LIBRO VENTESIMOSESTO
Il Regno di Napoli trasferito dagli Angioini in mano d'Alfonso Re d'Aragona, ancorchè passasse sotto la dominazione d'un Re potentissimo per tanti Regni ereditari, che possedeva, per Aragona, Valenza, Catalogna, Majorica, Corsica, Sardegna, Sicilia, il Rossiglione e tant'altri floridissimi Stati: e nuove famiglie, nuovi costumi, e molti istituti portati da Spagna si fossero in quello introdotti; nulladimanco fortunatamente gli avvenne, che da questo magnanimo Re non fosse trattato come Regno straniero, nè reputato forse, come una provincia del Regno di Aragona; ma l'ebbe, come se fosse suo avito Regno, e nazionale; anzi vi erse in Napoli un Tribunal così eminente, che ordinò che a quello dovessero per via d'appellazione portarsi non solo le cause di queste nostre province, ma di tutti gli altri suoi vastissimi Regni.
Sia la sua amenità o grandezza, il tanto numero de' grandi Baroni, la sua eminente nobiltà, siano gli amori della sua cara Lucrezia Alagna egli è evidente, che lo preferì a tutti gli altri suoi dominj, e non si vide mai in tanta floridezza e splendore, quanto negli anni del suo Regnare. Egli fermò in Napoli la sua sede regia, e quivi volle menar il rimanente di sua vita, e finire quivi i suoi giorni: e quasi dimenticatosi degli altri suoi paterni Regni, tutte le sue cure, e tutti i suoi pensieri furono verso questo Reame drizzati. La Sicilia vicina, che divisa dal Regno fin dal famoso Vespro siciliano, ora s'unisce, a lui accrebbe parimente utilità e grandezza. Quindi avvenne che per essersi nella sua persona riuniti questi Regni, cominciò a chiamarsi Re dell'una e l'altra Sicilia, ut et hinc, come dice il Fazzello[324], Pontificum Romanorum authoritatem non improbare, et vetustam observationem non negligere videretur, non ignarus, cum eruditissimus esset, illius usurpatam esse, et novitiam vocem. Ciocchè poi usarono gli altri Re suoi successori che dominarono l'uno e l'altro Reame. Ma la principal cagione, onde anche dopo la di lui morte questo Regno mantenesse la sua propria dignità, e che conservasse i suoi proprj Re, e non dipendesse da Principi stranieri, li quali tenendo altrove collocata la Regia loro sede, per mezzo de' loro Ministri soglion governare, come avvenne dal tempo di Ferdinando il Cattolico in poi; fu l'avere Alfonso proccurato per via di legittimazione, d'investiture e acclamazione de' Popoli che il Regno di Napoli, mancando egli senza figliuoli legittimi, non passasse con tutti gli altri Regni ereditarj sotto la dominazione di Giovanni suo fratello e degli altri Re d'Aragona, ma ne fosse investito ed acclamato per suo successore Ferdinando d'Aragona suo figliuolo bastardo, il quale sino a Federico d'Aragona ultimo Re di questa linea, perpetuò per molti anni nella sua discendenza questa successione in guisa che il Regno ebbe insino al Re Cattolico proprj Principi, anzi più che Nazionali; poichè non avendo essi in altre parti altri Stati e dominj, il Regno di Napoli era la loro unica sede e la propria Patria.
Molto dunque deve Napoli ed il Regno ad Alfonso, il quale posponendo gli altri suoi Regni, in questa città fermò il suo soglio, ed all'antica nobiltà normanna, sveva e franzese aggiungendovi altra nuova ch'e' portò di Spagna, di nuove illustri famiglie l'accrebbe e adornò. Egli vi portò i Cavanigli, i Guedara, i Cardenes, gli Avalos e tante altre, che ancora ci restano, e che rischiarano colla nobiltà del loro sangue questo Regno: oltre a' Villamarini, Cardona, Centeglia, Periglios, Cordova e tante altre famiglie nobilissime che son ora tra noi estinte. Egli riordinò il Regno con frequenti Parlamenti, con nuove numerazioni e con migliori istituti e nuovi Tribunali.
Non è mio proponimento, nè sarebbe dell'istituto della mia opera, voler in questa Istoria narrare i magnifici ed egregj suoi fatti: ebbe quest'Eroe particolari Autori, che di lui altamente e diffusamente scrissero, due Antonj, Zurita e Panormita, Bartolommeo Facio, Enea Silvio, poi Papa Pio II, il celebre Costanzo, Spiegello, Gaspare Pellegrino e tanti e sì illustri che empierono le loro carte de' suoi famosi gesti. A noi, perciò che richiede il nostro istituto, basterà rapportare ciò che appartiene alla politia, colla quale questo Principe governò il Regno: che cosa di nuovo fuvvi introdotto, e quali fossero le sue vicende e mutazioni nello stato, così civile e temporale, come ecclesiastico e spirituale.
CAPITOLO I. De' capitoli e privilegi della città e Regno di Napoli e suoi Baroni.
Da poi ch'ebbe Alfonso interamente sconfitti coloro della parte Angioina, ed in tutte le parti del Regno fatto correre le sue bandiere, pensò convocare un general Parlamento per dar sesto a molte cose che le precedute guerre avean poste in disordine e confusione. Lo intimò a Benevento, e per questo mandò per tutte le province lettere a' Baroni ed alle Terre demaniali che ad un dì prefisso ivi si trovassero; ma i Napoletani mandarono a supplicarlo che trasferisse il Parlamento nella città di Napoli ch'era capo del Regno, e così fu fatto: v'intervennero due Principi, poichè in questi tempi non ve n'eran più nel Regno, il Principe di Taranto Balzo e quello di Salerno Orsino, il primo Gran Contestabile e l'altro Gran Giustiziere: v'intervennero tutti gli altri cinque Ufficiali della Corona: quattro Duchi, quel di Sessa Marzano, il Duca di Gravina Orsino, il Duca di S. Marco Sanseverino, ed il Duca di Melfi Caracciolo (poichè il Duca d'Atri Acquaviva ed altri Baroni che aveano seguita la parte di Renato, ancorchè chiamati, non s'assicurarono venire innanzi al Re): due Marchesi, quel di Cotrone Centeglia e l'altro di Pescara Aquino: molti Conti, e moltissimi Baroni e Cavalieri dei quali il Costanzo ed il Summonte fecero lungo catalogo.
In questo Parlamento propose il Re che avendo liberato il Regno dall'altrui invasioni, per poterlo nell'avvenire mantener in pace e difenderlo da chi cercasse turbarlo, era di dovere che si stabilisse per tutto il Regno un annuo pagamento per mantenere uomini d'arme per la difensione di quello: consultarono sulla richiesta, e si conchiuse di costituirli un pagamento d'un ducato a fuoco, da pagarsi ogni anno per tutto il Regno, con che il Re dovesse all'incontro dar ad ogni fuoco un tomolo di sale, e levar ogni colletta, colla quale prima si vivea[325]. Si fece al Re l'offerta con chiedergli ancora alcune grazie. Alfonso l'accettò, promise tener mille uomini d'arme pagati a pace ed a guerra, e diece galee per guardia del Regno, e concedè magnanimamente quelle grazie che gli furon dimandate.
Molti furon i privilegi che si veggono ora impressi in un particolar volume: fra gli altri fu stabilito di dar udienza pubblica in tutti i venerdì a' poveri e persone miserabili: fu lor costituito un Avvocato con annuo soldo da pagarsi dalla Camera del Re: che nella Gran C. della Vicaria in luogo del Gran Giustiziere dovesse continuamente assistere il suo Luogotenente, ovvero Reggente con quattro Giudici per l'amministrazion della giustizia: che alli Baroni si conservassero li privilegj delle giurisdizioni a loro conceduti: che fossero sciolti da ogni pagamento d'adoa: che pagandosi per ciaschedun fuoco carlini diece, se gli somministrasse un tomolo di sale: che s'assegnasse a spese del regio Erario un avvocato a' poveri: ed altri privilegj e grazie concedette non meno alla città di Napoli che a tutte l'Università e Terre del Regno.
L'orme d'Alfonso furon da poi calcate dagli Re suoi successori, i quali in occasioni simili, avendo dal Regno richieste, ed essendo loro state accordate o nuove imposizioni o donativi di somme considerabilissime, concederon essi altre grazie alla città e Regno. Molte se ne leggono di Ferdinando I, d'Alfonso II, di Ferdinando II, di Federico, di Ferdinando il Cattolico, o del suo Plenipotenziario Gran Capitano, di Carlo V e di Filippo II. Tanto ch'essendo nell'anno 1588 cresciuto il lor numero, ebbe il pensiero Niccolò de Bottis di raccoglierle in un volume che fece imprimere in Venezia, e lo dedicò al Presidente de Franchis, allora Consigliere.
Ma in decorso di tempo, essendone state altre concedute dal Re Filippo II, da Filippo III e IV, da Carlo II e ne' nostri tempi dall'Imperador Carlo VI con grande utilità del pubblico si è proccurato nei passati anni, farne altra raccolta in un altro volume che si è fatto imprimere in Napoli (ancorchè portasse il nome di Milano) nell'anno 1719, dove sono stati impressi li rimarchevoli privilegi e segnalatissime grazie concedute ultimamente alla città e Regno dal nostro augustissimo e clementissimo Principe; delle quali secondo l'opportunità se ne farà in quest'Istoria ricordanza.
CAPITOLO II. Successione del Regno dichiarata per la persona di Ferdinando d'Aragona figliuolo d'Alfonso. Pace conchiusa col Pontefice Eugenio IV da cui vengono investiti del Regno.
Fu ancora in questo Parlamento dichiarata la succession del Regno per la persona di Ferdinando figliuolo d'Alfonso; poich'essendo notissimo a' più intimi Baroni del Re l'amore che e' portava a questo suo figliuolo, ancorchè naturale, al quale avea spedito privilegio di legittimazione[326] dove lo dichiarava abile a potergli succedere in tutti i suoi Stati e particolarmente nel Regno di Napoli; e sapendo di far gran piacere al Re, proposero agli altri di cercargli grazia che volesse designare D. Ferdinando suo futuro successore, col titolo di Duca di Calabria, solito darsi a' figliuoli primogeniti de' Re di questo Regno: onde col consenso di tutti, Onorato Gaetano che fu eletto per Sindico di tutto il Baronaggio, inginocchiato avanti al Re lo supplicò, che poichè S. M. avea stabilito in pace il Regno, e fatti tanti beneficj, per fargli perpetuare, volesse designare per Duca di Calabria e suo futuro successore, dopo i suoi felici giorni, l'illustrissimo Signor D. Ferdinando suo unico figlio[327]; e 'l Re con volto lieto fece rispondere dal suo Segretario in di lui nome queste parole: La serenissima Maestà del Re rende infinite grazie a voi illustri, spettabili e magnifici Baroni della supplica fatta in favore dell'illustrissimo Signore D. Ferrante suo carissimo figlio, e per soddisfare alla domanda vostra, l'intitola da quest'ora, e dichiara Duca di Calabria immediato erede e successore di questo Regno, e si contenta se gli giuri omaggio dal presente dì. Fu subito con gran giubilo gridato Ferdinando Duca di Calabria e successore del Regno, e da tutti gli Ufficiali e Baroni suddetti gli fu giurato omaggio e ligio di fedeltà ore et manibus; e ne fu fatto pubblico istromento in presenza di molti Baroni in quest'anno 1443 che si legge impresso nel volume de' privilegj suddetti. Nel seguente giorno, il Re con Ferdinando accompagnato dal Baronaggio andò nel monastero delle Monache di S. Ligoro, e poichè fu celebrata con pubblica solennità la messa, diede la spada nella man destra di Ferdinando, e la bandiera nella sinistra, e gl'impose il cerchio Ducale su la testa, e comandando che tutti lo chiamassero Duca di Calabria, e lo tenessero per suo legittimo successore: di che anche ne fu fatto pubblico istromento che parimente ivi si legge.
Ma tutto ciò non bastava per assicurar la successione del Regno nella persona d'un figliuolo bastardo, ancorchè legittimato, se questo giuramento e dichiarazione non fosse stata approvata dal Papa, il quale per l'inimicizia che teneva con Alfonso non gli avrebbe data mai l'investitura; ed il mal animo del Papa era evidente, poichè avendo tutti i Potentati di Italia mandato a congratularsi con lui della vittoria, e della quiete e pace del Regno, solamente il Pontefice Eugenio non vi mandò; anzi mostrò dispiacer grandissimo della ruina di Renato e della sua uscita dal Regno. Perciò Alfonso, che avea bisogno di lui, non solo per istabilire più perfettamente la pace, ma per ottenere l'investitura del Regno per lo Duca di Calabria, rivoltò tutti i suoi pensieri per riconciliarsi con lui, e adoperò ogni mezzo por conseguirlo.
Avea prima Alfonso, come si disse, vedendo l'avversione d'Eugenio, tenuto secreto trattato con Amedeo duca di Savoja Antipapa, e non per altro che per ottenere da quello ciò che dal vero Pontefice non potea conseguire. Lo Scisma che s'era rinovato nella Chiesa dopo la morte di Martino V per lo Concilio di Basilea, avea posto in disordine ogni cosa. Ciò che il Papa Eugenio stabiliva, il Concilio dichiarava nullo; ed all'incontro il Papa tenendo per Conventicola quella radunanza, tuttociò che in quella si determinava, lo dannava ed anatematizzava. Il Concilio citò il Papa e non comparendo, lo dichiarò contumace; finalmente que' Prelati ch'eran rimasi in Basilea, de' quali componevasi il Concilio, lo deposero il dì 25 giugno dell'anno 1439 e deputarono alcuni Commessarj per eleggere un nuovo Papa. I Commessarj elessero Amedeo Duca di Savoja, che, come fu detto, s'era ritirato nella solitudine di Ripaglia, nella Diocesi di Ginevra, dove vivea come Romito. La sua elezione fu confermata dal Concilio, e fu nomato Felice V, il quale tosto portossi in Basilea a presiedere in quello. Papa Eugenio ne teneva aperto un altro in Fiorenza, e vicendevolmente si condennavano l'un l'altro. La Francia continuò a riconoscere Eugenio per Papa. L'Alemagna però cominciava a vacillare, e propose di tenere un nuovo Concilio per giudicare sopra il diritto de' due eletti. Il Re Alfonso durando nell'inimicizia d'Eugenio, per dargli di che temere, mandò Luigi Cescases per suo Ambasciadore appresso Felice, e permise che alcuni Prelati suoi sudditi l'ubbidissero e riconoscessero per vero Pontefice. All'incontro Felice per tirar scovertamente Alfonso nel suo partito, e tutti i sudditi de' di lui Regni alla sua ubbidienza, offeriva a Luigi suo Ambasciadore ch'egli avrebbe confermata l'adozione fattagli dalla Regina Giovanna II, conceduta l'investitura del Regno, ed oltre ciò gli offeriva ducentomila ducati d'oro[328]. Ma il prudentissimo Re scorgendo che di giorno in giorno il Concilio di Basilea andavasi debilitando, e che Felice erasi a' 20 novembre dell'anno 1442 con una parte de' suoi Cardinali ritirato in Lausana, e che a lungo andare si dissolverebbe ogni cosa: pensò destramente di rivoltarsi alla parte d'Eugenio, e per tenere intanto a bada Felice, fece rispondere dal suo Ambasciadore alla profferta fattagli che li ducentomila ducati d'oro bisognava che se gli pagassero in una paga: che si contentava di ritenersi la città di Terracina per la somma di 305 mila ducati di Camera in parte di ciò che se gli dovea per la guerra mossagli dal Patriarca Vitellesco, quando gli ruppe la tregua, e che allora vi fu condizione che dovesse aver Terracina fin che ne fosse interamente soddisfatto: che se Felice era contento di ciò ed adempiva a queste condizioni, egli non avrebbe mancato di difenderlo e di prestargli co' suoi fratelli ubbidienza; ed oltre a ciò che avrebbe inviati al Concilio suoi Ambasciadori, e proccurato che i Prelati de' suoi Regni ancor vi venissero; ed anche si studierebbe che il medesimo facessero il Re di Castiglia ed il Duca di Milano, e co' suoi fratelli si sarebbe confederato ancora con la Casa di Savoja.
Questi trattati teneva egli aperti con Felice, prolungandogli con destrezza, perchè non si venisse a veruna conchiusione; ma nell'istesso tempo avea dato incarico al Vescovo di Valenza D. Antonio Borgia, che fu Cardinale e poi Papa, detto Calisto III che s'adoprasse con Eugenio per la sua riconciliazione, il quale incominciò a sollecitare il Papa, che si degnasse trattare di pace e ricevere il Re per suo buon figliuolo e buon feudatario. Agevolò ancora il trattato, ed ammollì l'animo d'Eugenio Lodovico Scarampo Patriarca d'Aquileia Cardinal di S. Lorenzo in Damaso suo Camerlengo, con cui solea egli conferire de' più gravi ed importanti affari; onde Eugenio mosso dalle loro insinuazioni, e considerando altresì che non poteva giovare al Re Renato, e che l'inimicizia del Re Alfonso gli poteva nuocere, voltò l'animo alla pace; ed a' 9 aprile di quest'anno 1443 spedì una Bolla di legazione e commessione in persona del Cardinal suddetto, inviandolo a trattare col Re della pace e dell'investitura del Regno da concedersi al medesimo. La Bolla di questa legazione è rapportata dal Chioccarello, e si legge nel primo volume de' suoi M. S. giurisdizionali.
Trovavasi allora il Re a Terracina, dove ricevè il Legato con molto onore; e dopo molti dibattimenti fu a' 14 giugno del detto anno la pace conchiusa con questi patti.
Che il Re con dimenticanza perpetua di tutte l'ingiurie ed offese passate, e con rimessione di quelle, riconoscesse Eugenio per se e per tutti i suoi Regni per unico, vero e non dubbioso Pontefice e Pastor universale di S. Chiesa, e che come a tale gli prestasse egli ed i suoi Regni ubbidienza.
Che dovesse tenere per Scismatici tutti i Cardinali aderenti all'Antipapa Amedeo.
Che all'incontro il Papa dovesse dar l'investitura al Re Alfonso del Regno di Napoli, con la conferma dell'adozione ed arrogazione, che la Regina Giovanna II aveale fatta con clausola, che non gli ostasse avere acquistato il Regno colle proprie armi.
Che trasferisse in Alfonso tutta quella autorità che era stata conceduta da' Pontefici passati agli antichi Re di Napoli; e che abilitasse D. Ferrante Duca di Calabria alla successione dopo la morte del padre. E dall'altra parte il Re si farebbe vassallo e feudatario della chiesa, con promettere d'aiutarla a ricovrare la Marca, la quale si tenea occupata dal Conte Francesco Sforza.
Che quando il Papa volesse far guerra contra Infedeli, avesse il Re da comparire con una buona armata ad accompagnare quella del Papa.
Che il Re dovesse ritenere in nome della chiesa la città di Benevento e di Terracina in governo per tutto il tempo di sua vita, e per lo medesimo tempo lasciava il Re al Papa Città ducale, Acumoli e la Lionessa, terre importantissime della provincia d'Abruzzo.
Che il Re dovesse servire al Papa con sei galee per sei mesi nella guerra contro il Turco. E per ricuperare le città e fortezze che teneva occupate nella Marca il Conte Francesco Sforza, si convenne, che il Re dovesse inviare quattromila soldati a cavallo e mille a piedi.
Che il Papa dovesse concedere la Bolla di legittimazione per D. Ferdinando suo figlio che fosse abilitato per l'investitura, in guisa che tanto egli, quanto i suoi eredi potessero succedere al Regno.
Che al censo, che dovea pagar il Re per l'investitura, s'avessero da scomputare le spese, che si facessero nelle sei galee e nella gente d'arme, che dovean andare alla Marca.
Che le città di Benevento e di Terracina si darebbero in governo a D. Ferdinando e suoi successori perpetuamente, e dell'istesso modo avesse la chiesa in governo la Città ducale, Acumoli e la Lionessa.
Questi capitoli di pace furono a' 14 giugno di quest'anno 1443 conchiusi in Terracina dal Re e dal Legato appostolico Cardinal d'Aquileia; nella conchiusion de' quali intervennero solamente Alfonso Covarruvias famoso Giurista e Protonotario appostolico e Giovanni Olzina Segretario del Re; e sono rapportati dal Chioccarello nel tomo I de' M. S. giurisdizionali.
