LIBRO VENTESIMOQUINTO
La morte del Re Ladislao pianta amarissimamente da tutti i Nobili napoletani e del Regno, che seguivano l'arte militare, dissipò in un tratto tutta quella buona disciplina e que' buoni ordini di milizia, che subito si rivolsero in una confusione grandissima; poichè, mancando le paghe, quasi tutti i soldati, lasciando i Capitani proprj, si ridussero sotto Fabrizio e Giulio Cesare di Capua e sotto i Caldori e sotto il Conte di Troja, li quali se gli condussero nelle Terre loro, e quivi sostentandogli aspettavano d'esser soldati da altre potenze, come alcuni d'essi fecero da poi. Ed in questo modo si dissipò in breve tutto quel grand'esercito, che militava sotto l'insegne di questo valoroso Re. E di tante Terre prese nella Campagna di Roma, solo si tenne Ostia e Castel di S. Angelo in Roma, in nome di Giovanna vedova del Duca di Austria, che il dì medesimo della morte di Ladislao suo fratello era stata da' Napoletani gridata Regina, senza che per allora si richiedesse investitura alcuna al Pontefice. Sforza avendo intesa la morte del Re venne in Napoli a trovarla e fermò la sua condotta con lei.
La città di Napoli, benchè si trovasse meno gran numero di Nobili della parte Angioina, li quali erano in Francia, e que' ch'erano in Napoli rimasi in gran povertà, nullamanco mentre vi regnò Ladislao stette pur molto in fiore, non solo per l'arte militare che era in uso con onore di tanti personaggi, ed utilità di tanti Nobili, che onoratamente viveano con gli stipendj; ma molto più gli Stati che in dono o in vendita avea Ladislao compartiti per le famiglie di tutti i Seggi e fuori di quelli ancora. Ma si scoverse subito nel principio del Regno della Regina Giovanna II tal mutazione di governo, che molti savj pronosticarono che in breve la parte di Durazzo non starebbe niente meglio dell'Angioina, con universale distruzione del Regno; poichè Giovanna, essendo Duchessa, s'era innamorata d'un suo Coppiere o come altri vogliono Scalco, chiamato Pandolfello Alopo, al quale secretamente avea dato il dominio della persona; quando poi si vide Regina, rotto il freno del timore e della vergogna, gli diede ancora il dominio del Regno, perchè avendolo creato G. Camerario, l'ufficio del quale come altrove fu detto, è d'aver cura del patrimonio e dell'entrate del Regno, e lasciando amministrare ogni cosa a suo modo, gli era quasi soggetto tutto il Regno. Ma praticando Sforza in Castello per trattar la sua condotta con la Regina, scherzando ella con lui molto liberamente, riprendendolo che non pigliava moglie: Pandolfello entrò in gelosia, perchè Sforza se ben'era di quarant'anni, era di statura bella e robusta, con grazia militare, atta a ponere su i salti la natural lascivia della Regina: e senza dar tempo che potesse passar più innanzi la pratica, disse alla Regina, che Sforza era affezionato a Re Luigi, e ch'avea mandato a chiamare le sue genti nel Regno, con intenzione di pigliar Napoli e se poteva il castello ancora e lei; e che quest'era cosa, che l'avea saputa per vie certissime e bisognava prestar provisione. La Regina non seppe far altro, che dire a lui, che provedesse e gli ordinò; che la prima volta, che Sforza veniva nel castello, se gli dicesse che la Regina era nella Torre Beverella; onde Sforza entrato là trovò tanti che lo disarmarono e lo strinsero a scendere al fondo dove stava Paolo ed Orso.
Quando questa cosa si seppe per Napoli, diede gran dispiacere alla parte di Durazzo, e massime a coloro ch'erano stati del Consiglio del Re Ladislao, i quali andarono tosto a dire alla Regina, che molto si maravigliavano, che col solo parere del Conte Pandolfello avesse fatto imprigionare Sforza tanto famoso e potente Capitano, dov'era necessario averne consiglio da tutti i savj di Napoli e di tutto il Regno, non solo degli altri della Corte, perchè ciò importava l'interesse non solo della sua Corona, ma di tutto il Regno, che anderia a sangue ed a fuoco, se le genti di Paolo si unissero con quelle di Sforza, per venire a liberare i loro Capitani. La Regina rispose che avea ordinato al Conte, che l'avesse conferito col Consiglio e che colui non avea avuto tempo da farlo per lo pericolo, ch'era nella tardanza; ma che avrebbe ordinato, che si vedesse di giustizia se Sforza era colpevole, e trovandosi innocente il farebbe liberare. Quelli fecero di nuovo istanza che si commettesse la cognizione della causa a Stefano di Gaeta Dottor di legge, e così fu ordinato.
CAPITOLO I. Nozze della Regina Giovanna II col Conte Giacomo della Marcia de' Reali di Francia.
Questo risentimento pose in gran pensiero la Regina e più il Conte Pandolfello, e tanto più, quanto che tutti quelli del Consiglio uniti sollecitavano la Regina, ch'essendo rimasa sola della stirpe di Re Carlo e di tanti Re, che aveano regnato centocinquanta anni, dovesse pigliar marito per aver figliuoli ed assicurar il Regno di quiete; e che il Regno stando in quel modo non potria tardare a vedersi in qualche movimento. A questo s'aggiunse, che le Feste di Natale arrivarono in Napoli Ambasciadori d'Inghilterra, di Spagna, di Cipri e di Francia a trattar il matrimonio, che indussero la Regina a risolversi. E perchè parea più opportuno il matrimonio dell'Infante D. Giovanni d'Aragona, figliuolo del Re Ferrante, di tutti gli altri matrimonj, perchè Ferrante possedea l'isola di Sicilia, donde poteva più presto mandare soccorso per debellare gli emuli della Regina: il Consiglio persuase, che si mandasse in Catalogna Messer Goffredo di Mont'Aquila Dottore di legge e Frate Antonio di Taffia Ministro de' Conventuali di S. Francesco a trattar il matrimonio, i quali furon tantosto in Valenza e lo conchiusero con gran piacere di quel Re. Ma quando gli Ambasciadori tornarono in Napoli, e dissero che l'Infante D. Giovanni, che avea da essere lo sposo non avea più che diciotto anni, e la Regina n'avea quarantasette, si mandò a disciogliere tutto quel, che s'era convenuto e si elesse il matrimonio del Conte Giacomo della Marcia de' Reali di Francia, ma molto rimoto alla Corona; giudicando che potrebbe trattar con lui con più superiorità, che con gli altri, che verrebbero con più fasto e superbia, e patteggiò col di lui Ambasciadore, che s'avesse ad astenere dal titolo di Re, e chiamarsi Conte e Governador Generale del Regno, che del rimanente sarebbe tenuto da lei carissimo. Partì di Napoli l'Ambasciadore sollecitato da molti, che pregasse il Conte d'affrettarsi al venire, e con questo restarono gli animi di tutti quieti. Ma Pandolfello pensando, che fosse poco, che il marito della Regina si chiamasse Conte per la sicurtà sua, e conoscendo la moltitudine degl'invidiosi, che desideravano la rovina sua, pensò di fortificarsi di amicizie e di parentadi, e voltando il pensiero ad obbligarsi Sforza, scese a visitarlo nelle carceri, sforzandosi di dargli a credere, che la Regina l'avea fatto restringere ad instigazione d'altri, e ch'egli tuttavia travagliava per farlo liberare. Sforza ch'era di natura aperta e molto semplice, tenendolo per vero, il ringraziò, e gli promise ogni ufficio possibile di gratitudine, ed egli replicò, che stesse di buon animo, che vi avrebbe interposta Catarinella Alopa sua sorella favoritissima della Regina. Di là a pochi dì avendo conferito questo suo pensiero con la Regina, l'indusse a contentarsi di quanto egli faceva, e ritornato in carcere disse a Sforza, che avea proccurato non solo la libertà, ma la grandezza sua; ma che la Regina volea per patto espresso, che pigliasse per moglie Catarinella, che avea tanto travagliato per liberarlo, e che in conto di dote gli darebbe l'ufficio di G. Contestabile, con ottomila ducati il mese per soldo delle sue genti. Uscì Sforza da prigione, e fur celebrate le nozze con gran pompa; ma di ciò nacque un grandissimo sdegno ed odio contro la Regina, ed il Conte Pandolfello, in tutti quegli del Consiglio, parendo cosa indegnissima, che un semplice Scudiero (che così lo chiamavano) disponesse senza vergogna dell'animo e del corpo della Regina; ma molto più fremevano i servidori del Re Carlo III e del Re Ladislao che vedevano vituperare la memoria di due Re tanto gloriosi, e tra gli altri mostrava maggior doglia Giulio Cesare di Capua, il quale avendo condotto appresso di se gran parte de' soldati del Re Ladislao, aspirava a cose grandi, essendo Sforza carcerato; ma quando lo vide libero ed unito con Pandolfello, già pareva a tutti, che fosse ordinato un Duumvirato di Sforza e del Conte, che avrebbe bastato a poner in un sacco il Conte della Marcia, e partirsi il Regno; onde quando venne l'avviso, che il nuovo marito di Giovanna era in Venezia, e che fra pochi dì sarebbe a Manfredonia, Giulio Cesare si partì con alquanti altri Baroni senz'ordine, ed incontrato il Conte al piano di Troja, fu il primo, che scese da cavallo e lo salutò Re, e così fecero gli altri. Narrò poi in che miseria era il Regno, e quanta speranza avea d'esserne liberato dalla Maestà Sua, perchè la Regina impazzita d'amore, s'era vilmente data in preda d'un ragazzo, il quale avendo apparentato con un altro villano condottiere di gente d'armi, disponeva e tiranneggiava il Regno con gran vituperio della Corona e del sangue reale, e che però bisognava ch'egli con spirito di Re e non di Conte pigliasse la Signoria, e che non aspettasse che que' due manigoldi l'appiccassero, come in tempo di un'altra Regina Giovanna fu appiccato Re Andrea; perchè certamente la Regina, quando si vedesse impedita dal commercio amoroso di colui che amava tanto, non è dubbio che avrebbe posto insidie alla vita sua. Re Giacomo restò punto da doglia e da scorno, parendogli aver pigliata la speranza della Signoria dubbia, e il pericolo e la vergogna certa, perchè con lui non avea condotto esercito; pur lo ringraziò assai, e gli promise che in ogni cosa si sarebbe servito del consiglio e del valor suo. Il giorno seguente, quando il Re fu sei miglia presso Benevento, arrivò Sforza mandato della Regina ad incontrarlo con molta comitiva, il quale senza scender da cavallo lo salutò non da Re ma da Conte: il Re con mal viso non gli rispose altro, se non come stava la Regina; onde gli altri della sua compagnia, vedendo il Capo loro mal visto, ed intendendo che il Conte era stato gridato Re, andarono con tutti gli altri Baroni e cavalieri a baciargli le mani come Re. Ma venendo poi Sforza, Giulio Cesare che sapeva farne piacere al Re, quando l'incontrò alla scala gli disse, ch'essendo nato in un castello di Romagna, non dovea togliere a quel Signore il titolo di Re, che gli avean dato i Baroni nativi del Regno e rispondendo Sforza, che se era nato in Romagna, volea con l'arme in mano far buono ch'era così onorato come ogni Signore del Regno: e posto l'uno e l'altro mano alla spada con grandissimo tumulto, mentre gli altri Cavalieri che erano presenti si posero a spartire, uscì dalla camera del Re il Conte di Troia, che come gran Siniscalco avea potestà di punire gl'insulti che si fanno nella casa reale, e fece ponere in una camera Sforza, ed in un'altra Giulio Cesare tutti due sotto chiave ma con diversa sorte: perchè Giulio Cesare uscì la medesima sera, e Sforza senza rispetto fu calato in una fossa.
La Regina, che la notte medesima ebbe avviso di questo, la mattina mandò a chiamare gli Eletti di Napoli, e loro disse, che il dì seguente il marito era per far l'entrata nella città, che pensassero di riceverlo come Re. Fu ricevuto il Conte da' Napoletani, e salutato Re; il qual giunto che fu alla sala del Castello trovò la Regina, la qual dissimulando il dolore interno con quanta maggior dimostrazione di allegrezza potè, l'accolse; e trovandosi con lei l'Arcivescovo di Napoli con le vesti sacre, fu con le solite cerimonie celebrato lo sponsalizio; e l'una e l'altro andarono al talamo, ove erano due sedie reali; ivi come fu giunta la Regina, tenendolo per la mano si voltò verso le donne, e' Cavalieri e l'altra turba, e disse: Voi vedete questo Signore, a cui ho dato il dominio della persona mia, ed or dono del Regno: chi ama me, ed è affezionato di casa mia, voglia chiamarlo, tenerlo e servirlo da Re. A queste parole seguì una voce di tutti che gridarono: Viva il Re Giacomo e la Regina Giovanna Signori nostri. Da poi che fu consumato quel dì in balli e musiche, seguì la cena ed il Re giacque con la Regina.
Il dì seguente, che tornarono le donne ed i Cavalieri, credendo di continuar la festa reale, come si conveniva per molti giorni, conobbero nella faccia della Regina e del Re altri pensieri, che di festeggiare; perchè sopravvenne da Benevento Sforza incatenato, e con grand'esempio della varietà della fortuna, fu messo nel carcere, onde pochi dì avanti era con tanta grandezza uscito.
Il Re nel dì appresso fece pigliare il Conte Pandolfello, e condurre prigione al castel dell'Uovo, dove fu atrocissimamente tormentato, confessando tutto quello, che il Re volle sapere, e condennato a morte, e nel primo dì d'ottobre fu menato al mercato, ove gli fu mozzo il capo, e da poi il corpo fu strascinato vilissimamente per la città, ed al fine appiccato per li piedi con intenso dolore della Regina e con gran piacere di coloro, ch'erano stati servidori del Re Ladislao.
Avendo adunque il Re Giacomo trovato vero quanto avea detto Giulio Cesare di Capua della disonesta vita della Regina, deliberò di togliere a lei la comodità di trovare nuovo adultero, onde cacciò dalla Corte tutti i Cortigiani della Regina, ed in luogo di quelli pose altrettanti de' suoi Franzesi, e cominciò a tenerla tanto ristretta, che non poteva persona del Mondo parlare, senza l'intervento d'un Franzese vecchio, eletto per uomo di compagnia, il qual con tanta importunità esercitava il suo ufficio, che la Regina senza sua licenza non potea ritirarsi per le necessità naturali.
Il Re Giacomo, se dopo questa depression della Regina avesse saputo rendersi benevoli i Baroni, ogni cosa sarebbe sempre seguita per lui con ottimi successi: perchè tutti i Baroni abbominavano tanto la memoria del tempo di Pandolfello, e gli inonesti costumi della Regina atta a sottomettersi ad ogni persona vile, che avevano a piacere di vederla in sì basso stato; e volevano più tosto ubbidire al Re, che stare in pericolo d'esser tiranneggiati da qualch'altro nuovo adultero. Ma il Re, benchè si mostrasse piacevole a loro, dall'altra parte mettendo gli ufficj in mano dei Franzesi, gli alienò molto da se; tal che pareva, che fossero saltati dall'un male in un altro, ma tra tutti era il più mal contento Giulio Cesare di Capua; il qual essendo di natura ambizioso, ed avendo desiderato sempre uno de' sette Ufficj del Regno, essendo per questo stato autore, che il Conte avesse assunto il titolo di Re, non poteva soffrire, ch'essende vacato l'Ufficio del G. Contestabile, quel del G. Camerario e di G. Siniscalco, gli avesse dati a' Franzesi[265], non tenendo conto di lui, che credea meritarlo molto più degli altri. Dall'altra parte i Napoletani tanto Nobili, quanto del Popolo, sentivano gran danno e incomodità da questa strettezza della Regina, perchè non solo gran numero di essi, che vivevano alla Corte dì lei, si trovavano cassi e senz'appoggio; ma tutti gli altri aveano perduta la speranza di avere da vivere per questa via; oltre di ciò, era nella città una mestizia universale, essendo mancate quelle feste, che si facevano, ed il piacere che avevano in corteggiar la Regina, tanto i giovani, che con l'armeggiare cercavano di acquistar la grazia di lei, quanto le donne, che solevano partecipare de' piaceri della Corte; e per questo essendo passati più di tre mesi, che la Regina non s'era veduta, si mosse un gran numero di Cavalieri e cittadini onorati, ed andarono in castello con dire, che volevano visitare la Regina loro Signora; e benchè da quel Franzese uomo di compagna fosse detto, che la Regina stava ritirata a sollazzo col Re, e che non voleva che le fossero fatte imbasciate: tutti dissero, che non si partirebbero senza vederla. Il Re che vide questa pertinacia, uscì dalla camera, e con allegro e benigno volto, disse, che la Regina non stava bene, e che se venivano per qualche grazia, egli l'avria fatta così volentieri, come la Regina Allora gridarono tutti ad alta voce: noi non vogliamo da Vostra Maestà altra grazia, se non che trattiate bene la Regina nostra, e come si conviene a nata di tanti Re nostri benefattori, perchè così avremo cagione di tener cara la Maestà Vostra. Queste parole fecero restare il Re alquanto sbigottito, che parvero dette con grand'enfasi, e rispose, che per amor loro era per farlo.
Giulio Cesare di Capua informato di questo successo, mosso da sdegno e dallo stimolo d'ambizione, deliberò vindicarsi della ingratitudine del Re, e di tentare (liberando la Regina) occupare il luogo di Pandolfello, e dalla Terra di Morrone, ove dimorava, venne in Napoli; e da poi ch'ebbe visitato il Re con gran simulazione di amorevole servitù, disse che voleva visitar la Regina. I Cortigiani sapendo la confidenza che teneva col Re, l'introdussero nella camera di lei, e gli diedero comodità di parlare quel che gli piaceva. Allora con somma sciocchezza, fidandosi d'una femmina ch'egli avea così atrocemente offesa, gli disse che gli bastava l'animo di torre la vita al Re, e così liberarla dalla servitù e miseria presente. La Regina dubitò che non fosse opra del Re per tentar l'animo suo, poi si risolse per raddolcire il Re, e vendicarsi di Giulio di scoprirgli tutto, e risposegli che n'era contentissima. La Regina confidò il trattato al Re, e perchè lo sentisse colle proprie orecchie, concertò col medesimo che quando Giulio tornava, si fosse posto dietro la cortina. Tornò egli, ed il Re intese il modo che avea pensato per assassinarlo; ma quando uscì del cortile, volendo porre il piede alla staffa, fu pigliato, e con lui il suo Segretario e condotti nel Castel Capoano e convinti, furono di là a due dì nel mercato decapitati. Tutte queste cose fur fatte in cinque mesi dal dì che Re Giacomo era giunto in Napoli.
Il Re avendo con l'esperienza di Giulio Cesare conosciuto che cervelli si trovavano allora nel Regno, cominciò a guardarsi, e ad allargarsi da que' Baroni e Cavalieri che solevano trattare familiarmente seco; e dall'altra parte ogni dì andava allargando la strettezza, in che avea tenuto la Regina, e le mostrava d'esserle obbligato per la fede che avea trovata in lei; ma con tutto ciò non voleva che fosse corteggiata, e perseverava la guardia dell'importuno Franzese, con la quale perseverò ancora la mal contentezza della città, perchè pochissimi aveano adito al Re e niuno alla Regina; ed in questo modo si visse dal principio dell'anno 1415 sin al settembre seguente.
In questo mese avvenne che il Re avendo data licenza alla Regina d'andare a desinare ad un giardino d'un mercatante fiorentino; quando per la città s'intese che la Regina era uscita, vi accorse un gran numero di Nobili insieme e di Popolani che andarono a vederla, e la videro di maniera che a molti mosse misericordia; ed ella ad arte quasi con le lagrime agli occhi, e sospirando benignamente riguardava tutti e pareva che in un compassionevole silenzio dimandasse a tutti ajuto. Erano allora tra gli altri corsi a vederla Ottino Caracciolo, unito con Annecchino Mormile Gentiluomo di Porta Nova che avea grandissima sequela dal Popolo. Questi accordati tra loro di pigliar l'impresa di liberar la Regina, andarono a concitar la Nobiltà e la Plebe, e con grandissima moltitudine di gente armata ritornarono a quel punto che la Regina volea ponersi in Carretta, e fattosi far luogo da' Cortigiani, dissero al Carrettiere che pigliasse la via dell'Arcivescovado. La Regina ad alta voce gridava: Fedeli miei per amor di Dio non m'abbandonate ch'io pongo in poter vostro la vita mia ed il Regno: e tutta la moltitudine gridava ad alta voce: Viva la Regina Giovanna. I Cortigiani sbigottiti fuggirono tutti al Castel Nuovo a dire al Re il tumulto, e che la Regina non tornava al castello. Il Re dubitando di non essere assediato al Castel Nuovo, se ne andò al Castel dell'Uovo. Fu grandissima la moltitudine delle donne che subito andarono a visitar la Regina, ed i più vecchi Nobili di tutti i Seggi si strinsero insieme, e parendogli che non conveniva che la Regina stesse in quel palazzo, la portarono al castello di Capuana, e fecero che 'l Castellano lo consignasse alla Regina. La gioventù tutta amava questa briga, e gridava che si andasse ad assediare il Re; ma i più prudenti di tutti i Seggi giudicavano che questa infermità della città era da curarsi in modo che non si saltasse da un male ad un altro peggiore; perchè prevedevano che la Regina vedendosi libera d'ogni freno, darebbe se, ed il Regno in mano di qualche altro adultero più insopportabile. Perciò cominciarono a pensare del modo da tenersi, per reprimere l'insolenza del Re, e tenere alquanto in fren la Regina; onde fecero Deputati d'ogni Seggio, che andarono a trattare col Re l'accordo. Il Re non sperando da' suoi alcun presto soccorso, fu stretto di pigliarlo in qualunque maniera che gli fosse proposto, e fur conchiuse queste Capitulazioni: Che sotto la fede de' Napoletani venisse egli a starsi con la moglie: che concedesse alla Regina, come a legittima Signora del Regno che si potesse ordinare e stabilire una corte conveniente, e fosse suo il Regno, come era già stato capitolato dal principio che si fece il matrimonio: ch'egli stesse col titolo di Re ed avesse 40 mila ducati l'anno da mantener sua Corte, la quale per lo più fosse di Gentiluomini napoletani. E così fu fatto.
CAPITOLO II. Prigionia del Re Giacomo; sua liberazione per la mediazione di Martino V, eletto Papa dal Concilio di Costanza; sua fuga e ritirata in Francia dove si fece Monaco; ed incoronazione della Regina Giovanna.
La Regina Giovanna volendo ordinar sua Corte, pose l'occhio e 'l pensiero sopra Sergianni Caracciolo, e lo fece Gran Siniscalco: era Sergianni di più di quarant'anni, ma era bellissimo e gagliardo di persona e Cavaliere di gran prudenza. Fece Capo del Consiglio di Giustizia Marino Boffa, Dottore e Gentiluomo di Pozzuoli, al quale diede per moglie Giovannella Stendarda erede di molte Terre: diede l'Ufficio di Gran Camerario al Conte di Fondi di casa Gaetana; e si riempiè la Corte di belli e valorosi giovani, tra' quali i primi furono, Urbano Origlia ed Artuso Pappacoda, e fece cavare dal carcere Sforza, e lo restituì nell'Ufficio di Gran Contestabile; ed essendo innamorata di Sergianni, ogni dì pensava come potesse togliersi d'avanti il Re, per goderselo a suo modo. Ma Sergianni prudentemente le disse che usando ella violenza al Re così tosto, tutta Napoli saria commossa ad ajutarlo; poichè l'accordo era fatto sotto fede de' Napoletani, e che bisognava prima con beneficj e grazie acquistarsi la volontà de' primi di tutti i Seggi, perchè si dimenticassero con l'utile proprio di rilevare il Re; e così s'operava che ogni dì la Regina distribuiva gli Ufficj, in modo che ne partecipassero non solo i Seggi, ma i primi del Popolo. Con questo la città stava tutta contenta. Soli Ottino Caracciolo ed Annecchino Mormile stavano pieni di dispetto e di sdegno, e si andavano lamentando della ingratitudine della Regina ch'essendo stata liberata da loro di così dura servitù, non avesse fatto niun conto di loro; del che essendo avvisato Sergianni, proccurò che la Regina donasse ad Ottino il Contado di Nicastro che fu cagione di far venire Annecchino in maggior furore. E perchè Sergianni stava geloso di Sforza di ch'era maggior di lui di dignità e di potenza, e stando in Corte, poteva superarlo ne' Consigli e cacciarlo dalla grazia della Regina, la di cui lascivia gli era ben nota, cercò di allontanarlo dalla Corte con una occasione che Braccio da Montone Capitano di ventura famosissimo che avea occupata Roma, teneva assediato, per quel che s'intese, il castel S. Angelo, il qual si tenea con le bandiere della Regina; onde propose in Consiglio che si mandasse Sforza a soccorrerlo, forse con speranza che Braccio l'avesse da rompere e ruinare, e così ordinò la Regina che si facesse.
Toltosi davanti Sforza, determinò mandarne anche via Urbano Origlia che per la bellezza e valor suo, armeggiando, ogni dì saliva più in grazia della Regina, e sotto spezie d'onore lo relegò in Germania, mandandolo Ambasciadore della Regina al Concilio in Costanza, dove si trattava di toglier lo Scisma che era durato tant'anni, e dove avanti all'Imperador Sigismondo erano ragunati Ambasciadori di tutti gli altri Principi cristiani, a promettere di dare ubbidienza al Pontefice che sarebbe stato eletto in quel Concilio. Restato dunque Sergianni padrone della casa della Regina, cominciò a pensare di restar solo padrone ancora della persona, e fece opera che la Regina una sera cenando col Re, disse che volea che cacciasse dal Regno tutti i Franzesi; e 'l Re rispose che bisognava pagargli quel che l'aveano servito, seguendolo da Francia; e replicando la Regina in modo superbo ed imperioso che voleva a dispetto di lui che fossero cacciati, il Re non potendo soffrir tanta insolenza, s'alzò di tavola e se n'andò alla camera sua, e la Regina gli pose una guardia d'uomini deputati a questo. Il dì seguente fece fare bando che tutti i Franzesi nello spazio d'otto dì uscissero del Regno. Costoro vedendo il Re loro prigione, se ne andarono subito.
A questo modo restò il Regno e la Regina in mano di Sergianni, il quale volendosi servire del tempo, fece che la Regina restituisse lo Stato e l'Ufficio di Gran Giustiziere al Conte di Nola, purchè pigliasse per moglie una sua sorella, ed un'altra ne diede al fratello del Conte di Sarno; cosa che parve grandissima che due donne, le quali erano pochi dì avanti state in tratto di darsi a Gentiluomini di non molta qualità, fossero senza dote collocate sì altamente.
Questa così presta Monarchia di Sergianni concitò grande invidia a lui, e grande infamia alla Regina, spezialmente appresso quelli che erano della parte di Durazzo, e beneficati dal Re Carlo III e dal Re Ladislao, i quali vedevano vituperata la memoria di due gloriosissimi Re, ed il nome del più antico lignaggio che fosse al mondo, con sì nefanda scelleraggine; ed andavano mormorando, e commovendo i Seggi e la plebe dicendo, che non si dovea soffrire che un Re innocente fosse sotto la fede d'una sì nobile ed onorata città tenuto carcerato, in quella medesima casa, dove l'adultero si giaceva colla moglie, e che potrebbe essere che si movesse tutta la Francia a vendicar questa ingiuria fatta al sangue reale, e fra tutti il più veemente era Annecchino Mormile.
Ma Sergianni che fu il più savio e prudente di quelli tempi, fece distribuire tutte quelle pensioni che si davano a' Franzesi, a' Gentiluomini ed a' Cittadini principali delle Piazze; e per tenersi benevola la plebe ch'era la più facile a tumultuare, fece venire con danari della Regina gran quantità di vettovaglie e venderle a basso prezzo, e con questa arte fece vani tutti gli sforzi degli emuli suoi.
Solo gli restava il sospetto di Sforza, il quale avendo soccorso il Castel di S. Angelo, se n'era ritornato mal soddisfatto di lui, con dire, che Sergianni a studio non avea mandati a' tempi debiti le paghe a' soldati, per fare, che quelli ammutinati passassero dalla parte di Braccio; e per questo s'era fermato colle genti al Mazzone; e senza venire a visitare la Regina si partì di là, ed andò in Basilicata. Questa cosa diede a Sergianni segno del mal animo di Sforza, e per potersi fortificare, affinchè non tutte le genti d'armi, e forze del Regno stessero in mano di Sforza, fece, che subito venisse a soldo della Regina Francesco Orsino, il qual allora fioriva nella riputazion dell'armi; e fece ancor liberar Giacomo Caldora, e gli fece dar denari, acciocchè andasse in Apruzzo a rifar le compagnie; e fece anche sotto pretesto d'intelligenza collo Sforza carcerare Annecchino, il quale alla venuta di Sforza avrebbe potuto movere il popolo a riceverlo colle genti dentro la città.
Mentre queste cose accadevano nel Regno, nella Germania i Cardinali, ed i deputati nel Concilio dopo lungo dibattimento entrarono in Conclave, ed elessero tutti ad una voce il giorno di S. Martino dell'anno 1417 Odone Colonna Cardinal Diacono del titolo di S. Giorgio, che prese il nome di Martino V a cagion del giorno di sua elezione, il quale fu riconosciuto da tutta la cristianità, dandosi fine allo Scisma, che per tanti anni avea travagliata la chiesa. I Franzesi subito fecero istanza al nuovo Papa, ch'intercedesse colla Regina per la libertà del Re Giacomo; e da Urbano Origlia subito ne fu scritto alla Regina. Ma Sergianni non mancò per riparare a questo, di spedire subito Belforte Spinello di Giovenazzo Vescovo di Cassano suo grande amico, e Lorenzo Teologo Vescovo di Tricarico per ambasciadori al Papa a rallegrarsi in nome della Regina dell'elezione e ad offerirgli tutte le forze del Regno per la ricuperazione dello Stato e della dignità della chiesa, promettendo donargli, giunto che fosse in Roma, il Castel di S. Angelo ed Ostia.
Dall'altra parte Sforza tornò con le sue genti in Napoli, e postosi con le sue squadre ordinate alla porta del Carmelo, per dove essendo entrato fece gridare: viva la Regina Giovanna, e mora il suo falso Consiglio. Francesco Orsino all'incontro co' suoi pigliò l'arme, ed assaltò con tanto impeto il campo sforzesco, che lo strinse a ritirarsi, e per la via delle Grotte se n'andò a Casal di Principe, donde per messi e lettere mandava sollecitando tutti i Baroni suoi amici vecchi a liberarsi dalla tirannide di Sergianni. In effetto ne tirò molti al suo partito, ed a due d'ottobre venne con l'esercito alla Fragola, e di là cominciò a dare il guasto alle ville de' Napoletani; onde per Napoli si fè grandissimo tumulto, e crescendo tuttavia l'incomodità intollerabile di quelle cose, che sogliono dì per dì venir a vendersi nella città, ch'erano intercette dalli cavalli di Sforza; per riparare a' mali peggiori, alcuni vecchi proposero, che si creassero deputati, come furono creati a tempo della Regina Margarita, ch'avessero cura del buono stato della città; ed a questo i nobili ed i plebei ad una voce assentirono, e subito furono eletti venti deputati, dieci dei nobili ed altrettanti del popolo, i quali per pubblico istrumento giurarono perpetua unione tra 'l popolo ed i nobili. Questi deputati elessero tra loro dieci, cinque de' nobili e cinque del popolo, ch'andassero a sapere da Sforza la cagione di questa alienazione dalla Regina e dalla città, ove avea tanti che l'amavano, ed a pregarlo, che sospendesse l'offese, per alcuni dì, che si tratterebbe di soddisfarlo in tutte le cose giuste: furono accolti con grande onore da Sforza, il quale loro rispose con molta umanità, ch'egli era buono servidore della Regina, e che si reputava amorevole cittadino di Napoli, e ch'era venuto là per vendicarsi di Sergianni, maravigliandosi, che tanti signori potenti, tanti valorosi cavalieri, quanti erano a Napoli, potessero soffrire una servitù così brutta: ch'egli veniva per liberargli, ed all'ultimo conchiuse, che porrebbe in mano de' signori deputati le sue querele. Quelli replicarono che a queste cose onorate, ch'egli diceva, avria trovata la città grata e pronta a seguirlo; e fu destinato un dì, in cui s'aveano da trovare tutti i Deputati con lui, per trattare quel che s'avea da fare; ed intanto Sforza assicurò tutti i cittadini, che potessero venire alle loro ville e vietò le scorrerie.
Tornati ben soddisfatti nella città i Deputati, andarono alla Regina a pregarla, che concedendo quelle cose, che giustamente chiedea Sforza, liberasse la città di tanto pericolo, ed a' prieghi aggiunsero alcune proteste. La Regina sbigottita non seppe dir altro: andate a vedere, che vuole Sforza da me, e tornate. Quelli senza dimora andarono al tempo determinato a trovarlo, e pigliarono da lui i Capitoli e patti ch'egli voleva, tra' quali i principali furono questi: Che si cacciasse dal Governo e dalla Corte Sergianni: che si liberasse Annecchino ed alcuni altri prigioni: che se gli dessero le paghe, che doveva avere fin'a quel dì, e ventiquattromila ducati per li danni ch'ebbe per la rotta datagli da Francesco Orsino. La Regina pigliò i Capitoli e disse, che voleva trattare col Consiglio quel ch'era da fare, e risponderebbe fra due dì. Allora Sergianni, vedendo, che non poteva resistere alla città unita con Sforza, elesse prudentemente di cedere al tempo, più tosto che di ponere in pericolo lo Stato della Regina; ed innanzi alla medesima fece sottoscrivere la volontà di quella, condennando se stesso in esilio a Procida, e promettendo tutti gli altri patti, che Sforza voleva: esso fu il primo ad osservare quanto a lui toccava, perchè sapeva che Sforza non potea molto stare a Napoli, e che l'esilio non poteva molto durare; l'altre cose furono subito dalla Regina osservate.
Intanto Papa Martino V, sollecitato più volte dal Re di Francia e dal Duca di Borgogna, che trattasse la libertà del Re Giacomo, avea mandato in Napoli Antonio Colonna suo nipote a pregarne la Regina, più con modi d'inferiore, che di pari o maggiore; perocchè avea designato valersi delle forze della Regina, per ricovrar di mano de' tiranni lo Stato della chiesa. Sergianni oltre l'onore che le fece fare dalla Regina, in particolare gli fè tali accoglienze e promesse, che se l'obbligò in modo, che, come si dirà appresso, cavò di quell'obbligo grandissimo frutto; ma quanto alla liberazione del Re fece, che la Regina promettesse farlo liberare a tempo, che stesse in più sicuro stato, e che'l Papa fosse vicino, e la potesse favorire in tanti spessi tumulti.
Questo esilio così vicino di Sergianni, solo in apparenza, parve che gli avesse diminuita l'autorità, poichè in effetto non si faceva cosa nel Consiglio o nella Corte, che non si comunicasse con lui per continui messi: ed in questo mentre Antonio Colonna andò tanto mitigando l'animo di Sforza, che non stava più con quell'odio intenso per abbassarlo. Il Papa intanto da Mantova era venuto a Fiorenza; onde la Regina elesse Sergianni, che in suo nome andasse a dargli ubbidienza e a rassegnargli quelle Fortezze, che Re Ladislao avea lasciato con presidii nello Stato della Chiesa. Antonio Colonna andò insieme con lui, ed avanti che fossero a Fiorenza, Sergianni gli rassegnò la Fortezza d'Ostia, il Castel di S. Angelo e Cività Vecchia, e poi passò a Fiorenza. Così di quanto Ladislao avea conquistato nello Stato di Roma, ne fece Giovanna dono al Pontefice Martino; ma non per questo lasciò ella d'intitolarsi Regina di Roma, come suo fratello; ond'è, che ne' suoi diplomi e capitoli si legga anche fra i suoi titoli, Romae Regina[266].
(Negli altri Codici e diplomi, si legge Ramae, non già Romae, ed è più verisimile che la Regina Giovanna e Ladislao, intitolandosi Re d'Ungheria, si dicessero anche Re di Rama; poichè fra i titoli di quei Re si legge che esprimevasi anche quello di Re di Rama, ch'è una provincia della Dalmazia, così allora chiamata, posta tra la Croazia e la Servia. Così presso Aventino Annal. Boior. lib. 6 si legge in un diploma di Bela Re d'Ungaria: Bela, Dei gratia, Hungariae, Dalmatiae, Croatiae, Ramae, Serviae, Galliciae, Lodomeniae, Clumaniaeque, Rex; nè presso gli Autori di quel Regno mancano altri diplomi di altri Re, nei quali pur si legge lo stesso).
Giunto Sergianni a Fiorenza, fu dal Papa ricevuto con molta umanità, e nel trattare e discorrere della qualità del presente stato sì della Chiesa romana, sì del Regno, si fece Sergianni conoscere per uomo che dovea non meno per la prudenza, che per la bellezza aver la grazia della Regina. Fece veder al Papa che di tutti i Principi cristiani, niuno ajuto era più spedito, e pronto per li Pontefici romani che quello del Regno di Napoli; ed all'incontro niuna forza poter mantenere ferma la Corona in testa a' Re di Napoli più che i favori e la buona volontà de' Pontefici; e con quest'arte ottenne dal Papa, che mandasse un Cardinal Legato appostolico ad ungere e coronare la Regina, ed a darle l'investitura del Regno[267], la quale ancorchè Giovanna l'avesse ricercata a Baldassar Cossa che si faceva chiamare Giovanni XXIII[268], l'era stata sempre differita; e di più che si gridasse lega perpetua fra lei ed il Papa. Poi volendo particolarmente per se acquistare il favor del Papa, e l'amicizia di casa Colonna, promise al fratello, ed a' nepoti grandissimi Stati nel Regno, e si partì molto soddisfatto dell'opera loro; e perchè a quel tempo Braccio tenea occupato quasi tutto lo Stato della Chiesa di là dal Tevere, promise al Papa mandargli tutto l'esercito della Regina con Sforza Gran Contestabile, e pigliò per terra la via di Pisa, e di là poi andò ad imbarcarsi alle galee della Regina, ch'erano venute per lui a Livorno, e si fermò alquanti dì in Gaeta, fingendo d'esser ammalato, e scrisse alla Regina quanto avea fatto, e che ordinasse che si dessero danari a Sforza ed alle genti, acciò che potesse subito partire; perchè dubitava che ritornando di riputazione molto maggiore di quel ch'era partito, l'invidia non movesse Sforza a proccurare ch'egli andasse a finir l'esilio di Procida. La Regina per lo gran desiderio, che avea di vederlo, fece subito ritrovare tutti i denari che Sforza volle, e l'avviò in Toscana in favor del Papa; e Sergianni venne a Napoli ricevuto dalla Regina e da' suoi seguaci, con onore grandissimo che parea, che con questa lega trattata col Papa, avesse stabilito per sempre lo Stato della Regina e della parte di Durazzo; e da allora cominciò a chiamarsi e sottoscriversi Gran Siniscalco: e questo fu nel 1418.
L'anno seguente nel mese di gennajo entrò in Napoli il Legato appostolico che veniva per coronare la Regina, e con lui Giordano Colonna fratello ed Antonio Colonna nipote del Papa. Al Legato si uscì incontro col Pallio, ed a' Colonnesi la Regina ed il Gran Siniscalco fecero onori straordinarj. Questi per la prima cosa trattarono la libertà del Re Giacomo, per la qual dicevano che il Papa era molestato dal Re di Francia e dal Duca di Borgogna, ed all'ultimo l'ottennero; ed acciocchè il Re ricuperasse la riputazione perduta, i Colonnesi, quasi con tutta la cavalleria, l'accompagnarono per la città e poi la sera non volle ritornare al Castel Nuovo, ma a quel di Capuana, dicendo che bisognava, che quelli che si rallegravano della libertà sua, avessero da travagliar di mantenerlo in quella, e non farlo andare là, dove era in arbitrio farlo tornare in carcere, ogni volta che a lei piacesse: e con questo acquistò pietà appresso a' più prudenti.
Perseverando dunque il Re a starsi nel castello di Capuana, pareva a tutti colà inconveniente che 'l Re stesse senz'autorità alcuna, ed in Castel Nuovo si facesse ogni cosa ad arbitrio del Gran Siniscalco; e per questo per tutti i Seggi furono creati Deputati alcuni Nobili principali ad intervenire col Legato appostolico e co' Signori colonnesi, per trattare alcuno accordo stabile tra il Re e la Regina; e non mancarono di coloro che proposero che 'l Re dovesse coronarsi insieme colla Regina, e che se gli giurasse omaggio. Ciò che perturbò molto l'animo del Gran Siniscalco, perchè questa sola era la via di abbassar la sua autorità; e per questo deliberò di acquistar l'animo de' Signori colonnesi, con speranza di fare impedire per mezzo loro quella proposta; e fece che la Regina di man propria facesse albarani di dare ad uno d'essi il Principato di Salerno ed all'altro il Ducato d'Amalfi, con l'ufficio di Gran Camerario, subito che fosse coronata. Trattanto diede per moglie Ruffa ad Antonio Colonna ch'era Marchesa di Cotrone e Contessa di Catanzaro, la quale morì poi senza figli, e lo Stato rimase ad Errichetta sua sorella. Questi insieme col Legato fecero restar contenti i Deputati della città di questo accordo; che s'avesse da mutar Castellano, e cacciar dal Castel Nuovo tutta la guardia, e dare a Francesco di Riccardo di Ortona, uomo di molta virtù e di molta fede, il governo del castello con guardia eletta da lui, e che giurasse in mano del Legato appostolico di non comportar che la Regina al Re, nè il Re alla Regina potesse fare violenza alcuna; e come fu fatto questo, il Re andò a dormire con la Regina.
Ma di là a pochi dì, vedendo che avea solamente ricovrata la libertà, ma dell'autorità non avea parte alcuna; ed ancora vedendo che la Regina passava cinquanta anni ed era inabile a far figli, tal che non potea sperare successione, determinò d'andarsene in Taranto, e di là in Francia a casa sua; e così un dì dopo aver cavalcato per Napoli andò al Molo, e disceso di cavallo e posto in una barca, da quella saltò in una gran nave di Genovesi, ove erano prima andati alcuni suoi intimi, e con prospero vento giunse in pochi dì a Taranto, dove ricevuto dalla Regina Maria con onore, fece opera che il Re trovasse passaggio sicuro per Francia, e 'l provide liberalmente di quanto bisognava, e così se n'andò, dove dicono che al fine si facesse Monaco[269]. Liberata la Regina di quella a lei cotanto molesta compagnia, diede poi ordine per la sua incoronazione, la quale fu celebrata nel Castel Nuovo la domenica a' 2 ottobre sopra un pomposissimo talamo, ricevendo la corona per mano del Legato, e fu letta l'investitura mandata dal Papa, la quale essendosi per deplorabili esempi veduto quanto funesto fosse stato fra noi il Regno delle femmine, l'esclude dalla successione, sempre che vi siano maschi insino al quarto grado, siccome si legge in quella rapportata dal Chioccarello e dal Summonte[270], ed i Napoletani giurarono omaggio alla Regina loro Signora.
(Il Breve di Martino V spedito a Mantua l'anno 1418 col quale si dà facoltà al Legato della Sede Appostolica di coronare la Regina Giovanna, si legge presso Lunig[271]).
CAPITOLO III. Spedizione di Luigi III d'Angiò sopra il Regno per gl'inviti fattigli da Sforza. Ricorso della Regina Giovanna ad Alfonso V, Re d'Aragona, e sua adozione; e guerra indi seguita tra Luigi ed Alfonso.
La Regina Giovanna rimasa libera per la partita del Re suo marito ed il Gran Siniscalco, a cui ora non mancava altro, che il titolo di Re, abusandosi del suo potere, e convertendo la sua prospera fortuna in disprezzo d'altri e della Regina istessa, furono cagione di maggiori perturbazioni e rovine nel Regno: poichè solo Sforza rimanea che potea, ed era solito di attraversarsi ed impedire la grandezza sua; ma per una occasione che se gli presentò, entrò il Gran Siniscalco in speranza di poterlo abbassare. Era stato Sforza, come si è detto, mandato dalla Regina contro Braccio che teneva invaso lo Stato della Chiesa per combatterlo; e venutosi ad un fatto d'arme, fu Sforza da Braccio rotto nel paese di Viterbo, con tanta perdita de' suoi veterani che parea, che non potesse mai più rifarsi, nè ragunar tante genti che potesse tornare in Regno, e far di quelli effetti che avea fatti prima; onde parea che con l'amor della plebe, con l'amicizia de' Colonnesi e con la rovina di Sforza, fosse lo Stato del Gran Siniscalco tanto stabilito che non avesse più che temere: divenne perciò oltremodo insolente, e cominciò a vendicarsi di tutti i principali de' Seggi della città ch'erano stati mediatori a proccurar l'accordo di Sforza con la Regina, tra' quali erano molti di Capuana. Ristrinse molto la Corte, e levò a molti pensionarj le lor pensioni, e riempiè la Corte di confidenti e parenti suoi: talchè avea acceso nella Nobiltà di Napoli un desiderio immenso del ritorno di Sforza; e benchè il Papa per Brevi spesso sollecitasse la Regina che mandasse danari a Sforza, perchè potesse rifar l'esercito, con diverse scuse si oppose, ed operò che in cambio di danari se gli mandassero parole vane; sperando di sentire ad ora ad ora la novella che Braccio l'avesse in tutto consumato, e per evitar lo sdegno del Papa, ogni volta che veniva alcun Breve o imbasciata, faceva che la Regina donasse qualche Terra di più al Principe di Salerno ed al Duca d'Amalfi.
Sforza essendosi di ciò accorto, e vedendosi marcire, ed essendo sollecitato per lettere da molti Baroni del Regno a venire in Napoli, mandò un suo Segretario a Luigi Duca d'Angiò figliuolo di Luigi II sollecitandolo che venisse all'acquisto del Regno paterno, dimostrando ancora l'agevolezza dell'impresa con la testimonianza delle lettere de' Baroni; e ciò, per quel che si vide poi, fu con saputa anche del Papa.
Il Duca accettò lieto l'impresa, e per lo Segretario gli mandò 39 mila ducati, e 'l privilegio di Vicerè e di Gran Contestabile, co' quali danari Sforza essendo rafforzato alquanto, si avviò a gran giornate; ed essendo entrato ne' confini del Regno, per la prima cosa mandò alla Regina lo stendardo e 'l bastone del Generalato; e poi confortati i suoi che volessero andare per viaggio con modestia grandissima, portando spiegato lo stendardo del Re Luigi III, che così chiamavano il Duca, e confortando i Popoli a star di buon animo, con grandissima celerità giunse avanti le mura di Napoli, e si avanzò nel luogo ov'era stato accampato l'altra volta, e cominciò ad impedire le vettovaglie alla città, ed a sollecitarla che volesse alzar le bandiere di Re Luigi lor vero e legittimo Signore.
(Luigi III perchè per l'impresa di Napoli non gli fossero d'impedimento le controversie che avea con Amadeo VIII Duca di Savoja, trattò pace col medesimo, la quale fu stabilita e firmata a' 15 ottobre del 1418, il cui stromento si legge presso Lunig[272]).
Questo successo così impensato sbigottì grandemente la Regina, e l'animo del Gran Siniscalco, parendogli altri tumulti che li passati; poichè ci erano aggiunte forze esterne, ed introdotto il nome di Casa d'Angiò che avea tanti anni ch'era stato sepolto. Era nella città una confusione grandissima, perchè quelli della parte Angioina che dal tempo che il Re Ladislao cacciò Re Luigi II padre di questo, di cui ora si tratta, erano stati poveri ed abjetti, cominciarono a pigliar animo, e speranza di ricovrare i loro beni posseduti da coloro della parte di Durazzo, e tenere segrete intelligenze con Sforza, e molti da dì in dì uscivano dalla città e passavano al campo. Ma quel che teneva più in sospetto il Gran Siniscalco era che la parte di Durazzo, la qual trovavasi tra se divisa, non tenea le parti della Regina con quella costanza che richiedea il bisogno, perchè gran parte di essi trattava con Sforza di alzare le bandiere del Re Luigi, purchè Sforza gli assicurasse che il Re donasse il cambio di quelli beni degli Angioini, ch'essi possedevano, a' primi possessori, senza sforzar loro a restituirgli; oltracciò la plebe non avvezza ed impaziente de' disagi, andava mormorando e già si vedea inclinata a far tumulto. E quantunque il Gran Siniscalco proccurasse far introdurre nella città vettovaglie per via di mare, nulladimanco quando sopraggiunse da poi la nuova certa da Genova che fra pochi dì sarebbe in ordine l'armata del Re Luigi, al giunger della quale si sarebbe tolto ogni sussidio di vettovaglie che s'avea per mare, si tenne per imminente la necessità di doversi rendere la città.
Il Gran Siniscalco prevedendo l'imminente ruina, fece più volte ragunare il Consiglio supremo della Regina, e dopo molte discussioni di quel che si avea da fare, fu concluso che si mandasse un Ambasciadore al Papa, con ordine che se non potea aver ajuto da lui, passasse al Duca di Milano o a Venezia; ed a questa ambasceria fu eletto Antonio Carafa soprannomato Malizia, Cavaliere per nobiltà e prudenza di molta stima. Costui giunto a Fiorenza, espose al Papa il pericolo della Regina e del Regno, e supplicò la Santità Sua che provedesse; e se non poteva dar soccorso bastante con le forze della Chiesa, oprasse con l'altre Potenze d'Italia che pigliassero l'armi in difesa del Regno, Feudo della Chiesa; e poi con buoni modi gli dimostrò che facendolo avrebbe insieme mantenuta la dignità dello Stato ecclesiastico, e la grandezza della Casa sua; perchè la Regina per questo beneficio avria quasi diviso il Regno a' fratelli e nipoti di S. Santità. Il Papa rispose che si doleva che quelli mali Consiglieri che aveano o per avarizia o per altro tardato lo stipendio a Sforza, aveano insieme e tirata una guerra tanto importante sovra la Regina loro Signora, e tolto a lui ogni forza e comodità di poterla soccorrere; perchè qual soccorso potea dar egli a quel tempo che appena manteneva un'ombra della dignità Pontificale con la liberalità de' Fiorentini? o che speranza poteva avere d'impetrar soccorso dalle Potenze d'Italia alla Regina, se non avea potuto ottenerlo per se, e contra un semplice Capitano di ventura, com'era Braccio, che tenea occupata così scelleratamente la Sede di S. Pietro e tutto lo Stato ecclesiastico? Queste parole, benchè fossero vere, il Papa le disse con tanta veemenza, che subito Malizia entrò in sospetto, che la venuta del Re Luigi non era senza intelligenza del Papa; e però conobbe che bisognava altrove rivolgere il pensiero.
Alfonso Re d'Aragona avea a quel tempo apparecchiata un'armata per assalire la Corsica, isola dei Genovesi: il Papa gli avea mandato un Monitorio che non dovesse moversi contra quella Repubblica, la quale s'era raccomandata alla Sede Appostolica e contra quell'isola, la quale era stata data da' Pontefici passati a censo a' Genovesi; e 'l Re Alfonso avea mandato Garsia Cavaniglia Cavalier Valenziano Ambasciadore al Papa per giustificar la cagion della Guerra; il quale non avendo avuto niente più cortese risposta di quella che avea avuta Malizia, si andava lamentando co' Cardinali del torto che si faceva al suo Re; ed un di Malizia incontrandolo gli disse che alla gran fama che teneva Re Alfonso, era impresa indegna l'isola di Corsica, massimamente dispiacendo al Papa, e che impresa degna d'un Re tanto famoso saria girare quell'armata in soccorso della Regina, sua padrona oppressa e posta in tanta calamità, dalla quale impresa nascerebbe eterna ed util gloria, aggiungendo a' Regni che avea, non Corsica ch'era uno scoglio sterile e deserto, ma il Regno di Napoli, maggiore ed il più ricco di quanti Regni sono nell'Universo; perchè la Regina ch'era vecchia e senza figli, vedendosi obbligata da tanto e tal beneficio, non solo lo istituirebbe erede dopo sua morte, ma gli darebbe in vita parte del Regno, e tante Fortezze per sicurezza della successione. Tutte queste promesse faceva Malizia, perchè ogni dì era avvisato da Napoli che la necessità cresceva, e che la città non si potea tenere senza presto o speranza di presto soccorso. Il Cavaniglia disse che tenea per certo che il Re per la sua magnanimità, e per tante offerte avrebbe accettata l'impresa e lo confortò ad andar a trovarlo in Sardegna dove era. Non tardò punto di ciò Malizia ad avvisar la Regina, e mandò con una Fregata Pascale Cioffo Segretario di lei che avea condotto seco che se alla Regina piaceva ch'egli andasse a trattar questo, gli mandasse proccura ampissima e conveniente a tanta importanza; ed egli tolto commiato dal Papa andò ad aspettar la risoluzione a Piombino. Andò con tanta celerità la Fregata, e trovò con tanto timore la Regina ed i suoi che si spese poco tempo in consultare; onde Pascale in sette dì ritornò a Piombino con tutta la potestà che potesse avere o desiderare; e Malizia subito partito con vento prospero giunse in Sardegna e impetrata udienza dal Re Alfonso, gli espose i desiderj della Regina; e per maggiormente invogliarlo all'impresa, gli disse ch'egli avea avuta da lei potestà grandissima di trasferire per via d'adozione la ragione di succedere al Regno dopo i pochi dì ch'ella potrà vivere e consegnare ancora in vita di lei buona parte del Regno. Il Re rispose che gli dispiaceva degli affanni della Regina, e ch'egli teneva animo di soccorrerla per proprio istituto: e non già con animo di acquistar il Regno, avendone tanti che gli bastavano; ma che bisognava che ne parlasse con suoi Consiglieri; ed il dì seguente fece adunar il Consiglio. Que' del Consiglio tutti dissuasero al Re l'impresa; ma Alfonso senza dar segno della volontà sua, mandò a chiamar Malizia, e gli disse il parere de' suoi Baroni; ma che con tutto ciò voleva soccorrere la Regina, e che avrebbe mandate per allora sedici galee ben armate insieme con lui, e che avrebbe anche mandata una quantità di moneta, perchè si fossero soldati uomini d'arme italiani, e poi sarebbe venuto anch'egli di persona a veder la Regina. Malizia lodò il pensiero di Sua Maestà, e promise che la Regina ancora avrebbe aggiunto tanto del suo, che avessero potuto soldar Braccio ch'era in quel tempo tenuto il maggior Capitano d'Italia e fierissimo nemico di Sforza. Il dì seguente il Re fece chiamar il Consiglio e manifestò la volontà sua ch'era di pigliar l'impresa; poi ordinò a Raimondo Periglios ch'era de' primi Baroni della sua Corte, e tenuto per uomo di molto valore che facesse poner in ordine le galee per partirsi insieme coll'Ambasciadore della Regina. Malizia tutto allegro, per confortar gli animi degli assediati, fece partir subito Pascale con l'avviso che 'l soccorso verrebbe fra pochi dì; ed egli per acquetar gli animi dei Catalani che stavano malcontenti dell'impresa, per istrumento pubblico in nome della Regina adottò Re Alfonso, e promise assignargli il Castel Nuovo di Napoli, ed il Castel dell'Uovo, e la Provincia di Calabria col titolo di Duca, solito darsi a coloro che hanno da succedere al Regno, e fatto questo tolse licenza dal Re, e si pose su l'armata insieme con Raimondo.
Mentre questi apparecchi si facevano per la Regina, il Re Luigi colla sua armata all'improvviso giunse a Napoli, ed avendo poste le sue genti in terra, unite con quelle di Sforza strinse la città; la quale si sarebbe a lui resa, se opportunamente non fosse sopraggiunta l'armata aragonese comandata dal Periglios, che fu dalla Regina accolto con somma stima, la quale per mostrar la ferma deliberazione del suo animo, acciocchè Alfonso e que' del suo Consiglio non ne dubitassero, il dì seguente per atto pubblico ratificò l'adozione e tutti i capitoli stipulati in Sardegna, e fu dato ordine, che negli stendardi ed in molti altri luoghi fossero dipinte l'arme d'Aragona quarteggiate con quelle della Regina, e fu bandita per tutto l'adozione e la lega perpetua. Si mandò ancora a soldare Braccio da Perugia, il quale non volle venire, se, oltre il soldo, la Regina non gli dava l'investitura di Capua e dell'Aquila che avea dimandata.
Intanto Aversa erasi resa al Re Luigi, e crescendo tuttavia la parte angioina, fu mandato a sollecitar Braccio, il qual venuto con tremila cavalli, ruppe Sforza, che gli contrastava il passo e venne a Napoli, dove dalla Regina fu caramente accolto.
Re Alfonso ch'era passato in Sicilia, ancorchè fosse stato più volte sollecitato dalla Regina a venir presto, ed egli andava temporeggiando, avendo intesa la venuta di Braccio in Napoli, partì da Sicilia con l'armata e se ne venne ad Ischia. La Regina mandò il G. Siniscalco ad incontrarlo con alquanti Baroni, il qual dopo le lodi e grazie, resegli da parte di lei, l'invitò a passare coll'armata al Castel dell'Uovo, da dove la Regina voleva farlo entrare in Napoli con quella pompa ed apparato, che conveniva ad un tanto Re e suo liberatore. Il G. Siniscalco rimase poco contento, vedendo il Re così bello di persona, valoroso, magnanimo e prudente; ed oltre di ciò la compagnia di tanti onorati Baroni aragonesi, castigliani, catalani, siciliani ed altre nazioni soggette al Re, perchè dubitava che l'autorità sua in breve sarebbe in gran parte, e forse in tutto diminuita ed estinta, e si ricordava bene dell'esito del Conte Pandolfello, temendo, che tanto peggio potea succedere a lui, quanto che questo Re era di maggior ingegno, valore e potenza, che non era stato Re Giacomo; con tutto ciò ingegnossi coprire questo suo sospetto e fece disporre apparati magnifici per l'entrata d'Alfonso in Napoli. Il Re nel dì statuito, avendo cavalcato con gran pompa per la città, fu condotto al Castel Nuovo, dove la Regina discese sin alla porta, ricevendolo con ogni segno di amorevolezza e di letizia, e da poi che l'ebbe abbracciato, gli consignò le chiavi del castello, ed il rimanente di quel dì e molti altri appresso si passarono in feste e conviti, ed in questi dì in presenza di tanti Baroni, e di quasi tutta la nobiltà e popolo, dal Re Alfonso e dalla Regina si ratificarono l'adozione e tutti i capitoli poc'anzi ratificati con Periglios, e sotto il dì 8 di luglio di quest'anno 1421 se ne stipulò nuovo istromento, che, oltre Chioccarello[273], si legge presso il Tutino, che l'ha fatto imprimere nel suo libro de' G. Contestabili.
Giunto Alfonso colla sua armata in Napoli, s'accese più fiera la guerra in Terra di Lavoro col Re Luigi, il quale fortificato in Aversa, che se l'era resa, avea posta quella provincia in confusione. Alfonso dall'altra parte stimolato dal G. Siniscalco andò a porre l'assedio ad Acerra, che era allora posseduta da Giovanni Pietro Origlia nemico di Sergianni. E Braccio nel medesimo tempo avendo assaltato l'esercito di Sforza, faceva premurose istanze, che se gli dasse la possessione di Capua; ed andandosi dalla Regina temporeggiando, Braccio andò a lamentarsene col Re Alfonso, il quale per non disgustar quel Capitano Indusse la Regina a consegnargliela. Tenendo ancor Alfonso assediata Acerra, Martino V temendo, che finalmente Alfonso (di cui si era scoperto nemico, per la mano che avea avuta a far venire Re Luigi) non rimanesse superiore, spedì due Cardinali per pacificare questi due Re; e mentre trattavano col Re Alfonso le condizioni della pace, Alfonso dubitando che non fossero venuti per dargli parole, non volle tralasciar l'assedio di quella città, e cominciò a batterla più fortemente che prima, non ostante la gagliarda resistenza degli Acerrani.
I due Cardinali per la forte difesa di quella piazza vedendo la grande strage che ne seguiva e che sarebbe riuscito vano il disegno d'Alfonso, lo pregarono che non volesse esporre a tanto pericolo i suoi, promettendo che Papa Martino avria almeno presa in sequestro Acerra, sì che non avrebbe potuto nuocere allo Stato della Regina Giovanna, e, conchiudendosi la pace, l'avrebbe forse assignata a lei. Il Re piegato ai prieghi de' Cardinali levò l'assedio; e Luigi chiamò a se i presidii e fece consignare Acerra in deposito ai Legati appostolici; ed il Re Alfonso si ritirò a Napoli e Braccio co' suoi a Capua. Fu conchiusa tregua fra questi due Re per tanto spazio, quanto parea, che bastasse per trattare la pace; e poco da poi il Re Luigi andò a trovar Papa Martino, e lasciò Aversa e gli altri luoghi alli medesimi Legati; e Sforza ebbe per patto nella tregua di potersene andare a star a Benevento, ch'era suo.
Martino V era tenuto da Alfonso in freno, perchè sebbene col Concilio di Costanza fosse cessato lo scisma, e Gregorio XII e Giovanni XXIII avessero ubbidito a quello e deposto il pontificato; nulladimanco Benedetto XIII Antipapa ancor viveva ostinato, e s'era fatto forte in un luogo inespugnabile in Spagna, chiamato Paniscola, dove con pertinacia grandissima accompagnato da quattro Cardinali conservava ancora il nome e' contrassegni della pontifical dignità, e voleva morire col titolo di Papa, ancorchè da nazione alcuna non fosse ubbidito. Re Alfonso ponendo in gelosia Martino e dimostrando, che se non avesse favorito le parti sue, avrebbe fatta dare ubbidienza da tutti i suoi Regni all'Antipapa, ottenne pochi mesi da poi, che il Papa gli facesse consignare non pure Acerra ma tutte le terre, che i Legati tenevano sequestrate. In Napoli si fece grand'allegrezza, perchè parea, che la guerra fosse finita, tenendosi l'Aquila solamente per se alla divozione del Re Luigi; onde Alfonso per togliersi d'avanti Braccio, gli comandò che andasse ad espugnarla: Braccio ne fu molto contento; poichè per virtù de' patti, quando venne a servire la Regina ed Alfonso, gli era stata promessa. Così la provincia di Terra di Lavoro restò libera, ed in Napoli i partigiani della Regina viveano assai quieti.
CAPITOLO IV. Discordie tra Alfonso, e la Regina Giovanna, la quale rivoca l'adozione fattagli, e adotta Luigi per suo figliuolo.
Ma non durò guari nel Regno questa quiete, poichè nel mezzo della Primavera di quest'anno 1422 venne una peste in Napoli, che obbligò il Re e la Regina di andare a Castellamare; ma non potendo questa Città mantenere due Corti Regali, andarono amendue a Gaeta, dove appena giunti, furono visitati da Sforza, che partito da Benevento venne ad inchinarsi ad Alfonso. Fu Sforza da Alfonso accolto con grande umanità e cortesia: tanto che sorpreso da tanta gentilezza andava predicando la generosità e clemenza di un tanto Re. Ciò che diede esempio a gran numero di Baroni della parte Angioina, che facessero il medesimo; laonde molti che aveano offeso la Regina, ed il Gran Siniscalco, confidati alle parole di Sforza, andarono con grandissima fiducia ad inchinarsi ad Alfonso, e furono benignamente da lui accolti, giurandogli fedeltà, con dispiacere grandissimo della Regina.
Questa fu la cagione, che siccome sino a quel dì aveano governato ogni cosa con gran concordia, d'allora innanzi nacquero quelle sospizioni e discordie, che furono poi cagione d'infiniti danni; poichè il Gran Siniscalco, ch'era lo spirito e l'anima della Regina, non potea soffrire, che Alfonso s'avesse fatto giurare omaggio dalle Terre prese e da' Baroni ch'erano venuti a visitarlo perchè parea segno, che volesse pigliar innanzi il dì della morte della Regina la possessione del Regno contra i patti dell'adozione; e facendolo intendere alla Regina, avea venenato l'animo di lei di maggiore sospizione, ed obbligatala ad amarlo ogni dì più, vedendo la cura ch'egli tenea dello stato e della salute di lei, perchè le disse, che un dì Alfonso l'avrebbe pigliata, e mandatala in Catalogna cattiva, per occupar il Regno e con quello poi occupar tutta Italia. Per questo timore la Regina deliberò guardarsi quanto più potea, ed all'impensata si partì da Gaeta e venne a Procida: passò poi a Pozzuoli con determinazione di portarsi in Napoli, dove la peste dopo aver fatta gran strage, era cominciata a cessare. Il Re Alfonso che avea creduto, che la Regina avesse da tornare da Procida a Gaeta, quando intese che avea presa la via di Pozzuoli per andare a Napoli, portossi con pochissima compagnia a visitarla in Pozzuoli, credendosi levarle ogni sospezione; ma fu tutto il contrario, perchè la Regina timida entrò in maggior sospetto, onde subito che Alfonso fu partito da lei per andare a veder Aversa, ella se ne venne per terra a Napoli, nè volle entrare nel Castel Nuovo, ma se ne passò al castello di Capuana. Il Re trovandosi ad Aversa fu subito avvisato di questi andamenti della Regina, e conoscendo l'instabilità di costei, lo spirito, l'ambizione del G. Siniscalco, dubitando che non macchinassero qualche novità, venne subito a Napoli ed alloggiò al Castel Nuovo, e già si vedeano intermesse le visite tra lui e la Regina; onde ogni persona di giudizio era in opinione che la cosa non potrà tardare a venire in aperta rottura. Alfonso conoscendo, che quest'alterazione di mente della Regina era per suggestione del G. Siniscalco, credendo che levato di mezzo l'autore delle discordie, avrebbe ottenuto dalla Regina quanto voleva, a' 27 maggio dell'entrato anno 1423 lo fece carcerare; e poi cavalcò subito per andare a trovar le Regina, non si sa se con animo di scusarsi con lei della cattura di quello, o se andava per mettersi in mano anche la Regina, e quando vedesse di non poter piegarla a mutar vita, mandarla in Catalogna. Ma subito che il G. Siniscalco fu preso, ne fu avvisata la Regina, e vedendo il Re venire, gli fece chiudere in faccia le porte del castello; onde Alfonso rispinto sì bruttamente, ritornossene al Castel Nuovo, ed in Napoli fu gran confusione e disordine tra' Spagnuoli e Catalani da una parte, ed i Napoletani, che seguivano il partito della Regina, dall'altra.
In tanta costernazione, la Regina ristretta coi primi e più fedeli della sua Corte, consultò quello che si avea da fare, e con voto di tutti fu risoluto di mandare a chiamare Sforza, ed a pregarlo che per l'amicizia antica venisse a liberarla. Sforza che in quel tempo si trovava a Benevento molto povero, per essere stato molti mesi senza stipendio alcuno, ebbe grandissimo piacere di questo avviso, sperando gran cose, perchè si confidava o di far rivocare l'adozione fatta al Re Alfonso e di far chiamare all'adozione Re Luigi suo amico; o avere in arbitrio suo la Regina e 'l Regno per quanto ubbidiva a lei; e senza indugio alcuno, adunati i suoi veterani, a' quali erano arrugginite l'arme e smagriti i cavalli, con quelli si pose in via verso Napoli. Alfonso intendendo che Sforza veniva, inviò Bernardo Centiglia ad incontrarlo con tutti i Baroni catalani e siciliani e con tutti i soldati dell'armata; e fattosi un fatto d'armi vicino le mura di Napoli, Sforza ruppe l'esercito d'Alfonso, ed entrato dentro la città, assediò Alfonso dentro il Castel Nuovo; e dopo aver visitata la Regina, che l'accolse con grandi onori, chiamandolo suo liberatore, partì da Napoli ed andò ad assediare Aversa.
Alfonso trovandosi dopo questa rovina così solo e senza danari da poter fare nuovo esercito, stava in grandissima angoscia; due speranze però lo confortavano, l'una per aver egli molti mesi innanzi comandato, che si facesse un'altra armata in Catalogna, perchè non voleva, non ostante l'impresa del Regno, abbandonar quella di Corsica, ond'ora inviò subito a sollecitarla, che venisse a soccorrerlo: l'altra era nell'esercito di Braccio, che stava all'assedio dell'Aquila; ma in questo facea poco fondamento, sì per l'avidità di Braccio di pigliar l'Aquila, come ancora perchè non sperava che i soldati Bracceschi senza nuove paghe si movessero per soccorrerlo; con tutto ciò mandò a chiamarlo, e ne seguì quello che avea pensato. Ma quindici dì dopo la rotta, essendo arrivato in Gaeta Giovanni di Cardona Capitan Generale dell'armata, che consisteva in diece galee e sei navi grosse, avendo inteso in che stato stava il suo Re, venne subito verso Napoli. Furono molti che dissero che quest'armata era ordinata venisse, per lo disegno che avea fatto il Re, se gli riusciva, di pigliar la Regina per mandarnela cattiva in Catalogna; ed era da credere, poichè trovandosi a quel tempo il Regno quieto senza guerra, non bisognava che venisse armata.
Giunta l'armata vicino al molo di Napoli, il Re comandò, che i soldati smontassero; e trovandosi nella città gran parte dell'esercito di Sforza, che teneano assediato Castel Nuovo, s'accese dentro le mura di quella una crudele ed ostinata Guerra, che pose in iscompiglio e sconvolgimenti la città con miserabili saccheggi ed incendii, cotanto ben descritti dal Costanzo. La Regina, scorgendo nella città tante revoluzioni, entrò in tanto timore che le pareva essere ad ora in ora legata da' Catalani; onde spesso si raccomandava a molti Cavalieri, ch'erano concorsi al castello di Capuana, che avessero cura della guardia della sua persona e mandò subito a Sforza che stava ad Aversa a pregarlo, che venisse tosto a liberarla da quel pericolo assai maggiore dell'altro. Venne Sforza in Napoli, liberò la Regina e la condusse in Nola; e poi pigliata Aversa, la condusse là, dove fu maneggiata una nuova adozione, che valse a far perpetui e continui li travagli e sconvolgimenti di questo Reame.
Dall'altra parte le forze del Re Alfonso tuttavia crescevano; perocchè, essendosi alle sue truppe aggiunte quelle di Braccio, pensò Sforza di accrescere il partito della Regina, per potergli fare un più vigoroso contrasto; onde operò con la Regina che si dovesse valere delle forze degli Angioini; ed avendogli con solenne istromento a primo luglio di quest'anno 1423[274] fatto rivocare l'adozione prima fatta ad Alfonso, per cagion d'ingratitudine, che diceva averle usato quel Re, la persuase, che adottasse Re Luigi; e poichè la Regina si vedeva molto sola, e molti beneficati da lei, per invidia che aveano al G. Siniscalco, seguivano la parte del Re Alfonso o in secreto, o scovertamente, non solo s'inchinò a chiamare Re Luigi, ma fece ripatriare tutti gli Angioini, rendendo alla maggior parte di loro le cose, che aveano perdute.
Ma come la Regina compiacque a Sforza di accettar questo suo consiglio, così ancora Sforza che conoscea ch'ella ardea di desiderio di ricovrare il Gran Siniscalco, permise che trattasse lo scambio di lui con alcuni de' Baroni catalani ed aragonesi. La Regina, che non desiderava altro, ogni dì mandava a trattar il cambio con Alfonso: il quale conoscendo la sua pazzia, che senza vergogna alcuna avria riscosso il Gran Siniscalco, con togliersi anche la corona di testa, quando altramente non avesse potuto: mandò a dirle che non bastavano nè uno nè due, ma bisognavano darsi tutti i prigioni catalani ed aragonesi per Sergianni. La Regina donando molte terre a Sforza pigliò da lui tutti i prigioni che teneva che furono questi: Bernardo Centiglia, il qual fu Capitan Generale, Raimondo Periglios, Giovanni di Moncada, Mossen Baldassen, Mossen Coreglia, Raimondo di Moncada, Federico Vintimiglia, il Conte Enrique ed il Conte Giovanni Ventimiglia e gli mandò al Re in cambio del Gran Siniscalco, il quale fu liberato, e come fu giunto in Aversa, ricordevole delle cose passate tra lui e Sforza, cercò di farselo benevolo e stringerlo per via di parentado, facendo opera che Sforza desse Chiara Attendola sua sorella a Marino Caracciolo suo fratello. Sergianni ch'era entrato ora in maggior grazia della Regina che fosse mai, lodò la rivocazione dell'adozione fatta di Re Alfonso sotto titolo d'ingratitudine, ed insisteva anch'egli che s'adottasse Re Luigi d'Angiò, il quale si trovava ancora in Roma presso il Pontefice Martino; poichè come Cavaliere prudente pensava, che introducendosi un Re d'un sangue reale, avesse estinta l'invidia e tolta la calunnia che gli davano ch'egli volesse farsi Re; perciò furono mandati Ambasciadori in Roma a trattare col Re Luigi l'adozione, i quali trovarono tutta la facilità, e non solo conchiusero col Re l'adozione con que' patti che essi vollero; ma tirarono ancora Papa Martino a pigliare la protezione della Regina contra Re Alfonso, ed ebbero poca fatica a farlo, perchè il Papa, oltre di riputarsi gravemente offeso da Alfonso che sosteneva ancora, benchè secretamente, il partito di Benedetto XIII, desideroso di ponere la Chiesa nello stato e riputazione antica, desiderava che il Regno restasse più tosto in potere del Re Luigi ch'era più debole di forza, e che avrebbe avuto sempre bisogno de' Pontefici romani, che vederlo caduto in mano d'Alfonso Re potentissimo per tanti altri Regni che possedea, per li quali era atto a dar legge a tutta Italia, non solo a' Pontefici romani. Conchiusa dunque l'adozione, senza dilazione di tempo condussero gli Ambasciadori con esso loro Re Luigi, con capitolazione che avesse da tener solo il titolo di Re, poichè avea da competere e da contrastare con un altro Re: ma in effetto fosse sol Duca di Calabria co' medesimi patti ch'erano stati fermati nell'adozione del Re Alfonso.
Questa adozione fornì la Casa del Duca d'Angiò di questa seconda razza di doppio titolo, e doppia ragione sopra questo Reame; poichè a quello della Regina Giovanna I, dalla quale fu chiamato al Regno Luigi I d'Angiò avo del presente, s'aggiunse quest'altro della Regina Giovanna II, donde da poi i Re di Francia, a' quali furon trasfusi questi diritti, pretesero appartener loro il Reame per doppia ragione. Quindi sursero le tante ed ostinate guerre che i due Luigi, Carlo VIII e Francesco I mossero agli Aragonesi ed agli Austriaci, le quali miseramente per più secoli l'afflissero.
Re Luigi giunto ad Aversa, fu dalla Regina ricevuto con grande onore e dimostrazione d'amorevolezza, e dopo molte feste la Regina fece pagare un gran numero di denari a Sforza, perchè ponesse in ordine le sue genti per potere attendere alla recuperazione di Napoli. Il Papa mandò Luigi Colonna Capo delle genti ecclesiastiche, e molti altri condottieri minori in favor della Regina; e da poi proccurò ancora che Filippo Visconti Duca di Milano, (il quale a quel tempo era formidabile a tutta l'Italia, e ch'era entrato in sospetto della troppa potenza d'Alfonso) s'unisse con lui in difesa della Regina.
CAPITOLO V. Alfonso parte di Napoli, e va in Ispagna; e Napoli si rende alla Regina Giovanna. Insolenze del Gran Siniscalco; sua ambizione ed infelice morte.
Quando Re Alfonso ebbe intesa la nuova adozione del Re Luigi, e la confederazione del Papa e del Duca di Milano contro di lui, cominciò a dubitare di perdere Napoli, perchè fin a quel dì i Napoletani della parte Angioina erano stati tanto depressi e conculcati dal Gran Siniscalco, ch'erano divenuti Aragonesi, ed aveano piacere di vedere in rovina lo stato della Regina e del Gran Siniscalco; ma dappoichè intesero l'adozione del Re Luigi, saliti in isperanza di ricovrar le cose loro, erano per far ogni sforzo, acciocchè la città ritornasse in mano della Regina; e già s'intendeva che da dì in dì molti andavano in Aversa a trovare Re Luigi in palese, e molti che non aveano ardire di palesarsi, lo visitavano per secreti messi. Perciò Alfonso mandò a chiamar Braccio, il quale ancora penava per ridurre l'Aquila, che venisse colle sue genti a Napoli. Ma Braccio che confidava, che quella Piazza si rendesse fra pochi dì, rispose ad Alfonso, ch'era assai più necessario conquistar quella provincia bellicosa ed ostinatamente affezionata alla parte Angioina, che tener Napoli, la qual solea esser di coloro, che vinceano la campagna, e che perciò gli mandava Giacomo Caldora, che tenea il primo luogo nel suo esercito dopo lui, e Berardino della Carda, e Riccio da Montechiaro Colonnello di fanteria. Questi con mille e ducento cavalli, e mille fanti vennero subito a Capua, e da Capua, avendo inteso ch'erano venute alcune navi e galee con genti fresche da Barzellona, vennero in Napoli.
Dall'altra parte Sforza, avendo poste in ordine le sue genti, persuase a Re Luigi che andasse sopra Napoli, onde si partirono da Aversa il primo d'ottobre, e vennero per tentare di pigliar Napoli per la porta del mercato; ed essendo seguìto un fatto d'arme, nel quale restò Sforza vittorioso, Re Luigi entrò in grandissima speranza di pigliarla. Mentre Alfonso era in questi travagli, gli vennero lettere da Spagna con avvisi, che Giovanni Re di Castiglia suo cognato e cugino, che si governava tutto per consiglio di D. Alvaro di Luna, nemico alla Casa Aragona, avea messo in carcere D. Errico d'Aragona amatissimo fratello del Re Alfonso, perchè avea tolta per moglie D. Catarina sorella del Re di Castiglia, contro la volontà di lui; per la qual cagione Alfonso deliberò d'andar in Ispagna per liberar il fratello, ed ancora per dubbio, che il Re di Castiglia instigato da D. Alvaro, non tentasse di occupare il Regno di Aragona e di Valenzia, mentr'egli guerreggiava in Italia. Dunque postosi in ordine, lasciò D. Pietro suo ultimo fratello per Luogotenente Generale in Napoli, e partitosi con diciotto galee e dodici navi grosse, per cammino assaltò Marseglia, città del Re Luigi, all'improvviso e la prese e saccheggiò e ne portò in Ispagna il Corpo di S. Luigi Vescovo di Tolosa, e non volle tenere quella città, per non diminuire l'esercito lasciando i presidj, perchè credea aver di bisogno di gente assai per la guerra di Spagna, ove stette molt'anni impedito per liberare il fratello.
Nel principio dell'anno seguente 1424 venne l'armata di Filippo Visconti Duca di Milano, la quale presa Gaeta, che si tenea per Alfonso, navigò verso Napoli ove giunta, fu posto in terra l'esercito nella porta del Mercato; onde le cose del Re Luigi sempre più andando prospere, fur cagione che il Caldora passasse in questo modo alla sua parte. Vedendo il Re e la Regina che per l'assedio di Napoli bastavano le genti del Duca di Milano, mandarono Sforza col suo esercito a soccorrer l'Aquila, che ancora era assediata da Braccio; ma Sforza nel passar il fiume di Pescara si annegò: il Caldora ch'estinto Sforza, si confidava di ottenere il luogo di Gran Contestabile, ed esser il primo di quella parte, si voltò alla parte della Regina, rendendo la città di Napoli; e l'Infante D. Pietro con i migliori soldati che avea si ritirò al presidio del castello. La festa di tutta la città fu grandissima, il popolo concorse a saccheggiar le case degli Spagnuoli e de' Siciliani, e la Regina fece tornar le genti del Duca in Lombardia molto ben soddisfatte.
Restava solo nel Regno l'esercito di Braccio, che tenea le parti del Re Alfonso; ma il Re Luigi e la Regina dando il bastone di Capitan Generale al Caldora, lo mandarono a danno di Braccio; e come fu giunto al Contado di Celano trovò le genti di Papa Martino capitalissimo nemico di Braccio, e con quelle e col suo esercito diede una fiera rotta alle genti di Braccio, dove questi restò morto e Nicola Piccinino prigione.
Con tutto che il Re Alfonso fosse stato avvisato che Napoli s'era perduta, e che l'Infante si fosse salvato nel Castello, non volle però abbandonare le cose del Regno e mandò a soccorrere il castello; e pochi dì da poi comparve in Napoli Artale di Luna mandato dal Re a liberar l'Infante dall'assedio, il quale lasciati nel castello i migliori soldati, e grandissima munizione di vettovaglie, si pose in mare e se ne n'andò in Sicilia. Così la Regina ed il Re Luigi stettero alcuni anni assai quieti, mentre che Alfonso fu occupato nelle cose di Spagna: e benchè il Castel Nuovo si tenesse per Re Alfonso, come si tenne poi gran tempo, la Regina visse molti anni quieta, nel quali anni di riposo si diede a riformare il Tribunal della Gran Corte della Vicaria per mezzo de' Riti che fece compilare, ad istituire il Collegio de' Dottori, e ad applicare il suo animo agli studj di pace e di religione, come diremo.
Intanto il Gran Siniscalco vedendosi nel colmo di ogni felicità, perchè dubitava che Re Luigi nuovamente adottato dalla Regina non tenesse la medesima volontà che avea tenuta Re Alfonso di abbassarlo, non volle mai che Castel Nuovo si stringesse d'assedio; anzi più volte diede tregua ad Arnaldo Sanz che era rimaso Castellano in nome del Re Alfonso per tenere sospetto il Re Luigi, che sempre che volesse mostrarsi contrario alla grandezza sua, avrebbe richiamato il Re Alfonso. Ed in cotal modo si tenne il castello undici anni con le bandiere d'Aragona, fin alla morte della Regina Giovanna; e pareva cosa molto strana che il Castellano mandasse nel tempo di tregua a comprare nella città quel che gli bisognava e s'intitolasse Vicerè del Regno.
Il Re Luigi, ch'era di natura mansueta, stette sempre all'ubbidienza della Regina: onde il Gran Siniscalco operò con la medesima che donasse a quel Re il Ducato di Calabria, e gli diede tutte le genti sue stipendiarie che andasse a conquistarlo dalle mani de' Ministri del Re Alfonso; ed egli restò assoluto Signore di tutto il rimanente del Regno, nè avea altro ostacolo che Giacomo Caldera ed il Principe di Taranto ch'era nel Regno grandissimo Signore; onde per assicurarsi di loro, diede una delle sue figliuole per moglie ad Antonio Caldera figliuolo di Giacomo, e l'altra a Gabriele Orsino fratello del Principe, dandogli il Contado di Acerra quasi a titolo di dote. A questo modo stabilì le cose sue che non era chi potesse contrastare o resistere alla volontà sua; e così disfece molte famiglie, come gli Origli, li Mormili, li Costanzi e li Zurli, togliendo ad altri ed investendo i suoi de' loro Stati, e distribuì a molti di Casa Caracciolo terre e castelli. E quindi avvenne che mentre durò la guerra fra' tre Luigi d'Angiò, col Re Carlo III, Ladislao e la Regina Giovanna, si trovino privilegi ed investiture di molte terre in fra di lor contrarie fatte a diverse famiglie: e molti castelli che in un anno mutavano due Signori, secondo le vittorie che aveano que' Re ch'essi seguivano. Nè bastando al Gran Siniscalco tanta autorità, aspirando sempre a cose maggiori, dimandò alla Regina ch'essendo per la morte di Braccio ricaduto alla Corona il Principato di Capua che ne lo investisse; ed ella tosto ai 22 ottobre di quest'anno 1425 glie lo concedette; ma usò per allora questa moderazione, che non si volle intitolar mai Principe, ancorchè li parenti gliel persuadessero.
In questo medesimo anno, essendo nel precedente succeduta la morte di Benedetto XIII i due Cardinali ch'erano rimasi presso di lui elessero per Papa Egidio Munion Canonico di Barzellona che prese il nome di Clemente VIII, il quale creò de' Cardinali, e fece tutti gli atti da Papa; poichè ancora questo partito era sostenuto dal Re Alfonso, irritato, come si è veduto, contro il Pontefice Martino, perchè avea investito Re Luigi del Regno. Nè perchè Alfonso stasse distratto negli affari di Spagna, abbandonò mai le cose del Regno, e proccurò in cotal guisa tener il Papa in sospetto, sin che finalmente nell'anno 1429 non si rappacificarono insieme: per la qual cosa mandò Martino il Cardinal di Foix Legato in Ispagna, affinchè nelle mani di costui l'Antipapa deponesse la carica: e per ordine d'Alfonso fu Clemente costretto rinunziare il suo diritto, asserendo però, che non lo sacrificava, se non se per lo bene della pace. I Cardinali ch'egli avea creati rinunziarono anche volontariamente al Cardinalato, ed i due vecchi Cardinali che aveano eletto Clemente furono posti in prigione, dove morirono poco da poi di disgusto e di miseria. Così terminossi interamente lo Scisma, dopo aver durato per lo spazio di cinquanta uno anni; e Martino V restò solo ed unico Papa, riconosciuto da tutto l'Occidente.
Ma questa riconoscenza non durò più che due anni; poichè a' 20 febbraio dell'anno 1431 trapassò in Roma, ove fu sepolto in Laterano; ed in suo luogo il dì 4 del mese di marzo in eletto Michele Condolmerio Veneziano figliuolo d'una sorella di Gregorio XII che lo avea assunto al Vescovado di Siena ed alla dignità di Cardinale, e fu nomato Eugenio IV. Questi appena assunto al Pontificato cominciò a perseguitare i Colonnesi, perchè si dicea che aveano in mano tutto il tesoro del Papa morto: i Colonnesi fidati nello Stato grande che il zio loro avea dato in Campagna di Roma ed in quello che possedevano nel Regno di Napoli, si disposero di resistere alle forze del Papa, e soldarono genti di guerra per difendersi da lui. Ma il Papa avendo ciò presentito, rinovò subito la lega con la Regina co' medesimi capitoli che furono fatti nella lega di Papa Martino, e richiese la Regina che gli mandasse ajuto per debellare i suoi ribelli. Il Gran Siniscalco che non desiderava altro che l'abbassamento de' Colonnesi per potere sopra le loro ruine maggiormente ingrandire, gli mandò il Conte Marino di S. Angelo suo fratello con mille cavalli, e mandò a minacciare i Colonnesi di togliere loro le terre che aveano nel Regno, se perseveravano nella contumacia del Papa; e perseverando nell'ostinazione, furono dal Papa scomunicati e privati del Principato di Salerno e de' Contadi che tenevano nel Regno, con disegno d'avere la maggior parte de' loro Stati tolti e confiscati. Non contento adunque d'esser Duca di Venosa, Conte d'Avellino, Signore di Capua e di molte altre Terre, cominciò a dimandare alla Regina che gli donasse il Principato di Salerno ed il Ducato di Amalfi, con dire che se ben gli avea donata Capua, egli non se ne voleva intitolar Principe, perchè era certo che ogni altro Re che succedesse al Regno, se la toglierebbe come Terra che per l'importanza sua dev'essere sempre unita alla Corona.
Era allora la Regina divenuta assai vecchia per gli anni, ma molto più per una complessione sua mal sana, che parea al tutto decrepita e schifa; e per questo il G. Siniscalco, ch'era ancora incominciato ad invecchiare, avea lasciata la conversazione segreta, che avea con lei; onde s'era ancora in lei, non solo intepidito, ma raffreddato in tutto l'amore, e però alla dimanda fattale, negò di voler dare nè Salerno, nè Amalfi; per la qual cosa il G. Siniscalco turbato, cominciò in opere ed in parole, ad averla in dispregio ed in odio. In questo tempo era salita in gran favore della Regina Covella Ruffo Duchessa di Sessa, donna terribilissima e di costumi ritrosi, la quale per esser nata da una zia carnale della Regina, per l'antichissima nobiltà del suo sangue, e per essere rimasta erede di molte terre, era superbissima e non potea soffrire la superbia del G. Siniscalco; e per questo ogni dì, quando gli veniva a proposito, sollecitava la Regina che non sopportasse tanta ingratitudine in un uomo, che da bassissima fortuna e da tanta povertà, che avea quasi irrugginita la nobiltà, l'avea esaltato tanto; e perchè la Regina per la vecchiezza era divenuta stolida, ascoltava bene quel che dicea la Duchessa, ma non rispondea niente a proposito. Ma tornando il G. Siniscalco un giorno a parlare alla Regina, e con qualche lusinga dimandarle di nuovo il principato di Salerno e di Amalfi, vedendo che quella ostinatamente negava, venne in tanta furia, per la gran mutazione che scorgeva da quel ch'era stato per diciotto anni, ne' quali la Regina non gli avea mai negata cos'alcuna, che incominciò ad ingiuriarla e trattarla da vilissima femmina con villanie disoneste, tanto che la indusse a piangere: la Duchessa ch'era stata dietro la porta dell'altra camera, quando intese la Regina piangere, entrò con altre donne a tempo, che il G. Siniscalco se ne usciva, e vedendo la Regina sdegnata per l'ingiurie fresche, cominciò fortemente a riprenderla di tanta sofferenza, e che volesse tosto prender partito di raffrenare così insolente bestia, la quale un giorno si sarebbe avanzata sino a porle le mani alla gola e strangolarla. La Regina vedendo tanta dimostrazione d'amore e di vera passione, caramente l'abbracciò e le disse ch'ella dicea bene, e che in ogni modo voleva abbassarlo: la Duchessa conferì tutto con Ottino Caracciolo nemico del G. Siniscalco: Ottino poi lo conferì con Marino Boffa e con Pietro Palagano fieri nemici di Sergianni. Questi conchiusero di valersi del mezzo della Duchessa, e la persuasero, che sollecitasse la Regina, e che l'offerisse di trovar uomini che avrebbero ucciso il G. Siniscalco: la Duchessa non fu pigra a tal maneggio, perchè trattandosi a quel tempo nuovo parentado tra Giacomo Caldera ed il G. Siniscalco, che voleva dar per moglie a Troiano Caracciolo suo unico figliuolo, Maria figliuola del Caldora, avvertì la Regina che questo matrimonio per tutta Napoli si dicea, che si trattava con disegno di dividersi il Regno fra loro e privarne lei, onde pensasse a' casi suoi e lo facesse morire. La Regina rispose, ch'era ben determinata e disposta di volerlo abbassare e togliergli il governo di mano; ma non voleva che s'uccidesse, perch'era vecchia e ne avrebbe avuto tosto da render conto a Dio. La Duchessa, poichè non potè ottener altro, mostrò di contentarsi, che se gli levasse il governo di mano, e la pregò, che fosse presta a parlare con Ottino Caracciolo del modo, che s'avea da tenere. Conferito poi il tutto con Ottino, conchiusero di pigliar dalla Regina quel che poteano, ed ottener ordine di carcerarlo per poterlo uccidere, con iscusar poi il fatto, che avendosi voluto porre in difesa erano stati costretti ad ammazzarlo, e con questa deliberazione restarono. La Regina fece chiamare Ottino e gli disse, che lasciava a lui il carico di trovar il modo di porlo in carcere. Mentre queste cose si trattavano, il G. Siniscalco strinse il matrimonio del figliuolo colla Caldora, e per dar piacere alla Regina dispose di far una festa reale al castello di Capuana dove alloggiava la Regina, sperando per tal festa riconciliarsi con lei ed indurla di far grazia allo sposo ed alla sposa dei principato di Salerno, ch'esso desiderava tanto. Venuto il dì deputato alla festa, che fu a' 17 agosto di quest'anno 1432, e quello passatosi in balli e musiche, e parte della notte in una cena sontuosissima; il G. Siniscalco scese all'appartamento suo e postosi già a dormire, Ottino e gli altri congiurati, avendo corrotto un mozzo di camera della Regina chiamato Squadra, di nazione Tedesco, lo menarono con loro e fecero che battesse la porta della camera del G. Siniscalco e che dicesse, che la Regina sorpresa da grave accidente apopletico stava male, e che voleva che salisse allora. Il G. Siniscalco si levò ed incominciandosi a vestire, comandò che s'aprisse la porta della camera per intender meglio quello ch'era. Allora entrati i congiurati, a colpi di stocchi e d'accette l'uccisero. La mattina sentendosi per la città una cosa tanto nuova, corse tutta la città a veder quello spettacolo miserabile, non picciolo esempio della miseria umana: vedendosi uno, che poche ore innanzi avea signoreggiato un potentissimo Regno, tolti e donati castelli, terre e città a chi a lui piaceva, giacere in terra con una gamba calzata e l'altra scalza (che non avea potuto calzarsi tutto), e non essere persona che avesse pensiero di vestirlo e mandarlo alla sepoltura. La Duchessa di Sessa vedendo il corpo morto disse: ecco il figliuolo d'Isabella Sarda, che voleva contender meco; poco da poi quattro Padri di S. Giovanni a Carbonara, dov'egli avea edificata con gran magnificenza una cappella che ancor si vede, vennero, e così insanguinato e difformato dalle ferite, il posero in un cataletto e con due soli torchii accesi vilissimamente il portarono a seppellire. Troiano suo figliuolo, da poi nella cappella istessa gli fece ergere un superbo sepolcro colla sua statua; e Lorenzo Valla, famoso letterato di que' tempi vi compose quella iscrizione che ivi si legge. La Regina, ancorchè restasse mal contenta della sua morte, pur ordinò che fosser confiscati tutti i suoi beni come ribelle; e concedette ampio indulto a' congiurati, che fu dettato da Marino Boffa; e narrasi che quando innanzi a lei si leggeva la forma dell'indulto, quando si venne a quelle parole che dicevano, che per l'insolenza del G. Siniscalco la Regina avea ordinato che si uccidesse, avesse risposto in pubblico, che non mai ordinò tal cosa, ma solamente che si carcerasse.
CAPITOLO VI. Re Alfonso tenta rientrare nella grazia della Regina, ma in vano. Nozze di Re Luigi con Margarita figliuola del Duca di Savoia; sua morte, seguita poco da poi da quella della Regina Giovanna.
Quando il Re Luigi, che stava in Calabria, ed avea fermata la sua sede in Cosenza, intese la morte del G. Siniscalco, si credette che la Regina lo mandasse subito a chiamare; ma la Duchessa di Sessa, che con questa morte era divenuta potentissima, persuase alla Regina che non lo chiamasse, e per trattenerlo gli fè commettere nuovi negozi in quella provincia: e per questo si crede, che quel Re per poca ambizione avesse perduto per se e per gli suoi successori questo Regno; il contrario di quel che avea fatto Re Alfonso, che per troppa ambizione se ne trovava fuori. Era allora Alfonso in Sicilia, e quando intese la novella della morte del G. Siniscalco, si rallegrò molto e molto più si rallegrò quando intese, che la Duchessa di Sessa era quella che governava; e confidando molto in costei, venne in speranza di essere chiamato dalla Regina, ed essere confermato nella prima adozione. Per non mancare a questa prima opportunità, venne con alcune galee in Ischia, che si tenea per lui, e cominciò segretamente con messi a pregare e trattare con la Duchessa, che avesse indotta alle voglie sue la Regina; ed avrebbe forse questo trattato avuto il suo effetto, se il troppo desiderio di Alfonso non l'avesse guasto; poichè non contento del maneggio della Duchessa, mandò a trattar col Duca di Sessa suo marito finchè alzasse le sue bandiere, perchè di grande l'avrebbe fatto grandissimo; del che subito che fu avvisata la Duchessa, ch'era capital nemica del marito, non solo converse in odio l'affezione che avea col Re Alfonso, ma accusò il marito alla Regina del trattato che tenea di ribellarsi, e fece che Ottino Caracciolo e gli altri del Consiglio supremo mandassero genti d'arme per lo Stato del Duca, acciocchè non potesse mutarsi a favore d'Alfonso, il quale vedendosi usciti vani amendui i maneggi, fece tregua per diece anni colla Regina, e se ne tornò con poca riputazione in Sicilia.
Nel seguente anno 1433 Margarita figliuola del Duca di Savoia fu sposata col Re Luigi, la quale partita da Nizza, dopo una crudelissima tempesta, arrivò a Sorrento molto maltrattata dal viaggio; la Regina voleva farla condurre in Napoli, con quell'onore che si conveniva, e mandare a chiamare il Re da Calabria, per far celebrare con pomposità lo sponsalizio in Napoli; ma la Duchessa di Sessa la distolse, dandole a sentire, che si guardasse di farlo, perchè avrebbe conturbato lo Stato, e che per quel poco tempo che le restava di vita, volesse vivere e morire Regina senza contrasto. E per questo la Regina, che mutava d'ora in punto sempre pensiero, mandò solamente a visitare la sposa ed a presentare, e di là quella Signora andò in Calabria, dove si fece la festa in Cosenza con le maggiori solennità che si poterono. Ma ben tosto fu tal nodo disciolto; poichè nel mese di novembre del seguente anno 1434, dopo avere Re Luigi in quella state guerreggiato col Principe di Taranto, ritirato in Calabria, tra le fatiche durate in quella guerra, e tra l'esercizio del letto con la moglie, gli venne un accidente di febbre, del quale morì senza lasciar di se prole alcuna. Fece testamento, e lasciò che il corpo suo fosse portato all'Arcivescovado di Napoli, ed il cuore si mandasse in Francia alla Regina Violante sua madre, e questo fu eseguito subito; ma il corpo restò nella maggior chiesa di Cosenza, dove ancora si vede il suo tumulo; perchè non vi fu chi si pigliasse pensiero di condurlo in Napoli. Questo Re fu di tanta bontà, e lasciò di se tanto gran desiderio a' popoli di Calabria che si crede, che per questo sia stata sempre poi quella provincia affezionatissima del nome d'Angiò.
La Regina, quando ebbe la nuova della sua morte, ne fece grandissimo pianto, lodando la grandissima pazienza che quel Principe avea avuta con lei, e l'ubbidienza che l'avea sempre portata, e mostrò grandissimo pentimento di non averlo onorato e trattato com'egli avea meritato. E nell'entrar del nuovo anno 1435, travagliata da' dispiaceri dell'animo ed oppressa dagli anni e da' suoi mali, rese lo spirito nel dì 2 di febbrajo, giorno della purificazione di Maria Vergine, in età di sessanta cinque anni, dopo averne regnato venti e sei mesi: ordinò che fosse seppellita alla Chiesa della Nunziata di Napoli senza alcuna pompa, in povera ed umile sepoltura, ove ora giace.
Questa Regina fu l'ultima di Casa Durazzo: e non avendo nè col primo, nè col secondo marito concepiti figliuoli, durando ancor in lei l'odio contro il Re Alfonso, fece testamento nel quale istituì erede Renato Duca d'Angiò e Conte di Provenza, fratello carnale del Re Luigi, esprimendo in quello le cagioni, per le quali fu mossa a talmente stabilire. Ecco ciò che si legge in una particola di questo testamento, fatta imprimere dal Tutini nel suo trattato de' Contestabili del Regno: Praefata Serenissima, et Illustrissima Domina nostra Regina Joanna fide digna, et veridice informata, quod bonae memoriae Dominus Papa Martinus V per quasdam Bullas Apostolicas olim concessit clarae memoriae Domino Ludovico III Calabriae, et Andegaviae Duci, ipsius Reginalis Majestatis consanguineo, et ejus filio arrogato, et ejus fratribus haeredibus, et successoribus hoc Regnum Siciliae post ipsius Reginalis Majestatis obitum: nec non noscens omnes Regnicolas ejusdem Regni affectos, intentos, et inclinatos velle unum ex germanis fratribus dicti q. Domini Ludovici in Regem, et quod si secus fieret, vel evenerit, fieri non posset absque maxima aspersione sanguinis, miserabilique clade, et strage, et finaliter calamitate, et destructione hujus Regni. Nec minus et considerans, quod Serenissimus, et Illustrissimus Princeps Dominus Renatus Dux Bari, etc. ipsius Majestatis Reginalis consanguineus, praefatique quondam Domini Ludovici germanus frater ab inclita, et Christianissima Regia Stirpe domus Franciae, sicut ipsa Reginalis Majestas, suam claram trahit originem; volens praefatis futuris scandalis tacite providere, et salubriter obviare, et per consequens votis, et desideriis dictorum suorum Regnicolarum satisfacere, cupiensque praeterea, quod hoc Regnum potius perveniat ad suum clarissimum Francorum sanguinem, et inclitam progeniem, quam ad quamvis aliam nationem: Jam dictum Serenissimum, et Illustrissimum Principem Dominum Renatum ejus consanguineum, ac dicti q. Domini Ludovici ejus arrogati filii germanum fratrem, ejusdem Regnicolis ita gratum, desideratum et acceptum, in quantum ad ipsam Serenissimam Reginalem Majestatem spectat, et in ea est, et quod potest omni meliori via, modo et forma quibus de jure melius, et aptius potest et debet suum universalem haeredem, et successorem in hoc Regno Siciliae, et in omnibus aliis ejus Regnis, Titulis et Juribus, Actionibus, et cum omnibus Provinciis, Juribus, Jurisdictionibus, et omnibus pertinentiis suis quacumque vocabuli appellatione distinctis, et ad illam spectantibus, et pertinentibus, quovis modo, coram nobis, instituit, ordinavit et fecit, infrascriptis legatis, et fideicommissis, dumtaxat exceptis.
Lasciò cinquecentomila ducati alla Tesoreria che avessero da servire in beneficio della città di Napoli, ed in mantenimento del Regno nella fede di Renato, ed ordinò che sedici Baroni Consiglieri e Cortigiani suoi, governassero il Regno fin alla venuta di Renato.
CAPITOLO VII. Politia del Regno sotto i Governadori deputati da Giovanna. Governo che da poi vi tenne la Regina Isabella moglie e Vicaria di Renato d'Angiò. Guerre sostenute da costui col Re Alfonso: da cui in fine fu costretto ad uscirne ed abbandonare il Regno.
Non meno la morte che il testamento della Regina Giovanna pose in maggiori sconvolgimenti questo Reame; quando prima era combattuto da due Pretendenti, ecco che ora ne surge un terzo, cioè il Pontefice romano. Papa Eugenio intesa la morte della Regina, fece intendere a' Napoletani ch'essendo il Regno Feudo della Chiesa, non intendeva che fosse data ad altri che a colui ch'egli dichiarasse ed investisse; ed intanto che dovesse egli amministrarlo, e destinar il Balio par reggerlo. Alfonso lo pretendeva per se in vigor dell'adozione, e Renato in vigor di questo testamento.
(La Bolla d'Eugenio IV spedita del mese di giugno in Fiorenza nel 1445, colla quale si comanda ai Napolitani di non riconoscere per Re nè Alfonso, nè Renato, è rapportata da Lunig[275]).
Ma i Napoletani ch'erano allora quasi tutti affezionati alla parte Angioina, sentendo la pretensione del Papa, se gli opposero fortemente, e si dichiararono che non volevano altro Re che Renato, ed insino a tanto che egli non venisse a reggerlo, dovesse eseguirsi il testamento della Regina; in effetto furono eletti per lo governo que' sedici Baroni destinati dalla Regina, li quali furono Raimondo Orsino, Conte di Nola: Baldassarre della Rat, Conte di Caserta: Giorgio della Magna, Conte di Pulcino: Perdicasso Barrile, Conte di Montedorisi: Ottino Caracciolo, Conte di Nicastro e Gran Cancelliere, Gualtieri e Ciarletta Caracciolo tutti tre Rossi: Innico d'Anna Gran Siniscalco: Giovanni Cicinello ed Urbano Cimmino, l'uno Nobile di Montagna e l'altro di Portanova: Taddeo Gattola di Gaeta ed altri che si leggono nel testamento della Regina. Questi dubitando che tal reggimento in fine non si convertisse in Tirannia, crearono essi venti uomini Nobili e del Popolo, i quali furono chiamati Balj del Regno. Da costoro fu sollecitato che si dovesse mandar tosto in Francia a notificar a Renato il testamento e volontà della Regina ed il desiderio della città, ed a sollecitarlo che venisse quanto prima; ed in effetto furono tosto mandati tre Nobili a chiamarlo, e fra tanto in lor difesa chiamarono Giacomo Caldora, al quale diedero denari, perchè assoldasse genti; soldarono ancora Antonio Pontudera con mille cavalli e Micheletto da Cotignola con altrettanti, per reprimere gl'insulti d'Alfonso: ed in cotal guisa quelli mesi che corsero tra la morte della Regina, fin alla venuta della Regina Isabella moglie di Renato fu governato il Regno; ond'è, che negl'Istrumenti che si stipularono in quel tempo, non si metteva altro Regnante, ma si diceva: Sub regimine Illustrium Gubernatorum relictorum per Serenissimam Reginam Joannam clarae memoriae.
Dall'altra parte il Re Alfonso avendo intesa la morte della Regina, persuaso che, secondo si dicea, quel testamento non fosse stato di libera volontà della medesima, si apparecchiò subito a far la guerra, e tirò molti al suo partito, come il Duca di Sessa, quello di Fondi, il Principe di Taranto ed alcuni altri; e sollecitato da costoro partì da Messina ove era, e venne a Sessa, indi si portò all'assedio di Gaeta. L'assedio di questa Piazza che durò lungo tempo, poco mancò che non recasse ad Alfonso l'ultima sua ruina, e se non fosse stata la magnanimità del Duca di Milano, la guerra sarebbe finita; poichè il Duca di Milano avendo sollecitati i Genovesi che soccorressero quella città, nè sopportassero che il miglior Porto del Mar Tirreno venisse in potere de' Catalani nemici loro: i Genovesi avendo posto in mare una potente armata, ed Alfonso all'incontro un'altra potentissima, nella quale vi erano personaggi cotanto illustri, quanto oltre Alfonso, erano il Re di Navarra, D. Errico Maestro di S. Giacomo, e D. Pietro suoi fratelli, il Principe di Taranto, il Duca di Sessa, il Conte di Campobasso, il Conte di Montorio, e grandissimo numero d'altri Baroni del Regno di Sicilia e d'Aragona: venutosi a' 5 agosto di quest'anno 1435 ad una battaglia nell'acque di Ponza che durò diece ore, finalmente i Genovesi ruppero l'armata d'Alfonso, e fecero prigionieri il Re istesso, il Re di Navarra, D. Errico, il Principe di Taranto ed il Duca di Sessa, con molti Cavalieri e Baroni, forse al numero di mille; solo si salvò fuggendo ad Ischia D. Pietro con la nave sua. Furono i prigionieri condotti a Savona, e poi portati a Milano, dove il Duca ricevè il Re Alfonso da ospite, non già da prigioniere, e fu tanta la magnanimità del Duca che non solo gli accordò la libertà; ma persuaso da Alfonso che la sicurezza del suo Stato, era l'aver in Italia Aragonesi e non Franzesi, perciocchè se Renato occupava il Reame di Napoli, non resterebbe di movere il Re di Francia a toglierli lo Stato, conchiusero insieme lega; e con cortesia che non ebbe altra simile al Mondo, donò la libertà a lui, a suo fratello ed a tutti gli altri prigionieri, e prima che si fossero firmati i Capitoli della lega, il Duca permise che il Navarra ed il Maestro di S. Giacomo andassero in Ispagna a far nuovo apparato per la guerra di Napoli, e che il Principe di Taranto, il Duca di Sessa e gli altri Baroni del Regno venissero in Napoli a dar animo ai partigiani del Re che credeano che mai più Alfonso potesse sperare d'avere una pietra nel Regno. Poco da poi fu firmata la lega, ed il Duca mandò in Genova ad ordinare che si preparasse l'armata, per andare col Re all'impresa di Napoli.
Mentre queste cose succedettero ne' nostri mari, gli Ambasciadori napoletani, ch'erano stati mandati in Francia a chiamar Renato, trovarono che il Duca di Borgogna, il quale in una battaglia l'avea fatto prigione, e che poi l'avea liberato sotto la fede di tornare, richiese a Renato che osservandoli la fede data fosse tornato a lui, e quando tornò lo pose in carcere: o fosse per invidia, vedendo ch'era chiamato a così gran Regno o fosse per far piacere a Re Alfonso: ciocchè diede materia di discorrere, qual fosse stata maggiore, la sciocchezza di Renato ad andarvi o la discortesia del Duca a porlo in carcere, la quale parve tanto più vituperosa e barbara, quanto che fu quasi nel medesimo tempo della cortesia che fece il Duca di Milano ad Alfonso. Gli Ambasciadori non ritrovandolo, operarono che con loro, come Vicaria del Regno, venisse a prenderne il possesso in vece del marito Isabella, la quale con due piccioli figliuoli Giovanni e Lodovico, sopra quattro galee Provenzali partì, e nel principio d'ottobre giunse a Gaeta, dove dai Gaetani fu ricevuta con molto onore ed ella lodò quei cittadini ch'erano stati fedeli, e loro fece molti privilegj. Passò poi a Napoli dove giunta a' 18 d'ottobre di quest'anno 1435 fu ricevuta con somma allegrezza di tutta la città, alla quale era venuto in fastidio il governo della Balìa e de' Governadori, e dal Conte di Nola le fu giurato omaggio, al cui esempio, quasi tutti i Baroni fecero il simile; ed ella come Vicaria del Re suo marito, cominciò a governare il Regno.
Questa Regina per la sua gran prudenza e bontà fra poco tempo s'avea acquistata presso tutti grandissima benevolenza, tanto che se la fortuna non avesse prosperate tanto le cose d'Alfonso, e attraversate quelle di Renato suo marito, avrebbe stabilito il Regno nella di lui posterità. Ma la lega pattuita col Duca di Milano quando men si credea, e la libertà data ad Alfonso ed a suoi fratelli con inaudita, e non creduta magnanimità, pose in grande spavento la Regina Isabella e tutta la parte Angioina. A questo s'aggiunse, che Gaeta la quale con tanti assalti, e con tante forze non avea potuto pigliarsi, per una tempesta occorsa a D. Pietro fratello d'Alfonso, venne in mano degli Aragonesi; perchè D. Pietro che stava in Sicilia, essendosi mosso con cinque galee per andare alla Spezie a pigliar il Re ch'era stato già liberato, essendo arrivato ad Ischia, fu ritenuto da una grave tempesta di mare nella marina di Gaeta; e perchè in quella città v'era la peste, ed i Gaetani più nobili e più facoltosi erano usciti fuori della Città, e per caso il Governadore era morto, alcuni Gaetani che teneano la parte del Re Alfonso andarono ad offerirsegli, e a dargli la città in mano. D. Pietro restò in Gaeta, e mandò Raimondo Periglio con le galee a Porto Venere, dove trovò il Re che avuta la novella della presa di quella Piazza, tosto si incamminò a quella volta, ed il dì 2 febbrajo del nuovo anno 1436 vi si portò, e passarono molti mesi che senza fare impresa alcuna andava e veniva da Gaeta a Capua che se gli era parimente resa. S'aggiunse ancora la ribellione del Conte di Nola, di quello di Caserta e di molti altri Baroni che vennero al suo partito.
Questa prosperità d'Alfonso fece pensare alla Regina, ed a coloro della sua parte di dimandar al Papa soccorso; e furono inviati Ottino Caracciolo e Giovanni Coffa al Pontefice Eugenio a chiederlo, il quale con molta prontezza il diede; perchè il Papa, sapendo l'ambizione del Duca di Milano che da se solo tentava di farsi Signore di tutta l'Italia, pensava ora che molto maggiore sarebbe stata l'audacia sua, essendogli giunta l'amicizia del Re d'Aragona e di tanti altri Regni; onde mandò Giovanni Vitellisco da Corneto Patriarca Alessandrino, uomo più militare che ecclesiastico, con tremila cavalli e tremila fanti in soccorso della Regina, e con questo si sollevò molto la parte Angioina; e tanto più quanto che acquistò l'amicizia de' Genovesi ch'erano diventati mortali nemici del Duca e del Re d'Aragona, li quali con grandissima fede favorirono quella parte fino a guerra finita.
Si guerreggiò per tanto con dubbio evento per ambe le Parti, e mentre ardea la guerra in molte parti del Regno, il Duca di Borgogna, ricevuta una grossa taglia, liberò Renato, il quale senza perder tempo si imbarcò in Marsiglia, e con vento prospero venne a Genova, ove a' 8 di aprile di quest'anno 1438 fu con sommo onor ricevuto; ed avute da' Genovesi sette altre galee sotto il governo di Battista Fregoso si partì, e navigando felicemente, a' 9 maggio giunse in Napoli.
(Prima di partir Renato da Marsiglia a' 20 gennaro dell'anno 1438 spedì Legati ad Eugenio, a' quali diede mandato di filial ubbidienza, e procura di poter transigere col Papa ogni controversia, ed in suo nome intervenire nel Concilio designato dal Papa, di doversi convocare in Ferrara o in altro luogo che piacerà ad Eugenio; il qual si legge presso Lunig[276]).
Fu a Napoli con gran festa ricevuto Renato, cavalcando per la città con Giovanni suo primogenito con giubilo ed applauso grande, e per tutto il Regno sollevò molto gli animi della parte Angioina per la gran fama delle cose fatte da Luigi nelle guerre di Francia contro gl'Inglesi; la qual fama comprobò colla presenza e co' fatti; perchè subito che fu giunto, e dai Napoletani ricevuto come Angelo disceso dal Cielo, cominciò a voler riconoscere i soldati ch'erano in Napoli, e la gioventù napoletana e ad esercitargli; onde acquistò grandissima riputazione insieme e benevolenza. Mandò subito a chiamare il Caldora, col quale consultò di ciò che dovea farsi per l'amministrazione della guerra; e deliberarono, dopo essersegli resa Scafati, di passare in Abruzzo ed all'assedio di Sulmona.
Ma mentre che Renato era in Abruzzo colla maggior parte della gioventù napoletana, il Re Alfonso, al quale da Sicilia e da Catalogna eran venute molte galee per rinforzo, andò con quindicimila persone ad accamparsi a Napoli sopra la riva del fiume Sebeto. I Napoletani per l'assenza del Re loro, restarono per lo principio molto sbigottiti; ma non mancarono poi con l'ajuto de' Genovesi di far una valida difesa, tanto che Alfonso fu costretto a levar l'assedio e ritirarsi a Capua, nel quale vi perdè D. Pietro suo fratello, che vi rimase ucciso da una palla di cannone.
Renato, ridotte tutte le terre di Abruzzo a sua devozione, sentendo l'assedio di Napoli, per la via di Capitanata e di Benevento tosto venne a soccorrerla; e dopo aver tolto a' Catalani la torre di S. Vincenzo, entrò in speranza di ricuperare il Castello Nuovo che per tanti anni era stato in mano degli Aragonesi: ordinò per tanto al Castellano di S. Eramo che cominciasse a danneggiarlo, poich'essendogli cominciato a mancar la polvere ed il vitto, era impossibile potersi difendere, ed il soccorso che avrebbe potuto venirgli dal Castel dell'Uovo ch'era in mano d'Alfonso, era impedito dalle navi de' Genovesi. In questo arrivarono in Napoli due Ambasciadori di Carlo VI Re di Francia, il quale dubitando che Renato suo parente non ritornasse discacciato dal Regno per le poderose forze d'Alfonso, mandò a trattar la pace tra questi Re; e prima d'ogni altra cosa trattarono i patti della resa del castello. Ma il Renato che stava esausto per le spese fatte alla guerra, fece proponer ad Alfonso la tregua per un anno, offerse di contentarsi che 'l castello si ponesse in sequestro in mano degli Ambasciadori, e passato l'anno si restituisse al Re Alfonso munito per quattro mesi. Ma Alfonso che vedea le forze di Renato tanto estenuate, elesse di perdere più tosto il castello che dargli tanto spazio di respirare, e con nuove amicizie riassumere forze maggiori, talchè gli Ambasciadori franzesi se ne ritornarono senza aver fatto altro effetto che intervenire alla resa del castello, il qual si rese a' 24 agosto di quest'anno 1439, con patto che il presidio se ne uscisse con quelle robe che ciascun soldato potea portarsi, non senza dispetto d'Alfonso, il quale in faccia sua si vide perdere quel castello che s'era per lui tenuto undici anni, quando egli non possedeva una pietra nel Regno, ed ora perdersi in tempo che con sì grand'esercito possedeva le tre parti del Regno.
Compensò non però Alfonso questa perdita coll'acquisto che fece della città di Salerno, la quale se gli rese senza contrasto, e della quale ne investì con titolo di Principe, Ramondo Orsino Conte di Nola, al quale l'anno avanti avea data per moglie Dianora d'Aragona sua cugina col Ducato d'Amalfi, e poi subito tornò in Terra di Lavoro.
La morte improvvisa seguita a' 15 di ottobre di quest'anno di Giacomo Caldora celebre Capitano di quei tempi indebolì in gran parte le forze di Renato; poichè quantunque Renato avesse ad Antonio Caldora suo figliuolo confermati tutti gli Stati paterni, e l'Ufficio di G. Contestabile[277], e di più l'avesse mandato il privilegio di Vicerè in tutta quella parte del Regno che gli ubbidiva; nulladimanco essendo poi venuto in sospetto, che il Caldora tenesse secreta intelligenza con Alfonso lo fece imprigionare. Ciò che cagionò il maggior suo danno; poichè i soldati Caldoreschi levatisi in tumulto, con quella facilità che fu carcerato, colla medesima fu liberato. Antonio per questa ingiuria avendo ragunato il suo esercito, impetrò dal Re Alfonso tregua per 50 giorni, e venuti insieme a parlamento, il Caldora se gli offerse con tutte le sue genti. Intanto Acerra e poi Aversa nel 1421 si resero ad Alfonso; onde Renato rimasto molto debole per la partenza del Caldora, e vedendo in tanta declinazione lo stato suo, ne mandò la Regina Isabella sua moglie ed i figliuoli in Provenza; e cominciò a trattare accordo ed offerire di cedere il Regno al Re Alfonso, purchè pigliasse per figlio adottivo Giovanni suo primogenito, il qual dopo la morte d'Alfonso avesse da succedere al Regno. Ma i Napoletani che stavano ostinatissimi ed abborrivano la Signoria de' Catalani, il confortavano e pregavano che non gli abbandonasse, perchè Papa Eugenio, il Conte Francesco Sforza ed i Genovesi, a' quali non piaceva che 'l Regno restasse in mano de' Catalani, subito che avessero intesa la ribellione del Caldora, avrebbero mandati nuovi aiuti; e per questo lo sforzarono a lasciare la pratica della pace: e già fu così, perchè i Genovesi mandarono nuovi soccorsi, ed il Conte Francesco mandò a dire che avrebbe inviati gagliardi e presti aiuti.
Ma tutti questi aiuti non poterono far argine alla prospera fortuna d'Alfonso; poichè nel seguente anno 1442, quando meno 'l pensava, stando in Capua, venne un Prete dell'isola di Capri ad offerire di dargli in mano la Terra: Alfonso mandò subito con lui sei galee, e senza difficoltà il trattato riuscì, ed ebbe quell'isola, la quale se ben parea piccolo acquisto, tra poco si vide che importò molto: poichè una galea che veniva da Francia, avendo corsa fortuna e credendo che l'isola fosse a devozione del Re Renato, pose le genti in terra, le quali furono tutte prese dagli isolani e si perderono con la galea ottantamila scudi, che si mandavano a Renato per rinforzo: il che parve che avesse tagliato in tutto i nervi e le forze di Renato, poichè con quelli danari avria potuto prolungare buon tempo la guerra.
Così vedendo Re Alfonso, che la fortuna militava per lui, andò ad assediar Napoli dove accampato, vedendo quella città tanto indebolita di forze, che appena poteano guardare le porte e le mura, mandò parte delle genti ad assediar Pozzuoli, che dopo valida resistenza si rese con onorati patti; indi mandò a tentare la torre del Greco, che si rese subito: poi per tenere più stretta la città di Napoli fece due parti dell'esercito, una parte ne lasciò alle paludi che sono dalla parte di levante con D. Ferrante suo figliuol bastardo e l'altra condusse ad Echia, e s'accampò a Pizzofalcone. La città fece valida difesa, ma introdotte per un acquedotto le genti di Alfonso dentro la città di Napoli, a' 2 giugno di quest'anno 1442 fu presa; e benchè l'esercito aragonese, irato per la lunga resistenza, avesse cominciato a saccheggiar la città, il Re Alfonso con grandissima clemenza cavalcò per le strade con una mano di Cavalieri e di Capitani eletti, e vietò a pena della vita che non si facesse violenza nè ingiuria a' cittadini, sicchè il sacco durò solo quattro ore, nè si sentì altra perdita che di quelle cose, che i soldati poteano nascondere, perchè tutte le altre le fece restituire.
Renato, ridotto nel Castel Nuovo, permise a Giovanni Cossa, ch'era Castellano del castel di Capuana, che rendesse il castello per cavarne salva la moglie ed i figli; ed il dì seguente essendo arrivate due navi da Genova piene di vettovaglie, in una di esse montò con Ottino Caracciolo, Giorgio della Magna e Giovanni Cossa, e fatta vela si partì, mirando sempre Napoli, sospirando e maledicendo la sua rea fortuna, e con prospero vento giunse a porto Pisano, e di là andò a trovare Papa Eugenio ch'era in Fiorenza, il quale fuor di tempo gli diede l'investitura del Regno, confortandolo che si sarebbe fatta nuova lega per farglielo ricuperare: Renato, che non vide altro che parole vane, gli rispose, che voleva andarsene in Francia, acciocchè non facessero mercatanzia di lui i disleali Capitani italiani; e perch'era debitore di grandissima somma di denari ad Antonio Calvo genovese, che l'avea lasciato Castellano del Castel Nuovo di Napoli, poichè vide che da Papa Eugenio non avea avuto altro che conforto di parole, scrisse ad Antonio che cercasse di ricuperare quel che dovea avere, vendendo il castello al Re Alfonso, come fece.
Ecco il fine della dominazione degli Angioini in questo Reame, li quali da Carlo I d'Angiò insino alla fuga di Renato l'aveano governato centosettantasette anni. Ecco come fu trasferito in mano degli Aragonesi, che da poi lo tennero settantadue anni. Ma Renato partendo portò seco in Francia tali semi di discordie e di crudeli guerre, che lungamente turbarono il Regno; poichè i Re di Francia succeduti nelle di lui ragioni ed a quelle di suo figliuolo Giovanni, spesso lo combatterono; e quantunque sempre con infelice successo, non è però che non fossero stati cagione di grandissimi sconvolgimenti e disordini, come si vedrà ne' seguenti libri di quest'Istoria.
CAPITOLO VIII. De' Riti della Gran Corte della Vicaria; e de' Giureconsulti che fiorirono nel Regno di Giovanna II e di Renato: e da' quali fosse compilata la famosa prammatica nominata la Filingiera.
Quantunque durante il governo di questa Regina e di Renato fossesi veduto il Regno cotanto sconvolto e da crudeli guerre combattuto, a tal che le lettere e le discipline furon poco coltivate e molto meno esercitate, e Giovanna per suoi laidi ed instabili costumi, avesse contaminata la Sede Regale e posto in disordine tutto il Reame; non è però, che affatto presso di noi fossero mancate le lettere ed i Giureconsulti, e non rilucesse fra tante laidezze qualche raggio di virtù in quella Regina; poichè meritò molta lode e commendazione per essere stata tutta amante della giustizia e tutta intesa a riformare i Tribunali, e non permettere in quelli sordidezza alcuna ne' suoi Ministri e ne' loro Ufficiali minori. Ella col consiglio de' suoi savj tolse molti abusi, riformò molte cose, perchè la giustizia fosse ben amministrata, ed i litiganti non fossero angariati nelle spese degli atti e delle liti. A questo fine ridusse in miglior forma i Riti del Tribunale della Gran Corte, e molti altri ne stabilì di nuovo.
Questo Tribunale era riputato ancora supremo, non solo della città ma di tutto il Regno, al quale essendosi unito l'altro del Vicario, queste due Corti unite insieme componevano il più eminente pretorio del Reame. La città di Napoli, ancorchè avesse la corte del suo Capitano, nulladimanco non avendo questa, se non la cognizione delle sole cause criminali sopra le persone del suo distretto, nè potendo conoscere delle civili e molto meno delle feudali, di quelle di Maestà lesa e di molte altre più gravi[278]; e potendosi da quella appellare alla Gran Corte, siccome di tutte le altre Corti delle città del Regno, non era perciò in molta considerazione; e fu poi tanta la sua declinazione, che nel Regno degli Aragonesi s'estinse affatto, e la cognizione delle sue cause passò pure, e s'incorporò nel Tribunale della Vicaria.
Siccome fu rapportato nel 20 libro di quest'istoria, era composto questo Tribunale di due Corti, di quella del G. Giustiziere, detta Cura Magistri Justitiarii, e dell'altra chiamata Cura Vicarii ovvero Vicaria. Per le molte ordinazioni de' predecessori Re angioini, essendosi vicendevolmente comunicate le giurisdizioni di queste due Corti, venne col correr degli anni a farsene una, chiamata perciò come ivi si disse Gran Corte della Vicaria: riputandosi inutile considerarle come due Tribunali distinti, e dove dovessero impiegarsi più Ministri separati, i quali avessero la stessa cognizione ed autorità. Essendo capo della Gran Corte il Gran Giustiziere, per questa unione venne il medesimo a presiedere ancora a quella del Vicario; ond'è, che tutte le provisioni ed ordini, che dalla Gran Corte della Vicaria si spediscono tanto per Napoli, quanto per tutto il Regno, sotto il titolo del Gran Giustiziere siano pubblicate. Prima avea questi autorità di mettere suoi Luogotenenti ovvero Reggenti per amministrarla; ma da poi gli fu tolta, e fu riserbato al Re e suo Vicerè di creargli.
Componendosi adunque questo Tribunale di due Corti; quindi è, che in questi Riti sovente la Regina di lor parlando: In nostris Magnae et Vicariae Curiis[279]; ed altrove[280]: Judices ipsarum Curiarum. Parimente ne' privilegi che spedì nell'anno 1420 a' Napoletani registrati in questi Riti[281], volendo che di quelli potessero valersi in tutte le Corti, disse: Quod nulla Curia civitatis Neapolitanae, tam scilicet M. Curia Domini Magistri Justitiarii Regni Siciliae, seu ejus Locumtenentis, ac Regentis Curiam Vicariae, quam Capitaneorum, vel alienorum Officialium etc.
Questo modo di parlare fu ritenuto durante il Regno degli Angioini insino all'ultimo Re Renato; poichè Isabella sua Vicaria nel 1436 drizzando una sua legge a Raimondo Orsino G. Giustiziere del Regno, la quale pur leggiamo fra questi Riti[282], così favella: Magnifico Raymundo de Ursinis, etc. Magistro Justitiario R. Siciliae, et ejus Locumtenenti, necnon Regenti Magnam Curiam nostrae Vicariae etc.
Furono per tanto dalla Regina Giovanna dati molti provvedimenti per questo Tribunale intorno allo stile e modo di procedere nelle cause, così civili come criminali: ciò che bisognava osservare per la fabbrica de' processi, perchè gli atti fossero validi: la norma per la liquidazione degl'istromenti: per le citazioni: per l'incusa delle contumacie: per l'esame: per le pruove; e tutto ciò che riguarda la tela ed ordine giudiziario. Si prescrive il numero dei Giudici, de' Mastrodatti e loro Attuarj; si tassano i loro diritti ed emolumenti; e sopra tutto si raccomanda la retta amministrazione della giustizia, riformando molti abusi, in che questo Tribunale era caduto per li tanti disordini e rivoluzioni accadute nel Regno.
Merita riflessione il Rito 1235, che infra gli altri questa Regina fece divolgare; poichè quantunque nel Regno degli Angioini, e molto più nel suo, si proccurasse andar a seconda de' romani Pontefici; con tutto ciò non permise questa Regina, che si togliesse quell'antico costume praticato nella Gran Corte di conoscere ella del chericato e d'obbligare il preteso Cherico a comparire personalmente avanti i suoi Ufficiali, per pruovare i requisiti di quello, e sottoporsi intorno a ciò alla sua giudicatura: che che altramente ne disposero le decretali[283], come si dice nel Rito istesso[284]. E pure tutto ciò ne' seguenti tempi non bastò agli Ecclesiastici, perchè nel Pontificato di Pio V non intraprendessero di dover essi assumerne la conoscenza e d'abbattere il Rito, che per tanti anni erasi osservato; come si vedrà ne' seguenti libri di questa istoria, quando ci toccherà favellare del Governo del Duca d'Alcalà Vicerè di questo Regno.
Queste ordinazioni non furono in un tratto stabilite, ma di tempo in tempo, col consiglio de' suoi savii, Giovanna le dispose; e si crede che la maggior parte fossero state emanate dall'anno 1424 insino al 1431 che furono gli anni, che ebbe qualche tregua e riposo; poichè in tutto il resto del suo Regno fu per la sua instabilità travagliata tanto, e tanto distratta in altre pericolose cure ed affanni, sicchè non la fecero pensare, che alla propria difesa ed alla sua propria libertà.
Furono poi questi Riti uniti insieme, a' quali ella prepose una costituzione proemiale, per la quale loro diede forza e vigor di legge, comandando che quelli fossero inviolabilmente osservati non pure in Napoli nella Gran Corte della Vicaria e nelle altre Corti di questa città, ma in tutte le altre del Regno: ordinò ancora, che tutti gli altri Riti fuor di questi, che per l'addietro s'erano osservati, s'abolissero, si cassassero e non avessero nelle Corti niun vigore ed efficacia. Quindi presso i nostri Autori nacque quella comune sentenza, che ciò che s'osservava nel Tribunale della Vicaria fosse come una norma di tutti gli altri Tribunali inferiori del Regno, e che lo stile di quello dovesse praticarsi negli altri Tribunali inferiori.
Gli Scrittori, che o con picciole note o con ben lunghi commentarj impiegarono le loro fatiche sopra i medesimi, per maggior distinzione, e perchè allegati tosto si rinvenissero, gli divisero per numeri; onde ora il lor numero arriva a quello di trecento ed undici.
Fra essi vi collocarono un ordinamento, che la Regina Isabella moglie del Re Renato e sua Vicaria del Regno, stabilì nell'anno 1436 indrizzato, come fu detto, a Raimondo Orsino Gran Giustiziere[285]. Ella lo stabilì come Vicaria Generale di suo marito, come si legge nella iscrizione: Isabella Dei gratia Hierusalem, et Siciliae Regina etc. et pro Serenissimo et illustrissimo Principe, et Domino conjuge nostro Reverendissimo Domino Renato, eadem gratia, dictorum Regnorum Rege, Vicaria Generalis; con questa data: Datum in Regio, nostroque Castro Capuanae Neap. per manus nostrae praedictae Isabellae Reginae, A. D. 1436 die 14 mensis aprilis, 14 Indict. Regnorum vero dicti Domini Regis II. E questo è l'ultimo ordinamento, che a noi è rimaso de' Re dell'illustre casa d'Angiò.
È da notare ancora, che in questi ultimi tempi dei Re angioini, le leggi de' Longobardi non ostante di essere risorte le Romane, e restituite nella loro antica autorità, non erano nel nostro Regno affatto abolite ed andate in disusanza: vi erano per anche chi viveano secondo quelle leggi[286]: si davano perciò alle donne i Mundualdi, senza de' quali, così i giudicii, come i lor contratti eran invalidi[287]. Non si concedeva repulsa tra coloro, che viveano secondo la legge Longobarda, contro i loro sacramentali[288]; ed ancorchè Annibale Troisio e Prospero Caravita testificano, che que' Riti erano andati in disusanza, ciò era forse vero, riguardandosi a tempi, ne' quali scrissero i loro commentarj, non già nel Regno di Giovanna, la quale inutilmente si sarebbe posta a dar suoi regolamenti su di ciò, se non vi fossero stati nel Regno coloro che fosser vivuti sotto il Jus Longobardo. Anzi non sappiamo con quanta verità possa ciò dirsi, anche nell'età di questi Commentatori, quando fino a' nostri tempi in alcune parti del Regno i Notari ne' loro istromenti, quando intervengono donne, vi fanno intervenire anche per esse i Mundualdi; e quando ciò non sia, soglion perciò dire, che i contraenti vivono Jure Romano: ciò che altrove fu da noi avvertito.
Questi Riti per la loro utilità, e perchè contengono infiniti regolamenti, massimamente intorno alla fabbrica de' processi, e dell'ordine giudiciario, furono prima con picciole note, poi con pieni commentarj dai nostri Autori esposti.
Il primo fu Annibale Troisio, detto comunemente il Cavense, per essere stata la Cava sua patria, di cui non si dimenticò Gesneio nella sua Biblioteca. Fiorì egli nel principio del decimosesto secolo, e finì questi suoi commentarj al primo di novembre dell'anno 1542 com'egli testimonia nel fine dell'opera. Aggiunsero alcune picciole addizioni a' suoi commentarj, Cesare Perrino di Napoli, Giovan Michele Troisio e Girolamo de' Lamberti, e presso gli Autori del nostro Foro acquistarono non picciola autorità, e furon sempre riguardati con rispetto, ed onore. Giovan Francesco Scaglione Dottor napoletano, ma originario d'Aversa, parimente compose sopra i medesimi alcuni piccioli commentarj, ma non sopra tutti; e fece alcune osservazioni di ciò ch'egli avea veduto praticare nella Gran Corte mentre era Avvocato; ed i suoi commentarj furono la prima volta impressi in Napoli nel 1553.
Oscurò la fama di amendue Prospero Caravita di Eboli, il quale nello spazio d'un anno e mezzo, cominciando i suoi commentari in Eboli sua patria, nel mese di marzo del 1559, gli terminò felicemente in Agosto del 1560. Non vi era giorno, che non vi impiegasse i suoi studj, ora in Eboli, ora in Salerno, dove in quella Udienza esercitò la carica d'Avvocato fiscale. Riuscirono assai dotti e copiosi, tanto che presso i posteri fu riputato il Dottor più classico di quanti mai sopra questi Riti scrivessero.
Ultimamente a' dì nostri surse il Reggente Petra, il quale vi compose sopra ben quattro volumi: meritano piuttosto nome di magazzini che di commentarj:, poichè oltre di quel che bisognava per illustrargli, gli riempiè di tante e sì varie materie, che vi racchiuse quanto egli seppe, e quanto da altri apprese: divagossi in varie dispute ed articoli occorsi sopra cause recenti ed agitate a' suoi tempi; onde gli caricò di molte allegazioni e d'infinite e varie altre cose affatto estranee dal soggetto, che avea per le mani. Può aversene buon uso per li molti esempi di cause a' suoi dì decise, e per la moderna pratica e stile, non men della Gran Corte che degli altri nostri Tribunali.
§. I. De' Giureconsulti di questi tempi, e da' quali fu compilata la prammatica detta la Filingiera.
I Giureconsulti, che fiorirono nel Regno di Giovanna II e di Renato sino ad Alfonso, non sono da paragonarsi, così nel numero, come nel sapere con coloro, che vissero sotto il Re Roberto e sotto la Regina Giovanna I sua nipote. Essi non ci lasciarono niente delle loro opere e de' loro scritti. Solamente si rese in questi tempi celebre Marino Boffa da Pozzuoli, il quale adoperato dalla Regina negli affari più gravi del Regno, fu innalzato da lei al supremo Ufficio di Gran Cancelliere; ma poi entrato in gara col Gran Siniscalco Sergianni, questi operò tanto con la Regina, che a sua istanza nel principio dell'anno 1419 lo privò dell'Ufficio, surrogando in suo luogo Ottino Caracciolo[289]. Ciò che deve far cessar la maraviglia, che Toppi[290] avea, come Marino in tempo della prammatica Filingiera, che si stabilì nell'anno 1418 era Gran Cancelliere e poi quando fu instituito il Collegio de' Dottori nel 1428 non lo era.
Fiorirono ancora Giovanni di Montemagno e Pietro di Pistoja Giudici della Gran Corte e Giovanni Arcamone Giudice d'appellazione di detta Corte. Ebbero ancor fama di gravi Dottori Biagio, Cisto, Carlo di Gaeta, Gorrello Caracciolo, Carlo Mollicello, il Giudice Giacomo Griffo e l'Abate Rinaldo Vassallo di Napoli. Fiorirono ancora in questi medesimi tempi Bartolommeo Bernalia di Campagna, di cui presso Toppi[291] hassi onorata memoria, ed altri di men chiaro nome. Questi furono i Giureconsulti de' quali la Regina nelle deliberazioni più gravi solea valersi.
Costoro furono adoperati nella cotanto celebre prammatica detta la Filingiera, stabilita dalla Regina a richiesta del Gran Siniscalco Sergianni, per l'occasione che diremo. Avea Sergianni per moglie Caterina Filingiera figliuola di Giacomo Conte d'Avellino: questi nel suo testamento istituì eredi ne' beni feudali Gorrello suo figlio primogenito, e ne' burgensatici Caterina e tre altri suoi fratelli, Alduino, Giovannuccio ed Urbano; ed oltracciò, a Caterina avanti parte lasciò ottocento once, le quali si diedero in dote a Sergianni. Gorrello morì poi senza figli, e gli altri tre suoi fratelli, che rimasero, parimente l'un dopo l'altro, morirono in età pupillare. Aspiravano alla successione Filippo lor zio paterno fratello di Giacomo; Ricciardo Matteo Filingiero figlio, ed erede di Ricciardo fratello di Filippo, il Fisco che pretendeva essersi il Contado devoluto, e Caterina moglie di Sergianni. Costei supplicò la Regina, che avendo riguardo a' servizj di lei, de' suoi antecessori e di suo marito, non la facesse litigare co' suoi parenti, nè col Fisco; ma si compiacesse la cognizione di questa causa commetterla alla perizia di que' Dottori, che Sua Maestà stimava più idonei, i quali senza figura di giudicio, esaminando le ragioni delle Parti, determinassero chi dovesse succedere nel Contado d'Avellino, se lei, o pure i suoi congiunti, ovvero dovesse dirsi il Contado devoluto. La Regina aderì alle sue preci, ed elesse per la decisione della causa il Gran Cancelliero Marino Boffa, e gli altri di sopra riferiti Dottori, li quali avendo ben discusso ed esaminato il punto, giudicarono, che Caterina dovesse succedere, non ostante, che fosse stata dotata dal fratello; poichè la dote non le fu costituita de' beni del medesimo. La Regina non solo s'uniformò alla loro determinazione, ma la fece passare per legge generale del Regno, e nell'anno 1418 sopracciò ne fece emanar prammatica, per la quale fu stabilito, che fra coloro, che vivono jure Francorum, la sorella maritata, ma non dotata de' suoi beni, non dovesse escludersi dalla successione del fratello; tutto al contrario in coloro, che vivono jure Longobardorum dove la sorella vien esclusa, bastando che fosse stata dotata, o dal comun padre o dal fratello. Questa è quella prammatica cotanto fra noi rinomata, detta la Filingiera, che porta la data de' 19 gennaio del suddetto anno 1418, e fu istromentata nel Castel Nuovo; la quale si vede ora racchiusa nel secondo volume delle nostra prammatiche sotto il titolo de Feudis[292]; intorno alla quale s'è poi tanto scritto e disputato da' nostri Scrittori Forensi.
CAPITOLO IX. Istituzione del Collegio de' Dottori in Napoli.
L'Università degli Studj di Napoli, che fiorì tanto sotto il Re Carlo I e II, e di Roberto suo figliuolo, li quali l'adornarono di molte prerogative e privilegi, teneva prima il suo Rettore, ch'era uno de' primi Dottori, allora chiamati Maestri dell'Università, al quale Carlo e Roberto diedero ampia giurisdizione sopra gli scolari di quella. Teneva ancora questa Università il suo Giustiziere a parte, ed altri Ufficiali minori. Da poi, come altrove si disse, la Prefettura degli Studi fu conceduta al Cappellan Maggiore, il quale come Prefetto n'avea la cura e soprantendenza. L'università dava i gradi del Dottorato, di Licenziato, ovvero Baccalaureato, siccome oggi giorno si pratica nell'Università degli Studj di Francia, e nell'altre città d'Europa. Anzi la potestà di conferire i Gradi fu da alcuni riputata cotanto necessaria, e sustanziale dell'Università degli Studj, che senza quella non meritavano essere l'Accademie chiamate Università[293]. Questo Dottorato nella maniera, che si conferisce ora, non era riconosciuto da' Romani: nè molti secoli appresso sino al Pontificato d'Innocenzio III. Ed il Conringio[294], osserva, che a' tempi d'Alessandro III che fiorì 20 anni prima d'Innocenzio, non vi era Dottorato, e si permetteva a tutti, che mostravano erudizione ed idoneità, di reggere gli Studi delle lettere e le scuole; ed il primo, che tra i Cancellieri di Parigi fosse onorato col titolo di Maestro (che in quel tempo l'istesso era ciocchè noi chiamiamo Dottore) fu Pietro di Poitiers, il qual fiorì sotto Innocenzio III[295]. Ed il Mulzio e Vitriario portarono opinione, che nel duodecimo secolo questi Gradi si fossero introdotti. Regolarmente le Università degli Studi gli conferivano, ed in Napoli ed in Salerno, prima che regnasse la Regina Giovanna, quelle Università gli davano; nè fu questa Regina, che prima gl'istituisse, perchè dall'istesso suo privilegio si vede, che nell'Università v'erano i Dottori ed il Rettore, destinati per la creazione degli altri.
La Regina Giovanna II volle farne un Collegio separato con trascegliergli, parte dall'Università degli Studi e parte dagli altri Ordini, al quale unicamente attribuì il potere di dar i gradi di Licenziatura e di Dottorato. I primi Dottori, che si trascelsero, e che sono nominati nel privilegio della istituzione, istromentato nel Castel di Capuana nell'anno 1428, furono il Dottor Giacomo Mele di Napoli, che fu creato priore del Collegio. Andrea d'Alderisio di Napoli Dottor di leggi: Marino Boffa, che privato del posto di Gran Cancelliere, si vide come Dottore ascritto con gli altri in questo Collegio: Gurrello Caracciolo di Napoli Dottor di leggi: Giovanni Crispano di Napoli Vescovo di Tiano Dottor di leggi: Goffredo di Gaeta di Napoli Milite e Dottore: Carlo Mollicello di Napoli Dottor di leggi e Milite: Girolamo Miroballo di Napoli Dottor di leggi: e Francesco di Gaeta di Napoli parimente Dottor di leggi. Concedè ancora nell'istesso privilegio la sovrantendenza e giurisdizione così nelle cause civili, come nelle criminali de' Dottori e Scolari, al Gran Cancelliere del Regno, che allora era Ottino Caracciolo, non intendendo però pregiudicare alla giurisdizione del Giustiziere degli Scolari[296]; e sottopose il Governo del Collegio al Gran Cancelliere o suo Vicecancelliere, ch'egli volesse eleggere, assegnandogli i Bidelli, il Segretario ed il Notaro.
La prima e principal prerogativa che gli diede, fu di conferire i gradi di Dottorato o Licenziatura nelle leggi civili e canoniche. Si prescrissero i doni, ovvero sportule che gli Scolari doveano prestare così al Vicecancelliere, come agli altri Dottori del Collegio quando si dottoravano; e fra l'altre cose comandò, che all'Arcivescovo di Napoli, se si trovasse presente all'atto del Dottorato, se gli dovesse dare una berretta ed un par di guanti[297]: ciò che in decorso di tempo andò in disusanza, perchè gli Arcivescovi di Napoli saliti in maggior fasto e grandezza, sdegnarono di più intervenire a queste funzioni, niente curandosi d'un sì picciol dono. Stabilì in fine il numero de' Collegiali, la loro Elezione ed il modo da doversi tenere nel Dottorare e si disposero le Precedenze, così nel sedere, come nel votare, e si diedero altri particolari provvedimenti, li quali si leggono nel privilegio della fondazione, che fu tutto intero impresso dal Reggente Tappia ne' suoi volumi[298], e ne fece anche menzione Matteo degli Afflitti[299]; ed il Summonte[300] rapporta in più occasioni essersi il di lui transunto presentato nel S. C., ed ultimamente Muzio Recco[301] lo stampò anch'egli insieme con le sue chiose, che vi compose, piene di molte cose puerili, e d'inutili quistioni.
Questo Collegio non era che di Dottori dell'una e l'altra legge; era ancor di dovere che se ne formasse un altro di Filosofi e di Medici, e la Regina a richiesta del Gran Cancelliere Caraccioli non fu pigra a stabilirlo. Ella dopo un anno e nove mesi, nel 1430 a' 18 agosto spedì altro privilegio per la sua fondazione. Lo sottopose parimente al Gran Cancelliere, volendo che ne fosse egli il Capo ed il Moderatore o in sua vece il suo Luogotenente. Gli diede il suo Priore, e trascelse a questa carica il Priore del Collegio di Salerno, Salvatore Calenda, il qual era anche Medico della Regina. L'assegnò un Notaro, ed un Bidello; e volle che i Collegiali fossero, oltre Salvator Calenda Priore, Pericco d'Attaldo d'Aversa Medico e Lettore di Medicina nell'Università degli Studj di Napoli: Raffaele di Messer Pietro Maffei della Matrice, Medico e Lettore nell'Università suddetta: Antonio Mastrillo di Nola, Medico: Battista de Falconibus di Napoli, Medico e parimente Lettore in Napoli: Angiolo Galeota di Napoli, Medico e Lettore in detta Università: Nardo di Gaeta di Napoli, Milite e Medico della Regina: Luigi Trentacapilli di Salerno, Milite e Dottore in Medicina: Maestro Paolo di Mola di Tramonti, Medico: Roberto Grimaldo d'Aversa Medico: e Paolino Caposcrofa di Salerno, suo familiare e Medico.
Avendo parimente posto questo Collegio sotto la giurisdizione del Gran Cancelliere, ordinò che questi fosse il Giudice competente nelle cause, così civili come criminali de' Medici Collegiali; prescrisse parimente i doni che i Dottorandi dovean dare: ordinò che l'esperienza, che doveva farsi dell'abilità del Dottorando, si facesse sopra gli Aforismi d'Ippocrate e ne' libri della Fisica e de' Posteriori d'Aristotele. Pure all'Arcivescovo di Napoli, intervenendo alla funzione, stabilì che se gli dasse la berretta ed un par di guanti: a' Teologi pure un par di guanti e così anche agli altri nella forma che si legge nel privilegio. Stabilì il modo di dottorare, e prescrisse anche il numero, l'elezione e le precedenze de' Collegiali.
Egli è da notare che ad amendue questi Collegi dalla Regina furono ammessi non pure gl'oriundi ed i cittadini napoletani, ma anche gli oriundi del Regno, i quali per quattro anni continui avessero nella città di Napoli pubblicamente insegnato nelle scuole. Di questo privilegio fece parimente menzione Afflitto[302]; ed il Summonte[303] anche attesta, essersi il suo transunto presentato in occasion di liti nelle Banche del S. C. ed il Reggente Tappia lo fece anche imprimere nel suo Jus Regni.
A questi due fu poi unito il Collegio di Teologia, composto di Teologi, e per lo più di Reggenti e di Lettori Claustrali. Dottorano anch'essi in teologia e danno lettere di Licenziatura. È parimente sotto la giurisdizione del Gran Cancelliere che lo riconosce per suo Capo e Moderatore. Così oggi il Collegio di Napoli vien composto di tre ordini di Dottori, di coloro di legge civile e canonica, di Dottori di filosofia e di medicina e dell'altro di teologia: essi danno i gradi e le licenziature nelle leggi, nella filosofia e medicina e nella teologia. Collegio che ancorchè ceda a quello di Salerno per antichità, si è però innalzato tanto sopra di quello, che secondo portano le vicissitudini delle mondane cose, non pur contese, per la maggioranza, ma ora, e per lo numero e per dottrina de' Professori, tanto egli s'è reso superiore, quanto l'una città è sopra l'altra più eccelsa e più eminente.
Da' successori Re Aragonesi, e più dagli Austriaci intorno all'amministrazione e governo di questo Collegio, circa i requisiti richiesti ne' Dottorandi, e per la sua forma e durata, furono stabiliti più ordinamenti, che si leggono nel volume delle nostre prammatiche; ed il Reggente Tappia[304] ne unì insieme molti sotto il titolo De Officio M. Cancellarii. Giovan Domenico Tassone[305] ne trattò anche nel suo Magazzino De Antefato e finalmente Muzio Recco[306] nel 1647 ne stampò un volume, ove anche vi tessè un ben lungo Catalogo di tutti i Dottori di questo Collegio dall'anno 1428 sino al 1647, il qual Catalogo fu poi dagli altri continuato sino a' nostri tempi.
CAPITOLO X. Politia delle nostre Chiese durante il tempo dello Scisma, insino al Regno degli Aragonesi.
Le revoluzioni accadute dopo la morte del savio Re Roberto insino al Regno placido e pacato del Re Alfonso, conturbarono non meno lo Stato politico e temporale di questo Reame, che l'Ecclesiastico e spirituale delle nostre Chiese. Lo Scisma, che surse per l'elezione d'Urbano IV e di Clemente VII, ci fece conoscere in un medesimo tempo non pure due Re, ma due Papi; e diviso il Regno in fazioni, siccome miseramente afflissero l'Imperio, così anche il Sacerdozio rimase in confusione ed in continui sconvolgimenti e disordini. Colui era fra noi riputato il vero Pontefice, il quale avea il favore e l'amicizia de' nostri Re; e siccome la fortuna sovente mutava il Principe, così variavasi fra noi il Pontefice. L'indisposizione del capo faceva languire tutte le altre membra; onde i Prelati delle nostre Chiese si videro ora intronizzati, ora cacciati dalle loro Sedi, secondo la varia fortuna de' Principi contendenti. Urbano VI nel principio della sua intronizzazione, che avvenne nel 1378, fu da noi riconosciuto per Papa; ma scovertisi poi i difetti della sua elezione e l'animo de' Cardinali di dichiararla nulla, e di crearne un, altro, la nostra Regina Giovanna I per le cagioni rapportate nel XXIII libro di questa Istoria, gli diè favore, ed agevolò l'impresa, e diede mano, che l'elezione si facesse ne' suoi Stati e propriamente a Fondi, dove nello stesso anno s'elesse il nuovo Papa Clemente VII, il quale fu da lei accolto ed adorato in Napoli come vero Pontefice. Nacquero perciò nelle nostre Chiese disordini grandissimi, e sopra ogni altra in quella di Napoli, poichè sedendo quivi l'Arcivescovo Bernardo, avendo costui aderito alle parti della Regina e di Clemente, fu da Urbano deposto e creato in suo luogo Arcivescovo l'Abate Lodovico Bozzuto, il quale concitando il Popolo avea occupata la sede, e cacciata la famiglia di Bernardo. Ma la Regina avendo sedato il tumulto, fugò il Bozzuto, fece abbattere le sue case, ruinare le possessioni[307], e richiamò Bernardo, il quale resse questa Chiesa insino che Napoli non fu occupata da Carlo III di Durazzo. Questi invitato da Urbano, il quale avea scomunicata la Regina, e data a lui l'investitura del Regno, fece strozzare la Regina, s'impossessò del Reame, ed afflisse inumanamente tutti i suoi partigiani, spogliandogli de' loro Feudi, delle dignità e di tutti i loro beni. Dall'altra parte Urbano, per vendicarsi di coloro, che aveano aderito a Clemente, mandò tosto per Legato nel Regno il Cardinal Gentile di Sangro, il quale superando di gran lunga le crudeltà di Carlo, perseguitò barbaramente tutti gli Arcivescovi, Vescovi, Abati, Preti, in fine tutti i Cherici del Regno partigiani di Clemente, imprigionandogli, tormentandogli e spogliandogli di tutte le dignità, beneficj e beni, non perdonando nè ad età, nè ad onore, nè allo stato di qualunque persona; ed Urbano lodando il rigore del suo Legato, per accrescere maggior miseria agli spogliati, e tor loro ogni speranza, diede ad essi tosto i successori e per cosa assai portentosa si narra, che in un sol giorno creasse trentadue tra Vescovi ed Arcivescovi per lo più Napoletani, e singolarmente favorisse coloro, i quali aveano dato ajuto a Carlo per l'acquisto del Regno, non richiedendo altro merito che questo[308]. Nè di ciò soddisfatto il Legato, fece un dì nella chiesa di S. Chiara al cospetto del Re Carlo, de' suoi principali Signori e di tutto il Popolo napoletano, ignominiosamente condurre Lionardo di Gifoni Generale dell'Ordine de' Minori di S. Francesco, già stato eletto Cardinale da Papa Clemente: Giacomo de Viss franzese, Arcivescovo di Otranto e Patriarca di Costantinopoli Cardinale eletto da Clemente, e mandato nel Regno per suo Legato: Casello Vescovo di Chieti, ed un certo Abate nominato Massello, ch'erano stati affezionati alla Regina, e gli costrinse ad abjurare Clemente, e professare Urbano: da poi gli fece spogliare degli abiti e del Cappello Cardinalizio, del manto e della cocolla episcopale, ed accesa una pira, fece quelle spoglie tutte ardere al cospetto del popolo: dopo questo gli fece di nuovo condurre in oscuro carcere, dove per lungo tempo dimorarono[309]. E narra Teodorico di Niem[310], che le crudeltà, che usò il Cardinal di Sangro nel Regno contro tutti gli Arcivescovi, Vescovi, Abati, Preti e Cherici partigiani della Regina e che avean aderito a Clemente, furono tali, che non si possono senz'orrore ascoltare.
Ma furono non guari da poi disturbati i partigiani d'Urbano; perchè Luigi I d'Angiò chiamato al Regno da Giovanna, ed investito da Clemente, calò nel 1382 per riacquistarlo. Si oppose Urbano, ed usò ogni arte ed ingegno per render vano il suo disegno; e venuto in Napoli lo dichiarò scismatico, lo scomunicò, gli bandì contro la Cruciata, concedendo indulgenza plenaria e remission di ogni peccato a tutti coloro, che contro lui pigliavano l'arme; e creò Confaloniere di S. Chiesa il Re Carlo, benedicendogli lo stendardo, che gli diede nel Duomo di Napoli nella solennità della Messa. Perchè mancava il denaro per sostenere una sì aspra e crudel guerra, egli diede facoltà a Filippo Gezza e Poncello Orsino suoi Cardinali di poter vendere e pignorare li fondi e le robe di tutte le chiese, ancorchè i Prelati ed i Capitoli dissentissero; ed allora le nostre Chiese patirono un guasto terribile de' loro beni, perchè Carlo, premendo il bisogno della guerra, gli faceva vendere a vilissimo prezzo[311]. Mentre Carlo visse, la parte Angioina quasi in niente prevalse; ma costui morto, Re Luigi invase il Regno, ne discacciò Margarita, vedova del morto Re, col suo figliuolo Ladislao; e nell'anno 1387 gli confinò a Gaeta.
Risorta perciò nel Regno la fazione di Clemente, gli partigiani d'Urbano furono tutti a terra. Clemente intanto, morto Bernardo nell'anno 1380 avea rifatto in suo luogo per Arcivescovo di Napoli Tommaso de Amanatis, il quale, mentre durò l'intrusione del Bozzuto e la fazione d'Urbano, dimorò sempre in Avignone, dove Clemente lo creò pure Cardinale e dove morì; variando gli Scrittori non meno intorno l'anno della sua promozione, che della sua morte[312]; e Clemente tosto gli diede l'Arcivescovo Guglielmo per successore. Dall'altra parte Urbano, morto Bozzuto nell'anno 1384 non mancò di dargli Niccolò Zanasio per successore; ma costui, non meno che Tommaso, seguendo le parti della Regina Margarita, morì esule della sua Chiesa, da lui già resignata, in Cremona nell'anno 1389 avendogli intanto Urbano prima di morire nell'anno 1386 dato per successore l'Arcivescovo Guindazzo, il quale seguitando con molta costanza le parti d'Urbano; e prevalendo a' suoi tempi la parte Angioina, non potè godere la possession pacifica della sua Chiesa: poichè confinata la Regina Margarita e Ladislao in Gaeta, ed ubbidendo Napoli ed il Regno al Re Luigi ed al Pontefice Clemente, l'Arcivescovo Guglielmo era riconosciuto da' Napoletani[313].
Papa Clemente non volle essere riputato meno di Urbano in opporsi a' disegni di Ladislao che fatto adulto s'accingeva all'Impresa del Regno, per discacciarne Luigi suo competitore; onde pure egli residendo in Avignone, diede licenza al Re Luigi ed a coloro che governavano il Regno suoi partigiani, che per la guerra contro Ladislao potessero valersi di tutti i vasi d'argento e d'oro delle chiese per coniar moneta per stipendio de' soldati: e così fu fatto, perchè tutti i vasi delle chiese furono parte coniati e parte venduti, con inestimabile danno di quelle[314]. Non si legge però essersi praticate da Clemente contro i Vescovi ed Abati, partigiani del suo Competitore, quelle crudeltà che usò Urbano per mezzo del Cardinal di Sangro.
Rimase il partito di Clemente in fiore per tutto l'anno 1389 quando Ladislao rinvigoritosi, e prendendo forza il suo partito riacquistò buona parte del Regno; ed allora li disordini si viddero maggiori nelle nostre Chiese, poichè ardendo la guerra, al variar della fortuna de' Principi contendenti, variavano le condizioni ed i Prelati delle Chiese. Nè bastò, per far cessare lo Scisma, la morte d'Urbano seguìta dopo di quella di Clemente; poichè siccome i Cardinali della fazione d'Urbano elessero per suo successore Bonifacio IX, così morto Clemente in Avignone nell'anno 1394 i suoi Cardinali tosto vi rifecero Benedetto XIII, e siccome Bonifacio favoriva il Re Ladislao, così Benedetto prese le parti di Luigi, al quale confermò la Corona del Regno, concedendogli nuova investitura. E stando il Regno diviso, Bonifacio era da' suoi riconosciuto, e Benedetto che resisteva in Avignone avea sotto la sua ubbidienza tutti coloro che seguitavano la parte Angioina; ed i prelati erano sempre in forse ed in timore di non esserne cacciati; onde è che Ladislao per accrescere il suo partito assecurava i timidi, che i loro parenti non sarebbero stati scacciati dalle Sedi: come fece a Galeotto Pagano, assicurandolo che Niccolò Pagano suo fratello ch'era nell'ubbidienza di Benedetto XIII non sarebbe stato cacciato dalla Chiesa di Napoli, ma ch'egli l'avrebbe ad ogni suo costo fatto mantenere; siccome parimente promise a Giacomo di Diano di far rimanere in Arcivescovo di Napoli Niccolò di Diano suo fratello, e di là non farlo rimovere o transferire per qualunque occasione o tempo; siccome si legge ne' diplomi di questo Re rapportati dal Chioccarello[315]. E per tutto quel tempo che la parte Angioina potè contrastare a Ladislao, furono non meno che le città, combattute le nostre Chiese, insino che abbassata la parte Angioina, e tornato il Re Luigi in Francia, Bonifacio IX, Innocenzio VII e Gregorio XII suoi successori, affezionati del Re Ladislao non ripigliasser nel Regno maggior forza e vigore.
Mentre in Avignone sedeva Benedetto XIII, ed in Roma Gregorio XII, i Cardinali d'amendue i Collegi, per togliere lo Scisma, presero espediente d'unirsi in un Concilio a Pisa, e crear essi un nuovo Papa, e deporre Benedetto e Gregorio e così fecero, creando Alessandro V; ma questo Concilio ebbe per noi inutile successo, perchè ciò non ostante, il Re Ladislao continuò nell'ubbidienza di Gregorio e l'accolse nel Regno; ordinò a' suoi sudditi che lo riconoscessero per vero Pontefice, e gli assegnò la Fortezza di Gaeta per sicuro suo asilo, dove dimorò per lungo tempo, malgrado d'Alessandro, il quale perciò gli mosse contro Baldassar Cossa Cardinal Diacono, che trovò ben presto il modo d'impadronirsi di Roma, di cacciare gli Ufficiali di Ladislao, e stabilirvi Paolo Orsino. Ma Alessandro, che quando fu eletto Papa era settuagenario, non sopravvisse gran tempo alla sua elezione: morì egli in Bologna l'anno 1410, ed in suo luogo fu rifatto Baldassar Cossa, fiero nemico di Ladislao, che prese il nome di Giovanni XXIII. Costui che nella sua elezione ebbe il favore e la raccomandazione del Re Luigi II d'Angiò emolo di Ladislao, il primo disegno, che concepì giunto al Pontificato, fu di spogliar Ladislao del Regno di Puglia: ed in effetto pose in piedi un esercito contro lui, andò verso Capua, lo sconfisse, e ritornò trionfante in Roma. Ma Ladislao, ch'era un Principe d'animo invitto, tosto si ristabilì, sicchè ridusse il Papa a voler pace con lui, la qual si fece con condizione che cacciasse da' suoi Stati Gregorio, e facesse in quelli riconoscer lui come vero Pontefice. Ladislao eseguì il trattato: onde Gregorio cercò il suo rifugio nella Marca d'Ancona sotto la protezione di Carlo Malatesta, dove dimorò sino al Concilio di Costanza. Così discacciato Gregorio, il quale insino all'anno 1412 era stato adorato in Napoli, fu da poi riconosciuto per Pontefice Giovanni insino all'anno 1415 quando dal Concilio di Costanza fu egli deposto; il quale finalmente acquetandosi alla sentenza di quel Concilio si spogliò l'abito pontificale.
Non riconobbe poi il nostro Reame niun altro Pontefice per tutto il tempo che corse dalla deposizione di Giovanni, insino all'elezione fatta dal Concilio di Costanza di Papa Martino V, seguita in novembre dell'anno 1417, tanto che quasi per due anni e mezzo si riputò appresso noi vacare la Sede Appostolica: onde nelle scritture fatte in Napoli in questo tempo, non si metteva nome d'alcun Pontefice, ma si diceva, Apostolica Sede vacante[316]; poichè siccome dopo deposto dal Concilio Giovanni, non fu riputato Pontefice, molto più deposti Gregorio e Benedetto, non furono da noi per niente riconosciuti. Ma eletto dal Concilio Martino V, siccome questi fu riconosciuto da quasi tutto il Mondo cattolico per vero e legittimo Pontefice, così da' nostri Principi e da tutte le Chiese e Popoli del Regno, in Napoli, e da per tutto fu adorato ed avuto per solo e vero Pontefice; e quantunque il Re Alfonso per tener in freno il Pontefice Martino sostenesse ancora il partito di Benedetto XIII, e costui morto nell'anno 1424, quello di Clemente VIII suo successore, eletto da due soli Cardinali ch'erano rimasi appresso di esso; nulladimanco ciò presso di noi non apportò alterazione alcuna, così perchè Alfonso non impedì a suoi sudditi il riconoscer Martino, come anche perchè si sapeva il fine che lo spingeva a proteggere il partito di Clemente: essendosi ancora Alfonso sdegnato con Martino, perchè avea investito Luigi III del nostro Regno suo emolo e competitore. Ma cessate infra di loro le discordie e rappacificati, Alfonso mandò il Cardinal di Foix Legato in Ispagna, perchè Clemente cedesse, il quale nell'anno 1429 fu costretto nelle mani del Legato renunziare ogni suo diritto, siccome i Cardinali ch'egli avea creati, anche volontariamente rinunziarono al Cardinalato; ed in cotal maniera terminossi interamente lo Scisma che per lo spazio di cinquantuno anni avea miseramente lacerata la Chiesa; e Martino V restò solo ed unico Papa, riconosciuto da tutto l'Occidente.
Fu data perciò pace alle nostre Chiese, le quali non furono in niente turbate per lo Scisma rinovato dal Concilio di Basilea, il quale nell'anno 1439 avendo deposto Eugenio IV successor di Martino, avea confermata l'elezione fatta da' suoi Commessarj d'Amedeo Duca di Savoja, che si faceva chiamare Felice V poichè sebbene Alfonso per le cagioni, che si diranno nel seguente libro, lo favorisse, non fu mai dalle nostre Chiese riconosciuto per Pontefice, rimanendo sempre nell'ubbidienza di Papa Eugenio: siccome dopo la di lui morte, accaduta nel 1447, di Niccolò V successore, per l'elezione del quale finì anche lo Scisma, perchè essendo costui un uomo mite e pacifico, ascoltò volentieri le proposizioni d'accordo che gli furono fatte da' Principi cristiani; e dall'altra parte Felice, ed i suoi aderenti trovandosi parimente disposti alla pace, s'indusse a rinunziare alla pontifical dignità, e gli fu accordato che sarebbe egli rimaso il primo fra' Cardinali e Legato perpetuo della Santa Sede in Alemagna.
Il Concilio di Costanza rimediò ancora a' disordini preceduti delle nostre Chiese; poichè, per lo ben della pace e per togliere le dissensioni fra due partiti, sul dubbio di chi de' due Contendenti dovesse riputarsi il vero e legittimo Pontefice, e per conseguenza quali elezioni e provisioni da essi fatte dovessero rimaner ferme, previde che i Cardinali, Vescovi, Abati, Beneficiati e tutti gli Ufficiali delle due Ubbidienze fossero mantenuti nel possesso de' loro posti, e che le dispense, indulgenze e l'altre grazie concedute da' Papi delle due Ubbidienze, come pure i decreti, le disposizioni ed i regolamenti che avessero fatti, dovessero avere la loro sussistenza[317]. In cotal guisa rimasero le nostre Chiese in pace; siccome la Chiesa di Roma dopo l'elezione di Niccolò V insino alla fine di questo secolo fu in pace; ed i Pontefici furon da poi occupati più nelle guerre d'Italia, e nella cura di sostenere la lor potenza temporale, e di stabilire la propria famiglia, che negli affari ecclesiastici. Erano ancora occupati per cagion di coloro, che d'ordinario si portavano in Roma per le Canonizzazioni de' Santi: per ottener privilegi a' monasterj: per gli affari degli Ordini di tante e sì varie religioni: per ottener indulgenze e dispense: per le liti fra le Chiese e gli Ecclesiastici che si tirarono tutte a Roma, dove parimente si tirarono le collazioni di tutti i beneficj, colle riserve, grazie, aspettative, prevenzioni, annate e tutte l'elezioni de' Vescovadi e Badie, ed altre provisioni di beneficj; per i litigj fra Curati e Religiosi sopra l'amministrazione de' Sacramenti e sopra tante altre faccende; onde lor si diede occasione di stabilire tante Bolle e lettere, le quali col correr degli anni crebbero in tanto numero, che ora se ne veggono compilati ben cinque volumi, sotto il titolo di Bullario Romano[318].
§. I. Monaci e beni temporali.
Le nostre Chiese, durante il tempo dello Scisma, non fecero notabili acquisti di beni temporali, poichè l'Ordine chericale era in poco credito; anzi le ostinate guerre che insorsero, sovente obbligarono i nostri Principi, con permissione de' romani Pontefici, di dare a' loro beni guasti terribili, insino a venderli e impegnargli, ed a valersi, per gli stipendj de' soldati, de' loro vasi d'oro e d'argento. I Monaci vecchi avendo già perduto il credito di santità, non erano più riguardati. Tutta la devozion de' popoli era rivolta verso i novelli Ordini di nuove religioni, che s'andavano alla giornata ergendo; e siccome altrove fu osservato, nel Regno degli Angioini, i più accreditati erano i Mendicanti, e fra questi i più favoriti furono i Frati Predicatori ed i Frati Minori. La Regina Giovanna II in ammenda delle sue lascivie diedesi pure a favorirgli, e a disporre il suo animo ad opere di pietà. Oltre di aver fondato un nuovo ospedale nella chiesa dell'Annunziata di Napoli, dotandolo di ricchissime rendite, e d'aver ampliato l'ospedale e la chiesa di S. Niccolò del Molo, riparò in grazia de' Frati Minori il monastero della Croce di Napoli, ed ordinò che tutti coloro ch'aveano rubato in tempo suo e della Regina Margarita e di Ladislao suo fratello al Fisco regio, fossero assoluti, con pagar il due per cento delle quantità rubate ed occupate: ed a tal effetto avea posta una cassa dentro il monastero di S. Maria della Nuova, dove i ladri doveano portar il denaro, ch'ella avea destinato per reparazione di quel monastero[319]. Donò ancora al monastero di S. Antonio di Padova, ora disfatto, molti poderi, a contemplazione di Suor Chiara già Contessa di Melito; e confermò al monastero di S. Martino sopra Napoli, li privilegi e concessioni fatte al medesimo dalla Regina Giovanna I di governare lo spedale dell'Incoronata da lei fondato e dotato, facendo franca la chiesa e sue robe d'ogni ragion fiscale, affinchè gl'infermi fossero ben trattati; ora i beni donati e le franchigie concesse son rimase, ma lo spedale, come dice il Summonte[320], è dismesso; e dove si governavano gl'infermi, ora vi sono magazzini di vino.
Favorì ancora questa Regina Giovanni da Capistrano, Terra posta nell'Apruzzo Ultra, Frate Minore e discepolo di S. Bernardino di Siena, il quale datosi nella sua giovanezza agli studii legali, vi riuscì eminente e fu creato Giudice della Gran Corte della Vicaria; ma da poi abbandonando il secolo, si fece religioso di S. Francesco, e fu più celebre per le sue spedizioni, che per li suoi trattati di legge e di morale che ci lasciò, de' quali il Toppi[321] fece catalogo. Egli si fece capo d'una Crociata contro i Fraticelli e gli Ussiti, ed andò in persona alla testa delle truppe che guerreggiavano contro i Boemi. La Regina Giovanna gli diede anch'ella commessione di proibire ai Giudei del nostro Regno l'usure, e che potesse costringergli a portare il segno del Thau, perchè fossero distinti da' Cristiani. Fu ancor rinomato per lo spaventoso soccorso, che diede alla città di Belgrado assediata da Turchi, e per gli altri impieghi marziali, ch'ebbe in Ungheria, dove nell'anno 1456 finì i giorni suoi.
(La morte di Giovanni da Capistrano, secondo che rapporta Gobellino[322], bisogna riportarla ne' seguenti anni; poichè questi lo fa intervenire nel Concilio di Francfort, celebrato nell'anno 1454, scrivendo ancora, che le sue prediche poco profittarono nella guerra contro a' Turchi. Aderat et Johannes Capistranus ordinis minorum Professor vitae sanctimonia, et assidua verbi Dei praedicatione clarus, quem populi velut prophetum habebant, quamvis in bello contra Turcas suadendo paucum proficeret).
Un nuovo Ordine, che surse a questi tempi fra noi, diede occasione a nostri Principi Aragonesi, perchè non fossero riputati meno degli Angioini, di accrescere anch'essi gli acquisti de' Monaci. Fu questo l'Ordine di Monte Oliveto istituito in Italia da tre Sanesi, i quali ritiratisi nel contado di Monte Alcino a menar vita solitaria in un Monte chiamato Oliveto, essendo stati accusati al Pontefice Giovanni XXII come inventori di nuove superstizioni, fur costretti giustificare il loro instituto a quel Pontefice, il quale diede commessione al Vescovo d'Arezzo, nella cui Diocesi era Monte Oliveto, che prescrivesse loro la regola, colla quale dovessero vivere: il Vescovo gli fece vestire di un abito bianco, dando loro la regola di S. Benedetto; ed avendo essi edificato in quel Monte un monastero ch'ora è rimaso capo di questa Congregazione, fra poco tempo se ne edificarono in Italia degli altri: onde nel 1372 Papa Gregorio XI approvò il nuovo Ordine, e Martino V parimente lo confermò. In Napoli furono questi novelli Religiosi introdotti da Gurrello Origlia Cavalier di Porto, Gran Protonotario del Regno, e molto familiare del Re Ladislao, il quale nel 1411 dai fondamenti gli edificò chiesa e monastero, dotandolo di 133 once d'oro l'anno per vitto di 24 Monaci e 14 Oblati. Assegnò loro anche molti poderi e censi, e fra gli altri li feudi di Savignano, di Cotugno e di casa Alba nel territorio d'Aversa: li territorii d'Echia colle grossissime rendite che da quelli si traggono, non riserbandosi altro per se e suoi successori, se non che i Monaci gli dovessero ogni anno nel dì della Cerajuola, presentare un torchio di cera d'una libbra, in segno del padronato che e' si riserbava, come fondatore di quella chiesa[323].
Ma da poi ne' tempi de' nostri Re Aragonesi crebber assai più gli acquisti e le lor ricchezze; ed Alfonso II sopra gli altri affezionatissimo di quest'Ordine, gli arrichì estraordinariamente; poichè oltre d'aver loro donate molte preziose suppellettili e vasi d'argento, ed ingrandite le loro abitazioni, ed adornate con dipinture eccellenti, donò loro anche tre castelli cioè Teverola, Aprano e Pepona, con la giurisdizione civile e criminale. Ciò che fu imitato anche dagli altri Re Aragonesi, il Regno de' quali saremo ora a narrare:
FINE DEL LIBRO VENTESIMOQUINTO.
STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI