LIBRO VENTESIMO
I Franzesi al tempo della declinazione dell'Imperio romano abitarono quel paese volto al Settentrione che tra la Baviera e la Sassonia, si distende lungo le rive del Reno, e che sino al presente Franconia dal nome di questa Nazione vien nominato. Indebolito l'Imperio, e cessato lo spavento della potenza romana, invitati dall'esempio degli altri Popoli vicini, deliberarono colla forza dell'armi procacciarsi più comodo vivere, e più larga e fertile abitazione; ed avendo eletto in loro Re Faramondo, uno de' figliuoli di Marcomiro, sotto la di lui condotta, passato il Reno, si volsero alla conquista delle Gallie intorno l'anno 419 lasciando il dominio della Franconia al vecchio Principe Marcomiro. Clodione figliuolo di Faramondo distese le conquiste, e cominciò a signoreggiar quella parte delle Gallie, che più propinqua alle rive del Reno, Belgica vien nomata. Successe a costui Meroveo, non si sa di certo, se fratello, o se figliuolo di lui, ma prossimo al sicuro e congiunto di sangue, il quale con valorosi progressi, dilatandosi nelle parti della Gallia Celtica propagò l'imperio de' suoi Franzesi sino alla città di Parigi, e giudicando aver acquistato tanto, che bastasse a mantenere i suoi Popoli, ed a formare un giusto, e moderato governo fermò il corso delle sue conquiste, e rivoltato l'animo a' pensieri di pace, abbracciò ambedue le Nazioni sotto al medesimo nome, e con leggi moderate e con pacifico governo, fondò e stabilì nel possesso delle Gallie il Regno de' Franzesi.
Continuò con ordinata successione la discendenza Reale in questa prima stirpe de' Merovingi, insino all'ultimo Re Chilperico. Pipino la trasferì poi nella famiglia de' Carolini; ma essendo questa seconda stirpe mancata, Ugo Capeto diede principio alla terza, detta perciò de' Capeti: di cui nacquero i Filippi ed i Luigi per cui la Francia fu gran tempo governata; ed essendosi continuata per molti secoli la successione in questa stirpe, pervenne a questi tempi alla possessione del Regno il Re Lodovico IX di questo nome, quegli il quale per l'innocenza della vita e per l'integrità de' costumi, meritò dopo la morte d'essere ascritto tra' Santi. Fratello di questo Re fu Carlo Conte di Provenza e d'Angiò, il quale per le cagioni nel precedente libro esposte, essendo stato invitato alla conquista del Regno, con prosperi avvenimenti ridusse l'impresa a compiuto fine, e stabilì in Puglia ed in Sicilia il Regno degli Angioini.
Nel narrare i successi ed i cambiamenti del governo civile accaduti nel Regno loro, serbarò, contro il costume degli altri Scrittori, maggior brevità di quel che sinora abbiam fatto. La dovizia istessa e copia grande delle loro memorie lasciateci, e 'l veder la maggior parte d'esse notate in molti volumi di nostri Autori, e d'essersene tessute più istorie, mi fa sperare, che rese ormai note e divulgate, di non mi si dovere imputare a difetto l'averle in parte taciute. De' fatti degli Angioini, e degli altri seguenti Re, molto da' nostri si trova scritto: de' predecessori nostri Principi molto poco, e tutto intrigato. Ciò nacque da più cagioni: principalmente per non avere i Principi normanni e gli svevi fermata la loro Sede regia in Napoli, o in altra città di queste nostre province, e d'esserci perciò mancati delle loro memorie pubblici Archivii. Le tante guerre poi, e revoluzioni accadute; gl'incendi, e' saccheggiamenti di quelle città, che avrebbero potuto conservargli, come di Capua, Benevento, Salerno e Melfi; e finalmente la barbarie e l'ignoranza de' Scrittori mal disposti a tesserne istoria, ne cancellarono quasi ogni memoria. Molto perciò dobbiamo a' monasterj della Regola di S. Benedetto, e sopra tutto a quello di Monte Cassino, in cui serbansi le memorie più vetuste anche de' Goti, essendo il più antico Archivio che abbiamo nel Regno; ed a' due altri della Trinità della Cava, e di Monte Vergine, dove sta raccolto quanto mai de' Normanni è a noi rimaso. Molto ancora dobbiamo a' loro Monaci; poichè qualche antica Cronaca, e qualche mal composta Istoria ad essi la dobbiamo. De' Re della illustre Casa di Svevia, per aver avuti costoro nemici i Pontefici romani, gli Scrittori italiani, che per lo più furono Guelfi, ne scrissero con molto strapazzo, con gran pregiudizio della verità; e se qualche straniero, o qualche Cronaca novellamente trovata, non vi rimediava, si sarebbe nella medesima ignoranza e pregiudicj.
Non così avvenne ne' tempi di questi Re della Casa d'Angiò; poichè avendo Carlo principiato adornar Napoli con magnifici tempj ed edifici, e dopo la separazione del Reame di Sicilia, avendola renduta regia sede, e capo e metropoli del Regno: quindi avvenne, che tennesi maggior conto de' regali diplomi, e delle altre lor memorie, e si diede miglior forma in Napoli a' regi Archivii. Carlo fu il primo, che ordinò in Napoli l'Archivio della Zecca, che prima era in potere de' Maestri Razionali, ed in miglior forma lo ridusse; ond'ebbe lunga durata, e ancor dura, ed è il più antico, che oggi abbiamo in questa città. Si conservano in quello 436 registri, cominciando dal Re Carlo I dall'anno 1267 che fu il secondo anno del suo Regno, insino alla Regina Giovanna II ove molte scritture, anche nella lor lingua franzese, sono dettate. Di Carlo I si trovano cinquantacinque registri, e più di Carlo II suo figliuolo, ch'ebbe più anni di Regno, insino al numero di 153. Di Roberto, 117. Di Carlo suo figliuolo, Vicario che fu del Regno, 62. Della Regina Giovanna I, 32. Di Carlo III della seconda razza d'Angiò non più che tre. Di Ladislao, diece, e della Regina Giovanna II sua sorella, quattro[252]. Per questo oggi giorno vediamo, che le scritture, che si conservano in quello Archivio non hanno maggior antichità, se non di quella de' tempi di Carlo I d'Angiò. Solamente quasi per miracolo vi è rimaso un registro dell'Imperador Federico II d'un solo anno, cioè del 1239. Ed è da credersi, che a ciò vi cooperasse Carlo per estinguere affatto la memoria de' Re svevi, a' quali egli era succeduto, non già per ragion ereditaria, ma per ragion di guerra, e di papali inviti[253]. Quindi avvenne, che i nostri Scrittori furono più copiosi ed abbondanti in registrar la memoria degli Angioini, che degli altri Re predecessori.
S'aggiunse ancora, che costoro regnarono in tempi, ne' quali la barbarie non era cotanta, e cominciavano pian piano in Italia, e presso di noi a risorgere le buone lettere, e ad aversi buon gusto dell'istoria. Aveva Fiorenza Giovanni, e Matteo Villani, che coetanei de' due Carli e di Roberto, non mancarono di mandar alla memoria de' posteri le loro gesta.
Successero poi uomini più illustri, come il Petrarca, e Giovan Boccaccio, i quali nelle loro opere de' Re angioini ci lasciaron non poche memorie, come da coloro ben careggiati, e tenuti in sommo pregio: e tra' nostri non mancarono ancora chi i fatti di questi Re notasse, come Matteo di Giovenazzo, che scrisse dalla morte di Federico II sin a' tempi di Carlo II ne' quali visse: l'Autore de' giornali chiamati del Duca di Montelione, ne' quali furono annotate dì per dì le cose fatte dal tempo della Regina Giovanna I fin alla morte di Re Alfonso I e Pietro degli Umili di Gaeta, che scrisse a pieno delle cose del Re Ladislao, il qual visse a quel tempo, e fu Ufficiale della Tesoreria di quel Re. Dalle memorie de' quali e da altri gravi Autori, confortato da quei due grandi uomini Giacomo Sannazaro e Francesco Poderico, compilò poi Angelo di Costanzo quella sua grave e giudiziosa Istoria del Regno di Napoli, che siccome oscurò tutto ciò, che insin allora erasi scritto, così ancora per la sua gravità, prudenza civile ed eleganza, si lasciò indietro tutte le altre che furono compilate dopo lui dalla turba d'infiniti altri Scrittori. Per questa cagione l'Istoria di questo insigne Scrittore sarà da noi più di qualunque altra seguitata, nè ci terremo a vergogna se alle volte colle sue medesime parole, come che assai gravi e proprie, saranno narrati i loro avvenimenti.
Carlo adunque, dopo essersi con que' mezzi di sopra narrati stabilito ne' due Reami di Puglia e di Sicilia, dopo aversi reso benevoli molti Baroni del suo partito con profuse donazioni, e dopo, per maggiore sua sicurezza fatti fermare nel Regno molti Signori franzesi, a cui diede molti feudi, onde nuove famiglie in esso ci vennero, erasi reso formidabile per tutta Italia e riputato uno de' maggiori Re d'Europa; e stendendo le sue forze oltre i confini di questi Reami, aveasi ancora reso tributario il Regno di Tunisi, e come uomo ambiziosissimo ed avido di Signoria, aspirava all'Imperio di Costantinopoli, e tutto il suo studio era di cacciar da quella Sede Paleologo, che allora imperava in Oriente. E forse gli sarebbe riuscito, se in Gregorio successore di Clemente avesse trovato quelle medesime inclinazioni ed affetti, che in costui furono.
Era stata la Sede Appostolica, per le discordie dei Cardinali, vacante poco men di tre anni dopo la morte di Clemente; nè vi bisognò meno, che la presenza del Re Filippo di Francia, e d'Errico, e d'Odoardo l'uno nipote e l'altro figlio del Re d'Inghilterra, per ridurre i Cardinali a rifar il successore; poichè questi Principi, che ritornavano d'Affrica, passati per Sicilia e Napoli, ritornando a' loro Stati, andarono a Viterbo per sollecitare i Cardinali per l'elezione, i quali finalmente mossi dalla presenza di que' Signori, non convenendo in niun di loro, finalmente nel dì 1 di settembre di quest'anno 1271 elessero persona fuor del Collegio, che fu Teobaldo di Piacenza della famiglia de' Visconti Arcidiacono di Liegi, che a quel tempo si trovava in Asia Legato appostolico nell'esercito cristiano contro Infedeli; che fattosi nel seguente anno coronare a Viterbo, fu chiamato Gregorio X, il quale ammaestrato da' precedenti disordini, fu il primo che fece la legge di chiudere dopo la morte del Papa i Cardinali in Conclave, e di tenervigli finchè avessero eletto il successore.
Fatta l'elezione del nuovo Pontefice, Re Filippo se n'andò in Francia, e Re Carlo ritornò in Napoli: questi considerando, che Filippo suo figliuolo secondogenito era morto, un altro chiamato Roberto terzogenito era pur morto sin nel 1265 e che Carlo suo primogenito (investito da lui del Principato di Salerno colla corona o cerchio d'oro, del Contado di Lesina con lo stendardo, e dell'Onore di Monte S. Angelo coll'anello[254]) non avea ancor figliuoli maschi, egli nel nuovo anno 1272 tolse la seconda moglie, figliuola (secondo il Costanzo) di Balduino di Fiandra, ultimo Imperador di Costantinopoli, per via della quale sperava acquistar parte dell'Imperio di Oriente: ancorchè il Sigonio dica, che fu figliuola non già di Balduino, ma del Duca di Borgogna. Furono perciò in Napoli fatte gran feste e giostre, ed armati da lui molti gentiluomini con cingolo militare e fatti Cavalieri. Fu anche quest'anno assai lieto al Re, perchè nella fine del medesimo al Principe di Salerno successore del Regno, che non avea altro che figliuole femmine, nacque un figliuolo chiamato Carlo Martello, che fu poi Re d'Ungheria, del che si fece festa non solo in Napoli, ma in tutte l'altre città del Regno.
Ma poi che Carlo ebbe novella, che tornava da Soria il nuovo eletto Pontefice, e veniva a dismontare in Puglia, cavalcò, ed andò subito in Manfredonia ad aspettarlo e lo ricevè con molta stima ed onore, e volle accompagnarlo per Capitanata e per Abbruzzo fin a Campagna di Roma, lusingandosi con queste carezze tirar Gregorio a dar mano all'impresa, ch'ei meditava di Costantinopoli; ma il novello Pontefice, che stato lungamente in Soria, teneva grande affezione a quella guerra, coronato che fu, nel primo Concistoro fece nota a tutto il Collegio l'intenzion sua, che era d'impiegare tutte le forze del Ponteficato all'impresa di Soria contra Infedeli; la qual cosa, subito che fu scritta al Re Carlo, s'accorse quanto avea perduto con la morte dell'altro Papa suo predecessore.
Era a quel tempo venuto di Grecia Filippo figliuolo dell'ultimo Balduino, genero e cognato di Re Carlo, per sollecitarlo che venisse all'impresa di Costantinopoli, e 'l Re gli consigliò che andasse al Papa: e mandò con lui per Ambasciador suo il Vescovo d'Avignone, i quali trattando insieme col Papa, che volesse contribuire al soccorso, come si conveniva, per far unire la Chiesa greca colla latina, lo ritrovarono molto alieno da tal pensiero; perchè il Paleologo, che avea occupato l'Imperio, in quel medesimo tempo avea mandati Ambasciadori al Papa, offerendogli di ridurre la Chiesa greca all'ubbidienza della romana; onde Gregorio, che stimava più il bene universale de' Cristiani che il particolare dell'Imperador Balduino, e che voleva più tosto l'amicizia di colui, che possedeva l'Imperio e poteva sovvenire all'esercito cristiano nel riacquisto di Terra Santa, che divertirsi dall'aiuto dei Cristiani per rimettere nello Stato Balduino; si mosse da Orvieto, escludendolo da questa speranza, e se ne andò in Francia a celebrare il Concilio in Lione, per invitare il Re di Francia e d'Inghilterra, e gli altri Principi oltramontani alla medesima impresa. Il Paleologo, ch'avea inteso, che Balduino era andato in persona al Papa, per gelosia ch'ebbe, che non fosse di più efficacia la presenza di lui, che l'intelligenza degli Ambasciadori suoi, si mosse da Costantinopoli e condusse seco il Patriarca e gli altri Prelati del suo dominio a dare ubbidienza al Papa, dal quale fu accolto con grandissimo onore, ed ottenne quanto volle, e se ne tornò subito in Grecia, confermato Imperadore dalla Sede Appostolica[255]. Si adoperò ancora Gregorio, che Ridolfo Conte d'Ausburg fosse eletto Imperador d'Occidente, essendo vacato l'Imperio molti anni, affine d'unire questi Principi al riacquisto di Terra Santa.
Tutte queste cose molto dispiacquero al Re Carlo; e avendo Gregorio nel 1274 aperto già il Concilio in Lione, ed invitato Fra Bonaventura, soprannomato il Dottor Serafico, che era stato creato Cardinale, e Fra Tommaso d'Aquino, il Dottor Angelico, perchè dovendosi trattare dell'unione della Chiesa greca e latina, potessero questi due insigni Teologi confutar gli errori de' Greci; Carlo temendo che Tommaso, il qual partiva di Napoli, dove in quest'università leggeva teologia, ed al quale erano note le sue crudeltà, nel Concilio non maggiormente esacerbasse l'animo del Pontefice, passando egli per Fossanova, luogo non molto lontano da Terracina, lo fece avvelenare, onde ivi nel monastero de' Monaci Cisterciensi trapassò nel dì 7 marzo dello stesso anno, in età di 50 anni. Ciò che Dante[256] noverò tra le altre fierezze e crudeltà di questo Principe, dicendo:
Carlo venne in Italia, e per ammenda
Vittima fè di Corradino; e poi
Ripinse al Ciel Tommaso per ammenda.
Scorgendo per tanto Re Carlo l'animo del Pontefice non esser niente disposto a secondare i suoi desiderj, differì i suoi disegni; e mentre Gregorio visse, non si travagliò molto per le cose d'Italia, nè fuori di quella: ma fermato in Napoli, attese a magnificarla, ed a dar nuovo sistema alle cose di questo Regno, cominciando da lui queste nostre province a riconoscer Napoli per loro capo e metropoli.
CAPITOLO I. Cagioni onde Napoli divenisse capo del Regno, e Sede regia.
I primi fondamenti della magnificenza e grandezza di questa città, onde con prosperi avvenimenti surse poi a quello stato in cui oggi si vede, furono gettati da Federico II Imperadore. Primieramente lo studio generale, che questo Principe vi fondò, tirò a quella gli scolari non pur di questo Reame, ma anche di Sicilia e d'altre più remote parti. Il non essersi da poi Federico fermato in Palermo, come gli altri Re normanni suoi predecessori, ma avere scorso più città di queste nostre province, ed essersi spesso fermato in Napoli colla sua Gran Corte e con gli altri Ufficiali del Regno, servì anche per scala a tanta altezza; e l'aver ancora in magnifica forma ridotto il Castello capuano, e quel dell'Uovo vi conferì molto.
L'altra cagione di tanta elevatezza furono Innocenzio IV e 'l suo successore Alessandro, i quali in Napoli lungamente colla loro Corte dimorarono; ma coloro, che vi diedero l'ultima mano furono i novelli Re angioini, Carlo I e II, e più la separazione della Sicilia per quel famoso vespero siciliano: donde sursero due Reggie e due Re, cioè l'antico di Sicilia, e 'l nuovo di Napoli. Palermo antica Reggia restò per gli Aragonesi in Sicilia. Napoli nuova Reggia restò per li Franzesi in Puglia e Calabria.
§. I. Edificj.
Cominciò prima Carlo ad ampliarla con magnifici e superbi edificj: non ben soddisfatto del Castel capuano fatto alla tedesca, appena sconfitto Manfredi, ed entrato con trionfi e plausi in questa città, che fece edificar il Castel Nuovo, dove è oggi, al modello franzese, per farlo abile a ricever soccorso per mare, ed a difendere il porto, riputato allora una delle opere più notabili d'Italia, ingrandito poi e reso più forte ed inespugnabile dagli altri Re suoi successori. Narrasi ancora, che nell'antico Molo di questa città per maggior sicurtà de' vascelli e per maggior difesa di questo castello vi avesse fatta edificare quella Torre, che ancora oggi ritiene il nome di S. Vincenzo, per Chiesetta, che in questo luogo v'era dedicata a quel Santo.
L'adornò anche di magnifiche chiese e monasterj, ed una chiesa de' Frati di S. Francesco, che era in quel luogo ove edificò il Castel Nuovo, la trasferì, come si disse, dove è oggi Santa Maria della Nuova in forma più magnifica, e vi fece un comodo monastero capace di molti Frati Minori, il di cui numero ne' seguenti anni fu notabilmente accresciuto. L'antico palazzo della napoletana Repubblica, ove solevano convenire per pubblici affari il Popolo e la Nobiltà, per tenergli divisi, proccurò che si disfacesse, e fecevi edificare quella magnifica chiesa che ritiene ancora il nome di S. Lorenzo, (che poi Carlo II suo figliuolo ridusse in più ampia forma) a cui unì un ben grande convento di S. Francesco.
L'antico Duomo di Napoli, che prima era la chiesa di S. Restituta, lo cominciò in altra più grande e magnifica forma a ristorare, ciò che non potendo perfezionare, Carlo II poi lo fece riedificare nella forma che oggi si vede, benchè nell'anno 1456 per un gran tremuoto cadde, e fu in quella guisa che stava prima ristorato dal Re Ferrante I d'Aragona e da molti altri signori del Regno, che tolsero ognuno da per se una parte a ristorare, de' quali si vedono oggi l'insegne sopra i pilastri.
L'esempio del Principe mosse anche i suoi famigliari e domestici a far il medesimo, i quali d'altre Chiese l'adornarono; ma sopra tutti si distinsero tre Franzesi che si crede fossero stati tre cuochi del Re Carlo, i quali ottenuto dal medesimo nell'anno 1270 per donazione quel luogo, v'edificarono un ben grande Ospidale e una chiesa dedicata a tre Santi Vescovi Eligio, Martino e Dionigi: che in decorso di tempo si è resa una delle opere più notabili della pietà cristiana.
Fece ancora delle pietre quadrate, ch'erano per le ruine della via Appia, lastricare in bella forma le strade della città, e rifare le mura della medesima in miglior modo di prima. E per renderla più abbondante di viveri e di traffichi, fece quel gran mercato, che oggi si vede, in luogo più ampio e capace, poichè allora era fuori della città[257]; onde Napoli ebbe due mercati, questo nuovo fatto da Carlo, ove fu decapitato l'infelice Corradino, ed il mercato vecchio che era prima vicino alla chiesa di S. Lorenzo.
§. II. Ristoramento degli Studj.
Imitando questo Principe le vestigia di Federico II per render più rinomata ed illustre questa città, ampliò lo Studio generale da Federico fondato, e l'arricchì di molte altre prerogative e privilegi. Re Roberto suo nipote tra' suoi Capitoli, che aggiunse a quelli fatti dall'avo e dal padre, rapporta un ampio privilegio a quest'Accademia conceduto da Carlo nel primo anno del suo Regno 1266 che fu istromentato da Roberto da Bari suo Protonotario in Nocera, nel quale mostra essergli stato sommamente a cuore la grandezza e decoro di questa Accademia[258]. Perciocchè per maggiormente privilegiare i Dottori e gli scolari di quello, costituisce loro un proprio e particolare Giustiziero, avanti di cui ordina, che tutte le loro cause civili o criminali, attori o rei che fossero, debbano agitarsi; nè che possano esser tirati a piatire altrove avanti altro Giudice o Tribunale, se non se volessero a loro arbitrio per via di compromesso andare avanti l'Arcivescovo della città, ovvero ad un Dottore dell'istessa Accademia, affinchè determinassero le loro cause. Stabilì per ciò al Giustiziero, se sarà napoletano, 20 once d'oro l'anno per sua provisione, e se sarà forastiero 30. Ed il Summonte da' libri dell'Archivio dell'anno 1269 rapporta, che fu da Carlo costituito in quell'anno per Giustiziero Landolfo Caracciolo con 20 once d'oro l'anno per suo salario. Statuì a questo Giustiziero per la retta amministrazione della giustizia tre assessori: uno oltramontano da eleggersi dagli scolari oltramontani, che venivano quivi a studiare; l'altro Italiano, che doveasi eleggere per gli scolari d'Italia; ed il terzo Regnicolo, la di cui elezione apparteneva ai scolari del Regno; li quali dovevano da tre in tre mesi successivamente mutarsi.
Diede anche facoltà a questo Giustiziero (acciocchè gli studenti non fossero defraudati del prezzo de' commestibili) che coi consiglj degli Assessori e dei Dottori e maestri degli scolari mettesse egli l'assisa alle cose venali, moderata però e giusta, affinchè non riuscisse grave ed iniqua a venditori e compratori. Che potessero anche costituire, col consenso degli scolari, uomini probi, i quali dovessero assignare a' scolari gli ospizi e stabilire la giusta mercede per li medesimi e per le case, che serviranno per l'abitazione de' medesimi. Perchè non fossero distratti da' loro studj, proibì a tutti gli Ufficiali della sua Corte di non gravare i medesimi d'angarìe, esazioni, servigi personali, anche se la sua Corte medesima o la città ne avesser bisogno. Nè che i Baglivi ed altri Ufficiali esigessero per le Merci e robe, che saranno a' scolari mandate per loro sostentamento o necessità, dritto alcuno di pedatico, fondaco o dogana, esimendogli affatto dalla loro giurisdizione e potestà.
Finalmente invita tutte le Nazioni a mandar i loro giovani a studiare in Napoli, a' quali sarà libero e sicuro l'accesso, e 'l recesso a loro arbitrio e volontà, e saranno benignamente accolti, e liberalmente protetti e favoriti dal presidio e regal munificenza. Della Corte di questo Giustiziero degli Scolari istituita da Carlo l fassi anche memoria nel Regal Archivio; e ne' Registri di Carlo II si leggono altri Giustizieri, come Marino del Duca Giustiziero degli Scolari, e da poi Pietro Piscicello, detto Ortante, e dopo costui Gualtiero Caputo di Napoli Milite; e finalmente Matteo Dentice Milite. Ed il Summonte rapporta, che dalle carte di que' registri si vede, che l'assisa de' pesci e delle altre cose commestibili conceduta da Carlo I, e poi confermata da Carlo II suo figliuolo allo Studio di Napoli, si faceva nella Chiesa di S. Andrea a Nido, insieme col Giustiziero, Dottori e Studenti, conforme al solito[259]; di che ora n'è pur a noi rimaso vestigio; poichè sebbene l'Ufficio del Giustiziero degli Scolari si vegga a' tempi nostri molto ristrettamente passato nel Cappellan Maggiore, il quale come Prefetto degli studj tiene giurisdizione, ma molto ristretta e differente da quella, che teneva il Giustiziero, stendendosi solamente sopra gli Scolari delinquenti nello Studio: e la potestà di metter l'assise fosse rimasa al Giustiziero, ed a' suoi Catapani, con giurisdizione molto differente dall'antica, e ristretta solo sopra i venditori delle cose commestibili[260] nulladimanco dura ancor ora, che gli emolumenti della Catapania per tre mesi dell'anno si appartengano al Lettor primario di Legge civile di quest'Università, il quale senza nuova provvisione, gode di quegli emolumenti, come attaccati e dependenti dalla cattedra primaria del jus civile.
Perchè ancora questo Studio fosse più florido e numeroso, invitò i più insigni Dottori forastieri de' suoi tempi con grossi stipendi, perchè venissero ad istruire la gioventù di buone lettere e discipline. Fioriva a questi tempi lo Studio di Bologna, e fra gli altri Professori era rinomato per la legge civile Giacomo Belviso. Fu costui invitato da Carlo a venir in Napoli ad insegnare jus civile, con stabilirgli di salario cinquanta once d'oro l'anno. Invitò ancora nell'anno 1269 per la legge canonica Maestro Girardo de Cumis, con salario di 20 once d'oro. Per la teologia Maestro Tommaso d'Aquino Frate Domenicano, colui che adoriamo ora per Santo, con salario di un'oncia d'oro il mese. E per leggere medicina Maestro Filippo de Castrocoeli, con salario d'once dodici d'oro l'anno[261]. Le di cui vestigia, come diremo, furono da poi calcate da Carlo II e da Roberto suoi successori.
Questo ristabilimento dell'Accademia napoletana (la quale dopo la morte di Federico per le continue guerre, che durarono per più di venti anni, era alquanto decaduta da quello splendore, nel quale Federico lasciolla) fu pure una delle cagioni fortissime perchè Napoli si rendesse più numerosa di gente concorsavi da paesi vicini e lontani, e perchè s'inalzasse sopra tutte l'altre città del Regno.
L'aver ancora Carlo deliberato di non trasferire la sua sede regia in Palermo, siccome i predecessori Re normanni e svevi fecero, fu poi la principal cagione dell'ingrandimento di Napoli. Riputò questo Principe Palermo, come città lontana, esser men adatta per poter accorrere a' bisogni del Pontefice e de' Guelfi in Italia, e per non allontanarsi tanto dagli altri suoi Stati di Provenza e di Francia, colla quale tenne continuo e stretto commercio; di che a torto si lagnavano i Siciliani, non altrimenti che a torto si dolevano i Romani d'Onorio, il quale per reprimere l'inondazioni de' Barbari, che per quella parte venivano ad infestar l'Italia, traslatò la sua sede da Roma, e la collocò prima in Milano e poi a Ravenna. Fermossi per ciò Carlo in Napoli; e se bene non sempre quivi dimorasse, avendo sovente dovuto ricorrere per li bisogni del Reame, e per renderlo più quieto e pacato sotto la sua ubbidienza, ora in una città, ora in un'altra, siccome si vede dalle date de' suoi Diplomi, ed anche de' suoi Capitoli, li quali si leggono istromentati ora in Nocera, ora in Trani, Foggia, Aversa, Venosa, Brindisi ed altrove; non è però, che in Napoli col Principe di Salerno suo figliuolo primogenito e successore del Regno, non facesse la sua maggior dimora con gli Ufficiali della Corona e della sua Corte, ed attendesse ad ingrandirla e ad adornarla di tanti seggi che non fece a niun'altra città del Regno.
Questa sua dimora in Napoli, e l'aver insieme adornata la sua regal persona di molte altre illustri prerogative, come d'aversi reso tributario il Regno di Tunisi, e fregiato del titolo di Re di Gerusalemme, quanto più estolsero la sua regal persona, altrettanto ingrandirono Napoli sua Sede regia.
CAPITOLO II. Carlo si rende tributario il Regno di Tunisi; e per la cessione di Maria figliuola del Principe d'Antiochia diviene Re di Gerusalemme.
Luigi Re di Francia, fratello di Carlo, essendo passato nella fine dell'anno 1270 in Affrica contra Infedeli, e tenendo assediato Tunisi, oppresso il suo esercito da peste, stava in pericolo d'esser rotto da' Mori e d'esser fatto prigioniero co' suoi figliuoli, ch'erano con lui[262]. Carlo, avuta tal nuova, fu costretto dal debito del sangue e dall'obbligo, che avea a quel buon Re, che l'avea aiutato ad acquistare due Regni, di ponersi sopra l'armata, che avea apparecchiata per passare in Grecia, ed andar subito a Tunisi[263]; dove trovò l'esercito franzese cotanto estenuato, che parve miracolo di Dio, che i Mori non l'avessero assaltato e dissipato; e trovò il Re che all'estremo di sua vita, stava nel punto di render l'anima a Dio, come la rese. Quanto fosse il suo arrivo caro a' figliuoli del Re ed a tutto l'esercito, non è da dimandare, perchè a quel tempo medesimo venne un numero infinito d'Arabi, con disegno non tanto di soccorrere il Re di Tunisi, quanto di saccheggiare le ricchezze del Re di Francia, e del Re di Navarra e di tanti altri Principi, ch'erano seco venuti a quella impresa, ma poichè videro l'esercito Cristiano accresciuto d'un tal soccorso, se ne tornarono a' loro paesi; ed il Re di Tunisi, ch'aspettava d'ora in ora, che gli Arabi in quel modo lo liberassero dall'assedio, uscito da tal speranza, mandò Ambasciadori al Re Carlo per la pace: Carlo temendo, che la peste non s'incrudelisse ancora co' suoi, come avea consumato l'esercito di Re Luigi; e vedendo ancora Filippo suo nipote, nuovo Re di Francia, desideroso d'andare a coronarsi, entrò con gli Ambasciadori del Re di Tunisi nella pratica della pace, la quale fra brevi dì si conchiuse con questi patti: che si pagasse al nuovo Re di Francia una gran quantità d'oro per la spesa, ch'avea fatta nel passaggio: che si liberassero tutti i prigioni Cristiani, ch'erano nel Regno di Tunisi: che potessero i Cristiani liberamente praticare con mercatanzie in Affrica: che si potessero ivi edificare Chiese e Monasterj e predicarsi il sacro Evangelio di Cristo senza impedimento: e che 'l Re di Tunisi e suoi successori restassero tributari al Re Carlo ed a' discendenti di lui, di ventimila doble d'oro. Tributo che da' Re di Tunisi altrevolte s'era pagato a' Re di Sicilia, come al Re Ruggiero e Guglielmo normanni. Tutini da' regj archivi trascrive una carta, ove sta notato quanto importasse l'anno questo tributo, il di cui tenore è tale: Tributum Tunesi debitum Regi Siciliae, anno quolibet est Bisantinorum triginta quatuor millia, tercentum triginta tribus, quorum Bisantinorum quodlibet valet tarenos auri duos, et dimidium; et sic reductis ipsis Bisantiis ad tarenum aureum, sunt tarenum, triginta tria millia, triginta tribus, quibus tarenis reductis in uncias auri, sunt unciae duo millia, octuaginta, triginta tribus. Collecta igitur Bisantinorum dictorum summa per tribus annis, pro quibus tributum ipsum debetur dicto Regi, ascendit ad Bisantinorum centum millia. Summa dictorum tarenorum, pro eisdem tribus annis, unciarum octo millia trecenta tribus unum[264].
§. I. Carlo per la cessione di Maria figliuola del Principe d'Antiochia diviene Re di Gerusalemme.
Venuto l'anno 1275 Papa Gregorio senza aver fatto nulla di quanto avea designato, venne a morte, ed in suo luogo fu eletto Pietro di Tarantasia Borgognone Frate Predicatore, che fu chiamato Innocenzio V. Carlo udita l'elezione d'un Papa franzese riassunse con molta alterigia la dignità sua Senatoria, ed avendo in suo luogo sustituito Giacomo Cantelmo, che altre volte ivi era stato suo Vicario, governava Roma a sua voglia, ottenendo per se e per gli amici quello che volea; ma tosto le sue speranze si dispersero, poichè avendo Innocenzio appena pochi mesi retto il Pontificato, finì i giorni suoi. Ed i Cardinali ingelositi della potenza di Carlo, tosto elessero un Papa Italiano, che fu Ottobono del Fiesco genovese nipote d'Innocenzio IV, che Adriano V nomossi. Costui, in quel poco tempo che visse da poi, mostrò gran volontà d'abbassare la potenza di Carlo, che teneva oppressa Italia e Roma, ed avea perciò chiamato l'Imperador Rodolfo. Ma l'esser tosto Adriano mancato, e rifatto Pietro Cardinal Spagnuolo per suo successore, che Giovanni XXII, secondo il Platina, e secondo altri XXI fu nomato, la potenza di Carlo non mancò punto; poichè Giovanni ancor che di santi costumi, ora affatto inabile al governo di tanta macchina; e Carlo, come Senator di Roma governava ed amministrava ogni cosa appartenente al Papato. Per la qual cosa durante il suo Pontificato, e sei mesi dopo la morte di Giovanni che vacò la Sede Appostolica, insino all'elezione di Papa Niccolò III era riputato maggiore, ed il più temuto Re di que' tempi: poichè oltre i due Regni, e le Signorie di Provenza e d'Angiò che possedeva in Francia, avea tributario il Regno di Tunisi; e Tutini aggiunge, che s'era impadronito anche dell'isola di Corfù[265]; e come tributari avea ancora i Fiorentini, ed a divozione tutte le città Guelfe d'Italia. Disponeva ancora del giovane Re di Francia suo nipote; ma quello, che più lo rendea formidabile, era la quantità di gente di guerra ch'egli nudriva in varie, e diverse parti sotto la disciplina d'espertissimi Capitani. Era ancor potente per forze marittime, le quali erano poco meno di quelle di terra, tenendo nei nostri porti varie armate di mare, numerose di vascelli, sotto il comando d'Errico di Mari genovese suo Grand'Ammiraglio; ed al di lui imperio ubbidiva l'uno e l'altro mare superiore ed inferiore; onde a questi tempi non potevano certamente i Vinegiani vantarsi del dominio del Mare Adriatico, poichè Carlo era più potente in mare ch'essi non erano; alle di cui forze marittime fidandosi, avea egli intrapreso di scacciar l'Imperador Paleologo dalla Sede di Costantinopoli, e fare altre imprese in Oriente.