Papa Eugenio con sua particolar Bolla spedita a' 6 luglio del detto anno, parimente rapportata da Chioccarello, confermò i capitoli suddetti, ed in esecuzione di quelli, in questo medesimo anno, spedì più Bolle rapportate anche dal medesimo Autore.
Primieramente a' 13 luglio diede fuori una Bolla preliminare, colla quale assolvea il Re ed i suoi Ministri da tutte le scomuniche e censure, nelle quali fossero incorsi per le guerre ed offese fatte alla chiesa romana nel tempo dello Scisma, e per l'invasione dei beni ecclesiastici. Dopo tutto ciò, residendo Eugenio in Siena, a' 15 del detto mese spedì la Bolla dell'investitura, per la quale concedè al Re Alfonso l'investitura del Regno di Napoli per se, suoi eredi mascoli e femmine legittimi discendenti dal suo corpo per retta linea.
Di questa investitura variamente parlarono i nostri Autori: Scipion Mazzella[329] dice, che abbracciava ancora il Regno d'Ungheria, di cui il Papa ne investì Alfonso per le ragioni di Giovanna sua madre adottiva; e che nella medesima si concedeva ancora, che Ferdinando suo figliuol naturale potesse succedere nel Regno. Il Cardinal Baronio[330] credette, che per questa Bolla il Re Alfonso fosse stato da Eugenio investito non solo del Regno di Napoli, ma anche di quello di Sicilia. Ma non men l'uno che l'altro vanno di gran lunga errati. L'investitura non fu che del solo Regno di Napoli, chiamato nelle Bulle pontificie, Regnum Siciliae et Terram citra Pharum. Nè della Sicilia ultra Pharum, e molto meno dell'Ungheria si fece parola, come nè tampoco dell'abilitazione di Ferdinando. Ciò è evidente dalla Bolla, che ora leggiamo impressa nel III tomo del Summonte, e che manuscritta fu dal Chioccarelli ancor inserita fra l'altre di questo Papa nel tomo primo de' suoi M. S. giurisdizionali: dove Eugenio, numerando le cagioni, che lo moveano a dar l'investitura, cioè l'adozione della Regina Giovanna II, li travagli d'Alfonso sofferti in tanti anni per mettersene in possesso, la vittoria riportata de' suoi nemici, la pace data al Regno, la volontà dei Baroni che lo consideravano e che l'aveano ricevuto per loro Re e Signore, datogli ubbidienza e prestatogli il giuramento solito di fedeltà (cose tutte riguardanti il solo Regno di Napoli), i meriti proprj e del Re Ferdinando suo padre, per tutte queste ragioni l'investiva del Regno colle clausole solite, che furono apposte in quella conceduta al Re Carlo I con il censo di ottomila once d'oro l'anno: e che i Baroni e popoli del medesimo Regno non potessero gravarsi di nuove taglie, ma godessero quella libertà, franchigia e privilegi che goderono a tempo del Re Guglielmo II.
Non poteva in questa investitura parlarsi del Regno di Sicilia ultra Pharum, di cui i Re di Sicilia predecessori d'Alfonso, sin dal famoso Vespero Siciliano, non ne richiesero mai investitura; ed Alfonso era a quello succeduto per la morte del Re Ferdinando suo padre sin dall'anno 1416, e di cui era in possesso prima della sua adozione. Lo convincon ancora le parole della Bolla dell'investitura, conceduta pro Regno Siciliae, et tota terra ipsius, quae est citra Pharum, usque ad confinia terrarum ipsius Ecclesiae. Ciò che si conosce più chiaramente dal giuramento di ligio omaggio, che Alfonso poi nell'anno 1445 diede ad Eugenio con queste parole: Ego Alphonsus dei gratia Rex Siciliae plenum homagium, ligium, et vassallagium faciens vobis Domino meo Eugenio Papae IV et Ecclesiae Romanae, pro Regno Siciliae, et tota terra ipsius, quae est citra Pharum[331].
Mette poi la cosa in maggior evidenza, e non lascia punto da dubitare la data di questo giuramento, dove per lo Regno di Sicilia, et tota terra citra pharum, non si denota, che questo solo Regno di Napoli. Ecco ciò che ivi leggiamo: Datum Neapoli per manus nostri praedicti Regis Alphons, anno a Nativitate Domini 1445, die vero secundo mensis Junii octavae Indictionis. Regnum nostrorum trigesimo; hujus vero SICILIAE, ET TERRAE CITRA PHARUM anno Regni XI. Non è dunque da dubitare, che questa investitura fu del solo Regno di Napoli, siccome per cosa fuor di dubbio scrissero il Costanzo, il Summonte, il Chioccarelli, e tutti i più rinomati e gravi nostri Autori.
Oltre di questa investitura, nel medesimo anno furono da Eugenio spedite altre Bolle in favor d'Alfonso; nel dì 4 di settembre ne diè una per la quale gli rimette e dona il pagamento di non picciole somme di marche sterline, che era tenuto pagare alla Camera Appostolica per cagion della concessione, ed investitura del Regno di Napoli. E nel dì 29 del medesimo mese con altra Bolla gli rimise tutta la somma di denari, che gli dovea per li censi passati del Regno di Napoli; e tutta la somma, che il Re, e suoi Ufficiali e Ministri in suo nome aveano esatta insino al detto dì, da qualunque ragioni, e crediti della Camera Appostolica, ovvero da prelature e dignità, beneficj e persone ecclesiastiche di qualsivoglia modo. Parimente nel medesimo giorno ne spedì un'altra, colla quale promette al Re di mandargli il Cardinal di S. Lorenzo in Damaso, o altra persona per coronarlo solennemente quando e dove il Re vorrà; ma questa coronazione poi non si fece, non essendo stato Alfonso mai coronato[332].
Poi in un medesimo giorno de' 13 decembre del suddetto anno furono spedite nove altre Bolle in favor del medesimo. Per la prima, si concede che la pena della privazione del Regno in caso di contravenzione alli patti dell'investitura, possa permutarsi in pena pecuniaria di ducati 50 mila da pagarsi dal Re alla Camera Appostolica; durante però la vita d'Alfonso. La seconda, gli proroga per due altri anni il tempo di dare il giuramento alla Sede Appostolica per l'investitura del Regno, non ostante, che in quella si dica, doversi dare fra sei mesi, se il Papa sarà in Italia ed essendo fuori d'Italia, fra un anno. La terza, gli rimette le 8 mila once d'oro l'anno, che gli doveva per lo censo, durante però la vita d'Alfonso. La quarta gli dà facoltà di non ricevere i suoi ribelli nel Regno, e di cacciargli, con confiscare i loro beni, non ostante il giuramento dato dal Re per osservanza dell'investitura fattagli, di ricevere detti ribelli nel Regno e di restituire a' medesimi i loro beni, assolvendolo dal detto giuramento. Per la quinta, se gli concede, che se bene nell'investitura vi sia patto, che non possa imponere taglie e collette alle chiese, monasterj, luoghi pii e religiosi, cherici e persone ecclesiastiche, e loro beni, eccetto che ne' casi permessi de jure, ovvero per antica consuetudine di detto Regno, tuttavia che possa il suddetto Re per tutto il tempo della sua vita imponere taglie e collette a detti luoghi e persone ecclesiastiche, essendovi necessità, non ostante li patti di detta investitura. Nella sesta, si dice, che essendosi dal Re Alfonso esposto, che per antica consuetudine del Regno poteva imponer taglie e collette alle chiese, monasterj, Luoghi pii, religiosi, cherici e persone ecclesiastiche e loro beni, e che non era tenuto ricevere, nè ammettere Prelati eletti, nominati e provisti in detto Regno, se probabilissimamente gli eran sospetti di Stato: il Papa gli concede, che possa imporre dette taglie e collette, e non ricevere detti Prelati, se per consuetudine del Regno gli era lecito, non ostante li patti apposti in detta Investitura. Per la settima, ad istanza del detto Re se gli concede e dispensa, che possano anche succedere nel Regno i trasversali, non ostante li patti di detta Investitura, che chiamava solo li mascoli nati e nascituri, legittimamente discendenti per linea retta dal detto Re. Per l'ottava, se gli conferma l'adozione, ovvero arrogazione per figlio e successore nel Regno di Napoli fattagli dalla Regina Giovanna II. L'ultima, rimette al Re li 300 soldati armati, che avea da tenere in campagna, e che avea promesso alla Sede Appostolica a sue spese per tre mesi per cagione dell'Investitura concessagli.
Da poi nel seguente anno 1444 a' 14 Luglio in esecuzione de' capitoli accordati col Cardinal Legato in Terracina, spedì Eugenio la Bolla della legittimazione a favor di Ferdinando Duca di Calabria, per la quale lo legittimò e l'abilitò a succedere nel Regno di Napoli; ed a primo Aprile dell'anno seguente con altra Bolla si commette a Don Giovanni Abate del monastero di S. Paolo di Roma, a ricercare dal Re Alfonso in nome della Sede Appostolica il giuramento ch'era tenuto dare per cagion dell'Investitura, il quale fu dato in mano del medesimo con quelle parole di sopra riferito.
(La formola del giuramento di fedeltà prestato da Alfonso, siccome i Brevi, ed altre Bolle d'investitura e sua estensione a' collaterali, di remission di debiti alla Camera Appostolica, di riunione nel Regno dei Beni distratti e di conferma dell'adozione fatta dalla Regina Giovanna II in favor d'Alfonso, sono rapportate anche da Lunig[333], il quale trascrive eziandio una bolla d'Eugenio, spedita in Roma nel mese d'Ottobre del 1443 per la quale gli concede facoltà di potere per tutto il futuro anno 1444 impor taglie e collette, ed esigere sopra tutti i frutti de' Beni degli Ecclesiastici de' suoi Regni la somma di ducentomila fiorini d'oro di Camera; cioè da' Regni d'Aragona, Valenza, Catalogna, Majorica e Minorica fiorini cento quarantamila; dal Regno di Napoli trentamila e da quello di Sardegna diecimila. Comanda, che niun Ordine regolare o secolare sia da ciò esente; ma tutti gli Ecclesiastici, ospedali ed altri luoghi pii debbano contribuire, eccettuandone i soli Cardinali, per quella ragione che Eugenio esprime nella suddetta sua Bolla, dicendo: Venerabilibus Fratribus nostris S. R. E. Cardinalibus, qui in partem nostrae sollicitudinis, divina miseratione vocali, grandia ad eorum statum decenter tenendum expensarum onera quotidie subire noscuntur dumtaxat exceptis).
CAPITOLO III. Nozze tra Ferdinando Duca di Calabria con Isabella di Chiaramonte nipote del Principe di Taranto. Morte di Papa Eugenio, ed elezione in suo luogo del Cardinal di Bologna chiamato Niccolò V, che conferma ad Alfonso quanto gli aveva conceduto il suo predecessore Eugenio.
Re Alfonso dopo aver stabilita la pace col Pontefice Eugenio, fu tutto inteso non meno ad assicurare la successione del Regno nella persona del Duca di Calabria, che a soddisfare il Papa di quanto ne' capitoli della pace erasi convenuto. In adempimento del primo capitolo fece prestargli ubbidienza da tutti i Sudditi e Prelati; e poichè il famoso Canonista Panormitano avea assistito al Concilio di Basilea, ed avea avuta gran parte a quanto ivi fu fatto contro il Pontefice Eugenio, in ricompensa di che era stato nominato Cardinale da Felice V Antipapa, lo fece richiamare e l'obbligò a cedere il Cardinalato, e a ritornare nel suo Arcivescovado di Palermo, dove morì di peste l'anno 1445. Ma vedendo che D. Ferdinando non era molto amato da' suoi vassalli, per essere di natura dissimile a lui, siccome colui che s'era scoverto superbo, avaro, doppio e poco osservatore della fede, cominciò a dubitare non il Regno dopo la sua morte venisse in mano aliena; onde trovandosi averlo destinato per successore, cercò di fortificarlo di parentadi, ed inteso che il Principe di Taranto teneva in Lecce una figlia della Contessa di Copertina sua sorella carnale, giovane di molta virtù e da lui amata come figlia, mandò a dimandarla per moglie del Duca di Calabria; ed il Principe ne fu contentissimo, e la condusse molto splendidamente in Napoli. Parve al Re di avergli con ciò acquistato l'ajuto del Principe di Taranto; e per maggiormente fortificarlo, cercò di stringerlo anche di parentado col Duca di Sessa che era pari di potenza al Principe: e diede a Martino di Marzano, unico figliuolo del Duca, D. Lionora sua figlia naturale, assegnandogli per dote il Principato di Rossano con una parte di Calabria.
Ma mentre Alfonso è tutto inteso a stabilire la successione del Regno per suo figliuolo, a soddisfare il Papa di quanto ne' capitoli della pace erasi convenuto: ecco che Eugenio, infermatosi gravemente, venne a morte il dì 23 di febbraio di quest'anno 1447. Per questa morte si levarono in Roma grandi tumulti, perchè gli Orsini dall'una banda ed i Colonnesi dall'altra, sforzavano i Cardinali che avessero creato Papa a volontà loro; ma ritrovandosi il Re a Tivoli, spedì tosto suoi Ambasciadori al Collegio de' Cardinali ad esortargli che nell'elezione non s'usasse alcun maneggio, perch'egli non avrebbe fatta usare alcuna violenza, ma che procedessero a farla con tutta la libertà senza passione o timore. Assicurati i Cardinali da Alfonso, tosto con gran conformità elessero il dì 6 marzo il Cardinal di Bologna uomo mite e pacifico, il quale si può porre per uno de' rari esempj della fortuna, perch'essendo figliuolo d'un povero medico di Sarzana, castello piccolo posto ne' confini di Toscana e di Lunigiana, in un anno fu fatto Vescovo, Cardinale e Papa che nomossi Niccolò V. Il Re di questa elezione restò molto contento, e mandò quattro Ambasciadori che si trovassero alla coronazione, e gli dassero da parte di lui ubbidienza.
Mutossi in un tratto lo stato delle cose d'Italia; poichè ad un Papa di spiriti bellicosi essendone succeduto un altro tutto amante di quiete e di pace, in breve tempo si vide il riposo d'Italia e della Chiesa di Roma; poichè subito cominciò a trattare la pace tra' Veneziani, Fiorentini ed il Duca di Milano. Estinse tosto ogni reliquia di Scisma, che eravi rimasa, poichè ascoltò volentieri le proposizioni d'accordo che gli furono fatte da' Principi cristiani. L'Antipapa Felice ed i suoi aderenti, trovandosi parimenti disposti alla pace, facilitarono l'accordo, il qual fu fatto con condizioni vantaggiose per amendue i partiti, cioè che Felice avrebbe rinunziato alla pontifical dignità; ma che sarebbe il primo fra i Cardinali, e Legato perpetuo della Santa Sede in Alemagna: che sarebbero rivocate dall'una e dall'altra parte tutte le scomuniche e l'altre pene fulminate da' Concilj o dai Papi contendenti contro quelli del partito opposto: che i Cardinali, i Vescovi, gli Abati, i Beneficiati e gli Ufficiali delle due ubbidienze, sarebbero mantenuti ne' loro posti: che le dispense, indulgenze e l'altre grazie concesse da' Concilj, ovvero da' Papi delle due ubbidienze, come pure i decreti, le disposizioni ed i regolamenti che avessero fatti, avrebbero sussistenza: in fine che Niccolò V adunerebbe un Concilio generale in Francia sette mesi dopo l'accordo: e tutte queste condizioni, alla riserva dell'ultima, furono eseguite. Felice rinunziò il Pontificato, e Niccolò fu da tutti riconosciuto per Papa, il quale impiegò il rimanente del suo Pontificato ad acquietare le turbulenze d'Italia, e da questo tempo, fino alla fine del secolo, si vide in pace la Chiesa di Roma.
Col Re Alfonso fu tutto mite e pacifico; non pur confermò quanto erasi pattuito col suo predecessore, ma per le molte spese che il Re avea sofferte nella guerra della Marca, e per altri soccorsi somministratigli pochi giorni dopo il suo ingresso al Pontificato, a' 22 marzo di quest'istesso anno gli spedì Bolla, colla quale gli restituì le Terre d'Acumulo, Cività Ducale e Lionessa nella Montagna dell'Amatrice[334], date da Alfonso ad Eugenio in iscambio della città di Benevento e di Terracina, con rimanere le suddette città ad Alfonso e suoi successori nel Regno (toltone il tributo di due sparvieri l'anno) senza pagamento di censo alcuno; assolvendolo anche nell'anno 1452 con altra particolar Bolla dal suddetto tributo di due sparvieri, che detto Re dovea alla Sede Appostolica in quell'anno, e per tutto il tempo passato, per le città suddette di Benevento e Terracina.
Confermò poi a' 14 gennajo dell'anno 1448 con altra Bolla tutte le grazie e concessioni che tanto ad Alfonso, quanto a Ferdinando suo figliuolo erano state da Eugenio concedute; ed a' 27 aprile del seguente anno con altra Bolla confermò, e di nuovo concedè la legittimazione e successione del Regno di Napoli fatta dal detto Papa Eugenio a Ferdinando Duca di Calabria, con ampliarla di più che detto D. Ferdinando potesse succedere negli altri Regni d'Alfonso suo padre.
(Oltre i suddetti privilegj e concessioni, Niccolò V spedì da Assisi nell'anno 1454 Bolla ad Alfonso, per la quale gli concede il dominio d'un'isola nell'Arcipelago, vicina all'isola di Rodi, con un castello diruto che s'apparteneva alla religione de' Cavalieri di S. Giovanni, affinchè potesse fortificarlo, empir d'abitatori l'isola e valersi del suo porto, per far argine alle incursioni de' Greci e de' Saraceni. Leggesi la Bolla presso Lunig[335]).
Così Alfonso, secondandolo la fortuna in ogni cosa, disbrigato da tutte le cure della guerra, e riposando in una placida e tranquilla pace, dopo avere scorsa la Toscana, ritornò in Napoli, dove giunto trovò che la Duchessa di Calabria sua nuora avea partorito un figliuolo che poi fu Re Alfonso II, che nel tempo del parto apparve in aria sopra il Castel Nuovo un trave di fuoco, che fu presagio della terribilità che avea da essere in lui. I Napolitani fecero molti segni d'allegrezza per lo ritorno del Re, il quale fermatosi in questa città, quivi lungamente si stette, attendendo parte a' piaceri, parte a fabbriche e parte a riordinare i Tribunali di giustizia.
CAPITOLO IV. Origine ed istituzione del Tribunale del S. C. di S. Chiara, ora detto di Capuana.
Fra i molti fregi che adornarono la persona del Re Alfonso, il più celebrato sopra ogni altro fu quello d'avere avuto in somma stima, non meno gli uomini d'arme, che quelli di lettere e di consiglio. Egli ammiratore della grandezza de' Romani, delle loro magnanime imprese e della loro saviezza e prudenza non meno civile che militare, non avea altro diletto che leggere le loro istorie; e la sua ordinaria lezione era sopra Livio, di cui fu tanto adoratore che da Padova, ove giaceano le sue ossa, proccurò da' Veneziani che in memoria di sì grande Istorico gli dassero un osso del suo braccio, il qual fece con gran religione trasferire in Napoli. Conferiva ciò che vi leggeva con uomini dottissimi, che tenne sempre appresso di se, favorendogli con molti segni di stima e di onore.
Essendo a' suoi dì caduta Costantinopoli sotto il giogo de' Turchi, ed estinto l'Imperio greco, molti grand'uomini, che fiorirono in quella città, per iscampare dalla loro barbarie, fuggirono in Italia dove portarono le lettere e la greca erudizione. Si videro perciò fiorire Gaza, Argiropilo, Fletone, Filelfo, Lascari, Poggio, Valla, Sipontino, Campano, Bessarione e tanti altri[336]: tanto che alla caduta di Costantinopoli si deve, essersi in Italia restituite l'erudizione e le lettere più culte e tolta la barbarie. Alfonso nella sua Corte n'accolse molti, in guisa che quella fioriva non meno d'eccellenti professori Latini che Greci. Tenne presso di se il famoso Trapezunzio, Crisolora, Lascari e dei Latini il celebre Lorenzo Valla, Bartolommeo Facio, Antonio da Bologna detto il Panormita, Paris de Puteo e tanti altri. Ebbe pur anche presso di se uomini di fina prudenza e consiglio, e fra gli altri il famoso Alfonso Borgia Vescovo di Valenza: questi nato in Xativa nella diocesi di Valenza, coltivò nell'Università di Lerida i suoi studj, dove avendo fatti mirabili progressi, prese il Dottorato e ne divenne eccellente Cattedratico. Fu poi eletto Canonico di quella città, e per la fama della sua dottrina entrato in somma grazia del Re Alfonso, fu da costui creato suo intimo Consigliere e Cappellano; non molto da poi fu eletto Vescovo di Valenza; e mentre reggeva questa chiesa, avendo Alfonso intrapresa l'espedizione del Regno di Napoli, lo condusse seco, della di cui opera, come si è detto, molto giovossi, quando mandato in Roma, fu impiegato nel gravissimo affare della pace col Pontefice Eugenio, la quale felicemente condusse a fine.
Quando Alfonso, dopo tanti travagli si rese pacifico possessore del Regno, e voltò i suoi pensieri a ristabilirlo, ad introdurvi miglior forma di governo e a riordinare i nostri tribunali, il suo principal Ministro e Consigliere era il Vescovo di Valenza: costui nelle deliberazioni più gravi v'avea la maggior parte, ed il Re da' suoi consigli pendea più che da qualunque altro. Diedero occasione all'erezione di questo Tribunale del S. C. gli abusi, che si vedeano introdotti in Napoli per cagion de' ricorsi, che dalle determinazioni del Tribunale della Gran Corte della Vicaria si facevano al Re. Questo Tribunale composto, come s'è detto, di quello della Gran Corte e dell'altro del Vicario, era in Napoli e nel Regno il Tribunal supremo, ed i suoi Giudici che lo componevano, erano i Magistrati ordinarj: dalle determinazioni di quello non vi era appellazione, poichè sopra di lui non si riconosceva altro Tribunale superiore ove potesse ricorrersi per via d'appellazione. Non avea la retrattazione, che ora appelliamo reclamazione, e la quale presso i Romani era solamente del Prefetto Pretorio; onde per riparare alle gravezze non vi restava che un rimedio, fuori dell'ordine de' giudizj ordinarj, e questo era ricorrere al Re per via di preghiere e di memoriali. Il Re soleva alle volte destinar certe persone, alle quali rimetteva i memoriali ad esso portati, perchè gli riconoscessero, e fattogliene informo, di sua autorità emendassero le gravezze; e queste persone erano chiamate Giudici d'appellazioni della Gran Corte, ond'è, che prima dell'erezione di questo Tribunale, nelle scritture di quei tempi spesso di questi Giudici fassi memoria. Più frequentemente però i Re, senza legarsi a certa persona, mandavano i memoriali ora ad uno ora ad un altro Giureconsulto per sapere il lor parere, i quali da poi ch'aveano inteso il lor consiglio e letto il voto, determinavano essi, e la decisione usciva sotto il nome regio[337]. Questo costume portava degli abusi e de' disordini; poichè sovente affari importantissimi erano risoluti secondo il parere d'un solo. Crescevano ancora i ricorsi, venendo non pur da' Tribunali della città di Napoli, ma ancora dalle province del Regno; onde si vedea gran disordine, che senza una particolar ragunanza di più savj, avessero da emendarsi le tante gravezze per voti di particolari Giureconsulti.
In altra guisa praticavasi nel Regno di Valenza, dove vi era particolar Consiglio assistente presso il Re, di cui egli era capo, dove i ricorsi che da tutti i Tribunali ordinarj di quel Regno erano al Re portati, s'esaminavano in quel Consiglio, da cui procedevano le ammende e le retrattazioni. A somiglianza dunque del Consiglio di Valenza, il Re Alfonso, guidando ogni cosa il Vescovo Borgia, pensò stabilirne un consimile in Napoli, il quale si componesse di più insigni Giureconsulti e di più gravi e savj uomini, che assistendo presso la sua regal persona conoscessero sopra tali ricorsi, e volle dichiararsene egli capo, siccome ne fu autore.
Il Cardinal di Luca[338] portò opinione, che il Vescovo Borgia, poi Cardinale e Papa, formasse questo Consiglio non pure secondo l'idea di quello di Valenza, ma anche essendo egli dimorato lungo tempo in Roma, molti istituti e modelli prendesse dal Tribunale della Ruota romana, che allora era in fiore e che alla formazione di questo Senato vi ebbe parte, non meno il Consiglio di Valenza, che la Ruota di Roma; ed in effetto, siccome questo Tribunale da quello di Valenza prese il nome di Consiglio, così ancora il luogo ove si tenne, prese da Roma il nome di Ruota; e siccome nella Ruota romana non v'è uso di libelli, o come ora diciamo d'istanze, ch'è de' Magistrati ordinarj, ma di preci o suppliche o memoriali, che si drizzano al Papa, il quale per mezzo del Prefetto della Signatura di giustizia, le segna e commette; così ancora in questo Tribunale non vi han luogo libelli, siccome negli altri Tribunali inferiori della città e del Regno, ma le suppliche che si drizzano al Re, il quale per mezzo del Presidente del Consiglio, le segna e commette.
Fu adunque questo Tribunale del Consiglio eretto in Napoli principalmente per li ricorsi, che al Re portavansi dalle determinazioni della Gran Corte della Vicaria e delle altre Corti inferiori, non meno della città che delle province del Regno. Fu detto perciò il Tribunale delle appellazioni; poichè costituito supremo a tutti gli altri, poteva in conseguenza da questi a lui appellarsi. Questo Tribunale riconoscendo per suo capo il Re istesso, e le sue membra essendo di persone per nobiltà e dottrina illustri, venne ad acquistare le maggiori prerogative e preminenze sopra tutti gli altri. Quindi, come s'è detto, non cominciano in esso le cause per via di libelli, ma di suppliche che bisogna indirizzare al Re, le quali poi segnate e commesse acquistano forza di libelli. Quindi nasce, che dalle sue determinazioni non si dà appellazione, ma solamente retrattazione, ovvero come chiamiamo reclamazione, a somiglianza del Prefetto Pretorio. Quindi acquistò il nome di Sacro per la sacrata persona del Re, che se ne dichiarò capo, e per esser suo proprio e particolar Consiglio presso la sua regal persona assistente: onde avvenne, che per consimil cagione all'Audienza d'Otranto si diè anche il nome di Sacra Audienza, perchè un tempo presedè a quella il Re Alfonso II d'Aragona[339]; e perocchè questa provincia fu poi divisa in due, cioè d'Otranto e di Bari, quindi anche quella di Bari si disse Sacra[340]. Quindi le sentenze si promulgano sotto il nome del Re, e si veggono ancora molte sentenze sottoscritte dall'istesso Re Alfonso; onde se accade in quelle nominarsi il Vicerè e alta persona illustre, non altro titolo se gli dà, se non quello con cui dal Re vien chiamata[341]. Quindi in questo sacro Auditorio non è permesso, nè tampoco a' Nobili entrare cinti di spada o d'altre arme, nemmeno a coloro, che possono portarle sin dentro il gabinetto del Re. Quindi egli solo tien la campana, e conosce delle cause di tutti i Tribunali della città e del Regno; le sue sentenze s'eseguono manu forti et armata; e vien adornato di tante altre prerogative e preminenze, di cui il Tassoni[342] ed il Toppi[343] ne tesserono lunghi cataloghi: e a' dì nostri il Dottor Romano[344] ne compose un ben grosso volume.
Ma infra l'altre sue prerogative, la maggior fu quella di conoscere per via d'appellazione delle cause di tutti i Tribunali della città e del Regno, ed in questi principj a quello s'appellava, anche de' decreti interposti dalla Regia Camera della Summaria, siccome testificano Marino Freccia[345], e Giovan Battista Bolvito in un breve discorso latino, che compose sopra questo Tribunale, che M. S. si conservava nella Biblioteca de' SS. Appostoli di questa città, il qual fu dal Summonte trascritto nella sua Istoria[346]; ed apparisce ancora da una lettera[347] del Re Alfonso rapportata dal Toppi, il quale Autore fa vedere ancora, che qualora nel Tribunale della Summaria dovea decidersi qualche articolo di ragione, s'avea ricorso al Consiglio di S. Chiara, che vi giudicava per via d'appellazione[348].
Ma ciò, che deve riputarsi degno d'ammirazione, si è il vedere, che questo inclito Re pose in tanta eminenza questo Tribunale, che ordinò, che anche le cause degli altri suoi numerosi Regni e province, potessero riportarsi a quello per via d'appellazione. Ecco ciò, ch'egli dice in una sua regal carta de' 13 agosto del 1440 rapportata dal Toppi[349], parlando di questo Consiglio e de' suoi Ministri: Quibus decrevimus omnes causas Regnorum nostrorum Occiduorum et Regni nostri Siciliae ultra Pharum, esse remittendas. E siccome si è veduto, possedeva questo gran Re in quel tempo i Regni d'Aragona, di Valenza, di Majorica e di Sardegna, possedeva la Corsica, il Contado di Barzellona, e 'l Rossiglione e la Sicilia di là dal Faro; e finch'egli visse, avendo fermata la sua sede regia in Napoli, insino da sì remote parti si portavano per via d'appellazione le cause in questo Consiglio; e ci restano ancora i vestigj di molti processi, donde appare questo Tribunale essere stato in quel tempo Giudice d'appellazione di tutti que' Regni e Signorie. Donde si convince quanto sia vano il credere, che questo Regno sin da' tempi d'Alfonso fossesi reso dipendente dalla Corona d'Aragona. Si perdè poi questa prerogativa, quando succeduto Ferdinando figliuolo d'Alfonso nel solo Regno di Napoli, non ebbe più che impacciarsi negli altri Regni di Spagna, ne' quali succedè Giovanni d'Aragona fratello d'Alfonso.
Teniamo l'origine, il nome e l'occasione per cui fu questo Tribunale istituito; teniamo ancora il tempo e l'Autore; ma intorno a quest'ultimo, pare, che la prammatica 2 collocata sotto il titolo de Ufficio S. R. C. ce ne metta in dubbio. Il Surgente[350] su tal appoggio credette, che non già Alfonso ne fosse stato l'autore, ma Ferdinando I suo figliuolo: ma questa prammatica o è apocrifa o scorretta; ripugnando ciò alla testimonianza degli Autori contemporanei e ai pubblici documenti.
Michiel Riccio[351] celebre Giureconsulto ed Istorico, Autor prossimo ad Alfonso, che fiorì nel Regno di Ferdinando I, e fu Presidente e Viceprotonotario di quest'istesso Tribunale, lo testifica nella sua grave e dotta Istoria, che compose de' Re di Napoli e di Sicilia; ecco le sue parole: Alphonsus, etc. reddendi juris adeo studiosus, ut Consilium constituerit, quod omnes appellarent ex toto suo Regno; cui praefecit Episcopum Valentiae (qui postea Nicolao V successit, et Calistus est appellatus) cum prius ad Vicariae Tribunal, aliosque minores Regni Judices confugere cogerentur, et inde jus petere.
Il nostro famoso Matteo d'Afflitto[352] che fiorì nei medesimi tempi, e che sotto l'istesso Ferdinando fu Consigliere di questo Consiglio pur dice: Sic fuit sententiatum in Sac. Consilio tempore immortalis memoriae Regis Alfonsi I de Aragonia, tempore quo praesidebat Episcopus Valentiae, qui postea fuit Papa Calistus III. Marino Freccia[353] colle stesse parole di Michiel Riccio rapporta il medesimo: e così tennero i più appurati Scrittori delle nostre memorie, il Summonte[354], il Chioccarello[355], il Reggente Tappia[356], il Tassone[357] e tutti gli altri insino al Toppi[358], che fu l'ultimo, che scrisse dell'istituzione di questo Tribunale.
I diplomi d'Alfonso I inseriti nelle loro opere da questi Autori, ne' quali questo Re fa menzione di questo Tribunale da lui instituito, convincono il medesimo: il Chioccarello[359] ne rapporta tre, due in novembre e dicembre dell'anno 1449, l'altro in febbrajo del 1450; il Summonte[360] due altri, uno de' 23 novembre del 1450, l'altro de' 2 agosto dell'anno 1454, e molti altri possono vedersi presso Toppi ne' luoghi allegati.
La prammatica, che s'attribuisce a Ferdinando I, Toppi[361] credette che fosse apogrifa e supposta; poichè in niuno degli antichi volumi impressi delle Prammatiche si vede, e sol si legge senza giorno ed anno nell'ultime edizioni; testificando in oltre quest'Autore, che per esatta diligenza ch'egli avesse fatta in Cancellaria, ove sono notate tutte le prammatiche del Regno, non la ritrovò mai. Comunque ciò sia, egli è più tosto da credere, che questa prammatica per errore de' compilatori o degl'impressori, in vece di portar in fronte il nome d'Alfonso, se gli fosse dato quello di Ferdinando. E veramente chiunque considera le parole di quella, non possono a patto veruno convenire a Ferdinando, ma sì bene tutte acconciamente si adattano ad Alfonso. Questo Re poteva nominare i Re d'Aragona suoi predecessori, non già Ferdinando, il quale non fu mai Re d'Aragona, nè succedè ne' Regni paterni di Spagna, ma solo nel Regno di Napoli per ragion d'investitura, della legittimazione fattagli dal padre e per l'acclamazione de' Napoletani. Molto meno possono a lui convenire quelle parole: Igitur cum Neapolis Siciliae Regnum, jure quodam legitimo, et haereditario nobis debitum nostrae nuper ditioni restitutum sit, idque non armis tantum nostris, quantum immortalis Dei beneficio, etc. Ciò che s'avvera d'Alfonso, che più per le arme, che per lo titolo d'adozione se ne rese padrone. Ferdinando ebbe a guerreggiare co' suoi Baroni più tosto che con nemici stranieri, e mal si godette il Regno acquistato colle armi e sudori di suo padre. Non è dunque da dubitare, che Alfonso fosse stato l'Autore di sì illustre Tribunale, e che tutta la sua disposizione e forma si debba al Vescovo di Valenza, a cui meritamente Alfonso ne diede la cura e sopraintendenza.
§. I. Del luogo ove fu questo Tribunale eretto; della dignità e condizione delle persone, che lo componevano, e del lor numero; e come fosse cresciuto tanto, che in conseguenza portò la multiplicazion delle quattro Ruote, delle quali oggi è composto.
Essendo già per lungo tempo Napoli stabilita Sede Regia, e costituita metropoli e capo di tutto il Regno, non in altra città che in quella dovea collocarsi un Tribunal sì supremo, ove doveano riportarsi tutte le cause del Regno, e del qual il Re istesso se n'era dichiarato capo, e che fosse suo Consiglio Collaterale. Quindi Alfonso nella riferita prammatica[362] disse: Sacrum eodem in Regno, supremumque Consilium ordinavimus, cui sedem, locumque in Urbe Neapolitana, et Regni Urbium omnium suprema, ac Metropoli constituimus. Le contrade della città, nelle quali questo Tribunale fu retto non furon sempre le medesime, ma si variarono secondo la condizione de' tempi e de' Presidenti, che lo ressero. Sovente Alfonso lo tenne nell'ospizio di Santa Maria coronata, chiesa regia, ove i Re suoi predecessori con solenne pompa solevansi coronare. Alcuna volta nel castel Capuano, e più frequentemente nel Castel Nuovo, e vi sono lettere del 1449 del Re Alfonso riferite dal Toppi[363], nelle quali si prescrive, che si dovesse congregare nel Castel Nuovo, essendo egli in Napoli: ed in sua assenza nelle case del suo Vicecancelliere, ovvero in altro decente luogo a suo arbitrio. Spessissime volte si ragunava nelle case de' Presidenti di quello: così leggiamo, che nel 1457 fu retto nelle case del Patriarca d'Alessandria Vescovo di Urgello, che n'era Presidente, poste nella regione di Porto. Altre volte nel Palazzo Arcivescovile, siccome fu in tempo d'Oliviero Caraffa Arcivescovo di Napoli, e poi Cardinale che fu parimente Presidente di questo Tribunale: nel 1468 sendone Presidente D. Giovanni d'Aragona figliuolo di Ferdinando I, perchè questi teneva il suo palazzo nel Monastero di Monte Vergine, di cui n'era Abate Commendatario, si vide questo Tribunale anche nella di lui casa essere stato retto. Matteo d'Afflitto[364] ci testifica ancora, che ai suoi tempi questo Tribunale soleva anche reggersi nel convento di S. Domenico Maggiore di questa città. E così trasportato in varj luoghi, che piacque al Toppi troppo sottilmente ricercare, finalmente nel 1474 fu trasferito nel monastero di Santa Chiara, ove sino all'anno 1499 fu tenuto. Ma da poi il Cardinal Luigi d'Aragona Luogotenente del Regno lo volle nel suo palazzo; fin che nell'anno 1501 restituito di nuovo in Santa Chiara, quivi lungamente durò insino all'anno 1540. Per questa lunga dimora fatta quivi acquistò il nome di Consiglio di S. Chiara, che lungo tempo ritenne. Finalmente nel suddetto anno 1540 trasferito da D. Pietro di Toledo con tutti gli altri Tribunali nel Castel capuano, lungamente quivi durando, ed ove ancor oggi s'ammira, acquistò presso noi il nome di Capuana.
Diede Alfonso a questo Gran Consiglio un Presidente[365], al quale diede la soprantendenza del Tribunale. L'adornò, tanto egli, quanto i suoi successori Re aragonesi, di molte prerogative, delle quali il Tassoni[366] ed il Toppi[367] ne fecero lunghi cataloghi. Trascelse sempre a tal carica uomini insigni non meno per dottrina, che per gravità di costumi, per chiarezza di sangue e d'eminenti posti adorni. Vi furono de' Vescovi ed Arcivescovi ed altri insigni Prelati della Chiesa. Il primo fu il famoso Alfonso Borgia Vescovo di Valenza, che lo resse insino al 1444, nel qual anno fu creato Cardinale, e poi nel 1455 Papa, chiamato Calisto III. In suo luogo fu rifatto Gaspare di Diano Arcivescovo di Napoli, Giureconsulto di quei tempi, prima Vescovo di Tiano, indi Arcivescovo di Consa, e finalmente nel 1437 di Napoli. Fu costui da Alfonso creato Presidente nel 1446, e durò il suo Presidentato fin che morì nell'anno 1450[368]. A costui succedette Arnaldo di Roggiero Patriarca d'Alessandria e Vescovo di Urgell. Fuvvi ancora creato da Ferdinando I nel 1465 il famoso Oliviero Caraffa Arcivescovo di Napoli, il quale ancorchè da Paolo II fosse stato nel 1467 creato Cardinale, non lasciò la presidenza di questo Tribunale, finchè, chiamato dal Papa, non gli convenne andare in Roma[369]. Ad Oliviero succedette Don Giovanni d'Aragona figliuolo di Ferdinando I Arcivescovo di Taranto, Commendatario perpetuo de' monasteri di M. Cassino, della Cava e di Monte Vergine, e poi Cardinale ed Arcivescovo di Salerno. Fuvvi ancora nel 1499 Don Lodovico di Aragona nipote del Re Ferdinando I Vescovo d'Aversa e poi Cardinale.
Ma ciò, che ridonda in maggior splendore di questo Tribunale, è il vedersi essere stati eletti Presidenti di quello i propri figliuoli de' Re ed i primi Baroni del Regno.
Il Duca di Calabria Primogenito del Re Alfonso fu Presidente del S. C. col titolo di Luogotenente generale del Re suo padre nell'anno 1454, siccome vi furon Giovanni d'Aragona figliuolo di Ferdinando I poi Cardinale, Lodovico d'Aragona suo nipote già detti, e Ferdinando d'Aragona figlio di Ferdinando, fratello del Re Federico. De' primi Baroni vi fu nel 1550 Onorato Gaetano Conte di Fondi e Ferdinando d'Aragona nel 1479 figliuolo naturale di Ferdinando I Conte di Nicastro: oltre tanti altri di chiarissima stirpe nati.
Furonvi ancora eletti i migliori Giureconsulti e letterati di que' tempi, che o colle opere o colla gravità de' costumi, o colla prudenza civile se l'aveano meritato. Michiel Riccio famoso Giureconsulto ed Istorico, Giovan Antonio Caraffa gran Dottore di que' tempi, cotanto celebrato da Matteo d'Afflitto; Luca Tozzoli, di cui presso lo stesso Autore fassi sovente onorata memoria; il famoso Antonio d'Alessandro, Andrea Mariconda, Antonio di Gennaro, Francesco Loffredo, Giacomo Severino, Tommaso Salernitano, Gio: Andrea di Curte, Antonio Orefice, Gio: Antonio Lanario, il cotanto rinomato Vincenzo de Franchis, Camillo de Curte, Marc'Antonio de Ponte, Pietro Giordano Ursino, Andrea Marchese, Francesco Merlino, ed altri, de' quali il Summonte[370], e poi più accuratamente il Toppi[371] fecero distinto e minuto catalogo.
Oltre il Presidente, tenevano il secondo luogo in questo Consiglio due gran Baroni del Regno, che da Alfonso furono aggiunti a' Consiglieri Dottori per Assistenti a questo Tribunale; poichè sovente in quello non pur dovea trattarsi di cose appartenenti alla Giustizia, ma di cose di Governo e di Stato. Questi erano per lo più eletti dell'Ordine di Baroni, non eran Giureconsulti, ma militari, de' quali il maggior soldo era di ducati mille l'anno, quando agli altri Consiglieri Togati non era più, che di cinquecento. Eran chiamati Consiglieri Assistenti; e finchè durò il Regno degli Aragonesi, il S. C. si vide anche adorno di questa prerogativa, e ne' suoi Consiglieri vide il pregio della nobiltà migliore.
Furonvi ne' tempi d'Alfonso per Consiglieri Assistenti, oltre Onorato Gaetano Conte di Fondi, che ora come Gran Protonotario, ora come Presidente, ed ora come Consigliere Assistente illustrò questo Tribunale; il famoso Petricone Caracciolo Conte di Burgenza; Niccolò Cantelmo Conte d'Alvito e di Popoli e poi Duca di Sora; Marino Caracciolo Conte di Sant'Angelo, e Giorgio d'Alemagna Conte di Pulcino, li quali furon creati Consiglieri Assistenti da Alfonso nell'anno 1450.
Nel 1458 a' 23 gennaio leggiamo ancora Francesco del Balzo Orsino Duca d'Andria, figliuol del Principe di Taranto, essere stato creato da Alfonso Consigliere Assistente[372], e nel medesimo anno a' 5 novembre fu da Ferdinando I fatto Consigliere Innico d'Avalos. Orso Ursino de' Conti di Nola fu parimente da Ferdinando nel 1473 fatto Consigliere Assistente[373], e per ultimo Pietro Bernardino Gaetano Conte di Morcone figliuolo del Conte di Fondi nel 1485 dei quali lungamente ragiona Toppi nel suo secondo volume dell'Origine de' Tribunali.
Tra le persone, che componevano questo gran Tribunale, vi era ancora il Viceprotonotario. Questo è un punto d'Istoria molto intrigato e tanto difficile, che il Toppi[374] non se ne seppe sviluppare. Il Re Alfonso nell'erezione di questo Tribunale e nella scelta che fece de' Consiglieri, che dovean comporlo, si protestò sempre, che egli per questo nuovo Consiglio non intendeva recare alcun pregiudicio alle preminenze del Gran Protonotario del Regno: ecco come egli dice in un diploma rapportato dal Chioccarelli[375] e dal Toppi[376] spedito a' 20 novembre dell'anno 1449. Postquam reformationi nostri Sacri Consilii debito libramine moderavimus, in quo salva praeminentia officii Logothetae, et Prothonotarii Regni huius, et praesidentiae Rev. in Christo P. Gasparis Archiepiscopi Neapolitani ejusdem S. C. Praesidentis, nonnullos famosissimos U. J. D. fideles nostros elegimus, et deputavimus, ec. Ed altrove in un altro diploma[377] de' 12 agosto del medesimo anno: Salva tamen in omnibus, et per omnia praerogativa, et praeminentia Officii Logothetae, et Protonotarii hujus citra Farum Siciliae Regni, vel Reverendo Archiepiscopo Neapolitano, cum in Curia praesentes fuerint. Il Toppi pien di maraviglia dice, che cosa avea che fare in questo nuovo Consiglio il Gran Protonotario, ovvero il suo Luogotenente, e che vi era di comune fra di loro? ma gli nacque tal maraviglia, perchè il Toppi riguardava questo ufficio secondo l'aspetto, che teneva ne' tempi, ne' quali scrisse e che ancor oggi ritiene, non già ne' tempi d'Alfonso e degli altri Re aragonesi suoi successori. Presentemente il Gran Protonotario è un nome vano e senza funzione: ed al suo Viceprotonotario, che nè meno è creato da lui, ma a dirittura dal Re, delle tante prerogative che teneva, non gli è rimaso altro, come fu detto altrove, che la potestà di crear i Notari ed i Giudici a' contratti, chiamati dal dritto de' Romani, Giudici cartularj: di visitare i loro protocolli, ed invigilare a tutto ciò, che appartiene al loro ufficio: aver la cognizione delle loro cause, così civili come criminali: e legittimare i figliuoli naturali, secondo che per le nostre novelle prammatiche fu stabilito[378].
Ma nel Regno de' Normanni, de' Svevi, Angioini ed Aragonesi, l'Ufficio e potestà del Gran Protonotario era pur troppo ampia: la principal sua cura era non già della creazione de' Notai e Giudici, ma, come altrove si disse, di ricevere i memoriali e le suppliche che si davano al Re: per le sue mani passavano tutti i Diplomi, ed egli gl'istromentava: tutte le nuove leggi, Costituzioni, editti e prammatiche, che si stabilivano, eran da lui formate ed istromentate: ciocchè il Principe, o nel suo Concistoro o in ogni altro suo Consiglio sentenziava o statuiva, egli riduceva in forma o di sentenza, o di diploma, o di privilegio: ed in mano del famoso Bartolommeo di Capua si vide quanto quest'Ufficio fosse ampio ed eminente.
Per questa cagione avvenne, che avendo Alfonso istituito questo nuovo Tribunale, ove di molte cose dovea trattarsi, che toccavano l'Ufficio del Gran Protonotario, come di riceversi le preci, ch'erano drizzate al Re, d'istromentar le sentenze, che da sì alto Pretorio uscivano, e di molti affari al suo ufficio appartenenti; ancorchè Alfonso avesse conceduta al Presidente ugual potestà di poter egli da se solo spedirgli, nulladimanco non volle, che perciò si pregiudicassero le preminenze del Gran Protonotario o suo Luogotenente, quando interveniva nel Consiglio: talchè trovandosi in quello presente il Gran Protonotario ovvero il Luogotenente, non loro s'impediva che far non potessero tutto ciò ch'era della loro potestà ed incumbenza. Quindi è che sovente negli antichi diplomi leggiamo Onorato Gaetano Conte di Fondi aver preseduto a questo Tribunale, come Gran Protonotario, o come Presidente di quello, e sovente ancora esservi intervenuto come Consigliere Assistente. Quindi eziandio leggiamo, che nel proferirsi delle sentenze v'eran presenti insieme co' Consiglieri il Gran Protonotario o suo Luogotenente. Così, secondo la testimonianza che ce ne dà l'istesso Toppi[379], in una sentenza del S. C. proferita a' 29 gennaio del 1452 v'intervennero Onorato Gaetano Conte di Fondi Gran Protonotario del Regno e Giorgio d'Alemagna Conte di Pulcino Consigliere Assistente; anzi l'istesso Conte di Fondi, come Gran Protonotario, non già come Presidente, che non lo era allora, nel 1474 commise una causa a Lucca Tozzoli suo Viceprotonotario. Parimente nel 1485 il Conte di Morcone Gran Protonotario col suo Viceprotonotario e Consiglieri intervenne nelle sentenze profferite in questo Tribunale nel dì 20 settembre del medesimo anno.
Da questo costume nacque ancora, che quando il promosso all'Ufficio di Gran Protonotario dovea prendere il possesso della sua carica, poichè i Gran Protonotari nel S. C. facevano le loro maggiori e più solenni funzioni, in questo Tribunale pigliavano il possesso con intervenire nelle sentenze, che dal medesimo si profferivano: e questo era l'atto del loro possesso. Così leggiamo, che Don Ferdinando di Toledo essendo stato creato Gran Protonotario dall'Imperador Carlo V, ne prese il possesso a' 22 maggio del 1537 nel S. C., ed in quella giornata intervenne a tutte le sentenze, che profferì il Tribunale; ed Antonio di Gennaro, che si trovava allora Presidente del Consiglio fece una molto dotta ed elegante orazione in sua commendazione[380]. Parimente Don Ferdinando Spinelli Duca di Castrovillari e Conte di Cariati, quando dall'Imperador Carlo V fu fatto Gran Protonotario nell'ultimo di Giugno del 1526, come rapporta il Passero[381], ovvero a' 26 aprile, come dice il Rosso[382], ne prese il possesso nel S. C. ed intervenne insieme col Presidente e tutti gli altri Consiglieri in tutte le sentenze, che si profferirono quella giornata.
Quindi nacque ancora il costume che ora abbiamo, e che fu introdotto fin da' tempi de' nostri Avoli, che nella persona del Presidente del S. C. siasi ora indissolubilmente unito il posto di Viceprotonotario; poichè i Gran Protonotari, personaggi d'alta gerarchia, non volendo più intervenire di persona a risedere nel S. C. come ad altri affari implicati, e che cominciavan a sdegnarlo, mandavano i loro Viceprotonotari al Tribunale, i quali così bene che il Presidente adempivano le sue veci, tanto che il Consigliere Matteo d'Afflitto[383] in più sue decisioni ci assicura, che il famoso Antonio d'Alessandro, ancorchè allora non fosse Presidente, come Viceprotonotario interveniva nel Consiglio, ed insieme con gli altri Consiglieri votava nelle cause, e reggeva il Tribunale. Michiel Riccio non ancor Presidente, come Viceprotonotario commise varie cause a' Regj Consiglieri[384]. Di Luca Tozzoli pur si legge il medesimo, e così di molti altri. Quindi avvenne, che potendosi da un solo ciò adempire, essendo nel S. C. pari d'autorità, l'ufficio di Viceprotonotario venga ora sempre unito nella persona del Presidente.
Egli è però ancor vero, che prima non era così, poichè portando il posto di Viceprotonotario la creazion de' Notari e Giudici, funzione totalmente distinta ed independente dal S. C. e per conseguenza grandissimi emolumenti, alcuni, ancorchè non Presidenti, se lo proccuravan per essi, e molti Reggenti l'ottennero. Così il Reggente di Cancellaria Girolamo Colle ottenne, non essendo Presidente, nel 1540 questo ufficio, che l'esercitò fin che nel 1549, creato Vicecancelliere in Ispagna, ivi si portasse[385]. E vacato in cotal guisa questo posto, fu poi provveduto nella persona di Girolamo Severino, che allora era Presidente. Ma avendo questi per la sua vecchiaia e continue indisposizioni deposta la carica di Presidente, si ritenne quella di Viceprotonotario, come più utile e men faticosa, la quale ritenne finchè visse nel 1558, dopo la di cui morte fu provveduta in persona d'Alfonso Santillano allora Presidente, che la ritenne finchè morì nel 1567.
Ma morto Santillano, il Duca d'Alcalà allora Vicerè la provide per interim al Reggente Villano; ed essendo stato rifatto Presidente del S. C. in luogo del Santillano Tommaso Salernitano, questi vedendo che l'Ufficio di Viceprotonotario era esercitato dal Reggente Villano, mandò in Ispagna al Re sue allegazioni, colle quali studiossi fondare, ch'essendo il Viceprotonotariato ufficio unito e congiunto a quello di Presidente, non dovesse da quello separarsi, e nella sola persona del Presidente dovesse sempre unirsi. Mentre egli aspettava dal Re la determinazione, venne a morte il Reggente Villano, ed egli ottenne il posto; ma poi da Presidente essendo stato creato Reggente della Cancellaria, si ritenne il Viceprotonotariato, lasciando Gio. Andrea de Curte, che gli succedette nel Presidentato l'anno 1570 senza quello. Il Presidente de Curte ebbe ricorso in Ispagna valendosi dell'allegazioni istesse formate dal Salernitano suo competitore; e dal Re ottenne la riunione, avendo l'allegazioni suddette al Consiglio di Spagna fatta gran forza, sicchè reputò doversi questi due ufficj unire; ond'è, che fin da quel tempo insino ad ora si siano veduti sempre congiunti in una medesima persona. Egli è vero, che il Re nel regal diploma gli concede ambedue al provisto, non bastando, che se gli spedisca il privilegio di Presidente per potersi dire, che vada in quello inchiuso anche il Viceprotonotariato. Sono due ufficj che s'uniscon sì bene insieme in una persona, ma fra di loro sono distinti, avendo diversa natura e varia funzione, almeno per quel che riguarda la creazione dei Notai e Giudici: ond'è, che negli ultimi nostri tempi, essendosi dalla nuova Cancellaria dal Re spedito privilegio di Presidente al Reggente Aguir, senza in quello nominarsi l'ufficio di Viceprotonotario, fu d'uopo al medesimo ricorrere di nuovo al Re, che glie lo concedette.
Abbiamo adunque In questo nuovo Tribunale il Presidente, due Consiglieri militari Assistenti, e sovente ancora il Viceprotonotario: sieguono ora i Consiglieri Dottori, che per la maggior parte lo componevano, dei quali il numero era maggiore. Si trascelsero sempre per Consiglieri di questo Senato i migliori Giureconsulti, che fiorissero in ogni età. Alfonso, Ferdinando suo figliuolo e tutti gli altri Re loro successori in questa elezione vi usavan ogni scrutinio e diligenza. Vollero che fossero i più dotti Giureconsulti: Viri juris insignibus decorati, docti, graves, severi, insontes, mites, justi, faciles, lenique, qui in judicibus exercendis, non precibus, non pretio, non amicitia, non odio, neque denique ulla re corrumpantur, come sono le parole d'Alfonso[386]. Quindi è, che fin dal tempo della sua istituzione leggiamo, che vi sedettero uomini dottissimi e savissimi, un Michiel Riccio, un Francesco Antonio Guindazzo, un Nicol'Antonio de' Monti, un Paris de Puteo, un Antonio d'Alessandro, un Gio. Antonio Caraffa, un Matteo d'Afflitto, un Giacomo d'Ajello, un Antonio Capece, un Loffredo, un Salernitano, un Tappia, un Gamboa, un Miroballo e tanti altri, dei quali presso Toppi[387] si legge numeroso catalogo, e de' quali, secondo che ci ritornerà l'occasione, faremo ne' tempi che fiorirono, onorata memoria.
In questi principj, sino al Regno degli Austriaci, non eran perpetui, ma ad arbitrio del Re[388], il quale fidando nella loro dottrina, integrità e prudenza civile nel medesimo tempo ch'eran Consiglieri, gli creava Presidenti di Camera, adempiendo con molta esattezza ambedue le loro cariche. Severino di Diano, Pietro Marco Gizzio, Bartolommeo di Verico, Andrea e Diomede Mariconda e moltissimi altri, siccome osservò Toppi,[389] nell'istesso tempo ch'erano Consiglieri, furon creati Presidenti di Camera, ed esercitavano amendue queste cariche. Ciò che non deve parere impossibile, poichè in questi tempi solamente tre dì della settimana, cioè il martedì, giovedì e sabbato si reggeva Consiglio[390].
Sovente i pubblici Cattedratici eran creati Consiglieri; ma non perciò lasciavano le loro Cattedre, ed i loro talenti gl'impiegavano non meno nell'Università degli Studj, che nel Senato. Tale fu il Consigliere Matteo d'Afflitto, tale Camerario e moltissimi altri, che possono vedersi presso Toppi[391].
Intorno al lor numero, fu fin dal suo nascimento sempre vario ed incerto, da poi si stabilì certo e determinato. Alfonso I quando istituì questo Tribunale, oltre del Presidente, scelse nove Dottori per Consiglieri[392]. Poi nell'anno 1449 riformandolo in miglior forma, istituì due Titolati per Consiglieri Assistenti, e riformò il numero de' Dottori; ordinando che non fossero più che sei. Poco da poi, rivocando tal proibizione, v'aggiunse il settimo. Ma in decorso di tempo, nel 1483 ed 84 il lor numero era di diece e sovente arrivò a dodici. S'univan tutti in una Sala; onde è, che spesso nelle decisioni del Consigliere Afflitto, leggiamo essersi talora qualche causa concordemente decisa per totum Sacrum Consilium.
Carlo V fu il primo che con suo diploma, spedito in Bologna, sotto li 26 febbrajo dell'anno 1533, ordinò, che si dividesse in due Ruote, in ciascheduna delle quali, oltre il Presidente, dovessero assistere quattro Dottori Consiglieri, determinando in cotal guisa il lor numero ottonario[393]: ciò che nel castel di Capuana fu eseguito dal suo Vicerè D. Pietro Toledo. Ma crescendo tuttavia il numero delle cause, fu dal medesimo a preghiere della città e Regno conceduto a' 2 marzo del 1536, che vi s'aggiungessero due altri Consiglieri, da dovere assistere cinque per ciascheduna Ruota. Ne furon poi aggiunti due altri, i quali dovessero assistere a' Giudici criminali della Vicaria, mutandosi a vicenda in ogni biennio, con rimaner sempre nelle due Ruote del Consiglio cinque per ciascheduna[394].
Da chi da poi fosse stato accresciuto il lor numero, ed aggiunta la terza Ruota, niente può recarsi di certo. È verisimile, che ciò accadesse nel Regno di Filippo II, giacchè egli in sue regali carte, spedite a Madrid li 24 decembre del 1569, fa menzione di questa terza Ruota[395].
Ma chi avesse aggiunta la quarta, è troppo chiaro che fu il Re Filippo II, il quale alle preghiere fattegli ne' Parlamenti dell'anno 1589 e 1591 dalla città, per lo maggior disbrigo delle cause, con sue regali lettere spedite a' dì 7 settembre del 1596, accrebbe il numero de' Consiglieri, ed ordinò che alle tre s'aggiungesse la quarta Ruota, dove parimente dovessero assistere cinque altri Consiglieri. In guisa che restò il numero de' Consiglieri a ventidue, de' quali venti si dovessero distribuire per le quattro Ruote del Consiglio, e due assistere nella Ruota criminale della Vicaria, per raddolcire il rigore di quel Tribunale, come ora tuttavia si osserva. Ve ne sono due altri, che non risiedono in Napoli, uno è preposto al governo di Capua che di biennio in biennio si muta; l'altro, o è destinato in Roma per assistere in quella Corte per affari di giurisdizione, o al governo di qualche provincia, ovvero per altre incombenze, che al Re piacesse di altrove loro commettere. Questo al presente è il numero ordinario de' Consiglieri, due parti de' quali doveano esser Regnicoli, e la terza ad arbitrio del Re[396]. Ma ora per le novelle grazie[397] sei solamente sono riservati al beneplacito Regio. I Re alcune volte gli han tolti e ridottigli al numero ordinario, secondo che han portato le contingenze, il favore o il merito di qualche eminente soggetto.
Questi sono i Ministri, che compongono un tanto Tribunale. Ebbe ancora, siccome ancor ritiene, i suoi Ufficiali minori, un Secretario, un Suggellatore, tredici Mastrodatti, molti Scrivani, sedici Esaminatori, un Primario, nove Tavolarj e quattordici Portieri.
Da questo Tribunale, che fu quasi sempre composto di Giureconsulti assai celebri, nacquero quelle tante decisioni, delle quali ora abbiamo tanti Compilatori. Le sue decisioni, fin dal suo nascimento ebbero tanto applauso ed autorità, che non pur appo i nostri, ma anche presso i Giureconsulti stranieri acquistarono somma stima e venerazione, di che ne può essere buon testimonio infra gli altri, Filippo Decio. Il primo, che le compilasse, fu il famoso Matteo d'Afflitto, il quale per questo solo merita essere sopra tutti celebrato; perchè egli fu il primo in Italia che introducesse questo instituto di notare le decisioni de' Tribunali, e farne particolari raccolte. Il Cardinal de Luca[398] portò opinione, che questo Giureconsulto avesse in ciò imitato lo stile della Ruota romana, le di cui decisioni prima dell'erezione di questo nuovo Tribunale del S. C. eransi rese già celebri, ed erano allegate da molti Scrittori. Ciò che ne sia, non può dubitarsi ch'egli fu il primo che introducesse questa nuova maniera di scrivere, e queste private collezioni. Il di lui esempio seguiron da poi, non meno gli altri nostri Autori regnicoli, che i Giureconsulti d'altre nazioni. Fra' nostri i più vicini a lui furono, Antonio Capece, due Tommasi, Grammatico e Minadoi, ed il famoso Vincenzo de Franchis. Seguiron poi gli altri, de' quali il Toppi[399] tessè lungo ed acculato catalogo. Onde dopo gli antichi Glossatori, dopo i Commentatori, i Repetenti, gli Addenti, i Trattanti ed i Consulenti, surse fra noi un'altra classe di Scrittori chiamati per ciò Decisionanti: di che altrove ci tornerà occasione di ragionare.
CAPITOLO V. Alfonso riordina il Tribunal della regia Camera; e come si fosse riunito col Tribunale della regia Zecca retto da' M. Razionali.
Fra le molte virtù d'Alfonso non tralasciarono i nostri Scrittori[400] notare un vizio, nel quale la stessa troppa sua liberalità e magnificenza lo fecero cadere. Egli donando profusamente ed innalzando pur troppo alcune famiglie, ridusse il regio Erario in angustie tali, sicchè gli fu duopo per supplire agli eccessivi doni e spese, pensare a nuove imposizioni e ad inventare altri gravosi mezzi per congregar tesori. Volse per tanto i suoi pensieri a riordinare il Tribunale della regia Camera, perchè i suoi Ministri stessero più accorti ed intenti a procacciar danari.
Questo Tribunale, non meno di quello della Gran Corte della Vicaria, lo compongono due Tribunali che prima divisi, poi col correr degli anni s'unirono e ne formarono un solo, dove si tratta del patrimonio del Re, nella maniera che oggi si vede. I M. Razionali, come fu da noi rapportato ne' precedenti libri di questa Istoria, formavan il lor Tribunale che si chiamava il Tribunal della Zecca, ed essi erano anche chiamati Razionali della Gran Corte[401]. Qual fosse la loro autorità ed incombenza fu a bastanza da noi esposto altrove. Era una dignità assai onorevole, e per ciò veniva conferita per lo più a' Nobili, ed a' primi Giureconsulti di que' tempi. Fu alcun tempo, che i M. Razionali reggevano questo lor Tribunale nel castello di S. Salvatore a Mare, che ora diciamo il castello dell'Uovo, come si vide nel Regno di Carlo I d'Angiò; ed il di lor numero fu assai maggiore di quello che ora si vede. Sotto il Re Ladislao se ne contavano sino a sessantacinque; sotto Alfonso il di lor numero fu ridotto a trentasei, e poi nel 1585 non eran più che diciotto[402].
La Regina Giovanna I nel 1350 spedì loro ampissimo privilegio, che vien rapportato dal Reggente Capece Galeota[403]; ma poi i Razionali di quello abusandosi, e volendo stender la loro giurisdizione nelle cause, le quali non eran della loro incombenza, narra il Sargente[404], che l'istessa Regina nell'anno 1370 ristrinse la loro autorità, proibendo loro d'impacciarsi nelle cose altrui, e di stender le mani più di quello che comportava il di lor posto.
Oltre a questo Tribunale, eravi sin da' tempi antichissimi l'altro, in cui parimente trattavasi del patrimonio regale, chiamato regia Camera ovvero regia Audientia, Curia Summaria, e finalmente nomossi la regia Camera della Summaria, nome che anche oggi ritiene[405]. Era amministrato da' Magistrati, i quali prima erano chiamati Auditori (onde fu il Tribunale anche detto regia Audientia) e poi si dissero Presidenti della regia Camera.
Poichè gli Ufficiali di questi due Tribunali, per trattar d'un medesimo soggetto, riconoscevano un sol Capo, qual'era il G. Camerario o suo Luogotenente, e sovente doveansi assembrar insieme, divenne perciò più facile l'unione, e che di due si fosse fatto un sol Tribunale, e che le prerogative degli uni con facilità passassero agli altri.
La maniera colla quale questi Ufficiali trattavano gli affari del regal patrimonio, così nel Regno degli Angioini come degli Aragonesi, ce la descrive l'istesso Re Alfonso in un suo diploma rapportato dal Toppi[406], oltre il Surgente[407] e gli altri Scrittori del Regno che lo seguirono. Tutti coloro che amministravano le ragioni fiscali ed esigevano le rendite regali, eran obbligati portare i conti in particolari quinterni nella Camera regia. Questi conti portati in Camera, doveansi vedere da' Presidenti e Razionali insieme aggiunti, ma sommariamente, cioè separar tosto le partite dubbie dalle liquide, e ciò che rimaneva di debito liquido, mandar subito in esecuzione l'esazione, onde si spedivan dal Gran Camerario e Presidenti lettere significatoriali dirette al Tesoriere ch'esigesse tosto da' debitori le somme in quelle significate. Le partite dubbie si rimettevano a' M. Razionali, affinchè pienamente le rivedessero, le discutessero, riassumessero i dubbj e finalmente le determinassero. Solamente quando occorrevan delle difficoltà intorno al dritto, le comunicavano a' Presidenti, i quali anche sommariamente doveano giudicarle: Hinc evenit (come ben a proposito scrisse il Surgente[408]) ut Camera Summariae sit appellata, cum prius Audientia Rationum appellaretur.
Nel Regno del Re Ladislao cominciò ad introdursi, che i Presidenti, non meno che i Razionali dovessero anch'essi pienamente discutere e determinar i dubbj e spedir le quietanze. Ma Alfonso in questo suo diploma dato nel Castel Nuovo a' 23 novembre dell'anno 1450 comandò, che i conti riportati nella regia Camera si dovessero da' Presidenti non pur sommariamente, ma pienamente discutere, e finalmente terminare, senza che i M. Razionali s'intromettessero nella decisione, e determinazione di quelli; trasfondendo a' Presidenti tutta l'antica autorità che in ciò tenevano, e tutte le loro prerogative e preminenze, succedendo essi in luogo di coloro; onde avvenne, che poi solamente il di lor ministero si restringesse in riferire e proporre i dubbj ed aspettarne da' Presidenti la decisione. Quindi è nata la gran differenza, che ora si vede tra' M. Razionali antichi ed i moderni dei nostri tempi.
Prima a' M. Razionali s'apparteneva interamente la cura del regal patrimonio, ma poi Carlo I d'Angiò la commise alla Camera regia[409]. Ed Alfonso innalzò poi sopra tutti gli altri Re questo Tribunale, poichè stese la sua cognizione a molte cause, che prima si appartenevano al Tribunale della G. Corte, o al sagro Consiglio. Ordinò, secondo che narra il Costanzo[410], che avesse cura non solo del patrimonio regale, ma che conoscesse delle cause feudali. Quindi avvenne, che imitando gli altri successori Re l'esempio d'Alfonso, favorissero tanto questo Tribunale, con estendere la sua giurisdizione in tutte le cause, ove il Fisco, attore o reo, v'avesse interesse; di conoscere delle Regalie, delle cause giurisdizionali quando si tocasse il suo interesse, dell'investiture de' Feudi, delle cause di successioni feudali, de' giuramenti di fedeltà e di ligio omaggio, de' relevj, di adoe, delle devoluzioni de' Feudi; de' padronati regj, delle dignità ecclesiastiche ed altri beneficj di collazione, o presentazione regia: d'aver la soprantendenza sopra tutti gli ufficj vendibili: la cura delle regie galee, de' regj castelli, delle torri, delle loro provvisioni così da bocca come da guerra, de' cannoni, della polvere, del nitro, e di tutto ciò che riguarda il provvedimento degli arredi militari: la soprantendenza dell'amministrazione dell'Università del Regno, delle tratte, de' dazj, delle gabelle e delle risulte del Cedulario. Conoscere de' conti di tutti i Ministri regj, della dogana, delle miniere, de' tesori, delle strade, de' ponti, de' passi: in breve di tutto ciò che tocca il suo regal patrimonio e sue ragioni fiscali.
Tenendo la conoscenza e giurisdizione sopra tutto ciò, quindi avvenne che soprastasse a molti altri Tribunali inferiori, i quali alla regia Camera sono perciò subordinati, come alli Tribunali dello Scrivano di Razione, del Tesoriere generale del Regno, della dogana grande e di tutte l'altre dogane del Regno: del Montiere maggiore: del Portolano di Napoli, e di tutti gli altri Portolani delle province, de' Vicesecreti, de' Fondachi del sale e di tutti gli altri del Regno; della regia zecca: delle monete, de' pesi e misure: dei Capitani della grassa: della custodia de' passi e dei Consulati delle nobili arti della seta e della lana. Conoscesse di tutti i Percettori, ovvero Tesorieri del Regno, de' Commessari proposti all'esazioni fiscali, de' Maestri di Camera, de' Segretari, delle regie Audienze, del Percettore della Gran Corte della Vicaria e del Segretario del Sagro Consiglio: soprastasse alli Tribunali dell'Arsenale, della regia cavallerizza, della gabella del vino, del giuoco; e ad infinite altre cose a ciò attenenti soprantendesse.
Angelo di Costanzo[411] narra che avendo il Re Alfonso stesa cotanto la giurisdizione di questo Tribunale, avessegli perciò costituiti quattro Presidenti Legisti, o due Idioti ed un Capo, il qual fosse Luogotenente del Gran Camerario, e che il primo Luogotenente fosse stato Vinciguerra Lanario Gentiluomo di Majori, del quale s'era servito avanti in molte cose d'importanza. Ciò che non concorda co' cataloghi dei Luogotenenti e Presidenti che tessè il Toppi[412]; poichè prima d'Alfonso era questo Tribunale governato dal Gran Camerario, ovvero dal suo Luogotenente che n'era Capo; e Vinciguerra Lanario vi fu Luogotenente molto tempo prima d'Alfonso. Il primo Luogotenente nel Regno d'Alfonso, si porta in quest'istesso anno della riforma di questo Tribunale 1450. Niccolò Antonio de' Monti patrizio di Capua che fu Luogotenente di Francesco d'Aquino Conte di Loreto Gran Camerario, il qual in niun conto volle assistere al Tribunale, pretendendo, che come persona illustre potesse servire per mezzo del Luogotenente suo sustituto, e l'ottenne[413]; onde fu creato Luogotenente Niccolò Antonio, e da questo tempo in poi i Gran Camerarj non assisterono più nel Tribunale, ma i loro Luogotenenti, de' quali insino a' suoi tempi Niccolò Toppi tessè lungo catalogo; quindi in discorso di tempo, i Gran Camerarj non molto impacciandosi di questo Tribunale, avvenne che i Re creassero i Luogotenenti, ed a' Gran Camerarj non rimanesse se non questo nome vano senza funzione, e sol per titolo d'onore e di preminenza.
Il numero de' Presidenti, non meno che quello dei Consiglieri, fu sempre vario, ed erano parimenti amovibili ad arbitrio del Re, passando vicendevolmente gli uni nel Tribunale degli altri. Secondo che narra il Costanzo, in tempo d'Alfonso non eran più che quattro Togati e due Idioti; poi crebbe a meraviglia il di lor numero, tanto che nel 1495 si videro reggere questo Tribunale ventisei Presidenti tutti uomini insigni non men per nobiltà di sangue, che per lettere[414].
Questo eccesso fece pensare alla riforma; onde nel medesimo anno 1495, sotto Ferdinando II, fu riformato il Tribunale, e si lasciarono solamente cinque Presidenti, i quali in una Ruota, come costumavano i Consiglieri di S. Chiara s'univano. Ma in discorso di tempo, crescendo tuttavia nel Regno l'entrate regali, fu bisogno ampliar il numero, e per conseguenza non capendo in una Ruota, il Re Filippo II con sua carta de' 24 dicembre del 1596 drizzata al Conte d'Olivares Vicerè[415], ordinò che il Tribunale si dividesse in due sale, in ciascheduna delle quali assistessero tre Presidenti Togati ed uno Idiota, e il Luogotenente ora in una, ora in altra, secondo la maggior gravità ed occorrenza del negozio, vi soprastasse. Nè ciò bastò all'immensità degli affari del Tribunale; ma fu d'uopo che nel 1637, per la più pronta spedizione di quelli, il Conte di Monterey Vicerè aggiungesse la terza Ruota. Ora il di lor prefisso numero è di dodici, otto Togati, e quattro Idioti, i quali, toltane la dignità della toga, e d'astenersi al votare nel caso che s'abbia a decidere qualche punto di ragione, hanno le medesime prerogative che i Togati, e siedono dopo di questi. Filippo II, nel 1558, ne' privilegi conceduti alla città e Regno, dispose che de' Presidenti di Camera due parti fossero Nazionali; e la terza ad arbitrio del Re[416]: ma nel Regno degli altri Austriaci s'è veduto sempre questo Tribunale essere stato governato da quattro Italiani, e quattro Spagnuoli; ed ancorchè i Presidenti Idioti fossero stati per lo più Nazionali, pure sovente se ne videro Spagnuoli. Ora per le novelle grazie[417], tre Togati ed uno Idiota sono rimasi ad arbitrio del Re.
Tiene questo tribunale un Avvocato fiscale, ed un Proccuratore che alla gran mole degli affari appena basta, tanto che il Tassone desiderava fin da' suoi tempi, che almeno fossero due Fiscali. Fu a' dì nostri ciò posto in effetto, ma da poi si ritornò ad uno, come ora si vede. Egli è vero, che in parte fu provveduto a questo difetto, per essersi con nuova provvisione aggiunto un Fiscale detto de' Conti, che chiamiamo di Cappa corta, il quale siede dopo l'Avvocato fiscale togato, e tien soldo di mille ducati[418]. Teneva ancora questo Tribunale venti Razionali; ma ora il di lor numero è ristretto a quindici: dodici destinati per gli affari delle dodici province: due per lo regal patrimonio, ed uno per la dogana di Foggia; l'autorità de' quali, ancorchè sia molto diminuita, e per la maggior parte sia stata trasferita a' Presidenti, pure nella relazione e discussione de' Conti è grande. Sono non meno che i Presidenti e l'Avvocato e Proccuratore fiscale, creati dal Re, ed è lor facile l'ascendere da Razionali a Presidenti Idioti, ciocchè, siccome ci testimonia Toppi[419], si praticava ancora in tempo degli Aragonesi e di Carlo V, e godono tutte le prerogative, preminenze ed esenzioni, che tutti gli altri Ufficiali del Tribunale.
Tiene il suo Notajo, ovvero Segretario, che quantunque sia ufficio vendibile, nulladimanco la confirma pure dipende dal Re. Tiene tre Archivarj secondo i tre archivi che vi sono: quello della regia zecca, l'altro de' Quinternioni, ed il terzo del Gran Archivio, de' quali e delle loro preminenze il Toppi[420] tessè lunghi discorsi e copiosi cataloghi.
Tiene parimente il Suggellatore, gl'Ingegnieri, che fanno le veci de' Tavolarj e quattro principali Mastrodatti, i quali han facoltà di creare otto Attuarj, due per ciascheduno, oltre dodici altri, che ne crea il Luogotenente, tutti nazionali: molti Scrivani ordinarj approvati con decreto del medesimo, precedenti debiti requisiti: moltissimi estraordinari e più portieri; sopra de' quali tutti il tribunale tiene la cognizione delle loro cause, così civili come criminali.
Ecco in qual'eminenza oggi sia questo Tribunale, arricchito di tanti privilegi e prerogative non meno da' Re aragonesi, che da' successori Principi austriaci, tanto che si è reso per se stesso Tribunal supremo, ed indipendente da qualunque altro per ciò che riguarda l'amministrazione del regal patrimonio. È assomigliato al Procurator di Cesare de' Romani. Ha la retrattazione, come il S. C. in guisa che non può dalle sue determinazioni appellarsi ad altro Tribunale, ma per via di reclamazione, egli stesso le rivede, non impedita l'esecuzione. Non meno che il Tribunal del S. C. da esso escono le decisioni, e gli arresti, ed i decreti generali che nel Regno han forza non inferiore alle leggi ed a' riti e costumanze degli altri Tribunali supremi. Quindi oltre i riti, gli arresti ed i decreti generali, de' quali abbastanza fu da noi discorso nel libro XII di quest'Istoria, tiene particolari Scrittori che compilarono le sue decisioni, come il Reggente Revertera, Ganaverro, Moles, Ageta ed altri. E nel Regno degli Aragonesi, prima che nel 1505 si fosse da' Spagnuoli eretto il Consiglio Collaterale, teneva questo Tribunale il secondo luogo dopo quello del S. C. di S. Chiara, da cui in ogni tempo ed in ogni luogo, fuor che in casa propria, dove i Presidenti siedono al lato destro ed i Consiglieri al sinistro, è stato sempre preceduto.
CAPITOLO VI. Disposizione e numero delle province del Regno sotto Alfonso, ed in che modo fossero dalla Regia Camera amministrate; e come fossero numerati i fuochi di ciascuna città e terra che lo compongono.
Io non veggio donde Marino Freccia[421] abbiasi appreso che il Re Alfonso avesse diviso questo Regno in sei province. Sin da' tempi dell'Imperador Federico II, siccome si vide nel XVII libro di quest'Istoria, era diviso in otto province. Il Principato, che per la sua estensione si divise poi in due, citra ed ultra. La Calabria, che per la sua ampiezza bisognò poi dividerla parimente in due, in Terra Giordana, che diciamo ora Calabria ultra, e Val di Crati che Calabria citra oggi s'appella. La Puglia divisa poi parimente in due, Terra d'Otranto e Terra di Bari, e l'Apruzzo, che pur fu diviso in due province; onde a queste otto aggiunte l'altre quattro, cioè Terra di Lavoro, Basilicata, Capitanata e Contado di Molise, venne il di lor numero ad arrivare a dodici, come è al presente. Ed è tanto lontano che Alfonso avesse ristretto il di lor numero, che fu costante opinione de' nostri Scrittori, ch'egli avesse diviso l'Apruzzo in due province per toglier le brighe che solevan insorgere fra' Questori per l'esazion delle tasse e dei dazj[422]. Ma niun'altra scrittura più manifestamente convince nel Regno d'Alfonso il numero di queste province essere di dodici, quanto la general Tassa delle Collette che furono nuovamente imposte per l'entrata trionfale di Alfonso, che fece in Napoli nel 1443, e per la quale fu anche tassato il popolo napoletano. Fu questa scrittura impressa de Camillo Tutini[423] nel suo libro de' sette Ufficj del Regno, ch'egli estrasse dall'Archivio maggiore della Regia Camera. Mancavi solamente la provincia di Terra d'Otranto, non sappiamo se per la voracità del tempo, ovvero perchè possedendosi questa provincia per la maggior sua parte dal Principe di Taranto, parente del Re, ne fosse stata perciò eccettuata; e nel novero delle città e terre di tutte le altre province mancano ancora le città demaniali, per le quali bisogna credere che si fosse fatta tassa separata. I registratori però commisero errore in notarne la rubrica, perchè in vece di dire: Triumphi Regis Alphonsi, dissero: Tassa Collectarum felicis Coronationis Regis Alphonsi noviter imposita ad recolligendum a Baronibus Provinciarum Regni, ultra Terras demaniales; poichè ancor che Alfonso nel 1445 avesse ottenuta Bolla da Papa Eugenio, per la quale se gli prometteva di mandargli il Cardinal di S. Lorenzo o altra persona per solennemente coronarlo; nulladimanco non fu mai questa solennità celebrata in tutto il tempo che visse. Si registrano in questa cedola, toltane Terra d'Otranto, tutte l'altre undici province, colle città e terre baronali ed i loro baroni con quest'ordine e nomi: Principato citra, et ultra: Basilicata: Terra di Lavoro e Contado di Molise: Apruzzo citra: Apruzzo ultra: Provincia Calabriae Vallis Cratis: Provincia Calabriae ultra: Capitanata: Provincia Terrae Bari.
Ecco dunque che nel Regno d'Alfonso le province del Regno non erano minori di quel che vediamo ora. Nel che si convince parimente l'errore del Guicciardino[424], il quale scrisse che Alfonso avesse variata la denominazione antica delle province, ed avendo rispetto a facilitare l'esazioni dell'entrate, avesse diviso tutto il Regno in sei province principali; cioè, in Terra di Lavoro, Principato, Basilicata, Calabria, Puglia ed Apruzzi; delle quali la Puglia era divisa in tre parti, cioè in Terra d'Otranto, Terra di Bari e Capitanata. Errore quanto degno di scusa a questo Scrittore, che come forestiere non potè averne esatta notizia, altrettanto da non condonarsi a Marino Freccia Scrittor nazionale e regio Ministro di Napoli.
Ma ciò che dovrà notarsi nel tempo di questo Re, sarà il vedere che non pure tutte le isole a queste province adjacenti, delle quali si parlerà più innanzi, ma anche l'isola di Lipari, non già alla Sicilia, ma alla Calabria era attribuita.
Accrebbe ancora questo Principe la provincia del Principato ulteriore, col nuovo acquisto della città di Benevento, e distese sopra lo Stato della Chiesa romana li confini di Terra di Lavoro più di quello che ora sono; ed aggiunse parimente al Regno la Sovranità sopra lo Stato di Piombino.
La città di Benevento, come si è potuto vedere ne' precedenti libri di quest'Istoria, per le cagioni ivi rapportate, fu lungamente posseduta da' Pontefici romani; ed ancorchè sovente fosse stata interrotta la loro possessione da Roberto Guiscardo, da Ruggiero I Re di Sicilia, da Guglielmo II, dall'Imperador Federico II e da altri Re, secondo che le congiunture della guerra o d'inimistà portarono; nulladimanco sempre poi ne' trattati di pace fu alla Chiesa restituita, riputandosi questa città come fuori del Regno; poichè quando di queste province se ne formò un Regno, si trovava già da quella divisa e separata, e sotto l'ubbidienza de' romani Pontefici; ond'è, che in tutte le investiture fu sempre quella eccettuata. Nel Regno di Carlo III di Durazzo, Urbano VI la diede in governo a Ramondello Orsino, che fu poi Principe di Taranto, per averlo liberato dalle mani di Carlo, quando lo teneva assediato in Nocera. Chiamato Alfonso alla conquista del Regno per l'adozione della Regina Giovanna II essendo insorti que' contrasti che finalmente proruppero in sanguinose guerre; Alfonso che tenne contrarj due Papi, occupò Benevento, senza che pensasse di doverla mai restituire, come avean fatto gli altri Re suoi predecessori. Ne' trattati di pace che si s'ebbero in Terracina col Legato di Papa Eugenio, fa molto dibattuto sopra la sua restituzione, la quale non fu accordata dal Re; e sol si convenne che insieme con Terracina dovesse ritenerla in nome della Chiesa per tutto il tempo di sua vita: ma che all'incontro si lasciassero sotto il governo del Papa Città Ducale, Acumoli e la Lionessa, terre importantissime della provincia d'Apruzzo ulteriore. Ma da poi essendo ad Eugenio succeduto Niccolò V, furono ad Alfonso restituite le suddette Terre della Montagna dell'Amatrice; ond'è che il Contado di Acumoli, confinando con quello di Norcia, perchè si togliesse ogni occasione di controversia di confini fu dal Conte di Miranda, nell'anno 1389, pubblicata prammatica[425], colla quale fu proibita ogni sorte d'alienazione de' territorj d'Acumoli, che sono ne' suddetti confini, a' forestieri, e specialmente a' Norcesi; e rimasero parimente Benevento e Terracina in potere del Re, assolvendolo ancora dal tributo de' due Sparvieri, che per dette due città dovea alla Sede Appostolica: onde la provincia di Principato ultra in tutto il tempo che regnò Alfonso, riconobbe, anche perciò che riguarda la politia temporale, Benevento per suo capo e metropoli. Nè dopo la morte d'Alfonso fu restituita alla Chiesa, ma Ferdinando I suo successore parimente la ritenne per lungo corso di tempo: in appresso dopo varj trattati avuti col Pontefice Pio II la restituì al medesimo; dal qual tempo in poi, con non interrotta possessione, insino ad ora si vide sotto il dominio della Sede Appostolica, e riputata città fuori del Regno. Della medesima avea a' tempi de' nostri avoli tessuta una esatta e piena istoria Alfonso di Blasio gentiluomo Beneventano; ed il quarto volume conteneva quest'ultimo stato, nel quale giacque suddita a' Papi. Secondo una sua epistola del 1650 rapportata dal Toppi[426], nella quale ci dà l'idea di quest'opera, egli v'avea travagliato trent'anni, e secondo i varj suoi stati (prima d'essere stata soggiogata da' Romani, nel tempo che fu dominata da' medesimi in forma di Colonia, sotto i suoi Duchi e Principi, e finalmente sotto i Papi) l'avea divisa in quattro volumi. Sosteneva che l'antichissima città di Sannio fosse stata Benevento, rifiutando l'opinione di Cluverio e di Salmasio che negarono la sussistenza della città di Sannio. Ma morto al piacere dell'immortal suo nome che senza dubbio per cotal opera avrebbesi acquistato, non potè vederne il fine; ed i suoi manuscritti con tanta trascuraggine non curati, giacciono ora sepolti in profonda caligine, senza che vi fosse stato chi se ne avesse presa cura o pensiere di fargli imprimere.
La provincia di Terra di Lavoro nel Regno d'Alfonso distese molto più i suoi confini sopra lo Stato della Chiesa romana che ora non tiene. Li Pontefici romani pretesero che la città di Gaeta s'appartenesse allo Stato della lor Chiesa; e fondavano questa lor pretensione, come si disse ne' precedenti libri di quest'Istoria, nella liberalità di Carlo M. quando pretese toglierla a' Greci per farne un dono alla Chiesa di Roma, siccome avea fatto di Terracina e dell'altre spoglie de' Greci. Ma essendosi in que' tempi opposto Arechi Principe di Benevento, frastornò ogni lor disegno, e proccurò che tosto questa città ritornasse sotto la dominazione degl'Imperadori d'Oriente, i quali vi mandavano i Patrizj loro Ufficiali per governarla. Ma non per ciò si astennero i Pontefici romani, quando le congiunture lo portavano, di far dell'intraprese, e quando vedevano non poterle mantenere, ne investivano un Principe più potente. Così leggiamo che Giovanni VIII la concedè a Pandolfo Conte di Capua, che morì nell'anno 882[427]; e Lione Ostiense[428] scrive, che Gaeta in que' tempi serviva al Papa; ma ritornò ben tosto sotto gl'Imperadori d'Oriente, e ne' tempi seguenti, avendo i Normanni spogliati i Greci di ciò che loro era rimaso in queste nostre province, essi se n'impadronirono; ond'è che s'intitolavano ancora Duchi di Gaeta. A' Normanni essendo succeduti i Svevi, e poi gli Angioini, ed a questi ora Alfonso, e poi gli altri Aragonesi e finalmente gli Austriaci, questa città fu con continuata e non interrotta possessione da' nostri Re ritenuta, e come una delle città di questa provincia fu sempre riputata.
Ma la medesima sorte non ebbe Terracina se non a' tempi d'Alfonso. Questa città pure come spoglia de' Greci fu da Carlo M., avendola tolta a' medesimi, donata alla Chiesa romana[429]; ma i Normanni, discacciati i Greci, in lor vece la pretesero[430]. Non l'abbandonaron con tutto ciò i Pontefici e la riebbero: tanto che con interrotta possessione ora da Papi, ora da' nostri Re fu occupata e sempre combattuta, finchè solamente Alfonso per via d'accordo e di capitolazioni avute con due Pontefici, stabilmente non la unisse a questa provincia; e per lungo tempo i confini del Regno verso quella parte si distesero sino a questa Città. Eugenio IV come si è veduto, in iscambio d'Acumoli, città Ducale e Lionessa, diede in governo ad Alfonso, Benevento e Terracina per tutto il tempo di sua vita; da poi s'ampliò la concessione a Ferdinando ed a' suoi successori perpetualmente. Niccolò V suo successore confermò quanto Eugenio avea fatto; anzi restituì ad Alfonso quelle Terre, e volle che Benevento e Terracina rimanessero a lui senz'alcuna obbligazione di censo. Fu Terracina nel Regno d'Alfonso, e ne' primi anni di Ferdinando suo figliuolo ritenuta. Ma poi Ferdinando per tenersi amico Pio II, che gli diede l'investitura, negatagli da Calisto, bisognò che la restituisse[431] insieme con Benevento; onde i romani Pontefici di nuovo l'incorporarono al loro Stato, donde mai da poi potè divellersi: sursero quindi le tante controversie ne' confini tra la Sede Appostolica ed i nostri Re, i quali conservarono sempre queste ragioni per riaverla secondo che le congiunture portassero; ed il Chioccarello nel ventesimoprimo tomo de' suoi M. S. Giurisdizionali di tutte queste ragioni ne fece particolare ed accurata raccolta[432].
Non trascurò Alfonso le sue ragioni sopra altri luoghi di quest'istessa provincia pur pretesi ed invasi da' romani Pontefici. Il Castello di Pontecorvo, non più che otto miglia lontano da Monte Cassino[433], dove ora risiede il Vescovo d'Aquino, era certamente dentro il distretto di questa provincia di Terra di Lavoro. Fu edificato nel tenimento d'Aquino presso un ponte curvo, onde prese il nome, da Rodoaldo Castaldo, ne' tempi dell'Imperador Lodovico, siccome narra Lione Ostiense[434]. Il monastero Cassinense, a cui fu poi nel 1105 conceduto da Riccardo Principe di Benevento, per lungo tempo lo tenne[435]: ma gli Abati di questo monastero eran in que' tempi entrati in pretensione di posseder tutte le terre del loro monastero, come Signori assoluti, senza dipender da altro Principe, nè riconoscere altro supremo ed eminente dominio: perciò independentemente ne infeudavano gli altri con farsi prestare il giuramento di fedeltà e di ligio omaggio, de' quali giuramenti l'Abate della Noce[436] ne porta due formole. Porta ancora questo Autore l'investitura, che l'Abate Oderisio fece della metà di questo castello a Giordano Pinzzast durante la sua vita solamente, ma che dopo la sua morte tornasse al monastero. Questa pretensione certamente in que' tempi se la fecero valere, poichè eran entrati in tanta alterigia, che poser eserciti armati in campagna, e mosser guerre in que' tempi turbolentissimi, difendendosi i loro castelli con mano armata. Ma in decorso di tempo, sterminati da queste province tanti piccioli Signori e ridotte quelle in forma di Regno sotto il famoso Ruggiero I Re di Sicilia, le Terre di questo Monastero furono trattate da' Re normanni, da' Svevi ed Angioini non meno che l'altre Terre degli altri Baroni, delle quali i Re aveano il supremo ed eminente dominio ed alta giurisdizione. Quindi noi leggiamo, che gli Abati di Monte Cassino nel Regno di Carlo I d'Angiò, volendo tornar all'antiche pretensioni fur ripressi da questo Principe, il quale nell'anno 1275 scrisse a' suoi Ufficiali, dicendo loro, che le Terre che possedeva il monastero Cassinense erano soggette al Re, come tutte l'altre Terre e vassalli del Regno, e che quel monastero e suo Abate non v'aveano altro che il vassallaggio: onde ordina ad essi, che non facciano aggravare i suddetti vassalli dall'Abate. Carlo II suo successore, nel 1292, mentre questo Monastero era amministrato nel temporale e spirituale dal Vescovo di Tripoli, mandò due Commessari a distinguere i confini de' Territori tra le Terre di Rocca Guglielma e Pontecorvo, e porvi i termini: e nel 1307 scrisse al Giustiziere di Terra di Lavoro e Contado di Molise, che rendesse giustizia all'Abate e monastero suddetto di non fargli molestare nella possessione d'alcuni beni stabili, ragioni e vassalli, che tenevano nel distretto di Pontecorvo, spettanti al suddetto monastero, ma che gli mantenesse nella possessione, nella quale si trovavano.
Il Re Roberto nel 1311 ordinò all'abate Cassinense che tenesse ben guardate le fortezze e luoghi di detta Badia esposti all'offesa de' suoi nemici, e spezialmente S. Germano e Pontecorvo; e nel 1324 essendo di nuovo insorta lite de' confini tra Rocca Guglielma e Pontecorvo, commise al Giustiziere di Terra di Lavoro e Contado di Molise, che dividesse i confini dei territorj delle Terre suddette e vi ponesse i termini.
La Regina Giovanna I nel 1343 ordinò al Giustiziere di Terra di Lavoro e Contado di Molise, che non procedesse ex officio contra agli uomini della Terra di Pontecorvo vassalli del monastero Cassinense negli loro delitti, eccettuatine quelli, che de jure spettano. E la Regina Giovanna II, nel 1431, creò Capitano di Pontecorvo per lo rimanente di quell'anno Niccolò di Somma di Napoli Milite.
Ancora dagli antichi Cedolarj regj si ricava, che la Terra di Pontecorvo, dalli tempi del Re Carlo I insino alla Regina Giovanna II, fu sempre tassata nelle tasse generali a pagar le collette alla Regia Corte, conforme tutte l'altre Terre del Regno, come nell'anno 1274, 1275, 1292, 1295, 1304, 1306, 1309, 1316, 1319, 1320, 1321, 1322, 1323, 1324, 1328, 1333, 1335, 1339, 1395 e 1423, li quali documenti furon tutti raccolti dal Chioccarello nel tomo 18 de' suoi M. S. Giurisdizionali.
Ma il monastero Cassinense, avendo patite varie mutazioni, e dalla Corte romana ora dato in Commenda a qualche Vescovo o Cardinale, ora restituito nel suo primiero stato, disponendone i Pontefici romani a lor talento, fu molto ben da essi estenuato con appropriarsi buona parte de' suoi dominj, tanto che Pontecorvo tolto a' Monaci, finalmente pervenne in mano della Sede Appostolica. I Papi non vollero riconoscere i nostri Re per supremi Signori della Terra, come prima gli riconoscevano gli Abati di quel monastero, ma s'usurparono sopra quella ogni diritto. Ma il Re Alfonso in tempo dell'inimicizia, che ebbe con Eugenio IV gli tolse colle armi Pontecorvo, e fin che regnò, lo tenne, e dopo la sua morte lo trasmise al Re Ferdinando suo successore. Nella guerra poi, che questo Re ebbe con Giovanni figliuol di Renato, cotanto ben descritta dal Pontano, gli fu tolto da Giovanni; ma avendo Ferdinando fatta lega col Pontefice Pio II, il quale contro Giovanni pose in piedi un fioritissimo esercito, l'esercito del Papa discacciò Giovanni da que' luoghi che avea presi, e Pontecorvo ritornò in questa guerra a Ferdinando suo vero padrone[437]. Ma i Pontefici Romani, che mai trascurano il tempo e l'occasioni di riacquistar ciò, che una volta possederono, vegghiaron sempre per riaverlo, e secondo le congiunture portarono, con non picciola trascuraggine de' Ministri de' nostri Principi, se n'impossessarono di nuovo, e con non interrotta possessione lo tennero lungamente, ed in fine giunsero, che nell'investiture del Regno se l'han riserbato, non meno che fecero di Benevento[438]; ed ultimamente, perchè il Vescovo d'Aquino dimorasse in più sicuro luogo, han mutata la sua residenza, ed in vece di farlo risiedere in Aquino antica Sede Cattedrale, oggi risiede in Pontecorvo, Terra da essi pretesa fuori del dominio de' nostri Re[439]. Anzi rinovando l'antiche contese de' confini, intrapresero estendergli sopra Rocca Guglielma, tanto che nel Ponteficato di Paolo V fu d'uopo al Vicerè D. Pietro Conte di Lemos, mandar in S. Germano il reggente Fulvio di Costanzo Marchese di Corleto, il quale coll'Arcivescovo di Chieti Commessario appostolico mandato dal Papa, composero queste differenze, ed a' 31 maggio 1762 ne fu in S. Germano stipulato istromento tra il suddetto Arcivescovo e 'l Reggente per la distinzione de' confini suddetti tra Pontecorvo e Rocca Guglielma, nel quale furono inserite le loro commissioni sopra di ciò ricevute[440].
Vindicò Alfonso da' Pontefici romani non meno Pontecorvo, che le picciole isole adiacenti ne' mari di Gaeta. Sono in questo mare quattro isolette chiamate Ponza, Summone, Palmerola e Ventotene. In alcune carte Summone e Palmerola, son dette S. Maria e le Botte. Pure sopra quest'isole i Pontefici romani tentarono dell'intraprese, ancorchè comprese nel Regno di Napoli, e fossero riputate sempre della diocesi di Gaeta, e da' nostri Re sempre dominate.
Il Re Carlo I nel 1270 ordinò a' suoi Ufficiali di Terra di Lavoro, che non facessero molestare l'Abate e Convento del monastero di S. Maria dell'isola di Ponza dell'ordine Cisterciense della diocesi di Gaeta, sopra alcuni beni che possedeva nella diocesi di Sessa; ed il nostro Re Alfonso, avendo Fr. Marcellino d'Alvana ottenuto da lui sorretiziamente un ordine, che fosse posto in possesso della Badia del monastero di S. Maria di Ponza, scoverto l'inganno, ordinò che se gli levasse tosto il possesso e la riscossione de' frutti di detta Badia.
Seguendo in ciò l'esempio d'Alfonso, li successori Re mantennero in quest'isole il lor possesso; e, regnando l'Imperador Carlo V, abbiamo, che il Conte di S. Severina Vicerè del Regno nel 1525 spedì più ordini a' Castellani di Ponza e Ventotene, che le guardassero attentamente, e con vigilanza contro i Turchi.
Ma nel Regno di Filippo II i Pontefici romani avanzarono le loro pretensioni, e oltre averne spedite concessioni al Cardinal Farnese ed al Duca di Parma, i Romani attentarono di fare alcuni Forti nell'isola di Ponza, di che avendone il Duca d'Ossuna avvisato il Re, Filippo nel 1584 gli rescrisse, che stasse in ciò con molta avvertenza, in non permettere, che alcuno usurpi la sua giurisdizione, e che perciò voleva che pienamente l'informasse di tutto con suo parere. Il Vicerè fece far consulta dalla Regia Camera, nella quale fu con molta esattezza dimostrato, che l'isola di Ponza con altre Isole convicine, cioè Summonte, Palmerola e Ventotene erano comprese nel Regno, nè il Papa poteva avervi alcun dritto, nè il Duca di Parma, il quale non era che un semplice e nudo affittatore, avendosele nel 1582 affittate per scudi 13000 per ventidue anni: onde il Re con altra sua carta de' 3 novembre del medesimo anno 1584 in vista di detta consulta gli ordinò, che continuasse a conservare le ragioni che egli vi tenea, nè permettesse che altri sopra quelle facessero innovazione alcuna.
Succeduto poi al governo del Regno il Conte di Miranda, il Cardinal Farnese mosse trattato col Re Filippo, per mezzo del Conte d'Olivares allora Ambasciadore in Roma, che queste isole si concedessero in feudo al Duca di Parma suo fratello cugino: ed inclinando il Re per le condizioni di que' tempi a farlo, scrisse al Conte nel 1587, che l'informasse con particolarità di ciò che poteva occorrere in contrario, ma che fra tanto non permettesse in dette isole vi si facesse fortificazione alcuna, nè molo nè porto nè cosa simile, insino che informata del tutto potesse risolvere quel che più conveniva al suo regal servigio. Ed avendogliene il Conte di Miranda fatta piena relazione, risolvè il Re d'infeudarle al Duca di Parma con darne avviso al Vicerè di questa sua risoluzione; ed a' 22 settembre del 1588 ne scrisse anche al Conte di Olivares suo Ambasciadore in Roma, che in conformità di quel che avea scritto al Vicerè, veniva a concedere dette isole in feudo al Duca di Parma con ergerle in Contado[441].
Accrebbe finalmente Alfonso il Regno colla sovranità, che acquistò sopra lo Stato di Piombino (posto presso il mare tra il Pisano ed il Sanese), e coll'acquisto della picciola isola del Giglio, di Castiglione della Pescara e di Gavarra. Nella guerra che Alfonso mosse in Toscana per indurre i Fiorentini alla pace, ed a richiamare le loro truppe dall'assedio di Milano, essendogli da' Senesi dato il passo, pensò, che non per altra parte potesse più utilmente muovere le sue forze contro i Fiorentini, se non per lo Stato di Piombino, nel cui Porto potesse far venire da Sicilia la sua armata di mare. Rinaldo Orsino erane allora Signore, il quale se ben prima avesse seguita la parte d'Alfonso, cominciò da poi ad aver intelligenza coi Fiorentini, co' quali finalmente si unì contro il Re. Fece per tanto che Alfonso deliberasse di fargli guerra; onde dopo aver per tutta la primavera dell'anno 1488 guerreggiato in Toscana, nel principio di luglio andò a poner il campo contro Piombino, cingendolo di stretto assedio. Rinaldo chiamò i Fiorentini che venisser tosto a soccorrerlo, i quali non furon pigri a farlo[442]; ed azzuffatesi le due armate, riuscì ad Alfonso di batter in mare i Fiorentini, ed introdurre le sue navi nel Porto di Piombino, le quali s'impadronirono ancora della vicina isola del Giglio. Fece dar l'assalto alla città per ridurla; ma sopraggiunta in quell'està una gran pestilenza nel suo esercito, fu d'uopo levar l'assedio: trattatasi poi la pace tra 'l Re ed i Fiorentini, con gli altri Potentati d'Italia, Alfonso l'accettò con queste condizioni, che rimanessero sotto il suo dominio Castiglione della Pescara, il Giglio, lo Stato di Piombino e Gavarra: ciò che gli fu accordato; ma i Fiorentini vollero, che in questa pace si includesse anche Rinaldo Orsino, e fu accordato che Rinaldo rimanesse Signore di Piombino, con riconoscere il Re per sovrano, a cui pagasse per tributo ogni anno un vaso d'oro di 500 scudi.
Era questo Stato della nobilissima famiglia Appiano, e Gherardo Lionardo Appiano ne fu l'ultimo Signore. Questi essendosi casato con Paola Colonna, dal cui matrimonio non essendone nati maschi, ma una sola femmina chiamata Catterina Appiana, ordinò che nello Stato succedesse non Catterina, ma Emmanuele suo fratello, nel caso, che Giacomo altro suo fratello morisse, come avvenne, senza figli maschi. Ma morto Gherardo, Paola sua moglie, avendo casata Catterina sua figliuola con Rinaldo Orsino, proccurò che Rinaldo suo genero si fosse reso Signore dello Stato, escludendone Emmanuele e per mezzo de' Fiorentini ottenne, che Alfonso gli lasciasse lo Stato col tributo del vaso d'oro, come si è detto.
(Gherardo a Roo[443], e per la costui testimonianza, Struvio Syntag. Hist. Germ. dissert. 30 §. 22 rapportano, che gli Orsini collo sborso di quindicimila ducati, che pagarono all'Imperadore Federico III, ebbero dal medesimo il Principato di Piombino; il quale Alfonso rese a se tributario).
Essendone da poi morto Rinaldo, Catterina sua moglie mandò Oratori al Re Alfonso, pregandolo a non darle travagli per li misfatti del marito; poichè ella seguiterebbe a riconoscerlo per sovrano con prestargli ogni ubbidienza e pagargli il tributo. Il Re ne fu contento, e fin che visse Catterina rimase Signora dello Stato; ma quella poco da poi morta, i Cittadini di Piombino chiamaron subito Emmanuele, e come loro legittimo Signore l'invitarono allo Stato. Ritrovavasi questi in Troja città del Regno, posta nella provincia di Capitanata, ove erasi ricovrato sotto la protezione d'Alfonso: il ricevette molto contento dell'invito fattogli da' suoi vassalli[444], e per tenerlo più fermo in suo servizio, quando bisognasse contro i Fiorentini, inviò un suo Segretario a coloro dello Stato, dichiarando il contento, che teneva così per aver essi fatto il lor debito in richiamarlo, come anch'egli avea molto caro, che quello Stato fosse ricaduto ad Emmanuele, che avea sempre tenuto sotto la sua protezione sopra a qualunque altro; onde Emmanuele, avendogli giurato omaggio, e promesso di pagare a lui e suoi successori ogni anno un vaso d'oro di 500 scudi, fu stabilito ancora con coloro dello Stato, che tutti gli altri, che succedessero in quella Signoria, fosser obbligati di riconoscere il Re e suoi successori nel Regno per lor sovrano con restar esenti e liberi d'ogni altro vassallaggio. Giunto Emmanuele a Piombino fu salutato e riconosciuto da tutti per lor Signore, il quale governò i suoi popoli con molta prudenza ed amore, e fu sempre carissimo al Re Alfonso; e morto che fu, lasciò suo successore Giacomo suo figliuolo, e per molti anni in appresso si vide la Gente Appiana signoreggiare questo Stato. Ma poi quella estinta, insorsero varie contese fra' Pretendenti, nella determinazione delle quali vi ebbero sempre gran parte i nostri Re, come successori di Alfonso, a' quali s'appartenevano le ragioni di sovranità, onde narra il Summonte[445], che a' suoi tempi il Vicerè di Napoli mandò a sequestrarlo e tenerlo in nome del Re Filippo II. Quindi son derivate le ragioni a' nostri Re sopra la sovranità di questo Stato, e le investiture, che poi di quello si fecero a varie altre famiglie.
Lo Stato adunque delle province ond'ora si compone il Regno, ne' tempi d'Alfonso, si vide nel suo maggior vigore ed ampiezza; e poichè la soverchia sua generosità l'avea portato ad invigilar pur troppo ad accrescere il regal patrimonio, il Tribunale della regia Camera, che soprastava all'esazione de' regali diritti, ed avea la soprantendenza sopra i Doganieri, Tesorieri e sopra tutti gli altri Ufficiali minori delle Province destinati a questo fine, si vide più numeroso, e d'affari più carico. Quindi nacque lo stile, che ancor oggi dura, di distribuire le province fra' Presidenti e Razionali della medesima, acciò ciascheduno ne avesse particolar pensiero, e di mandare un Presidente in Foggia a sopraintendere al governo della regia dogana della mena delle pecore, donde il Re ne ricava somme immense di denaro, e che oggi vien riputata per una delle maggiori rendite del regal patrimonio.
Accrebbe parimente Alfonso il regal Patrimonio coll'esazione del ducato a fuoco, onde s'introdusser nel Regno le numerazioni. Prima sotto i Re normanni l'entrate del Fisco si riscuotevano per apprezzo; cioè per ogni dodici marche d'entrate si pagavano tre fiorini[446], e quest'esazione per licitazione soleva affittarsi a' Pubblicani; il che durò fin al tempo dell'Imperador Federico II. Questo Principe, acciocchè i poveri non fossero oppressi da' più ricchi e potenti, proibì l'esazione in questo modo; ed avendo nel 1218 nel castel dell'Uovo convocato un general Parlamento di tutt'i Baroni e Feudatari del Regno, con i Sindici delle città e Terre, stabilì, che per l'avvenire l'entrate regie si riscuotessero per collette, in guisa, che chi più possedesse roba, più pagasse; chi meno, meno, chi nulla, nulla. Furono imposte in cotal maniera le prime collette assai moderate; ma poco appresso, non bastando a sovvenire alle necessità del Regno, si venne alle seconde, e così di mano in mano insino alle seste collette chiamate pagamenti fiscali ordinarj, secondo ci testificano Andrea d'Isernia[447], Luca di Penna[448], Antonio Capece[449], e Fabio Giordano nella sua Cronaca.
Durò questo modo fino al tempo d'Alfonso, il quale, siccome fu detto, nel primo Parlamento, che convocò in Napoli nel 1442, stabilì, che in iscambio delle sei collette, si riscuotessero da ogni fuoco carlini diece. Nell'anno poi 1449 come si nota ne' Registri della regia Camera[450], resedendo Alfonso nella Torre del Greco, fece radunare un altro Parlamento, ed avendo proposto, che mantenendo egli grossi eserciti così terrestri come marittimi per custodire il Regno, non essendo l'entrate regie bastanti, era forzato quelle accrescere; onde avea pensato, che per beneficio universale fosse bene, che s'imponessero cinque altri carlini al fuoco, oltre a' diece, e che all'incontro e' promettea di dare a tutti i fuochi del Regno un tomolo di sale per ciascheduno: ciò che fu con consentimento di tutti stabilito.
Furono perciò nel Regno introdotte le numerazioni, e la prima cominciò dall'istesso Alfonso nell'anno 1447, la qual si trova intera nel grande Archivio. Le altre si fecero ne' tempi de' Re suoi successori, e la seconda fu fatta nel 1472, la terza nell'anno 1489, la quarta, che non fu compita, si fece nel 1508, la quinta nel 1522, la sesta nel 1532, la settima nel 1545, e l'ottava nel 1561, le quali si trovano, ancor che alcune non intere, nel grande Archivio. Seguirono da poi le altre, che si conservano presso i Razionali, cioè degli anni 1595, 1642, 1648 e 1699 ch'è l'ultima, che ora abbiamo[451]. Oltre di questi pagamenti ordinari, che ad esempio d'Alfonso furon da' suoi successori da tempo in tempo sempre accresciuti, tiene il Re moltissimi altri fonti perenni, onde riscuote dalla città di Napoli, dalle province e Baroni grandissime entrate, delle quali il Mazzella tessè lungo catalogo; le quali, ora dopo un secolo che lo scrisse, sono cresciute in immenso; ma in gran parte dalla Corona distratte ed alienate, avendo gli Spagnuoli invogliati i Nazionali istessi a comprarsi le proprio catene, perchè non potessero mai disciorsene.
CAPITOLO VII. Alfonso accrebbe il numero de' Titoli e de' Baroni, a' quali diede la giurisdizion criminale. Sua morte, e leggi che ci lasciò.
Rese Alfonso più di quel, che era, il Regno assai numeroso di Baroni e di Titolati. Prima non vi erano, che due Principi, quel di Taranto e di Salerno, e poi s'aggiunse quello di Rossano; cinque Duchi, e pochi Marchesi; de' Conti ve n'era qualche numero e più di Baroni; ma Alfonso gli accrebbe al doppio, siccome dice il Summonte[452], e si vede dal catalogo che ne fece. In alcuni Seggi di Napoli non vi eran Titolati, ed i primi furono al seggio di Nido il Conte di Borrello ed il Conte di Bucchianico della famiglia Alagna. Questi furono due fratelli della famosa Lucrezia d'Alagno figliuola d'un Gentiluomo di Nido, la quale fu amata tanto da Alfonso, che avea tentato di aver da Roma dispensa di ripudiare la moglie, che era sorella del Re di Castiglia, per pigliar costei per moglie; e tra le altre cose notabili, che fece per lei, subito che l'ebbe a' suoi piaceri, fece questi due fratelli l'un Conte di Borrello e Gran Cancelliere, e l'altro Conte di Bucchianico: e scrive Tristano Caracciolo nel libro De varietate fortunae, rapportato dal Costanzo[453], che questi furono i primi Titolati del seggio di Nido.
Ma quello di che non s'ebbero molto da lodare i secoli seguenti, fu d'aver Alfonso conceduto a' Baroni il mero e misto impero. Avendo questo Principe per la sua sterminata liberalità resi esausti tutti gli altri fonti, cominciò ad esser profuso anche delle più supreme regalie, che non doveano a verun patto divellersi dalla sua Corona, quando i Re suoi predecessori erano stati di ciò cotanto gelosi, che il Re Carlo I d'Angiò avendo donato al suo figliuolo unigenito la città di Salerno, col titolo di Principe, con alcune altre città e terre d'intorno, gli concedè sopra quelle solamente la giurisdizione civile, e solo in Salerno per quanto si distendeva il circuito delle sue mura e non oltre, gli concedè la giurisdizione criminale[454]; e gli altri Re, siccome s'è veduto ne' precedenti libri, molto di rado, e solo in premio d'una eminente virtù a qualche loro benemerito ed a qualche segnalato Barone, solevano concederla; ond'era, che le concessioni ed investiture, fatte prima che regnasse Alfonso, non abbracciavano la giurisdizione criminale, essendo delle cose eccettuate e riservate; poichè l'uso di que' tempi era, che i Feudatari, che possedevano Terre con vassalli, non potevano esercitare, se non quella bassa ed infima giurisdizione indrizzata a sedar le liti e le discordie, che sogliono nascere tra gli abitatori de' luoghi; e perciò i Baroni ed i Feudatari, non eleggevano se non Camerlenghi annuali, i quali esercitavano giurisdizione in conoscere e giudicare di quelle brevi liti e cause sommarie[455]: poichè la G. C. esercitava la giurisdizione sopra tutti i luoghi e Terre del Regno. E la ragione era, perchè, siccome fu saviamente considerato dal Consigliere Giuseppe di Rosa nostro acutissimo Giureconsulto[456], nelle città e Terre con vassalli, era solamente quella giurisdizione, che infima si chiama e che, secondo il diritto de' Romani, s'amministrava da' minori Magistrati, che si chiamavano Defensores, e consisteva nella cognizione delle Cause civili: in luogo de' quali, secondo notò Andrea d'Isernia[457], nel nostro Regno succederon poi i Baglivi de' luoghi, i quali conoscevano delle cause civili, dei furti minimi, de' danni, de' pesi e misure, e d'altre cause leggiere e di picciolo momento[458]; ma le cose più gravi e massimamente quelle, che risguardavano il mero imperio e la giurisdizion criminale, s'appartenevano, secondo il diritto de' Romani, a' Presidi delle province, in luogo de' quali nel nostro Regno furono, come si è veduto ne' precedenti libri, costituiti i Giustizieri[459], che ora pur Presidi appelliamo, da' quali per via d'appellazione si riportavano alla G. C. della Vicaria, Tribunale supremo sopra tutti i Giustizierati del Regno. Così le investiture, che prima d'Alfonso eran concedute a' Baroni delle città e Terre con vassalli, abbracciavan solo quell'infima giurisdizione come a loro coerente e da esse inseparabile, e non il mero imperio e la giurisdizion criminale, che non poteva dirsi alle medesime coerente, siccome quella, che non da' proprj Magistrati, ma da' Presidi prima soleva esercitarsi, e da poi non da' Baglivi de' luoghi, ma da' Giustizieri delle province.
Ne' tempi d'Alfonso e degli altri Re aragonesi suoi successori, cominciò a porsi in uso nell'investiture de' Feudi la concessione della giurisdizion criminale[460] e delle quattro lettere arbitrarie ancora, come fu da noi altrove rapportato. Quindi in decorso di tempo fu veduto quel che ancor oggi si vede, che qualunque, benchè picciol Barone, abbia ne' suoi Feudi il mero e misto imperio, con non picciol detrimento delle regalie del Re, e danno de' suoi sudditi. Ben Carlo VIII Re di Francia, in que' pochi mesi che vi regnò, pensò di toglierlo affatto a' Baroni, con ridurgli all'uso di Francia[461]; ma il poco tempo, che vi ebbe, e per le difficoltà che s'incontravano, non potè mettere in esecuzione questo suo disegno; molto meno oggi è ciò da sperare, che il male è antico, e che senza grandi ravvolgimenti e scompigli non potrebbe ridursi ad effetto.
Dopo avere questo Principe in cotal guisa riordinato il Regno, ancor che negli ultimi suoi anni si fosse rinovata la guerra co' Fiorentini, ed ultimamente per non aver voluto far restituire alcune navi predate dai suoi legni a' Genovesi, se gli avesse resi nemici; nulladimanco invilito negli amori di Lucrezia d'Alagno proccurò tosto pace co' primi, nè molto curò de' secondi, ed attese il rimanente tempo di sua vita in cacce, conviti, giostre ed altri piaceri; e mentre era già vecchio, il Duca di Milano mandò Ambasciadori a trattare doppio matrimonio con la sua casa regale, perchè dubitava molto, che il Re di Francia non pigliasse a favorire il Duca d'Orleans, che pretendeva, che il Ducato di Milano toccasse a lui per esser figlio di Valentina Visconte legittima sorella del Duca Filippo[462]; ed in tal caso gli parea di non potere avere più fedele ajuto che da Alfonso, il quale avea sempre in sospetto Re Renato, che ancor teneva in Italia molte pratiche. Così in breve fu conchiuso matrimonio doppio, ed Ippolita Maria figliuola del Duca fu data per moglie ad Alfonso primogenito del Duca di Calabria; e Lionora figliuola del Duca di Calabria fu promessa a Sforza figliuolo terzogenito del Duca di Milano, e tanto gli sposi, come le spose, non passavano l'età di otto anni.
Successe in questo anno 1455 la morte di Papa Niccolò V, e dopo 14 dì, che vacò la Sede Appostolica, fu nel mese d'aprile eletto in suo luogo il Cardinal di Valenza Alfonso Borgia, che, come si disse, era stato molti anni caro al Re Alfonso e suo intimo Consigliere, che Calisto III nomossi. Costui, benchè fosse d'età decrepita, fece gran disegno di fare cose che avrebbono ricercata un'età intera d'un uomo. Come suole avvenire che i più confidenti ai Principi, quando sono elevati al Papato, sogliono divenire i più fieri loro nemici; così Calisto assunto al trono cominciò a pensar nuove cose, e ad opporsi ai disegni d'Alfonso: e non piacendogli questo nuovo parentado conchiuso col Duca di Milano, fece ogni sforzo per disturbare le nozze; ma Alfonso, avendo conosciuto l'animo del Papa, tanto più lo sollecitava: onde nel principio dell'anno seguente 1456 furono solennemente celebrate, ed Elionora fu condotta a Milano al suo sposo Sforza.
A questi tempi medesimi Giovanni Re di Navarra, fratello secondogenito del Re Alfonso, stava in gran discordia con D. Carlo suo figliuolo primogenito che s'intitolava Principe di Viana; e la cagione della discordia era, perchè il Regno di Navarra era stato dotale della madre del Principe ch'era già morta, ed il Re Giovanni avea tolta per seconda moglie la figliuola dell'Ammirante di Castiglia. Il Principe non poteva soffrire di vedere la Regina sua matrigna sedere, dove avea veduta sua madre, ed esso vivere privatamente; perchè la matrigna s'era in tal modo fatta Signora del marito, già vecchio, che tanto nel Regno di Navarra, quanto in Aragona, dove il padre era Vicerè, non si faceva altro che quel che volea la matrigna, e per questo avea tentato nel Regno di Navarra farsi gridare Re, perchè era molto amato per le virtù sue e per la memoria della madre, Regina naturale di quel Regno. Il disegno non gli riuscì, onde venne ad accostarsi col Re Alfonso suo zio, il quale gli costituì dodicimila ducati l'anno pel vivere suo; ma perchè vedeva ch'era di corpo bellissimo e di costumi amabili ed atto ad acquistare benevolenza, non gli piaceva che dimorasse molto in Napoli; ma lo mandò al Papa a pregarlo, che pigliasse assunto di ridurlo in concordia col padre. Il Principe andò, ed il Papa lo ricevè con gusto, e gli diede trattenimento da vivere; ma poichè vide che Calisto per l'età decrepita era tardo a trattare la riconciliazione sua col padre, e che Re Alfonso era assai declinato di salute, e non potea molto vivere, si fermò in Roma, con speranza che i Baroni del Regno che stavano mal soddisfatti delle condizioni del Duca di Calabria, chiamassero lui per Re dopo la morte di Alfonso. Intanto Alfonso ne' principj di maggio di quest'anno 1458 cominciò ad ammalarsi, e peggiorando tuttavia, s'incominciò a pubblicare che il suo male era pericoloso, di che avvisato il Principe di Viana venne tosto da Roma a visitarlo, ciò che rese più travagliato il fine di così gran Re; perchè giunto il Principe a Napoli tre giorni avanti che morisse, essendo già disperato da' Medici, gli raddoppiò l'agonìa della morte, sapendo ch'era venuto per tentare d'occupar Napoli; e perchè conosceva che morendo al Castel Nuovo, donde non potea cacciare il Principe, avria potuto il Castellano più tosto ubbidire al Principe, che al Duca di Calabria massimamente essendo la guardia del Castello tutta di Catalani che restavano vassalli del Re Giovanni, il qual avea da succedere ne' Regni d'Aragona e di Sicilia; fece subito dire ch'era migliorato, e che i medici lodavano che si facesse portare al Castello dell'Uovo per la miglioranza dell'aria, il che s'eseguì subito, lasciando al Duca di Calabria la cura di guardarsi il Castel Nuovo; e da poi giunto al Castello dell'Uovo il dì seguente morì a' 27 giugno di quest'anno 1458, essendo giunto all'anno 64 di sua vita[463].
Questo fu il fine di sì gran Re; Principe celebratissimo per infinite virtù che l'adornavano, e sopra tutto per liberalità e magnificenza. Egli liberalissimo arricchì molti con preziosi doni, ed ingrandì altri assai, donando loro grandissimi Stati. Fu magnificentissimo nel dare al Popolo spettacoli, ne' quali si sforzò di emulare la magnificenza de' Romani, come si vide quando ricevè in Napoli Federico III, designato Imperadore e Lionora figliuola del Re di Portogallo, e di sua sorella, che dovea sposarsi con Federico.
(Il matrimonio tra Federico III e Lionora, fu trattato in Napoli da Alfonso suo zio, da' Legati mandati dal Re di Portogallo e da Enea Silvio Piccolomini, poi Papa Pio II, dove dopo quaranta giorni fu conchiuso; siccome narra Gobellino, lib. 1, p. 16. Quam rem, e' dice, diebus quadraginta tractatam, cum denique conclusissent coram Rege, Cardinale Morinensi Apostolico Legato, Clivensi, Calabriae, Suesae, Silesiaeque Ducibus, et Magna Praelatorum, Comitumque multitudine, in Curia Novi Castri Neapolitani; Aeneas Sylvius de Nobilitate, virtuteque contrahentium orationem habuit, quae postmodum a multis transcripta est. Lo stesso narra Nauclero pag. 1056 e Fugger. lib. 5, c. 7, n. 1. Anzi Enea Silvio stesso Hist. Friderici p. 82 rapporta che, dopo i travagliosi viaggi della sposa, accolta da Alfonso in Napoli, nella dimora, che quivi fecero gli sposi, fu il matrimonio consumato, siccome scrisse anche Struvio Syntag. Hist. Germ. Diss., 30, § 22. Invitatus inde ab Alphonso Siciliae Rege cum nova nupta, et reliquo comitatu suo Neapolim venit, ubi matrimonium demum fuit consummatum).
Si conobbe ancora Re Alfonso nelle alte gran feste, cacce, giostre e conviti, dando spesso diletto al Popolo napoletano vaghissimo di simili divertimenti. Tenne il palazzo abbondantissimo di tappezzerie di lavoro d'oro e d'argento, e d'arredi ricchissimi e preziosi. Splendidissimo ancora negli edificj, onde adornò Napoli a pari di qualunque altra illustre città del Mondo: fece ingrandire il molo grande, e diede principio alla gran sala del Castel Nuovo, che senza dubbio è delle stupende macchine moderne che sia in tutta Italia: fortificò il castello con quelle altissime torri che ora s'ammirano: fece ampliare l'Arsenale di Napoli, la Grotta onde da Napoli vassi a Pozzuoli, e fece un fondaco reale e molti altri edificj per diversi usi.
La sua morte fu amaramente pianta da' Napoletani, come quella che non solo gli privò di tante grandezze e felicità, e che disturbò la pace del Regno; ma che poi dovea recar loro una lunga guerra, e porgli in nuove calamità e disordini. Non abbastanza compianto, fu il suo cadavere, con funerale superbissimo, rinchiuso dentro un forziere che rimase in deposito nel Castello dove morì; e benchè nel suo testamento avesse ordinato che fosse portato alla Chiesa di S. Pietro Martire, e di là quanto prima si mandasse in Ispagna al monastero di Santa Maria a Pobleto, ove sono sepolti gli antichi Re d'Aragona; nulladimeno restò il suo deposito in Napoli, ov'era additato da' Padri Domenicani nella Sagrestia della lor chiesa di S. Domenico Maggiore di questa città con molti segni di stima e di venerazione.
Non avendo avuti figliuoli dalla Regina Maria, figliuola d'Errico III Re di Castiglia, nel suo testamento, che fece il dì avanti di morire, istituì e nominò per successore nel Regno di Napoli D. Ferdinando Duca di Calabria suo figliuolo naturale, legittimato; e ne' Regni della Corona d'Aragona e di Sicilia D. Giovanni Re di Navarra suo fratello secondogenito e suoi discendenti, conforme avea anche disposto nel suo testamento D. Ferrante suo padre, che si conservava nell'Archivio reale di Barcellona, donde prima di morire avea voluto Alfonso che se gliene inviasse copia; ed ordinò in quello molti legati indrizzati ad opere di pietà[464]. Narra S. Antonino Arcivescovo di Fiorenza, che prima di morire non lasciava di ricordare al Duca di Calabria, ch'egli gli lasciava il Regno di Napoli, ma che per potervi quietamente regnare, bisognava che tenesse lontani, e s'alienasse da tutti gli Aragonesi o Catalani ch'egli avea esaltati, e che in lor vece si servisse d'Italiani e di questi componesse la sua Corte, e principalmente amasse quelli del Regno, a' quali conferisse gli ufficj e non gli riguardasse, come faceva, di mal viso e come sospetti. Che egli conosceva avere gravato il Regno con nuove gravezze ed esazioni, alterando anche le antiche, e ch'eran tante che i Popoli non potevano sopportarle: che però l'ammoniva che le levasse tutte e le riducesse all'usanza antica. E finalmente che coltivasse la pace, nella quale egli l'avea lasciato colle Repubbliche e Principi d'Italia, e sopra tutto si tenesse amici i Pontefici romani, da' quali in gran parte dependeva la conservazione o la perdita del suo Regno: soffrisse con pazienza il lor fasto ed alterezza, e loro si mostrasse per non isdegnarli, sempre umile e riverente, perchè egli non avea conosciuti altri mezzi per rintuzzare la loro ambizione.
(St. Antonino in Chron. part. 3, tit. 22, cap. 16 ad A. 1458 scrisse così: Rex vero Aragonum graviter infirmatus Neapoli in fine mensis Junii ejusdem anni diem clausit extremum; qui ante mortem Ferdinandum filium suum, etsi illegitimum, jam uxoratum, et filios habentem, dimisit haeredem, et Regni Apuliae successorem, cum maximo thesauro congregato. Quem etiam ut regnare posset quietius, et obstacula non haberet, admonuit, ut viam, quam in Regno tenuerat, non sequeretur in tribus, sed oppositum. Prima quidem, ut omnes Aragonenses et Cathalanos, quos ipse exaltaverat; et totum se eis crediderat, exosos hominibus, a se abjiceret, et in curia sua Italicos, et praecipue Regnicolas, diligere ostenderet, et ad officia promoveret, quos tamen ipse, ut suspectos non laeta facie respiciebat. Secundo, ut nova gravamina et exactiones, quas instituerat, et antiqua auxerat, quae tanta erant, ut homines respirare non possent, omnia removeret, et ad morem antiquum deduceret. Nimiae enim fuerunt extorsiones ejus ab hominibus Regni, et (ut de caeteris taccam) beneficia vacantia etiam minora nullus obtinere valebat in curia, nisi prius manus Regis implesset et quantitate non modica. Tertio ut pacem confectam per se cum Ecclesia, et aliis communitatibus, et Principatibus ipse servaret, nec a pacis foederibus declinaret).
Re Alfonso, oltre d'averci lasciate tante illustri memorie, e tanti buoni istituti e nuove riforme, ci lasciò anche alcune leggi. Secondo che narrano alcuni Autori, questo Principe dopo tante e sì lunghe guerre, che sostenne in vita della Regina Giovanna II, e dopo la costei morte con Renato suo competitore, avendo finalmente trionfato de' suoi nemici, resosi pacifico possessore del Regno, pose tutto il suo studio a riordinarlo ed a dargli ristoro de' passati danni e disordini che le succedute guerre aveanvi recati. Stabilì pertanto molte Costituzioni, cominciando dall'erezione del Tribunale del S. C. alle quali da poi molte altre ne aggiunse. Queste Costituzioni, che, come dice Toppi[465], prima si vedeano in Napoli, ora non l'abbiamo, ma per sinistro fato si sono perdute. Ne sono solamente a noi rimase alcune che ora si leggono sparse ne' registri del G. Archivio e ne' volumi delle nostre Prammatiche[466]. La prima si legge sotto il titolo de Possessoribus non turbandis, che in altre edizioni porta questa epigrafe: Edictum Pentimae Gloriosissimi, et Divi Alphonsi Regis clementissimi. Fu questo editto promulgato da Alfonso nel secondo anno del suo pacifico Regno nel 1443, dopo finita la guerra con Renato, per cui comandò, che per la preceduta guerra, essendo insorte molte liti fra suoi sudditi intorno al possesso de' loro feudi e beni, non si turbassero i possessori, ma che si lasciassero possedere come si trovavano, nè i Giudici si proccurassero commessioni di queste cause, senza consultarne prima lui. Nè procedessero in quelle, se non precedente sua commessione. Ciò che fu steso anche nelle moratorie prima a' medesimi possessori concedute[467]. Fu questa legge data nel campo di Pentima, luogo posto in Apruzzo presso Sulmona[468].
Un'altra consimile, ch'estratta dal registro de' Capitoli d'Alfonso, si vede anche impressa nelle nostre prammatiche[469] fu da questo Re stabilita nel 1446 nel Mazzone delle rose presso lo Spedaletto, non molto da Capua lontano; e letta e pubblicata con gli altri capitoli nel castel Capuano, dove ordinò che non dovessero inquietarsi coloro, che innanzi la morte del Re Ladislao aveano continuamente per se e per loro legittimi antecessori posseduto e possedevano terre, castelli ed altri beni; nè astringersi a portare originalmente i loro titoli, e vedere ed esaminare i loro antichi diritti, che sarebbe sovvertire diversi stati e condizioni di molti nel Regno; della qual legge fu anche ricordevole Capece nelle suo decisioni[470]. La prammatica 2 che leggiamo sotto il tit. de Off. S. C. pure fu d'Alfonso, non di Ferdinando, come si è detto.
L'altra[471] che parimente si legge nelle nostre prammatiche è quella notissima che tratta de' censi, nella quale Alfonso inserì la Bolla di Niccolò V, stabilita a sua richiesta dal medesimo per li suoi Regni, in Roma nel 1451, per regolare i censi. Questo Re per mezzo di tal prammatica confermò la Bolla, e volle che ne' suoi Regni avesse forza e vigore non meno che le altre sue leggi e statuti, aggiungendo altri suoi ordinamenti intorno alla validità e modo da tenersi nella costituzione de' censi suddetti. Fu questa statuita nella Torre del Greco, ove il Re dimorava negli ultimi anni di sua vita per avere più dappresso la sua Lucrezia d'Alagno, e porta la data de' 20 ottobre dell'anno 1451. Altri editti, privilegi e diplomi d'Alfonso si veggono ne' suoi registri nel Gran Archivio, de' quali alcuni, secondo il soggetto, che aveano per le mani, furono impressi nelle loro opere da diversi Autori: molti ne fece imprimere Toppi nei suoi tomi dell'Origine de' Tribunali: alcuni altri, gli Reggenti Moles, Tappia, Galeota ed altri moltissimi: ma i riferiti, come posti nel corpo delle prammatiche hanno fra noi forza e vigor di legge: degli altri può aversene buon uso, per quanto conduce all'istoria dei tempi, all'istituzione de' Tribunali, alle riforme dei medesimi e per illustrazione dell'altre sue leggi ed editti.
FINE DEL VOLUME SESTO.
[ TAVOLA DE' CAPITOLI] CONTENUTI
NEL TOMO SESTO
| [LIBRO VENTESIMOSECONDO] | pag. 5 |
| [Cap. I.] L'Imperador Errico VII collegato col Re di Sicilia muove guerra al Re Roberto, e facendo risorgere l'antiche ragioni dell'Imperio, con sua sentenza lo priva del Regno; ma tosto lui morto, svanisce ogni impresa; e si rinova la guerra in Sicilia | 12 |
| [Cap. II.] L'Imperador Lodovico Bavaro cala in Roma; e muove guerra al Re Roberto. Il Duca di Calabria si muore, onde s'affrettano le nozze di Giovanna sua figliuola con Andrea secondogenito del Re d'Ungheria | 19 |
| [Cap. III.] Si rinova la guerra in Sicilia; ma s'interrompe per la morte del Re Roberto | 25 |
| [Cap. IV.] De Conservatorj Regj | 30 |
| [Cap. V.] Delle quattro lettere Arbitrarie | 42 |
| [Cap. VI.] De' Riti della Regia Camera | 52 |
| [Cap. VII.] Degli uomini illustri per lettere, che fiorirono sotto Roberto, e sotto la Regina Giovanna sua nipote | 64 |
| [Cap. VIII.] Politia Ecclesiastica del XIV secolo per quel tempo, che i Papi tennero la loro sede in Avignone, insino allo scisma de' Papi di Roma e d'Avignone | 89 |
| [§. I.] Traslazione della Sede Appostolica in Avignone | 95 |
| [§. II.] De' Nunzj, ovvero Collettori Appostolici residenti in Napoli | 106 |
| [§. III.] Delle Compilazioni delle Clementine, e delle Estravaganti | 110 |
| [LIBRO VENTESIMOTERZO] | 113 |
| [Cap. I.] Seconde nozze della Regina Giovanna con Luigi di Taranto. Il Re d'Ungheria invade il Regno, e costringe la Regina a fuggirsene, ed a ricovrarsi in Avignone: vi ritorna da poi, e coll'aiuto e mediazione del Papa ottiene dall'Ungaro la pace | 121 |
| [Cap. II.] Spedizione del Re Luigi di Taranto in Sicilia: pace indi seguita, e sua morte | 131 |
| [Cap. III.] Altre nozze della Regina Giovanna, e ribellione del Duca d'Andria | 143 |
| [Cap. IV.] Dello Scisma de' Papi di Roma, e quelli d'Avignone | 150 |
| [Cap. V.] Carlo Di Durazzo è coronato Re da Papa Urbano, che depose la Regina Giovanna, la quale adottossi per figliuolo Luigi d'Angiò, fratello di Carlo V Re di Francia. Invade Carlo il Regno, vince Ottone, e fa prigioniera la Regina, fatta poi da lui morire | 163 |
| [LIBRO VENTESIMOQUARTO] | 183 |
| [Cap. I.] Origine della discordia tra Papa Urbano e Re Carlo. Entrata nel Regno di Luigi I d'Angiò, e sua morte. Carlo assedia in Nocera Urbano, il quale coll'aiuto de' Genovesi e di Ramondello Orsino e di Tommaso Sanseverino, scampa, e fugge a Roma | ivi |
| [Cap. II.] Re Carlo è invitato al trono d'Ungheria. Sua elezione ed incoronazione a quel Regno, e sua morte | 197 |
| [Cap. III.] Di Re Ladislao, e sua acclamazione. Nuovo Magistrato istituito in Napoli. Guerre sostenute col Re Luigi II d'Angiò competitore di Ladislao | 209 |
| [Cap. IV.] Nozze tra il Re Ladislao e la figliuola di Manfredi di Chiaramonte. Morte d'Urbano, elezione in suo luogo di Bonifacio IX e venuta del Re Luigi II in Napoli | 220 |
| [Cap. V.] Divorzio del Re Ladislao colla Regina Costanza, e suoi progressi nell'impresa del Regno, che finalmente ritorna sotto il suo dominio | 230 |
| [Cap. VI.] Nozze di Ladislao, prima con Maria sorella del Re di Cipro, e poi con la Principessa di Taranto: sua spedizione nel Regno d'Ungheria, ch'ebbe infelice successo | 240 |
| [§. I.] Spedizione del Re Ladislao sopra Roma | 244 |
| [§. II.] Concilio convocato a Pisa per torre lo Scisma, ch'ebbe infelice successo | 248 |
| [Cap. VII.] Ritorno del Re Luigi II nel Regno per gl'inviti di Papa Alessandro, il quale scomunicò e depose Ladislao, dandone nuova investitura a Luigi | 253 |
| [Cap. VIII.] Re Ladislao tenta nuove imprese in Italia: sua morte, sue virtù e suoi vizj; ed in che stato lasciasse il Regno alla Regina Giovanna II sua sorella ed erede | 258 |
| [LIBRO VENTESIMOQUINTO] | 269 |
| [Cap. I.] Nozze della Regina Giovanna II col Conte Giacomo della Marcia de' Reali di Francia | 272 |
| [Cap. II.] Prigionia del Re Giacomo; sua liberazione per la mediazione di Martino V eletto Papa dal Concilio di Costanza; sua fuga e ritirata in Francia, dove si fece Monaco, ed incoronazione della Regina Giovanna | 282 |
| [Cap. III.] Spedizione di Luigi III d'Angiò sopra il Regno per gl'inviti fattigli da Sforza. Ricorso della Regina Giovanna ad Alfonso V Re d'Aragona, e sua adozione; e guerra indi seguìta tra Luigi ed Alfonso | 294 |
| [Cap. IV.] Discordie tra Alfonso e la Regina Giovanna, la quale rivoca l'adozione fattagli, e adotta Luigi per suo figliuolo | 305 |
| [Cap. V.] Alfonso parte da Napoli, e va in Ispagna; e Napoli si rende alla Regina Giovanna. Insolenze del G. Siniscalco, sua ambizione, ed infelice morte | 313 |
| [Cap. VI.] Re Alfonso tenta rientrare nella grazia della Regina, ma invano. Nozze di Re Luigi con Margarita figliuola del Duca di Savoja; sua morte, seguita poco da poi da quella della Regina Giovanna | 324 |
| [Cap. VII.] Politia del Regno sotto i governadori deputati da Giovanna. Governo che da poi vi tenne la Regina Isabella moglie e Vicaria di Renato d'Angiò. Guerre sostenute da costui col Re Alfonso; da cui in fine fu costretto ad uscirne ed abbandonare il Regno | 328 |
| [Cap. VIII.] De' Riti della Gran Corte della Vicaria; e de' Giureconsulti, che fiorirono nel Regno di Giovanna II e di Renato; e da' quali fosse compilata la famosa Prammatica nominata la Filingiera | 340 |
| [§. I.] De' Giureconsulti di questi tempi, e dai quali fu compilata la Prammatica detta la Filingiera | 348 |
| [Cap. IX.] Istituzione del Collegio de' Dottori in Napoli | 351 |
| [Cap. X.] Politia delle nostre Chiese durante il tempo dello Scisma, insino al Regno degli Aragonesi | 357 |
| [§. I.] Monaci e beni temporali | 367 |
| [LIBRO VENTESIMOSESTO] | 372 |
| [Cap. I.] De' Capitoli e Privilegj della Città e Regno di Napoli e suoi Baroni | 375 |
| [Cap. II.] Successione del Regno dichiarata per la persona di Ferdinando d'Aragona figliuolo d'Alfonso. Pace conchiusa col Pontefice Eugenio IV, da cui vengono investiti del Regno | 378 |
| [Cap. III.] Nozze tra Ferdinando Duca di Calabria con Isabella di Chiaramonte nipote del Principe di Taranto. Morte del Papa Eugenio, ed elezione in suo luogo del Cardinal di Bologna chiamato Niccolò V, che conferma ad Alfonso quanto gli avea conceduto il suo predecessore Eugenio | 390 |
| [Cap. IV.] Origine, ed istituzione del Tribunale del S. C. di S. Chiara, ora detto di Capuana | 395 |
| [§. I.] Del luogo ove fu questo Tribunale eretto: della dignità e condizione delle persone, che lo componevano e del lor numero; e come fosse cresciuto tanto, che in conseguenza portò la moltiplicazion delle quattro Ruote, delle quali oggi è composto | 403 |
| [Cap. V.] Alfonso riordina il Tribunal della Regia Camera, e come si fosse riunito col Tribunale della Regia Zecca retto da M. Razionali | 421 |
| [Cap. VI.] Disposizione e numero delle province del Regno sotto Alfonso, ed in che modo si fossero dalla Regia Camera amministrate; e come fossero numerati i fuochi di ciascuna Città e Terra, che le compongono | 431 |
| [Cap. VII.] Alfonso accrebbe il numero de' Titoli e de' Baroni, a' quali diede la giurisdizion criminale. Sua morte e leggi che ci lasciò | 451 |
FINE DELL'INDICE.