritornò indietro, niente curandosi di ciò avrebbe potuto di male accadergli. L'assedio si strinse per ciò più fortemente, ed Iddio in questo punto fece al Conte di Sicilia segnalatissimi favori; poichè la Contessa Adelaide sua sposa, che in quell'impresa avealo seguitato, vi divenne gravida. Si sgravò del parto in Melito di Calabria in decembre di quest'anno 1097, ovvero, come altri rapportano, in febbraio dell'anno seguente, e diè alla luce un figliuolo, il quale fu battezzato per mano di S. Brunone fondatore dell'Ordine de' Certosini, col quale il Conte, per la gran fama che teneva di santità, avea strettissima amicizia, ed egli fu il primo, che stabilì nella Calabria quell'Ordine nascente, di cui si mostrò sempre protettore.

Al fanciullo fu posto nome Ruggiero: quegli che per le famose sue gesta fu il I Re di Sicilia. Errano perciò il Fazello, che scrisse questo Eroe esser nato in Salerno; e Pirri, che anticipando due anni questa nascita, nel 1095 lo dice nato in Sicilia. Il secondo favore, che Ruggiero ricevette dal Cielo per l'intercessione di S. Brunone fu l'essere stato liberato d'un tradimento, che un Greco appellato Sergio, aveagli macchinato; ma l'aver il Conte ripressa questa congiura col sangue de' congiurati, intimorì in guisa gli assediati, che tosto la Piazza fu resa, e restituita al Principe Riccardo: usò gran clemenza co' medesimi secondo il consiglio che glie ne diede il Conte, talmente che si contentò d'eleggere il suo soggiorno in una delle torri più alte della cittadella, ove entrò trionfante; onde ristabilito nel Principato di Capua, riconoscendo quest'importante conquista da' due Ruggieri, fece loro in segno di gratitudine ogni onore, e come uomo ligio giurò loro omaggio.

Questi due Principi spediti da quest'impresa si ritirarono unitamente in Salerno ove si trattennero insieme per qualche tempo. Meditava il Duca di Puglia, sopra le altre città de' suoi dominj in Italia, trasciegliere Salerno per sua sede regia, siccome avea pensato anche Roberto Guiscardo, conquistata che l'ebbe, di costituirla città metropoli, non altramente, che per quello riguarda la politia ecclesiastica, avea fatto il Pontefice Giovanni XIII. Perciò la sua più lunga residenza la faceva in Salerno[351]; il di cui esempio seguirono da poi i suoi successori. Quivi ospiziò il suo zio colla Contessa e col picciolo figliuolo poc'anzi natogli, il quale gli fu successore ne' suoi dominj.

CAPITOLO VIII. Urbano II fa suo Legato il Conte Ruggiero, onde ebbe origine la Monarchia di Sicilia.

Urbano II per congratularsi con questi Principi del buon successo della loro spedizione di Capua, venne a trovargli in Salerno, e volendo in ricompensa di tanti benefizi prestati alla Sede Appostolica, mostrarsi loro grato, creò Ruggiero suo Legato in Sicilia. In quest'anno 1098, ed in questo Congresso fu istromentata quella Bolla, di cui non vi è memoria che sia stata conceduta ad alcun altro Principe della Cristianità, per cui vanta la Sicilia la sua Monarchia, e per cui s'è preteso, che i successori del G. Conte Ruggiero fossero padroni ne' loro Stati, così dello spirituale, come del temporale.

Erasi introdotto costume da' Pontefici romani di spedir loro Legati appostolici in varie province dell'Orbe cristiano; e n'ebbero di varie sorte. Alcuni che erano i più eminenti, ed a' quali era conceduta più ampia e particolar giurisdizione, eran chiamati Legati a latere, poichè dal Concistoro e Collegio de' Cardinali, che sedevano a lato del Pontefice, erano prescelti, e perciò Laterali chiamogli Ivone Carnotense in una lettera[352] ch'e' scrisse a Pascale II. Altri erano o Vescovi, o Diaconi della Chiesa romana, i quali erano destinati dal Pontefice per Legati presso gl'Imperadori o Regi, i quali non aveano altra incumbenza, se non nella Corte di que' Principi di proccurar i negozi della Sede Appostolica, ed invigilare per gl'interessi della medesima, e questi presso gli antichi si dissero Apocrisiarii, ovvero Responsales. Ma fu ancora da poi introdotta un'altra sorta di Legati, che si chiamavano Provinciali. Questi per lo più erano Vescovi o Arcivescovi delle province istesse ove reggevano le loro Cattedre, ai quali come Legati della Sede Appostolica veniva data molta autorità e giurisdizione, e conceduti vari privilegi da potersene valere co' loro provinciali, e sovente la Legazione si dava alla Cattedra, non alla persona. Così l'Arcivescovo d'Arles era Primate e Legato delle Gallie in vigore d'un antichissimo privilegio conceduto a quella sede, e confermato da poi da Ormisda e da Gregorio I, e dagli altri romani Pontefici[353]. Così ancora l'Arcivescovo di Cantorberì era Primate e Legato d'Inghilterra per un privilegio, che Innocenzo II concedè a Teobaldo Arcivescovo di quella città, ed a' suoi successori; onde è che in Inghilterra questi erano appellati Legati nati, come ci testimonia Polidoro Virgilio[354], poichè non alla persona, ma alla Cattedra fu tal privilegio conceduto. Siccome il Vescovo di Pisa, ed i suoi successori, da Gregorio VII furono dichiarati Legati della Santa Sede nell'isola di Corsica.

Si davano ancora queste Legazioni in alcune province dell'Orbe cristiano, non già alle Cattedre, ma alle persone, destinando i Sommi Pontefici certe persone per Legati in vari luoghi. Così Lione il Grande costituì Anastasio Vescovo di Tessalonica Vicario della Sede Appostolica per l'Oriente, e nelle regioni dell'Affrica. Gelasio I, per l'Egitto elesse Acacio. Ormisda per la Betica, e per la Lusitania Salustio Vescovo di Siviglia; e per le Gallie l'istesso Pontefice costituì suo Vicario Remigio di Rems, senza derogare al privilegio dell'Arcivescovo d'Arles: Ormisda istesso elesse il Vescovo Giovanni per tutta la Spagna. Vigilio creò per l'Illirico, il Vescovo di Locrida, siccome fece anche Gregorio I. Martino I costituì Giovanni Vescovo di Filadelfo per Legato nell'Oriente contro i Monoteliti. E sopra tutte le altre province la Francia ebbe molti di questi Legati ne' tempi di Carlo Martello, di Carlo il Calvo, e più ne' tempi ne' quali siamo, sotto Gregorio VII ed Urbano II, tanto che per la frequenza di questi Legati s'estinsero in gran parte le ragioni e preminenze di Legato e di Primate nell'Arcivescovo d'Arles; e non solo i romani Pontefici vi mandavano Legati perchè presiedessero a tutta la Gallia; ma ancora a certe province vi mandavano particolari Legati, come nell'Aquitania, de' quali Alteserra[355] ne rapporta un numero ben grande.

Questi Legati per lunga esperienza si conobbe, che recavano alle Province, ov'erano dirizzati, danni, e molestie insopportabili[356], poichè oltre di scemarsi con ciò l'autorità e la giurisdizione de' Vescovi e de' Metropolitani, traendo a se tutte le cause, e sovente inquirendo e conoscendo delle cause e delitti de' medesimi Prelati, per la loro avarizia e fasto tenevano depressi i Vescovi e tutto l'Ordine ecclesiastico, onde vennero in tanta abbominazione a' provinciali, che ricorsero a' loro Re, perchè vi dessero riparo. Per la qual cosa i Principi d'Europa proccuravano o di non ricevergli affatto, ovvero di non ricevere se non quelli ch'essi volevano. In Inghilterra perciò fu fatta convenzione fra Urbano II col Re Guglielmo, per la quale fu stabilito, che niun Legato si ricevesse in quell'isola, se non colui che voleva il Re[357]. In Francia i loro eccessi furon tali, che finalmente si risolvettero i Vescovi di supplicare il Papa, che gli togliesse affatto per ristoro delle loro diocesi; siccome in fatti ottennero, che non più si mandassero, onde risorse la potestà de' Metropolitani e de' Primati in quella provincia, e si pose quiete in quel Regno. L'Imperador Federico in Alemagna con suo editto ordinò, che non si ricevessero affatto. Nella Scozia vi è legge stabilita nel 1188 approvata da' Pontefici Clemente III, Innocenzio III ed Onorio III che proibisce poter alcuno ivi esercitare il diritto di Legazione, se non fosse Scozzese; ed il simile si legge per le Spagne.

Nell'isola di Sicilia pur i Papi aveano in usanza crear questi Legati; e si legge[358] che sin da' tempi di Gregorio I avesse questo Pontefice creato Massimiano Vescovo di Siracusa Legato di Sicilia, concedendo questa prerogativa alla sua persona, non già alla Cattedra[359]. Nemmeno ne furono esenti quest'istesse nostre province, ancorchè tanto a Roma vicine; poichè nella Cronaca di Lione Ostiense[360] si legge, che Niccolò II, dopo aver fatto Cardinale Desiderio celebre Abate Cassinense, lo creò ancora suo Legato in tutta la Campagna, nel Principato, nella Puglia e nella Calabria, se bene la sua autorità fossegli stata ristretta sopra tutti i monasteri e Monaci di quelle province come si scorge dalle parole del privilegio, che rapporta ivi l'Abate della Noce.

Urbano II adunque, volendo in questi tempi, ciò che i suoi predecessori avean prima fatto, rinovar l'usanza di crear in Sicilia un Legato, vi nominò il Vescovo di Traina. Non ben s'intese da' Siciliani questo fatto, e molto più se n'era offeso il Conte Ruggiero, il quale essendosi così ben distinto per tanti segnalati servigi prestati alla Santa Sede, con aver discacciati i Saraceni infedeli da quell'isola, tolte tutte le Chiese al Trono costantinopolitano, con restituirle al romano, e soccorsa la Chiesa nelle maggiori sue calamità, riputava non dover meritare questa ricompensa. In questo Congresso tenuto in Salerno se ne dolse col Papa, e fecegli comprendere assai liberamente quanto ciò eragli dispiaciuto, e ch'egli era determinato a non punto soffrirlo.

Ma Urbano che si sentiva cotanto obbligato a questo Principe, e dal quale si prometteva maggiori ajuti per la Sede Appostolica, riputandolo il più abile istromento in questi tempi, ove potesse appoggiare tutte le sue speranze contro gl'Imperadori d'Occidente, non tralasciò sì bella occasione per maggiormente obbligarselo. Non solamente su questo punto gli diede tutta la soddisfazione, annullando in quell'istante la Legazione, che avea data al Vescovo di Traina, ma con raro esempio trasferì al G. Conte medesimo tutta quella autorità che come suo Legato avea data a quel Vescovo, creando lui ed i suoi legittimi eredi e successori Legati nati della Sede Appostolica in quell'isola, promettendogli di non mettervi giammai alcun altro contra suo grado, e che tutto ciò ch'egli era per fare per un Legato, fosse fatto per lui, e suoi successori. Ne fu tosto spedito in Salerno per mano di Giovanni Diacono della Chiesa romana il privilegio, nel mese di luglio, il settimo dell'Indizione, e l'undecimo del Ponteficato di Papa Urbano II.

Questo avvenimento in cotal guisa lo narra Malaterra, il quale insieme porta la Bolla d'Urbano, Scrittore gravissimo, e di que' tempi, il quale qui termina i quattro libri della sua Latina Istoria; e di cui Orderico Vitale[361] antico Scrittore delle cose normanne scrive: De quorum (idest Ducis Roberti Guiscardi, et Comitis Rogerii) probis actibus, et strenuis eventibus Gotifredus Monachus cognomento Malaterra, hortatu Rogerii Comitis Siciliae elegantem libellam nuper edidit.

Questa scrittura sì notabile meritava, che si fosse rapportata tutta intera; ma riguardando la politia di quel Reame, non del nostro, ci siamo contentati d'averne recato con nettezza ciò che contiene, tanto più, che non mancano Scrittori[362], che la rapportano intera, e ben negl'istessi Annali del Baronio potrà leggersi.

Questo è il fondamento della cotanto famosa Monarchia di Sicilia, per cui i successori di Ruggiero, e sopra tutti i Re d'Aragona, che signoreggiarono da poi quel Reame con lunga serie d'anni, si sono mantenuti nel possesso di questa sì nobile ed illustre prerogativa contro tutti i sforzi, e' dibattimenti surti sopra questo punto in processo di tempo. Non riputandosi cosa impropria, e strana d'essersi potuto a' Principi concedere tal facoltà di Legato della Sede appostolica, quando i Papi stessi reputarono queste persone, come sacrate, essendosi già introdotto il costume di ungersi col sacro olio, e non come all'intutto laici, ma partecipi ancora del Sacerdozio gli riputarono; e se non stimarono incompatibile alle loro persone di creargli Canonici di S. Pietro, con ammettergli coi sacri abiti al Coro, e rendergli consorti in tutte le altre funzioni, e celebrità sacre; non dovrà parere strano che possano ancora ritener queste prerogative, che finalmente si raggirano intorno alla ecclesiastica giurisdizione, non già intorno all'ordine.

Secondo le massime del dritto Canonico, e la pratica della Corte di Roma si è in più occasioni veduto, che nel diritto la potenza della giurisdizione è distinta dalla potenza dell'ordine, e che quest'ultima è attaccata all'ordine medesimo, e non può essere comunicata a quelli, che non l'hanno per loro carattere. Non si può commettere ad un Prete per far l'ordinazione; nè ad un Diacono per consecrare, o per assolvere; poichè la facoltà dell'ordinare è attaccata al carattere episcopale, ed il potere di consecrare e d'assolvere all'ordine presbiterale: ma per ciò, che riguarda la potenza della giurisdizione, ella può essere comunicata a persone, che non sono negli ordini, ancorchè s'eserciti sopra quelli, che vi sono, o anche negli ordini più elevati, che non sono quelli a chi si è accordata questa giurisdizione. Li Papi non hanno fatto difficoltà di praticarla in più occasioni, nominando Legati, i quali erano semplici Diaconi per giudicare materie di fede, e cause di Vescovi, anche per tenere il loro luogo ne' Concilj, e dando privilegi ad Abati e Monaci per esercitar la giurisdizione episcopale; e ciò ch'è più stonante, anche alle Badesse, che danno dimissorie, hanno Archidiaconi, ed altri Officiali, ed esercitano tutto ciò, che appartiene alla giurisdizione episcopale; ed in quest'istesso nostro Regno oggi giorno veggiamo, che la Badessa del Monastero di Conversano esercita sopra i suoi Preti giurisdizione, ed ha privilegio di valersi di Mitra, e di Pastorale, come i Vescovi fanno. E Carlo II d'Angiò nella Chiesa di S. Nicolò di Bari ebbe luogo in quel Coro sopra gli altri Canonici, e fu riputato come di lor corpo, ed ebbe giurisdizione sopra que' Preti, come diremo al suo luogo.

Non è del nostro istituto entrare in que' dibattimenti, che da poi sursero intorno a questo punto, e nelle cose che sono state scritte da' Spagnuoli, e da altri diversi Autori, come materia lontana dal nostro proposito. Ma non posso tralasciar di dire, che il Cardinal Baronio con molta importunità, e poca verità ardì d'impugnarla negli ultimi tempi, da poi che quel Regno n'era stato in possesso per tanti secoli. Stampò egli al principio dell'anno 1605 il suo tomo XI, degli annali ecclesiastici, e venendo di rapportar questo fatto, inserì nella sua Istoria un discorso lunghissimo contra la Monarchia di Sicilia, ove con isforzati, e lividi argomenti non trascurò di movere ogni macchina per abbatterla. Ma ciò che non deve condonarsi alla memoria di quell'uomo, si è d'aver pieno quel suo discorso di tanta maldicenza ed acerbità contra molti Re d'Aragona di celebre memoria, e spezialmente contro Ferdinando il Cattolico, riputandogli Tiranni, e che sotto questo nome di Monarchia abbiano voluto in quel Regno introdurre la tirannide, che capitato il libro in Napoli ed a Milano, fu da que' Ministri regi proibito, ed ordinato, che non si vendesse, nè tenesse, per rispetto del loro Principe Filippo III, che allora regnava, i cui progenitori paterni erano stati da quel Cardinale sì indegnamente trattati.