Per quello Maria figliuola del Principe d'Antiochia, cui Ugo suo zio Re di Cipri le contrastava il titolo e le ragioni del Regno di Gerusalemme, venne in Roma e ricorse al Papa ed al Re Carlo, perchè volessero aiutarla; ma poichè vide il Papa poco disposto, fu indotta finalmente da Carlo a ceder a lui queste sue ragioni: onde innanzi al Collegio de' Cardinali assegnò e rinunziò al medesimo tutte le ragioni, che avea nel Regno di Gerusalemme, ed il Principato d'Antiochia[266], con tutte le solennità, che si richiedevano a cosa di tanta importanza[267]: onde Papa Giovanni che favoriva il Re, avendo per vere le ragioni di Maria, in quest'anno 1277 coronò Carlo Re di Gerusalemme, e da questo tempo cominciarono gli anni del suo Regno di Gerusalemme.
Carlo avuta tal cessione mandò subito Ruggiero Sanseverino a pigliare il possesso di tutte le terre che Maria possedeva, e ad apparecchiare di ricovrar l'altre: ed in un medesimo tempo ordinò un apparato grandissimo di guerra di infinite galee ed altri legni, con numerose genti, per l'impresa non meno di Costantinopoli che di Gerusalemme.
Le ragioni di Maria sopra il Reame di Gerusalemme venivano a lei per la sua madre Melisina quarto genita, che fu di Isabella sorella di Balduino IV Re di Gerusalemme. Lasciò Isabella, dal suo primo marito Corrado di Monferrato, come nel XVI libro fu narrato, quattro femmine: la primogenita Maria fu madre di Jole seconda moglie dell'Imperador Federico, al quale il titolo e le ragioni di Gerusalemme furono date in dote: perciò Federico, Corrado suo figliuolo e Corradino si valsero del titolo di Re di Gerusalemme. Per la morte di Corradino ultimo del sangue Svevo senza successori, essendo estinte queste ragioni in quella linea, pretendeva Maria come figliuola di Melisina che s'appartenessero a lei.
La secondogenita d'Isabella fu Alisia. Costei si casò con Ugo Re di Cipro. Pretese questi per le ragioni di sua moglie, estinta la linea della primogenita nella persona di Corradino, di poter egli intitolarsi Re di Gerusalemme, siccome fece; ma per parte di Maria d'Antiochia, si diceva che anche queste ragioni d'Alisia fossero estinte, poichè il Re Almerico di Cipro, altro marito della Regina Isabella, al qual successe il Re Ugo suo figliuolo, procreato con la sua prima moglie e marito dell'Alisia, le avea cedute a Giovanni di Brenna marito di Maria primogenita, siccome scrive il P. Lusignano nella Cronaca de' Re di Cipri.
La terzogenita d'Isabella fu Sibilla. Costei maritata con Livone Re d'Armenia morì senz'eredi; onde restavano solamente le ragioni di Melisina quartogenita madre di Maria, che fece la cessione a Carlo.
Ma questa cessione avea delle gravi difficoltà; poichè veramente non potea dirsi, che le ragioni della secondogenita Alisia fossero estinte per la cessione fatta da Almerico a Giovanni di Brenna; poichè quella cessione non potea pregiudicare a' suoi successori, i quali vengono a succedere in quelle per altra cagione, cioè per le ragioni d'Alisia, alla quale, come figliuola di Isabella, non già d'Almerico s'appartenevano, nè questi cedè altro, che quelle ragioni, che allora le appartenevano, come marito d'Isabella, non già le future, che per altra cagione poteano spettare ad Alisia e suoi descendenti; per la qual cosa saviamente avvertì il P. Lusignano, che questa cessione di Maria fatta a Carlo fu di quelle ragioni, ch'ella non avea, ma che spettavano ad Alisia sua zia moglie del Re Ugo. Ed in effetto, quando Federico II Imperadore fu scomunicato e tornò in Puglia, lasciando la Soria, la vedova Regina di Cipri andò in Soria, ricorrendo agli Ospitalieri e Templari, perchè la mettessero nel possesso del Regno di Gerusalemme, stante che Federico era tornato in Puglia, ed era stato scomunicato: di che gli Ospitalieri e Templari non vollero far nulla, rispondendoli, che volevano aspettar un anno a vedere, se anderebbe in Soria Corrado figliuolo di Federico e di Violante sua moglie, figliuola della sorella maggiore da parte di madre di questa Regina di Cipri: il qual Corrado era più propinquo alla Corona e successione del Regno, siccome narra il Bossio[268]. Quindi avvenne, che Carlo avvertito da poi della poca sussistenza di queste ragioni di Maria, si convenne con Errico II di tal nome Re di Cipri, che, come scrive P. Lusignano, gliele contrastava. E sebbene Errico rinovasse da poi la contenzione col Re Carlo II d'Angiò per le ragioni dell'ava; nulladimanco così il suddetto Carlo, come tutti gli altri Re Angioini suoi successori, continuarono ad intitolarsi sempre Re di Gerusalemme, come si vede da' loro diplomi e privilegi. Ed il Re Roberto colla Regina Sancia sua moglie, essendo ne' loro tempi dal Soldano angustiati più che mai i Cristiani, che ministravano al Santo Sepolcro, convenne col Soldano, che non si dasse impedimento alcuno a' Cristiani, che ivi erano, con promettergli perciò grosso tributo, somministrando ancora a quelli tutto il bisognevole, perchè non mancassero d'assistere a quel santo luogo[269]. Parimente la Regina Sancia a sue spese fece edificare nel Monte Sion un convento a' Frati Minori di S. Francesco, e n'ottenne anche Bolla da Papa Clemente VI rapportata dal Wadingo; il qual Autore narra ancora, che la Regina Giovanna I ottenne anche dal Soldano permissione di poter costruire un altro convento a' Frati suddetti di S. Francesco nella Valle di Giosafat somministrando ella le spese, e quanto bisognava per mantenimento di detti Frati[270]. Donde alcuni fondano il patronato, che tengono i Re di Napoli nel S. Sepolcro, ed in detti luoghi serviti da' Frati Minori di S. Francesco, soccorsi e fondati con tante spese da' loro predecessori, avvalorato anche dalla Bolla di Papa Clemente.
Ma altri ponderando, che il fonte, onde deriva il titolo di Re di Gerusalemme a' Re di Napoli, sia alquanto torbido, volendosi tirare da questa cessione di Maria, per ischermirsi ancora più validamente dalle pretensioni de' Re d'Inghilterra, de' Marchesi di Monferrato (donde tirano le loro ragioni i presenti Duchi di Savoja) e della Signoria di Vinegia, i quali per la successione de' Re di Cipro tutti pretendono questo titolo; scrissero, che a' Re austriaci giustamente s'appartenga per le ragioni di Maria primogenita di Isabella sorella di Balduino IV Re di Gerusalemme, le quali non s'estinsero nella persona di Corradino; poichè gli Scrittori oltramontani ed Italiani tutti concordano, che quando fu mozzo il capo a quell'infelice Principe, investì egli col guanto, e coll'anello di tutti i suoi Regni e ragioni il Re Pietro d'Aragona, al quale s'apparteneva la successione di tutti i Regni e Stati di Corradino, com'erede della famiglia di Svevia a cagione di Costanza figliuola del Re Manfredi; ed al Re Pietro essendo per legittima successione succeduto il Re Federico d'Aragona, ed a costui, i Re austriaci di Spagna suoi successori, meritamente questi se ne sono intitolati Re con maggior giustizia e ragione, che tutti gli altri Competitori.
CAPITOLO III. Nuova Nobiltà franzese introdotta da Carlo I in Napoli; e nuovi Ordini di Cavalieri.
Nel Regno de' Normanni, siccome si vide ne' precedenti libri di quest'Istoria, molti Signori franzesi capitarono in queste nostre parti adorni di militari posti, de' quali, come Capitani in guerra espertissimi, si valsero que' Principi, che dalla Normannia, paese della Francia, ci vennero: furono in premio delle loro lunghe e gloriose fatiche lor conceduti molti Feudi, ed aggranditi co' maggiori Ufficj della Corona: essi per ciò introdussero appo noi un nuovo modo di succedere ne' Feudi, detto jus Francorum; e molte altre usanze e riti vi portarono. Ma questi Baroni non in Napoli si fermarono: molti in Sicilia, e particolarmente in Palermo, allora Sede regia, fecero permanenza. Altri ne' loro Stati, de' quali erano investiti, altri seguendo la persona de' loro Principi, decorati di varii Ufficj ivi residevano, dove era la persona regale, ovvero dove ricercava il lor posto, facevano residenza. Ma que' Capitani, e que' guerrieri franzesi e provenzali, che seguirono Re Carlo nell'impresa di questi Regni, residendo, dopo avergli conquistati, per lo più egli in Napoli, in questa città si fermarono, ove dalla munificenza del Re riceverono i premj delle loro sofferte fatiche; poichè Carlo, dopo essere entrato in Napoli, con magnifico apparato, e con allegrezza ricevuto, avendo passati molti dì in festa con la Regina Beatrice sua moglie, e con gli altri Signori franzesi, volle premiar tutti coloro, che l'aveano servito; e fatto scrutinio de' Baroni, che aveano seguitato la parte di Manfredi, confiscati i loro beni, cominciò a compartirgli a costoro, principiando da Guido Monforte, ch'era stato Capitan generale di tutto il suo esercito, e da Guglielmo Belmonte, che oltre averlo fatto Grand'Ammiraglio, l'investì del Contado di Caserta, e donò molte città e castelli a moltissimi altri. Furono premiati Guglielmo Stendardo, Gugliemo di Clinetto, Ridolfo di Colant, Martino di Dordano, Bonifacio di Galiberto, Simone di Belvedere, Pietro di Ugoth, Giovanni Galardo de Pics, Giordano dell'Isola, Pietro di Belmonte, Roberto Infante, Beltrano del Balzo, Giacomo Cantelmo, Guglielmo di Tornay, Rinaldo d'Aquino, ed altri moltissimi rapportati dal Costanzo, e dal Summonte[271], e più diffusamente da Pier Vincenti nel Teatro dei Protonotari del Regno, dove favella di Roberto di Bari, per le cui mani, come Protonotario del Regno passavano allora queste donazioni. Ed oltre aver premiato anche i Romani e gli altri Italiani, che lo seguirono, ebbe particolar cura di que' Cavalieri franzesi, che di Provenza e di Francia condusse seco, a' quali donò città, terre, castelli, dignità ed ufficii eminenti nel Regno; tra' quali furono più chiari quelli di casa Gianvilla, d'Artois, d'Appia, Stendardi, Cantelmi, Merloti della Magna; que' di casa di Burson, di Marsiaco, di Ponsico detti Acclocciamuri, di Chiaramonte, di Cabani, ed altri. Potè Napoli pertanto, oltre l'antica, per la nuova e numerosa Nobiltà franzese quivi stabilita con tanti Feudi, preminenze ed ufficii, rendersi sopra ogni altra città del Regno più illustre e chiara; ond'è, che poi meritamente acquistonne il titolo di nobile, ovvero di gentile.
§. I. Cavalieri armati da Carlo in Napoli.
Ma quello che sopra ogni altro rese illustre questa città, fu averla questo Principe arricchita d'infinito numero di Cavalieri, con avere ornati d'Ordine di cavalleria moltissimi cittadini, oltre molti altri del Regno, nel quale per ciò introdusse in tanta frequenza l'esercizio militare, che quelli, che sotto la disciplina sua e de' suoi Capitani erano esercitati nelle guerre, non cedeano punto a' veterani, ch'egli avea condotti di Provenza e di Francia.
L'ordine de' Cavalieri fu presso i Romani in tanta stima e riputazione ch'era uno de' tre Ordini, dei quali si componeva quella Repubblica: Martia Roma triplex, Equitatu, Plebe, Senatu, dice Ausonio. Cioè di Senato, Cavalieri, e minor Popolo. Il Senato per lo consiglio: li Cavalieri per la forza: il minor Popolo, per somministrare e fornire, ovvero ridurre a perfezione le cariche della Repubblica.
Prima l'Ordine de' Cavalieri era come un Seminario di Senatori: poichè, come dice Livio, da quest'Ordine si pigliavano, e si facevano i Senatori; ma da poi che i grandi Ufficii furono comunicati al minor Popolo, li Senatori erano scelti da que' ch'erano stati Magistrati. Prima i Romani davano il cingolo militare a coloro ch'erano abbondanti di beni di fortuna; onde nacque, che chi avea molti sestertii poteva aspirare ad entrar in quest'Ordine, siccome a quello di Senatori ancora. In tempo poi degli Imperadori era dato con solennità alle persone di merito, e più frequentemente a quelle, che non aveano ufficio o carica pubblica, ma dimoravano per lo più, come semplici gentiluomini nella Corte dell'Imperadore; e perchè erano di più sorte, perciò l'Imperadore in una sua Costituzione, che ancor leggiamo nel Codice di Giustiniano[272], volle stabilire le loro precedenze, e dopo quelli che tengono esercizio per qualche ufficio o carica, mette in secondo luogo que' Cavalieri, a' quali essendo in Corte avea egli dato il cingolo militare: nel terzo luogo, quelli a' quali non essendo in Corte, ma assenti, avea l'Imperadore mandato il cingolo: nel quarto, quelli a' quali questo cingolo non era stato dato in tutto, ma a' quali essendo in Corte, l'Imperadore avea semplicemente concedute le lettere di dignità: e nel quinto ed ultimo luogo, quelli a' quali avea semplicemente mandate queste lettere in loro assenza. Precedevano perciò secondo quest'ordine; da che ne seguiva, che questo cingolo dato a coloro che non aveano ufficio o carica pubblica, attribuiva loro il dritto di portar continuamente la spada, e conseguentemente di godere de' privilegi delle genti d'arme; e ch'era più onore averlo dalle mani dell'Imperadore, che mandato in assenza: e più avere il cingolo, che le lettere di dignità.
Ruinato l'Imperio romano, e dalle sue ruine surti in Europa nuovi Reami e dominii, i Re di Francia, per quanto si sa, furono i primi, che vollero rinovare sì bello istituto[273]; i quali al medesimo modo, coloro, che conoscevano di grande merito, o almeno ch'essi volevano elevare a dignità, allora che non aveano ufficio o carica pubblica da conferir loro, gli facevano Cavalieri, cioè a dire, gli dichiaravano gente d'arme onorarie per godere de' privilegi militari, ancorchè non fossero arrolati tra le genti di guerra. Ed in fatti la maggior parte degli antichi Scrittori franzesi chiamano in Latino il Cavaliere Militem e non Equitem. Ond'è, che quando volevano armarlo Cavaliere di cavallo, spezialmente essi lo dichiaravano per gente d'arme di cavallo, perchè in Francia costoro sono molto più stimati, che quelli a piedi. Ed in segno di ciò, che gli facevano gente d'arme, essi davan loro il cingolo militare ne' dì più segnalati e rimarchevoli, e sotto cerimonie le più illustri e magnifiche che si potessero. Ciò che fu da poi imitato da' nostri Re Normanni, da Ruggiero I e dagli altri seguenti Re, anche Svevi, ma sopra tutti da Carlo d'Angiò e dagli altri Re Franzesi suoi successori.
I giorni destinati per tal cerimonia erano per lo più quelli della loro incoronazione: ne' primi ingressi che facevano nelle città: ne' dì d'alcune festività grandi, ed in particolare della Vergine Maria; ovvero in occasione di qualche pubblica allegrezza[274]. Era ancora antica usanza di fargli Cavalieri, o avanti una battaglia, o quando doveano dar qualche assalto ad una Piazza, affin d'incoraggire i bravi gentiluomini a portarsi valorosamente; ovvero dopo la battaglia, o presa della Piazza, per ricompensar quelli, che s'erano portati con valore, ed ardire[275]. Si facevano ancora in tempo de' maritaggi de' Re, o loro figliuoli, o per la natività del Principe, per onorare i Tornei, che vi si facevano.
I nostri Re prima d'ogni altra cosa, per mezzo di un general editto solevano pubblicar per tutto il Regno il giorno destinato, nel quale doveasi far tal cerimonia, affinchè, chi voleva prendere il cingolo, s'accingesse a portar i requisiti, che secondo le nostre Costituzioni erano ricercati; poichè il nostro Ruggiero I Re di Sicilia avea fatta una costituzione[276], colla quale ordinava, che senza licenza del Re, e senza che discendessero da Cavalieri, niuno potesse aspirare al cingolo militare: ciò che fu confermato da Federico II nella Costituzione[277] che siegue, la quale non a Ruggiero, come con errore leggesi nelle vulgate, ma a Federico deve attribuirsi, così perchè in quella, intendendo di Ruggiero, lo dice Avi nostri; come anche perchè della medesima fece menzione nella sua Cronaca Riccardo da S. Germano, che dice essersi pubblicata da Federico in un Parlamento generale, che tenne in S. Germano nel mese di Febbraio dell'anno 1232.
I Re angioini vi aggiunsero altri requisiti, ricercando non solo: Quod nullus possit accipere militare cingulum, nisi ex parte patris saltem sit miles, come si legge nel Registro di Carlo II dell'anno 1294 rapportato dal Tutini[278]: ma che esso, ed i suoi maggiori avessero contribuite le collette, e sovvenzioni coi Nobili e Cavalieri. Ma da una postilla di Bartolommeo di Capua nella riferita Costituzione di Ruggiero, par, che a' tempi del Re Roberto, ne' quali egli scrisse, non si ricercasse più la pruova della discendenza da Cavaliere, e che solo in Francia era ciò richiesto, come sono le sue parole: Non potest quis militare qui non est de genere militum ex parte patris. Hoc in Regno Siciliae non servatur, sed bene audivi servari in Regno Franciae. Ed in effetto leggiamo essersi dato il cingolo a molti del minor Popolo, che non potevano mostrare essere stati i loro maggiori Cavalieri, e molti del Popolo, così di Napoli come del Regno, armò Carlo II suo figliuolo, e Roberto, che possono vedersi presso Tutini[279], ch'e' chiama per ciò Cavalieri di grazia, perchè ebbero tal onoranza senza le suddette condizioni.
Ricercavasi ancora, che il candidato fosse di età adulta. I Romani secondo riferisce Dione[280], armavano Cavalieri da' diciotto anni in su, e l'Abate Telesimo[281] ne' fatti del Re Ruggiero, descrivendoci l'avvenenza, e l'età de' figliuoli di quel Re, dice, che ambedue erano capaci di prendere il cingolo, essendo già adulti: Habebat autem Rex Rogerius et alios duos liberos adolescentiores, forma speciosissimos, morumque honestate praeclarissimos; nec non ad suscipiendum militiae cingulum jam utrosque adultos.
A questo fine coloro, che volevano armarsi Cavalieri, dimandavano, che si prendesse informazione dei loro requisiti, ed il Re commetteva, o al Capitano di Napoli, se eran Napoletani, ovvero a' Giustizieri delle province, se Regnicoli, che ne formassero il processo: e presa l'informazione, costando de' requisiti, erano nel giorno destinato ammessi ad armarsi: e costoro prima di ricevere il cingolo erano chiamati in linguaggio franzese Valletti, che nel nostro suona Paggi. Comparivano essi nel giorno della celebrità tutti adorni di vaghi e ricchi abiti e nella maggior chiesa della città, ove dovea farsi la cerimonia, s'alzava un gran palco ben adorno, dove s'ergeva un altare, ne' cui lati si ponevano la sedia del Re e 'l faldistorio del Vescovo, e quivi vicino un'altra sedia inargentata coverta di drappo di seta. Sopra l'altare, come narra Giovanni Sarisberiense[282], si ponevano le spade, che doveano cingersi a' fianchi de' nuovi Cavalieri.
Venuto il Re e la Regina con tutta la lor Corte, Cavalieri, ed altri Nobili in chiesa, s'introducevano coloro, che doveano armarsi, e si facevan sedere nella sedia d'argento. Da poi, da alcuni Cavalieri vecchi erano esaminati se fossero sani, e ben disposti di corpo a poter adoperarsi nelle battaglie, e ricevuto il loro esame, erano poscia condotti in presenza del Vescovo, il quale sedendo nel suo faldistorio vestito da Diacono, teneva il libro de' Vangeli aperto, ed avanti di esso inginocchioni, chiamandogli per nome diceva loro[283]: Già che volete ricevere il cingolo militare, e farvi Cavalieri, avete da giurare sopra questi Santi Vangeli, che in verun conto non verrete mai contra la Maestà del vostro Re qui presente, e de' suoi successori, e volendo voi partirvi dalla fedeltà del vostro Re (che Iddio non permetta) il quale vi dovrà crear Cavalieri, dovrete prima restituirgli il cingolo, del quale or ora sarete ornati, e da poi potrete far guerra contro di esso, e niuno vi potrà riprendere di fellonia; altramente sarete riputati infami, e degni di morte. Avrete ancora da esser fedeli della Chiesa cattolica, riverenti a' Sacerdoti, difensori della Patria, dell'Onor delle donzelle, vedove, orfani, ed altre miserabili persone[284].
Rispondevan quelli, che confidati nella divina grazia sarebbero stati fedeli e leali al loro Re, e avrebbero osservato quanto promettevano, e toccando con le mani il libro de' Santi Evangeli, così giuravano. Poscia da due Cavalieri veterani venivan condotti alla presenza del Re, ed ivi inginocchiati, il Re prendeva la sua spada, e con quella toccando leggiermente a ciascuno il capo diceva: Iddio ti faccia buon Cavaliere. Altri, come il Mennio[285], dicono, che il Re percuoteva colla sua spada gli omeri, non il capo. Allora, senza che i valletti si movessero davanti il Re, comparivano sette donzelle della Regina vestite a bianco, le quali portando i cingoli nelle loro mani, offertigli prima al Re, gli cingevano ne lombi de' Cavalieri. Si prendevano poi da su l'altare le spade, come narra Pietro di Blois[286], e dalle medesime donzelle erano attaccate a' lati de' nuovi Cavalieri. Venivano appresso alcuni Cavalieri, e lor calzavano gli sproni, e poscia ponevano loro una sopravvesta di panno di lana verde foderata di pelle di vajo. La Regina poi dalla sua sedia lor porgea la mano, ed alzatisi, s'andavano a sedere nella lor sedia. Venivan allora tutti i Cavalieri e Nobili quivi presenti a rallegrarsi con loro della dignità ricevuta, e datasi una colazione di cose inzuccherate, si finiva la festa.
D'allora in poi non più valletti, ma Messeri, o Militi erano appellati, e come gente di guerra godevano de' militari privilegi, e di quelli ancora, che hanno i semplici Gentiluomini, cioè d'essere esenti dalle tasse: di portar la spada sino al gabinetto del Re: goder il privilegio della caccia: essere esenti dalle pene degli ignobili; e non esser tenuti battersi in duello con gli ignobili. Ne' loro tumuli perciò si scolpivano vestiti d'arme, col cingolo, con la spada e con gli sproni ai piedi, sotto i quali erano due cani per simbolo della fedeltà, ciò ch'era l'impresa de' Cavalieri; e di ciò infiniti marmi si veggono in varie chiese di Napoli; nè era permesso ad altri, che non fosse Cavaliere, farsi scolpire in cotal modo nelle sepolture; poichè i Dottori ne' loro tumuli si scolpivano con la toga lunga, e col cappuccio su 'l capo, come si vede nella chiesa di S. Domenico Maggiore di Napoli nel sepolcro di Niccolò Spinelli da Giovenazzo, detto di Napoli ed in altre chiese ancora; e que' del minor popolo, come i mercatanti e gli artefici, si facevano scolpire con una vesta a mezza gamba, con maniche larghe, e con uno involto di tela su 'l capo, siccome si veggono i loro tumuli in varie chiese di questa città[287]. Per questo era necessario, che si ritornasse il cingolo, quando si voleva far guerra al Principe, da cui erano stati armati Cavalieri, perchè altrimenti sarebbero stati reputati felloni ed infami, siccome de' Principi di Bisignano e di Melfi, del Duca d'Atri e del Conte di Maddaloni rapportano l'Engenio ed il Tutini[288], i quali essendo stati onorati da Luigi XII Re di Francia della collana di S. Michele, quando occupò il Regno, essendo quello poi ricaduto a Ferdinando il Cattolico, restituirono la collana a Luigi.
Queste cerimonie per essersi rese le più segnalate e rimarchevoli, si facevano con tale magnificenza e dispendio, che si vede così in più Costumanze di Francia, come nelle nostre leggi del Regno, che i Baroni aveano dritto d'imporre dazi su i loro vassalli, e dimandar sovvenzioni da essi per le spese, che si avean da fare in tal funzione, quando essi o i loro figliuoli primogeniti dovean armarsi Cavalieri, non altrimente che quando maritavano le loro figliuole primogenite[289]. Noi ne abbiamo una Costituzione di Guglielmo sotto il titolo de adjutoriis exigendis[290], che parla de' figliuoli, pro faciendo filio Milite. Federico II l'ampliò poi al fratello, come si legge nella Costituzione Comitibus sotto il titolo de adjutoriis pro militia fratris. E tra l'epistole di Pietro delle Vigne[291] ne leggiamo una di quell'Imperadore dirizzata ad un Giustiziero, affinchè faccia esigere il solito adjutorio da' vassalli d'un certo Barone, il cui figliuolo dovea prender l'onoranza di Cavaliere: Idem Justitiarius a Vaxallis praefati Baronis juxta Constitutionem Regni nostri subventionem fieri faciat congruentem.
Così ancora nel Regno di Carlo di Angiò e del suo figliuolo leggiamo ne' regali Archivi molti di questi ordini; e nel Registro dell'anno 1268[292], se ne vede uno spedito a favore di Filippo Brancaccio: Scriptum est Justitiario Terrae Laboris, ec. Quod Philippo Brancaccio, qui nuper se fecit militari cingulo decorari, subventionem per hoc congruam a Vaxallis suis faciat exhiberi. E nel Registro dell'anno 1294[293] un altro a beneficio di Lionardo S. Framondo: Quod Vaxalli Leonardi de S. Framundo, praestent eidem congruam subventionem juxta Regni consuetudinem, pro militari cingulo accipiendo. Simil ordine ottenne Adinolfo d'Aquino per Cristoforo suo fratello, quando da Carlo primogenito del Re, mentr'era in Francia, fu cinto Cavaliere: Adenulphus de Aquino petit subventionem a vaxallis pro Christophoro ejus fratre militari cingulo decorato a Carolo primogenito in partibus Franciae[294]. E poichè per la celebrità e magnificenza, che si usavano nella creazione de' Cavalieri, s'introdusse, che non solamente i semplici Gentiluomini, ma anche i Principi, i fratelli e sino i figliuoli del Re volevano avere quella dignità di Cavaliere, perciò nella creazione de' figliuoli, o fratelli del Re, poteva questi dimandar la sovvenzione da' suoi vassalli per tutto il Regno; ed Andrea d'Isernia rapporta, che tra' Capitoli di Papa Onorio venga anche ciò dichiarato, che possa il Re imponere una taglia nel Regno, quando, o volesse egli armarsi Cavaliere, o suo figliuolo, o fratello, pur che però non eccedesse la somma di dodici mila once[295].
Tante belle e sì magnifiche cerimonie, che si facevano nella creazione de' Cavalieri, furono cagione, che non solamente i semplici Gentiluomini, e que' che non aveano ufficio o carica pubblica, ma ancora i Signori, i Principi e fino i figliuoli de' Re vollero armarsi Cavalieri, riputando, che questo fosse non solamente un onore, ma ancora un buon presagio, e parimente un impegnamento al valore ed alla generosità il ricevere la spada dalle mani del loro Principe. Ciò che frequentemente, ed in Francia, e presso noi da' nostri Re costumavasi.
Negli Annali di Francia vediamo, che il Re Carlo M. cinse la spada a Luigi il Buono suo figliuolo, essendo in procinto d'andare alla guerra. E Luigi medesimo fece il simile a Carlo il Calvo suo figliuolo. Il Santo Re Luigi armò Cavaliere il suo figliuolo primogenito Filippo III, e Filippo tre altri suoi figliuoli. E l'Istoria nota, che in queste funzioni, il Re avea la sua corona in capo, la Corte era piena, ed in quel giorno era tavola aperta per tutti.
I nostri Re normanni ed angioini, che punto non si discostarono dall'usanze de' Re di Francia, solevano praticar il medesimo. Così leggiamo di Adelasia Contessa di Calabria e di Sicilia, la quale prima che Ruggiero suo figliuolo fosse Conte, e poi primo Re di Sicilia, volle che s'armasse Cavaliere; onde è, che prima questo Principe ne' diplomi si nominasse Cavaliere, e poi Conte, come si osserva in più carte rapportate da Pirro[296], in una delle quali si legge così: Ego Adelais Comitissa, et Rogerius filius meus Dei gratia jam Miles, jam Comes Siciliae et Calabria, etc. Ruggiero istesso, narra l'Abate Telesino[297] che fatto Re, duos liberos suos ad militiam promovit, Rogerium Ducem, et Tancredum Bagensem Principem, ad quorum videlicet laudem et honorem quadraginta Equites cum eisdem ipsis militari cingulo decoravit; e Paolo Pansa nella vita d'Innocenzio IV[298] rapporta ancora, che l'Imperador Federico II essendo nell'anno 1245 passato a Cremona, creò Cavaliere Federico suo figliuolo Principe d'Antiochia, che quivi era, e cinsegli di sua mano la spada al lato.
Ciò che fu da poi imitato da' Re angioini, ed infra gli altri da Carlo II il quale, innanzi di dar altri titoli a' suoi figliuoli, gli volle prima crear Cavalieri: così nell'anno 1289 dopo un general parlamento volle, prima di crearlo Re d'Ungheria, ornar Cavaliere, insieme con molti altri, Carlo Martello suo primogenito. Il simile fece a Filippo Principe di Taranto suo quartogenito, il quale fu da lui ornato del cingolo militare prima d'esser creato Principe di Taranto. A Roberto suo terzogenito, che poi gli successe nel Regno fece il medesimo; poichè trovandosi egli nell'anno 1296 in Foggia scrisse a Filippo suo figliuolo, che pubblicasse per mezzo de' soliti editti, come a' 2 Febbrajo giorno della Purificazione, voleva cinger Cavaliere Roberto; e tutti que' gentiluomini, che desideravano armarsi, comparissero in Foggia, ove insieme con Roberto avrebbero ricevuto il cingolo militare.
Il mentovato Re Roberto volle anch'egli nella città di Napoli cinger Cavaliere nel dì della Purificazione Carlo Duca di Calabria suo unigenito, e di ciò nell'anno 1316 ne diede parte a tutto il Regno, scrivendone a' Giustizieri delle province, come dal diploma, che rapporta il Tutini[299] insieme con gli altri esempi sopra riferiti.
Da questo costume, che tenevano i Re d'armare Cavalieri i loro figliuoli, che dovevano succedere nei loro Reami, nacque il dubbio, se essendosi ciò tralasciato di farsi, coloro che succedevano al Regno essendo Re, fossero Cavalieri, ancorchè non avessero ricevuto l'Ordine. E da quello ch'essi praticavano si scorge, che pare non s'avessero per tali, già che essendo Re volevan esser cinti Cavalieri. Così osserviamo nel libro dell'epistole di Pietro delle Vigne[300] dove si legge una lettera, che scrisse il Re Corrado figliuolo di Federico II agli abitanti di Palermo, nella quale loro scrivea aver voluto cingersi Cavaliere: Licet, dic'egli, ex generositate sanguinis qua nos natura dotavit, et ex dignitatis officio una duorum Regnorum nos in solio gratia divina praefecit, nobis militaris honoris auspicia non deessent; quia tamen militiae cingulum, quod reverenda sancivit antiquitas, nondum serenitas nostra susceperat, prima die praesentis Mensis Augusti cum solemnitate tyrocinii latus nostrum eligimus decorandum, etc.
Parimente leggiamo in Sigeberto, che Malcolmo Re di Scozia volle esser fatto Cavaliere dal Re di Francia Errico I. E narra Ottone Frisingense, Guglielmo Rufo Re d'Inghilterra essersi fatto cingere Cavaliere da Lanfranco Arcivescovo; poichè in que' tempi ancor durava il costume, che non pure i Principi, ma anche i Vescovi e Prelati armavano Cavalieri: ciò che fu poi lor proibito nel Sinodo Westmonasteriense celebrato nel 1102[301]. Così ancora Errico II si fece armare dal Maresciallo Bisense[302]: ed Odoardo IV Re d'Inghilterra ricevè l'onoranza di Cavaliere dal Conte di Devonia. Errico VII ricevè il cingolo dal Conte d'Evadolia: ed Odoardo VI dal Duca di Somersette. Giovanni Villani[303] ancor rapporta, che Luigi di Taranto secondo sposo della Regina Giovanna I ricevè il cingolo militare dalle mani d'un Capitano tedesco; e negli annali di Francia si legge, che dopo la giornata di Marignano il Re Francesco I fu fatto Cavaliere da Capitan Bajart, che gli cinse la spada[304]; e Luigi XI si fece ancora armar Cavaliere dal Duca Filippo di Borgogna[305].
Ma quantunque l'istorie abbondino di questi e di molti altri esempi, dove si vede, che non avendo preso il cingolo nella loro adolescenza, fatti Re, se n'han voluto ornare; non è però, come saviamente notò Loyseau[306], che ne avessero avuto bisogno, e non fossero senza quello Cavalieri: essi lo facevano per maggiormente onorare l'Ordine de' Cavalieri, e per metterlo in maggior lustro e splendore. I Re come Oceano d'ogni dignità e d'ogni onore, e come Sole onde deriva ogni splendore, contengono in se medesimi tutte le dignità e tutte le più alte prerogative e preminenze.
Quest'Ordine reso sì illustre da' Franzesi e da' nostri Re angioini in maggior numero ristabilito in Napoli, ed in queste nostre province, per li molti Cavalieri, che creavano, pose in tanta riputazione l'esercizio militare, che non vi era gentiluomo, che non proccurasse quest'onoranza e s'esercitasse perciò nella milizia; onde venne il Regno a fornirsi di bravi e valorosi Capitani.
Non è, che Carlo I d'Angiò fosse stato il primo ad introdurgli in Napoli e nel Regno; cominciarono sin da' tempi di Ruggiero I Re di Sicilia; ma egli fu che esaltò quivi tal Ordine, e specialmente a Napoli, in maggior elevatezza, e lo rese più numeroso e florido.
Ruggiero I Re di Sicilia fu il primo ad introdurlo a Napoli, e fu allora, quando entrato pien di trionfo, e vittorioso in questa città, si narra, che nel primo ingresso che vi fece nell'anno 1140 armò 150 Cavalieri[307]. E quando diede il cingolo al Duca Ruggiero, ed a Tancredi Principe di Bari suoi figliuoli, ne creò quaranta altri[308]. Il di cui esempio imitò poi Tancredi, il quale essendo stato nell'anno 1189 coronato in Palermo Re di questi Regni insieme con Ruggiero suo figliuolo, in questa solennità cinse molti Cavalieri, dell'uno e l'altro Reame.
Il Re Manfredi, narra Matteo Spinello da Giovenazzo[309], coronato che fu Re in Palermo, essendosene passato in Calabria, creò per quelle città molti Cavalieri, e poscia venendo in Napoli, nell'ingresso solenne, che vi fece, armò trentatrè Cavalieri, tra' quali vi furono Anselmo e Riccardo Caracciolo Rossi. E portatosi poi nell'anno 1253 in Civita di Cheti, nelle feste di Natale cinse molti Cavalieri di varie città di Abbruzzo.
Ma niuno altro de' nostri Principi usò tanta magnificenza e profusione in armar Cavalieri in Napoli e nel Regno, quanto Carlo I d'Angiò. Non vi occorreva pubblica solennità, che Carlo con sontuose feste non volesse crearne. Nell'anno 1272 nel dì di Pentecoste ne cinse in Napoli moltissimi tutti nobili Napoletani, fra' quali Bartolommeo dell'Isola, Landolfo Protonobilissimo, Marino Tortello, Liguoro Olopesce, Filippo Falconaro, Bartolommeo d'Angelo, Marino del Doce, Marino Pignatello, Tommaso Pignatello, Gualtieri Falconaro, Lorenzo Caputo, Bartolommeo Gaetano, Gualtieri Caputo, tutti nobili Napoletani. De' Nobili poi del Regno, armati da Carlo Cavalieri, ne sono pieni i Registri, siccome in quello dell'anno 1269 ove ne sono notati infiniti, e fra gli altri Pietro di Ruggiero da Salerno, Bernardo di Malamorte, Raimondo di Brachia, e Pietro di Penna d'Abbruzzo: creò ancora Cavaliere il Giudice Sparano da Bari, che poi innalzò ad esser G. Protonotario del Regno, ed altri infiniti sotto questo Re se ne trovano. Nè la munificenza di questo Re si restrinse a' soli Nobili, ma ammise anche a quest'onoranza que' del Popolo di Napoli e del Regno, che s'erano distinti, o per il loro valore o per altra prerogativa: così nel suddetto Registro dell'anno 1269 se ne leggono moltissimi[310], tanto che adornò questo Principe Napoli ed il Regno di tanti Cavalieri, che la disciplina militare e l'esercizio dell'arme si rese di gran lunga mano superiore a quello delle lettere; e siccome a' tempi nostri il presidio delle Case, ed il loro istituto è di applicar i figliuoli alle lettere ed alle discipline, e sopra tutto alla legale; così allora per quest'Ordine di Cavalleria cotanto da Carlo pregiato, non vi era famiglia, non istruisse i figliuoli all'esercizio della guerra e delle armi.
Ad esempio di Carlo, fecero lo stesso tutti gli altri Re angioini suoi successori, come Carlo II suo figliuolo, che nell'anno 1290 coll'occasione dell'incoronazione di Carlo Martello in Re d'Ungheria, armò in Napoli più di 300 Cavalieri[311], e negli anni 1291, 1292, 1296 e 1300 altri moltissimi[312]. Così Roberto suo nipote, dopo la sua coronazione diede il cingolo a molti Napoletani e del Regno ancora, siccome nell'anno 1309 ad alcuni d'Aversa, nell'anno 1310 a molti di Salerno, di Capua e d'Isernia; e circa il 1312 trovandosi egli nell'Aquila fece molti Cavalieri di quella città. E così fecero gli altri Re della seconda stirpe d'Angiò, come Carlo III, Luigi III, Ladislao ed altri, avendo tutti calcate le vestigie di Carlo il Vecchio. Quindi si fece poi, che fosse tanto cresciuto nel Regno il numero de' Cavalieri, che per cagione della moltitudine, e del poco merito d'alcuni, che n'erano ammessi, cominciava già l'Ordine della Cavalleria a cadere in disprezzo, e di non esser molto stimato.
Nè ciò avvenne presso noi solamente, ma anche in Francia, e negli Reami degli altri Principi, pure a cagion della moltitudine ch'essi ne facevano: poich'era la facilità di fare Cavalieri giunta a tanto, che i Re tanti ne facevano, quanti in qualche pubblica festività se ne presentavano avanti. E negli Annali di Francia si legge, che il Re Carlo V all'assedio di Burges in un giorno solo ne fece cinquecento[313]. E di Carlo V Imperadore pur si legge, che quando fu incoronato Imperadore in Bologna da Clemente VII fece Cavalieri tutti quelli, che trovò ragunati avanti la Chiesa di S. Giovanni, toccandogli, senz'altra solennità, leggiermente con la sua spada su gli omeri.
§. II. Particolari Ordini di Cavalleria.
Da questa facilità e dal disprezzo, che poi ne avvenne, nacque l'origine de' particolari Ordini di Cavalleria; poichè da tanta moltitudine se ne sottrassero i più principali, e segnalati Cavalieri, e si ridussero ad una piccola banda, o truppa; per la qual cosa si inventarono certi nuovi Ordini o Milizie di Cavalieri, ne' quali si ritennero solamente quelli di più merito, o per valore o per legnaggio, non ricevendosi coloro che non avevano altra prerogativa o titolo, che di semplici Cavalieri.
E per rendere questi nuovi Ordini più augusti, e venerabili, s'astrinsero a certe cerimonie di religione, riducendogli in forma di Confrateria; ed ancora, affin di rendergli rimarchevoli e distinti sopra li semplici Cavalieri, loro si fa portare un collare d'oro, o altra insegna, che il Re dà loro, e pone in conferendogli l'Ordine nel luogo della collana degli antichi Cavalieri. Ed erano questi Ordini diversi e distinti da que' di S. Giovanni di Gerusalemme, de' Teutonici, de' Templari, de' Cavalieri di Portaspada, di Gesù Cristo, de' Commendatori di S. Antonio, di S. Lazaro, ed altri rapportati da Polidoro Virgilio: perchè questi erano dell'Ordine ecclesiastico, compreso sotto i Regolari; e per ciò erano chiamati Fratelli Cavalieri, i quali anche s'astringevano a certi voti, come di castità ed ubbidienza, ed a certe regole mescolate di vita monastica e secolaresca.
In Francia il primo Ordine, ch'è stato di durata (poichè quello della Gennetta istituito da Carlo Martello, non accade annoverarlo, perchè non durò guari) fu quello de' Cavalieri della Vergine Maria istituito nell'anno 1351 dal Re Giovanni; e poichè essi portavano una Stella nel loro cappuccio, e poi nel mantello dopo essersi abolito l'uso de' cappucci, si chiamarono perciò Cavalieri della Stella. Di questa compagnia furono presso di noi molti Cavalieri napoletani, e siccome rapporta l'Engenio[314] fuvvi Giacomo Bozzuto, ed alcuni della famiglia Zurla ed Aprana, siccome si vede ne' loro sepolcri.
Il secondo, fu l'Ordine di S. Michele, istituito in onore dell'Angelo tutelare della Francia dal Re Luigi XI il quale per annientare il primo Ordine, ed innalzare il suo, diede l'insegna della Stella a' Cavalieri della sentinella di Parigi, ed a' suoi Arcieri. I nostri Cavalieri pure ne furon decorati da' Re di Francia, siccome Troiano Caracciolo Principe di Melfi; Berardino Sanseverino Principe di Bisignano, Andrea Matteo Acquaviva Duca d'Atri, e Gio. Antonio Carafa Duca di Maddaloni, li quali da poi (come si è di sopra rapportato) ricaduto il Regno al Re Cattolico, resero la collana al Re di Francia.
Finalmente Errico III grande inventore ed amatore di nuove cerimonie, oltre aver istituito l'Ordine militare della Vergine del Monte Carmelo, al quale Paolo V concedè molte prerogative[315], istituì l'Ordine e Milizia di San Spirito, in memoria, che nel dì della Pentecoste era nato e stato fatto Re. E questi Cavalieri oltre l'insegne del loro Ordine, che portano sopra i loro mantelli, ne portano un altro ad una fascia di color turchino.
Ad esempio de' Re di Francia hanno per l'istessa cagione altri Principi istituiti nuovi Ordini di Cavalleria, ed i nostri Re Angioini ne furono i più pronti imitatori. Odoardo III Re d'Inghilterra, essendo caduta ad una Dama, la quale egli amava, una becca della gamba, che gl'Inglesi in lor lingua chiamano Garter, egli alzolla, ed alla Dama cortesemente la rendè: di che si levò romore tra la Corte, che il Re con quella avesse amorosa pratica; onde il Re in sua scusa, e per onorar quell'accidente, istituì l'Ordine, detto tra noi volgarmente della Giarrettiera; aggiungendo alla becca quelle parole franzesi: Honni soit, qui mal y pense, che in nostra lingua vuol dire, mal abbia, chi mal pensa[316]. I Re di Castiglia ne istituirono un consimile detto della Banda, ovvero Fascia. I Duchi di Borgogna l'altro del Toson d'oro. I Duchi di Savoja quello dell'Annunziata. I Duchi di Toscana l'altro di S. Stefano. I Duchi di Orleans quello dell'Istrice; e sotto gli ultimi Re di Spagna, e Portogallo quelli d'Alcantara, di S. Giacomo, di Calatrava, di S. Benedetto de Avis, ed altri.
Ma i nostri Re della casa d'Angiò istituirono ad imitazione di quelli di Francia più Ordini. Luigi di Taranto Re di Napoli, secondo marito della Regina Giovanna I nell'anno 1352 nel giorno della Pentecoste ordinò una festa in memoria della sua coronazione, nella quale istituì l'Ordine, e la Compagnia del Nodo di sessanta Signori e Cavalieri i più valorosi di quella età, sotto certa forma di giuramento e perpetua fede; ed insieme col Re vestivano ognun di loro la giornea usata a que tempi della divisa del Re, con un laccio di seta d'oro e d'argento, il quale si annodava dal Re al petto, come il Costanzo[317], ovvero al braccio, come vuol l'Engenio[318], di quel Cavaliere, ch'entrava in questa Compagnia. Di questo Ordine furono il Principe di Taranto, fratello maggiore del Re Luigi, benchè scriva Matteo Villani, che quando il Re gli mandò la giornea riccamente adornata di perle e di gioje, col Nodo d'oro e d'argento, egli ch'era di maggior età, e che s'intitolava Imperadore, sdegnato di ciò, disse ridendo a quelli, che la presentarono, ch'egli avea il vincolo dell'amor fraterno col Re, e però non bisognava più stretto nodo. Il mandò anche Re Luigi a Bernabò Visconte Signor di Milano, il quale l'accettò molto volentieri. Il diede a Luigi Sanseverino, a Guglielmo del Balzo Conte di Noja, a Francesco Loffredo, a Roberto Seripando, a Matteo Boccapianola, a Gurrello di Tocco, a Giacomo Caracciolo, a Giovanni di Burgenza, a Giovannello Bozzuto, a Cristofano di Costanzo, a Roberto di Diano, ed altri. E fu loro istituto, che quando un Cavaliere faceva qualche pruova notabile, per segno del valor suo, portava il nodo sciolto: ed alla seconda pruova tornava a rilegarlo, siccome avvenne a Giovannello Bozzuto, il qual portandosi valorosamente in una battaglia, meritò sciogliersi il nodo, ed in Gerusalemme poi tornò a rilegarlo; ond'è, che nel suo tumulo nel Duomo di Napoli si veggono due nodi da' lati del suo cimiero: e nel sepolcro del Costanzo nella Tribuna di S. Pietro Martire, si vede un nodo legato, e l'altro sciolto. Quest'Ordine di Cavalleria, crede il Costanzo, che fosse stato il primo istituito in Italia: seguirono da poi gli altri istituiti da' seguenti nostri Re.
Carlo III ad emulazione di Luigi, istituì da poi nell'anno 1381 un nuovo Ordine, il quale l'intitolò la compagnia della Nave, alludendo alla Nave degli Argonauti, affinchè i Cavalieri che da lui erano promossi a quell'Ordine, s'avessero da sforzare d'esser emuli degli Argonauti[319]. Volle lo stesso Re esser Capo di questa compagnia, eleggendo per protettore S. Niccolò Vescovo di Mira, al qual dedicò la chiesa appresso il Molo, ed ordinò, che da' Cavalieri di quest'Ordine ciascun anno si celebrasse la sua festa. Portavano costoro nelle sopravvesti, e negli altri militari ornamenti dipinta una Nave in mezzo l'onde alla divisa de' colori del Re, con alcuni interlacci d'argento[320], e di questa compagnia furono i più pregiati e valorosi Cavalieri di que' tempi, e fra gli altri Giannotto Protoiudice di Salerno creato da Carlo Conte dell'Acerra, e G. Contestabile del Regno[321], Gurrello Caracciolo detto Carafa Marescalco del Regno (i sepolcri dei quali con l'insegne si veggono nella chiesa di S. Domenico di Napoli), Errico Sanseverino Conte di Melito, Ramondello Orsino Conte di Lecce, Angelo Pignatello, Gianluigi Gianvilla di Luxemburgo Conte di Conversano, Tommaso Boccapianola, Giovanni Caracciolo ed altri.
Dopo la morte del Re Carlo III la Regina Margherita sua moglie col Re Ladislao suo figliuolo nel 1388 fuggirono a Gaeta, rimanendo Napoli a divozione del Re Luigi d'Angiò; e travagliando allo spesso li vascelli della Regina le Marine di Napoli, alcuni Nobili del Seggio di Portanova con altri Napoletani armarono i loro navili per contrastare le galee della Regina; ed acciocchè con maggior ardire ed amore fra di lor andassero, istituirono la compagnia dell'Argata, e per insegna portavano nel braccio sinistro un'Argata ricamata d'oro in campo azzurro, simile a quelle argate di canna, delle quali si sogliono servir le donne ne' loro femminili esercizi[322]. Di quest'Ordine furono molti Cavalieri di diversi Seggi e famiglie, come di Costanzo, Caracciolo del Lione, di Dura ed altri[323].
Fu istituita da poi in Napoli la compagnia della Leonza, e l'insegna era una Leonessa d'argento legata con un laccio nelle branche e ne' piedi; e li Cavalieri di quest'Ordine furono quasi tutti del Seggio di Portanova, cioè della famiglia Anna, Fellapane, Gattola, Sassona, Ligoria e Bonifacia, e ve ne furono degli altri Seggi ancora[324].
Da poi, Giovanni Duca d'Angiò figliuolo di Renato Re di Napoli, essendo giunto nel Regno coll'armata di suo padre ad assaltarlo, per cattivarsi gli animi de' Cavalieri napoletani, e fra gli altri di Roberto Sanseverino, cercò all'uso di Francia istituire una nuova compagnia che chiamò della Luna, a cagion che per impresa di questa sua milizia portava la Luna cornuta, e ciascun de' suoi compagni la portava d'argento legata nel braccio. Furon molti di quest'Ordine, e fra gli altri Roberto figliuolo di Giovanni Conte di Sanseverino[325].
Finalmente Ferdinando I Re di Napoli, essendo scampato dall'insidie e tradimenti di Marino Marzano Duca di Sessa e marito d'una sua sorella, ed avendolo fatto incarcerare, era consigliato da alcuni di farlo morire; ma il Re non volle acconsentirvi, reputando atto crudele imbrattarsi le mani nel sangue di un suo cognato, ancorchè traditore. Volendo poscia dichiarar questo suo generoso pensiero di clemenza, figurò per impresa un Armellino, il qual pregia tanto il candor della sua politezza, che per non macchiarla si contenta più tosto morire. Si portava perciò dal Re una collana ornata d'oro e di gemme coll'Armellino pendente, e col motto: Malo mori, quam foedari[326]. Fu di questa Compagnia, fra gli altri, Ercole da Este Duca di Ferrara, al qual il re Ferdinando mandò la collana per Gio. Antonio Carafa Cavalier Napoletano[327].
Fu veramente nel Regno degli Angioini per questi Ordini di Cavalleria la milizia tenuta in sommo pregio: onde la Nobiltà di Napoli seguendo questi generosi costumi, stese l'ale della sua fama per ogni parte della Terra abitata: poichè molti Cavalieri napoletani impazienti dell'ozio, e spinti da studio di gloria, si congregavano in diverse Compagnie, e sotto diverse insegne; ed a guisa di Cavalieri erranti, mentre il Regno era in pace, andavano mostrando il lor valore per diverse parti del Mondo, dove sentivano, che fosse Guerra; ed avevano tra loro alcuni obblighi di fratellanza con molta fede e cortesia osservati; ed il Costanzo[328] rapporta, non esservi memoria, in tanta emulazione d'onore, che l'invidia o malignità avesse tra loro suscitata mai briga o discordia alcuna.
Ma in decorso di tempo avendo perduto Napoli ed il Regno il pregio d'esser Sede regia, per la lontananza de' nostri Re, non solo l'Ordine de' Cavalieri rimane oggi affatto estinto; ma anche sono estinti tutti questi altri nuovi Ordini di Cavalleria, e solo il nome di Milite è rimaso agli Ufficiali perpetui di toga del Re, come a' Reggenti della Cancelleria, al Presidente del Consiglio, al Luogotenente della Camera ed a tutti i Consiglieri e Presidenti di Camera, i quali dal Re nella loro creazione sono decorati di questo titolo, come quelli, che militano ancor essi[329]. E siccome i primi eran cinti di spada, così questi sono ornati di toga; alla qual milizia sono ammessi non pur i nobili, ma anche que' del Popolo di Napoli e dell'altre città del Regno, pur che siano Dottori; ond'è, che siccome ne' tempi di Carlo e degli altri Re angioini suoi successori tutti erano intesi all'arte della guerra, così oggi tutti alla milizia togata drizzano i loro desiderii; ed il di lor numero non pur pareggia, ma è di lunga mano maggiore di quello de' Cavalieri, che fiorivano a' tempi de' Re dell'illustre Casa d'Angiò.
CAPITOLO IV. Seggi di Napoli riordinati ed illustrati da Carlo.
Napoli città greca (siccome fu detto nel primo libro di quest'Istoria) ebbe sin da' suoi principii i suoi Portici, ovvero Teatri, detti ancora Tocchi, li quali ora Piazze, ovvero Seggi s'appellano, così come l'ebbero tutte le altre città greche di queste nostre province, poichè non fu ciò pregio solamente di questa città, siccome altri crede. Essi non erano, che luoghi particolari delle città, per lo più vicini alle porte di quelle[330], ove alcune famiglie nobili di quel rione, o quartiere s'univano a menar tempo allegro in conversando fra di loro, e con tal opportunità confabulare ancora e conferire de' pubblici affari, e d'altro bisogno della città, ed anche de' loro privati interessi; e poichè per lo più in quelli non solevano convenire se non gli sfaccendati, i quali vivendo nobilmente non stavano attaccati ad alcun mestiere o arte per vivere, perocchè veniva ad essi somministrato ciò che loro bisognava, o da' lor ampi e ricchi poderi, o dalla milizia, ovvero da qualche altra carica della Repubblica: perciò s'introdusse per questi Seggi come una divisione e distinzione tra cittadini, per li quali i Nobili si vennero a separare da' Popolani, i quali impiegati, o nello studio delle lettere e discipline, o nelle mercatanzie, o nelle arti meccaniche, o ne' lavori di mano, o nell'agricoltura, ovvero in altre opere di braccia, non potevano aver quest'ozio di convenir nelle Piazze a trattar co' Nobili de' pubblici affari, o d'altri bisogni della città.
I Greci non aveano città la quale non avesse queste ragunanze, ovvero sodalitadi, o Confraterie, ch'essi chiamavan Fratrie, nelle quali i cittadini per lo più convenivano per trattar i negozi. E Sigonio rapporta, che gli Ateniesi ne' Portici della loro città trattavano i loro affari. Nè altrimente si praticava a Cuma, città parimente greca, la quale teneva questi Teatri, ovvero Fratrie. Onde Pio II ne' suoi Commentari[331] portò opinione, ch'essendo stati i Cumani i primi fondatori di Napoli, avessero essi ad imitazione della loro città istituiti questi Teatri in Napoli, ove i Nobili passeggiando, e quivi diportandosi, soleano trattare de' pubblici affari: Cumanos quoque Theatra, deambulationes, conventusque frequenter posuisse.
E non può dubitarsi, siccome altrove fu rapportato che in Napoli non fossero antichissimi, per la testimonianza di Strabone, il quale noverando i riti, e costumi greci, che ancor'a' suoi tempi riteneva questa città, fra gli altri, scrisse che siccome l'altre città greche, così Napoli avea questi Portici, che ancor'a' suoi tempi i Napoletani chiamavano con greco vocabolo Fratrie. E Varrone[332] pur ne fece memoria quando disse: Phratria, est Graecum vocabulum partis hominum, ut Neapoli etiam nunc. Ove Turnebo notò, ch'essendo Napoli città greca, a somiglianza d'Atene avea queste ragunanze particolari, e separazioni, dette Fratrie[333].
Quanti di questi Seggi avesse prima avuti Napoli, Cammillo Tutini[334] dall'antiche sue regioni e contrade, e da molti altri monumenti, con molta diligenza ed accuratezza andò ricercando; e veramente essendo costume de' Greci dividere le loro città in quattro parti, siccome d'Atene testifica Guglielmo Postello[335], non è fuor di proposito il credere, che anche Napoli in quattro principali parti fosse ripartita: ciò che par, che si confermi dal nome istesso di Quartiere, che ancor oggi si ritiene. Ciascuna di queste quattro regioni, ovvero Quartieri, racchiudeva dentro di se molte altre regioni, ovvero Piazze minori, che sono come tanti membri, che formano il corpo della città. Queste quattro principali regioni non può difficoltarsi, che secondo l'antico sito di questa città fossero stati i Quartieri di Capuana, di Forcella, di Montagna e di Nido.
Il Quartiere di Capuana, così detto, perchè da questa contrada prendeasi il cammino verso Capua, oltre la maggior sua Piazza, abbracciava molte altre minori strade o vicoli, i quali (siccome tutti quelli dell'altre tre regioni) per la maggior parte prendevano il nome, o dalle famiglie, che vi abitavano, o da' Tempj, o da altri pubblici edificj, che vi erano. Così in questo quartiere leggiamo i vicoli del Sole, e raggio di Sole, per lo famoso Tempio d'Apollo, che quivi era costrutto. Quelli di Dragonario, Corneliano, Corte Torre, di S. Lorenzo ad Fontes, delle Zite, Corte Pappacavallo, Ferraro, Santi Appostoli, da' Filimarini, de' Barrili, Gurgite, Rua de' Fasanelli, Caracciolo. Boccapianola, de' Zurli, de' Carboni, Manoccio e Rua de' Piscicelli.
Perciò, oltre il maggior Seggio di Capuana, erano in questo quartiere cinque altri Seggi minori, che presero il nome o dalle famiglie, che solevano ivi abitare, o da Tempj, ovvero dal nome comune di quel luogo dove erano fabbricati. Così in questo Quartiere leggiamo i Seggi di S. Stefano, di Santi Appostoli, di S. Martino; ond'è, che poi essendosi questo unito al maggior Seggio di Capuana, per conservarne la memoria, si vede dipinto questo Santo a cavallo nel muro del Seggio, il Seggio de' Melazzi e l'altro de' Monocci.
Il Quartiere di Forcella chiamossi dagli antichi Scrittori Regione Erculense, come chiamollo S. Gregorio nelle sue epistole[336], perchè quivi fu fondato il Tempio d'Ercole; e talora Regione Termense, per le antiche Terme, ch'erano nel suo seno[337]. Come da poi si chiamasse di Forcella, non è di tutti conforme il sentimento. Alcuni vogliono, che fuori d'una porta, ch'era vicina a questa contrada, fossero piantate le forche per castigo de' malfattori. Altri perchè quivi fosse la scuola di Pitagora, che per impresa faceva una lettera biforcata, detta Ypsilon. Ma altri con maggior senno dissero, che quella forca, che sinora si vede scolpita in un antico marmo sopra la porta della chiesa di S. Maria a Piazza, dove anticamente era il Seggio, fosse particolar insegna del Seggio, che diede nome al quartiere.
Abbracciava questa regione molte altre regioni minori, ovvero vicoli, come l'Ercolense, Cupidine, Lampadio, Placido, Granci, Pizzofalcone, Regionario, Verde, di S. Epulo, Pubblico Bajano, Fistola, Corario, Termense, Capo d'Agno, Corte Bagno nuovo, Corte Greca, Sennarino, degli Agini, degli Orimini, di San Giorgio Cattolico maggiore, Cimbri, Pistaso.
Erano perciò in questo secondo Quartiere, oltre al maggiore di Forcella, ch'era posto avanti l'Atrio della chiesa, detta oggi perciò S. Maria a Piazza, due altri Seggi: quello de' Cimbri; e l'altro di Pistaso.
Il terzo Quartiere, ovvero Contrada fu chiamato di Montagna, ovvero di Somma Piazza, perch'era nella più alta parte della città. Fu detta ancora la regione del Teatro e del Foro; per aver nel suo recinto il Teatro ed il Foro; ed anche regione Palatina dall'antico Palazzo che ivi era, ove si trattavano i pubblici affari.
Le minori Piazze o vicoli di questa Contrada erano: il vicolo della Luce, Bell'aere, Circolo, Piazza Augustale, Piazza Segno, Sopramuro, Marmorata, de' Giudei, Casurio, Formello, Dodici Pozzi, Carmignano, Ferraro, Friggido, Burgaro, de' Tori, de' Maj, Vertecilli, Casatino, de' Marogani, de' Masconi.
Erano perciò in questa Regione, oltre il maggior Seggio di Montagna, detto anche di S. Angelo per essere allato della Parocchial Chiesa di S. Angelo, otto altri Seggi minori. Il I Seggio di Talamo. II dei Mamoli. III di Capo di Piazze. IV de' Ferrari. V de' Saliti. VI de' Canuti. VII de' Calandi. VIII de' Carmignani.
La quarta Regione è quella, che oggi diciamo di Nido, e che gli antichi nominavano Vestoriana e Calpurniana. Fu appellata ancora Alessandrina, o per la frequenza de' Mercatanti d'Alessandria, che venuti a Napoli a mercatantare dimoravano in quella regione, come vuole il Giordano, o per una Chiesa, che v'era dedicata a S. Attanagio Patriarca d'Alessandria, come stima il Tutini. Perciò si vede essere stata quivi collocata la statua del fiume Nilo, che diede poi il nome al Quartiere, e che oggi ancora il ritiene, ancorchè, corrotta dal tempo la voce, di Nido s'appelli.
Nel suo distretto ha più strade, o vicoli minori, che sono di S. Biase, Scorfuso, Fontanola, Capo di Monterone, Daniele, Cortegloria, Pretorio, Casanova, Camillo, Montorio, Scalese, Misso, degli Acerri, degli Offieri, de' Vulcani, Salvonato, Australe, Arco Bredato, Ficarolo, della Giosa, Celano, Quattropozzi, a due Amanti, del Sole e della Luna, Settimo Cielo, Capo di Trio, Don Orso ed Ursitato, e Corte Pagana.
Questa Contrada, oltre al Seggio maggiore di Nido, avea quattro altri Seggi minori. Quello d'Arco; l'altro di S. Gennarello ad Diaconiam; l'altro di Casanova vicino il Monastero di Monte Vergine, non già, come vuole il Costanzo[338], che questo Seggio fosse il medesimo di quello di Portanova, e che mutasse il nome di Casa in Porta; e l'altro di Fontanola nel vicolo oggi detto di Mezzo Cannone.
Queste quattro regioni con l'altre minori Piazze, che le componevano, ebbero, siccome si è veduto, altrettanti principali Seggi, e gli altri minori erano diciannove, che uniti con que' quattro arrivavano al numero di ventitre. Tutti erano rinchiusi dentro le mura dell'antica Napoli; ma essendo stata questa città da varj Imperadori greci, sotto la di cui dominazione durò lungo tempo, ampliato ed allargato il suo recinto vennero perciò a rinserrarsi i Borghi e gli altri luoghi, ch'eran fuori di quella; onde s'accrebbero due altre regioni, che furono quelle di Porto, e l'altra di Portanova, ed in conseguenza due altri Seggi maggiori, oltre i minori, a' primi s'aggiunsero.
La regione di Porto, che anticamente era borgo fuori della città, chiamossi così, perchè stava vicino al mare dov'era l'antico porto della città. Abbracciava più minori contrade, chiamate: Morocino piccolo, Severino, Monterone, Bagno di Platone, Aquario, Fusario, Scotelluccio, delle Calcare, della Lopa, Media, ovvero Melia, Rua de' Caputi, Serico, Volpola, Griffo, Appennino di S. Barbara, Albina, Petrucciolo, Cervico.
Oltre il suo Seggio maggiore di Porto, teneva due altre Seggi minori, quello d'Aquario così detto per l'abbondanza dell'acque, ch'era in quella contrada; e l'altro de' Griffi, che prese tal nome dalla famiglia Griffa di quella Piazza.
Il Quartiere di Portanova era prima detto di Porta a mare, per una Porta antica della città, ch'era dalla parte del Mare; ma ampliata la città, nelle nuove muraglie si fece una nuova Porta, onde prese poi questo nome. Racchiude queste minori contrade: Patrociano, Appennino de' Moccia, de' Costanzi, de' Grassi, S. Salvatore, Acciapaccia, Giorgito, Alburio, Barbacane, Sinocia, Porta de' Monaci, Ferula, delle Palme.
Oltre il suo maggior Seggio, ve n'erano due altri minori: quello degli Acciapacci, e l'altro de' Costanzi.
Erano adunque a' tempi del Re Carlo I d'Angiò 29 Seggi in questa città, sei maggiori e ventitrè minori, come si è detto.
Tutti questi Seggi, ed in cotal maniera disposti, trovò Carlo, quando si rese padrone di Napoli e del Regno; onde non è punto vero ciò, che alcuni Scrittori sognarono, che Carlo I d'Angiò istituisse i Seggi in Napoli, come ben a lungo, e coll'autorità di pubblici ed antichi monumenti dimostrò il Tutini[339]. Non è punto ancora vero, che questo Re di 29 ch'erano, gli avesse ridotti ne' soli cinque, che sono al presente; poichè dalle scritture rapportate dal medesimo, si vede chiaro, che anche a' tempi del Re Carlo II suo figliuolo, e di Roberto suo nipote non s'erano ancora uniti. Siccome non deve riputarsi Carlo autor della divisione tra la Nobiltà ed il Popolo, quasi che egli fosse stato il primo a separare in questa città i Nobili da' Popolari; essendo chiarissimo, che in tutti i tempi, così de' Romani, come de' Goti, de' Greci, dei Longobardi, Normanni e Svevi, furon sempre in Napoli divisi i Nobili dal Popolo, come da molti marmi rapportati dal Grutero[340], dall'epistole di Cassiodoro[341], da quelle di S. Gregorio M.[342], d'Innocenzio III e d'altri romani Pontefici[343] si è potuto notare ne' precedenti libri di quest'Istoria.
Nè Carlo ne' Seggi medesimi separò i Popolari dai Nobili, quasi che quelli promiscuamente, e di Nobili e di Popolari si componessero: poichè, siccome ben pruova il Tutini[344], que' Seggi di soli Nobili si componevano, e de' primi della città, ancorchè non si praticasse quel rigore, che s'usa oggi, di non ammettere in essi i Popolani; come spesso si faceva allora, quando o vivessero nobilmente, o imparentati con Nobili, o d'altra prerogativa cospicui ne fossero stati stimati meritevoli.
Carlo solamente gli rese più cospicui e chiari, dando loro marche più notabili di distinzione dal Popolo, e rendendogli più eminenti ed illustri sopra gli altri Seggi delle altre città del Regno; onde la Nobiltà di Napoli si rese similmente più chiara ed illustre sopra la Nobiltà di tutte l'altre città del Regno. E ciò avvenne per più cagioni.
Primieramente per aver Carlo ornato quasi tutti que' Nobili col cingolo militare, facendogli Cavalieri; II essendosi per la di lui residenza renduta questa città capo e metropoli del Regno, concorrevano in essa tutti i Baroni del Regno, ed i maggiori Signori e Feudatari a dimorarvi, i quali per venire ammessi allora con facilità, anzi pregati, a que' Seggi, gli resero più numerosi, e cospicui; III dalla residenza dei maggiori Ufficiali della Corona e della Milizia, i quali illustrarono anch'essi quelle Ragunanze; perchè non volendo essere del Popolo s'arrolavano co' Nobili; IV i tanti Nobili franzesi e provenzali, che portò seco Carlo di Francia e di Provenza, i quali per essere stati premiati da lui con feudi e cariche pubbliche, fermati perciò in Napoli ed arrolati co' Nobili, resero più cospicue le loro Piazze, introducendosi in quelle molte famiglie franzesi: al che Carlo vi cooperava per altro fine, cioè per aver contezza di quanto in quelle si trattava.
E per ultimo, vivendosi in Napoli a' tempi di Carlo per collette, concedè questo Principe molte prerogative a' Nobili intorno a tali pagamenti, perchè volle, che contribuissero co' Popolari, ma che separatamente dal Popolo i Nobili le pagassero; onde i Nobili esigevano per la Nobiltà, ed i popolani per lo Popolo. E per allettare maggiormente la Nobiltà napoletana, nel primo anno del suo Regno confermò il privilegio concesso loro dal Re Manfredi, di dividersi tra essi la sessagesima parte del jus delle mercatanzie, ch'entravano in Napoli, tanto per terra, quanto per mare[345]: ciocchè fu una più distinta marca di divisione tra' Nobili, e que' del Popolo.
Ma tutte queste belle prerogative non poterono far tanto estollere la nobiltà di questi Seggi sopra tutti gli altri Seggi del Regno, e rendergli in quella maniera pregevoli, nella quale si vedono oggi, quanto i rigorosi regolamenti seguiti da poi intorno all'ammettere nuove famiglie, e l'essersi poi tutti questi ridotti a soli cinque.
Prima ne' tempi stessi di Carlo e degli altri Re angioini suoi successori, non vi era tanto rigore nelle aggregazioni: i Popolari e' Forastieri vi erano indifferentemente ammessi. Questo costume da tempi antichissimi traeva la sua origine; poichè Napoli come città greca, seguendo l'esempio de' Tebani, che come dice Aristotele[346], a lungo andare ammettevano alla loro Nobiltà que' del Popolo, ch'erano ascesi a grandi ricchezze e quegli ancora, che per lungo tempo eran nobilmente vivuti, ed aveano lasciato il mercatantare, ed altri simili mestieri; riceveva le famiglie così nazionali, come forastiere, che per lungo tempo avean serbato il decoro della Nobiltà, e che per lungo tempo eran vivute con arme e cavalli. Così ne' tempi, nei quali siamo di Carlo I, Fusco Favilla vivendo nobilmente con armi e cavalli, fece istanza al Re di farlo contribuire co' Nobili, e 'l Re acconsente, dicendo: Eo quod vivit cum armis, et equis, contribuat cum militibus[347]. Il simile leggiamo di Marino di Madio, di Ademaro di Nocera, e di Nicolò Canuto cittadino napoletano[348]. E Carlo II suo figliuolo a M. Dono da Fiorenza commorante in Napoli l'ammise a qualsivoglia Seggio, e di poter contribuire cum militibus illius Plateae, in qua habitaverit, usque ad regium beneplacitum, ex gratia speciali[349]. E moltissimi altri esempi se ne leggono ne' regali registri, ammettendo i Re le famiglie ne' Seggi in tal guisa; poichè questa era la nota, che distingueva i Nobili da' Popolani; cioè che costoro contribuivano le collette col Popolo, e coloro colla Nobiltà.
Ma, tolte via le collette, cessa questo modo d'aggregar ne' Seggi; ed a' Nobili s'appartenne l'aggregare, i quali niente di rigor usando, ammettevano indifferentemente tutti quelli, che per lungo tempo erano nobilmente vivuti in Napoli, sì cittadini, come forastieri, che aveano contratta parentela co' Nobili, ed abitavano nel Quartiere di ciascun Seggio: così la famiglia Sassone vivendo nobilmente in Napoli nel quartiere di Portanova, ed imparentando co' Nobili di Piazza fu aggregata al Seggio di Portanova. E nel libro dei Parlamenti leggesi l'aggregazione fatta nell'anno 1480 di Giulio Scorciato, ch'era uomo nuovo in Napoli, allora venuto dalla Castelluccia, e perch'era Dottore e Consigliere del Re Ferrante, ed avea la casa nello tenimento della Montagna, lo chiamarono alla Congregazione dello detto Seggio. E questo era il consueto stile d'aggregare allora, leggendosi nel processo d'Ettorre d'Anagni con la Piazza di Nido, che così anticamente erano chiamati nelle Piazze quelli, che abitavano nello quartiero, gente ben nate, ricche, dotte, che viveano nobilmente, a dare il loro parere nella Congregazione delli Seggi[350].
Quindi avvenne, che nelle cause di reintegrazioni, l'aver avute le case ne' quartieri a' Seggi vicini, era riputato alto possessivo di Nobiltà in quel Seggio, e così furono reintegrate molte famiglie, come la Pandona, e la Mariconda a Capuana; la Majorana a Montagna, la Mastrogiudice a Nido, e moltissime altre.
Da poi si vennero pian piano a restringersi le aggregazioni; poichè i Nobili delle Piazze infra di loro fecero alcuni stabilimenti, con ricercare altri requisiti, senza i quali non erano ammessi. Così i Nobili della Piazza di Capuana nell'anno 1500 per pubblico istromento conchiusero, che chiunque volesse essere ammesso nella lor Piazza, dovea esser Nobile di quattro quarti di nome e d'arme, senza alcuno ripezzo: che fosse legittimamente nato, e figliuolo di legittima persona: che per lungo tempo avesse praticato con Nobili, e con essi contratta ancora parentela: che non fosse macchiato di alcun vizio, che offender potesse la Nobiltà. La Piazza di Nido fece ancor essa molti altri Capitoli così in detto anno 1500 come negli anni 1507 e 1524. Quella di Montagna nell'anno 1420 pur fece i suoi, che poi nell'anno 1500 accrebbe d'altri, i quali tutti possono vedersi in Tutini. Siccome anche fecero i Nobili di Porto e Portanova, i Capitoli de' quali non si sanno, per essersi gli antichi libri di questi due Seggi perduti.
Ridotto per questi nuovi Capitoli l'esser nobile di Seggio in più alta stima, così per lo rigore, che praticavasi nell'aggregazioni, come anche per passare i negozi più importanti per le mani de' Nobili, e perchè i Signori Vicerè nel trattare gli affari regi avean sovente bisogno di essi, onde quando prima non molto si curavano queste aggregazioni, si fece da poi così desiderabile esser di Piazza, che non vi era famiglia, nè Signore o Ministro regio, che non movesse ogni impegno per aggregarvisi; sicchè infastidite le Piazze per le tante dimande, si tolsero per sè medesime l'autorità di aggregare, risegnandola in mano del Re; di modo che ordinò Filippo II, che senza sua saputa e licenza non si potesse trattare aggregazione o reintegrazione alcuna nelle Piazze di Napoli; e volendosi di ciò trattare, s'ottenesse prima licenza di Sua Maestà, e poi congregati tutti i Nobili di quel Seggio, e propostasi la dimanda, non essendovi discrepanza, fosse ammesso colui, che dimandava l'aggregazione, altrimenti, discrepando uno d'essi Nobili, il trattato fosse nullo: ciò che riusciva molto difficile, ed era esporsi ad un cimento molto pericoloso. Per la qual cosa molti impresero più tosto per via di giustizia pretender reintegrazione, portando, che alcuni de' loro maggiori avessero goduto in quelle Piazze, che esporsi al cimento difficile dell'aggregazione. Sicchè al presente il Re tien deputati cinque Consiglieri, ed un Fiscale nel S. C. a sentenziare sopra le loro istanze, ottenuta prima licenza dal Re di potersi trattare la reintegrazione. Al cui esempio le città minori delle province, alcune delle quali hanno Seggi chiusi, ottennero parimente dal Re, che senza sua licenza non potessero trattarsi reintegrazioni, ovvero aggregazioni.
L'altra cagione, onde questi Seggi si fossero resi cotanto pregevoli, si fu di 29 ch'erano in prima, essersi ultimamente ridotti a soli cinque, di Capuana, Nido, Montagna, Porto e Portanova. Quando si fosse fatta tal restrizione, non è di tutti conforme il sentimento, poichè non vi sono scritture che ci possano accertare del tempo preciso; ma poichè quest'unione non si fece tutta in un tratto, egli è verisimile, che negli ultimi anni del Regno di Roberto quella si perfezionasse. Ed il modo come tutti que' Seggi minori s'unissero a questi cinque, fu così naturale e proprio, che sarebbe maraviglia se s'osservasse il contrario; poichè quasi tutti questi Seggi si componevano di sei o otto famiglie, quante forse n'erano in quelle minori contrade, ed essendo dipendenti dal Seggio maggiore, in decorso di tempo sovente accadeva, che spenta la maggior parte d'esse, e poche famiglie rimaste, queste se ne passavano al suo principale Seggio, e restavano estinti i minori; onde si vede, che poi i Nobili del principal Seggio vendevano il luogo, ove era il Teatro o portico[351]; così vedesi il Seggio de' Melazi, appartenente al Seggio di Capuana, ne' tempi di Roberto, intorno l'anno 1325 essere stato venduto dalla Piazza di Capuana, per essere spente le famiglie, che quello componevano. Così ancora nell'anno 1331 per comandamento della Regina moglie di Roberto fu abbattuto il Seggio delli Griffi. Ed il Seggio di Somma Piazza, altrimente detto il Seggio de' Rocchi, essendo mancate le famiglie, che lo componevano, e rimasto per ricettacolo de' malfattori, la Reina Giovanna II lo donò ad Antonello Centonze da Tiano. Parimente i Nobili di Montagna venderono il Seggio de' Cimbri, come cosa lor propria, a D. Fabio Rosso. Ed in questa maniera tratto tratto si ridussero tutti a' loro Seggi maggiori.
Ma come, ed in qual tempo si facesse l'unione d'un Seggio maggiore ad un altro parimente maggiore, come fu quello di Forcella a quello di Montagna, è d'uopo che si narri. Alcuni portarono opinione, ch'essendo mancate ne' tempi di Carlo I nella Piazza di Forcella molte famiglie, si fosse fatta da poi nel Regno di Carlo II suo figliuolo questa unione. Ma siccome notò prima il Summonte[352], e da poi il Tutini[353], ciò è falso; poichè tra' Collettori dell'anno 1300 nel Regno di Carlo II destinati all'esazione delle collette, si legge Niccolò Saduccio Collettor di Forcella, e ne' Capitoli del Re Roberto, si vede convenire Giacomo Chianula per la Piazza di Forcella, insieme con gli altri deputati nobili dell'altre Piazze[354].
Non è da rifiutarsi perciò l'opinione del Tutini, che credette quest'unione essersi fatta negli ultimi anni del Regno di Roberto, con l'occasione della discordia nata fra' Nobili delle due Piazze, Capuana, e Nido, co' Nobili dell'altre Piazze, intorno alla quale Roberto avendo ordinati alcuni stabilimenti, rapportati dal Summonte[355] e dal medesimo Tutini, e facendo in quelli solamente menzione di sei Eletti, comprendendo in essi quello del Popolo, si ricava, che in questi tempi la Piazza di Forcella era già unita a quella di Montagna. Ciò che maggiormente si conferma da una carta della Regina Giovanna I. rapportata dall'istesso Tutini, nella quale, avendo ne' primi anni del suo Regno ordinato, che si facesse inquisizione di tutti i Feudatari del Regno, si notano i Feudatari de' Seggi di Napoli Piazza per Piazza, e non si fa in essa altra menzione, se non de' soli cinque.
Nella quale unione è da notarsi, che per essere il Seggio di Forcella Seggio maggiore, che s'unì ad un altro maggiore, perciò la Piazza di Montagna fa due Eletti, uno per se, e l'altro rappresentando quel di Forcella. Ciò che non avvenne nell'unione degli altri Seggi minori uniti alle principali loro Piazze, perchè essendo questi dipendenti da quelli, bastava un Eletto per tutti. Solo per conservar la loro memoria è rimasta l'elezione degli Ufficiali, che ciascuno di questi cinque Seggi crea con nome di sei, e cinque Capitani de' Nobili, i quali uniti tutti insieme, fanno il numero de' 29 rappresentanti ciascuno d'essi uno di quegli antichi Seggi[356]. Questi hanno prerogativa di far convocar i Nobili per trattar i pubblici affari, propongono i punti, che devono risolversi, ricevono i voti ed hanno grand'autorità nell'assemblee, e sono da' Nobili creati ogni anno, ed oggi tengon titolo di Deputati.
Ridotti adunque ed incorporati tutti questi Seggi a' soli cinque, e disfatti tutti gli altri, cominciarono in varii e diversi tempi ad ampliare con magnifici edifici i loro teatri, e ridursi i portici in quella magnificenza, che oggi si vede; ed essendo poi di tempo in tempo con nuovi edifici ampliata la città, e venuta a quella portentosa grandezza, che oggi s'ammira, crebbero a proporzione i loro quartieri e si resero più spaziosi. Sono tutti cinque uguali, e non hanno maggioranza infra di loro, ancorchè que' di Capuana e Nido, per lo splendore de' loro Nobili, per cagion degli ampii Stati e ricchezze che possedono, vantino sopra gli altri maggiore preminenza.
Hanno molte prerogative, non solo di creare gli Eletti, i quali con quello del Popolo governano la città, convenendo insieme nel loro Tribunale a trattare i negozi del Pubblico, ma esercitano ancora molte giurisdizioni, e fra l'altre di dichiarar i Popolani nobili del Popolo napoletano, e conceder lettere di cittadinanza. Hanno parimente i Nobili di queste Piazze autorità di creare il Sindico, che ne' Parlamenti generali ed in altre pubbliche funzioni, appresso il Vicerè rappresenta non meno la città, che tutto il Regno. Comunicano insieme i Nobili di Capuana e Nido, quando s'uniscono per trattare i negozi del pubblico, potendo l'uno andare al Seggio dell'altro, con dar i voti; ma non perciò possono ricevere uffici, se non ognuno nel suo proprio Seggio. Hanno ancora una legge fra loro circa il contrarre i matrimoni, detta la nuova maniera di Capuana e Nido. Ed i Nobili di Montagna aveano anch'essi anticamente nuovo modo circa il dar delle doti alle Gentildonne della loro Piazza. Ed in Napoli ancora nell'età vetusta v'era un altro modo di contratto dotale all'usanza delle Contesse e Baronesse del Regno.
Non riconoscendosi nella città di Napoli se non che due Ordini, di Nobiltà e di Popolo, poichè lo Stato ecclesiastico, che in Francia fa ordine a parte, presso di noi non è riputato Ordine separato; ma (siccome l'Ordine de' Magistrati) è rimasto mescolato tra la Nobiltà e Popolo, perciò nel governo della medesima, non si ammettono se non Nobili e del Popolo. Quindi è, che appartenendosi il governo della medesima non meno a' Nobili che al Popolo, siccome fu sempre, come ben pruova il Tutini[357], perciò oltre le cinque soprannomate Piazze, evvene un'altra del Popolo, la quale non altrimenti che quelle de' Nobili, elegge il suo Eletto, crea i suoi Ufficiali, tiene le sue regioni minori, che chiamano Ottine, ed è partecipe insieme co' Nobili del governo delle città, e di tutti gli altri onori e preminenze[358].
Ma all'incontro, dimorando in questa città molte nobili ed illustri famiglie, le quali non comunicano nè con la Nobiltà, nè col Popolo: perciò queste si riputano come fuori del Corpo della cittadinanza, traendo esse la maggior parte l'origine da altre città di dentro e fuori del Regno. Nè tal Nobiltà ha sede o luogo; perchè altrimente dovrebbe ancor ella aver parte nei paesi, e negli onori insieme con gli altri Nobili de' cinque Seggi.
Per questa cagione a' tempi di D. Pietro di Toledo, allora Vicerè, cadde in pensiero a molte famiglie, che non erano aggregate a' Seggi, nè comunicavano col Popolo, di supplicar Carlo V, che traendo esse origine da famiglie illustri, nobilitate con feudi, per lunghi anni signore di vassalli, ed imparentate con Nobili di Piazze, che dovessero ammettersi a' Seggi ovvero di conceder loro licenza, che potessero edificare un nuovo Seggio, e goder degli onori e pesi, che godono i Nobili della loro città. Ma trovandosi allora implicato l'Imperadore alla guerra di Siena, non potè darvi alcun provvedimento; ed intanto perchè molte di quelle famiglie furono poi ammesse a' Seggi, non vi si fece altro. Ma da poi correndo l'anno 1558 si rinovò la dimanda da quelle Case, che non furono aggregate, e da molte famiglie spagnuole, le quali ne supplicarono il Re Filippo II ma rimesso dal Re l'affare a giustizia, s'impose a quello perpetuo silenzio. Ultimamente nell'anno 1637 molte illustri famiglie, come gli Aquini, Eboli, Filangieri, Gambacorti, Ajerbi d'Aragona, Concobletti, Orsini, Marchesi, Franchi, Leiva, Mendozza ed altre, posero di nuovo in tratto d'ergere un nuovo Seggio, e ne ricorsero al Re Filippo IV; ma dopo un lungo aspettare, secondo la solita tardità e lunghezza di quella Corte, stancati finalmente i pretendenti, non ne fecero più parola, tanto che proccuraron da poi d'essere aggregati negli antichi Seggi, dove sono stati ammessi.
§. I. Parlamenti generali cominciati a convocarsi in Napoli.
Da' precedenti libri di quest'Istoria si è potuto notare che i Re di Sicilia, quando o per occasione di stabilir nuove leggi, ovvero per altri bisogni dello Stato convocavano le Corti generali, non in Napoli, ma in varie città del Regno l'intimavano. Così ora in Melfi, ora in Ariano, ora in Bari, in S. Germano, Capua, Barletta ed altrove tennero Parlamenti. Ma da poi che Carlo d'Angiò, residendo per lo più in Napoli, invitò ad abitare in quella quasi tutti i Baroni, i Signori ed i maggiori Ufficiali del Regno, fu questa città riputata la più acconcia e comoda, per potersi quivi convocare le generali Assemblee, dove trovandosi la maggior parte de' Baroni, e venendo i Sindici delle altre città e terre del Regno, s'univano i due Ordini della Nobiltà e del Popolo a deliberare delle cose importanti e rimarchevoli dello Stato; poichè presso di Noi, siccome in tutti gli altri Stati della Cristianità, toltone il Regno di Francia, lo Stato ecclesiastico non fa Ordine a parte, ma non altrimente che facevano i Romani de' loro Preti, li quali li lasciavano mescolati fra i tre Stati, gli lasciamo nell'Ordine della Nobiltà e del Popolo; ond'è, che tra noi ne' Parlamenti il Clero non ha luogo a parte, e se talora vi sono invitati i Prelati, v'intervengono come Baroni, siccome l'Abate di Monte Cassino che vanta essere il primo Barone del Regno, l'Arcivescovo di Reggio e tanti altri. Quindi per essersi Napoli renduta capo e metropoli del Regno, quasi tutti i Parlamenti che si tennero da poi, in questa città si convocarono, tanquam in solemniori, et habiliori loco come Carlo II stesso lo qualifica[359]. Ciò che poi imitarono Giovanna I, Carlo III, Luigi II, Alfonso I e gli altri Re suoi successori[360], tantochè avendo il Re Alfonso intimato un Parlamento in Benevento, i Napoletani se ne offesero, e feron sì, che il Re lo convocasse in Napoli.
CAPITOLO V. Divisione del Regno di Sicilia da quello di Puglia, per lo famoso Vespro Siciliano.
Ma fra le cagioni sinora annoverate, onde Napoli sopra tutte le altre città estolse il suo capo, la principale fu la divisione di questi due Reami. Divisi questi Regni, si videro due Reggie, l'antica di Sicilia e la nuova di Napoli. Palermo rimase per gli Aragonesi in Sicilia: Napoli per li Franzesi in Puglia e Calabria. Ed è cosa da notare, che non meno la prospera fortuna fin qui tenuta da Carlo, che l'avversa, la quale, assunto che fu al Ponteficato Niccolò III cominciò a travagliar questo Principe, cospirarono alla esaltazione di questa Città.
Morto Papa Giovanni, e non avendo potuto Re Carlo per sei mesi di maneggi, quanto appunto vacò quella sede, ottenere, che si fosse rifatto un Papa Franzese, si risolvè il Collegio de' Cardinali nel mese di novembre dell'anno 1277 eleggere per successore Giovanni Cardinal Gaetano di Casa Ursina che Niccolò III volle nomarsi. Costui, che tanto nella vita privata, come nel Cardinalato fu tenuto per uomo di buoni costumi e di vita cristiana, assunto al Papato mostrò un desiderio sfrenato d'ingrandire i suoi; onde nel conferire le Prelature ed i gradi, e beni tanto temporali del suo Stato, quanto ecclesiastici, ogni cosa donava, e conferiva a' suoi parenti o ad altri, ad arbitrio loro[361]; e da questa passione mosso mandò a richiedere Re Carlo, che volesse dare una delle figliuole del Principe di Salerno, ad uno de' suoi nepoti. Ma quel Re, ch'era usato d'aver Pontefici vassalli ed inferiori, se ne sdegnò, e rispose che non conveniva al sangue Reale di pareggiarsi con Signoria, che finisce con la vita, come quella del Papa. Di questa risposta s'adirò il Pontefice, in guisa che rotto ogni indugio se gli dichiarò nemico, e rivocò fra pochi giorni il privilegio concesso, e confermato dagli altri Pontefici in persona del Re Carlo, del Vicariato dell'Imperio, dicendo, che poichè in Germania era stato eletto Rodolfo Imperadore, toccava a lui d'eleggersi il Vicario, e che 'l Papa non avea potestà alcuna d'eleggerlo, se non in tempo che l'Imperio vacava. Poi venne a Roma, e conoscendosi col favore de' suoi poter più di quello, che aveano potuto gli altri Pontefici, gli tolse l'Ufficio di Senatore, e fece una legge, che nè Re, nè figliuoli di Re potessero esercitare quell'Ufficio.
Carlo disprezzò l'ire del Pontefice e' suoi disgusti, li quali, come vedrassi, furono una delle quattro cagioni della perdita di Sicilia; ma tutto inteso alla guerra contro Michele Paleologo Imperador di Costantinopoli ne avea già ordinato un apparato grandissimo nel Regno, nell'isola di Sicilia ed in Provenza; ed erasi già accinto all'impresa con un gran numero di galee, e numero infinito di legni da passar cavalli, e da condur cose necessarie ad un grandissimo esercito; fece intendere a tutti i Conti e Feudatari a lui soggetti, che si ponessero in ordine per seguirlo: scrivendo in oltre a tutti i Capitani, che facessero elezione de' più valenti soldati e cavalli, per venire al primo ordine suo a Brindisi[362].
La fama di sì grande apparato sbigottì molto il Paleologo, e 'l mise in gran timore, sapendo quanta fosse la potenza di Re Carlo; pure quanto potea, si preparava a sostener l'impeto di tanta guerra; ma trovò dall'ingegno e dal valore d'un solo uomo quello aiuto, che avrebbe potuto promettersi da qualunque grande esercito.
Quest'uomo fu Giovanni di Procida cittadino nobile salernitano, Signore di Procida e di molte terre; fu molto affezionato alla Casa di Svevia, e da Federico II tenuto in sommo pregio per le molte virtù, alle quali accoppiò anche una somma perizia di medicina, ciò che non faceva in que' tempi vergogna; poichè, come si è potuto vedere ne' precedenti libri di quest'Istoria, in Salerno questa scienza era professata da' Nobili più illustri di quella città, nè abborrivano di professarla eziandio i Prelati della Chiesa, siccome l'Arcivescovo di Salerno Romualdo Guarna, e l'Arcivescovo di Napoli Berardino Caracciolo, il quale non disdegnò nella iscrizione del suo sepolcro, rapportata dal Summonte[363], che fra gli altri encomi vi si ponesse: Utriusque juris Doctoris, ac Medicinae scientiae periti. Ed il Tutini[364] rapporta d'aver egli osservato nel regio Archivio una carta, ove Gualtieri Caracciolo dimanda licenza al Re Carlo II d'andare nell'isola di Sicilia a ritrovar Giovanni di Procida, già vecchio, per farsi curare d'una sua infermità. Non meno di Federico l'ebbe caro Re Manfredi, di cui volle troppo ostinatamente seguire le parti; onde per la venuta di Carlo, essendogli stati confiscati i suoi beni, non fidandosi di star sicuro in Italia, per l'infinito numero degli aderenti di Re Carlo, se n'andò in Aragona a trovare la Regina Costanza unico germe di casa Svevia, e moglie di Re Pietro, al quale per segno dell'investitura di questi Reami eragli stato portato il guanto, che, come si disse, buttò Corradino nella piazza del Mercato, quando Re Carlo gli fece mozzar il capo. Fu benignissimamente accolto tanto da lei, quanto dal Re suo marito, dal quale essendo nel trattare conosciuto per uomo di gran valore e di molta prudenza, fu fatto Barone nel Regno di Valenza, e Signor di Luxen, di Benizzano e di Palma. Giovanni veduta la liberalità di quel Principe, drizzò tutto il pensier suo a far ogni opera di riporre il Re e la Regina ne' Regni di Puglia e di Sicilia; e tutto quel frutto che cavava dalla sua Baronia, cominciò a spendere in tener uomini suoi fedeli per ispie nell'uno e nell'altro Regno, dove avea gran sequela d'amici, e cominciò a scrivere a quelli, in cui più confidava.
Ma tosto s'avvide, che tentar ciò nel Regno di Puglia era cosa affatto impossibile e disperata; poichè per la presenza di Re Carlo, che avea collocata la sua sede in Napoli, e scorreva per l'altre città di queste nostre province, e per li beneficj che avea fatti a' suoi fedeli, e per lo rigore usato contro i ribelli, era in tutto spenta la memoria del partito di Manfredi. Rivoltò perciò tutti i suoi pensieri nell'isola di Sicilia, ove trovò le cose più disposte; poichè essendo il Re lontano, avea commesso il governo di quella a' suoi Ministri franzesi, i quali trattando i Siciliani asprissimamente, erano in odio grandissimo presso tutti gli isolani. Venne perciò sotto abito sconosciuto Giovanni in Sicilia, e cominciando a trattare della cospirazione con alcuni più potenti e peggio trattati da' Franzesi, vennero a conchiudere fra di loro di prender l'armi tutti in un tempo contro i Franzesi, e gridare per loro Re Pietro d'Aragona. Ma parendo loro poche le forze dell'isola e non molte quelle di Pietro, e che perciò bisognava a queste due giungere altra forza maggiore: Giovanni ricordandosi de' disgusti, che Carlo passava col Papa, e che 'l Paleologo temendo molto degli apparati di Carlo, avrebbe fatto ogni sforzo per distorlo dall'impresa di Costantinopoli; andò subito a Roma sotto abito di religioso a tentare l'animo del Papa, il quale trovò dispostissimo d'entrare per la parte sua a favorir l'impresa. Se ne andò poi col medesimo abito a Costantinopoli, ed avendo con efficacissime ragioni dimostrato al Paleologo, che non era più certa nè più sicura strada al suo scampo, che prestar favore di denari al Re Pietro, affinchè l'impresa di Sicilia riuscisse, poichè in tal caso Carlo, avendo la guerra in casa sua, lascerebbe in tutto il pensiero di farla in casa d'altri; di che persuaso l'Imperadore, si offerse molto volentieri di far la spesa, purchè Re Pietro animosamente pigliasse l'impresa; e mandò insieme con Giovanni un suo molto fidato segretario con una buona somma di denaro, che avesse da portarla al Re d'Aragona, ordinandogli ancora di abboccarsi col Papa, per dargli certezza dell'animo suo, e della prontezza, che avea mostrata in mandar subito aiuti. Giunsero il Segretario e Giovanni a Malta, isoletta poco lontana da Sicilia e si fermarono ivi alcuni dì, finchè i principali de' congiurati, avvisati da Giovanni, fossero venuti a salutare il Segretario dell'Imperadore, ed a dargli certezza del buono effetto, che ne seguirebbe, quando l'Imperadore stasse fermo nel proposito fin'a guerra finita. Poi si partirono i congiurati, e ritornarono in Sicilia a dar buon'animo agli altri consapevoli del fatto. Intanto Giovanni col Segretario passarono a Roma, dove avuta audienza dal Papa, gli proposero tutto il fatto: costui che temea la potenza di Carlo, e voleva vendicarsi dell'ingiuria fattagli, imitando i suoi predecessori, siccome costoro con l'aiuto de' Franzesi discacciarono da quell'isola gli Svevi, così egli colle forze degli Aragonesi, pensò discacciarne gli Angioini; onde non solo entrò nella Lega ma avendo inteso, che l'Imperadore mandava denari, promise di contribuire anch'egli per la sua parte, e scrisse al Re Pietro, confortandolo con ogni celerità a ponersi in punto per poter subito soccorrere i Siciliani da poi che avessero eseguito la congiura, ed occupato quel Regno, del quale egli l'avrebbe data subito l'investitura, ed aiutato a mantenerlo. Per queste cagioni il Re d'Aragona nella lettera scritta a Carlo dopo essersi impadronito dell'isola, gli diceva che quella era stata aggiudicata a lui per l'autorità della Santa chiesa e di Messer lo Papa e de' venerabili Cardinali. Con queste lettere e promesse portossi nell'anno 1280. Giovanni in Aragona, ed avendo comunicato al Re il disegno che s'era fatto per dargli in mano la Sicilia, Pietro temè in prima di entrar in una guerra, della quale dubitava di non poter uscire con onore: ma il Procida tolse tutte le difficoltà: I con assicurarlo per parte dell'Imperador di Costantinopoli, il quale per mezzo del suo Segretario gli avea mandato il denaro, ed offertosi che non avrebbe mancato per l'avvenire di contribuire a tutti i bisogni della guerra: II con dargli le lettere del Papa che l'assicurava del medesimo, e che l'avrebbe investito di quell'isola: III che i Siciliani per l'odio implacabile, che aveano co' Franzesi, con contentezza universale avrebbero agevolata l'impresa; e per ultimo gli fece concepire, che non era necessario ch'egli s'impegnasse, se non quando la congiura di Sicilia fosse riuscita. Per queste efficaci ragioni fu disposto quel Re d'accettarla; tanto più, quanto la Regina Costanza sua moglie il sollecitava non meno a far vendetta di Re Manfredi suo padre e del fratello Corradino, che a ricoverare i Regni, che appartenevano a lei, essendo morti tutti i maschi della linea sveva: convocati perciò i più intimi suoi consiglieri, trattò del modo, che s'avea da tenere, e fu convenuto tra di loro, che il Re allestirebbe una flotta considerabile, sotto pretesto di far la guerra in Affrica a' Saraceni, e che si terrebbe su le coste dell'Affrica, pronto a far vela in Sicilia, se la cospirazione fosse riuscita: che se venisse a fallire, poteva, senza mostrar d'averci alcuna parte, continuare a far la guerra a' Saraceni. E vi è chi scrisse[365], che Re Carlo vedendo posta in ordine questa flotta molto maggiore di quello, che potea sperarsi dalle forze di Re Pietro, gli avesse mandato a dimandare a che fine facea tal apparato; ed essendogli stato risposto per l'impresa d'Affrica contro Saraceni, Re Carlo, o per partecipare del merito guerreggiando contro Infedeli, de' quali egli fu sempre acerbissimo persecutore, o per gratificare quel Re suo stretto parente, gli avesse mandati ventimila ducati per soccorso di quell'impresa.
Ma ecco, che mentre queste cose si dispongono, e 'l Procida ritorna in Italia, muore Papa Niccolò: ed in suo luogo per gl'intrighi di Carlo, o più tosto per la violenza fatta a' Cardinali, fu rifatto a febbraio del 1281 un Papa franzese, creatura ed amicissimo del Re Carlo, che Martino IV comunemente si noma, chiamandolo altri Martino II, poichè i due predecessori, non Martini, ma Marini gli appellano. Dubitando perciò Giovanni, che non si raffreddasse l'animo dell'Imperadore, tosto ritornò in Costantinopoli per riscaldarlo; e passando in abito sconosciuto insieme col Segretario per Sicilia, venne a parlamento con alcuni de' primi della congiura, e diede loro animo, narrando quanto erasi fatto, e che non dovessero sgomentarsi per la morte di Papa Niccolò: e fece opera che quelli mostrassero al Segretario la prontezza de' Siciliani, e l'animo deliberato di morire più tosto che vivere in quella servitù, affinchè ne potesse far fede all'Imperadore e tanto più animarlo; poi seguirono il viaggio e giunsero felicemente a Costantinopoli. E fu notata da' Scrittori per cosa maravigliosa, che questa congiura tra tante diverse nazioni, ed in diversi luoghi del Mondo durò più di due anni, e per ingegno e per destrezza del Procida fu guidata in modo, che ancor che Re Carlo avesse per tutto aderenti, non n'ebbe però mai indizio alcuno.
Dall'altra parte Re Pietro, ancorchè per la morte di Papa Niccolò restasse un poco sbigottito, avendo perduto un personaggio principale ed importante alla Lega; non però volle lasciar l'impresa, anzi mandò Ambasciadore al nuovo Pontefice a rallegrarsi dell'assunzione al trono e a cercargli grazia, che volesse canonizzare Fr. Raimondo di Pegnaforte; ma invero molto più per tentare l'animo del Papa, mostrando destramente volere, non per via di guerra ma per via di lite innanzi al Collegio proponere e proseguire le ragioni, che la Regina Costanza avea ne' Reami di Puglia e di Sicilia. Ma il Papa avendo ringraziato l'Imbasciadore della visita e trattenuto di rispondergli sopra la Canonizzazione, come intese l'ultima richiesta, disse all'Imbasciadore: Dite a Re Pietro, che farebbe assai meglio pagare alla Chiesa romana tante annate, che deve per lo censo, che Re Pietro suo Avo promise di pagare, ed altresì i suoi successori, come veri vassalli e Feudatari di quella; e che non speri, finchè non avrà pagato quel debito, di riportar grazia alcuna dalla Sede Appostolica[366].
Mentre queste cose si trattavano, Giovanni di Procida tornato di Costantinopoli in Sicilia, sotto diversi abiti sconosciuto, andò per le principali terre di Sicilia, sollecitando i congiurati, e tenendo sempre per messi avvisato Re Pietro segretissimamente di quanto si faceva; ed avendo inteso, che la sua armata era già in ordine per far vela, egli eseguì con tant'ordine e tanta diligenza quella ribellione, che nel mese di marzo, il secondo giorno di Pasqua dell'anno 1282 al suon della campana, che chiamava i Cristiani all'ufficio di vespero, in tutte le terre di Sicilia, ove erano i Franzesi, il Popolo pigliò l'arme, e li uccise tutti con tanto sfrenato desiderio di vendetta, che uccisero ancora le donne della medesima isola, ch'erano casate con Franzesi e quelle ch'erano gravide, ed i piccioli figliuoli ch'erano nati da loro; e fu gridato il nome di Re Pietro d'Aragona e della Regina Costanza: e questo è quello che fu chiamato e si chiama il Vespro Siciliano. Non corse in questa crudele uccisione, dove perirono da ottomila persone, spazio di più di due ore; e se alcuni pochi in quel tempo ebbero comodità di nascondersi o di fuggire, non per questo furon salvi; perocchè essendo cercati e perseguitati con mirabile ostinazione, all'ultimo furon pure uccisi.
Questa crudele strage, e così repentina mutazione e rivoluzione fu per lettera dall'Arcivescovo di Monreale scritta al Papa, a tempo, che Carlo si trovava con lui in Montefiascone. Il Re restò sorpreso e molto abbattuto, vedendo in tanto breve spazio aver perduto un Regno, e buona parte de' suoi soldati veterani; pure, raccommandate le sue cose al Papa, trovandosi già l'armata in ordine, ch'era destinata contro l'Imperador greco, ritornò subito nel Regno, e con quella incontinente fece vela verso la Sicilia, e cinse Messina di stretto assedio.
Dall'altra parte Papa Martino, desideroso che l'Isola si ricovrasse, mandò in Sicilia per Legato appostolico il Cardinal Vescovo di Sabina, con lettere ai Prelati ed alle terre dell'isola, confortandole a rimettersi nell'ubbidienza di Carlo, con ingiungere al medesimo, che quando queste lettere non valessero, adoperasse non solo scomuniche ed interdetti, ma ogni altra forza, per favorire le cose del Re.
Giunse il Cardinale in Palermo, nel medesimo tempo che Carlo giunse a Messina; ma siccome gli uffici del Legato niente poterono contro l'ostinazione dei Siciliani, così l'assedio, che Carlo avea posto a Messina fu con tanto vigore proseguito, che finalmente strinse gli abitanti a volersi arrendere a lui colla sola condizione di salve le vite: ma egli era così trasportato dalla rabbia, che negò anche questa condizione. Mandarono Ambasciadori al Papa, perchè intercedesse per loro presso l'adirato Principe: ma non fu data loro udienza, onde posti nell'ultima disperazione si risolvettero di difendersi fino all'ultimo spirito.
Giovanni di Procida, che si trovava a Palermo, impaziente della dimora del Re Pietro, il quale era passato già coll'armata in Affrica all'assedio d'una città che gl'Istorici siciliani chiamano Andacalle, vedendo lo stretto bisogno de' Messinesi, imbarcatosi sopra una Galeotta con tre altri, che andavano con lui con titolo di Sindici di tutta l'isola, andò a trovare Re Pietro, ed informatolo del presto bisogno del suo soccorso, l'indusse a lasciar tosto le coste dell'Affrica, e colla sua armata ad incamminarsi verso Palermo.
Allora fu, che Re Pietro non potendo più nasconder i suoi disegni per l'impresa di Sicilia, volle giustificarsi co' Principi d'Europa suoi parenti; onde prima che lasciasse le coste d'Affrica, scrisse in questo anno 1282 una lettera ad Odoardo Re d'Inghilterra, che si legge negli atti di quel Regno, ultimamente fatti dare alla luce dalla Regina Anna[367], nella quale gli dice, che essendo egli occupato nella guerra contro i Saraceni, i Siciliani gli aveano inviati deputati a pregarlo di venirsi a mettere in possesso della Sicilia, ciò ch'era risoluto di fare, perchè quel Regno apparteneva a Costanza sua moglie. Fece dunque egli vela per Sicilia, e a' dieci d'agosto giunse a Trapani, ove concorsero ad incontrarlo tutti i Baroni e Cavalieri de' luoghi convicini; indi portossi a Palermo, dove fu con grandissima festa e regal pompa incoronato Re dal Vescovo di Cefalu, poichè l'Arcivescovo di Palermo, a cui ciò toccava, era presso Papa Martino.
I Messinesi, per l'arrivo del Re Pietro, ripresero vigore, ed attesero costantemente alla difesa della Patria; e non solo quelli ch'erano abili a portare ed esercitar l'armi, ma le donne ed i vecchi non lasciavano di risarcire di notte tutto ciò che il giorno per gl'istromenti bellici era abbattuto.
Intanto Re Pietro, così consigliato dal Procida, ordinò che il famoso Ruggiero di Loria Capitano della sua armata, andasse ad assaltare l'armata franzese per debellarla, e ponere guardia nel Faro, affinchè non potesse passare vettovaglia alcuna di Calabria al campo franzese; ed egli per animar i Popoli, e tener in isperanza i Messinesi, si partì da Palermo, e venne a Randazzo, terra più vicina a Messina. Di là mandò tre Cavalieri Catalani per Ambasciadori al Re Carlo, con una lettera, nella quale l'informa essere giunto nell'isola di Sicilia, che gli era stata aggiudicata per autorità della Chiesa, del Papa e de' Cardinali, e gli comanda, veduta questa lettera, di partir tosto dall'isola, altrimente ne l'avrebbe costretto per forza. Letta da Carlo questa lettera in pubblico avanti tutto il Consiglio de' suoi Baroni, nacque tra tutti un orgoglio incredibile, ed al Re tanto maggiore, quanto era maggiore, e più superbo di tutti; nè poteva sopportare, che Re Pietro d'Aragona, ch'era in riputazione d'uno de' più poveri Re, che fossero in tutta Cristianità, avesse osato di scrivere a lui con tanta superbia, che si riputava il maggiore Re del Mondo. Fu consultato della risposta. Il Conte Guido di Monforte fu di parere, che non s'avesse a rispondere, ma subito andare a trovarlo, e dargli la penitenza della sua superbia; ma il Conte di Brettagna, ch'era allora col Re, consigliò, che se gli rispondesse molto più superbamente, siccome fu eseguito con un altro biglietto del medesimo tenore, trattandolo da malvagio e da traditore di Dio e della Santa Chiesa romana. Questi due biglietti, oltre esser rapportati da Giovanni Villani e dal Costanzo, si leggono ancora così in Italiano, come furono scritti, negli Atti suddetti d'Inghilterra ultimamente stampati[368].
Esacerbati in cotal maniera gli animi d'ambedue i Re, che non si risparmiavano anche con parole piene di gravi ingiurie d'infamar l'un l'altro: Re Pietro intanto avea soccorsa Messina, e Ruggiero di Loria era passato colla sua armata al Faro per combatter la franzese e per impedirgli le vettovaglie. Errico Mari Ammiraglio di Carlo venne dal Re a protestare, che egli non si confidava di resistere, nè poteva fronteggiare con l'armata catalana, che andava molto ben fornita d'uomini atti a battaglia navale. Carlo, che in tutti gli altri accidenti s'era mostrato animoso ed intrepido, restò sbigottito, e chiamati a consiglio i suoi, dopo molte discussioni, fu conchiuso, che per non esporsi l'armata d'esser affamata dalla flotta del Re d'Aragona, si dovesse levar l'assedio, e ritirarsi in Calabria, e differire l'impresa. Carlo, benchè l'ira e la superbia lo stimolasse a non partire con tanta vergogna, lasciò l'assedio, e subito pieno di scorno e d'orgoglio, passò in Calabria con animo di rinovare la guerra a primavera con tutte le forze sue; ma appena fur messe le sue genti in terra a Reggio, che Ruggiero di Loria sopraggiunse con la sua armata, e quasi nel suo volto pigliò trenta galee delle sue, ed arse più di settanta altri navili di carico; del che restò tanto attonito, e quasi attratto da grandissima doglia, che fu udito pregar Dio in franzese, che poichè l'avea fatto salir in tant'alto stato, ed or gli piaceva farlo discendere, il facesse scendere a più brevi passi. Dopo distribuite le sue genti per quelle terre di Calabria più vicine a Sicilia venne a Napoli, e pochi giorni da poi se n'andò a Roma, a portar querele al Papa contro il suo nemico, lasciando nel Regno per suo Vicario il Principe di Salerno, a cui diede savi Consiglieri, che l'assistessero per ben governarlo.
Ma trattanto che Carlo perdeva il tempo a querelarsi col Papa, Re Pietro a' 10 ottobre entrò in Messina, e ricevuto con allegrezza universale, fu riconosciuto ed acclamato per Re da tutta l'isola. E fermatosi quivi diede assetto a tutte le cose, riordinando quel Regno, ora che tutto quieto e pacato era sotto la sua ubbidienza. Ed avendo voluto il Cardinal di Parma, Legato Appostolico, disturbarlo con interdetti e censure, egli imitando gli esempi degli altri Re di Sicilia suoi predecessori, curandosi poco dell'interdetto, costrinse i Sacerdoti per tutta l'isola a celebrare, e que' Prelati aderenti al Pontefice, che negarono di voler far celebrare nelle loro Chiese, si lasciarono partire, ed andare a Roma[369]. Ed avendo poco da poi fatta venire a Palermo la Regina Costanza sua Consorte e due suoi figliuoli, Don Giacomo e Don Federico, ed una sua figliuola chiamata D. Violante, ordinò a' Siciliani che dovessero ubbidir a Costanza, alla quale egli dichiarossi avere riacquistato il perduto Regno. Indi dovendo partir per Aragona, e dopo passar in Francia per l'appuntato duello in Bordeos col Re Carlo, volle, che tutti i Siciliani giurassero per legittimo successore ed erede, e futuro Re Don Giacomo suo figliuolo: il che fu fatto con grandissima festa e buona volontà di tutti.
Ecco come rimasero questi due Reami infra di lor divisi, e come due Reggie sursero. Palermo restò per gli Aragonesi in Sicilia: Napoli per li Franzesi in Puglia e Calabria.
CAPITOLO VI. Uffiziali della Corona divisi. Il Tribunale della Gran Corte stabilito in Napoli, e della Corte del Vicario.
Quindi nacque ancora, che quando a tempi de' Normanni e de' Svevi, essendo una la sede regia, gli Ufficiali della Corona erano i medesimi non meno in Sicilia che in Puglia; da questo tempo in poi ciascuno Regno ha avuti i suoi propri, nè quelli dell'uno si impacciavano dell'altro. Re Pietro creò i suoi per lo Regno di Sicilia, e Carlo ritenne gli antichi, che restrinsero la loro giurisdizione nel Regno solo di Puglia. Così avendo il Re d'Aragona creato Gran Giustiziere di quell'isola Alaimo di Lentino, che fu uno de' principali capi della congiura, vennero a farsi due Gran Corti, una in Sicilia, della quale era capo Alaimo; l'altra in Napoli, nella quale era Gran Giustiziere Luigi de' Monti: ond'è che Sicilia ritenga ancora questo Tribunale della Gran Corte, senz'altra giunta di Vicaria; poichè in quell'isola non vi fu la Corte del Vicario, come fu in Napoli, essendo questa stata istituita da Carlo I, quando lasciò il Principe di Salerno per Vicario del Regno, come diremo. Così nell'istesso tempo, che Re Pietro creò Giovanni di Procida Gran Cancelliere di Sicilia, noi avevamo l'altro in Napoli. Ruggiero di Loria fu Grand'Ammiraglio del Re Pietro, ed Errico di Mari del Re Carlo; e così di mano in mano degli altri Ufficiali.
Perciò Napoli ritiene oggi li suoi Ufficiali separati da quelli di Sicilia, siccome eziandio gli ritenne, ancorchè quella si fosse riunita poi sotto il Regno d'Alfonso I. Ciò che per questa divisione ne avanzò il Regno di Sicilia fu, che gli Aragonesi per aver sempre avversi i Pontefici romani, i quali volevano che il Regno si restituisse agli Angioini, non cercarono più ad essi investitura; onde a lungo andare quella del Regno di Sicilia si tolse, e rimase solo per lo Regno di Napoli.
Ma non perchè Napoli fosse per tanti gradi salita ad esser capo e metropoli del Regno di Puglia, è punto vero quel che il Munstero[370], Freccia[371], e 'l Summonte[372] scrissero, che sin da questi tempi fosse questo Regno perciò chiamato il Regno di Napoli, e che Carlo I d'Angiò, Re di Napoli volle denominarsi; poichè tanto Carlo I quanto Carlo II suo figliuolo, e Roberto suo Nipote, e tutti gli altri suoi successori, non ostante la Bolla di Clemente IV, che chiamò questi Regni di Sicilia citra, et ultra Pharum, non vollero ne' loro diplomi mutar punto gli antichi titoli, e sempre vollero intitolarsi Rex Siciliae, Ducatus Apuliae, et Principatus Capuae. Anzi per quest'istesso che la Sicilia era occupata dagli Aragonesi, affinchè non potesse dirsi di aver avuto animo d'abbandonarla, perciò s'intitolavano anch'essi, non meno che gli Aragonesi, Re di Sicilia. E l'essersi poi questo Regno detto di Napoli non più di Puglia, non accadde in questi tempi, ma molto tempo da poi; e ciò avvenne, quando di nuovo fu diviso dalla Sicilia sotto il Regno di Ferdinando I d'Aragona, figliuolo d'Alfonso e de' suoi successori, poichè questi Aragonesi non avendo altro Reame che quello di Napoli, nè potendo aver pretensione per quello di Sicilia, si dissero, o semplicemente Re di Napoli, ovvero di Sicilia citra Pharum. E nel Regno degli Angioini, gli Scrittori di questi tempi non chiamarono con altro nome questo Regno, che con quello di Puglia, siccome, oltre di molti altri, può scorgersi in Giovanni Boccaccio, il quale scrivendo ne' tempi del Re Roberto e di Giovanna I, non chiamò mai questo Regno di Napoli, ma sempre di Puglia.
§. I. Del Tribunale della Gran Corte stabilito in Napoli.
L'essersi questo Tribunale stabilito in Napoli, non solo si dee alla residenza di Carlo I d'Angiò in questa città, non molto più a questa divisione del Regno di Sicilia, la quale obbligò così lui, come gli altri Re suoi successori a mantenerlo quivi. Non è, che questo Tribunale riconoscesse la sua istituzione da Carlo o da Federico II, siccome si diedero a credere alcuni, ma come si è veduto nell'undecimo libro di quest'Istoria, quando si favellò del Gran Giustiziere, fu introdotto da' Normanni. Federico per mezzo di molte sue Costituzioni lo innalzò, e stese molto la giurisdizione, costituendolo supremo sopra tutti gli altri: siccome, imitando i suoi vestigi, fecero poi gli altri Re della Casa d'Angiò. Prima, oltre del Gran Giustiziere suo Capo, componevasi di quattro Giudici; ma Federico v'aggiunse poi l'avvocato, ed il Procurator fiscale, il M. Razionale, molti Notai ed altri Ufficiali minori. Si agitavano in questo, non solo le cause civili e criminali, ma anche le Feudali, delle Baronie, dei Contadi e de' Feudi Quaternati, le liquidazioni d'istromenti; e tutte le cause degli altri tribunali inferiori, e de' Giustizieri delle province, si portavano a quello per via d'appellazione, anche quelle delegate dal Re. Erano sottoposti alla sua giurisdizione tutti i Conti, tutti i Baroni e tutte le persone del Regno. Poteva anche conoscere de' delitti di Maestà lesa, e di tutte le cause più gravi e rilevanti dello Stato.
I Re angioini gli diedero anche per mezzo de' loro Capitoli più regolata e stabil forma: e fra gli altri Carlo II nel 1306, mentr'era Gran Giustiziere Ermengano di Sabrano Conte d'Ariano, mandò al medesimo molti altri Capitoli, co' quali gli diede norma più particolare, come dovesse reggere il suo Ufficio, mostrandogli quanto quello fosse sublime, ed in quante cause potesse stendere la sua giurisdizione[373].
Reggendosi questo Tribunale dal Gran Giustiziere, perciò veniva anche chiamato M. Curia Magistri Justitiarii il quale prima avea la facoltà di destinar egli il suo Luogotenente, ovvero Reggente, che in sua vece lo reggesse: la qual prerogativa fu da poi tolta al Gran Giustiziere, ed attribuita a' Vicerè, siccome ora costumasi.
Napoli adunque resasi più cospicua sopra l'altre del Regno, anche per cagion di questo Tribunale, il quale tirando a se per via d'appellazione tutte le cause del Regno, e dove trattavansi le più rilevanti de' Baroni e de' Conti, doveva per necessità renderla più frequentata e grande. Ma con tutto che per la residenza de' Re angioini fossesi un tribunale così augusto stabilito in Napoli, non s'estinse perciò l'altro più antico che vi era del Capitano. Il Capitano di Napoli avea la sua Corte composta da suoi particolari Giudici, la quale amministrava giustizia a' cittadini napoletani ed a suoi Borghesi[374]. Si stendeva ancor la sua giurisdizione nella città di Pozzuoli; ond'è, che nei Registri[375] di questi Re franzesi, si leggano alcuni che furono Capitani di Napoli e di Pozzuoli, come Aymericus de Deluco Miles Capitaneus Neapolis, et Puteolis. E ne' tempi del Re Roberto ancor si legge Roberto di Cornai Capitano di Napoli e di Pozzuoli. Era creato a dirittura dal Re, e perciò non poteva il Reggente della Gran Corte impedire, che non esercitasse la sua giurisdizione in questi luoghi. Così leggiamo a' tempi di Carlo II, che Francesco d'Ortona Capitano ottenne dal Re, che il Reggente della Gran Corte non l'impedisse a poter esercitare la sua giurisdizione, anche nella città di Pozzuoli.
Di questa Corte del Capitano di Napoli sin da' tempi di Carlo I d'Angiò, ne' quali come si è altrove rapportato, vi fu Giudice il famoso Marino di Caramanico, abbiamo ne' registri di questi Re franzesi spessa memoria. Nel registro del Re Carlo II dell'anno 1298 si legge una sua carta dirizzata Capitaneo, et universis hominibus Civitatis Neap. ec[376]. E ne' registri dello stesso Re dell'anno 1302 e 1303 si legge essersi scelta la Casa de' Fellapani nella Piazza di Portanova, che era allora quasi in mezzo della città, per reggersi questa Corte; dalla quale fu denominata la Chiesa di San Giovanni a Corte, come narra il Summonte[377]: ancorchè il Tutini[378] creda, che questa Chiesa ritenga tal nome dal Tribunale della G. Corte, che dice essersi in que' tempi in quella contrada eretto. Nel tempo di Carlo III pure della medesima si ha memoria, leggendosi una carta rapportata dal Tutini[379] di questo Re, dove drizza un suo ordine; Magistro Justitiario Regni Siciliae, et Judicibus M. Curiae Consiliariis nec non Capitaneo Civitatis Neap. ec. Fassene anche menzione negli ultimi anni del Regno degli Angioini; poichè la Regina Giovanna II ne' suoi Riti della G. Corte della Vicaria ne favella[380]. Nè sentendosi da poi più di quella parlare, crede il Tutini[381], che questa Corte rimanesse estinta ne' tempi de' Re aragonesi ond'è, che ora il Tribunal della Gran Corte abbia la conoscenza delle sue cause, la quale erasi negli ultimi tempi degli Angioini molto estenuata, perchè non gli era rimasa, se non la conoscenza delle cause criminali, nè poteva procedere nella liquidazione degli stromenti, come si vede da Riti[382] della Regina Giovanna II, donde si convince l'errore di Prospero Caravita[383], il quale credette, che siccome nella Gran Corte presideva il gran Giustiziere, così nella Corte della Vicaria, prima che questi due Tribunali s'unissero, presideva questo Capitano; poichè la Corte del Capitano di Napoli era tutta altra dalla Corte della Vicaria, della quale saremo ora a trattare.
§. II. Della Corte del Vicario.
La Corte del Vicario, detta comunemente Vicaria; bisogna distinguerla e separarla non meno dalla Corte del Capitano di Napoli, che dalla Gran Corte, così se si riguarda l'origine, come le persone, che le componevano, e le loro preminenze. Il Tribunale della Gran Corte è più antico, come quello, che riconosce la sua istituzione da' Normanni. La Corte del Vicario ricevè i suoi principii da Carlo I d'Angiò, ma la sua forma e perfezione l'ebbe da Carlo II suo figliuolo. Errano perciò il Frezza ed il Mazzella, che credettero questo Tribunale essere stato istituito dal Re Roberto figliuolo di Carlo II.
L'origine di questo nuovo Tribunale deve attribuirsi alle moleste cure, ed a' continui travagli, ne' quali fu Carlo I intrigato, da poi che vide la sua fortuna mutar aspetto, e da prospera, che l'era sempre stata, farsi poi avversa: quando voltandogli la faccia, gli fe' vedere ribellanti i Popoli, e perdere in un tratto la Sicilia, ed intrigarsi perciò con nuove guerre col Re Pietro d'Aragona suo fiero nemico e competitore, che glie la involò. Percosso da così gran colpo Carlo, che non fece per ricuperarla? mosse tutte le sue forze con grandi apparati di guerra contro i Siciliani, ma sempre invano: strinse d'assedio Messina; ma costretto ad abbandonarla, va in Roma, ove altamente si querela col Papa del Re Pietro, chiamandolo traditore, e mancator di fede. Rimprovera colà l'Ambasciadore dell'Aragonese, e lo chiama a particolar tenzone. Accettata la disfida da Pietro, si stabilisce il luogo da battersi, e si destina la città di Bordeos in Francia, ch'era allora tenuta dal Re d'Inghilterra.
Dovendo Carlo adunque imprendere sì lungo viaggio, coll'incertezza se mai sopravvivesse a sì pericolosa e grande azione, perchè il Regno di Puglia, che era rimaso sotto la sua ubbidienza, e seguendo forse l'esempio della vicina Sicilia, per la sua assenza, non pericolasse, pensò d'eleggere il Principe di Salerno suo primogenito, e successore per Vicario del Regno, con assoluto ed independente imperio, dandogli tutta la sua autorità regia per governarlo in sua assenza. Gli assegnò ancora i più gravi Ministri, ed i più alti Signori, perchè assistessero al suo lato per Consiglieri nelle deliberazioni più importanti della Corona. Ed il Principe, come savio, seppe così bene valersi di tanta autorità, che riordinò il Regno in miglior forma, stabilendo, mentr'era Vicario, più Capitoli, de' quali a suo luogo farem parola, pieni di somma prudenza, e benignità verso i Popoli di queste nostre province.
Per questa nuova dignità di Vicario, e per gli Ufficiali destinati al lato del Principe per suo consiglio, surse questa nuova Corte, detta perciò Curia Vicarii[384]: maggiore e più maestosa dell'altra, che vi era della Gran Corte; poichè la Gran Corte era rappresentata dal M. Giustiziere uno degli Ufficiali della Corona, che n'era Capo; ma questa rappresentava la persona del Primogenito del Re, come Vicario Generale del Regno, di cui egli era Capo: ciocchè certamente era di maggiore dignità e preminenza. Quindi la preminenza, che oggi ritiene il Tribunale della Gran Corte della Vicaria di dar la tortura a' rei dal processo informativo, la ritiene perchè a quello sta unita la Corte del Vicario, poichè altrimenti la sola gran Corte non potrebbe darla[385].
Ma la Corte del Vicario, in tempo di Carlo I, fu solamente adombrata, e ne' suoi primi delineamenti; siccome furono quasi tutte le cose di Carlo, che dal suo successore furono poi ridotte a perfezione.
Carlo II suo figliuolo le diede forma più nobile, e maggiore stabilimento, per una occasione, che bisogna qui rapportare. Avendo questo Principe promesso nelle Capitolazioni della pace fatta per la sua scarcerazione, di presentarsi di nuovo prigione, nel caso che Carlo di Valois non volesse rinunziare l'investitura del Regno d'Aragona; vedendo differita tal rinunzia, deliberò passare in Francia a stringere quel Re, e suo fratello a farla, con fermo proponimento di ritornare in carcere, quando non avesse potuto ciò ottenere. Dovendo dunque intraprender questo viaggio creò nell'anno 1294 Vicario Generale del Regno Carlo Martello suo primogenito, come si legge nel libro dell'Archivio dell'anno 1294[386]. Ed avendo differita la partenza per Francia, portatosi a Roma per l'elezione del nuovo Pontefice, da questa città nel mese d'aprile dell'anno seguente 1295 mandò a Carlo Martello una più esatta istruzione del reggimento di questa Corte, destinandogli i Consiglieri e tutti gli altri Ufficiali, de' quali dovea comporsi: donde si raccoglie ancora la preminenza di questo Tribunale; poichè anche alcuni Ufficiali supremi della Corona furono destinati per Consiglieri Collaterali del Vicario. Ed in prima fu trascelto Filippo Minutolo Arcivescovo di Napoli, quello stesso, di cui il Boccaccio[387] ragiona in una delle sue Novelle, Giovanni Monforte Conte di Squillaci Camerario, Raimondo del Balzo figliuolo del Conte d'Avellino, Gotifredo di Miliagro Senescallo, Guglielmo Stendardo Marescallo, Rainaldo de Avellis Ammiraglio, e Guido di Alemagna, e Guglielmo de Pontiaco Militi. Tommaso Stellato di Salerno Professore di Legge civile, e Maestro Razionale della Gran Corte, Andrea Acconciajoco di Ravello Professore di legge civile, e Viceprotonotario del Regno; e Fr. Matteo di Roggiero di Salerno, e M. Alberico Cherico, e familiare del Re. Prescrissegli ancora il modo da spedire gli affari appartenenti a' loro Uffici, distribuendo a ciascuno ciò ch'era della sua incumbenza, come si legge nel suo diploma istromentato in Roma per mano di Bartolommeo di Capua, e rapportato non men dal Chioccarelli[388], che dal Tutini[389] nelle loro opere.
Questo medesimo istituto mantennero gli altri Re angioini suoi successori; e Carlo II istesso, partito che fu Carlo Martello per Ungheria a prender la possessione di quel Regno, elesse per Vicario Generale del Regno Roberto altro suo figliuolo[390]. Roberto innalzato al soglio, fece suo Vicario Carlo Duca di Calabria suo unigenito, del quale come Vicario abbiamo più Capitoli, ed una Costituzione fra' Riti della Gran Corte[391]. E negli ultimi tempi del Regno loro leggiamo ancora, la Regina Isabella essere stata creata Vicaria del Regno dal Re Renato suo marito, la quale nell'anno 1436 dirizzò una sua lettera a Raimondo Orsino Conte di Sarno Giustiziere del Regno, ed al Reggente della Gran Corte della Vicaria, che si legge tra' Riti della medesima[392].
Fu ancora lor costume, che i Vicari in caso d'assenza, o altro impedimento, solevano eleggere loro Luogotenenti, chiamati Reggenti, affinchè attendessero all'amministrazione e governo di questa Corte, della quale erano Capi, e perchè maggiormente si veda quanto nel Regno degli Angioini si fosse innalzato questo Tribunale, i figliuoli stessi de' Regi non isdegnavano d'essere eletti Reggenti del medesimo. Così leggiamo che tra' figliuoli di Carlo II fu eletto Reggente della Vicaria Raimondo Berlingerio suo quintogenito[393]. E nell'anno 1294 il suddetto Re fece Reggente Pietro Bodino d'Angiò; e nell'anno 1306 Niccolò Gianvilla. Il Re Roberto creò ancor egli vari Reggenti, come nell'anno 1326 Francesco Stampa di Potenza; e nell'anno 1338 Giovanni Spinello da Giovenazzo. La Regina Giovanna I creò ancor ella nell'anno 1369 Gomesio de Albernotiis, detto per ciò Regens Curiam Vicariae, et Capitaneus Generalis Regni Siciliae[394].
Oscurò pertanto questo nuovo Tribunale del Vicario non poco l'altro della Gran Corte. La Corte del Vicario per li personaggi che la componevano innalzossi sopra tutte l'altre, ed era, come è a noi oggi il Consiglio collaterale del Principe. Così osserviamo che nel Regno de' Normanni, e degli Svevi la Gran Corte era il Tribunal supremo. Nel Regno degli Angioini tenne il campo la Corte del Vicario. Nel Regno degli Aragonesi, il nuovo Tribunale del Sacro Consiglio di S. Chiara oscurò tutti due. E nel Regno degli Austriaci si rese eminente sopra tutti gli altri il Consiglio Collaterale, come si vedrà nel corso di questa istoria.
Questi Tribunali della Gran Corte, e della Vicaria furono lungo tempo divisi, leggendosi ne' medesimi tempi i M. Giustizieri, che reggevano la Gran Corte ed i Vicari, ovvero loro Reggenti, che amministravano quella della Vicaria. Nel tempo istesso di Carlo II abbiamo Ermengano di Sabrano Giustiziere della Gran Corte, e Niccolò di Gianvilla Reggente della Vicaria ed in tutte le scritture di questi tempi de' Re Angioini osserviamo d'altra maniera espressi i Reggenti di Vicaria, e d'altra i M. Giustizieri della Gran Corte. Così di coloro preposti alla Corte del Vicario, leggiamo; Regens Curiam Vicariae. Degli altri: In quo hospitio M. Curiae Magistri Justitiarii Regni; regebatur et regitur. In breve la Gran Corte era chiamata: Curia Magistri Justitiarii. Quella del Vicario: Curia Vicarii, seu Vicariae.
Quando questi Tribunali si fossero uniti e ridotti in uno, e chiamato perciò la Gran Corte della Vicaria, non è di tutti conforme il sentimento. Camillo Tutini[395] credette, che questa unione si fosse fatta da Carlo I, ma va di gran lunga errato; poichè tanto è lontano che fosse stato egli autore di quest'unione, che appena possiamo riconoscerlo per istitutore della Corte del Vicario, avendocene sol egli dati i primi principii e delineamenti. Carlo II suo figliuolo ancora non è da dirsi, che gli unisse, perchè egli diede forma e perfezione alla Corte del Vicario, e la rese eminente anche sopra la Gran Corte, per i personaggi dei quali volle che si componesse; e nelle scritture degli altri Re angioini suoi successori, sovente quando fassi memoria di questi Tribunali, leggiamo l'uno essere chiamato Curia M. Justitiarii, e l'altro Curia Vicarii. Per questa ragione alcuni credettero, che questa unione non si fosse fatta nel Regno degli Angioini; e Prospero Caravita[396] credette, che a' tempi della Regina Giovanna II questi Tribunali fossero ancora divisi. Altri dissero, che tal unione seguisse negli ultimi tempi d'Alfonso I d'Aragona, il quale avendo istituito il nuovo Tribunale del S. C. unì insieme questi Tribunali, che chiamò della Gran Corte della Vicaria, come tenne il Toppi[397]. Ma più verisimile sarà il dire, che questa unione non si facesse in un subito. L'origine d'essersi tratto tratto questi due Tribunali uniti, e la cagione di ciò, bisognerà riportarla fin a' tempi di Carlo II verso l'anno 1306. Maggiori occasioni di tal unione si diedero dopo il vicariato del Duca di Calabria figliuolo di Roberto, ma assai più nel Regno di Giovanna II onde negli ultimi tempi d'Alfonso I Re d'Aragona fu l'unione perfezionata, e di due Tribunali se ne formò un solo.
Chi vi diede la prima mano fu l'istesso Carlo II poichè avendo egli, come si disse, nell'anno 1306 formati alquanti capitoli[398] intorno all'amministrazione dell'ufficio di G. Giustiziere, che drizzò ad Ermengano de Sobrano M. Giustiziere del Regno di Sicilia, fra l'altre cose, che in quelli costituì, fu di dar la cognizione al M. Giustiziere di tutte le cause, delle violenze, ingiurie, delitti e di tutto ciò che s'apparteneva alla Corte del Vicario, e che a lui potesse ricorrersi, siccome Robertus primogenitus noster Dux Calabriae, nosterque Vicarius Generalis posset adiri. Essendosi adunque fra di lor confuse le cognizioni e le preminenze; fu cosa molto facile in decorso di tempo farsi questa unione, e congiungersi insieme queste due Corti. Ma dopo il vicariato del Duca di Calabria figliuolo di Roberto, la divisione fu riputata più inutile; poichè non leggendosi dopo lui essersi creati altri Vicari, se non che, negli ultimi periodi del Regno loro, si legge costituita Vicaria del Regno la Regina Isabella dal suo marito Renato, avvenne, che tal separazione fosse riputata inutile, potendosi gli affari di questi due Tribunali spedire con più facilità ridotti in uno. Poi la Regina Giovanna II volendo per mezzo de' suoi riti, riformare queste due Corti, riputò meglio congiungerle insieme; onde avvenne, che il gran Giustiziere ch'era capo della Gran Corte a' tempi de' Normanni, unendosi ora questi Tribunali, ne venne anche egli ad esser capo di questo altresì. Quindi è, che tutte le provvisioni ed ordini, che dal Tribunale della Gran Corte della Vicaria si spediscono, tanto per Napoli, quanto per tutto il Regno, sotto il titolo di gran Giustiziere vengono pubblicate[399].
Da ciò nacque ancora, che dandosi al solo gran Giustiziere la soprantendenza di queste due Corti[400], siccome poteva egli crear il Luogotenente, e Reggente per regger la sua Gran Corte, così ancora deputava egli quello stesso per Reggente della Corte della Vicaria: unendo queste due dignità ed uffici in una sola persona che vi destinava, de' quali Reggenti, insino ai suoi tempi, Niccolò Toppi tessè lungo catalogo.
E quindi avvenne ancora, che volendo la Regina Giovanna II riformare e ristabilire i riti ed osservanze di quelle, trovando ne' suoi tempi, che scambievolmente comunicavansi infra d'esse tutta la loro autorità e cognizione, con una sola determinazione providde al ristabilimento e buono governo ed amministrazione delle medesime.
Ed è da notare, che quantunque i riti, che questa Regina ordinò, fossero stabiliti per lo miglior governo ed amministrazione di questo Tribunale, componendosi di due Corti, perciò viene da lei nominato ora con singolar nome di sua Corte o Gran Corte di Vicaria, ed ora di Corti in plurale. Così nel proemio disse: In nostris Magnae et Vicariae Curiis. E nel primo rito: In praedictis nostris Magnae, et Vicariae Curiis, et qualibet ipsarum. Ed altrove Judices ipsarum Curiarum.[401] Ed è notabile ancora, che questa Regina ne' privilegi che spedì a' Napoletani nell'anno 1420 che son registrati tra' riti suddetti[402], volendo che di quelli potessero valersi in tutte le Corti di Napoli, disse: Tam scilicet Magna Curia Domini Magistri Justitiarii Regni Siciliae, seu ejus Locumtenentis; ac Regentis Curiam Vicariae; quam Capitaneorum, vel aliorum habentium merum, et mixtum Imperium etc. volendo denotare componersi questo Tribunale di due Corti, di quella del M. Giustiziere e dell'altra della Vicaria. E la Regina Isabella creata Vicaria dal Re Renato suo marito, drizzando, come si disse, nell'anno 1436 una sua lettera, che pur leggiamo tra quei riti[403] agli Ufficiali di questo Tribunale, pur disse: Raymondo de Ursinis etc. Magistro Justitiario Regni Siciliae, et ejus Locumtenenti: Nec non Regenti Magnam Curiam nostrae Vicariae.
Donde si convince l'errore d'alcuni, e fra gli altri del Reggente Petra[404], i quali leggendo ne' riti della Gran Corte della Vicaria fatti compilare dalla Regina Giovanna II chiamarsi questo Tribunale ora in dual numero, ed ora in singulare, si diedero a credere, che nel tempo, che questa Regina ordinò la Compilazione, erano queste Corti separate; quando poi fu quella ridotta a fine, erano già unite; onde perciò nei primi riti si nominano in dual numero, e negli ultimi in singulare. Ciò che sarebbe far gran torto alla diligenza, ed accortezza di que' Giureconsulti, de' quali si valse la Regina per quella compilazione, i quali raccolti ed ordinati che l'ebbero, gli diedero fuori tutti insieme in un volume; e sarebbe stata grande loro trascuraggine, se nel principio avesser separate queste Corti, e nel fine l'avesser congiunte. Oltre che non meno la Regina Giovanna II nel privilegio conceduto a' Napoletani, spedito negli ultimi anni del suo Regno, e posto nel fine di que' riti, che la Regina Isabella, che visse dopo Giovanna, separò queste due Corti nel tempo, che il Reggente Petra le vuole unite, drizzando quella sua carta non meno al gran Giustiziere e suo Luogotenente, che al Reggente della Vicaria. Erano adunque queste Corti separate in se medesime, ma congiunte insieme a questi tempi, facendo un solo Tribunale, di due Corti composto.
Nel Regno poi d'Alfonso I si tolse affatto così nelle scritture, come nel parlare ogni vestigio di divisione, e l'unione si rese perfetta, onde da poi non si nominò più in numero di più, ma fu riputato un solo Tribunale; e poichè era composto di due Corti, fu chiamato perciò con un sol nome, Tribunale della Gran Corte della Vicaria.
CAPITOLO VII. Carlo Principe di Salerno governa il Regno come Vicario, mentre il padre è in Roma, e va poi a battersi in Bordeos con Pietro Re d'Aragona.
Il Re d'Aragona, ancorchè fosse certo, che le sue preghiere al Pontefice Martino niente doveano giovargli, essendo il Papa alle preghiere di Carlo già risoluto di dare a costui ogni aiuto per la ricuperazione dell'isola; nulladimanco perchè Carlo non fosse solo a querelarsi col Papa, e potesse, con frapporre qualche trattato di pace divertire la guerra, mandò a Roma suoi Ambasciadori ad iscusarsi con Martino e col collegio de' Cardinali, ponendo loro in considerazione, che volendo ricovrare quel Regno dovuto alla moglie ed a' suoi figliuoli, non avea potuto con aperte forze levarlo di mano a Carlo, ch'era il più potente Re dei Cristiani; e però avendo veduto, che quelli dell'isola, disperati per gli atrocissimi portamenti de' Franzesi, erano stati sforzati di fare quella uccisione, avea voluto pigliare quella occasione, e cercare di salvar insieme la vita a' Siciliani e racquistare alla moglie il perduto Regno: e che conveniva alla Santità del Papa ed al decoro di quel sacro Collegio di spogliarsi d'ogni passione e giudicare quel che ne fosse di giustizia: che se si fosse sentenziato per lui, avrebbe egli così ben pagato il censo alla Chiesa romana, e sarebbe stato così buon feudatario di quella, com'era stato Re Carlo, e quando, udite prima le sue ragioni, fosse sentenziato contra di lui, egli avrebbe lasciata la possessione dell'isola in man della Chiesa.
Ma furono ben tosto conosciuti, e dal Papa e da Carlo questi artificii di Pietro, onde ne furono rimandati gli Ambasciadori, non riportando altro da Roma, se non che il Papa avea conosciuto, che queste erano parole per divertire la guerra, e che era risolutissimo di dar ogni aiuto e favor possibile al Re Carlo, il quale senza dubbio alla nuova campagna verrebbe sopra l'isola con grandissimo apparato per mare e per terra.
Allora fu, che Re Pietro lasciate ordinate alcune cose in Sicilia, come fu consigliato da Ruggiero di Loria e da Giovanni di Procida, passò in Aragona per provvedere di mandare in Sicilia nuovi soccorsi. Gli Aragonesi, che prima aveano avuta a male quella impresa, come pigliata senza volontà e consenso dei Popoli, e con ciò d'esser altresì rotte e violate l'ordinanze e privilegi di quel Regno; nulladimanco vedendola succeduta prospera, e guadagnato un Regno, nel quale, da poi, molti del Regno di Aragona e di Valenza ebbero Stati e Signorie, cominciarono a pensare d'aiutare il Re quanto potevano, e nel Consiglio gli persuasero, che cercasse in ogni modo di placar il Papa; onde l'indussero a mandare di nuovo Gismondo di Luna per Ambasciadore, il quale avesse d'assistere a Roma, e pregar uno per uno i Cardinali, che vedessero d'addolcir l'animo del Papa. Ma ecco, che ciocchè Re Pietro con tanto studio non avea potuto per innanzi ottenere, fortunatamente gli avvenne; poichè mentre il suo Ambasciadore va per Roma, è incontrato da Carlo, il quale subito che 'l vide, come era impaziente e soggetto all'ira, gli disse: che il Re Pietro avea proceduto villanamente e da traditore, con avergli, essendogli cugino, occupato il Regno suo, nel qual Manfredi non era stato mai Re legittimo, ma occupatore e Tiranno; e ch'egli sarebbe per sostenerlo in battaglia a corpo a corpo, o con alcuna compagnia di soldati. Gismondo, ch'era persona accorta, rispose, ch'egli era venuto per trattar altro, e non per disputare se 'l Re avea fatto bene o male, ancora che fosse certo, che avea fatto ottimamente, ma ch'egli avrebbegli scritto, e che sarebbe venuta da lui risposta, quale si conveniva al grado, al sangue, ed al voler di tal Re; nè indugiò molto a scriver al suo Re quel ch'era passato. Re Pietro gli rescrisse subito, che accettasse per lui il duello e che offerisse al Papa, che per evitare tanto spargimento di sangue di Cristiani, e' si contentava non solo combattere quella querela, ma con esso ancora il dominio di tutta l'isola.
Alcuni scrissero, che Carlo per la fiducia, ch'avea nella persona sua ed in molti altri Cavalieri del suo esercito, si fosse rallegrato di questa offerta di Pietro, e che con assenso del Papa si cominciò a trattare del modo, che aveano da tenere per combattere, nel che i due Re convennero di scieglier ciascuno dodici Cavalieri per regolare il tempo, il luogo e le condizioni del combattimento. Questi essendosi ragunati formarono alcuni articoli, che furono ratificati da' due Re. Fu in quelli determinato, che si sarebbero battuti a Bordeos città della Guascogna, ch'era allora sotto il dominio del Re d'Inghilterra: la giornata fu stabilita, per lo dì primo giugno 1283 nel quale s'avessero da presentare in quella città ciascuno accompagnato da cento Cavalieri.
Negli atti d'Inghilterra ultimamente fatti imprimere dalla Regina Anna[405], si leggono questi articoli, e come quelli che non eran pubblici, nè se non per questa edizione si sono esposti alla luce del Mondo, sono stati cagione d'alcuni abbagli a' migliori Istorici, con gran pregiudizio della riputazione del Re d'Aragona; poichè credettero, che nella formazione de' medesimi v'avesse avuto anche parte il Re d'Inghilterra, il quale come ugualmente parente d'ambedue questi Re, avesse loro assicurato il campo, e che perciò non poteva scusarsi Re Pietro d'aver avuto timore di comparire in pubblico, come fece in secreto; imperocchè da questi articoli e da alcune lettere dello stesso Re d'Inghilterra si convince, che tanto fu lontano, che v'avesse avuta egli parte ed avesse egli assicurato il campo, che più tosto egli fece ogni sforzo per disturbare il combattimento. Gli articoli furono accordati solamente da' Cavalieri eletti da ambedue i Re, ed alcuni anche scrissero, che nemmeno il Papa vi assentisse.
(Nel Codice Diplomatico di Lunig[406], si legge il Diploma del Re Pietro, nel quale s'inseriscono le Capitolazioni accordate inforno al duello col Re Carlo nella città di Bordeos in Guascogna, firmato da' suoi Cavalieri. Siccome alla pagina 1015 si legge un consimile Diploma spedito dal Re Carlo, dove promette di comparire nel luogo stabilito del duello, firmato parimente da' suoi Cavalieri. E che il Papa facesse ogni sforzo per impedirlo, è manifesto da due Brevi di Martino IV che rapporta il cit. Lunig, uno alla pag. 1014 dove inibisce al Re Carlo il duello concertato col Re Pietro; l'altro alla pag. 1022 drizzato ad Odoardo I Re d'Inghilterra, nel quale esorta quel Re ad usar ogni studio per impedire, che siegua ne' suoi Stati).
Gli articoli, come si legge in quegli atti, furono i seguenti:
I Che il combattimento si farà a Bordeos, nel luogo, che il Re d'Inghilterra giudicherà più convenevole, il qual luogo sarà circondato di barriera. II Che gli due Re si presenteranno avanti il Re d'Inghilterra per far questo combattimento il dì primo giugno 1283. III Che se il Re d'Inghilterra non potrà trovarsi in persona a Bordeos, li due Re saranno tenuti di presentarsi avanti colui, che il medesimo Re avrà deputato per ricever la loro presentazione in suo luogo. IV Che se il Re d'Inghilterra non si trovasse in persona nel medesimo luogo, nè inviasse alcuno in sua vece, i due Re siano tenuti di presentarsi avanti colui, che comanda a Bordeos per lui. V Egli è stato ancora convenuto, che il detto combattimento non si farà avanti a chi che sia delle genti del Re d'Inghilterra, a meno che il detto Re non vi si trovasse attualmente presente in persona: salvo a' due Re di convenire tra di loro, per un consenso reciproco, di fare il detto combattimento di questa maniera, cioè a dire in assenza d'Odoardo. VI Che se il Re d'Inghilterra non si trovasse di persona nel luogo e nel tempo accennato, gli due Re siano tenuti di aspettarlo trenta giorni. VII Affinchè si possa in tutte le maniere proccurar la presenza del Re d'Inghilterra, li due Re promettono e giurano di fare il lor possibile di buona fede e senza frode, per ottenere dal detto Re, che si trovi al luogo notato, ed al giorno detto, e di fare in maniera che le loro lettere gli sian rese. Dopo alcuni altri articoli, che riguardano la tregua e le sicurezze, che li due Re si danno reciprocamente, egli è convenuto. VIII Che quegli de' due Re che mancherà di trovarsi nel luogo e giorno suddetto, sia riputato vinto, e spergiuro, falso, infedele, traditore, che non possa giammai attribuirsi nè il nome di Re, nè gli onori dovuti a questo grado; ch'egli resti per sempre privato e spogliato del nome di Re e dell'onor regale, e sia incapace di ogni impiego e dignità, come vinto, spergiuro, falso, infedele, traditore ed infame eternamente.
Accordati questi Articoli, ambedue i Re s'affrettarono di dar provvedimenti a' loro Reami, perchè, dovendo intraprendere sì lungo viaggio, ed esporsi ad una sì pericolosa azione, la loro assenza o mancanza ad essi non nocesse. Re Pietro raccomandò a' Siciliani l'ubbidienza, che doveano prestare alla Regina Costanza: diede allora il titolo di Vicerè di quell'isola a Guglielmo Calzerano: creò Giovanni di Procida Gran Cancelliere: diede l'Ufficio di Gran Giustiziere ad Alaimo di Lentino, ed a molti altri benignamente fece grazie, e concedè molti privilegi; e volle che tutti giurassero per legittimo successore ed erede, e futuro Re D. Giacomo; il che fu fatto con magnifica pompa e buona volontà di tutti.
Dall'altra parte il Re Carlo lasciò nel Regno per suo Vicario il Principe di Salerno, e gli diede buoni Consiglieri, che assistendolo l'avessero da governare; stabilendo, come fu detto, un nuovo Consiglio, che fu chiamato la Corte del Vicario; ed affrettandosi più del suo Competitore, tolta che ebbe la benedizione dal Papa, marciò con le sue genti, e si presentò nel giorno destinato con li cento suoi Cavalieri al campo avanti Bordeos; e cavalcando per lo campo aspettò fino al tramontar del Sole, facendo spesso dal suo Araldo chiamare il Re Pietro; ma questi non comparendo, alcuni rapportano, che Carlo si portasse avanti il Siniscalco del Re d'Inghilterra, che comandava la città di Bordeos, e 'l richiedesse, ch'avesse da far fede di quello, ch'era passato: e che avendo novella, che il Re d'Aragona era ancora lontano, si ritirasse lo stesso giorno.
Re Pietro dall'altro canto, dappoichè s'ebbe eletti i suoi cento Cavalieri, lor comandò, che s'avviasser subito verso Guascogna, ed egli mandò avanti Giliberto Gruiglias per intendere se 'l Re d'Inghilterra era arrivato a Bordeos, o se ci era suo Luogotenente, che avesse assicurato il campo; ed egli con poco intervallo gli andò appresso con tre altri Cavalieri valorosi: ma scorgendo, che niuno era che assicurava il campo, narrasi, che si fosse travestito e nascosto dentro la città di Bordeos sotto nome d'un de' Signori della sua Corte, e che da poi, che Re Carlo fu partito, la stessa sera andasse a presentarsi al Siniscalco di Guienna, facesse atto della sua presentazione, e gli lasciasse le sue arme in testimonianza: e che dopo ciò avesse ripigliato frettolosamente il cammino verso i suoi Stati temendo l'insidie e gli aguati che Re Carlo susurravasi avergli preparati.
Questa condotta ha dato luogo agli Istorici franzesi di accusarlo di poltroneria, e di non aver avuto animo di misurarsi col suo nemico. Ma l'error nacque dall'avere tutti gli Istorici, così franzesi ed italiani, come spagnuoli, creduto costantemente, che Odoardo avesse assicurato il campo a' due Re, ingannati per essersi presentato Re Carlo a Bordeos co' suoi cento Cavalieri; imperciocchè non hanno potuto comprendere, come questo Principe fosse venuto colla sua truppa pronto a combattere, e si fosse trattenuto a Bordeos dal levar del Sole fino alla sera del giorno appuntato, se egli non avesse creduto d'essersi assicurato il campo e di combattere.
Ma negli atti d'Inghilterra ultimamente dati alle stampe, si legge al foglio 239 una lettera di Odoardo a Carlo, per la quale gli fa sapere, che quando egli potesse guadagnar i due Regni di Aragona e di Sicilia, non verrebbe ad assicurar il campo a' due Re; nè permetter che questo duello si facesse in alcun luogo del suo dominio, nè in alcun altro dove fosse in suo potere l'impedirlo. In un'altra lettera, ch'egli scrisse al Principe di Salerno (pag. 240) gli dice, che era ben lungi dal vero di aver accordato a suo padre ciò che gli avea dimandato intorno a questo combattimento, anzi egli l'avea rifiutato tutt'oltre (tout outre) questo è il termine di cui egli si serve; perchè queste lettere sono in franzese.
Egli dunque non vi è luogo di credere, che Odoardo abbia autorizzato questo combattimento, nè per la sua presenza, nè con inviarvi alcuno, che avesse rappresentata la sua persona, nè in dando salvocondotto a' due Re, nè in fine con far loro preparare il luogo; e nientedimeno gli Istorici lo suppongono come certo, quando dicono che Carlo venne a Bordeos, ch'entrò nel campo, e che vi si trattenne dal levare fino al tramontar del Sole, senza veder comparire il suo nemico.
Quel che abbiamo di certo è, che Carlo venne effettivamente a Bordeos il giorno appuntato: ch'egli vi si trattenne fino verso la sera, e che avendo novella, che il Re d'Aragona era ancora lontano, si ritirò lo stesso giorno. Ma appena fu egli partito, che Pietro, il qual era nella città travestito sotto nome d'un de' Signori della sua Corte, andò a presentarsi al Siniscalco di Guienna, fece atto della sua presentazione, e gli lasciò le sue armi in testimonianza: fatto questo si ritirò in diligenza verso i suoi Stati. Se si considera il tenor degli articoli aggiustati tra' due Re, questa condotta non potrà accusarsi di poltroneria; poichè la presentazione di questi Principi avanti il Siniscalco di Guienna non era, che per soddisfare al quarto articolo, e non per battersi; perchè per lo quinto, non dovea esservi punto di combattimento, se il Re d'Inghilterra non vi era presente, e che per le lettere di Odoardo qui sopra rapportate, non vi era cosa più lontana dall'intenzione di questo Principe, che l'assistere a questo combattimento. Che voglia accusarsi il Re d'Aragona di aver avuta paura, non è da dubitare; ma la paura ch'egli avea non era di battersi contro il suo nemico; poichè per le loro convenzioni non era a ciò obbligato, se non in presenza del Re d'Inghilterra, dopo avergli assicurato il campo. Che dunque ha egli temuto? Gl'Istorici franzesi, che per altro sono stati ben attenti di trovare una occasione d'avvilir questo Principe nemico della Casa di Francia, non si sono curati di spiegare il soggetto del suo timore; ma gli Siciliani ed i Napoletani l'hanno fatto in dicendo, ch'egli era informato non solamente, che Carlo avea portati i suoi cento Cavalieri con lui in Bordeos, ma ch'egli aveva, altri dicono 3000 altri 5000 cavalli una giornata distanti da quella città; ed alcuni anche aggiungono, che il Re di Francia suo nipote era alla loro testa. Ciò che Mezeray non ha potuto interamente dissimulare, quando egli dice, che Pietro si ritirò, fingendo di aver paura di qualche sorpresa dalla parte del Re di Francia; perchè se il Re di Francia non avesse avute truppe vicino Bordeos, come Pietro, trovandosi ne' Stati del Re d'Inghilterra, avrebbe potuto fingere d'aver paura di qualche sorpresa del Re di Francia?
Si devono adunque esaminar due cose per giustificazione del Re d'Aragona: la prima, se egli ha eseguite le convenzioni; e di ciò non si può dubitare dopo aver letti gli articoli di sopra rapportati: la seconda, se ha avuto soggetto di diffidarsi di Carlo e del Re di Francia. Quanto al primo di questi Principi, gli Istorici di Napoli e di Sicilia dicono, ch'egli si era vantato pubblicamente di fare assassinare il Re d'Aragona, ciò che bastava per dare un giusto soggetto di timore a quest'ultimo, che si trovava in un paese lontano da' suoi Stati, vicino a quelli del Re di Francia, e senza salvacondotto del Re d'Inghilterra nè alcun'altra sicurezza, che la parola d'un nemico; sopra la buona fede del quale egli non poteva appoggiarsi, perchè si era vantato di farlo assassinare. Quanto al Re di Francia, gl'Italiani assicurano che avea un corpo di 5000 o di 3000 cavalli a una giornata di là. Mezeray e gli altri Istorici franzesi, che non hanno potuto ignorare ciò che gl'Italiani han detto, non lo negano, e si contentano di non parlarne; di maniera che egli è altrettanto dubbio, che la cosa sia vera, quanto è dubbio che sia falsa. In somma quando anche Re Pietro fosse stato preso da un timor mal fondato di qualche sorpresa del Re di Francia, non meritava perciò quelle accuse e quegli scherni, che han fatto i Franzesi su la sua condotta.
Dall'altra parte alcuni Istorici spagnuoli furono soverchio millantatori, e fra gli altri Garibay, il quale senza dubbio non sapeva le convenzioni passate tra' due Re; e pure fu così ardito, che scrisse, che il Re di Aragona si presentò a Bordeos, e che se ne ritornò perchè Carlo non vi si trovò: Despues que el Rey D. Pedro se apoderò del Reyno de Sicilia, viviò cinco annos, y dando orden en las cosas del nuevo Reyno, tornò à Espanna, y tuvò rieptos y desafios con el Rey Carlos, y disfrazado passò por la Provincia de Guipuscoa, para la Ciudad de Burdeos, que por ser en esto tiempo de Ingleses era el lugar de la batalla, a la qual por no acudir el Rey Carlos, tornò el Rey D. Pedro en Aragon, y Catalunna.
Non è da tralasciare quel, che tra queste diversità d'opinioni credette il Costanzo nostro gravissimo Scrittore[407], aiutato ancora da un'annotazione antica scritta a mano, che dice aver trovato: cioè che Re Pietro, il qual confidò sempre più nella forza, non ebbe mai volontà d'esporre un Regno a quel cimento, e che dopo la giornata, ragionando di questo fatto si fosse dichiarato, dicendo, ch'egli intrigò con tante condizioni e patti quel combattimento, per far perdere al Re Carlo una stagione, ed egli aver tempo di più fortificarsi, e far pigliar fiato a' Regni suoi; anzi si facea beffe di Carlo, che avesse creduto, ch'egli voleva avventurare il Regno di Sicilia, che già era suo, senza volere, che Carlo avesse da promettere di perdere all'incontro il Regno di Puglia, quando succedesse, che restasse vinto.
In fatti risoluto a questo modo il combattimento, Papa Martino ben s'avvide d'essere stato il Re Carlo beffato, e che Re Pietro avea evitata la guerra; onde pieno di stizza lo scomunicò con tutti i suoi Ministri ed aderenti. Scomunicò ancora, e di nuovo interdisse i Siciliani, dichiarandogli ribelli di S. Chiesa con tutti quelli, che gli favorivano in secreto, o in palese: lo privò e depose del Regno d'Aragona e di Valenza, scomunicando ancora chi l'ubbidisse, o chiamasse Re; e concedè questi Regni a Carlo di Valois, figliuolo secondogenito di Filippo III Re di Francia[408]; mandando il Cardinal di S. Cecilia Legato Appostolico in Francia, con l'investitura di questi due Regni, ed a trattare col Re, ch'avesse da movere un potente esercito in Aragona, per discacciar Pietro dalla possessione di que' Regni. Fu ricevuto il Legato in Francia con grand'onore, e tosto si pose a predicar la Crociata, ed a conceder indulgenze a ciascuno, che prendesse l'armi contro Re Pietro, e non tardò il Re di Francia poner in punto un grandissimo esercito, col quale andò a quell'impresa. E Carlo dall'altra parte tornato da Guascogna in Provenza, glorioso per aver cavalcato il campo, ma deriso d'aver perduto il tempo, si mosse da Marsiglia con 60 galee e molte navi, e navigò di Provenza verso Napoli, con intenzione d'unirsi con l'altre galee ch'erano nel Regno, e passar in Sicilia innanzi l'Autunno.
Re Pietro all'incontro tornato in Aragona mandava tutto giorno validi soccorsi in Sicilia di navi e genti a Ruggiero di Loria suo Ammiraglio; e poco curando delle maledizioni e deposizioni del Papa, per ischerzo si faceva chiamare: Pietro d'Aragona, padre di due Re, e Signore del mare.
CAPITOLO VIII. Prigionia del Principe di Salerno, e morte del Re Carlo suo padre.
Mentre queste cose si trattavano in Francia, Ruggiero di Loria avendo inteso, che Guglielmo Carnuto provenzale, era passato con ventidue galee per soccorrere e munire il castello di Malta, che si tenea per Carlo, uscì dal Porto di Messina con diciotto galee, ed andò per trovarlo, e giunse a tempo, ch'avea messo nel castello genti fresche e vettovaglie, e stava con le galee nel porto di Malta. Mandò Ruggiero una fregata con un trombetta, che richiedesse il Capitano franzese a rendersi, o veramente apparecchiarsi alla battaglia: il Provenzale, che da sè era orgoglioso, ed avea avuta certezza, che l'armata nemica era inferiore di numero di galee, uscì dal Porto, ed attaccò la battaglia; ma alla fine dopo molto spargimento di sangue restò egli rotto e morto, e delle sue galee se ne salvarono sol dodici fuggendo verso Napoli: le diece altre furon prese, e condotte da Ruggiero a Messina con grand'allegrezza di tutta l'isola. I Maltesi si resero, e Ruggiero lasciò alla guardia di quell'isola Manfredi Lancia suo Capitano[409].
Ma non contento Ruggiero di questa vittoria, avendo già conceputo nell'animo l'altre gran cose che poi fece, poste in ordine quante galee erano per tutta l'isola, con grandissima celerità andò verso Napoli, acciocchè offerendosi qualche altra occasione avesse potuto far alcuna altra notabile impresa; il che gli successe felicemente, perchè avendo trascorse le marine di Calabria con quarantacinque galee, se ne venne a Castellamare di Stabia, donde rinfrescata l'armata passò verso Napoli nel medesimo mese di giugno dello stesso anno 1283 e con quell'ordine, che si suol andare per combattere, appressato alle mura di Napoli cominciò a far tirare saette ed altri istromenti bellici, che s'usavano a quel tempo dentro la città: onde tutto il Popolo si pose in arme, credendosi che Ruggiero volesse dar l'assalto alla città; ma perchè l'intenzion di Ruggiero non era di far altro effetto, che d'allettare e tirare le galee, ch'eran nel Porto di Napoli alla battaglia, dappoichè ebbero i Siciliani con parole ingiuriose provocati i Napoletani, che stavano su le mura, e quelli ch'erano al porto su le galee, si mosse egli colle sue costeggiando la riviera di Resina e della Torre del Greco, e l'altra riviera verso Occidente di Chiaja e di Posilipo, bruciando e guastando quelle ville e que' luoghi ameni, che vi erano.
Il Principe di Salerno lasciato dal padre Vicario del Regno, non potendo soffrire tanta indegnità di vedere, che su gli occhi suoi i nemici avessero tanto ardire, fece ponere in ordine subito le galee, delle quali era allor Capitano Generale Giacomo di Brusone franzese, e vi s'imbarcò con animo d'andar a combattere. Gerardo Cardinal di Parma Legato Appostolico, che si trovava in Napoli, esclamava, che non uscisse il Principe, nè s'arrischiasse l'armata a combattere; ma egli non potendo soffrire il fasto di Ruggiero, volle in tutti i modi imbarcarsi. Non solo i Franzesi veterani e gli altri stipendiari del Re s'imbarcarono con lui, ma non restò nella città uomo nobile, o cittadino onorato atto a maneggiar l'arme, che non andasse con lui con grandissimo animo: e poichè l'armata fu allontanata poche miglia dal porto di Napoli, Ruggiero di Loria, tosto che la vide, fece vela con le sue galee mostrando di voler fuggire, ma con intenzione di tirarsi dietro l'armata nemica tanto in alto, che non avesse potuto poi evitare di non venir a battaglia. Il Principe allegro, credendosi, che fosse vera fuga, e tutti i soldati delle sue galee, e massime quelli, ch'aveano poca esperienza nell'armi, con grandissime grida si diedero a seguire, sperando vittoria certa; ma poichè furon allontanate per molte miglia da terra ferma, Ruggiero fece fermare le sue galee, e dopo averle una per una visitate, animando i suoi fece girar le prode verso i nemici, che già s'avvicinavano, e con grandissimo impeto andò ad incontrargli. Fu con grandissima forza dell'una parte e dell'altra attaccata la zuffa; ma poichè la battaglia fu durata un gran pezzo, tanto stretta, che appena si potea conoscere una galea dall'altra, al fine avendo i Cavalieri delle galee del Principe adoperate tutte le forze, vinti dal caldo e dalla stanchezza, cominciarono a cedere; ma la galea capitana dove trovavasi il Principe fu l'ultima, perchè ancora che fosse in luogo, nel quale non poteva agevolmente disbrigarsi, ed uscire dalla battaglia, come fecero molte altre, che si salvarono ritirandosi verso Napoli, fece grandissima resistenza, perchè in essa si trovava il fiore de' combattenti, deliberati più tosto morire, che voler cedere, e vedere prigione il Principe loro. Ma Ruggiero per uscire d'impaccio fece buttare dentro mare molti Calafati ed altri Marinari con vergare, ed altri istromenti, i quali subito perforarono in molti luoghi la galea del Principe, in modo che si venne ad empire tanto d'acqua che per non andar a fondo, il Principe e gli altri, che se n'accorsero, si resero a Ruggiero, che gli confortava a rendersi; e Ruggiero porse la mano al Principe sollecitandolo, che passasse presto alla galea sua. Restarono insieme col Principe prigioni il Brusone Generale dell'armata, Guglielmo Stendardo e molti altri Signori italiani e franzesi, che andavano sopra dieci galee che parimente si resero[410].
Questa rotta sbigottì grandemente i Napoletani, poichè videro Ruggiero quasi trionfante tornar avanti le mura della città, ed invitare il Popolo napoletano a far novità. E già la plebe avea cominciato a tumultuare, ed a gridare, muoia Re Carlo, e viva Ruggiero di Loria. E narra il Costanzo, che se i Nobili, i vecchi ed i più riputati Cittadini, che pigliarono a guardare le porte della città ed a frenare quell'impeto, non riparavano, sarebbe occorso qualche gran disordine. Ripressa adunque la plebe, e quietata la città, Ruggiero si ritirò all'isola di Capri: ed ottenne dal Principe, che Beatrice ultima figliuola del Re Manfredi, la quale era stata prigione quindici anni nel castello dell'Uovo con la madre e co' fratelli, i quali allora si trovaron morti, fosse liberata, e se ne ritornò in Sicilia; e con grandissimo fasto, e grand'allegrezza di tutti i Siciliani, presentò alla Regina Costanza la sorella libera, ed il Principe prigione, il quale con tutti gli altri principali prigioni fu posto nel Castello di Mattagrifone in Messina.
I Siciliani volevano servirsi del Principe, come rappresaglia per Corradino, e convocati i Sindici delle terre di tutta l'isola giudicarono, che se gli dovesse mozzar il capo, siccome Carlo avea fatto di Corradino, e mandarono alla Regina Costanza, che ne prendesse in cotal guisa vendetta. Ma questa grande, e magnanima Reina detestando tal crudeltà, fece loro intendere, che in cosa di tanta importanza, quanto era la morte del Principe, non era di farne determinazione alcuna, senza la volontà del Re Pietro suo marito, che si trovava in Aragona; onde per levarlo dal loro cospetto, e conservarlo vivo, lo mandò prigione in Aragona a Re Pietro, ove stette più anni custodito in stretta prigione. Questa illustre azione, siccome fu celebrata per tutti i secoli per magnanima e generosa, così rese più detestabile l'infamia del Re Carlo, perchè la pietà e la clemenza trovò più luogo in un petto debole ed infermo d'una donna, che nell'animo virile di quel Re, infamato perciò per tutti i secoli, e da tutti i Scrittori.
Intanto quasi due dì dopo la battaglia, il Re Carlo che veniva da Marsiglia, giunge a Gaeta, dove con infinito suo dolore ebbe novella della rotta, e prigionia di suo figliuolo, e del tumulto accaduto a Napoli. Ne scrisse immantinente al Papa, chiedendogli a tanta avversità conforto e soccorso di danari[411]; e adirato contro i Napoletani si portò subito a questa città, ed avuto in mano i Capi del tumulto al numero di 150 de' più incolpati, gli fece impiccare, condonando il resto a' Nobili e Cittadini principali, che avevano guardata la città. Ed essendo il principio di luglio, volendo passar in Messina per l'impresa di Sicilia, spedì 75 galee, che passassero il Faro, e girassero a Brindisi ad unirsi con l'altre galee, ch'erano armate nel mare Adriatico. Ed egli per terra andò in Calabria ad assediar Reggio, ch'era in potere degli Aragonesi; ma riuscitagli anche vana quest'impresa, ritornò in Puglia, tutto occupandosi a fornire di numerose Navi la sua armata per l'impresa di Sicilia.
Ma Re Pietro intanto era da Aragona passato in Messina per difesa di quell'isola, e conoscendo, che il Papa era implacabilmente adirato con lui, ma che per la rotta e prigionia del Principe, dissimulando l'odio, avea mandato due Cardinali in Sicilia a trattare la libertà del Principe, e la pace, volle deluderlo con la medesima arte: poichè dopo aver ricevuti i Cardinali con onor grandissimo, diede loro tanta speranza di pace onorata per Re Carlo, che quelli mandarono a dirgli, che non si movesse, e con questa speranza, da poi che Carlo ebbe perduta un'altra stagione, con molta destrezza e prudenza uscì dal trattato di pace, onde i Cardinali ingannati e delusi, dopo avere di nuovo maledetto, e riscomunicato Re Pietro ed i Siciliani, si partirono e tornarono al Papa.
Carlo vedendosi beffatto, si risolse a mezzo decembre di porre in ordine l'armata per ricuperare la libertà del figliuolo ed il perduto Regno; ma mentre egli da Napoli parte per andare a Brindisi a poner in punto l'armata, ecco che nel cammino infermossi a Foggia; dove, essendo giunta l'ora sua fatale, oppresso da malinconia per le tante avversità accadutegli, trapassò nel mese di gennaio del nuovo anno 1285. Teodorico de Niem[412], che fiorì nel Regno di Carlo III di Durazzo e del Re Ladislao, narrando la morte di questo Principe, scrisse, che fu tanta l'oppressione e malinconia del suo animo, che una notte vinto da disperazione da se stesso con un laccio si strangolò. Il suo corpo fu condotto a Napoli, e seppellito nella maggior chiesa con pompa reale, dove ancor oggi s'addita il suo tumulo.
CAPITOLO IX. Delle nuove leggi introdotte da Carlo I e dagli altri Re angioini suoi successori, che chiamiamo Capitoli del Regno.
Lasciò a noi questo Principe, oltre delle tante altre sue memorie, onde illustrò questo Regno, e molto più la città di Napoli, nuove leggi, che all'uso di Francia non Costituzioni, ma Capitolari, ovvero Capitoli del Regno furon chiamati. Per la famosa Accademia istituita da Federico II in Napoli, e poi da Carlo I arricchita di maggiori privilegi, le Pandette e gli altri libri di Giustiniano avevan invogliati i nostri Professori a studiargli in guisa, che non pure i Dottori, che in que' tempi si chiamavano Maestri, quivi l'insegnavano, ma anche gli Avvocati nel Foro pubblicamente gli allegavano per le decisioni delle cause. E quando quelle leggi non s'opponevano alle longobarde, o alle Costituzioni de' Re normanni e di Federico promulgate da poi, ovvero alle approvate consuetudini del Regno, aveano acquistata tanta forza ed autorità presso i Giudici, che secondo i lor dettami decidevano le cause; non già che vi fosse stata legge scritta, che lo comandasse, ma tratto tratto cominciarono coll'uso ad acquistar forza e vigor di legge, prima per la forza della ragione, da poi per connivenza de' nostri Principi, i quali giacchè volevano, che pubblicamente si leggessero nelle loro Accademie, e che i Giureconsulti gl'illustrassero con commentarii, doveano in conseguenza ancor commendare che s'osservassero nel Foro; e finalmente per le Costituzioni di Federico II il quale dell'autorità delle medesime spesso valevasi, anzi espressamente in più sue Costituzioni[413], comandò la di loro osservanza, purchè alle Longobarde, alle Costituzioni del Regno e Consuetudini non s'opponessero. Ed in progresso di tempo la loro forza ed autorità s'estese tanto, che finalmente vinse, e mandò in disusanza le leggi Longobarde. Ecco ciò, che sopra questo soggetto ne scrisse Marino di Caramanico, che fiorì a questi tempi[414]; Licet vero Regnum desierit subesse Imperio, tamen jura Romana in Regno per annos plurimos, convenientia Regum, qui fuerunt pro tempore, servata diutius consensu tacito remanserunt, ac imo expressim servantur, et corroborantur in Compilatione Constitutionum istarum, ubi neque Constitutiones hae, seu approbatae Regni Consuetudines non obsistunt.
Non è però, che in questi tempi l'autorità delle leggi Romane fosse stata tanta, che avesse dal Foro discacciate affatto le leggi Longobarde: duravano ancor esse nel Regno di Carlo I siccome durarono ne' Regni de' suoi successori Angioini, ancorchè pian piano andassero in disusanza. In fatti Marino stesso di Caramanico, che fu uno de' maggiori Giureconsulti di questi tempi, e che, come si disse, sotto questo Principe fu nell'anno 1269 Giudice appresso il Capitano di Napoli[415], ci attesta, che queste leggi a' suoi dì ancor s'osservavano: Ad quod concordant Longobardae leges quae in Regno similiter obtinent. Biase di Morcone, che fiorì a' tempi del Re Roberto, tra le sue opere legali, che lasciò, una fu delle differenze tra le leggi romane e longobarde[416], compilata ad imitazione di Andrea da Barletta, per togliere anche a' suoi tempi occasione agl'incauti Avvocati di rimaner confusi, se soverchio invaghiti delle Romane, abbandonando le Longobarde, non cagionasser danno a' loro Clientoli, e ad essi scorno e rossore, se nel Foro rimanessero per l'ignoranza di quelle perditori. Abbiamo ancora una carta[417] rapportata dal Tutini[418], tratta dall'Archivio regale della Zecca, formata in S. Germano nell'entrar, che fece Carlo nel Regno, ove a tenor delle leggi longobarde, che si allegano in quella scrittura, il Monastero di Monte Cassino e suo Abate, cede al Re la pretensione, ch'egli avea di riconoscere anche nelle cause criminali i suoi vassalli. E non pure in Terra di Lavoro, e nelle vicine province d'Apruzzo e del Contado di Molise, queste leggi erano osservate, ma eziandio in quella di Puglia, vedendosi che la compilazione delle Consuetudini di Bari, che dalle leggi Longobarde derivano, fu ne' tempi di Carlo I fatta da que' due Giureconsulti, cioè dal Giudice Andrea di Bari e dal Giudice Sparro, cotanto in pregio tenuto da Carlo, che da Giustiziere di quella provincia lo innalzò ad esser gran Protonotario del Regno. Così ancora nel Principato, in Salerno e nell'altre province osserviamo il medesimo; e se nelle province di Calabria di esse non rimase alcun vestigio, fu perchè lungamente essendo state possedute da' Greci, e poco da' Longobardi, non poterono in quelle mettere sì profonde radici, sicchè avesser potuto avere lunga durata.
Nel Regno adunque di Carlo niente fu mutato intorno all'autorità delle leggi romane e longobarde e non pur queste, ma le Costituzioni di Federico volle inviolabilmente, che si osservassero, quelle, che dall'Imperadore furono promulgate in tempo, che non era stato ancora dal Concilio di Lione privato dell'Imperio e del Regno di Sicilia. Rivocò bensì nell'anno 1271 ed annullò tutte le donazioni, locazioni, concessioni, atti e privilegi conceduti da Federico dopo la sua deposizione, da Corrado, da Manfredi e loro Ufficiali, che non si trovassero da lui confermati, riputandogli Principi intrusi, e tiranni, come quelli, che erano stati privati del Regno dalla Sede Appostolica, la quale n'avea lui investito[419]. Non altrimente di ciò, che fece Giustiniano Imperadore, il quale non tutti gli atti de' Re goti annullò, non quelli di Teodorico, di Atalarico e di Teodato, ma sì bene quegli di Teia, di Totila e di Vitige, i quali avendogli contrastato, e fatta guerra, con opporsi con vigore alla conquista, che intendeva fare d'Italia, furon da lui riputati tiranni, intrusi ed usurpatori.
Carlo adunque dopo avere sconfitto e morto Manfredi, essendosi reso padrone de' Regni di Puglia e di Sicilia, volle con nuove leggi riordinare lo stato di questi Reami, per togliere i disordini, che per le precedute guerre e revoluzioni erano accaduti. Le sue leggi, che Capitoli, ovvero Capitularii si dissero ad imitazione del Regno di Francia, erano drizzate così per l'uno, come per l'altro Reame; onde Capitula Regni Siciliae s'appellarono, non meno che le Costituzioni di Federico; avendone ancora per Sicilia propriamente detta, ordinati alcuni particolari rapportati da Inveges[420]. Ma i Siciliani dopo il famoso Vespro Siciliano, sottrattisi dal giogo de' Franzesi, non conobbero altri Capitoli, che quelli che riceverono da poi da' Re Aragonesi, onde restaron gli altri fatti da Carlo e dagli altri Re Angioini suoi successori, per lo solo Regno di Puglia, detto di Sicilia di qua del Faro; e Carlo Principe di Salerno suo figliuolo, espressamente si dichiara, che i Capitoli da lui stabiliti in tempo del suo Vicariato, erano stati promulgati per lo Regno di Sicilia di qui del Faro, non già per quell'isola.
Il disordine e la confusione, colla quale questi Capitoli furono insieme uniti e mandati poi alle stampe, merita il travaglio, che siamo per soffrire di distinguergli secondo i tempi e le occasioni, nelle quali furono promulgati. Ciocchè era anche necessario farsi per conoscere, onde nascesse tanta varietà, che s'osserva nelle massime, ch'ebbero i nostri Principi Normanni e Svevi nelle loro Costituzioni da quelle, che mostrarono avere questi Principi Angioini ne' loro Capitoli. Poichè riconoscendo Carlo questo Reame dalla Sede Appostolica, come vero Feudo, ed essendosi dichiarato suo uom ligio, ricevè nella investitura quelle dure e gravi condizioni, che sopra si notarono. I Pontefici romani perciò erano tutti accorti, che nel promulgarsi delle nuove leggi, non solo niente si derogasse alla loro pretesa immunità e libertà, ma che tutto si facesse a seconda delle loro massime e dettami; anzi quando lor veniva ben fatto, s'intrigavano ancor essi a stabilirle, come vedremo: perciò si videro nuove leggi contrarie alle Costituzioni di Federico e quindi nacque, che gli Scrittori, che fiorirono a' tempi di questi Re, imbevuti di quelle massime empissero i loro Commentari di dottrine pregiudizialissime alle regalie e preminenze del Re, ed offendessero in tante guise le ragioni dell'Imperio de' nostri Principi. Non dee recar maraviglia il vedere, che essendo Franzesi questi Re, doveano tanto più esser lontani a soffrire tanti oltraggi; poichè la Francia, siccome fu nel precedente libro veduto, a questi tempi era non men gravata, che l'Italia, e la giustizia ecclesiastica in quel Regno avea fatti progressi mirabili, e non prima dell'ordinanza dell'anno 1438 furono le sue intraprese risecate, e ridotte al giusto punto della ragione.
§. I. Capitoli del Re Carlo I.
Tutti gli Scrittori convengono, che il Regno di Carlo non durasse più che diciannove anni e pochi giorni, ma alcuni nostri Professori[421] cominciarono a noverargli dall'anno 1265 con manifesto errore, essendo presso i più appurati Autori costantissimo, che questo Principe a' 6 gennaio, giorno dell'Epifania, dell'anno 1266 fu incoronato Re da Papa Clemente in Roma, e che a' 26 febbraio del medesimo anno fu da lui Manfredi morto, ed occupò il Regno. Altri errarono nell'anno della morte di questo Principe; poichè scrissero che morisse a' 7 gennaio dell'anno 1284. Ciò ch'è falso, essendo egli trapassato in Foggia in gennaio dell'anno seguente 1285. Quindi derivano i tanti errori, che s'osservano nelle vulgate edizioni di questi Capitoli, per non essersi saputo ben fissare gli anni del Regno di questo Principe, come anderemo notando in alcuni.
Moltissimi altri errori s'osservano ancora nel notarsi gli anni del suo Regno di Gerusalemme. Alcuni credettero, che Carlo nell'istesso tempo, che in Roma fu incoronato Re di Sicilia, fosse stato anche intitolato Re di Gerusalemme. Altri, che conobbero quest'errore, ancorchè confessino, che molto tempo da poi per la cessione di Maria, Carlo acquistasse quel titolo, nulladimanco non sono costanti in fissare l'anno, che fu veramente l'anno 1277 come si disse.
Coloro che unirono insieme questi Capitoli nella maniera, che oggi si leggono, non serbarono ordine alcuno nè di tempo, nè di materia; ma alla rinfusa l'affastellarono. Antonio de Nigris[422], che gli commentò, conobbe il disordine, ma non seppe emendarlo, e volle dietro quelli seguire il suo commento, come gli trovò. Dovendosi adunque attendere l'ordine de' tempi, il primo deve riputarsi quello, che fu da Carlo promulgato per la riforma dello Studio generale di Napoli. Fu quello stabilito per mano del famoso Roberto di Bari Protonotario del Regno di Sicilia nel 1266 primo anno del suo Regno in Nocera de' Pagani, detta però de' Cristiani, dove Carlo colla sua moglie Beatrice erasi portato, la quale in questa città morì, e fu sepolta. Fu inserito da Roberto suo nipote ne' suoi Capitoli, sotto il titolo, Privilegium Collegii Neapolitani Studii, dove si legge con questa data Dat. in Castro Nuceriae Christianorum per manus Domini Roberti de Baro, Regni Protontotarii anno 1266. Di questo Capitolo lungamente fu già da noi discorso, parlando dell'Accademia di Napoli ristorata da Carlo.
Nel secondo e terzo anno non se ne leggono; ma seguono da poi alcuni altri Capitoli stabiliti nel quarto anno del suo Regno, cioè nel 1269 sotto i titoli: De Furtis. De assecurandis hominibus illorum, qui turbationis tempore Corradini a fide regia defecerunt. De poena, et vindicta proditorum, etc. Tutti questi furono stabiliti in Trani, e nell'istesso anno alcuni rinovati in Foggia dopo la rotta data a Corradino, per li quali si dà sicurtà a coloro che avendo aderito alla fazion di quel Principe, cercando perdono, ritornassero all'ubbidienza del Re, eccettuando i Tedeschi, Spagnuoli, Catalani e Pisani, i quali volle, che tosto uscissero dal Regno. Si danno ancora altri provvedimenti per riparare a' disordini accaduti in quel turbatissimo tempo, e s'impongono gravi pene a coloro, che non manifestassero i ribelli.
Nel sesto anno, cioè nel 1271 mentre il Re dimorava in Aversa, ne fu promulgato un altro contro chi ardiva contraer matrimonio co' figliuoli de' ribelli senza licenza della sua Corte: si legge sotto il titolo, Quod nullus contrahat matrimonium, etc. e porta la data in Aversa A. D. 1271, dove con errore si legge Regni nostri anno 7 dovendo dire, anno sexto.
Nel settimo anno, cioè nel 1272 ne furono emanati moltissimi: alcuni in Napoli, altri in Aversa, ed altri in Venosa. Que' stabiliti in Napoli nel mese di marzo di quest'anno, ed in Aversa pure nel medesimo anno, si leggono sotto i titoli: De Violentiis. De poena Violentorum, etc. Per li medesimi si procede con molto rigore contro i perturbatori della pubblica e privata quiete, e si reprime l'audacia di coloro, che assuefatti nelle passate rivoluzioni a vivere di rapina e di violenza, perturbavano lo Stato, allor che era in pace. Quello dato in Aversa sotto il titolo de poena Violentorum, porta nella vulgata questa data: Datum Aversae A. D. 1262 anno octavo: ove si scorgono due errori, uno che in vece di dirsi A. D. 1272 si riporta in dietro dieci anni, quando in quel tempo al Re Carlo non era ancor caduta in pensiero l'impresa del Regno: l'altro errore è, che dovea notarsi il settimo, non l'ottavo anno del suo Regno di Sicilia. L'altro capitolo dato in Napoli porta la data giusta, dicendosi: A. D. 1272 Regni nostri anno septimo. Un altro capitolo leggiamo di Carlo dato in quest'istesso anno a Venosa nel mese di giugno sotto il titolo, De occupantibus res demanii. In quello si conservano le ragioni fiscali, delle quali Re Carlo fu molto geloso, ed attento. Porta la data esatta, leggendosi: Datum Venusiis A. D. 1272 Regni nostri anno septimo.
Nell'ottavo anno del suo Regno, cioè nel 1273 leggiamo un altro suo capitolo sotto il titolo, De testimonio publicorum disrobatorum, etc. Si dà la norma intorno alla pruova di questo delitto, e si stabilisce, che la testimonianza di tre malfattori faccia contro essi tanta fede, quanto quella di due uomini probi. Porta la data: Datum Cav. A. 1273 etc. Regni nostri anno 9. L'Addizionatore Bottis, che numera gli anni di Carlo dal 1265 non è maraviglia, che passasse quest'anno per lo nono del Regno di Carlo, ma dovendosi cominciare dal 1266 deve emendarsi il suo errore, e dirsi: Regni nostri anno ottavo.
Nel nono anno, cioè nel 1274 deve riporsi il primo capitolo, che incontriamo in questo Volume stabilito in Napoli nel mese di febbrajo di quest'anno 1274 che si legge sotto il primo titolo, Statutum editum super Portubus. De Bottis stando nel medesimo errore alla data aggiunge: Regnorum nostrorum anno decimo, dovendo dire anno nono. Si danno in esso molte provvidenze intorno all'estrazione del sale e delle vettovaglie da' porti del Regno, ed alcune istruzioni a' Portolani colle quali devono regolarsi. L'altro capitolo, che segue concernente il medesimo soggetto, sotto la rubrica, Aliud statutum super extractione victualium, stabilito in Brindisi, è molto probabile, che da Carlo in quella città si fosse emanato in questo medesimo anno.
Ne' tre seguenti anni niente si legge di questo Principe; ma nel decimoterzo anno del Regno di Sicilia, e secondo del Regno di Gerusalemme, cioè nel 1278 molti capitoli furono da lui fatti in Napoli, che si leggono sotto il titolo, Quod Officiales jurare debent, con gli altri tre seguenti, che portano questa data: Dat. Neap. A. 1278 die 26 januarii. Gli altri che seguono insino al titolo, De poena rei ablatae, furono parimente in quest'anno fatti in Napoli, leggendosi: Dat. Neap. 2 Decembris. In essi si danno vari provvedimenti intorno a' Giustizieri, ed altri Ufficiali, a' quali, fra l'altre cose, vien rigorosamente proibito di darsi ogni qualunque dono, non ostante qualsivoglia consuetudine. Sotto quest'anno deve collocarsi quell'altro capitolo di questo Re, che si legge in fine de' Capitoli del re Carlo II sotto la rubrica, Ad obviandum fraudibus. Fu quello stabilito da Carlo nell'entrar di passaggio nella Terra di S. Eramo vicino Capua, e porta questa data: Anno D. 1278 mense aprilis sept. ejusdem 6. indictionis. Regnorum nostrorum Hierusalem anno 2 Siciliae vero decimotertio.
Nel decimoquinto, cioè nel 1280, si leggono due capitoli fatti a Lago Pensile, il primo ch'è sotto la rubrica, De non mittendo ignem in restuchiis camporum, fu fatto a' 27 luglio di quell'anno; il secondo a' 9 di agosto, e porta nelle vulgate questa scorrettissima data: Data apud Lacum Pensilem. Anno D. 1222 die 9 augusti 7 Indictionis: Regnorum nostrorum, Hierusalem anno 3 Siciliae vero 15 deve leggersi, A. D. 1280 et Hierusalem anno quarto.
Nel decimosesto, cioè nel 1281, si legge un altro Capitolo pubblicato contro i monetari sotto il titolo, De poena infligenda falsariis monetarum. Fu quello stabilito in Brindisi, e porta questa data: Dat. Brundusii A. D. 1281 mense januarii, ec. Regnorum nostrorum, Hierusalem an. 4 Siciliae vero 17 che deve emendarsi e leggersi, Hierusalem an. 5 Siciliae vero an. 16.
(Fu stabilito in Brindisi; perchè questa Città sin da' tempi dell'Imperadore Federico II avea la Regia Zecca, dove anche Federico fece coniar nuove monete, siccome rapporta Riccardo di S. Germano: Anno 1228 mense Januario denarii novi Brundusii per Ursonem Castaldum in S. Germano dati sunt).
Nel decimo settimo anno del Regno di Carlo, cioè nel 1282, furono da questo Principe moltissimi Capitoli stabiliti in Napoli, che furono gli ultimi. Cominciano da quella rubrica: Constitutiones aliae factae per praedictum D. Carolum Regem Siciliae super bono statu: ove si legge un lungo proemio, che a quelle prepone, nel quale esagera il pensiero, e cura che vuol tenere de' suoi Ufficiali, e di distribuire con ordine a ciascuno le sue funzioni, e prefiggere i limiti, perchè senza nota d'avarizia, ed ambizione adempiano le loro parti. Questi Capitoli sotto varie rubriche collocati, arrivano al numero di cinquantotto. I Principi non si ricordano di governar con giustizia i loro sudditi, se non quando ne sono ammoniti per qualche disgrazia loro sopraggiunta, per la quale si veggono costituiti in istato d'aver bisogno di quelli. La rivoluzione di Sicilia spinse Carlo a dar a' suoi sudditi queste nuove leggi, nelle quali si danno molti lodevoli e saggi provvedimenti per la retta amministrazione della giustizia, per evitare le frodi, ed inique esazioni degli Ufficiali, e per lo buono stato della Repubblica; ordinò perciò che fossero pubblicati per tutti i Giustizierati, e per ciascuna città, terra e castello de' medesimi. Furono con somma maturità, e prudenza stabiliti in Napoli, e portano questa esattissima data: Actum Neapoli A. D. 1282 mense Jun. 10 ejusdem indict. Regnorum nostrorum, Hierusalem anno 6, Siciliae vero 17.
Questi furono gli ultimi Capitoli del Re Carlo, il quale in quest'anno con suo cordoglio vedutosi rivoltata la Sicilia, ed a più avversi casi esposto, distratto perciò in cose di maggior importanza, a tutto altro furono poi rivolti i suoi pensieri, che a far leggi. Fu per gravi, ed importanti affari tutto occupato in Roma, e poi in Francia, ed in Bordeos per quelle cagioni, che si sono dette; e lasciando il governo di questo Regno al Principe di Salerno suo figliuolo, lo creò suo Vicario con pieno ed assoluto potere, ed autorità. Questo Principe nel tempo del suo Vicariato molti provvedimenti diede per lo buon governo, onde avea più che mai bisogno questo Reame, e più Capitoli furono perciò da lui stabiliti.
§. II. Capitoli del Principe di Salerno promulgati in tempo del suo Vicariato, mentre Re Carlo suo padre era assente.
Dappoichè per lo famoso Vespro Siciliano si sottrasse la Sicilia dall'ubbidienza del Re Carlo, il Principe di Salerno tardi s'avvide, che una delle principali cagioni di esso fu l'aspro governo, che i Franzesi facevano di quell'Isola; ed all'incontro avendo saputo, che Re Pietro avea sollevati i Siciliani dall'angarie e pagamenti introdotti a tempo del Re suo padre, e che di buoni e salutari statuti avea fornito quel Regno: volle ancor egli (per rendersi benevoli i Popoli del Regno rimasogli, e togliere dall'opinion di costoro il sinistro concetto, che aveano avuto di suo padre) di nuovi Capitoli pieni di liberalità ed indulgenza provvederlo: avverando ancor egli quella massima, che allora i Principi si ravvedono, e procuran il buon governo de' Popoli, quando le avversità gl'inducono ad aver bisogno di loro, e dubitano della loro fedeltà; e considerando ancora l'obbligo ed il bisogno che si teneva allora del Pontefice Martino, il quale favorendo le parti di Carlo, era tutto impegnato alla ricuperazione del perduto Regno, volle per questi nuovi Capitoli soddisfare così agli uni come all'altro, con dar provvedimenti molto favorevoli per la Chiesa e persone ecclesiastiche, per li Baroni e per li Popoli. Perciò avendo in quest'anno 1283 convocato un Parlamento di Prelati, Conti, Baroni e di molti Regnicoli nel Piano di S. Martino, terra posta in Calabria citra[423], non già in Apruzzo, come credette il Reggente Moles[424], ove dopo la partita del padre trovavasi col suo esercito: col consiglio de' medesimi stabilì a questo fine quarantasei Capitoli che portano questo titolo: Constitutiones Illustris D. Caroli II, Principis Salernitani. Vi premette un ben lungo proemio, nel quale va esagerando il pensiero e la cura, che tanto egli, quanto suo padre han tenuto sempre di ben governar i suoi popoli, e rilevargli dalle oppressioni de' suoi Ministri; ma che distratti in cose più ardue e gravi non avean potuto mandar in effetto questo loro proponimento; ma che era già venuto il giorno di lor salute, nel quale egli come esecutore della volontà paterna era per dare ad essi buon guiderdone della loro fede; del che non sarebbero stati partecipi i Siciliani ribelli, i quali per la loro iniquità, essendo mancati dalla ubbidienza e fedeltà, se n'erano resi incapaci ed indegni.
Sieguono da poi venti Capitoli riguardanti i privilegii e le immunità delle Chiese, e delle persone ecclesiastiche collocati sotto questa rubrica: De privilegiis, et immunitatibus Ecclesiarum, et Ecclesiasticarum personarum. Primieramente con termini forti e precisi s'incarica il pagamento delle decime, che si devono alle Chiese ed alle persone ecclesiastiche. II. Che secondo la convenzione avuta tra la Sede Appostolica, ed il Re suo padre (intendendo de' patti accordati, quando il Papa Clemente gli diede l'investitura) i Cherici non siano tratti avanti i Magistrati secolari, se non se per li beni feudali. III. Che le Chiese di tutto il Regno godano de' privilegi conceduti ad esse dalle leggi comuni; cioè che i rei, che a quelle ricorrono per asilo, non possano a forza estraersi, se non ne' casi permessi dalla legge. IV. Che le case de' Prelati, Religiosi e delle altre persone ecclesiastiche, senza la loro volontà non possano dagli Ufficiali occuparsi per cagione di ospidalità; nè in quelle esercitarsi giudizj criminali, anche nel caso che di loro buon volere si dassero. V. Che gli Ufficiali, Conti, Baroni e qualsivoglia altra persona laica non s'intromettano nelle elezioni dei Prelati, nelle collazioni de' Beneficj ecclesiastici, ed in tutto ciò appartenente alle cose spirituali, se non per privilegio o per ragione di jus patronato ad essi s'appartenga. VI. Che i Cherici che vivono chericalmente, non siano astretti comunicare con gli altri nelle collette o in altra qualsisia esazione, non solo per li beni ecclesiastici, ma nemmeno per li patrimoniali, per le porzioni ad essi legittimamente spettanti. VII. Che ciascuno liberamente possa dare, donare o legare alle Chiese le possessioni o altre robe che gli piacerà, purchè non siano in qualche cosa tenute alla sua regal Corte; e se saranno talmente obbligate, sicchè non possa impedirsi la distrazione, s'intendano passare alle Chiese con gl'istessi pesi. VIII. Che i vassalli delle Chiese che sono alle medesime obbligati alla prestazione de' servizi personali, non possano, senza licenza de' loro Prelati, dalla sua Corte, da' Conti, Baroni o qualsivoglia altro, costringersi ad accettar uffici o altri pesi personali. IX. Che tutte le ragioni e privilegi conceduti alle Chiese, ed alle persone ecclesiastiche da' Cattolici ed antichi Re di Sicilia, nella cui possessione sono, si debbano conservare illesi ed intatti: di quelli, de' quali non sono in possesso, si farà nelle Corti competenti senza difficoltà pronta e spedita giustizia. X. Che debbano i Prelati denunziare alla sua Corte tutti coloro, i quali passato l'anno pertinacemente ed in contumacia, persevereranno nelle scomuniche, affinchè per la sua Corte si possa loro imporre le debite pene. XI. Che gli Ufficiali e Commissari della sua Corte non presumano contro la giustizia per turbare le possessioni e le robe che si possedono dalle Chiese, e molto meno toglier loro i beni suddetti. XII. Che gli Ufficiali o altre persone laiche, in niuna maniera s'intromettano nella cognizione de' delitti ecclesiastici; nè impediscano i Prelati o i loro Ufficiali, affinchè quelli liberamente conoscano e puniscano, com'è di ragione. XIII. Che i Prelati, e l'altre persone ecclesiastiche possano far trasportar per mare da una terra all'altra dentro il Regno, grano, legumi ed altre vettovaglie, che pervengano dalle loro massarie, senza pagar dogana e dritto d'esitura. Per le robe comprate siano obbligate pagar solo il dritto della dogana, non già quello dell'esitura: purchè però s'estraggano da' porti leciti e statuiti, e con picciole barche di cento some a basso, e si vadano a scaricare similmente in porti leciti e stabiliti colle debite cautele di responsali e piegiarie. XIV. Che i Giustizieri o altri Ufficiali non traggano ne' giudicii avanti di loro i vassalli delle Chiese, se non se nelle cause criminali, di asportazioni d'armi, di violate difese ed altri delitti, la cognizione de' quali s'appartiene alla Corte regia e suoi Ufficiali. XV. Che i Prelati delle Chiese e le persone ecclesiastiche, ovvero i loro Ufficiali possano per modi legittimi costringere i loro debitori al pagamento de' loro debiti. XVI. Che se i vassalli delle Chiese, che sono obbligati a personali servizi, fuggiranno dai luoghi ove sono tenuti permanere, possano i Prelati e le persone ecclesiastiche, costringergli a fargli tornare a' luoghi onde partirono, e forzargli a permanere in quelli. XVII. Che a' Giudei che fossero vassalli della Chiesa, non si commettano uffici, nè si inferisca gravame o oppressione alcuna. XVIII. Che delle ingiurie, offese e maleficii fatti in persona di Religiosi, Cherici ed altre persone ecclesiastiche, quando non vi siano accusatori, si proceda dalla sua Corte ex inquisitione ed ex officio, affinchè gl'ingiuriatori, e malfattori siano colle debite pene castigati. XIX. Abolendo, cassando, ed irritando la Costituzione di Federico honorem nostri diadematis, ordina, che dovendo i matrimonj esser liberi, sia lecito a' Baroni, Conti ed altri, che posseggon Feudi, ed in generale a tutte le persone, di contraere liberamente essi e loro figliuoli matrimonj, e casare le loro figlie, zie, sorelle e nepoti, senz'assenso della sua Corte, purchè però non si diano i Feudi in dote, ed i matrimonj non si trattino con persone al Re infedeli e sospette. XX. Che i Prelati delle Chiese, che per ragion di quelle tengono Feudi, siccome i Conti e tutti gli altri Baroni possano ne' casi stabiliti nelle Costituzioni del Regno esigere da' loro vassalli i debiti e moderati adjutorj, senza impetrarne altre lettere particolari, bastando questo editto, che a tal fine vien promulgato.
Soddisfatto ch'ebbe il Principe Carlo in cotal guisa il Papa e le persone ecclesiastiche del Regno, passa ora con altri Capitoli a rendersi benevoli i Baroni di quello; concede perciò a' medesimi molti privilegi che si leggono sotto questa rubrica: De privilegiis, et immunitatibus Comitum, Baronum, et aliorum Feuda tenentium. Ordina in prima che oltrepassati tre mesi, non siano obbligati servire più alla sua Corte a proprie spese; ma se oltre di questo tempo la Corte vorrà ritenergli al suo servigio, debba somministrar loro i gaggi e soliti stipendi. II. Toglie anche a lor riguardo l'assenso ricercato da Federico nella allegata Costituzione honorem, perchè possano liberamente contraere i matrimoni. III. Che senza cercar lettere particolari, possano esigere da' loro vassalli i debiti e moderati adjutorj. IV. Che le loro liti, così criminali come civili, che s'agiteranno nella regal Corte, siano essi attori o rei, accusatori o accusati, debbano giudicarsi, assolversi e condennarsi per li Pari della Curia; e le loro cause saranno più pronte e speditamente terminate. V. Si comanda premurosamente a' Giustizieri ed agli altri Ufficiali di Corte, che non commettan a' Baroni niuna esecuzione, che dovesse mai farsi attinente a' servizi della medesima, che non convenga allo Stato ed alla loro nobile condizione.
Rimaneva unicamente, che si fosse, oltre a' Prelati ed a' Baroni, dato compenso a tutti i Cittadini, borghesi ed agli altri uomini del Regno universalmente, affinchè tutti si rilevassero dalle passate gravezze, e tutti sperimentassero la clemenza e benignità del Principe; perciò egli che intendeva cattivarsi la benevolenza di tutti, concedè a' medesimi molti privilegi, e per mezzo di molti utili provvedimenti riordinò lo stato delle cose, togliendo molte gravezze e molti altri perniziosi abusi. Questi altri Capitoli vengono perciò arrolati sotto quella rubrica: De privilegiis, et immunitatibus Civium, burgensium, et aliorum hominum, a Faro citra.
Il primo e principal beneficio era da tutti reputato di rilevar i popoli dalle tante imposizioni, ond'erano gravati. Perciò egli con particolar editto, da doversi inviolabilmente osservare, statuì e comandò che nelle collette, taglie, pesi, imposizioni generali o speziali, ovvero sovvenzioni di qualsivoglia nome, s'osservi lo stato, l'uso ed il modo, il quale nel tempo del Re Guglielmo II era osservato, secondo che nelle convenzioni avute tra la Sede Appostolica ed il Re suo padre, nel tempo della collazione ad esso fatta del Regno, più pienamente si contiene; il quale stato, modo ed uso, perchè non può costare, essendo che niuno o pochi sopravvivono, li quali possono di ciò rendere testimonianza: ordinò il Principe che s'osservasse quello, che dal Pontefice Martino sarà dichiarato, determinato e disposto; e perchè presto s'ottenesse tal determinazione, promette di mandar tosto al Papa suoi Ambasciadori, dimodochè per tutto il mese di maggio vegnente al più tardi siano là; tra il qual termine gli uomini di qualsivoglia provincia mandino pure due Ambasciadori de' migliori, più ricchi e fedeli di tutta la provincia ad assistere, ed impetrare la suddetta; la quale seguìta, egli promette per parte del Re suo padre e sua, e de' suoi eredi, di inviolabilmente osservare. Di vantaggio da ora rimette totalmente tutti i residui di qualsivoglia colletta, a' quali fossero tenute alcune province e terre, nè di molestarle nemmeno avanti la suddetta determinazione. Promette in fine di non dimandar cos'alcuna; eccetto ne' casi compresi nelle Costituzioni, e che non saranno astretti, nemmeno a titolo di prestanza, non volendo, a prestazione alcuna.
Questa determinazione però non seguì nel tempo del Pontefice Martino, ma sì bene ne' tempi di Papa Onorio suo successore, come diremo; la quale nemmeno ebbe effetto; poichè ne' tempi di Napodano a questi prossimi, non osservavasi niente di ciò, anzi questo Scrittore esclama, che in ciaschedun mese sei collette si esigevano, scorticando gli Ufficiali regi i poveri Regnicoli usque ad sacculum et peram, et tegularum evulsionem[425].
Secondo, ordinò, che si coniasse nuova moneta di buon conio, non gravando perciò i popoli di nuova colletta, ma che si sarebbe data a' Mercadanti e cambiatori, che vorranno spontaneamente riceverla: e che quella non s'altererebbe, ma il suo valore sarebbe stato perpetuo ed immutabile. III. Minorò la pena stabilita per li clandestini omicidi. IV. Volle, che il capitolo statuito per li baroni intorno la libertà de' matrimonj, s'osservasse per tutti indistintamente. V. Che non più s'ammettessero le calunniose accuse dagli Ufficiali della sua Corte. VI. Che tenendo alcuno occupata qualche possessione appartenente alla Corte, non sia di fatto di quella privato, se non prima sarà in giudicio stato convinto con modi legittimi e dalla legge richiesti. VII. Che non siano i Popoli gravati dagli Ufficiali per li servizi della Corte, che non sono convenienti allo stato e grado delle persone. VIII. Che niente si paghi per le soscrizioni delle sentenze, così quelle profferite dalla G. Corte, come da' Tribunali di tutti gli altri Giustizieri e Giudici. IX. Che l'Università non sieno tenute all'emenda de' furti fatti da persone particolari. X. Che l'Università non siano costrette a proprie spese portar il denaro alla Corte, ma a spese della medesima. XI. Che non siano gravate per lo vitto degli Ufficiali, quando si porteranno ivi a regger Corte. XII. Si dà norma, e prescrivesi tassa di quanto debba pagarsi per li diritti delle lettere regie e degli altri atti e spedizioni. XIII. Che gli Ufficiali della Regia Corte non comprino cavalli o muli in quella provincia ove sono, ma se ne provvedano fuori della provincia. XIV. Che le figliuole de' ribelli, che non han seguitato, nè seguitano la paterna malizia, si possano maritare de' beni non feudali senza l'assenso della Corte. XV. Che niente si paghi per lo suggello del Giustiziero o d'altro Ufficiale. XVI. Che i Carcerieri niente più esigano da' carcerati se non quanto fu tassato dal Re Carlo suo padre. XVII. Che l'Ufficio del Maestro Giurato colla Bagliva non s'esponga venale. XVIII. Che non siano molestate nelle loro doti le mogli di coloro, che per le loro colpe furono banditi dal Regno. XIX. Che non si costringa alcuno a riparare i vascelli della Corte per certo prezzo. XX. Che dall'Università delle terre deputate alla reparazione de' castelli, s'esiga solamente tanto denaro, quanto sarà necessario, nè s'obblighino a nuovi edificii. XXI. Che affinchè i fedeli del Regno non siano gravati da' Forastieri, si facciano inquisizioni per trovar i termini antichi delle Foreste, e si pongano i confini alle medesime ed i custodi. Per ultimo, che i Giustizieri delle Regioni non facciano presedere nelle Fiere, i loro famigliari, ma i Maestri Giurati de' luoghi, ove si fanno, debbano custodirle.
Stabiliti in cotal modo questi Capitoli, comandò il Principe Carlo, che insieme colle Costituzioni novelle da suo padre promulgate in Napoli l'anno precedente 1282 s'osservassero inviolabilmente, siccome divenuto Re volle ancora confermargli; e perchè con effetto da ora ciò si mandasse in esecuzione, ne mandò a' Prelati, Baroni ed alle Università de' luoghi più esemplari, perchè per tutto si pubblicassero. Ecco com'egli dice nel fine: Ut autem ea quae communi utilitate sancita sunt, communiter sciantur ab hominibus et generaliter observentur, de eisdem Constitutionibus singulis Praelatis, Baronibus, ac locorum Universitatibus sub sigillo pendenti Vicariae copiam fieri volumus et mandamus. Data in Campis in planitie S. Martini A. D. 1283 die penult. martii undecimae indictionis.
Il Pontefice Onorio IV nell'anno 1285 trascegliendo da questi Capitoli solamente quelli, che facevano a favor delle Chiese e delle persone ecclesiastiche, e della loro immunità, con aver mutate alcune cose, con particolar sua Bolla, mentre Carlo II era prigione in Ispagna, volle pure confermargli comandando, che quelli inviolabilmente s'osservassero. L'original Bolla si conserva nell'Archivio della Trinità della Cava[426]; ed il Re Ferdinando volle nell'anno 1469 farla inserire nella Prammatica 2 de Clericis, seu Diaconis selvaticis, che si legge impressa nel primo tomo delle nostre Prammatiche. Comunemente vengono chiamati anche questi, Capitoli di Papa Onorio, con manifesto errore; poichè questi non sono i Capitoli di Onorio, che fece nel medesimo anno nel tempo della prigionia di Carlo, mentr'era Legato nel Regno il Cardinale di Parma: ma tutto altri, siccome diremo quando de' Capitoli di questo Pontefice nel seguente libro ci toccherà ragionare.
§. III. Capitoli del Re Carlo II.
Queste furono l'ultime leggi del Principe di Salerno, che stabilì come Vicario del Regno, poichè la sua prigionia gl'interruppe il corso del governo; e morto suo padre, trovandosi egli ancor prigione in Aragona, ne' seguenti anni non si fece altro, per mezzo del Re d'Inghilterra, che trattarsi della sua libertà; finalmente con quelle condizioni, che si diranno nel seguente libro, fu sprigionato e tornato in Italia, fuvvi onorevolmente accolto da Niccolò IV che ad Onorio successe, e nel giorno di Pentecoste a' 29 maggio dell'anno 1289, coronato Re di Sicilia e di Puglia. Partissi da poi dalla Corte del Papa, ed a Napoli fece ritorno, ove con molta festa e magnifiche pompe ricevuto, a' passati disordini tosto pensò dar riparo.
L'ordine de' tempi non comporterebbe, che si dovesse favellar qui de' Capitoli di questo Re, siccome degli altri Angioini suoi successori; ma per non tornar di nuovo a trattare de' Capitoli del Regno, che formano oggi una delle principali parti delle nostre patrie leggi, perciò gli ridurrò qui tutti insieme; e perchè s'abbia ancora un'intera e compita istoria di quelli siccome degli Autori, che con varie note e commenti gl'illustrarono.
Carlo adunque, avendo ne' suoi cinque anni di prigionia sofferto il Regno varie mutazioni e disordini, quando fu a quello restituito, pensò immantinente con nuove leggi a ripararlo. Nel proemio, che a quelle prepone tutto ciò rapporta e narra, che precedente consiglio, e discussione avuta co' Prelati, Conti, Baroni e Sapienti del Regno in Napoli, avea quelle stabilite. Cominciano dal titolo: De inquisitionibus; e per Molti altri titoli seguenti, non ad altro fu inteso, che a regolare i giudizj criminali, e come debbano istituirsi: le pruove, che vi si ricercano: di che vaglia siano i tormenti e le confessioni de' rei: si stabiliscono le pene contro coloro, che portano armi proibite: contro i forgiudicati ed i di loro figliuoli; e contro gli omicidi. In breve, tutto ciò che concerne a' delitti, ed il modo di provargli e di punirgli.
Disbrigato delle cose criminali, passa alle civili. Proibisce di potersi pignorare i buoi aratori[427]. Fa una lodevol legge intorno all'invenzion de' tesori, contraria a quella del Re Guglielmo, volendo, che gl'inventori non siano inquietati, trovandogli nel fondo proprio: se nel comune, o del Fisco, se gli dia la metà: se nell'alieno, niente al Fisco, ma la metà all'inventore, e l'altra al padrone del fondo: dichiarando per tesori non intendere le miniere dell'oro e dell'argento e degli altri metalli, siccome delle saline[428]. Inculca il pagamento delle decime[429]. Stabilisce pene pecuniarie a coloro, che passato l'anno persisteranno nella scomunica[430]. Prescrive il modo a' Feudatari morti, o con testamento, ovvero ab intestato, di statuire il Balio[431]. Provvede alle doti delle donne, e sopra alcuni abusi dà utili provvedimenti[432]. Conferma ancora con nuove leggi tutti i Capitoli, ch'egli fece mentre fu Vicario nel piano di S. Martino, dicendo: Capitula eadem constitutione praesenti in perpetuum valitura, de nostra mera scientia, confirmamus et defectum omnem, si quis eis tunc infuit, qui Regni potestate Vicaria, non Dominica fungebamur, Regis dignitatis authoritate supplemus[433]. E perchè i suoi Popoli apprendessero quanto gli fosse a cuore la giustizia e la riordinazione delle province in miglior e più utile stato, ordina[434], che il Maestro Giustiziero ed i Giudici della G. Corte debbano sei settimane dell'anno scorrere le province da lui destinate, cioè in tutto l'Apruzzo in Terra di Lavoro, e Principato, in Capitanata e Basilicata, in Terra di Bari e Terra d'Otranto. Vuole, che dimorando nelle province inquirano, correggano gli eccessi de' Giustizieri di quelle e de' loro Ufficiali; e parendo loro di doversi ammovere, ne diano a lui distinta notizia per darvi provvidenza.
Per mostrarsi grato a' Conti e Baroni del Regno, proroga i gradi della successione ne' loro Feudi[435]. E per evitare le dissensioni e le querele, che gli erano fatte per conto de' confini de' tenimenti, de' Baroni, delle Chiese e de' privati, ordinò, che da' Registri del suo Archivio, ove si tratta delle confinazioni, se ne formassero due libri, uno ne rimanesse nella sua camera, e l'altro in un gruppo di ferro s'appendesse nella più famosa Chiesa della città[436]. Levò molti abusi intorno all'esazione delle collette; ed in fine fu tutto inteso, perchè i suoi sudditi non fossero gravati indebitamente d'ingiuste esazioni.
Tutti questi Capitoli furono stabiliti in Napoli nel primo anno, ch'egli vi tornò libero: e perciò portano questa data: Data Neap. A. D. 1289.
Oltre di questi, se ne leggono molti altri, sparsi tra quelli del Re Roberto suo successore, fatti negli anni seguenti, come quello, che si legge nella rubrica, Quod in poenis pecuniariis, etc. L'altro sotto il titolo, Quod sit licitum accusatori, etc. L'altro sotto il titolo, Exceptione excommunicationis, etc. ed alcuni altri. Ed in fine quello, che fu da lui pubblicato nel penultimo anno del suo Regno, che si legge tra' Capitoli di Roberto, sotto la rubrica, Literae Domini Regis, che porta questa data: Dat. Neap. per D. Bartolomeum de Capua A. D. 1307 die 12 decembris 11 indict. Regnorum nostrorum anno 22.
Si valse questo Principe in formargli non già d'Andrea d'Isernia, come credette Giovanni Antonio Nigris[437], ma della penna del celebre Giureconsulto Bartolommeo di Capua, Protonotario del Regno, innalzato da lui, e più dal suo successore Roberto a' primi gradi ed onori del Regno.
§. IV. Capitoli del Re Roberto.
Questo Principe, che per la sua saviezza fu riputato un altro Salomone, ci lasciò ancora molte utili e savie leggi: di lui come Vicario di suo padre non ne abbiamo, ma solo quando fu incoronato Re. Il suo figliuolo Carlo Duca di Calabria costituito da lui Vicario del Regno, emulando la sua sapienza e giustizia, ne fece anche alcune in vita del padre. Fabio Montelione da Gerace[438] scrisse, il Re Roberto in tutto il tempo di sua vita non aver fatti più che cinquanta di questi Capitoli; e questo numero veramente si vede nell'edizione vulgata; ma molti altri se ne leggevano nell'originai manuscritto, che, come rapporta de Bottis[439], si conservava a suoi tempi da Baratuccio Avvocato fiscale; ed alcuni altri ne rapporta ancora Goffredo di Gaeta[440] nella sua Lettura a' Riti della regia Camera della Summaria.
Cominciò Roberto a regnare nell'anno 1309, e le prime sue leggi furono eziandio dettate da Bartolommeo di Capua Protonotario del Regno, nel qual posto non solo fu confermato da Roberto, ma ingrandito d'altri onori, come colui, che l'avea così ben servito in Avignone nella famosa contesa che Roberto ebbe col nipote per la successione del Regno.
Fu Bartolommeo creato Logoteta e Protonotario del Regno nell'anno 1285, che fu il primo anno del Regno di Carlo II, e visse con questa gran dignità insino al 1328, anno della sua morte. Ricavasi esser quella accaduta in quest'anno dall'iscrizione del suo tumulo, che prima si leggeva nella maggior chiesa di questa città nella sua cappella, ov'è sepolto; e se bene sin da' tempi, ne' quali scrisse il Summonte[441], questa lapide fosse stata altrove trasferita, si legge però l'iscrizione, oltre nel Summonte, in Cesare d'Engenio[442], e nel Toppi[443], in Pietro Stefano[444], il quale scrisse in tempo, quando non era stata ancora di là tolta, dove fra l'altre cose si leggono queste parole:
Annis sub mille trecentis BIS ET OCTO,
Quem capiat Deus, obiit bene Bartholomaeus.
Ma non è da tralasciare che Pietro Stefano istesso portando in volgare questa iscrizione, traduce queste parole: Annis sub mille trecentis bis et octo, in cotal maniera: Nell'anno mille trecento sedici; donde si diede occasione al Summonte, a Pier Vincenti[445] ed al Toppi, di scrivere anch'essi che Bartolommeo di Capua morisse nel 1316. Ciò che ripugnerebbe a tanti nostri Capitoli, che abbiamo del Re Roberto, istromentati per mano del Gran Protonotario Bartolommeo dopo l'anno suddetto, leggendosene del 1318, 1324 e 1326. Quindi altri[446] interpetrarono in altra guisa quelle parole bis et octo, non già di sedici perchè avrebbesi dovuto dire bis octo, non già bis et octo; ma di ventotto; poichè secondo la goffaggine di que' tempi, al mille aggiungendo i trecento, ed a questi, due e poi altri otto, fanno appunto questo numero di 1328.
I primi Capitoli del Re Roberto sono quelli che istromentati per Bartolommeo di Capua cominciano dal terzo anno del suo Regno. Questi sono il Cap. Robertus etc. Ad quietem publicam, sotto il titolo, Ut Comites, et Barones, etc. stabilito nel terzo anno del Regno di Roberto, dove nella vulgata edizione evvi errore; poichè in vece di leggersi A. D. 1311, si legge 1326 che sarebbe non il terzo, ma il diciottesimo anno del Regno di Roberto. Il Cap. Robertus, etc. Privilegia, sotto il titolo, De oblationibus, privilegio Clericorum, etc. Il Cap. Robertus etc. Pro bono statu, sotto il titolo, De exceptione excommunicationis. Il Cap. Importuna petentis, sotto il titolo, De non creandis Judicibus in perpetuum. Il Cap. Robertus, etc. Ne per exemptionis, sotto il titolo, Quod testes excommunicati debent absolvi ad cautelam, che oggi noi diciamo, cum reincidentia. Il Cap. eodem studio, sotto il titolo, Quod in causis criminalibus, etc. Il Cap. Robertus, etc. Quia nulla legis, sotto il titolo, Quod Justitiarius possit cognoscere de civilibus causis Ecclesiae, etc. Il Cap. Robertus, etc. Nolumus, sotto il titolo, Quod Barones, vel Feuda tenentes, etc. Il Cap. Robertus, etc. Licet contra, sotto il titolo, Quod receptatores pari poena puniri debent, qua et malefactores. Il Cap. Statuimus, sotto il titolo, Quod liceat specialibus personis, etc. Il Cap. Robertus, etc. Frequenter ex abundanti, sotto il titolo, Confirmatio constitutionum per genitorem Regis Roberti editarum. Il Cap. Juris censura, sotto il titolo, Capitulum de arbitrio concesso Officialibus, che siccome a proposito notò De Bottis, fu dato per Bartolommeo di Capua nell'anno 1313. Il Cap. Robertus, etc. Si cum Sceleratis, sotto la rubrica Litera arbitralis, che porta la data del 1313, e l'anno quinto del Regno di Roberto. Il celebre Cap. Ad regale fastigium, sotto il titolo, Quod Justitiarius possit cognoscere de gravaminibus illatis per Praelatos, vel alias Ecclesiasticas personas, istromentato per Bartolommeo di Capua nell'anno 1314 nel sesto anno del Regno di Roberto, come accuratamente e senz'errore notò ivi De Bottis. Il Cap. Robertus, etc. Inter belli discrimina, sotto la rubrica, Capitulum contra exceptionem hosticam, etc. che nell'edizione vulgata porta una data scorrettissima, cioè dell'anno 1416 quando non pur Bartolommeo, ma Roberto, anzi la sua nipote Giovanna ed il suo successore erano morti, onde deve emendarsi e leggersi 1316. Il Cap. Robertus, etc. Pridem, per diversas, che siegue sotto la medesima rubrica. Il Cap. Robertus, etc. Ad consultationem Magistri Justitiarii, sotto il titolo, Quod accusatore desistente, Curia ex officio procedere potest. Il Cap. Robertus, etc. Exercere volentes, sotto il titolo, De componendo. Il Cap. Provisa Juris sanctio, sotto il titolo, Quod latrones, disrobatores stratarum, et piratae omni tempore torqueri possint. Il Cap. Robertus, etc. Quorundam expositio, che si legge tra' Capitoli del Re Carlo II sotto la rubrica, Litera super Justitia retardata. Il Cap. Robertus, etc. Ordinata justitia, sotto il titolo, Quod Bajuli Judices exerceant officia, etc. che fu fatto mentr'era vivo Bartolommeo di Capua, giacchè sopra questo capitolo si leggono le sue note. Il Cap. Robertus, etc. Salubrem statum, ovvero Frequenter ex abundanti, sotto la rubrica, Hoc capitulum est ad confirmationem Capitulorum factorum per Regem Carolum: ed il Cap. Robertus, etc. Alienationis actus, sotto la rubrica, Non est capitulum, sed litera declarans juris ambiguitatem, etc., istromentato pure per Bartolommeo di Capua, A. D. 1326, die 5 Decemb. 10 indict. Regnor. nostr. A. 18.
Questi sono i Capitoli stabiliti dal Re Roberto per tutto l'anno 1326, decimo ottavo del suo Regno, per mano di Bartolommeo di Capua suo Gran Protonotario. Se ne leggono ancora alcuni altri del medesimo Principe; ma poichè riguardano gl'interessi del suo regal patrimonio furono perciò istromentati non dai Protonotarii, ma per li Maestri Razionali, a' quali s'apparteneva la cura delle cose fiscali; poichè, siccome notò assai a proposito Pier Vincenti nel Teatro dei Protonotarii del Regno[447], tale era lo stile sempre praticato eziandio da poi sotto il Regno degli Aragonesi. Questi sono il Cap. Robertus, etc. Novis morbis, sotto il titolo, De compilatione, et compositione rationum Officialium, istromentato in Napoli nel 1317, nono anno del Regno di Roberto per li Maestri Razionali, come si legge nella data: Data Neap. Per Magistros Rationales Magnae Curiae nostrae, A. D. 1317, die 20 Septembris, 1 indict. Regnorum nostrorum anno nono. Il Cap. Robertus, etc. Fiscalium functionum, sotto il titolo, De appretio, et modo faciendis in terris, et locis Regni; che parimente portano questa data: Datum Neap. Per eosdem Magistros Rationales Magnae Curiae, etc. A. D. 1333, die 7 Augusti, 1 indict. Regnorum nostrorum anno vigesimo quinto. Ed il celebre Cap. Apud Fogiam, sotto il titolo, Quid fiet mortuo Barone.
Tutti li Capitoli, che poi leggiamo stabiliti da Roberto, si vedono istromentati per Giovanni Grillo da Salerno Viceprotonotario del Regno, nelle date de' quali occorrono nell'edizione vulgata alcuni errori. Morto Bartolommeo di Capua nell'anno 1328, ancorchè il Re Roberto in vita del medesimo avesse innalzato al sommo onore di Protonotario Giacomo di Capua suo figliuolo con provvisione di 108 once d'oro l'anno, tanto che con esempio nuovo furono veduti in un istesso tempo due Gran Protonotarii; nulladimanco essendo Giacomo premorto al padre, estinto da poi Bartolommeo, carco di gloria e d'anni, questo supremo Ufficio per molto tempo rimase vacante, sin che nell'anno 1343 non fu provvisto nella persona di Ruggiero Sanseverino[448]. Intanto veniva esercitato da' Viceprotonotarii, onde dopo la morte di Bartolommeo, furono un dopo l'altro eletti Nicolò Frezza, Andrea Comino e Giovanni Grillo da Salerno; di quest'ultimo si veggono tutti i seguenti Capitoli del Re Roberto istromentati. I due primi si leggono sotto il titolo, De non procedendo ex officio, nisi in certis casibus, et ad tempus; e portano questa data: Data Neap. per Joan. Grillum de Salerno Juris civilis professorem, Vicesgerentem Protonotarii Regni Siciliae A. D. 1328 (come dee leggersi) die 10 Feb. 12 Indic. Regn. nostrorum anno 20. L'altro si legge sotto il titolo, De indebitatoribus victualium, et usuris, che porta la medesima data, come quello, che fu stabilito nel'istesso anno a' 24 del mese di luglio. Il quarto è il Cap. Ut inter subiectos, sotto il titolo, De prohibita portatione armorum; istromentato per mano del Viceprotonotario Grillo nell'anno seguente, che fu il ventesimo primo del Regno di Roberto; e deve emendarsi la data, che porta la vulgata edizione, ed invece di A. D. 1300 deve leggersi, 1329.
Sieguono da poi tre editti pubblicati da Roberto nell'anno seguente 1330. I due primi nel mese di maggio, ed il terzo in giugno. Il primo è sotto la rubrica: De non componendo super receptatione bannitorum cum Universitate, personisque singularibus. Il secondo ha questo titolo: Tenor secundi edicti, de damnis emendandis per Universitatem. Ed il terzo sotto la rubrica: Tenor tertii edicti, de familia Officialium qualiter esse debent. Portano questi editti le date giuste nell'anno 1330 ventesimosecondo anno del Regno di Roberto. Nel medesimo anno furono stabiliti due altri Capitoli, che si leggono, il primo sotto il titolo, De non componendo super crimine capitali, il secondo sotto l'altro, Quod possit Regis Curia in Terris non jurisdictionis.
Nell'anno seguente 1331 fu da Roberto per mano del Viceprotonotario Grillo stabilito quel famoso capitolo, col quale si proibiva l'estrazione de' carlini d'argento fuori del Regno, che si legge sotto la rubrica: De prohibita extractione carolenorum argenti de Regno; e deve emendarsi la data, ed in vece d'A. D. 1303 deve leggersi 1331 che fu il ventesimoterzo anno del Regno di Roberto.
Nel seguente anno 1332, fu pubblicato per mano del medesimo da Roberto quell'altro famoso editto, col quale per dar rimedio a' frequenti e scandalosi disordini, che in Napoli avvenivano per alcuni ribaldi, i quali sotto pretesto di matrimonio rapivano dalle loro case le vergini, avendo convocate le Piazze della città, proibì sotto severissime pene delitti sì enormi, del quale non si dimenticò il Summonte nella sua istoria, come quello, che contiene i cognomi di molti Nobili de' Seggi di Capuana, Nido, Portanova, del Mercato, di Porto, di Somma Piazza, di Salito, di Arco, e di S. Arcangelo. Si legge sotto la rubrica: Statutum contra Neapolitanos maleficos rapientes virgines sub colore matrimonii; e deve emendarsi la data, ed in vece di Regnorum nostrorum A. 14. leggersi, A. 24.
Nel 1334 furono stabiliti due altri Capitoli; il primo in agosto, ch'è sotto il titolo, De non componendo in delictis corporaliter puniendis; ed il secondo in ottobre, fatto per dichiarazione del medesimo, ch'e sotto la rubrica: De declaratione constitutionis prohibentis compositionem in criminalibus. Ambedue nella vulgata edizione portano giuste date, come quelle che esattamente notano l'anno ventesimosesto del Regno di Roberto.
Nell'anno seguente 1335 furono dal Re Roberto per Giacomo Grillo suo Viceprotonotario emanati cinque famosi e celebri editti. Il primo in gennaio di quest'anno, che si legge sotto il titolo, De revocatione occupatorum demanii regii ad ipsum demanium, deve correggersi la data, e leggersi: Data Neap. per Jo. Grillum A. D. 1335 die 16 januar. 3 indict. Regnorum nostrorum anno 27 non 26 come si legge nella vulgata. Il secondo sotto il medesimo mese ed anno, ch'è sotto il titolo: De pecunia Fiscali non tenenda per Officiales post amotionem ab officio: dove parimente deve la data correggersi e leggersi: Regnorum nostrorum A. 27. Il terzo si legge sotto la rubrica: De non recipiendis vassallis demanii in Terris Baronum. Il quarto sotto il titolo: Quod Clerici conjugati solvant collectas regias; ed il quinto sotto il titolo, Quod non extrahantur lignamina extra Regnum.
Sieguono da poi que' famosi Capitoli, donde alla violenza degli Ecclesiastici si dà riparo. Questi Capitoli, che volgarmente chiamiamo Rimedii, ovvero Conservatoriali, sono quattro. Il primo fu stabilito da Roberto in tempo che vivea il famoso Giureconsulto Bartolommeo di Capua, e da lui come Protonotario del Regno istromentato: comincia Ad regale fastigium, e fu da noi di sopra notato. Sieguono ora i tre altri pubblicati appresso. Il secondo comincia: Charitatis affectus, drizzato da Roberto a' Giustizieri d'Apruzzo ultra flumen Piscariae, e si legge sotto la rubrica Conservatorium pro laico contra clericum. Il terzo comincia: Finis praecepti charitas, drizzato a' Giustizieri di Val di Crate e Terra Giordana, e si legge sotto la rubrica: Conservatorium pro clerico contra clericum. Ed il quarto, che fu indrizzato al Reggente della Vicaria ed a' suoi Giudici, comincia: Omnis praedatio, e si legge sotto il titolo, De spoliatis pro laico contra clericum. Di questi Capitoli ci tornerà a noi occasione di diffusamente ragionare ne' seguenti libri, quando del Regno e della giustizia e sapienza di Roberto dovremo favellare; siccome delle Quattro lettere arbitrarie, che parimente riconoscono per Autore questo Principe, e che fra questi Capitoli l'abbiam semplicemente accennate.
Finalmente abbiamo di Roberto quell'altro suo famoso capitolo, col quale si prende cura e pensiero della riforma dell'Accademia napoletana; comincia: Grande fuit, e si legge sotto il titolo: De reformatione Studii Neapolitani, et interdicendo particulares Scholas in utroque jure ubilibet infra Regnum. Quell'altro capitolo che comincia, Pondus aequum, e che comunemente viene attribuito alla Regina Giovanna sua nipote, leggendosi sotto questa rubrica, Litera Reginae Joannae, credette De Bottis, che sia pure del Re Roberto, e testifica egli aver nel registro trovato concepito il principio del medesimo in cotal guisa: Robertus, etc. Justitiariis Principatus ultra Serras Montorii praesentibus et futuris, etc.
Nè dobbiam tralasciare un altro editto di Roberto, col quale fu proibito a' Chierici il portar armi, li quali, dopo essere stati tre volte ammoniti, se non si emenderanno, ordinò che fossero loro tolte. Non l'abbiamo tra questi Capitoli, ma sibbene tra le nostre prammatiche[449]. E se ora vediamo il contrario praticarsi, è parte abuso, parte perchè in processo di tempo fu accordata a' Vescovi la famiglia armata, di che altrove ci tornerà occasione di ragionare.
Questi sono i cinquanta Capitoli del Re Roberto, che abbiamo impressi nel corpo delle leggi del Regno, e che hanno presso di noi ne' Tribunali della città e del Regno tutta l'autorità e tutto il vigore; e tutto ciò che per le posteriori leggi non si trova corretto, o mandato in disuso, dobbiamo inviolabilmente osservare.
Sieguono ora i Capitoli del Duca di Calabria suo figliuolo, che fece mentre da suo padre gli fu dato il governo del Regno, creandolo suo Generale Vicario.
§. V. Capitoli di Carlo Duca di Calabria Vicario del Regno.
Re Roberto, convenendogli di portarsi ora in Provenza, ora in Fiorenza o Genova, e sovente all'impresa di Sicilia, vedendo in Carlo suo figliuolo risplendere molte virtù, e sopra tutto la religione, la giustizia e la prudenza, quasi dall'adolescenza gli pose il governo di tutto il Regno in mano, creandolo suo General Vicario; ed egli adempì così bene, e con tanta lode e prudenza le sue parti, che il Re suo padre ne vivea sommamente soddisfatto. Egli pose in maggiore splendore e floridezza il Tribunale della Vicaria, creandovi per M. Giustiziere Filippo Sanguineto con provvisione di 150 once d'oro l'anno, assegnando ancora 90 once l'anno per istipendio di dieci uomini a cavallo e sedici a piedi per guardia e per maggior decoro di questo Tribunale[450]. Ebbe in costume ogni anno cavalcare per lo Regno per riconoscere le gravezze che facevano i Baroni ed i Ministri del Re a' popoli. E per mezzo di varii editti, che abbiamo inseriti tra' Capitoli del Re Roberto suo padre, diede savio provvedimento a molte cose riguardanti il buon governo del Regno e retta amministrazione della giustizia, della quale fu egli amantissimo.
Il primo de' suoi Capitoli si legge contro i Baroni ed altri recettatori di sbanditi e d'altri uomini facinorosi, che turbavano la pace del Regno, imponendo loro pena di morte e della perdita de' loro beni: fu questo drizzato al Giustiziere di Terra d'Otranto, ed istromentato per Bartolommeo di Capua, di cui, sopra il medesimo, abbiamo ancora alcune note, e porta la data, apud Hospitale Montis Virginis, Santuario allora reso assai celebre in Terra di Lavoro per la magnificenza e pietà de' Re angioini, dove sovente facevan dimora.
Il secondo, pure istromentato per Bartolommeo di Capua, è il celebre Cap. Ex praesumptuosae, che leggiamo sotto la rubrica: Quod Feudatario decedente absque legitima prole, possessio Feudi usque ad anni circulum in modum sequestri stet penes Fiscum. L'Autore di questo Capitolo fu Carlo II suo avo; ma poichè insino ad ora non era stato pubblicato, Carlo suo nipote per mezzo di questo suo editto ordinò, che quello si divulgasse, e che tenacemente si osservasse.
Sieguono tre altre sue Costituzioni dettate anche per Bartolommeo di Capua riguardanti il tempo ed il modo di darsi il Sindacato degli Ufficiali, che si leggono sotto la rubrica: Quod tempus syndicationis non labatur, donec acta sint compilata et assignata.
Ne sieguono appresso quattro altre, la prima comincia: Legem veterem Digestorum; la seconda: Voluntas libera; la terza: In forma sigilli; e la quarta: Accusatorum temeritas; tutte istromentate per Bartolommeo di Capua; e portano questa data: Dat. Neap. per Bar. de Capua. etc. A. D. 1324 die 8 febr. 7 indict. Regnorum Domini patris nostri anno 15.
Abbiamo un altro Capitolo di questo Duca tra quelli della Regina Giovanna, stabilito per lo Vescovo di Chieti in una lite che tenea con Roberto Morello, che comincia: Carolus illustris, etc. Ne personarum casu, etc. Fu parimente dettato da Bartolommeo di Capua nel mese di settembre dell'anno 1322.
Tra' riti della G. Corte della Vicaria si legge eziandio un altro Capitolo di Carlo, che comincia: Detestantes, sotto la rubrica, De supplendis defectibus causarum, drizzato a Giovanni de Aja, Reggente della G. Corte, e porta questa data: Dat. Neap. A. D. 1320 die 28 Decembris 3 indict. Regnorum dicti Domini patris nostri, anno 11.
Pure fra' Capitoli del medesimo se ne legge uno istromentato per li Maestri Razionali: si tratta in quello di cose fiscali attinenti al regal patrimonio, come di falsa moneta, fu fatto contro coloro che falsificavano i gigliati ed i carlini, e per questa ragione nella data non si legge il nome del Protonotario o Viceprotonotario, ma solo: Data per Magistros Rationales. Comincia: Carolus illustris, etc. Jam saepe, ed è sotto il titolo: De demolientibus et falsantibus Liliatos, Carolenos et incidentibus.
(Questi Gigliati, de' quali il Boccaccio, come moneta d'argento del Regno a' suoi tempi usitatissima, fa memoria, furono così chiamati da' gigli ivi impressi, siccome vedesi nel libro delle Monete del Regno di Napoli del Vergara Tavola 10, n. 7, e Tavola 11, n. 5, e ragguagliava il lor valore a quello del carlino).
Questi sono i Capitoli, che ci lasciò questo savio e giusto Principe, il quale essendo nell'anno 1328 premorto all'infelice padre; nè tenendo Roberto altro maschio, a chi insieme col titolo di Duca di Calabria avesse potuto conferire la carica di Vicario del Regno, riprese egli il governo del medesimo; e come abbiam veduto, molti altri Capitoli per mano del Viceprotonotario G. Grillo stabilì, insino che nel 1343 essendo morto senza maschi, lasciò il Regno a Giovanna I. sua nipote figliuola di Carlo: origine, che fu di molti disordini e confusioni nel Regno, tanto che così ella, come i suoi successori, regnando in continue agitazioni e sempre in mezzo alle armi, non poterono pensare alle leggi. Per questa cagione della Regina Giovanna non abbiamo se non che pochi suoi Capitoli, rifatti per gli Ufficiali, e buono stato del Regno, non che intendesse per quegli stabilir cose nuove, come ella stessa lo dice: Condita sunt Capitula infrascripta modica, et quasi nulla statuentia nova. Sed solum rememorantia, et reformantia jura antiqua et Capitula, quae per abusum malorum Officialium minime fuerunt observata modernis temporibus[451]. E degli altri Re angioini suoi successori, toltone quel celebre Capitolo di Ladislao, dove proibisce a' Notari vassalli stipulare istromenti de' loro Baroni; ed un altro della Regina Isabella come Vicaria del Regno, lasciata dal Re Renato suo marito, che si legge tra' Riti della G. Corte della Vicaria, non abbiamo legge o costituzione alcuna.
Ecco di quali leggi si compone il volume, che ora noi chiamiamo de' Capitoli del Regno; ecco i loro autori: Carlo I, Carlo II, Roberto, Carlo suo figliuolo, e Giovanna, uno di Ladislao, ed un altro d'Isabella.
Sin da che furono pubblicati, ebbero chi con note, e chi finalmente con pieni commentarii gl'illustrasse. Il primo fu Bartolommeo da Capua, che vi fece alcune picciole note. Giovanni Grillo da Salerno, anche famoso Giureconsulto di que' tempi, che dopo la morte di Bartolommeo fu Viceprotonotario del Regno. Il celebre Andrea d'Isernia pur vi fece alcune note. Nel Regno di Giovanna I. Sebastiano Napodano e Nicolò da Napoli; Sergio Donnorso, che fu M. Razionale della G. Corte e Viceprotonotario[452], e Luca di Penna, anche vi notarono alcune cose. Seguirono da poi a far il medesimo Nicolò Superanzio, Pietro Piccolo da Monforte, Gio. Crispano Vescovo di Chieti, Fabio Giordano, Gio. Angelo Pisanello, Marc'Antonio Polverino, ed il Regio Consigliere Giacopo Anello De Bottis. Finalmente, per tralasciarne alcuni che vi fecero picciolissime note di niun momento, Gio. Antonio De Nigris di Campagna, città posta nel Principato citra, non ignobile Giureconsulto, negli ultimi tempi di Carlo V, e propriamente nell'anno 1546 alle note di Bartolommeo di Capua, di Sebastiano e Nicolò di Napoli, e di Luca di Penna, aggiunse i suoi più diffusi commentarii.
FINE DEL LIBRO VENTESIMO.
STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI