LIBRO DECIMOTTAVO

Morto Federico, prese immantenente il governo di questi Regni Manfredi suo figliuolo, lasciato dal padre per l'assenza di Corrado, ch'era in Alemagna, Balio e Governadore de' medesimi con assoluto potere ed autorità. Manfredi fu un Principe, in cui s'univano tutte le doti e virtù paterne, e lo Scrittor Anonimo delle sue gesta, dice essere stato chiamato Manfredi, perch'egli era la mano e la mente di Federico. Egli nudrito nella Camera imperiale, e careggiato, e tenuto in pregio dal padre più degli altri figliuoli, crebbe colle medesime idee; ed avrebbe certamente emulato la gloria e la grandezza paterna, se la sorte l'avesse fatto nascere suo figliuol primogenito, e di legittimo matrimonio; ma preferendo l'ordine della successione Corrado primo nato, al quale fu conforme il paterno testamento, Federico non potè far altro, che ammetterlo alla successione in mancanza di Corrado, e d'Errico senza figliuoli, e durante l'assenza del primo, lo creò Balio in Italia e nel Regno di Sicilia.

Nel raccontar le vicende di questo Principe, e' suoi generosi fatti, mi valerò dell'Anonimo Scrittor contemporaneo, la di cui Cronaca si legge ora impressa ne' volumi dell'Ughello[1], e la autorità sua è riputata grandissima, non pure da Agostino Inveges, dal Tutini, e da altri più moderni Scrittori, ma anche da Oderico Rainaldo ne' suoi Ecclesiastici Annali. Narra adunque questo Scrittore, che gli andamenti, e le virtù di Manfredi furono cotanto conformi a quelle del padre, che ancorchè la morte de' Principi soglia negli Stati sovente esser cagione di gravissimi turbamenti, nulladimanco per la prudenza di Manfredi non fu veduto interrompimento alcuno, come se un medesimo spirito governasse: non si vide nè alla Corte, nè tra gli Ufficiali mutazione; ed avendo fatto gridare il nome del Re Corrado nel regno di Puglia, mandò Errico suo fratel minore a governar in sua vece la Sicilia e la Calabria[2], perchè i Siciliani e' Calabresi, veduta la regal persona di Errico, si contenessero nell'ubbidienza, e lo riputassero come l'istessa persona di Federico.

Ma breve tempo durò questa tranquillità, e ben si prevedevano i turbini e le tempeste, che da Innocenzo IV romano Pontefice erano per moversi. Questi persuaso, che per la sentenza della deposizione interposta nel Concilio di Lione, fosse Federico con tutta la sua posterità decaduto da' Reami di Sicilia e di Puglia, pretese che come Feudi della Chiesa romana fossero a quella ricaduti per la contumacia del medesimo; onde intesa la sua morte, si risolvè partir da Lione, e ripassare in Italia; ed intanto scrisse a tutte le città principali, ed a' Baroni dell'uno e l'altro Regno, ch'alzassero le bandiere della Chiesa; e giunto a Genova sua patria, proccurò movere i Genovesi a danno di questi Reami. Manfredi avuta di ciò novella non tardò, cavalcando per tutto il Regno con una buona banda di soldati Saraceni, dissipare queste Papali insidie, e facendo gridare il nome del Re Corrado, racchetò le turbolenze, e confermò gli animi nell'ubbidienza del proprio Principe; ma non fu però, che questi moti non dassero fomento ad una occulta congiura, che poi si scoperse nelle province di Puglia e di Terra di Lavoro. In Puglia si ribellarono Foggia, Andria e Barletta. In Terra di Lavoro, Napoli e Capua. Accorse tosto Manfredi in Puglia, e col suo estremo valore e coraggio ripresse la fellonia di quelle città, ed usando moderazione e clemenza concedè perdono a que' cittadini, riducendogli nell'ubbidienza di Corrado[3].

Avendo in cotal guisa renduta la pace e tranquillità a quella provincia, tosto passò in Terra di Lavoro: ridusse sotto le sue insegne Aversa, che posta in mezzo tra Capua e Napoli, dava indizio di sospetta fede: cinse di stretto assedio Capua, devastando insino alle mura il suo territorio; e Nola ch'era già passata nel partito delle due ribellanti città, non avendo voluto rendersi, fu espugnata, e presa. Ma niun'altra città mostrò in tal congiuntura più ostinazione, quanto Napoli. Dimenticatisi così subito i Napoletani d'aver Federico resa la lor città celebre per la nuova Accademia ivi stabilita, e per li magnifici edificj che v'eresse, i quali furono i primi fondamenti onde poi si rendesse capo e metropoli sopra tutte le altre, con somma ingratitudine, morto lui, si ribellarono dal suo figliuolo, e resero la lor città al Pontefice Innocenzio, alzando le bandiere della Chiesa: il di cui esempio seguì Capua, ed i Conti di casa d'Aquino, che a quel tempo possedevano quasi tutto quello, ch'è tra il Volturno e 'l Garigliano.

Manfredi, scoverta la poca fede de' Napoletani, avea mandati prima a loro più messi, esortandogli a non dover macchiare con tanta indegnità la loro fama; ma essi mostrando di non poter negare d'ubbidire al Pontefice, il quale gli minacciava terribili anatemi ed interdetti, apertamente gli fecero intendere, che amavano meglio di sottoporsi al dominio della Chiesa, che star interdetti e scomunicati, aderendo al partito di Corrado, cui senza l'investitura del Papa, non potevan riconoscere per loro legittimo Re. Per la qual cosa Manfredi, vedendo indarno essersi da lui adoperati questi mezzi, deliberò di ridurgli per forza; ed avendo assediata la città dalla parte del Monte Vesuvio, cominciò a devastare tutto il territorio di quel contorno, depredando infino alle mura, per obbligare i Napoletani ad uscire dalla città, per attaccargli in campo aperto, non avendo forze bastanti per assalire la città cinta di ben forti e ben difese mura. Ma i Napoletani deludendo l'arte coll'arte, non vollero in conto alcuno partirsi dalla città, niente curandosi del devastamento, che faceva Manfredi de' loro campi: il quale ciò vedendo, pensò per altra parte cingerla di assedio, e collocato il suo esercito nella Solfatara vicino Agnano[4] quivi cominciò a devastare, e depredare tutto quel territorio, per allettare i Napoletani ad uscire dalla città, già che vedevano l'esercito nemico tra que' monti e quelle balze in luogo, donde con difficoltà poteva scampare, se fosse stato inseguito. Ma i Napoletani, fermi nel loro proponimento, non vollero abbandonare la città, ed esporsi a battaglia; ed ancorchè Manfredi gli avesse più volte sfidati alla pugna, non vollero in conto alcuno uscire; onde avendogli dopo l'invito aspettati tre giorni, levò l'assedio, ed avendo devastati tutti que' luoghi, partissi da quivi, e s'incamminò in altre parti di Terra di Lavoro per mantenere in fede que' Popoli, acciocchè non seguitasser l'esempio di Napoli, e di Capua,

CAPITOLO I. Corrado di Alemagna cala in Italia: giunge per l'Adriatico in Puglia, ed abbatte i Conti d'Aquino: Capua se gli rende, e Napoli vien presa per assalto e saccheggiata.

Ma ecco, che mentre Manfredi con tanta vigilanza ed accortezza era tutto inteso a rompere i disegni del Pontefice, vennegli avviso, che Corrado Re di Germania, pochi mesi dopo la morte del padre, essendosi disbrigato dalle guerre d'Alemagna, se ne calava con potente esercito di Tedeschi in Italia in quest'anno 1251[5]; ed in fatti essendo giunto in Lombardia trovò le forze de' Ghibellini tanto abbassate, che fu astretto d'indugiare alquanto, per poter poi entrare con più sicurtà nel Regno; onde chiamati a se tutti i Capi di quel partito, ordinò, che tra loro facessero un giusto esercito, del quale avesse ad esser Capo Ezzelino Tiranno di Padova, e che avesse da abbatter tanto la parte Guelfa, che Papa Innocenzio non potesse valersene, e contender con lui della possessione del Regno. Ed avendo in cotal modo stabilite le cose di Lombardia, con provvido consiglio determinò di passare al Regno per mare; perocchè vedendo tutte le città di Romagna e di Toscana tenersi dalla parte Guelfa, non confidava di passare senza impedimento, e dubitava che il suo esercito tenuto a bada, non venisse a disfarsi per mancamento di danari e di vittovaglie[6]. Mandò adunque a' Veneziani per navi e galee per potere passare in Puglia, i quali per lo desiderio di vederlo presto partito di là, gli mandarono tutte le navi ch'e' volle nelle marine del Friuli, dove imbarcato comodamente con tutto l'esercito, giunse in pochi dì con vento prospero alle radici del monte Gargano, e diede in terra all'antica città di Siponto, non molto discosto dal luogo, dove è oggi la città di Manfredonia[7].

Quivi comparvero Manfredi, che l'attendeva, e tutti i Baroni di quella provincia ad incontrarlo. Ed essendosi Corrado da lui informato dello stato delle cose del Regno, e della contumacia di Napoli, di Capua, e de' Conti d'Aquino, avendo commendata molto l'industria, e vigilanza di Manfredi, deliberarono insieme di dover prima d'ogni altra impresa, debellare i Conti d'Aquino, i quali posti fra Garigliano e Vulturno potevano somministrare al Papa pronto ajuto; ed all'incontro occupati que' luoghi, co' quali serravasi ogni strada di poter venire soccorso a Capua ed a Napoli si sarebbe facilitata l'espugnazione di quelle due città cotanto importanti. Si mosse perciò il Re Corrado seguitato dal Principe Manfredi con tutto il suo esercito per la via di Capitanata, e del Contado di Molise contra que' ribelli[8].

Il Papa, che da Genova era passato a Milano, indi a Ferrara e Bologna, ed erasi finalmente fermato in Perugia, schivando d'andare in Roma, perchè i Romani erano pieni di fazioni; e molti aderivano a Corrado, fatto consapevole dell'angustie, nelle quali si trovavano i Conti d'Aquino, premendogli molto la lor salute, mandò subito in lor soccorso alcuni soldati da Perugia, promettendo ancora di mandar loro maggiori ajuti; ma fu tanta la forza, ed il valore dell'esercito di Corrado, accresciuto poi da Manfredi con gran numero di Saraceni venuti da Lucera e da Sicilia, che que' ribelli in pochi dì furono debellati; e le principali città a loro soggette saccheggiate ed arse, tra le quali fu Arpino, Sessa, Aquino, S. Germano, ed altri castelli di quel contorno[9].

Da poi che Corrado ebbe espugnato que' ribelli, e ridotte alla sua ubbidienza quelle città, andò sopra Capua, ove non ritrovò resistenza alcuna, per la paura, e per l'esempio fresco delle terre arse e saccheggiate: onde tosto a lui si rese[10]. Così tutta l'ira di Corrado e tutta la sua forza si raggirò contro la città di Napoli, la quale arditamente determinò di contrastare al Re sdegnato, e seguire le parti della Chiesa, per la speranza, che lor porgeva il Papa di presti soccorsi, e per la gran paura d'essere data in preda a' Tedeschi e a' Saraceni. Accampato dunque Corrado vicino alla città, la cinse di stretto assedio, perchè non potesse andare vettovaglia agli assediali; e vedendo, che alcuni Ministri del Papa mandavan qualche volta navilj con cose da vivere, ordinò a Manfredi, che facesse vestire le galee, ch'erano in Sicilia.

I Napoletani, fra questo tempo, non mancarono di mandar più volte Ambasciadori al Papa per soccorso, i quali ritornaron sempre carichi di benedizioni, e di promesse, ma vuoti d'ogni ajuto, perchè Ezzelino avea sollevata la parte Ghibellina in Lombardia; ed i Guelfi, tra' quali il Papa avea molti parenti e seguaci, non potevano partirsi dalla difesa delle cose loro; ed i Guelfi di Toscana e di Romagna, ancorchè fossero liberi, avendo estinta in tutto la parte Ghibellina, come suol accadere nelle felicità, erano venuti in discordia fra loro. Nè dalla città di Genova patria del Pontefice, della quale ei confidava molto, poteva sperarsi ajuto; poichè si trovava a quel tempo aver mandata la sua armata contra gl'Infedeli; onde veniva a togliersi ogni comodità di poter soccorrere gli assediati d'altro, che di parole.

In fine essendo giunte alla marina di Napoli le galee di Sicilia, si tolse ogni speranza di soccorso: nè questo bastò a far piegare l'ostinazione degli assediati, perchè si tennero tanto, che ormai non potevano più sostenere in mano l'armi; in tal modo erano per la grandissima fame estenuati, onde i vecchi della città cominciaron a persuadere, che si mandasse per trattare di rendersi a patti, e così si eseguì. Ma Corrado, il qual sapeva l'estrema necessità loro, rigettò gli Ambasciadori; ed avendo con macchine diposte intorno alla città, e con cave sotterranee scosse le mura della medesima: in quest'anno 1253 la costrinse a rendersi, solo col patto della salute delle persone[11].

La città fu messa a sacco, nè si tralasciò atto alcuno di crudeltà, e di rigore dall'irato Re; scaccionne l'Arcivescovo, ed entrato dentro volle, che per mano de' proprj cittadini fossero buttate a terra dai fondamenti le forti mura di quella città, per le quali, dice Livio, che si sgomentò Annibale cartaginese. E dopo esser quivi dimorato due mesi, che consumò in punire severamente l'infedeltà de' Napoletani, fece ritorno in Puglia, seco menando Manfredi, al quale volle, che si dasse il secondo grado dopo lui.

§. I. Primo invito d'Innocenzio fatto al fratello del Re d'Inghilterra alla conquista del Regno.

Innocenzio avendo scorto che Corrado avea depresse le città sue amiche, e sotto la sua ubbidienza era tornato il Regno di Puglia, riputando che tutti i suoi sforzi sarebbero vani per opporsi agli eserciti formidabili di Corrado, pensò (giacchè svanito era il disegno di poterlo per se conquistare, siccome erano riuscite sempre infelici le spedizioni fatte da' romani Pontefici sopra di quello) d'invitare alla conquista del Reame Riccardo, o come altri lo chiamarono, Ciarlotto fratello d'Errico III Re d'Inghilterra e Conte di Conturbia, prode e valoroso Capitano. Inviò per tanto in Inghilterra Alberto Notajo appostolico per trattare sopra le condizioni dell'investitura offertagli da Innocenzio. Ma narra Matteo Paris in quest'anno 1253 che più cose fecero svanire questi trattati. Primieramente perchè Ricciardo temè della potenza di Corrado, nè si credette d'uguali forze per poterlo da quivi discacciare. II. La parentela, che vi era tra loro, essendo Corrado, com'egli dice, nato da Elisabetta inglese, sorella del Re Errico e moglie di Federico II, nel che va di gran lunga errato; perchè Corrado fu figliuolo di Jole, non già d'Elisabetta; onde l'istesso Paris altrove, cioè nel 1258 rapporta un'altra cagione, perchè fu rifiutata l'investitura, dicendo che Ricciardo non volle accettarla se non sotto queste due condizioni. I. Che per la sua conquista gli fosse data la metà delle Decime solite raccogliersi per li Crocesignati nella guerra Santa. II. Che il Papa gli consignasse alcuni castelli del Reame da lui fortificati per la ritirata de' suoi soldati. Al che non volendo il Pontefice Innocenzio acconsentire, svanì questa prima investitura, e si trattò poi dell'altra in persona d'Edmondo suo nipote, come diremo più innanzi. Ciò che convince l'errore del Collenucio e di Paolo Pansa nella vita di Innocenzio IV che volle seguirlo, ove disse, che il Papa investì Ciarlotto fratello del Re d'Inghilterra, il qual accettò, e che perciò nelle lettere si scrivea Re di Sicilia.

(Lunig nel suo Codice Diplomatico[12], rapporta un Breve d'Innocenzio drizzato a Lodovico IX Re di Francia, che porta la data di Perugia dell'anno 1252 resogli da Alberto Notajo, offerendogli il Regno per Carlo suo fratello. Ma questo Breve o è apocrifo, o fu posteriore; poichè in quest'anno Alberto fu mandato in Inghilterra a quel Re, e non in Francia al Re Lodovico).

CAPITOLO II. Corrado insospettito di Manfredi lo spoglia d'ogni autorità e de' suoi Stati; avvelena il suo minor fratello Errico; ed egli poco da poi se ne muore da consimil morte; onde Manfredi assume di nuovo il Baliato del Regno.

Intanto Corrado per le crudeltà usate alle città debellate ed a Napoli, e per lo genio suo aspro e severo, era entrato in grandissimo odio e malevolenza presso ogni grado ed ordine di persone; ed affatto ignudo di quelle virtù civili e militari, che ornavano l'animo di Federico suo padre, riusciva a' suoi sudditi molto pesante e duro il suo imperio. All'incontro Manfredi uomo d'ingegno e di valore, con destrezza mirabile andava mitigando l'azioni crudeli del Re, per acquistarsi benevolenza da' Popoli e da' Baroni; talchè in breve nacque opinione per tutto il Regno, che tutto quel male, che lasciava di fare il Re, e l'esercito de' Tedeschi, fosse per intercessione, e benignità di Manfredi.

Occultava ancora questo Principe con mirabile dissimulazione il dispiacere, che Corrado insospettito di lui gli avea dato per molti torti fattigli; poichè scorgendolo d'elevati pensieri e d'animo regio, ed atto più a dominare, che a governare come Balio il Regno, venne in sospetto non la sua potenza e l'amore che s'avea acquistato de' Popoli, lo facessero aspirare al Regno. Deliberò per tanto trovar modi d'abbassarlo, ciò che non volendo far apertamente un dì gli disse, ch'avea in pensiero di rivocare tutte le donazioni, che l'Imperador suo padre avea fatte nel suo testamento, come quelle, ch'erano dannosissime allo Stato, e portavan detrimento grandissimo alla sua Corona; e perchè gli altri Baroni con animo pacato il sopportassero voleva incominciar da lui, acciocchè dal suo esempio s'inducessero gli altri. Con non dissimil arte simulò Manfredi di crederlo, e mostrandosi con prontezza di secondarlo, volle esser il primo spontaneamente a rinunciar in sue mani il Contado di Monte S. Angelo, e la città di Brindisi, che per ragion del Principato di Taranto possedeva[13].

Tolsegli ancora di tempo in tempo, secondo se gli presentavano le congiunture, li Contadi di Gravina, di Tricarico e di Montescaglioso, che possedeva per concessione di Federico suo padre; e sol gli rimase il Principato di Taranto assai diminuto; ed affinchè nemmeno da quel Principato rimastogli potesse riceverne profitto, e gli riuscisse inutile, impose agli uomini di quello una pesante, e gravissima general colletta, la quale faceva egli esigere, ed applicare al suo regio Erario. Rimosse dal Principato suddetto il Giustiziero, che soleva recarsi da Manfredi, e vi pose il suo, siccome a tutte l'altre province del Regno praticavasi. Tolsegli ancora il mero imperio e potestà che Federico gli avea conceduto sopra quel Principato, e ordinò che il Principe sopra di quello non avesse altra giurisdizione, che nelle cause civili solamente[14]; poichè in questi tempi non soleva a' Baroni concedersi il mero imperio sopra i Feudi, ma solamente ad alcuni Grandi e della Casa regale, o suoi congiunti per ispezial favore e grazia del Re rare volte si concedeva: ciò che poi a' tempi d'Alfonso I d'Aragona cominciossi a dare a quasi tutti i Baroni; onde nacque, che ora non vi è Barone, ancorchè picciolo, che non l'abbia.

Nè fermossi qui l'astio di Corrado contro quel Principe; ma volendolo ridurre all'estrema bassezza per liberarsi da ogni sospetto, sotto mendicate occasioni e pretesti, comandò che dal Regno uscissero tutti i suoi congiunti ed affini, ch'e' teneva del lato materno. Ne mandò via Gualdano Lancia, che avea così bene e con tanta fedeltà e prudenza servito l'Imperador Federico, onde n'era stato da quello creato suo Vicario in Toscana, ove per molti anni avea con molta fede esercitato quel supremo comando. Il medesimo fece con Federico Lancia suo fratello, con Bonifacio di Anglono zio materno di Manfredi, con tutti gli altri suoi consanguinei ed affini, e con esso loro le mogli, madri, sorelle, figliuoli e figliuole grandi e piccoli, che si fossero. I quali tutti usciti dal Regno, essendosi ricovrati in Romania presso Costanza Imperatrice di Costantinopoli sorella di Manfredi, mandò Corrado Bertoldo Marchese di Honebruch in Romania far intendere all'Imperadore, che gli avrebbe fatto un dispiacer grandissimo, se ritenesse presso di se quegli esuli; onde fu duopo a quell'Imperadore che gli facesse partire anche da' suoi Stati[15].

Tutte queste offese sofferiva il Principe Manfredi con una prudenza e dissimulazion d'animo maravigliosa; poichè non perciò tralasciava con ilarità di ajutarlo, e di seguirlo in tutte l'imprese, come fece in Terra di Lavoro, quando debellò i Conti d'Acquino, in Capua ed in Napoli, ed ora in Puglia, simulando il suo acerbo dispetto; e nell'istesso tempo con astuzia grandissima cattivandosi i Baroni ed i Popoli, era nell'amore e benevolenza di quelli.

Accadde a questo tempo, che mentre era Corrado in Melfi, Errico suo fratello, che non avea più che dodici anni, venne in Sicilia a visitarlo; ed ancorchè l'Anonimo non faccia autor Corrado di tanta scelleratezza, non mancano però gravi Autori, che rapportano, che per mezzo di Gio. Moro Capitano saraceno, ch'Errico avea seco portato da Sicilia, lo facesse crudelmente avvelenare. Coloro che narrano avere Corrado fatto morire Errico per torgli il Regno di Sicilia, dicendo che Federico non poteva, nè dovea separarlo dal Regno di Puglia, errano all'ingrosso; poichè Federico non il Regno di Sicilia, ma quello di Gerusalemme, ovvero Alcarense ad elezion di Corrado gli avea lasciato nel suo testamento: e Manfredi mandò Errico in Sicilia per contenere i Siciliani nell'ubbidienza di Corrado, come si è di sopra narrato. Altri credono che l'avesse fatto morire, per avere la maggior parte del tesoro dell'Imperador Federico, che era in suo potere. Che ne sia, narra Matteo Paris[16], che Corrado diede non leggieri sospetti d'esser egli stato autore della morte di quell'innocente fanciullo; poichè da allora in poi non mostrò Corrado il suo volto così sereno e giocondo come prima. E negli Atti d'Inghilterra, ultimamente fatti imprimere dalla Regina Anna, si legge una lettera di Corrado scritta nell'anno 1254 al Re d'Inghilterra zio d'Errico, nella quale, per togliere questo romore che s'era sparso d'averlo fatto avvelenare, diedegli l'avviso della morte di suo nipote, con sentimenti molto appassionati, fingendo molta afflizione e dolore, per la morte di quel Principe; ma Papa Innocenzio, fomentando l'inimicizia nata perciò tra Corrado ed Errico, offerì il Regno di Sicilia ad Edmondo figliuolo d'Errico, ch'era ancor fanciullo.

(Presso Lunig[17], si leggono alcune lettere d'Alberto Legato d'Innocenzio in Inghilterra, per le quali dassi l'Investitura del Regno ad Edmondo, e la conferma del Papa nel 1254 coll'avviso, che dà ad Alberto di tal conferma. Ma questo trattato per la morte d'Innocenzio rimase interrotto).

E notasi in questi Atti, che Innocenzio non tralasciò cos'alcuna, per impegnar il padre a mettersene in possesso, fino a dar ordine al Clero d'Inghilterra di prestar denari a questo Principe, e d'impegnar perciò i beni delle loro Chiese. Ma da poi tutto questo denaro fu dissipato, ed impiegato ad altri usi dal medesimo Papa; onde questo secondo trattato anche rimase in tutto svanito.

Avendo intanto Corrado in cotal guisa ridotte le città del Regno fluttuanti sotto la sua obbidienza, si disponeva di passare altrove verso le parti dell'Imperio; ma ecco, che mentre nella Primavera di quest'anno 1254 s'accingeva a tal viaggio, ne' campi vicino Lavello fu assalito da mortal febbre, che in pochi giorni nel più bel fiore della sua età, non avendo più che 26 anni, a' 21 maggio lo tolse a' mortali[18], avendo durato il suo regno poco più che tre anni: onde di questo Principe nè leggi, nè altro attinente alla politia di queste province, abbiamo.

Pure gli Scrittori dalla parte Guelfa, infesti non meno a Federico, che alla sua progenie, narrano, che Manfredi per mezzo d'un medico lo facesse avvelenare, con isperanza, morto Errico e lui, non essendovi della linea di Federico altri, che Corradino, che era nato l'anno avanti, figliuolo d'esso Corrado, potesse agevolmente occupare l'uno e l'altro Regno: e che Corrado, non sapendo, che moriva di veleno, fattogli dare da Manfredi, lasciasse nel suo testamento erede Corradino e Balio l'istesso Manfredi.

Ma se dobbiamo prestar fede all'Anonimo Scrittor contemporaneo, nè avremo Manfredi per Autore di tale scelleratezza, nè per Balio lasciato da Corrado.

Narra questo Scrittore, che mentre Corrado era infermo, Bertoldo Marchese di Honebruch, allora potentissimo per lo favore de' Tedeschi, vedendo l'inclinazion di Corrado, ch'era di lasciar Manfredi per Balio del Regno, con sottil arte dimandò a Manfredi se volesse assumere quel peso, per iscorgere l'animo suo. Manfredi conoscendo l'arte del Marchese, gli rispose, ch'egli non avrebbe accettato il Baliato, ma che ben se lo meritava la prudenza del Marchese, al quale in ciò per ogni rispetto dovea cedere: ciò che fece con somma astuzia, così per non esporsi all'odio de' Tedeschi, come anche perchè conoscendo, che Bertoldo, come insufficiente, tosto avrebbe con sua vergogna avuto a soccombere al grave peso, i Magnati del Regno avrebbero chiamato lui per Balio, come seguì. Bertoldo, ricevuta questa risposta, avendo al moribondo Corrado riferito che Manfredi non avrebbe accettato il Baliato, fece che il Re nominasse lui per Balio del Regno.

Fece Corrado prima di morire il suo testamento, nel quale avendo lasciato erede il piccolo Corrado suo figliuolo, e Balio il Marchese di Honebruch, fra l'altre cose, prevedendo gli sconvolgimenti, che avrebbe potuto cagionargli Innocenzio IV, raccomandò al Balio, che proccurasse usar ogni studio d'ottener per Corradino la grazia e la pace della Sede Appostolica, per non vedere implicato quel fanciullo in nuove guerre col Pontefice.

Il Marchese avendo assunto il Baliato, e postosi in mano tutto il tesoro della Camera regia, volle ubbidire al testamento del Re, e mandò Legati al Pontefice Innocenzio, chiedendogli in nome di Corradino la pace e la sua buona grazia, siccome Corrado aveagli raccomandato nel suo testamento. Innocenzio che, morto Corrado, credeva aver per le mani la più opportuna congiuntura d'impossessarsi del Regno, reputò questa Legazione più tosto un'argomento della debolezza della parte Regia, che atto di devozione; onde rendutosi più animoso che mai, rispose a' Legati, che in tutte le maniere egli voleva prender la possessione del Regno devoluto già alla Chiesa romana: che venuto alla pubertà Corradino, quando fosse maggiore, allora si sarebbero esaminate le sue pretensioni, e che forse, se la Sede Appostolica ne l'avesse reputato degno, gli avrebbe conceduta la sua grazia[19].

Questa risposta fece avvertito il Marchese ed i Baroni del Regno, che l'animo del Papa era già tutto rivolto ad occupare il Regno, e ben tosto se ne videro gli effetti; poichè cominciava già a ragunare un conveniente esercito per invaderlo; ed oltre di ciò si erano scoverti alcuni trattati, che teneva con molti Baroni affezionati della Chiesa, perchè l'ajutassero alla conquista; i quali mal soddisfatti del governo del Marchese, e dell'insolenza de' Tedeschi, amavano meglio sottoporsi al dominio della Chiesa, che vivere oppressi sotto la loro servitù. Il Marchese volle riparare all'imminente invasione; ma scoverto, che molti Baroni, da' quali egli sperava ajuto, s'erano dati dalla parte del Pontefice, e che l'esercito Papale era già per invadere i confini del Regno, atterrito dall'impresa, avvilissi in maniera, che pentitosi d'aver assunto il Baliato, quello, non senza suo rossore, rifiutò, e vergognosamente depose[20].

I Conti e' Baroni e gli altri Magnati del Regno, che erano rimasi fermi nella fede del Re, vedendo il Marchese aver abbandonato il governo, tosto ricorsero al Principe Manfredi, pregandolo e scongiurandolo, che per non veder ruinato il Regno, ed esposto a perdersi, riprendesse egli il Baliato, a cui di ragion s'apparteneva. Manfredi ripugnava, dicendo che ora che le cose erano in istato pur troppo calamitoso, non voleva perdere il suo onore; ma i Baroni incessantemente rampognandolo, e protestandosi che sarebbe il Regno perduto, finalmente l'indussero a pigliarne il governo. Movea ancora un'altra ragione fortissima, perch'essendosi sparsa la voce che Corradino fosse morto, il Papa era entrato in maggior speranza d'occupare il Regno. All'incontro Manfredi, che reputava, secondo il testamento dell'Imperador Federico suo padre, dover egli succedere ne' suoi Stati, determinò di prenderne il governo, affinchè se il pupillo vivea, gli avrebbe per lui amministrati, e per lui ripressi gli sforzi dell'emolo Innocenzio, se all'incontro fosse vero il rumore della morte, con facilità se ne sarebbe potuto incoronare[21].

Avendo adunque Manfredi assunto il Baliato del Regno, si fece giurare fedeltà dall'istesso Marchese, dalli Conti, Baroni, e da tutti i fedeli del Regno, in cotal maniera, che se vivea il picciolo Re, giurassero a lui come general suo Balio; se fosse morto, avessero da ora a riputarlo per loro Re e signore del Regno[22].

CAPITOLO III. Spedizione d'Innocenzio IV sopra il Regno.

Composte in cotal maniera queste bisogne, il Marchese andossene in Puglia, promettendo a Manfredi di colà mandargli ogni soccorso di denaro, e di gente; ed intanto Manfredi cominciò a preparare, e disporre l'esercito per poter fronteggiare a quello del Pontefice, che a grandi giornate se ne calava nel Regno. Presidiò a questo fine San Germano con buon numero di Tedeschi, e fortificò Capua con tutte le vicine terre, che cominciavano a fluttuare, per contenerle nella sua ubbidienza.

Ma dall'altra parte Innocenzio avea fatti progressi grandi per facilitar l'impresa, avea mandati suoi messi in Sicilia a Pietro Ruffo di Calabria, che dal Marchese di Honebruch era stato lasciato Balio della Sicilia e della Calabria, perchè disponesse que' popoli ad alzar le bandiere della Chiesa[23]; ed in fatti Pietro da Messina spedì al Papa Folco suo nipote, ed altri Ambasciadori sopra due galee a significargli, che tanto la Sicilia, quanto la Calabria s'andavan disponendo ad abbandonar Manfredi, e darsi dalla parte sua.

S'aggiungeva ancora, che Riccardo di Monte Negro per l'odio ed inimicizia, che teneva col Marchese Bertoldo, s'era dato già nel partito del Pontefice, col quale erasi confederato, e promise voler dar libero passo all'esercito papale per le sue terre, che teneva ne' confini del Regno. Molti altri Baroni ancora aveano nascostamente mandato dal Papa a giurargli fedeltà, ed a ricevere da lui la rinnovazione dell'investiture de' loro Feudi che possedevano[24]; ed altri ottennero con facilità dal Pontefice nuove investiture, siccome Borrello di Anglono, che fu da Innocenzio in questi tempi prima d'entrar nel Regno investito del Contado di Lesina, ancorchè s'appartenesse a Manfredi, come pertinenza del Contado di Monte S. Angelo. Anzi Innocenzio avea conceduta l'investitura del Contado di Lecce a Marco Ziano figliuolo di Pietro Duca di Venezia, a cui dichiarò appartenere come discendente del Conte Tancredi suo avo, non ostante le ragioni, che vi teneva il Conte Tigrisio de Mudignana, ovvero i di lui figliuoli, per ragione d'Alberia sua moglie, che dovea nella successione a tutti preferirsi; e non per altra cagione, se non perchè il Conte Tigrisio e' suoi figliuoli aderirono all'Imperadore Federico contro la Chiesa, ed ancora non tralasciavano d'offenderla, onde Innocenzio gli reputava affatto indegni della sua grazia; e la carta di questa investitura spedita da lui in Perugia l'anno 1252 vien rapportata dall'Ughello[25], che dice averla riscontrata nel registro vaticano. Siccome nell'istesso anno 1252 a' 21 gennajo dimorando per anche in Perugia, investì O. Frangipane del Principato di Taranto, ancorchè fosse di Manfredi, con tutta la terra d'Otranto: sotto pretesto, ch'era stato prima dato dall'Imperadrice Costanza I normanna ad O. suo zio, come appare per privilegio dato in Perugia, rapportato da Rainaldo[26]; ed in cotal maniera Innocenzio gratificandogli s'avea resi suoi ligi, e dependenti i migliori Baroni del Regno, e ridotti molti personaggi di conto al suo partito.

Di vantaggio erasi penetrata una congiura, che si ordiva a Capua contro Manfredi, con deliberazione, subito che l'esercito papale si fosse accostato al Regno, con impeto grande dar sopra quel Principe per imprigionarlo, o ucciderlo. Erasi ancora scoverta la poca fede del Marchese Bertoldo, il quale violando tutte le promesse fatte a Manfredi di mandargli dalla Puglia denaro e gente, non solo non adempieva alle promesse, ma discorrendo per Puglia badava solo al suo utile, gravando que' sudditi d'eccessive taglie, ed i suoi Tedeschi, per la loro rapacità gli aveano alienati dalla fede che doveano al Re, e desideravano il dominio del Papa; ed ancorchè Manfredi avesse mandato Gualvano Lancia suo zio, a narrargli le angustie, nelle quali si trovava per moverlo a dargli ajuto, fu però inutile la missione, niente curando de' suoi pericoli.

Vedutosi perciò il Principe Manfredi in così gravi angustie, nelle quali era, più per gli occulti, che per li palesi nemici, reputando inutile ogni suo sforzo di voler colla forza contrastare al Pontefice, bisognò cedere al tempo, e ricorrere per vincer l'inimico alle simulazioni ed agl'inganni. Erasi il Pontefice Innocenzio, per accalorare l'impresa, disposto di venir egli di persona a conquistare il Regno: e fermato in Anagni era tutto inteso al grande apparecchio, e perchè non si tralasciasse strada per agevolarne l'impresa, avea mandati più Messi a tentare l'istesso Manfredi, affinchè lasciasse il governo del Regno, e quello ponesse in mano della Chiesa. Manfredi con somma accortezza andava differendo la risposta; ma ora vedutosi in queste angustie, deliberò fargli tornare al Pontefice con risposte tutte umili e riverenti, dicendogli, che rapportassero al Papa, ch'egli fidando al suo gran zelo e pietà, che aveva verso il Re pupillo suo nipote, e reputando esser proprio della Sede Appostolica di proteggerlo, e riceverlo nel suo seno con paternal amore e grazia, non ripugnava abbandonar il governo del Regno, e ponerlo in mano della Chiesa madre pietosa di tutti, e più de' pupilli; e che sperava che con ciò si fossero adempiuti i voti di Corrado padre del fanciullo Re, che nel suo testamento avea ardentemente desiderato, che la Santa Sede ricevesse sotto la sua protezione e grazia l'innocente fanciullo: che egli non solo non contrasterebbe, ma darebbe ogni ajuto alla sua entrata, e possessione del Regno, senza però, che dovesse recarsi con tal atto alcun pregiudicio alle ragioni sue, e del Re pupillo[27].

Il Pontefice ricevuta questa risposta con indicibile allegrezza, si lodò tanto di Manfredi, che quando prima tenne quel Principe per iscomunicato, e niente cattolico, ora lo ricevè in sua grazia ed in quella della Sede Appostolica, dimenticando ogni offesa; ed avendogli fatto animo, che fidasse in lui che con porsi il Regno in mano della Chiesa, non si sarebber punto pregiudicate le ragioni del Re pupillo, e sue; e che quando sarebbe quegli venuto alla età maggiore, la Sede Appostolica gli avrebbe renduta sua ragione, si dispose ad entrare nel Regno col suo esercito. Inviò intanto Manfredi, per maggiormente assicurarlo della sua fedeltà, Gualvano Lancia suo zio ad Anagni ad umiliarsi col Pontefice; e, se deve riputarsi vera quella Bolla rapportata dal Tutini, si vede che Innocenzio per mostrargli all'incontro ugual corrispondenza, a' 27 settembre di quest'anno 1254 in Anagni gli confermò l'investitura, colla quale per mezzo dell'istesso Gualvano investì, e confermò a Manfredi il Principato di Taranto (del quale prima avea investito O. Frangipane), il Contado di Gravina, e di Tricarico, con l'onore del Monte S. Angelo, con tutte le supreme regalie ed onori e preminenze, colle quali l'Imperador Federico suo padre gliel'avea conceduto, e che Corrado gli avea tolte. E per mostrargli maggior benevolenza, possedendosi allora il Contado di Montescaglioso dal Marchese Bertoldo, in iscambio di quello gli diede il Contado d'Andria, investendone in pubblico Concistoro in suo nome il sopraddetto Gualvano Lancia, dandogli in segno dell'Investitura un anello, come si legge nella Bolla dell'investitura, rapportata dal Tutini nel libro de' Contestabili del Regno[28].

Il Principe Manfredi, ancorchè dal tenore di questa investitura, e da altri fatti comprendesse, che l'animo d'Innocenzio era non di governare come Balio il Regno insino all'età maggiore di Corradino, ma supponendolo devoluto alla Sede Appostolica, dominarlo con assoluto, ed indipendente imperio, nulladimanco con mirabile astuzia dissimulava il tutto; e per maggiormente farlo cadere nelle sue reti, vie più mostravasi di lui tutto umile ed ubbidiente; anzi per segno di maggior venerazione, essendosi Innocenzio già incamminato, volle andare ad incontrarlo, insino a Cepperano, e quivi incontratolo, volle inginocchione adorarlo, e prendendo da poi il freno del suo cavallo, lo servì in cotal maniera per un pezzo di strada insino che passasse il ponte di Garigliano[29].

Innocenzio gradì tanto queste umili dimostrazioni, che ancorchè vecchio, e per esperienza prudentissimo, si lasciò ingannare, in guisa, che oltre aver conferito con lui quasi tutti i suoi più riposti pensieri, credendo, che conserverebbe la più sopraffina divozione alla Sede Appostolica, volle cumularlo di maggiori onori; poichè oltre avergli dato il primo luogo fra tutti i Baroni, lo creò Vicario del Regno, dal Faro insino al fiume Sele, e per tutto il Contado di Molise, e terra Beneventana, eccettuatone il Giustizierato d'Abruzzo, costituendogli ottomila oncie d'oro l'anno di mercede; e la carta di questa concessione la rapporta ancora il Tutini[30]; ed essendosi già sparsa fama per tutto il Regno, che il Papa con accordo e permissione di Manfredi era entrato nel Regno per amministrarlo, i popoli, che stavano infastiditi de' trattamenti, che ricevevan da' Tedeschi, erano già tutti disposti per riceverlo, riputando in cotal guisa poter uscire dalla loro servitù, ed esser fuori di periglio d'esser più interdetti dagli Ufficiali sacri[31]. E questo fu cagione, che Manfredi con grandissime astuzie consigliò il Papa, che compartisse il suo esercito per le più ricche province del Regno: dal quale consiglio ne avvenne, che i Capitani tedeschi, parte per timore dell'esercito del Papa, parte per la mala volontà, che conosceano ne' popoli, i quali ricusavano di pagare a' Tedeschi cos'alcuna, si partirono dal Regno, e tornarono in Germania delusi da Manfredi, con lasciarne solo in Puglia, ed in terra d'Otranto alcuni, i quali appena potendo vivere, non avendo paghe, andavano sempre più mancando di numero. Così Manfredi toltisi dattorno i Tedeschi, i quali gli davano maggior sospetto, che i nemici palesi, e tratto tratto acquistando forza in quelle province, ove era egli stato creato Vicario dal Papa, cercava ora opportunità, come potesse discacciarne i costui soldati, che compartiti in più luoghi, infra di loro divisi, credeva con più facilità debellare.

Intanto il Pontefice entrato nel Regno, prima fermossi a Teano per picciola indisposizione, e poi giunse in Capua, ove fu ricevuto con molta pompa e celebrità[32]; e quivi fermatosi, era tutto inteso ad unire sotto il dominio della Sede Appostolica tutte le altre province del Regno di Puglia e di Sicilia, come avea fatto dell'Abruzzo, di Terra di Lavoro, parte della Puglia, e d'alcune altre. Avea egli fatto Legato della Sede Appostolica sopra il Regno il Cardinal di S. Eustachio, suo nipote, al quale avea data tutta la sua autorità e potere per amministrarlo. Questi essendo giovane, e congiunto ad Innocenzio[33], cominciò con alterigia a governarlo, non come Governadore, ma come assoluto padrone, ed obbligava i Conti, i Baroni e tutti gli altri a dargli il giuramento di fedeltà, nullo jure Regis, et Principis salvo (come dice l'Anonimo) ma assolutamente a lui, come Legato della Sede Appostolica, a cui era il Regno devoluto. Per questa cagione pretendeva ancora, che il Principe Manfredi, siccome avean fatto gli altri Baroni, dovesse prestar a lui consimil giuramento di fedeltà.

Allora fu, che Manfredi opportunamente cominciò pian piano a togliersi il velo della simulazione, ed a resistere apertamente al Legato con dirgli, che le convenzioni avute col Pontefice erano state, che si lasciasse in mano della Chiesa il governo del Regno, salve però le sue ragioni e quelle del nipote, ed infino a tanto che il pupillo non sarà fatto pubere, non dovesse mutarsi cos'alcuna dello stato, nel quale era il Regno: per la qual cosa non volle dar il ricercato giuramento, non ostante le moleste dimande del Legato. Non fu però, come dice l'Anonimo, che per tali contese Manfredi non venisse a perdere molto della sua stima presso gli altri Baroni del Regno: poichè questi vedendo, che il Legato niente riguardando alla sua regale stirpe, voleva trattarlo di pari, e nell'istessa guisa che gli altri, cominciarono a perdere quella riverenza ed ossequio, che prima gli portavano.

Per questa cagione avvenne, che avendo Borrello di Anglono ottenuto dal Pontefice Innocenzio, prima che entrasse nel Regno, l'investitura del Contado di Lesina, perchè abbandonasse le parti Regie, e seguitasse quelle della Chiesa, siccome avea fatto con molti altri Baroni, per tirargli al suo partito, pretendeva egli in vigor di tal investitura, che quel Contado a lui appartenesse; ma Manfredi pretendendo giustamente, che essendo quello tra le pertinenze del suo dominio, non dovesse in quello esserne turbato, gli fece prima amichevolmente intendere, che se ne astenesse; anzi di certa altra terra, che teneva, appartenente al Contado di Monte S. Angelo, gli fece sentire, che la godesse pure, ma che almeno ne ricevesse da lui l'investitura, con la ricognizione, e con dargli il solito giuramento della assicurazione, altrimenti, che la lasciasse[34]. Borrello insuperbito per lo favore del Papa, disprezzando l'ambasciata di Manfredi, con molta arroganza gli rispose, ch'egli non era nè per lasciar il Contado, nè per riconoscer lui per quella terra, nè per dargli giuramento alcuno. Manfredi ancorchè acerbamente ricevesse tal risposta, non volendo contendere col disuguale, dissimulò l'ingiuria: ed avendo inteso, che Borrello avea mandata molta gente ad invadere il Contado di Lesina, con aver già occupate due terre di quel Contado, non volle usar la forza, ma ebbe ricorso al Pontefice Innocenzio, ch'era allora a Teano, al quale espose il torto fattogli dal Borrello, che sotto pretesto d'aver avuta da lui la concessione di quel Contado, voleva appropriarselo, quando, come appartenente a quello del Monte S. Angelo, era di suo dominio: pregava perciò il Papa, che vi riparasse, perchè non sortissero inconvenienti maggiori.

Il Pontefice, secondo le solite ambiguità di quella Corte, gli rispose a guisa d'oracolo in tal maniera: Se praefato Burrello nihil de Juribus Principis concessisse[35]. Manfredi ben intese da questa risposta, che l'animo del Pontefice era per favorire Borrello, con tutto ciò premendo sempre, che gli fosse renduta sua ragione, gli fu risposto che, giunto a Capua avrebbe fatto esaminare per termini di giustizia quest'affare.

Intanto s'ebbe notizia, che il Marchese Bertoldo da Puglia erasi incamminato per Capua per inchinarsi al Pontefice, onde Manfredi, per non incontrarsi col medesimo, prese commiato dal Papa per tornarsene; e mentr'era in cammino, ecco che da lungi videsi Borrello, che con molta gente armata era in agguato per assalire ad un luogo angusto il Principe. Dicchè avvedutisi que' della comitiva di Manfredi, gli diedero sopra, e postolo in fuga, rimase in quel rumore ucciso Borrello dalle genti del Principe, niente sapendo Manfredi intanto della sua morte.

Essendo arrivato il Papa a Capua, tosto i suoi emuli variando il fatto, facevano reo di questo delitto Manfredi; ed ancorchè per mezzo del Marchese Bertoldo proccurasse purgarsi col Papa, con dire, che attorto ciò se gl'imputava, nulladimanco, avendo scoverto che il Marchese in vece di difenderlo proccurava la sua prigionia, mandò nella Corte del Papa, ch'era allora in Capua, Gualvano Lancia suo zio per difendersi; ed egli intanto nell'Acerra in casa di quel Conte suo cognato ricovrossi.

Il Papa pretendeva che Manfredi si presentasse avanti di lui per conoscere della di lui inquisizione; Manfredi non ripugnava venire, purchè se gli fosse promessa sicurtà della sua persona; ma Gualvano Lancia, avendo penetrato, che il Papa voleva imprigionarlo, nè voleva dargli sicurtà, ma che si fosse presentato avanti il suo Legato; avvisò a Manfredi, che tosto partisse dall'Acerra, non stando ivi sicuro, e che proccurasse andarsene in Puglia, ove coll'intelligenza dei Saraceni, ch'ivi erano suoi partigiani, proccurasse entrar in Lucera, e quivi afforzarsi[36]. Manfredi avuto quest'avviso partì di notte, e seco portossi due fidati giovani Nobili napoletani, che con se avea, i quali furono Marino Capece, e Corrado suo fratello. Questi furono i suoi fidi compagni, che non l'abbandonaron mai in tutto quel pericoloso e disagevol viaggio.

Passati molti pericoli e disagi, finalmente Manfredi giunse in Lucera, ove coll'ajuto de' suoi Saraceni, che erano dentro, infrante le porte, entrò ivi pien di gloria, e da tutta la città fu acclamato, e gridato per lor Principe e Signore, a' quali esponendo le cagioni per le quali erasi allontanato dalle parti del Pontefice, che non come Governadore, ma come Signore voleva usurpare il Regno al Re pupillo suo nipote, dichiarò, la volontà sua non essere altra, che jura Regis nepotis sui, et sua, et libertatem, bonumque statum Regni, et Civitatis ipsius viriliter manutenere, atque defendere, come scrive l'Anonimo. Per la qual cosa tutti gli prestarono giuramento di fedeltà, e d'omaggio, pro parie Regis, et sua.

Il Marchese Bertoldo, Odone suo fratello ed il Legato del Pontefice, udita la sorpresa di Lucera, tosto uniti insieme s'afforzarono colle loro truppe in Troja per resistergli; ma Manfredi, essendosi indi a poco impadronito di Foggia, avanzava alla giornata di forze, e reso formidabile il suo esercito, dopo varie vicende, ruppe finalmente il Legato e l'esercito Papale, prese Troja, disperse le genti d'Odone e del Marchese Bertoldo; e sopra di esse ottenne rimarchevol vittoria. Allora fu, che Manfredi scrisse a' Baroni del Regno suoi partigiani quella lettera, che si legge presso il Summonte[37], avutala da Pier Vincenti di Brindisi, nella quale minutamente descrivesi questa vittoria, che bisogna averla per vera, siccome per tale l'ebbe Rainaldo ne' suoi Annali: giacchè è conforme a quel, che di tal vittoria diffusamente ne scrisse l'Anonimo.

§. I. Innocenzio abbandona il Re d'Inghilterra, ed invita il fratello del Re di Francia alla conquista del Regno: se ne muore in Napoli, e svaniscono i suoi disegni.

Innocenzio sin dal mese di giugno dell'anno 1253 erasi colla sua Corte portato in Napoli, dove sentendo i progressi di Manfredi fatti in Puglia, temè non finalmente dovesse discacciarlo da tutte l'altre province del Regno, ch'erano nell'ubbidienza della Chiesa: e vedendo essere inutile ricorrere in Inghilterra, avendo avuta contezza in quel tempo che fu in Francia del valore e prudenza di Carlo d'Angiò Conte della Provenza, fratello del S. Re Lodovico di Francia, spedì a quello Maestro Alberto da Parma suo Cappellano e Segretario, per trattare la sua venuta in Regno, offerendogliene l'investitura. Ma per trovarsi il Re Luigi in Oriente implicato nella guerra Sagra, non potendo dargli ajuto, non potè niente conchiudersi: rimase non perciò Alberto in Francia, e trattò quest'affare sotto i Pontefici successori d'Innocenzio per quattordici anni a fin di ridurre il trattato ad effetto, siccome sotto il Pontificato d'Urbano IV fu ridotto[38].

Vi è anche chi scrisse che, infermatosi Innocenzio in Napoli, avendo intesa la novella della vittoria ottenuta da Manfredi, se ne morisse di cordoglio a' 7 o, come altri rapportano, a' 13 dicembre di quest'anno 1254[39]. Giace sepolto questo Pontefice nel Duomo di Napoli, ove ancor oggi s'addita il suo tumulo. Pontefice, che potè darsi questo vanto, d'essere stato il primo, che unisse alle pretensioni, che han tenuto sempre i Pontefici romani sopra questo Reame, l'attual possesso di quello. Tutte le spedizioni degli altri Pontefici per conquistarlo furono, o infelicemente terminate o appena mosse dissipate e spente; d'Innocenzio IV può solamente dirsi che per più mesi ne avesse avuto il corporal possesso, e che per altri tanti lo tramandasse al suo successore Alessandro IV. Perciò si leggono di lui tante investiture concedute a molti nostri Baroni, delle quali si è fatta memoria. Pontefice ancor egli intendentissimo di ragion civile, e che ornò la nostra giurisprudenza di molti trattati e volumi.

Fioriva in Italia in questi anni l'Accademia di Bologna sopra tutte le altre; dove Innocenzio essendo giovane apprese la disciplina legale, e nelle leggi civili ebbe per Maestri Azone, Accursio e Jacopo Balduino; siccome nel jus canonico Lorenzo Spagnuolo, Giovanni Teutonico, Jacopo d'Albasio ed Uguccione, principali Dottori di quella età; onde ne divenne un dei più perfetti legisti del suo tempo[40]. E volendo emulare Innocenzio III pur famoso Giureconsulto de' suoi tempi, in mezzo alle cure di quel turbolento ed inquieto Pontificato, non tralasciò questi studj, perchè stando in Lione, scrisse sopra i cinque libri de' Decretali gli Apparati, di che tanto i Canonisti si servono: fondando il principio sopra l'autorità d'Ezechiel profeta: della qual Opera scrivendo S. Antonino dice, ch'ella è di maggior autorità, che la lezione di ciascun libro degli altri Dottori, onde ne venne chiamato padre e monarca delle divine ed umane leggi.

Scrisse le Costituzioni, che fece nel Concilio di Lione, parte delle quali s'hanno nel Sesto libro dei Decretali. Compose un libro, che Ostiense nella sua Somma chiama Autentiche. Ed un altro intitolato Apologetico, contro a Pietro delle Vigne, intorno alla giurisdizione dell'Imperio ed autorità del Papa; e compose anco i Commentarj del vecchio e del nuovo Testamento.

Ebbe in molto pregio gli uomini virtuosi, e letterati, fra' quali Alessandro d'Ales di nazione inglese, ch'essendo già vecchio prese l'abito de' Frati Minori; dal quale fece comporre la Somma della Teologia, ed altre grandi opere, onde ebbe il cognome di Dottore Irrefragabile. Spinse Bernardo da Parma, ed il Compostellano, ch'erano suoi Cappellani, perchè scrivessero sopra il Decretale, e componessero altre opere.

Amava molto le religioni, e fra le altre quella di S. Benedetto, e le due di S. Domenico, e di S. Francesco, le quali a guisa di novelle piante allora fiorivano. Riformò la Regola a' Frati Carmelitani, dandone la cura al Cardinal Ugo. Ordinò, che tutti i Romiti viventi senza Regola, e particolarmente quelli ch'erano per la Toscana, ed anche molti Religiosi di S. Agostino, uniti sotto un Generale, si chiamassero Eremitani. Rinovò in Francia, ed anche in Italia la Religione de' Cruciferi, ch'era quasi spenta; tal che in Italia si rifecero alcuni Monasteri di nuovo, ed in Napoli particolarmente ebbero poi quello di S. Maria delle Vergini fuori della Porta di S. Gennaro, dato loro dalla famiglia Carmignana, e da' Vespoli. Concesse a' Cavalieri de' SS. Maurizio e Lazaro autorità d'eleggere il Gran Maestro nella religion loro; e concesse a' Canonici dell'Arcivescovado di Napoli l'uso della Mitra bianca, quando l'Arcivescovo celebra; ed al Clero le franchigie, che insino ad oggi gode per tutto il Regno.

CAPITOLO IV. Spedizione d'Alessandro IV sopra il regno, e nuovi inviti fatti da lui al Conte di Provenza, ed al Re d'Inghilterra.

Il Legato appostolico intimorito per la vittoria ottenuta da Manfredi, abbandonando la Puglia, fece ritorno coll'esercito papale in Terra di Lavoro, incamminandosi verso Napoli, e per istrada incontrossi col Marchese Bertoldo, e continuarono uniti il cammino insino a Napoli, ove giunti trovarono, che pochi giorni prima Innocenzio era già morto[41]. Quando i Cardinali, e tutti que' della Corte videro il Legato, ed il Marchese Bertoldo, ed intesero la ruina de' loro eserciti, furono presi di tanto timore, che volevan tosto partire da Napoli, e ritirarsi in Campagna di Roma; ma confortati dal Marchese, che non partissero, si stettero; ed all'elezione del nuovo Pontefice furono tutti rivolti. Non mancano Scrittori[42], che dicono esservi stato gran contrasto fra' Cardinali per questi elezione, e che perciò la Sede fosse vacata un anno. Ma l'Anonimo, il Collenuccio, Pansa ed altri[43], rapportano, che i Cardinali temendo non il differire l'elezione fosse cagione di maggior lor danno, tosto in Napoli uniti, di concorde volere eressero Rainaldo d'Anagni della famiglia Conti nipote di Gregorio IX che fu chiamato Alessandro IV, il quale nel Duomo di Napoli fu consecrato, ed incoronato, ed in questa città siccome pruova il Chioccarelli[44], vi si trattenne per un'anno.

Intanto il Principe Manfredi, reso più animoso per la morte d'Innocenzio, ridusse sotto la sua ubbidienza quasi tutte le altre città della Puglia, che aveano alzate le bandiere della Chiesa. Si sottopose a lui Barletta, da poi Venosa e finalmente Acerenza, dove Giovanni Moro fu da' Saraceni crudelmente fatto morire. Prende Rapolla; indi si resero Trani, Bari, ed in breve tutta la Puglia, toltone alcune città di Terra d'Otranto, che ancora si mantenevano sotto l'ubbidienza della Chiesa.

Il Pontefice Alessandro IV atterrito nel principio del suo Pontificato di questi progressi del Principe, spinse Tommaso Conte dell'Acerra cognato del Principe, e Riccardo Filangerio, che andassero a trovar Manfredi; i quali vennero in Puglia, spinti anche, come si diceva, da alcuni Cardinali, per insinuargli, che non mancasse mandare i suoi Ambasciadori a rallegrarsi col nuovo Pontefice della sua esaltazione a quella Cattedra, portando ammirazione, che ciò, che tutti gli altri Principi del Mondo facevano, non volesse far egli[45]. Manfredi dubitando, siccome altra volta era accaduto, che questa sua Legazione al nuovo Pontefice non fosse interpretata per sua debolezza, e pusillanimità, loro rispose, ch'egli non avrebbe mandati altri Ambasciadori al nuovo Pontefice, se non per trattar la pace con tali condizioni: Ut Regnum in dominio, et possessione Regis Conradi II nepotis sui, sub baliatu Principis remaneret. Compositio autem super eo tantum esset, ut census pro ipso Regno Romanae Ecclesiae augeretur.

(Questo trattato fu conchiuso da Alessandro, il quale nell'anno 1255, dimorando ancora in Napoli, quivi spedì la Bolla dell'investitura ad Edmondo, che vien rapportata da Lunig[46]).

Quando il Pontefice intese nel ritorno del Conte e di Riccardo, che Manfredi non era niente disposto a mandargli i Legati, nè a lasciare il Regno nelle mani della Chiesa, cominciò, seguitando le pedate del suo predecessore, a mostrarsegli più inimico degli altri. Fece in prima ripigliar il trattato da Maestro Alberto da Parma con Carlo Conte di Provenza, dal quale avuti riscontri, che Carlo non si trovava disposto per l'impresa del Regno, si voltò ad Errico Re d'Inghilterra, rinovando il trattato, che il suo predecessore Innocenzio avea cominciato col medesimo, offerendogli di nuovo l'investitura del Regno per Edmondo suo figliuolo, purchè venisse tosto a discacciarne Manfredi; e notasi negli Atti di quel Regno, che Papa Alessandro si riscaldò tanto per quest'impresa, che commutò il voto, che avean fatto il Re d'Inghilterra, i Re di Norvegia, ed altri, d'andare in Terra Santa, nell'andare a conquistar la Sicilia, e il Regno di Puglia in favor della Chiesa.

Mandò ancora un Vescovo in Puglia a citar Manfredi da sua parte: Ut in festo Purificationis Beatae Mariae proxime futuro ad Curiam Romanam accederet, responsurus de interfectione Burrelli de Anglono, et de injuria, quam Apostolicae Sedi intulerat, expellendo Legatum, et exercitum Ecclesiae de Apulia[47]. A questa citazione rispose Manfredi per sua lettera diretta al Pontefice, purgandosi di ciò, che se gl'imputava della morte di Borrello, e che per quello, che toccava d'aver discacciato il Legato, e l'esercito della Chiesa da Puglia, non avea fatta niuna ingiuria alla Chiesa romana, defendendo con ciò la giustizia del suo nipote, e sua.

Durando Manfredi in tal proponimento di non mandar suoi Ambasciadori al Papa, venne da lui Maestro Giordano da Terracina Notajo della Sede Appostolica già benevolo di Manfredi, il quale mostrando dispiacere di queste contese, consigliò il Principe, che in tutte le maniere mandasse al Papa i suoi Legati, perchè da questa missione non altro, che sommo onore e comodo n'avrebbe ritratto: finalmente Manfredi mosso dal consiglio di costui, destinò due Legati al Pontefice, dandogli potere per trattar la pace, i quali furono Gervasio di Martina, e Goffredo di Cosenza suoi Secretarj[48].

Giunti costoro in Napoli, ove risedeva allora la Corte del Papa, cominciarono a trattar con alcuni Cardinali deputati per questo effetto la pace; ed incontrandosi delle difficoltà e de' dubbj, i quali non potevano superarsi, se non si trattasse a dirittura col Principe, i Legati persuadevano il Papa, che mandasse un Cardinale in Puglia a trattar con Manfredi, perchè in cotal maniera era molto facile, che la concordia seguisse. Ma i Cardinali gonfi per la loro dignità, e grandezza, la quale di fresco era stata da Innocenzio cotanto innalzata, dicevano id non convenire Sedis honori, ut Cardinales hoc modo mittantur[49]. Per la qual cosa lungamente essendosi contrastato su questo punto, non poterono gli Ambasciadori del Principe in conto veruno indurre quelli della Corte a mandar un Cardinale a Manfredi.

Il Principe intanto, vedendo che si portava in lungo il trattato, non volle perder tempo di reintegrare al suo Contado d'Andria, ciò che con ragione speziale se gli apparteneva; e perciò restituì a quello la Guardia Lombarda, ch'era delle pertinenze di quel Contado, e che ancora era rimasa in potere delle genti Papali. Si mostrarono i Cardinali, avuta tal notizia, offesi per tal novità, e ch'era volergli deludere e rompere con ciò ogni trattato. I Legati del Principe rispondevano, che ciò non era violar i trattati, perchè Manfredi, ciò che avea fatto, avealo fatto come Conte di Andria, non già come Balio; non avendo fatto altro, che reintegrare al suo Stato quella Terra, la quale, come narra l'Anonimo, erat de speciali jure ipsius Principis, e che ciò non dovea dispiacere al Pontefice.

Ma ancorchè i Cardinali sotto questo pretesto mostrassero le loro doglianze, non era però per altro la loro dispiacenza, se non perchè vedendo approssimarsi tanto Manfredi col suo esercito, temevano che finalmente non s'incamminasse verso Napoli: ed in fatti erano entrati perciò in tanta costernazione, che il Pontefice con tutta la sua Corte pensavano imbarcarsi, ed uscire da quella città; per la qual cosa avvertirono gli Ambasciadori del Principe, a dovergli fare intendere, che se veramente egli voleva la pace colla Chiesa, partisse col suo esercito dalla Guardia Lombarda, e ritornasse in Puglia.

Gli Ambasciadori, accortisi del lor timore, gli promisero di voler scrivere a Manfredi, che ritornasse in Puglia, come fecero; ma nell'istesso tempo in secreto gli significarono, che se egli s'incamminava verso Napoli, per la paura entrata nelle genti del Papa, con facilità l'avrebbe disfatte, e si sarebbe impadronito di Terra di Lavoro. Manfredi avuta tal notizia, era disposto, ancorchè impedito dalle tante nevi cadute di passare in Terra di Lavoro: ma lo ritenne l'avviso importuno in quell'istante sopraggiuntogli d'una sollevazione scoverta in Terra d'Otranto di coloro di Brindisi, i quali essendosi sollevati, aveano sorpresa Nardò, e fatta molta strage di que' Cittadini e di soldati, ch'erano comandati da Manfredi Lancia, che il Principe suo consanguineo avea creato Capitano in Terra d'Otranto; laonde convenne a Manfredi rivocar il suo proponimento, e volle incamminarsi verso Brindisi, come fece, lasciando la Guardia, e venne con ciò a soddisfare alla volontà del Pontefice.

I Cardinali, veduto lui allontanato, ed implicato a questa nuova impresa in Terra d'Otranto, si raffreddarono per la pace, nè per ciò i Legati di Manfredi poterono conchiuder niente; anzi il Papa creò allora un'altro Legato della Sede Appostolica per lo Regno, che fu Ottaviano di Santa Maria in Via Lata, Diacono Cardinale, il quale appena fu fatto, che subito cominciò ad unire gente, per formar un competente esercito da opporsi a Manfredi: di che avvedutisi i suoi Legati, tosto partirono da Napoli, e andarono a ritrovar il Principe, il quale già era per incamminarsi verso Brindisi, e gli esposero ciò che il Papa per mezzo del nuovo Legato intendeva di fare, e di essersi rotto ogni trattato.

Manfredi, perciò non intimorito, volle proseguire l'impresa; e cinse d'assedio Brindisi capo della ribellione, alla qual città eransi unite molte altre di Terra d'Otranto come Oria, Otranto, Lecce e Mesagna, e devastando il terreno d'intorno, abbattè e demolì Mesagna, fece ritornar Lecce sotto la sua ubbidienza, ed all'assedio d'Oria tutto si rivolse.

Or mentre questo Principe era tutto inteso a sedare queste rivolte, altre nuove revoluzioni lo chiamarono in altre più rimote parti, in Sicilia ed in Calabria.

Era a questi tempi il governo di queste Regioni commesso ad un solo Moderatore, il qual era, come si disse, Pietro Ruffo di Calabria Conte di Catanzaro. Questi essendo di fortuna assai povera, fu a' tempi dell'Imperador Federico ammesso nella sua Corte[50]; indi tratto tratto crescendo nella grazia di Federico, fu fatto suo intimo Consigliero, e finalmente Maresciallo del Regno di Sicilia. Morto Federico, fu da Manfredi dato per Balio ad Errico, perchè governasse la Calabria e la Sicilia in suo nome. Fu da poi da Corrado fatto Conte di Catanzaro, e confermato nel governo di quelle province; ma morto Corrado, mal sofferendo il Baliato di Manfredi, diede di se gravi sospetti d'essersi confederato col Pontefice Innocenzio IV a' danni del Re Corradino; e mostrò sempre avversione con Manfredi, ed ora più che mai, che lo vedeva potente in Puglia, gli avea sconvolta la Sicilia non meno che la Calabria per mezzo di Giordano Ruffo suo nipote. Questi essendosi con molta gente afforzato in Cosenza, teneva sotto la sua divozione tutta la provincia di Val di Crati, e Terra Jordana, in guisa che il nome del Principe Manfredi, non solo non era temuto, ma avuto in niun conto; anzi erasi scoverto un trattato, che passava con molta secretezza tra lui ed il Pontefice Alessandro, di darsi la Calabria in mano della Chiesa, e già andavano, e ritornavano messi per compire il trattato[51].

Manfredi avvisato di queste insidie da alcuni Cosentini, e da Gervasio di Martina, tosto mandò sue truppe in Calabria, e ne fece Capitano Corrado Truich, al quale insieme col suddetto Gervasio impose, che guardasse quella provincia. Furono da questi valorosi guerrieri dopo varj successi, descritti diffusamente dall'Anonimo, finalmente poste quelle province sotto l'ubbidienza del Re Corrado; ed avendo l'esercito di Manfredi soggiogata quasi tutta la Calabria, fu anche espugnata Messina; e Reggio tosto si pose sotto l'ubbidienza del Principe, il quale intanto mentre per suoi Ministri guerreggiava in Calabria e in Sicilia, non tralasciò l'assedio d'Oria, e di ridurre le città di Terra d'Otranto ribellanti alla sua divozione.

Ma mentre Manfredi era intento all'assedio d'Oria, e teneva le sue forze divise in varie parti di Calabria e di Sicilia, Ottaviano Legato della Sede Appostolica avea già ragunato un grand'esercito per invadere la Puglia; ed era il numero delle truppe, che lo componevano, sì grande, che obbligarono Manfredi abbandonare quell'assedio, e portarsi in Melfi, per resistere a quel torrente, che veniva ad inondarlo. Unì per tanto il Principe, come potè meglio, i suoi Tedeschi e Saraceni: ed ancorchè il suo esercito di numero cedesse a quello del Legato; nulladimeno per lo valore de' suoi soldati, con intrepidezza mirabile se gli fece incontro, invitandolo a battaglia. Ma l'esercito papale, alla cui testa era il Legato, non volle mai accettar l'invito, e sol fronteggiava quello del Principe, non venendosi per più tempo a niun fatto d'arme.

Intanto sotto la condotta dell'Arciprete di Padova, che il Legato avea fatto suo Vicario, erasi ragunato un altro esercito per l'impresa di Calabria; poichè Pietro Ruffo scacciato da Messina, e fuggitivo da Calabria era ricorso al Pontefice Alessandro, animandolo all'impresa di Calabria. S'aggiunsero ancora gli acuti stimoli di Bartolommeo Pignatelli, creato allora dal Papa Arcivescovo di Cosenza, il quale per l'odio implacabile, che teneva con Manfredi, fu dal Pontefice Alessandro riputato istromento abilissimo per poterlo impiegare insieme con Pietro Ruffo a quella impresa. Accoppiossi ancora a costoro Bertoldo Marchese di Honebruch, al quale Alessandro, per maggiormente adescarlo, avea conceduta l'investitura del Contado di Catanzaro, tolto da Manfredi a Pietro Ruffo[52].

Or mentre questi erano per incamminarsi in Calabria, fu dal Legato richiamato indietro l'Arciprete, per dover colle sue truppe accrescere l'esercito, che fronteggiava con quello di Manfredi; e s'avviarono l'Arcivescovo di Cosenza, e Pietro Ruffo in Cosenza, ove giunti, avendo prima sparse molte finte novelle, per atterrire que' Popoli, finalmente gli richiesero, che si rendessero al Papa. Ma stando alla difesa di que' confini Gervasio di Martina, fece loro valida resistenza; e poichè, per la mancanza delle genti dell'Arciprete, l'esercito dell'Arcivescovo era molto estenuato, questo Prelato per accrescere il numero, tenendone facoltà dal Papa, cominciò a crocesignare quanti Calabresi potè avere per que' contorni, togliendogli dalla zappa, dall'aratro e dal remo, i quali correvano in folla a farsi crocesignare; poichè l'Arcivescovo avea pubblicata la Crociata contro Manfredi, con remissione di tutti i loro peccati, e indulgenze così plenarie, come se pigliassero la Croce contro Infedeli per discacciargli da Terra Santa, e dal Sepolcro di Cristo[53]. Si crocesignarono perciò da duemila Calabresi, che uniti colle genti dell'Arcivescovo, ancorchè mal in arnese d'armi e cavalli, nulladimanco come se andassero a prender il martirio per la Fede, mostrarono intrepidezza tale che stimolavano l'Arcivescovo a dover in tutti i modi uscire e combattere l'esercito contrario. Ma Gervasio di Martina disprezzando le loro forze, dopo varie vicende descritte minutamente dall'Anonimo, alla perfine gli pose in fuga, gli dissipò tutti, e costrinse l'Arcivescovo e Pietro Ruffo a scappar via, il quale ricovratosi in Lipari, tornò poi in Terra di Lavoro nella Corte del Papa. Questi avvenimenti stabilirono le Calabrie saldamente nella fede del Principe Manfredi, e tutte pacate sotto la sua ubbidienza tornarono.

Intanto questo Principe campeggiava col suo esercito in Puglia presso Guardia Lombarda a fronte dell'esercito del Legato, il quale non volendo venir mai a battaglia, stavasi a vista di quello di Manfredi osservando l'uno gli andamenti, ed i moti dell'altro.

Ma mentre questi eserciti erano in cotal stato, ecco che giunse in Puglia a Manfredi un Maresciallo del Duca di Baviera zio del fanciullo Re Corrado mandato dalla Regina Elisabetta madre del Re, e dal Duca istesso, per trattare con Manfredi, e colla Corte romana di questi interessi, ch'erano proprii di quel Principe[54].

Subito che il Legato ed il Marchese Bertoldo seppero l'arrivo del Maresciallo, e la cagione per la quale era stato inviato, mandarono al Principe Manfredi a cercargli una tregua e sospension d'arme, affine di potersi trattar la pace tra il Papa Alessandro ed il Re Corrado per mezzo del Maresciallo; Manfredi glie la accordò; ed essendosi per molti Nobili e Baroni dell'una parte e l'altra giurata la tregua per insino che durasse il trattato, e per cinque dì da poi, nel caso niente si conchiudesse: il Legato, niente rispondendo circa la dilazione di cinque giorni, diede di se sospetto, non volesse ingannarlo, siccome l'evento dimostrò; poichè essendosi Manfredi (fermata che fu la tregua) allontanato col suo esercito da quel luogo, e scorrendo per le marine di Bari, il Legato, contro i patti della tregua, entrò col suo esercito in Capitanata, e sorprese Foggia; pose in costernazione tutte le altre città di questa provincia; e la città di S. Angelo posta nel sopracciglio del Monte Gargano, all'arrivo dell'esercito papale in Foggia, si ribellò contro il Principe. Manfredi, ch'era a Trani, pien di stupore per la violata fede del Legato[55], non credè in prima la sorpresa di Foggia; ma accertato da poi di sì grave attentato, tutto pien d'ira velocemente passò col suo esercito a Barletta, ed avendola mantenuta in fede, ritornò in Lucera; indi passò al Gargano, ove presa per assalto quella città ribellante, la ridusse alla sua ubbidienza; e ristorato il suo esercito, si appressa a Foggia, ove assedia l'esercito papale, ch'erasi ritirato in quella città. Intanto il Marchese Bertoldo era accorso colle sue truppe in ajuto del Legato: Manfredi lo prevenne, e datagli una fiera rotta, lo pone in fuga, e prende tutto il suo bagaglio.

Il Legato si chiude in Foggia col suo esercito; e Manfredi cinge la città di stretto assedio, e vi cagiona una penuria grandissima di viveri, tanto che si dava un cavallo per una gallina, e sopra questi mali vi s'aggiunse altro peggiore d'una infermità così grave, che ne perivano molti del suo esercito, e l'istesso Legato cadde anch'egli infermo[56].

Vedutosi perciò in quest'angustie, conoscendo, che non poteva più resistere alla fortuna e valore del Principe, per non veder perire tutte le sue genti angustiate con quel stretto assedio, mandò suoi Messi a Manfredi pregandolo della pace. Non fu il Principe renitente ad abbracciarla; onde dopo varj trattati infra di loro avuti, fu la pace conchiusa con queste condizioni[57].

Che il Principe tenesse il Regno per se e per parte del Re Corrado suo nipote, eccetto Terra di Lavoro: che questa provincia dovesse tenersi dalla Chiesa: che se Papa Alessandro non volesse forse accettar questa concordia e transazione, fosse lecito al Principe ricuperare tutta quella Terra, ch'appartiene al suo dominio.

Fermata che fu dal Principe e dal Legato questa pace, fu da costui Manfredi instantemente pregato, che volesse ad imitazione del nostro buon Redentore perdonare a que' gentiluomini del Regno, che nel tempo dell'Imperador Federico suo padre erano stati esiliati dal Regno, e che allora erano col Legato. Manfredi, ancorchè questo non fosse compreso ne' capitoli della pace, nulladimanco usando della sua clemenza concedè a tutti il perdono, e non solamente lor diede la sua grazia, ma restituì loro tutte le Terre, che in pena della fellonia loro erano state giustamente tolte, con che però nell'avvenire colla loro fedeltà ed onore cancellassero le passate offese.

Nè volle, che da questa grazia fosse eccettuato il Marchese Bertoldo, co' suoi fratelli, ma con ampio perdono gli ammise nuovamente nella sua familiarità, permettendo, che potessero ritenere i loro Stati, dei quali per le loro colpe avrebbono meritato esserne perpetuamente privi.

Conchiusa in cotal maniera questa pace, l'esercito papale col Legato partì da Foggia, ed andò in Terra di Lavoro; e Manfredi avendo perciò tolto l'assedio da quella città, andò a divertirsi alla caccia in quelle vicine pianure; ma nell'istesso tempo del riposo, non trascurò mandare suoi Ambasciadori al Papa a chiedergli l'accettazione di quanto erasi col Legato concordato[58]; altrimente rifiutando l'accordo, in esecuzion di quello avrebbe proccurato ridurre sotto la sua ubbidienza Terra di Lavoro.

Ma ecco come tosto svanirono questi concordati; poichè giunti gli Ambasciadori del Principe in Napoli, trovarono nella Corte del Papa il Conte Guaserbuch, il quale scoprì loro una congiura, che coll'intelligenza di quella Corte, il Marchese Bertoldo, e suoi fratelli con alcuni Nobili del Regno tramavano contro la persona di Manfredi, al quale bisognava tosto avvisarla, perchè se ne guardasse. S'avvidero ancora, che il Papa Alessandro a tutto altro era inchinato, che a confermar l'accordo avuto col suo Legato; onde tosto dell'uno e dell'altro ne avvertirono Manfredi.

Il Principe sorpreso da tal notizia, ricercati altri indizj di tal congiura, s'avvide, che era vero ciò che gli aveano avvisato i suoi Ambasciadori; onde fece tosto imprigionare il Marchese e' suoi fratelli. Ed essendo ritornati dalla Corte del Papa gli Ambasciadori senza conchiuder niente, stante la ripugnanza d'Alessandro ad accettare la preceduta concordia: per riparare a' mali gravissimi, che se gli minacciavano, intimò una general Corte a tutti i Conti e Baroni del Regno da tenersi in Barletta in febbrajo nel dì della Purificazione del seguente anno 1256. Ed intanto perchè dal suo canto niente da far rimanesse, per togliere ogni scusa, tornò a mandare nuovi Ambasciadori al Pontefice a ricercarlo di nuovo, se volesse confermar la concordia, ma Alessandro espressamente negando di fermarla, ne rimandò i Legati.

Allora fu, che Manfredi nel stabilito tempo convocò in Barletta il general Parlamento, nel quale in presenza di tutti i Conti e Baroni del Regno furono varj, e gravi affari risoluti.

Fu privato per sentenza de' medesimi Pietro di Calabria, tanto dell'onore del Contado di Catanzaro, quanto dell'Ufficio della Marescialleria regia del Regno di Sicilia, per la sua fellonìa.

Fu creato Conte del Principato di Salerno Gualvano Lancia zio del Principe, al quale fu anche conceduto l'Ufficio di Gran Maresciallo del Regno di Sicilia, di cui era stato Pietro spogliato.

Nell'istesso Parlamento, il fratello di Gualvano zio parimente di Manfredi fu fatto Conte di Squillaci; ed ad Errico da Spernaria fu conceduto il Contado di Marsico[59].

Fu parimente in questa general Corte agitata e discussa la causa del Marchese Bertoldo e de' suoi fratelli, i quali convinti della congiura macchinata contro il Principe, con concorde voto de' Conti e de' Baroni del Regno, furono con lor sentenza condennati a morte. Ma Manfredi volendo usar loro clemenza, commutò la pena in carcere perpetua, ove miseramente finirono la loro vita.

Disbrigato che fu il Principe Manfredi da questa Corte, ove diede molti provedimenti politici per la quiete del Regno, fu poi tutto rivolto all'impresa di Terra di Lavoro, ed a spegnere affatto dalla Calabria, e più dalla Sicilia la fazione del Papa, il quale in quell'isola ancor vi teneva Frate Rufino dell'Ordine de' Minori per Legato della Sede Appostolica, il quale poneva in isconvolgimenti continui quell'isola avendosi resi molti Siciliani benevoli, i quali scossa la fede regia, ubbidivano a lui, come a Signore dell'isola in nome della Chiesa romana. A riparar questi mali creò Manfredi per suo general Vicario di Calabria e di Sicilia Federico Lanzia suo zio, il quale con mirabile destrezza e gran valore ripose le città di Calabria fluttuanti interamente in pace e quiete, e sotto l'ubbidienza del Re, e dando animo all'esercito regio, ch'era in Palermo, fece sì, che il Legato Rufino, e' suoi seguaci fossero fatti tutti prigioni, e fosse restituita Palermo, e tutti que' luoghi all'ubbidienza del Re; e passato poi in Messina ridusse parimente quella città alla fede regia.

Intanto il Principe Manfredi avendo intimata la guerra al Papa, che allontanatosi dal Regno, avea prima in Anagni, e poi in Viterbo trasferita la sua Corte, s'accinse all'impresa di Terra di Lavoro, per restituirla sotto il suo dominio. Spiegò li suoi stendardi, e con potente esercito entrò ne' confini di Terra di Lavoro, e verso Napoli incamminossi. Fu veramente cosa maravigliosa, come notò il Costanzo[60], che la città di Napoli, la quale pochi anni prima avea tanto ostinatamente chiuse le porte e negata l'ubbidienza a Corrado, ora, mandasse fuori messi a Manfredi, mentre era ancor lontano, a spontaneamente offerirsegli[61]. Nè si crede che ne fosse stata altra cosa cagione, che le poche forze e vigore del Papa, e la fresca memoria, che sotto la speranza di Papa Innocenzio IV erano stati saccheggiati, e miseramente disfatti. Nè vi è dubbio, che vi cooperarono molto le promesse di Manfredi, il quale mandò a dire a molti gentiluomini suoi conoscenti, quanto gli uomini valorosi poteano sperare maggior esaltazione da lui, che dal governo de' Preti; il che si potea vedere per esempio di molti di Puglia e di Calabria e d'altre province, ch'egli con somma liberalità e munificenza avea esaltati con ordine di cavalleria, e con altre dignità e preminenze. In fatti i Napoletani riceverono con gran festa e giubilo Manfredi nella lor città; il quale, perchè l'effetto fosse conforme alle promesse, entrato che vi fu, fece tutto il contrario di quel, che avea fatto Corrado, rinovando a sue spese gli edificj pubblici, assecurando tutti coloro, che a tempo di Corrado ed a tempo suo s'erano mostrati inimici della Casa di Svevia, ed onorando molti Nobili, con pigliargli, secondo l'età e la virtù, o per Consiglieri, o per Cortegiani appresso la sua persona[62].

L'esempio di Napoli mosse anche i Capuani di rendergli parimente la loro città, ed il simile fecero tutte l'altre città convicine. Solo Aversa per la fazione, che v'aveano le genti del Papa, fece alquanto resistenza; ma finalmente bisognò, che cedesse alla forza di Manfredi, ed in breve tutta la provincia di Terra di Lavoro si sottopose alla sua ubbidienza. Ridotta questa provincia, passò in Capitanata, ed indi in Brindisi per reprimere la sedizione, che l'Arcivescovo di quella città aveagli fomentata: la ridusse in sua fede, ed imprigionò l'Arcivescovo. Ariano e l'Aquila, che furono l'ultime e le più ostinate a mantenersi in ribellione, furono da lui arse e distrutte.

Così avendo questo Principe restituito con tanto valore al suo dominio tutto il Regno di Puglia, si dispose di passare in Sicilia per maggiormente stabilirla nella fede regia, e purgare quell'isola d'ogni vestigio, che mai vi rimanesse della fazion contraria. Navigò lo stretto, ed in Messina giunto, fecevi dimora per pochi giorni, ed indi passò a Palermo regia Sede degli antichi Re di Sicilia.

Intanto il Pontefice Alessandro, non potendo per se solo rintuzzare le forze di Manfredi, rinovò in quest'anno 1257 le pratiche in Inghilterra, per ridurre quel Re ad accettar l'investitura del Regno offertagli per Edmondo suo figliuolo; e narra Matteo Paris, che Errico vi condescese; ma perchè le forze non erano pari all'impresa, il Re desiderava, che gl'Inglesi gli dessero validi ajuti: per la qual cosa fece egli unire un Parlamento, e fecevi in quello comparire Edmondo vestito alla Pugliese, per maggiormente spingergli a soccorrerlo, acciocchè il Regno offertogli, per cagion loro non si perdesse[63]; ma gl'Inglesi niente conchiusero, e come diremo, nell'anno 1259 il trattato rimase affatto estinto; e Manfredi per vano rumore, essere Corradino morto, fattosi incoronare a Palermo, si stabilì nel Trono di Sicilia: ciò che bisogna rapportare nel seguente libro di quest'istoria.

(Si leggono presso Lunig[64] due Brevi d'Alessandro IV uno scritto ad Errico Re d'Inghilterra padre d'Edmondo, ed un altro al Vescovo di Erford, perchè in vigor dell'investitura si sollecitassero per questa spedizione, e mandassero gente e 'l denaro promesso per discacciar Manfredi del Regno).

FINE DEL LIBRO DECIMOTTAVO.

STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI