LIBRO DECIMONONO

Mentre Manfredi era in Palermo, giunse quivi novella, che il Re Corradino fosse morto in Alemagna; ma in questo passo d'istoria gli Scrittori, secondo le fazioni contrarie, non convengono. I Guelfi, come Giovanni Villani Fiorentino, e gli altri Italiani di quel partito narrano, che Manfredi per eseguire il suo scellerato pensiero, che lungo tempo sotto contrario manto nascondeva d'usurpar il Regno al Re suo nipote, avendo tentato invano di farlo avvelenare, avesse ordinato alcuni falsi messi, che gli portassero nuova di Germania, prima dell'infermità, e poi della morte di Corradino, e che questo rumore sparso in Palermo, ed in tutte le città del Regno, fosse stato tutto per sua astuzia ed inganno; e che perciò, per maggiormente farlo credere, con dissimulazione grandissima di dolore inviò a' Baroni e Sindici delle terre dell'uno e l'altro Regno cotal avviso, pubblicando per vera la morte di Corradino, e che avendo in Palermo fatto celebrare con pompa reale, e con dimostrazione di grandissimo lutto i funerali per la finta morte di quel Principe, avesse egli in presenza di tutti i Conti, Baroni e Prelati ivi concorsi, fatta una gravissima orazione, colla quale connumerando i beneficj de' Principi Normanni, e degli Imperadori Svevi suoi progenitori verso l'uno e l'altro Regno, e l'opere fatte da lui a tempo di Corradino, e nell'infanzia di Corradino suo figliuolo, pregò tutti, che poichè la fortuna in sì poco spazio, mostrandosi nemica al sangue loro, avea mandato sotterra sì grande Imperadore, com'era stato Federico suo padre, con tanta numerosa progenie, non volessero fraudar lui di quella successione, che la volontà di Dio, e quella di suo padre dichiarata nel di lui testamento, l'avea destinata, avendolo lasciato vivo per sua misericordia, dopo la morte di tanti altri Regali. Ed aggiungendo poi la poca speranza, o il poco timore, che s'avea da tenere de' Pontefici romani, per essere il di lor governo breve e mutabile, nel quale la morte d'uno guasta quanto è fatto in molti anni di vita, e lascia al successore necessità di cominciare ogni cosa da capo: vogliono, che queste cose dette da lui con somma grazia e con mirabil arte, fossero state di tanta efficacia e vigore, che fu immantenente da tutti salutato per loro Re e Signore.

Dall'altra parte l'Anonimo, ancorchè Scrittor contemporaneo, ma tutto Ghibellino, e coloro che lo seguirono, narrano, che niente Manfredi usasse di simil inganni ed astuzie; ma che sparsosi nel Regno cotal rumore della morte di Corradino, quasi tutti i Conti, e gli altri Magnati del Regno, i Prelati ancora delle Chiese s'avviarono immantenente in Sicilia a trovar Manfredi, siccome fecero tutte le altre città dell'uno e l'altro Regno, con mandar i loro Sindici, e messi in Palermo: dove insieme uniti, di concorde volere tutti lo richiesero, che avendo egli sinora con tanta prudenza governato il Regno per parte sua, e di Corradino suo nipote, essendo questi mancato, dovesse egli come vero erede di quello, prenderne il governo, e coronarsi Re di Sicilia; che alle grida e a' desiderii di tutti, essendo concorso i Conti, i Baroni e tutti i Prelati del Regno l'avessero gridato Re, e colle solite cerimonie l'incoronassero nel Duomo di Palermo agli 11 del mese di agosto di quest'anno 1258[65].

Che che ne sia, se Manfredi colle sue arti s'avesse ciò proccurato, come è più verisimile a chiunque riguarda l'ambizione ch'ebbe di dominare, o fosse caso o volontà de' sudditi, fu egli con solenne cerimonia, secondo il costume de' maggiori concorrendovi tutti i Conti, Baroni, e gli altri Magnati del Regno, con molti Prelati, gridato e coronato Re, assistendo a questa sua incoronazione infiniti Vescovi e Prelati; e Rinaldo Vescovo d'Agrigento, che celebrò la messa, l'unse del sacro olio, assistendovi l'Arcivescovo di Sorrento, e l'Abate Cassinense, e poscia dagli Arcivescovi di Salerno, di Taranto e di Monreale gli fu posta, nel Trono assiso, la corona Reale. Alcuni sognarono, che Manfredi si fosse fatto anche incoronare Re di Puglia in Bari colla corona di ferro, siccome dissero di Errico e di Costanza; ma ancorchè il Beatillo nella vita di S. Niccolò di Bari, con autorità d'alquanti moderni Scrittori s'ingegni provarlo, è ciò tutta favola, non essendovi niuno Scrittore antico o contemporaneo, che lo rapporti.

Tosto che il Re Manfredi fu assunto al solio del Regno, per obbligarsi maggiormente i popoli, ed acquistarsi nome di benefico, e di liberale, nella festa della sua coronazione, a tutti i Sindici delle città e terre, che ivi si trovarono, fece splendidissimi doni, diede uffici e molti promosse a gradi ed onori di cavalleria. Indi di Palermo ritornò tosto in Puglia con alcuni Saraceni, per tener in freno i Tedeschi; ma scorgendo esser tutte le province pacate, e liete del nuovo suo dominio, e che erano in placidissima pace, celebrò un general Parlamento a Barletta, ove onorò molti dell'ordine di cavalleria, e molt'altri investì di vari Contadi, dando loro per lo stendardo l'investitura. Dopo questo intimò un'altra general Corte in Foggia, ove avendo convocati i Baroni, e' gentiluomini, ornò molti altri del cingolo della milizia, e profusamente concedè ad altri onori, ufficj e preminenze; e con magnifici giuochi, feste ed illuminazioni tenne i popoli tutti allegri e festanti, e pieni di gioja.

Il Pontefice Alessandro di mal animo vedendo i progressi di Manfredi, ed il poco conto che s'avea di lui, pensando che per reprimere le costui forze non erano sufficienti quelle della Chiesa, avea già sin dal passat'anno 1257 ripreso il trattato con Errico Re di Inghilterra, invitando Edmondo suo figliuolo alla conquista del Regno: ed in effetto, come si disse, avea mandati suoi Legati in Inghilterra a portargli l'investitura, per la quale investiva del Regno il Re Errico in nome d'Edmondo suo figliuolo, che allora era di minor età. E già Errico in nome di suo figliuolo diede il giuramento di fedeltà al Legato; e si erano stabiliti i patti ed il censo, che dovea pagarsi alla Sede Appostolica, ed avea promesso di presto venire con potente armata in Regno per discacciarne Manfredi. Ma o che questo Principe, meglio pensando, non volesse intrigarsi in questa nuova guerra, o che il censo stabilito ne' patti dell'investitura fosse veramente grave ed esorbitante, differiva l'espedizione, e sollecitato da Alessandro, rispondeva, che bisognava moderar il censo, ch'era esorbitante, prima d'ogni altra cosa[66]. Il Papa impaziente designò tosto di mandare in Inghilterra Arlotto Sottodiacono della Sede Appostolica, ed il suo Cappellano per trattar di questa moderazione; ma non fu ciò di mestieri, perchè nell'istesso tempo dal Re Errico furono spediti suoi Ambasciadori al Papa l'Arcivescovo di Tarantasia, i Vescovi di Bottun, e Roffense, e Maestro Nicolò di Francia suo Cappellano Regio per trattare di quest'istesso affare; ma essendosi costoro affaticati in vano, per li nuovi torbidi insorti in Inghilterra, finalmente nel seguente anno 1259 svanì ogni trattato; nè da poi si pensò più in Inghilterra, ma in Francia furono rivolti i pensieri d'Alessandro non meno, che del suo successore Urbano.

Mentre per queste cagioni si differiva tal espedizione, Manfredi intanto avea già discacciate le genti del Papa da Puglia, da Terra di Lavoro e da Sicilia: avea presi e puniti i ribelli, ed erasi già, come si è detto, fatto incoronare Re in Palermo. Per la qual cosa Papa Alessandro adirato più che mai, non volendo trascurare via di vendicarsi, e vedendo che le armi temporali niente giovavano, fu tutto rivolto alle spirituali, onde alle scomuniche, ed interdetti fece ricorso.

Prefigge in prima certo termine al Re Manfredi, perchè comparisse avanti di lui e dassegli soddisfazione, ed ammenda di tutto ciò, che contro la Sede Appostolica avea attentato, altramente l'avrebbe deposto, scomunicato e privato di tutti gli onori; ma non comparendo Manfredi, poco curante di queste minaccie, egli lo scomunica, lo dichiara ribelle, inimico della romana Chiesa, e sacrilego occupatore e predone delle sue ragioni, e che avea stretta confederazione co' Saraceni, de quali s'era fatto Capo. Lo priva del Principato di Taranto e di tutti i feudi, ragioni, onori e preminenze. Lo dichiara reo di esecrandi delitti, di aver preso, ed in oscuro carcere posto Fra Ruffino suo Cappellano, e suo Legato in Sicilia e Calabria; d'aver stese le sacrileghe mani sopra i beni delle Chiese del Regno di Sicilia; d'aver preso, e con dure catene tenuto in istrette prigioni l'Arcivescovo di Brindisi, con ispogliarlo di tutte le sue robe; e d'avere con esecrando ed orribile attentato aspirato al soglio regale di Sicilia, con aver occupato quel Regno devoluto alla Sede Appostolica, e sacrilegamente fattosene incoronare Re, senza sua permissione e consenso. Dichiarava perciò col voto, e consiglio de' suoi Cardinali Manfredi scomunicato, nulla ed irrìta la sua incoronazione, e tutti gli atti di unzione, ed ogni altro attinente a quella.

Interdisse tutte le città, luoghi e castelli, che ricevessero Manfredi, e lo avessero per Re. Proibì a tutti gli Arcivescovi, Vescovi, Abati e qualunque altra persona ecclesiastica di celebrare i divini uffici presente Manfredi, e che non ricevessero da lui beneficii ecclesiastici, e niuna amministrazione di Chiesa o monasteri; e che coloro, che si trovassero avergli ricevuti, fra due mesi dovessero onninamente resignargli.

Oltre ciò, asserendo egli, che mentr'era in Napoli rigorosamente avea ordinato a tutti i Prelati, ed a qualsivoglia persona ecclesiastica, che non s'accostassero a Manfredi, nè gli mandassero ambasciadori, nè ricevessero messi da lui inviati, nè gli prestassero ajuto, o consiglio; che ciò non ostante, contro questo suo divieto, quasi tutti gli Arcivescovi, Vescovi, Abati ed altri Prelati del Regno di Sicilia s'erano portati a Palermo, ed erano intervenuti alla di lui incoronazione: perciò avea fatti citar generalmente tutti coloro, che v'erano intervenuti, e nominatamente alcuni, che dovessero comparire personalmente fra certo termine avanti di lui; ma perchè niuno era comparso, niente curando della intimazione fattagli; perciò scomunicava Rinaldo Vescovo d'Agrigento, e lo deponeva dalla vescovil dignità, per aver colle sacrileghe sue mani unto in Re quel Principe, ed avea nel giorno dell'incoronazione solennemente celebrata la messa. Scomunicava ancora l'Arcivescovo di Sorrento, e lo deponeva della sua Chiesa come anche l'Abate Cassinense, privandolo del governo di quel monasterio per aver assistito a detta unzione e coronazione; comandando a' Capitoli delle Chiese d'Agrigento e di Sorrento, al Convento del monasterio di Cassino, ed a tutti i vassalli delle Chiese e monasterio suddetti che non li ubbidissero nè li riconoscessero per tali; nè più gli contribuissero l'entrate e loro ragioni. Agli Arcivescovi di Salerno, di Taranto e di Monreale, ch'erano parimente intervenuti alla coronazione, li quali all'indegno capo di Manfredi avean posta la real corona, e l'aveano posto nel regal Trono di Palermo, citò con termine perentorio e prefisso, che dovessero personalmente presentarsi avanti di lui nella prossima festività dell'ottava de' SS. Pietro e Paolo. La carta di queste terribili censure che Alessandro scagliò contro Manfredi e suoi partigiani, ove con formole orrende si lanciano tanti fulmini ed interdetti, vien rapportata dal Tutino e si legge nel suo trattato de' Contestabili del Regno[67].

Ma di questi fulmini non si facea alcun conto, erano riputati vani e senza ragionevol cagione scagliati; onde non si mossero punto nè Manfredi nè le città del Regno nè i Prelati, nè que' Popoli ad obbedirgli; anzi Manfredi godendo il frutto delle tante sue vigilie e sudori, sovente divertivasi in giuochi e nelle caccie rigorosamente comandando che si proseguissero per tutte le Chiese del Regno, come prima i divini uffici, nel che non incontrò veruna repugnanza ne' Prelati, ed in tutte l'altre persone ecclesiastiche. E resosi da per tutto potente e glorioso, già stendeva le sue forze fuori dei confini del Regno, e nell'altre parti d'Italia avea reso celebre e famoso il suo nome, tanto che per lui la fazione Ghibellina cominciò a sollevarsi sopra la Guelfa; ed in Lombardia ed in Fiorenza avea fatti mirabili progressi.

E perchè vedeva, che l'opulenza dell'uno e l'altro Regno, ancorchè fosse grande, non avrebbe bastato a mantenere grandi eserciti come bisognava, che e' tenesse per l'inimicizia de' Pontefici romani, prese partito di mandare parte dell'esercito in Toscana e parte in Lombardia in sussidio de' Ghibellini; onde venia insieme ad evitar la spesa, ed a divertire il pensiero del Papa dal molestarlo, al quale era più necessario attendere alla conservazione de' Guelfi, del patrimonio di S. Pietro, di Romagna e della Marca[68]. Ed egli rimase nel Regno, dove trattanto viveva quel tempo con molta felicità e splendidezza: dimorando nelle città marittime di Puglia e più d'ogni altra in Barletta.

Or mentr'egli dimorava in questa città giunsero quivi gli Ambasciadori della Regina Elisabetta, secondo l'Anonimo, ovvero di Margherita (secondo per una carta che rapporta, crede il Summonte) madre del Re Corradino e del Duca di Baviera, i quali esposero a Manfredi la loro ambasciata dicendogli, che Corradino era vivo, e che si doveano punire quelli che falsamente aveano pubblicata la sua morte; onde in nome della Regina e del Duca lo pregavano che volesse lasciare il Regno, che legittimamente era di Corradino. Manfredi ricevè gli Ambasciadori con grand'onore e stima; e come molto accorto e prudente avendo prevista l'ambasciata, prontamente loro rispose: ch'era già notorio e palese a tutti, che il Regno era perduto per Corradino, e che egli con tanti sudori e vigilie per viva forza avealo ricuperato dalle mani di due Pontefici: ch'essendo Corradino di poca età tornerebbe facilmente a perderlo; ed i Pontefici romani fieri inimici della casa Sveva con facilità glielo ritoglierebbero; oltre che le genti del Regno non avrebbero comportato, dovendosi egli valere de' Tedeschi, dei quali aveano orrore, che dominasse più in quello la nazion tedesca; che non bisognava ora che i popoli erano assuefatti al suo dominio, ed alle sue maniere placide ed all'Italiana, con dar loro nuovo Principe, mettersi in pericolo di nuove rivoluzioni; e perchè si scorgesse, che non per ambizion di regnare, ma per maggior utile del piccolo Re, egli non lasciava il Regno, prometteva di conservarlo per lui e governarlo per lui, e mentr'egli vivea, e da poi lasciarlo a Corradino: che perciò avrebbe la Reina fatto assai prudentemente di mandarlo a lui ad allevare, acciocchè apprendesse i costumi italiani perch'egli l'avrebbe tenuto, non come nipote, ma come proprio suo figliuolo[69]. Gli Ambasciadori ricevuta tal risposta, chiesta licenza, si partirono riccamente presentati; e mandò al Duca di Baviera dieci corsieri bellissimi, ed al picciolo Corradino molte gioie.

Rimandati con queste risposte i Legati del Duca e della Regina, riputando questa infelice Principessa esser molto dura e difficil impresa poter colle sue forze ritoglier ora dalle mani di Manfredi il Regno, le fu forza dissimular il tutto, riserbando a tempo migliore di poter vedere il piccolo Re suo figliuolo restituito al Trono di Sicilia.

Intanto Manfredi stabilito ora più che mai nel Regno, avendo abbassate le forze del Pontefice, e dei Guelfi in Italia, s'era reso formidabile a tutta Italia, avea esteso oltre quella la sua fama e grido per tutte le altre Nazioni d'Europa per lo suo coraggio, munificenza e splendidezza, e per tutte le altre virtù, che adornavano la sua persona, veramente regie. Si vide perciò favorito e stimato da quasi tutti i Principi di Europa, co' quali egli trattava con estraordinaria magnificenza e splendore; ed accadde in questi tempi, ch'essendo venuto a Bari Baldovino Imperador di Costantinopoli, trovandosi egli in Barletta, andò subito cortesemente a riceverlo, e lo trattenne in splendidissime feste e diversi giuochi d'armi; e non perdonando a spese, fece far superbi apparati e giostre continue, ove furono invitati i Signori più riguardevoli così dell'uno, come dell'altro reame.

Per la celebrità della fama, che aveasi con sì generosi modi acquistata, fu mosso il Re Giacomo d'Aragona a volersi imparentar con lui, sposando il suo primogenito Pietro d'Aragona alla sua figliuola Costanza, ch'egli avea generata di Beatrice figliuola di Amadeo Conte di Savoja sua prima moglie, presa in tempo, che ancor vivea l'Imperadore suo padre[70]; ed il Marchese di Monferrato si sposò un'altra sua figliuola.

Dispiacquero al Pontefice Alessandro queste parentele, e per impedire quella col Re d'Aragona ingiunse a Raimondo di Pennaforte Frate Domenicano, e celebre per la sua Compilazione delle Decretali, che s'adoperasse con ardore, ed efficacia appresso quel Re, di cui egli era Confessore, per frastornarla; ma tutti gl'impegni del Papa, e le insinuazioni di Fra Raimondo a nulla valsero; laonde vedutosi Alessandro fuor di speranza, non ebbe ardire per quel tempo, che sopravvisse, di mai più molestarlo; per la qual cosa Manfredi insino alla morte d'Alessandro, regnò con molta quiete e felicità, riordinando le cose del Regno; e nato per opre magnifiche, volle anco presso di noi lasciar di se perenne ed immortal memoria, con fondare alla falda del Gargano ne' lidi del mare Lina magnifica città, che estinse affatto l'antica Siponto, e che dal suo insino ad ora ritiene il nome di Manfredonia, ancorchè Carlo d'Angiò occupato il Regno, ed i romani Pontefici per l'implacabil odio al nome di Manfredi, avessero fatto ogni studio, perchè non Manfredonia, ma Nuovo Siponto s'appellasse.

Il Pontefice Alessandro non potendo sostener di vantaggio i continui dispiaceri, che per le prosperità di Manfredi, e de' Ghibellini riceveva nell'animo, vinto finalmente da grave cordoglio, mentr'era colla sua Corte a Viterbo, gravemente infermossi, ed indi a poco uscì di vita in quest'anno 1260 secondo l'Anonimo, perchè il Sigonio, Inveges ed altri comunemente riportano la sua morte nell'anno seguente 1261.

I Cardinali nell'elezione del successore furono in grandissimi contrasti; e finalmente non potendo infra di loro convenire, dopo tre mesi elessero persona fuori del lor Collegio. Questi fu Giacomo Patriarca di Gerusalemme, che si trovava allora in Viterbo per promovere col Papa alcuni interessi della sua Chiesa. Egli era di nazione franzese, uomo di grande spirito, zelantissimo di promovere le pretensioni della romana Corte, ed in conseguenza fiero inimico di Manfredi, e de' suoi Ghibellini. Urbano IV nomossi; nome assai luttuoso, e memorando all'infelice Casa di Svevia.

CAPITOLO I. Spedizione d'Urbano IV contro Manfredi; ed inviti fatti in Francia per la conquista del Regno.

Il Re Manfredi intesa l'elezione d'Urbano oltremodo turbossene, e cominciò a temere non volesse ricorrere alle forze di Francia per turbar quella pace, ch'ora godeva il Regno. Nè furon vani i suoi sospetti, poichè il nuovo Pontefice, appena assunto al Ponteficato, adoperò nuovi mezzi perchè il Re Giacomo d'Aragona disfacesse il matrimonio già conchiuso da Pietro suo figliuolo con Costanza figliuola di Manfredi[71]; e per mostrare maggior coraggio del suo predecessore, volle sul bel principio ritrattar la causa di Manfredi; onde nel dì della Cena del Signore in presenza d'innumerabil concorso di popolo solennemente gli spedì una terribile citazione[72], e per renderla più strepitosa, la fece affiggere nelle porte delle Chiese, per la quale citava Manfredi di dover comparire avanti di lui per purgarsi e difendersi sopra molti altri gravi ed enormi delitti, e ricever da lui que' castighi e quelle pene, che la giustizia gli avrebbe persuaso d'imporgli.

I delitti ch'erano espressi in quella citazione rapportata dal Tutini[73], e sopra de' quali voleva prender ammenda, erano, che Manfredi per mano de' Saraceni avea fatto abbattere e ruinare sin da' fondamenti la città d'Ariano; che avea fatto vergognosamente uccidere Tommaso d'Oria e Tommaso Salice; avea data crudel morte, e con tradimento a Pietro Ruffo di Calabria Conte di Catanzaro, e fatta crudel strage di molti fedeli della romana Chiesa.

Che in disprezzo dell'autorità Appostolica, e delle censure ecclesiastiche, ed in destruzione di quelle, faceva celebrare avanti di lui ne' luoghi interdetti i divini Ufficj, ciò che non era senza sospetto d'eretica pravità: e che citato perciò dal suo predecessore Alessandro, nè comparendo, era stato da colui scomunicato.

Che egli in obbrobrio della fede cattolica, preferiva a' Cristiani i Saraceni, valendosi de' loro riti, e conversando con essi assai famigliarmente; che avea ridotto il Regno di Sicilia ad uno stato ignominioso ed in dura servitù, per l'acerbe taglie ed imposizioni, colle quali gravava gli abitatori; che s'era anche imbrattato del sangue de' suoi congiunti; ed avea fatto proditoriamente trucidare Corrado Busario Nunzio e vassallo di Corradino; oltre di molti esecrandi eccessi, per li quali era dannato di notoria infamia.

Manfredi, ancorchè non personalmente citato, ma in quella maniera, per editto, udita la citazione, non volle mancare di mandar tosto suoi nunzj al Papa per difendersi di quanto se gl'imputava; ma ne furono tosto rimandati indietro senza conchiuder niente; ed approssimandosi il tempo prefisso alla citazione di dover comparire, tornò Manfredi a mandare altri suoi Messi; vi spedì il Giudice Attardo da Venosa, e Giovanni da Brindisi Notai suoi famigliari, i quali con premurose istanze dimandarono, ch'essendo stato Manfredi citato per cause ardue e gravi, non poteva commettere a niuno de' suoi Nunzj la sua difesa, ma che sarebbe egli personalmente venuto a presentarsi avanti il Papa ed il Collegio de' Cardinali, purchè però se gli spedissero dal Pontefice lettere di assicuramento, affinchè dovendo passare per luoghi della Chiesa non ricevesse molestia ed ostilità. Il Papa gli concedè sì bene licenza di poter venire, ma ristrinse il numero di coloro, che doveano per sua custodia accompagnarlo, e che entrasse senz'armata; onde Manfredi temendo di qualche insidia incamminossi alla volta del Pontefice, ma per sua sicurezza portò seco competente numero di soldati e molti Cavalieri per sua compagnia. Urbano ciò reputando una gran temerità di Manfredi, sordo ed implacabile a quel, che per sua discolpa allegavano i suoi Ambasciadori, rotto ogni indugio, rinovò le censure contro Manfredi, e con celebrità grande non altrimente di quel che fece il suo predecessore di nuovo lo scomunica, lo dichiara tiranno, eretico ed inimico della Chiesa[74].

Allora Manfredi toltasi ogni lusinga di poter entrare in grazia d'Urbano, vedendolo risoluto ai suoi danni, e che non vi era altro rimedio, che reprimere la sua alterigia colla forza, mandò subito ad assoldare nuove compagnie di Saraceni, spedendole a' confini del Regno, perchè infestassero lo Stato della Chiesa in Campagna di Roma; ed altre truppe mandò nella Marca d'Ancona, ritirandosi egli in Puglia a provvedere a' bisogni d'una buona guerra, che già prevedea doversi fare con Urbano.

Queste mosse accrebbero in guisa lo sdegno e l'ira nell'animo del Papa, che non contento d'aver umiliati i Svevi in Germania, cercò anche abbattergli in Italia; ed avendo scorto, che i ricorsi fatti da' suoi Predecessori in Inghilterra erano riusciti tutti vani, volle tentare se in Francia potessero avere miglior successo. Spedì pertanto ivi M. Alberto Notajo Appostolico, a trattare col Re Lodovico perchè accettasse l'investitura per alcuno de' tre minori suoi figliuoli, che erano Giovanni Conte di Nevers, Pietro Conte d'Alenzon, e Roberto Conte di Chiaramonte. Ma il Santo Re non accettò l'offerta, temendo (come rapporta Rainaldo[75] per una lettera di questo Pontefice scritta al soprannominato Alberto) di non scandalizzar il Mondo, assaltando un Regno, che a Corradino Svevo era dovuto per eredità, e ad Edmondo d'Inghilterra donato per investitura d'Alessandro IV.

Escluso per tanto Urbano dal Re Lodovico si rivolse a pubblicar la Crociata in Francia: laonde mandò ivi un Legato Appostolico ad assoldare buon numero di gente, ed a predicare l'indulgenza plenaria e remissione de' peccati a chi pigliava l'arme contra Manfredi, dichiarandolo per tiranno, eretico ed inimico della Chiesa.

Il Legato giunto in Francia pubblicò la Crociata, ed assoldò gran numero di soldati sotto Roberto Conte di Fiandra genero di Carlo Conte di Provenza e di Angiò, il quale venuto in Italia con buon numero di Cavalieri franzesi, in tal modo rilevò le cose de' Guelfi, e sbigottì i Ghibellini, che il Re Manfredi rivocò gran parte delle genti, che teneva sparse in Italia in favore de' Ghibellini; per la qual cosa i Guelfi di Toscana e di Romagna andarono ad incontrar Roberto, ed insieme con lui debellarono il Marchese Uberto Pallavicino. Il Re Manfredi per accorrere a' mali più gravi, si risolvè di passare egli in Campagna di Roma, e ponersi in luogo opportuno, ove potesse esser presto a vietare a' nemici l'entrata nel Regno, o venissero per la via d'Abruzzo, o di Terra di Lavoro; e subito andossene ad accampare con tutto l'esercito tra Frosinone ed Anagni[76].

Era allora il Papa in Viterbo, e volle che Roberto Conte di Fiandra con tutto l'esercito passasse di là, dove benignamente l'accolse, lodandolo ed accarezzando lui e gli altri Capi dell'esercito; e benedisse le bandiere e le genti, con esortarlo, che seguisse il viaggio felicemente, mandandolo carico di lodi e di promesse: delle quali gonfiato Roberto, si mosse con tanto impeto contra il Re Manfredi, che senza fermarsi in Roma un momento, andò ad accamparsi vicino a lui.

Ma il Re conoscendo, che non era per lui di fronteggiare nella campagna, ma più di munir le terre, e guardar i passi, per temporeggiare quella Nazione, che di natura è impaziente delle fatiche, quando vanno a lungo, si ritirò di quà dal Garigliano, da quella parte, che divide lo Stato della Chiesa dal Regno di Napoli; e già Roberto cercava di passar ancora quel fiume. Ma perchè la mano del Signore avea riserbato ad altri il ministerio della ruina di Manfredi, ecco che i Romani si ribellarono, e tolsero in tutto l'ubbidienza al Papa, e crearono un nuovo Magistrato detto de' Banderesi; per la qual cosa Urbano fu stretto a chiamare l'esercito franzese, per mantenere almeno con la persona sua il resto dello Stato ecclesiastico, che non seguisse l'esempio di Roma.

Non lasciò Manfredi di pigliare sì opportuna occasione, e di travagliarlo; poichè partito che fu dall'altra riva del fiume l'esercito nimico, passò solo coi Saraceni, ricusando i suoi Baroni regnicoli d'andare con lui ad offesa delle terre della Chiesa, col pretesto che l'obbligo loro era solo di militare per la difensione del Regno[77]; come se non fosse difender il Regno, con tal diversione abbattere le forze del nemico. Ma Manfredi cedendo al tempo, dissimulò l'abbandonamento, e con placidezza diede a tutti licenza, perchè partissero ed andassero quietamente alle lor case: gli richiese solamente a titolo d'imprestito, che lo sovvenissero di que' danari che aveano portato seco per le spese: ciò che fu trattato dal Conte di Caserta, e così fu fatto.

L'intrepido Re solamente co' suoi Saraceni andò verso Roma, e porgendo aiuto agli altri ribelli del Papa, perturbò tanto lo Stato ecclesiastico, che quelli Franzesi ch'erano venuti al soldo, non potendo aver le paghe, se ne ritornarono di là dall'Alpi, e gli altri che rimasero, appena bastarono a difenderlo.

§. I. Invito d'Urbano fatto a Carlo d'Angiò per la conquista del Regno.

Questo accidente accaduto al Papa co' Romani, e 'l veder co' suoi ribelli unito Manfredi, accrebbe di tanto sdegno ed ira l'animo d'Urbano, che lo fece pensare a più potenti ed efficaci modi di ruinarlo; e perchè vedeva con isperienza, che le forze del Ponteficato non erano bastanti ad assoldare esercito tanto possente, che potesse condurre a fine sì grande impresa, chiamò il Collegio de' Cardinali[78], e con una gravissima ed accurata orazione commemorando le ingiurie e gl'incomodi, che per lo spazio di cinquanta anni la Chiesa romana avea ricevuti da Federico, da Corrado e da Manfredi senza niuno rispetto, nè di religione nè d'umanità, propose, ch'era molto necessario non solo alla reputazione della Sede Appostolica, ma ancora alla salute delle persone loro, di estirpare quella empia e nefanda progenie; e seguendo la sentenza della privazione di Federico data nel Concilio di Lione da Papa Innocenzio IV concedere l'uno e l'altro Regno, giustamente devoluto alla Chiesa, ad alcun Principe valoroso e potente, che a sue spese togliesse l'impresa di liberare non solo la Chiesa, ma tanti Popoli oppressi ed aggravati da quel perfido e crudel tiranno, dal quale parevagli ad ora ad ora di vedersi legare con tutto il sacro Collegio, e mandarsi a vogare i remi nelle galee. Queste e simili parole dette dal Papa con gran veemenza commossero l'animo di tutto il Collegio, e con gran plauso fu da tutti lodato il parer di Sua Santità, e la cura che mostrava avere della Sede Appostolica e della salute comune.

Si venne perciò alla discussione intorno all'elezione del Principe: e poichè dal Re Errico d'Inghilterra non era da sperarsi cos'alcuna per esser lontano, per essersi veduto fin ora inutilmente averlo aspettato tanto, bisognava metter l'occhio ad altro Principe. Dal Re di Francia esserne già stato escluso. Nè era da sperar soccorso da Alemagna, implicata allora tra fiere guerre per l'elezione di due Re de' Romani, cioè d'Alfonso X Re di Spagna e di Rainulfo fratello del Re d'Inghilterra. Gli altri Principi di Spagna, essere parte a Manfredi congiunti di sangue, e parte lontani ed impotenti; onde non restava, che dalla Francia, come non molto lontana e sempre propensa a soccorrere la Chiesa romana, di ricercar ajuto.

Era allora Carlo Conte di Provenza assai famoso in arte militare ed illustre per le gran cose fatte da lui contra gl'Infedeli in Asia sotto le bandiere di Re Luigi di Francia suo fratello[79], colui che per l'innocenza di sua vita adoriamo ora per Santo; e perchè era ancora ben ricco e possedeva per l'eredità della moglie tutta Provenza, Linguadoca e gran parte del Piemonte; parve al Papa ed a tutto il Collegio subito che fu nominato che fosse più di tutti gli altri attissimo a questa impresa; onde senz'altro indugio elessero Bartolommeo Pignatello già Arcivescovo d'Amalfi, ed ora di Cosenza e poi di Messina[80], per andare con titolo di Legato Appostolico a trovarlo in Provenza e riferirgli la buona volontà del Papa e del Collegio di farlo Re di due Regni, ed a trattare la venuta sua e sollecitarla quanto prima si potesse.

Fu anche in quest'anno 1263 da Urbano inviato in Inghilterra altro Legato al Re Errico e ad Edmondo suo figliuolo, affinchè non volendo accettar i patti contenuti nell'investitura concessa, nè essendo in istato di adempir le condizioni, colle quali era stato il Regno conceduto, rinunziassero in mano del detto Legato le ragioni che mai potessero avere in questi Reami per l'investitura fattagli da Papa Alessandro IV.

(Lunig[81] rapporta il breve d'Urbano IV drizzato in quest'anno 1263 al Re d'Inghilterra, riprendendolo della sua negligenza, e che perciò rinuncii all'investitura del Regno, minacciandolo di volerne investir altri. E ripigliando il trattato con Lodovico IX Re di Francia, offerendo l'investitura a Carlo suo fratello, gli scrisse per ciò due Brevi, che pur si leggono presso Lunig[82]).

E que' Principi prontamente, nauseati da tanti patti e condizioni dal Papa ricercate, rinunciarono l'investitura[83], nè vollero di ciò più sentir parola; ond'è che gl'Inglesi dicono che i Papi dopo aver tirate dall'Inghilterra grandissime somme di denaro per questo negozio, la fecero restar delusa d'ogni speranza, incolpando il Re Errico, il quale essi dicono, avrebbe dovuto alla prima rifiutar questa corona, o almeno rinunziarla tosto, da poi che vide le tante condizioni e difficoltà; e pensare che donare un Regno, sopra del quale non vi si abbia in sostanza alcun diritto, a condizione che s'abbia da andare a conquistare a proprie spese e rischio, è lo stesso, che fare un presente egualmente ingiusto e nocevole, e che fa tanto male a colui che l'accetta, quanto disonore a chi lo dona.

Intanto l'Arcivescovo di Cosenza giunto in Provenza, espose con molto vigore ed efficacia l'ambasciata; e come era uomo del Regno di Napoli e fiero inimico di Manfredi, cui avendo egli in tanti modi offeso, e dubitando non ne prendesse vendetta, premeva molto di ridurre ad effetto quest'impresa; esagerò a quel Principe con molto spirito e vivacità la bellezza e l'opulenza dell'uno e l'altro reame, e l'agevolezza d'acquistargli, per l'odio che portavano universalmente i popoli alla casa di Svevia.

Carlo, ancorchè Principe ambizioso, intesa l'ambasciata, restò alquanto sospeso, pensando all'arduità dell'impresa ed all'avversione, che v'ebbe sempre il Re Luigi suo fratello, onde fu per rifiutar l'offerta; nulladimanco stimolato da Beatrice sua moglie, la quale non poteva soffrire, che tre sue sorelle fossero l'una Regina di Francia, l'altra d'Inghilterra e l'altra di Germania, ed ella, che avea avuto maggior dote di ciascuna di loro, essendo rimasta erede di Provenza e di Linguadoca, non avesse altro titolo che di Contessa, vedendo suo marito così sospeso, gli offerse tutto il tesoro, tutte le cose sue preziose, fino a quelle, che servivano per lo culto della sua persona, purchè non lasciasse una impresa così onorata. Mosso adunque non meno dal desiderio di soddisfare alla moglie, che dalla cupidità sua di regnare, rispose all'Arcivescovo, ch'egli ringraziava il Papa di così amorevol offerta, e che accordate che si fossero le condizioni dell'investitura non sarebbe rimasto altro, che di parlarne al Re di Francia suo fratello, il quale sperava, che non solo gli avrebbe dato consiglio d'accettare l'impresa, ma favore ed ajuto di poter più presto e con più agevolezza condurla a fine.

Ed essendosi cominciato a trattar delle condizioni, che il Papa voleva imporre su i due reami di Sicilia e di Puglia, si vide, che Urbano voleva investirne Carlo, ma con quelle condizioni, colle quali erasi stabilita la pace tra Manfredi ed il Cardinal Ottaviano allora Legato Appostolico, cioè che Napoli, e tutta la provincia di Terra di Lavoro, colle sue città e terre e l'isole adjacenti, come Capri e Procida, Benevento col suo territorio e Val di Guado restassero alla Chiesa romana: e tutte l'altre province, coll'isola di Sicilia si sarebbero a lui per investitura concedute.

Mostrate al Conte queste condizioni, non volle in conto alcuno accettarle, e dal suo canto all'incontro si fecero alle medesime queste modificazioni: Ch'egli non avrebbe inclinato ad accettar l'impresa, se non se gli fosse conceduto interamente il Regno di Sicilia, con tutta la terra di quà dal Faro insino alli confini dello Stato della Chiesa; siccome lo possederono i Re normanni e svevi: di manierachè, eccettuatane la città di Benevento, con tutti i suoi distretti e pertinenze, niente dell'altre terre sarebbe rimasto alla Sede Appostolica se non il censo, ch'egli avrebbe pagato ogni anno di diecemila once d'oro[84].

E perchè premeva ad Urbano di non differir di vantaggio quest'affare; poichè in altra maniera non si sarebbe potuto scacciar Manfredi dal Regno; fu contento di moderare secondo il volere di Carlo le condizioni suddette; onde conchiuso il trattato in cotal modo, scrisse anche al Re Lodovico, che desse ajuto a Carlo suo fratello, significandogli per altra lettera, che i denari che fosse per somministrargli, si sarebbon presi per titolo di prestanza, con animo di restituirgli. Il Re Luigi non potè resistere a tanti impulsi, e di mala voglia fu alla perfine costretto a dar il consenso che suo fratello accettasse l'invito. Questa memoranda deliberazione, siccome fu cagione della fatal ruina della casa di Svevia, così ancora non può negarsi, ciò che da' savj politici fu ponderato, che portasse insieme la cagione non pur di tanti travagli e desolazioni della casa stessa d'Angiò, ma anche tante spese e tante inutili spedizioni alla Corona di Francia la quale per lo corso di più secoli si vide impegnata perciò a sostener molte dispendiose guerre, le quali riuscitele sempre con infelice successo, le han portato dispendii ed incomodi gravissimi; essendo cosa, e per gli antichi e nuovi esempi pur troppo nota, che cominciandosi da Gregorio M. tutti i Papi suoi successori, ancorchè invitassero molti Principi alla conquista, ebbero poi quegli stessi invitati per sospetti, quando gli vedevano prosperati, e a maggior fortuna arrivati; onde ne invitavano altri per discacciar i primi, per la qual cagione il nostro Reame fu miseramente afflitto, e reso teatro d'aspre e di crudeli guerre.

Ma mentre il Legato Appostolico era di ritorno in Italia, portando la novella della venuta di Carlo, ecco che Urbano dimorando in Perugia, se ne muore in quest'anno 1264 ciò che impedì per allora il passaggio di Carlo in Italia.

CAPITOLO II. Spedizione di Clemente IV e conquiste di Carlo d'Angiò, da lui investito del Regno di Puglia e di Sicilia.

Re Manfredi intesa la morte di Papa Urbano ne prese grandissimo piacere, sperando esser in tutto fuor di pericolo, non meno per le discordie che a quei tempi soleano sorgere tra' Cardinali per l'elezione, onde nasceva lunga vacazione della Sede Appostolica, che per la speranza avea che fosse eletto alcun Italiano, il quale non avesse interesse co' Franzesi, e che avesse abborrimento d'introdur gente oltramontana in Italia; ma restò di gran lunga ingannato, perocchè i Cardinali, che si trovavano averlo offeso e dubitavano, che egli ne avesse presa vendetta, studiaronsi di creare un Papa d'animo e di valore simile al morto: e di comune consenso a febbrajo del nuovo anno 1265 crearono Papa il Cardinal di Narbona. Costui non solo era di nazione franzese, ma vassallo di Carlo[85]: ebbe già moglie e figliuoli; e fu uno de' primi Giureconsulti della Francia: fu poi, morta sua moglie, fatto Vescovo di Pois, indi di Narbona, ed appresso Cardinale, ed ora si trovava Legato in Inghilterra. Tosto che seppe l'elezione, partissi di Francia, ed in abito sconosciuto di mendicante, secondo il Platina, o di mercatante, come vuol Collenuccio, venne a Perugia, ove da' Cardinali con somma riverenza ricevuto, fu adorato Pontefice e chiamato Clemente IV; indi con molto onore a Viterbo 'l condussero.

La prima cosa, che e' trattò nel principio del suo Ponteficato, spinto da natural affezione che la Nazion franzese suol portare a' suoi Principi, fu la conclusione di seguitare quanto per Papa Urbano suo predecessore era stato cominciato a trattare con Carlo d'Angiò, per mezzo dell'Arcivescovo di Cosenza.

(Clemente IV successore d'Urbano, rivocò prima l'investitura data ad Edmondo; e la Bolla di questa rivocazione è rapportata da Lunig[86]; e da poi nell'istesso anno 1265 investì del Regno Carlo d'Angiò, e la Bolla di questa investitura con tutti i suoi patti e gravami, si legge pure presso Lunig[87], siccome anche il giuramento dato da Carlo nel 1266 a Viterbo, pag. 979).

E perchè trovò il Collegio tutto nel medesimo proposito, mandò subito con gran celerità l'Arcivescovo a sollecitare la venuta di Carlo. Confermò ancora il Cardinal Simone di S. Cecilia Legato in Francia, dal suo predecessore eletto; e gli scrisse che assolvesse tutti i Crocesignati Franzesi per Terra Santa, commutando loro il voto nella conquista di Sicilia, come si raccoglie da un'epistola di Clemente stesso riferita da Agostino Inveges[88]. Scrisse ancora al S. Re Lodovico, che desse aiuto a Carlo suo fratello; ed essendosi renduto certo, che così il Conte di Provenza, come il Re suo fratello erano disposti per l'impresa, commise al Cardinal di Tours, che accordasse i patti, co' quali egli voleva, che si fosse data l'investitura; ed ancorchè non potesse alterar niente di ciò ch'erasi convenuto con Urbano sopra le modificazioni già fatte, nulladimanco, ora che vide Carlo impegnato, volle di gravi e pesanti condizioni obbligarlo nell'istesso tempo che gli dava l'investitura.

Aveva Urbano, come si è detto, tentato in questa nuova investitura che s'offeriva al Conte di Provenza, ricavarne per la Sede Appostolica gran profitto, proccurando allora con ogni industria, che la provincia di Terra di Lavoro con Napoli e l'isole adiacenti, non altrimente che Benevento, fosse eccettuata e si aggiudicasse alla Chiesa; ma Carlo non volle sentir parola: poichè finalmente non se gli concedeva un Regno, la cui possessione fosse vacante, ma dovea egli colle sue forze discacciarne il possessore Manfredi, ed il Papa non vi metteva altro che benedizioni ed indulgenze ed un poco di carta per l'investitura; poichè le sue forze erano così deboli, che non poteva nemmeno mantenersi in Roma. Clemente per tanto, non potendo appropriar a se quella provincia, proccurò almeno gravare l'investitura di tanti patti e condizioni, che veramente rese il nuovo Re ligio, spogliandolo di molte prerogative, delle quali prima eran adorni i predecessori Re normanni e svevi.

I Capitoli stipolati e giurati da Carlo, nel modo che il Papa gli avea cercati, secondo che vengono rapportati dal Summonte, da Rainaldo[89] e da Inveges, sono i seguenti.

I. Fu da Clemente investito Carlo Conte di Provenza del Regno di Sicilia ultra e citra, cioè di quell'isola e di tutta la terra, ch'è di quà dal Faro insino a' confini dello Stato della romana Chiesa, eccetto la città di Benevento con tutto il suo territorio e pertinenze: e ne fu investito pro se, descendentibus masculis, et foeminis: sed masculis extantibus, foeminae non succedant; et inter masculos, primogenitus regnet. Quibus omnibus deficientibus, vel in aliquo contrafacientibus, Regnum ipsum revertatur ad Ecclesiam Romanam[90].

II. Che non possa in conto alcuno dividere il Regno.

III. Che debba prestar il giuramento di fedeltà e di ligio omaggio alla Chiesa romana.

IV. Atterriti i romani Pontefici di ciò che aveano passato co' Svevi, che furono insieme Imperadori e Re di Sicilia, in più capitoli volle convenir Clemente, che Carlo non aspirasse affatto, o proccurasse farsi eleggere o ungere in Re ed Imperador romano, ovvero Re de' Teutonici, o pure Signore di Lombardia, o di Toscana, o della maggior parte di quelle Province, e se vi fosse eletto, e fra quattro mesi non rinunziasse, s'intenda decaduto dal Regno.

V. Che non aspiri ad occupar l'Imperio romano, il Regno de' Teutonici, ovvero la Toscana e la Lombardia.

VI. Che se accaderà, stante le contese ch'allora ardevano per l'elezione dell'Imperadore d'Occidente, che fosse eletto Carlo, debba alle mani del romano Pontefice emancipar il suo figliuolo, che dovrebbe succedergli, ed al medesimo rinunciar il Regno, niente presso di se ritenendosene.

VII. Che il Re maggiore d'anni 18 possa per se amministrare il Regno, ma essendo minore di quest'età, non possa amministrarlo; ma debbasi porre sotto la custodia e Baliato della romana Chiesa, insino che il Re sarà fatto maggiore.

VIII. Che se accadesse una sua figliuola femmina casarsi coll'Imperadore, vivente il padre, e quegli defunto, rimanesse ella erede, non possa succedere al Regno; e se deferita a lei la successione del Regno, si casasse coll'Imperadore, cada dalle ragioni di succedere.

IX. Che il Regno di Sicilia non si possa mai unire all'Imperio.

X. Che sia tenuto pagare per lo censo ottomila once d'oro l'anno nella festa de' SS. Pietro e Paolo in tre termini, e mancando decada dal Regno; e di più un palafreno bianco, bello, e buono; e più, secondo un istromento che si legge nel regale Archivio[91], che fecero li Tesorieri del Re Carlo I nell'anno 1274 con alcuni Mercatanti di pagare alla Sede Appostolica ottomila once d'oro per questo censo, si vede, che seimila si pagavano per lo Regno di Puglia, e duemila per l'isola di Sicilia. Del che furono i Pontefici sì rigidi esattori, che nell'anno 1276 strinsero in maniera il Re Carlo, che trovandosi in Roma e senza danari, fu forzato scrivere in Napoli ai suoi Tesorieri, che impegnassero a' Mercatanti la sua Corona grande d'oro, e tante delle sue gioje ed oro, che abbiano in presto ottomila once d'oro, e che gliele mandino subito in Roma per doverle pagare alla Sede Appostolica per lo censo di quell'anno[92].

XI. Che debba pagare alla Chiesa romana 5000 marche sterline ogni sei mesi.

XII. Che in sussidio delle terre della Chiesa, a richiesta del Pontefice, sia tenuto mandare 300 Cavalieri ben armati; in guisa che ciascuno abbia da mantenere a sue spese almeno tre cavalli per tre mesi in ciaschedun anno; ovvero si possano commutare in soccorso di Navi.

XIII. Che debba stare a quello diffinirà il Pontefice sopra la determinazione de' confini da farsi di Benevento.

XIV. Che dia sicurtà a' Beneventani per tutto il Regno; ed osservi i loro privilegi; e che permetta di poter disponere liberamente de' loro proprj beni.

XV. Che non possa nelle terre della Chiesa romana acquistar cos'alcuna per qualunque titolo, nè ottenere in quelle Rettorìa o altra Podestarìa.

XVI. Che s'abbiano a restituire alle Chiese del Regno tutti i beni, che alle medesime furono tolti.

XVII. Che tutte le Chiese e' loro Prelati e Rettori godano della libertà ecclesiastica, e particolarmente nelle elezioni, ristabilendo Clemente ciocchè Alessandro IV avea aggiunto nell'investitura data ad Edmondo figliuolo del Re d'Inghilterra; cioè che il Re e suoi successori non s'intromettano nelle elezioni, postulazioni e provisioni de' Prelati, in guisa che, nec ante electionem, sive in electione, vel post Regius assensus, vel consilium aliquatenus requiratur[93]; soggiungendosi però che ciò non abbia a pregiudicare al Re e suoi eredi, in quanto s'appartiene in jure patronatus, si quod Reges Siciliae, seu ejusdem Regni, et Terrae Domini, hactenus in aliqua, vel aliquibus Ecclesiarum ipsarum consueverunt habere: in tantum tamen, in quantum Ecclesiarum patronis canonica instituta concedunt; siccome perciò non furono esclusi i Re, sempre che la persona eletta fosse loro sospetta d'infedeltà, d'impedire il possesso e concedere il placito Regio alle Bolle di provisione, come altrove diremo.

XVIII. Che le cause ecclesiastiche saranno trattate innanzi agli Ordinarj; e per appellazione alla Sede Appostolica.

XIX. Che abbia a rivocare tutti gli Statuti emanati contra la libertà ecclesiastica.

XX. Che i Cherici nè per le cause civili nè per le criminali si possano convenire avanti il Giudice secolare, se non si trattasse civilmente di cause attinenti a' Feudi.

XXI. Che niuno imponga taglie alle Chiese.

XXII. Che nelle Chiese vacanti non possa pretendere, ed avere nè regalie, nè frutti.

XXIII. Che gli esiliati della Sicilia si riducano nel Regno, secondo che comanderà la Chiesa romana.

XXIV. Che non faccia lega o confederazione con alcuno contro la Chiesa.

XXV. Che debba tener pronti mille Cavalieri oltramontani, apparecchiati per Terra Santa o altro affare della fede.

Queste sono quelle convenzioni, delle quali spesso Marino di Caramanico, Andrea d'Isernia e gli altri nostri Scrittori fanno memoria, quando trattano de' pesi, che nell'investitura data a Carlo furono da Papa Clemente aggiunti.

Accordate in cotal maniera queste Capitolazioni, e vie più sollecitando Clemente la venuta del Conte, intraprende questi il passaggio, ed avendo fatta accompagnare la Contessa Beatrice sua moglie da molti Capitani e Cavalieri franzesi e provenzali, costoro fecero il viaggio per terra; ed egli da Provenza, essendosi posto intrepidamente con pochi legni a solcar il mare, dopo aver miracolosamente scampate l'insidie, che Manfredi gli avea tese con 80 galee, finalmente giunge con somma felicità nel mese di maggio di quest'anno 1265 a Roma, ove fu da' Romani con molti applausi, e segni d'allegrezza ricevuto e careggiato; e narra l'Anonimo[94], che fu tanta la leggerezza e vanità dei Romani, che ritenendo essi, per la dignità Senatoria, un picciol vestigio dell'antica loro libertà, vollero anche di quella spogliarsi, ed esclusi i loro Nobili, crearono Carlo lor Signore e Senatore perpetuo di Roma.

Questa sì felice, e presta venuta di Carlo, gli diede tanta riputazione e fama di Principe valoroso e magnanimo, che pareva, per tutta Italia, la persona sua valesse per un grandissimo esercito; onde vennero tosto da lui tutti que' della fazione Guelfa a visitarlo e ad offerirsi di servirlo. Ed intanto l'esercito di Carlo, che per terra erasi avviato, dopo varj avvenimenti, era finalmente giunto in Italia, e la Contessa Beatrice a Roma; onde Carlo desideroso d'entrar presto nel Regno, per timore, che troppo in Roma trattenendosi, non venisser a mancargli i denari per supplire alle paghe de' soldati, sollecitò fortemente l'espedizione, unendo tutta la sua milizia per combattere l'esercito di Manfredi.

§. I. Coronazione di Carlo in Roma.

Ma prima d'uscire di Roma, volle che Clemente colle celebrità solite l'incoronasse Re, ed insieme gl'inviasse l'investitura, secondo ciò ch'erasi stabilito. Il Pontefice, ch'era a Perugia, gli spedì sua Bolla, per la quale commise a cinque Cardinali, che in S. Giovanni Laterano avanti all'altare pubblicassero la Bolla dell'investitura, e ricevessero dal Conte il giuramento di fedeltà, del ligio omaggio e dell'osservanza di que' Capitoli di sopra notati, e colle debite forme l'incoronassero Re dell'una e l'altra Sicilia. Li Cardinali destinati a questa celebrità furono Rodolfo Vescovo di Albano, Archerio Prete del titolo di S. Prassede, Riccardo di S. Angelo, Goffredo di S. Giorgio al Velo d'oro, e Matteo di S. Maria in portico, Diaconi Cardinali, li quali nel giorno dell'Epifania a' 6 Gennajo di quest'anno 1266 colle solite cerimonie incoronarono Carlo Re d'ambedue le Sicilie insieme con Beatrice sua moglie, essendo presenti molti Prelati e Signori con infinito popolo.

(Di questa Beatrice si legge il Testamento, che fece a Lagopensile nell'anno 1266 rapportato da Lunig[95]).

Si lesse la Bolla dell'investitura fatta da Clemente per la quale con que' patti di sopra riferiti l'investiva del Regno di Sicilia, et de tota Terra, quae est citra Pharum, usque ad confinia terrarum ipsius Romanae Ecclesiae, excepta Civitate Beneventana cum toto territorio, et omnibus districtibus, et pertinentiis.

All'incontro i Cardinali riceverono il ligio omaggio dal Re ed il giuramento di fedeltà, la di cui formola insieme coll'istromento dell'incoronazione vien rapportata dal Tutini[96] ed è del seguente tenore: Nos Carolus Dei gratia Rex Siciliae, Ducatus Apuliae, et Principatus Capuae, ec. Vobis Dominis Rodulpho Albanensi Episcopo, Archerio, ec. Diaconis Cardinalibus quibus per literas suas Dominus Papa commisit receptionem ligii homagii, quod pro Regno Siciliae, ac aliis Terris Nobis a predicta Ecclesia Romana concessis tenemur, eidem Dom. Clementi Papae IV et ejus successoribus canonice intrantibus, et predictae Ecclesiae Romanae facere, ac in manibus vestris, vice, et nomine ipsius Domini Clementis Papae, et hujusmodi ejus successorum, ac predictae Romanae Ecclesiae, et per nos eidem Dom. Papae, ejus successoribus ac Romanae Ecclesiae ligium homagium facimus pro Regno Siciliae, ac tota Terra, quae est citra Pharum, usque ad confinia Terrarum, excepta Civitate Beneventana cum toto territorio, et omnibus districtibus, et pertinentiis suis, nobis, et haeredibus nostris a predicta Ecclesia Romana concessis, ec.

Donò ancora questo Principe in ricompensa, e memoria di quest'atto al Capitolo di S. Pietro e suoi Canonici in perpetuo le rendite e proventi della Bagliva della città d'Aitona, e l'altre rendite, che la Camera regia esigeva sopra di quella sita negli Abruzzi, come per una carta dell'Archivio regio rapporta il Tutino[97], e di più ogni anno in perpetuo 50 once d'oro sopra la Dogana di Napoli[98].

Il Sommario della Bolla di quest'investitura co' Capitoli di sopra esposti vien rapportata dal Summonte, e parte della medesima vien anche rapportata da Baldo[99] ne' suoi Comentarj al nostro Codice. E questa è la prima scrittura, nella quale questi due Regni vengon la prima volta chiamati di Sicilia citra et ultra Pharum, leggendosi quivi: Clemens IV infeudavit Regnum Siciliae citra, et ultra Pharum. E da qui in progresso di tempo ebbe origine l'altro moderno titolo: Rex utriusque Siciliae. Non già che Carlo l'usasse mai ne' suoi diplomi e privilegj; poichè ritenne sempre gli antichi titoli, de' quali s'erano valsi i Re Normanni e Svevi, siccome si è osservato nella riferita scrittura del ligio omaggio, ed in molte altre fatte nei seguenti tempi osservarsi il medesimo fa vedere Agostino Inveges ne' suoi Annali di Palermo.

Il Biondo, Platina, ed alcuni altri affermano, che ora Carlo ricevesse anche il titolo e la corona di Re di Gerusalemme; ma sono di gran lunga errati, poichè questo titolo ancora non era stato tolto a Corradino, che per Jole madre di Corrado suo padre il riteneva, e 'l Papa non glie lo contrastò mai. Pervenne poscia a Carlo dopo la morte di Corradino nell'anno 1276 per cessione di Maria d'Antiochia; onde avvenne, che ne' suoi privilegj si leggono per questa cagione in maggior numero gli anni di Sicilia, che quelli di Gerusalemme[100].

Terminate le feste della coronazione, il Re Carlo senza perder tempo si pose in cammino con le sue genti contro Manfredi, e per la Campagna di Roma s'avviò verso S. Germano. Il Papa non cessava di sollecitarlo, e per agevolar l'impresa mandò in Sicilia il Cardinal Rodolfo Vescovo d'Albano, acciò crocesignasse i Siciliani, e sollevasse que' popoli contro Manfredi. Altra Crociata avea già pubblicata in Italia, dove per la fortuna e felicità di Carlo la parte Guelfa era notabilmente cresciuta di seguito, ed all'incontro i Ghibellini tutti depressi.

CAPITOLO III. Re Manfredi riceve con intrepidezza e valore il nemico: ferocemente si viene a battaglia, nella quale, tradito da' suoi, rimane infelicemente ucciso.

Dall'altra parte il Re Manfredi non tralasciava con intrepidezza e valore accorrere in tutte le parti per prepararsi ad una valida difesa. Dolevasi dell'avversa sua fortuna, e fremeva insieme e stupiva in veggendo il suo nemico non solo aver con tanta felicità su poche navi valicato il mare e sfuggito l'incontro delle sue galee, ma con giubilo e feste essere stato ricevuto in Roma e, istrutto il suo esercito, essere già ne' confini del Regno. Stupiva ne' medesimi suoi sudditi vedere tanta incostanza e volubilità[101], sembrandogli, che tutti chiamassero Carlo, e già per ogni angolo non s'udiva altro, che il suo nome e quello de' Franzesi. Non tralasciava intanto il mal avventuroso Principe inanimirgli ed incoraggiargli alla difesa; ed a tal fine convocò in Napoli una general Assemblea di tutti i Conti e Baroni, richiedendogli del loro ajuto[102]: scorreva egli ora a Capua, ora a Cepperano, ora a Benevento, e commise la custodia dei passi a due, de' quali dovea promettersi ogni accortezza e fedeltà: al Conte di Caserta suo cognato, ed al Conte Giordano Lancia suo parente. Presidiò San Germano, ed ivi pose gran parte de' suoi Cavalieri tedeschi e pugliesi, e tutti i Saraceni di Lucera; ed intanto va in Benevento per tenere in fede quella città e per accorrere da quivi a' bisogni del suo esercito; ed indi passa a Capua.

Ma tutte queste cauzioni niente giovarono a quest'infelice Principe; poichè essendo Carlo giunto all'altra riva del Garigliano, presso a Cepperano, il Conte Caserta ch'era alla guardia di quel passo, con alcune scuse si ritirò indietro, e lasciò che passasse il fiume senz'alcuno ostacolo: il Conte Giordano stupisce del tradimento, e torna indietro per la via di Capua a trovar Manfredi. Così, come deplora l'Anonimo, ad malum destinatus Manfredus, qui apud Ceperanum gentis suae resistentiam ordinare debebat, passus Regni vacuos, et sine custodiae munitione reliquit, ut liber ad Regnum aditus pateat inimicis. Ecco come Carlo col suo vittorioso esercito entra nel Reame, e come tutti i luoghi aperti se gli rendono, tosto prendendo Aquino e la Rocca d'Arci.

Il Re Manfredi avendo inteso, che Re Carlo avea passato il fiume senz'alcun contrasto, inorridisce al tradimento, ed avendo subito unite le sue genti coll'esercito, che teneva il Conte Giordano, cominciò a temere non gli altri Baroni facessero il medesimo; ed avendo già per sospetta la fede de' Regnicoli, tentò di volersi render Carlo amico e di trattar con lui di pace; mandò per tanto i suoi Ambasciadori al medesimo a cercargli pace o almeno tregua. Ma il Re Carlo, che vedeva la fortuna volar dal suo canto, non volle perdere sì buone occasioni, onde agli Ambasciadori, nel suo linguaggio franzese, diede questa altiera, e rigida risposta: Dite al Soldan di Lucerna, che io con lui non voglio, nè pace, nè tregua, e che presto, o io manderò lui all'Inferno, od egli manderà me in Paradiso[103]. Avea Carlo, per inanimire i suoi soldati, lor persuaso, che egli militava per la fede cattolica contro Manfredi scomunicato, eretico, e Saraceno: ch'essi erano soldati di Cristo, e che in qualunque evento, si sarebbero esposti ad una certa vittoria, o d'esser coronati colla corona del martirio morendo; o debellando l'inimico con corona trionfale d'alloro, e renduti gloriosi ed immortali per tutti i secoli[104].

Ricevuta Manfredi questa risposta, fu tutto rivolto all'armi, ed avendo riposta tutta la sua speranza nel gagliardo presidio, che avea lasciato in S. Germano, credea, che Re Carlo non avesse da procedere più oltre, per non lasciarsi dietro le spalle una banda così grossa di soldati nemici, e che per lo sito forte di S. Germano, si sarebbe trattenuto tanto, che o l'esercito franzese fosse dissoluto, per trovarsi nel mese di gennajo in que' luoghi palustri e guazzosi; o che a lui arrivassero gagliardi soccorsi di Barberia, dove avea mandato ad assoldare gran numero di Saraceni; o di Ghibellini di Toscana e di Lombardia. Ma ecco i giudicii umani come tosto vengono dissipati dagli alti giudicii divini: poichè contra la natura delle stagioni i giorni erano tepidi e sereni, come sogliono essere i più belli giorni di primavera; e quelli, ch'erano rimasi al presidio di S. Germano, non mostrarono quel valore nel difenderlo, ch'egli s'avea promesso; perchè in brevi dì, per la virtù de' Cavalieri franzesi, dato l'assalto alla terra, con tutto che i Saraceni valorosamente si difendessero, fu nondimeno quella presa e gran parte del presidio uccisa.

Come Manfredi intese la perdita di S. Germano, ritornando di là la gente sconfitta, sbigottì: e mandata molta gente a presidiar Capua, egli consigliato dal Conte Gualvano Lancia, e dagli altri suoi fidati Baroni, si ritirò nella città di Benevento, per aver l'elezione, o di dar battaglia all'inimico quando volea, ovvero di ritirarsi in Puglia se bisognasse. Il Re Carlo intendendo la ritirata di Manfredi in Benevento, si pose a seguitarlo, e giunse a punto il sesto dì di febbraio alla campagna di Benevento, e s'accampò due miglia lontano dalla città, e manco d'un miglio dal campo de' nemici. Allora Manfredi col consiglio dei principali del suo campo deliberò dar la battaglia, giudicando, che la stanchezza de' soldati di Carlo potesse promettergli certa vittoria. Dall'altra parte Re Carlo spinto dall'ardire suo proprio, e da quello, che gli dava la fortuna, la qual pareva, che a tutte l'imprese sue lo favorisse, posto in ordine i suoi, ancorchè stanchi, uscì ad attaccare il fatto d'arme, onde si cominciò quella memoranda, e fiera battaglia, la quale non è del nostro istituto descriverla a minuto, potendosi con tutte le sue circostanze leggere nell'Anonimo, nel Summonte, Inveges, Tutini; e presso molti altri Istorici, che la rapportano.

L'infelice Manfredi mentre la pugna tutta arde, ed egli la mira da un rilevato colle, vede due schiere del suo esercito, ch'erano malmenate da' nemici, e volendo movere la terza, ch'era sotto la sua guida, tutta di Pugliesi, grida a' Capitani suoi, che tosto ivi accorressero alla difesa, s'avvede che molti de' nostri Regnicoli corrotti da Carlo, seguivano il suo partito, e con infame tradimento non ubbidivano, ma s'astenevano di combattere, quando il bisogno più lo richiedeva[105]. Allora Manfredi con animo grande ed invitto, deliberando di voler più tosto morire, che sopravvivere a tanti valorosi suoi Campioni, che vedea in quella strage morire; cala egli al campo, ed ove la pugna più arde si mischia nella più folta schiera de' suoi nemici, e tra loro combattendo, da colpi di sconosciuto braccio, perchè niuno potesse darsi il vanto di sua morte, restò infelicemente in terra estinto; e sconosciuto tra innumerabile folla di cadaveri estinti, tre dì, prima che fosse ravvisato, miseramente giacque. Così infamemente da' suoi tradito morì Manfredi[106]. Il cui tradimento non potè Dante (siccome l'Anonimo) non imputarlo a' nostri Regnicoli, chiamati allora comunemente Pugliesi, quando nel suo Poema[107] commemorando questa rotta, coll'altra data a Corradino, disse:

E l'altra, il cui ossame ancor s'accoglie

A Ceperan là dove fu bugiardo

Ciascun Pugliese; e là da Tagliacozze,

Ove senz'arme vinse il vecchio Alardo.

Ecco l'infelice fine di questo invitto e valoroso Eroe, Principe (se ne togli la soverchia ambizion di regnare e non avesse avuto l'odio di più romani Pontefici, che lo dipinsero al Mondo per crudele, barbaro e senza religione) da paragonarsi a' più famosi Capitani dei secoli vetusti. Ei magnanimo, forte, liberale ed amante della giustizia, tenne i suoi Reami in istato florido ed abbondante. Violò solamente le leggi per cagion di regnare, in tutte le altre cose serbò pietà e giustizia. Egli dotto in filosofia, e nelle matematiche fu espertissimo, non pur amante de' Letterati, ma egli ancora litteratissimo, e narrasi aver composto un trattato della caccia, a questi tempi da' Principi esercitata, ed in sommo pregio, e diletto avuta. Biondo era, e bello di persona e di gentile aspetto, affabilissimo con tutti, sempre allegro e ridente, e di mirabile ed ameno ingegno; tanto che non son mancati[108] chi con ragione l'abbia per la sua liberalità, avvenenza e cortesia, paragonato a Tito figliuolo di Vespasiano, reputato la delizia del genere umano. Della sua magnificenza sono a noi rimasti ben chiari vestigi, il Porto di Salerno, e la famosa città di Manfredonia in Puglia, che dal suo ritiene ancor ora il nome. E se i continui travagli sofferti per difendere il Regno dalle invasioni di quattro romani Pontefici, gli avessero dato campo di poter più attendere alle cose della pace, di più magnifiche sue opere, e di altri più nobili istituti avrebbe egli fornito questo Reame.

Intanto l'esercito di Carlo avendo interamente disfatto quello dell'infelice Manfredi, inoltrossi nel Regno, ed in passando, non vi fu crudeltà e strage, che i Franzesi non usassero; Benevento andò a sacco ed a ruba, nè fu perdonato a sesso, nè ad età. Que' Baroni, che nella pugna non restarono estinti, parte fuggendo scamparono la morte, e parte inseguiti da quei di Carlo furono fatti prigionieri: alcuni ne furono mandati prigioni in Provenza, ove gli fece morire d'aspra e crudel morte; alcuni altri Baroni tedeschi e pugliesi ritenne prigioni in diversi luoghi del Regno; ed a preghiere di Bartolommeo Pignatelli Arcivescovo di Cosenza, e poi di Messina, diede libertà a' Conti Gualvano, e Federico fratelli, ed a Corrado, ed a Marino Capece di Napoli cari fratelli[109].

Erano intanto scorsi tre giorni, e di Manfredi non s'avea novella alcuna, tanto che si credea avesse colla fuga scampata la morte; ma fatto far da Carlo esattissima diligenza nel campo tra' corpi morti fu finalmente a' 28 di febbraio giorno di domenica, ravvisato il suo cadavero[110]; e condotto avanti il Re, lo fece Carlo osservare da Riccardo Conte di Caserta, e dal Conte Giordano Lancia, e da altri Baroni prigionieri de' quali alcuni timidamente rispondendo, quando fu esposto agli occhi di Giordano, questi tosto che lo riconobbe, dandosi colle mani al volto, e gridando altamente, e piangendo se gli gittò addosso baciandolo, e dicendo: Oimè, Signor mio, ch'è quel che io veggio! Signor buono, Signor savio, chi ti ha così crudelmente tolto di vita! Vaso di filosofia, ornamento della milizia, gloria de' Regi, perchè mi è negato un coltello, ch'io mi potessi uccidere per accompagnarti alla morte, come ti sono nelle miserie[111]; e così piangendo non se gli potea distaccare d'addosso, commendando que' Signori franzesi molto cotanta sua fedeltà ed amore verso il morto Principe. E richiesto Carlo da' Franzesi stessi impietositi del caso estremo, che lo facesse onorar almeno degli ultimi ufficj, con fargli dar sepoltura in luogo sacro, si oppose il Legato Appostolico, dicendo che ciò non conveniva, essendo morto in contumacia di Santa Chiesa; onde Carlo loro rispose, ch'egli lo farebbe molto volontieri, se non fosse morto scomunicato. Perlaqualcosa fu il suo cadavero seppellito in una fossa presso il Ponte di Benevento, ove ogni soldato (affinchè almeno in cotal guisa fosse noto a' posteri il luogo del suo sepolcro, e l'ossa non fossero sparse, ma ivi custodite) vi buttò una pietra, ergendovisi perciò in quel luogo un picciol monte di sassi.

Ma l'Arcivescovo di Cosenza fiero inimico di Manfredi, cui non bastò la morte per estinguere il suo implacabil odio, ad alta voce gridando cominciò a dire, che se bene non fosse stato Manfredi sepolto in luogo sacro, era però stato il suo cadavero posto presso a Benevento, in terreno ch'era della romana Chiesa; che dovea quel cane morto levarsi da quel luogo, e portarsi fuori del Regno, e le ossa buttarsi al vento; del di cui zelo cotanto si compiacque Papa Clemente, che furono l'ossa dissotterrate ed a lume spento furono trasportate in riva del fiume Verde, oggi appellato Marino[112], ed esposte alla pioggia, ed al vento, tanto che gli abitatori di que' luoghi non poteron mai di quelle trovar segno, o memoria alcuna[113]. Dante come Ghibellino, avendo compatimento d'un così miserabil caso, finge Manfredi penitente, e lo ripone perciò non già nell'Inferno, ma nel Purgatorio, e così gli fa dire:[114].

son Manfredi

Nipote di Costanza Imperatrice:

Ond'io ti priego, che quando tu riedi,

Vadi a mia bella figlia, genitrice

Dell'onor di Cicilia e d'Aragona,

E dichi a lei il ver, s'altro si dice.

Poscia ch'i' ebbi rotta la persona

Di due punte mortali, i' mi rendei,

Piangendo, a quei che volentier perdona.

Orribil furon li peccati miei:

Ma la bontà infinita ha sì gran braccia

Che prende ciò, che si rivolve a lei.

Se 'l Pastor di Cosenza, ch'alla caccia

Di me fu messo per Clemente allora,

Avesse in Dio ben letta questa faccia,

L'ossa del corpo mio sariéno ancora

In co del Ponte presso a Benevento

Sotto la guardia de la grave mora:

Or le bagna la pioggia, e move 'l vento

Di fuor dal Regno quasi lungo 'l Verde:

Ove le trasmutò a lume spento.

Per lor maladizion sì non si perde,

Che non possa tornar l'eterno amore,

Mentre che la speranza ha fior del verde.

CAPITOLO IV. Re Carlo entrato nel Regno comincia a reggerlo con crudeltà e rigori; onde il suo governo è abborrito, e gli animi si rivoltano, ed invitano alla conquista Corradino.

Sparsasi intanto la fama della rotta dell'esercito di Manfredi, e la sua morte, non fuvvi città così dell'uno, come dell'altro Reame, che non alzasse le bandiere de' Franzesi.

(Le Lettere del Re Carlo scritte a Clemente, per le quali gli dà avviso di questa vittoria, sono rapportate, oltre il Summonte, da Lunig[115]).

Tutti gridavano il nome di Carlo, e promettendosi nel nuovo dominio franchigia e dovizia grande, credevano dover vivere sotto i Franzesi non solo liberi da straordinarie tasse, ma d'essere ancora liberati dai pagamenti ordinari. Non era città, ove Carlo conducevasi, che non fosse ricevuto con segni d'estrema allegrezza, e giubilo. Tosto da Benevento parte, e viene in Napoli, e non ancor quivi giunto, che i Napoletani mandarono a presentargli le chiavi della loro città. Entrò in quella con la Regina Beatrice sua moglie, con gran pompa e fasto, accompagnato da tutti i Nobili della città, che 'l gridarono loro Re, e dall'Arcivescovo di Cosenza assistito, si portò nel Duomo di S. Restituta a render grazie al Signore di così segnalata vittoria. Creò da poi Principe di Salerno Carlo suo figliuol primogenito il quale uscito da Napoli cavalcò per tutto 'l Reame per affezionarsi i nuovi vassalli: e con non interrotto corso di felicità tutte le cose succedono ai loro desiderii. Le reliquie del rotto esercito erano ritirate in Lucera, dove anche erasi salvata la Reina Elena moglie di Manfredi con Manfredino suo picciolo figliuolo, ed una figliuola[116]. Re Carlo tosto mandò ivi Filippo di Monforte con la maggior parte dell'esercito ad assediarla, ma difendendosi i Saraceni, ch'erano dentro, valorosamente, bisognò abbandonar l'impresa, lasciandola però strettamente assediata, la qual città insieme colla Regina e 'l figliuolo non si rese, se non dopo la rotta data a Corradino, come diremo.

I Siciliani ancora, intesa la morte di Manfredi, subito alzarono le bandiere Franzesi, ed i primi furono i Messinesi. Mandò perciò Re Carlo Filippo di Monforte in quell'isola, e non passò guari, che tutta la ridusse sotto l'ubbidienza di Carlo[117].

Ecco come in un tratto si rese Carlo Signore di ambedue questi Reami, con allegria e giubilo de' Popoli, che si credeano liberati dal giogo, come dicevano, del Re Manfredi e de' Saraceni, e di vivere sotto il Regno di Carlo franchi d'ogni pagamento, in una perpetua ricchezza, ed in una tranquilla e quieta pace.

Ma restarono tosto delusi, poichè i Franzesi scorrendo per tutti i luoghi, portavano co' loro transiti danni e ruine insopportabili agli abitatori[118]. Ed il Re chiamando i Baroni dell'uno e l'altro Regno, che venissero a servirlo, impose ancora un pagamento straordinario alle terre del Regno contro la loro espettazione e lusinga, falsamente stimando, che non solo non s'avessero da veder più soldati, nè pagar pesi estraordinarj, ma d'essere ancora liberati dagli ordinarj. Ma il novello Re all'incontro badando unicamente ad arricchire per questi mezzi il suo Erario, chiamò a questo fine tutti i Tesorieri e Camerari del Regno, e volle da quelli essere minutamente informato de' proventi del Regno, degli Ufficj, delle giurisdizioni, e di tutte altre sue ragioni del Regno; e poichè era stato informato, che un di Barletta nomato Giezolino della Marra era di queste cose instruttissimo, e che per tal cagione da Manfredi era stato adoperato in simili affari, valendosi della di lui opera per le nuove imposizioni d'angarìe, taglie e contribuzioni; fecelo a se venire, il quale per applaudir all'avidità sua ed acquistarsi perciò merito presso il novello Principe, portogli non solo tutti i Registri, ove erano notati i proventi degli Ufficj, delle giurisdizioni, e delle altre ragioni regie; ma anche i registri, ov'erano rubricate tutte le estraordinarie imposizioni d'angarìe, parangarìe, collette, taglie, donativi, e contribuzioni, colle quali sovente erano stati oppressi i miseri Regnicoli[119]. Furon tali le insinuazioni, ed i consigli di Giezolino, che Carlo per porgli più speditamente in opera levò tutti gli Ufficiali, che prima erano nelle province, e creò nuovi Giustizieri, Ammirati[120], Protonotari, Portolani, Doganieri, Fondachieri, Secreti, Mastri Giurati, Mastri Scolari, Baglivi, Giudici e Notari per tutto il Regno, a' quali prepose altri Ufficiali maggiori che sopra di loro invigilassero. Questi esercitando le loro commissioni con inudita acerbità e rigore, gravarono di peso insopportabile i Popoli, scorticandogli e cavando loro il sangue e le midolle[121].

Ecco ora mutati i giubili in continui lamenti, gemono sotto il grave giogo i Regnicoli, e tosto mutano volere, e desiderano già, e sospirano Manfredi. In ogni angolo si sentono lagrimevoli querele: O Rex Manfrede (con amaro pianto dicevano) temet non cognovimus, quem nunc et ter etiam deploramus. Te lupum credebamus rapacem inter oves pascuae huius Regni, secuti spem praesentis dominii, quod de mobilitatis, et inconstantiae more sub magnorum profusione gaudiorum anxie morabamur, agnum mansuetum te jam fuisse cognoscimus, dulcia tuae potestatis mandata sentimus, dum alterius, et majora gustamus. Conquerebamur frequentius nostram partem, partem in dominii tuae Majestatis adduci, nunc autem omnia bona, quod prius est, et personas alienigenarum convertere debemus in praedam[122].

§. I. Invito di Corradino in Italia; e mal successo della sua spedizione.

Da' lamenti si venne alle mormorazioni, e finalmente alla risoluzione di chiamar Corradino da Alemagna per discacciare i Franzesi. Molti Baroni così di questo Reame, come di quello di Sicilia, s'accingono all'impresa, e istigano ancora, oltre i fuggitivi ed i raminghi, tutti i Ghibellini di Lombardia, e di Toscana a far il medesimo, a' quali, per maggiormente stimolargli, espongono l'insopportabile dominio de Franzesi[123]. Que' che sopra gli altri si distinsero in questa mossa, furono i Conti Gualvano, e Federico Lancia fratelli, e Corrado, e Marino Capeci: costoro si portarono in Alemagna a sollecitar Corradino[124] unico rampollo di tutta la posterità di Federico. Mandarono ancora, per quest'istesso fine, molte città imperiali i loro Ambasciadori, i Pisani, i Sanesi, ed altri Ghibellini, e con le promesse ed esibizioni, portarono ancora molto denaro per agevolar la venuta.

Era Corradino giovanetto di quindici anni: perciò sua madre Elisabetta di Baviera troppo amandolo temea esporlo a tanti pericoli per una impresa reputata malagevole; ma Corradino spinto da generoso cuore ruppe ogni indugio, ed abbracciò l'invito, stimolato ancora dal Duca d'Austria ancor egli giovanetto, che s'offerse venir ancora in sua compagnia a riporlo nei paterni Regni; e Corrado Capece tosto da Alemagna ne diede avviso in Sicilia.

S'accinse intanto Corradino al viaggio, e nel principio dell'inverno di quest'anno 1267 partì da Alemagna conducendo seco il Duca d'Austria, ed un esercito di diecimila uomini a cavallo, e per la via di Trento nel mese di febbraio giunse a Verona; ove convocò tutti i Principi della parte Ghibellina, che l'aveano sollecitato a venire; e presa risoluzione, che dovessero passare per la via di Toscana, si mosse da Verona, ed inviando la maggior parte dell'esercito per la via di Lunigiana, egli col resto tolse la via di Genova, ed in pochi dì giunse a Savona, dove ritrovò l'armata de' Pisani, nella quale s'imbarcò ed andò a Pisa. I Pisani l'accolsero con molto onore ed amorevolezza, lo providero di denari, e gli mostrarono l'armata, che volevan mandare a sollevare le terre marittime d'ambedue i Reami.

Giunto per tanto Corradino a Pisa insieme con molti Principi d'Alemagna, e con Corrado Capece di Napoli, costui cercò a' Pisani che gli dessero navi per poter tragittare in Tunisi a sollecitare il soccorso de' Saraceni. Erano in Tunisi agli stipendj di quel Re, Federico, ed Errico di Castiglia[125], i quali lividamente invidiando la grandezza e prosperità del Re di Castiglia lor fratello, si tirarono sopra l'indignazione del medesimo, onde cacciati di Spagna militavano in Tunisi sotto gli stipendj di quel Re. E per la continua conversazione, che tenevano co' Saraceni, eransi quasi dimenticati della religione cristiana, e ne' costumi poco differivano da' Saraceni medesimi[126]. Federico era in Tunisi quando vi giunse Corrado, dal quale informato delle cose di Corradino, l'indusse a prendere la difesa, e proccurare presso quel Re valido soccorso. Ma Errico per la sua natural superbia ed ambizione, entrato in sospetto del Re di Tunisi, era passato a trovar Carlo in Italia, e poi con finzioni ed astuzie si mise a tentare nella Corte di Roma i suoi avanzamenti; per la qualità de' suoi natali fu ricevuto onorevolmente da que' Ministri, e pose in trattato la pretensione, che promovea del Regno di Sardegna. Giunto a Roma, colle sue arti e macchinazioni, seppe far tanto, che ancorchè non vi concorresse buona parte di que' Nobili romani, e de' Cardinali, si fece eleggere Senatore di quella città[127]. Fu prima amico di Carlo, che gli era cugino, da cui sperava col favor suo qualche Stato in Italia: ma vedendolo troppo ingordo di Signorie, e che voleva ogni cosa per se, cominciò ad odiarlo e ad invidiar la sua grandezza e cercar opportunità di ruinarlo. Altamente ancora si dolea di lui, che avendolo soccorso di molti denari quando era in bassa fortuna e quando calò in Italia contro Manfredi, da poi salito in tanta grandezza e con tante dovizie, che con facilità potea restituirglieli, non volea in conto alcuno renderglieli. Avendo adunque avuta novella dell'invito fatto a Corradino in Italia, credette aver nelle mani opportuna occasione di vendicarsi di Carlo, ed insieme collegandosi con Corradino, si pose in isperanza d'ottener da lui quello che non avea potuto ottener da Carlo; mandò perciò più lettere e messi a Corradino, affinchè si sollecitasse a venire, perchè egli avrebbegli facilitata l'impresa, desiderando il suo arrivo più che tutti i Regnicoli, Roma e tutta l'Italia, e sperava con certezza discacciarne i Franzesi.

Intanto Corradino sollecitato per queste lettere d'Errico, era, come si è detto, calato in Pisa, e per maggiormente istigare i Popoli d'Italia, e del Reame di Puglia e di Sicilia, fece spargere da per tutto più esemplari di un suo Manifesto[128], ove querelandosi acerbamente di quattro romani Pontefici, e di due Re, Manfredi e Carlo, invita i suoi devoti a dar mano all'espulsione de' Franzesi da' suoi Reami di Puglia e di Sicilia.

Non si può credere che grandi movimenti fece in Sicilia, Puglia e Calabria questa Scrittura: tutti gridavano il nome di Corradino; ed a questi stimoli si aggiunse un fatto d'arme accaduto al Ponte a Valle vicino Arezzo; poichè proccurando Guglielmo Stendardo e Guglielmo di Biselve, Capitani di molta stima del Re Carlo, impedire il passaggio all'esercito di Corradino, furono rotti, ed appena Guglielmo Stendardo si salvò con 200 lance, ed il Biselve restò prigione con alcuni pochi Cavalieri franzesi, ch'erano rimasti vivi.

La novella di questa rotta sparsa dalla fama per tutto il Regno di Puglia e di Sicilia, ed ingrandita assai più del vero, trovando gli animi già disposti, sollevò quasi tutte le province; ed i Saraceni, ch'erano soliti sotto l'Imperador Federico, e Re Manfredi d'esser stipendiati, rispettati ed esaltati con dignità civili e militari, e non poteano soffrire di stare in tanto bassa fortuna sotto l'imperio del Re Carlo, preso vigore, fecero sollevar Lucera, la quale inalberò tosto le bandiere di Corradino. Seguirono il di lui esempio quasi tutte l'altre città di Puglia, di Terra d'Otranto, di Capitanata e di Basilicata, ed era veramente cosa da stupire, vedere tanta volubilità, e leggerezza in que' medesimi Popoli, i quali poc'anzi ardentemente desideravano la venuta di Carlo co' suoi Franzesi, ed ora averne cotanto abborrimento, invocando incessantemente il nome di Corradino; dal che, e da molti altri esempi passati, e da quelli che si leggeranno, ne nacque, così presso gli antichi Storici, che moderni, quell'opinione de' nostri Regnicoli, d'essere i più volubili ed incostanti, e che sovente, tosto infastiditi di un dominio, ne desiderano un nuovo. Taccia, la quale nemmeno Scipione Ammirato[129] ne' suoi Ritratti, osò di negarla a' nostri Regnicoli; e della quale mal seppe difendergli Tommaso Costa in quella sua infelice Apologia del Regno di Napoli.

Re Carlo stupiva pure di tanta volubilità, non men de' Regnicoli, che della sua fortuna: e posto in gran pensiero, era tutto inteso di accrescere il suo esercito, per andare ad opporsi a Corredino, il quale a grandi giornate se ne calava a Roma, ove da Errico di Castiglia e da' Romani era aspettato, per entrare per la via d'Abruzzi nel Regno.

Intanto Papa Clemente ch'era a Viterbo, avendo inteso i progressi di Corradino in Italia ed i moti del Regno, per opporsi dal suo canto in ciò che poteva, non avea mancato, tosto che Corradino giunse in Verona ed in Pavia, di scrivere calde e premurose lettere a varie città d'Italia inculcando loro, che non aderissero a Corradino; ma scorgendo, che queste lettere producevan poco frutto, volle vedere se per un altro verso potesse spaventarlo.

(Oltre di queste lettere scrisse pure ne' precedenti mesi una terribile lettera all'Arcivescovo di Magonza perchè dichiarasse pubblicamente scomunicato Corradino, co' suoi, che affettava invadere il Regno di Sicilia, che si legge presso Lunig[130].).

Gli spedì per tanto in aprile di quest'istesso anno 1267 una terribile citazione, colla quale se gli prescriveva certo tempo a dover comparire avanti di lui, se avesse pretensione alcuna sopra i Reami di Puglia e di Sicilia, e che non cercasse di farsi egli stesso giustizia colle armi, ma proponesse sue ragioni avanti la Sede Appostolica, che glie la avrebbe renduta; altrimente non comparendo, avrebbe contro di lui proferita la sentenza. Corradino non comparve già, ma proseguì armato il suo cammino; ed egli nella Cattedral Chiesa di Viterbo a' 28 aprile alla presenza di tutto il Popolo pronunziò la sentenza. Da poi invitò Carlo a venir a Viterbo, dove s'abboccarono insieme, e lo fece Governadore di Toscana; e poichè l'Imperio d'Occidente vacava, lo creò egli Paciero, ovvero Vicario Generale dell'Imperio. All'incontro a' 29 giugno nella festa degli Appostoli Pietro e Paolo, con grande apparato e celebrità scomunicò pubblicamente Corradino, e lo dichiarò nemico e ribelle della romana Chiesa, e decaduto da tutte le sue pretensioni[131]. Scrisse ancora a Fr. Guglielmo di Turingia Domenicano, che scomunicasse tutti coloro che non volessero prestar ubbidienza a Carlo; ed all'incontro ricolmasse di benedizioni ed indulgenze quelli, che per lui prendessero l'arme contro Corradino. E dopo tutto questo, essendosi reso certo, che erasi confederato con D. Errico di Castiglia, lo scomunica di nuovo la seconda volta. Ma Corradino poco curando di questi fulmini, non s'atterrisce, e fermo nel proponimento bada unicamente ad unir gente, e denaro per l'impresa[132].

Dall'altra parte Corrado Capece, e D. Federico fratello di Errico, ch'erano ancora a Tunisi, seguendo le buone disposizioni di quest'impresa, partirono da Tunisi con 200 Spagnuoli, ed altrettanti Tedeschi, e 400 Turchi, che teneva a' suoi stipendj quel Re, e si portarono in Sicilia. Corrado giunto a Schiacca, pubblicandosi Vicario di Corradino, sparge lettere per tutta quell'Isola, sollevando que' Popoli a ricevere il loro Re Corradino, che con numeroso esercito veniva. Le lettere erano dettate in questo tenore: Ecce Rex noster cito veniet in celebri, etc. e sono rapportate da Agostino Inveges. Le quali furono cotanto efficaci, che in brieve, avvalorate dal coraggio di Capece, quasi tutta la Sicilia alzò le bandiere di Corradino, tanto, che Fulcone Vicario in quell'Isola per Re Carlo restò sorpreso, e volendo colle armi frenar la sollevazione, furono le sue truppe rotte, ed egli obbligato colle sue genti a mettersi in fuga. E qui terminando l'Anonimo la sua Cronaca, si ricorrerà ora al Villani, ed agli Scrittori non meno diligenti che fedeli rapportatori de' successi di questi tempi.

Papa Clemente avendo nel nuovo anno 1298 intesa la rotta di Fulcone in Sicilia, bandì la Crociata, e scomunicò tutti coloro, che assalivano la Sicilia di qua e di là dal Faro. A Corradino mandò nuovamente suoi Legati, perchè tosto uscisse d'Italia. Questi non ubbidendo, lo priva del Regno di Gerusalemme, lo dichiara inabile all'Imperio e ad ogni altro Regno. Scomunica di nuovo tutti i Popoli, le città e tutte le terre, che 'l favorissero. Fulminò anche scomunica contro D. Errico, e lo priva della dignità Senatoria, conferendola al Re Carlo per dieci anni.

Ma Corradino, niente di ciò curandosi, prosiegue il suo viaggio, e giunto a Roma, fu ricevuto in Campidoglio dal Senatore Errico e da' Romani con gran pompa ed allegrezze a guisa d'Imperadore; ed ivi ragunata molta gente e denaro, unito con D. Errico e colle sue truppe, inteso ancora i moti delle città e Baroni del Regno, si partì da Roma a' 10 d'Agosto con D. Errico e i suoi Baroni, e con molti Romani, nè volle far la via di Campagna, sapendo che il passo di Cepperano era ben guardato, ma prese la via delle montagne tra Abruzzo e Campagna, conducendo il suo esercito per luoghi non guardati e freschi, abbondanti di carni e di strame, e d'acque fresche, che fu a' Tedeschi impazienti del caldo di grandissimo ristoro, e finalmente nel piano di Tagliacozzo collocò il suo esercito.

Il Re Carlo dall'altra parte, avendo ordinato a Ruggiero Sanseverino, che con buon numero di altri Baroni suoi partigiani tenessero a freno i sollevati; egli con tutte le sue forze cavalcò da Capua per andare ad opporsi a Corradino; ma accadde, che in quelli dì capitò in Napoli Alardo di S. Valtri, Barone nobilissimo Franzese, che veniva d'Asia, dove con somma sua gloria avea per venti anni continui militato contro Infedeli, ed ora già fatto vecchio ritornava in Francia per morire nella sua patria. Costui non ritrovando il Re in Napoli, andò a ritrovarlo a Capua, dove era coll'esercito: Re Carlo, quando il vide, si rallegrò molto, e subito disegnò di valersi della virtù di tal uomo e del suo consiglio, e lo pregò che volesse fermarsi ad ajutarlo in sì gran bisogno: e bench'egli si scusasse, che per la vecchiezza avea lasciato l'esercizio delle armi, e s'era ritirato ad una vita cristiana, e che non conveniva, che avendo spesa la gioventù in combattere con Infedeli, alla vecchiezza avesse da macchiarsi del sangue de' Cristiani: nulladimanco avendogli Carlo dato a sentire, che militando contro Corradino, pure militava contro gl'Infedeli, essendo ribelle del Papa, scomunicato, e fuori della Chiesa, oltre che il Re di Francia l'avrebbe sommamente gradito; tanto fece, fin che lo strinse a restare; e sentendo che Corradino era alloggiato nel piano di Tagliacozzo, volle che l'esercito di Carlo da lui guidato s'accampasse forse due miglia lontano da quello: da poi con pochi cavalli salito in un poggio, e considerato bene il campo de' nemici, s'avvide l'esercito suo esser di numero molto inferiore di quello di Corradino, e perciò dover sperarsi più nella prudenza ed astuzie militari, che nella forza; ed avendo appiattato il terzo squadrone dietro ad una valle, fece presentare la battaglia al nemico, il quale avidamente la ricevè, sdegnato dall'ardire dei Franzesi, che con tanto disvantaggio di numero venivano a far giornata. Si attaccò il fatto d'arme, ed ancor che i Franzesi con due soli squadroni valorosamente sostenessero l'impeto de' nemici, a lungo andare bisognò che cedessero, facendosi una strage crudele de' Franzesi. Re Carlo che con Alardo sopra il Poggio vedea la ruina de' suoi, ardeva di desiderio d'andare a soccorrergli, ma fu ritenuto da Alardo, e pregato che aspettasse il fine della vittoria, la quale avea da nascere dalla rotta de' suoi, siccome avvenne; poichè cominciando i Franzesi a gettar l'arme, a rendersi prigioni, e gli altri a fuggire, le genti di Corradino, credendosi aver avuta intera vittoria, si dispersero, parte si misero ad inseguire i fuggitivi, altri attendevano a spogliare i Franzesi morti ed a seguitare i cavalli degli uccisi, ed altri a menare i prigioni. Allora Alardo volto al Re Carlo, disse: Andiamo, Sire, che la vittoria è nostra; e discendendo al piano con lo terzo squadrone, che era rimaso nella Valle, diedero con grand'impeto sopra l'esercito nemico in varie parti diviso, ed agevolmente lo posero in rotta, e spinti innanzi, trovarono, che Corradino e 'l Duca d'Austria, e la maggior parte de' Signori ch'erano con lui, certi della vittoria, s'aveano levati gli elmi, e stavano oppressi dalla stanchezza e dal caldo; e non avendo nè tempo, nè vigore da riarmarsi, si diedero a fuggire, e nella fuga ne fu gran parte uccisa.

Corradino ed il Duca d'Austria, col Conte Gualvano ed il Conte Girardo da Pisa pigliaron la via della marina di Roma, con intenzione d'imbarcarsi là, ed andare a Pisa; e camminando di giorno e di notte, vestiti in abito di contadini, arrivarono in Astura, terra in quel tempo de' Frangipani nobili Romani: dove con acerbo lor destino a caso scoverti, furono da uno di que' Signori fatti prigioni, e di là a poco condotti e consignati a Re Carlo, che gli mandò prigioni in Napoli, e gradì questo dono, come preziosissimo, donando a quel Signore la Pelosa ed alcune altre castella in Valle Beneventana, e volle, che si fermasse in Napoli: da cui discesero i Frangipani che goderono gli onori lungamente del Seggio di Portanova di Napoli.

D. Errico di Castiglia, mentre fuggiva, fu incontrato dalle genti di Carlo, i quali ruppero le sue truppe, e ne fecero molti prigioni; ed egli si salvò fuggendo per beneficio della notte. Alcuni narrano, che si ricovrò in Monte Cassino, ove da quell'Abate, che credette farsi un gran merito col Papa, fu fatto prigione, e fattosi assicurare di risparmiargli la vita, lo mandò in dono a Papa Clemente, il quale tosto l'inviò al Re Carlo, che insieme con gli altri lo fece condurre prigioniero in Napoli. Altri dicono, che fuggì verso Rieti, e che pure un Abate d'un altro monastero, dove capitò, fattolo prigione, lo mandò al Papa.

Soli scamparono dall'ira del Re, Corrado Capece, e Federico fratello d'Errico; i quali trovandosi in Sicilia ebbero modo d'imbarcarsi sopra alcune galee dei Pisani, ed a Pisa ne andarono.

In memoria di questa rimarchevole vittoria, per cui, se diam fede al Fazzello, fu sparso il sangue di dodicimila Tedeschi, fece Re Carlo edificare una Badia per li Monaci di S. Benedetto[133], nel luogo ove seguì la battaglia col titolo di S. Maria della Vittoria, dotandola di molte possessioni. Ma per le guerre seguenti fu disfatta e disabitata: ed oggi il Papa conferisce il titolo di quella Commenda, la quale è delle buone del Regno per li frutti delle possessioni, che ancora ritiene[134].

Non si possono esprimere le crudeli stragi, che fece Carlo de' ribelli e de' presi in battaglia dopo questa vittoria. Alcuni fece impiccar per la gola, altri furono fatti morire col ferro, e moltissimi condennati a perpetuo carcere. Le città delle nostre province, che alla venuta di Corradino ribellaronsi, furono da' Franzesi manomesse, portando da per tutto desolazioni, ruine ed incendi. Aversa fu disfatta, Potenza, Corneto, e quasi tutti i castelli di Puglia e di Basilicata furono crudelmente distrutti.

Nè minori furono le stragi nell'Isola di Sicilia. A Corrado d'Antiochia, ed a molti Signori del partito di Corradino furono prima cavati gli occhi, e poi fatti barbaramente impiccare. Ridusse i Siciliani in una quasi schiavitudine, gravandogli di nuovi tributi; ed i Franzesi insolenti non perdonavano nè all'onore, nè alle robbe degli abitatori, onde nacque il principio del famoso Vespro Siciliano; poichè i Siciliani per uscire da tanta servitù diedero poi mano alla cotanto celebre congiura di Giovanni di Procida, della quale parleremo più innanzi.

Debellò ancora i Saraceni, che s'erano fortificati in Lucera, ed avendo ridotta quella città sotto la sua ubbidienza, fece ivi prigioneri Manfredino, e sua madre Elena degli Angioli seconda moglie di Manfredi, che condotti in carcere nel castel dell'Uovo di Napoli, furono per opera del Re Carlo fatti ivi morire.

Scipione Ammirato ne' suoi Ritratti[135] rapporta, che i figliuoli di Manfredi fossero stati tre, e che i lor nomi fossero Errico, Federico e d'Ansellino, a' quali infino a' tempi del Re Carlo II, essendo tenuti incarcerati nel castello di Santa Maria al Monte, si davano tre tarì d'oro per ciascun giorno. Ma altri, fra' quali è Inveges[136], rifiutano ciò, che scrive quest'Autore; poichè i due figliuoli di Manfredi, ch'ebbe della prima sua moglie Beatrice di Savoja, premorirono al padre, e sol Manfredino figliuolo della seconda fu fatto prigione con la madre, che furono da Carlo I fatti morire in prigione.

§. II. Infelice morte del Re Corradino, in cui s'estinse il legnaggio de' Svevi.

Avendo con tali mezzi di crudeltà Carlo recati questi Regni sotto la sua ubbidienza, ed usando rigore estremo, avendo ridotti i suoi sudditi in istato di non poterlo più offendere, gli rimaneva solo di deliberare ciò, che dovesse farsi di Corradino, del Duca d'Austria, e degli altri Signori prigionieri. Ne volle prima il Re sentirne il parere del Papa, con cui soleva consultare delle cose più ardue e gravi del Regno. Scrivono Errico Gualdelfier, il Villani, Fazzello, Collenuccio, ed altri, che Clemente alla domanda rispondesse queste brevi parole; Vita Corradini, mors Caroli: Mors Corradini, vita Caroli. Lo niegano il Costanzo, il Summonte e Rinaldo; ed il Summonte s'appoggia ad una ragion falsissima, dicendo, che ciò non poteva avvenire, trovandosi già dieci mesi prima morto Clemente, quando Corradino fu fatto decapitare: nientedimeno ciò non ripugna al testimonio di quegli Scrittori, i quali dicono, che Carlo richiedesse il Pontefice del suo parere, che gli fu dato; ma che poco da poi prevenuto dalla morte non potè vedere l'esecuzione del suo crudel consiglio. Il Costanzo avendo quel Papa per uomo di santissima vita, e perchè lo scrive il Collenuccio suo antagonista, non potè persuadersi a crederlo. Ma in ciò dee pur darsi tutta la fede al Villani, il quale con tutto che Guelfo, e capital nemico de' Svevi, difendendo il Papa, non ardisce di negarlo.

Papa Clemente non potè vedere l'esecuzione di sì fiero consiglio, poichè a' 29 di novembre di quest'anno 1268 o pure com'altri scrissero a' 30 dicembre trapassò; e per le continue fazioni contrarie de' Cardinali, che per la potenza di Carlo non potevano deliberarsi ad eleggere un successore di loro arbitrio e volontà, vacò la sede quasi tre anni, cioè infino all'anno 1271 siccome scrive il Gordonio.

Re Carlo, morto il Pontefice, nel nuovo anno 1269 essendo per la sua natural fierezza e crudeltà stimolato a prender di quell'infelice Principe le più crudeli risoluzioni: per dar altra apparenza e più speziosa a questo fatto, volle che si prendesse su ciò pubblica deliberazione; e fatti convocare in Napoli tutti i maggiori Baroni di quello, e quelli Signori franzesi che erano con lui ragunò un consiglio affinchè deliberasse ciò che dovesse farsi di Corradino. I principali Baroni franzesi erano in discordia; poichè il Conte di Fiandra genero del Re e molti altri Signori più grandi e di magnanimo cuore, e che non tenevano intenzione di fermarsi nel Regno, furono di parere, che Corradino e 'l Duca d'Austria si tenessero per qualch'anno carcerati, finchè fosse tanto ben radicato e fermato l'imperio di Carlo, che non potesse temer di loro. Ma quelli, che aveano avuto rimunerazione dal Re, e desideravano assicurarsi negli Stati loro (il che non parea, che potesse essere, vivendo Corradino) erano di parere, che dovesse morire. Altri, a cui era nota l'inclinazione del Re, per andar a seconda del suo desiderio s'unirono co' secondi. A questa opinione s'accostò il Re[137], o fosse per sua natura crudele, o per la grandissima ambizione e gran desiderio di Signoria, che lo faceva pensare agli Stati di Grecia, a' quali non poteva por mano senz'esser ben sicuro di non aver fastidio ne' Regni suoi, massime per le rivoluzioni, ch'avea veduto per la venuta di Corradino; onde dubitava, che i medesimi Saraceni, ch'erano rimasti nel Regno, ajutati da' Saraceni di Barberia, essendo egli lontano, non si movessero a liberarlo; fu conchiuso in fine, che se gli dasse morte.

A questo fine, fu imposto, che gli si fabbricasse il processo sopra queste accuse: di perturbatore della pubblica quiete, e dei precetti de' sommi Pontefici: di tradimento contro la Corona: d'aver ardito d'invadere ed usurpare il Regno con falso titolo di Re, e d'aver tentato anche la morte del Re Carlo. Fu il processo fabbricato e compito innanzi a Roberto da Bari, ch'era Protonotario del Re Carlo; il quale proferì la sentenza di morte, e quella lesse in pubblico, appoggiandola sopra le riferite accuse.

(Di questo Roberto e della poca sua letteratura, ne fa anche menzione Errico d'Isernia in quella lettera scritta a Fr. Bonaventura, che si legge nel Codice MS. della Biblioteca Cesarea di Vienna, N. 170 pag. 82 dove fra l'altre cose gli dice: Novimus etiam, si ad moderna tempora stilum retrahimus, quod Papa Clemens Robertum de Baro non magnae Literaturae hominem, imo tantum ex usu aliquid cognoscentem, apud Regem promovit Carolum.)

Fu da questa sentenza di morte sol eccettuato D. Errico di Castiglia, che fu condennato a perpetuo carcere in Provenza, per osservarsi la fede data all'Abate, che lo consignò al Papa sotto parola, che di lui non si spargesse sangue.

Fu a' 26 ottobre di quest'anno 1269 in mezzo del Mercato di Napoli con apparati lugubri e funesti, essendosi apprestato il talamo e l'altre pompe di morte, mandata in esecuzione sì barbara e scellerata sentenza; e narrasi che l'infelice Corradino quando l'intese leggere dal Protonotario, voltatosi a lui, gli avesse detto queste parole: Serve nequam tu reum fecisti filium Regis et nescis quod par in parem non habet imperium: poi rivolto al Popolo purgossi de' delitti, che falsamente se gl'imputavano, dicendo, ch'egli non ebbe mai talento d'offendere S. Chiesa, ma solo di acquistare il Regno a lui dovuto per chiare e manifeste ragioni, e del quale a torto n'era stato spogliato. Ch'egli sperava, che di sì inaudite e barbare violenze, ne dovessero prender vendetta i Duchi di Baviera della stirpe di sua madre, e che i Tedeschi, ancora non lasceranno invendicata la barbara sua morte. E dette queste parole, trattosi un guanto, come vuole il Collenuccio, e come altri un anello, lo buttò verso il Popolo, quasi in segno d'investitura. E vi è chi scrive, che per tal atto avesse voluto lasciar suo erede D. Federico di Castiglia figliuolo di sua zia, che, come s'è detto, erasi da Sicilia fuggendo, ricovrato a Pisa. Ma il Maurolico ed altri comunemente affermano, che Corradino con questo segno, morendo senza figliuoli, istituì erede D. Pietro d'Aragona marito di Costanza sua sorella cugina. E narra Pio II[138] che questo guanto o anello fu raccolto da Errico Dapifero, da cui fu portato in Ispagna al Re Pietro. Ond'è che i Re aragonesi e gli austriaci prendono la lor ragione per la successione de' Regni di Sicilia e di Puglia, non già dagli Angioini, ma da questo Corradino, il quale tramandogli a' Re di Sicilia discendenti da Pietro e da Costanza figliuola di Manfredi, siccome, dopo Aventino, scrissero Besoldo[139], il Summonte ed altri. E gli Scrittori siciliani[140], che riguardando il testamento dell'Imperador Federico, dove Manfredi è trattato come suo figliuol legittimo, invitandolo alla successione de' suoi Regni nel caso che Corrado ed Errico mancassero senza figliuoli, riputano per vero, ciò che Matteo Paris narra, come una voce fatta insorgere da Manfredi stesso, cioè, che sua madre essendo vicina a morte, fattosi chiamar l'Imperadore, avesselo per le calde preghiere e sue pietose lagrime, indotto per quelle poche ore di vita, che le rimanevano a riconoscerla per vera moglie, con isposarla; ed in conseguenza, che per cotal atto Manfredi si venne a legittimare[141]: tengono per cosa certa, che la successione di questi Reami per la morte di Corradino si fosse diferita a Costanza figliuola di Manfredi e moglie del Re Pietro, ed a' suoi discendenti; e che a ragione gli Arragonesi ne cacciarono i Franzesi, e con giustizia se ne rendesser poi Signori.

Ma perchè più dura e acerba fosse l'angoscia dell'infelice Corradino, non fu il primo ad essergli mozzo il capo, ma vollero riserbarlo al fiero spettacolo della decapitazione di Federico Duca d'Austria; poichè il primo ad esser decapitato fu quest'infelice, il cui capo mozzo dal carnefice prese in mano il dolente Corradino, e dopo averlo bagnato d'amare lagrime, baciollo e se lo strinse al petto, piangendo la sua sventurata sorte, ed incolpando se stesso ch'era stato cagione di sì crudel morte, togliendolo alla sua infelice madre. Poi rincrescendogli di sopravvivere a tanti acerbi spettacoli, postosi inginocchione chiedendo perdono a Dio de' suoi falli, diede segno al carnefice di dover eseguire il suo ufficio, il quale in un tratto gli recise il regal capo. E dopo lui, furon decapitati il Conte Girardo da Pisa, ed Hurnasio Cavalier tedesco, e nove altri Baroni regnicoli furono fatti morire su le forche.

(Questo Federico ultimo dell'antica stirpe Austriaca era della casa di Baden, e s'intitolava Duca d'Austria, com'erede di Federico II il Bellicoso. E' nacque da Gertrude figliuola d'Errico III ch'era fratello del Bellicoso, la quale si maritò con Ermando di Baden, come narra Gerardo a Roo[142]: Cum Fridericus Austriae Ducum ex Babenbergensi gente ultimus Anno post mille ducentos sexto et quadragesimo ex vulnere in pugna cum Hungaris commissa accepto, obiisset, Hermanus Badensis, qui Gertrudim illius ex fratre Henrico Medlicense neptem in matrimonio habebat, Austriae gubernationem adierat. Ejus filius Fridericus annos tutelae vix egressus, Neapoli cum Cunradino Apuliae et Siciliae Rege, uti paulo post dicetur, capite plexus erat. Vedasi Struvio[143]).

Questo infelice fine, compianto da quanti videro sì funesto ed orrido spettacolo, ebbe il giovanetto Corradino in età di 17 anni. In lui s'estinse la chiara e nobilissima casa di Svevia, che per linea non men mascolina che femminina discendea da' Clodovei e dai Carolingi di Francia, e da' Duchi di Baviera. Famiglia, che sopra tutte le altre d'Europa contava più Imperadori, Re, Principi e Duchi, e che sopra tutte le famiglie di Germania teneva il vanto di nobiltà. In questo sangue incrudelì Re Carlo, portandogli cotal barbaro fatto eterna infamia presso tutte le Nazioni d'Europa; nè vi è Scrittore, ancor che franzese, che non detesti ed abbomini atto sì crudele, da non paragonarsi a quante empietà e scelleraggini si leggono de' più fieri Tiranni, ch'ebbe la terra. Quindi in Alemagna surse l'illustre Casa d'Austria; poich'estinta la stirpe de' Principi di Svevia, e Riccardo, fratello del Re d'Inghilterra, che aspirava all'Imperio, essendo morto, ed Alfonso Re di Castiglia suo competitore non avendo più partigiani in Alemagna, gli Elettori l'anno 1273 si ragunarono in Francfort, ed elessero per Imperadore Rodolfo Conte di Auspurg, il quale fu coronato l'istesso anno in Aquisgrana, e riconosciuto da' Principi d'Alemagna; ed avendo umiliato Ottogaro Re di Boemia, fece che restituisse l'Austria, la qual diede ad Alberto suo primogenito, i di cui discendenti presero il nome di Austriaci.

Ecco finalmente come dopo 69 anni terminò in Sicilia, ed in Puglia il Regno de' Svevi e con qual crudel principio cominciasse quello de' Franzesi, che portò in queste nostre province grandi mutazioni, così nello stato civile e temporale, come nello ecclesiastico e spirituale. Ciò, che dopo aver narrata la politia ecclesiastica di questi tempi, sarà il soggetto de' seguenti libri di quest'Istoria.

CAPITOLO V. Politia ecclesiastica dal decimoterzo secolo insino al Regno degli Angioini.

La potenza de' romani Pontefici si stese in questo secolo tanto, che non fu veduta in altri tempi maggiore: volevan esser creduti Monarchi non meno nello spirituale che nel temporale, e s'arrogavano perciò la facoltà di poter deporre i Principi da' loro Stati e Signorie: chiamargli in Roma a purgarsi de' delitti, dei quali erano stati accusati: assignar loro certo termine a comparire, sentenziargli, e nel caso non ubbidissero, di dichiarargli decaduti da' loro Reami: assolvere i loro vassalli da' giuramenti dati, ed invitar altri alla conquista delle Signorie, ond'erano stati deposti. Riputandosi Signori del Mondo, non aveano difficoltà d'investire i loro devoti di province, e di Regni in tutta la terra, ed in tutto il mare d'isole e golfi, e d'altre province sconosciute e lontane. Bonifacio VIII avendo Ruggiero di Loria famoso Ammiraglio di mare conquistata Gerba ed alcune altre isole dell'Affrica, tosto nel primo anno del suo Ponteficato 1295 essendo in Anagni gliene spedì Bolla d'investitura, per la quale gli concedè in Feudo le isole suddette con obbligarlo a prestar il giuramento di fedeltà ed omaggio, e di pagarli cinquanta once d'oro l'anno al peso del Regno di Sicilia, per censo, in ricognizione del dominio diretto, ch'egli vi pretendeva, siccome lo pretendeva in tutte le altre province del Mondo; e la carta di quest'investitura è rapportata dal Tutini[144]. E da questo principio nacque, che Alessandro VI nell'anno 1493 si facesse lecito di concedere la terra ferma e l'isole insino a' suoi tempi sconosciute, e tirar una linea da un Polo all'altro, assegnandole e donandole a Ferdinando ed Isabella Re di Castiglia[145]. Quindi surse la nuova dottrina professata da' Dottori Guelfi e dai Canonisti che il Papa fosse Signore di tutto il Mondo contrastando a' Dottori Ghibellini, che ne facevano Signore l'Imperadore.

La Cattedra di S. Pietro volevano che si riputasse la Reggia universale del Cristianesimo, ed a questo fine ingrandirono i Cardinali e depressero i Vescovi, per rendere più maestosa la loro Sede. I Cardinali, come si è veduto, sdegnavano di andar di persona a trattare con Manfredi, dicendo, che ciò non era di loro stima ed onore; ed Innocenzio IV ad onta di Federico, che s'ingegnava abbassargli insieme con tutto l'Ordine ecclesiastico, volle dargli il cappel rosso, la valigia e la mazza d'argento quando cavalcavano, volendo che alla regia dignità fosse la loro agguagliata; ed essendosi da poi proccurato d'innalzar assai più la loro dignità a gradi ed onori Eminenti, vennero dagli adulatori della Corte romana anche chiamati Grandi Senatori, che venerati con regali onoranze eleggono il Supremo Principe, che così chiamano il Papa, ed assistono al suo gran soglio.

Divenuto il Papa Monarca, i Cardinali grandi Senatori, e la Sede Appostolica Reggia e Corte universale del Cristianesimo, Gregorio IX per maggiormente stabilire la Monarchia applicò l'animo ad una compilazione e pubblicazione di Decretali, le quali terminarono di mettere interamente in rovina il diritto antico de' Canoni, e stabilirono la possanza assoluta e senza termine de' romani Pontefici; poichè considerando, che siccome l'Imperador Teodosio formò la politia dell'Imperio, con far raccorre le costituzioni ed editti, così suoi, come degli altri Imperadori predecessori in un libro, che fu poi chiamato il Codice Teodosiano; e l'Imperador Giustiniano, oltre la compilazion delle Pandette, che contenevano le leggi antiche accomodate al suo tempo, ridusse ancora in un corpo le sue costituzioni e quelle de' predecessori Imperadori nel suo Codice; così bisognava formar una nuova politia per la Chiesa accomodata a' suoi tempi (giacchè, mutate le cose, la compilazione del Decreto non era a proposito) e di ridurre perciò in un corpo tutte l'epistole decretali de' suoi predecessori, con separarle da' canoni, e dall'altre epistole de' Pontefici, le quali non potevano servire, come queste, ch'egli trascelse, per stabilire la Monarchia romana, e massimamente per la materia beneficiale e per lo Foro episcopale, e per maggiormente stendere la conoscenza nelle cause e la loro giurisdizione; ond'egli, ad imitazione di que' due grandi Imperadori, ordinò la compilazione d'un nuovo Codice; ed aboliti tutti gli altri rescritti, volle, che questo suo libro, che chiamò Decretale, avesse tutta la forza e vigor di legge; nel quale vi è molto più intorno a quello che concerne l'edificazione de' processi, che l'edificazione dell'anime.

§. I. Della compilazione delle decretali; e loro uso ed autorità.

Epistole decretali erano ne' primi tempi chiamate quelle lettere, che i Vescovi delle Sedi maggiori scrivevano a' Padri della Chiesa, che gli richiedevano di qualche parere intorno alla dottrina, e disciplina della Chiesa[146]. Ma da poi il Pontefice romano, come Capo della Chiesa essendosi innalzato sopra tutti i Vescovi e Patriarchi, e facendo perciò valere la sua autorità più di tutti gli altri, s'appropriò egli solo di mandar sue epistole ai Padri ed a' Vescovi, che ricorrevano a lui per consultarsi di qualche affare delle loro Chiese; e pervenute queste epistole a qualche numero, sin ne' tempi di Papa Gelasio nel Sinodo di 70 Vescovi tenuto in Roma nell'anno 494 furono quelle confermate, acquistando vigore non meno che i Canoni, che ne' Concilj erano stabiliti[147].

Ma a' tempi di Carlo M. che favorì cotanto i Pontefici romani, acquistando vie più forza le loro decretali, si cominciò a separarle da' Canoni, e riputandosi non esser mestieri per aver vigore, di esser confirmate da' Concilii, o da' Sinodi, si credette, che esse sole bastassero per regolare la dottrina e la disciplina della Chiesa, onde maggiormente i Pontefici stabilirono la loro autorità, e vie più crebbe il lor numero, tanto che bisognò pensare ad unirle insieme, e farne raccolta, con introdursi perciò un nuovo dritto Pontificio, lasciando da parte stare i Canoni de' Concilii[148].

La prima compilazione di queste lettere decretali separate da' Canoni la fece Bernardo Circa Preposito di Pavia, e poi Vescovo di Faenza, il quale sotto certi titoli dispose le decretali de' Pontefici, cominciando da Alessandro III, insino a Papa Celestino III il qual pervenne al Ponteficato nell'anno 1191. Non ebbe egli altro scopo, se non perchè quella servisse, come un supplemento al decreto di Graziano; onde questa Raccolta fu chiamata libro delle Stravaganti, perchè le Costituzioni ivi racchiuse, vagavan fuori del Decreto[149]. Antonio Augustino la diede alla luce, dandole il primo luogo fra le altre Raccolte delle antiche decretali. In questo decimoterzo secolo ne surse un'altra, di cui si nominano tre Autori, Gilberto, Alano e Giovanni Gallense. Questi imitando Bernardo, raccolsero le decretali di quelli Pontefici, che vissero dopo Bernardo; ma sopra i due primi si distinse Giovanni, che ne fece più ampia Raccolta[150]. La terza la dobbiamo a Bernardo Compostellano il quale da' Registri d'Innocenzio III Pontefice il più dotto, e 'l maggior facitore di decretali, le raccolse, fu chiamata Romana[151].

Tutte queste Collezioni essendosi fatte per privata autorità, allegate nel Foro o altrove, non avevano vigor alcuno; onde era di mestieri da' scrigni della Chiesa di Roma cavar gli esemplari perchè facessero autorità. Per la qual cosa i Romani pregarono Innocenzio III perchè di sua autorità comandasse una nuova Compilazione: Innocenzio loro compiacque e diede la cura a Pietro Beneventano suo Notajo, che la facesse: questi nell'undecimo anno del suo Ponteficato intorno il 1210 la fece, e fu la prima raccolta del jus Pontificio, che si facesse con pubblica autorità[152]. Passati cinque anni, coll'occasione del Concilio tenuto in Laterano sotto il medesimo Pontefice, se ne fece un'altra nel 1215, nella quale furono aggiunte tutte le decretali e rescritti, che per lo spazio di que' cinque anni eransi emanati. Da poi nell'anno 1227 Tancredi Diacono di Bologna ne fece un'altra, nella quale unì le Costituzioni d'Onorio III successor d'Innocenzio; ma quantunque fosse stata terminata in quell'anno, nel quale morì Onorio IX suo successore, che meditava oscurar la fama de' suoi predecessori con una più ampia o nuova compilazione, la fece supprimere, nè mai vide la luce del Mondo, se non negli ultimi tempi, quando Innocenzo Cironio nell'anno 1645 la fece imprimere in Tolosa colle sue dottissime chiose[153].

Gregorio IX adunque per maggiormente stabilire la Monarchia romana, ordinò, che si compilasse un nuovo Codice, nel quale ad imitazione dell'Imperadore Giustiniano, volle, che risecate le altre Costituzioni dei Pontefici suoi predecessori, le quali non erano più confacenti a' suoi tempi, s'inserissero in quello le sue e l'altre de' suoi predecessori, che egli stimò più a proposito; ed oltre a ciò, perchè non s'avesse occasione di ricorrere al jus civile, statuì da se molte cose ancorchè non richiesto[154], affinchè con questo suo Codice si regolassero i Tribunali ne' giudicii, e le Scuole nell'insegnar a' giovani la giurisprudenza. Commise la compilazione di quest'opera a Raimondo di Pennaforte del Contado di Barcellona, Frate Domenicano, gran Canonista, ed Inquisitore in Catalogna, e molto caro a Giacomo Re d'Aragona, che lo trascelse per suo Confessore[155]. Gregorio tratto dalla fama della sua dottrina e bontà de' costumi, lo fece venire in Roma, e lo creò suo Cappellano e Penitenziero, dignità che a que' tempi non si conferiva se non che ad uomini riguardevoli e letteratissimi. Costui eseguendo la sua commessione la ridusse a compimento. Divise l'opera in cinque libri, e seguitò l'istesso metodo appunto, che tenne Triboniano nella compilazione del Codice di Giustiniano[156].

Papa Gregorio, vedendo terminata l'opera a seconda del suo genio, tosto promulgò una Costituzione, che la propose all'istesso Codice, per la quale, abolendo tutte le altre, comandò a tutti, che solamente di questa compilazione si servissero così ne' giudicii, come nelle scuole: proibendo ancora con molto rigore, che per l'avvenire niuno abbia ardimento di farne altra, senza spezial autorità della Sede Appostolica[157]. Comandò ancora, che per tutto il Mondo si divolgasse, ed in tutte l'Accademie ed Università d'Europa si legesse[158], infiammando allo studio di quella non meno i Professori, che gli scolari.

Non vi fu parte d'Europa, che per la potenza e credito di Gregorio non la ricevesse con ardore; e si mossero i Professori da tutte le parti, non meno ad insegnarla nelle scuole, che a farvi copiose chiose. I primi furono Ruffino, Silvestro e Riccardo inglese: Rodovico cognominato di pocopasso, e Pietro Corbolo, ovvero Boliato spagnuolo: Bertrando, Damaso ed Alano inglese: Pietro Preposito di Pavia, Pietro Gallense di Volterra, Bernardo Compostellano, Vincenzo Castiglione di Milano, Giovanni Teutonico e Tancredi. Seguitarono appresso le costoro pedate Guglielmo Naso e Giacomo di Albenga Vescovo di Faenza, Vincenzo Goffredo, Filippo, Innocenzio Ostiense, Pietro Sampso, Egidio bolognese, Bonaguida d'Arezzo, Francesco da Vercelli, Boatino di Mantua, e l'Arcidiacono. Ma surse poi sopra gli altri Bernardo Bottone da Parma, il quale raccogliendo tutte le costoro Chiose, ne fece egli, intorno l'anno 1240, una più ampia, trasferendo a se la gloria di tutti[159].

Anche i Monaci per secondare il genio de' Pontefici v'impiegarono i loro talenti, e sopra queste Decretali composero un'opera intitolata Suffragium Monachorum; ma come mancante delle cose sustanziali, e ripiena di molti errori e di cose vane e superflue, riuscì molto inetta ed inutile. Frate Giacomo Canonico di S. Giovanni in Monte pure intorno a ciò volle affaticarsi: ma così egli, come tutti coloro, che vi s'erano affaticati riuscirono inetti, e siccome per quelli, che s'erano impiegati sopra il Decreto, ne nacque il proverbio Magnus Decretista, Magnus Asinista, così ancora, secondo che ci testifica Giacomo Gujacio[160], non vi furono Dottori più inetti di coloro, i quali a questi tempi si posero a scrivere sopra questo nuovo Diritto Pontificio.

Dopo questa compilazione di Gregorio non tralasciarono gli altri Pontefici suoi successori (per ingrandire vie più la Monarchia romana) di stabilire altre loro Costituzioni, sicchè nel fine di questo istesso secolo decimoterzo non fosse stimata necessaria da Bonifacio VIII una nuova altra compilazione. Se n'erano stabilite alcune da Gregorio istesso, molte da Innocenzio IV, da Alessandro IV, da Urbano IV, da Clemente IV, da' due Gregorio IX e X, da Niccolò III e dall'istesso Bonifacio. Vi erano ancora molte Costituzioni fatte nel Concilio di Lione nell'anno 1245 sotto Innocenzio IV. Ve n'erano ancora delle stabilite nell'altro Concilio di Lione, tenuto nel 1274 sotto Gregorio X. Per tanto Bonifacio VIII, il quale sopra tutti gli altri suoi predecessori ebbe idee molto grandi, e vaste del Ponteficato romano, riputando per quella sua veramente stravagante Costituzione unam Sanctam, che in balia del Papa sia maneggiar ugualmente i due coltelli, e la sovranità temporale essere dipendente dalla spirituale: volle, che di tutte queste Costituzioni se ne formasse una nuova raccolta, e fosse come di Giunta a quella fatta da Gregorio IX, e ne diede l'incumbenza a tre Cardinali, a Guglielmo Mandagoto Arcivescovo d'Ambrun, al Vescovo Berengario Fredello ed a Riccardo Malumbro da Siena gran Dottore di que' tempi, e Vicecancelliere della chiesa di Roma[161]. Costoro diedero compimento all'opera, e la divisero pure in cinque libri, e quasi in altrettanti titoli, come fu divisa da Raimondo di Pennaforte la sua. Bonifacio, compita che fu, la fece pubblicare intorno l'anno 1299 e volle, che s'aggiungesse al volume delle decretali di Gregorio, e si chiamasse perciò il Sesto libro; e con sua particolar Bolla ordinò, che da tutti s'osservasse, che in tutte l'Università del Mondo si leggesse, e ne' Tribunali avesse la sua forza e vigore, non altrimenti di quel, che Gregorio fece per la sua; ma in Francia questa compilazione di Bonifacio non ebbe gran successo, non solo per contener molte ordinazioni riguardanti l'ingrandimento della sua potenza, e del maggior guadagno della sua Corte, ma ancora perchè molte cose in quella avea stabilite in odio del Regno di Francia per le controversie, ch'allora ardevano fra lui e il Re Filippo il Bello[162]. Non così gli avvenne negli altri Regni[163] dove fu con onor ricevuta, nè le mancarono Canonisti, che vi facessero le loro Chiose, e fra gli altri il famoso Giovanni d'Andrea insigne Dottore del diritto canonico di quei tempi[164].

Seguirono da poi nel seguente secolo decimoquarto l'altre Collezioni chiamate le Clementine; ed anche l'Estravaganti, affinchè siccome le compilazioni sinora fatte corrispondevano, cioè quella del Decreto alle Pandette, e le Decretali al Codice, così l'Estravaganti corrispondessero alle Novelle; e perchè niente mancasse, negli ultimi secoli, si venne anche a far compilare i libri delle Istituzioni; di che ne' loro luoghi e tempi secondo l'opportunità, che ci sarà data, ragioneremo.

Queste Decretali presso di noi durante il Regno de' Svevi, in quelle cose, che s'opponevano alle nostre Costituzioni, non ebbero gran successo: e così Federico II come gli altri Re svevi suoi successori fecero valere le loro Costituzioni, e quelle dei Re normanni suoi predecessori, contrastando con vigore alle sorprese, che intendevano fare i romani Pontefici sopra i loro diritti e supreme regalie, facevano valere le leggi da essi stabilite sopra i matrimoni, sopra gli acquisti de' stabili alle Chiese, mantenevano le loro regalie nelle Sedi vacanti, nell'elezioni de' Prelati, e sopra tutto ciò, che ne' precedenti libri si è potuto osservare.

Ma caduto questo Regno sotto la dominazione degli Angioini uomini ligi de' Pontefici romani, e da' quali riconoscevano il Regno, prendendo vigore la fazion Guelfa, ed abbassata affatto la Ghibellina, tantosto si vide tutto mutato, ed introdotte nuove massime, e le Decretali non pur ricevute ed insegnate nelle scuole, ma anche ne' Tribunali: non già per legge d'alcun Principe, ma per l'uso e consuetudine, che di quelle s'avea in ciò, che non era espresso nel diritto civile, e massimamente per l'edificazione de' processi nelle cause forensi, per la forma e per l'ordine di procedere ne' giudicii, contenuto nel secondo libro[165]; siccome ancora per le cause ecclesiastiche, e dove accadeva disputarsi di cosa, che poteva portar peccato e pericolo della salute dell'anima[166]. Ed i nostri Principi della casa d'Angiò, ancorchè conoscessero essersi quel volume fatto compilare per gareggiare colle leggi degli Imperadori, ed ingrandire la potenza de' Pontefici, e che si metteva mano non pure alle cose ecclesiastiche ma anche alle profane, con assumersi autorità di giudicare sopra tutte le cause ne' dominii dei Principi cristiani, così fra gli Ecclesiastici come fra' laici; nulladimanco parte per trascuraggine ed ignoranza, non sapendo essi farne migliori, parte perchè molto loro premea aver la grazia e buona corrispondenza de' Pontefici, non si curarono di farle valere ne' loro dominii, e che non pure nelle pubbliche scuole s'insegnassero, ma anche ne' loro Tribunali s'allegassero.

I nostri Professori perciò vi s'applicarono non meno di quello, che faceano gli altri nelle altre città d'Italia; onde imbevuti delle loro massime, ciò che non era a quelle conforme, era riputato straniero ed ingiusto. Alcune Costituzioni di Federico e degli altri Re normanni suoi predecessori, parvero perciò empie, e tra l'altre quelle, che disponevano de' matrimoni, degli acquisti, della cura delle robe delle Chiese vacanti e cose simili: si credette che ciò non potesse appartenere alla potestà del Principe, e fosse un metter la falce nell'altrui messe. Andrea d'Isernia disse chiaramente, che tutto ciò erasi prima stabilito, perchè allora non era uscito fuori il libro delle Decretali: non erat compilatum (e' dice) volumen Decretalium[167].

A tutto ciò providero ancora i romani Pontefici nell'investiture, che diedero a' nostri Re, e Clemente IV in quella che diede al Re Carlo I d'Angiò, volle che s'annullassero tutte le Costituzioni e tutti gli Statuti, che riputava essere contra la libertà ecclesiastica[168], togliendogli molte regalie e preminenze, che i Re normanni e svevi si aveano mantenute; onde presso di noi nel Regno degli Angioini, non solo i Pontefici romani non ebbero alcuno ostacolo a' loro disegni di stabilire la Monarchia; ma trattando questo Reame come lor Feudo, ed i Principi come veri Feudatarj e loro ligi, vi fecero progressi maravigliosi, come si vedrà chiaro ne' seguenti libri di quest'Istoria.

§. II. Elezione de' Vescovi, e provisione intorno a' beneficj.

Non bastava per fondar una Monarchia provvederla di sole leggi, ed ornar la Corte di grandi Senatori, e di altri Ministri per renderla più maestosa; ma bisognava ancora provvederla di denaro, per mantenerla con pompa e fasto conveniente ad una Reggia universale del Cristianesimo, senza il quale sarebbe tosto sparita. Le sole rendite dello Stato della Chiesa di Roma non bastavano: si proccurò pertanto tirare da tutte le province ogni cosa a Roma. Bisognava, che siccome gli altri Principi per gratificare i loro fedeli, e per premiare coloro che per essi militavano, concedevan Feudi, Dignità ed Ufficj: così era uopo averne de' consimili per potergli dispensare a coloro che militavano per la Corte, e trovar mezzi per istabilirgli, affinchè niente mancasse, ed in tutto il Sacerdozio corrispondesse all'Imperio. S'istituirono perciò molte dignità ed ufficj, i quali non appartengono punto alla Gerarchia della Chiesa per ciò che concerne il suo potere spirituale; ma indrizzati solamente per la temporalità e giurisdizione, e per le cose del governo politico: ed in ciò la Corte di Roma ha superate tutte l'altre Corti de' Principi. Per li Feudi, si sono istituiti i Beneficj, e siccome per la materia Feudale surse una nuova giurisprudenza, che ha occupati tanti volumi, così per la materia Beneficiale ne surse un'altra, che ha occupati assai più volumi presso i Canonisti, che non la Feudale presso i Legisti.

La maniera, che si praticò per fargli sorgere, fu non meno ingegnosa che travagliosa: bisognò lungo tempo per istabilirgli, e s'ebbero da sostenere grandi contese co' Principi, e co' Popoli, e Capitoli delle province per tirargli tutti a Roma.

L'elezioni de' Vescovi, ancorchè in apparenza si lasciassero al Clero, si è già veduto, che i Pontefici si servivano di varj mezzi per tirarle tutte in Roma. Si proccurò ancora togliere nell'elezioni l'assenso a' nostri Principi: Federico II, Corrado e Manfredi sostennero con vigore i loro diritti, nè permisero sopra ciò novità alcuna; ma Clemente IV, investendo Carlo I d'Angiò, fra i Capitoli, già rapportati, che gli fece giurare, volle espressamente, che si rinunciasse a quest'assenso, e nel capitolo 18 gli prescrisse, che così egli, come i suoi successori, non s'intromettessero nell'elezioni, postulazioni e provisioni de' Prelati, in maniera, che nè prima, ne dopo l'elezione si ricercasse regio assenso; ma solamente lor rimanesse salvo il diritto, che per ragione di patronato avessero in alcune Chiese, per quanto i canoni concedono a' padroni di quelle[169].

Rimase solamente a' nostri Re la facoltà di poter impedire all'eletto, che se gli dasse la possessione senza il lor placito regio; e questa pure tentarono di contrastarla; ma non meno gli Aragonesi, che gli Angioini stessi loro ligi, se la mantennero, leggendosi, che Carlo II essendo stato eletto Manfredi Gifonio Canonico di Melito per Vescovo di questa istessa città, perchè era al Re sospetto, gl'impedì il possesso di quella Chiesa, non concedendogli il regio exequatur, come si legge nella carta del Re data in Napoli nell'anno 1299, rapportata dall'Ughello nella sua Italia Sacra[170]. E tutti gli altri Re Angioini, come Carlo III Ladislao, insino alla Regina Giovanna II quando gli eletti non eran loro sospetti, davano alle Bolle papali di loro provisione l'exequatur; di che presso il Chioccarelli[171] se ne leggono più esempj.

Tolse ancora Clemente a' nostri Re la Regalia, la quale (non meno che i Re di Francia) tenevano nelle Sedi vacanti del nostro Regno, con porvi i Regj Baglivi, o altre persone da essi destinate per l'amministrazione dell'entrate, per conservarle al successore, secondo il prescritto de' canoni; e Federico II, com'è chiaro dalle nostre Costituzioni del Regno[172], ve la mantenne. Siccome altresì fece Corrado suo successore, il quale, secondo che narra Matteo Paris, essendo stato dal Pontefice, fra l'altre cose, imputato, che avesse occupato i beni delle Chiese vacanti; rispose all'accusa, ch'egli non faceva usurpazione alcuna, ma valevasi di quella istessa ragione, che i suoi Predecessori s'erano valsi nelle Sedi vacanti, con dar la cura de' beni di quelle a' suoi proccuratori idonei, e fargli da quelli amministrare; e che egli era contento di valersi di quell'istessa ragione, che i Re di Francia, e d'Inghilterra valevansi nelle Chiese vacanti de Regni loro[173].

Ma Clemente IV ne' suddetti Capitoli investendo Carlo I ciò non piacendogli, volle nel capitolo 22 obbligare quel Re, e suoi successori a rinunziare a qualunque Regalia, stabilendo, che nelle Sedi vacanti non potesse pretendere, nè avere, nè regalie, nè frutti; rimanendo intanto, finchè non fossero proviste, la custodia delle Chiese presso le persone ecclesiastiche, le quali secondo il prescritto de' Canoni dovranno amministrare le rendite di quelle, e conservarle a' futuri successori[174]. Questo fu un gran passo, che avanzarono i Pontefici romani, togliendo a' nostri Principi le regalie nelle Chiese vacanti; poichè, se bene in questi principii si mostrasse di far rimanere la cura delle medesime alle persone ecclesiastiche, e di regolare l'amministrazione delle loro entrate secondo i Canoni; nulladimanco in processo di tempo, vi destinarono essi i Collettori e Nunzii, i quali mettendo mano sopra i beni di quelle, non più a' futuri successori, ma a Roma si serbavano i frutti; onde fu stabilito presso di noi un nuovo fondo, e cominciò a sentirsi il nome di Nunzio Appostolico, il che non ebbe perfezione se non nel seguente secolo decimoquarto nel Regno di Roberto per le cagioni, che saranno da noi rapportate ne' libri seguenti di quest'Istoria, quando ritornerà occasione di favellare dell'introduzione del Collettore Appostolico nel Regno e de' suoi maravigliosi progressi in fornir Roma di danari per gli spogli delle nostre Chiese, e per altri emolumenti, che ivi si tirarono.

Si fecero ancora a questi tempi altre sorprese per tirar ogni cosa in Roma; poichè quando prima, secondo i concordati dal Re Guglielmo I colla Sede Apostolica, non erano accordate le appellazioni del Regno di Sicilia[175]; ora Clemente nel 18 articolo dell'investitura data a Carlo, espressamente convenne, che le cause ecclesiastiche dovessero trattarsi innanzi agli Ordinarii, e per appellazione dalla Sede Appostolica; ed essendosi proccurato in questi tempi, come vedremo più innanzi, stendere la conoscenza, ed il Foro episcopale in immenso, e tanto che non vi era litigio, dov'essi non pretendessero metter mano, furono tirate tutte le cause in Roma: ciò che apportò a quella Corte grandi emolumenti e danari.

Ma quello, che portò maggior utile e guadagno alla Corte di Roma, siccome non minor povertà al Regno, fu la provisione de' beneficii, ed i varii mezzi e modi inventati e stabiliti da poi per le loro Decretali, ed Estravaganti e molto più per le Regole della Cancelleria, per le quali quasi tutto il denaro delle nostre chiese e monasterii va a colare in Roma.

Il nome di Beneficio fu ne primi secoli della Chiesa inaudito, nè per tutto il tempo, che durò la quadripartita divisione de' beni di quella, s'intese mai; ma quella poi posta in disuso ed annullata, si videro varie mutazioni. Siccome la parte assignata a' poveri si diede a' Vescovi col peso d'alimentargli, così la porzione assegnata a' Cherici cessò, ed in sua vece furono assegnati agli ecclesiastici ufficii certi, con destinar loro determinate rendite, delle quali si servissero i Ministri delle Chiese, come di roba propria; e questo dritto di raccogliere le mentovate rendite congiunto col ministerio spirituale, fu generalmente appellato Beneficio, e credesi che tal nome, ed assegnato di rendite a ciascun ministero cominciasse nel nono secolo circa l'anno 813 come si raccoglie dal Maguntino, celebrato in quell'anno, dove la prima volta si fa menzione del Beneficio ecclesiastico[176]. In cotal guisa, siccome coloro, che militavano per l'Imperio, erano premiati con Feudi, che pure si dissero Beneficj, così i Ministri militanti per la Chiesa era di dovere, che si premiassero con tal sorte di Beneficj, cioè con queste rendite, e dignità ecclesiastiche, le quali erano chiamate Beneficj; affinchè con tal premio ciascuno si rendesse più animoso e forte, e adempisse al proprio dovere ed ufficio.

Ma questi beneficj non essendo, che un dritto annesso e dipendente dal ministerio di godere le rendite ecclesiastiche in vigore d'una canonica istituzione, bisognava, che chi il conferiva, avesse ragione e potestà di conferirlo, e che la persona, a chi si conferiva, fosse parimente ecclesiastica, per cagion del ministerio, a cui con titolo perpetuo era unito. Nelle diocesi la facoltà di conferire era de' Vescovi, i quali o liberamente gli conferivano, ovvero di necessità; ed era quando il beneficio non poteva conferirsi se non a colui, che il Padrone presentava in vigor del patronato, che v'avea: diritto, che erasi acquistato, o per aver fondata la Chiesa, o arricchitala di beni, sopra i quali avea istituito il beneficio.

I Pontefici romani trovaron mezzi non solo di tirar in Roma le collazioni, e privarne i Vescovi, ed i padroni delle presentazioni, ma d'inventare nuove regole, perchè ogni cosa servisse a congregar tesori. Prescrissero certi termini, così agli uni, come agli altri, di valersi di loro ragione, li quali elassi, la collazione si devolve a Roma. Parimente se nominavano persone indegne ed incapaci, ed a' quali ostassero canonici impedimenti, a' quali essi soli si riserbarono la potestà di poter dispensare, togliendola ad ogni altro. Se fra gli presentati, o eletti accadeva litigio, la causa era tirata in Roma, e spesso il beneficio si conferiva nè all'uno, nè all'altro, ma ad un terzo. S'introdusse, che il Papa potesse concorrere, e prevenire ciascun collatore de' Beneficj. S'inventò la Riservazione, ch'è un decreto, per cui il Papa innanzi che un Beneficio vachi, si dichiara, che quando vacherà, nessuno lo possa conferire. Che li vacanti in Curia, la provisione sia del Papa; siccome tutti li vacanti per privazione, ovvero per traslazione ad un altro Beneficio, ed ancora tutti quelli, the fossero rinunziati in Curia, e tutti li Beneficj dei Cardinali, Ufficiali della Corte, Legati, Nunzj, ed altri Rettori e Tesorieri nelle terre dello Stato romano, e parimente li beneficj di quelli, che vanno alla Corte per negozj, se nell'andare, o nel tornare morissero circa 40 miglia vicini alla Corte, ed ancora tutti quelli, che vacassero, a cagione che li possessori loro avessero avuto un altro beneficio.

Furono ancora introdotte le Rassegnazioni, comandandosi sotto spezioso pretesto di levare la pluralità de' Beneficj, che chi ne avea più gli rassegnasse; e per l'avvenire, chi avendo un beneficio curato ne ricevesse un altro, dovesse parimente rassegnar il primo, e li rassegnati fossero riservati alla disposizione del Papa.

S'introdussero in questo secolo le Commende dei beneficj, le quali secondo la loro istituzione antica, non duravan, che per poco tempo: perchè vacando un beneficio, che dall'Ordinario per qualche rispetto non si potesse immediatamente provvedere, la cura di quello era raccomandata dal Superiore a qualche soggetto degno, sin tanto che la provisione si facesse, il quale però non aveva facoltà di valersi dell'entrate, ma di governarle, e riserbarle al futuro successore; ma poi, ancorchè i Pontefici proibissero a' Vescovi il Commendare più che sei mesi, essi passarono a dare le Commende a vita. E le Commende delle nostre Badie rendute ricchissime, che stabilirono nel nostro Reame, han tirato in Roma più tesori, che quelle di tutte le altre parti d'Italia.

Papa Giovanni XXII che si distinse sopra tutti gli altri per l'esquisita diligenza, che avea in cavar danari d'ogni cosa, onde in 20 anni di Pontificato ragunò incredibili tesori, e con tutta la profusione usata in vita, pure lasciò alla morte sua 25 milioni: introdusse da poi l'Annate, ordinando, che per tre anni ogniuno, che otteneva beneficio di maggior rendita, che 24 ducati, dovesse nell'espedizione delle Bolle pagare l'entrata d'un anno: il qual pagamento però finiti li tre anni fu continuato così da lui, come da' suoi successori.

Furono anche introdotte le Pensioni sopra i beneficj, le quali sono riuscite più utili che i beneficj stessi. S'introdussero anche le Coadiutorie, i Regressi, le Grazie espettative, gli Spogli e tanti altri modi per tirar denaro in Roma[177]. Ma sopra tutto li tanti divieti, per potervi appoggiar poi le tante dispense, così per la pluralità de' beneficj in una persona, come per li gradi di matrimonj, per le irregolarità, per l'illegittimità di natali, e per tante altre infinite ed innumerabili cagioni; onde non concedendosi quelle senza denari, vennesi per tante, e sì diverse scaturigini ad essere ben provveduta di tesori la Reggia universale del Cristianesimo: con impoverirsi all'incontro le nostre Chiese, e togliersi ai nostri Vescovi la provisione di quasi tutti i beneficj del Regno, li quali erano in Roma provveduti nella maggior parte a' forestieri, esclusi i nazionali, contro il prescritto de' Canoni.

Quando nella general Dieta tenuta in Vormazia, alle querele de' Principi e de Vescovi si trattò di togliere questi abusi, narra il Cardinal Pallavicino[178], che i Legato del Papa Alessandro altamente si protestava, che ciò sarebbe uno sconvolgere tutto il Mondo: e facendo la Chiesa un Corpo politico, diceva che il volerlo ridurre all'antica disciplina, era l'istesso, che far tornare un giovane al vitto, che usò bambino; e che siccome le complessioni si mutano ne' corpi umani, così parimente avviene ne' Corpi politici. E quando nel Concilio di Trento s'ebbe a trattare di quest'istessa materia, per darvi almeno riforma, fu la cosa più sensibile e spiacente, che mai potesse proporsi. Si opposero con vigore i Prelati del Papa, e difendevano gli abusi per quest'istesso, che sarebbe dissolvere questo Corpo politico, e questa gran Monarchia; e l'istesso Cardinal Pallavicino[179] alla svelata dice, ch'essendo il Papa il Supremo Principe, che ha tanti gran Senatori venerati con regali onoranze, in una Reggia universale del Cristianesimo, non deve sembrar cosa strana, se per conservar lo splendore d'una Reggia ecclesiastica abbia tirato a se tutte le grazie, le dispense, le collazioni, e tanti altri emolumenti per le resignazioni, regressi, annate, pensioni, spogli e tanti altri modi introdotti per tirar danaro in Roma; poichè (e' dice) siccome qualunque Principe riscuote senza biasimo i diritti per le grazie e per le dispensazioni, ch'egli concede secondo le tasse del suo Governo, così non debba biasimarsi il Papa Principe Supremo e Monarca, per ciò che concede e dispensa nel Cristianesimo; e siccome i Principi qualora talun de' suoi Fedeli s'è segnalato in qualche azione militare o politica, gli concede Feudi o altra mercede; così il Papa Principe Supremo dispensa quanti beneficj egli vuole a chi s'è segnalato in qualche azione o d'aver maneggiato bene un affare, compita bene una Legazione o Nunziatura o fatti altri importanti servizi alla Santa Sede; ed affinchè non fossero distratti dai loro impieghi, e si togliesse l'incompatibilità d'aver molti di questi beneficj, e non adempire a' ministeri, a cui sono annessi, s'introdusse, che in vece dell'ufficio, bastasse la semplice recitazione del breviario e dell'ore canoniche.

Per mantener questa Reggia, dice ancor questo Cardinale[180], che bisognava aprire più fonti per cavar denari ed onori, onde i Ministri si mantengano con decoro e pompa conveniente a' Re; e che perciò non debbasi molto badare all'unione di più beneficj in una persona, senza obbligargli alla residenza. Questi sono i mezzi in verità (e' dice) per conservar con splendore l'Ordine clericale, ed una Reggia ecclesiastica; un de' più efficaci è la copia di que beneficj, i quali non obbligano a residenza: dovea provvedersi con ciò ed una Corte e ad una Reggia universale. Ed altrove[181] valendosi del medesimo paragone del Principe, apertamente dice, che siccome l'erario del Principe bisogna star sempre pieno per ben governarsi lo Stato, così, tener l'erario vuoto il Papa, Principe supremo, è l'istesso, che allentar la disciplina. Quindi conchiude, che il riformar la Datarìa, proibire a' Giudici ecclesiastici impor pene pecuniarie, ed il levar le spese nelle dispensazioni, era un allentar la disciplina; poichè la pecunia (sono sue parole) è ogni cosa virtualmente; così la pena pecuniaria è dall'umana imperfezione la più prezzata di quante ne dà il Foro puramente ecclesiastico: il quale non potendo, come il secolare, porre alla dissoluzione il freno di ferro, convien che gliel ponga d'argento.

§. III. Della conoscenza nelle Cause.

Tirate tutte le cause d'appellazioni in Roma, si proccurò ampliare la giurisdizione del Foro episcopale, e stendere la conoscenza de' Giudici ecclesiastici sopra più persone, ed in più cause, sicchè poco rimanesse a' Magistrati secolari d'impacciarsene. Federico II in alcuni enormi e gravi delitti de' Cherici, perchè non rimanessero impuniti, prendeva egli sovente a fargli castigare: ma Clemente nelle condizioni dell'investitura data a Carlo, volle nel 20 articolo che si stabilisse, che in tutte le cause così civili, come criminali non si potessero convenire avanti il Giudice secolare, se non si trattasse civilmente di cause feudali. E le sorprese, che a questi tempi si fecero, non pure presso di noi, durante il Regno degli Angioini, ma anche nel Regno stesso di Francia, furono maravigliose. I nostri Re della Casa di Angiò riconoscendo da' romani Pontefici il Regno; e vedendo che in Francia anche quei Re lo sofferivano, non aveano cuore di resistere e di opporsi. Sottratto l'Ordine ecclesiastico totalmente dalla giurisdizione secolare, ed arricchito di molti privilegi ed immunità, si pensò stendere in prima l'esenzione a più persone che non erano di quell'Ordine.

I. Essi mettevano al numero de' Cherici tutti quelli che avevano avuta tonsura, ancorchè fossero casati, ed attendessero ad altre occupazioni, che ecclesiastiche; e narra Carlo Loyseau[182], che in Francia la cosa s'era ridotta in tale estremità, che quasi tutti gli uomini erano di loro giurisdizione, perchè ciascuno prendeva tonsura per esenzionarsi dalla giustizia del Re o del suo Signore, più tosto che per servire alla Chiesa. In Francia però quest'abuso fu nell'anno 1274 corretto a riguardo dell'esenzioni delle tasse o gabelle dal Re Filippo l'Ardito, il quale volle che i Cherici casati fossero sottoposti alle tasse, come li puri laici, e l'immunità loro rimanesse solo a riguardo del Foro, la quale pure fu poi lor tolta dall'Ordinanza di Rossiglione, la quale questa immunità la conservò solamente ai Cherici costituiti negli Ordini Sacri, e poi il Parlamento la conservò anche a' Beneficiati. Ma nel nostro Regno l'abuso non fu tolto all'intutto, e rimase sol corretto a riguardo dell'esenzioni delle collette o gabelle, rimanendo loro l'immunità a riguardo del Foro, perchè facevano i Re della Casa d'Angiò valere nel Regno la Costituzione di Bonifacio VIII, per la quale era stato conceduto a' Cherici conjugati privilegio d'immunità; onde il Re Roberto nel 1322 ordinò a' suoi Ufficiali del Regno che osservassero detto privilegio, e che non procedessero, così nelle loro cause civili, come criminali, purchè però abbiano contratto matrimonio con una, e vergine, portino la tonsura, e le vesti chericali, e non si meschino in mercatanzie e negoziazioni; ed ancora se non abbiano assunto la tonsure, ed abito del Chericato dopo commesso il delitto per evitar la pena[183]. La qual Ordinanza fu rinnovata poi dalla Regina Giovanna I nell'anno 1347[184]; e confermata dal Re Ferdinando I d'Aragona per sua Prammatica[185] stabilita nell'anno 1469.

Parimente nel nostro Regno a' Frati terziarj di S. Francesco che sono mantellati e cordonati, ed abitano in luoghi claustrali; siccome alle Bizoche, che vivono con voto verginale o celibe viduale, pure loro si diede l'esenzione dal Foro secolare. E nel Regno degli Angioini la cosa si ridusse a tal estremità, che fino le Concubine de' Cherici godevano esenzione; e quel che fa più maraviglia, ne furon persuasi gli stessi nostri Principi, leggendosi, che i Cherici della città e diocesi di Marsico si querelavan col Re Roberto, perchè il Giustiziero della provincia di Principato citra procedeva contro le loro concubine; imperocchè avendo il Re Carlo II padre di Roberto per suoi Capitolari ordinato, che le concubine scomunicate, le quali passato l'anno persistevano pure nella scomunica, fossero multate in certa quantità di denari, il Giustiziero, anche dalle concubine de' Cherici voleva esiger la multa; onde il Re Roberto nell'anno 1317 ordinò al medesimo, che non procedesse contro di loro in virtù del detto Capitolo di suo padre, nè tampoco le molestasse nelle persone, nè nelli beni, ma che lasciasse il castigo di quelle alli Prelati delle Chiese[186].

S'introdussero ancora nel Regno i Diaconi selvaggi che pure pretendevano esenzione; e bisognò per correggere in parte quest'altro abuso, che il suddetto Re Ferdinando I, nel 1479, pubblicasse prammatica[187] colla quale fu stabilito, che qualora non sono ascritti al servizio d'alcuna Chiesa, ma si mescolano ne' negozi secolari, e di Diaconi e di Cherici non abbiano che il puro nome, s'abbiano da riputare come veri laici, in modo che siano soggetti al Foro secolare, ed avanti giudici secolari, così nelle cause civili, come criminali, debbano essere convenuti, e debbano soffrire tutti i pagamenti fiscali, gabelle, collette, e tutti gli altri pesi, che sostengono i laici. Fu da poi praticato, che non godessero il privilegio del can. si quis suadente, nè il privilegio del Foro nelle cause civili, ma solo nelle criminali, e nelle civili in quanto al costringimento del corpo, rendendogli immuni da' pesi personali, non però di gabelle, collette, ed altri pagamenti fiscali e pesi reali. Intorno a che dal nostro Collaterale per varie consulte, e dal Tribunale della regia Camera per molti suoi Arresti fu meglio regolato tutto quest'affare, e rimediato in parte agli abusi; di che è da vedersi il Chioccarelli[188].

Ancora fra noi fu uno de' punti controvertiti se i laici famigliari de' Vescovi dovessero convenirsi così nelle cause civili, come criminali avanti il Vescovo, o pure avanti Giudici secolari[189]; pretendendo gli Ecclesiastici tirargli al loro Foro episcopale.

Parimente stendevano la esenzione conceduta alle loro persone, anche sopra i mobili de' Cherici, in conseguenza di quella massima mal intesa, mobilia sequuntur personam, di maniera che tutti li mobili delle genti di Chiesa casate o non casate, non potevano essere eseguiti, nè ad altri aggiudicati dal Giudice laico.

II. Essi sostennero, che ogni causa dove occorresse mala fede, e per conseguenza peccato, fosse della loro giurisdizione, come quella nella quale occorre di doversi trattare del soggetto dell'anima, di cui essi sono i Moderatori; e così essi intendevano il passo del Vangelo, si peccaverit frater tuus, dic Ecclesiae, particolarmente quando le Parti se ne querelavano; la qual querela perciò essi chiamavano denuncia Evangelica, siccome è ampiamente trattato nelle Decretali[190], dove il Papa vuol prendere a giudicare delle differenze tra i Re di Francia e d'Inghilterra toccante la devoluzione pretesa dal Re di Francia de' Feudi e Signorie, che il Re d'Inghilterra teneva di quella Corona, a cagion della costui fellonia; per la qual cosa essi si pretendevano Giudici competenti quasi in ogni azione eziandio personale, anche tra laici, dicendo, che rare volte ella era esente dalla mala fede, e per conseguenza dal peccato, o dell'una, o dell'altra parte: e quando si trattava dell'esecuzione de' contratti, essi non facevano difficoltà di tirar alla loro conoscenza la lite, a cagion del giuramento, che per lo stile comune de' Notai vi è inserito[191], confondendo malamente la censura de' costumi colla giurisdizione, e la correzion penitenziale colla giustizia contenziosa, senza aver riguardo al fatto di Natan con Davide rapportato anche da Graziano nel suo Decreto[192].

III. Per somigliante ragione essi sostenevano, che la conoscenza de' testamenti loro appartenesse, come materia di coscienza, dicendo, ch'erano li naturali esecutori di quelli; anzi ch'essendo il corpo del defunto testatore lasciato alla Chiesa per la sepoltura, la Chiesa ancora erasi fatta padrona de' suoi mobili per quietare la coscienza, ed eseguire il suo testamento. E Carlo Loyseau[193] ci testifica, che in Inghilterra erasi introdotto perciò costume, che quando taluno moriva senza testamento, il Vescovo o persona da lui destinata s'impadroniva de' mobili di quello. E che in Francia anticamente gli Ecclesiastici non volevano seppellire i morti, se non si metteva tra le loro mani il testamento, o in mancanza del testamento, non s'otteneva licenza speziale del Vescovo; tanto che nell'anno 1407 bisognò che il Parlamento rimediasse a tanto abuso, con far decreto contro il Vescovo di Amiens, e li Curati d'Abbeville, che coloro, che morivano intestati, fossero senza contraddizione, e senza comandamento particolare del Vescovo seppelliti. Ed erasi parimente in Francia introdotto costume, che gli afflitti eredi per salvare l'onore del defunto, morto senza testare, dimandavano permissione al Vescovo di poter per lui testare ad pias causas; e vi erano degli Ecclesiastici, li quali costringevano gli eredi dell'intestato di convenire a prender Arbitri, per determinare la somma, che il defunto avesse dovuto legare alla Chiesa.

Da queste intraprese degli Ecclesiastici nacque nel nostro Regno la pretensione di alcuni Vescovi, d'arrogarsi la facoltà di far essi i testamenti ad pias causas per li laici, che muojono ab intestato, siccome per antica usanza lo pretesero i Vescovi di Nocera de' Pagani, d'Alife, d'Oppido, di S. Marco ed altri Prelati nelle loro diocesi, i quali sovente applicavano i beni del defunto a se stessi. Ed in alcune parti del Regno i Prelati pretesero indistintamente d'applicarsi a lor beneficio la quarta parte de mobili del defunto morto senza testare. E si penò molto presso di noi per estirpar questi abusi, e non se negli ultimi tempi, alle reiterate consulte della regia Camera, e voti del Collaterale, vi si diede rimedio, con ispedirsi più lettere ortatoriali a' Vescovi, affinchè non presumessero d'arrogarsi tal potestà, e sovente contro gl'inobbedienti si è proceduto al sequestro delle loro entrate, ed a carcerazioni de' congiunti; non perdonandosi nemmeno al Vescovo di Nocera, con tutto che per se allegasse l'immemoriale, come un abuso condannabile, e più tosto corrutela, che lodevole usanza[194].

Da ciò è nato ancora, che siavi presso di noi rimaso costume, siccome anche dura in Francia che li Curati, o i Vicari siano capaci come i Notai di ricevere li testamenti, e quando dispongano ad pias causas, ancorchè fatti senza solennità, dar loro vigore ed osservanza.

IV. Per cagion della connessità, se tra più compratori, coeredi, o condebitori, uno ne fosse Cherico, essi dicevano, che il privilegiato, come più degno, deve tirare avanti il suo Giudice tutte le altre parti. Parimente li Canonisti dicevano, che il laico poteva prorogare la giurisdizione ecclesiastica, e non il Cherico la secolare: e dicevano ancora, che apparteneva al Giudice ecclesiastico supplire il difetto, o negligenza del Giudice laico, e non al contrario; e quando se gli dimandava la ragione, essi dicevano, che ciò era, perchè anticamente gli Ecclesiastici erano giudici de' laici così ben che de' Cherici, e che non v'era perciò inconveniente, che le cose tornassero nella loro prima natura, come dice il Cardinal Ostiense[195]. E pure da' precedenti libri di quest'Istoria si è chiaramente veduto, che la giustizia ecclesiastica in ciò che ella è contenziosa, è stata conceduta dalli Principi, e dismembrata dalla giustizia temporale ed ordinaria, e fu chiamata perciò privilegio Chericale; e li Canonisti la chiamano pure privilegium Fori, per denotare ch'è contro il diritto comune.

V. Essi sostenevano, che tutte le cause difficili, spezialmente in punto di ragione, loro appartenessero, e principalmente quando vi era diversità d'opinioni tra' Giureconsulti o Giudici: allegavano perciò quel passo del Deuteronomio[196]: Si difficile, et ambiguum apud te judicium esse prospexeris, et judicium intra Portas videris variari, venies ad Sacerdotes Levitici generis, et ad Judicem, qui fuerit illo tempore, qui judicabunt tibi veritatem, et facies quaecumque dixerint qui praesunt in loco, quem elegerit Dominus. Quando è a tutti palese la gran differenza tra le leggi romane, e la politia del vecchio e nuovo Testamento. E da questo principio avvenne, che si veggano in più luoghi delle Decretali cause difficili decise da' Pontefici, che non erano in conto alcuno della giustizia ecclesiastica, come fra l'altre la famosa decretale Raynutius[197].

VI. Dicevano, che apparteneva ad essi il supplire al difetto, negligenza, o suspizione del Giudice laico[198]; e sotto questo pretesto, se un gran processo durava lungo tempo nel Tribunale secolare, lo tiravano a loro. Quindi s'arrogavano la facoltà di conoscere delle suspizioni de' Giudici laici, e quest'abuso non pure in Francia, come testifica Loyseau[199], ma anche ne' Regni di Spagna erasi introdotto[200], e presso di noi nel Regno degli Angioini avea preso anche piede; e fu tanta la soggezione a' Pontefici romani, ovvero la stupidezza de' nostri Principi Angioini, che non senza gran maraviglia, tra i Riti della nostra Gran Corte della Vicaria[201], si legge una prammatica della Regina Giovanna II colla quale ordina, che (toltane la città di Napoli, dove vuole che le suspizioni si conoscano dal G. Protonotario) in tutte le altre città e luoghi del Regno, le suspizioni s'abbiano ad allegare avanti il Vescovo diocesano, e suo Vicario. E con tutto che nel regno degli Aragonesi non si fosse fatta osservare, nulladimanco non mancavano i Vescovi, quando lor veniva fatto, di prenderne la conoscenza.

Ma succeduti gli Spagnuoli, usarono costoro rimedj più forti per togliere quest'abuso, perchè avendo nel 1551 l'Arcivescovo d'Acerenza tentato d'intromettersi a conoscere della suspizione allegata innanzi a lui dal Capitano di Pietrapertosa contro i suoi Sindicatori, D. Pietro di Toledo, ad istanza di quella Università, con voto del regio Collateral Consiglio, scrisse una grave lettera ortatoriale all'Arcivescovo, insinuandogli, che dovesse astenersi di conoscere di quella sospizione, spettando tal conoscenza alla giurisdizione del Re, non essendo stata la pretesa prammatica osservata, e che facendone il contrario avrebbe proceduto contro di lui, come di chi cerca usurparsi la giurisdizione regia[202]: la qual lettera, narra Prospero Caravita[203], averla egli fatta imprimere fra le altre prammatiche di questo Regno, che oggi giorno si legge in quel volume. E nel governo di D. Parafan di Riviera, essendo stato questo Vicerè avvisato che i Vescovi e i loro Vicarj nelle province di Principato citra e di Basilicata, s'abusavano d'intromettersi a conoscere delle cause di sospizione degli Ufficiali, dirizzò nel 1566 un premuroso ordine al Governadore di quelle province, comandandogli, che in suo nome facesse emanar bando sotto gravi pene in tutte le città, terre e luoghi di quelle province, che nelle cause di sospizioni le parti litiganti non debbano più aver ricorso a' diocesani, ma che lo dovessero avere nella regia Audienza, dove loro sarà ministrato complimento di giustizia: il quale ordine fu pure fatto imprimere tra le nostre prammatiche[204] affinchè tra noi si togliesse affatto quest'abuso.

VII. Sotto colore, che negli antichi Canoni trovavano, che il Vescovo era protettore delle persone miserabili, come delle vedove, pupilli, stranieri e poveri, volevano conoscere di tutte le loro cause[205]; ancorchè vi sia gran differenza tra proteggere i miserabili, e proccurar per essi la giustizia, che d'esser Giudice delle loro cause.

VIII. Inventarono un altro genere di giudicio, chiamato di Foro misto, volendo, che contro il secolare possa procedere così il Vescovo, come il Magistrato, dando luogo alla prevenzione, come sono i delitti di bigamia, d'usura, di sagrilegio, d'adulterio, d'incesto, di concubinato, di bestemmia, di sortilegio e di spergiuro, siccome ancora le cause di decime e di legati pii. Nel che essi v'aveano questo vantaggio, perchè colla esquisita lor sollecitudine, sempre prevenendo, non lasciavano mai luogo al Magistrato secolare, e se l'appropriavan tutti, come reputati anche da essi, delitti ecclesiastici. E nel nostro Reame non si finiron d'estirpare affatto questi abusi, se non nel Regno degli Spagnuoli, i quali non ammisero prevenzione alcuna, e la cognizione de' suddetti delitti contro i laici fu attribuita interamente a' Giudici regi[206]; non dovendosi riputar in modo alcuno ecclesiastici perchè veramente li delitti ecclesiastici, o sono quelli che concernono la politia ecclesiastica, come dice Giustiniano nella Nov. 83 ovvero li minori delitti, di cui la Giustizia ordinaria ne trascura la ricerca, e di cui perciò la primitiva Chiesa ne intraprendeva la censura o correzione, per conservare una particolar purità di costumi tra' Cristiani; ma questa correzione ei faceva sommariamente, e senza giudizio contenzioso; come si è narrato nel primo e secondo libro di questa Istoria.

IX. Si appropriarono tutte le cause matrimoniali, dicendo, che essendo stato il contratto di matrimonio da Cristo S. N. elevato a Sacramento, la cognizione di tutte le cause a quello appartenenti deve essere de' Giudici ecclesiastici. Ma s'è veduto ne' precedenti secoli, che i Principi cattolici presero essi la cura dei matrimonj, essendo cosa chiarissima, che le leggi de' matrimonj, i divieti e le dispense de' gradi, tutte furono stabilite dagl'Imperadori; e fin tanto che le leggi romane ebbero vigore, i giudicj a quelli appartenenti erano innanzi a' Magistrati secolari agitati: il che la sola lettura de' Codici di Teodosio e di Giustiniano e delle Novelle lo dimostra evidentemente. E nelle formole di Cassiodoro[207], come altrove fu da noi rapportato, restano memorie de' termini usati da' Re ostrogoti nelle dispense de' gradi proibiti, che allora erano reputate appartenere al governo civile, e non cosa di religione; ed a chi ha cognizione dell'istoria, è cosa notissima, che gli Ecclesiastici sono entrati a giudicar cause di tal natura, parte per commessione e parte per negligenza de' Principi e de' Magistrati. Ma di ciò ora, per la determinazione del Concilio di Trento[208], non lece più dubitarne.

Finalmente i Dottori romani[209] arrivarono insino ad insegnare, che i delinquenti ne' territorj d'altri Principi, non si debbano rimettere, ma mandarsi a dirittura in Roma per esser puniti, perchè il Papa essendo il Signore della città di Roma, ch'è la comune Patria di tutti, avendo l'Imperador Antonino per sua legge[210] statuito, che tutti coloro, che nascono nell'Orbe romano, s'intendano fatti cittadini romani, meritamente come suoi sudditi può prendergli a giudicare e punirgli[211].

Nè finirono qui le loro intraprese, perchè vi sono altri innumerabili casi, ne' quali eran costretti i laici piatire avanti Giudici ecclesiastici, de' quali non comporta il mio istituto farne qui un più lungo catalogo. Essi furon nientedimeno compresi da Ostiense[212] in sette versi, che chi gli considera, non può non rimaner sorpreso in veggendo a quale sterminata ampiezza avessero gli Ecclesiastici a questi tempi stesa la loro conoscenza; donde conoscerà ancora, che non vi è fine all'usurpazione, da poi che una volta li limiti della ragione sono superati ed oltrepassati.

Tutte queste intraprese della Giustizia ecclesiastica, non meno presso di noi, durante il Regno degli Angioini, che in Francia durarono lungamente, ma da poi i Franzesi valendosi di rimedi forti ed efficaci, ruppero le catene; e per l'Ordinanza del 1539 furono molto ben risecate, la quale rimise la loro giustizia al giusto punto della ragione, lasciando solamente alla Chiesa la conoscenza de' Sacramenti tra tutte le persone, e delle sole cause personali degli Ecclesiastici[213]; che fu in effetto ritornare all'antica distinzione delle due potenze, lasciandosi le persone e le cose spirituali alla Giustizia ecclesiastica, e le temporali alla temporale. Nel nostro Reame gli Spagnuoli cominciarono a risecar gli abusi, ma non ridussero la loro Giustizia al giusto punto, come si fece in Francia; perchè gli Spagnuoli, come saviamente fu osservato da Pietro di Marca Arcivescovo di Parigi, e da noi si farà vedere, quando ci toccherà ragionare del lor governo, vollero medicar la ferita giurisdizione regia con impiastri ed unguenti, non già col fuoco e col ferro, come si era fatto in Francia.

§. IV. Tribunale dell'Inquisizione.

Per meglio stabilir la Monarchia, fu in questo secolo introdotto in Roma il Tribunale dell'Inquisizione. Innocenzio III, come si è veduto nel decimoquinto libro di quest'Istoria, non avea agl'Inquisitori eretto Tribunale alcuno; ed il nostro Imperador Federico II nè meno presso di noi l'eresse, ma a' Magistrati ordinari commise la condannazione degli Eretici, i quali insieme co' Prelati delle Chiese da lui destinati, ai quali s'apparteneva la conoscenza del diritto, dovevano invigilare per estirpargli. Ma morto l'Imperador Federico, essendo le cose di Germania in confusione, e l'Italia in un Interregno, che durò 23 anni, Innocenzo IV rimanendo quasi arbitro in Lombardia, ed in alcune altre parti d'Italia, e vedendo il gran progresso, che gli Eretici aveano fatto nelle turbazioni passate, applicò l'animo all'estirpazione di quelli; e considerate l'opere, che per l'addietro aveano fatte in questo servigio i Frati di S. Francesco, ebbe per unico rimedio il valersi di loro, adoperandogli, non come prima, solo a predicare, o congregare i Crocesignati, ma con dare ad essi autorità stabile, ed erger loro un fermo Tribunale, il quale d'altra cosa non avesse cura.

Ma a ciò due cose s'opponevano: l'una, come si potesse senza confusione smembrar le cause d'eresia dal Foro episcopale, che le avea sempre giudicate, e costituir un Ufficio proprio per esse sole: l'altra come si potesse escludere il Magistrato secolare, al giudicio del quale era commesso il punir gli Eretici, per l'antiche leggi imperiali, e per l'ultime dell'Imperador Federico II ed ancora per li propri statuti, che ciascuna città era stata costretta ordinare, per non lasciar precipitare il governo in que' gran tumulti. Al primo inconveniente trovò il Pontefice temperamento, con erger un Tribunale composto dell'Inquisitore e del Vescovo, nel quale però l'Inquisitore fosse non solo il principale, ma il tutto, ed il Vescovo vi avesse poco più, che il nome. Per dar anche qualche apparenza d'autorità al Magistrato secolare, gli concesse d'assegnar li Ministri all'Inquisizione, ma ad elezione degl'Inquisitori medesimi: di mandare coll'Inquisitore, quando andasse per lo Contado, uno de' suoi Assessori, ma ad elezione dell'Inquisitore stesso: di applicare un terzo delle confiscazioni al Comune; ed altre cose tali, che in apparenza facevano il Magistrato compagno dell'Inquisitore, ma in sostanza servo. Rimaneva di proveder il danaro per le spese, che si sarebbero fatte nel custodire le prigioni, ed alimentar gl'imprigionati; laonde si ordinò, che le Comunità le pagassero, e così fu risoluto, essendo il Papa in Brescia l'anno 1251.

Furono per tanto deputati li Frati di S. Domenico Inquisitori in Lombardia, Romagna e Marca Trivisana, li quali adempiendo al lor ufficio con molto rigore, cagionarono in Lombardia qualche tumulto: perciocchè avendo nel seguente anno Innocenzio deputato Inquisitore di Milano Fr. Pietro da Verona dell'Ordine de' Predicatori,[214] costui per estirpar da quella città alcuni infettati d'eresia, che si facevano chiamar Credenti, non trascurava diligenza per punirgli, onde alcuni incarcerava (sono parole del Pansa[215]) ad altri dava bando, e gli ostinati, in balia della Corte secolare faceva con l'ultimo supplicio del fuoco punire; ed avea già fatto molte esecuzioni, ed ordinato di farne dell'altre dopo Pasqua di Resurrezione; di che intimoriti alcuni principali Milanesi, dubitando della lor vita per li processi, che avean presentito aver loro fatti fabbricare l'Inquisitore, si congiurarono insieme, e risolvettero di prevenir l'Inquisitore con farlo morire; onde accordati gli assassini, questi postisi in agguato in una solitudine fra Milano e Como, dove all'Inquisitore occorreva passare, quando lo videro, gli corsero subito colle spade nude addosso, e l'uccisero. Di che fattosene in Milano gran rumore, e preso de' delinquenti severo castigo, Innocenzio, per questo martirio sofferto, volle canonizzarlo per Santo, siccome la prima domenica di quaresima del seguente anno 1253 con molta solennità fu celebrata la canonizzazione, ed ascritto nel Catalogo de' Santi Pietro Martire da Verona. Si segnalarono anche in cotal guisa molti altri Frati di quest'Ordine, e di quello ancora de' Frati Minori, i quali mandati dal Papa nelle parti di Tolosa, molti ne furono per simili esecuzioni ammazzati. Ma non perciò riputò Innocenzio di rallentar il rigore, anzi sette mesi da poi che in Brescia avea date le leggi per questo Tribunale, dirizzò una Bolla a tutti i Rettori, Consigli e Comunità di quelle tre province, prescrivendo loro XXXI Capitoli, che dovessero osservare per lo prospero successo del nuovo Tribunale, comandando, che li Capitoli fossero registrati fra gli Statuti del Comune, ed osservati inviolabilmente. Diede poi autorità agl'Inquisitori di scomunicargli, ed interdirgli, se non gli osservassero. Non si distese il Pontefice per allora ad introdurre l'Inquisizione negli altri luoghi d'Italia, nè fuori di quella, dicendo, che le tre province soprannomate erano più sotto gli occhi suoi e più amate da lui. Ma la principal cagione era, perchè in queste egli avea grande autorità, essendo senza Principi, e facendo ogni città governo da se sola, nel quale il Pontefice avea anche la parte sua, poichè aveva loro aderito nell'ultime guerre. Ma contuttociò non fu facilmente ricevuto l'editto; onde Alessandro IV suo successore, sette anni da poi, nel 1259, fu costretto a moderarlo e rinovarlo. Comandò tuttavia agl'Inquisitori, che con le censure costringessero li Reggenti della città all'osservanza.

Per la stessa cagione Clemente IV, sei anni da poi, cioè nel 1265 lo rinovò nel medesimo modo, nè però fu eseguito per tutto, finchè quattro altri Pontefici suoi successori non fossero costretti ad usar ogni loro sforzo per superar le difficoltà, che s'attraversavano nel far ricevere il Tribunale in qualche luogo. Nascevano le difficoltà da due capi: l'uno per la poco discreta severità de' Frati Inquisitori, e per l'estorsioni ed altri gravami: l'altro, perchè le Comunità ricusavano di somministrar le spese; per la qual cosa risolsero di deporre la pretensione, che le spese fossero fatte dal Pubblico; e per dar temperamento al rigore eccessivo degli Inquisitori, diedero qualche parte di più al Vescovo, il che fu cagione, che con minor difficoltà s'introducesse l'Inquisizione in quelle tre province di Lombardia, Marca Trivisana e Romagna e poi in Toscana ancora, e passasse in Aragona ed in qualche città d'Alemagna e di Francia. Ma da Francia e da Alemagna presto fu levata, essendo alcuni degl'Inquisitori stati scacciati da que' luoghi per li molti rigori ed estorsioni, e per mancamento ancora de' negozi. Per la qual cagione si ridussero anche a poco numero in Aragona; poichè negli altri Regni di Spagna non erano penetrati.

Nel nostro Reame di Puglia, mentre durò il Regno de' Svevi, non fu variato il modo stabilito dall'Imperador Federico di procedere contro gli Eretici. Nè, morto Federico, per la nimistà e continue guerre tra Corrado e Manfredi suoi successori con Innocenzio e con gli altri seguenti Pontefici, fu introdotta novità alcuna. Nelle Corti Generali da Federico istituite se ne prendeva cura, dove i Prelati doveano denunciargli, affinchè il Magistrato vi procedesse, di cui era il conoscer del fatto e la condanna, siccome de' Prelati la conoscenza del diritto. Erano non da Roma, ma da' nostri Principi destinati i Prelati per quest'Ufficio, i quali insieme co' Giudici regj, quando bisognava, scorrevano le province, e gl'imputati d'eresia, se convinti persistevano ostinatamente nell'errore, erano fatti morire; se davano speranza di ravvedimento, erano mandati nel Monastero di Monte Cassino, o a quello della Cava, dove si tenevano prigionieri, insino che dopo aver abjurato, non soddisfacessero la pena a loro imposta, siccome si è narrato ne' precedenti libri di questa Istoria.

Ma caduto il Regno in mano degli Angioini ligi de' romani Pontefici, ancorchè non si fosse introdotto presso di noi Tribunal fermo d'Inquisizione dipendente da quello di Roma; nulladimanco di volta in volta i Pontefici solevano destinar particolari Commessari Inquisitori per lo più Frati Domenicani, i quali scorrendo per le nostre province, col favore e braccio del Magistrato secolare, facevano delle esecuzioni. E quantunque queste commessioni non potessero eseguirle senza il placito regio; nulladimanco i nostri Principi Angioini per la soggezione, che portavano a' romani Pontefici, non solo non gl'impedivano, ma loro facevan dare da' Giudici regj ogni ajuto e favore; anzi sovente comandavano, che dal regio Erario loro fossero somministrate anche le spese. Così Carlo I d'Angiò nell'anno 1269 ordinò a' suoi Ministri, che pagassero a Fr. Giacomo di Civita di Chieti Domenicano Inquisitore dell'eretica pravità nella provincia di Terra di Bari e di Capitanata costituito dalla S. romana Chiesa, un augustale d'oro il dì per sue spese e di un suo compagno, d'un Notajo e tre altre persone e loro cavalli[216]; e nel medesimo anno ordinò al Governadore della provincia di Terra di Lavoro, che a richiesta di Fr. Trojano Inquisitore costituito dalla Sede Appostolica gli prestasse ogni ajuto, consiglio e favore, quando, e dove vorrà, e che eseguisse subito le sue sentenze, che darà contro gli Eretici, loro beni e fautori[217]. Parimente scrisse a' regj Secreti di Puglia, che somministrassero 30 oncie d'oro a Fr. Simone di Benevento dell'Ordine de' Frati Predicatori Inquisitore dell'eretica pravità, costituito dalla Chiesa romana nel Giustizierato di Basilicata e di Terra d'Otranto[218]. Il medesimo Re nel 1271 ordinò a' suoi Ministri, che pagassero a Fr. Matteo di Castellamare Inquisitore nelle province di Calabria, un augustale il dì per le sue spese e d'un altro Frate suo compagno, un Notajo e tre altre persone[219]: e nell'anno 1278 mandò più lettere a' Giustizieri d'Abruzzo e Capitani dell'Aquila ed a tutti i suoi Ufficiali, che a F. Bartolommeo dell'Aquila dell'Ordine de' Predicatori Inquisitor deputato dalla Sede Appostolica nel Regno di Sicilia, somministrassero ogni ajuto e favore, con tormentare i rei, secondo loro dirà detto Inquisitore ed eseguire quanto da colui verrebbe imposto[220].

Carlo II suo figliuolo nell'anno 1305 ordinò a tutti i Baroni e suoi Ufficiali, che dassero ogni ajuto a Frate Angelo di Trani Inquisitore destinato dalla Sede Appostolica, guardando e riducendo nelle carceri le persone macchiate d'eresie, secondo vorrà detto Inquisitore: che non molestino i suoi uomini per portar armi: eseguano le sentenze ch'egli darà contro le persone degli Eretici e loro beni; e che agl'Inquisitori di tali delitti, e per gli Ufficiali regj d'ordine del detto Inquisitore carcerati, si tormentino a richiesta di detto Frate Angelo, acciò possa cavare la verità da essi e dagli altri[221]: e nell'anno 1307 incaricò a Frate Roberto di S. Valentino Inquisitore del Regno di Sicilia, che con tutto rigore procedesse contro l'Arciprete di Buclanico, che corretto prima dal suo predecessore Benedetto, era ricaduto ne' primi errori, sostenendo falsa dottrina sopra alcuni articoli della fede Cattolica[222].

L'istesso Re negli anni 1295 e 1307 scrisse a Filippo suo figliuolo Principe d'Acaja e di Taranto, che Papa Clemente V avea scritto un Breve a Roberto Duca di Calabria suo figliuolo e Vicario generale del Regno avvisandogli, che il Re di Francia avea usata grandissima diligenza in carcerare per le loro eresie in un tempo stesso tutti li Cavalieri Templari che erano in Francia, e sequestrati i loro beni; e per ciò lo richiedeva, che con consiglio secreto de' suoi Savii; facesse carcerare cautamente, e secretamente in un tempo tutti i Cavalieri Templari, ch'erano ne' dominii, e quelli carcerati, tenergli in buona custodia ad ogni ordine della Camera appostolica, siccome facesse sequestrare tutti i loro beni, e li tenesse in nome della medesima: onde Re Carlo ordina al detto suo figliuolo, che esegua detto Breve nel Principato d'Acaja, siccome il Duca di Calabria avrebbe fatto nel Regno.

Il Re Roberto suo successore nell'anno 1334 parimente ordinò a' suoi Ufficiali, che dessero ogni aiuto agli Inquisitori destinati da Roma; ed il medesimo stile fu tenuto dalla Regina Giovanna I nel 1343, dal Re Lodovico nel 1352 e dal Re Carlo III nel 1381, il quale donò a Tommaso Marincola suo famigliare i beni confiscati del Vescovo di Trivento eretico, come aderente all'Antipapa, e dichiarato ribelle di Santa Chiesa e del detto Re[223].

Non a' soli Frati Predicatori era commesso quest'ufficio, vi ebbero anche parte i Frati Minori, i quali dichiarati dal Papa Inquisitori scorrevano pure le nostre province. Era in questo secolo il numero degli Eretici cresciuto in immenso di varie Sette e di vari istituti. Alcuni, lasciate le loro religioni, affettando di vivere da Solitari senza Regola e senza Superiori, e di menar una più austera vita, si ritiravano nelle solitudini, e scorrevano in varie parti, contaminando dei loro errori molta gente. Si facevano chiamare Fraticelli, Bizocchi, Begardi, ovvero Beghini; e presso di noi erano moltiplicati assai ne' Monti d'Abruzzo e nella vicina Marca d'Ancona. Erano usciti dall'Ordine dei Frati minori, ed avevano quasi tutti gli stessi principii e la stessa condotta; ed i loro Gonfalonieri furono due Frati minori, Pietro di Macerata e Pietro di Forosempronio, i quali prima ottennero da Papa Celestino V amatore della ritiratezza, la permissione di vivere da Romiti e di seguire litteralmente la Regola di S. Francesco; ma da poi Onorio IV, Niccolò IV e Bonifacio VIII condennarono il loro istituto; e i loro successori Clemente V e Giovanni XXII gli suppressero affatto[224]. Era commessa per lo più la cura d'estirpargli a' Frati Minori; onde si legge, che Bonifacio VIII commise a Fr. Marco di Chieti dell'Ordine de' Minori Inquisitore nella provincia di S. Francesco, che si portasse ne' Monti d'Abruzzo e nella Marca d'Ancona, ed implorando, se sarà di bisogno, il braccio secolare, proceda contro di loro e loro fautori, con incarcerargli, scovrirgli, e manifestargli dai nascondigli, ove solevan appiattarsi, mandargli in Roma prigioni e con molto rigore farne inquisizione[225]. Eglino si ritirarono perciò in Sicilia, cominciando a declamare contro i Prelati e contro la Chiesa romana trattandola da Babilonia.

In cotal modo fu, durante il Regno degli Angioini, praticata l'Inquisizione presso di noi; ma quanto poi questo Reame si fosse distinto sopra ogni altro, per aver tolto da se ogni vestigio d'Inquisizione, sarà narrato al suo luogo ne' seguenti libri di quest'Istoria.

§. V. Monaci e beni temporali.

Fa di mestieri da ora innanzi congiungere i Monaci co' beni temporali, perchè siccome altrove fu notato, che chi dice Religione, dice Ricchezze; così ora essendosi per gli acquisti de' beni temporali renduti più esperti i Monaci, che tutti gli altri Ecclesiastici, tantochè non vi è proporzione fra gli acquisti, che in questi tempi si fecero dalle Chiese, e quelli fatti da' monasteri, bisogna ora dire, Nuove Religioni, nuove Ricchezze; e tanto più la cosa fu portentosa, che non ostante, che fossero fondate sopra la mendicità, onde furon chiamate Mendicanti, contuttociò gli acquisti e le ricchezze furon immense.

Le Religioni, che sursero in questo secolo, riuscirono come tante Legioni, per conservare, e mantenere la Monarchia romana; ed i Pontefici non furon mai dagli altri cotanto ben serviti, quanto da costoro, i quali militavano con ogni fervore per sostenere la loro autorità, e per agevolare le loro intraprese; onde con ragione di tanti privilegi e prerogative gli cumularono. Coloro, che sopra tutti in questo secolo si distinsero, furono i Frati Predicatori ed i Frati Minori. De' primi, come si è veduto, fu autore Domenico Gusmano, il quale avendo gran tempo predicato contro gli Albigesi, prese nell'anno 1215 la resoluzione con nove suoi compagni di fondar un Ordine di Frati Predicatori, con istituto d'impiegar le loro prediche per estirpar l'eresie a quel tempo moltiplicate in Italia ed in Francia. Portossi Domenico a Papa Innocenzio III per ottener la conferma del suo Ordine; ma il Papa differì l'accordarla; e lui morto, ciò che non fece Innocenzio, ottennero da Onorio III suo successore, il quale nell'anno 1216 lo confermò ed acconsentì, che quei Religiosi lasciassero l'abito di Canonici Regolari da essi sino a quel tempo portato, e prendessero un abito particolare, e osservassero nuove costituzioni. Si propagarono in Francia, ed in Parigi sin dall'anno 1217 ebbero un Monastero nella Casa di S. Jacopo, onde furono denominati Jacopini. Appena eran sorti, che vennero nel nostro Reame a fondarvi de' Conventi, ed ebbero gradito ricevimento; poichè avendo i Patareni ed altri Eretici, cominciato a contaminar Napoli e l'altre province. Gregorio IX gli spedì a Napoli, scrivendo nell'anno 1231 a Pietro di Sorrento Arcivescovo di questa Città, che benignamente gli ricevesse e che gl'impiegasse quivi a predicare, ed insinuasse a' Popoli a se commessi di ricevere dalle loro bocche il seme della parola di Dio, per essersi costoro cotanto segnalati in estirpar l'eresie, e con voto di volontaria povertà essersi in tutto applicati ad evangelizzare la sua parola[226]. Incaricò anche, che gli provvedesse in Napoli di una comoda abitazione, affinchè quivi agiatamente permanendo, potessero attendere con maggior fervore alla carica loro imposta. Scrisse consimile epistola al popolo Napoletano, incaricandogli, che benignamente e devotamente gli ricevessero, affinchè potessero felicemente pervenire al lor fine, e raccogliere il frutto delle loro fatiche, cioè la salute delle anime[227]; ed insinuò anche al Cardinal Castiglione suo Legato appostolico nel Regno di Sicilia, che incaricasse all'Arcivescovo il loro ricevimento; per la qual cosa ricevute costui le lettere del Papa, e l'insinuazioni del Legato, gli ricevè con onore e gli diede per abitazione la Chiesa di S. Arcangelo ad Morfisam con un gran Monastero ivi congiunto, ch'era allora abitato da' Monaci Benedettini, i quali tenendo in Napoli altri grandi Monasteri, cedettero quello a' Frati Predicatori, resignandolo in mano dell'Arcivescovo con tutte le case ed orti adiacenti. L'Arcivescovo insieme col Capitolo ne investì Fra Tommaso, sotto la cui guida erano que' Frati qui venuti, e ne gli spedì Bolla, che si legge presso Chioccarello[228] sotto la data del primo di novembre 1231. Ampliarono poi que' Frati il lor Convento (che mutato l'antico nome lo chiamaron poi dal nome del loro Institutore S. Domenico) con altri orti contigui, per concessione avutane da Giovanni Francaccio, a cui l'istesso Arcivescovo nell'anno 1246 prestò l'assenso. Nell'anno 1269 in tempo dell'Arcivescovo Aiglerio per nuovi altri acquisti l'ingrandirono assai più[229], e vie maggiori ingrandimenti ricevè da poi nel Regno degli Angioini sotto Carlo II d'Angiò, cotanto appassionato di questa Religione, di che è da vedersi Engenio nella sua Napoli Sacra.

Non furono soddisfatti i Re di questa Casa d'aver in Napoli un solo Convento di Padri Predicatori, ma l'istesso Carlo II nell'anno 1274 ne costrusse un altro in onor di S. Pietro Martire da Verona, che come si disse nell'anno 1253 era stato da Innocenzio IV ascritto nel catalogo de' Santi. Lo dotò di ricchi poderi, di molte case e di altre rendite. L'esempio del Principe mosse altri Nobili napoletani ad arricchirlo, come fecero Errico Macedonio, Bernardo Caracciolo, Giacomo Capano, ed altri rammentati dall'Engenio.

Parimente nella città d'Aversa edificò una Chiesa, e Convento a' Frati di quest'Ordine sotto il titolo di S. Luigi, che fu suo zio, al quale concedè ampissimi privilegi, e dotò di molte rendite[230].

Anche alle Suore Domenicane, che vivevano nel medesimo istituto, fu data in questa città comoda abitazione. Ad istanza di Maria, moglie di Carlo II, Papa Bonifacio VIII ordinò all'Arcivescovo di Capua, che alle Monache Domenicane si dasse per loro abitazione il Monastero di S. Pietro a Castello situato dentro il castello dell'Uovo, con tutte le case e possessioni; e che i Monaci Benedettini, che tenevano quel luogo si fossero trasferiti ne' monasteri di S. Severino, di S. Maria a Cappella e di S. Sebastiano. Ma essendo stato da poi il monastero di S. Pietro saccheggiato da' Catalani, e con gran vergogna cacciate le Monache, il Pontefice Martino V scrisse all'Abate di S. Severino, che desse loro ricetto nel Monastero di S. Sebastiano, che allora era stato dato in Commenda al Vescovo di Melito, e non v'abitava che un sol Monaco Benedettino, con ceder loro tutte le sue possessioni ed entrate, siccome fu eseguito; ond'è che per detta unione ritenga questo monastero ancora oggi il nome di S. Pietro e S. Sebastiano[231].

Non meno in Napoli, che in tutto il Regno multiplicaronsi i Frati Predicatori in questo secolo per lo favore, che tenevano non meno de' Re angioini, che de' romani Pontefici. Innocenzio IV dirizzò nel 1245 un diploma agli Arcivescovi di Napoli, di Salerno e di Bari, col quale loro si dava facoltà, che in nome della Sede Appostolica, strettamente ordinassero a tutti gli Arcivescovi, Abati, Priori ed a tutti i Prelati delle Chiese de' Regni di Sicilia, che non inferissero a' Frati Predicatori gravame alcuno, e proibissero ai loro sudditi di dar loro molestia; e che proccurassero di fare ai medesimi mantenere tutte l'esenzioni ed immunità concedutegli dalla Sede Appostolica[232]. Crebbero perciò col favore de' Pontefici e de' nostri Principi della casa d'Angiò in maggior numero di quello, che avean fatto nel Regno di Federico e degli altri Svevi suoi successori; e molto splendore recò loro Tommaso d'Aquino, soprannomato il Dottor Angelico, uscito dalla famiglia de' Conti d'Aquino, il quale mal grado di sua madre entrò nell'Ordine de' Frati Predicatori nell'anno 1243, ed avendo in Parigi presa la laurea dottorale di teologia l'anno 1257, ritornò in Italia l'anno 1263 e dopo avervi insegnata la Scolastica nella maggior parte delle Università, si fermò in fine in Napoli a legger teologia, ricusando l'Arcivescovado di questa città, offertogli da Clemente IV.

Non disugual successo ebbero in questo Regno i Frati Minori. Essi riconoscono per loro istitutore San Francesco d'Assisi, e sursero ne' medesimi tempi, che i Valdesi; ma ebbero disuguale fortuna. Pietro Valdo Mercatante ricco di Lione prese anch'egli risoluzione di menar una vita tutta appostolica; ed avendo distribuite tutte le sue facoltà a' poveri, fece professione d'una povertà volontaria. Molti seguirono il di lui esempio, onde verso l'anno 1160 si formò una setta d'uomini, che si denominavano i Poveri di Lione, a cagion della povertà da essi professata. Si dissero ancora Lionisti, dal nome della città di Lione; ed anche Insabbatati, a cagione di certa sorta di scarpe, ovvero sandali da essi portati, tagliati per far apparire i loro piedi ignudi ad imitazion degli Appostoli. Ma avean da poi preteso, senza missione del Vescovo e della Sede Appostolica, di poter eziandio predicare la lor riforma, ed insegnare la lor dottrina per se soli, ancorchè laici. Ebbero per ciò opposizione dal Clero di Lione; onde cominciarono per queste contese a biasimar la vita rilasciata degli Ecclesiastici, e declamare contro gli abusi, che vedevano introdotti nella Chiesa. Fu loro imposto silenzio; ma persistendo, Lucio III gli scomunicò, e gli condennò insieme con gli altri Eretici. Le scomuniche maggiormente l'irritarono e gli confermarono nella loro ostinazione, tanto che scossero il giogo dell'ubbidienza e caddero in molti errori. La loro setta si sparse in più luoghi onde obbligarono Pietro Re d'Aragona nell'anno 1197 di esiliargli dai suoi Stati, e Berengario Arcivescovo di Narbona di condennargli. Essi non potendo resistere a tanto impeto, risolvettero di ricorrere a Roma, e dimandare dalla Sede Appostolica la conferma del loro istituto.

Dall'altra parte Francesco pur egli mercatante d'Assisi, lasciato Pietro Bernardone suo padre a mercatantare, abbandonò ogni cura mondana, ed applicatosi ad una vita tutta appostolica fece anch'egli professione d'una povertà volontaria, e coll'esemplarità de' suoi innocenti costumi, avendo tirati molti compagni a vivere in mendicità, e ad impiegarsi ad opere di carità, accresceva il numero più con gli esempii d'una vita innocente ed austera, che colle prediche e sermoni: non molto impacciandosi perciò, nè declamando contro i corrotti costumi degli Ecclesiastici, nè entrandogli in pensiero senza missione d'andar predicando ed insegnando la sua riforma; ma fu tutto ubbidiente alla Sede Appostolica; onde avendo distesa nell'anno 1208 una nuova Regola per li suoi Frati, la volle presentare al Papa per riceverne l'approvazione e la conferma. Papa Innocenzio III siccome rigettò l'Istituto de' Valdesi, avendolo conosciuto pieno di superstizioni e d'errori,[233] così nell'anno 1210 approvò la Regola di Francesco e l'Ordine de' Frati Minori, i quali ancorchè non lasciassero di andare a piedi ignudi, e di far voto d'una povertà, non aveano quelle tante superstizioni de' Valdesi. Si stabilirono perciò in più luoghi d'Italia, ed in Francia, sin da questo tempo ebbero ancora nell'anno 1216 ricetto in Parigi. Onorio III nell'anno 1223 confermò il loro Istituto, e di molte prerogative e privilegii decorò questo nascente Ordine.

Nel nostro Reame, ancorchè sotto Federico II e gli altri Re Svevi suoi successori (per essersene valsi i romani Pontefici, nelle contese che ebbero con que' Principi, per messi e portatori di lettere) avessero sovente patiti disagi, prigionie e morti; nulladimanco non lasciarono i nostri Regnicoli di ricevergli in questi medesimi tempi che sursero: e narrasi, che San Francesco istesso, loro Istitutore, avesse in molti luoghi del Regno fondati egli di sue proprie mani alcuni piccoli Conventi, come in Bari, in Montella, in Terra d'Agropoli ed altrove[234]. Napoli ancora vanta d'aver avuto un Convento fondato dall'istesso Istitutore Francesco nel luogo ov'è ora il Castel Nuovo, che lasciò sotto la cura d'Agostino d'Assisi suo discepolo, il qual da poi da Carlo I d'Angiò fu trasferito in S. Maria la Nuova[235]. In breve siccome non vi è quasi città, che non vanti aver avuto S. Pietro per fondatore della sua Chiesa, così non vi è luogo, dove si vegga qualche Convento antico di quest'Ordine, che non vanti esserne stato egli il fondatore. Che che ne sia, non può mettersi in dubbio, che nella città di Napoli, fin dal suo nascimento, ebbe quest'Ordine ricevimento; poichè Giovanni Vescovo d'Aversa, possedendo in Napoli la Chiesa di S. Lorenzo con alcune case e giardini, appartenenti alla Cattedral Chiesa d'Aversa, col consenso del suo Capitolo nell'anno 1234 la concedè a Fr. Niccolò di Terracina Frate Minore di S. Francesco provinciale della provincia di Napoli, in nome di sua Religione, con condizione di dovervi quivi dimorare i Frati del suo Ordine, la qual concessione fu da poi nell'anno 1230 confermata da Papa Gregorio IX[236].

Ma nel Regno degli Angioini fu quest'Ordine non meno dai romani Pontefici, che da' Principi di questa casa molto più favorito e careggiato. Carlo I allargò l'antica Chiesa di San Lorenzo col palagio ivi congiunto, dove solevansi unire la Nobiltà ed il Popolo e vi fabbricò una magnifica Chiesa, la quale fu ridotta a perfezione da Carlo II suo figliuolo, il quale nell'anno 1302 fra l'altre rendite, che le assegnò, le diede la terza parte della gabella del ferro. L'esempio del Principe trasse gli altri ad arricchirla: il nostro famoso Giureconsulto Bartolommeo di Capua G. Protonotario del Regno a sue spese fecevi fare tutta la facciata della porta maggiore, ed Aurelio Pignone del Seggio di Montagna la piccola porta[237]. L'istesso Re Carlo I volendo in Napoli fabbricar Castel Nuovo nel luogo ov'era quel convento de' Frati Minori poco anzi rammentato, trasferì da quivi i Frati, e loro costrusse nell'anno 1268 una nuova Chiesa e Convento nella piazza chiamata Alvina dov'era l'antico palagio e Fortezza della città, la quale anticamente fu detta S. Maria de Palatio, e poi prese il nome di S. Maria la Nuova, il qual oggi ancor ritiene[238].

Il Re Roberto gli favorì non meno che il padre e l'avo, e non pur careggiò i Frati, che le Suore di quest'Ordine. Siccome le Suore Benedettine ebbero per Fondatrice Scolastica sorella di S. Benedetto, così le Suore Francescane ebbero per Institutrice Chiara d'Assisi discepola di S. Francesco. Costei ricevendo con ardore gl'insegnamenti del suo maestro, si rese Monaca e si chiuse in Assisi nel Monastero di San Damiano, dove stese una Regola del suo Ordine, perchè dovesse servire per le donne. Mentr'era gravemente inferma, convenendo al Pontefice Innocenzio IV d'uscir da Perugia, e portarsi in Assisi, fu visitata dal Papa, il quale le confermò la Regola del suo Ordine; e poco da poi trapassata, per la fama de' suoi incorrotti costumi, fu dal successor d'Innocenzio Alessandro IV ascritta al numero de' Beati[239]. Furono perciò edificati in memoria di lei molti Monasteri di donne del suo Ordine in Italia; ma in Napoli il Re Roberto a' conforti della Regina Sancia sua moglie nel 1310 ne costrusse uno, che più magnifico ed ampio non si vide allora in tutta Italia, dove la Regina v'introdusse le Monache della Regola di S. Chiara, da cui prese il nome, che ancor oggi ritiene. Fu d'immense rendite e possessioni dotato, e vi edificò a canto un Convento de' Frati del medesimo Ordine, perchè le servissero ne' sacri uffizi. La Chiesa fu costrutta con tal magnificenza, che fu reputata non inferiore a tutti gli altri superbi e ricchi tempj d'Italia; e di vantaggio la dichiarò Roberto sua Cappella Regia[240]. Presso di questa Chiesa lo stesso Re nel 1320 collocò in una casa alcune Monache dispensiere delle limosine regie; ma venuta in Napoli nell'anno 1325 dalla città d'Assisi una Monaca del Terzo Ordine di S. Francesco, infiammò di maniera le dispensiere, che di comun volere fabbricarono di quella casa una Chiesa con monastero, che si vide subito pieno di nobili donne napoletane tirate dallo spirito ad ivi rinserrarsi, e fra l'altre fuvvi Maddalena di Costanzo, la quale benchè avesse preso l'abito nel Monastero di S. Chiara, il Re Roberto aveala quivi mandata a presiedere alla distribuzione delle limosine regie. Dura ancora nella sua floridezza questo monastero, ed è nominato dal nome del lor Santo Francesco[241]. Un altro monastero, fu eretto e dotato dalla Regina Sancia in Napoli nel 1324 per le donne di mondo convertite, le quali vissero sotto la Regola di S. Francesco, e presero di lor cura i Frati Minori; la lor Chiesa perciò prese il nome della Maddalena, che ancor oggi il ritiene, ma non già il medesimo istituto; perchè ora si ricevono donne nobili e vergini, e portano l'abito di S. Agostino, e militano sotto la Regola di quel Santo, se ben ritengano ancora la corda di S. Francesco[242].

Non meno in Napoli, che in tutte le province del Regno si videro multiplicati i monasteri de' Frati Minori e delle Suore Francescane; e col correr degli anni il di lor numero arrivò a tale, che non vi è città o castello ancorchè picciolo, che non abbia i suoi.

Surse in questo secolo un altro Ordine di Mendicanti, detto de' Romiti di S. Agostino. Innocenzio IV fu il primo che formò il disegno di unire diversi Ordini di Romiti in un solo; ma questo disegno fu poi eseguito dal suo successore Alessandro IV, il quale trattigli da' lor Romitaggi per istabilirgli nelle città, e per impiegargli nelle funzioni dell'ecclesiastica Gerarchia, ne fece una sola Congregazione sotto un sol Generale, e lor diede il nome de' Romiti di S. Agostino.

Non al pari de' due precedenti Ordini si multiplicarono presso di noi gli Agostiniani. Napoli in tempo degli Angioini ne noverava alcuni, come quello di S. Agostino, che secondo l'opinion più fondata, si crede aver avuti i suoi principii non prima di Carlo I d'Angiò ampliato poi, e con maggiori rendite arricchito da Carlo II suo figliuolo e dagli altri Principi di quella Casa[243]: l'altro di S. Giovanni a Carbonara fu fondato da Frate Giovanni d'Alessandria e Dionigi del Borgo per munificenza di Gualtieri Galeota, il quale negli anni 1339 e 1343 donò a' medesimi per la costruzione di quella Chiesa e Monastero tutte le sue case e giardini, che e' possedeva in quel luogo; cotanto poi ingrandito e ristorato dal Re Ladislao[244]. Ve ne furono altri, ma nelle province del Regno se ne stabilirono moltissimi.

Parimente l'Ordine de' Carmelitani non fece a questi tempi fra noi grandi progressi. Era stato istituito intorno l'anno 1121 da alcuni Romiti del Monte Carmelo, adunati dal Patriarca d'Antiochia per mettergli in comunità. Da poi ricevette nell'anno 1209 una Regola da Alberto Patriarca di Gerusalemme, che fu approvata in questo secolo da Onorio III. Cotesti Religiosi passarono in Occidente l'anno 1238 e si stabilirono in Congregazione e vi si diffusero; essendo stata poi la lor Regola spiegata e mitigata da Innocenzio IV l'anno 1245. Diffusi per Italia pervennero in Napoli; ove presso la porta del Mercato vi fabbricarono una piccola Chiesa con Convento. Venuta poscia la dolente Regina Margherita madre del Re Corradino a Napoli con molta quantità di gioje e di moneta per ricuperar dalle mani del Re Carlo il suo unico figliuolo, trovatolo morto e seppellito nella piccola Cappella della Croce, lo fece quindi torre; e fattogli celebrare convenienti esequie, diede per l'anima di colui a questa Chiesa tutto il tesoro, che avea seco portato. Re Carlo per mostrar di concorrere alla pietà della Regina, nell'anno 1260 loro concedè per ampliazion della Chiesa un luogo del suo demanio, che era quivi vicino, chiamato Morricino, e crebbe di poi in quella grandezza, che ora si vede. Altri ne furon da poi fondati in Napoli e nel Regno ma non tanti, finchè potessero uguagliare il numero de' Predicatori e de' Frati Minori.

Oltre di queste quattro Religioni di Mendicanti, sursero in questo secolo molte altre Congregazioni religiose, che tratto tratto furono anche introdotte nel nostro Regno. L'Ordine della Trinità della Redenzion degli Schiavi, fondato nell'anno 1198 da Giovanni di Mata di Provenza, Dottore di Parigi, e da Felice Anacoreta di Valois ed approvato due anni da poi da Innocenzio III. L'ordine de' Silvestrini, i quali seguitavano la Regola di S. Benedetto, fondato l'anno 1231 in Monte Fano da Silvestro Guzolino, che di Canonico si fece Romito, e trasse nella sua Comunità non poche persone. L'ordine di S. Maria della Mercede, fondato da S. Pietro Nolasco in Barcellona l'anno 1223 sotto l'autorità di Jacopo I Re d'Aragona, per consiglio di Raimondo di Pennaforte, ed approvato da Gregorio IX l'anno 1235. L'Ordine de' Serviti, il quale cominciò in Firenze l'anno 1234 approvato da Alessandro IV e da Benedetto XI. L'Ordine de' Cruciferi, ch'era quasi spento, fu restituito da Innocenzio IV tal che in Italia si rifecero alcuni Monasterj di nuovo; ed in Napoli da poi nel 1334 dalla famiglia Carmignana e Vespola fu conceduta a Fr. Marino di S. Severino in nome d'essi Cruciferi la Chiesa di S. Maria delle Vergini collo Spedale che ivi eravi, fuor della porta di S. Gennaro, perchè quivi dimorassero, e servissero gl'infermi di quello Spedale[245]. Ebbe ancora in questo secolo origine l'Ordine de' Celestini, istituito nel nostro Regno da Pietro di Morrone d'Isernia, che menando una vita tutta austera e solitaria alle falde della Majella, diè fuori la sua Regola, e fu tanto caro al Re Carlo I d'Angiò, che prese sotto la sua protezione tutti i suoi Monasterj; e la sua santità rilusse tanto, che dall'Eremo ascese al Pontificato sotto il nome di Celestino V. Pose il suo Ordine sotto la Regola di S. Benedetto, e l'approvò fatto Papa con una sua Bolla l'anno 1294, che fu poi nel 1297 confermato da Bonifacio VIII e da Benedetto XI nell'anno 1304. Non pur in Abruzzo, ma anche in Napoli ebbero i Celestini ricetto nell'istesso tempo del loro nascimento. Fu loro data una Chiesa vicino la porta chiamata anticamente di Donn'Orso, edificata, e di ricchi poderi dotata da Giovanni Pipino da Barletta M. Razionale della G. Corte e Conte di Minervino, e da Carlo II tenuto in sommo pregio, per aver col suo valore discacciati i Saraceni di Lucera di Puglia; e di lui in questa Chiesa se ne addita ancora il sepolcro. Fu chiamata perciò di S. Pietro a Majella; la quale ruinata dal tempo, fu nell'anno 1508 rifatta ed ampliata da Colanello Imperato M. Portolano di Barletta[246].

Molti altri Ordini sursero in questo secolo, il numero de' quali era divenuto sì grande, che Gregorio X fu costretto nel Concilio general di Lione tenuto l'anno 1274 sospendere lo stabilirne de' nuovi, e vietare tutti quelli, ch'erano stati stabiliti dopo il quarto Concilio generale Lateranense, senz'essere stati approvati dalla Sede Appostolica. E d'un medesimo Ordine, ed in una stessa città se ne andavan costruendo tanti Conventi, che fu uopo a più Pontefici per varie loro Bolle[247] stabilire una convenevol distanza di passi, perchè l'uno non togliesse il concorso all'altro, di cui eran tanto gelosi.

Ma di tanti Ordini i più distinti furono i Mendicanti, e fra questi i più favoriti da' romani Pontefici, furono i Frati Predicatori, ed i Frati Minori. Essi s'erano sopra gli altri segnalati per le spedizioni contro gli Eretici di questi tempi, ed aveano fatti altri importanti servigi alla Chiesa di Roma; perciò furono sopra gli altri innalzati ed arricchiti di molti privilegi e prerogative. Innocenzio III ed Onorio III concedè loro esenzione dagli Ordinarii, e vollero che fossero sottoposti immediatamente alla Sede Appostolica. Così essi come gli altri Religiosi Mendicanti, appoggiati sopra i privilegi lor conceduti da' Pontefici pretesero aver diritto di confessare e di dar l'assoluzione a' Fedeli senza dimandarne la permissione, non solo a' Curati, ma nè pure a Vescovi: di che nacquero tanti ostinati litigi col Clero secolare, che per comporgli s'affaticarono più Papi.

Ma se mai meritarono questi novelli Religiosi il favore de' Pontefici romani, per niun'altra cagione era loro certamente più ben dovuto, quanto che per essi fu stabilita la nuova teologia Scolastica, la quale avendo fatto andare in disuso la Dogmatica, e posto in dimenticanza lo studio dell'antichità e dell'istoria ecclesiastica, tenne occupati gl'ingegni a quistioni astratte ed inutili, e a dispute piene di tanta oscurità, di tanti contrasti e di tanti raggiri, che non vi furono se non coloro, ch'erano versati in quell'arte, che potessero comprenderne qualche cosa.

Questa sorta di studj, allontanandogli dall'antichità e dall'istoria, piacquero a Roma, e tanto più, quanto che la potestà de' Pontefici romani era innalzata in infinito, non prescrivendo loro nè termine, nè confine: e ciò anche bisognava farlo per proprio interesse; perchè avendo essi ottenute da Roma ampissime esenzioni e grandi privilegi, perchè loro valessero e potessero contro i Vescovi e Curati sostenergli, bisognava ingrandire la potestà del concedente. Quindi i Decretisti da una parte, e gli Scolastici dall'altra cospirarono insieme a stabilir meglio la Monarchia romana, e far riputare il Papa supremo Principe non meno dello spirituale, che del temporale.

Ma parrà cosa stupenda come queste Religioni fondate nella mendicità, onde presero il nome di Mendicanti, e che nacquero per lo rilasciamento della disciplina ed osservanza regolare, cagionato dalle tante ricchezze, avessero potuto in progresso di tempo far tanti acquisti, sicchè per quest'istesso bisognasse pensare ad altra Riforma, la quale nemmeno ha bastato. Ma a chi considererà la condizione degli uomini sempre appassionati alle novità ed a' modi tenuti da Roma, a cui ha importato sempre stendere i di loro acquisti, perchè finalmente a lei veniva a ricadere la maggior parte, non parrà cosa strana o maravigliosa. I Monaci vecchi avendo già perduto il credito di santità, ed il fervore della milizia sacra essendosi intepidito: li Frati Mendicanti, per quest'istesso che professavano povertà, essendosi accreditati, invogliavano maggiormente i Fedeli ad arricchirgli; imperocchè essi s'erano spogliati affatto della facoltà d'acquistar stabili, e fatto voto di vivere di sole oblazioni ed elemosine; ed ancorchè trovassero molte persone loro divote, ch'erano prontissime di dar loro stabili e poderi, contuttociò per lo loro istituto non potendo ricevergli, rifiutavano l'offerte. A ciò fu subito da Roma trovata una buona via: perchè fu conceduto dalla Sede Appostolica privilegio a' Frati Mendicanti di poter acquistare stabili, con tutto che per voto ed istituzione loro era proibito. Per cotal ritrovamento, subito i Monasteri de' Mendicanti d'Italia e di Spagna e d'altri Regni fecero in breve tempo grandi acquisti di stabili. In Francia solo i Franzesi s'opposero a tal novità, dicendo, che siccome erano entrati nel loro Regno con quell'istituto di povertà, così conveniva, che con quella perseverassero.

Ma nel nostro Regno, particolarmente a tempo degli Angioini ligi de' romani Pontefici, i loro acquisti furono notabili, massimamente ne' tempi dello scisma, quando tutto il rimanente dell'Ordine Chericale era in poco credito, ed all'incontro tutto il credito era dei Monaci. Assaggiate ch'essi ebbero le comodità ed agi, che lor recavan le ricchezze, non trovaron poi nè modo nè misura, siccome è difficile trovarlo quando si oltrepassano i confini del giusto per estraricchire. Per vie più accrescerle e tirar la divozione de' Popoli inventarono molte particolari divozioni. I Domenicani istituirono quella del Rosario. I Francescani l'altra del Cordone. Gli Agostiniani quella della Coreggia; e gli Carmelitani l'altra degli Abitini; e poi al di loro esempio non mancarono l'altre Religioni d'inventar anch'esse le proprie insegne, chi Scapularii, e chi altre particolari divozioni; e per lo profitto che se ne traeva, diedero in eccessi, ciascuno innalzando l'efficacia ed il valore della propria insegna, con depressione dell'altre. I Domenicani esageravano il valor del Rosario. I Francescani a' loro Cordonati quello del Cordone. Gli Agostiniani a' suoi Coreggiati il proprio della Coreggia; ed i Carmelitani il loro degli Abitini; e con questo trassero non men gli uomini, che le donne a rosariarsi, a cordonarsi, a coreggiarsi, e ad abitiniarsi, e ad ergere proprie Cappelle, Congregazioni, favorite sempre da' romani Pontefici con indulgenze plenarie, e remissione di tutti i peccati ed altre prerogative.

(Non dee alcun credere, che questi vocaboli di Coreggiati, Rosariati, Cordonati, ec. siansi posti per derisione; poichè così si nominano nelle Bolle stesse Papali, da' Canonisti e da' Curiali stessi di Roma. Il Cardinal de Luca, ch'essendo Avvocato in Roma, ebbe sovente a difender liti istituite in quella Curia o dagli uni o dagli altri in più suoi discorsi, non si vale di altri termini. Leggasi il Tamburino[248], ove rapporta più Bolle di sommi Pontefici, che così gli chiamano, con darne di più la derivazione, scrivendo, che le donne si chiamano Corrigiatae ec. quatenus Corrigiam S. Augustini cingunt. E lo stesso ripete nella disp. 7 qu. 10 n. 4. Il Cardin. de Luca[249] fa un Catalogo di questi nomi, li quali non altronde derivano, che da simiglianti cagioni: Quae appellari solent (ei dice) Conversae, Tertiariae, Biguinae, Corrigariae, Mantellatae, Pinzoncheriae, Canonissae, Jesuitissae ec., ciochè sovente questo medesimo Scrittore rapporta in altri suoi discorsi, particolarmente de Jurisdictione, part. 1 disc. 45 n. 3 ed altrove).

E fu tanta sopra ciò la loro emulazione, che ciascuno guardava l'altro perchè non si valesse della sua insegna per tirar a se la gente, ovvero s'ingegnasse d'introdurne un'altra simile a quella: e sovente vennero a contrasti, e ad istituirne liti in Roma, insino se un Francescano tentava all'immagine di nostra Signora farvi dal dipintore aggiungerci un Rosario denotante nuova istituzione, sicchè per quella si scemasse il concorso a' Domenicani, e s'accrescesse agli emoli Francescani. Frat'Ambrogio Salvio da Bagnuolo dell'Ordine de' Predicatori famoso Oratore e poi Vescovo di Nardò, cotanto per le sue prediche grato all'Imperador Carlo V ed al Pontefice Pio V, ed a cui i Napoletani eressero una statua di marmo nella Chiesa dello Spirito Santo, che fu zio del Dottor Alessandro Salvio, celebre ancor egli per lettere e per lo famoso trattato, che compilò del Giuoco degli Scacchi; perchè il rosariare fosse solo de' Domenicani, e non potessero altri arrogarsi tal facoltà, ebbe nell'anno 1569 ricorso al Pontefice Pio V da cui ottenne Bolla[250], per la quale fu interdetto e vietato a tutti gli altri d'ergere Cappelle e Confraterie del Rosario; e che tal facoltà fosse solamente del Generale dell'Ordine di S. Domenico, o suoi Deputati, concedendola ancora per ispezial favore al medesimo Frat'Ambrogio.

Per l'occasione di queste particolari divozioni per maggiormente infiammar i devoti, s'inventavano molti finti miracoli, ed oltre di predicargli a voce, se ne compilavano libri, tantochè, siccome avvertì Bacon di Verulamio[251] per questa parte resero l'istoria ecclesiastica così impura, che vi bisogna ora molta critica, e gran travaglio per separare i finti miracoli dalli veri. Cotali furono i principj di questi nuovi acquisti in questo decimoterzo secolo, i quali ricevettero molto maggiore augumento per tutto il tempo, che fra noi regnarono gli Angioini, gli avvenimenti de' quali bisognerà riportare ne' seguenti libri di quest'Istoria.

FINE DEL LIBRO DECIMONONO.

STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI