LIBRO UNDECIMO

Ruggiero, che da qui a poco lo diremo I Re di Sicilia e di Puglia, avendo con tanta celerità, e senza richiederne investitura dal Papa, preso il possesso di queste nostre province, alle quali per la morte di Guglielmo senza figliuoli era succeduto, esacerbò in maniera l'animo d'Onorio, che non fu possibile, nè con Legazioni, nè con offerte che gli si fecero della città di Troja, placarlo; nè finalmente il timore di perdere Benevento, potè rimoverlo. Egli scomunicò Ruggiero tre volte[440]; e vedendo che questi fulmini erano infruttuosamente lanciati, si rivolse alle armi temporali; e per maggiormente accalorare la spedizione, che intendeva fare contro questo Principe, portossi immantenente in Benevento, ove incoraggiò molti a prender l'armi per vendicarsi dell'offesa, che riputava aver ricevuta; e quelle già ragunate, l'affretta a tutto potere verso la Puglia, ove Ruggiero col suo esercito erasi accampato. Ma questo accorto Principe scorgendo, che l'armata del Papa era composta di truppe somministrategli da alcuni ribellanti Baroni, e che (siccome l'ira e lo sdegno d'Onorio) non poteva lungamente durare in quell'unione, non gli parve d'usargli ostilità, ma schivando ogn'incontro, lasciò passar quell'està senza combattere. Nel cominciar dell'inverno si dileguò tosto quell'unione, e restò il Papa senza gente; quindi abbandonando l'impresa tosto in Benevento tornossene. Ruggiero che non voleva con lui brighe, gli fece richieder di nuovo la pace, ed abboccatisi insieme presso Benevento sopra un ponte che fecero drizzare nel fiume Calore, fu quella subito conchiusa nel principio di quest'anno 1128[441], ed i patti furono, che Ruggiero, siccome i suoi predecessori aveano fatto, giurasse fedeltà al Papa, con promettergli il solito censo; ed all'incontro Onorio gli desse l'investitura del Ducato di Puglia e di Calabria, secondo il tenore dell'altre precedenti, siccome fu eseguito[442]. Riuscì cotanto profittevole per la Chiesa romana questa pace, che ribellandosi poco da poi i Beneventani, Ruggiero, che con buona armata si trovava nella Puglia, tosto v'accorse, e ridusse quella città nell'ubbidienza della Chiesa.

Ma questo Principe avendo con tanta sua gloria composte le cose di queste province, ed acquistata l'amicizia del Pontefice Onorio, ritirossi in Palermo; e vedendosi per tante prosperità e benedizioni Signore di tante province, reputò mal convenirsi più a lui i titoli di Gran Conte di Sicilia, e di Duca di Puglia; ma un più sublime di Re doversene ricercare. Al che diede maggiori stimoli Adelaida sua madre, la quale essendo stata moglie di Balduino Re di Gerusalemme, ancorchè da poi ripudiata, riteneva il titolo Regio, ed alla conquista di quel Regno istigava il figliuolo Ruggiero, che movesse l'armi; aggiungendosi ancora il riflettere, che coloro, i quali anticamente aveano dominata la Sicilia, con titolo di Re aveanla signoreggiata[443]; stimò dunque prender questo titolo, ed avendo costituita Palermo capo del Regno, Re di Sicilia, del Ducato di Puglia e di Calabria, e del Principato di Capua, volle chiamarsi; ed in cotal guisa da' suoi sudditi per Re salutato, ne' diplomi e nelle pubbliche scritture questi furono i titoli, che assunse: Rex Siciliae, Ducatus Apuliae, Principatus Capuae. Quindi il Fazzello narra, che nel mese di maggio dell'anno 1129, correndo allor il costume che i Re dalle mani de' loro Arcivescovi ricevessero la Corona e l'unzione del sacro olio, si facesse egli in Palermo in presenza de' principali Baroni, di molti Vescovi ed Abati, e di tutta la Nobiltà e Popolo, coronare per Re di Sicilia, e di Puglia da quattro Arcivescovi, da quelli di Palermo, di Benevento, di Capua e di Salerno: il che non poteva essere più legittimamente, e con più avvedutezza, e con maggior celebrità fatto. Altro non si ricercava perchè Ruggiero a tal sublimità s'innalzasse, e legittimamente il titolo di Re ricevesse. Al volere del Principe concorreva ciò che principalmente, anzi unicamente sarebbe bastato, cioè la volontà de' Popoli, che lo acclamarono, la quale prima d'essersi introdotta la cerimonia di farsi ungere e coronare da' Vescovi, era riputata sufficientissima. Così fu da noi altrove osservato, che Teodorico Ostrogoto fu gridato Re d'Italia, e così gli altri Re longobardi. I riti e le cerimonie furon sempre varie, siccome le Nazioni, alcune usavano innalzare l'eletto sopra uno scudo; altre si servivano dell'asta, ed altre d'altro segno[444].

Ma trovandosi ora introdotto il costume, che questa celebrità si faceva per mano de' Vescovi, li quali ponevano all'eletto la Corona sul capo e l'ungevano coll'olio sacro: non fu trascurato in quest'occasione da Ruggiero; poichè essendo stato egli acclamato Re, oltre della Sicilia, anche del Ducato di Puglia e di Calabria, e del Principato di Capua e di Salerno, che abbracciava queste nostre province, furono perciò adoperati que' quattro Arcivescovi, a' quali per antica usanza s'apparteneva d'ungere e coronare i loro Principi; i quali rappresentando per le loro province, delle quali erano Metropolitani, tutta la Sicilia, e tutta questa nostra cistiberina Italia, venivan a coronarlo quasi di quattro Corone in un istesso tempo, cioè l'Arcivescovo di Palermo per la Sicilia, ed i nostri tre Arcivescovi per tutte quelle province, che anticamente eran comprese ne' Principati di Benevento, di Capua e di Salerno: il che non si fece senz'esempio, poichè avevano potuto osservare che gli altri Re solevano di tante Corone coronarsi di quanti Regni essi aveano; nè perciò da un solo Vescovo, ma da più era solito farsi incoronare, siccome Hinemaro Vescovo di Rems narra della coronazione di Carlo il Calvo fatta a Metz nell'anno 869.

Non poteva dunque essere più legittimamente fatta la coronazione di Ruggiero, nè poteva alcun dolersi, che questo Principe senza ricercar altro lo facesse. Ma i Pontefici romani, come si è altrove notato, fra le altre loro magnanime intraprese, onde proccuravan d'ingrandire la loro autorità, erano entrati nella pretensione, che niun Principe cristiano potesse assumere il titolo di Re senza loro concessione e permesso. E tanto più s'erano resi animosi a pretenderlo, quanto che l'istessa autorità s'arrogavano nell'elezione degli Imperadori d'Occidente, pretendendo che senza di essi niun potesse innalzarsi a quella sublimità, e che dalle loro mani dipendesse l'Imperio, nè s'arrossivano di dire che l'Imperio, siccome tutti gli altri Regni, dipendessero da loro, come credettero Clemente V ed Adriano. Nè mancò chi scrivendo all'istesso Imperador Federico I non avesse difficoltà di dirgli in faccia, che l'Imperio fosse un beneficio de' romani Pontefici, di che Federico ne fece quel risentimento che ciascun sa, obbligando quel Papa, per emendare la sua jattanza a ricorrere a guisa di pedante a spiegar la parola beneficio, ed in qual senso egli avessela presa. Essi adunque co' Principi si vantavano di poterlo fare, e d'aver tal potestà come Vicarj di colui, per quem Reges regnant. Ed i Principi all'incontro n'erano ben persuasi, e credevano, che siccome i Re d'Israele erano con molta solennità unti da' Profeti, così essi per esser riputati Re dovean da loro farsi ungere e coronare. Quindi nacque che molti Principi della Cristianità non aveano difficoltà di promettergli perciò tributo, o rendersi Feudatari della Chiesa romana. Così fin dall'anno 846 Etelulfo Re d'Inghilterra portatosi in Roma, e fattosi confermare il titolo di Re da Papa Lione IV, rese i suoi Regni tributarj alla Sede Appostolica d'anno in anno d'uno sterlino per famiglia, e cotesto tributo, che denominossi il denajo di S. Pietro, fu da poi pagato per insino al tempo d'Errico VIII. E vie più ne' tempi posteriori crescendo la loro ignoranza e stupidezza, si videro altri Principi seguitare quest'esempio, e rendergli tributo. Nel 1178 Alfonso Duca di Portogallo, avuto da Alessandro III il titolo regio per gli egregi fatti da lui adoperati contro i Mori di Spagna, gli promise il censo. Lo stesso fece Stefano Duca d'Ungheria, quel di Polonia, d'Aragona, ed altri Principi; tanto che l'istesso Bodino[445] non ebbe difficoltà di dire, i Re di Gerusalemme, d'Inghilterra, d'Ibernia, di Napoli, Sicilia, Aragona, Sardegna, Corsica, Granata, Ungheria, e dell'isole Canarie essere Feudatarj della Chiesa romana. E l'accortezza de' Pontefici romani fu tanta, che per conservarsi con quei Principi questa sovranità, ancorch'essi fossero veri Re, e così da Popoli salutati, e dagli altri Principi d'Europa reputati, nulladimanco vedendo che non si curavano di ricever da essi questi stessi titoli, con facilità perciò loro gli davano, e quelli coll'istessa facilità gli accettavano, non badando all'arcano che si nascondeva sotto quella liberalità: così negli ultimi tempi a Paolo IV nostro Napoletano gli venne fantasia d'ergere l'Ibernia in Regno, e se bene Errico VIII l'avesse prima fatto, e questo titolo fosse continuato da Odoardo, da Maria e dal marito, nulladimanco dissimulando il Papa di saper il fatto d'Errico volle fare apparire ch'egli ergesse quell'isola in Regno, perchè in quella maniera il Mondo credesse, che de' soli Pontefici romani fosse l'edificare, e spiantar Regni, e che il titolo usato dalla Regina fosse come donato dal Papa, non come decretato dal padre. Lo stesso i nostri maggiori videro nella persona del Duca di Toscana, innalzato da' Pontefici con titolo di Gran Duca. E se la cosa si fosse ristretta a' soli Pontefici romani sarebbe stata forse comportabile, ma si giunse, che fino gli Arcivescovi di Milano s'arrogavano l'autorità di far essi i Re d'Italia, come si è veduto ne' precedenti libri di questa Istoria.

Ma dall'altra parte non era meno strana la pretensione, che aveano gl'Imperadori d'Occidente, di poter essi ancora dar titoli di Re, ed ergere gli Stati in Reami: essi lo pretendevano perch'essendo risorto l'Imperio d'Occidente nella persona di Carlo M., ed essendo successori di quell'Augusto Imperadore, credevano ben come tali di poterlo fare in tutto Occidente; e se il Senato romano intraprendeva ben questa potestà nello Stato popolare di fare Re, molto più essi credevano a loro appartenersi. Sopra tutti gl'Imperadori Federico I ebbe questa fantasia: egli mandò la spada e la Corona regale a Pietro Re di Danimarca, attribuendogli il nome di Re per titolo d'onore solamente, con espressa riserva (come rapporta Tritemio[446]) della sovranità del suo paese all'Imperio; il che fu dannoso allo stesso Imperio, poichè perciò li Re di Danimarca presero a poco a poco occasione di sottrarsi dalla soggezione dell'Imperio, e da poi si sono resi affatto Sovrani in conseguenza del titolo di Re.

(Girolamo Muzio Chron. Germ. lib. 20 Crusius Annal. Suevie. part. 3 lib. 2 cap. 2 Bodin. de Rep. lib. 2 cap. 3 ciò attribuiscono a Federico II non al I: vedasi Sigonio de Regno Italiae Lib. 13 che rapporta il fatto di Barisone creato Re di Sardegna ad istanza, e con denari de' Genovesi).

L'istesso Imperadore diede titolo di Re al Duca d'Austria; ma a costui avvenne tutto il contrario che a' Re di Danimarca, poichè avendo ottenuto questo titolo con egual riserba della sovranità, volle troppo presto allontanarsi dal suo Sovrano, ed avendo rifiutato d'ubbidirlo, ne fu privato dodici anni da poi di questa qualità di Re, e costretto chiamarsi solamente Duca. Questo medesimo Imperadore diede ancora titolo di Re al Duca di Boemia con la medesima ritenzione di Sovranità: nel che non ci ebbe da poi alcuna mutazione, sì per la picciolezza del suo Reame vicino alla sede imperiale, come perchè questo Re è uno degli Elettori.

Altrove fu notato, che alcuni credettero, l'Inghilterra avere un tempo ancor ella salutato l'Imperadore come Feudataria, come fra gli altri scrisse Cujacio[447], la Francia non giammai. Ma gl'Inglesi glie ne danno una mentita, ed Arturo Duck[448] dice, che Cujacio senza ragione ciò scrisse; poichè nell'istesso secolo, che la Francia scosse la dominazione dell'Imperio, la scosse ancora l'Inghilterra, e che non meno i Franzesi, che i Brittanni sono indipendenti dall'Imperio.

Da queste pretensioni, che il Papa e l'Imperadore tennero di poter creare Re, e che tutti i dominj dipendessero da loro, ne surse da poi presso i nostri Dottori, secondo le fazioni, un ostinato contrasto, e chi sosteneva secondo i sentimenti di Clemente e di Adriano, che l'Imperio e tutti i Regni dipendessero dal Papa: chi all'incontro dall'Imperadore; e Bartolo[449] sostenitore delle ragioni dell'Imperio, s'avanzò tanto in questa opinione, e passò in tale estremità, che non ebbe difficoltà di dire esser eretico chi niega l'Imperadore esser Signore di tutto il Mondo: ciocchè meritò la riprensione di Covarruvia[450], e d'altri Scrittori, che riputarono cotal proposizione degna di riso.

Ma se bene erano fra lor divisi in sostenere le pretensioni, o dell'uno o dell'altro, furono però d'accordo in dire, che tutte le Sovranità del Mondo cristiano dipendessero, o dal Papa o dall'Imperadore. Proposizione quanto falsa, altrettanto repugnante al buon senso, ed a quel che osserviamo negli altri Regni e Monarchie; poichè la Sovranità non procede altronde, che o dalla conquista, o dalla sommessione de' Popoli; nè il Papa, secondo quel che si sarà potuto notare in più luoghi di quest'Istoria, come successore di S. Pietro, o Vicario di Cristo ha ragione di poterlo pretendere, non essendo stata questa la potestà data a S. Pietro da colui, che si dichiarò il Regno suo non esser di questo Mondo, ma quella fu tutta spirituale, e tutta drizzata al Cielo, come a bastanza nel primo libro. quando della politia ecclesiastica ci fu data occasione di ragionare, fu dimostrato. E se oggi lo vediamo Signore di tanti Stati, ed aver sì belle ed insigni prerogative negli Stati altrui, tutto fu o per concessione de' Principi e loro tolleranza, o per consuetudine, che col tempo introdotte, per la loro esquisita diligenza ed accortezza, avendo a lungo andare poste profonde radici, non poteron poi in molte parti più sradicarsi, come ne può esser ben chiaro esempio questo nostro Reame, che per volontaria esibizione de' suoi Principi fu reso a quella Sede feudatario, i quali o per loro concessione o tolleranza molte cose su di esso le permisero: delle quali avremo molte occasioni di notare nel corso di questa Istoria.

E molto meno gl'Imperadori d'Alemagna potean ciò pretendere; poichè se si parla di que' Regni, che da Carlo M. non furono conquistati, come le Spagne, e tanti altri, non vi può cader dubbio alcuno, che rimasero vere Monarchie, e dall'Imperio independenti. Nè restituito l'Imperio d'Occidente nella persona di quell'Augustissimo Principe si fece altro, che siccome egli parte per successione, parte per conquista, si vide ingrandito di tanti Regni e province, onde meritamente potesse darsegli titolo d'Imperadore; così essendosi da poi in tempo de' suoi successori molti Regni e molte province perdute, e sottratte dall'Imperio, ritornarono essi così come erano prima, che Carlo M. assumesse quel titolo; e per conquista, o per sommessione de' Popoli, essendo passati sotto la dominazione d'altri Principi, questi come veri Monarchi e veri Re independenti gli possederono, siccome fu l'Inghilterra, ed il Regno di Francia; ed i Franzesi pretendono, che la Francia non solo non fu unita da Carlo M. all'Imperio, ma vogliono che più tosto l'Imperio, fosse stato membro della Monarchia franzese.

Così Ruggiero, per quel che s'attiene alla Sicilia, come quella che non mai fu da Cario M. conquistata nè all'Imperio d'Occidente sottoposta, ma più tosto a quel d'Oriente, non avea alcun bisogno, volendo ridurla in forma di Regno, come fu anticamente, di ricorrere all'Imperador d'Occidente. E se bene, per quel che riguarda a queste nostre province, v'avessero avuta i medesimi in alcune d'esse la Sovranità, e per Sovrani da' Principi longobardi fossero riputati, come furon quelle, che nel Ducato beneventano, quando era nella sua maggior grandezza, erano comprese; nulladimanco i Normanni le sottrassero da poi totalmente dall'Imperio, così dall'occidentale, come, per quel che riguarda la Puglia e la Calabria, dall'orientale, e come independenti da quest'Imperj le dominarono. E quantunque dagl'Imperadori d'Occidente avessero nel principio ricevute l'investiture della Puglia, nientedimeno, come si è veduto, ciò non ebbe alcun effetto, perchè i Normanni da poi più tosto si contentarono essere Feudatarj della Sede Appostolica, che dell'Imperio. Nè gl'Imperadori d'Occidente molto se ne curarono. Egli è però vero, che così Lotario II come gli altri suoi successori, quando le occasioni loro si presentavano, non si ritennero di movere queste loro pretensioni di Sovranità: così Lotario, quando s'ebbe da investir Ranulfo del Ducato di Puglia e di Calabria contro il nostro Ruggiero, pretese volerlo egli investire, e pretendendo il Papa Innocenzio II all'incontro ciò appartenersi a lui; per non far nascere infra lor discordie, delle quali se n'avrebbe potuto profittar Ruggiero, inimico comune, si convenne che tutti due insieme l'investissero, come fecero investendolo per lo stendardo. E del Principato di Salerno e d'Amalfi, del quale i Papi non si trovavano aver ancora fatta alcuna investitura a' Normanni, vi fu tra Innocenzio II e l'istesso Lotario contrasto; pretendendo Lotario doverlo investir egli: al che s'oppose fortemente il Papa, onde nacquero fra loro quelle discordie, delle quali si seppe ben valere il nostro Ruggiero[451]. E per quest'istesse pretensioni in tempi men a noi lontani Errico VII, il primo Imperadore che fu della illustre Casa di Lucemburgo, citò Roberto Re di Napoli, e Conte di Provenza avanti il suo Tribunale a Pisa, perchè pretendeva che il Regno di Napoli fosse Feudo dell'Imperio: come in fatti lo bandì, e lo depose dal Reame, del quale investì Federico Re di Sicilia, il quale in effetto venne in Calabria per conquistarlo, e prese Reggio, e molte altre Piazze di quella riviera. Ma essendo poco da poi morto Errico, svanì l'impresa ed egli deluso in Sicilia fece ritorno.

Ma essendosi da poi l'Imperio di costoro ristretto nell'Alemagna, ed oggi giorno considerandosi come semplici Principi, senza che possan pretender Sovranità nell'istesso Imperio, dove in effetto quella risiede come ha ben provato Bodino; ed all'incontro essendosi gli altri Principi per lungo corso di anni ben stabiliti ne' loro Stati e Reami con totale independenza dall'Imperio, vantano oggi con ben forte ragione essere i loro Stati vere Monarchie, siccome se ne vanta il nostro Reame, non ostante l'investiture che i nostri Principi ricevano da' Sommi Pontefici; le quali, come vedrassi nel corso di quest'Istoria, non derogano punto all'independenza ed alla sovranità, ed alle supreme regalie, delle quali sono adorni, e per le quali son reputati, come lo sono, veri Monarchi.

Ma ritornando alla coronazione del nostro Ruggiero se bene in questi tempi gl'Imperadori d'Occidente pretendessero Sovranità sopra queste nostre province; nulladimeno i Pontefici romani l'aveano di fatto esclusi e solamente era loro rimasa la pretensione. I Principi normanni non si curavano per ciò aver da essi l'investiture, e niun pensiero se ne prendevano. Ma all'incontro era in ciò, ed a questi tempi così grande l'autorità de' Papi, che i Principi senza di loro stimavano non poter assumer nè titolo di Re, nè altro più spezioso, che vi fosse, e sopra gli altri ne stavano ben persuasi i Principi normanni, e Ruggiero stesso.

Anzi non sono mancati diligenti Autori, che scrissero Ruggiero non mai aver avuto quest'ardimento per se solo d'incoronarsi Re, ed assumere quel titolo senza loro permissione e beneplacito; e che una sola volta fosse stato incoronato da Anacleto nell'anno 1130 non già due, una da se solo nell'anno 1129, l'altra da Anacleto nel seguente anno. Nel che non vogliamo miglior testimonio dell'accuratissimo Pellegrino[452], il quale per l'autorità di Falcone beneventano, e dell'Abate Telesino, sostiene che sol una volta Ruggiero si facesse incoronare, e ciò per autorità d'Anacleto: poich'essendo per la morte d'Onorio, accaduta in febbraio dell'anno 1130 nato lo scisma tra Innocenzio II ed Anacleto II, eletti ambedue nell'istesso giorno da due contrarie fazioni per romani Pontefici, piacque a Ruggiero seguire il partito d'Anacleto, il quale riputando ciò a sua somma ventura, perchè munito di sì valido appoggio potesse resistere al partito d'Innocenzio, proccurava di non negargli cosa che gli cercasse; in fatti venuto Anacleto in Avellino nel mese di ottobre di quest'istesso anno, quivi s'appuntò di coronarlo, siccome nell'istesso mese ritornato in Benevento, in questa città gli spedì la Bolla, che si legge presso il Baronio; ed avendo Anacleto mandato in Sicilia un suo Cardinale perchè lo incoronasse, fu Ruggiero dal medesimo coronato in Palermo nel mese di dicembre dell'istesso anno nel giorno di domenica della Natività di N. S. con quella celebrità ed apparato, che ci descrive l'Abate Telesino Scrittor contemporaneo, che vi fu presente, e che fu molto famigliare, e cotanto caro a Ruggiero. Falcone Beneventano, Pietro Diacono[453], ma sopra tutti più minutamente l'Abate Telesino[454], e tutti gli antichi parlando di questa coronazione la narrano come la prima e l'unica, nè fanno memoria alcuna d'altra coronazione che Ruggiero per se stesso avessesi proccurata nell'anno precedente. Ed a dir il vero, se mai vi fosse stata, certamente l'Abate Telesino, che così a minuto scrisse i fatti di questo Principe, e con tanta esattezza quella che seguì per Anacleto, non avea motivo di tralasciar la prima, poichè avrebbe rapportato un fatto ch'egli come cotanto benevolo e familiare di Ruggiero, avrebbe approvato, nè in grazia di Ruggiero l'avrebbe taciuto. Nè avrebbe tralasciato di riferire tanta celebrità e pompa, nè il consenso di tanti insigni Prelati e Signori che narrasi essere intervenuto in questa prima coronazione, celebrata in tempo, che non vi era scisma alcuno nella Chiesa, anzi quando Onorio per la pace fatta con Ruggiero, rimase con questo Principe amicissimo.

Il primo che di tal coronazione, seguita con tanta celebrità per mano di quattro Arcivescovi, ci dasse riscontri fu il Fazzello[455], da cui forse il Sigonio l'apprese. Ma questi con tanta incoerenza unisce insieme molte cose, che non ci dee far molta autorità. Altri per dar credenza a questo racconto, allegano una Cronaca[456] non ancor impressa d'un tal Maraldo Monaco Cartusiano; ma non dicono di quanta antichità fosse; nè Maraldo fa menzione che d'una sola coronazione. Per questi argomenti, e perchè tutti gli Antichi la tacciono, nè d'essa fanno alcuna memoria, il Pellegrino porta opinione che Ruggiero non si fece coronare se non una sol volta, e ciò per autorità di Anacleto, ch'egli in quello scisma riputava, come lo riputavano allora non solo i suoi Regni, ma gran parte d'Italia, ed i Romani stessi, vero Pontefice, come colui che ebbe la maggior parte de' Cardinali che lo elessero, se bene Innocenzio un poco più prima di lui fosse stato eletto dalla minor parte. So che Inveges non acquetandosi a questi argomenti del Pellegrino, porta opinione contraria; narra, che Ruggiero, essendosi coronato per propria autorità, eletto che fu Innocenzio, avessegli richiesto, che con sua Bolla gli confermasse questa coronazione; ma che poi non avendo potuto ridurre Innocenzio a confermarla, abbandonando il partito d'Innocenzio, fosse ricorso ad Anacleto, il quale volentieri gli compiacque. Che che ne sia, o fosse stata questa la prima, ovvero la seconda coronazione di Ruggiero, egli è certo che questo Principe reputò non bene, nè stabilmente o legittimamente poter assumere quel titolo, nè ergere i suoi Stati in Reami, se non vi fosse stato il permesso, o conferma di Anacleto ch'egli reputava vero Pontefice, al quale avea renduti i suoi Stati tributari, e de' quali i suoi maggiori ne aveano ricevute l'investiture.

§. I. Investitura d'Anacleto data a Ruggiero I Re di Sicilia.

Allora fu che Anacleto, cui tanto premeva l'alleanza ed amicizia di Ruggiero, oltre ad averlo costituito Re, ed ordinato a tutti i Vescovi ed Abati de' suoi dominj, che lo riconoscessero per tale, e gli giurassero fedeltà, concedè a questo Principe una più ampia investitura, che i suoi predecessori Duchi di Puglia non aveano potuto mai ottenere: poichè oltre ad investirlo della Sicilia, della Puglia e della Calabria, gli diede ancora l'investitura del Principato di Capua, e quel che parrà strano, altresì del Ducato napoletano, come sono le parole della Bolla[457], e come eziandio rapporta Pietro Diacono[458].

Che glie le dasse del Principato di Capua, ancorchè pure fosse cosa molto strana, che nell'istesso tempo, che quello veniva posseduto da Roberto, il qual n'era Principe, volesse investirne altri; poteva però sostenersi il fatto, ed era scusabile, perchè avendo i Principi di Capua suoi predecessori da' Papi ricevuta l'investitura di quel Principato, tal che venivano riputati ancor essi Feudatari della Sede Appostolica, non altrimenti che i Duchi di Puglia e di Calabria, ed avendo voluto quel Principe seguitare il partito di Innocenzio suo inimico, avrebbe potuto forse così colorirsi e darsi al fatto comportabile apparenza. Ma del Ducato napoletano, ch'era dall'Imperio d'Oriente dipendente, e che in forma di Repubblica si governava dal suo Duca, che in quel tempo era Sergio, con qual appoggio potesse farlo Anacleto, non si sa veramente comprendere; e se pure i Napoletani, ciò che lor s'imputava, seguivano il partito d'Innocenzio, ciò non recava a lui ragione di disporre di quel Ducato, che per niuno pretesto poteva appartenergli. Ma tutte queste considerazioni niente impedivano allora a' Pontefici romani di far ciò che poteva ridondare in maggior loro grandezza: erano già avvezzi d'investire altrui di paesi che essi non possedevano, e sopra de' quali non vi avean che pretendere, come fecero della Sicilia e di quest'altre nostre province.

Nè a Ruggiero molto premea d'andar esaminando cotali diritti, bastava con ciò aver un minimo appoggio, affinchè quel che il Papa gli concedeva colla voce e colle scritture, potesse egli conquistarlo con le armi; credendo così giustificare le sue conquiste, siccome ben seppe fare poco da poi, che discacciato Roberto da quel Principato, e mossa guerra a' Napoletani, si rese padrone così dell'uno, come dell'altro Stato.

Ma potrebbe per avventura recar maraviglia come in questa occasione non fosse stato investito Ruggiero anche del Principato di Salerno. Ciò avvenne perchè i Pontefici romani pretendevano che quel Principato interamente s'appartenesse alla Chiesa romana, se bene non si sappia per qual particolar ragione. Perciò Gregorio VII, perciò tutti gli altri suoi successori lo eccettuaron sempre nell'investiture, come abbiamo osservato. Ed in fatti quando Lotario, avendolo tolto a Ruggiero se ne rese padrone, e volle appropriarselo, Innocenzio se ne offese, ed acremente se ne dolse, dicendo, che quello s'apparteneva alla Chiesa romana, ciò che fu motivo di discordia fra il Papa e Lotario, come rapporta Pietro Diacono[459]. L'investitura fu data a Ruggiero, a' suoi figli, ed eredi di quelli jure perpetuo. Ed il censo fu stabilito di seicento schifati l'anno[460].

CAPITOLO I. Papa Innocenzio II collegatosi coll'Imperador Lotario move guerra al Re Ruggiero. Il Principe di Capua, ed il Duca di Napoli s'uniscono con Lotario, sono disfatti, e Ruggiero occupa i loro Stati.

Intanto Innocenzio, vedendo che il partito d'Anacleto, a cui Ruggiero erasi unito, era più potente del suo, e che egli dentro Roma non poteva contrastargli la Sede, come quegli, ch'era figliuolo di Pier Lione, ricco e potente cittadino romano, erasi partito nascostamente da Roma con que' Cardinali, che l'avevano creato Papa, ed andossene a Pisa, ove fu da' Pisani come vero Pontefice ricevuto con tutti i segni di stima e d'ossequio. Pisa in questi tempi, infra le città d'Italia, erasi molto distinta per la potenza e valore de' suoi cittadini, ma molto più per le forze ed armate marittime che manteneva; onde Innocenzio, imbarcatosi di là ad alcun tempo su le lor galee, se ne passò in Francia per indurre il Re Lodovico a prender la sua protezione contro agli sforzi del suo rivale. Quivi giunto ragunò un Concilio nella città di Rems, ove scomunicò Anacleto e tutti coloro, che seguivano la sua parte; ma vedendo, che il Re di Francia non poteva somministrargli quegli aiuti, de' quali allora avea bisogno, proccurò impegnar Lotario Imperadore alla sua difesa, nel quale trovò maggior disposizione e prontezza che in Lodovico. Aspirava egli di togliere a Ruggiero queste province, che credeva essergli state usurpate da questo Principe; e con tal opportunità di indurre ancora il Papa a concedergli le cotanto contrastate investiture. In effetto la prima cosa che cercò ed ottenne da Innocenzio furono le investiture, le quali tosto le furono accordate, come scrive Pietro Diacono[461] Autor contemporaneo. Il Baronio dando una mentita a questo Scrittore, dice, che avendo Lotario ciò preteso, gli fu fatta resistenza da Bernardo Abate di Chiaravalle, il quale consigliò Innocenzio, che non v'assentisse, e che secondo il suo consiglio Innocenzio ne l'avesse escluso, allegando lo Scrittore della vita di questo Santo, che fu Bernardo di Bonavalle Scrittore di tempi più bassi.

Che che ne sia, Innocenzio dispose l'Imperadore a calar tosto in Italia, e giunto in Roma insieme con lui, trovandosi occupata la chiesa di S. Pietro da Anacleto, Innocenzio albergò nel Palagio di Laterano, e l'Imperadore con suoi soldati s'attendò alla chiesa di S. Paolo. Frattanto al partito d'Innocenzio eransi aggiunti molti Baroni della Puglia mal soddisfatti di Ruggiero. I più segnalati fra gli altri furono Rainulfo Conte d'Airola e d'Avellino, Roberto Principe di Capua e Sergio Duca di Napoli. Rainulfo ancorchè cognato del Re, come quegli che teneva per moglie Matilda sua sorella, erasi disgustato con Ruggiero per cagion, che trattando egli troppo severamente la moglie, obbligò Ruggiero a togliergliela, e fattala venire a lui, l'inviò in Sicilia con un figliuolo di lei, e del Conte chiamato Roberto; ed avendo intimata al Conte la guerra gli tolse Avellino e Mercogliano, ed oltre a ciò, venuto in suo potere Riccardo fratello di Rainulfo, il quale parlava baldanzosamente contro di lui, gli fece cavar gli occhi e tagliar il naso. A Rainulfo unissi Roberto Principe di Capua mal soddisfatto degli andamenti del Re, il quale apertamente aspirava a togliergli il suo Principato, del quale, non ostante che Roberto ne fosse in possesso, si fece da Anacleto dar l'investitura. In questi medesimi sospetti per le medesime cagioni era entrato Sergio Duca di Napoli, il quale se bene (se deve prestarsi fede all'Abate Telesino, poichè l'Arcivescovo Romualdo, e Falcone beneventano non fanno in questo tempo menzione alcuna di tal fatto) dimorando il Re in Salerno dopo la vittoria ottenuta sopra gli Amalfitani, atterrito dalla sua potenza ed estremo valore, venisse a sottoporre la città di Napoli al suo dominio; nulladimanco tale sommessione, se vi fu, non ebbe alcun effetto, poichè da poi volle sostenere con tutto lo spirito la libertà della sua città, e fugli fiero inimico congiurandosi insieme con Roberto e Rainulfo in favore del partito d'Innocenzio; e non bastando a questi tre aver infra di loro fermata questa lega, sollevarono ancora molte altre città della Puglia, e trassero con loro molti Baroni, che ribellando contro il lor Sovrano presero le armi contro chi men doveano e contro il proprio Principe le rivoltarono, ponendogli sossopra queste province di qua del Faro. E maggiore fu la baldanza di questi congiurati, quando seppero che Lotario insieme con Innocenzio in quest'anno 1133 era entrato in Italia, e giunti a Roma, ad una nuova e più vigorosa spedizione contro Ruggiero si apparecchiavano; onde per accelerar l'impresa tosto si portarono in quella città il Principe Roberto, il Conte Rainulfo e molti altri Baroni di queste province insieme con molta altra gente per discacciar Ruggiero affatto da tutta la Puglia.

Accadde allora nel mese di giugno di quest'anno 1133 la coronazione di Lotario seguita in Roma con molta pompa per le mani d'Innocenzio, nella cui celebrità essendo concorsi molti Duchi, Marchesi e altri Baroni d'Italia, fu data occasione a Lotario, siccome i suoi maggiori solevano fare in Roncaglia, di stabilire a loro richiesta alcune leggi feudali, onde dopo Corrado il Salico, fu egli il secondo, che su i Feudi promulgasse leggi scritte; e fu allora da lui confermata la celebre legge di Corrado intorno alla successione de' nepoti e de' fratelli, della quale si fece da noi menzione ne' precedenti libri, quella appunto che vedesi registrata nel secondo libro de' Feudi[462], e che malamente fu dal Molineo e dal Pellegrino attribuita a Lotario I, dando occasione all'errore, per vedersi per incuria degl'Impressori in luogo d'Innocenzio esservi stato posto il nome d'Eugenio, come avvertì saggiamente Cujacio. Nè dovea moversi l'avvedutissimo Pellegrino a credere, che non potesse tal costituzione essere di questo Lotario poichè nell'iscrizione che porta, si legge: Constitutiones Feudales Domini Lotarii Imperatoris, quas ante januam B. Petri in Civitate Romana condidit: quasi che non potesse sentirsi di questo Lotario, il quale non potè con Innocenzio stabilire queste leggi ante januam B. Petri, quando siccome narra Ottone Frisingense[463], il Palazzo di S. Pietro veniva allora occupato da Anacleto; poichè, o l'iscrizione è viziata, siccome in vece d'Innocenzio fu per ignoranza ancora posto Eugenio, o pure non è incredibile, che Anacleto avesse ciò permesso a Lotario, quando ciò niente dovea importargli; tanto maggiormente che presso appurati Scrittori si legge[464], che giunto Lotario in Roma per mezzo d'uomini saggi e religiosi ebbe molti trattati con Anacleto di levare così grave scisma nella Chiesa, e ben potè in questo mentre seguire quella celebrità avanti la porta del Palazzo di S. Pietro.

Ma non minore fu in ciò l'errore del nostro Andrea d'Isernia, il quale reputando, e con verità, che le Costituzioni, che stabilì Lotario in quest'anno in Roma, non potevano obbligare queste nostre province, le quali da Ruggiero s'erano affatto all'Imperio sottratte, non potè darsi a credere che fra i Sapienti delle altre città di Italia, che intervennero in quella Assemblea co' Duchi, Marchesi ed altri Baroni della medesima, come di Milano, Pavia, Cremona, Mantova, Verona, Trivigi, Padua, Vicenza, Parma, Lucca e Pisa, vi avessero potuto anche intervenire quelli della città di Siponto, come si legge in quella Costituzione: città a questi tempi ancor celebre della Puglia, come da' precedenti libri di questa Istoria s'è potuto in più occasioni notare, la quale al dominio di Ruggiero era sottoposta: onde si diede ad indovinare, o che il luogo fosse corrotto, ed in vece di Syponti, dovesse leggersi Senarum, ovvero (ciò che deve condonarsi alla rozzezza di quel secolo nel quale scrisse) che vi fossero un'altra città in Lombardia, o nella Toscana chiamata Siponto. Poichè niente strano deve sembrare, che vi fossero in quella Radunanza intervenuti ancora i Sapienti di Siponto, a chi considera, che quella si tenne in tempo nel quale, se bene quelle province, che oggi compongono il nostro Regno, fossero state già da Ruggiero all'Imperio sottratte; nulladimeno per la congiura in questo tempo ordita dai Baroni contro questo Principe, i quali seguendo il partito di Roberto Principe di Capua, e di Rainulfo Conte d'Avellino eransi ribellati, ed aveano costretto Ruggiero ad abbandonar la Puglia, e di ritirarsi in Sicilia per unire le sue armate e reprimere la ribellione, come da poi fece: non potè Ruggiero impedire la loro andata in Roma, li quali tanto più si resero animosi contro di lui, quando intesero che Lotario era colà giunto per movere, insieme uniti, guerra contro di lui: e perciò non poterono i Sapienti di Siponto, allora ribelli, recar pregiudicio a Ruggiero, in maniera che fossero obbligati i di lui vassalli osservare quella Costituzione di Lotario suo inimico, come diremo ad altro proposito.

Ma tanti apparati di guerra e tanti inimici di Ruggiero insieme aggiunti, non poterono mai costernare l'animo di questo invitto Principe: egli tornato da Sicilia con poderose armate, dopo varia fortuna, che lo rese ora perdente, ora vincente, finalmente dissipò i suoi inimici: obbligò Lotario a tornarsene senza alcun frutto in Alemagna: costrinse Innocenzio a ritirarsi di nuovo in Pisa, ove celebrò un altro Concilio. Abbattè l'orgoglio di Rainulfo e di Roberto; e repressa la ribellione de' Baroni di Puglia, restituì questa provincia alla sua ubbidienza: e niente altro rimaneva perchè tutto questo Reame passasse sotto la sua dominazione, fuorchè Napoli, Benevento e Capua, e gli Stati del Conte Rainulfo; onde fermato in Salerno, alla conquista di queste città fu totalmente rivolto, e sopra ogni altra di Capua e di Napoli; onde a tal fine fece ritorno in Sicilia per approntar nuove forze per conquistarle.

Il Principe Roberto, che ben prevedea il male, che gli soprastava, non tralasciò ogni sforzo per impedirlo, s'unì co' Pisani, e gito in Pisa ottenne da' medesimi valido soccorso di molte navi e soldati[465]. Proccurò anche che a' Pisani si unissero in suo ajuto i Genovesi, ed i Veneziani; onde ritornato nel Principato di Capua, andossene in Napoli, ove fu caramente ricevuto da Sergio, e dal Conte Rainulfo che in questa Piazza erasi ritirato. Espose a' medesimi la lega, che nuovamente avea conchiusa in Pisa in presenza d'Innocenzio co' Pisani, Genovesi e Veneziani, e come avea promesso a' Pisani, acciocchè fossero venuti in suo soccorso, tremila libbre d'argento. Fu con gran giubbilo intesa da Sergio, e da' suoi confederati questa novella, onde senza frapporvi dimora, tolsero ambedue gli argenti delle Chiese di Napoli e di Capua, e fattane quella somma di moneta, prestamente la mandarono a' Pisani.

Ma ecco che mentre costoro così si sforzano di resistere a Ruggiero, che questo Principe ritornando da Sicilia con sessanta galee, giunge in Salerno, e tosto sopra Napoli pose l'assedio; ma difendendosi questa città con estremo valore, abbandonolla, e verso Capua drizzò li suoi eserciti; ed avendo presa Nocera, e molti altri castelli di quel contorno, fu Capua assalita, la quale incontanente gli si rese[466]. Il Re entrato in quella, vi fu a grande onor ricevuto, ed avendo dopo breve contrasto conquistati gli altri luoghi del Principato, tornò di nuovo a cinger Napoli di stretto assedio.

Ecco come in quest'anno 1135 Ruggiero dopo varj casi unì agli altri suoi Stati il Principato di Capua, del quale aveane già avuta l'investitura da Anacleto. Egli poco da poi ne investì Anfuso suo figliuolo, dandogli di sua mano lo Stendardo, ch'era a questi tempi la cerimonia, che s'accostumava nelle investiture; e fu perciò Anfuso da' Capuani per lor Principe salutato, giurandogli fedeltà. Ma egli è ben da notare, che i Capuani giurarono fedeltà ad Anfuso, salva tamen Regis, et filii ejus Rogerii (Ducis Apuliae) fidelitate, qui ei in Regnum successurus erat, come rapporta l'Abate Telesino; poichè avendo Ruggiero al suo Regno unito il Principato di Capua, ancorchè ne avesse investito Anfuso, non volle però che lo reggesse independentemente dalla Corona, e da lui, e dal suo figliuolo Ruggiero Duca di Puglia, dichiarato successore del Regno.

Avea il Re Ruggiero dalla sua prima moglie, che fu Alberia figliuola d'Alfonso Re di Spagna, generati cinque figliuoli. Il primo, che dovea succedergli al Regno, ed il quale il padre l'avea perciò istituito Duca di Puglia, fu chiamato Ruggiero[467]; ma questi essendo a lui premorto nell'anno 1148 diede luogo agli altri suoi fratelli secondogeniti alla successione. Da questo Ruggiero narrasi, che fosse nato Tancredi, quegli, che succedè al Regno di Sicilia, riputato suo figliuolo bastardo, come si dirà più innanzi. Il secondo fu Tancredi, al quale il padre avea assignato il Principato di Bari, o veramente di Taranto, perchè allora non avea acquistato ancora quel di Capua: e questi pure prima di tutti gli altri suoi fratelli, premorì al padre prima dell'anno 1144.

Il terzo fu questo Anfuso, o come altri dicono Alfuso, onde Girolamo Zurita suspica che lo dicessero così dal nome d'Alfonso Re di Spagna suo avo materno: ma Wolfgango Lazio[468] è di parere, che sia nome Goto, derivato da Idelfonso, e questo da Hildibrunzo, vocabolo gotico, a favore scilicet et amore foederis. Costui da Ruggiero in quest'anno 1135 fu creato Principe di Capua; il quale poco da poi nell'anno 1139 essendo già passato il Ducato napoletano sotto la sua dominazione, fu fatto anche Duca di Napoli, secondo che scrive il Pellegrino; ma questi seguitò la sorte degli altri suoi fratelli maggiori, poichè premorendo pure al padre, finì li giorni suoi nel medesimo anno 1144.

Il quarto fu Guglielmo I quegli che dopo la morte d'Anfuso creato dal padre Principe di Capua e Duca di Napoli, e morto da poi Ruggiero altro suo fratello, fatto Duca di Puglia in suo luogo; finalmente nell'anno 1151 fu da Ruggiero assunto per suo Collega al Regno, e fu coronato e dichiarato suo successore; siccome morto suo padre gli successe, e per più anni tenne il Regno di Sicilia e di Puglia; poichè Errico altro suo fratello morì giovanetto vivente il padre avanti la morte di Ruggiero suo maggior fratello.

Ebbe Ruggiero altre mogli: Sibilla sorella del Duca di Borgogna, dalla quale presso i più diligenti Scrittori non si legge che avesse procreati figliuoli: Beatrice, dalla quale gli nacque Costanza, quella che destinata a cose più grandi con varie vicende si vide moglie d'Errico VI Imperadore, e dalla quale nacque il famoso Federico II. le cui gesta saranno ben ampio soggetto di quest'Istoria. E vi sono chi a queste tre mogli di Ruggiero aggiunge la quarta, che dicono essere stata N. sorella d'Anacleto, della famiglia di Pier Lione; e la quinta chiamata Airolda figliuola del Conte de' Marsi[469].

Ma mentre Ruggiero tenendo assediata Napoli, per mare travagliava questa città, scorgendo, che per l'estremo valore de' suoi cittadini non era per rendersi così subito, partissi dall'assedio, lasciando a' suoi Capitani la cura di quello, ed egli in Salerno fece ritorno; ove imbarcatosi sopra la sua armata passò in Sicilia per poter nella vegnente primavera ritornar con esercito più numeroso ad espugnarla, siccome narra Alessandro Abate di S. Salvatore della Valle Telesia, il quale qui termina i quattro libri della sua latina istoria normanna.

Intanto il Principe di Capua Roberto era andato in Pisa a cercar soccorso; ma non fu a tempo, poichè tornato da quella Città, ritrovò Capua già presa, e furono inutili tutti gli altri suoi sforzi, che fece da poi per riacquistarla; onde vedute disperate le sue cose, fece di nuovo in Pisa ritorno. Il Duca di Napoli Sergio ancora, vedendo in tale strettezza la sua città, temendo dell'ultima sua ruina, se non avea presti ajuti, imbarcatosi sopra un naviglio passò anch'egli in Pisa per soccorso, ma non avendolo potuto ottenere, tutto afflitto se ne tornò indietro a Napoli.

Ma il Principe Roberto avendo ritrovato in Pisa Papa Innocenzo, fu da costui stimolato a passare in Alemagna, e a chiedere in suo nome, ed in nome del Pontefice soccorso a Lotario Imperadore. Giunto egli in Lamagna fu caramente dall'Imperadore accolto, il quale lo rimandò tosto in Pisa con certa promessa di venire nel seguente anno in Italia a liberar la Chiesa di Roma dallo scisma, ed a restituire Roberto nel suo Principato. In questi tempi per la sua dottrina, e più per la bontà de' costumi Bernardo Abate di Chiaravalle aveasi acquistata in Europa gran fama di santità; onde non meno presso l'Imperadore, che del Papa Innocenzio era in somma stima tenuto, ed i suoi consigli erano di grande autorità, ed avendo proccurato Innocenzio in questo scisma trarlo alla sua parte contro Anacleto, non può dubitarsi che fu uno de' mezzi più adoperati ed efficaci a favor d'Innocenzio, e che prendendo le sue parti con ardore non gli portasse molto ajuto e conforto. Egli non si ritenne in queste congiunture scrivere calde e pressanti lettere all'Imperador Lotario, che come avvocato e difensore della Chiesa, calasse tosto in Italia a reprimere l'orgoglio de' Scismatici, ed a vendicarsi di Ruggiero. Ed il suo zelo fu tanto, che in una lettera che scrisse a Lotario, non ebbe alcun ritegno di chiamar Ruggiero usurpatore, e che ingiustamente aveasi usurpata la Corona di Sicilia, non altramente, che Anacleto la sede di S. Pietro: Caesaris est, e' diceva a Lotario, propriam vindicare Coronam ab usurpatore Siculo. Ut enim constat Judaicam sobolem Sedem Petri in Christo occupasse injurias sic proculdubio omnis, qui in Sicilia Regem se facit, contradicit Caesari; come se la Sicilia Ruggiero l'avesse sottratta all'Imperio d'Occidente, e Lotario dovesse reputarsi come un altro Ottaviano Augusto a riguardo di tutte le province del Mondo.

Furono però quest'inviti cotanto efficaci, che finalmente Lotario si dispone a calar la seconda volta in Italia con eserciti più poderosi e con forte deliberazione di abbattere lo scisma, e discacciar Ruggiero da queste province; scrisse perciò ad Innocenzio, che nella festività di S. Jacopo di quest'anno 1136 si sarebbe egli partito di Lamagna[470]. Papa Innocenzio tantosto inviò tal novella al Duca di Napoli Sergio, ed il Principe Roberto con cinque navi cariche di vettovaglia andò a soccorrer Napoli, che grandissima fame pativa, per tenerla i soldati del Re così stretta, che da niun lato per terra potevano introdursi viveri. E fatti certi Sergio ed i Napoletani della venuta dell'Imperadore, ritornò prestamente il Principe Roberto a Pisa, e di là n'andò ad incontrar Lotario, il quale ritrovò aver già passate le Alpi, ed essersi attendato a Cremona.

§. I. Lotario cala la seconda volta in Italia, ed abbatte le forze di Ruggiero.

Fu nel declinar di questo anno 1136 nel mese di novembre, che questo Imperadore fermato in Roncaglia (che come altre volte abbiam detto, è un campo piano e largo posto sopra il Po non molto lontano da Piacenza)[471] ragunò, secondo il costume de' suoi maggiori, una Assemblea di tutti gli Ordini così ecclesiastico di Arcivescovi e Vescovi, come de' Nobili, di Duchi, Marchesi, Conti, ed altri Baroni, e de' Magistrati delle città d'Italia, ove a richiesta de' medesimi per mezzo d'una sua Costituzione stabilì alcune altre leggi feudali, che riguardano principalmente la proibizione di poter alienare i Feudi. Questa Costituzione noi l'abbiamo nel libro secondo de' Feudi[472]; ed anche nel libro terzo delle leggi longobarde[473]. Nè l'istesso Pellegrino[474] può negare che sia di questo Lotario; onde da ciò ancora si convince, che il Compilatore delle leggi longobarde, unì le Costituzioni degl'Imperadori come Re d'Italia, cominciando da Carlo M. sino a quest'ultimo Lotario (poichè quella di Carlo IV fu aggiunta molto tempo da poi di questa Compilazione) perchè gli altri Imperadori che dopo Lotario tennero l'Imperio d'Occidente, e che sovente calati in Italia presso Roncaglia stabilirono altre leggi, atteso che queste riguardavano solamente i Feudi: i Compilatori delle Consuetudini Feudali, che furono a tempo di Federico I non stimarono unirle alle leggi longobarde, ma facendo una Compilazione a parte l'unirono al Corpo delle Consuetudini Feudali, onde ne surse un nuovo Corpo di leggi dette Feudali, che ultimamente da Cujacio fu distinto in cinque libri, come trattando di questa Compilazione a suo luogo più distesamente diremo.

Non vide Ruggiero più fiera procella di quella, che gli mosse Lotario in questa seconda volta, che calò in Italia. Si vide in un baleno sottratte dal suo Regno le più belle province, com'erano queste di qua del Faro: al suo arrivo si rinvigorirono le speranze de' suoi nemici, ed i mal contenti si resero più animosi a prorompere in aperte sedizioni; poichè in prima non mancò Lotario, avvisato delle angustie, nelle quali era ridotta la città di Napoli, e che i suoi cittadini per le case, e per le piazze perivan di fame, di mandar lettere ed Ambasciadori a Sergio, ed ai Napoletani, confortandogli a durare per picciol tempo nell'assedio, ch'egli tantosto sarebbe venuto in lor soccorso. Ed in fatti non tardò guari, che s'incamminò verso Apruzzi, e pervenuto al fiume Pescara, valicatolo, soggiogò Termoli con molti luoghi di quella provincia; e passato in Puglia, prese la città di Siponto, ed atterrì in maniera i Pugliesi, e gli pose in tanta costernazione, che tutte le città di quel contorno insino a Bari, ove Lotario era passato, si diedero in sua balìa.

Intanto Innocenzio, che dimorava a Pisa, erasi già partito di colà, e passato a Viterbo per incontrarsi con l'Imperadore, il qual intesa la venuta del Papa in quella città, gl'inviò tosto Errico suo genero con tremila soldati, e gli mandò a dire che proccurasse di conquistare le terre della Campagna di Roma, e di restituire il Principato di Capua a Roberto, perch'egli per altro cammino avrebbe proccurato di toglier a Ruggiero l'altre province della Puglia: onde Innocenzio con altro esercito venne a S. Germano, che tantosto se gli diede. Indi passato a Capua non vi essendo chi potesse resistergli, tosto si rese padrone di quella città, e ripose in essa e nel suo Principato il Principe Roberto[475]. E scorso da poi in Benevento, dopo breve contrasto, i Beneventani si resero a lui. Indi partissi per girne a ritrovar Lotario in Puglia, il quale avea già presa Bari[476], e sol gli restava d'espugnare la sua forte Rocca, la quale Ruggiero avea edificata, e di grosso e valoroso presidio munita; ma quella finalmente espugnata, portossi l'Imperadore ed Innocenzio sopra Melfi di Puglia: ed avendola per alcun tempo tenuta assediata, l'ebbero alla fine in lor balìa.

Fu in questo anno 1137 che Lotario avendo tolta a Ruggiero la Puglia pensò di crearne un nuovo Duca, ed avendo fatto in Melfi a tal fine ragunare un Parlamento, ove fece chiamare tutti i Baroni di quella provincia, trattò ivi della creazione di questo nuovo Duca, mandando in tanto i suoi eserciti verso Salerno per assediare quella città. Insorsero per tal occasione gravi contese tra Lotario ed Innocenzio intorno a quest'elezione[477]: pretendeva Innocenzio per le ragioni altre volte addotte, che siccome i suoi predecessori aveano investito i Normanni del Ducato di Puglia, così ora essendosi tolto a costoro, suo dovesse essere il potere di investirne altri. All'incontro Lotario pretendendo esser queste province dipendenti dall'Imperio d'Occidente, essere degl'Imperadori la facoltà dell'investire altri[478], siccome di fatto l'Imperador Errico ne avea investiti i Normanni. La discordia s'accese in maniera, che se non fosse stato il timore conceputo, che Ruggiero lor comune nemico non se ne profittasse, sarebbe terminata in aperta guerra. A questo fine si pensò un espediente, col quale proccurossi di non recarsi pregiudizio alle ragioni dell'Imperio, nè della Chiesa; e fra lor si convenne che il nuovo Duca si dovesse da ambedue investire[479]. Fu eletto Rainulfo Conte d'Avellino di nazione normanna, non Germano, come credette il Sigonio[480], cognato del Re, e figliuolo del Conte Roberto, il quale era nato dal vecchio Conte Rainulfo fratello germano di Riccardo I Principe di Capua[481].

Fu adunque Rainulfo creato nuovo Duca di Puglia, e gli fu dato lo Stendardo, con cui fu investito del Ducato per mano d'ambedue, d'Innocenzio e di Cesare. E Falcone Beneventano aggiunge, che a' 5 di settembre l'istesso Papa Innocenzio nella chiesa arcivescovile di Benevento unse Rainulfo in Duca di Puglia, essendo a questa unzione presenti il Patriarca di Aquileja, molti Arcivescovi, Vescovi ed Abati. Così insino a questo punto i due più fieri nemici di Ruggiero, i quali si erano così ben distinti a favor di Lotario e del Papa, riceverono i premj de' loro sudori e travagli: Roberto fu restituito nel Principato di Capua, e Rainulfo a più sublime dignità fu promosso. Rimaneva l'altro, ch'era Sergio co' suoi Napoletani, i quali finora avean con inaudita costanza in mezzo a tante calamità e penurie sostenuto l'assedio della loro città; perciò Lotario ed Innocenzio verso queste parti rivoltarono tutti i loro sforzi, e tenendo i loro eserciti presso Salerno, pensarono di espugnar prima questa città, e da poi passare a levar l'assedio di Napoli, aspettando in tanto il sospirato soccorso di Pisa, senza il quale non poteva per via di mare portarsi soccorso alcuno in quella città, e senza il quale non era da sperare di poter ridurre Amalfi e gli altri luoghi marittimi d'intorno, sotto la dominazione di Cesare. Ma ecco che pur troppo opportunamente i Pisani con cento legni armati, siccome avean promesso, giunsero in Napoli, ed introdotto soccorso in questa città, tanto che non vi era più timore di rendersi, non guari da poi fu loro da Cesare comandato, che passassero in Amalfi affin di ridurre quella città co' luoghi vicini, siccome vi passarono con quaranta sei galee, e quivi giunti, espugnarono Amalfi, Scala e Ravello, e facendo gran bottino in quella città, e nella sua riviera, ridussero Amalfi sotto la dominazione dell'Imperadore.

CAPITOLO II. Ritrovamento delle Pandette in Amalfi; e rinovellamento della giurisprudenza romana, e de' libri di Giustiniano nell'Accademie d'Italia.

Fu in quest'incontro, che la città d'Amalfi ancorchè espugnata, si rese luminosa e chiara ne' secoli seguenti sopra tutte le altre città d'Europa: poichè alla sua gloria d'aver un suo cittadino trovata la bussola, s'accoppiò quella d'essersi con tal occasione trovato in questa città il volume delle Pandette di Giustiniano Imperadore da taluni creduto che fosse propriamente quello istesso, che questo Imperadore fece compilare. Gli esemplari di questo volume erano quasi che sepolti, per le molte Compilazioni seguite appresso de' Basilici, e per le molte altre cagioni, che si dissero nel settimo libro di quest'Istoria: solo per la Francia, come fu altrove notato, ne girava attorno qualcheduno, poichè osserviamo che Ivone Carnotense, che fiorì a' tempi di Pascale II verso l'anno 1099 nelle sue epistole allega sovente le leggi delle Pandette[482]. Ma in Italia n'era affatto perduta ogni memoria: solamente, come si disse, il Codice, le Istituzioni, e le sue Novelle erano conosciute, più per diligenza de' romani Pontefici, e per li Monaci, appresso i quali era allora la letteratura, che per altro.

In fatti molte leggi del Codice vediamo noi da' Pontefici romani rapportate nelle loro decretali, come in quelle di Gregorio III e d'altri Pontefici[483]: delle Istituzioni, e delle Novelle non era così rara la notizia, poichè abbiam veduto che il celebre Abate Desiderio nella sua Biblioteca Cassinense ne conservava gli esemplari; ma la più bella parte, ch'era quella delle Pandette, ed ove racchiudesi il candore e la pulitezza delle leggi Romane, era a noi molto più nascosta, e rara la notizia. In Ravenna non è ancor deciso il dubbio, se veramente se ne conservasse qualche parte. Guido Pancirolo[484] rapporta l'opinione di alcuni, che credevano nell'anno 1128 in Ravenna in un'antica Biblioteca essere state ritrovate le Pandette, le quali offerte a Lotario, avendole riconosciute per legittimo parto dell'Imperador Giustiniano, avesse ordinato, che pubblicamente si spiegassero nelle Scuole. Ma l'istesso Pancirolo riputa più vera l'opinione di coloro, che scrissero in Ravenna il Codice di Giustiniano essersi ritrovato, non già le Pandette, le quali in Amalfi in quest'anno 1137 per l'occasione già detta furono scoverte. Alla città dunque di Amalfi non molto da Napoli lontana si dee questa Gloria; non già a Melfi di Puglia, come alcuni Oltramontani scrissero i quali non ben intesi de' luoghi particolari, e delle città di queste nostre Province, hanno sovente preso abbaglio in confonder l'una coll'altra città; siccome per contrario il Concilio celebrato in Puglia a Melfi nell'anno 1059 sotto Niccolò II, dissero che si fosse celebrato ad Amalfi. Alcuni altri, forse tratti dall'amore della gloria della loro patria, non si ritennero di dire che non in Amalfi, ma che in Napoli i Pisani mentre entrarono a soccorrerla, l'avessero trovate, e che toltele a' Napoletani in Pisa le trasportassero; della qual credenza ancorchè vana, e che non ha alcun appoggio, e ripugnante a tutta l'istoria, è gran maraviglia che avesse trovato chi ne restasse preso come fu il Summonte e Francesco de' Pietri, il quale fra gli altri suoi deliri, onde tessè la sua istoria, non tralasciò inserirvi anche questo. E novellamente un moderno Scrittore pugliese pur sognò che nè in Amalfi, nè in Napoli si fossero trovate le Pandette, ma in Molfetta, e non per altra ragione, se non per la somiglianza del nome, e se non perchè Molfetta era la patria dello Scrittore: così oggi (non altramente, che della patria d'Omero e del Tasso) contrastano molte città per appropriarsi la gloria di questo ritrovamento.

Ma oltre agli antichi Annali, non deve ciò parer cosa strana a coloro, i quali dal corso di quest'Istoria avranno appreso quanto gli Amalfitani fossero stati per le navigazioni celebri, e quanta fosse la frequenza de' traffichi e del commercio, che avean nelle parti d'Oriente e nella Grecia, ciocchè non l'ebbero quelle città, le quali ancor esse aspirano a questa gloria; onde fu cosa molto propria, che gli Amalfitani fra le altre cose che da Levante portarono nella loro città, v'avessero anche portate le Pandette, volume così raro, e nel quale era riposto il candore delle leggi romane; ed in fatti comunemente si narra[485], che per opera d'un Mercante paesano, navigando in Levante, l'avesse quivi comprate, e nel suo ritorno ne avesse fatto un dono alla patria. Nè può recarsi in dubbio, che i Pisani fra le altre prede, che fecero in Amalfi, fu questa delle Pandette, e questa sola, in premio delle loro fatiche sofferte in quell'impresa, cercarono ardentemente a Lotario Imperadore, il quale gliele concedette di buona voglia; onde trasportate da loro in Pisa, acquistarono perciò il nome di Pandette Pisane, che lo ritennero poco men di tre secoli insino all'anno 1416, nel quale surta guerra fra i Pisani e' Fiorentini, Guido Caponio Capitano de' Fiorentini avendo espugnata e presa la città di Pisa, come una gran parte del suo trionfo, trovate in quella le Pandette, le trasferì in Fiorenza, ove oggi giorno con venerazione, e come cosa di gran pregio si conservano nella Biblioteca de' Medici in due tomi divise: onde quando prima erano appellate Pisane si dissero da poi Fiorentine, come oggi giorno ritengono il nome. Gli antichi Annali di Pisa appresso Plozio Grifo, Rainero Grachia Pisano antichissimo Istorico, che scrisse sono più di 300 anni de Bello Tusco in cotal guisa narrano questo ritrovamento insieme e trasportamento da Pisa in Firenze, e Plozio presso Taurello afferma, aver tenuto egli in casa un antico istromento di questa donazione che Lotario fece a' Pisani delle Pandette Amalfitane. Così ancora lo rapportano il Sigonio[486], Raffael Volaterrano, Angelo Poliziano[487], Antonio Gatto[488], Francesco Taurello[489], Arturo Duck[490], e tutti gli altri Scrittori, insino a Burcardo Struvio[491], ch'è l'ultimo fra i moderni a confermarlo.

(Dopo tutti costoro, ultimamente Errico Brenemanno nella sua Historia Pandectarum, impressa ad Utrecht l'anno 1722, esaminando questo punto d'istoria, tolse ogni dubbio, con far imprimere pag. 410 le parole della Cronica antica o siano Annali Pisani, che egli trascrisse da un antico Codice manuscritto, che si conserva nella Biblioteca de' Domenicani di Bologna: dove parlandosi della guerra, che Papa Innocenzio, e Lotario coll'aiuto de' Pisani, mossero contro il Re Ruggiero di Sicilia, si leggono queste parole: Li Pisani pridie nonas Augusti armorono 46 Galee, et forono a la costa de' Malfi, et quello dì per forzia lo presero con septe Galee et doe Nave; in la quali ritrovarono le Pandette composte dalla Regia Maestà di Justiniano Imperatore, e dopoi quella brusorono etc.)

Lotario se bene avesse a' Pisani conceduta una cosa di tanto pregio, essendo egli un Principe dotto, e sopra a tutto riputato saggio facitor di leggi, non trascurò di osservarle, e scorto che in esse v'era il candor delle leggi romane, pensò non doversi trascurare 1'utile che poteva da quelle ritrarsi, e che non doveano, siccome prima, rimaner così tra le tenebre nascoste e sepolte. Evvi gran contrasto tra i Bolognesi e gli altri Scrittori, se Lotario avesse con suo editto stabilito che le Pandette pubblicamente si leggessero in Bologna, ovvero per privato studio d'Irnerio si fossero ivi insegnate insieme con gli altri libri di Giustiniano. Li Dottori bolognesi narrano, che Lotario diede ordine ad Irnerio, il quale in Bologna leggeva filosofia, che pubblicamente le dichiarasse, il che egli cominciò a fare nell'anno 1128 ciò che sarebbe accaduto prima, che le Pandette si fossero trovate in Amalfi. Corrado Uspergense dopo aver narrata l'istoria di Lotario, dice che Irnerio lo facesse a petizione della Contessa Matilda; e negli Argomenti dell'Istoria di Bologna, che s'attribuiscono a Carlo Sigonio, nell'anno 1102 si legge che la Contessa Matilda ad Irnerio che ivi leggeva filosofia, avesse imposto spiegarle, e che vi facesse le prime chiose. Ma Burcardo Struvio[492] stima favoloso ciò che Corrado narra della Contessa Matilda, che mentre imperava Lotario avesse ciò imposto ad Irnerio, essendo indubitato, che Matilda morì nell'anno 1115 prima dell'Imperio di Lotario, e l'istesso Sigonio riprova ancora ciò che Corrado dice, per questa istessa ragione[493]. Quindi Struvio crede, che quegli Argomenti, che si leggono dopo l'istoria di Bologna non han potuto esser mai opera del Sigonio, il quale manifestamente nella sua Istoria del Regno d'Italia dice il contrario, e riprende Corrado che l'avea scritto.

I più gravi Autori perciò condannano per favoloso questo racconto, e rapportano che Irnerio, nè per autorità della Contessa Matilda, nè per comando di Lotario avesse nella Scuola di Bologna interpretati i libri di Giustiniano, ma per privato studio, e per soddisfare la sua ambizione.

Irnerio a questi tempi, ne' quali la Giurisprudenza insieme colle altre discipline cominciavano a risorgere, fu riputato uno de' migliori Giureconsulti. Della sua patria contendono i Germani ed i Milanesi, ed i Fiorentini pur ne vogliono la lor parte: egli prima fu dato a' studj di Filosofia e delle Lettere umane secondo che comportava l'uso di que' tempi, e si crede che navigasse in Levante, ed in Costantinopoli le avesse apprese; indi a Ravenna tornato, avessele quivi insegnate, ed acquistasse gran fama d'uomo di lettere. Ma dismesso poi lo studio di Ravenna, fu da' Bolognesi chiamato nella loro città, dove si pose a leggere Filosofia. Erasi in Bologna stabilita una Scuola, ove s'insegnava anche giurisprudenza, ed eravi Pepone che la professava; ed essendo tra' Professori insorta disputa sopra la parola AS denotante le dodici oncie, Irnerio con tal occasione si diede a studiare i libri di Giustiniano, e divenne famoso Giurista, tal che oscurò la fama di Pepone. Fece sommo studio sopra il Codice, e sopra le Instituzioni e le Novelle di Giustiniano, accorciandole, ed adattandole poi alle leggi del Codice, perchè si conoscesse in che le Novelle discordavan da quelle; fece ancora le prime sue chiose a questi libri; ed egli fu il primo che nell'anno 1128 commentasse le leggi romane. Coloro che scrissero in Ravenna in quest'anno essersi trovato un altro esemplare de' Digesti, oltre di quello, che correva per la Francia, dicono che Irnerio prima che fossero in Amalfi trovate le Pandette (che Angelo Poliziano[494] credette essere quelle istesse che pubblicò Giustiniano, nel che discordano Andrea Alciato[495], ed Antonio Augustino[496], e dalle quali egli è almen certo, per essere antichissime, che furon tratti gli altri esemplari[497]) impiegasse i suoi talenti anche sopra i Digesti, e che insieme con gli altri libri di Giustiniano le insegnasse in Bologna, e vi facesse le prime sue chiose. Ma gli altri, che ciò niegano, e dicono che i primi esemplari delle Pandette fossero usciti in Italia da quelle d'Amalfi, sostengono che Irnerio spiegasse in quella Accademia i Digesti da poi che furono ritrovate in Amalfi, ma non già per autorità e comandamento che ne avesse avuto dall'Imperador Lotario: ma per privato suo studio, siccome prima in Bologna faceva sopra gli altri libri di Giustiniano, e sopra l'altre discipline, senza ordine dell'Imperadore. Nè quell'Accademia in questi tempi fu istituita da Lotario, nè per suo editto si legge, che avesse comandato, che quivi si dovessero spiegare, ed insegnare per sua autorità i libri di Giustiniano, siccome sostiene Federico Lindenbrogio[498]; soggiungendo Ermanno Conringio[499], che se Lotario avesse ciò ordinato, e gli fosse stato tanto a cuore la Scuola di Bologna, trovate che furono in Amalfi le Pandette, non a' Pisani, ma a' Professori bolognesi ne avrebbe fatto dono.

Ma quantunque sopra ciò non si leggesse particolar editto di Lotario, non è però, che questo Principe non favorisse questi studj, e che a' suoi tempi la Scuola di Bologna non fiorisse molto più che ne' passati, avendovi Irnerio sopra le leggi romane fatti progressi maravigliosi; onde avvenne che questi studj furon coltivati e promossi, e molti vi s'applicarono in guisa, che dalla Scuola d'Irnerio ne uscirono poi valenti Dottori, i quali o in voce, e per mezzo delle loro chiose in iscritto, illustrarono le leggi di Giustiniano, e diffusero il loro studio, non pure in Bologna, ma per tutte le Accademie d'Italia. Sursero quindi Martino da Cremona: Bulgaro, che a' tempi di Federico Barbarossa fiorì cotanto in Bologna: Ugone, e Giacomo Ugolino, Ruggieri, Ottone e Placentino, che si resero cotanto celebri nell'Accademia di Montpellier in Francia. Pileo discepolo di Bulgaro, che in Bologna ed in Modena si rese illustre per le sue Quistioni Sabbetine. Alberico della Porta di Ravenna: ed il di lui discepolo Azone, il quale fra i Giureconsulti della sua età tenne il primo luogo, maestro del nostro Roffredo Beneventano, di Balduino e di tanti altri.

Da questo risorgimento de' libri di Giustiniano nell'Accademie d'Italia, e dalla Scuola d'Irnerio comunemente si crede, che avessero origine le solennità da poi praticate in creare i Dottori, attribuendosi ad Irnerio, che per autorità di Lotario concedesse a' Professori di legge il grado del Dottorato, leggendosi, che avesse dichiarati Dottori Bulgaro, Ugolino, Martino e Pileo[500]. E narra Acerbo Morena[501], ch'essendo Irnerio nell'ultimo di sua vita, se gli accostarono i suoi scolari, e gli domandarono, chi voleva, che dopo la sua morte fosse il lor Dottore, ed egli lor nominò Bulgaro, Martino e Ugone, ma che tenessero Giacomo in suo luogo, onde questi fu costituito lor Dottore. Ma Itterio[502] e Conringio[503] reputano, che queste solennità in conferire i gradi di Dottore nell'Accademie, traesse origine da' Francesi, donde poi l'appresero gl'Italiani.

Credettero il Sigonio[504], Arturo Duck[505], ed altri, che Lotario, oltre d'aver comandato, che i libri di Giustiniano si leggessero per sua autorità nelle pubbliche Accademie, ordinò che anche ne' Tribunali si allegassero, e che tralasciate le leggi longobarde, quelli solamente i Giudici seguissero. Ma la costoro opinione non ha fondamento veruno d'istoria, non leggendosi, non pure editto alcuno di Lotario, come sarebbe stato necessario che ciò comandasse, ma nemmeno Istorico contemporaneo, che lo scrivesse; ond'è che i più gravi Scrittori[506], e lungamente Lindenbrogio[507] ripruovano il costoro errore. Quel che poi manifestamente convince il contrario, è il vedersi, che le leggi longobarde in Italia, e più in queste nostre province lungamente da poi si mantennero, e ne' Tribunali secondo quelle si decidevano i litigi, e la legge romana come per tradizione era mantenuta da' provinciali; nè a questi tempi da' libri di Giustiniano era allegata, i quali non aveano ancora acquistata nel Foro autorità alcuna, siccome tratto tratto l'acquistaron da poi per uso più, e per forza della ragione, che per legge di alcun Principe.

Ma se mai di Lotario fossevi stata legge, che ciò comandasse, quella certamente nelle nostre province, ch'erano sotto la dominazione del Re Ruggiero suo inimico, non avrebbe avuto alcun vigore. Questo Principe, come qui a poco vedremo, ricuperò ben tosto tutte quelle province, che Lotario avea invase, e debellò tutti i suoi nemici, riunendole al suo Regno di Sicilia, che stabilito in forma di vera Monarchia non ubbidiva altre leggi, se non quelle, che i Longobardi v'introdussero, e quelle che egli stabilì da poi. E ciò non pur accadde imperando Lotario, e durante il Regno di Ruggiero, ma anche nel tempo de' Re normanni suoi successori, i quali continuando perpetua guerra con Corrado e Federico I che a Lotario successero, non permisero mai, che le costoro leggi fossero in queste province osservate, e che avessero alcuna forza ed autorità; ed in fatti come più innanzi vedrassi, non per le leggi romane contenute in questi libri, ma per le leggi longobarde, e per le romane, che come per tradizione erano ritenute da questi Popoli, si decidevano le liti. Nè appresso di noi vi fu anche occasione che questi libri si potessero leggere nelle nostre pubbliche Scuole; poichè insino a Federico II gran fautore delle lettere, che l'introdusse in Napoli, noi non avevamo Accademie; nè se non ne' tempi più bassi, essendo gli ultimi a seguitare l'esempio delle altre città d'Italia, cominciarono in queste province gli studj di questi libri, e ad allegarsi nel Foro più per forza di ragione, che di legge, come si vedrà nel corso di quest'Istoria.

CAPITOLO III. Il Re Ruggiero prosiegue la guerra con Innocenzio: morte d'Anacleto, seguita poco da poi da quella di Lotario Imperadore, e di Rainulfo Duca di Puglia: Ruggiero ricupera le città perdute; e tutte queste province col Ducato napoletano al suo Imperio si sottomettono. Innocenzio è fatto prigione, e pace indi seguita tra lui e 'l Re, al quale finalmente concede l'investitura del Regno.

Espugnata da' Pisani Amalfi, e gli altri luoghi di quel contorno, ordinò Lotario a' medesimi, che andassero ad oste a Salerno, alla quale impresa fece anche venir da Napoli il Duca Sergio, e da Capua il Principe Roberto, ed egli v'inviò il Duca Rainulfo con mille de' suoi Alemanni; dalle quali genti insieme unite, fu strettamente Salerno assediato.

Era questa città difesa da Roberto Cancelliero del Re Ruggiero, il quale non teneva altra milizia per difender quest'importante Piazza, che solo quattrocento soldati con alcuni Baroni de' circonvicini castelli; ma al picciol presidio suppliva la fede e l'amor de' Salernitani verso Ruggiero, i quali per essere stati lungo tempo sotto il dominio di quel Re, gli erano come a loro antico Signore fedelissimi. S'aggiungeva ancora la gratitudine per la quale erano tanto obbligati a questo Principe, da cui sopra tutti gli altri erano stimati, ed in gran pregio tenuti, avendo scelta tra tutte le città di questo Regno, Salerno per fede della sua regal Corte; e siccome nell'isola di Sicilia egli avea posta la sua residenza in Palermo, così quando era obbligato per gli affari di queste province di passare il Faro, non altrove, che in Salerno faceva dimora. Per le quali cagioni con molto valore si difendevano dagli insulti degli assalitori; tanto che i Pisani, sperimentata la loro fortezza, per vincer la loro costanza fecero comporre una macchina per isforzar le mura della città, della quale ebber tanto spavento i Salernitani, che cominciarono a disperar della difesa; onde essendo sopraggiunti all'assediata città il Pontefice e l'Imperadore, i Salernitani inviando a Cesare loro messaggi si sottoposero a lui, con condizione, che i soldati stranieri potessero girne ove lor meglio gradiva, onde alcuni d'essi partirono, ed altri insieme co' Baroni e Capitani, che colà erano, si ritirarono alla Rocca della città, valorosamente mantenendola sotto il dominio del lor Signore. I Pisani avendo saputo essersi i Salernitani resi all'Imperadore, ed essere stati da lui ricevuti senza dirne nulla a loro, sdegnati fieramente di tal dispregio, arsero tantosto le macchine, che avean composte per espugnar Salerno, ed apprestati lor legni volevan ritornare a Pisa; e l'avrebber posto ad esecuzione se il Pontefice, cui molto premea la loro alleanza, non gli avesse con molte preghiere, e con larghe promesse trattenuti; ma sì fatta discordia cagionò, che non s'espugnasse la Rocca, la quale perciò rimase alla divozione di Ruggiero.

Maggiori furono le discordie, che nacquero per questa stessa cagione tra l'Imperadore ed Innocenzio, pretendendo questi la città di Salerno appartenersi alla romana Chiesa, e sebbene finora non si sappia per qual particolar ragione, con tutto ciò si vede che Gregorio VII non volle in conto alcuno investirne Ruggiero, siccome nè tampoco gli altri suoi successori, per questo istesso che pretendevano quella città alla Sede Appostolica appartenersi; ma Lotario opponendosi fortemente a tal dimanda, fece che Innocenzio s'acchetasse[508], non volendo quest'accorto Pontefice romper con lui in vantaggio di Ruggiero, il quale da queste discordie avrebbe per se ritratto maggior profitto: non fu però che Innocenzio non sentisse di ciò grave dispiacere, e che non cominciassero perciò gli animi ad alienarsi da quella concordia, nella quale prima erano uniti.

Partirono alla fine (credendo aver terminata la loro spedizione) da queste nostre province Innocenzio e Lotario, il quale avendovi lasciato Rainulfo suo Capitano con molti altri Ufficiali perchè potesser opporsi a Ruggiero, e mantener gli acquisti fatti, se ne andò col Pontefice in Roma, e di là per la via di Toscana prese il cammino per Alemagna[509]. Ma Ruggiero, che infino ad ora cedendo all'impeto di tante procelle, aspettava tempo migliore per riacquistar in uno tratto il perduto, appena ebbe avviso, che Lotario erasi dalla Campagna partito, che ragunò in Sicilia una grossa armata; e come intese ch'egli era in Roma per passar in Alemagna, calò prestamente in Salerno colla sua armata[510]. Tosto si rese questa città al suo antico padrone, e di là gitone ad oste a Nocera, la ripose tantosto sotto il suo dominio, ed il somigliante fece di tutte le terre colà d'intorno, di cui era Signore il Duca Rainulfo. Indi andò sopra Capua, e fieramente sdegnato col Principe Roberto per essere stato il primiero istrumento della venuta di Lotario in Italia, quella prese a forza, e vi fece dare uno spaventevole sacco. Andò poscia col vincitore esercito in Avellino, e quello preso con tutti i circonvicini luoghi, verso Benevento avanzossi. I Beneventani sgomentati anch'essi per la felicità di Ruggiero mandarono parimente a sottoporsi a lui, e lasciando il partito d'Innocenzio, al quale poco anzi aveano giurata fedeltà, aderirono ad Anacleto per far cosa grata al Re, il quale venuto, passò poi a Montesarchio, che tantosto se gli rese: indi entrato nella Puglia cominciò con molto valore a sottoporsi molte città della medesima. Il Duca Rainulfo, come vide Ruggiero entrato nella Puglia, ragunò dalle città di Bari, Trani, Melfi, e da Troja 1500 valorosi soldati, e s'avviò contro Ruggiero, disposto di voler piuttosto morire combattendo, che cedere vilmente al nemico.

Intanto erano pervenuti a notizia d'Innocenzio i progressi di Ruggiero, e vedendo lontano l'Imperadore, e che non vi era da fondar molta speranza nè nel Duca Rainulfo, nè ne' Capitani di Cesare, pensò di mandare al Re Bernardo Abate di Chiaravalle, al quale diede in incombenza di trattar la pace, e di ridurre in concordia il Re col Duca; ma riuscite vane le pratiche di Bernardo in que' tempi molto riguardevole e per la sua dottrina, e molto più per la santità della vita, vennero il Duca ed il Re alle mani, e pugnatosi vigorosamente, restò in questo incontro Ruggiero perdente; ma niente però importandogli tal perdita, ritirato in Salerno, rinvigorisce le sue truppe per di nuovo invadere la Puglia. Non lasciava però l'Abate di Chiaravalle di trattar continuamente col Re per ridurlo in pace col Pontefice; e finalmente ottenne da lui, che venissero tre Cardinali d'Innocenzio, e tre altri d'Anacleto innanzi a lui, perchè udite le ragioni d'amendue, avrebbe poi deliberato quel che gli fosse paruto più convenevole. In effetto Innocenzio gli mandò il Cardinale Aimerico Cancelliere di S. Chiesa, ed il Cardinale Gherardo uomini di molta autorità, insieme coll'Abate Bernardo; ed Anacleto gli mandò similmente tre altri suoi Cardinali, quali furono Matteo parimente suo Cancelliere, Gregorio, e Pietro Pisano uomo riputato in questi tempi di molta eloquenza e dottrina, e molto versato nella Sacra Scrittura[511]. Giunti in Salerno, volle il Re per più giorni sentirgli; indi ragunato tutto il Clero salernitano, e buona parte del suo Popolo coll'Arcivescovo Guglielmo, e gli Abati de' monasteri, postasi la cosa in deliberazione ed in iscrutinio, non si venne mai a conchiuder per opra di Ruggiero, il quale, secondo narra Falcone beneventano, proccurava tirar in lungo queste ragunanze per trattenere con questi trattati di pace Innocenzio ed il Duca Rainulfo, affinchè intanto potesse egli rifarsi de' danni patiti, ed unir nuovo esercito. L'Abate di Bonavalle ed il Cardinal Baronio narrano altrimenti il fatto di ciò che ne scrisse Falcone Autor contemporaneo: dicono aver solo Bernardo con Pietro Pisano trattato quest'accordo con Ruggiero, e che sebbene Pietro restasse convinto dalle ragioni di Bernardo, il Re però non volle unirsi mai con molta pertinacia ad Innocenzio, tanto che obbligò l'Abate di Chiaravalle a partirsi di Salerno, e di ritornare in Roma. Che che ne sia, Ruggiero senza conchiuder niente se ne partì ancora, e salendo su la sua armata andò in Sicilia, per ritornare in Puglia con eserciti più numerosi.

Ma ecco mentr'egli dimorava in Sicilia, in quest'anno 1138 a' 7 di gennaro accadde in Roma purtroppo opportunamente la morte d'Anacleto, la qual fece, che questo scisma, che per otto anni avea travagliata la Chiesa si spegnesse. I figliuoli di Pier Lione, e gli altri seguaci d'Anacleto tosto avvisarono al Re la morte del lor Pontefice, con dimandargli se e' reputava espediente, che se gli creasse successore. Ruggiero, a cui premeva di nudrire simili discordie, perchè il partito d'Innocenzio, al suo contrario, non molto s'avanzasse, rispose che tosto lo creassero: siccome in fatti i Cardinali del partito d'Anacleto unitisi insieme, elessero per successore Gregorio Romano Cardinale de' Santi Appostoli, a cui posero nome Vittore IV. Ma in questo incontro fu tale l'opera dell'Abate Bernardo, che alle sue persuasioni così Vittore, come i suoi Cardinali che l'elessero, si sottoposero ad Innocenzio, ed avendo deposto Vittore tutte le insegne del Papato a' suoi piedi, s'estinse del tutto lo scisma[512] laonde i Romani cotanto si lodarono di Bernardo, che per onorarlo gli diedero perciò il nome di Padre della lor patria; ma egli che faceva profession di Santo, avendo a noja gli onori di questo Mondo, partendosi di Roma, in Francia, al suo monastero di Chiaravalle, fece ritorno. Pietro Diacono[513] che appunto qui termina la sua Giunta alla Cronaca di Lione Ostiense narra in altra guisa il fatto: dice che Innocenzio per mezzo d'uno grosso sborso di denari che diede a' figliuoli di Pier Lione, ed a coloro che gli aderivano, gli trasse alla sua parte: onde i Cardinali, che aveano eletto Vittore, destituti d'ogni ajuto, per dura necessità si sottoposero ad Innocenzio. Vi è chi lo scusa, anche ammesso ciò per vero, dalle colpe di simonia, allegando altri consimili esempli, come fece l'Abate della Noce in questo luogo.

Innocenzio veduti racchetati gli affari di Roma, e libero da tali discordie, rivolse tutti i suoi pensieri contro Ruggiero, ed alla guerra della Puglia; onde gitone ad Albano ragunò grosso esercito per unirsi col Duca Rainulfo: dall'altra parte il Re avendo parimente unite le sue truppe, passò dalla Sicilia a' confini della Puglia per riporre sotto il dominio le rimanenti città di quella provincia. Non mancò il Duca Rainulfo d'opporsi, ma invano, onde il Re all'impresa di Melfi voltò tutti i pensieri, ma non potendo espugnarla per la valida difesa, prese tutti i castelli d'intorno, e dopo ciò tornato a Salerno quindi partissi di nuovo per Sicilia.

Accadde in quest'istesso anno 1138 nella Valle di Trento la morte di Lotario Imperadore: Principe oltre al valor delle armi, dotato di molte virtù, e soprattutto amator delle lettere e del giusto: e merita esser sopra tutti gli altri rinomato, per essersi a' suoi dì restituito in Italia lo splendor delle leggi romane, e permesso che quelle si insegnassero nell'Accademie d'Italia. Cagione, che da poi col correr degli anni riacquistassero tanta autorità, e che si rendessero cotanto chiare e luminose, che oscurate le altre leggi delle altre Nazioni oggi sono la norma di tutte le Genti, e nell'Accademie meritamente tengono il primo luogo e per le quali la più illuminata parte del Mondo si governa. Ed è ben degno, che dagli amatori della legal disciplina sopra tutti gli altri venga d'immense lodi commendato.

Fra gli Elettori dell'Imperio occorsero gravi contese per rifar il successore. Aspiravano al soglio Corrado Duca di Suevia suo nepote, ed Errico di Baviera suo genero; ma finalmente escluso Errico fu Corrado innalzato a sì grande dignità, e fu salutato Imperadore da' Duchi, Principi, Marchesi e da tutti i Grandi dell'Imperio, non essendosi ancora ristretta quest'autorità a' soli sette, come si fece da poi[514].

Dall'altra parte Innocenzio, cui non altra cura premeva, che di abbattere il partito di Ruggiero, avendo nell'entrar dell'anno 1139 fatto convocare un Concilio in Roma, scomunicò ivi di nuovo Ruggiero, e tutti coloro, che avean seguite le parti d'Anacleto[515]. Ma fulmine assai più ruinoso sopravvenne ad Innocenzio non guari da poi; poichè nell'ultimo giorno d'aprile il Conte d'Avellino e Duca di Puglia, che con sì fiera e continua guerra avea travagliato il Re suo cognato, ammalandosi d'una grave malattia morì in Troja di Puglia, e fu dal suo Vescovo Guglielmo e da' suoi cittadini, dolorosissimi della sua morte con molte lagrime nel Duomo sepolto.

Pervenuta in Sicilia la novella della sua morte, quanto contento apportasse al Re Ruggiero non è da dimandare: egli allora tenne per finita la guerra; onde uniti prestamente i suoi soldati passò in Salerno[516]; ed ivi congregati tutti i Baroni, che seguivano la sua parte, andò a Benevento, indi avendo soggiogati molti luoghi del Conte d'Ariano, il quale fuggì a Troja, prese parimente in breve tempo tutte le città e castelli di Capitanata. Ebbe il Re, come dicemmo, tra gli altri suoi figliuoli natigli da Alberia sua prima moglie, Ruggiero primogenito, il qual perciò fu da lui creato Duca di Puglia: questi pareggiando il valor del suo padre, ch'era passato all'assedio di Troja, soggiogò da poi tutti gli altri luoghi della Puglia, tanto que' posti infra terra, quanto quegli ch'erano alla riviera del mare[517]: la sola città di Bari, ch'era allor valorosamente difesa dal Principe Giaquinto non potè avere in sua balìa; onde egli disperando della resa, prese consiglio d'andarsene al Re suo padre, che stava campeggiando la città di Troja. Era questa città difesa da Ruggieri Conte d'Ariano, che colà con grosso numero di soldati erasi rifugiato, difendendola egli con molta ostinazione, obbligò il Re a partirsi dall'assedio, il quale unitosi col figliuolo volse i suoi eserciti verso Ariano, facendo preparar molte macchine di legno per espugnarla.

Intanto Papa Innocenzio avendo intesa la rea novella della morte del Duca Rainulfo, ed i felici progressi del Re in Puglia, non volendo lasciar que' luoghi senza difesa, ragunate le sue truppe, e messosi alla testa delle medesime, uscì da Roma, e venne a S. Germano. Ruggiero che per questa spedizione di Innocenzio veniva frastornato nel meglio de' suoi progressi tentò, prima di venir con lui alle armi, se potesse riuscirgli di placarlo con dimandargli pace, inviò a questo fine suoi Messi offrendosi pronto ad ogni suo volere. I Messi furono ricevuti cortesemente da Innocenzio, il quale mandò altresì a Ruggiero due Cardinali ad invitarlo, ch'egli venisse a S. Germano per potere con effetto pacificarsi insieme. Il Re era allora tornato di nuovo all'assedio di Troja, ed avendo ricevuti onorevolmente i Cardinali, levatosi da quell'assedio insieme cui Duca suo figliuolo s'avviò prestamente a S. Germano: fu per otto giorni[518] maneggiato quest'affare; ma essendosi Innocenzio ostinato a pretendere la restituzione del Principato di Capua al Principe Roberto, e non volendo il Re a cotal fatto in modo alcuno consentire, fu disciolto ogni trattato, ed avendo ragunati i suoi soldati partì da S. Germano. Il Papa intesa la sua partita se ne andò colle sue genti al castello di Galluccio, cingendolo di stretto assedio: la qual cosa venuta incontanente a notizia del Re, ritornò velocemente indietro, e giunse improviso a S. Germano; per la cui presta venuta il Pontefice, ed il Principe Roberto ch'era con lui, fur percossi da subito spavento in guisa tale, che senza alcuno indugio si tolsero dall'assedio del castello di Galluccio per ritirarsi in luogo sicuro; ma il Re inviò subito il Duca di Puglia suo figliuolo con ben mille valorosi soldati, acciocchè tendendogli aguati assaltasse per lo cammino il Pontefice. La qual cosa mandata felicemente ad effetto, andò la bisogna in modo, che fur rotte e poste in fuga le genti papali, ed Innocenzio istesso non senza ingiurie e dispregi fu condotto prigioniero al Re insieme col Cancelliere Almerico, e con molti Cardinali, ed altri uomini di conto, ponendosi anche i vittoriosi soldati a rubar i ricchi arnesi del Pontefice, ove fu ritrovata grossa somma di moneta, salvandosi solo colla fuga Roberto Principe di Capua.

Ecco a qual fine infelice han sempre terminate le spedizioni de' Pontefici contro i nostri Principi, ed ecco il frutto che han sempre ritratto, quando deposto il proprio mestiere, han voluto a guisa de' Principi del Mondo alla testa d'eserciti armati coprirsi di elmo in vece di tiara, e vestir di corazza in vece di stola e di dalmatica.

Questo memorando avvenimento succedette li ventuno di luglio di quest'anno 1139[519] come ben pruova l'avvedutissimo Pellegrino[520] contro quello che il Baronio, e D. Francesco Capecelatro scrissero, i quali non intendendo il luogo di Falcone, scrissero la prigionia d'Innocenzio esser succeduta a' dieci di questo mese. Nè lascerò qui di dire, conforme molto a proposito avvertì il medesimo Capecelatro nella sua Istoria de' Re normanni, ch'è tra le moderne la più accurata di quante mai narrano i successi di questi Re, esser manifesto l'errore di coloro, che questa rotta e prigionia d'Innocenzio scrissero esser avvenuta nel principio del suo Pontificato e tutta altrimente di quel, ch'ella avvenne, e che perciò si cagionasse lo scisma d'Anacleto; poichè gli Autori contemporanei, e quei che poco da poi mandarono alla memoria de' posteri questi successi, in quest'anno e nel modo che s'è narrato la rapportano, come la cronaca di Falcone antichissimo Scrittor beneventano, l'Anonimo Cassinense, le Istorie dell'Arcivescovo Romualdo e di Ottone Frisingense, e le molte lettere scritte sopra tal materia da S. Bernardo Abate di Chiaravalle: per l'autorità di sì gravi e vecchi Scrittori il Cardinal Baronio, il riferito Capecelatro, e l'incomparabile critico de' nostri fatti Camillo Pellegrino in tal guisa rapportano questi avvenimenti.

Ma non meno per questa prigionia d'Innocenzio, che per quella di Lione, rilusse la pietà de' Normanni verso la Sede Appostolica; ancorchè Ruggiero, secondo ciò che dettavano le leggi della vittoria, avesse potuto trattar Innocenzio come suo prigioniero, come si sarebbe fatto ad ogni altro Principe del Mondo; nulladimanco non sapendo egli distinguere differenti personaggi nel Pontefice, gli rese tutti quegli onori, che sono dovuti al Vicario di Cristo: gli mandò suoi Ambasciadori a chiedergli perdono, e a pregarlo che si fosse pacificato con lui. Innocenzio vinto più da questa generosità e grandezza d'animo di Ruggiero, che dalla sua forza, consentì volentieri alle sue dimande: e ben presto dopo quattro giorni[521] nel dì che si celebrava la festività di S. Giacomo fu presso Benevento la pace conchiusa. Per parte del Papa si tolsero tutte le scomuniche fulminate contro Ruggiero, e contro i suoi aderenti: onde il Re col suo figliuolo Ruggiero andarono a mettersi a' suoi piedi e a riconoscerlo per vero Pontefice; e gli giurarono perciò ambedue sopra i santi Evangeli fedeltà così a lui, come a tutti i Pontefici suoi successori legittimamente eletti, e gli si resero ligj, con promettergli il solito censo di 600 schifati l'anno e di restituirgli Benevento. All'incontro il Papa consegnandogli di sua mano lo stendardo, come allor si costumava, l'investì del Reame di Sicilia, del Ducato di Puglia e del Principato di Capua, riconoscendolo per Re, e confermandogli tutti quegli onori e dignità che a' Re s'appartengono.

L'investitura spedita dal Pontefice sopra ciò, fu trasportata dai registri della libreria di S. Pietro di Roma dal Cardinal Baronio, e si legge ne' suoi annali[522]; nella quale occorrono più cose degne d'essere osservate. Primieramente dice Innocenzio, ch'egli calcando le medesime pedate de' suoi predecessori, ed avendo avanti gli occhi i meriti di Roberto Guiscardo e di Ruggiero suo padre, i quali con tanti sudori e travagli aveano estirpato dalla Sicilia, e da queste province i Saraceni implacabili nemici del nome Cristiano, s'erano resi degni d'immortal fama; gli confermava perciò il Regno di Sicilia a lui dal suo antecessore Onorio investito, con la preminenza di Re, e con tutti gli onori e dignità Regali; aggiungendo ancora il motivo e la ragione per la quale doveasi Ruggiero possessore di quell'isola innalzare al titolo di Re, e la Sicilia in Regno, che è quell'istessa che rapporta l'Abate Telesino, perchè anticamente quell'isola ebbe le prerogative di Regno, e' propri suoi Re che la dominarono: Regnum Siciliae (sono le sue parole) quod utique, prout in antiquis refertur historiis, Regnum fuisse, non dubium est, tibi ab eodem antecessore nostro concessum cum integritate honoris Regii, et dignitate Regibus pertinente, Excellentiae tuae concedimus, et Apostolica authoritate firmamus; reputando con ciò fra le altre potestà de' sommi Pontefici esser quella d'ergere, o restituire i Reami, e' Regi, e tanto maggiormente in quello di Sicilia, della quale i predecessori di Ruggiero dalla Sede Appostolica ne furono investiti.

Gli conferma l'investitura del Ducato di Puglia, che dal suo predecessore Onorio eragli stata data; e del Principato di Capua, vivente ancora il Principe Roberto, che ne fu spogliato; e quando prima avea usati tanti sforzi per farglielo restituire, ora ne dà l'investitura a Ruggiero, soggiungendo: Et insuper Principatum Capuanum integre nihilominus nostri favoris robore communibus, tibique concedimus: ut ad amorem, atque obsequium B. Petri Apostolorum Principis, et nostrum, ac successorum nostrorum vehementer adstringaris: pretendendo in cotal guisa giustificare per legittimo l'acquisto fatto di questo Principato da Ruggiero Jure belli; e non per altro fine, affinchè siano Ruggiero, e' suoi successori più riverenti ed ossequiosi alla Sede Appostolica, non altrimente di quello, che si dichiarò Gregorio VII nella sua investitura.

§. I. Il Ducato napoletano, Bari, Brindisi, e tutte le altre città del Regno si sottomettono al Re Ruggiero.

Merita ancora riflessione di non essersi in questa investitura fatta menzione alcuna del Principato di Salerno; poichè i Pontefici romani, ancorchè non si sapesse per qual particolar ragione, sempre pretesero questo Principato appartenersi alla Sede Appostolica, non altrimente, che Benevento. Non si vede nella medesima nè pur nominato il Ducato napoletano, onde vanno di gran lunga errati coloro, che scrissero Innocenzio avere investito Ruggiero anche di Napoli: nè possiamo non maravigliarci quando nell'Istoria Napoletana ultimamente data fuori dal P. Giannettasio[523] leggiamo, che da questo punto Napoli da libera Repubblica passasse sotto la regia dominazione di Ruggiero; e l'Autore quasi dolendosi di questo fatto pel sentimento che mostra d'aver perduta la sua patria il pregio di essere libera, accagiona Innocenzio, come 'l permetesse, quando quella città apparteneva all'Imperio d'Oriente; quasi che anche se fosse stato vero il fatto, fosse cosa nuova de' Pontefici romani investire de' Stati, che loro non s'appartenevano; e se ciò parvegli novità, come non sorprendersene, quando vide da' Papi investire i Normanni della Puglia e della Calabria, province, che a' Greci s'involavano, e sopra le quali vi aveano non minori ragioni, che sopra il Ducato napoletano. Questo Ducato passò a' Normanni non già per investitura datagli da' romani Pontefici, ma per ragion di conquista, e per sommessione de' Napoletani, come qui a poco diremo. Solo nella Bolla d'Anacleto, dopo l'investitura del Principato di Capua si soggiunse: Honorem quoque Neapolis, ejusque pertinentiarum; che non denotava altro che l'onore d'esserne Duca, con restare la città con l'istessa forma e politia; e solamente Pietro Diacono[524] scrisse, che Anacleto, oltre al Principato di Capua investisse anche Ruggiero del Ducato di Napoli; ma ciò che fece Anacleto, non volle Ruggiero dopo la pace fatta con Innocenzio, che gli giovasse; e del Ducato di Napoli, siccome di quello d'Amalfi, di Gaeta, del Principato di Taranto e di Salerno, non volle altri che ve n'avesse parte se non la ragion della conquista, e la sommessione de' Popoli.

In effetto, ritornando là donde ci dipartimmo, avendo Ruggiero dopo questa pace, liberamente lasciata al Papa la città di Benevento, mentre quivi dimorava, vennero i Napoletani sgomentati anch'essi della felicità di Ruggiero a sottomettere la loro città al suo dominio, come già prima avea fatto Sergio lor Duca. Questo Duca, se dobbiamo prestar fede ad Alessandro Abate Telesino, molti anni prima avea sottomessa la città di Napoli a Ruggiero, ma da poi pentitosi del fatto s'unì col Principe Roberto e col Conte Rainulfo di lui nemici, e lungamente gli fece guerra: tornò poi al partito di Ruggiero, tanto che militando sotto le di lui insegne, nella battaglia che perdè Ruggiero presso Salerno, restò morto con altri Baroni dalle genti di Rainulfo.

In quest'anno adunque 1139 sperimentando i Napoletani il valor di Ruggiero si sottoposero stabilmente al suo dominio: ed essendo rimasi per la morte di Sergio senza Duca, elessero col consentimento del Re in lor Duca Ruggiero suo figliuolo[525]. Inveges, pruova Ruggiero, non Anfuso essere stato eletto Duca. Il Pellegrino vuole, che fosse Anfuso. Che che ne sia, ancorchè questo Ducato passasse sotto la regia dominazione di Ruggiero, non volle però egli che si alterasse la forma del suo governo e la sua politia, furono i medesimi Magistrati, e le medesime leggi ritenute, e confermò alla città tutte quelle prerogative e privilegi che avea, quando sotto gli ultimi Duchi, sottratta all'intutto dall'Imperio d'Oriente, avea presa forma di libera Repubblica; e per questa ragione osserviamo, che anche dopo Ruggiero insino all'anno 1190 come il Capaccio[526], o qual altro si fosse l'Autore della latina istoria napoletana, rapporta, vi siano stati altri Duchi di Napoli, come un altro Sergio, ed un tal Alierno, in tempo del quale fu conceduto a' negozianti d'Amalfi, dimoranti in Napoli, quel privilegio rapportato da Marino Freccia, e di cui fassi anche menzione nella riferita istoria. Non è però, come stimarono alcuni, che Ruggiero gli lasciasse l'intera libertà, a guisa d'uno Stato libero ed indipendente. Credettero così, perchè rapporta Falcone beneventano, che Ruggiero dopo la presa di Troja e di Bari nel seguente anno 1140 fece ritorno in Napoli, dove narra, che fu da' Napoletani lietamente e con molta festa accolto, e con tanta pompa e celebrità, che niuno Re, nè Imperadore fu giammai in essa con tanto onor ricevuto: che il seguente giorno cavalcando per la città, salito in barca passò poscia al castel di S. Salvatore posto sopra una isoletta dentro del mare non guari da Napoli lontana, che diciamo oggi il castel dell'Uovo per la sua figura, ed ivi essendo, avendo a se chiamati li cittadini napoletani, con quelli de libertate Civitatis, et utilitate tractavit, come sono le parole di Falcone, dalle quali ingannati credettero, che i Napoletani quivi trattassero con Ruggiero della libertà della loro città, quando, come ben dimostra l'avvedutissimo Pellegrino[527], di niente altro trattò il Re, se non dell'immunità e franchigia che pretendevano da lui i Napoletani, che fu loro tosto da Ruggiero accordata; ed avrebbe potuto togliersi da quest'errore il Capaccio per quell'istesso privilegio, ch'egli adduce, dove i Napoletani concedendo libertà a' Negozianti del Ducato d'Amalfi commoranti in Napoli, per libertà non intendono altro, che una tal sorte di franchigia ed immunità, come da quelle parole: Ut sicut ista Civitas Neapolis privilegio libertatis praefulget, ita et vos negotiatores, campsores, sive apothecarii in perpetuum gaudeatis; ma di qual libertà parlasi nel privilegio? ut nulla condictio, come siegue, de personis, et rebus vestris, sive haeredum, et successorum vestrorum negotiatorum in Neapoli habitantium requiratur; sicut non requiritur de Civibus Neapolitanis.

Non fu dunque che lasciò Ruggiero il Ducato napoletano all'intutto libero ed indipendente: lo lasciò bensì colle medesime leggi e Magistrati, e con quell'istessa forma di Repubblica; il che non denotava altro, se non la Comunità, non la dignità delle pubbliche cose, come nel primo libro di quest'Istoria fu notato; nell'istessa guisa appunto, che lasciolla Teodorico, quando ordinò, che godesse di quelle stesse prerogative, che avea; onde si ha che Ruggiero lasciasse la giurisdizione intorno all'annona a' Nobili ed al Popolo, che sotto nome d'Ordini di Eletti, o Decurioni, ovvero Consoli venivano designati; e la giurisdizione intorno alle cose della giustizia, il Re la volle per se, come appunto fece Teodorico, che mandava i Comiti ad amministrarla, costituendovi ora Ruggiero il Capitanio col Giudice, siccome nell'altre città e castelli del Regno si praticava.

Egli è però vero, che Ruggiero non usò tanta cortesia e gentilezza in niuna altra città del suo Reame, quanto che in Napoli; poichè oltre di lasciar intatti i suoi privilegi, a ciascun Cavaliere diede in Feudo cinque moggia di terra con cinque coloni a quella ascritti, promettendo ancora di maggiormente gratificargli, se serbando a lui quella fedeltà che gli aveano giurato, mantenessero la città quieta ed in pace sotto il suo dominio[528]. Nel che non possiamo non maravigliarci del Fazzello[529], il quale, non bastandogli d'aver malamente confuso intorno a questi fatti le cose, i tempi e le persone, aggiunge ancora di suo cervello, che dopo essersi conchiusa la pace tra Innocenzio e Ruggiero, fosse questi entrato in Napoli con gran plauso, e che in quel giorno avesse creati cento cinquanta Cavalieri, e che quivi per due mesi in feste e passatempi si fosse trattenuto, contro tutta l'istoria, e contro ciò, che Falcone beneventano rapporta intorno a questi successi.

Mostrò ancora Ruggiero un'altra particolare affezione verso i Napoletani, perchè fece misurar di notte le mura della città per saper la sua grandezza, e quella ritrovò essere di giro 2363 passi; ed essendo nel seguente giorno innanzi a lui ragunato il Popolo napoletano, domandò amorevolmente loro se sapevano quanto era il cerchio delle lor mura, ed essendogli risposto di no, il Re loro il disse: di che ebber maraviglia, e rimasero insiememente lieti dell'affezione di lui[530].

E vedi intanto le vicende delle cose mondane, questa città, che in tempo di Ruggiero a riguardo delle altre, che erano in queste province, era di così brevi recinti, ora emula dell'istesse province, non solo si è resa metropoli e capo di un sì vasto Reame; ma la sua grandezza è tale, che agguaglia le città più insigni e maravigliose del Mondo.

Ma prima che Ruggiero entrasse in Napoli questa seconda volta con tanto plauso e giubilo, avea già restituita tutta la provincia di Capitanata sotto il suo dominio; avea presa Troia capo della medesima, nella qual città non volle mai entrare, ancorchè il Vescovo Guglielmo ed i cittadini per loro messi lo pregassero che v'entrasse; ma rispondendo egli che finchè quel traditor di Rainulfo fra di loro dimorasse non voleva vedergli, temendo i Troiani l'ira del Re, fecero prestamente rompere il sepolcro di Rainulfo, e ne trassero il suo cadavere già corrotto, e messogli una fune al collo lo strascinarono per le pubbliche strade della città, e poscia il gettarono in un pantano di brutture; il qual miserabil caso venuto in notizia del figliuolo Duca di Puglia e di Napoli, andò a ritrovar suo padre, e tanto s'adoperò col medesimo, che fu a Rainulfo data di nuovo sepultura[531].

Avea ancora dopo questa espedizione espugnata Bari e fatto miseramente morire il Principe Giaquinto; e ritornato da poi in Salerno tolse tutti gli Stati a coloro, ch'erano stati suoi nemici, dando loro bando da' suoi Reami; ed inviò prigionieri in Sicilia Ruggiero Conte d'Ariano insieme colla sua moglie. Scacciò anche affatto Tancredi Conte di Conversano, e gli tolse Brindisi ed altre sue terre, tanto che fu costretto d'andarsene oltremare in Gerusalemme. Ed essendosi in cotal guisa, con presta e maravigliosa fortuna, restituite tutte queste province sotto la sua dominazione, passò in Sicilia, donde mandò i Giustizieri e Governadori in ciascheduna provincia, acciocchè i Popoli soggetti godessero una tranquilla pace, stabilendo altresì nuove leggi per lo ben del Reame, delle quali quindi a poco farem parola. Ed entrato poscia l'anno 1140, avendo ragunato un nuovo esercito, inviò quello sotto il comando del Principe Anfuso suo figliuolo, acciocchè avesse soggiogata quella parte di Abruzzi posta di là del fiume Pescara, che aspettava al Principato di Capua; ove tantosto che giunse il Principe prese molti luoghi, distruggendone anche molti altri, che gli avean fatta resistenza: nella qual provincia poco appresso il Re inviò parimente il Duca Ruggiero con grosso numero di soldati, il quale congiuntosi col fratello, soggiogarono interamente quei luoghi sino a' confini dello Stato della Chiesa, assicurando il Pontefice, che ne temeva, che non sarebbero per infestare in conto alcuno i confini del suo Stato. Intanto il Re era colla sua armata tornato di nuovo in Salerno, e di là passato in Capua, ed avendosi richiamati i suoi figliuoli, per assicurar meglio Innocenzio, passò poscia ad Ariano, ove tenne una Assemblea, che fu la prima che questo Re unisse in Puglia, nella quale intervennero due Ordini, quello de' Baroni, e l'altro ecclesiastico de' Vescovi e Prelati per mettere in migliore stato le cose di quella provincia. Indi fece battere una nuova moneta d'argento mescolata con molto rame, che fu chiamata Ducato; ed un'altra più picciola, detta Follare, tutta di rame, la qual volle che valesse la terza parte d'un Romasino, che valeva dodeci grana e mezzo della comunale moneta di rame, che oggi corre; ed otto Romasini facevano il Ducato da lui stampato, proibendo sotto gravi pene, che non si spendesse ne' suoi Reami la moneta antica assai miglior della sua, con grave danno, e de' Popoli soggetti, e di tutta Italia. Andò poi a Napoli, ove trattò co' Napoletani con quella magnanimità e cortesia, che si disse poc'anzi; ed indi tornato in Salerno, imbarcatosi su la sua armata fece di nuovo ritorno in Palermo, lasciando al Governo di Puglia il Duca Ruggiero, ed in Capua il Principe Anfuso, come narra Falcone beneventano, il quale qui pon fine alla sua Istoria, siccome poco prima finì la sua Alessandro Abate Telesino.

Ecco come Ruggiero, dopo avere col valore e virtù sua superati tanti e sì potenti nemici, unì stabilmente tutte queste nostre province sotto il Regno d'un solo. Si videro ora fuori d'ogni altro timore d'esser di nuovo da stranieri nemici assalite, o da interne rivoluzioni sconvolte, avendovi il suo valore introdotta una più sicura e più tranquilla pace; tanto che cedendo i rumori delle battaglie e delle armi, gli fu dato spazio di potere in miglior forma stabilire il suo Regno, e di nuove leggi, e più salutari provedimenti fornirlo, in guisa che sopra tutti gli altri Reami di Occidente n'andasse altiero e superbo.

CAPITOLO IV. Il Regno è stabilito, e riordinato con nuove leggi ed Ufficiali.

Fu in cotal guisa stabilito il Regno, e queste nostre province pria divise in più Dinastie, e a varj Principi sottoposte, ora s'uniscono in una ben ampia e nobile Monarchia sotto la dominazione d'un solo. Il Ducato di Puglia e di Calabria; il Principato di Taranto, di Capua e di Salerno; i Ducati di Bari, di Napoli, di Sorrento, di Amalfi e di Gaeta, i due Abruzzi, ed infine tutte le regioni di qua del Tebro infino allo Stretto siciliano, ecco come in forma di Regno s'uniscono.

Ma i Siciliani non senza forte ragione pretendono, che non ancora fossero queste province unite in forma di Regno per se solo, ed indipendente dal Regno loro di Sicilia. Dicono, che rimasero come membri dipendenti dalla Corona di Sicilia, ch'era il lor capo, e precisamente da Palermo, ove il Re Ruggiero avea collocata e dichiarata la sua sede regia, ed ove era la Casa regale, ed ove i più supremi Ufficiali della Corona risiedevano, de' quali era la cura ed il governo ancora di queste province.

Ed in vero se si vogliano considerare i principj di questo Regno, e la Bolla d'Anacleto, che fu il primo a fondarlo, è chiaro, che un solo Regno fu stabilito, che abbracciava come capo la Sicilia, e come membri la Calabria e la Puglia e le altre province di qua del Faro, costituendo egli per capo di sì ampio Reame la Sicilia, come sono le parole della Bolla: Et Siciliam caput Regni constituimus. Quindi ancora si vede, che prima Ruggiero ne' suoi titoli s'appellava Re di Sicilia, del Ducato di Puglia e del Principato di Capua; come se uno fosse il Regno, ma che abbracciasse così quell'isola, come queste altre province di qua del Faro. Ciò che manifestamente si vede dalle Costituzioni di Federico II compilate da Pietro delle Vigne, dove per Regno di Sicilia non pur intese la sola isola, ma tutte l'altre terre di qua del Faro; e più chiaramente si scorge dalla Costituzione Occupatis[532], dove Federico assegnando a ciascuna città del Regno di Sicilia un solo Giustiziero ed un Giudice, ne eccettua tre sole città, cioè Napoli, Capua e Messina, nelle quali per la loro grandezza ne stabilisce più; e Napoli e Capua le chiama città del Regno di Sicilia. Ed Andrea da Barletta, che fu coetaneo di Federico II, dicendo, che per vecchia consuetudine in Regno isto Siciliae le leggi de' Longobardi derogavano alle leggi romane, chiamò Regno di Sicilia quello, che ora diciamo Regno di Napoli, non potendo intendere dell'isola di Sicilia, dove i Longobardi non poser mai piede, e le loro leggi non furon ivi giammai osservate. Donde si convince, che i romani Pontefici non introdussero novità, prendendo il Regno di Sicilia non solo per l'isola, ma per tutte l'altre province di qua del Faro, che lo componevano; ma solamente per meglio spiegare quanto questo Regno di Sicilia abbracciasse, nell'investiture date da poi agli Angioini introdussero di dire Regnum Siciliae citra, et ultra Pharum, ed il primo che si valesse di questa formola fu Clemente IV, il quale nell'anno 1065 avendo investito del Regno di Napoli e di Sicilia Carlo d'Angiò, chiamollo Regnum Siciliae citra, et ultra Pharum. Così egli fu il primo, che per maggior chiarezza usò questa distinzione, non già che prima di lui per Regno di Sicilia non venisse inteso così l'uno, come l'altro Reame; onde è che il Fazzello[533], Arniseo[534], ed altri, malamente di ciò ne facciano Autori i romani Pontefici, quasi che contro l'antica descrizione d'Italia, e contro tutti gli Storici e Geografi antichi, dei quali il Fazzello tesse un lungo catalogo, che per Sicilia la sola isola intesero, avessero voluto trasportar anche questo nome alle altre province di qua del Faro.

Il medesimo fu da poi usato da' susseguenti Pontefici; e Gregorio XI ciò non bastandogli, avendo nell'anno 1363 conchiusa la pace tra Giovanna Regina di Napoli, e Federico III Re di Sicilia, chiamò nel suo diploma col nome di Sicilia il Regno di Napoli, e con quello di Trinacria il Regno della Sicilia. E Martino Re di Sicilia nominò pure ne' suoi diplomi il Regno napoletano Siciliam citra Pharum, ed il siciliano Siciliam ultra Pharum; e finalmente essendosi questi due Regni riuniti nella persona di Alfonso I, egli fu il primo, che usasse intitolarsi Rex utriusque Siciliae; del qual titolo poi si valsero i Re successori, i quali di amendue questi Regni furono possessori.

Fa forza ancora un'altra ragione a favor de' Siciliani, che pretendono queste province essere sotto Ruggiero rimase ancora come membri a riguardo del Regno di Sicilia, dal vedersi, che Ruggiero in Palermo stabilì la sua sede, e quivi la lor residenza aveano costituita ancora i primi Ufficiali della Corona, dai quali dipendevano tutti gli altri minori, distribuiti non solo nell'isola, ma anche in queste nostre province. In fatti si vede, che avendo questo glorioso Principe ad emulazione del Regno di Francia, da cui traea l'origine, introdotto nel suo i Grandi Contestabili, i Grandi Cancellieri, i Grandi Giustizieri, i Grandi Ammiranti, i Grandi Camerarj, i Grandi Protonotarj, e i Grandi Siniscalchi; questi supremi Ufficiali della Corona risiedevano presso la regal sua persona in Palermo, ed all'incontro in queste nostre province erano mandati i Giustizieri, i Camerarj, i Contestabili, ed i Cancellieri particolari, a ciascheduno dei quali si dava il governo d'una provincia, come alle province di Terra di Lavoro, della Puglia[535] ed altre, i quali erano subordinati a quelli sette ch'erano nella Casa regale ed i quali perciò acquistarono il nome, prima di Maestri[536] Giustizieri, ovvero Maestri Cancellieri, e poi lo mutarono in Grandi Giustizieri, Grandi Ammiranti, e Grandi Cancellieri; e leggiamo perciò in una carta dell'anno 1142 della Sicilia sacra[537], rapportata ancora da Camillo Tutini[538], che il celebre Giorgio Antiocheno Grand'Ammirante del Re Ruggiero, dicevasi Georgius Admiratorum Admiratus; ed il cotanto rinomato Majone di Bari Grand'Ammirante del Re Guglielmo, in una lettera scritta dal medesimo Re a Papa Adriano IV vien chiamato Majo Magnus Admiratus Admiratorum; ed egli medesimo nelle sue scritture si firmava: Majo Magnus Admiratus Admiratorum[539], come diremo appresso più distesamente, quando di questi Ufficiali dovremo ragionare.

Ma le ragioni, che in contrario convincono, queste province sotto Ruggiero essersi unite in un Regno separato ed independente da quello della Sicilia, non sono men forti, nè d'inferior numero delle prime. Ciò che Anacleto si facesse in quella sua Bolla, della quale l'istesso Ruggiero, fatta la pace con Innocenzio, si curò poco; egli è certo, che il Ducato di Puglia, sotto il qual nome a tempo de' Normanni si denotava tutta la cistiberina Italia, fu non altrimenti che il Contado di Sicilia eretto in Reame independente l'uno dall'altro Regno; e presso gli Scrittori di questo duodecimo secolo e de' seguenti, era per ciò chiamato il Regno di Puglia, ovvero d'Italia, non altramente che l'altro, Regno di Sicilia; ed i loro Re si appellarono non meno di Sicilia, che di Puglia, o d'Italia. Ed ebbero ancora queste nostre province la sede regia, siccome a questi tempi era Salerno; ed anche la città di Bari fu un tempo riputata Metropoli, Regiam Sedem, et totius Regionis Principem, come la qualifica Marino-Freccia[540]. Donde nacque la favola, che in Bari si fosse introdotto il costume di coronarsi i Re di Puglia colla corona di ferro, onde il Bargeo nella sua Siriade di Bari parlando, disse:

..... primi unde insignia Regni

Sceptraque, purpureosque habitus, sacramque tiaram,

Sumere tum Reges, Siculique, Italique solebant.

ed il nostro Torquato nella sua Gerusalemme conquistata[541] cantò pure:

E Bari, ove a' suoi Regi albergo scelse

Fortuna, e diè corone, e insegne eccelse.

Ciò che a questi Poeti, intendendo forse degli antichi Re Tarantini, o favoleggiando, è permesso, non è condonabile ad alcuni Storici[542], i quali si diedero a credere, che veramente i Normanni ed i Svevi Re di Puglia s'incoronassero in Bari colla corona di ferro. Scrissero perciò che l'Imperadore Errico e Costanza sua moglie s'incoronassero a Bari; e che in Bari anche si fosse incoronato il Re Manfredi. Racconti tutti favolosi, poichè siccome si vedrà nel corso di quest'Istoria, e come pruova Inveges[543], questi Principi in Palermo, non già in Bari si coronarono. E narra Marino Freccia[544] (alla cui fede dovea acquietarsi il Beatillo, e non appartarsene senza ragione) che non avendo egli letto in alcuno Scrittore, che i Re di Puglia si coronassero a Bari, essendosi egli portato nell'anno 1551 in quella città, ne dimandò di questa coronazione i Baresi, i quali con maraviglia intesero la dimanda, come cosa nuova, non avendo essi tradizione alcuna, che nella loro città si fosse mai nei passati secoli praticata tal celebrità.

Ma non perchè in Bari città metropoli della Puglia, ovvero in Salerno sede regia de' Normanni, non si fossero incoronati questi Re, ma in Palermo, non perciò non amavano essi esser intitolati non meno Re di Sicilia, che di Puglia, ovvero d'Italia. Fra i monumenti delle nostre antichità ci restano ancora molte carte, nelle quali il Re Ruggiero e Guglielmo suo figliuolo così s'intitolavano. Nel tomo terzo della Sicilia Sacra se ne legge una, nella quale a Ruggiero dassi questo titolo: Rogerius Rex Apuliae etc, ed in altre rapportate dall'Ughello pur si legge lo stesso; ed Agostino Inveges[545], che reputò queste nostre province membri del Regno di Sicilia, dalle molte carte, ch'egli stesso rapporta, ove leggendosi titoli conformi, avrebbe potuto di ciò ricredersi; e nell'Archivio del monastero della Trinità della Cava abbiam noi veduto un diploma del Re Ruggiero spedito nel 1130 primo anno del suo Regno, che ha il suggello d'oro pendente, nel quale Ruggiero così s'intitola: Rogerius Dei Gratia Siciliae, Apuliae et Calabriae Rex, Adjutor Christianorum, et Clypeus, filius, et haeres Rogerii Magni Comitis: quindi è che nelle decretali[546] de' romani Pontefici i nostri Re vengono chiamati Re di Puglia.

Ma merita maggior riflessione un diploma rapportato da Falcone beneventano, dove questo titolo dassi a Ruggiero: Rogerius Dei gratta Siciliae, et ITALIAE Rex, Christianorum Adjutur, et Clypeus. Nel che affin di evitar gli errori, ne' quali sono molti inciampati, è da notarsi, che la Puglia, la quale fu sempre dimostrata per quella regione d'Italia di qua di Roma, ch'è bagnata dal mare Adriatico, e che secondo la descrizione d'Italia non abbracciava più che la X provincia di quella, fu da poi secondo il solito fasto dei Greci da essi chiamata assolutamente Italia; poichè, dominando essi prima tutta l'Italia, ed avendo da poi perdute quasi tutte le province di quella, con essergli negli ultimi tempi rimasa la sola Puglia; diedero alla medesima il nome d'Italia; perchè potessero ritener almeno nel nome quel fasto di chiamarsi ancora Signori d'Italia. Così abbiam veduto, che avendo essi perduta l'antica Calabria, e ritenendo ancora il Bruzio, e parte della Lucania, perchè non si scemassero i loro titoli, continuarono ancora a creare gli Straticò di Calabria, i quali tenendo prima la loro residenza in Taranto, perduta la Calabria, gli mandarono a risedere a Reggio, e quindi amministrando il Bruzio, e quella parte della Lucania, che era lor rimasa, diedesi perciò il nome di Calabria a quelle province che ora ancora il ritengono. Per questa ragione da Lupo Protospata viene chiamato Argiro Principe e Duca d'Italia, non intendendo certamente dell'Italia, secondo la sua maggior estensione, circondata da amendue i mari e dall'Alpi; ma della sola Puglia, di cui allora era capo Bari. Parimente quest'istesso Scrittore nell'anno 1033 ed altrove, chiama Costantino Protospata Catapanus Italiae[547].

(Gli Antichi Scrittori però, chiamavano Italia quell'ultima punta, che dal Golfo di S. Eufemia e di Squillaci si distende sino allo Stretto siciliano, detta poi Bruzia ed ora Calabria. Ciò pruova con alcuni passi di Aristotile, di Dionisio Alicarnasseo e di Strabone, Samuel Bocarto Geogr. Sacr. in Canaam, lib. 1, c. 33).

Intorno a che ne abbiam noi un altro chiarissimo documento in un diploma greco, il quale nell'anno 1253 in tempo dell'Imperador Corrado Re di Sicilia, fu fatto tradurre in Latino, che si legge presso Ughello[548], nel quale non essendosi, quando fu quello instromentato, ancora queste province innalzate in Reame, il Conte Ruggiero così s'intitola: Hoc est sigillum factum a Rogerio Duce Italiae, Calabriae, et Siciliae: ove si vede chiaro che per Italia i Greci non intendevano altro che la Puglia. E nella vita del Beato Nilo, che dal greco fu tradotta in latino da Cariofilo, si legge, che Niceforo regebat utramque Provinciam, Italiam, et Calabriam nostram, non intendendo altro per Italia, se non che la Puglia, da' Greci allor posseduta; e per questa medesima ragione da' greci Scrittori, e fra gli altri da Niceforo Gregora vien sempre appellato Carlo d'Angiò Rex Italiae; il quale da' Latini, siccome allora volgarmente si parlava, era detto Rex Apuliae. Anzi questo greco idiotismo di chiamare la Puglia Italia, non solo fu ritenuto da' Scrittori di quella Nazione, ma fu usato ancora da' nostri Autori latini, siccome presso Falcone beneventano s'incontra molto spesso, dove parlando dell'espugnazione fatta da Lotario Imperadore del castello di Bari, dice, de tali tantaque victoria tota Italia, et Calabria, Siciliaque intonuit[549].

Così infino che la Puglia fu ritenuta da' Greci, acquistò anche il nome d'Italia, col quale non si denotava altro, che quella sola provincia; ma da poi per opra de' Normanni avvenne, che il nome di Puglia oscurò i nomi di tutte le altre province a se vicine, le quali per questa cagione sotto questo nome eran anche designate. Ciò avvenne, perchè i Normanni le loro prime gloriose imprese l'adoperarono nella Puglia; e da poi che questa Nazione ne fece acquisto con tanta loro gloria e vanto, se ne sparse la fama per tutto l'Occidente, onde risonando il nome di Puglia frequentemente per le bocche de' stranieri, rimasero quasi del tutto oscuri i nomi dell'altre congiunte regioni; e fu bene spesso, spezialmente da' forestieri, in lor cambio unicamente usurpato il nome di Puglia per tutte l'altre province adiacenti; quindi avvenne, che per la Puglia s'intendeva non solo quella provincia, ma tutta l'Italia cistiberina, e tutte quelle province, che oggi compongono il Regno di Napoli; non altrimente di ciò, che presso i Popoli orientali dell'Asia veggiamo usarsi, i quali per le gloriose gesta de' Franzesi, tutti gli occidentali, non con altro nome chiamano, se non di Franzesi; la qual gloria non è nuova di questa Nazione; poichè sin da' tempi di Ottone Frisingense, per le frequenti spedizioni di Terra Santa, onde si renderono in Oriente rinomatissimi, leggiamo presso questo Scrittore, che gli Orientali, e singolarmente i Greci, ogni uomo occidentale, lo chiamavano Franzese[550]. Perciò intitolandosi Ruggiero Rex Apuliae, non della Puglia presa nel suo stretto e vero senso, dee intendersi, ma di tutto ciò che ora forma il nostro Regno. Per quest'istessa cagione molti Scrittori, ancorchè nominassero la sola Puglia, intendono però di tutta questa gran parte d'Italia, come presso Pietro Bibliotecario nella vita di Pascale, ed altri Autori spesso s'incontra[551]. Quindi avvenne ancora, che comunemente presso i nostri Popoli questo Regno, prima che da' romani Pontefici così spesso se gli dasse il nome di Sicilia di qua del Faro, e che negli ultimi tempi acquistasse quello di Regno di Napoli, fossesi appellato Regno di Puglia.

Fu perciò molto facile, che siccome da' Greci era stato dato il nome d'Italia alla Puglia, che non abbracciava più che una sola provincia, si fosse quello dato da poi con maggior ragione a tutte l'altre province di qua del Tebro, che pure sotto nome di Puglia erano denotate; onde si fece che a Ruggiero riuscisse meglio chiamarsi Re d'Italia, che di Puglia, così per esser un titolo più sublime e spezioso, risorgendo nella sua persona quello de' Re d'Italia, del quale se n'erano fregiati i Goti ed i Longobardi, come anche perchè sopra la Puglia non ritrovava questo titolo di Re, siccome lo trovò sopra la Sicilia; se pure non avesse voluto ricorrere a quegli antichissimi Re de' Dauni, de' Lucani e di Taranto, de' quali Freccia[552] tratta ben a lungo, ma pur troppo infelicemente. Reputò adunque Ruggiero intitolarsi non men Re di Sicilia, che d'Italia, per Italia non intendendo altro che la cistiberina, siccome presso gli Autori di questi tempi assolutamente per Italia intendevano questa parte; in quella guisa appunto, che avvenne, quando per le province d'Italia assolutamente erano denotate quelle sole, ch'erano sottoposte al Prefetto d'Italia, non quelle, che ubbidivano al Prefetto della città di Roma, ancorchè venissero comprese nella descrizione dell'Italia presa nella sua più larga estensione.

Si conosce da ciò chiaro, che intitolandosi Ruggiero non meno Re di Sicilia che d'Italia, ovvero di Puglia, che due Regni furono stabiliti independenti l'uno dall'altro, non un solo in guisa, che queste nostre province avessero avuto a reputarsi come membri e parte del Regno di Sicilia.

Si dimostra ciò ancora dalle leggi proprie, che ritenne, le quali non furono comuni con quelle della Sicilia, che si governava con leggi particolari; poichè queste nostre province anche da poi che furono ridotte in forma di Regno sotto Ruggiero, non riconobbero altre leggi, che le longobarde, e secondo le medesime si amministravano, le quali non ebbero autorità, nè alcun uso nella Sicilia, che non fu da' Longobardi mai acquistata, per non aver avute questa Nazione forze marittime, siccome l'ebbero i Normanni; onde il lor vigore non s'estese mai oltre il Faro. Così ciascun Regno avea leggi proprie, e secondo le medesime ciascun si regolava independentemente dall'altro; e ciascuna di queste province avea il suo Giustiziero co' suoi Tribunali, nè le cause quivi decise si portavano per appellazione in Palermo, quasi che ivi vi fosse un Tribunale superiore a tutti gli altri, ma restavano tutte in esse, come diremo più partitamente quinci a poco, quando degli ufficj della Corona farem parola.

E se tra le nostre antiche memorie non abbiamo, che Ruggiero o altro suo successor normanno avesse mandato nel Regno di Puglia alcun Vicerè, che avesse avuto il governo generale di tutto il Reame, come si praticò da poi negli ultimi tempi da' Principi d'altre Nazioni; ciò non fu per altro, se non perchè Ruggiero, e' due Guglielmi suoi successori solevano molto spesso in Salerno venire a risedere, ed anche perchè il lor costume era di creare i figliuoli della lor Casa regale, o Duchi di Puglia, o Principi di Capua o di Taranto, ed a' medesimi perciò commettere il governo de' Ducati o Principati a lor conceduti, siccome fece appunto Ruggiero, il quale ritiratosi a Palermo, lasciò il governo di queste province a' due suoi figliuoli, a Ruggiero Duca di Puglia, e ad Anfuso Principe di Capua.

Ma siccome è vero, che il Regno di Puglia fu independente da quello di Sicilia, e che avea leggi e Magistrati particolari, così ancora non può negarsi, che le leggi che Ruggiero stabilì in questo tempo, ed i supremi Ufficiali della Corona, che a somiglianza del Regno di Francia v'introdusse, furono comuni ad ambedue; essendo noto, che gli Ufficiali della Corona erano destinati così per l'uno, che per l'altro Reame; e così fu osservato finchè l'isola di Sicilia si sottrasse da' Re angioini, e si diede sotto il governo de' Re aragonesi, come vedremo nel corso di questa Istoria.

CAPITOLO V. Delle leggi di Ruggiero I, Re di Sicilia.

Ruggiero adunque essendo in cotal guisa con presta e maravigliosa fortuna divenuto tanto e sì potente Re, avendo debellati i suoi nemici, e ridotte sotto la sua ubbidienza le province ribellanti, pensò per via di molte utili e provvide leggi ridurle in quiete, dalla quale per le tante e continue guerre erano state assai tempo lontane.

Si governavano queste province, come tante volte si è detto, colle antiche leggi romane già quasi spente, e ritenute per tradizione più tosto, e come antiche usanze, che per leggi scritte. Le dominanti erano le leggi longobarde, le quali appresso i Normanni restarono intatte, e con molta religione osservate: e con tutto che si fossero in Amalfi ritrovate le Pandette, ed in alcune Accademie d'Italia, e precisamente in Bologna, si cominciassero per opra d'Irnerio a leggersi, ed il Codice colle Novelle di Giustiniano non fossero cotanto ignote; nulladimanco Ruggiero non permise, che ne' suoi dominj questi libri avessero autorità alcuna, ma alle leggi longobarde era dato tutto il vigore, e quelle solo s'allegavano nel Foro, e per esse si decidevano le controversie: di che n'abbiamo un illustre monumento, che mette in chiaro questa verità, perch'essendo insorta in quest'istessi tempi di Ruggiero nell'anno 1140 lite tra il monastero di S. Michele Arcangelo ad Formam presso Capua, e Pietro Girardi di Madaloni, pretendendo i Monaci di quel monastero aversi il suddetto Pietro occupato un territorio ne' lor confini, che dicevano appartenersi al monastero, fu prima la causa conosciuta da Riccardo, e da Leone Giudici di Madaloni, e da poi fu decisa in Capua, da essi e da' Giudici capuani, secondo ciò che Ebolo regio Camerario di Capua avea ordinato; e la sentenza fu profferita a favor del monastero dopo essersi fatto l'accesso sul luogo controvertito, dopo prodotti gli istromenti, e dopo esaminati alcuni testimonj; e fu trattata secondo ciò che le leggi longobarde stabilivano, e decisa a tenor delle medesime leggi, come può osservarsi dall'istromento della sentenza, che a futura memoria de' posteri, com'era allora il costume, si fece stipulare, il quale vien rapportato per intero da Camillo Pellegrino nella sua Istoria de' Principi longobardi[553].

Ma vedendo ora questo savio Principe, che il suo Regno per le tante turbulenze e mutazioni accadute, avea bisogno di nuove leggi per riparar i molti disordini che vi aveano lasciati le tante e continue guerre, si diede il pensiero di stabilirle; e se ben prima di lui Roberto Guiscardo, ed il Conte Ruggiero suo avo v'avessero introdotte alcune lodevoli Consuetudini, delle quali non è a noi rimasa altra memoria, se non quella che leggiamo presso Ugone Falcando[554]; nulladimanco egli fu il primo, che imitando Rotari Re de' Longobardi molte ne stabilì, le quali per mezzo d'uno suo editto promulgò nel Regno di Sicilia e di Puglia, volendo che quelle leggi s'osservassero in tutti due questi Reami, e fossero comuni ad ambedue. Queste sono le prime leggi del Regno, che volgarmente chiamiamo Costituzioni, le quali da Federico II Imperadore nipote di Ruggiero, insieme con le sue, e degli altri Re suoi predecessori furono da Pietro delle Vigne unite in un volume, come più partitamente diremo quando di questa compilazione dovremo ragionare. Tenne Ruggiero nello stabilirle il medesimo modo, che tennero i Re longobardi; cioè di stabilirle nelle pubbliche Assemblee convocate a questo fine degli Ordini de' Baroni ed Ufficiali, de' Vescovi e d'altri Prelati. Agostino Inveges[555] porta opinione, che Ruggiero, quando nell'anno 1140 prima di passar la seconda volta in Napoli, fermato in Ariano, tenne ivi la primiera Assemblea di Baroni e Vescovi, ed altri Prelati ecclesiastici, avesse decretate quelle Costituzioni, che abbiamo tra quelle di Federico II, le quali furono comuni per tutti i suoi Stati, contro l'opinione di Ramondetta[556], il quale con manifesto errore credette, che quelle non fossero statuite per l'isola di Sicilia. E narra Falcone[557] beneventano, che in quest'Assemblea promulgasse anco un editto, col quale fu proibito di potersi più spendere certa moneta romana, chiamata Romasina; facendo coniare in suo luogo altre nuove monete, ad una delle quali, come si disse, diede nome di Ducato di valore d'otto Romasine, la quale avea più mistura di rame che d'argento; siccome fece coniare i Follari; onde non pure i Tarini di Amalfi, ma queste nuove monete ebbero corso nel Regno.

Delle leggi di questo Principe noi solamente 39 ne abbiamo, sparse da Pietro delle Vigne nel volume delle Costituzioni, che compilò per comandamento di Federico II, e la prima è quella, che s'incontra nel libro primo sotto il titolo quarto de Sacrilegio Regnum. Fu per la medesima riputato come delitto di sacrilegio il porre in disputa i fatti, i consigli e le deliberazioni del Re; la quale Ruggiero, ritenendo quasi le medesime parole, tolse dalla legge del Codice sotto il titolo de Crimine Sacrilegii, ove gl'Imperadori Graziano, Valente e Teodosio stabilirono il medesimo: nè Ruggiero fece altro che di mutar il nome d'Imperadore, e porvi quello di Re. Ove è degno da notarsi, che le leggi del Codice di Giustiniano a tempo di Ruggiero non aveano vigore o autorità alcuna ne' suoi dominj; ma egli le leggi, che prese da quel volume, volle che s'osservassero come leggi proprie, e non di Principe straniero; non altrimenti che i Goti Re di Spagna, ancorchè dal Codice di Giustiniano avessero preso molte leggi, vollero che il loro Codice, non quello, avesse autorità ne' loro Stati.

Abbiamo l'altra di questo Principe sotto il titolo che siegue de arbitrio Regis, ove si comanda doversi dall'arbitrio del Giudice temperare quelle leggi, che cotanto severamente punivano i sacrileghi, purchè non si tratti di manifesta destruzion di tempj, o violenta frattura d'essi, ovvero di furti di notte tempo praticati di vasi sacri ed altri doni fatti alle Chiese: nei quali casi vuol che si pratichi la pena capitale.

Il Summonte vuole che la terza legge di Ruggiero sia l'altra, che siegue sotto il titolo de Usurariis, e così anche fa il suo traduttore Giannettasio, ma con manifesto errore; poichè quella non è di Ruggiero, ma di Guglielmo II suo nipote, attesochè stabilendosi in essa, che le quistioni degli usurarj riportate alla sua Curia, debbano terminarsi conforme al decreto del Papa ultimamente nella romana Curia promulgato, non si può intendere se non del decreto fatto da Papa Alessandro III nel Concilio di Laterano, che fu a tempo di Guglielmo II non di Ruggiero, come più diffusamente diremo parlando delle leggi di quel Principe; ond'è che nelle edizioni più corrette porti in fronte questa Costituzione Gulielmus, e non Rogerius.

La terza è quella, che si legge sotto il titolo de Raptu, et Violentia monialibus illata, per la quale viene imposta pena capitale a' rattori delle vergini a Dio sacrate, ancorchè non ancora velate, o anche se per motivo di matrimonio l'avessero rapite: fu ancor questa presa dal Codice di Giustiniano[558] ove quell'Imperadore stabilì il medesimo.

Se ne leggono due altre sotto il titolo de Officialibus Reip. Per la prima si stabilisce, che gli Ufficiali, che in tempo della lor amministrazione avranno sottratto il pubblico denaro, siano puniti di pena capitale. Per la seconda vien ordinato che gli Ufficiali che per lor negligenza faranno perdere o diminuire le pubbliche facoltà, siano astretti nella persona e nei beni a resarcire il danno, rimettendo loro per la sua pietà regia altre pene, che meriterebbero.

La sesta l'abbiamo sotto il titolo de Officio Magistrorum Camerariorum, et Bajulorum, ove s'ordina a' Giustizieri, Camerari, Castellani e Baglivi d'esser solleciti a somministrar a' Secreti della Dogana, ed a' Maestri Questori ovvero loro Ufficiali ogni lor consiglio ed aiuto sempre che ne saranno richiesti: la quale fu colle medesime parole rinovata da Guglielmo sotto il titolo de Officio Secreti.

La settima è collocata sotto il titolo de restitutione mulierum nel libro secondo; poichè quella che si legge nel libro primo sotto il titolo de Advocatis ordinandis se bene in alcune edizioni portasse in fronte il nome di Ruggiero, ella però è di Federico II come si vede chiaro dallo stile, e dalle cose che tratta; onde è che in altre edizioni più corrette, non si legge: Rex Rogerius, ma Idem, denotando Federico autor della legge precedente. In questa legge ordina Ruggiero a' suoi Ufficiali, che debbano, quando il bisogno lo richiede e sia conveniente, sovvenire alle donne non leggiermente gravate: la quale essendo molto generale ed oscura; Federico II volle dichiarar i casi, ne' quali alle donne debba darsi aiuto, onde questo Imperadore promulgò un'altra Costituzione, che si legge sotto il titolo de in integrum restitutione mulierum al libro secondo; ove dice: Obscuritatem legis Divi Regis Rogerii avi nostri de restituendis mulieribus editam declarantes, etc.

L'ottava e la nona sono poste sotto il titolo de Poena Judiciis, qui male judicavit. Nella prima si condannano i Giudici a nota d'infamia, e pubblicazione de' loro beni, ed alla perdita dell'ufficio, se con frode e con inganno avranno giudicato contro le leggi; e se per ignoranza, la pena si rimette all'arbitrio del Re. Nella seconda s'impone pena capitale, se per denaro avran condennato alcuno a morte.

La decima, che abbiamo sotto il titolo primo de Juribus rerum regalium del libro terzo, merita maggior riflessione di tutte l'altre; poichè è la prima legge feudale, che abbiano i nostri Principi normanni stabilita nel Regno. Chi prima su i Feudi avesse promulgata legge scritta, fu, come si è detto, l'Imperador Corrado il Salico, che riguarda la lor successione: l'Imperador Lotario alcune altre ne promulgò, ed una fra l'altre molto conforme a questa di Ruggiero de Feudo non alienando; ma siccome le leggi degli Imperadori d'Occidente insino a Lotario, come tutte le altre leggi longobarde comprese in quel volume non isdegnò Ruggiero che s'osservassero nel suo Regno, anche da poi che fu sottratto, e restò independente dall'Imperio, così non volle mai soffrire, che le leggi di Lotario suo inimico avessero alcuna autorità nei suoi dominj; perciò se bene Lotario presso Roncaglia nell'anno 1136 avesse promulgata legge, per la quale veniva proibito a' Feudatari alienare i Feudi, non avendo quella autorità alcuna nel Regno di Sicilia e di Puglia, bisognò che questo Principe, provvedendo alle sue Regalie, ne stabilisse una particolare, ch'è questa, per la quale strettamente si proibisce non solo a tutti i Conti, Baroni, Arcivescovi, Vescovi, Abati, ed altri qualsivoglia che tenessero Feudi o Regalie grandi o piccole che si fossero, di potergli in alcun modo alienare, donare, vendere in tutto o in parte, o in qualunque maniera diminuire; ma anche lo proibisce a' suoi Principi stessi, che erano allora i suoi propri figliuoli, cioè Ruggiero Duca di Puglia, Anfuso Principe di Capua, e Tancredi Principe di Taranto, non potendo in questi tempi, come rapporta Ugone Falcando[559] niuno aspirare a questi titoli di Principe o di Duca, salvo che i figliuoli del Re; e quindi è che Ruggiero in questa Costituzione gli chiama Principes nostros. E questa è quella Costituzione cotanto da Federico commendata, e che poi gli piacque ampliare in tutti gli altri contratti, alienazioni, transazioni, arbitramenti e permutazioni, dando potestà a coloro che senza il suo consenso e licenza alienassero di poter jure proprio rivocargli, siccome oggi giorno tuttavia si pratica, e va per la bocca de' nostri Forensi, appo i quali è molto celebre questa Costituzione di Federico[560], che comincia: Constitutionem divae memoriae Regis Rogerii avi nostri super prohibita diminutione Feudorum, et rerum Feudalium ampliantes, etc.

Non merita minor riflessione la undecima, che si legge sotto il titolo terzo dell'istesso libro terzo; poichè si vede per quella essere stato sempre lecito ai Principi di por freno a' loro sudditi, ed impedirgli, sempre che si recasse danno alla Repubblica, ed alle loro Regalie, di ascendere al Chericato. Così abbiam veduto, che Costantino M. proibì a' benestanti di farlo; e l'Imperador Maurizio vietò a' soldati di farsi Monaci, di che tanto Gregorio M. si doleva, non perchè riputasse di non esser in potestà degl'Imperadori di poterlo comandare, o che la legge fosse ingiusta, come egli stesso con ingenuità confessa, ma per esser di pernizioso esempio chiudere in tal maniera la via dello spirito per mondani rispetti. Ruggiero in questa sua legge temperando un'altra sua Costituzione, per la quale si proibiva affatto a' villani, senza licenza di lor padroni, di poter assumere l'Ordine chericale, stabilì: che solamente que' villani non potessero ascendere al Chericato, i quali per rispetto della lor persona fossero obbligati servire, come sono gli ascrittizi, i servi addetti alla gleba, ed altri consimili; ma que' che sono obbligati servire per riguardo del tenimento, ovvero beneficio del quale furono investiti, non gl'impedisce che anche senza licenza de' lor padroni possano farlo ma in tal caso devono rassegnar prima il beneficio nelle mani de' loro padroni, e poi farsi Cherici.

La duodecima legge di Ruggiero, che è sotto il titolo de dotario costituendo, riguarda ancora i Feudi, ed è la seconda, che questo Principe promulgò sopra di essi. In questa si permette a' Baroni, ed agli altri Feudatari, non ostante la proibizion di alienare, di poter sopra i Feudi costituire alle loro mogli il dotario, a proporzion de' Feudi, che posseggono, e secondo il lor numero e qualità. A' Conti e Baroni, che tengono più castelli si permette ancora di poterne uno assignare alle lor mogli per dotario, purchè però non sia quel castello, donde la Baronia, ovvero il Contado prenda il nome. Così a' Conti di Caserta non sarà lecito dar Caserta per dotario, ma bensì un altro castello del suo Contado; donde i nostri Autori[561] appresero, che l'assenso semplicemente conceduto, non s'estende mai al Capo della Baronia, o del Contado.

La decimaterza, che abbiamo sotto il titolo de matrimoniis contrahendis[562] merita ancora riflessione. Si vede chiaro per la medesima, che a' tempi di Ruggiero non fu reputata cosa impropria de' Principi, stabilire leggi intorno a' matrimoni; nè Giovanni Launojo la trascurò nel suo trattato: Regia in matrimonium potestas[563]; siccome non si dimenticò dell'altra di Federico II che incomincia: Honorem nostri diadematis, a questa conforme. Non ancora i Pontefici romani s'avean appropriata questa autorità, la quale da poi da Innocenzio III[564] e più dagli altri suoi successori fu reputata lor propria, e tolta a' Principi secolari. Sono pieni i Codici di Teodosio e di Giustiniano di queste leggi, ed insino a' tempi di Teodorico Re d'Italia e di Luitprando leggiamo, che essi non solo ci diedero le leggi intorno al modo e forma di contraergli, ma di vantaggio ci stabilirono i gradi ne' quali eran vietati, ed al Principe s'apparteneva di dispensargli; e Cassiodoro ne' suol libri ci lasciò le formole di tali dispense. Ruggiero in questa legge comandò, che i matrimoni dopo gli sponsali, e la benedizion sacerdotale, si dovessero celebrar solennemente e palesemente, proibendo affatto i matrimoni clandestini, in maniera che i figliuoli nati da tali matrimoni non si debbano reputare legittimi, nè succedere perciò a' loro padri, nè per testamento nè ab intestato: lo donne che perdano le loro doti, quasi che nè date, nè matrimonio possa considerarsi in questi contratti, contra la sua legge celebrati. Vuole però che a questo rigore non soggiacciano le vedove; nè abbia luogo ne' matrimoni contratti prima del tempo della promulgazion di questa sua legge. Federico II aggiunse da poi a' Conti, Baroni, ed a tutti gli altri Feudatari un altro legame, che non potessero prender moglie senza sua permissione; ed essendosi ammesse alla succession feudale le femmine, vietò a Baroni sotto pena della perdita de' loro Feudi, di casare le figliuole o nipoti, ovvero sorelle senza sua licenza, affinchè i Feudi non passassero a famiglie incognite, della cui fedeltà il Principe era dovere, che ne fosse informato, come lo stabilì nella Costituzione Honorem nostri diadematis, sotto il titolo, de uxore non ducenda sine permissione Regis.

Andrea d'Isernia, che fu Guelfo e perciò perpetuo detrattore delle gesta di Federico, scrivendo sotto i Re angioini in un secolo dove correvan altre massime, biasimando Federico, alle costui parole Honorem nostri diadematis, aggiunge: imo destructionem animae istius Federici Imperatoris prohibentis per obliquum matrimonia instituta a Deo in Paradiso. Come se all'economia del Principe non s'appartenesse far leggi sopra i matrimoni, e molto più in quelli de' suoi Baroni[565], ed impedirgli sovente, se si conoscessero perniziosi allo Stato, ovvero cagione di discordie interne tra famiglie nobili, e di numerose fazioni; di che i nostri Autori, e Francesco Ramos[566] fra gli altri, hanno trattato ben a lungo. E pur è vero, che non fu Federico il primo, che stabilì questa legge, egli la trovò nel suo Regno, ed il suo primo autore fu Guglielmo detto il Malo. I Baroni non si dolevano della legge, ma dell'abuso, che ne faceva Guglielmo, poichè questo Principe, perchè i Feudi ricadessero al suo Fisco, non mai concedeva la licenza di poter casare le loro figliuole, ovvero la differiva tanto, finchè fatte già vecchie, divenivano sterili, siccome presso Ugon Falcando[567] se ne lagnavano i Grandi del Regno di Sicilia, tumultuando perciò contro Guglielmo. Questa legge fu osservata in Sicilia insino al Regno del Re Giacomo, avendola questo Principe, in un Parlamento ivi tenuto, fatta abolire[568]. E presso di noi durò insino al Regno di Carlo II d'Angiò, il quale in un de' suoi Capitoli[569], stabiliti nel piano di S. Martino, la venne a riformare.

Non meno considerabile è la legge quattordici di Ruggiero, posta sotto il titolo de Administrationibus rerum Ecclesiasticarum post mortem Praelatorum; poichè in lei più cose considerabili si incontrano. Primieramente merita riflessione ciocchè dice Ruggiero, essere tutte le Chiese del suo Regno, e particolarmente quelle, che sono prive del lor Pastore, sotto la sua potestà e protezione. Secondo, che perciò erasi introdotto costume non mai interrotto, o impugnato che morto il Prelato, i Baglivi del Re prendessero la cura ed amministrazione dell'entrate delle medesime, insino che le Chiese fossero proviste; e per terzo non adempiendo i Baglivi la loro incumbenza, secondo le relazioni, che ne avea avute, avea stimato stabilir legge, colla quale comandava, che dopo la morte dei Prelati, non più a' Baglivi si commettesse l'amministrazione e custodia delle Chiese, ma a tre de' migliori, più fedeli e sapienti della Chiesa, i quali debbano invigilare, e custodirle insino che saranno quelle proviste; con distribuire intanto delle rendite una porzione a coloro che servono alle medesime dimorando in esse, e l'altra per le fabbriche, o altro bisogno della Chiesa; ed eletto il Pastore, restituire il rimanente a lui, ovvero dargli conto dell'amministrazione passata. Gli spogli, che si videro da poi introdotti dalla Corte romana per tirar ivi ogni denaro, erano inauditi, e sarebbero stati reputati come destruttori non meno della disciplina ecclesiastica, che del buon governo del Regno: tutto era della Chiesa, e si spendeva per quella, e quel che sopravvanzava, era riserbato al successore. Non vi eran Nunzi o Collettori o Commessari, che appena spirato il Prelato dessero il sacco alla di lui casa, con prevenirlo sovente prima che quegli spirasse[570]. Quindi i nostri Re non meno che quelli di Francia vantavano la Regalia, come infra gli altri la pretese il Re Corrado[571]; e quindi deriva che abbiano sempre presa la cura, ed invigilato che l'entrate delle Chiese non capitino male, e sovente avessero ordinato, che delle medesime si riparassero le fabbriche, si sequestrassero a questo fine, e diedero perciò molti utili e salutari provedimenti, siccome ne' tempi men a noi lontani fecero Ferdinando I d'Aragona, il Re Federico, il Gran Capitano, il Duca d'Alcalà, ed altri che possono vedersi ne' volumi giurisdizionali presso Chioccarello[572].

Nè deve tralasciarsi quel che Andrea d'Isernia[573] notò sopra questa Costituzione di Ruggiero, la qual egli con manifesto errore crede, che fosse di Guglielmo, dicendo che quando ella fu stabilita parve giusta e regolare, perchè allora non era ancor compilato il volume de' decretali; e che sebbene Ruggiero con tanta utilità diede questa providenza, però da poi i Canonisti non hanno voluto ricever queste leggi de' Principi secolari, etiam si pro eis condantur, quia nolunt ut ponant falcem in messem alienam. Ma prima, che uscisse il volume de' decretali, non era stimata cosa impropria de' Principi di stabilir tali leggi, e particolarmente de' nostri Principi, li quali avendo essi fondate quasi tutte le Chiese del Regno di loro patrimonio, era giusto che fossero nella loro potestà e protezione.

La decimaquinta Costituzione di Ruggiero l'abbiamo nel libro terzo sotto il titolo de prohibita in terra demanii constructione Castrorum. Proibisce ne' luoghi demaniali del Re, che niuno possa sotto colore di miglior difesa erger torri, o Rocche; dovendo bastargli per lor sicurezza quelle del Re, o la sua regal protezione. La decimasesta è sotto il titolo de injuriis Curialibus personis irrogatis; per la quale viene a' Giudici imposto, che nel punir l'ingiurie notino diligentemente la qualità delle persone, alle quali si fanno, da chi, in qual luogo ed in che tempo; e se saranno offesi i suoi Ufficiali, si dichiara essersi fatta ingiuria non solamente a costoro, ma anche la dignità sua regale rimanerne offesa.

La legge 17 che è sotto il titolo de probabili experientia Medicorum è la prima, che presso di noi fosse stabilita, intorno ad evitar quanto fosse possibile, que' mali, che l'imperizia de' Medici poteva cagionare. Prima i prudentissimi Romani reputarono, che l'elezione ed approvazione de' Medici, non a' Presidi delle province, ma agli Ordini o Decurioni della città s'appartenesse per quella ragione, che Ulpiano[574] espresse con queste elegantissime parole: Ut certi de probitate morum, et peritia artis, eligant ipsi, quibus se, liberosque suos in aegritudine corporum committant. Ruggiero in questa sua legge ordinò, che niuno potesse medicare, se prima non si presenterà avanti i suoi Ufficiali e Giudici per essere esaminati, e dichiarati abili a quell'esercizio, imponendo pena di carcere e confiscazion de' loro beni, se per se soli senza questo esame temerariamente presumeranno di medicare. Federico II da poi dichiarando più ampiamente questa legge del suo avo, molte altre leggi stabilì intorno a' Medici, per le quali la Scuola di Salerno fu eretta in Accademia, siccome altresì quella di Napoli, ove piacque a questo Principe fondarne un'altra più famosa ed illustre, come diremo quando de' fatti di questo glorioso Augusto ci tornerà occasion di ragionare.

Leggesi ancora sotto il titolo de nova militia un'altra Costituzione di Ruggiero, che è la 18 per la quale vien proibito, che niuno possa esser ascritto alla milizia, se non deriverà da militare schiatta; e parimente che niuno possa esser Giudice o Notajo se i padri loro non siano stati di simile professione. Questa legge da Federico nella Costituzione seguente vien confermata, ed aggiunto ancora, che niuno di vil condizione possa esser ascritto a questi Ufficj, nè possa militare se non fia per lato paterno discendente da soldato. Egli è però vero, che Bartolomeo di Capua ci attesta, che queste Costituzioni a' suoi tempi non erano in osservanza nel Regno di Sicilia, avea però inteso, che così si praticava nel Regno di Francia, donde Ruggiero, per emular gl'istituti di quel Regno, l'apprese. E molto a proposito notò il Summonte, questa seconda Costituzione esser di Federico, non già di Ruggiero, come porta l'iscrizione nella vulgata edizione, vedendosi chiaramente, che per questa vien confermata quella di Ruggiero dal suo nipote Federico: poichè si fa menzione della precedente con quelle parole, contra prohibitionem divae memoriae avi nostri. Oltre a ciò, si conferma da quel, che rapporta Riccardo da S. Germano nella sua Cronaca, ove dice, che Federico nel Parlamento che tenne a S. Germano nel mese di febbrajo dell'anno 1232 tra l'altre sue Costituzioni che fece, vi fu anche quella de militibus; come osservò anche Tutini[575] dell'origine de' Seggi.

La 19 è quella che abbiamo sotto il titolo de Falsariis, per la quale si punisce con pena capitale colui che falsificasse o mutasse le lettere del Re, o il suo suggello. La ventesima è sotto il titolo seguente de cudentibus monetam adulterinam, ove con pena di morte e di confiscazione, si puniscono non solamente coloro, i quali coniassero moneta falsa, ma anche quelli che scientemente la ricevono, o in alcun modo consentono a tanto delitto. La ventesimaprima è sotto il titolo, che siegue de rasione monetae, per la quale vengon a morte parimente dannati, e confiscati i beni di coloro, che ardiranno di tosare, o in qualunque modo diminuire le monete d'oro o d'argento.

Se ne leggono da poi sette altre sotto sette diversi titoli disposte, per le quali varie pene s'impongono a' falsari. La prima scusa coloro, che ignorantemente si saranno serviti d'istromenti falsi. La seconda punisce con pena di falso, chi si vale di testimoni falsi. La terza colla medesima pena condanna quelli che nascondono, tolgono, radono o cancellano i pubblici testamenti. La quarta priva dell'eredità paterna colui che cancella, o nasconde il testamento del padre per succedergli ab intestato. La quinta dichiara che la qualità della persona aggrava e minuisce la pena del falso. La sesta punisce di pena capitale coloro, che avranno, o venderanno veleni, o medicamenti nocivi per alienar gli animi; e per la settima si dispone, che non sarà in tutto fuor di pena colui, che porgerà altrui poculi amatorj, o cibi nocivi, ancorchè per quelli non siasi recato alcun danno: le quali Costituzioni furono da poi da Federico approvate, e più ampiamente distese ne' titoli seguenti.

Nelle leggi, che sieguono di questo Principe, si vede chiaro quanto fra l'altre virtù sue ebbe cura dell'onestà ed onor delle donne. Nella 29 che abbiamo sotto il titolo de poena adulterii, si toglie a' mariti di poter in giudicio accusare d'adulterio le loro mogli, se in lor presenza permetteranno a quelle di trastullarsi co' loro drudi con atti lascivi e disonesti; e nella trentesima, che siegue sotto il titolo de prohibita quaestione foeminae, oltre dell'infamia, minaccia pena grave, e degna de' suoi tempi a que' mariti, che permetteranno alle mogli commettere adulterj.

Non meno piene d'onestà sono l'altre sei, che sieguono; proibisce per la prima alle donne oneste la conversazione colle prostitute, alle quali però vieta, che si possa usar violenza. Per la seconda, de repudiis concedendis, si permette al marito di poter dimandar il libello del repudio alla moglie, mentre che giustamente l'accusa d'adulterio. Per la terza de lenis; si puniscono colle pene istesse dell'adultere quelle, che useranno ruffianesmi per corrompere la castità delle donne. La quarta, confermata da poi da Federico, è terribile contro le madri, che prostituiscono le loro figliuole vergini; oltre della pena de' ruffiani, vuol che lor si tronchi il naso, soggiungendo queste gravi parole: Castitatem enim suorum viscerum vendere, inhumanum, et crudele; ma se mai per se stessa alcuna si sarà prostituita, e la madre avrà solamente dato il suo consenso, si lascia all'arbitrio del Giudice di punirla. Per la quinta sotto il titolo de poena uxoris in adulterio deprehensae, si permette al marito, che possa uccidere la moglie, e l'adultero ritrovandogli sul fatto, senza però interporre intervallo alcuno di tempo alla vendetta; e nella sesta sotto il titolo de poena mariti ubi adulter aufugit, si stabilisce, che se il marito lascerà fuggire l'adultero, e ritenerà la moglie, debba esser punito come ruffiano, purchè senza sua colpa l'adultero scappasse.

Così Ruggiero avendo per queste leggi proveduto all'onestà delle donne, con non minor saviezza provede alla sicurtà degli uomini; si leggono perciò tre altre sue leggi, che sono l'ultime, che abbiamo di questo Principe; e che compiscono il numero di trentanove. Per la prima sotto il titolo de venditione liberi hominis; si riduce in servitù colui, il quale scientemente venderà un uom libero. Per la seconda sotto il titolo de incendiariis, si impone pena capitale contro coloro, i quali fraudolentemente porranno fuoco nelle case altrui. E nell'ultima, s'impone la medesima pena a chi si sarà precipitato da alto, averà menato un sasso, o un ramo senza gridare, o avvisare, onde avesse ammazzato alcun uomo: il rigore della quale fu poi da Federico temperato nella Costituzione seguente.

Ecco come Ruggiero, dopo avere stabilito il suo Regno, lo riordinò con sì provvide ed utili leggi. Ancorchè per alcune di esse si dasse providenza su i matrimonj, su l'amministrazione delle Chiese, sopra i repudj e sopra i Cherici, non perciò erano riputate improprie, a questi tempi, de' Principi secolari. Non ancora s'erano intese quelle querele, che nacquero da poi de' Pontefici romani d'essersi offesa la loro immunità, e che fosse questo un metter la falce nella messe altrui. Cominciarono essi poco da poi pian piano a pretenderlo, e vi diedero l'ultima mano quando Gregorio IX ridotti in un Corpo tutti i rescritti, che servivano alla grandezza romana, ed esteso ad uso comune quello, che per un luogo particolare, e forse in quel solo caso speziale era statuito, ed aboliti tutti gli altri, cavò fuori il decretale, che principiò a fondare e stabilire la Monarchia romana. Ecco parimente, come in questo nostro Reame, alle leggi antiche romane ritenute più per costume, che per leggi scritte, ed alle leggi longobarde, si fossero aggiunte da Ruggiero queste sue Costituzioni, le quali a riguardo delle romane e longobarde erano riputate leggi particolari, siccome quelle comuni ed universali.

§. I. Delle leggi feudali particolari del Regno.

Ma essendosi come altre volte abbiam notato, multiplicate in queste province le Baronie ed i Feudi, siccome in tutta Italia, surse ancora una nuova legge, feudale appellata. Questa nella sua origine fu introdotta per le costumanze de' Longobardi nelle città d'Italia, le quali furono varie e diverse, secondo varie eran le usanze di ciascuna città; tanto che la ragion feudale, prima non poteva chiamarsi, se non che legge non scritta de' Longobardi, onde è, che alcuni saviamente la dissero figlia del tempo, e da' Longobardi introdotta in Italia, non per iscritto, ma per costume; crebbe in cotal guisa da poi, insino che Corrado il Salico, che fu il primo, non pensasse colle leggi scritte ad accrescerla; siccome al di lui esempio fecero da poi gli altri Imperadori suoi successori; onde tutto ciò, che da queste Consuetudini feudali introdotte da' Longobardi, e dalle leggi scritte degli Imperadori surse, fu riputato la ragion comune dei Feudi; poichè in tutta Italia, e da poi in tutta Europa, adattandosi a lei l'altre province, furono quelle Consuetudini e leggi ricevute ed abbracciate. E per questa ragione a riguardo de' Feudi, non vi era differenza alcuna tra quelli, che viveano colle leggi longobarde, e quelli che si governavano colle leggi romane; poichè i Romani non conobbero Feudi, e se alcun Romano era investito di qualche Feudo, era tenuto osservare la legge longobarda, che de' Feudi disponeva, già che dalle romane niente potea ritrarsi.

Questa ragion comune feudale, prima di Ruggiero siccome era egualmente osservata in tutta Italia, così ancora ebbe forza ed autorità in queste nostre Province. Ma ridotte ora da Ruggiero in forma di Regno, e sottratte dall'Imperio, siccome alle leggi comuni romane e longobarde, aggiunse questo savio Principe le proprie, stabilite particolarmente per li suoi dominj, così ancora alla legge comune feudale, volle aggiungervi altre sue leggi feudali particolari, che dovessero osservarsi nel suo Regno, siccome tra le sue Costituzioni che sono a noi rimase, due ne abbiamo osservato attenenti a' Feudi. Seguitando le costui pedate aggiunsero da poi i due Guglielmi suoi successori altre leggi feudali; e finalmente Federico II moltissime altre ne stabilì, che si leggono nel volume delle Costituzioni; onde si fece, che nel nostro Regno altro fosse il Jus comune feudale, che è quello compreso ne' libri feudali, ed altro quello particolare per queste sole nostre province, che incominciandosi da Ruggiero, s'accrebbe da poi da Guglielmo, e più da Federico, e che col correr degli anni da tutti gli altri Re, che ressero questo Regno, fu in quella forma, che oggi si vede ampliato per tante Costituzioni, Capitoli, Grazie e Prammatiche, come diremo a più opportuno luogo. Nel che dovrà avvertirsi; che risedendo nella persona di Federico II la dignità imperiale e regale di Re di Sicilia, quelle sue Costituzioni, che si veggono ne' libri de' Feudi, sono quelle appartenenti al Jus comune de' Feudi; quelle, che sono nel volume delle nostre Costituzioni, appartengono al Jus feudale particolare del Regno di Sicilia.

Ruggiero adunque, siccome fu il primo, che alle romane e longobarde aggiungesse nuove leggi, così ancora fu il primo, che alla ragion comune feudale aggiungesse nel suo Regno nuove leggi feudali particolari, per le quali fu introdotto nuovo costume di succedere a quelli contro le longobarde; e fu perciò, che introdusse il nuovo Jus Francorum, onde da poi presso di noi si rese celebre quella distinzione dei Feudi de Jure Longobardorum et Francorum.

Fra gli altri pregi di questo Principe, è lodato cotanto dagli Scrittori quel suo costume di voler essere informato delle leggi e costumi delle altre Nazioni, e ciò che reputava commendabile, introdurlo nel Regno suo; ma di niuna altra Nazione era egli più amante, quanto della franzese, donde egli traea origine; perciò fu più inchinato d'introdurre nel suo novello Regno tutte quelle usanze, e tutti quegl'istituti, che osservava in quel floridissimo Reame; per questa istessa cagione, come osserveremo quindi a poco, v'introdusse egli i sette Ufficj della Corona, che ivi erano; ed amante pur troppo de' Franzesi, diede gelosia e cruccio a' Siciliani e a' Pugliesi, che si vedevan perciò posposti negli onori a' forestieri[576].

Quindi, come si è detto, trassero l'origine nel nostro Regno i Feudi Juris Francorum, poichè Ruggiero facendo venir spesso dalla Francia Capitani ed altri soldati franzesi, si serviva di loro in tutte le sue ardue imprese, essendo stata sempre questa gente per valor militare riputata sopra tutte le altre; onde Ugone Falcando dice, che perciò soleva Ruggiero fargli venire: Transalpinos maxime, cum ab Normannis originem duceret, sciretque Francorum gentem belli gloria caeteris anteferri, plurimum diligendos elegerat, et propemodum honorandos. E questo costume fu ritenuto anche da poi da' due Guglielmi suoi successori, anzi ne' principj del Regno di Guglielmo II fu cotanto nella sua Corte il favore de' Franzesi, che non si ritenne di crear suo Gran Cancelliero un Franzese, onde si rese numerosa la sua Corte di questa gente con indignazione grandissima de' Nazionali[577].

Per questo avvenne, che militando valorosamente questi Capitani sotto l'insegne di Ruggiero, e de' due Guglielmi, furono da essi investiti di molti Feudi, onde abbandonando la Francia, fermarono in queste province le loro famiglie, non lasciando intanto di vivere secondo i proprj loro costumi, che da Francia portarono; ed insino a' tempi di Federico II lor si permise, che dovessero così ne' giudicj, come in altre occorrenze, esser giudicati secondo i loro patrj istituti e costumi, fra' quali il più considerabile era, che ne' Feudi dovesse succedere il primogenito, esclusi tutti gli altri fratelli minori, non già, come con molta imprudenza si praticava da' Longobardi, secondo i quali venivan tutti ammessi alla successione, dividendo con tanto discapito dello splendore delle loro famiglie i Feudi; una delle principali ragioni, che fu della rovina de' medesimi in queste nostre province, come altrove fu da noi osservato. In tutta la Francia, come ne rendono a noi testimonianza Ottone Frisingense e Cujacio[578], con provido consiglio fu istituito, che i soli primogeniti succedessero ne' Feudi, reputando così potersi conservare lo splendor delle famiglie. Così tutti que' Capitani e soldati franzesi, che furono investiti di Feudi in queste nostre province, ritennero questo costume; e Ruggiero, ed i due Guglielmi, non solamente loro il permisero, ma anche che ritenessero tutti lor altri istituti, tanto che Federico II per toglier le confusioni, che si cagionavano perciò in questo Reame per queste leggi infra di lor difformi, ebbe bisogno di stabilire una Costituzione speziale, che è quella che si legge sotto il titolo de Jure Franc. in judic. subl. per la quale tolse, che ne' giudicj potessero più servirsi di que' loro particolari istituti; e tolse ancora quell'altro lor barbaro costume del duello, per quella sua celebre Costituzione Monomachiam.

Non però tolse, anzi approvò il lor costume, come molto commendabile, che ne' Feudi succedesse il primogenito; quindi avvenne che presso di noi tutti i Feudatarj si distinguessero in Franchi e Longobardi: per Franchi intendendo coloro che viveano intorno alle successioni de' Feudi Jure Francorum, e per Longobardi, quelli che viveano secondo la lor antica usanza, d'ammetter tutti i figliuoli alla successione de' loro Feudi. Era però il Jus Francorum reputato come speziale a riguardo del Jus Longobardorum, ch'era il comune, tanto che scrisse Andrea d'Isernia[579], colui che dice esser Franco, e perciò non dover dividere co' fratelli, allegando una ragione speziale, suo dee esser il peso di provarlo, già che comunemente tutti si presumono vivere secondo il Jus comune de' Longobardi, che stabilisce i Feudi doversi tra fratelli dividere.

Fu adunque in tempo di Ruggiero, che s'introdusse nel Regno questa ragion speziale di succedere ne' Feudi all'uso de' Franzesi, il quale non soddisfatto d'aver con sì provide leggi stabilito il suo novello Reame, e dalla Francia introdottovi nuovi costumi ed istituti per dargli forma più nobile, volle ancora illustrarlo, e renderlo più maestoso con introdurvi nuove dignità e più illustri, che prima non ebbe, onde ad emulazione di quello di Francia, l'adornò de' Principali Ufficj della Corona, che in quel Regno da molto tempo erano stati introdotti.

CAPITOLO VI. Degli Ufficj della Corona.

Dapoi che in Francia, nella stirpe di Ugo Ciappetta, restò estinta quella sublime dignità di Maestro del Palazzo, che come ruinosa a' Principi stessi, come si vide chiaro nel Regno di Ghilperico, fu riputato saggio consiglio di que' Re di spegnerla affatto, si videro da questa suppressione grandemente accresciuti quattro altri Ufficj di quella Corona, le cui funzioni eransi prima trasfuse in quello di Maestro del Palazzo, che per la sua grandezza e sublimità avea assorbiti tutti gli altri. Egli era perciò detto Capo de' Capi di tutti gli altri Ufficiali: Duca de' Duchi: e non senza ragione era assomigliato al Prefetto Pretorio sotto gli ultimi Imperadori romani. A lui non meno si riportavano le cose della guerra, che della giustizia; sovrastava alle Finanze, ed alla Casa del Re: in breve, era il Superior generale di tutti gli Ufficiali del Regno senza eccezione.

Dalla suppressione dunque di quest'Ufficio ripigliarono gli altri Uffizj della Corona la loro antica autorità, non riconoscendo poi altri per lor Capo e superiore, che il Re istesso; onde perciò i supremi vennero con titolo di Grandi decorati. Surse il Gran Contestabile, che ebbe la soprantendenza della guerra, ed il comando degli eserciti in campagna. Il Gran Ammiraglio capo dell'armate navali, che ebbe il comando sopra mare in guerra ed in pace. Il Gran Cancelliero per la soprantendenza della giustizia, capo di tutti gli Ufficiali di pace, e Magistrato de' Magistrati, dipendendo da lui i Giustizieri, i Protonotarj, e tutti gli altri minori Cancellieri. Il Gran Tesoriero, ovvero Gran Camerario, capo della Camera de' Conti, ed Ufficial supremo delle Finanze; ed il Gran Siniscalco, ovvero Giudice della Casa del Re, poichè ebbe il governamento della medesima.

Tutti questi Ufficj erano chiamati della Corona, ovvero del Regno, perchè non riguardano il servigio della persona del Re, ma del Regno: e Ruggiero stabilito ch'ebbe il suo, ve gl'introdusse insieme con gli altri Ufficiali minori subordinati a' medesimi. Prima, queste nostre province non gli conobbero, e le loro funzioni venivano esercitate sotto altro nome da diversi altri Ufficiali: e se ben sotto i Goti se ne fosse avuta qualche conoscenza, avendocene Cassiodoro lasciata qualche notizia, onde è da credersi, che i Franzesi dai Goti gli apprendessero; nulladimanco essendo stati questi discacciati da' Greci, ed i Greci da' Longobardi, si vede che nè gli uni, nè gli altri in tutto il tempo, che dominarono queste Province, l'usarono[580]. I Greci le governarono per Straticò e Catapani; onde è, che oggi ancora presso di noi sia rimasto qualche vestigio di questi Ufficiali. In Salerno ancor si ritiene il nome di Straticò, come in Messina. In Puglia i Catapani furono assai rinomati; onde è che per questo nome di Magistrato ritenga oggi il nome di Capitanata una provincia del Regno. Ebbero ancora i Greci altri Ufficiali, come i Maestri de' Cavalieri, per li quali lungamente ressero il Ducato di Napoli. Ebbero i Patrizj, i Protospata, ed altri moltissimi; nè mai usarono i soprannomati. Solamente è chi dice, che l'Ufficio di Protonotario fosse d'origine greco, ma di ciò ne parleremo al suo luogo.

I Longobardi certamente non gli conobbero; essi prima divisero i Governi in Castaldati, a ciascuno preponendo un Castaldo per reggerlo, al quale s'appartenevan così le cose della guerra, come della giustizia. Da poi crearono i Conti, che nella loro origine non erano più che Ufficiali, e non Signori; ciascuno avendo il governo del Contado a se commesso sin tanto che poi col correre degli anni cominciassero a mutargli, e da Ufficj, ridurgli in Feudi e Signorie, come altre volte abbiamo osservato.

Furono adunque i Normanni, e sopra tutti il famoso Ruggiero, che avendo ridotti i suoi dominj in un ampio e potente Reame, era di dovere che vi introducesse questi Ufficj, che in altri Regni, e particolarmente in quello di Francia, erano riputati proprj della Corona regale, e come tanti lumi, che facessero maggiormente risplendere il suo regal diadema.

§. I. Del Gran Contestabile.

Quello che meritamente, e secondo il comun sentimento degli Scrittori s'innalza sopra tutti gli altri, e tiene il primo luogo, è il Gran Contestabile. Nella sua origine, appresso i Franzesi era chiamato il Gran Scudiero del Re, e perciò da Aimone[581] viene appellato Regalium Praepositus Equorum, come parimente l'attesta il suo nome latino Comes stabuli, molto frequente negli antichi libri, di cui Caronda[582] riferisce molti be' passi, e sostiene Loyseau[583] contro l'opinion d'alcuni moderni, e spezialmente di Cujacio[584], ch'è di contrario sentimento.

Ha due grandi prerogative: l'una, egli è custode della spada del Re, poichè quando vien promosso a sì sublime dignità, il Re gli dà tutta nuda la sua spada nelle mani, per la quale egli all'incontro in quell'istante gli dà la fede ed omaggio, come appunto si narra dell'Imperador Trajano, il quale dando la sua spada nuda a Sura Licinio Prefetto Pretorio, gli disse queste memorabili parole: Accipe hunc ensem, ut si quidem recte Reip. imperavero, pro me, sin autem secus, in me utaris. Perciò l'insegna di questa dignità è la spada nuda; siccome il nostro Torquato seppe ben esprimere nella persona del Gran Contestabile d'Egitto, collocandolo perciò in quella rassegna alla destra del Re, appartenendo a lui il primo luogo sopra tutti gli altri Ufficiali della Corona, e dandogli la spada nuda per sua insegna.

.... alza il più degno

La nuda spada del rigor ministra.

L'altra prerogativa è, che negli eserciti egli ha il comando sopra tutte le persone, anche sopra i Principi del sangue: dispone gli alloggiamenti, istruisce le squadre, distribuisce le sentinelle: sono a lui subordinati i Marescialli, e tutti gli altri Ufficiali minori: in breve ha il supremo comando negli eserciti mentre sono in campagna, onde di quest'altra prerogativa parlando il Tasso cantò:

Ma Prence degl'eserciti, e con piena

Possanza è l'altro ordinator di pena.

Ma tutta questa sua autorità ed alto imperio potea esercitarlo negli eserciti in campagna, non già nelle Piazze, nè sopra i Governadori delle province; onde mal fanno coloro, che vogliono far paragone de' Gran Contestabili co' presenti nostri Vicerè, li quali non solo hanno il comando degli eserciti in campagna, ma anche in tutte le Piazze, sopra tutti i Governadori delle province, così in terra, come in mare, e sopra tutti gli altri Ufficiali della Corona. Egli è però vero che presso i Vicerè risiedono le prerogative del Gran Contestabile; poichè le cose di guerra a lui s'appartengono, ed egli dispone gli eserciti in campagna, a cui ubbidiscono tutti gli altri Generali e Marescialli; ma quando il Vicerè sia assente dal Regno, nè fosser altri dal Re deputati a quest'impiego, potrebbe ne' casi repentini e quando la necessità lo portasse, il Gran Contestabile servirsi della sua giurisdizione, e riassumere ciò, che prima era della sua incumbenza, come dice Marino Freccia[585].

Il primo Contestabile, che tra le memorie antiche abbiamo nel Regno di Ruggiero, fu Roberto di Bassavilla Conte di Conversano[586]. Questi fu figliuolo di un altro Roberto parimente Conte di Conversano, e di Giuditta sorella di Ruggiero: fu adoperato da Ruggiero nelle imprese più ardue, e meritò per la disciplina militare, nella quale era molto versato, da questo Principe esser innalzato a sì sublime dignità. Nel Regno di Guglielmo I si rese più rinomato, e da questo Principe fu investito del Contado di Loritello; ma da poi essendosi da lui ribellato, gli pose sottosopra il Regno insieme con altri Baroni, onde Guglielmo toltagli questa dignità, la diede a Simone Conte di Policastro suo cugino, che fu il secondo Contestabile, di cui ci sarà data occasione di più lungamente ragionare nel Regno di Guglielmo; e ne' tempi di Guglielmo II fu Contestabile Roberto Conte di Caserta[587].

Merita riflessione che questi Contestabili, siccome tutti gli altri supremi Ufficiali, che prima si dissero Maestri Contestabili, e poi Magni Contestabili, erano comuni così a queste nostre Province, come alla Sicilia, insino che questa isola fosse stata dagli Aragonesi tolta agli Angioini; e se bene solevano a questa dignità innalzare i nostri Baroni, come quelli che per ampiezza di dominj e Contadi, e per le parentele che aveano co' Principi stessi, i quali non si sdegnavano allora imparentarsi con loro, facevano la principal figura sopra tutti gli altri Baroni di quell'isola; e spesso solevano risedere ne' loro Stati; nulladimeno avendo i Re normanni fermata la loro sede regia in Palermo, solevano regolarmente in questa Corte appresso la persona del Re risiedere, dal quale erano impiegati ne' più rilevanti affari della Corona. Perciò non bisogna confondergli co' minori Contestabili, i quali erano mandati ad una particolar provincia, ed a' quali o era commesso il governo di qualche città, o gli era dato il comando d'alcuni reggimenti o di fanteria o di cavalleria; poichè se bene questi erano pure chiamati Contestabili, il loro posto però era molto diverso, e di gran lunga inferiore a' grandi e primi Contestabili, i quali perciò erano chiamati Regni Comestabuli. Così nella Cronaca di Not. Riccardo di S. Germano scritta ne' tempi di Federico II leggiamo, che Filippo di Citero, erat Comestabulus Capuae. E ne' tempi posteriori si leggono molte carte rapportate dal Tutini[588], nelle quali la Contestabilia era ristretta al governo d'una città sola, e ad una particolare incumbenza: così spesso s'incontra nelle scritture del regio Archivio della Zecca: Henricus Comestabulus Foggiae: ed in alcuni istromenti del medesimo Archivio, pur si legge Franciscus Garis Comestabulus vigintiquatuor Balestrarum; ed altrove: Franciscus de Diano Comestabulus Peditum.

Così ancora venivano chiamati Comestabuli Regii Hospitii i Mastri di stalla della Casa reale. E parimente li Capitani delle milizie, ch'erano in ciascheduna Provincia del Regno, che oggi si dicono Capitani del Battaglione, erano ancora Contestabili nomati. Osserviamo perciò Pietro della Marra Contestabile di Terra di Lavoro; Guglielmo Ponciaco Contestabile in Basilicata; Mattia Gesualdo Contestabile nel Principato, Gualtiedi del Ponte Contestabile in Capitanata, Adamo Morerio Contestabile in Terra d'Otranto, e Gentile di Sangro Contestabile nell'Apruzzi.

Nel Regno degli Angioini quest'Ufficio non perdè niente del suo antico splendore; anzi, come scrisse Marino Freccia, Carlo I d'Angiò soleva concederlo colle medesime prerogative, ed all'istesso modo del Regno di Francia, ordinando che in quella guisa appunto dovesse esercitarsi nel suo Regno di Sicilia. E Carlo II suo successore stabilì molti Capitoli attenenti a' Gran Contestabili, rapportati dal Tutino, a' quali sottopose tutti i Marescialli del suo Regno. Ma ora quest'Ufficio, per le cagioni, che si diranno nel progresso di quest'Istoria, è a noi rimaso sol a titolo d'onore e senza funzione, essendo la sua autorità passata in gran parte nella persona del Vicerè; e solo i Gran Contestabili ritengono la precedenza nel sedere in occasion di Parlamenti, e nell'altre pubbliche celebrità, con molte altre preminenze, come il vestirsi di porpora e d'armellini con berrettino; ed ultimamente ancorchè gli fossero stati lasciati questi onori, se gli è pure levato il soldo, che prima godevano.

§. II. Del Grand'Ammiraglio.

Dovrebbe occupar il secondo luogo tra' Ufficj della Corona quello del Gran Cancelliere, siccome s'usa presso i Franzesi; ovvero quello di Gran Giustiziero siccome ora si osserva presso di noi; ma due ragioni mi spingono dopo il Gran Contestabile a favellare del Grand'Ammiraglio: l'una per la grande uniformità che egli tiene col Gran Contestabile; poichè avendo ambedue la soprantendenza della guerra, il primo sopra gli eserciti in campagna, e questo secondo sopra l'armate di mare, mi muove, innanzi che si faccia passaggio agli Ufficiali di pace ed a quelli di giustizia, a dover del Grand'Ammiraglio ragionare: l'altra più potente si è il vedere, che a' tempi di questi Re normanni, ne' quali siamo, fu la dignità del Grande Ammiraglio riputata assai più di quella del Gran Cancelliere, e di qualunque altro Ufficiale di giustizia; perchè essendo questi Re potenti in mare cotanto che per le loro armate si resero gloriosi e tremendi per tutto Oriente, portando le loro vittoriose insegne insino alle porte di Costantinopoli, e nell'Affrica fecero maravigliosi acquisti; il loro imperio sopra il mare era più ampio e considerabile, che quello di terra; onde avvenne, che ne' tempi di Ruggiero, e dei due Guglielmi suoi successori, l'esser Grand'Ammiraglio del Regno di Sicilia, era il più alto grado, nel quale alcuno potesse mai essere innalzato. In fatti vediamo che il famoso Majone di Bari, che a' tempi di Ruggiero era Gran Cancelliere, entrato da poi in somma grazia del Re Guglielmo, fu da costui, per dargli un saggio della grande stima, che faceva della sua persona, innalzato ad esser Grand'Ammiraglio; ed Ugone Falcando, narrando lo stato della Corte nei principj del Regno di Guglielmo II, nel qual tempo reggeva l'ufficio di Gran Cancelliere l'Eletto di Siracusa, e quello di Gran Camerario del palazzo Riccardo Mandra, dice che Matthaeus Notarius cum sciret Admiratum se non posse fieri, ob multam ejus nominis invidiam, Cancellariatum totis nisibus appetebat.

Se riguardiamo l'impiego e le funzioni di questo Ufficio, non è da porsi in dubbio, che non fosse antichissimo, conosciuto da' Romani, e più dalle regioni d'Oriente bagnate dal mare; poichè presso Livio abbiamo i Prefetti delle classi marittime, e nell'antica Gallia presso Cesare spesso s'incontrano i Prefetti marittimi, fra quali sopra tutti si distinse Bibulo. Ma il suo nome certamente non lo ritroveremo presso i Romani; ed io acconsento all'opinione di coloro, che stimano questa voce essere non già provenzale, come credette l'Alunno[589], ma saracena; come ben pruovano da molti passi dell'Istoria del Fazzello[590], Pietro Vincenti[591] ed il Tutini[592]. Ed in vero i Saraceni furono molto potenti in mare, ond'è che nell'istorie loro spesso s'incontrano questi nomi d'Ammiragli, poich'ingombrando essi l'Oriente, e gran parte dell'Occidente, come la Spagna, l'Affrica e la Sicilia, luoghi nella maggior loro estensione bagnati dal mare, ebbero perciò molti Generali di mare, da essi Ammiragli chiamati.

Gli conobbero ancora i Greci e gli ultimi Imperadori d'Oriente, i quali per opporsi agli sforzi dei Saraceni bisognò, che si provedessero d'armate marittime essi ancora, e non è fuor di ragione il credere che in queste nostre province gli avessero i Greci prima introdotti, poichè non essendogli negli ultimi tempi rimaso altro, che molte città nella riviera del mare, come quelle della Calabria, e parte della Lucania, Amalfi, Napoli e Gaeta, tutti luoghi marittimi bisognò provedersi d'armate per conservargli da' Saraceni, i quali siccome avevan loro tolta la Sicilia, così passavano pericolo quest'altre città ancora di qua del Faro di correre la stessa fortuna. In fatti osserviamo, che gli Amalfitani si resero potenti in mare, e nell'arte nautica espertissimi, tanto che i Greci gli ebbero per valido presidio, ed in essi per le cose marittime fondavano le maggiori speranze; e come altrove fu avvertito, s'avanzarono tanto in questo mestiere, che oltre alle frequenti navigazioni per tutte le parti orientali, furono riputati arbitri delle controversie marittime; e siccome a' tempi de' Romani, i Rodiani si lasciarono in dietro tutte le altre Nazioni, tanto che le leggi Rodie erano la norma di tutti i Popoli dell'Imperio, per le quali le liti insorte su la nautica venivan decise; così presso di noi, tutte le liti, e tutte le controversie surte intorno alla navigazione, si decidevano secondo le leggi, ed instituti degli Amalfitani; e Marino Freccia[593] attesta, che insino a' suoi tempi questi litigi venivan terminati secondo le leggi amalfitane. Quindi avvenne, che per essere gli Amalfitani tutti dediti alla navigazione, ed esperti nella nautica, riuscì finalmente a Flavio Gisia Amalfitano, ne' tempi di Carlo II d'Angiò, uomo sagacissimo, di rinvenire la Bussola tanto necessaria per le navigazioni.

Ma avendo ora i Normanni discacciati dalla Sicilia i Saraceni, e da questi nostri luoghi i Greci, per potergli difendere dall'invasione così degli uni, come degli altri, bisognò che parimente si fortificassero in mare. E quanto in ciò i Normanni s'avanzassero, e precisamente a tempo del famoso Ruggiero, e de' due Guglielmi, ben è chiaro dall'istoria de' Regni loro. Per questa ragione l'Ufficio di Grand'Ammiraglio a questi tempi fu reputato il più rinomato ed illustre; onde avvenne, ch'essendo il numero delle loro armate ben grande, e perciò convenendo tener più Ammiragli, il primo, e capo sopra di tutti, si fosse appellato Ammiraglio degli Ammiragli.

Avea egli perciò le più insigni prerogative, che mai possono immaginarsi intorno all'Imperio del mare: egli comandava sopra mare in pace ed in guerra: era sua incumbenza la costruzione de' vascelli e delle navi del Re, reparargli e disporgli per mantener il commercio: tener li Porti in sicurezza in tutta l'estensione del Reame, e conservare i lati marittimi sotto l'ubbidienza del Re; ed erano a lui subordinati tutti gli altri Ammiragli delle province e de' porti, i Protontini, i Calefati, i Comiti, i Carpentieri, e tutti gli altri minori Ufficiali marittimi[594].

Presentemente il nostro Grand'Ammiraglio ritiene la giurisdizione così civile, come criminale sopra tutti gli Ufficiali a lui subordinati, e sopra tutti coloro, che vivono dell'arte marinaresca[595]: tiene perciò un particolar Tribunale, ove i Giudici creati dal Grande Ammiraglio amministrano giustizia a tutti coloro che sono ad essi subordinati, ed ha leggi particolari stabilite sulla nautica, onde le liti si decidono: tanto che siccome per li Feudi è surto un nuovo corpo di leggi feudali, così ancora per la nautica, un nuovo corpo di leggi nautiche abbiamo, del quale qui a poco farem parola. Ritiene ancora presso di noi per sua insegna il fanale, siccome anticamente avea il Grande Ammiraglio di Francia, il quale ora non più il fanale, ma l'Ancora ha per insegna[596]. Ha purpurea veste, e ne' Parlamenti siede alla parte destra del Re, dopo, ed al lato del Gran Contestabile.

Il primo, che s'incontra nel Regno di Ruggiero, fu Giorgio antiocheno: fu costui da Ruggiero per la sua eminente virtù, ed esperienza nelle cose marittime chiamato fin da Antiochia, e fu da questo Principe creato Grand'Ammiraglio, del cui consiglio e prudenza valevasi Ruggiero, così nell'imprese di mare, come di terra[597], avendo avuto per costume questo glorioso Principe di chiamare a se da diverse regioni del Mondo uomini esperti, non meno nell'armi, che nelle lettere. Riportò Ruggiero per quest'invitto Capitano molte vittorie in Grecia, portando le sue vittoriose insegne insino alla porta di Costantinopoli. Liberò Lodovico Re di Francia, che mentre ritornava dalla Palestina fu da' Greci preso per presentarlo all'Imperador di Costantinopoli, poichè incontrandosi colle navi de' Greci le combattè e vinse, e liberò tosto il Re franzese, il quale da Ruggiero fu con molto onor ricevuto in Sicilia, donde poscia in Francia fece ritorno. Egli fu il primo che nelle scritture pubbliche si sottoscrivesse: Georgius Admiratorum Admiratus, come dalla carta, che porta il Tutini; perciocchè secondo il numero delle armate, convenendo tener più Ammiragli in diverse parti del Regno, il primo meritamente s'appellava Ammiraglio degli Ammiragli.

Il secondo, che abbiamo pure nel Regno di questo Principe, fu l'Eunuco Filippo, il quale non altrimenti di ciò che Claudiano narra d'Eutropio, che da Eunuco fu innalzato ad esser Console, così egli da Ruggiero fu creato Grand'Ammiraglio. Costui, come narra Romualdo Arcivescovo di Salerno[598], fu dalla sua giovanezza allevato nella casa reale di Ruggiero; era di costumi non dissimili da quelli d'Eutropio, e covrendo il vizio sotto il manto di virtù, s'avanzò tanto nella benevolenza del Re, che fu riputato degno di esser innalzato all'onore di Maestro del Palazzo reale; da poi il Re dovendo in Turchia far l'impresa di Bonna, trascelse Filippo al maneggio di quella guerra, e nell'anno 1149 lo creò Grand'Ammiraglio, il quale postosi alla testa d'una grossa armata di vascelli prese la città, e carico di molte prede, se ne ritornò trionfante in Sicilia, ove per lungo tempo fece dimora; ma vedutosi da poi in tanta grandezza, mal potendo coprire la sua occulta religion saracinesca, che fin ora avea celata sotto il manto della cristiana, si scovrì poi, ch'egli odiava in estremo i Cristiani, ed oltremodo amava gli Ebrei ed i Maomettani, mandando sovente messi e doni in Lamecca al sepolcro dell'impostore Maometto. Ruggiero avendo scoperte queste scelleraggini e dubitando, che se con memorando esempio non si correggesse la malvagità di costui era da temere, che non ripullulasse la religion saracinesca in quell'isola, dalla quale con tanto studio e fatiche avea proccurato cacciarne i perfidi Saraceni: fece prender di lui aspro e severo castigo; poichè fatto subito convocare i Sapienti e i Baroni del suo Consiglio, fu da costoro condennato alla pena del fuoco ed avanti il Palazzo regio fu al cospetto di tutti fatto buttare ad ardere nelle fiamme.

Successe da poi nel Regno di Guglielmo a questa carica di Grand'Ammiraglio il famoso Maione di Bari, i cui fatti per ciò che concerne all'istituto di quest'Istoria saranno ben ampio soggetto del libro seguente. Costui innalzato da Guglielmo a' primi onori del Regno esercitava il posto di Grand'Ammiraglio con maggior fasto e con una totale independenza. Ancora egli, per essere eziandio così chiamato dal Re, si firmava: Majo Admiratus Admiratorum; avendo sopra tutti gli altri Ammiragli del Regno la suprema autorità ed il sovrano comando.

Nel che dovrà avvertirsi, siccome altre volte fu detto, che ne' tempi de' Normanni e Svevi, insino che questo Regno fu diviso da quello di Sicilia, quando passò sotto la dominazione degli Aragonesi per quel famoso vespro Siciliano, uno era il Grand'Ammiraglio, che avea la soprantendenza sopra tutti gli altri Ammiragli delle province così dell'uno, come dell'altro Reame; a differenza del Regno di Francia, nel quale da poi che quella Monarchia ebbe acquistata la Provenza, fu diviso in quattro: poich'era uno Ammiraglio in Guienna; l'altro in Brettagna; il terzo in Provenza, il qual sebene non avesse nome d'Ammiraglio, ma di Generale delle Galere, com'è ora quello di Napoli, nulladimeno avea l'istessa potenza degli Ammiragli, dimodochè all'antico Ammiraglio non rimase se non il suo antico lato di Normannia e Piccardia col titolo d'Ammiraglio di Francia indefinitamente[599]. Non così nel Regno di Sicilia, ove uno era il Grand'Ammiraglio e teneva sotto di se tutti gli altri Ammiragli, detto perciò Admiratus Admiratorum, poichè nelle altre parti del Regno di qua e di là del Faro, non solamente le province, ma anche le città aveano i loro particolari Ammiragli, subordinati tutti al primo e Grande Ammiraglio. In fatti in queste nostre province erano molti Ammiragli in un tempo istesso, siccome ce ne accerta la Cronaca Cassinense[600], ove di alcuni di essi sovente accade farsi memoria; e quasi in tutte le città marittime vi risiedeva un Ammiraglio per ciascheduna e questi per lo passato eran creati dal Re, ed aveano cura de' legni e de' vascelli regi. E ne' tempi posteriori de' Re angioini, venivano chiamati Protontini, i quali amministravan giustizia a tutti coloro che viveano dell'arte marinaresca, che risiedevano in quelle città e riviere. Così il Tutino rapporta molte carte, nelle quali molti vengono nomati Ammiragli di diverse città di mare, come Landulfo Calenda Ammiraglio di Salerno, Lisolo Sersale Ammiraglio, ed altri moltissimi. In questa maniera avendo i nostri Re normanni, non meno per terra, che per mare proccurato stabilire il loro Imperio, ed avendo perciò istituito vari Ufficiali, a' quali il governo e la sicurezza del mare, de' porti, del commercio, delle navigazioni, e de' traffichi era commesso proccurarono perciò stabilire ancora molte leggi, dalle quali in decorso di tempo, surse, non altrimenti che si fece de' Feudi, un nuovo corpo di leggi Nautiche appellate; e che col correr degli anni, siccome abbiam veduto, dopo il Jus comune feudale, sorgere una nuova ragione feudale non comune, ma speziale per questo nostro Reame: così ancora per la nautica, oltre il Jus comune, una nuova ragion particolare per queste nostre province.

Delle leggi navali.

Le leggi appartenenti alla Nautica presso i Romani non erano altre, se non quelle, che da' Rodiani appresero: perciò la legge Rodia fu cotanto rinomata, e n'andò cotanto chiara e luminosa in tutto quel vasto Imperio, che gl'Imperadori Tiberio, Adriano, Antonino, Pertinace e Lucio Settimio Severo stabilirono molte leggi approvandole, e dando loro forza e vigore per tutto l'Imperio; onde ne surse il Jus Navale Rodiano, tratto dall'undecimo libro de' Digesti[601], il quale dalla Biblioteca di Francesco Piteo, dove lungo tempo giacque sepolto, fu finalmente pubblicato al Mondo. Ma da poi avendo gl'Imperadori d'Oriente, in Costantinopoli, città per tre suoi lati bagnata dal mare, fermata la loro sede, e le maggiori loro forze collocate nelle armate navali, attesero molto più per mezzo di queste, che d'eserciti terrestri a conservare i loro dominj e le ragioni di quel cadente Imperio, le quali circondate nella maggior loro estensione dal mare, più dall'armate, che dagli eserciti potevano tenersi in sicurezza; perciò di questi ultimi Imperadori d'Oriente abbiamo più leggi attinenti alla nautica ed al commercio del mare, ed alla sicurezza de' porti, e delle navigazioni, le quali furono raccolte parte da Leunclavio, e da Pietro Peckio, e parte ultimamente dall'incomparabile Arnoldo Vinnio, il quale ebbe la cura d'impiegare gli alti suol talenti anche intorno a queste leggi, e sopra l'opera del Peckio aggiungere le sue osservazioni.

Ma queste leggi degl'Imperadori d'Oriente patirono in queste nostre regioni quel medesimo infortunio, che tutte l'altre loro compilazioni. Presso di noi la Tavola Amalfitana, come dice Marino Freccia[602] era quella donde s'apprendevano le leggi attinenti alla nautica; nè è inverisimile, che gli Amalfitani per le spesse navigazioni e continuo traffico, che aveano cogli Orientali, dalle leggi di quegl'Imperadori, e più dalla lunga esperienza, e da' pericoli sofferti in mare, l'apprendessero. E poichè ne' medesimi tempi i Catalani, gli Aragonesi, i Pisani, i Genovesi ed i Veneziani parimente s'erano renduti potenti in mare e celebri, non altrimenti che gli Amalfitani, per le navigazioni nelle parti orientali ed altrove, ne nacque perciò un nuovo corpo di statuti e costumanze, che ora ristretto in un picciol volume, va attorno sotto nome di Consolato del Mare, donde i Naviganti prendon la norma per terminare le lor contese, il che producendo buon effetto ne' sudditi, da ciascun Principe vien approvato; ed i regolamenti in quello stabiliti, come loro particolari statuti e costumanze vengono inviolabilmente osservati.

Questi Capitoli, onde si compone il Consolato del Mare, furono approvati da' Romani, da' Pisani, dal Re Luigi di Francia, dal Conte di Tolosa, e da molti altri Principi e Signori; ed i Re d'Aragona, ed i Conti di Barzellona ve ne aggiunsero degli altri; ed Arnoldo Vinnio non s'allontana dall'opinione di coloro, che narrano questa compilazione essersi fatta a' tempi di S. Lodovico Re di Francia. Fu data poi alle stampe in Venezia da Giovambatista Pedrezano, il quale intitolò questa Raccolta: Il libro del Consolato de' Marinari, e lo dedicò a M. Tomaso Zarmora Console allora in Venezia per l'Imperadore Carlo V; fu da poi nell'anno 1567 ristampato in Venezia stessa, ed è quello, che ora va attorno per le mani d'ognuno; e che nel Tribunale del Grand'Ammiraglio del nostro Regno ha tutta l'autorità e 'l vigore.

Ma i nostri Principi di ciò non soddisfatti, vollero per questo Regno stabilire sopra gli affari marittimi, particolari leggi. L'Imperador Federico II, oltre di quelle che furono inserite nel Codice[603], stabilì molti Capitoli attinenti all'Ufficio dell'Ammiraglio, ne' quali si prescrive al medesimo ciò che deve esser della sua incumbenza, quello che se gli appartiene, e sin dove s'estende l'autorità sua. Ne' tempi de' Re angioini furono aggiunti a' medesimi molti altri Capitoli, per li quali fu in nuovo modo prescritta la sua autorità, come si osserva in quelli stabiliti da Carlo II d'Angiò a Filippo Principe d'Acaja e di Taranto, suo figliuolo quartogenito, quando lo creò Grand'Ammiraglio, che vengon trascritti dal Tutini. Da poi i Re aragonesi accrebbero molte altre cose a' Capitoli de' loro predecessori, che dovea osservar l'Ammiraglio, e molti ne aggiunse Ferdinando I a Roberto S. Severino Conte di Marsico, quando nell'anno 1460 lo creò Ammiraglio, pur rapportati dal Tutino. Ed in tempo degli Austriaci molte prammatiche si promulgarono attinenti a quest'Ufficio, delle quali, quando ci tornerà occasione, non si tralascerà farne memoria.

Tanta e tale era la dignità del Grand'Ammiraglio ne' secoli andati, e cotanto era grande la sua incumbenza, che per regolarla vi fu uopo di tanti provvedimenti finchè ne surse una nuova ragione, nautica appellata. Ma sì sublime Ufficio nel nostro Regno sin da' tempi di Marino Freccia cominciò a decadere dal suo splendore, e molto più ne' tempi men a noi lontani, ed oggi appena serba qualche vestigia della sua grandezza, ritenendo, oltre gli onori e preminenze, un Tribunale a parte da se dipendente, e la giurisdizione sopra coloro che vivono dell'arte marinaresca. Le cagioni di tal declinazione ben s'intenderanno nel corso di questa Istoria, ove si conoscerà, che sin a tanto, che i nostri Re furono potenti in mare, ed insino che i Normanni, gli Svevi, e sopra tutti gli Angioni mantennero molte armate navali, crebbe nel suo maggior splendore; ma da poi diminuite l'armate, e passato il Regno sotto la dominazione degli Austriaci, essendosi introdotta nuova forma e nuovo regolamento dipendente da quello di Spagna, mancò tanta autorità, e passò in parte a' Generali delle galee, sebbene non coll'istessa potenza e prerogative del Grand'Ammiraglio.

§. III. Del Gran Cancelliero.

Non dovrà sembrar confuso e perturbato l'ordine che io tengo in noverando gli Ufficj della Corona, e se, non serbando quello tenuto dagli altri Scrittori, vengo a parlare, dopo il Grand'Ammiraglio, del Gran Cancelliero. So che Marino Freccia diede a quest'Ufficio l'ultimo luogo, se bene non si sappia per qual ragione il facesse, giacch'egli medesimo ne' Parlamenti, e nell'altre funzioni pubbliche, gli dà il sesto luogo, e lo fa precedere al Gran Siniscalco, il quale non siede a lato, ma a' piedi del Re. Altri perciò lo collocano nel sesto luogo dopo il Gran Protonotario; e così questi, come Freccia, danno il secondo luogo al Gran Giustiziero dopo il Gran Contestabile.

Li Franzesi però dopo il Gran Contestabile, collocano il Gran Cancelliero; ed io dico, che gli uni, e gli altri assai bene han fatto di disporgli con questo ordine. Altro è il Gran Cancelliere di Francia, altro fu il Gran Cancelliero di Sicilia a' tempi de' Normanni, ed altro è, e pur troppo diverso il Gran Cancelliero del Regno di Napoli, precisamente se si riguardano i tempi, ne' quali scrissero il Freccia, e gli altri Autori, e più se avrem mira a' tempi nostri.

Hanno le dignità secondo il volere de' Principi, le loro declinazioni, ed i loro innalzamenti: il Principe siccome è l'Oceano di tutte le dignità, così è anche la lor regola e la lor norma; e siccome ben a proposito disse Giorgio Codino[604] degli Ufficiali del Palazzo, egli è lecito a' Principi innovare così le cose, come i nomi a lor modo, ed innalzare ed abbassare secondo loro aggrada.

Il Cancelliero presso i Franzesi era l'istesso, che il Questore presso i Romani nella maniera, che Simmaco[605], e Cassiodoro ce lo descrissero: Quaestor es, legum conditor, regalis consilii particeps, justitiae arbiter. Era per ciò il Capo della giustizia, come il Contestabile Capo delle armi: Principe di tutti gli Ufficiali di pace; Magistrato de' Magistrati, e fonte di tutte le dignità.

Perchè fosse chiamato Cancelliero, non è di tutti conforme il sentimento. Il Vecchio Glossario dice, che fosse così detto, perchè appartenendo a lui l'esaminare tutti i memoriali, che si danno al Principe, avea potestà di segnare ciò che pareva a lui, che potesse aver cammino, e di cancellare le importune dimande, dando di penna su i memoriali con tirar linee sopra di quelli per lungo, e per traverso a guisa di cancelli. Ma questa è una molto strana etimologia, che dovesse prendere il Cancelliere il suo nome più tosto da ciò, ch'egli disfà, che da quello, che fa. Meglio interpretarono Cassiodoro[606] e Agatia[607], che lo derivarono a Cancellis; poichè dovendo questo Ufficiale soprantendere alla spedizione di tutti i rescritti del Principe, sentire tutti coloro, che gli presentavano i memoriali, acciocchè non fosse premuto dal Popolo, ed all'incontro da tutti fosse veduto, soleva stare fra Cancelli, siccome si praticava in Roma ed in Francia; ond'è che Tertulliano soleva dire: Cancellos non adoro, subsellia non contundo.

Tiene egli perciò per sua insegna il suggello del Re, onde appresso i Franzesi è anche nomato Guardasigillo, poichè per le sue mani passano tutti i privilegi, e tutte le spedizioni del Re ch'egli suggella; dando titolo, ovvero lettere di provisione a tutti gli Ufficiali, le quali può egli rifiutare, o differire come gli piace non suggellandole. Quindi il nostro Torquato al Gran Cancelliere d'Egitto gli dà per sua insegna il suggello:

L'altro ha il sigillo del suo Ufficio in segno.

Gode perciò molte insigni prerogative; ha la presidenza al Consiglio di Stato negli affari civili del Regno, onde il Tasso soggiunge:

Custode un de' secreti, al Re ministra

Opra civil ne' grandi affar del Regno.

Ha l'espedizion degli editti, e ogni altro comandamento del Re. Ha la soprantendenza della giustizia, ed egli è il Giudice delle differenze, che accadono sopra gli Ufficj ed Ufficiali, regolando le lor precedenze, e distribuendo a ciascun Magistrato ciò ch'è della sua incumbenza, perchè l'uno non attenti sopra l'altro.

Queste erano le grandi prerogative de' Cancellieri di Francia, donde l'apprese Ruggiero, e del Regno di Sicilia a tempo de' Normanni. Dignità pur troppo eminente, e che gareggiava quasi con quella de' Principi stessi: onde meritamente era a costoro, dopo il Contestabile, dato il secondo luogo.

Il primo Cancelliere, che s'incontra nel Regno di Ruggiero fu Guarino Canzolino molto celebre presso Pietro Diacono nella Giunta alla Cronaca Cassinense[608]: di costui Ruggiero valevasi ne' più gravi affari della Corona, e gli diede la soprantendenza, ed il supremo comando di queste nostre province. Narrasi, che Guarino per lo sospetto, che avea de' Monaci Cassinensi che non s'unissero al partito di Lotario, erasi finalmente risoluto, fattisi venire da Benevento, dalla Puglia, dalla Calabria e da Basilicata molti soldati, ed alcune macchine di guerra, di espugnare Monte Cassino; ma che non guari da poi infermatosi in Salerno, giunto all'estremo di sua vita, mentr'era per uscirgli l'anima dal corpo, gli fossero uscite di bocca gridando queste parole: Ahi Benedetto e Mauro perchè m'uccidete? onde narra Pietro Diacono[609], che nel medesimo tempo Crescenzio Romano Monaco di quel monastero per non esser riputato meno degli altri, tutto sbigottito e tremante dicesse a' suoi Monaci, ch'avea avuta visione, nella quale gli apparve uno spaventevole lago tutto di fuoco, le cui orribili onde s'innalzavano sino al Cielo; e per esse vedea ravvolgersi l'anima del Gran Cancelliere: che eragli sembrato parimente di vedere due Frati alla riva del lago, e dal più vecchio di loro esser dimandato se sapea chi fosse colui, che vedea così dall'onde travagliato, e rispondendo egli del no, gli fu dal medesimo manifestato esser l'anima di Guarino, ch'era condennata a sì fatta pena per aver travagliato i Monaci di Monte Cassino, il quale richiesto chi egli si fosse, rispose ch'era Frate Benedetto; ed in questo destossi Crescenzio, e la vision disparve.

L'altro Cancelliere, che ne' tempi di Ruggiero esercitò quest'Ufficio, fu Roberto, di legnaggio inglese[610]. Ruggiero, come altre volte fu notato, nel governo de' suoi Reami si servì sempre di Ministri di molta dottrina e prudenza, facendogli venire anche da remote parti; e siccome innalzò ad esser Grand'Ammiraglio Giorgio d'Antiochia, così anche sin da Inghilterra chiamò questo famoso Roberto, che oltre averlo impiegato agli affari più rilevanti della sua Corona, e di commettere a lui la difesa di Salerno, quando da Lotario, dal Principe di Capua e da' Pisani fu assediata, gli commise ancora il governo della Puglia e della Calabria; e fu cotanto luminosa la fama della sua saviezza ed integrità, che Giovanni Saresberiense Vescovo dei Carnuti[611], narra di lui un avvenimento da non tralasciarsi in quest'Istoria. Governando questo Gran Cancelliero la Puglia e la Calabria, avvenne che per morte del suo Prelato vacasse la Chiesa di Avellino. Nell'elezione del successore, era di mestieri ricercarsi la volontà e l'assenso del Re, siccome costumavasi in tutte le Chiese cattedrali: Roberto che in nome del Re dovea darlo, ne fu ricercato istantemente da molti; infra gli altri ebbe tre forti pretensori, un Abate, un Arcidiacono, e un secolare della Casa del Re, che teneva un fratello Cherico, i quali fecero con Roberto grandi impegni, e ciascun di essi gli promise grossa somma di moneta se avesse fatto crear il Vescovo secondo il suo intendimento: il Cancelliero volendo schernire la loro malvagità, pattuì con tutti tre separatamente, dando loro ad intendere, che fatto avrebbe quello che ciascun d'essi chiedea; ed avuti pegni e sicurtà de' promessi pagamenti, venne il giorno stabilito alla elezion del Vescovo, nel qual ragunato il Clero d'Avellino con molti Arcivescovi, Vescovi, ed altri Prelati e persone di stima, raccontò Roberto la frode, che coloro commetter voleano; ed avendogli come simoniaci fatti escludere dalla prelatura per sentenza di tutti coloro che colà erano, e riscosso in pena del lor fallo il danaro convenuto, si adoperò poscia, che fosse eletto Vescovo un povero Frate di buona e santa vita, ma che punto a ciò non badava, a cui diede l'assenso.

Il terzo Gran Cancelliero, che incontriamo nel Regno di Ruggiero si fu il cotanto rinomato Giorgio Majone. Nacque costui in Bari d'assai umile condizione, ma dotato dalla natura d'una maravigliosa facondia ed accortezza, fece tanto, ch'essendo figliuolo d'un povero venditor d'olio[612], ebbe modo d'esser posto in Corte nella real Cancelleria, ove dal Re Ruggiero fu prima creato suo Notajo: da poi avendo occupati altri minori ufficj della Cancelleria, fu fatto Vicecancelliero, e finalmente innalzato ad esser suo Gran Cancelliero, e fu cotanto caro a questo Principe, che finchè visse l'adoperò negli affari più rilevanti del suo Regno; e morto Ruggiero, con raro esempio, per le sue arti fu così caro a Guglielmo suo figliuolo, che oltre ad averlo creato Grand'Ammiraglio, pose anche in sua mano tutto il governo del Regno. Sotto i due Guglielmi tennero quest'Ufficio i primi personaggi di que' tempi: tennelo l'Eletto di Siracusa, e da poi Stefano di Parzio Arcivescovo di Palermo.

Cotanta in questi tempi era la grandezza e dignità di questo supremo Ufficio così in Francia, come in Sicilia appresso i Normanni; nè minori eran le sue preminenze nelle Corti d'altri Principi. Ma da poi fu riputato savio consiglio de' Principi di togliergli tante e così eminenti prerogative, con riunirle ad essi donde procederono; del che n'abbiamo un ben chiaro ed illustre esempio nel Cancelliere della Santa Sede di Roma. Ne' tempi antichi ebbe questa Sede un Cancelliere, l'autorità del quale era sì grande, che gareggiava col Papa istesso: veniva perciò occupato da' primi personaggi; e da questo posto regolarmente si faceva passaggio al Ponteficato. Così Papa Gelasio II porta l'epitafio composto da Pietro Pittaviense, avanti d'essere Papa, Archilevita fuit, et Cancellarius Urbis; e narrasi ancora, che Alessandro II quando fu eletto Papa era Cancelliere della Sede Romana.

Ma da poi Bonifacio VIII vedendo l'autorità del Cancelliere in Roma in tanta grandezza, sì che, come dicono molti Scrittori[613], quasi de pari cum Papa certabat, abolì questo Ufficio di Cancelliere in Roma, ed attribuendo la Cancelleria a se medesimo, vi stabilì solamente un Vicecancelliere; onde è che in Roma questo Ufficio di Vicecancelliere non riconosce altro per suo maggiore nella medesima sfera, poichè il Cancellierato al Papa è attribuito; ed essendosi perciò prima quest'Ufficio dato a coloro, che non erano Cardinali, si dissero sempre Vicecancellieri; ma da poi essendosi tornato a darlo a' Cardinali, ritenne ancora questo medesimo nome di Vicecancelliere, ancorchè fosse estinto quello del Cancelliere; non altrimenti che chiamano Prodatario e Vicedatario quel Cardinale che è Prefetto alla Datarìa del Papa, quantunque non esercitasse le veci d'altro Ministro a se superiore; poichè la Cancelleria e Datarìa fu al Papa attribuita.

Per questa medesima ragione solo nel Sesto Decretale si fa menzione del Vicecancelliere, come notò la Glossa[614], e Gomesio sopra le regole della Cancelleria; se bene Onofrio Panvinio al libro de' Pontefici dice, che dal tempo d'Onorio III non vi furono più Cancellieri in Roma, ma solamente un Vicecancelliere.

Non altrimenti accadde nel nostro reame a questo supremo Ufficio di Gran Cancelliere; poichè a tempo del Re Cattolico, e dell'Imperador Carlo V la Cancelleria fu attribuita al Re[615], e fu eretto perciò un nuovo Tribunale amministrato da' Reggenti detti perciò di Cancelleria, i quali esercitano tutto ciò, che prima era dell'incumbenza del Gran Cancelliere, perchè essi sottoscrivono i memoriali, che si danno al Principe, essi pongono mano ai privilegi, essi hanno l'espedizione degli editti, e de' comandamenti del Re. Essi sono li Giudici delle differenze, che accadono tra gli Ufficiali, decidendo le precedenze, e distribuendo a ciascun Magistrato ciò, ch'è della loro incumbenza; presso di essi risiede la Cancelleria, e con essa i scrigni, i registri, e tutto ciò che prima era presso il Gran Cancelliere: hanno perciò un Secretario, e molti altri Ufficiali minori, che si dicono perciò di Cancelleria, di che altrove, quando ci toccherà di trattare di questo Tribunale, ragioneremo.

Quello, che oggi è nella Casa de' Principi d'Avellino, non è che un Ufficio dipendente da questo, di cui ora trattiamo; poichè le sue prerogative si ristringono solamente sopra il Collegio de' Dottori, e le di lui funzioni non altre sono che di promovere al grado del Dottorato, tener Collegio di Dottori a questo fine per esaminare i Candidati, approvargli, riprovargli, e far altre cose a ciò attinenti; poichè presso noi il dare il grado di Dottore non è dell'Università degli Studj, ma del Principe, il quale ne ha delegata questa sua potestà al Gran Cancelliere, e suo Collegio. Molti di questi Cancellieri ebbe la Francia, come il Cancelliere dell'Università di Parigi, ch'era anticamente un Ufficio di tale importanza, che Bonifacio VIII per li grandi affari, ch'egli aveva in Francia se l'appropriò a fin d'avere l'autorità particolare sopra quell'Università principalmente verso i Teologi, i quali dal Cancelliere hanno i gradi, la benedizione e commessione di predicare per tutto il Mondo; ma dopo la morte di Bonifacio, l'Università di Parigi fece tutti gli sforzi per riaver quest'Ufficio, tanto che da Benedetto XI suo successore le fu renduto; onde per evitare per l'avvenire simile usurpazione, fu dato ad una Canonia della Chiesa cattedrale di Parigi[616].

E per questa cagione Marino Freccia trattando di questi Ufficj, avendo avanti gli occhi solamente ciò che si praticava a' suoi tempi, pose il Gran Cancelliero nell'ultimo luogo, poichè il Gran Cancelliero d'oggi, che vien reputato uno de' sette Ufficj del Regno, non è che un rivolo di quel fonte: non esercita, che una delle molte prerogative, che prima adornavano quella dignità essendosi oggi quasi ch'estinto, e attribuita la Cancelleria al Re, che perciò per esercitarla vi eresse un nuovo Tribunal supremo, detto di Cancelleria, amministrato, come s'è detto, da' Reggenti.

Non è però da tralasciare, che in tempo dell'Imperadore Federico II e del Re Carlo d'Angiò, ancorchè quest'Ufficio fosse molto decaduto dall'antico suo splendore, riteneva però la giurisdizione sopra tutti i Cherici del palazzo reale, e sopra tutti i Cappellani regj: di che molto si maravigliava Marino Freccia[617], come un laico sopra i Cherici potesse stender la sua giurisdizione, quando questi, e per ragion divina, canonica ed imperiale sono da' laici esenti; onde per togliere questa, che a lui sembrava stranezza, volle ricercarne le cagioni. Disse che ciò era, perch'essendo questo Regno del patrimonio di S. Pietro, bisognava credere, che i Re anche fossero stati investiti dalla Sede Appostolica di questa prerogativa, e perciò si debbiano reputare, come Ministri e Delegati della Sede Appostolica. Nè ciò deve sembrar strano, e' dice, perchè i Re non devono considerarsi come meri laici, poichè s'ungono, e prima erano anche Sacerdoti. E ciò non bastandogli soggiunge, che Federico e Carlo ebbero specialmente tal autorità dalla Sede Appostolica, acciocchè deputassero un Giudice sopra tutti i Cherici della Casa regale; e che da poi parendo cosa disdicevole, e non decorosa, che un laico come Delegato della Sede Appostolica esercitasse giurisdizione sopra i Cherici, da Alfonso I, si fosse destinato un de' suoi Cappellani per Giudice, il quale esercitando giurisdizione sopra tutti gli altri Cappellani e Cherici della cappella del Re, si fosse perciò detto Cappellano maggiore, e ciò con licenza della Sede Appostolica; onde si fece che non fosse più del Gran Cancelliere quest'incumbenza, ma del Cappellano maggiore.

Ma non dovea cotanto maravigliarsi Freccia, se a questi tempi il Cappellan maggiore era subordinato al Gran Cancelliere, ed assistesse alla sua Cancelleria; poichè in Francia, come rapporta Pietro di Marca[618], praticavasi lo stesso nella linea de' Re carolingi; nel qual tempo nel palazzo regale presedevano il Maestro del Palazzo per le cose dell'Imperio, ed il Cappellano maggiore, detto ancora Arcicappellano per le cose ecclesiastiche e del Sacerdozio, il quale, come avverte Inemaro, Vice Regis in consessu Episcoporum et Procerum jus dicebat, nisi causae gravitas exigeret Regis praesentiam. E non già a tempo d'Alfonso I d'Aragona, ma molto tempo prima si vede essersi distaccata questa preminenza dall'Ufficio di Gran Cancelliere; e fu quando, avendo Carlo I d'Angiò collocata la sua Sede regia in Napoli, fu destinato uno de' suoi Cappellani per Giudice, il quale esercitasse giurisdizione independentemente dal Gran Cancelliere, sopra tutti gli altri Cappellani e Cherici della Cappella regia onde prese il nome di Protocappellano regio, ovvero di Maestro della Cappella regia, e finalmente di Cappellano maggiore; del cui ufficio, siccome dei simiglianti introdotti da Carlo I d'Angiò nella sua Casa regale di Napoli, dovremo nel Regno suo favellare.

Così in decorso di tempo, passate le grandi e molte prerogative di quest'Ufficiale nella Cancelleria del Re; passata ancora quest'altra nel Cappellan maggiore con totale independenza; oggi non rimane altro al Gran Cancelliero, che il conferir i gradi del Dottorato, in legge, teologia, filosofia e medicina, e la soprantendenza nel Collegio de' Dottori[619]. Ritiene bensì l'onere della porpora, di sedere ne' Parlamenti, e nelle altre funzioni pubbliche ove interviene il Re; ma nel sesto luogo, ed a man sinistra allato del Re dopo il Gran Protonotario, e tra i sette Ufficiali del Regno vien anche annoverato.

§. IV. Del Gran Giustiziero.

L'Ufficio del Gran Giustiziero se bene presso i Franzesi fosse subordinato al Gran Cancelliere, ch'era il Magistrato de' Magistrati e Capo di tutti gli Ufficiali di giustizia, e sotto il Regno di Ruggiero la sua autorità non fosse cotanto ampia; nulladimeno avendo Guglielmo suo successore istituito il Tribunal della Gran Corte, e da poi Federico II, avendo stabilito per più Costituzioni che il Maestro Giustiziero, che a quel Tribunale soprastava, fosse il Capo e supremo sopra tutti gli altri Giustizieri delle province, si fece che questo Ufficio non solo fosse riputato un de' maggiori e più grandi del Regno, ma che occupasse il secondo luogo dopo il Gran Contestabile: per questa cagione egli siede il primo alla sinistra del Re, veste di porpora, ed ha per sua particolar insegna lo stendardo; di che presso noi è ancor rimaso vestigio, poichè in congiuntura di doversi eseguire la condanna di alcuno sentenziato a morte, si caccia questo stendardo fuori di un balcone, in segno dell'autorità del Gran Giustiziero. E quanto più da Federico II, fu innalzato il Tribunal della Gran Corte costituendolo supremo e superiore nel Regno sopra tutti gli altri, ove dovessero trattarsi non solamente le cause civili e criminali, ma anche le cause feudali, delle Baronie, de' Contadi, de' Feudi quaternati, e di più tutte le cause d'appellazioni; ed oltre a ciò non solo volle che si riportassero per via d'appellazione quelle, che si erano agitate ne' Tribunali degli altri Giustizieri delle province, ma anche le cause delegate dal Re; avendo sottoposti alla sua giurisdizione tutti i Duchi del Regno, i Principi e tutti gli altri Baroni; ed in oltre che potesse conoscere anche de' delitti di Maestà lesa: tanto il Giustiziero, che avea la soprantendenza di questo Gran Tribunale, crebbe sopra tutti gli altri Ufficiali della Corona, e Gran Giustiziero meritamente appellossi; e Federico in una sua Costituzione[620] lo chiamò perciò luminare majus, per lo splendore del quale si oscurano gli altri minori, onde è che visitando egli le province, cessano gli altri Giustizieri.

Nel che dovrà notarsi, che sin da questo tempo de' Re normanni si cominciò quella divisione delle province, che oggi in gran parte ancor riteniamo, le quali in questi tempi non aveano nome di province, ma di Giustizierati preso da' Giustizieri, da' quali venivano governate[621]; non altrimenti che ne' tempi dei Longobardi, si dissero Castaldati da' Castaldi, che ne aveano il governo. Infatti abbiamo, ne' tempi del Re Guglielmo II, Tancredi Conte di Lecce Giustiziero della Puglia e di Terra di Lavoro; il Conte Pietro Celano e Riccardo Fondano, essere stati Giustizieri delle stesse province[622]. Così sovente ne' tempi posteriori leggiamo ne' registri rapportati dal Tutino[623], che mandandosi questi Giustizieri nelle province, si nominavano perciò non Magistri Giustizieri, o Magni Giustizieri, a differenza del Giustiziero del Regno, ma di quelle sole province delle quali aveano avuto il governo. Così Giovanni Scotto si disse Giustiziere d'Apruzzo, e Guglielmo Sanfelice Giustiziere di Terra di Lavoro, donde le province presero queste denominazioni, e surse lo Justiziariato di Calabria, lo Justiziariato di Puglia, di Terra di Lavoro ed altri, che oggi province si chiamano; anzi in quest'istessi tempi de' Normanni e de' Svevi ancora, sovente una provincia era governata da due Giustizieri, siccome nei tempi di Guglielmo II nella provincia di Salerno vi erano due Giustizieri, Luca Guarna e Filippo da Cammarota. E nell'anno 1197 abbiamo[624], che Roberto di Venosa e Giovanni di Frassineto furono ambedue Giustizieri della terra di Bari. E nel 1225 Pietro d'Eboli e Niccolò Cicala furono Giustizieri di Terra di Lavoro[625]. Il che da poi da Federico II fu in miglior forma mutato e stabilito, che per ciascuna provincia, fosse uno Giustiziero, il quale dovesse avere un sol Giudice ed un Notaio d'atti, che oggi diciamo Mastrodatti, siccome stabilì nella Costituzione Occupatis al libro primo. Ciò che fu da poi ritenuto dagli Angioini, li quali in ciascuna provincia mandavano un solo Giustiziero, che oggi da noi Preside s'appella.

Chi fosse stato nel Regno di Ruggiero Maestro Giustiziero, non abbiamo, che un sol riscontro nell'Archivio della Trinità di Venosa, in un istromento rapportato dal Tutini, ove si legge che nell'anno 1140 fu Giustiziero dei Re Errico Ollia. Ego Henricus Ollia Dei gratia Regalis Justitiarius; ma ne' tempi de' due Guglielmi suoi successori, così presso Romualdo Arcivescovo di Salerno, come nella Cronaca di Notar Riccardo da S. Germano, se ne incontrano molti; come Roberto Conte di Caserta, Ruggiero Conte di Andria e Luca Guarna, come diremo ne' Regni di questi Principi; onde fassi chiaro l'error di coloro, che reputarono questo Ufficio averlo introdotto nel Regno Federico II. Fu sì bene da questo Imperadore in più sublimità e in miglior forma stabilito per mezzo delle sue molte Costituzioni attinenti a quest'Ufficio, non già che egli fosse stato il primo ad introdurlo, come dalle medesime sue Costituzioni ciascuno potrà conoscer chiaramente. Altre leggi furono da poi promulgate a' tempi degli Angioini intorno all'Ufficio del Gran Giustiziero e molti Capitoli abbiamo sopra ciò di Carlo II, che trattano della sua giurisdizione ed incumbenza; ma dovendo di quest'Ufficiale trattare più ampiamente, quando del Tribunale della Gran Corte della Vicaria farem parola, riserbiam perciò in quel luogo di discorrere così del suo incremento, come della sua declinazione; poichè essendosi in decorso di tempo sotto i Principi aragonesi ed austriaci eretti altri Tribunali, siccome quello della Gran Corte perdè sua antica autorità e dignità, così ancora il Gran Giustiziero restò in gran parte spogliato del suo splendore e delle sue preminenze; tanto che oggi è rimaso solo a titolo d'onore, nè ritiene altro se non la precedenza sopra gli altri Ufficiali dopo il Gran Contestabile, di cuoprirsi di porpora nelle funzioni e celebrità pubbliche, e di godere quelli onori e preminenze che godono gli altri Ufficiali della Corona.

§. V. Del Gran Camerario.

Ciò che nel Regno di Francia era chiamato il Gran Tesoriero, per la soprantendenza, che teneva delle Finanze, presso di noi Gran Camerario appellossi, essendo egli il Capo Ufficiale della Camera de' conti del Re. Prima la sua incumbenza era di aver custodia della persona del Re, dentro la sua Camera accomodare il suo letto, aver la cura e il pensiero di provvedere il Re e i suoi figliuoli di abiti: disponere le sentinelle per custodia della persona del Re nella sua Camera, ordinare gli uscieri, distribuire le vesti per la famiglia del Re, e custodire le gioie ed altri monili preziosi, l'oro, l'argento ed i panni di lana o di seta. Ma la sua principal incumbenza era di ricevere tutto il denaro, che si manda alla Camera del Re; soprantendere a tutti gli altri Tesorieri del Regno, levargli ed in suo luogo sostituire altri. Era ancora sua incumbenza di aver notizia di tutte le ragioni appartenenti al regio Fisco, delle rendite, delle gabelle e di tutti gli Ufficiali. Avea perciò giurisdizione sopra tutti li Tesorieri e Commessari delle province, sopra tutti gli erari e Percettori dell'entrate del Regno, e tenea conto del denaro del Re, che a lui per qualunque cagione era da' Percettori inviato, i quali doveano a lui render conto di tutte l'esazioni ed entrate. Quindi avvenne, che siccome in Francia, essendo li Tesorieri dispersi in tutto il Regno, e la loro carica divisa per le province, fu riputato necessario ergere un Tribunale supremo e generale delle Finanze, dove si formasse lo stato intiero di quelle, e se ne facesse il ripartimento a ciascuno de' Tribunali particolari delle province, e dove finalmente tutto si riportasse: così presso di noi surse perciò un nuovo Tribunale supremo e generale delle Finanze, ove tutto si riportasse: Capo del quale era il Gran Camerario, essendo egli il supremo sopra tutti gli altri Ufficiali, che sono impiegati intorno alle cose fiscali, a' diritti ed alle esazioni, rendite e gabelle del Re, come sono i Camerarj delle province, i Portolani, i Secreti, i Doganieri, gli Erarj ed ogni altro, da' quali egli riceve i conti; onde perciò fu appellato Capo ufficiale della Camera de' conti, che ha molta simiglianza al Comes sacrarum largitionum presso i Romani; e siccome presso coloro più erano gli Quaestores pecuniarum, così ancora presso noi più furono i Tesorieri minori, i Camerarj, i Portolani, i Secreti, i Doganieri ed altri, de' quali era incumbenza di raccogliere il denaro del Re. Questo Tribunale in tempo di Federico II e dei Re della Casa di Angiò si reggeva per li Maestri Razionali nella Corte della Regia Zecca; i quali erano detti Maestri Razionali, perchè la maggior loro incumbenza era di invigilare, affinchè i minori Camerarj, Tesorieri, Doganieri ed altri rendessero ragione della loro amministrazione, e ricevevano perciò da essi i conti dell'esazioni fatte e del denaro che mandavano alla Camera del Re.

Grandi privilegi e prerogative furono concedute dal Re Lodovico d'Angiò e da Giovanna I, a questi Maestri Razionali[626], li quali erano anche chiamati M. Razionali della Gran Corte, ed a' tempi de' Re angioini da' personaggi, che sostenevano queste cariche, si vede quanto chiara ed illustre fosse questa dignità; poichè si legge, che il famoso Andrea d'Isernia, il celebre Niccolò Alunno d'Alife, ed altri insigni Giureconsulti sotto il Re Carlo II, Roberto ed altri Re suoi successori furono Maestri Razionali.

A' tempi posteriori degli Aragonesi, il Re Alfonso II, a questo Tribunale unì l'altro da lui eretto della Summaria, il qual si reggeva per quattro Presidenti legisti e due idioti, dandogli un Capo, che vi presedesse in luogo del Gran Camerario, onde prese il nome di suo Luogotenente[627]. Si vide per ciò questo Tribunale in maggior splendore ed autorità; poichè oltre alla cura del patrimonio regale, gli fu data anche la cognizione delle cause feudali, le quali prima s'appartenevano alla Gran Corte. Surse quindi il nome della Camera Summaria, e Presidenti della Summaria, prendendo tal denominazione (senza che ci andiamo lusingando con etimologie più speziose di summa rei, ovvero rationis, come vaneggia Luca di Penna[628], seguitato a torto da Marino Freccia[629], di che a ragione ne fu ripreso dal Reggente Moles) dalla cognizione sommaria, che doveano prendere sopra i conti, declaratorie, o significatorie, che da' Maestri Razionali si spedivano. Onde siccome appresso i Franzesi questo Tribunale si appella la Camera de' conti, ovvero delle Finanze: così presso di noi per l'istessa cagione fu detta Camera della Summaria. Ciò che maggiormente si conferma da un privilegio dell'istesso Re Alfonso inserito nelle nostre prammatiche[630], dove il Re chiaramente dice, essersi questo Tribunale chiamato della Summaria, quod rationes ipsae in Camera per Praesidentes, et Rationales ibidem ordinatos SUMMARIE viderentur: di che ci tornerà occasione di parlare più ampiamente, quando dell'istituzione di questo Tribunale della Camera seguita nel Regno d'Alfonso I, ci toccherà di favellare.

Questo supremo Ufficio di Gran Camerario, siccome è vero ciò che dice Freccia, che fu da Carlo I d'Angiò ristabilito in miglior forma, a somiglianza di quello di Francia: non è però che fosse stato Carlo il primo ad introdurlo, essendo stato conosciuto dai nostri Re normanni e svevi; e di molti Camerarj fassi nel Regno di questi Principi memoria: molti se ne leggono nel Regno di Ruggiero istesso, ma i loro nomi essendo stati a noi involati dall'antichità del tempo, non abbiam potuto qui registrargli. Ben nei tempi di Guglielmo I suo successore, infra gli altri, leggiamo Maestro Camerario del palagio reale, Gaito Joario; dopo la morte del quale fu creato Maestro Camerario Gaito Pietro Eunuco, ambedue Saraceni[631]. Era presso questi il nome di Gaito, nome di Ufficio, che non voleva denotar altro, che Capitano[632]. E nel Regno di Guglielmo II, pur leggiamo, che Gaito Riccardo fu Maestro Camerario del regal palagio[633]; e che Gaito Martino avea cura della regal Dogana. E sotto il medesimo Re pur abbiamo menzione de' Camerari di Calabria, che risedevano in Reggio, fra i quali fu Giovanni Colomeno, di cui ci tornerà occasione di parlare nel Regno di questo Principe[634]. Così ancora ne' tempi de' loro successori Svevi, e nelle Costituzioni di Federico[635] si leggono molte leggi attinenti a quest'Ufficio, così del Maestro Camerario, come degli altri Camerarj inferiori delle province, Doganieri, Maestri Secreti ed altri, de' quali il Toppi tessè lungo catalogo.

Carlo d'Angiò lo ridusse in miglior forma a modo del Regno di Francia, stabilendo un solo Gran Camerario, al quale tutti gli altri Camerarj delle province ubbidissero, ed a cui tutto si riportasse, costituendolo Ufficial supremo di tutte le Finanze. E ci diede molte leggi scritte e stabilimenti intorno alla sua incumbenza, formando un particolar regolamento di questo Ufficio, nel quale non potè nè meno dimenticarsi de' vocaboli franzesi; poichè stabilì, che fosse dell'autorità del Gran Camerario di deputare, sustituire e correggere i Graffieri, de' quali l'incumbenza era scrivere e notare, siccome degli Antigraffieri di controscrivere e notare, che noi ora nel Regno chiamiamo Credenzieri, affinchè non si commettesse frode nell'esazioni. Stabilì ancora i Maestri degli Arresti, onde è che ancora presso noi fosse rimase questo vocabolo franzese, e diciamo perciò gli Arresti della Camera, siccome essi chiamano le determinazioni e sentenze de' loro Parlamenti[636].

Ne' tempi posteriori, e men a noi lontani, cominciò il Gran Camerario a perdere queste tante sue prerogative, ma non già il Tribunale della Camera; perchè reggendosi questo dal suo Luogotenente, co' Presidenti e Razionali della medesima, come che il crearlo non s'appartiene più a lui, ancorchè si chiami suo Luogotenente, ma al Re; quindi è nato che se bene questo Tribunale si fosse innalzato al pari degli altri Tribunali supremi del Regno il Gran Camerario però è oggi rimaso per solo titolo di onore, nè più s'impaccia degli affari del medesimo, ne è della sua incumbenza d'intrigarsi nell'entrate della Camera del Re, ma tutto si fa dal Luogotenente e suoi Ministri, i quali al Vicerè, che è in luogo del Principe, son obbligati dar conto della loro incumbenza, avendo un particolar Tesoriero da chi viene conservato il denaro del Re. Ritiene però le sue preminenze, così nel sedere alla parte sinistra del Re dopo il Giustiziero[637], occupando il quarto luogo, come nelle congiunture solenni di nozze, o altre funzioni pubbliche, di vestirsi di porpora, e tra i sette Ufficj della Corona è ancora annoverato, ed insino agli ultimi tempi se gli pagava il soldo.

§. VI. Del Gran Protonotario.

Pietro Vincenti, che distese un libretto de' Protonotarj del Regno, piuttosto tessè un catalogo di coloro, che esercitarono questa carica nel Regno, che ci descrisse il loro Ufficio ed impiego. Il Protonotario, ovvero Logoteta non vi è dubbio che presso di noi prese il suo principio da' Greci, siccome denota la voce istessa; ma ciò non fa che quest'Ufficio non fosse conosciuto da' Romani sotto altro nome. Nell'Imperio, essendo egli il Capo de' Notai era perciò chiamato Primicerius Notariorum, ed era decorato della dignità Proconsolare, e dopo due anni d'esercizio diveniva illustre. Avea nell'antico Imperio sotto di se tre sorte o gradi di Notai, che sono apertamente distinti nel Codice Teodosiano[638]. I primi erano intitolati Tribuni Praetoriani, et Notarii; ed anche, come l'attesta Cassiodoro[639], erano chiamati Candidati; e questi avevano la dignità de' Conti. I secondi erano semplicemente detti Tribuni, et Notarii; e questi aveano la dignità de' Vicarii. Finalmente i terzi erano chiamati Notarii familiares, ovvero domestici, li quali avevano l'ordine, o dignità della Consularità.

Ma non bisogna confondere questi Nomi con quelli d'oggi, che i Romani appellarono Tabelliones, i quali come diremo, aveano funzioni diverse, ed erano Ufficj differentissimi. Siccome non bisogna confondere l'Ufficio del Gran Protonotario a' tempi de' nostri Re normanni, svevi, angioini ed aragonesi, con quello del Viceprotonotario d'oggi, ristretto alla sola creazione de' Notai e Giudici cartularj, ed alle legittimazioni.

L'Ufficio del Gran Protonotario era ne' tempi di questi Re cotanto illustre, che in gran parte somigliavasi a quello del Primicerio de' Notai presso i Romani. Questi, secondo ce lo descrive Cassiodoro[640] e Giacomo Gottofredo[641], era del Concistoro del Principe, avea il pensiero e la cura di notare tutti gli atti ed i secreti del Principe, che si facevano nel suo Concistoro: per lui uscivan fuori i responsi ed i decreti imperiali, e sovente le orazioni degl'Imperadori fatte al Senato si recitavano dal Primicerio: in breve egli era il Secretario fedele del Principe, a cui non vi era secreto o consiglio, che non si confidasse, e perciò l'obbligo della sua carica lo astringeva continuamente ad assisterlo, e con indefessa applicazione attendere alle spedizioni de' suoi imperiali comandamenti. Teneva perciò sotto di se que' tre gradi di Notaj, che ridotti a forma di Milizie, o di Collegio, militavano sotto di lui, i quali aveano molta somiglianza a' Secretarj d'oggi di Stato, o del Gabinetto e della casa del Re, de' quali favelleremo nel Regno di Carlo II d'Angiò.

Uguale era l'Ufficio e potestà del Gran Protonotario ne' tempi di questi Re. Il suo principal impiego non era già della creazione de' Notai e de' Giudici cartularj, ma d'assistere continuamente appresso la persona del Re, ricevere le preci e i memoriali, che si portavano a quello, sentire nell'udienze coloro che aveano al Re ricorso, e farne al medesimo relazione: per le sue mani passavano tutti i diplomi, e da lui s'istromentavano. Tutte le nuove costituzioni, gli editti e le prammatiche, che il Re stabiliva, erano dal Protonotario dettate e firmate. Ciò che il Principe, o nel suo Concistoro, o in ogni altro suo Consiglio sentenziava o decretava, egli riducevalo in forma di sentenza o di decreto, ovvero in forma di diploma o privilegio[642], e si vide nel Regno di Carlo II, d'Angiò in quanta eminenza arrivasse, quando questo Ufficio era esercitato da Bartolomeo di Capua, per mano del quale passavano i più gravi e rilevanti affari della Corona.

Ma siccome in decorso di tempo il Tribunale della Gran Corte della Vicaria abbassò il Gran Giustiziero riducendolo in quello stato, che oggi si vede, così l'erezione del Consiglio di S. Chiara a' tempi d'Alfonso I Re d'Aragona fece quasi che sparire il Gran Protonotario; e quantunque Alfonso concedendo al Presidente di quello ugual potestà, si dichiarasse ch'egli non intendeva pregiudicare alle preminenze del Gran Protonotario, tanto che o egli, o il suo Viceprotonotario era ammesso a presiedere in quel Consiglio, e sovente a commettere le cause, non altrimenti che faceva il Presidente; nulladimanco a poco a poco l'Ufficio di Gran Protonotario fu ridotto poi a titolo di onore, e rimase fuori di quel Consiglio; e s'arrivò a tale, che dovendo il Gran Protonotario assistere di persona, nè senza nuova permissione del Re potendo elegger altri per Viceprotonotario, che assistesse in suo nome, non concedendosi più dal Re tal facoltà, siccome si legge[643] essersi conceduta da Carlo II a Bartolomeo di Capua: il Viceprotonotario non più si creava da lui, ma a dirittura dal Re, come si pratica tuttavia. Per questa cagione fu introdotto, che il Gran Protonotario, quando era dal Re eletto, pigliava con molta solennità il possesso nel Consiglio di S. Chiara, con intervenire insieme col Presidente, e tutti gli altri Consiglieri in tutte le sentenze, che si profferivano quella giornata; e per questa coerenza s'introdusse ancora, che il Re creava Viceprotonotario l'istesso Presidente del Consiglio, onde quasi sempre si videro queste cariche unite in una medesima persona, come più diffusamente diremo nel Regno d'Alfonso I.

In decorso di tempo essendo innalzati a quest'Ufficio i primi Baroni, non più Giureconsulti, come ai tempi di Bartolomeo di Capua: i Gran Protonotarj, come personaggi d'alta gerarchia, quasi sdegnando d'intervenire di persona nel Consiglio di S. Chiara, i Viceprotonotarj venivano ad assistervi; ma questi poi non essendo più creati da essi, ma dal Re, vennero per ciò affatto i Gran Protonotarj ad esserne esclusi, e di non aver poi parte alcuna in quel Consiglio. Dall'altra parte i Presidenti del Consiglio, l'autorità de' quali era grandissima, esclusero poi i Viceprotonotarj dalle commesse delle cause, e da tutte l'altre preminenze, che rappresentando la persona del Gran Protonotario prima aveano; onde venne a restringersi la loro autorità alla sola creazione de' Notai e de' Giudici cartularj, ed alle legittimazioni, che ora gli rimane.

Ma quantunque l'Ufficio di Viceprotonotario si fosse ristretto a queste tre sole incumbenze: portando la creazione de' Notari e de' Giudici, il visitare i loro privilegi e protocolli, grandi emolumenti: sursero gravi contese fra i Gran Protonotarj, che pretendevano quelli a loro doversi, ed i Viceprotonotarj, che come destinati dal Re, tutti ad essi se gli appropriavano: intorno a che Marino Freccia[644] rapporta una fiera lite, che a' suoi tempi per ciò s'accese fra il Duca di Castrovillari Gran Protonotario, ed il famoso Cicco Loffredo Viceprotonotario. Presentemente tutte queste contese son finite, poichè il Viceprotonotario non riconoscendo da altri, che dal Re quella carica, se l'appropria solo, ed ora l'Ufficio di Gran Protonotario è rimaso a sol titolo d'onore, senza soldo e senza emolumenti; ritiene però gli onori di vestire di porpora, e di sedere ne' Parlamenti nella parte destra del Re dopo il Grand'Ammiraglio.

Ma egli è ben da avvertire, che i Notari d'oggi, la creazion de' quali s'appartiene al Viceprotonotario, non hanno conformità alcuna con que' Notari, delli quali si parla nel Codice Teodosiano, e di cui parla Cassiodoro, i quali, come si è detto, aveano più somiglianza con gli Ufficiali della Secretaria, o Cancellaria del Re, li quali hanno il pensiero degli atti, e delle scritture del Re, che co' Notari presenti, la cui incumbenza si raggira agl'istromenti, ed atti de' privati, ancorchè il lor Ufficio pubblico fosse. Hanno costoro più coerenza co' Tabellioni degli antichi Romani, l'Ufficio de' quali era a questo somigliantissimo; con una sola differenza, che nella persona dei Notari d'oggi si vedono uniti insieme l'Ufficio dei Tabularii, e quello de' Tabellioni.

Presso i Romani coloro, ch'erano destinati ad aver la custodia de' pubblici Archivj, ove si conservavano i pubblici istromenti, ed i monumenti delle cose fatte, si chiamavano Tabularii, poichè il luogo, dove quelli si serbavano, era appellato Tabularium; ed i Greci lo chiamavano Grammatophylacium, ovvero Archium[645]; e sovente la cura di questi luoghi era commessa ai servi pubblici, cioè comprati con pubblico denaro delle città, o delle province; e questi Tabularj, perchè pubblici, non solo per la Repubblica, ma anche per ciascheduno privato potevano intervenire e stipulare, acquistare, e in lor nome prender anche la possessione[646]. L'Imperador Arcadio poi discacciò dal Tabulario i servi pubblici, e comandò che i Tabularj fossero uomini liberi[647], i quali come persone pubbliche potessero stipulare per altri, non altrimenti che il Magistrato[648]. Ma l'Ufficio di questi Tabularj non era altro, che custodire nell'Archivio i pubblici istromenti e monumenti delle cose fatte, e come persone pubbliche di poter intervenire e stipulare per altri.

Li Tabellioni erano quelli, i quali avanti a' Tabularj dettavano e scrivevano i testamenti, e stendevano i contratti, facendone pubblici istromenti[649], che si davan poi a conservare a' Tabularj. Questi Tabellioni erano ancora chiamati Nomici cioè Juris studiosi, perchè in quelli per concepir bene, e dettare gl'istromenti, ovvero testamenti, vi si ricercava ancora qualche perizia delle leggi[650]. Altri interpretarono la voce Nomicus, cioè Legitimus, perchè egli rendeva legittimi tutti gli atti. Che che ne sia, egli è certo, che i Tabellioni, che oggi noi appelliamo Notari, eran tutto altro da' Tabularj, i quali erano preposti all'Archivio, siccome fra di loro vengon distinti da Giustiniano nelle sue Novelle[651], e non bisogna confondergli, come fecero Accursio[652], Goveano[653], e Forcatolo[654].

Queste due funzioni però s'uniron poi nelle persone de' nostri Notari; poichè siccome prima i Tabellioni avanti a' Tabularj scrivevano gl'istromenti, e presso questi nell'Archivio si conservavano: poi fu introdotto, che gl'istromenti o testamenti avanti a' Tabellioni si scrivessero, senza più ricorrere a' Tabularj, e ch'essi medesimi gli conservassero, facendone protocolli, e custodendogli non più ne' pubblici Archivj, ma nelle proprie case. Quindi nacque, che confondendosi quest'uffici, fosse il Notaro riputato persona pubblica, e che siccome i Tabularj potevano stipulare per altri, potessero anch'essi farlo.

Divenne perciò l'Ufficio de' Notari di maggior fede e confidenza: ond'è che i Principi nel creargli vi stabilirono certe leggi, e ricercarono molti requisiti, d'essere incorrotti, e di buona fama, fedeli ed intelligenti; che sappiano scriver bene, ben intendere le convenzioni delle parti per poterle poi nettamente ridurle in iscritto: siano secreti, liberi, cristiani, conoscano i contraenti, e perciò nazionali de' luoghi, ove desiderano esercitare. Quindi richiedendo quest'Ufficio una somma fedeltà, si vide ne' tempi antichi esercitarsi presso di noi da persone nobili; e siccome un tempo non si sdegnavano i Nobili, particolarmente i Salernitani, esercitar medicina, così ancora molti Nobili de' nostri Sedili, non si sdegnarono ne' tempi antichi farsi Notari; e Marino Freccia[655] testifica aver egli veduto molti istromenti, registri, inventarj, ed altri antichi monumenti scritti per mano di Notari nobili, le cui famiglie, egli dice, non voler nominare, per non dar dispiacere a' loro posteri leggendole. Quindi nacque ancora presso i nostri Autori la massima, che per l'esercizio del Notariato, non si perdano i privilegi della Nobiltà, e che non debbano i Notari noverarsi fra gli artegiani[656].

§. VII. Del Gran Siniscalco.

Siccome presso i Franzesi, dopo la suppressione de' Maestri del palazzo, quattro Ufficj della Corona furono grandemente accresciuti, che riguardavano la guerra, la giustizia, le finanze, e la casa del Re; e per quel che si attiene alla guerra, surse il Gran Contestabile, per la giustizia il Gran Cancelliere, e per le finanze il Gran Tesoriero Capo ufficiale della Camera de' conti: così ancora per quel, che riguarda la casa del Re, innalzossi il Gran Maestro di Francia, anticamente chiamato Conte del palazzo, cioè Giudice della casa del Re, ch'ebbe il governamento della medesima.

Non altrimenti nella Corona di Sicilia, oltre gli altri Ufficiali annoverati, si vide ad esempio di quello di Francia il Gran Maestro di Sicilia, chiamato con vocabolo ancor franzese Siniscalco, ovvero Maggiordomo della casa del Re, il quale avea il governamento della medesima, e la cura ed il pensiero di provedere il regio Ospizio di ogni sorte di viveri, secondo il bisogno richiedeva: era ancora della sua incumbenza di provedere delle biade ed altre vittovaglie per li cavalli della stalla del Re, tener cura delle foreste, e delle caccie riserbate per divertimento del Re, de' familiari, ed altri servidori della casa reale, sopra i quali teneva giurisdizione di correggergli, e castigargli eccetto che sopra i Ciambellani, i quali per essere intimi servidori e Cubicularj del Re, che pongono il Re in letto, e lo scalzano, e sono nella Camera secreta del Re, perciò furono esenzionati dalla giurisdizione del Gran Siniscalco, siccome li Collaterali del Re, che erano partecipi del consiglio segreto del Re, e riputati come parte del corpo del Re[657].

Era egli perciò il Giudice della Casa reale, e sotto la cura sua era tutta la famiglia del palazzo regio, e tutti gli altri Ufficiali minori della casa del Re, i quali secondo i particolari loro impieghi assunsero varj nomi; onde sursero molti Ufficj detti non già della Corona, ma solamente per questo fine, della Casa del Re.

Noi a tempo de' Normanni non abbiamo riscontri di questi minori Ufficiali, ma sì bene del Gran Siniscalco, che si disse così per esser il maggiore, e sopra tutti gli altri Siniscalchi minori dell'Ospizio regio; e se bene a' tempi di Ruggiero non abbiamo fra le reliquie dell'antichità, chi fosse stato suo Gran Siniscalco; egli è però che in tempo di Guglielmo I suo successore leggiamo suo Gran Siniscalco Simone cognato del famoso Majone, di cui abbiamo anche memoria presso il Pellegrino[658] al quale anche Guglielmo diede il governo della Puglia[659]; onde non è da dubitare, che quest'Ufficio insieme con gli altri fosse da' Normanni introdotto fra di noi.

Ma siccome ciò è vero, così anche è certissimo, che in tempo degli Angioini, e particolarmente di Carlo II ricevè miglior forma, e su 'l quale furono dati varj provedimenti, e stabilito nuovo modo, e dategli altre incumbenze, secondo la Tabella stabilita per quest'Ufficio, che rapporta Freccia; ond'è che in Napoli si videro sorgere quegli altri Ufficj minori della casa del Re, dipendenti dal Gran Siniscalco: e la ragione si fu, perch'avendo Carlo I d'Angiò fermata la sua regia sede in Napoli, il Gran Siniscalco si distinse sopra tutti gli altri Ufficiali della casa reale, che furono molti: abbiamo perciò nel Regno di questi Angioini sovente memoria de' Maggiordomi della casa reale, de' Maestri de' cavalli regi, de' Maestri Panettieri regi, dei Maestri de' Palafrenieri e della scuderia regia, de' Maestri dell'Ospizio regio, de' Maestri delle razze regie, de' Maestri Massari, e de' Siniscalchi dell'Ospizio regio, siccome ne' tempi di Giovanna I leggiamo: Phichillus Gaetanus Reginalis hospitii Senescallus; e sotto Carlo III si legge: Nobilis vir Bartholomeus Tomacellus miles Regii hospitii Senescallus; e sotto Ladislao si trova Paolino Scaglione Siniscalco dell'Ospizio di detto Re ed altri rapportati dal Tutini[660]. Così ancora Ufficiali della casa del Re subordinati al Gran Siniscalco erano il Preposito della cucina del Re: il Preposito della buccellaria regia. Il Giudice dell'Ospizio regio. I Ciambellani Regj. I Valletti della Nappa del Re. I Cacciatori Regj. Il Custode degli uccelli del Re. I Falconieri del Re, ed altri, de' quali ci tornerà occasione di favellare nel Regno di questi Principi più distesamente.

Ma siccome ne' tempi degli Angioini il Siniscalco per li tanti Ufficiali a se sottoposti fu nel maggiore incremento e sublimità, e furono le sue prerogative ritenute ancora ne' tempi degli Aragonesi, per cagione che questi Re mantennero la loro residenza in Napoli così da poi passando questo Regno sotto la dominazione degli Austriaci, e perdendo questa città il pregio d'esser sede regia, si scemarono in gran parte le prerogative del Gran Siniscalco, e mancarono molti de' soprannomati Ufficiali della Casa del Re, e finalmente per quest'istessa cagione in progresso di tempo restò presso noi a sol titolo d'onore, senza funzione e senz'esercizio.

Per questa suppressione s'innalzarono molti di quegli Ufficj dipendenti da lui, e ad esser riputati (se bene non delli sette della Corona) almeno de' maggiori del Regno, e ad altri non subordinati, come il Maestro delle razze regie, che chiamarono il Cavallerizzo del Re. Il Gran Montiere Maggiore, ovvero il Maestro della caccia del Re, che sopra i Cacciatori regj, e sopra tutte le foreste del Re e caccie ha la soprantendenza; ed altri de' quali ci tornerà occasione di parlare a più opportuno luogo. Nel che non dobbiamo tralasciar d'avvertire, che siccome di quasi tutti gli Ufficiali sinora annoverati possiamo far qualche paragone ed aver qualche riscontro tra gli Ufficiali nella Notizia dell'Imperio: de' Gran Montieri però non bisogna cercarne de' simiglianti, poichè gl'Imperadori romani non erano inclinati alla caccia, come furono i nostri Re, che reputando quest'esercizio proprio della professione delle armi, alle quali erano inclinati, e che sovente perciò non per ministri, ma per essi guerreggiavano: stimarono per la caccia così rendersi esperti de' siti e positure de' monti, valli, poggi, piani, e fiumi, che regolarmente hanno l'istesse positure, e siti in tutta la terra.

Così oggi presso di noi l'Ufficio del Gran Siniscalco per la lunga assenza de' nostri Re dal Reame, tenendo altrove collocata la regia loro sede, è quasi estinto, ed è sol rimaso a titolo d'onore: ritiene bensì nelle congiunture di qualche Parlamento o pubblica celebrità le sue prerogative e preminenze: veste di porpora, e siede nell'ultimo luogo a' piedi del Re, e tra sette Ufficj della Corona è annoverato.

Ecco come Ruggiero stabilisse il suo Regno; ecco quali fossero le leggi e la politia che v'introdusse, gli Ufficiali per i quali veniva amministrato, e come dopo tanti travagli lo riducesse in una ben ferma e tranquilla pace. Ma non contento il magnanimo suo cuore d'avere stabilita in cotal guisa la Monarchia, fu da poi tutto inteso agli acquisti di nuovi Reami e province, ancorchè poste nelle parti più remote e lontane dell'Affrica.

CAPITOLO VII. Spedizione di Ruggiero in Affrica; sue virtù, e sua morte.

Intanto il Pontefice Innocenzio dopo aver governata quattordici anni la Chiesa romana, il dì 24 di settembre dell'anno 1143 morì in Roma molto afflitto per li travagli, che gli diedero gli Arnaldisti ed i Romani, i quali erano entrati nell'impegno di voler riporre la lor patria nell'antica sua libertà, e di ristorare in Roma l'antico Ordine senatorio ed equestre per abbassare l'Ordine ecclesiastico, e per tal cagione facevan continui tumulti contro il Pontefice.

Fu in suo luogo eletto Guido Castello Cardinale del titolo di S. Marco ed acclamato Papa sotto il nome di Celestino II, il quale, appena erano scorsi sei mesi del suo Ponteficato, che insospettito della grandezza di Ruggiero, tentò di rompere la pace fatta dal suo predecessore con questo Principe; ma sopraggiunto poco da poi, il dì 8 di marzo dell'anno seguente 1144 dalla morte, non potè farlo. Crearono i Cardinali per suo successore Gerardo Caccianemico da Bologna Cardinal di Santa Croce, che si nomò Lucio II.

Questo Pontefice, seguitando le pedate di Celestino ebbe animo non ben pacato con Ruggiero, e proccurando questo Principe d'averlo amico, s'abboccarono insieme nel monastero Cassinense; ma non potendo riuscir l'accordo per le difficoltà, che frapposero i Cardinali, il Re entrò ostilmente nello Stato della Chiesa, prese Terracina, e molti altri luoghi della Campagna di Roma[661]: non ci bisognò altro perchè i Cardinali tosto cedessero alle difficoltà frapposte: venne il Papa subito a concordia, il quale avendo conceduto a Ruggiero molte prerogative, gli fu restituita Terracina con gli altri luoghi perduti. Allora fu che questo Pontefice per maggiormente stabilir la Monarchia di Sicilia, oltre di quello, che a Ruggiero era stato accordato da Urbano II gli concedette l'Anello, i Sandali, lo Scettro, la Mitra e la Dalmatica e che non potesse inviar ne' suoi Reami per Legato se non colui, che egli volesse[662] (quantunque il Sigonio[663] dica, che questi ornamenti furono conceduti a Ruggiero nell'anno seguente 1145 da Onorio III non da Papa Lucio II) onde è che in Sicilia i Re vantano d'esser Signori non men del temporale, che dello spirituale; ed in fatti nelle monete, che fece battere Guglielmo I, dall'un de' lati si vede il Re coronato con corona di quattro raggi, avere la Verga in mano, la Stola o Dalmatica avanti il petto incrocicchiata, ed assiso nel regio Trono mostrare i Sandali[664].

(Dalle accuse però, che i Romani portarono all'Imperadore Corrado contro Ruggiero, rapportate da Goldasto[665], si vede, che la concessione della Verga, Sandali ed Anello s'attribuisce a Papa Innocenzio II nell'anno 1140 non già a Lucio II, e molto meno ad Onorio III secondo il parer del Sigonio).

Gli Arnaldisti, che continuavano a travagliar Roma sotto il famoso Arnaldo da Brescia lor Capo, che era stato condannato da Innocenzio II nel Concilio di Laterano, accusarono Lucio a Corrado Re de' Romani, significandogli, che il Papa per mezzo di molta moneta, avea conceduto a Ruggiero queste prerogative, e che s'era perciò con lui, ch'era suo inimico, collegato a suo danno[666].

Fece da poi Ruggiero ritorno in Palermo, ed in questo medesimo tempo gli morì Anfuso Principe di Capua suo figliuolo, il cui Principato egli concedette a Guglielmo, che fece anche Duca di Napoli; e che gli fu poi successore ne' suoi Reami. Agostino Inveges[667] e Camillo Pellegrino[668] rapportano, che fra questi due anni 1142 e 43 gli fosse morto anche Tancredi suo secondogenito Principe di Bari e di Taranto, che fu il primo de' figliuoli che morì, e poi Anfuso terzogenito in quest'anno 1144. Ruggiero in questo medesimo anno tornò in Capua, ove celebrò la primiera generale Assemblea; poichè quella, che avea guari innanzi celebrata in Ariano, fu solo di Prelati e Baroni di Puglia: intervenne nella medesima fra gli altri suoi figliuoli il nominato Guglielmo con gli Arcivescovi, Vescovi ed Abati, ed altri molti Conti e Baroni; nella quale diede molti provvedimenti per lo buon governo del Regno, e compose altresì varie liti, e particolarmente una, ch'era nata fra Giovanni Vescovo di Aversa, e Gualtieri Abate di S. Lorenzo della medesima città sopra la pescagione del lago di Patria[669]; ed il diploma è rapportato dal Chioccarelli[670].

Morì poco da poi nell'anno 1145 in Roma Papa Lucio II, e Bernardo Abate di S. Anastagio, discepolo di S. Bernardo, fu eletto in suo luogo da' Cardinali, sotto nome di Eugenio III, il quale con tutto che i Romani e gli Arnaldisti non cessassero di inquietarlo, avendo avviso che in Soria le cose de' Cristiani andavano di male in peggio, si rivolse a soccorrere quei santi luoghi, e per mezzo delle sue lettere e delle persuasioni di S. Bernardo mosse l'Imperador Corrado e Lodovico Re di Francia a gire con grande e poderosa armata in Terra Santa. Ruggiero non volle entrare a parte in questa lega, perchè si faceva per conservare il Regno di Gerusalemme a Balduino III quando egli, come fu detto, era stato sempre istigato da Adelaida sua madre alla conquista del medesimo; onde avendo posti i suoi Regni in tranquilla e sicura pace, per esser egli d'animo grande ed avido di regnare, pensò stendere le sue conquiste in altre più remote parti. Si accinse per tanto all'impresa dell'Affrica, ed avendo ragunata in Sicilia una grande armata se ne passò con essa nel Reame di Tunisi, ed assaltato quel Re, gli tolse la città di Tripoli, Affrica, Stace e Cassia, e 'l travagliò di modo anche negli altri luoghi del Regno, che il costrinse, pacificandosi con lui a pagargli ogni anno il tributo[671], che per trenta anni continui così a lui, come al suo figliuolo Guglielmo fu pagato; onde avvenne come rapporta Inveges[672], che la Chiesa tripolitana d'Affrica si rendesse suffraganea a quella di Palermo. Ruggiero tutto glorioso per aversi reso tributario il Re di Tripoli, per sua impresa militare si servì di quel verso, che lo fece anche scolpire nella sua spada:

Appulus, et Calaber, Siculus mihi servit, et Afer.

Portò ancora le sue vittoriose armi in Grecia; poichè essendo a questi tempi morto l'Imperador Calojanne, e succeduto nell'Imperio Emanuele suo figliuolo, questi inviò suoi Ambasciadori al Re, richiedendolo d'imparentarsi seco, e Ruggiero per porre in effetto tal domanda, inviò in Costantinopoli altresì suoi messaggieri; ma il perfido Greco cangiatosi di pensiero, dopo avergli un pezzo tenuti a bada, fece anche porgli in prigione; di che fortemente sdegnatosi Ruggiero, posto insieme grosso stuolo di vascelli in Otranto, gl'inviò con molti suoi baroni in Grecia, sotto il comando di Giorgio d'Antiochia suo Grand'Ammiraglio, il quale presa la città di Mutine, assaltò l'isola di Corfù; e passato quindi colla sua armata alla Morea, e da poi scorrendo nel seno Saronico appresso Cenerea Porto di Corinto, pose a ferro e fuoco tutti que' campi; indi diede il guasto in tutta l'Acaia e ruinò Tebe, nè lasciò luogo alcuno ne' contorni di Negroponte, nè di Boezia che non danneggiasse; donde, oltre alle ricche prede, trasse parimenti i Maestri, che sapeano comporre drappi di seta e seco poscia in Sicilia, ed in queste nostre province gli condusse, non essendo prima di que' tempi pervenuta notizia di tal arte in Italia; e se non fosse stato impedito da' Veneziani, i quali richiesti dall'Imperador Emanuele erano venuti con sessanta galee in suo soccorso e l'obbligarono a tornarsene in Sicilia, avrebbe portato le sue vittoriose insegne insin sotto le mura di Costantinopoli.

Ma tutti questi trionfi furono conturbati dalla morte d'Errico suo quintogenito, rimanendogli ora, di tanti figliuoli, sol due, Ruggiero Duca di Puglia e Guglielmo Duca di Napoli e Principe di Capua. Camillo Pellegrino dice, Errico esser morto in età molto infantile, ma con manifesto errore, poichè se fu figliuolo della Regina Albiria, e questa morì nell'anno 1134, per certo Errico a questo tempo era almeno giovanetto di 14 anni. E s'accrebbero i travagli, quando scoverse, che l'Imperador Corrado in quest'anno 1149 s'era a suoi danni confederato coll'Imperador Emanuele, e quando poco da poi nel medesimo anno gli morì Ruggiero Duca di Puglia; vedendosi tra pochi anni privo di quattro figliuoli, rimanendogli solo Guglielmo, al quale per la morte di Ruggiero diede il Ducato di Puglia[673]. Pensò il vedovo Re casarsi perciò di nuovo, e prese per moglie Sibilia sorella del Duca di Borgogna; ma questa Principessa nell'anno seguente 1150 trapassò anch'ella in Salerno, e fu sepolta nella chiesa della Trinità della Cava, dove ancor ora s'addita il suo tumulo[674].

§. I. Coronazione di Guglielmo I, e morte di Papa Eugenio e dell'Imperador Corrado, a cui succedette Federico Barbarossa.

Ruggiero vedutosi così solo assunse per suo collega Guglielmo, e lo fece coronare ed ungere Re di Sicilia in Palermo in quest'istesso anno 1150 la qual cerimonia si fece da Ugone Arcivescovo di Palermo, onde Inveges[675] rapporta, che se bene la famiglia Caravella pretenda esser di suo diritto il coronare i Re di Sicilia, i Palermitani però glie lo contrastano, dicendo questa ragione non esser d'altri, che del loro Arcivescovo. Che che ne sia, dal 1150 nelle scritture si noverano gli anni del Regno di Guglielmo, nel quale il padre l'associò. E Ruggiero, morta Sibilia così di repente, senza che vi avesse potuto generar figliuoli, tornò a maritarsi, e prese per moglie Beatrice sorella del Conte di Retesta, la quale dopo la sua morte rimanendo gravida gli partorì Costanza che tolse per marito, essendo d'anni 30 e non mai stata monaca, come con errore hanno scritto multi Autori, Errico di Svevia, che per sua cagione divenne poscia Re di Sicilia, come al suo luogo più diffusamente diremo; quindi si vede quanto fosse favoloso ciò che si narra di Ruggiero e delle richieste da lui fatte all'Abate Gioachimo intorno a' vaticinj, che si contano fatti dal medesimo sopra Costanza; ond'è, che altri, come il Villani, non a Ruggiero, ma a Guglielmo riferiscono quegli avvenimenti.

Morì nel seguente anno 1151 l'Imperador Corrado in Alemagna nella città di Bamberga, non senza sospetto che fosse stato avvelenato per opra di Ruggiero, per l'inimicizia che sempre tennero fra di loro, siccome tutti gl'Imperadori ebbero co' Re di Sicilia, per conciliar i quali non bastarono le interposizioni di Pietro Abate di Clugnì, uomo in questi tempi per la sua bontà e dottrina assai celebre e rinomato. Fu eletto successore il suo nipote Federico Duca di Svevia detto Barbarossa prode e savio Principe, i cui fatti ci somministreranno ben ampio soggetto nel seguente libro.

Fu seguitata nell'anno seguente 1152 la morte di Corrado da quella d'Eugenio, il quale dopo aver racchetate le cose di Roma, essendo stato in questa città lietamente accolto, anch'egli poco da poi se ne morì, ed in suo luogo fu nel 1153 creato Pontefice il Cardinal Corrado romano, e fu nomato Anastasio IV.

Ruggiero intanto, dopo aver per opra de' suoi Capitani conquistata in Affrica la città d'Ippona celebre al Mondo per avervi in quella Cattedra seduto il grande Agostino, messi da parte i pensieri della guerra, fermatosi in Palermo, lasciò in questi altri due anni di vita che gli rimasero, monumenti perenni, non meno della sua magnificenza, che della sua pietà; poichè oltre aver edificato un magnifico Palagio in Palermo, ed aver ivi eretta una nobil Cappella regia sotto il titolo di S. Pietro; ed in Messina un'altra chiesa dedicata a S. Niccolò: fondò in Bari un magnifico tempio a Niccolò Vescovo di Mira.

Eransi, come si disse, sin dall'anno 1078 trasferite in Bari l'ossa di questo Santo; ed ora si resero di stupore al Mondo, per lo liquore che si vide grondar da loro: crebbe la fama del portento, ed in questi tempi si rese perciò questo santuario, e Bari cotanto celebre in Oriente, che portava venerazione agl'istessi Imperadori Greci, come si vide dell'Imperador Emanuele, il quale nelle sue Novelle fece ancor memoria di sì insigne miracolo. Ruggiero, tratto da divozione, sovente portavasi in Bari, ond'è, che graziosamente confermasse a' Baresi le loro consuetudini; ed eresse quivi al Santo questo magnifico tempio, con dichiararlo sua cappella reale[676], nè volle, che fosse sottoposto all'Arcivescovo della città, ma assolutamente al Pontefice romano, creandovi il Priore, e molti Canonici: l'arricchì di molte rendite di castelli, ed altri poderi: la qual cosa si scorge da una scrittura in marmo, che colà si vede benchè il Beatillo, che ha scritta l'Istoria della città di Bari, e la vita di detto Santo, non faccia menzione alcuna di tal fatto, dando a detta chiesa e priorato più antico e diverso principio. Altri vogliono, che Carlo d'Angiò, non Ruggiero istituisse quel priorato, e dichiarasse cappella regia quel Tempio; di che altrove ci tornerà occasione di ragionare.

Donò ancora Ruggiero molti nobili arredi d'oro e d'argento alla cappella di S. Matteo in Salerno, ed il dominio di molte terre; ed altri ricchi doni al Monastero della Trinità della Cava; ed ancorchè non gli piacesse usar la forza co' Saraceni e Giudei ch'erano in Sicilia per la loro conversione, usava però gran diligenza ed industria, che ne' suoi Reami si convertissero alla fede di Cristo.

Ma ecco, che questo Principe, dopo essersi reso cotanto chiaro ed illustre al Mondo per li suoi fatti egregi, ammalatosi nel principio di quest'anno 1154 nel mese di febbrajo lasciò in Palermo la terrena spoglia in età di 58 anni di sua vita[677]: breve età alle magnifiche cose da lui adoperate; la cui morte fu poco da poi nel mese di dicembre del medesimo anno seguitata da quella del Pontefice Anastasio, nel cui luogo fu eletto Adriano IV.

Principe veramente grande e glorioso, che le sue magnanime imprese lo innalzarono ad essere uno dei più potenti e grandi Re della terra, che pose terrore non meno agl'Imperadori d'Occidente che d'Oriente, e che seppe in mezzo a questi due potenti Imperj far sorgere il suo Regno, a' medesimi di spavento: egli provido di Consiglio e valoroso nelle armi, usò non men somma costanza nell'avversa fortuna, che moderazione nella prospera. Amicissimo non meno d'uomini valorosi nell'arme che nelle lettere, che sin da' remoti e lontani paesi fattigli a se venire, gl'innalzò a' primi onori del Regno. Egli saggio facitore di nuove leggi governò con somma giustizia i suoi Stati. Careggiò, ed amò sommamente i Francesi, traendo di Francia i suoi maggiori il legnaggio. Della sua pietà lasciò ben chiari monumenti, e se bene altri l'incolpa d'aver usata troppa crudeltà con suoi nemici e rubelli: ciò però non era in lui da biasimare; poichè usò tutte quelle arti, ch'eran proprie e necessarie ad un Principe, che intendeva stabilire un nuovo Regno.

So che S. Bernardo, e l'Imperadore Emanuele parlarono di lui come d'un Tiranno e d'un usurpatore: ma il primo seguendo il partito d'Innocenzio e di Lotario, fecesi lecito di quelle cose, che gli dettavano allora la sua fazione: come si vide chiaro, che pacificato Ruggiero con Innocenzio, finirono l'usurpazioni e le tirannidi, delle quali prima dalla fazione d'Innocenzio e di Lotario era incolpato; ond'è che si leggano dell'istesso Bernardo molte lettere scritte da poi a Ruggiero piene di molte lodi, che dà a questo Principe. Ed il nostro moderno Istorico napoletano, non prima di questa pace, dice che Ruggiero da pessimo si fece buono; poichè presso gli Scrittori di questa tempra, il Principe pessimo è colui, che per difendere le supreme sue regalie, si oppone a' Pontefici romani, siccome il buono è quello, che s'umilia e che cedendo, proccura con loro aver pace. Dall'Imperador Emanuele non poteva aspettarsene il contrario per esser suo capital inimico, siccome furono tutti i Principi normanni agli Imperadori d'Oriente per le continue guerre che arsero infra di loro; quindi fu, che la Principessa Anna Comnena trattò come un ladrone il famoso Roberto Guiscardo per la crudel guerra, che mosse ad Alessio Comneno suo padre.

So ancora che altri riprendono questo Principe per aver seguito le parti d'Anacleto falso Pontefice e rifiutato Innocenzio; ma dovrebbero avvertire, che imputando ciò a Ruggiero, vengono anche ad incolpare quasi tutto il Mondo cattolico, che credette allora Anacleto, non Innocenzio esser il vero Papa. Furono creati amendue nell'istesso giorno, e se bene Innocenzio fosse stato il primo eletto, nulladimanco Anacleto ebbe maggior numero di voti; nè poterono giovare ad Innocenzio i suffragi de' Cardinali, i quali dopo aver eletto Anacleto passarono al suo partito. Il Popolo romano, ed i principali di quella città, se bene prima aderissero ad Innocenzio, nulladimanco per più manifesti divolgarono da poi al Mondo, che essi avendo conosciuta poi la verità, aveano Anacleto per vero Pontefice. I Monaci Cassinensi col loro Abate per tale anche lo tennero: molti Vescovi e Cardinali ed i maggiori Prelati della chiesa, favorivano le parti d'Anacleto. Così anche fecero molti altri Principi e Regni; e la Francia prima del Concilio ragunato a Stampis, città posta tra Parigi ed Orleans, che determinò a favor d'Innocenzio, n'era in gran dubbio. Errico Re d'Inghilterra, avea gran timore se riconosceva Innocenzio per Pontefice, ed insino che S. Bernardo non lo assicurasse in sua coscienza, non volle riceverlo per tale[678]. E se la Germania seguì le parti sue, fu mossa più dall'impegno di Lotario, che dal non averne dubbio. La verità non poteva allora porsi in chiara luce fra le tante e sì contrarie fazioni che l'avean tutta involta: fu il Mondo allora spettatore d'una lagrimevol tragedia: Innocenzio da un canto scomunicava Anacleto co' suoi aderenti: dall'altro Anacleto scomunicava Innocenzio co' suoi seguaci: contendevan insieme Bernardo e Pietro Pisano, e questi era non men del primo riputato savio e dotto. Molte dispute insorsero tra i più gravi Teologi di que' tempi, tanto che per l'impegno di ciascheduna delle parti, rimase la cosa almen dubbia presso le genti. Nel qual dubbio, come ben disse S. Antonio[679] parlando dello scisma accaduto tra Urbano VI e Clemente VII ancorchè sia necessario di credere, che siccome è una la chiesa cattolica e non più, così ancora uno debbe essere il suo capo e non più; con tutto ciò se accade per qualche scisma crearsi in un medesimo tempo più Papi, non è necessario per la salute di credere assolutamente questo o quello, ma solamente uno d'essi, che fosse legittimamente eletto: e l'indagare chi delli due fosse legittimamente eletto, non siam obbligati di farlo, nè di saperlo: ed i Popoli in ciò devono seguire i suoi maggiori, e ciò che fanno i Prelati delle loro regioni; onde questo stesso Scrittore non imputa a peccato a S. Vincenzo Ferreri del suo medesimo ordine, il quale quasi tutto il corso di sua vita consumò in Avignone sotto l'ubbidienza di Benedetto XIII che quivi avea trasferita la sua Corte, ancorchè gl'Italiani e con essi molte altre Nazioni, lo reputassero Apostata e Scismatico, avendo Urbano per vero Pontefice; poichè fu per errore ed ignoranza di fatto, che gli fece credere, che Benedetto fosse tale; ed un semplice errore non fa niuno nè eretico, nè scismatico: tanto più in cosa cotanto intrigata e dubbia, e sovente molte cose ci possiam far lecite quando sia dubbio, che non dovremmo, quando la cosa fosse esposta in chiara luce. Se alcuna ombra di colpa rendè men chiari i pregi di questo Principe, solo fu, perchè anche da poi che quasi tutto il Mondo riconobbe Innocenzio per vero Pontefice, ed anche da poi morto Anacleto, volle pertinacemente mantener l'impegno, con far in suo luogo crear altri; ma ben è chiaro che non lo fece per altro che per fini di Stato, non di religione: voleva tenere per cotal via depresso Innocenzio suo inimico implacabile, con mantener ancor viva la fazion contraria, affinchè Innocenzio si riducesse ad aver con lui pace. Ma ciò non bastò all'ostinato Pontefice, il quale volle egli porsi alla testa d'eserciti armati per fargli guerra e ruinarlo. Ma tutto al rovescio andò la bisogna, fu egli preso in battaglia e fatto suo prigioniero. Questo fatto maggiormente fece rilucere la pietà di Ruggiero, che con tutto che avesse potuto usar sopra di lui le leggi della vittoria, lo riverì e lo riconobbe allora come Vicario di Cristo, con lui volle aver pace, e fu da poi il maggior difensore, ch'avesse la Chiesa romana contro gli sforzi degl'Imperadori non meno d'Oriente che d'Occidente, siccome lo era stato il famoso Roberto Guiscardo, e lo furono i due Guglielmi suoi successori.

Non lasciò altri figliuoli questo Principe dalle tante mogli ch'ebbe, toltane Costanza sua postuma, che Guglielmo suo successore nel Regno, e prevedendo che, siccome lo lasciava erede ne' Regni, non poteva sperarne che da lui ereditasse le sue virtù, vedendosi con suo cordoglio mancare tutti gli altri suoi figliuoli, e che la morte togliendo i migliori, lasciava stare i rei, l'associò ancor vivente al Regno e volle averlo per collega, affinchè regnando insieme, apprendesse da lui l'arte di ben reggere i Popoli a se da Dio commessi.

Lasciò bensì dalle quattro concubine, che ebbe in varj tempi alcuni figliuoli. Erra il Fazzello, che scrisse, che Tancredi Principe di Bari, o di Taranto fosse figliuolo d'una concubina di Ruggiero[680]; poichè questi come si disse fu suo figliuolo legittimo, natogli da Albiria sua prima moglie. Nè l'altro Tancredi, che fu il quarto Re di Sicilia, fu figliuol di questo Ruggiero Re, fu bensì suo nipote nato da Ruggiero suo primogenito Duca di Puglia; onde quali figliuoli da questa prima concubina Ruggier lasciasse, non se ne ha niente di certo. Dalla seconda ebbe Simone, al quale il padre lasciò in testamento il Principato di Taranto: ma il Re Guglielmo suo fratello glielo tolse, e gli diede il Contado di Policastro. La terza fu madre di Clemenzia Contessa di Catanzaro, che prima si maritò con Ugone di Molino Conte di Molise, e da poi fu pretesa da Matteo Bonello genero del Grand'Ammiraglio Majone. La quarta fu madre di colei, che la Regina Margherita moglie del Re Guglielmo I casò con Errico suo fratello bastardo, con dote del Contado di Montescaglioso.

Nè deve sembrar strano, se questo Principe cotanto religioso, avesse anche tenute nel suo palazzo le concubine: non era in questi tempi il concubinato un nome cotanto vergognoso, come oggi si sente. Prima presso i Romani, come altrove fu notato, era riputato una congiunzion legittima, e le concubine erano quasi che mogli, siccome il concubinato era chiamato semimatrimonio. E quando non si faceva difficoltà a' Preti di potersi ammogliare, era anche a costoro permesso di aver una, o sia moglie, o concubina, come si legge nel Concilio Toletano I. Quindi poi nacque che non avendo la Chiesa latina voluto permetter a' Preti le mogli, come la greca, si stabilirono da poi tanti Concilj per togliere ancora a' medesimi l'uso delle concubine, il qual costume però bisognò per più secoli travagliare per estirparlo, cotanto avea poste profonde radici, come in altre occasioni si disse; ma ne' laici durò il concubinato per molti secoli; e sebbene in Oriente Lione per mezzo d'una sua Novella lo proibì affatto; la qual fu da poi rinovata da Costantino Porfirogenito: in Occidente però i Longobardi lo ritennero, siccome molte altre Nazioni; e Cujacio rapporta, che sin ne' suoi tempi, alcuni Popoli della Francia presso i Pirenei ancor lo ritenevano. I Normanni che furono esatti osservatori delle leggi e costumi de' Longobardi, anche lo ritennero; onde non dee recar maraviglia, se Ruggiero oltre alle mogli, avesse nel suo palazzo avuto anche delle concubine in tempi diversi; non essendo stato mai permesso, che in un istesso tempo avesse alcun potuto avere e moglie e concubina, ovvero due mogli, o due concubine insieme, se non presso gli Ebrei ed i Turchi, appo i quali la poligamia non fu vietata; onde siccome era loro permesso tener più mogli, così anche si facevan lecito aver più concubine. Fu ne' tempi posteriori dalle leggi civili tolto affatto il concubinato, e da più Concilj tenuti da poi indifferentemente a tutti proibito e vietato; tanto che oggi è riputato non già, come prima, una congiunzion legittima ed onesta, ma vergognosa ed opprobriosa, in maniera che ora hassi più in orrore il tener la concubina, che commetter adulterj, incesti e stupri, e contaminarsi d'altre più nefande libidini. Così il tempo muta le cose, e fa che quel, che prima era onesto, rendasi poi biasimevole e vergognoso.

FINE DEL VOLUME TERZO.

[ TAVOLA DE' CAPITOLI] CONTENUTI
NEL TOMO TERZO

[LIBRO OTTAVO] pag. 5
[Cap. I.] Ottone riordina il Regno d'Italia: sue spedizioni contra i Greci; ed innalzamento del Contado di Capua in Principato 10
[Cap. II.] Ottone II succede al padre: disordini nel Principato di Salerno, nel quale finalmente vi succede Pandulfo 20
[§. I.] Cognomi di famiglie restituiti presso di noi, che per lungo tempo erano andati in disuso 28
[§. II.] Spedizione infelice d'Ottone II contro a' Greci; e morte di Pandulfo Capo di ferro 33
[Cap. III.] I Greci racquistano maggior vigore nella Puglia e nella Calabria, ed innalzamento del Ducato di Bari, sede ora dei Catapani 40
[Cap. IV.] Ottone III succede nel Regno, e nell'Imperio: nuove rivoluzioni accadute perciò in Italia, ed in queste nostre province: e sua morte 52
[Cap. V.] Instituzione degli Elettori dell'Imperio, ed elezione d'Errico Duca di Baviera 61
[Cap. VI.] Politia ecclesiastica di queste nostre province per tutto il decimo secolo infin alla venuta de' Normanni 71
[Principato di Capua] 73
[Principato di Benevento] 74
[Principato di Salerno] 80
[§. I.] Disposizione delle Chiese sottoposte al greco Imperio, restituite poi da' Normanni al Trono romano. Puglia 85
[Calabria] 92
[Otranto] 94
[Ducato di Napoli e di Gaeta] 96
[Ducato d'Amalfi e di Sorrento] 98
[LIBRO NONO]
[Cap. I.] Fondazione della città d'Aversa, ed istituzione del suo Contado nella persona di Rainulfo Normanno I Conte d'Aversa 102
[§. I.] Venuta de' figliuoli di Tancredi Conte di Altavilla. Morte di Corrado il Salico, e sue leggi 130
[Cap. II.] Conquiste de' Normanni sopra la Puglia 141
[§. I.] Di Guglielmo Braccio di ferro I Conte di Puglia, creato l'anno 1043 154
[§. II.] Di Drogone II Conte di Puglia 161
[§. III.] Prime investiture date dall'Imperador Errico a' Normanni 166
[Cap. III.] Origine delle nostre papali investiture: Spedizione infelice di Lione IX contro i Normanni: sua prigionia e morte 171
[Cap. IV.] Conquiste de' Normanni sopra la Calabria: Papa Stefano successor di Lione vi s'oppone; ma morto opportunamente in Firenze, vengon rotti i suoi disegni 195
[§. I.] Roberto Guiscardo è salutato I Duca di Puglia e di Calabria 201
[Cap. V.] Il Principato di Capua tolto a' Longobardi, passa sotto la dominazione de' Normanni d'Aversa 206
[LIBRO DECIMO]
[Cap. I.] Il Ducato di Bari passa sotto la dominazione de' Normanni 228
[Cap. II.] Conquiste de' Normanni sopra la Sicilia 232
[Cap. III.] Conquiste di Roberto sopra il Principato di Salerno ed Amalfi 242
[Cap. IV.] Il Principato di Benevento passa interamente sotto la dominazione de' Normanni, e la città di Benevento alla Chiesa romana 247
[Cap. V.] Litigi ch'ebbe l'Imperador Errico con Papa Gregorio, il quale ricorre al Duca Roberto, che lo libera dall'armi dell'Imperadore 252
[§. I.] Investitura data da Gregorio VII al Duca Roberto 262
[Cap. VI.] Conquiste del Duca Roberto in Oriente: sua morte, seguita poco da poi da quella di Gregorio VII 264
[Cap. VII.] Boemondo travaglia gli Stati di suo fratello: Amalfi e Capua si sollevano; ed origine delle Crociate 272
[Cap. VIII.] Urbano II fa suo Legato il Conte Ruggiero; onde ebbe origine la Monarchia di Sicilia 283
[§. I.] Concilio tenuto da Urbano in Bari, e sua morte seguita poco da poi da quella del Conte Ruggiero, e d'altri Principi 296
[Cap. IX.] Litigi, ch'ebbe l'Imperador Errico IV con Papa Gelasio II. Investiture date da questo Pontefice a' nostri Principi normanni; e scisma fra Calisto II e Gregorio VIII 302
[Cap. X.] Lotario Duca di Sassonia succede nell'Imperio d'Occidente per la morte d'Errico; ed unione di tutte queste nostre province nella persona di Ruggiero Gran Conte di Sicilia, per la morte di Guglielmo Duca di Puglia 308
[Cap. XI.] Leggi longobarde e feudali ritenute da' Normanni. Le discipline risorgono nel Regno loro per gli Monaci Cassinensi, e per gli Arabi in Salerno 312
[§. I.] Prime raccolte delle leggi longobarde; e loro Chiosatori 318
[§. II.] Le discipline risorgono fra noi per opera de' Monaci Cassinensi 326
[§. III.] Della Scuola di Salerno famosa a questi tempi per lo studio della filosofia e della medicina introdotte quivi dagli Arabi 329
[Cap. XII.] Politia ecclesiastica di queste nostre province per tutto l'undecimo secolo, insino a Ruggiero I Re di Sicilia 344
[§. I.] Monaci, e beni temporali 349
[LIBRO UNDECIMO]
[§. I.] Investitura d'Anacleto data a Ruggiero I Re di Sicilia 375
[Cap. I.] Papa Innocenzio II collegatosi coll'Imperador Lotario move guerra al Re Ruggiero. Il Principe di Capua, ed il Duca di Napoli s'uniscono con Lotario, sono disfatti, e Ruggiero occupa i loro Stati 378
[§. I.] Lotario cala la seconda volta in Italia; ed abbatte le forze di Ruggiero 389
[Cap. II.] Ritrovamento delle Pandette in Amalfi; e rinovellamento della giurisprudenza romana, e de' libri di Giustiniano nell'Accademie d'Italia 394
[Cap. III.] Il Re Ruggiero prosiegue la guerra con Innocenzio: morte d'Anacleto, seguita poco da poi da quella di Lotario Imperadore, e di Rainulfo Duca di Puglia: Ruggiero ricupera le città perdute; e tutte queste province col Ducato napoletano al suo Imperio si sottomettono. Innocenzio è fatto prigione, e pace indi seguita tra lui, e 'l Re, al quale finalmente concede l'investitura del Regno 405
[§. I.] Il Ducato napoletano, Bari, Brindisi, e tutte le altre città del Regno si sottomettono al Re Ruggiero 419
[Cap. IV.] Il Regno è stabilito, e riordinato con nuove leggi ed Ufficiali 427
[Cap. V.] Delle leggi di Ruggiero I Re di Sicilia 440
[§. I.] Delle leggi feudali particolari del Regno 459
[Cap. VI.] Degli Ufficj della Corona 464
[§. I.] Del Gran Contestabile 467
[§. II.] Del Grand'Ammiraglio 471
[Delle leggi navali] 480
[§. III.] Del Gran Cancelliero 484
[§. IV.] Del Gran Giustiziero 495
[§. V.] Del Gran Camerario 499
[§. VI.] Del Gran Protonotario 504
[§. VII.] Del Gran Siniscalco 512
[Cap. VII.] Spedizione di Ruggiero in Affrica; sue virtù, e sua morte 516
[§. I.] Coronazione di Guglielmo I, e morte di Papa Eugenio e dell'Imperador Corrado, a cui succedette Federico Barbarossa 522

FINE DELL'INDICE.