Ma mostrò il Baronio sì gran risentimento di questa proibizione del suo libro, che avendone avuto l'avviso quando per la morte di Clemente VIII, era la sede vacante, fece unir tosto il Collegio de' Cardinali, dai quali fece far un'invettiva contro que' Ministri, e non bastandogli aver offeso quel Principe in quella guisa, volle toccarlo in un altro punto non men geloso di sua regal giurisdizione; poichè in quella apertamente biasimavansi que' Ministri, come nel proibir il suo libro avessero posto mano nell'autorità ecclesiastica, quasi che a' Principi non fosse lecito per quiete dello Stato far simili proibizioni. E dopo creato il Pontefice Paolo V fece scrivere al Re Filippo sotto li 13 Giugno di quest'istesso anno una lunga lettera con grave doglianza, che in vilipendio dell'autorità ecclesiastica, li Ministri regj in Italia avessero proibito il suo libro, quando ciò al Papa solamente s'apparteneva. Però la prudenza di quel Re giudicò meglio di rispondere coi fatti, e lasciò correre la proibizione pubblicata da' suoi Ministri.

Ma il Cardinale non si potè contenere, che nel 1607 stampando il XII tomo non inserisse poco a proposito un discorso di quest'istessa materia, con molta acerbità e livore declamando contro i Principi, che voglionsi impacciare a proibir libri, non ritenendosi ancora di dire, che lo fanno perchè i libri riprendono le loro ingiustizie. Il Consiglio di Spagna con la solita tardanza e irrisoluzione vi procedè con lentezza; non si mosse nemmeno per questa terza offesa, ma lasciò scorrere altri tre anni, e nel 1610 il Re fece un editto, condennando, e proibendo quel libro con maniera così grave, che destramente tocca il Baronio, così bene com'egli avea toccato li Re suoi progenitori. E per dargli maggior riputazione e forza, fu l'editto fatto pubblicare in Sicilia, con decreto e sottoscrizione del Cardinal Doria, e mandato per lo Mondo in istampa. In Napoli fu mandato l'editto al conte di Lemos, che si trovava allora Vicerè, il quale a' 28 febbrajo dell'anno seguente 1611 fece pubblicar Banno con molta pubblicità, col quale si condennava il libro. La corte di Roma restò sbigottita tanto per l'editto, quanto per l'esecuzione fatta dal Cardinale, e del Banno pubblicato a suon di tromba in Napoli. Però in Spagna non si mossero punto, e l'editto resta oggi giorno nel suo vigore.

Fu questa contesa rinovata con modi assai più forti negli ultimi nostri tempi, quando Papa Clemente XI vedendo il Regno di Sicilia caduto in mano del Duca di Savoja, credette tempo opportuno di profittare sopra la debolezza di quel Principe; e ridusse la cosa in tale estremità, che nell'anno 1715 non si ritenne di pubblicar una Bolla, colla quale abolì la Monarchia, stabilendo in un'altra in quel Reame una nuova ecclesiastica Gerarchia; ma riuscirono vani tutti questi sforzi, poichè nè le Bolle ebbero alcun effetto, nè niuna mutazione o novità s'introdusse in quell'isola; e molto meno quando poi quel Regno fece ritorno sotto l'Augustissima Famiglia Austriaca.

Scrisse con questa nuova occasione a difesa della Monarchia il celebre Teologo di Parigi Lodovico Ellies Dupino, dove fece vedere quanto insussistente e vano sia ciò che il Baronio avea sostenuto in contrario, e quel che il Papa avea ordinato in quella sua Bolla. Uscì questo suo libro nell'anno 1716 dove si narrano minutamente l'origine ed i progressi di questa contesa, ed i successi di questa briga, con tanta diligenza e dottrina, che bisogna riportare il Lettore a quanto egli ne scrisse intorno a questo soggetto.

La Bolla di Urbano fu dirizzata al Conte Ruggiero, e suoi successori, e non comprendea che i suoi Stati che possedeva allora, cioè la Sicilia ed alcune Piazze che e' teneva in Calabria, onde perciò s'intitolava M. Comes Calabriae, et Siciliae.

Ma non meno del Conte era benemerito il Duca Ruggiero della Sede appostolica; ond'era di dovere, che Urbano al Duca di Puglia, ch'era presente, dispensasse suoi favori; ond'è da credere, che a questo tempo fosse a' Duchi di Puglia conceduto quel privilegio, di cui l'antica Glossa Canonica, e molti de' più vecchi Scrittori rapportano intorno alla collazione dei beneficj del Regno.

In questi tempi per togliere l'investitura da' Principi secolari eransi ragunati frequenti Concilj, e per ultimo nel Concilio romano celebrato da Urbano nell'anno 1099 poco prima di morire, erasi di nuovo sotto terribili anatemi vietato agli Abati, a' Propositi delle chiese, ed a tutti gli Ecclesiastici di ricevere beneficj dalle mani de' laici. Con tutto ciò pretesero sempre i Principi non dover essi reputarsi in ciò puramente laici, nè potersi loro togliere quelle prerogative, delle quali per lungo tempo n'erano stati in possesso. Che era ben di ragione, che avendo essi fondate le chiese ed arricchitele del loro patrimonio, essi ne dovessero aver le investiture; che siccome prima nell'elezione de' Ministri della chiesa v'avea parte il popolo, non dovea parere strano, se i Principi, a' quali fu trasferita ogni potestà, potessero ora farlo per se soli[363]. Che ciò facendo, niente davano agl'investiti di spiritualità, ma la lor concessione si restringeva alla temporalità, ancor che nell'investirgli si valessero, secondo era il costume, dell'anello e della verghetta. Ciò che con maggior ragione lo pretendevano i nostri Duchi di Puglia, i quali aveano in queste province molte chiese sin da' fondamenti erette, e dotate di molti loro beni per la lor somma pietà inverso il culto della Religion cristiana. Si aggiungeva ancora d'aver debellati gli infedeli Saraceni, e d'aver restituite tutte le chiese al Trono romano, che prima gli erano state tolte dal Patriarca di Costantinopoli.

I Pontefici romani per non contendere su questo punto co' Principi amici e ben affezionati, a' quali senza recarsi pregiudizio volevano gratificare, sovente usavano di conceder loro per privilegio ciò ch'essi pretendevano per giustizia: i Principi badando solo all'effetto, nè curandosi d'altro, l'accettavano. All'incontro i Papi credevano maggiormente così stabilire i loro diritti, acciocchè secondo che le congiunture portavano, potessero o rivocargli, o contrastargli. Quindi è che gli antichi Re di Sicilia investivano de' beneficj ecclesiastici in tutte le Chiese del Regno di Puglia, siccome ne rende a noi fedel testimonianza l'antica Chiesa Canonica[364], la quale se contro i canoni stabiliti in tanti Concilj osservò che i Duchi di Puglia davano l'investiture de' beneficj, disse che ciò lo facevano per privilegio del Papa, il quale poteva a' laici concedere questa preminenza; e lo testimoniano ancora tutti i nostri più antichi Scrittori del Regno, come Marino di Caramanico, Andrea d'Isernia, ed altri[365]. E per questo privilegio si difendeva Federico II quando se gl'imputava, che a suo modo dava le investiture delle chiese di queste province[366]: anzi egli si doleva che i Papi tentavano di diminuire le ragioni, che i Re di Sicilia aveano nell'elezione de' Prelati, non ostante il lor privilegio, il quale da Innocenzio III non poteva moderarsi, come fece con Costanza, quando egli era ancor fanciullo. Ma di ciò più opportunamente ci tornerà occasione di favellare quando della politia ecclesiastica tratteremo.

§. I. Concilio tenuto da Urbano in Bari, e sua morte, seguita poco da poi da quella del Conte Ruggiero, e d'altri Principi.

Intanto Urbano dopo essersi in Salerno trattenuto con questi Principi, se ne passò in Bari, ove avea intimato un Concilio di Padri greci e latini per determinare il Dogma della processione dello Spirito Santo dal Padre e dal Figliuolo, nel che i Greci non convenivano[367]. Intervennero in questo Concilio 185. Vescovi, e volle assistervi anche S. Anselmo Arcivescovo di Cantorberì, che per affari della sua Chiesa si trovava allora in Italia. Vi furono perciò tra' Greci e Latini grandi dibattimenti; ma furono da S. Anselmo coloro convinti, e determinato secondo ciò che teneva la Chiesa latina; ma non per questo finì lo scisma, che sostenuto con ardore da ambe le fazioni per lungo tempo tenne divise queste due Chiese, che non valse umana diligenza per riunirle.

Spedito Urbano da questo Concilio portossi in Roma, ove dopo esser intervenuto al Concilio romano, del quale poc'anzi si disse, non passarono molti mesi, che in questo medesimo anno 1099 finì in quella città i giorni suoi. Meritò questo Pontefice essere annoverato tra i più grandi Papi ch'ebbe la Chiesa romana; egli tenendo questa Sede poco men che dodici anni, adoperò molte eroiche azioni, e si rese celebre al Mondo per la spedizione de' Crociati, essendone stato il primo autore, Egli sopra tutti gli altri Pontefici fu il più ben affezionato a' nostri Principi normanni, nè con essi ebbe occasion alcuna di disturbo, ma gli amò come padre i propri figliuoli, e per quanto s'apparteneva a lui, proccurò i loro maggiori vantaggi. Per la di lui morte fu eletto Papa l'Abate Rainerio di Toscana, che Pascale II appellossi; ed in questo medesimo anno i nostri presero Gerusalemme, e ne fu eletto Re il famoso Goffredo Buglione, al quale dopo la sua morte succedette Balduino suo fratello, avendo intanto Boemondo presa Antiochia, e fattosene Principe, che la trasmise a' suoi posteri.

La morte di Urbano fu non molto tempo da poi seguita da quella del Gran Conte Ruggiero: egli essendo già molto avanzato in età, trovandosi in Calabria, rese chiara al Mondo la città di Melito ove morì nel mese di Luglio dell'anno 1101[368]. E non a bastanza pianto da' suoi, fugli nella maggior chiesa di quella città edificata da lui, eretto un sepolcro, ove ancor oggi si conservano le sue gloriose ossa. Egli visse settanta anni, avendone regnato sedici dopo la morte di Guiscardo suo fratello. Ebbe più mogli, dalle quali avea avuti molti figliuoli, ma tre soli maschi a lui sopravvissero, nati dalla sua ultima sposa Adelasia, la quale prese il governo degli Stati immantenente dopo la morte del marito con Roberto di Borgogna suo genero[369]. Questi tre figliuoli furono Simone, che morto poco dopo il padre, non ebbe la sorte di succedergli nel Contado di Sicilia[370]. Goffredo soprannominato di Ragusa, di cui l'istoria non ci somministra alcun riscontro: alcuni[371] credono che fosse nato dalla prima moglie Erimberga, e che insieme col fratello Giordano fosse al padre premorto. Ruggiero II fu quegli al quale lasciò i suoi Stati in una situazione così illustre e vantaggiosa, che poco da poi gli possedette con titolo e Corona di Re, e che la fortuna l'innalzò ad unire nel suo capo le due Corone di Puglia e di Sicilia, e che con titolo regio signoreggiò ancora queste nostre province, come qui a poco diremo. Lasciò ancora il Conte Ruggiero due figliuole, Matilda ed Emma: Matilda fu moglie di Rainulfo Conte d'Avellino. Per la qual cagione ne' disturbi che accaddero da poi tra il Re Ruggiero, con l'Imperador Lotario II ed il Papa Innocenzio II fu da Innocenzio, Rainulfo costituito duca di Puglia contro Ruggiero suo cognato nell'anno 1137. Fu questa Matilda quella che persuase ad Alessandro Abate Telesino di scrivere l'Istoria di Ruggiero suo fratello, com'e' testifica nel primo libro della medesima. Emma altra figliuola fu moglie di Rodolfo Maccabeo Conte di Montescaglioso[372]; non facendo allora questi Principi difficoltà di dare le loro figliuole, o sorelle per ispose a' loro Baroni, i quali per la maggior parte erano dell'illustre sangue normanno o longobardo, e potenti per molti ampi Stati, e ricche Signorie. Coloro che fanno Costanza moglie d'Errico Imperadore figliuola di questo Ruggiero, errano di gran lunga; fu ella nipote, non già figliuola del Gran Conte Ruggiero, come nata dal Re Ruggiero suo figliuolo, come diremo.

Il principio di questo duodecimo secolo, nel quale siamo, fu luttuosissimo non solo per la morte del Gran Conte Ruggiero, ma di molti altri Principi che lo seguirono. Morì poco da poi nel mese di gennaro dell'anno 1106. Riccardo II Principe di Capua dopo la cui morte non lasciando di se figliuoli, gli succedè al Principato Roberto suo fratello, che lo tenne insino al 1120 nel qual anno morì[373]. Nell'istesso anno 1106 nel mese d'agosto finì ancora i giorni suoi l'Imperador Errico III a cui succedette Errico IV suo figliuolo, il quale non meno che il padre, quasi ereditando co' Stati l'odio contro i Pontefici romani, fu assai più acerbo con Pascale II e co' suoi successori di ciò ch'era stato suo padre con Gregorio VII. Egli volendo sostenere con maggior vigore le ragioni delle investiture, minacciava di voler calare con potente armata in Italia contro Pascale. Questo Pontefice per occorrere ad un tanto periglio, venne a Capua per sollecitare il Principe Roberto, ed il Duca Ruggiero, perchè l'aiutassero contro gli sforzi d'Errico; ma Errico venuto in Italia con valido esercito, e giunto in Roma, ove il Papa era ritornato, ed eragli (credendo così reprimere il suo orgoglio) col Clero e 'l Popolo romano andato incontro per riceverlo, lo fece conducere con tutti i suoi dentro i suoi alloggiamenti, come prigioniero, ove per forza gli estorse le ragioni dell'investitura, e lo costrinse di vantaggio secondo il solito rito e cerimonie a farsi incoronare Imperadore[374]. Ma subito che Errico partì d'Italia, Pascale in un Concilio tenuto da poi in Laterano, annullò, e cassò tutti quegli atti, avendo intanto poco prima sollecitato il Duca di Calabria, ed il Principe di Capua con gli altri Normanni, e l'istesso Boemondo, perchè unite le loro armate soccorressero la Chiesa romana contra le persecuzioni, che, come diceva, sofferiva da Errico.

Ma la morte di questi due Principi Boemondo e Ruggiero accaduta l'una poco dopo l'altra, frastornò tutti i suoi disegni. Morì Boemondo in quest'anno 1110 in Antiochia, ed il suo cadavere trasportato in Italia, fu fatto seppellire a Canosa nella Chiesa di S. Sabino. Lasciò di se un figliuolo nomato pur Boemondo, che al Principato d'Antiochia, ed agli altri suoi Stati successe. Lasciò ancora un'altra sua figliuola, ed amendue raccomandò a Tancredi suo nipote.

Ma più deplorabile fu a queste nostre province la morte accaduta in Salerno nel mese di febbraio dell'anno 1111 del famoso Duca Ruggiero[375]. Fu egli con gran pompa, e molte lagrime sepolto nella maggior chiesa di Salerno, edificata dal Duca Guiscardo suo padre: nè lasciò di se altra stirpe virile, se non Guglielmo, natogli dalla Duchessa Ala sua seconda moglie, il quale, morto suo padre, al Ducato di Puglia ed agli altri suoi Stati succedette.

Il Duca Guglielmo, non meno che suo padre volle continuar col Papa l'istessa amicizia e corrispondenza, nè mancò di soccorrerlo nelle contese che con più ardore si proseguivano con Errico. Eransi a questi tempi cotanto esacerbate queste contenzioni, che l'Imperador Alessio Comneno pensò profittarne, scrivendo a Pascale II che se voleva riconoscer lui per Imperadore d'Occidente, l'avrebbe prestati contro Errico validi aiuti[376]. Ed intanto avendo Guglielmo stabilito in più perfetta forma lo Stato, non mancò di chiedere al Papa la conferma dell'investitura del Ducato di Puglia, e di Calabria, come i suoi predecessori aveano ricevuta. Nè Pascale mancò tosto di concedergliela, come fece nell'anno 1114 mentre era in Cepperano a celebrar un Concilio, ove Guglielmo portossi per riceverla[377]. Ma mentre questo Pontefice era tutto inteso per reprimere gli sforzi d'Errico oppresso da gravi, e noiose cure ammalossi in questo anno 1118 nel quale a' 12 gennaro finì di vivere[378].

Morì ancora nel mese d'agosto del medesimo anno Alessio Imperadore d'Oriente, a cui nell'Imperio successe Giovanni Porfirogenito suo figliuolo. Ben tosto ci libereremo dalla cura di tener conto degl'Imperadori d'Oriente; poich'essi avendo perduto tutto ciò, che possedevano in queste nostre province, con poca speranza di più riacquistarlo, non vi fu occasione di più pensare, ed intrigarsi negl'interessi di queste regioni. Niente più era loro rimaso che un'ombra di sovranità, che ancor ritenevano sopra il picciolo Ducato napoletano, il quale non guari si vedrà passare altresì sotto la dominazione del famoso Ruggiero I Re di Sicilia e di Puglia. Si governava ancora questo Ducato sotto forma di Repubblica per suoi Duchi e Consoli, ed in questi Tempi n'era Duca Giovanni, il quale morto non molto tempo da poi, mentre regnava in Oriente Porfirogenito, fece luogo a Sergio, ultimo Duca che fu de' Napoletani. Poichè passata da poi Napoli sotto Ruggiero, ancorchè non immutasse la forma del suo governo, vi creava egli nondimeno i Duchi a suo arbitrio e vi costituì Duca, Anfuso uno de' suoi figliuoli, come si dirà a più opportuno luogo.

CAPITOLO IX. Litigi, ch'ebbe l'Imperador Errico IV con Papa Gelasio II. Investiture date da questo Pontefice a' nostri Principi normanni; e scisma fra Calisto II e Gregorio VIII.

Intanto dopo la morte di Pascale, il Clero ed il Popolo romano elessero per suo successore Giovanni Gaetano Monaco Cassinense, che Gelasio II chiamossi[379]. Tosto che l'Imperador Errico seppe l'elezione calò in Italia, mandando intanto suoi Legati a Gelasio, con ambasciata, che se egli era disposto ad accordargli ciò che Pascale aveagli prima conceduto intorno alle investiture, egli era per riconoscerlo per Pontefice, in altro caso, avrebbe posto un altro Papa nella Chiesa. Ma repugnando Gelasio, e vedendo che l'Imperadore s'approssimava con potente armata a Roma, uscì da questa città, ed accompagnato da molti Vescovi e Cardinali, dal Prefetto di Roma e da molti Nobili di quella, in Gaeta sua patria ricovrossi: quivi ordinato Prete, essendo ancor Diacono, fu da quei Vescovi e Cardinali che seco avea, e dagli Arcivescovi di Capua, di Benevento, di Salerno e di Napoli, in presenza di molti Principi ed Abati, consecrato Pontefice romano.

I nostri Principi normanni, e sopra gli altri Guglielmo Duca di Puglia, Roberto Principe di Capua, Riccardo dell'Aquila, e moltissimi altri Baroni di queste Province, accorsero tutti a Gaeta offerendogli ogni lor aiuto[380]. Guglielmo, ed il Principe di Capua prestarono i giuramenti di fedeltà come ligi della Sede appostolica ch'erano, ricevendo essi la conferma dell'investiture in quella guisa che i loro predecessori aveanle ricevute dagli altri Pontefici. Ed è da notare che i Principi di Capua in questi tempi prestavan l'omagio al Papa, nell'istesso tempo, ch'erano ligi al Duca di Puglia.

Ma non è qui da tralasciare ancora, che Guglielmo non bastandogli aver avuta l'investitura da Pascale, la volle anche da Gelasio, dal quale non potè ottener altro, che una conferma ristretta sempre al Ducato di Puglia e di Calabria, guardandosi bene di stenderla al Principato di Salerno ed Amalfi, ed a tutti quegli altri Stati, ch'erano già passati sotto la dominazione de' Duchi di Puglia. Così leggiamo nella formola di questa investitura rapportata dall'Abate della Noce[381], che Gelasio la diede a Guglielmo: Quemadmodum Gregorius Papa tradidit illam Roberto Guiscardo Avo tuo; et sicut Urbanus Papa eam Rogerio Patri tuo prius, et postea tibi tradidit; sic et ego trado tibi eandem Terram cum honore Ducatus per illud idem donum, et consensum. Ma è da notare l'errore occorso in questa formola, e mancare in essa dopo la parola postea il nome di Pascalis; poichè Guglielmo non mai da Urbano ricevè investitura, come quegli che premorì a Ruggiero suo padre, e Guglielmo succedè al padre nel Ponteficato di Pascale, dal quale, e non da Urbano la ricevette, come rapporta Pietro Diacono.

Intanto s'esacerbarono le contese tra il Papa e l'Imperadore: questi tosto che seppe essersi Gelasio partito da Roma, fece elegger Maurizio Arcivescovo di Braga, che si fece chiamare Gregorio VIII. Dall'altra parte Gelasio venuto a Capua scomunicò l'Imperadore, l'Antipapa, e tutti i complici ed operò che Roberto Principe di Capua ragunasse le sue truppe per opporle ad Errico, affinchè introducesse lui in Roma. Roberto, unita una considerabile armata, prende il cammino verso il monastero Cassinense, per quindi passar in Roma insieme col Papa, come aveagli promesso; ma avendo inteso che l'Imperadore non era molto lontano con forze superiori, non volle partirsi da Cassino, ed avendo quivi ricevuti gli Ambasciadori d'Errico, che lo consigliavano a ritirarsi, egli abbandonando l'impresa a Capua tornossene. Quindi Gelasio, dopo varie vicende di fortuna, abbandonato dai Normanni, finalmente non potendo resistere a tante forze, pensò andarsene con alquanti Vescovi e Cardinali in Francia, e giunto nel monastero di Clugnì, stanco finalmente per tante cure moleste e per tanti incomodi sofferti in quel penoso viaggio, quivi infermatosi finì la sua vita il dì 29 di gennaio dell'anno 1119 dopo aver non più che un'anno e cinque giorni con tanti travagli, e patimenti tenuta quella sede.

Tosto i Cardinali, vedendosi privi d'un tanto Pontefice, e che mal potevano opporsi a Gregorio, se immantenente non provvedessero al successore, elessero in quel medesimo monastero Guido Cardinale Arcivescovo di Vienna nato di regal stirpe, come quegli ch'era figliuolo del Conte di Borgogna a' Re di Francia per sangue cotanto vicino, e Calisto II chiamossi, il quale subito portossi in Roma, ove dal Clero, dal Senato e Popolo romano con segni di molta stima fu ricevuto. Il falso Papa Gregorio lasciando Roma si fortificò a Sutrio, castello per sito ben forte, ove co' suoi ritirossi[382].

Intanto Calisto, per toglier dalle radici questo scisma, pensò non esservi altro rimedio, che il ricorrere agli aiuti de' nostri Principi normanni, venne perciò a Benevento, ove fu visitato dal Duca Guglielmo, da Roberto e da tutti i Baroni di quel contorno, i quali offerendogli le loro truppe, tutti stimarono doversi Sutrio stringere di stretto assedio. In fatti non passò molto che fu questo Castello strettamente assediato, tanto che finalmente bisognò rendersi: Maurizio venne nelle mani di Papa Calisto, il quale lo fece strettamente custodire in una forte Rocca come suo prigioniero. E qui finì questo scisma di travagliare di vantaggio la Chiesa romana, nella quale cominciò a godersi qualche pace.

Ma fu questa pace interrotta dalla morte accaduta in quest'anno 1120 di Roberto Principe di Capua, dal quale Calisto avea ricevuti sì importanti servigi. Non lasciò questo Principe, che un solo figliuolo chiamato Riccardo III, il quale al suo padre nel Principato successe. Ma questo Principe non più che pochi giorni tenne il Principato: poichè appena consecrato secondo il solito costume de' Principi di Capua normanni, che solevan ungersi col sacro olio per mano dell'Arcivescovo, finì tosto i giorni suoi in Capua; nè lasciando di se progenie alcuna, gli succedè Giordano II, suo zio, fratello di Roberto suo padre[383].

Resse Giordano il Principato di Capua senza disturbo ben sette anni, insino al 1127 nel qual anno morì. Sua moglie fu Gaitelgrima figliuola di Sergio Signor di Sorrento, la quale sin dall'anno 1111 erasi con lui sposata, e gli avea portato in dote Nocera con molti luoghi vicini sottoposti a quella città. Da questa sua moglie gli nacque Roberto II, che gli successe, e fu l'ultimo Principe di Capua della razza di Asclettino; poichè discacciato dal Principato da Ruggiero I, Re di Sicilia, ebbe la disgrazia di vedere dalla sua casa uscire questa grandezza, che i suoi maggiori per lo spazio di tanti anni s'avevano con tanta prudenza e valore mantenuta, come diremo nel Regno di Ruggiero.

Intanto Papa Calisto, sedate alquanto le discordie, attese a comporre in quella miglior forma, che potè lo stato della sua sede; e sopra tutto proccurò di conservar col Duca di Puglia Guglielmo quell'istessa corrispondenza ed amicizia che v'avea tenuto il suo predecessore. Nè Guglielmo mostrò sentimenti diversi, poichè volle da lui, siccome avean fatto i suoi predecessori con Gelasio e Pascale, ricevere l'investitura del Ducato di Puglia e di Calabria, facendosi uomo ligio della Sede Appostolica, e ricevendo con lo stendardo l'investitura; ed arrivato Calisto in Troja, egli lo ricevette in quella città con ogni segno di stima e di riverenza[384]; siccome fece nell'anno 1121 in Salerno, ove venuto, trovandosi ivi ancora il Conte di Sicilia Ruggiero, fu da questi Principi accolto con molto rispetto ed ossequio[385].

Tenne da poi nell'anno 1123 un Concilio in Laterano per dar rimedio a molti disordini, che nella sua Chiesa erano nati per le gare avute con Errico. Proccurò aver pace col medesimo, e dopo avere con molta prudenza quietate le cose della Sede Appostolica, finalmente nell'anno seguente 1124 finì in Roma i suoi giorni[386], lasciando di se gran desiderio e molta afflizione; e si vide ben tosto quanto fosse riuscita grave alla Chiesa romana tal perdita, poichè appena morto, divisi i Cardinali in fazioni elessero due Papi, alcuni Lamberto Vescovo d'Ostia, che Onorio II chiamossi, gli altri Teobaldo Cardinale di S. Anastasia, che Celestino II fu appellato. Ma questo scisma, che si temeva non dovesse lungamente perturbar la Chiesa, fu con istupore di tutti ben tosto represso; poichè cedendo il partito di Celestino, come più debole, a quello d'Onorio, i di lui partegiani s'unirono con costui, onde sedati i disordini, Onorio fu da tutti avuto e venerato per vero Pontefice.

CAPITOLO X. Lotario Duca di Sassonia succede nell'Imperio di Occidente per la morte d'Errico; ed unione di tutte queste nostre province nella persona di Ruggiero Gran Conte di Sicilia, per la morte di Guglielmo Duca di Puglia.

Le discordie, che nell'anno 1125 accaddero in Germania per la morie di Errico IV, turbarono in gran parte lo stato delle cose d'Italia: per non aver lasciato questo Principe di se prole maschile, sursero tra i Principi della Germania grandi dissensioni per eleggere il successore: due sopra tutti gli altri aspiravano all'Imperio, e con maggior contenzione di animo; Corrado nipote d'Errico, e Lotario Duca di Sassonia[387]. I Principi dell'Imperio ragunati per togliere i disordini, che ne potevan nascere, furono risoluti di compromettere quest'elezione nell'arbitrio dell'Arcivescovo di Magonza, dichiarando che colui, il quale egli avesse stimato degno dell'Imperio romano, senza dubbio avrebbero tutti eletto. L'Arcivescovo che portava odio implacabile non pur ad Errico, ma a tutti della sua razza; senza molto deliberare ne escluse tosto Corrado, e proponendo Lotario come Capitano in guerra esercitatissimo, pio e prudente, lo prepose a tutti, giudicandolo il più degno ed idoneo, che all'imperiale seggio potesse innalzarsi: fu approvata l'elezione, e Lotario per Imperadore salutato. In cotal guisa per l'industria e destrezza di questo Prelato passò l'Imperio da' Tedeschi, che per tanti anni l'aveano tenuto, a' Sassoni nella persona di Lotario, che alcuni III, altri con più verità chiamarono II.

Corrado impaziente della repulsa, nè potendo soffrire, che altri che egli fosse stato surrogato in luogo di suo zio, avendo tirati al suo partito alcuni Principi della Germania, si fece da questi coronare per Re di Germania. Così cominciarono le discordie tra questi Principi, le quali a lungo andare cagionarono molti disordini e confusioni nell'Imperio; ma Lotario come eletto dalla maggior parte, e ciò che più importava, confermato da' Pontefici romani, fu riconosciuto per Imperadore per tutto Occidente.

Ma ecco che mentre Onorio reggeva la Sede Appostolica, e Lotario l'Imperio, mentre per la morte accaduta di Giordano, reggeva Capua Roberto suo figliuolo, e mentre Sergio ultimo Duca governava il Ducato di Napoli, accadde in Salerno in quest'anno 1127[388] la morte di Guglielmo Duca di Puglia, il quale dopo la morte di Ruggiero suo padre, avea retto queste province per lo spazio di sedici anni[389].

La morte di questo Principe cagionò alla fine, che interamente tutte queste nostre province s'unissero in una persona in forma di Regno, e che s'introducesse per conseguenza nuova politia, e più stabile e perfetta forma di governo. Poichè non avendo questo Principe lasciato di se figliuoli, s'estinse in lui e nel suo ramo la progenie di Roberto Guiscardo[390]. Non vi era altri, che avesse potuto succedere a' suoi Stati, che il Conte di Sicilia Ruggiero suo zio cugino, come quegli, che era figliuolo ed erede di Ruggiero, fratello del Guiscardo. Nè poteva ricercarsi allora altro Principe di forze più potente, di consanguinità cotanto stretto, espertissimo delle armi, accorto e prudente, quanto il Gran Conte di Sicilia, il quale portandogli la fortuna un retaggio sì grande, ne abbracciò avidamente l'occasione. In fatti, perchè non fosse impedito da altri, non tardò Ruggiero un momento a prendere il possesso di una tanta eredità. Egli tosto imbarcatosi in Messina sopra una armata venne improvvisamente in Salerno, ove secondo il costume e la solita cerimonia si fece dall'Arcivescovo di Capua consecrar Principe di Salerno[391]. Passò immantenente a Reggio, ove Duca di Puglia e di Calabria fu salutato; e scorrendo per queste province, fu da tutte le città ricevuto ed acclamato per loro Sovrano.

Il Pontefice Onorio subito ch'intese, che Ruggiero con tanta celerità, senza sua saputa e senza richiederne da lui investitura, erasi impossessato, oltre della Puglia e della Calabria, del Principato di Salerno, di Amalfi e di tutti questi Stati, se n'offese grandemente; e temendo che uniti colla Sicilia tanti dominj, la soverchia potenza di Ruggiero finalmente non terminasse in depressione della Chiesa di Roma, cominciò ad alienarsi da lui, ed a pensar modo di trattenere il corso di tanta felicità. Quindi i suoi successori, come si vedrà più innanzi, scorgendo che Ruggiero, ciò che i suoi predecessori Duchi di Puglia non poterono conseguire, avea gloriosamente unita nel suo capo la Corona di Puglia e di Sicilia, ebbero sempre per sospetta la sua potenza, e mutando stile, cominciarono ad essergli avversi, ed a frapporre mille impedimenti al suo ingrandimento. Ma questo Principe col suo valore e prudenza ruppe gli ostacoli, e condusse felicemente a fine i suoi disegni; poichè ancorchè i Principi di Capua fossero ligi a' Duchi di Puglia, amministrandosi però quel Principato con piena libertà e potere da Roberto II, Ruggiero dopo esserne stato investito da Anacleto, nell'anno 1135 ne discacciò Roberto, che fu l'ultimo Principe, ed a se appropriò sì gran Principato. Il Ducato napoletano ch'era l'ultimo rimaso a passar sotto la sua dominazione, e che per tanti secoli s'era mantenuto in libertà contro gli sforzi de' Longobardi e de' Normanni, finalmente nell'anno 1139 lo ridusse egli sotto il suo dominio. Tanto che niente restava in queste nostre province, che a Ruggiero non fosse sottoposto. Ed in cotal maniera, avendo unito nella sua persona tutte queste province, vedutosi in tanta sublimità, sdegnando i titoli di Conte e di Duca, volle prendere il titolo di Re; e poichè avea costituito per capo del Regno di Sicilia Palermo, ivi trasferì la sua regia sede. Ed avendo sotto la sua dominazione tutto il Ducato di Puglia e di Calabria (anche quelle terre ch'erano state lasciate al Principe Boemondo) tutto il Principato di Salerno e di Capua, il Ducato d'Amalfi, l'altro di Napoli e di Gaeta, ed il Principato di Bari, volle perciò ne' pubblici atti intitolarsi: Rex Siciliae, Ducatus Apuliae, et Principatus Capuae. Il qual titolo fu da' suoi successori lungamente serbato: sotto il nome di Re di Puglia, ovvero di Re d'Italia tutte queste nostre province comprendendo.

Ma le famose gesta di Ruggiero I, Re di Puglia e di Sicilia, com'egli colla sua prudenza e valore superasse i molti ostacoli, che i romani Pontefici, e Lotario Imperadore frapposero a questa sua grandezza, come con nuove leggi ed istituti stabilisse meglio questo Reame, e più perfetta forma gli desse, saranno ben ampio soggetto del libro seguente; ricercando intanto l'istituto di quest'opera, prima d'incominciarlo, che in breve diasi un saggio della forma e disposizione nella quale trovò Ruggiero queste nostre province quando ereditolle, non solo per ciò che concerne il numero de' suoi Baroni e la politia ecclesiastica, ma sopra tutto delle leggi e delle lettere che in questa età in quelle fiorivano.

CAPITOLO XI. Leggi longobarde e feudali ritenute da' Normanni. Le discipline risorgono nel Regno loro per gli Monaci Cassinensi; e per gli Arabi in Salerno.

I Normanni, ancorchè secondo le leggi della vittoria, conquistate che ebbero queste nostre province, avessero potuto impor quelle leggi a' vinti, ed introdurre ne' luoghi conquistati quella forma di governo, che lor fosse stato più a grado; nulladimanco lasciarono vivere i Provinciali con quelle stesse leggi ed istituti che aveano; anzi insino ad ora, nuove leggi da loro non furono introdotte, siccome fecero i Longobardi, ma ben paghi delle leggi longobarde e romane, a loro imitazione non solo lasciarono vivere i loro sudditi nelle proprie leggi, ma essi medesimi si adattarono a quelle. Il primo, che nuove leggi v'introdusse, fu Ruggiero I Re, come nel seguente libro diremo[392].

Portò ciò in conseguenza, che niente ancora mutossi intorno a' Feudi, le cui Consuetudini procedenti per la maggior parte dalle leggi longobarde, restarono così intatte com'erano, e le leggi degl'Imperadori sino ora su di quelli stabilite, furono da essi con non minor rispetto ricevute e fatte osservare. Anzi avendo discacciati dalla Puglia, dalla Calabria e dalla Sicilia i Greci ed i Saraceni, che Feudi non conobbero: furono essi, che in queste province ed in quell'isola li introdussero, ad esempio dell'altre, che erano più lungamente durate sotto la dominazione de' Longobardi. Quindi multiplicossi il numero de' Baroni, ed oltre di coloro ch'erano ne' Principati di Benevento, di Salerno e di Capua, si sentirono anche da poi nella Puglia i Conti di Conversano, di Trani, di Lecce, di Monopoli, di Andria[393] e moltissimi altri; e nella Calabria que' di Catanzaro, di Sinopoli, di Squillace e di Cosenza, di Tarsia, di Bisignano, di Girace, di Melito, di Policastro, e molti altri.

E se bene queste due province ritolte a' Longobardi da' Greci, avessero sperimentato per lungo tempo la loro dominazione, nulladimanco conquistate da' Normanni, furono ben tosto le leggi longobarde in esse introdotte, e tutte le città delle medesime secondo i lor dettami si reggevano; anzi Bari che fu la principal sede, prima degli Straticò, e da poi de' Catapani, più di tutte le altre, alle leggi longobarde s'attenne, e le consuetudini di questa città, non altronde derivano, se non dalle leggi longobarde; per la qual cosa Ruggiero I Re di Sicilia, dopo aver presa ed espugnata quella città, volendo riordinarla di buone leggi, fu da' Baresi richiesto, che lasciassegli vivere con le proprie loro consuetudini e particolari costituzioni, che tenevano, tratte dalle leggi longobarde, essendo stata lungo tempo la lor città sotto i Longobardi, come sotto Ajone, Melo, Meraldizo, Grimoaldo ed altri Principi di sangue longobardo: e Ruggiero avendole lette e commendate, ordinò che quelle s'osservassero, siccome lungamente da poi ebbero vigore, ed insino a' nostri tempi s'osservano[394].

L'avere i Normanni per lo spazio poco men d'un secolo, da che conquistarono la Puglia insino a Ruggiero I Re, tenuto tanto conto delle leggi longobarde, e l'averle preposte a tutte le altre, fece sì che passassero in queste province per legge comune; ed i nostri Professori non indrizzavano ad altro il loro studio, che a queste per appararle, come quelle, che poste in maggior uso ne' Tribunali aveano tutta autorità e vigore, e per quelle solamente le liti erano decise.

Le leggi romane erano, come più volte si è notato, solamente ritenute come una tradizione: e presso la plebe, ch'è l'ultima a deporre gli antichi istituti erano rimase come antica usanza, non già come legge scritta. La romana giurisprudenza, ed i libri di Giustiniano, ne' quali era contenuta (siccome tutte l'altre discipline) erano andati in dimenticanza, e d'essi rara era la notizia in questi tempi, ed in queste nostre parti, e molto meno lo studio e l'applicazione.

Ma non dobbiamo fraudar qui della meritata lode i Monaci Cassinensi, i quali furono i primi che cominciarono in mezzo di tanta oscurità a recar qualche lume a tutte le professioni in queste nostre province. La diligenza del famoso Desiderio Abate Cassinense, che innalzato al Ponteficato Vittore III fu detto, fece che si cominciasse ad aver notizia di qualche libro di quelli di Giustiniano, siccome degli altri d'altre facoltà. Questo celebre Abate dopo aver ingrandito quel monastero d'eccelse fabbriche, diedesi a ricercare molti libri per fornirlo d'una numerosa Biblioteca; e non essendo ancora in Italia introdotto l'uso della stampa, con grandissimo studio e molta spesa, avuti che gli ebbe, fecegli trascrivere in buona forma. Fra gli altri Codici furono le Istituzioni di Giustiniano e le sue Novelle[395]. Ma questi libri come cose rare si reputavano allora, nè giravano attorno per le mani d'ogni uno, come ora; ma si custodivano, come cosa di molto pregio in qualche illustre Biblioteca. Solo nella Chiesa romana era più frequente l'uso di quelli, ed anche presso alcuni Imperadori d'Occidente, i quali alle volte stabilendo qualche loro costituzione si riportavano a quelli. Del Codice di quest'Imperadore, ancor che in questi tempi per la Francia (come è chiaro dall'epistole d'Ivone Carnotense) e per l'Italia ancora (com'è manifesto da alcune leggi degl'Imperadori d'Occidente, particolarmente d'Errico II[396] e dalle decretali di alcuni Papi, che allegano alcune leggi del medesimo) ne girasse qualch'esemplare; nulladimanco a pochi era in uso, eziandio agli stessi Professori, i quali lo trascuravano per non aver quella forza e vigore nel Foro, che acquistò da poi.

Le Pandette non s'erano ancora scoverte in Amalfi, in modo che i nostri Professori n'avessero potuto aver notizia. Ve n'era bensì qualch'esemplare in Francia, siccome dimostrano l'epistole d'Ivone, nelle quali sovente s'allegano alcune leggi[397] de' Digesti, poichè in quella provincia, per le famose sue Biblioteche, non vi era cotanta ignoranza di questi libri; e del Codice Teodosiano, e del suo Breviario ne girava attorno ancora più d'un esemplare.

Presso di noi nella sola Biblioteca Cassinense potevan vedersi le Istituzioni e le Novelle di Giustiniano, tanto è lontano che l'uso delle medesime a questi tempi fosse così frequente ne' Tribunali delle città di queste nostre province, come ora.

Solo le leggi longobarde eran le dominanti, e ciascun Tribunale secondo quelle diffiniva le sue cause, e secondo le medesime si regolavano le successioni, i testamenti, i contratti, la punizion de' delitti, le confiscazioni e tutti i giudicj. Sono fra monumenti delle nostre antichità ancor'a noi rimasi alcuni vestigi, che i Giudici appoggiavano le loro sentenze sopra queste leggi; e Lione Ostiense[398], il litigio insorto intorno l'anno 1017 tra il monastero di Monte Cassino con i Duchi di Gaeta, e' Conti di Trajetto, narra che fu deciso non meno per le leggi romane, che per le longobarde. Camillo Pellegrino[399] rapporta un diploma di Riccardo II Principe di Capua, per cui fu fatta donazione alla chiesa di S. Michele Arcangelo in Formiis di molti beni, e fra gli altri d'alcuni, che a Riccardo suo avo erano pervenuti per alcune confiscazioni seguite secundum Longobardorum legem. E questo medesimo Scrittore[400] rapporta due sentenze profferite anche dopo questi tempi, una dell'anno 1149 sotto il Re Ruggiero, e l'altra nell'anno 1171 sotto il Re Guglielmo, nelle quali si vede per le leggi longobarde essere le cause decise.

Nè in questi tempi, nel decider le cause, ricercavano i Giudici tanto apparato e tanta pompa, come osserviamo a' tempi nostri. Essi credevano che quelle sole potessero bastare, e ciò anche procedeva perchè non si dava luogo a tante lunghezze, a tanti raggiri e sottigliezze. Ogni città teneva il suo Tribunale, ed i suoi Giudici: e le liti senza molto apparato presto eran terminate; quando accaddevano controversie intorno a' confini, o che in altra maniera vi si richiedesse l'ispezion oculare, si portavano sulla faccia del luogo, ed ivi presto la causa si finiva; nè eran dispendiati i litiganti di ricorrere a' Tribunali remoti, ma nella loro città avanti i loro Giudici le controversie eran tosto terminate.

§. I. Prime raccolte delle leggi longobarde; e loro Chiosatori.

Avendo dunque, particolarmente in questi tempi, acquistata tanta forza in queste province le leggi longobarde, i nostri Professori tutti s'applicavano allo studio delle medesime; nè essendo stato fin qui, chi l'avesse in un sol volume raccolte, nel quale e le leggi de' Re longobardi, e quelle che dagl'Imperadori di Occidente, come Re d'Italia, erano state sinora promulgate, fossero state unite insieme per uso del Foro, e per maggior agio e comodità degli Avvocati e dei Giudici: finalmente intorno a questi tempi ne fu fatta la compilazione, per la quale in un sol volume furono tutte queste leggi raccolte.

La prima raccolta che noi possiamo mostrare di queste leggi, è quella che ancor si conserva nell'Archivio del monastero della Trinità della Cava, ove in un volume membranaceo scritto in lettere longobarde, si vedono inseriti tutti gli editti de' Re d'Italia, incominciando da Rotari, che fu il primo a dar leggi scritte a' Longobardi. Dopo l'editto di Rotari, siegue l'altro di Grimoaldo: indi sieguono le leggi di Luitprando: poi quelle di Rachi, e finalmente quelle d'Astolfo, che fu l'ultimo Re longobardo, che avesse stabilite leggi; poichè, come si disse, Desiderio suo successore ed ultimo de' Re longobardi, intricato in continue guerre, non potè pensare alle leggi. Ma poichè, non ostante che Carlo M. avesse discacciato Desiderio, ed il Regno d'Italia da' Longobardi fosse trasferito a' Franzesi, non cessò la dominazione de' Longobardi in queste nostre province sotto i Principi di Benevento, i quali ad esempio de' Re longobardi, stabilirono molte leggi, le quali lungamente nel Principato di Benevento, che in que' tempi abbracciava quasi tutto ciò che ora è Regno di Napoli, s'osservarono: perciò il Compilatore suddetto, che intraprese questa fatica per comodità de' nostri, in quel suo volume inserì ancora i Capitolari d'Arechi primo Principe di Benevento, e quel d'Adelchi suo successore; e dopo avere framezzate in quello alcune sue operette, fa una breve sposizione d'alquante leggi per uso de' Beneventani, e molto più per gli Capuani, per li quali mostra aver fatta quella fatica; tanto che per ciò, e per alcune altre conghietture, suspica Camillo Pellegrino[401], che l'Autore fosse stato capuano. In questa raccolta aggiunse egli ancora alcune sue operette legali sotto questi sconci e goffi titoli. Quantas caussas debet esse judicata sine Sacramentum. Item quantas caussas fieri debet per pugna judicata. Memoratorium pro quibus caussis filii ab haereditate patris exeredati fieri debet. Chiudono in fine il libro i Capitolari di Carlo Magno, di Pipino, di Lodovico, e degli altri Imperadori, i quali discacciati i Longobardi per Carlo Magno furono Re d'Italia.

Questa è la più antica raccolta, che noi abbiamo delle leggi longobarde fatta da un Capuano, il cui nome è a noi ignoto, la quale non mai impressa, si conserva nell'Archivio cavense. Il tempo nel quale fu fatta, suspica il Pellegrino essere nel principio di questo undecimo secolo intorno all'anno 1001 o poco da poi; poichè l'Autore v'inserisce un Catalogo dei Duchi e Principi di Benevento, e de' Conti di Capua, e lo tira sino al detto anno, sino al Principe di Capua Adimaro. Mostra divantaggio aver conosciuto Pandolfo Capodiferro Principe di Capua, il quale morì nell'anno 981. E questo è ancora il primo ed il più antico Autore, che noi possiamo mostrare avere scritte opere legali adattate a questi tempi, ne quali tutta la cura ed applicazione de' nostri Professori era intorno alle leggi longobarde.

Chi fosse l'Autore di quell'altra vulgata compilazione divisa in tre libri, e distinta in più titoli che ora si legge inserita nel volume dell'autentico, non è di tutti conforme il sentimento. Che fosse ella antica, si dimostra da' libri feudali[402], dove si allegano molte leggi longobarde, che ella racchiude. Alcuni[403] credono, che fosse fatta ne' tempi di Lotario III ovvero II Imperadore da Pietro Diacono Monaco Cassinense, ancorchè per privato studio, ma con impulso però dello stesso Imperador Lotario, non potendosi dubitare, che Pietro fosse stato suo Logoteta in Italia, e costituito da lui Cartulario e Cappellano nell'Imperio[404]. Lo argomentano dal vedersi, che dopo Lotario non si leggono in questa compilazione altre Costituzioni d'Imperadori posteriori; poichè se bene nelle ultime edizioni di Lindenbrogio e nelle vulgate si legga una costituzione di Carlo IV si vede chiaro, che quella vi fu aggiunta da poi, non leggendosi nella raccolta di Melchior Goldasto, ch'è più antica dell'edizione di Lindenbrogio; nè quella si appartiene punto al Regno d'Italia. Struvio[405] aggiunge un'altra conghiettura dal vedersi, che alcuni esemplari portano anche il nome di Pietro Diacono.

Altri per contrarj argomenti di ciò non s'assicurano, ed il suo Autore dicono esser incerto. Dubitano esserne stato Pietro Diacono, poichè questi nella Cronaca Cassinense[406] noverando minutamente tutte le sue opere che compilò dopo essersi fatto Monaco, e facendo di esse minuto catalogo, sino a porvi i proemj che fece ad alcuni libri non suoi, ed a riferire due inni che compose a Santa Giusta, ed alcuni sermoni, ed altre minuzzerie: di questa compilazione non ne favella affatto; quando, se egli ne fosse stato Autore, non avrebbe mancato di farne pompa, parlando egli delle sue cose, ancorchè di picciolo rilievo, con estraordinario compiacimento. Si aggiunge, che Carlo di Tocco, antichissimo nostro Giureconsulto, nel proemio delle Chiose che fece a questi libri, parlando dei Compilatori, dice che per la loro antichità, non avea potuto saperne i nomi; e pure Carlo di Tocco fu molto vicino a' tempi di Lotario, poichè visse nel Regno di Guglielmo Re di Sicilia, ed avrebbe potuto sapere se ne fosse stato Autore Pietro Diacono.

Che che ne sia, egli è certo che questa seconda Raccolta divisa in tre libri, ancorchè mal fatta, senza ordine di tempo, e con grande confusione, ebbe miglior fortuna, che la prima più metodica, e dove secondo l'ordine de' tempi furono raccolti tutti gli editti de' Re longobardi, ed i capitolari degli altri Imperadori Re d'Italia. Questa non mai impressa giace ancor sepolta nell'Archivio della Cava; all'incontro quella, di cui fassene Autore Pietro Diacono, ebbe molte edizioni, alcune separate, altre unite al volume dell'Autentico; e Basilio Giovanni Eriold colle leggi Saliche, Alemanne, Sassone, Brittanne, e d'altre Nazioni, fecela ristampare in Basilea nell'anno 1557. Melchior Goldasto ne fece fare un'altra edizione, e Federico Lindenbrogio la fece di nuovo ristampare, e l'unì al Codice delle leggi antiche.

L'uso ed autorità, che diedero i nostri maggiori a questi libri fu tale, che secondo quelli eran decise le liti ne' Tribunali; perciò i più antichi nostri Professori v'impiegarono le loro fatiche in commentarli, e farvi delle note. Il primo che impiegasse i suoi talenti sopra questi libri, e che con ben lunghe chiose gl'illustrasse fu Carlo di Tocco. Questi nacque nella Terra di Tocco posta su'l Beneventano, donde, come era l'uso di que' tempi, prese il cognome; e seguendo l'esempio de' suoi maggiori, per esser nato, com'egli dice, di padre similmente Dottor di leggi, si portò giovanetto in Bologna per apprendervi ragion civile; ed ebbe la sorte d'avere per maestri Placentino[407], Giovanni[408], Ottone Papiense[409], e Bagarotto[410], discepoli che furono del famoso Irnerio. Ritornato poi nel Regno fu fatto Giudice in Salerno[411]; ed essendo ancor giovane, fu sotto il Re Guglielmo I, nell'anno 1162, creato Giudice della Gran Corte[412]. Fu riputato uno de' più insigni Giureconsulti de' suoi tempi, e fra noi estese la sua fama anche presso coloro, che gli successero.

L'occasione che fu data a questo Giureconsulto di impiegare i suoi talenti sopra le leggi longobarde, non fu altra se non quella, ch'ebbero Ermogeniano e Gregorio a compilare i loro Codici. Questi due Giureconsulti, vedendo che per le nuove leggi de' Principi cristiani, l'antica giurisprudenza de' Gentili romani ruinava, vollero per mezzo de' loro Codici, quanto più fosse possibile ripararla, perchè almeno si conservasse in quelli. Così ne' tempi di Guglielmo, essendosi già ritrovate le Pandette in Amalfi, ed essendosi cominciate ad insegnare nell'Accademie d'Italia, i Giureconsulti di que' tempi eran tratti dalla loro eleganza e gravità ad apprenderle, e con ciò cominciando a riputar barbare ed incolte quelle de' Longobardi, lo studio delle medesime era tralasciato. Era stato a suoi dì da Irnerio, Bulgaro, Martino, Giacomo, Ugone, Pileo, Ruggieri, e da altri chiosato tutto il corpo della ragion civile; ed al costoro esempio tutti gli altri abbandonavano lo studio delle longobarde, donde potea ricavarsi maggior utile nel Foro. A questo fine Carlo di Tocco per finire di toglierne il disprezzo, come già erasi cominciato, e per invogliarli ad apprenderle, avendo fatto sommo studio sulle Pandette, proccurò illustrar le longobarde, confermando, o illustrando ciò che disponevano colle leggi romane, come fece per mezzo delle sue Chiose, le quali per la maggior parte non contengono altro, che spesse citazioni delle leggi romane, acciò che per questo mezzo s'invogliassero i Professori a studiarle, perchè con più utilità potessero servirsene per uso del Foro, appo a quale le Pandette non facevano ne' suoi tempi alcuna autorità, come diremo a più opportuno luogo. Fu questa sua fatica cotanto utile e commendata dai posteri, che acquistò forza e vigore poco meno delle leggi stesse; ed Andrea d'Isernia parlando di questa Chiosa del Tocco fatta alle longobarde, dice che plurimum in Regno approbatur[413]. Colla medesima lode ne parlano Luca di Penna, Matteo d'Afflitto, ed altri nostri antichi Autori.

Per quest'istessa cagione ne' tempi dell'Imperador Federico II innalzandosi assai più lo studio delle leggi romane, che traeva a se tutti i Professori, i quali scordatisi con poca loro utilità delle leggi longobarde, ch'erano quelle, per le quali potevano vincer le cause ne' Tribunali, erano tutti intesi alle romane, fu data occasione ad Andrea Bonello da Barletta di far alcuni Commentarj sopra le longobarde, per li quali notò tutte le differenze, che v'erano tra l'une e l'altre leggi, affinchè nell'avvenire, com'egli dice, non si dasse occasione d'errare agli Avvocati, i quali mentre erano tutti intesi ad apparare le leggi romane, trascuravano le longobarde; onde sovente nelle cause era forza di soggiacere, e d'esser vinti da' Professori d'inferior grado e dottrina. Così egli narra esser accaduto una volta ad un grande Avvocato, il quale con ben grandi apparati difendendo una causa, avendo allegate a pro del suo Clientolo molte leggi romane: surse all'incontro certo Avvocatello suo oppositore, il quale portando nascosto sotto il mantello il libro delle leggi longobarde, dopo averlo fatto arringare a sua posta, cacciò fuori il libro, dal quale recitate alcune leggi, che decidevano a suo favore il caso, riportò la vittoria con grande scorno del suo Avversario, il quale pien di rossore vinto andò via.

Fu Andrea Avvocato fiscale sotto l'Imperador Federico II, ed avuto in molta stima da questo Principe, il quale per suo consiglio istituì la Curia Capuana. Fu un Giureconsulto molto rinomato nella sua età, e presso i suoi successori avuto in molta riputazione. Andrea d'Isernia[414] lo chiama valente Dottore, Matteo d'Afflitto[415] gran Giurista; ed altri non lo nominano, se non con grandi elogi. Compose, oltre a quest'opera utilissima, e necessaria per sapersi le differenze dell'une e dell'altre leggi, altri Commentarj sopra le leggi romane, sovente allegati da Napodano e da Afflitto; e poichè, oltre di questi Autori, non si ha riscontro che fossero allegati da altri, si crede che fossero da poi dispersi; siccome le sue Chiose sopra le nostre Costituzioni, furono per poca diligenza de' Copisti confuse con quelle di Marino di Caramanico, tal che ora mal si possono discernere.

Biase da Marcone, che visse a' tempi del Re Roberto, e fu suo Consigliere e familiare, pure sopra le leggi longobarde impiegò i suoi talenti, commentandole[416]. Ne compilò un grosso volume, che manuscritto si conservava appresso Marino Freccia, come egli dice nel libro de' Suffeudi. Francesco Vivio[417] lo chiama uomo di grand'autorità nel Regno, e specialmente pel suo trattato delle differenze del diritto dei Romani, e quello de' Longobardi: fu egli coetaneo ed amico di Luca di Penna, e discepolo di Benvenuto di Milo Vescovo di Caserta, cui professava grandi obblighi per averlo da niente ridotto a quello stato. Niccolò Boerio pure impiegò le sue fatiche sopra queste leggi. E negli ultimi tempi sotto l'Imperador Carlo V, Giambattista Nenna di Bari famoso Giureconsulto della sua età, compose un libro sopra queste leggi, con una spiega per alfabeto delle parole astruse de' Longobardi, che fece stampare in Venezia nell'anno 1537[418]. Ma in decorso di tempo scemandosi sempre più la forza e l'autorità presso noi di queste leggi, ed andate finalmente in disuso, finirono i nostri Professori d'impiegarvi più i loro studj, e rimangono ora affatto oscure ed abbandonate.

§. II. Le discipline risorgono fra noi per opera de' Monaci Cassinensi.

Nel principio di questo secolo risvegliati gl'ingegni dal sonno, in cui erano stati nel precedente, si applicarono alle discipline; ed i contrasti che vi furono non meno fra gl'Imperadori d'Occidente ed i romani Pontefici, che fra i Greci ed i Latini, eccitarono gli animi a' studj, e diedero occasione a coloro, che si erano attaccati ad un de' partiti, che aveano qualche capacità, d'esercitare le penne, e di far comparire il lor sapere. Lo scisma, che in questi tempi teneva divisa la Chiesa greca dalla latina, e particolarmente la contenzione sopra il dogma della processione dello Spirito Santo, teneva ancora esercitati gl'ingegni, perchè più del solito s'applicassero a studj sacri e della teologia. Alcuni imitarono assai bene gli antichi, o nello stile, o nella maniera di scrivere, ma per la maggior parte essendo senza cognizione di lingue e d'istoria, sentirono della barbarie e della rozzezza del secolo precedente; ed alcuni cadettero nella maniera di scrivere secca e sterile de' Dialettici. Lo studio della teologia e delle altre scienze, che nel secolo precedente era stato posto in dimenticanza, fu tra di noi rinovato per opera de' Monaci, ma sopra ogni altro per quelli di Monte Cassino. Nel principio ognuno contentavasi di seguire l'antico metodo, e di riferire l'esplicazione de' Padri sopra la Scrittura Sacra; nè trattavano de' dogmi che di passaggio e per accidente. Ma sul fine di questo secolo si cominciarono a fare delle lezioni di teologia sopra i dogmi della religione, a proponere varie questioni sopra i nostri misterj, e a risolverle per via di ragionamenti, e secondo il metodo della dialettica. I libri d'Aristotele cominciavano a farsi sentire per gli Arabi che a noi li portarono; e credettero i nostri Teologi averne bisogno per le dispute contro gli Arabi stessi, onde l'accomodarono alla nostra religione, i cui dogmi e morale spiegarono secondo i principj di questo Filosofo, e trattarono la dottrina della Scrittura e de' Padri coll'ordine e con gli organi della dialettica, e della metafisica tratta da' suoi scritti. Questa fu l'origine della teologia Scolastica, che divenne poco da poi la principale, e quasi l'unica applicazione de' nostri Monaci e delle nostre Scuole.

I Monaci Cassinensi si distinsero fra noi in questo secolo sopra tutti gli altri: essi s'applicarono a questi studj; e mantennero presso di noi le Scuole sacre con molta cura, e dove il Catechismo era con molta diligenza spiegato da valenti Teologi, de' quali era in questi tempi il numero grande. Oltre il celebre Abate Desiderio cotanto noto nell'istoria, fuvvi Alfano, che da Monaco Cassinense passò poi alla Cattedra di Salerno, e compose molte opere delle quali Pietro Diacono e Giovanni Battista Maro tesserono lunghi Cataloghi[419]. Fuvvi Albarico di Settefrati Terra posta nel Ducato d'Alvito, Monaco Cassinense, che parimente si segnalò e per la sua pietà, e per le molte opere, che scrisse[420]. Oderisio de' Conti de Marsi, di cui Pietro Diacono e Maro rapportano le opere che compose. Pandulfo Capuano, che fiorì in Cassino sotto l'Abate Desiderio nell'anno 1060, e che si distinse sopra gli altri per la letteratura non meno sacra che profana, come si vede dal Catalogo delle sue opere, che ci lasciò Pietro Diacono[421]. Il Monaco Amato, Giovanni Abate di Capua, di cui il Diacono e 'l Marco lungamente ragionano. L'istesso Pietro Diacono, e tanti altri, che ci lasciarono per le loro opere, di loro non oscura memoria.

Ma non pure in questi studj, che per altro dovean essere loro proprj, i Monaci Cassinensi si segnalarono, ma si distinsero ancora per le buone lettere e varia erudizione; e quel poco che si sapeva presso di noi a questi tempi, in loro era ristretto, e qualche cognizione, che se n'avea, ad essi la doveano le nostre province. Così osserviamo nella Cronaca[422] di quel monastero, che Alberico compilò un libro de Musica, ed un altro de Dialectica. Pandulfo Capuano scrisse de Calculatione, e de Luna; altri sopra consimili soggetti, come può vedersi presso Pietro Diacono[423], dai Cataloghi delle loro opere, che tessè; ed altri impiegarono la loro industria a ricercar libri di varie erudizioni e scienze, e farli trascrivere, come fece Desiderio, che oltre i libri appartenenti alle cose sacre ed ecclesiastiche, fece trascrivere l'Istoria di Giornande de' Romani e de' Goti: l'Istoria de' Longobardi, Goti e Vandali: l'Istoria di Gregorio Turonense: quella di Giuseppe Ebreo de Bello Judaico: l'altra di Cornelio Tacito con Omero: l'Istoria d'Erchemperto: Cresconio de Bellis Libicis: Cicerone de Natura Deorum: Terenzio ed Orazio: i Fasti d'Ovidio: Seneca: Virgilio con l'Egloghe di Teocrito: Donato ed altri Autori. Nè minore poco da poi fu la cura e la diligenza di Pietro Diacono, il quale oltre alle sue opera raccolse l'astronomia da più antichi libri. Ci diede Vitruvio abbreviato de Architectura: un libro de Generibus lapidum pretiosorum, ed altri moltissimi, dei quali egli ne tessè un lungo catalogo.

§. III. Della Scuola di Salerno famosa a questi tempi per lo studio della filosofia e della medicina introdotte quivi dagli Arabi.

Gli Arabi, non già perch'eran Maomettani, è da dire, che abbiano fatta sempre professione d'ignoranza, come comunemente si crede: fuvvi tra loro un gran numero d'uomini insigni pel loro sapere, gli scritti de' quali riempirebbero grandissime librerie. Prima di questo undecimo secolo, erano più di trecento anni, che studiavano con applicazione; ed i loro studj non furono mai tanto forti, quanto allora, che presso di noi furono più deboli, cioè nel nono e decimo secolo. In qualunque paese dove per tante conquiste si stabilivano, essi coltivavano due sorte di studio: l'una lor propria riguardante la lor religione, ch'è quanto dire l'Alcoirano, e le tradizioni che attribuivano a Maometto, ed a' primi suoi discepoli ed espositori, onde ne uscirono le quattro Sette da noi nel libro sesto rammentate; l'altra riguardava gli studj, ch'essi avean presi dai Greci, e questi eran più nuovi, rispetto a quelli dei Musulmani, i quali erano tanto antichi, quanto era la lor religione.

Questi Popoli, come altrove fu narrato, avendo soggiogate molte regioni del romano Imperio, e depredate molte province dell'Asia, infra le prede ed i bottini fatti in Grecia, avendovi per avventura trovati alcuni libri, si diedero con fervore non ordinario agli studj delle lettere; e se ne invogliarono in guisa, che verso l'anno 820 fecero da Califo Almanon dimandare all'Imperadore di Costantinopoli i migliori libri greci, ed avuti, gli fecero tradurre tutti in Arabico. Ma di questi libri, di quelli della poesia non facevano alcun uso, perchè oltre d'essere dettati in una lingua straniera, e d'un gusto tutto differente dal loro, vi era ancora il rispetto della propria religione, la qual facevagli abborrire l'Idolatria, onde giudicavano non esser loro permesso di leggerli, e contaminarsi per tanti nomi di falsi Dei, e per tante favole, onde erano ripieni. La medesima superstizione gli fece ancora abborrire i libri dell'Istorie, sprezzandosi da loro ciò ch'era più antico del loro Profeta Maometto. Dei libri politici non potevan certamente averne uso, perchè la forma del loro governo era tutta altra delle Repubbliche più libere: essi viveano sotto un Imperio assolutamente dispotico, ove non bisognava aprir bocca se non per adulare il lor Principe; e di non ricercare altri mezzi, che d'ubbidire al volere del lor Sovrano.

Non trovarono adunque altri libri accomodati al loro uso, che quelli de' Matematici e de' Medici e de' Filosofi. Ma come non cercavano nè politica, nè eloquenza: così la lezione di Platone non era lor convenevole; tanto più, che per bene intenderlo era necessaria la cognizione de' Poeti, che trattano la religione e l'Istoria de' Greci. Abbattutisi perciò nell'opere di Aristotele, d'Ippocrate e di Galeno, si diedero con fervore a studiarle. Piacque lor molto più Aristotele colla sua dialettica e colla metafisica, studiandolo con tutto il fervore, e con incredibile assiduità. Si applicarono anche alla sua fisica, principalmente agli otto libri, che non contengono quella se non in generale; imperciocchè la fisica particolare, che ha bisogno d'esperienze e di osservazioni, non la riputavano tanto necessaria.

La medicina fu sopra ogni altro da essi tenuta in pregio, e la studiavano sopra i libri d'Ippocrate e di Galeno; ma la fondavano principalmente sopra generali discorsi delle quattro qualità del temperamento de' quattro umori, e sopra le tradizioni de' rimedi, senza farne alcun esame, ma mischiandoli con infinite superstizioni; e perciò non coltivavano l'anotomia ricevuta da' Greci molto imperfetta. Ma non così fecero della chimica, la quale se non è stata da essi inventata, ricevette al certo da essi molto ingrandimento; ma vi frammischiarono anche tanti vizj che sino ad oggi è sommamente difficile di separarli: tante vanità di promesse, tanta stranezza di discorsi, tanta superstizione di operazioni, e tutto ciò che poscia generò i ciarlatani e gl'impostori. Passavano quindi agevolmente dagli studj della chimica a quelli della magia, e di ogni sorta di divinazione, alli quali gli uomini naturalmente s'arrendono, quando non sanno la fisica, la storia e la religione. Ciò che lor diede molto aiuto in queste illusioni, fu l'astrologia, ch'era il fine principale de' loro studj di matematica. Infatti coltivarono questa pretesa scienza sotto l'Imperio de' Musulmani con tanto fervore, ch'ella era ormai divenuta la delizia de' Principi, regolando su tal fondamento le imprese loro più grandi. Lo stesso Califo Almanon prese a calcolare le tavole astronomiche, che furono tanto celebri; e bisogna confessare, che hanno molto servito per le sue osservazioni, e per le altre utili parti della matematica, come per la geometria e l'aritmetica. Lor deesi l'algebra e lo zero per moltiplicare per dieci; il che poi rendette le operazioni degli Aritmetici tanto facili. Quanto all'astronomia aveano il vantaggio medesimo, che avea stimolato gli antichi Egizj e Caldei a bene applicarvisi, perchè abitavano i medesimi paesi, ed avevano di più tutte le osservazioni degli antichi, e tutte quelle aggiunte da' Greci.

Questi Popoli adunque inondando le province di Europa ne' tempi più barbari ed incolti, e nel colmo dell'ignoranza e stupidezza: ne' paesi ove arrivavano si conciliavano, o col nome de' loro famosi Maestri, sotto i quali aveano studiato, o per li gran viaggi da essi fatti, o per la singolarità delle loro opinioni una stima ed un credito grande. Si sforzavano di rendersi distinti con qualche nuova sottigliezza di logica o di metafisica, e non s'applicavano, che al più maraviglioso, al più raro, al più malagevole a spese del gradimento, del comodo e dell'utile ancora. Furono perciò in Europa ammirati, ed i loro savi tenuti in gran pregio. I libri di Mesue, d'Avicenna, d'Averroe (che il Commento fece, del famoso Rasi) e di tanti altri, furono avuti appo noi in somma stima e riputazione. E Carlo M. fece i loro libri Arabici tradurre in latino insieme con alcuni Autori greci, ch'erano stati da essi in Arabico tradotti, affinchè la loro dottrina si diffondesse per tutte le province del suo Imperio. Quindi avvenne, che i Francesi e gli altri Cristiani latini appresero degli Arabi quello, che gli Arabi stessi aveano appreso da' Greci, cioè la filosofia d'Aristotile, la medicina, e le matematiche, sprezzando la lor lingua, la loro istoria e poesia, siccome gli Arabi sprezzate aveano quelle de' Greci. E siccome gli Arabi aveano contaminate quelle discipline, così da noi furon ricevute tutte imbrattate: la filosofia tutta vana ed inutile, perchè lontana dalla fisica particolare che avea bisogno di sperienze e di osservazioni; l'astrologia piena d'illusioni e di vane divinazioni; ma sopra tutto la medicina piena di spropositi e di superstizioni.

I primi libri adunque, che sopra queste facoltà si cominciarono a studiare, furono quelli degli Arabi, e per la medicina fra gli altri quelli di Mesue, e di Avicenna; ed i primi che gli studiassero furono i Chierici ed i Monaci, perchè la letteratura fra questi era ristretta; perciò a questi tempi essi soli erano i Filosofi, essi soli i Medici. Quindi leggiamo, che in Francia Fulberto Vescovo di Chartres, ed il Maestro delle sentenze, erano Medici: Obize Religioso di San Vittore era Medico di Luigi il Grosso: Riccardo Monaco di S. Dionigi, che scrisse la vita di Filippo Augusto, lo era parimente. Ed in queste nostre Province i migliori Medici erano i maggiori Prelati, ed i più celebri Monaci Cassinensi, come vedremo; ed erasi nell'Ordine ecclesiastico cotanto radicata questa professione, che un Concilio di Laterano tenuto sotto Innocenzo II nell'anno 1139 considera come un abuso di già invecchiato, che i Monaci ed i Canonici Regolari, per procacciarsi ricchezze facessero professione d'Avvocati e di Medici: e perchè il Concilio non parlava che di Religiosi professi, la medicina non lasciò d'esser esercitata da' Chierici per lo spazio ancora di trecento altri anni.

Quante occasioni si fossero date a' nostri provinciali di comunicare con questi Arabi, donde poterono apprendere queste scienze, ben si è veduto ne' precedenti libri di questa Istoria, e dalle varie abitazioni, che ebbero i Saraceni in queste nostre regioni, nel Garigliano, nella Puglia, nel Monte Gargano, in Bari, in Salerno, in Pozzuoli, ed in tanti altri luoghi; in guisa che ancora oggi a noi nella comune favella ci rimangono molti loro vocaboli, come altrove fu notato; ed in Pozzuoli si serbano ancora quattro marmi con iscrizioni in rilievo di caratteri orientali saracineschi. Si aggiunse ancora a questi tempi maggior comunicazione con gli Arabi per la vicinanza della Spagna, di cui aveano essi più d'una metà; ed il continuo commercio per li viaggi in questi tempi frequentissimi in Oriente, per cagion delle Crociate.

Ma come presso di noi nella città di Salerno la loro dottrina, e specialmente la medicina, fossesi così ben radicata, sì che questa città, sopra tutte le altre delle nostre province, n'andasse altiera per la famosa Scuola quivi fondata, non è stato, per quanto io mi sappia, fra tanti nostri Scrittori fin qui investigato. Coloro, che credettero la Scuola salernitana essersi da Carlo M. istituita insieme colla Scuola di Parigi e di Bologna, vanno di gran lunga errati, essendosi altrove in quest'Istoria mostrato, non aver potuto Carlo in questa città fondare Accademie, come quella che non fu mai sotto la sua dominazione; anzi in que' tempi, che si narra la fondazione delle Scuole di Parigi e di Bologna, tra Carlo M. ed il Principe Arechi furono guerre cotanto ostinate, che non fu possibile ridurlo; ed Arechi avea così ben fortificato Salerno, che fu riputato il più sicuro asilo de' Principi longobardi contro gli sforzi di Carlo e de' suoi figliuoli.

In tempi adunque meno lontani bisogna riportar l'origine di questa Scuola, la quale ne' suoi principj non fu istituita per legge di qualche Principe, e perciò non acquistò nome d'Accademia, o di Collegio, ovvero d'Università, ma di semplice Scuola. Cominciò a stabilirsi in Salerno, perchè in questa città, come marittima, vi erano spesse occasioni di sbarco di gente Orientali ed Affricani. I Saraceni in tempo degli ultimi Principi longobardi la visitavano spesso, onde gli Arabi ebbero occasione di farvi lunghe e spesse dimore. Si è veduto nel precedente libro, che i Saraceni ora dall'Affrica, e spesso dalla vicina Sicilia sopra navi giungendo alla spiaggia di quella città mettevano terrore a' Salernitani, i quali per liberarsi da' saccheggiamenti e da' danni, che inferivano ne' loro campi e castelli vicini, non avendo forze bastanti per poterli discacciare, pattuivan con essi tregua, ed accordavano la somma per comperarsi la quiete: per unire il denaro vi voleva tempo, onde i Saraceni calavano dalle navi in terra, e nella città, ed aspettavano, sin che dagli Ufficiali destinati dal Principe a far contribuire da' suoi vassalli le somme richieste, non si fosse unito il riscatto. Queste invasioni erano molto spesse, tanto che i Salernitani vi si ci erano accomodati; nè se non a' tempi di Guaimaro il Maggiore ne furono, come si disse, da' valorosi Normanni liberati. Or con queste occasioni conversando spesso i Salernitani con gli Arabi, appresero da essi la filosofia, ma sopra ogni altro si diedero agli studj della medicina, nella quale riuscirono eminenti.

Ma infra gli altri, che resero illustre la Scuola salernitana, fu Costantino affricano. Questi oriondo di Cartagine, per le sue peregrinazioni in molte parti dell'Asia e dell'Affrica avea appreso da quelle Nazioni varie scienze; ma sopra tutto si diede alla medicina ed alla filosofia. Egli navigò in Babilonia ove apprese la grammatica, la dialettica, la geometria, l'aritmetica, la matematica, l'astronomia e la fisica de' Caldei, degli Arabi, de' Persi, de' Saraceni, degli Egizj e degl'Indi; e dopo aver nel corso di 39 anni quivi finiti questi studj, tornossene in Affrica. Ma gli Affricani che mal soffrivano d'esser da lui oscurati per l'eccesso di tanta dottrina, pensarono d'ammazzarlo. Il che avendo penetrato Costantino, imbarcatosi di notte tempo su d'una nave, in Salerno si portò: ove per qualche tempo in forma di mendico stette nascosto[424].

Era, come altre volte si è detto nel corso di quest'Istoria, la città di Salerno frequentata da' Popoli di queste Nazioni, onde non passò guari che vi capitasse il fratello del Re di Babilonia, tirato forse dalla curiosità di veder questa città, la quale da Roberto Guiscardo era stata innalzata a metropoli, ed ove avea trasferita la sua residenza, e la quale pel continuo traffico e commercio d'infinite Nazioni a quel Porto, erasi resa l'emporio d'Occidente. Da questo Principe fu Costantino scoverto, e celebrando al Duca Roberto le sue eccelse prerogative, fece sì che Guiscardo lo accogliesse con somma cortesia, e gli rendesse tutto quell'onore, che ad uomo di quella qualità si conveniva. Si trattenne perciò egli in Salerno, ove ebbe campo di maggiormente promovere gli studj di filosofia, e sopra tutto di medicina, nella quale sopra tutte le altre facoltà era eminente; dopo essersi per molti anni trattenuto in Salerno, ritirossi a Monte Cassino, ed ivi si fece Monaco; ed in tutto il tempo che dimorò in quel monastero, non attese ad altro, che a tradurre varj libri di diverse lingue, ed a comporre molti trattati di medicina, de' quali Pietro Diacono[425] tessè un lungo catalogo.

Crebbe perciò la fama della Scuola salernitana, la quale in gran parte la deve a' Monaci Cassinensi, i quali la promossero per gli studj assidui, che facevano sopra la medicina. Sin da' tempi di Papa Giovanni VIII questi Monaci eransi dati a tali studj; e Bassacio loro Abate, di medicina espertissimo, ne compose anche alcuni libri[426], dove dell'utilità ed uso di molti medicamenti trattava, non riputandosi a que' tempi, come si è detto, cosa disdicevole, che i Cherici ed i Monaci professassero medicina. Quindi presso di noi nella città di Salerno, ed altrove non si sdegnavano di professarla i più insigni e nobili personaggi. Alfano Arcivescovo di Salerno, narra Lione Ostiense[427], ch'era espertissimo in medicina, e che la sua maggior applicazione era di curare gl'infermi. Romualdo Guarna pur Arcivescovo di quella città, non isdegnava di professarla, siccome tutti i Nobili salernitani riputavano sommo lor pregio d'esserne instrutti, e di praticarla; e questo costume durò in Salerno per molti anni appresso: ond'è che alcuni non ben intesi di questa usanza, adattando i costumi presenti agli antichi, riputarono esser altri quel Giovanni di Procida, che fu celebre Medico, da quel famoso Giovanni Nobile salernitano autore della celebre congiura del vespro Siciliano, quasi che mal si convenisse ad un Nobile professar medicina.

Rilusse perciò la Scuola di Salerno assai più per tanti insigni personaggi che professavano quivi la medicina, e riputossi a questi tempi la più dotta e la più culta di quante mai ne fiorissero in Europa. Quindi avvenne, che da Salerno si chiamavano i Medici, e che i più grandi personaggi caduti in gravi infermità si portavano ivi per curarsi, siccome fece il celebre Abate Desiderio, il quale come narra Lione, per guarirsi d'una sua malattia, alla quale le molte vigilie ed astinenze l'avean condotto, portossi in Salerno. E ne' tempi che seguirono, pur si narra, che Guglielmo il Malo, ammalatosi in Palermo, e crescendo tuttavia il male, fece venire Romualdo Guarna Arcivescovo di Salerno assai dotto in Medicina per curarsi, il quale benchè gli ordinasse molti rimedi valevoli al suo male, egli nondimeno non poneva in opera, se non quelli che a lui parevano, per la qual cosa s'accelerò la morte[428]. Quindi ancora si legge, che i migliori farmaci erano in Salerno fabbricati; onde si narra, che Sigelgaita da Salerno facesse venire i veleni per attossicare il figliastro ed il suo marito Roberto.

Ma quello, che diede maggior nome a questa Scuola fu l'opera, che compilò Giovanni di Milano, famoso Medico in Salerno, la quale ebbe l'approvazione di tutta la Scuola salernitana, e che sotto il nome della medesima al Re d'Inghilterra fu dedicata. Ciò che intorno a questi medesimi tempi, ne' quali siamo, accadde per un'occasione, che bisogna rapportare, affinchè non paja strano come i Medici salernitani per un Re cotanto lontano, e col quale essi non aveano alcun attacco, avessero voluto pigliarsi tanta pena d'unire in quel libro, dettato in versi lionini, i precetti donde potesse conservarsi in salute, ed a lui dedicarlo.

Ma cesserà ogni maraviglia se si terrà conto di quanto nel precedente libro di quest'Istoria fu narrato intorno alla venuta de' Normanni, e de' figliuoli di Tancredi in queste nostre parti: rampolli tutti di Roberto Duca di Normannia; e se riguarderassi, che negl'istessi tempi, che i nostri Normanni conquistarono la Puglia e la Calabria, ed indi il Principato di Salerno, gli altri Normanni che rimasero nella Neustria, sotto Guglielmo Duca di Normannia invasero l'Inghilterra, e dopo innumerabili vittorie finalmente intorno l'anno 1070 ridussero quel Regno sotto la dominazione del famoso Guglielmo, che perciò fu soprannomato il Conquistatore. Così regnando in Salerno, ed in Inghilterra Principi d'un istesso sangue, e tutti della razza di Rollone primo Duca della Neustria, fu cosa molto connaturale, che fra di loro, e' loro sudditi vi fosse amicizia e buon'alleanza.

Ma a qual Re d'Inghilterra i Medici di Salerno dedicassero in questi tempi quel libro, e con qual occasione è bene che si narri. Guglielmo Duca di Normannia dopo aver conquistato il Regno d'Inghilterra, lasciò di se tre figliuoli, Guglielmo Ruffo, Roberto, ed Errico. A Guglielmo primogenito fu ceduto il Regno d'Inghilterra: ma questi morì senza figliuoli nell'istesso tempo, che Goffredo Buglione insieme con Roberto si trovava nell'espedizione di Gerusalemme. Avea Roberto, cui il padre avea costituito Duca di Normannia, dopo aver ceduto il Regno d'Inghilterra a Guglielmo Ruffo, voluto seguitar, ad esempio degli altri Principi, Goffredo in quella spedizione, e dovendo passare in Palestina venne in Puglia per imbarcarsi con tutti gli altri; ma essendo quivi giunto nel rigor dell'inverno, passò tutta l'invernata dell'anno 1096 presso i Principi normanni della Puglia e di Calabria suoi parenti, da' quali con tutti i segni d'affetto fu ricevuto e accarezzato. Soppraggiunta da poi la primavera tragittò il mare, ed in Palestina col famoso Goffredo all'impresa di Gerusalemme s'accinse. Fu quella finalmente presa, ma nell'istesso tempo fu amareggiata a Roberto tal vittoria per la funesta novella della morte di Guglielmo suo fratello senza figliuoli, al quale egli dovea succedere. Gli fu offerto il Regno di Gerusalemme, ma egli rifiutollo, dovendo ritornare in Inghilterra a prender possesso di quel Reame, di cui egli era più vicino erede. Nel ritorno ebbe a passar di nuovo per queste parti, onde in Salerno fu da quel Principe suo congiunto con ogni stima ed onore accolto. E poichè nell'assedio di Gerusalemme avea ricevuta una ferita nel braccio destro, la quale essendosi mal curata era degenerata in fistola, consultò quivi i Medici di Salerno che dovesse fare per guarirsela. Que' Medici osservando, che quella ferita era proceduta da una freccia avvelenata, gli dissero che non vi era altro modo per guarirsene, se non si facesse succhiare da quella il veleno, che v'era. Non volle a ciò consentire il pietoso Principe per non porre in rischio colui che dovea succhiarla; ma la Principessa sua moglie con raro esempio d'amore, non curò ella esporsi al periglio, e mentre Roberto dormiva, senza che potesse accorgersene fece tanto, e sì spesse volte replicò il succhiare, che tutto trasse il veleno della ferita, e reselo sano.

(Alcuni stimano favoloso questo racconto del succhiamento del veleno. Ed intorno alla successione dei figliuoli di Guglielmo conquistatore del Regno d'Inghilterra, devono vedersi gli accurati Storici inglesi, a' quali dee in ciò prestarsi più fede, che a qualunque altro Scrittore straniere).

Volle da poi Roberto, che que' Medici gli prescrivessero una norma e ragion di vitto, perchè potesse conservarsi in quella salute, nella quale l'aveano restituito. Fu per ciò con tal occasione composto il libro, il quale se bene fosse stato composto da uno di que' Medici, porta però in fronte il nome di tutta la Scuola, non altrimente di ciò, che veggiamo essersi fatto dalla Scuola conimbricense in quella sua opera filosofica. Fu dedicato a Roberto, chiamandolo Re d'Inghilterra: non perchè questo Principe fosse stato da poi in realtà Re di quel Regno, ma perchè tornando dalla Palestina per prenderne il possesso, come a lui dovuto, non potevano aver difficoltà di chiamarlo Re di quel Regno a lui appartenente. Ma il suo fratello Errico, trovandosi egli in Inghilterra quando accadde la morte di Guglielmo Ruffo, valendosi dell'occasione per l'assenza di Roberto, invase il Regno, e per se occupollo, e se ben Roberto fosse giunto ivi con numeroso esercito per ricuperarlo, fu però da Errico disfatto e superato, onde restò escluso di quel Reame. Perchè fosse a quel Principe l'opera più gradita, e potesser meglio que' precetti ridursi a memoria, la composero in versi leonini, nella cui composizione in questa età consisteva tutto il pregio ed eccellenza de' Poeti; e perchè la dedicarono ad un Principe normanno, presso i quali questo genere di versi era il più giocondo e gradito; nè appresso di essi si faceva cosa memorabile, che non fosse dettata in questo metro. Tutti gli elogi, i marmi, e gli epitafi de' loro Principi, si componevano in questi versi; così fu dettato l'epitafio del loro primo Duca Rollone; e così ancora tutti gli altri de' nostri Principi normanni. Fu pubblicata quest'insigne opera nell'anno 1100 la quale divulgata per tutta Europa, è incredibile quanta gloria e fama apportasse a' Medici salernitani. Ebbe molti Chiosatori, e il più antico fu Arnoldo di Villanova famoso Medico di Carlo II d'Angiò. I due Giacomi Curio, e Crellio v'impiegarono pure le loro fatiche, ed ultimamente Renato Moreau, e Zaccaria Silvio la illustrarono colle loro osservazioni. Quindi per molti secoli avvenne, che la Scuola di Salerno per l'eccellenza della medicina fu sopra tutte l'altre chiara e luminosa nell'Occidente.

Così la prima Scuola, che dopo la decadenza dell'Imperio romano, e lo scadimento dell'Accademia di Roma, fosse stata istituita in queste nostre province fu quella di Salerno: ma con tal differenza, che siccome in quella della medicina non si tenne molto conto, così in questa, trascurate l'altre professioni per l'ignoranza del secolo, la medicina che non potè andar disgiunta dalla filosofia fu il principal scopo e soggetto; poichè coloro che ve l'introdussero non d'altre scienze erano vaghi, nè altre professavano con maggior studio e fervore, che la medicina e la filosofia. E perchè dagli Arabi l'appresero, presso i quali solo i libri di Ippocrate, d'Aristotele e di Galeno erano tenuti in sommo pregio, quindi avvenne, che nelle scuole per la medicina Galeno, sopra tutti gli altri, era preposto per maestro, e per la filosofia Aristotele, il quale con fortunati successi ebbe fra noi per molti secoli il pregio d'essere riputato il principe di tutti gli altri Filosofi.

Ma in questi tempi non era questo studio, che semplice scuola, poichè non fu fondato da' Principi, nè per molto tempo ricevè leggi, o regolamenti da' medesimi, perchè potesse dirsi Collegio ed Accademia, ovvero Università. Da poi che l'ebbe, prese anche questi nomi, ed il primo fu Roggiero I Re di Sicilia, il quale essendo stato anche il primo tra' Normanni a darci molte leggi, infra l'altre che promulgò, fu quella[429], per la quale proibì che niuno potesse esercitar medicina, se prima da' Magistrati e da Giudici non sarà stato esaminato ed approvato. Ma più favore ricevè questa Scuola da Federico II, il quale ordinò che niun s'arrogasse titolo di Medico, o ardisse di professar medicina, se non fosse stato prima approvato da' Medici di Salerno o di Napoli, e non avesse da questi ottenuta la licenza di medicare. E ne' tempi meno a noi lontani, avendo gli altri nostri Re successori di Federico, e particolarmente il Re Roberto, la Regina Giovanna I, il Re Ladislao, Giovanna II ed il Re Ferdinando I conceduto a questa Scuola altri onori e privilegi, fu finalmente eretta in Accademia, ed innalzata a dar gradi di Dottore particolarmente per lo studio della medicina, nel quale fioriva, ancorchè si fosse poi in quella introdotto d'insegnarsi altre facoltà.

CAPITOLO XII. Politia ecclesiastica di queste nostre province per tutto l'undecimo secolo, insino a Ruggiero I Re di Sicilia.

I Pontefici romani si videro in questo secolo in un maggior splendore, e la loro potenza grandemente cresciuta, così sopra il temporale, come sopra lo spirituale delle nostre Chiese; e si renderono molto più a' Popoli tremendi, ed a' Principi sospetti. La deposizione d'Errico Imperadore, le scomuniche che senza riguardo, anche sopra Principi coronati, erano frequentemente fulminate, le spedizioni per Terra Santa, l'introduzione delle Crociate, e 'l contrastare l'investiture a' Principi secolari, fece loro acquistare non minor ricchezza, che potenza sopra i maggiori Re della terra. Ed intorno a distendere la loro autorità spirituale sopra tutte le Chiese d'Occidente, non fu veduta la loro potenza più assoluta e maggiore che in questi tempi, particolarmente sotto il Ponteficato di Gregorio VII. Si mandavano Legati a latere in tutte le province di Europa: si mandavano da Roma i Vicarj: si chiamavano i Vescovi a Roma per render conto di lor condotta: si confermavano, o riprovavano le loro elezioni: si ricevevano le appellazioni delle loro sentenze, ammettevano le querele de' loro diocesani, o decidendole in Roma, ovvero assegnando Giudici a tutti i luoghi. In breve entravano a conoscere nelle particolarità di quanto succedeva nelle loro diocesi. Trassero perciò una infinità di cause in Roma, ovvero destinando Commessarj ne' luoghi da essi nominati, gli facevan operare colla loro autorità.

Si proccurarono introdurre nuove massime ed idee del Ponteficato romano, e stabilire quasi per articolo di fede, che il romano Pontefice abbia autorità di deporre i Re ed i Principi de' loro Regni e Dominj, se non ubbidivano a' suoi comandamenti, e sciorre i loro vassalli dall'ubbidienza: che il Papa non meno dello spirituale, che del temporale fosse Principe e Monarca; e che tutto l'Ordine ecclesiastico sia affatto libero ed immune da ogni potestà e giurisdizione di Principi secolari, anche nelle cose civili e temporali, e ciò per diritto non umano, ma divino. E poichè a questi tempi i soli Ecclesiastici e' Monaci, ma sopra gli altri quelli della Regola di S. Benedetto, possedevano lettere, ed il Popolo era in una profonda ignoranza, perciò tutto quello, che lor veniva da' Monaci e Preti dato ad intendere, come oracolo era ricevuto; quindi come narra Giovan Gersone, riputavasi il Papa esser un Dio, e che teneva ogni potestà sopra il Cielo, e sopra la terra.

La Chiesa greca, che in ciò non conveniva colla latina, e che perciò riputava il Pontefice romano, non Vescovo, ma Imperadore, venne in una più aperta divisione, separandosi affatto dalla latina, e perchè l'erano state tolte da' Normanni tutte le Chiese, che prima erano sottoposte al Trono costantinopolitano, e restituite al romano, non ebbe più che impacciarsi colle nostre Chiese. Quindi non ci sarà data da qui innanzi occasione di favellare più del Patriarca di Costantinopoli, la cui autorità, non meno che il greco Imperio, andava alla giornata scadendo. I nostri valorosi Normanni avendo discacciati affatto dalla Sicilia, e da queste nostre province i Greci, restituirono al Pontefice romano tutte le nostre Chiese; e perchè maggiormente si manifestasse quanto fosse grande il beneficio, che i nostri Principi aveano perciò reso alla Chiesa romana, Nilo Doxopatrio, che si trovava allora Archimandrita in Sicilia, scrisse un trattato delle cinque Sedi patriarcali, che a questo fino dedicò a Ruggiero I Re di Sicilia, nel quale, come fu narrato nel sesto libro di quest'Istoria, noverò le Chiese che erano state restituite al Trono romano da' Normanni, e tolte al costantinopolitano.

Per queste cagioni, e per altri segnalati servigi prestati da' Normanni alla Chiesa romana, oltre alla Monarchia fondata in Sicilia, a' nostri Principi, nel Regno di Puglia, furono serbate intatte le ragioni delle investiture, e che nell'elezione de' Prelati, senza la lor permissione ed assenso, da poichè erano stati dal Clero e dal Popolo eletti, non potesse alcuno ordinarsi. Onde la Glosa Canonica[430] disse, che nel Regno di Puglia ciò costumavasi per facoltà, che n'aveano i Re dalla Sede Appostolica. Sia per questa ragione, sia per le molte altre rapportate da noi altrove ad altro proposito, egli è evidente, che nel Regno de' Normanni, nell'ordinazione di tutti i Vescovi e Prelati di queste nostre province, era riputato necessario l'assenso del Re, senza il quale era inutile ogni elezione. Così abbiam veduto, che il Duca Ruggiero, restituita la Chiesa di Rossano al Trono romano, e tolta al greco, nominò egli il Vescovo in luogo dell'ultimo, ch'era allora morto; ma perchè quegli era del rito latino, i Rossanesi, che erano assuefatti al rito greco, ripugnarono di rendersi al Duca, se prima non concedesse loro un Vescovo del rito greco, siccome gli compiacque. E nell'elezione d'Elia Arcivescovo di Bari seguita nell'anno 1089 questo medesimo Principe vi diede il suo assenso, dopo il quale fu consecrato in Bari da Papa Urbano II[431], siccome ancor fu praticato nell'elezione del Vescovo d'Avellino a tempo del Re Ruggiero, dandovi il suo assenso Roberto Gran Cancelliero di Sicilia in nome del Re[432]. E vi è chi scrisse[433], che il Re Ruggiero fra l'altre cagioni, onde si disgustò con Papa Innocenzio II, ed aderì ad Anacleto, una si fu, che Innocenzio s'era offeso di lui, perchè s'abusasse troppo, ed audacemente di questa parte, che avea nell'elezioni de' Vescovi ed Abati, impedendo la libertà di quelle; ed il Cardinal Baronio[434] rapporta ancora il mal uso, che faceva Ruggiero di questa potestà; e che una fiata a tre persone diverse avea per prezzo, secondo che gli veniva offerto, conceduta la Chiesa d'Avellino, e poi la diede al quarto, che non la pretendeva; ma il Baronio mal fu inteso di questo fatto, perchè non il Re, ma Roberto suo Gran Cancelliero fece escludere i tre come simoniaci, e volendo schernire la loro malvagità, pattuì con tutti e tre separatamente, e poi riscosso il denaro, gli deluse, e fece eleggere per Vescovo un povero Frate di buona e santa vita, e che punto a ciò non badava; come narra Giovanni di Salisburì Vescovo di Sciartres[435]. Non meno i nostri Re normanni, che i Svevi ritennero questa prerogativa; onde avvenne, che stando Federico II sotto il Baliato d'Innocenzio III in tutte l'elezioni, il Papa stesso dava l'assenso, ma vice Regia, come Balio ch'egli era del giovanetto Principe; come diremo ne' seguenti libri.

Ritennero ancora i nostri Principi normanni la Regalia nelle nostre Chiese, non altramente che rimase in Francia; poichè dopo la morte de' Vescovi, fino che fosse creato il successore, essendo tutte le Chiese del Regno, e particolarmente quelle, che sono prive di Pastore, sotto la potestà regia, essi disponevano dell'entrate delle medesime, e perciò erasi introdotto costume che morto il Prelato, i Baglivi del Principe prendevano la cura e l'amministrazione dell'entrate delle medesime, insino che le Chiese fossero previste; siccome lo testifica l'istesso Re Ruggiero I in una sua Costituzione[436].

§. I. Monaci, e beni temporali.

Non meno delle Chiese, che sopra i monasteri, che tuttavia andavansi di nuovo ergendo sotto altre Regole e nuove riforme, stendevano i nostri Principi normanni la loro potestà e protezione. La loro pietà e religione, siccome fu cagione che lo Stato monastico in questo secolo ricevesse grandi accrescimenti e ricchezze, così meritava, che avendone essi molti arricchiti, ed altri da' fondamenti eretti, che si conservassero sotto la loro cura e protezione. Le cotante ricchezze, ed il gran numero de' monasterj dell'Ordine di S. Benedetto, e le grandi facoltà, che furon a quelli date, introdussero nell'Ordine monastico un gran rilasciamento. I Monaci perderono assai della riputazione di santità, e si perdette affatto la disciplina ed osservanza regolare nei monasterj; poichè s'intromisero ne' negozi di Stato e di guerra, frequentavano le Corti, e s'intricavano grandemente nell'imprese de' Pontefici contro i Principi. Tanto rilasciamento spinse molti ad abbracciare una vita più austera, onde si diede principio allo stabilimento di nuovi Ordini, i quali tutti facevano professione di seguire la Regola di S. Benedetto, benchè avessero qualche usanza ed instituto particolare.

In Italia, nel principio di questo secolo, Romualdo ritiratosi nelle solitudini si fermò, menando vita eremitica, nella campagna d'Arezzo, ove abitando in una casa d'un certo uomo chiamato Maldo, istituì una Congregazione di Monaci, che dal luogo ove prima abitarono, furono chiamati Camaldolesi[437]. Si multiplicarono da poi in gran numero i monasteri di questo Ordine in tutta Italia, e penetrarono ancora in queste nostre province. Pier Damiano istituì parimente una Congregazione di Romiti del medesimo genere; e Giovanni Gualberto di Firenze avendo lasciato il suo monastero per abbracciare una vita più austera e regolare, si ritirò in Vallombrosa, e vi gittò i fondamenti di una nuova Congregazione.

Ma furono maggiori i progressi appresso noi dell'Ordine de' Certosini istituito da S. Brunone nell'anno 1086. Brunone fu nativo di Colonia, e mentr'era Canonico di Rems, volle ritirarsi insieme con sei dei suoi compagni nella solitudine della Certosa, che lor fu assegnata da Ugone Vescovo di Grenoble. Nell'anno 1090 Urbano II lo chiamò in Italia, dove si ritirò in una solitudine della Calabria nominata la Torre. La fama della sua santità invogliò Ruggiero Gran Conte di Sicilia ad aver con lui stretta amicizia; ed essendosi sgravata la Contessa Adelaide sua moglie in Melito, e dato alla luce un figliuolo, lo fece battezzare per mano di Brunone: a sua intercessione ricevette dal Cielo Ruggiero maggiori favori, e segnalatissimo fu quello d'essere stato liberato da un tradimento, che il greco Sergio aveagli macchinato, perciò in Calabria si vide quest'Ordine essere stato presso noi prima stabilito, a cui i nostri Principi normanni concederono di grandi prerogative e ricchezze. I Re Angioini poi in Napoli arricchirono assai più un loro monastero fondato nel monte di S. Eramo sotto il nome di S. Martino, per una chiesetta, che eravi prima dedicata a questo Santo; ed in progresso di tempo crebbero le loro ricchezze in tanto eccesso, quanto ora si vede.

Si videro ancora a questi tempi in Francia sorgere altre riforme sotto altre Regole, donde poi vennero a noi. Due Gentiluomini di Vienna, Gastone e Girondo, avendo votate le lor persone, e le lor facoltà al soccorso di coloro, ch'erano assaliti dall'infermità della risipola, ovvero fuoco sacro, che andavano ad implorare l'intercessione di S. Antonio in Vienna, diedero principio all'istituzione dell'Ordine di S. Antonio, composto da principio di alcuni laici, e poi di Religiosi, i quali fecero professione della Regola di S. Agostino. L'anno 1098 Roberto Abate di Molesmo si ritirò in Cistella nella diocesi di Scialen sopra Saona con alcuni Religiosi, in numero di ventuno; vi fondò un monastero, e vi lasciò alcuni Religiosi, i quali vi restarono da poi ch'e' fu ritornato in Molesmo. Questa riforma fu approvata nell'anno 1100 dal Papa; e Stefano Ardingo pose nell'anno 1100 la prima mano alla perfezione di quest'Ordine, che divenne floridissimo.

Ma presso di noi rilusse assai più nel principio del seguente secolo intorno l'anno 1134 sotto Ruggiero I Re di Sicilia una nuova riforma dell'Ordine di San Benedetto, il cui autore fu Guglielmo da Vercelli. Questi fu il fondatore dell'Ordine de' Frati di Monte Vergine, il quale per la fama della santità della sua vita fu molto caro al Re Ruggiero, ed a Giorgio d'Antiochia suo Grand'Ammiraglio, ed usando spesso nella Corte del Re per li bisogni de' suoi Frati, era da molti Cavalieri della Casa reale stimato e riverito per Santo. Ruggiero perciò favorì il suo Ordine, ed arricchì molto il monastero novellamente da lui fondato in Monte Vergine, non molto da Napoli lontano. Giovanni di Nusco Frate del suo Ordine, che visse a' suoi tempi, e che scrisse la vita del Santo, la quale secondo testifica Francesco Capecelatro[438], scritta in carta pecora con caratteri longobardi si conserva nell'Archivio del monastero di Monte Vergine, porta un privilegio spedito dal Re Ruggiero in Palermo alli 8 di dicembre dell'anno 1140, nel quale il Re per la salute dell'anima del Conte Ruggiero suo padre, per quella della Regina Adelaida sua madre, e di Albiria sua moglie, concede a' Frati di Monte Vergine la Chiesa di S. Maria di Buffiana, confermando loro parimente per la stessa scrittura, tutti i poderi e le rendite, che allor teneano, e tutte quelle che per l'avvenire fossero loro concedute; il qual privilegio è sottoscritto in nome del Re dal Principe Guglielmo suo figliuolo. Crebbe in decorso di tempo l'Ordine, e nella strada del Seggio di Nilo fu eretto un nuovo monastero con chiesa, la quale fu da poi ampliata dal famoso e celebrato Giureconsulto Bartolomeo di Capua, e dove al presente giacciono l'ossa dell'altro nostro famoso Giureconsulto Matteo degli Afflitti.

Ma egli è ben da notare, che queste riforme dell'Ordine di S. Benedetto nacquero per lo rilasciamento della disciplina ed osservanza regolare cagionato dalle tante ricchezze, che corruppero ogni buono costume. Ma chi crederebbe, che queste istesse riforme fondate principalmente sopra il disprezzo de' beni mondani, fossero state cagioni di maggiori acquisti all'Ordine monastico di beni temporali? I creduli devoti edificati dalla vita austera de' primi fondatori, e presi dalla loro santità, e da' miracoli, che se ne contavano, non guari tardarono a profondere i loro beni, con farne amplissime donazioni alle Chiese, e a' nuovi monasterj, che s'andavan ergendo; tanto che in decorso di tempo si videro le loro ricchezze non inferiori a quelle de' primi come si vide chiaro ne' Certosini, ne' Frati di Monte Vergine e ne' Camaldolesi ancora; onde bisognava riformare la Riforma ed in cotal maniera rimasero i primi acquisti, e sempre più se ne facevano de' nuovi. E non senza stupore fu veduto ne' seguenti secoli, che sursero nuovi Ordini fondati cotanto in questo disprezzo de' beni mondani, che perciò presero il nome di Mendicanti, a tre voti aggiungendo il quarto di vivere in mendicità e d'elemosine; e pure scorgendosi, che questa austerità gli accreditava tanto presso i Popoli che gli invogliava maggiormente ad arricchirgli, per non mandar a voto i loro desiderj, si trovò modo di rendergli capaci di nuovi acquisti, onde in decorso di tempo le quattro Religioni Mendicanti si videro in tanta ricchezza, che cagionando rilasciamento, bisognò pensare a nuove riforme. Ma che pro? i Domenicani Riformati per qualche tempo si mantennero, ma dapoi tornarono a quel di prima. Da' Carmelitani ne surse negli ultimi secoli una più austera riforma di Carmelitani Scalzi, che ne' primi loro instituti non professavano altro che mendicità, ed un totale abborrimento de' beni temporali; ma dapoi si trovò modo di rendergli capaci di successione, d'eredità e d'ogn'altro acquisto, tanto che presso di noi crebbero le loro ricchezze in quel grado che oggi ognun vede. Ma quello che supera ogni credenza si è il vedere, che a' tempi del Pontefice Paolo IV surse un nuovo Ordine di Chierici Regolari chiamato ora de' Teatini, i quali non pure doveano vivere poveri e mendici, ma per loro istituto, quasi emulando gli altri Ordini fondati nella mendicità, ed aggiungendo maggiori rigori, fu loro proibito che non potessero nemmeno andar limosinando; ma considerando che i gigli del campo, e gli uccelli dell'aria, senza nè filare, nè in altro modo travagliarsi vivono e vestono, così essi dovessero totalmente abbandonarsi nella Divina Providenza, la quale siccome provede a quelli, avrebbe anco di loro presa cura e pensiero: e pure niente tutto ciò ha giovato; perchè non sono mancati chi correndo loro dietro, abbian voluto con larghe donazioni ed eredità arricchirgli quasi a lor dispetto; ma essi niente curandosi di quest'oltraggi, non han ricusato riceverle; e si è trovato ancor modo di rendergli capaci di legati e di successioni, in guisa che le loro ricchezze sono giunte a segno, che presso noi hanno innalzati edificj cotanto magnifici e stupendi, che le loro abitazioni non sembrano più monasterj ma castelli, e s'han posto addietro i più superbi palagi ed edificj delle più illustri città del Mondo.

Vi furono in questo secolo, e nel seguente molte altre occasioni, onde l'Ordine ecclesiastico fece grandi acquisti. La principale fu la Milizia di Terra Santa; fu veramente cosa da stupire il vedere, quanto fossero accesi gli animi, non pure delle persone volgari, ma de' Principi stessi per queste spedizioni: la divozion, che s'avea de' luoghi santi e sopra ogn'altro di que' di Gerusalemme, fu così intensa, che non curando nè disagi, nè pericoli, s'esponevan a viaggi lunghissimi, pieni d'aguati e di ladroni: le asprezze, li rigori e le astinenze che soffrivano, riuscivano loro di piacere; e narrasi[439], che Folco Conte di Angiò andò fino a Gerusalemme, per farsi quivi flagellare da due suoi servidori, con la fune al collo davanti al Sepolcro di Nostro Signore. Può ciascun immaginarsi da ciò, quanto fosse intenso il fervore di andare, o di contribuire all'acquisto di que' Santuarj, e vindicargli dalle mani degl'Infedeli. Non si teneva conto delle robe, delle mogli, e de' figliuoli; ma i mariti ed i padri, abbandonando ogni cosa, e vendendo quanto avevano, s'ascrivevano a questa milizia, e passavano il mare; nel che fra noi si distinsero sopra tutti li Pugliesi ed i Calabresi, i quali sotto Boemondo e Tancredi, abbandonando le loro case, gli seguirono; anzi le donne stesse, senz'aver riguardo a' proprj figliuoli, vendevano i beni lor rimasi, per sovvenire alla guerra. I Pontefici romani, ed i Vescovi delle città, per mezzo dei loro Brevi, ricevevano sotto la loro protezione le case ed i negozj de' Crocesignati, e questo apportò alle loro Chiese quell'accrescimento, che suol apportare l'esser Tutore, Curatore, o Proccuratore di vedove, pupilli e minori; nè il Magistrato secolare poteva più difendere alcuno per lo terrore delle scomuniche, che a questi tempi si adoperavano senza risparmio. S'aggiunse ancora, che Eugenio III costituì, che ogni uno potesse per questa pietosa impresa alienare eziandio i Feudi; e se il padrone diretto non voleva egli riceversegli, potessero, anche contro il voler suo, esser pigliati dalle Chiese, il che aprì la strada d'acquistare molto largamente.

Avvenne anco, che li Pontefici romani si valsero delle armi preparate per Terra Santa a qualche impresa, con che augumentarono il temporale della Chiesa romana; ed anche li Legati ponteficj, e li Vescovi dei luoghi dove le suddette armi si congregavano per unirsi a far viaggio, sì valsero di esse per diversi aumenti della temporalità delle loro Chiese. Ma sopra ogni altro crebbero gli acquisti, perchè fu introdotto, che chi non poteva andar di persona alla sacra guerra, per disciogliersi forse dal voto fatto pagava in denari l'importar della spesa del viaggio, e con ciò non solo veniva sciolto dal voto fatto, ma ne otteneva anche indulgenze, ed altre concessioni, e s'avea come se personalmente vi fosse andato. Le offerte e raccolte, che perciò si facevano, importavan molta quantità di denari cavati da' fedeli, e più assai dalle donne, e da altri, ch'erano inetti a servire alla guerra in propria persona. Questo denaro non tutto si spendeva per la guerra; di qualche cosa ne partecipò senza dubbio qualche Principe; ma notabile parte ancora restò in mano de' Prelati, laonde le cose ecclesiastiche fecero molto aumento.

Da ciò ne nacque una nuova spezie d'Ordini regolari, e furono questi gli Ordini militari; la qual cosa se ben nuova, vedendosi istituite religioni per sparger sangue, fu però ricevuta con tanto ardore, che in brevissimo tempo si videro in gran numero, ed acquistare grandi ricchezze. Il primo fu quello di S. Giovanni di Gerusalemme, ovvero degli Spedalieri, stabilito per ricevere i Pellegrini, che andavano in quella città. Il secondo fu quello de' Templarj istituito l'anno 1118, l'impiego de' quali era di provvedere alla sicurezza de' Pellegrini, combattendo contro coloro, che a' Pellegrini eran molesti. L'ultimo fu l'Ordine de' Teutonici, li quali facevano professione di soddisfare all'uno, e all'altro di questi impieghi; e quanto questi Ordini crescessero in ricchezza, e spezialmente gli Spedalieri, ed i Teutonici, è a tutti palese.

A loro imitazione sursero poi quelli di S. Giacomo e di Calatrava, li quali furono istituiti in Ispagna per li pellegrinaggi a S. Giacomo di Galizia; e per occasion consimile si videro altri Ordini in altri paesi. Il fervore così intenso, che s'avea a questi tempi di questi nuovi Santuarj, intiepidirono alquanto la divozione, che prima s'avea più fervorosa, di quello di Monte Cassino, e dell'altro del Monte Gargano; ma crebbe però quello di S. Niccolò di Bari, per essere a questi tempi, come nuovo, più degli altri frequentato.

Furono ancora a questi tempi scoverti altri modi per dar accrescimento assai notabile a' beni ecclesiastici. Il riveder bene la materia delle Decime; lo stabilire le Premizie, ed il diritto delle Sepolture; ed il ricever ogni cosa da qualunque sorta di persone. Le Decime da volontarie rendute già necessarie, quando non si pagavano, erano per via di censure con molta acerbità esatte: e fu stabilito, che si pagassero non solo le Prediali de' frutti della terra, ma le Miste ancora, cioè de' frutti degli animali; ed ancora le Personali, della industria e fatica umana. Ed in decorso di tempo Alessandro III determinò intorno l'anno 1170 che si procedesse con scomuniche per far pagare interamente le Decime de' molini, peschiere, fieno, lana, e delle api; e che la Decima fosse d'ogni cosa pagata prima, che fossero detratte le spese fatte nel raccogliere li frutti; e Celestino III nel 1195 statuì, che si procedesse con scomuniche per far pagar le Decime non solo del vino, grano, frutti degli alberi, delle pecore, degli orti, e delle mercanzie, ma anche dello stipendio de' soldati, della caccia, ed ancora dei molini a vento; e tutte queste cose sono espresse nelle Decretali de' Pontefici romani. Ma a' Canonisti ciò nemmen bastò, e passarono più oltre, dicendo che il povero è obbligato a pagar la Decima di quello, che accattando trova per elemosina alle Porte; e che la meretrice sia tenuta pagar la decima del guadagno meretricio, ed altre tali cose, che il Mondo non ha mai potuto ricevere in uso.

Alle Decime aggiunsero le Primizie le quali furono primieramente instituite da Alessandro II, imitando in ciò la legge mosaica, nella quale furono comandate a quel Popolo: la quantità di esse da Mosè non fu stabilita, ma lasciata in arbitrio dell'offerente: li Rabbini da poi, come testifica S. Girolamo, determinarono, che non fosse minore della sessagesima, nè maggiore della quarantesima; il che fu ben imitato dai nostri nel più profittevol modo, avendo statuito la quarantesima, che si chiamò poi il Quartese.

Non minori emolumenti si ritraevano dalle Sepolture, e dall'altre funzioni ecclesiastiche: prima le Decime erano pagate a' Curati per l'amministrazione dei Sacramenti, per le sepolture e per altre loro funzioni, onde per questi ministerj non si pagava cos'alcuna; ma poi qualche persona pia e ricca donava, se gli piaceva, per la sepoltura de' suoi qualche cosa, e passò così innanzi quest'uso, che la cortesia fu convertita in uso, e s'introdusse anche in consuetudine il quanto si dovesse pagare. Si venne poi alle controversie, negando li secolari di voler pagare cos'alcuna, perchè perciò pagavano le Decime, e gli Ecclesiastici negavano di voler far le funzioni, se non si dava loro quello, ch'era in usanza. Innocenzio III poi nell'anno 1200 stabilì, che gli Ecclesiastici facessero le funzioni, ma dopo quelle fossero i Secolari con censure forzati a servare la lodevole consuetudine di pagar quello, ch'era solito.

Fu introdotta ancora un'altra novità contra i Canoni vecchi, la qual giovò molto per l'acquisto di maggiori ricchezze: era proibito per li Canoni di ricever cos'alcuna per donazione o per testamento dai pubblici peccatori, da' sacrileghi, da chi era in discordia col fratello, dalle meretrici, ed altre tali persone: furono levati affatto questi rispetti, e ricevuto indifferentemente da tutti; anzi appunto li maggiori e più frequenti legati e donazioni erano di meretrici, e di persone, che per disgusti co' suoi, lasciavano alle Chiese. In cotal guisa i Pontefici romani usavano ogni diligenza per ajutare gli acquisti, e di conservare l'acquistato; al che per proprio interesse tutto l'ordine ecclesiastico non solo acconsentiva, ma colla penna e con le prediche dava mano ed inculcava.

FINE DEL LIBRO DECIMO

STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI