LIBRO VENTESIMOQUARTO

Stabilito nel Regno Carlo III di Durazzo per la rotta data al Principe Ottone, e per la cattività del medesimo e della Regina, subito tutti i Baroni mandarono a dargli ubbidienza eccetto tre Conti, quello di Fondi, il Conte d'Ariano e l'altro di Caserta, i quali ostinatamente seguir vollero le parti della Regina: ma Carlo poco curandosi di loro, attese a purgare il Regno, cacciandone tutti i soldati stranieri che aveano militato per la Regina; poi per ordinare le cose di giustizia, mandò Governadori e Capitani per le province, e per le Terre della Corona. Era allora in grande stima il Conte di Nola Orsino, il quale persuase al Re, che chiamasse il Parlamento generale per lo mese d'aprile del seguente anno 1382 per trattare d'imporre un donativo, e 'l Re che ben conosceva esser necessario di fare qualche provisione, poichè sin d'allora si prevedeva, che il Duca d'Angiò adottato dalla Regina non avrebbe voluto abbandonare le sue ragioni, mandò per lettere chiamando tutti i Baroni a Parlamento; e per mantenersi l'amicizia di Papa Urbano, fece pigliar prigione il Cardinal di Gifoni creato da Clemente, e fece menarlo a Santa Chiara, dove fattogli spogliar in pubblico l'abito di Cardinale, e toltogli il cappello di testa, fece tutto buttare nel fuoco, che s'era perciò fatto accendere in mezzo della Chiesa; fecelo anche abiurare e confessar di sua bocca che Clemente era falso Papa, ed egli illegittimo Cardinale, e da poi fece restituirlo in carcere, riservandolo all'arbitrio di Papa Urbano[241].

Nel mese di novembre seguente, venne Margarita sua moglie, co' piccioli figliuoli Giovanna e Ladislao, e nel giorno di Santa Caterina con grandissima pompa fu coronata ed unta, e menata, secondo il costume, per la città sotto il baldacchino. E per levare in tutto una tacita mestizia che si vedeva universalmente per Napoli, per la ruina della Regina Giovanna, si fecero per più dì grandissime feste, giostre e giuochi d'arme, ne' quali il Re armeggiò più volte con molta lode; poi ad emulazione di Re Luigi di Taranto, volle istituire un nuovo ordine di Cavalieri che intitolò la Compagnia della Nave; volendo alludere alla nave degli Argonauti, affinchè i Cavalieri che da lui erano promossi a quell'ordine, avessero da emulare il valore degli Argonauti.

Venne in questo tempo il dì del Parlamento generale, nel quale adunati tutti i Baroni in Napoli, il Conte di Nola per vecchiezza e per nobiltà, e molto più per lo gran valore di Roberto e Ramondo suoi figliuoli, d'autorità grandissima, propose che ogni Barone ed ogni città suggetta alla Corona dovesse soccorrere il Re con notabil somma di danari, e per dare buon esempio agli altri, si tassò egli stesso di diecimila ducati; e perchè pareva pericoloso mostrare mal animo al nuovo Re, che stava ancora armato, non fu Barone, che rifiutasse di tassarsi, tal che si giunse sino alla somma di trecentomila fiorini, e celebrato il Parlamento, presero licenza dal Re tutti i Baroni, promettendo di mandare ogn'uno quel tanto che s'era tassato, e pareva con quel donativo, e con l'amicizia del Papa che Re Carlo potesse fortificarsi nel Regno, e temer poco l'invasione, che già di giorno in giorno si andava più accostando.

CAPITOLO I. Origine della discordia tra Papa Urbano, e Re Carlo. Entrata nel regno di Luigi I d'Angiò, e sua morte. Carlo assedia in Nocera Urbano, il quale coll'aiuto de' Genovesi, e di Ramondello Orsino, e di Tommaso Sanseverino scampa e fugge a Roma.

Papa Urbano dappoichè vide Re Carlo stabilito nel Regno, e che si tardava d'adempire il concordato fra loro, quando gli diede l'investitura, non volle aspettar più; onde gli mandò un Breve, esortandolo, che poichè le cose del Regno erano acquistate, dovesse consegnare a Butillo la possessione del Principato di Capua e degli altri Stati che gli avea promessi; ma il Re non si poteva in niun modo inducere a dismembrare la città di Capua dalla Corona, e però dava parole, menando la cosa in lungo, donde cominciarono fra loro quelle dissensioni, che poi risultarono in guerre aperte, con molta ruina e calamità del Regno; poichè Urbano vedendosi a questo modo deluso, cominciò a pensare di cacciar ancor lui dal Regno; e per avere un più numeroso partito, fece nuova creazione di Cardinali, tra' quali creò Pietro Tomacello di Napoli.

Ma mentre queste cose si facevano in Italia, Luigi Duca d'Angiò senza contrasto alcuno s'insignorì del Contado di Provenza, nel che ebbe i Provenzali favorevoli, i quali ubbidendo a quanto la Regina Giovanna avea loro comandato, non vollero riconoscere per lor Sovrano Carlo, ma sì bene Luigi, il quale favorito anche da Clemente fu da costui, approvando l'adozione della Regina, investito del Regno, e fatto gridare in Avignone Re di Napoli, con sovvenirlo ancora di buona somma di fiorini, e sperava che calando Luigi potente, non solo avrebbe ricuperata l'ubbidienza del Regno di Napoli, ma anche di tutta Italia.

(Morta la Regina Giovanna, e riconosciuto Luigi da' Provenzali per lor sovrano, e da Clemente per Re di Napoli, venendo con valido esercito per discacciar l'emolo dal Regno, Carlo di Durazzo per risarcir la sua fama, che riputava rimaner offesa da alcune parole contumeliose, dette da Luigi, lo sfidò a singolar duello, e scrissegli un biglietto in lingua franzese, dove rinfacciandogli la nullità dell'adozione, e che la Regina Giovanna non poteva cedergli il Regno, lo invita a battersi seco. Luigi rispose a Carlo con pari acrimonia, ed accettò il duello; anzi spedì salvo condotto a Carlo, per assicurar il luogo del campo destinato, affin di comparire con sicurezza egli ed i suoi. Si leggono presso Lunig[242], oltre il salvo condotto suddetto, quattro biglietti, scritti vicendevolmente due da Carlo e due altri da Luigi, nell'idioma stesso franzese; ma non si legge che il duello fosse seguito, poichè si venne a combattere, non già a solo a solo, a corpo a corpo, ma con eserciti armati).

Come questo si seppe nel Regno, molti Baroni che aveano promessa la tassa nel Parlamento, non solo non la mandarono, ma di più si deliberarono di alzare le bandiere d'Angiò, e tra costoro fu Lallo Camponesco in Apruzzo, e Niccolò d'Engenio Conte di Lecce in Terra d'Otranto.

Nel medesimo tempo Giacomo del Balzo figlio del Duca d'Andria, vedendo, che Ottone già Principe di Taranto era prigione, venne nel Regno, e ricovrò tutto il Principato, e prese per moglie Agnese sorella della Regina Margarita, la quale era vedova di Cane della Scala, Signor di Verona. Questa parentela offese tanto i Sanseverineschi, capitali nemici di Casa del Balzo, che sebbene erano di sangue e di parentela congiunti col Re, in poco tempo se gli scoversero nemici; onde il Re vedendo la revoluzione di tanti Baroni nelle più grandi ed importanti province del Regno, e sentendo che il Conte di Caserta di Francia scrivea, e tenea intelligenza con molti, cominciò a pensare a' casi suoi: al che s'aggiungeva, che il Duca d'Andria non si trovava niente soddisfatto del Re, perchè avea sperato, che subito dopo l'acquisto del Regno, avesse dovuto rimetterlo interamente in tutto il suo Stato di prima, il che il Re non avea fatto per la potenza di Casa Marzano che possedevano la città di Sessa, e quella di Teano. E per ultimo, trovandosi in queste angustie di mente, non mancarono di quelli che cominciarono a porgli sospetto, che Giacomo del Balzo Principe di Taranto, che s'intitolava ancora Imperadore di Costantinopoli, non volesse occupare il Regno di Napoli, pretendendo per la persona d'Agnesa sua moglie nipote carnale della Regina Giovanna, di maggiore età della Regina Margarita, che il Regno toccasse a lui di ragione. Questo sospetto ebbe tanto più presto luogo nella mente del Re, quanto che Papa Urbano di natura ritroso ed inquieto minacciava di volerlo cacciare dal Regno, alla qual cosa pareva abile suggetto la persona del principe di Taranto; e per questo il Re imbizzarrito, per assicurarsi di tutti coloro che potessero con qualche ragione pretendere al Regno, fece carcerare la Duchessa di Durazzo sorella maggiore della Regina Margarita, e cercò d'avere in mano il Principe di Taranto, lasciando la moglie in Napoli, la quale similmente Re Carlo fece carcerare, e poi mandò alla città di Muro.

Intanto Luigi d'Angiò, preso il possesso del Contado di Provenza e dell'altre Terre della Regina di là da' Monti, fu coronato da Papa Clemente Re di Napoli, e si pose in viaggio, mandando innanzi dodici galee nelle marine del Regno per sollevare gli animi di quelli del partito della Regina, e per accertarli della venuta sua per terra. Queste dodici galee comparvero alli 17 giugno di quest'anno 1383 nelle marine di Napoli, ed andarono a Castello a Mare, e 'l presero, ed all'improvviso la sera seguente vennero sin al Borgo del Carmelo, e 'l saccheggiarono, poi passarono ad Ischia. Il Re Carlo vedendo, che così poca armata potea far poco effetto, si pose in ordine per andare ad incontrare il Re Luigi, che veniva per terra, e ragunò sue truppe in numero di tredicimila cavalli. Ma questo numero era assai poco appetto dell'innumerabil esercito del Re Luigi; il quale essendo entrato nel Regno, per avergli dato il passo Ramondaccio Caldora, l'esercito suo, per lo concorso di que' Baroni, che giudicando le forze di Carlo poco abili a resistere, aveano preso il partito del Re Luigi, era cresciuto in numero di trentamila cavalli: perciò Re Carlo non volle allontanarsi da Napoli.

Quei che vennero di Francia col Re Luigi, furono il Conte di Ginevra fratello di Papa Clemente, il Conte di Savoja, ed un suo nipote, Monsignor di Murles, Pietro della Corona, Monsignor di Mongioja, il Conte Errico di Bertagna, Buonigianni Aimone, il Conte Beltrano tedesco, e molti altri Oltramontani di minor nome. Quelli del Regno, che andarono ad incontrarlo, furono il Gran Contestabile Tommaso Sanseverino, Ugo Sanseverino, il Conte di Tricarico, il Conte di Conversano, (ancora che fosse per l'Ordine della Nave obbligato a Carlo) il Conte di Caserta, il Conte di Cerreto, il Conte di Sant'Agata, il Conte d'Altavilla, il Conte di S. Angelo e molti altri Baroni e Capitani[243]. Finalmente essendo Re Luigi dalla via di Benevento giunto in Terra di Lavoro, perchè Capua e Nola si tenevano per Re Carlo, andò a ponersi a Caserta, la quale stava già con le bandiere sue, e da Caserta occupò anche Madaloni; ma consumandosi tuttavia lo strame e le vettovaglie per lo gran numero de' cavalli, fu forza che passasse in Puglia; il qual passaggio, ancorchè Re Carlo avesse proccurato d'impedirglielo, nientedimanco riuscì finalmente al Re Luigi di condurre il suo esercito sicuro nel piano di Foggia.

Il Re Carlo vedendosi rotto il suo disegno, ed avendo avuta novella, che Papa Urbano era partito di Roma e veniva verso Napoli, geloso, che quell'uomo di natura superbo e bizzarro non alterasse gli animi dei Napoletani, subito prese la via di Napoli a gran giornate; e giunse a tempo, che il Papa era a Capua, dove andò subito a ritrovarlo, ed insieme vennero ad Aversa: l'uno simulava coll'altro; ma giunti a Napoli il Re non volle permettere, che il Papa albergasse nel Duomo, ma sotto colore di amorevole rimostranza e di buona creanza lo condusse al Castel Nuovo: quivi trattarono delle cose a loro appartenenti: il Papa dimandò al Re il Principato di Capua, con molte Terre circostanti, come Cajazzo e Caserta, le quali furono già del Principato di Capua; dimandò ancora il Ducato d'Amalfi, Nocera, Scafati, ed un buon numero d'altre città e castella, e cinquemila fiorini l'anno di provisione a Butillo suo nipote; e per contrario promettea d'ajutare il Re alla guerra, e lasciarli a pieno il dominio del Regno tutto, con quelle condizioni, che l'aveano tenuto i Re suoi antecessori. Furono accordati e fermati questi patti con grand'allegrezza dell'una e dell'altra parte. Il Papa ottenne dal Re di uscire del castello, ed andare ad alloggiare al Palazzo arcivescovile, e con gran pompa fu accolto dall'Arcivescovo Bozzuto, che era stato rimesso in quella Cattedra dopo la ruina della Regina, dove il Re e la Regina andarono molte volte a visitarlo, e con intervento loro si fecero due feste di due nipoti del Papa, l'una data per moglie al Conte di Monte Dirisi, e l'altra a Matteo di Celano, gran Signore in Apruzzo; e la Vigilia di Natale il Papa scese alla chiesa, e furo cantati i Vespri con solennità Papale. Accadde in questi medesimi dì in Napoli un gran tumulto, poichè Butillo Principe di Capua nipote del Papa entrò violentemente in un monastero di donne Monache, e violò una delle più belle, che vi era dentro, e delle più nobili, del che si fe' gran tumulto per la città, e quelli del governo essendo andati al Re a lamentarsi, furono dal Re mandati al Papa, i quali avendo esposta con gran veemenza querela di quel fatto, il Papa, che com'era nell'altre cose severissimo, così all'incontro era nell'indulgenza e nell'amore verso i suoi mollissimo, rispose, che non era tanta gran cosa essendo il Principe suo nipote spronato dalla gioventù: e Teodorico di Niem, che scrive questo, si ride, che il Papa scusasse colla gioventù il nipote, il quale a quel tempo passava quarant'anni[244]. Venne il dì di Capo d'anno e perchè i progressi, che faceva Re Luigi in Puglia richiedevano, che Carlo andasse ad ostarli, il Papa volle celebrare la messa, e pubblicò Re Luigi, che ei chiamava Duca d'Angiò, per eretico, scomunicato e maledetto, bandì cruciata contro di lui, promettendo indulgenza plenaria a chi gli andava contro, e fe' Confaloniero della Chiesa Re Carlo, benedicendo lo stendardo, che il Re tenne con la man destra sin che si celebrò la messa.

Si pose per tanto in ordine Carlo per andare in Puglia a cacciar l'inimico, ed ordinò alla Cancelleria che scrivesse a tutti i Feudatari, che dovessero star pronti; e perchè il Papa non dava altro che parole, ed indulgenze, non già danari, fu astretto di pigliar dalla Dogana tutti i panni, che vi erano di Fiorentini, Pisani e Genovesi, per distribuirgli parte a' soldati ordinarj, e parte a' Cavalieri napoletani, che s'erano offerti di seguirlo; e venuto il mese d'aprile di questo anno 1384 si partì di Napoli per andare in Puglia, e giunse a Barletta; ed ancorchè il Re Luigi proccurasse venire a battaglia finita, Re Carlo approvando il consiglio del Principe Ottone (che a questo fine l'avea fatto sprigionare) non volle uscire, ma i due eserciti si trattenevano in far varie scaramucce; onde Luigi vedendo, che non potea venir più a fatto d'arme, si ritirò a Bari, dove venne a trovarlo Ramondello Ursino, a cui Luigi sposò Maria d'Engenio donzella nobilissima e ricchissima, poichè per via della madre era succeduta al Contado di Lecce.

Mentre queste cose si facevano in Terra di Bari, il Papa attediato in Napoli dalle lunghe promesse di Carlo (il quale in effetto andava estenuando quanto poteva le promesse fatte a' suoi parenti) si parti in fine mal soddisfatto di Napoli, e con tutti i Cardinali e suoi parenti ed amici andò a Nocera, la quale era stata già assegnata liberamente a Butillo suo nipote, ma non già Capua, nella quale si tenevano le fortezze in nome del Re. Il Papa come era persona iraconda e superba, lasciava scapparsi delle parole, che davano indizio del suo mal animo contra il Re, tal che faceva egli molto più paura a Carlo, che non gli faceva Re Luigi, e certamente l'avrebbe indotto a lasciar la guerra di Puglia, se la morte di Luigi accaduta opportunamente a' 20 settembre di quest'anno 1384 non l'avesse liberato da questa molestia; poichè i Franzesi rimasi senza Re, costernati in gran parte, ritornarono in Francia. Morì Luigi d'Angiò in Biscaglia; Principe assai valoroso, e savio, che fu il primo Luigi della Casa d'Angiò, che regnò in parte del Regno di Napoli, ancorchè in quanto al nome fosse secondo, a rispetto del Re Luigi di Taranto, che fu il primo.

(Re Luigi I nel precedente anno 1383 a 20 di settembre, fece in Taranto il suo solenne Testamento, che dettò in Lingua Franzese, nel quale istituiva erede nel Regno Luigi Duca di Calabria suo primogenito; ed a Carlo secondogenito lasciava altri Stati e Contee, facendo altre disposizioni, e Legati pii a molte chiese, ospedali e conventi. Leggesi il testamento presso Lunig[245]).

Liberato adunque Re Carlo, per la morte di sì importante nemico, dalla guerra di Puglia, se ne venne in Napoli, ove giunto al dì 10 novembre, fu ricevuto da' Napoletani con grand'allegrezza; e riposatosi alcuni dì, mandò poi solenne ambasceria al Papa in Nocera, facendogli dire, che desiderava sapere per qual cagione era partito da Napoli, ed insieme a pregarlo di tornarvi, perchè aveano da conferire insieme molte cose. Il Papa ritroso, com'era il suo solito, rispose, che se avea da conferir seco, venisse il Re a trovar lui, essendo del costume, che i Re vadano a' Papi e non i Papi vadano a trovare i Re a posta loro; nè potè tanto frenare l'impeto dell'animo suo, che non dicesse agli Ambasciadori, che riferissero al Re, che se 'l voleva per amico, dovesse levare subito le gabelle, che avea poste nel Regno. Il Re udite queste cose dagli Ambasciadori, rispose, che sarebbe ben egli andato a trovarlo, ma armato, ed alla testa d'un fioritissimo esercito: che intorno all'imporre al Regno suo nuove gabelle, non s'apparteneva al Papa di vietarlo; ch'egli s'impacciasse solo de' Preti; perchè il Regno era suo, acquistato per forza d'arme, e per ragione della successione della moglie; e che il Papa non gli avea dato altro, che quattro parole scritte nell'investitura[246]. E replicando il Papa, che il Regno era della Chiesa, dato a lui in feudo, con animo, che avesse da signoreggiare moderatamente, e non iscorticare i vassalli, e che perciò era in elezion sua, e del Collegio dei Cardinali di ripigliarsi il Regno, e concederlo a più leale e più giusto Feudatario: venne la cosa a tale, che il Re mandò il Conte Alberico suo gran Contestabile ad assediarlo nel Castello di Nocera; e questo fu su 'l dubbio, ch'egli avea, che se per caso veniva a morte Papa Clemente in Avignone, Urbano avrebbe confermato a' figli di Luigi d'Angiò, già morto, il Regno. Il Papa vedutosi cinto d'assedio, cominciò a scomunicare, come il solito e maledire: scomunicò Re Carlo, e tre volte il giorno affacciavasi alla finestra, ed a suon di campanello, con torce di pece accese imprecava, maladiceva e scomunicava sempre l'esercito del Re, ch'era a sua veduta. I cinque Cardinali ch'erano seco, de' quali era capo il Cardinal Gentile di Sangro, vedendosi in tanto periglio, cominciarono a persuadergli, che volesse pacificarsi col Re, almeno finchè ritornasse a Roma, perchè parea cosa molto dura contrastare con sì potente nemico, senz'altre arme, che 'l suono del campanello: e perchè mostrarono in ciò troppo avidità della pace, il Papa gli ebbe tanto sospetti, che per una cifra, che fu trovata, che veniva ad uno de Cardinali, gli fè pigliare tutti cinque, e tormentare acerbissimamente senza rispetto; e Teodorico di Niem, che si trovava là suo Segretario, scrive, ch'era un piacere vedere il Papa, che passeggiava, dicendo l'Ufficio, mentre il Cardinal di Sangro, che era corpulento, stava appiccato alla corda, ed egli interrompendo l'ufficio, gridava, che dicesse, come passava il trattato; in fine, benchè non confessasse niuno di loro, gli fè tutti cinque morire. Il Collenuccio narra, che i Cardinali furon sette, e che quando Urbano scappò fuori da Nocera, navigando verso Genova, cinque d'essi fece porre dentro i sacchi, e gittare in mare, e gli altri due giudicialmente convinti in Genova, in presenza del Clero e del Popolo gli fece morire a colpi di scure, i di cui corpi fatti seccare ne' forni e ridurli in polvere, ne fece empire alcuni valigioni e quando egli cavalcava, se gli faceva portare innanzi sopra i muli co' cappelli rossi, per terrore di coloro, che volessero insidiargli la vita, E congiurar contra di lui. Il Panvinio, de' Cardinali carcerati e tormentati in Nocera ne annovera sei, i quali furono il Cardinal di Sangro, Giovanni Arcivescovo di Corfù, Lodovico Donati Veneziano Arcivescovo di Taranto, Adamo Inglese Vescovo di Londra, ed Eleazaro Vescovo di Rieti: vuole che i primi cinque fossero stati gittati in mare, ed il sesto lasciato in vita ad istanza di Riccardo Re d'Inghilterra, e del settimo non fa parola.

Il Pontefice Urbano vedendo sempre più stringersi l'assedio, mandò secretamente in Genova a pregar quella Signoria, che gli mandasse diece galee, la quale con intervallo di pochi dì le mandò, e comparvero alle marine di Napoli, senza sapere qual fosse l'intendimento loro. Allora i Napoletani, che sentivano grandissimo dispiacere della discordia tra 'l Papa e 'l Re, furono a supplicarlo, che volesse pacificarsi con Urbano, perchè tal discordia non potea partorir altro, che danno alla Corona sua ed a tutto il Regno; e 'l Re loro rispose, che esso non resterebbe di mostrarsi sempre ubbidiente figliuolo del Papa e di Santa Chiesa; ed in pruova di ciò non avrebbe egli ripugnanza di riporre in mano di quelle persone, che deputasse la città di Napoli, la potestà di concordarlo e di patteggiare col Papa in nome suo; ed in fatti, ancorchè non si trovi memoria de' nomi degli Deputati dell'altre Piazze, per la Piazza di Nido però si trova proccura di que' Nobili, i quali deputarono le persone di Niccolò Caracciolo, come scrive il Summonte o di Giovanni Carafa, secondo il Costanzo, e di Giovanni Spinello di Napoli, perchè in nome della lor Piazza avessero da intervenire a maneggiar questa pace. Intanto Papa Urbano, nell'istesso tempo, che mandò in Genova per le galee, mandò ancora in Puglia a chiamare Ramondello Ursino, acciocchè sforzando l'assedio, l'avesse potuto condurre alla marina ad imbarcare su le galee: venne Ramondello con ottocento cavalli eletti, ed arditamente a mal grado dell'esercito del Conte Alberico si fece la strada con l'armi; ed entrato nel castello di Nocera, fu dal Papa molto onorato e ringraziato; e poichè seppe l'intenzion sua, conoscendo, che le genti sue erano poche per cacciarlo di mano de' nemici, persuase al Papa, che mandasse un Breve a Tommaso Sanseverino, che venisse con le sue genti a liberarlo, e s'offerse egli di portare il Breve, e di condurli. Il Papa accettò il consiglio, fece stendere il Breve, e gli diede più di diecimila fiorini d'oro e lo benedisse; ed egli partito con molta diligenza, in capo di tredici dì ritornò insieme col Sanseverino, col quale erano tremila cavalli di buona gente, e per la via di Materdomini entrarono nel castello, e baciato il piede al Papa, lo fecero cavalcare, conducendolo per la strada di Sanseverino e di Gifoni al Contado di Buccino, e di là mandato ordine alle galee genovesi, che venissero alla foce del fiume Sele, condussero il Papa ad imbarcarsi, come fece. Donò allora il Papa, per usar gratitudine a Ramondello, la città di Benevento e la Baronia di Flumari, che consistea in diciotto castella. Il Sanseverino se ne ritornò in Basilicata, e Ramondello in Puglia, e 'l Papa giunse a Cività Vecchia salvo.

CAPITOLO II. Re Carlo è invitato al trono d'Ungaria. Sua elezione ed incoronazione a quel Regno, e sua morte.

Essendo morto Lodovico Re d'Ungaria, quegli che venne due volte nel Regno di Napoli per vendicar la morte di Re Andrea suo fratello, senza lasciar di se stirpe maschile; i Principi e Prelati d'Ungaria giurarono fedeltà ad una picciola fanciulla figliuola di lui primogenita, chiamata Maria[247]; e per mostrare, che in tal fanciulla vivea il rispetto e l'amore, che essi portavano al morto Re Lodovico, fecero decreto, che si chiamasse non Regina ma Re Maria e così fu gridato da tutti i Popoli: ma poichè Elisabetta madre della fanciulla, e sua balia e tutrice, governava ogni cosa ad arbitrio di Niccolò Bano di Gara (che a quel Regno è nome di dignità, poichè non vi sono nè Principi, nè Duchi, nè Marchesi) molti altri Baroni per invidia cominciarono a sollevarsi e pentirsi di aver giurata fedeltà al Re Maria; tanto maggiormente, che aveano inteso essere destinata per moglie a Sigismondo di Luxemburgo, figliuolo di Carlo IV Imperadore e Re di Boemia; e conoscendo il Re Carlo nella Corte del Re Lodovico morto, e nel campo quando guerreggiò per quel Re contra i Veneziani; giudicarono lui personaggio degno di succedere a quel Regno, per lo parentado che avea col Re morto. Mandarono per tanto per Ambasciadore il Vescovo di Zagrabia a chiamarlo, ed a pregarlo che avendo bisogno quel Regno d'un Re bellicoso, e non d'una fanciulla Regina, volesse venire, che gli porrebbero senz'alcun dubbio in mano la Corona di quell'opulentissimo Regno, e che non v'avrebbe contraddizione alcuna. La Regina Margarita, quando ebbe intesa la proposta dell'Ambasciadore, come presaga di quel che avvenne, cominciò a pregare il marito, che in niun modo accettasse tale impresa, che dovea bastargli, che da privato Conte, Iddio gli avea fatta grazia di dargli la possessione di questo Regno, nel quale era più savio consiglio stabilirsi in tutto, e cacciarne i nemici, che lasciare a costoro comodità, che potessero cacciarne lei ed i figli, mentre egli andava a spogliare quella povera fanciulla del Regno paterno, ad istanza di gente infedele e spergiura, la quale non avendo osservata fede alla Regina loro, figliuola di un Re tanto amato, e benemerito di quel Regno, non era da credere, che avessero da osservare fede a lui. All'incontro Re Carlo vedendosi ora in prospera fortuna, poichè di due nemici, che avea nel Regno, il Re Luigi era morto, e Papa Urbano fuggito, e considerando ancora, che per la puerizia de' figliuoli del Re Luigi, avrebbe tempo d'acquistare quel Regno, senza timore di perdere questo; finalmente si risolse di partire, ed a' 4 di settembre si pose in via con pochissima gente; per due cagioni, l'una per non volere mostrare agli Ungheri, che egli volesse venire ad acquistare il Regno per forza d'arme, ma solo per buona loro volontà; e l'altra per lasciare più gagliarda la parte sua contra quella del Re Luigi: ed imbarcato a Barletta, con felice navigazione arrivò in sei dì in Zagrabia, dove il Vescovo l'accolse con grandissima magnificenza, e si fermò là per alcuni dì, per far intendere agli altri Baroni della conspirazione la sua venuta, a tal che più scovertamente e senza rispetto, si movessero contra la Regina e con lettere a diversi amici suoi, ch'erano ancora sotto la fede della Regina, si sforzò d'ampliare il numero de' parteggiani suoi, con promesse non solo a loro, ma a tutto il Regno di rilasciare i tributi, e concedere nuovi privilegi, e far indulto a tutti i fuorusciti. E già con quest'arte in pochi dì gli parve d'aver guadagnato tanto, che potesse senza fatica andare a coronarsi Re, perchè non si vedea essere rimasti altri dalla parte della Regina, che il Bano di Gara; onde si mosse ed andò verso Buda.

Queste cose erano tutte notissime alla regina Elisabetta vecchia, ed al Re Maria, onde con molta prudenza mandarono subito per lo sposo, e fecero celebrare le nozze tra Sigismondo e Maria, dubitando, che re Carlo per agevolare più l'acquisto del Regno, pubblicasse da per tutto, che non veniva per cacciare il Re Maria dal Regno, ma per darla per moglie a Ladislao suo figliuolo Duca di Calabria, con la quale arte avrebbe senza dubbio tirato a se tutto il resto dei partigiani occulti del Re Maria, i quali per non volere Sigismondo Boemo, sarebbonsi più tosto contentati di lui; ma celebrate che furono le nozze, Sigismondo ch'intendea, che il re Carlo se ne veniva a gran giornate, se ne andò in Boemia.

La fama di queste nozze dispiacque molto a Re Carlo, perchè giudicava, che l'imperator Carlo IV[248] padre di Sigismondo non avrebbe mai sofferto, che il figlio fosse cacciato insieme colla moglie dal Regno, debito a loro, senza fare ogni sforzo di cacciarne lui; ma le due Regine dopo la partita di Sigismondo con grandissima arte dissimulando, mandarono a Re Carlo a dimandargli se veniva come parente o come nemico, perchè venendo come parente avrebbero fatto l'ufficio, che conveniva, nell'andargli incontro, e nel riceverlo con ogni dimostrazione di amorevolezza; se come nemico, il che non credevano, sariano venute a pregarlo come donne infelici ed abbandonate, che avesse loro qualche rispetto, non già per lo parentado, ma per non aver mai avuto da loro nè in fatti nè in parole offesa alcuna. Re Carlo dissimulando rispose, ch'egli veniva come fratello della Regina, la quale avea inteso in quanti travagli stava per le discordie del Regno, perch'egli era tanto obbligato alla memoria di Re Lodovico suo benefattore, che avea pigliata questa fatica di lasciare il Regno suo in pericolo, per venire ad acquietare le discordie e pacificare il Regno d'Ungaria, che potesse quietamente ubbidire al Re Maria, e che però l'una e l'altra stessero con l'animo quieto; e con questa risposta credendosi, che le Regine la credessero, andò in Buda con miglior animo, pensando che ancora l'Imperadore credendolo, non si movesse a richiesta delle due Regine a disturbare il suo disegno. Ma le Regine, ancorchè non si fidassero a tal risposta, vedendo che non potevano resistere con aperte forze, deliberarono guerreggiare con arti occulte, e dimostrando allegrezza della venuta del Re, come fratello, fecero apparecchiare nel castello una gran festa ed uscirongli incontro con grandissima pompa, con tanta dissimulazione, che veramente non pure Re Carlo, ma tutti gli Ungheri credevano, che stessero in quell'errore, e che quelle accoglienze fossero fatte non meno con l'animo che con l'apparenza; e per questo Carlo, quando le vide, discese da cavallo ad abbracciarle, e quando furono insieme entrati in Buda, per mostrare più modestia, non volle andare ad alloggiare in castello, ma ad un palazzo privato della città, fin che si fosse trovato modo di farsi pubblicare per Re. Il dì seguente entrato nel castello a visitare le Regine, furono con pari dissimulazione replicate le accoglienze vicendevolmente ed i ringraziamenti; e così in apparenza credeano ingannare l'uno l'altro; ma l'uno e l'altro stava sospetto e tenea secrete spie di quel che si facea.

Niccolò Banno di Gara fidelissimo servidore delle Regine, che conoscea, che tutto quel male era nato per cagion sua, non si partiva mai da loro, avendo cura, che nella guardia reale fossero tutte persone fidelissime, a tal che non fosse fatta forza alcuna. All'incontro Re Carlo facendosi chiamare Governador del Regno, stava aspettando il modo ed il tempo di occuparlo e d'entrare nel castello; e dall'altra parte le Regine si guardavano quanto più potevano. Ma da questa guardia delle Regine nacque più tosto comodità a Carlo che impedimento, perchè vedendosi dal volgo, che le Regine erano poco corteggiate, perchè le guardie non lasciavano entrare se non pochissimi personaggi; vennero subito in dispregio, e tutte le faccende si facevano in casa del Governadore; e per questo quelli, che si trovavano aver chiamato Re Carlo, andavano sollevando la plebe, con dire che il governo de' Regni non sta bene a donne, che son nate per filare, e per tessere, ma ad uomini valorosi e prudenti, che possono in guerra ed in pace difendere, ampliare e governare le nazioni soggette; e con queste e simili esortazioni commossero a grandissimo tumulto il Popolo; onde le Regine timide, non solo si teneano in pericolo di perdere il Regno, ma anche la vita. Comparvero Intanto alcuni Vescovi e Baroni veramente fautori di Carlo, e sotto spezie di volere acquietare il tumulto promisero alla plebe di voler trattare dell'elezione del Re; nè essendo per anche finito il tumulto, Re Carlo sotto colore di temerlo, entrò nel castello, e trovando sbigottite le guardie, lasciò in luogo loro alcuni Italiani, ch'erano venuti con lui: e salito alle Regine, disse loro, che stessero di buon animo; e poco da poi ritornato nel suo palazzo, trovò ch'era stato gridato Re dalla plebe, e confermato da molti Baroni, anzi da tutti, parte con parole, e parte con silenzio, perchè quelli ch'erano dalla parte del Re Maria, per timore del Popolo non ebbero ardire di contraddire; onde volle che si mandasse da parte di tutti i Baroni, Prelati e Popolo, uno, che dicesse al Re Maria, come per beneficio del Regno, che non potea essere ben governato da donne, aveano eletto nuovo Re, e comandavano, che ella lasciasse il Regno e la Corona, nè volesse contrastare alla volontà universale di tutto il Regno.

Le povere Regine a questa imbasciata per un pezzo restarono attonite; ma poi il Re Maria generosamente rispose: Io mai non cederò la Corona ed il Regno mio paterno; ma voi seguitate quella via, che avete presa, ch'io se non potrò contrastare spero, che quando vi pregherò per la memoria di Lodovico mio padre, che mi vogliate lasciare andare in Boemia a ritrovare mio marito, non sarete tanto discortesi, che avendomi levato il Regno ereditario, mi vogliate ancora levare la libertà, e questo poco d'onore, che vi cerco per ultimo ufficio della fedeltà, che mi avete giurata, della quale siete tanto poco ricordevoli. Ma la Regina Elisabetta per risarcire la risposta della figlia, più generosa di quel che il tempo richiedeva, pregò colui, che venne a far loro l'imbasciata, che rispondesse ai Signori del Consiglio, che poichè le donne sono in questo imperfette, che non possono, o senza molto pensare, o senza consiglio risolversi nelle cose di tanta importanza, gli pregavano, che dessero loro tempo di rispondere; e partito che fu, si levò un pianto da loro e da tutte le donne ed uomini della Corte, che s'udiva per tutta la città, per la quale ancora molte persone discrete, e da bene andavano meste, che parea, che fosse spenta la memoria di tanti e sì grandi beneficj ricevuti, e che Iddio ne mostrerebbe miracolo contro il Regno, che sopportava tanta scelleratezza. Ma tornando nuova imbasciata al castello a dimandare alle Regine la corona, e lo scettro, la Regina Elisabetta saviamente confortò la figlia, che poichè col contrastare non potean far altro effetto, che porre ancora in pericolo le vite loro, volesse cedere ed uscire del castello, avanti che il Popolo furibondo venisse a cacciarle: ammonendola, che Dio vendicatore delle scelleraggini l'avrebbe per qualche via sollevata, e ricordandole del costume efferato degli Ungheri, che un dì per furia sono crudelissimi e ferocissimi animali, e l'altro, mancata la furia, sono vili pecore, e come non pensano a quel che fanno, si pentono spesso di quel che hanno fatto: pigliata la corona andò a visitare Re Carlo, lasciando la figlia in amarissimo pianto; ed essendo ricevuta da Carlo con grand'onore, cominciò a dirgli queste parole: Poich'io veggio il Regno d'Ungaria, per l'aspra e crudele natura degli Ungheri, impossibile ad essere ben governato per mano di donne, ed è volontà di tutti, che mia figlia ne sia privata, io l'ho confortata, e per l'autorità, che ho con lei, come madre le ho comandato, che ceda alla volontà loro ed alla fortuna, ed ho piacere, che sia più tosto vostro, che discendete dalla linea di Re Carlo, che di altri; ma almeno vi priego, che ne lasciate andare in libertà. Il Re rispose cortesissimamente, che stesse di buon animo, che avrebbe lei in luogo di madre e la figliuola in luogo di sorella, e ch'era per contentarle di quanto desideravano, e fu tanta la prudenza e la costanza di questa donna, e seppe si ben dissimulare l'interno dolor suo e della figlia, che per la città si sparse fama, che di buona voglia avessero rinunziato il Regno al Re Carlo lor parente; e l'istesso Carlo ancora in questo ingannato, mandò a convitarle alla festa dell'Incoronazione, che avea da farsi in Alba, e le donne con mirabile astuzia vi andarono insieme con lui, come fossero esse ancora partecipi della festa, e non condotte là per maggior dolore e più grave loro scorno.

Venuto il dì della Coronazione, Re Carlo posto nella sedia regale, fu coronato dall'Arcivescovo di Strigonia, di cui è particolar ufficio coronar coloro, che i Baroni, Prelati e' Popoli eleggono per Re; e quando fu a quella cerimonia di voltarsi dal palco, e dimandare tre volte a' circostanti, se volevano per Re Carlo, quanto più alzava la voce, tanto con minor plauso gli veniva risposto, perchè in effetto la terza volta non risposero, se non quelli che aveano proccurata la venuta di Carlo; e senza dubbio la presenza delle due Regine commosse a grandissima pietà la maggior parte della turba, e massimamente quelli, che più si ricordavano dell'obbligo, che tutto il Regno avea alle ossa del Re Lodovico; e si conobbe subito un pentimento universale tra coloro, ch'erano condescesi alle voglie de' fautori di Carlo, ed un raffreddamento negli animi d'essi fautori, tanto più che successe una cosa, presa per pessimo augurio, che finita la Coronazione, volendo Re Carlo tornare a casa, colui, che portava innanzi, com'è solito, la bandiera, che fu di Re Stefano (quegli che per le virtù sue fu canonizzato per Santo) non avendo avvertenza nell'uscire della porta di abbassarla, la percosse nell'architrave della porta della chiesa; e com'era per vecchiezza il legno e la bandiera fragile, si ruppe e lacerò in più parti: e da poi nel dì medesimo, venne sì grave tempesta di tuoni e di venti, che gl'imbrici delle case andavano volando per l'aria, e molte case vecchie e debili caddero con grandissima uccisione; ed a questo s'aggiunse un altro prodigio, ch'una moltitudine infinita di corbi entrarono con strepito grandissimo nel palazzo reale, che fu una cosa molestissima a sofferire, massimamente non potendosi in niun modo cacciare, e per questo stavano gli animi di tutti quasi attoniti; del che accorto Re Carlo cominciò a dimostrare di farne poca stima, e di dire, che queste erano cose naturali, e l'averne paura era ufficio femminile.

Le due Regine ridotte nel castello non aveano altro refrigerio, che i buoni ufficj di Niccolò Bano di Gara, il quale con grandissima divozione fu loro sempre appresso, confortandole e servendole; e perchè già s'accorgevano del pentimento degli Ungheri, e della poca contentezza, che s'avea della coronazione di Re Carlo, cominciarono a rilevarsi d'animo; e ragionando un dì il Re Maria e la madre a Niccolò del modo, che potea tenersi di ricovrar la perduta dignità e '1 Regno, Niccolò disse loro, che quando a loro piacesse avrebbe fatta opera, che Re Carlo fosse ucciso: queste parole furono avidamente pigliate dalle due Regine, e ad un tempo risposero, che non desideravano cosa al mondo più di questa: e Niccolò pigliando in sè l'assunto di trovar l'omicida, diede a loro il carico di adoperarsi, che 'l Re venisse in camera loro, e mentre egli attese a far la parte sua, le Regine con la solita dissimulazione trovarono ben modo d'obbligare il Re a venire all'appartamento loro, perchè la Regina Elisabetta disse, che avrebbe fatta opera, che Sigismondo sposo della figliuola avesse ceduto, come avean esse ceduto al Regno, purchè il Re con alcuni non gravi patti ne avesse mandata la moglie in Boemia; e poichè Re Carlo ebbe inteso con molto suo piacere questo pensiero della Regina, la ringraziò molto, e la pregò, che conducesse questo trattato a fine, ch'egli era per conceder, non solo, che se n'andasse la Regina giovane al marito, ma che si portasse ancora tutti i tesori reali, occulti, e palesi: e dopo alcuni dì, avendo Niccolò trovato un valentissimo uomo chiamato Blasio Forgac, persona intrepida, che avea accettata l'impresa d'uccidere il Re, e condottolo nel castello, avendo ad una gran quantità de' suoi confidenti ordinato, che venissero parte nel castello e parte restassero fuori con armi secrete; le Regine mandarono a dire al Re, che aveano lettere da Sigismondo piene d'allegrezza, e 'l Re, che non desiderava altro, si mosse ed andò subito alla camera loro, e posto in mezzo nel tempo, che volevano mostrargli la lettera, entrò Niccolò sotto specie di volere invitare il Re, e le Regine alle nozze di una figlia sua, e con lui entrato Blasio, il quale subito con una spada ungara diede una ferita al Re in testa, che gli calò fino all'occhio. Il Re gridando cadde in terra; e gl'Italiani che 'l videro caduto, e versare una grandissima quantità di sangue, pensarono tutti a salvarsi; in modo, che Blasio non ebbe alcuna fatica per ponersi in sicuro, perchè subito concorsero i parteggiani di Niccolò, e se n'uscì dal castello colla spada insanguinata; e Niccolò accortosi della paura della guardia del Re, e degl'Italiani, senza contrasto pose le guardie al castello di persone tutte affezionate alle Regine. Poichè il Re fu ridotto ferito alla camera sua, e si conobbe dagli Italiani non essere speranza alcuna alla vita sua, cominciarono a fuggire e salvarsi col favore di alcuni Ungheri, che aveano tenuta la parte del Re Carlo; la notte poi grandissima moltitudine, non solo de' cittadini di Buda, ma delle ville convicine, concorsa al rumore di sì gran fatto, cominciò a gridare: Viva Maria figlia di Lodovico, viva il Re Sigismondo suo marito, e mora Carlo tiranno, e traditori seguaci suoi: e col medesimo impeto saccheggiarono le case di quanti mercanti Italiani erano in Buda. Le Regine allegre fecero portare il Re Carlo così ferito a Visgrado, simulando di fargli onore, con mandarlo a seppellire dove era solito di seppellirsi gli altri Re d'Ungaria, e sono alcuni che dicono, che per non aspettare che morisse della ferita lo fecero, o avvelenare o affogare, perchè s'intendea, che Giovanni Banno di Croazia, Capo de' fautori di Carlo, con gran numero di valenti uomini veniva a favore del Re per farlo governare. Il corpo del Re, poichè fu morto, fu condutto a seppellire alla chiesa di S. Andrea com'era costume di seppellire gli altri, ma poco da poi venne ordine da Papa Urbano, che fosse cavato da chiesa, essendo morto scomunicato e contumace di Santa Chiesa.

Questo fu il fine di Re Carlo III di Durazzo, del quale si potea sperare, che avesse da riuscire ottimo Principe, se non s'avesse fatto accecare dall'ambizione, e si fosse contentato di possedere quel Regno, che con qualche colorato titolo parea che possedesse. Fu, secondo che narra Paris de Puteo[249], di sua persona valoroso, anzi valentissimo ed amatore de' Letterati, ancorchè nel Regno suo torbido e fluttuante pochi ne fiorissero, affabilissimo con ogni persona e molto liberale; solo fu tacciato di crudeltà ed ingratitudine verso la Regina Giovanna e le cognate sorelle della moglie, del che solamente potea scusarlo la gelosia del Regno. Di lui non abbiamo leggi, che si lasciasse, come gli altri Re suoi predecessori. Visse anni quarantuno, e regnò in Napoli anni quattro e cinque mesi, da agosto 1381 fin a' 6 febbraio 1386. Lasciò di Margarita sua moglie due figliuoli, Giovanna già grandetta, e Ladislao ch'era di dieci anni.

CAPITOLO III. Di Re Ladislao e sua acclamazione. Nuovo Magistrato istituito in Napoli. Guerre sostenute col Re Luigi II d'Angiò competitore di Ladislao.

Giunta in Napoli l'infelice novella della morte di Re Carlo, la Regina Margarita, ancorchè per qualche tempo proccurasse tenerla occulta, nulladimanco, essendo poi venuta a Roma a Papa Urbano, non potendo ella celarla più, la pubblicò alla città; e con dimostrazione d'infinito dolore celebrò l'esequie, essendo rimasta vedova di trentotto anni ed afflitta, per la poca età del figlio, e per lo timore degli nemici. Furono molti, che le persuasero, che facesse gridare se stessa per Regina, poichè il Regno apparteneva a lei, come nipote carnale della Regina Giovanna I. Ma vinsero quelli che le persuasero, che facesse gridare Re Ladislao suo figlio, col dubbio che il Papa non avesse potuto dire, che la Regina Giovanna non potea trasmettere agli eredi il Regno, essendone stata privata in vita per sentenza, come scismatica. Fu per tanto gridato a' 25 febbraio 1386 per tutta Napoli Re Ladislao, che avea poco più di dieci anni; e la Regina la prima cosa che fece, mandò per Ambasciadore al Papa Antonio Dentice, per mitigarlo, supplicandolo umilmente, che con l'esempio di colui, del quale era Vicario in terra, volesse scordarsi dell'offese del padre, e pigliare la protezione dell'innocente fanciullo, prendendosi quelle Terre del Regno, ch'e' volesse, per darle a' suoi parenti. Il Papa parte mosso a pietà, parte sazio d'aver veduto morto Re Carlo, e parte per disegno di poter disporre di gran parte del Regno, rispose, fuor della natura sua, benignamente, e creò Gonfaloniero di Santa Chiesa Ramondello Orsino, e per un Breve Appostolico gli mandò a comandare che pigliasse la parte del Re Ladislao, e per lo Vescovo di Monopoli suo Nunzio gli mandò ventimila ducati, acciocchè potesse assoldare più genti di quelle che tenea, e con questo la Regina restò alquanto confortata.

Ma Margarita, come donna poco esperta ad un governo tale ed a tal tempo, essendo a lei detto dai suoi Ministri, che le maggiori armi e forze per mantener i Regni sono i danari, avea cari più degli altri quei Ministri, che più danari facevano, senza mirare, se gli facevano per vie giuste o ingiuste, nè dava udienza a coloro che venivano a lamentarsi. Oltra di ciò, avea abbracciata tanto volentieri, ed impressasi nella mente così tenace l'opinione di far danari, che le erano sospetti tutti coloro, ch'entrassero a consigliarla altramente, senza por mente alle persone, se fossero di autorità, e se fossero affezionate alla parte sua. A questo aggiunse di più, che trovandosi aver fatta mala elezione de' primi Uffiziali, e creando poi gli altri a relazione e voto de' primi, quelli non proponevano se non persone dependenti da loro, mirando poco se fossero abili o inabili, onde perderono ogni speranza i Dottori e gli altri uomini prudenti e di giudizio, di potere avere parte alcuna ne' Governi e negli altri Ufficj; e quindi ogni dì si vedean fatti mille torti tanto a' cittadini quanto a' nobili. Per questo i cinque Seggi uniti col Popolo deliberarono di risentirsi, e crearono un nuovo Magistrato che fu chiamato degli Otto Signori del Buono stato, che avessero da provedere, che da' Ministri del Re non si avesse a far cosa ingiusta. Questi otto furono Martuccello dell'Aversana per Capuana, Andrea Carafa per Nido, Giuliano di Costanzo per Portanova, Tuccillo di Tora e Paolo Boccatorto per Montagna e per Porto, Giovanni di Duca, nobili, ed Ottone Pisano, e Stefano Marsato popolani, i quali cominciarono con grandissima autorità ad esercitare il loro Magistrato, andando ogni dì un di loro a' Tribunali, a vedere quel che si facea, affinchè non fosse fatto torto ad alcuno. Talchè in breve parve, che fossero più temuti essi dagli Ufficiali, che gli Ufficiali dal resto della città; nè perchè la Regina col suo Supremo Consiglio facesse ogni sforzo, bastò ad abolire tal Magistrato; onde entrò in grandissimo timore di perdere Napoli, come in breve succedette.

Intanto la Regina Maria vedova del Re Luigi I e madre del picciolo Re Luigi, avendo la protezione di Clemente, era presso il Papa in Avignone a proccurare l'investitura, e lo ristabilimento del suo figliuolo nel Regno, e stante la minorità del medesimo, erasi dichiarata sua governatrice e balia; ma Clemente che non meno degli altri suoi predecessori, pretendeva il Baliato appartenere alla Sede Appostolica, non volle darla, se prima non si pensava il modo da tenere, per togliere questa difficoltà: onde concertato l'affare coi Cardinali e Ministri della Regina, fu risoluto, che la Regina Maria in pubblico Concistoro dimandasse al Papa ed al Collegio il Baliato, siccome fu fatto, e Clemente assentì; da poi il Re e la Regina diedero il giuramento di fedeltà ed omaggio, ed il Papa investì Luigi del Regno, dandogli in segno dell'investitura lo stendardo, e ne gli spedì Bolla nel mese di maggio dell'anno 1385[250].

La fazione Angioina riconoscendo altro Papa ed altro Re, e fra gli altri Tommaso Sanseverino Gran Contestabile, e Capo della parte Angioina, e della famiglia sua, subito che intese la disposizione in cui stava la città di Napoli, si usurpò il titolo di Vicerè per parte di Luigi II Duca d'Angiò ch'era assente, e convocò un Parlamento per lo ben pubblico ad Ascoli, nel quale vennero tutti i Baroni che aveano seguita quella parte, e con l'esempio di Napoli che avea creati gli Otto del Buono stato della Città, furono eletti in quel Parlamento sei Deputati per lo Buono stato del Regno. Questi furono Tommaso suddetto, Ottone Principe di Taranto, Vincislao Sanseverino Conte di Venosa, Niccolò di Sabrano Conte d'Ariano, Giovanni di Sanframondo Conte di Cerreto, e Francesco della Ratta Conte di Caserta. Nel Parlamento fu anche conchiuso, che avessero tutti i Deputati da unirsi a Montefuscolo con tutte le forze loro, e così fu fatto, perchè due mesi dopo il Parlamento comparvero tutti, e fatto un numero di quattromila cavalli, e duemila fanti, vennero a tentare Aversa, e non potendola avere, vennero a porre il Campo due miglia lontano da Napoli; e mandarono Pietro della Mendolea in Napoli a tentar gli animi degli Otto del Buono stato, ed a sollecitargli che volessero rendere la Città a Re Luigi II d'Angiò, erede della Regina Giovanna I. Gli Otto risposero che non erano per mancare della fede debita al Re Ladislao, ed andarono subito a trovar la Regina, e ad offerirsi d'intervenire alla difesa della città. La Regina adirata, lamentandosi, che tutto quel male era cagionato dal governo loro, stette in punto di fargli carcerare; ma se n'astenne per consiglio del Duca di Sessa, che allora era in Napoli e lor disse, che attendessero a guardar bene la città, perchè verrebbe presto il Confaloniere della Chiesa, ch'era al Contado di Sora a far genti per soccorrerla. Pietro ch'era stato in Napoli due giorni, se ne ritornò al campo con la risposta degli Otto, e disse che Napoli non poteva tardar molto a far novità perchè avea lasciata la plebe alterata, ed i padroni delle ville dolenti di non poter uscire a far la vindemia. Nè fu vano il pronostico, perchè fermandosi il campo dove stava, ad ogni ora correvano i villani ad annunziare a' padroni delle ville i danni che facevano i soldati agli arbusti; onde a' 20 settembre si mossero alcuni cittadini, ed andarono a S. Lorenzo a trovare gli Otto, e far istanza che provvedessero: questi davan loro parole e speranza che fra breve verrebbe il Confaloniere coll'esercito del Papa a liberargli; ma il Popolo minuto che a que' dì soleva uscire per le ville, e portarne uve ed altri frutti, vedendosi privo di quella libertà in tempo che più ne avea bisogno, corse con gran tumulto a S. Lorenzo, e, prese l'armi, sarebbe trascorso a far ogni male, se accorsi da una parte molti Cavalieri e Nobili in difesa degli Otto, e dall'altra interpostisi alcuni gentiluomini vecchi e popolani di rispetto e prudenti, non avessero sedato il rumore. Questi ponendosi in mezzo fra la plebe ed i nobili, cominciarono a trattare con gli Otto il modo d'acquetar il tumulto, ed infine gli Otto temendo che la plebe non corresse ad aprire la porta del mercato a' Deputati del Regno, vennero a contentarsi di trattar una tregua che i cittadini potessero uscire per le loro ville, ed i soldati de' Deputati potessero a trenta insieme entrare nella città, per quel che loro bisognava.

La Regina, che per l'odio che portava agli Otto, avea avuto piacere di questo tumulto, con isperanza, che la plebe gli avesse tagliati a pezzi, ebbe dispiacere quando intese, che n'era uscita questa tregua, per la quale tutti que' del suo Consiglio diceano che Napoli potea tenersi per perduta; onde per darci qualche rimedio operò, che l'Arcivescovo Niccolò Zanasio, che al Bozzuto era succeduto[251], l'Abate di S. Severino, ed alcuni altri Religiosi cavalcassero per la città, sollevando un'altra volta la plebe, con dire, ch'era vergogna, che un popolo così cristiano ed amato tanto da Papa Urbano vero Pontefice, sopportasse, che praticasser per Napoli i soldati dell'Antipapa scismatico; e mentre andavano predicando con simili parole, alcuni nobili di Portanova cominciarono a riprendergli, con dir loro, ch'era ufficio di mali Religiosi andar concitando sedizioni e discordie, e massimamente ad un popolo, al quale essendo una volta tolto il freno, poi non se gli può agevolmente riporre; e rispondendo l'Arcivescovo superbamente, e più gli altri, ch'erano con lui, fidandosi all'Ordine Sacro furono alcuni di loro malamente conci e feriti. Ma due dì da poi, essendo venuto avviso alla Regina che Ramondello veniva con molta gente, i Ministri della Regina senza fare stima degli Otto, si armarono con tutti coloro, ch'erano della fazione di Durazzo, sotto pretesto di voler cacciare i soldati, ch'erano entrati; ma poi corsero alle case d'alcuni Cavalieri, ch'erano reputati affezionati alla parte Angioina, i quali, prese l'armi, cominciarono gagliardamente a difendersi: gli Otto mandarono subito a dire all'una e all'altra parte che posassero l'armi, e non meno da questo comandamento, che dalla notte, che sopravvenne, la zuffa fu divisa. Ma il dì seguente essendo giunto l'avviso, che Ramondello era a Capua, gli Otto e quelli della parte Angioina temendo d'essere sterminati, mandarono a dire a Tommaso Sanseverino, che trasferisse il Campo alle Correggie, dove la sera venne. Vennero ancora in questo tempo di Provenza due galee, mandate dal Re Luigi con venticinquemila ducati per la paga de' soldati; il che inteso dalla Regina Margarita, si partì dal castel dell'Uovo, ove erasi ritirata, e disperando dello stato del figliuolo, se ne andò a Gaeta che fu a lei, ed a Ladislao sempre fedele, dove durando queste guerre, stette per tredici anni. Ma appena giunto la sera il campo nemico alle Correggie, la mattina seguente all'alba venne Ramondello, ed entrò come nemico nella città per la porta Capuana, che gli fu subito aperta, perchè la città fin a quell'ora stava nella fede del Re Ladislao, e fece gridare: Viva Urbano, e Re Ladislao. Gli Otto del Buono stato con la maggior parte de' Nobili, stavano a Nido armati, gridando: Viva Re Ladislao, e 'l Buono stato. Ma Ramondello, giunto che fu a Nido, diede sopra di essi, e gli ributtò con morte di molti, sin a' cancelli di S. Chiara; allora si mossero que' di Portanova e di Porto, ch'erano della parte Angioina, ed andarono ad aprire Porta Petruccia: onde entrato l'esercito de' Deputati, una parte corse a dar soccorso agli Otto e l'altra con gran furia diede sopra a' soldati di Ramondello, gridando: Viva Re Luigi, e Papa Clemente. Questi cominciando a cedere, obbligarono Ramondello a ritirarsi a Nola, onde la città venne interamente in mano di Tommaso Sanseverino, il quale rimasto vincitore, richiesto dagli Otto del Buono stato, provide con molti banni, che non fosse fatta violenza alle case della parte contraria, e 'l dì seguente fatto salvocondutto a tutti, fece giurare omaggio nella chiesa di S. Chiara in nome di Re Luigi II, del quale si faceva chiamare Vicerè, e lasciando pochi soldati dentro la città, distribuì gli altri per li Casali.

Poichè Tommaso Sanseverino a questo modo ebbe acquistata la città di Napoli, considerando, che non molto tempo potea tenerla contra le forze esterne; propose in un Parlamento de' Baroni della parte Angioina, e de' più nobili e potenti Napoletani, che si dovesse da parte del Baronaggio e della città mandare a Re Luigi ed a Papa Clemente, e far loro intendere, come s'erano ridotti all'ubbidienza loro con più affezione che forza, e ch'era necessario, che mandassero gagliardi ajuti per poter non solo assicurare la parte Angioina, ma ponere affatto a terra la parte della Regina e di Papa Urbano, contra i quali non potrebbero con le forze del Regno molto tempo resistere. Fu subito conchiuso, che si mandasse, e furono eletti più Ambasciadori, i quali navigando felicemente giunsero a Marsiglia, ove ritrovarono Luigi, e lo salutarono per Re, e n'ebbero gratissime accoglienze, e lo sollecitarono, o a venir subito, dov'era con gran desiderio aspettato, o che mandasse supplimento di gente e di danari. Ed essendosi trattenuti alcuni dì, conoscendo in fine, essere quel Signore di natura nell'azioni sue tepido e non così fornito di danari, che se ne potesse aver gagliardo e presto soccorso; andarono ad Avignone a trovar Papa Clemente, dal quale sapevano, che avrebbero migliori recapiti, per togliere l'ubbidienza a Papa Urbano suo nemico. Ebbe Clemente cara molto la venuta degli Ambasciadori, e pigliò molto piacere d'intendere da loro, quanto picciola parte del Regno era rimasta all'ubbidienza d'Urbano, e della speranza gli davano di torgli in breve il rimanente; e poichè in Concistoro pubblico ebbe sommamente lodata la città ed i Baroni, che conoscendo la giustizia della causa, s'erano partiti dall'ubbidienza del Papa scismatico (che così chiamava egli Urbano) ed erano venuti all'ubbidienza sua, ch'era vero e legittimo Papa, e che ricordevoli de' beneficj ricevuti dalla buona Regina Giovanna, avessero eletto di seguire la parte di Re Luigi suo legittimo erede, cacciando l'erede del tiranno ed invasore, che con tanta ingratitudine l'avea privata del Regno e della vita; promise grandissimi e presti ajuti, e che avrebbe fra pochi dì coronato Re Luigi e proccurato, che venisse con grand'esercito nel Regno.

Gli Ambasciadori, ancorchè vedessero con quanta veemenza il Papa avea parlato, pur avendo in quelli dì inteso per lettere, che la plebe di Napoli era impaziente degl'incomodi d'un assedio, e che Papa Urbano e la Regina Margarita si apparecchiavano di mandare ad assediare la città per mare e per terra, ringraziarono il Papa degli aiuti promessi, e lo pregarono, che fosse quanto prima era possibile; ed assicurandoli il Papa, che non avea cosa al Mondo più a cuore di questa, ed avendo ad alcuni di loro concesse riserve di beneficj per parenti loro, si partirono contentissimi. Giunsero costoro verso la fine dell'anno in Napoli e rallegrarono la città, con la speranza dell'apparato, che aveano lasciato, che si faceva in Marsiglia ed in Genova, e con la relazione della liberalità, clemenza e dolcezza de' costumi del Re Luigi, e della prontezza di Papa Clemente: tal che a tutti parea la guerra finita.

Mentre queste cose s'erano trattate in Provenza, dall'altra parte Ramondello Ursino e la Regina Margarita facevano ogni forzo per impedire a Napoli i viveri, acciocchè per fame la città dovesse rendersi; ma per la vigilanza del Sanseverino, liberata la città di questo timore, ed essendo giunte a Napoli alcune galee di Provenza, mandate da Papa Clemente con trentamila scudi d'oro per paga dell'esercito, e provista Napoli di vettovaglie; la Regina, disperata di non averla per fame, se ne ritornò a Gaeta. Pochi dì da poi che la Regina fu ritornata a Gaeta, giunse l'armata provenzale in Napoli, ed in essa venne con titolo di Vicerè e di capitan generale Monsignor di Mongioja, e da' Napoletani e da tutti coloro, che nel Regno seguivano la parte Angioina, ne fu fatta grand'allegrezza; non considerando quel che n'avvenne; poichè per la sua alterigia fu più tosto cagione di turbare che di stabilire il Regno al Re Luigi. Perchè Tommaso Sanseverino restò offeso, che il Re non gli avesse mandata la conferma di Vicerè, e per disdegno se n'andò alle sue terre, e pochi dì da poi trattando il Mongioja col principe Ottone, non con quel rispetto, che conveniva a tal Signore per la nobiltà del sangue, per essere stato marito d'una Regina, e per la virtù e valor suo nell'arme: il Principe si partì con le sue genti, e se n'andò a Santa Agata de' Goti. I Signori del Buono stato uniti andarono a ritrovare il Mongioja e gli dissero, che il modo ch'egli tenea, farebbe in breve spazio perdere il Regno, alienando gli animi de' più potenti Signori, e ch'era necessario, che in ogni modo cercasse di placare il principe Ottone: ed ancorchè il Mongioja avesse dato il pensiere ad essi di placarlo, nulladimanco furono inutili tutti i trattati, per li molti patti, che voleva il Principe, i quali non solo al Vicerè, ma a tutt'i Cavalieri parvero soverchi, e non degni d'essere conceduti. E da questo s'accorsero, che il Principe a quel tempo doveva esser in pratica di passarsene alla parte della Regina, il che si confermò poi, perchè si vide, che alzò subito le bandiere di Durazzo. Angelo di Costanzo per questo credette esser vero quel, che in un breve compendio scritto a penna di Paris de Puteo avea letto, che il Principe avea fatto disegno di pigliarsi la Regina Margarita per moglie, e che quella donna sagacissima per tirarlo alla parte sua, glie ne avea data speranza; ma poi con iscusandosi che Papa Urbano non volea dispensarvi, per essere stata la regina Giovanna prima moglie del Principe, zia carnale della regina Margarita, lo lasciò deluso a tempo, che per vergogna non poteva mutar proposito, e seguì fin alla morte quella parte; onde seguirono molte novità, e la parte di Durazzo cominciava ad entrare in isperanza di poter ricuperar Napoli ed il resto del Regno, che si teneva per Re Luigi;

CAPITOLO IV. Nozze tra il Re Ladislao e la figliuola di Manfredi di Chiaramonte. Morte d'Urbano, elezione in suo luogo di Bonifacio IX e venuta del Re Luigi II in Napoli.

Intanto la Regina Margarita, che stava in Gaeta con molti del suo partito, non potendo sopportar l'ozio nel qual parea, che si marcisse la speranza di ricovrar presto Napoli, non pensava ad altro, che a trovar modo di cavar danari per rifar l'esercito, con soldar nuove genti. Ma avvenne, che alcuni mercanti gaetani, ch'erano stati a comprar grani in Sicilia, dissero avanti la Regina gran cose delle ricchezze di Manfredi di Chiaramonte e delle bellezze di una sua figliuola; onde l'animo vagabondo della Regina si fermò col pensiere di mandare a chiedere quella figliuola per moglie al Re Ladislao suo figlio, ch'era già di quattordici anni; e con ciò sia ch'era nelle sue azioni fervida e risoluta, fece chiamare subito il Consiglio e disse, che dopo aver vagato colla mente per tutti i modi, che potessero tenersi per far danari, per rinovar la guerra, non avea conosciuto per certa via, che quella di questo matrimonio, dal quale voleva la ragione, che si potesse aver dote grandissima, e che però voleva mandar in Sicilia a trattarlo. Non fu persona nel Consiglio, che non laudasse la prudenza della Regina, e con voto ed approvazione di tutti, furono eletti il conte di Celano e Bernardo Guastaferro di Gaeta, per andare a trattare il matrimonio in Sicilia: il Conte, perch'era Signore ricco e splendido, e conduceva seco famiglia onorevole, e Bernardo per esser Dottor di legge ed uomo intendente. Questi con due galee partiti da Gaeta, il quarto dì giunsero felicemente in Palermo. Era Manfredi di Chiaramonte di titolo Conte di Modica, ma in effetto Re delle due parti di Sicilia, perchè per la puerizia del Re, e per la discordia de' Baroni avea occupato Palermo e quasi tutte l'altre buone terre dell'isola, avendo acquistato con le forze sue proprie l'isola delle Gerbe, dalla quale traea grandissima utilità, non solo per lo tributo, che gli pagavano i Mori, ma per l'utile che traeva dai mercatanti, che avean commercio e trafichi in Barberia; ed essendo di natura sua splendido e magnanimo, con grandissima pompa accolse gli Ambasciadori; e poichè ebbe inteso la cagione della lor venuta, la gran virtù e valore della Regina Margarita, la grande aspettativa, che si potea tenere del piccolo Re Ladislao, e la certezza di cacciare gli nemici del Regno, avendosi aiuto di danari, restò molto contento, vedendosi non solo offerta occasione di far una figlia Regina d'un ricchissimo Regno, ma di potere sperare coll'aiuto del genero di occupare il rimanente dell'isola, e farsi Re; strinse egli per tanto senza molto indugio il matrimonio; ed ancorchè i Napoletani facessero ogni sforzo per impedirlo, Manfredi non volle muoversi dalla determinazione ch'avea fatta; onde giunto in Palermo Cecco del Borgo, Vicerè del Re Ladislao, a condurne la sposa, Manfredi gli consegnò la figliuola Costanza, ed in compagnia di lei mandò alcuni suoi parenti con quattro galee, ed oltre alla ricca dote, le diede gran copia d'argento lavorato, gioie e tapezzerie. Partiti da Palermo con prospero vento arrivarono in pochi dì a Gaeta, dove la Regina ed il Re accolsero la sposa con grandissima allegrezza e con feste splendidissime, che furono per molti dì continovate.

Finite appena le feste, venne una maggior felicità a Ladislao, perchè morì Papa Urbano, che per lui era inutile; poichè per la sua natura bizzarra e ritrosa, era odiato non men dal Collegio, che da tutti i popoli di sua ubbidienza; ed avendo fatto morire molti Cardinali, ed altri privati del Cappello per diversi sospetti, non poteva attendere ad altro, che a guardarsi dalle congiure, che temeva fossero fatte contra di lui. Morì Urbano nel 1389, e fu creato in suo luogo il Cardinal Pietro Tomacello, e chiamato Bonifacio IX[252], che come si dirà appresso fu grandissimo protettore del Re Ladislao.

(Ladislao, avuta da Bonifacio l'investitura del Regno, simile a quella data a Carlo suo padre, gli spedì lettere nel 1390 nelle quali, prestandogli giuramento di fedeltà, dichiara, per beneficio della Sede Appostolica possedere il Regno. E Bonifacio mandò lettere ai Napoletani, perchè lo riconoscessero per vero e legittimo Re: siccome nell'anno 1398 conferma la pace stabilita fra Ladislao, e gli Ordini del Regno. Le quali lettere si leggono presso Lunig[253]).

Lasciò Papa Urbano pochi al mondo che piangessero la sua morte, perchè benchè fosse d'integrità singolare, fu superbo, ritroso ed intrattabile di natura, ed alle volte non sapeva egli stesso quel che si volesse: fu sepolto in Roma in S. Pietro con rustico epitaffio; ma in Napoli nella chiesa di S. Maria la Nuova, nella cappella di Francesco Prignano, presso il sepolcro del B. Giacomo, gli fu eretto un famoso tumulo colla sua statua, che ancor oggi si vede. Il suo successore, che non avea più di 45 anni, fu creato Papa per l'opinione della buona vita; ma subito che fu incoronato, mostrò gran mutazione di vita, ponendosi per iscopo di tutti i suoi pensieri l'ingrandire i fratelli ed i parenti; e perchè potea aspettare gran cose dal Re Ladislao, per le grandi ricchezze degli avversari, che vincendo potrebbe distribuire a' partegiani suoi, deliberò d'incominciare a favorirlo, ed accolse benignamente Ramondo Cantelmo conte d'Alvito e Goffredo di Marzano conte d'Alifi, che vennero da parte di lui e della Regina a dargli l'ubbidienza e visitarlo, e promise di dargli l'investitura del Regno, che non avea potuto ottener mai da Papa Urbano. E pochi dì appresso mandò il Cardinal di Firenze a Gaeta a coronarlo, essendosi l'ottavo dì di maggio del 1390 celebrata la coronazione del Re e della Regina Costanza, e fu letta la Bolla dell'investitura simile a quella che fece Papa Urbano al Re Carlo III. Nel qual dì cavalcò il Re colla Regina per Gaeta, con la corona in testa e con gran solennità.

I Napoletani, vedendo questi prosperi successi del Re Ladislao, mandarono Baldassar Cossa, che poi fu Cardinale e Papa, a Re Luigi in Provenza, a dirgli che le cose comuni stavano in gran pericolo, ed ogni dì andavano peggiorando, per la gran superbia di Monsignor di Mongioja, che avea alienati gli animi di tutti i Baroni e più degli altri, de' Sanseverineschi, i quali tenean tutte l'armi e le forze del Regno, e ch'era necessario che venisse; poichè delle quattro parti del Regno, a quel tempo, tre n'erano sue, che col venire avrebbe mantenute in fede, e tolta la discordia tra' Ministri, poteva sperar in breve cacciar i nemici, ed ottener tutt'il Regno. Per questo ed a persuasione ancora di Papa Clemente, il Re Luigi, il quale nell'anno precedente era stato in presenza del Re di Francia solennemente coronato Re di Sicilia in Avignone[254],[255] raunati venti legni da remo, tra galee e fuste e tre navi grosse, nel mese di luglio si imbarcò in Marsiglia, ed a' 14 d'agosto giunse a vista di Napoli, dove levatasi una grandissima burrasca, a fatica con la galea capitana verso il tardi s'appressò a terra, e scese su 'l ponte ch'era apparecchiato nella foce del fiume Sebeto, ove trovò un numero grande di Nobili e di Popolo con alcuni Baroni, che a quel tempo erano in Napoli, che 'l ricevettero con applauso grandissimo, e cavalcando cominciò a camminare verso Formello, dove trovò gli Eletti di Napoli che gli presentarono le chiavi della città: arrivato avanti la porta, fu ricevuto da otto Cavalieri sotto il baldacchino di drappo ad oro, e passando per gli Seggi della città, creò Cavalieri molti giovani nobili, ed assai tardi tornò al castel di Capuana, avendo colla sua presenza soddisfatto molto a tutta la città, perch'era di bello aspetto, ed atto a conciliarsi l'aura popolare, e che a molti segni mostrava clemenza ed umanità. Il dì seguente tutti cinque i Seggi confermarono il giuramento dell'omaggio, fatto in mano di Tommaso Sanseverino allora Vicerè, e poi giurarono i mercatanti ed il Popolo. Cominciarono poi a venire i Baroni, ed i primi furono il Conte d'Ariano di casa Sabrano, Marino Zurlo Conte di S. Angelo, Giovanni di Luxemburgo Conte di Conversano, Pietro Sanframondo Conte di Cerreto, Corrado Malatacca ed altri Signori ed alcuni altri Capi di squadre stranieri che possedevano alcune castella in Regno. Questi condussero più di 1100 cavalli. Ma appresso vennero i Sanseverineschi, che vinsero tutti gli altri di splendidezza, di numero e di qualità di genti; poichè condussero con loro 1080 cavalli tutti in arnese, come se andassero a far giornata, perchè vollero mostrare al nuovo Re, quanto fosse importato alla sua Corona, e quanto potrebbe importare la potenza loro che parve cosa superbissima. Questi furono Tommaso Gran Contestabile, il Duca di Venosa, il Conte di Terra nuova, il Conte di Melito, il Conte di Lauria della medesima casa; venne poi Ugo Sanseverino d'Otranto con Gaspare Conte di Matera ed altri Sanseverineschi, che avean le Terre in quelle province; appresso a costoro vennero i Signori di Gesualdo, Luigi della Magna Conte di Boccino, Mattia di Borgenza, Carlo di Lagni, ed altri Baroni di minor fortuna. Ma d'Apruzzo venne solo Ramondaccio Caldora con alcuni altri di quella famiglia; poichè gli altri ubbidivano tutti al Re Ladislao.

Non voglio tralasciare ciocchè quel gravissimo Istorico Angelo di Costanzo lasciò scritto, in considerando la condizione di questi tempi, paragonandogli coll'età, nella quale compilò la sua Istoria, cioè sotto il Regno di Filippo II, che servirà per maggior nostra confusione e scorno; poichè se questo grave istorico in cotal maniera favella, paragonando que' tempi alla sua età; che dovremo dir noi de' nostri, ne' quali senza paragone i lussi sono infinitamente cresciuti? E' dice che vedendo ne' suoi tempi in ogni altra cosa felicissimi, e Napoli tanto abbondante di Cavalieri illustri, ed atti all'armi, ed all'incontro la difficoltà, che saria di porre in ordine una giostra; e l'impossibilità di poter fare in tutto il Regno mille uomini d'arme di corsieri grossi simili a quelli: stava quasi per non credere a se stesso questo ch'egli scriveva, di tanto numero di cavalli, ancorchè sapesse ch'era verissimo; ed oltrechè l'avea trovato scritto da persone in ogni altra cosa veridiche, l'avea anche veduto ne' registri di que' Re che gli pagavano. Ma tutto ciò, ei dice, dee attribuirsi al variar de' tempi che fanno ancora variare i costumi. Allora per le guerre ogni picciolo Barone stava in ordine di cavalli e di genti armigere, per timore di non esser cacciato di casa da qualche vicino più potente; ed in Napoli i Nobili vivendo con gran parsimonia, non attendeano ad altro che a star bene a cavallo e bene in armi: s'astenevano d'ogni altra comodità: non si edificava, non si spendeva a paramenti, nelle tavole de' Principi non erano cibi di prezzo, non si vestiva con molta pompa, tutte l'entrate consumavansi a pagar valent'uomini, ed a nudrir cavalli. Or per la lunga pace, s'è voltato ognuno alla magnificenza nell'edificare, ed alla splendidezza e comodità del vivere; e si vide la casa, che fu del Gran Siniscalco Caracciolo, il quale fu quasi assoluto padrone del Regno a' tempi di Giovanna II, che essendo venuta in mano di persone, senza comparazione di stato e di condizione inferiore a lui, aggrandita di nuove fabbriche, non bastando a costoro quell'ospizio, ove con tanta invidia abitava colui, che a sua volontà dava e toglieva le Signorie e gli Stati. Delle tappezzerie e paramenti non parlo; poichè già è noto, che molti Signori ne' paramenti d'un paio di camere, hanno speso quello che avria bastato a mantener 200 cavalli per un anno; ed avendo il Costanzo parlato della magnificenza de' Principi, con questo esempio non lascerò di dire anche de' privati, ch'erasi veduto di cinque case di Cavalieri nobilissimi essersene fatta una di un cittadino artista. Tal che si può credere per certo, che se fosse noto agli antichi nostri questo presente modo di vivere, si maraviglierebbono essi, non meno di quel che facciam noi di loro.

Se Angelo di Costanzo, che scrisse nel Regno di Filippo II si maravigliava che ad un semplice artista non bastavano cinque case di Nobili per farne una: che direbbe ora in veggendo che non bastano agli abitatori tutti quegli ampj ed immensi edificj, che, come tante altre nuove città, si sono aggiunti all'antica? e che direbbe se vedesse le tante pompe e fasti di quest'ultima nostra etade, i quali consumano in cotal guisa le rendite, che senza difficoltà si potrebbe mettere in piede una compagnia di cento cavalli? Ma lasciando al giudizio de' Lettori, se sia più laudabile attendere alle arme ed a' cavalli ed agli esercizi d'un rigido ed inclemente Marte, ovvero agli agi ed alla comodità del vivere, ritorneremo là donde siam dipartiti.

Dappoichè il Re Luigi ebbe ricevuto il giuramento dell'omaggio da tutti gli ordini della città e del Regno, fece convocare un Parlamento a Santa Chiara, nel quale Ugo Sanseverino Gran Protonotario del Regno propose, che si dovessero donare al Re mille uomini d'arme, e dieci galee pagate dal Baronaggio e da' Popoli a guerra finita, il che fu subito con gran volontà conchiuso e con grandissimo piacere del Re, perchè trovandosi la Francia a quel tempo afflitta, per le guerre degl'Inglesi, poca utilità traeva dal Contado di Provenza e dal Ducato d'Angiò. Luigi per tanto con buon consiglio cominciò a fornirsi la casa di nobili napoletani e del Regno, ordinando a tutti onorate pensioni, e con questo parve che alleggerisse il peso insolito e nuovamente imposto al Regno, ed acquistò in Napoli gran benevolenza.

Mentre in Napoli e nell'altre parti del Regno si facevan queste cose, la Regina Margarita fece chiamare tutt'i Baroni del suo partito, e mandò a soldare il Conte Alberigo di Cunio, desiderando di tentar la fortuna della guerra, avendo acquistata forza, e dalla dote della nuora, e dal favor del Papa. Convennero subito a Gaeta Giacomo di Marzano Duca di Sessa e Grande Ammirante del Regno, Goffredo suo fratello Conte d'Alifi e Gran Camerlengo, il Conte Alberigo Gran Contestabile, Cecco del Borgo Marchese di Pescara, Gentile d'Acquaviva Conte di S. Valentino, Berardo d'Aquino Conte di Loreto, Luigi di Capua Conte d'Altavilla, Giovanni d'Atrezzo Milanese Conte di Trivento, Giacomo Stendardo, Cola e Cristofano Gaetani, Gurrello e Malizia Carafa fratelli, Gurrello Origlia, Salvatore Zurlo, Florido Latro ed Onofrio Pesce, e trattarono da che parte si dovea incominciare a guerreggiare. Fu risoluto, che si andasse a debellare i Sanseverineschi, che teneano le lor genti disperse per diversi luoghi: e quindi attaccatisi varj fatti d'arme, finalmente i Sanseverineschi ne riportarono vittoria. Per la qual cosa il Castellano di S. Eramo Renzo Pagano, che si teneva ancora per Re Ladislao, avendo intesa questa vittoria, venne in pratica di render il castello al Re Luigi, e seppe ben farlo pagare a caro prezzo, perchè n'ebbe la Bagliva di S. Paolo, l'Ufficio di Giustiziere degli Scolari, la gabella della falanga e la gabella della farina. Ma Andrea Mormile Castellano del Castel Nuovo per molte offerte e grandi, che gli furono fatte, non volle mai rendersi, finchè non fu vinto da estrema necessità, e si rendette senz'altro premio, che la salute sua e dei compagni; e fu dal Re Luigi, quando entrò nel castello, sommamente lodato, non essendovisi trovato da vivere, che per un solo dì. Martuccio Bonifacio Governadore del castello dell'Uovo, ancor egli non potendo più resistere, si rendè con onorati patti. Per così prosperi successi si fecero gran segni d'allegrezza per tutta la città, perchè pareva a tutti, che la guerra fosse finita, nè avendosi nè danno, nè impedimento alcuno, come fino a quel dì aveano avuto dalle castella; e viveasi in Napoli con molta contentezza e benevolenza verso il Re Luigi.

CAPITOLO V. Divorzio del Re Ladislao colla Regina Costanza, e suoi progressi nell'impresa del Regno, che finalmente ritorna sotto il suo dominio.

Il Regno stette alquanti mesi quieto, concedendogli pace, dall'una parte la povertà del Re Ladislao, dall'altra la natura pacifica del Re Luigi. Ma in questo tempo nell'isola di Sicilia succedettero gran movimenti, perchè mancata la linea maschile, per la morte di Federico III, quel Regno era venuto in mano di Maria picciola fanciulla del morto Re d'Aragona, la quale nell'anno 1386 fu da' Baroni Siciliani collocata in matrimonio a Martino figliuolo del Duca di Monblanco, ch'era fratello di Giovanni Re d'Aragona e fu chiamato Re Martino. Questi venendo nell'anno 1390 insieme col padre in Sicilia con una buona armata, e giungendo a quel punto, che morì Manfredi di Chiaramonte, agevolmente ricovrò Palermo, e tutte l'altre Terre occupate da Manfredi; e nacque fama, che 'l Duca di Monblanco padre del Re avesse pratica amorosa con la vedova moglie di Manfredi. La Regina Margarita in Gaeta, o mossa da questa fama per istudio d'onore, o per avere speranza, dando altra moglie al Re suo figliuolo, di aver danari per rinovar la guerra, persuase al medesimo, ch'essendo cosa indegna del sangue e del grado suo, aver per moglie la figlia della concubina d'un Catalano, andasse al Papa, e cercasse d'ottener dispensa di separar il matrimonio; poichè prendendo altra moglie potrebbe aver dote e favore. Il Re per la poca età più inclinato all'ubbidienza della madre, che all'amor della moglie, cavalcò a Roma, dove fu onorevolmente, e con molte dimostrazioni d'amore ricevuto da Papa Bonifacio, ed ottenne non solo la dispensa del divorzio, ma ajuto di buona quantità di danari, per poter rinovar la guerra. Il Papa con nuovo esempio mandò con lui il Vescovo di Gaeta, che celebrasse l'atto del divorzio; e la prima domenica, che seguì dopo il ritorno del Re nel Vescovado di Gaeta, quando il Re fu venuto con la moglie, la quale credea di venir solamente al sacrificio della messa; il Vescovo avanti a tutt'il popolo lesse la Bolla della dispensa, e mosso dall'altare andò a pigliar l'anello della fede dalla Regina Costanza, e lo restituì al Re: e l'infelice Regina fu condotta con una donna vecchia e due donzelle ad una casa privata, posta in ordine a quest'effetto, ove per modo di limosina le veniva dalla Corte il mangiare per lei e per quelle che la servivano; nè fu in Gaeta, nè per lo Regno persona tanto affezionata alla Regina Margarita, che non biasimasse un atto tanto crudele ed inumano, e misto di viltà e d'ingratitudine, che avendola con sommissione cercata al padre pochi anni prima, in tempo della necessità loro, ed avutane tanta dote, l'avesse poi il Re ingiustamente ripudiata, a tempo che la casa e' parenti di lei eran caduti in tanta calamità, che si dovea credere, ch'ella più tosto come Regina potesse ricevergli e sollevargli, che ritornarsene a loro priva della corona e della dote; ma molto maggior odio si concitò contro Papa Bonifacio, per aver dispensato a tal divorzio per ambizione e particolari suoi disegni.

Fatto questo, il Re Ladislao comandò, che la seguente primavera tutti i Baroni si trovassero al piano di Trajetto, perchè essendo già in età di armarsi volea proceder contro a' nemici; ma per la rotta avuta l'anno avanti, stavano tutti i Baroni così mal provveduti, che passò tutt'il mese di giugno innanzi che fossero in ordine, ed appena al fin di luglio si trovarono tutti sotto Trajetto, accampati alla riva del Garigliano: e lasciate ivi le genti, i Baroni vennero in Gaeta a trovare il Re, con cui avendo tenuto parlamento di quello, che fosse da farsi, dopo molti discorsi fu conchiuso che a questa cavalcata non si facesse altra impresa che andare sopra l'Aquila, la quale sola tra le Terre d'Apruzzo mantenea pertinacemente la bandiera angioina; perchè da quella città, ch'era assai ricca, s'avrebbe potuto cavar tanto che nell'anno seguente accrescendo l'esercito, si sarebbero potuto mettere ad impresa maggiore, giacchè non trovavasi allora il Re avere più che 300 cavalli e 1600 fanti. Con questa deliberazione all'ultimo di luglio di quest'anno 1393 il giovine Re armato tutto fuor che la testa, scese insieme colla Regina Margarita al Vescovado alla Messa; e come l'ebbe udita, baciate le mani alla madre che lo benedisse, e con molte lagrime lo raccomandò a' Baroni, cavalcò arditamente sopra un cavallo di guerra bardato, e Cecco del Borgo Marchese di Pescara andò a porgergli il bastone, e gli disse: Serenissimo Re, pigli V. M. il bastone che indegnamente ho tenuto in suo nome molti anni, e priego Iddio che come oggi glielo rendo, così possa ponergli in mano tutti i ribelli ed avversarj suoi. Il Re prese il bastone, e licenziatosi un'altra volta dalla madre, salutando tutti i circostanti, si partì assai desideroso di gloria, tutto disposto a magnanime imprese, tra mille benedizioni del Popolo, che ad alta voce pregava Iddio che gli desse vita e vittoria. Giunto al Campo, la mattina seguente cavalcò con tutto l'esercito, contra il Conte di Sora, e 'l Conte d'Avito amendue di casa Cantelmo, togliendo lo Stato all'uno ed all'altro, perchè non aveano ubbidito all'ordine del Re, ed erano sospetti di tener pratica di passar, dalla parte di Re Luigi. Poi per lo Contado di Celano entrò in Apruzzo, ove fu gran concorso di genti che correan per vederlo e presentarlo, e fuvvi un gran numero di giovani paesani che invaghiti della presenza del Re, si posero a seguir l'esercito a piede ed a cavallo come avventurieri. Gli Aquilani avendo inteso che il Re verrebbe contro di loro, aveano ancora mandato al Re Luigi per soccorso, il quale, benchè avesse promesso di mandarlo, non potea però essere a tempo, perchè bisognava raunar le genti de' Sanseverineschi, ch'erano disperse per più province; onde accomodarono i fatti loro, come poterono il meglio, e pagando quattromila ducati per vietare il sacco ed altre ostilità militari, si rendettero a Ladislao. Avendo questo Principe pigliato spirito per questi primi successi, andò contra Rinaldo Ursino Conte di Manupello, il quale in pochi dì con tutto lo Stato venne in mano del Re. I Caldori si salvarono tutti nel castello di Palena, ed il Re non volendo perder tempo ad espugnargli, se ne scese per la strada dal Contado di Molise, e se ne ritornò a Gaeta, ricco di molte prede e di gran quantità di danari, avuti parte in dono, parte di taglie dalle Terre e da' Baroni contumaci, e diede licenza a tutti i Baroni che ritornassero al loro paese, dicendo loro che stessero in punto per la seguente Primavera. Ma la grave infermità che sopravvenne a Ladislao, mentre già posto in ordine in questo seguente anno 1394 erasi avviato verso Napoli, frastornò i suoi disegni: poichè come fu giunto a Capoa, s'ammalò sì gravemente che per tutto il Regno si sparse fama che fosse morto, e fosse stato avvelenato: pure con grandissimi rimedi guarì, ma restò per tutto il tempo della sua vita balbuziente, onde si differì l'impresa di Napoli e tornossene a Gaeta. Vi fu intanto qualche trattato di pace fra lui e 'l Re Luigi, ma niente fu conchiuso; poichè fu fama che alla poca volontà di Ladislao si aggiungesse anche il consiglio di Papa Bonifacio, perchè non la facesse. Fu perciò con maggiore ardore rinovata la guerra; dal Re Luigi fu investita Aversa, che si teneva per Ladislao, ma la fede degli Aversani, ed il pronto soccorso di Ladislao renderon vani gli sforzi di Luigi: Ladislao liberato dall'obbligo di soccorrere Aversa, andò in Roma a trovar il Papa, da cui sperava d'esser sovvenuto per l'anno avvenire. Fu da Bonifacio onorato e caramente accolto, e molto più ben veduto questa seconda volta: si trattò del modo che si avea da tener in proseguir la guerra; e fu conchiuso che il Papa dasse al Re venticinquemila fiorini, ed il Re all'incontro donò a' fratelli il Contado di Sora e di Alvito, del quale avea spogliato i Cantelmi e la Baronia di Montefuscolo, e molte altre buone Terre, con molta soddisfazione e contentezza di Bonifacio: perchè benchè due anni innanzi Ladislao gli avesse donato il Ducato d'Amalfi e la Baronia d'Angri e di Gragnano, non aveano però potuto averne il possesso, perchè il Ducato era stato occupato da' Sanseverineschi e la Baronia, dopo la morte di Pietro della Corona, Re Luigi l'avea conceduta a Giacomo Zurlo. Con questo esempio alcuni Cardinali più ricchi sovvennero il Re di danari, volendo promesse di terre e di castella per loro parenti, che allora erano possedute da' nemici ed il Re ne fece loro l'investiture. Con questi denari, e con larghe promesse del Papa, Ladislao partì di Roma, ed a' 19 novembre di quest'anno 1394 tornò a Gaeta con gran riputazione, perchè coloro ch'erano stati con lui avean divulgato che i danari che il Re avea avuti dal Papa, fossero assai più di quelli che erano in effetto.

Dall'altra parte il Re Luigi, subito ch'ebbe avviso di questi apparati, mandò Bernabò Sanseverino in Avignone a Papa Clemente a dirgli i grandi aiuti che dava Bonifacio al Re Ladislao, ed a cercargli soccorso, già che per la primavera seguente aspettava guerra gagliardissima per terra e per mare. Ottenne per allora Bernabò da Clemente, che soldasse sei galee e di più una quantità di danari. E questi furono gli ultimi soccorsi che potè dargli; imperocchè questo Papa essendosi impegnato di parola col Re di Francia, il quale studiavasi di toglier lo scisma, di voler entrare in qualche trattato, per proccurare anch'egli la pace della Chiesa; ed avendo l'Università di Parigi dato il suo parere sopra i mezzi più acconci per farlo cessare e proposta la via di un compromesso, quella della cessione de' due contendenti e la convocazione di un general Concilio: Clemente restò molto sorpreso da cotali proposizioni, e tanto più quando seppe, che i suoi Cardinali le riputavano giuste; ciocchè gli cagionò tanta afflizione che ne morì il dì 16 settembre di questo istesso anno 1394[256]. Ma non perciò finì lo scisma: i Cardinali, ch'erano in Avignone, tosto vennero mal grado del Re di Francia all'elezione del nuovo Papa, ed elessero il dì 28 dello stesso mese Pietro di Luna Aragonese Cardinal Diacono del titolo di S. Maria, che fu nomato Benedetto XIII. Questi non meno che 'l suo predecessore, mostrò subito grandissima inclinazione d'aiutare il Re Luigi; e perchè il Governadore di Provenza avea spedite a questo Principe tre galee di nuovo armate con alcuni denari, mandò esso ancora quindicimila altri ducati. Fu per tanto con maggior contenzione da amendue i Re, invigoriti da questi soccorsi d'amendue i Papi, rinovata la guerra, che Ladislao avea portata insino alle porte di Napoli. Ma il valore di questo Principe, ed il favore di Papa Bonifacio, che come in quella interessato insieme co' suoi fratelli non cessava di dargli continui e validi aiuti; ed all'incontro l'animo del Re Luigi più atto agli studi della pace, che all'esercizio della guerra; i rari e piccioli soccorsi, che gli venivano dalla Francia e la poca speranza d'averne maggiori, fecero, che il G. Contestabile del Regno Tommaso Sanseverino riflettesse al pericolo del Re Luigi, e per conseguenza alla irreparabile sua ruina e di tutta la famiglia, se non vi dava provvedimento, persuase perciò al Re, che poichè non potevano secondo si conveniva fortificar la parte loro, volessero fare ogni opera d'indebolire quella degli avversari, aggiungendo, che avea pensato di alienare il Duca di Sessa dal Re Ladislao; il che credea che venisse fatto, quando ci si disponesse di mandar a chiedere per moglie la figlia del Duca, perchè credea, che il Duca avrebbe anteposto un tanto splendor di casa sua, facendo la figlia Regina, all'amor che portava al Re Ladislao. Il Re perch'era di natura pieghevole, lodò il pensiero, e col parere di tutto il Consiglio mandò Ugo Sanseverino a trattar il matrimonio, il quale in pochi dì, parte coll'autorità sua ch'era grande, parte coll'aiuto della Duchessa, ch'era di casa Sanseverina, ambiziosissima, e desiderava farsi madre di Regina, e parte perchè il Duca si era ancor egli lasciato trasportare dal vento di tanta ambizione, conchiuse il matrimonio, e se ne ritornò in Napoli; e Luigi mandò subito Monsignor di Mongioia con doni reali a visitar la sposa, chiamandola nelle lettere Regina Maria. Papa Bonifacio, che con molto dispiacere avea intesa questa parentela ed alienazione del Duca, mandò Giovanni Tomacello suo fratello a tentare di farlo ritornare alla divozione del Re Ladislao: ma frapostovi molti impedimenti, non si potè allora far niente, dando il Duca sole parole, senza vedersene alcuno effetto: finalmente il Re Ladislao, vedendo la freddezza del Re Luigi, cavalcò contro il Duca di Sessa; ma Papa Bonifacio, che desiderava questa riunione, la quale avrebbe potuto più prestamente ridurre il Regno tutto alla divozione di Ladislao, mandò di nuovo Giovanni a trattar la pace, ed a persuadere al Re, che la facesse, siccome dopo cinque mesi fu fatta, con patto, che il Re ricevesse in grazia il Duca ed il fratello, e che gli rendesse le Terre tolte, e che quelli assicurati dal Papa andassero a giurar di nuovo al Re omaggio. Con questo trattato e riconciliamento furon anche disturbate le nozze di sua figliuola Maria, le quali rimasero senza effetto; e benchè poi si maritasse con altri, sempre però volle ritenere il titolo di Regina datole da Luigi, quando la mandò a presentare.

In questi tempi Re Ladislao mosso (non si sa, se da proprio spirito, o da ricordo della madre o d'altri) a pietade di Costanza di Chiaramonte già sua consorte, che con grandissima laude di pazienza, di modestia e di pudicizia, avea in bassa fortuna menata sua vita dal dì del repudio; la diede per moglie ad Andrea di Capua primogenito del Conte di Altavilla, coetaneo e creato suo assai diletto, e furon fatte le nozze molto onoratamente; ma non per questo restò quella gran donna di mostrare la grandezza dell'animo suo dignissimo della prima fortuna; imperocchè quel dì, che il marito la volle condurre a Capua, essendo posta a cavallo per partirsi, in presenza di molti Baroni e Cavalieri, ch'erano adunati per accompagnarla, e di gran moltitudine di Popolo, disse al marito: Andrea di Capua, tu puoi tenerti il più avventurato Cavaliere del Regno, poichè avrai per concubina la moglie legittima del Re Ladislao tuo Signore. Queste parole diedero pietà ed ammirazione a chi la intese; e quando furono riferite al Re, non l'intese senza rimordimento e scorno.

Intanto stringendo Ladislao l'assedio di Napoli per mare e per terra, fu consigliato Re Luigi ad uscire dalla città ed andare a Taranto. I Napoletani fastiditi da così lunga guerra, dopo vari trattati descritti così bene ed a minuto da Angelo di Costanzo, finalmente resero la città a Ladislao, il quale avendo loro accordati molti capitoli e patti, che volevano, entrato in Napoli per tener placati gli animi di tutti, fece molte più grazie di quelle, che avea promesse alla città; e diede agli eletti quella giurisdizione, che oggi hanno sopra coloro, che ministrano le cose necessarie al vivere[257].

Giunto l'avviso a Taranto al Re Luigi della resa di Napoli, ne intese estremo cordoglio, e disperando di riacquistarla, e tenendo per perdute anche l'altre parti del Regno, che restavano alla sua ubbidienza, deliberò partirsi ed andare in Provenza. Ramondello Orsino non bastò a fargli mutar proponimento, quantunque efficacemente ne 'l persuadesse, mostrandogli, che benchè Napoli si fosse resa, pur erano all'ubbidienza di sua Corona le due parti del Regno con tanti Baroni a lei divoti; che coll'armata, che avea allora per soccorso di Napoli mandata Papa Benedetto, e con unire di là a pochi mesi le forze di terra, era agevol cosa di riacquistar tutto il Regno; e ch'era gran vergogna, che la regina Margarita con Gaeta sola non si fosse disperata, senz'altro aiuto, di ricovrar il Regno al figlio, ed egli con tante Terre maggiori di Gaeta, e con tanto Stato in Francia, si partisse abbandonando tanto dominio. Ma il Re o fosse sdegnato di lui, che mai non volle moversi colle sue genti, e congiungerle con quelle del Gran Contestabile o fosse fastidito di questi andamenti, s'imbarcò nell'armata, e con lui se n'andò la maggior parte de' Cavalieri napoletani pensionari; ed avendo girata la Calabria, passò per la marina di Napoli, mirandola con gran dolore, e di là mandò a patteggiare col Re Ladislao, che facesse uscire di Castel Nuovo Carlo d'Angiò suo fratello, co' Franzesi e con tutte le suppellettili, ed a lui il castello si rendesse. Tutto ciò gli fu agevolmente accordato; onde avendo mandate le galee a levare gli usciti di castello, se ne andò in Provenza, lasciando grandissimo desiderio di se, e gran dolore a tutti coloro del suo partito. Così in quest'anno 1400 Napoli, e quasi tutto il Regno passò sotto la dominazione del Re Ladislao; e sotto le bandiere del Re Luigi rimase sol Taranto, che si mantenne lungo tempo nella sua fede.

CAPITOLO VI. Nozze di Ladislao, prima con Maria sorella del Re di Cipro, e poi con la Principessa di Taranto: sua spedizione nel Regno d'Ungaria, ch'ebbe infelice successo.

Dopo aver Ladislao fugato dal Regno il suo Competitore, repressi i Sanseverineschi, e posto a fondo la casa del Duca di Sessa, ed insignoritosi de' loro dominj, gli parve tempo di godere in pace il Regno, e veder di propagarlo ne' suoi discendenti; onde cominciò a pensare di prender moglie. Papa Bonifacio se ne prese il pensiero, e mentre ciò trattavasi, vennero in Napoli gli Ambasciadori del Duca d'Austria Leopoldo a dimandare Giovanna sua sorella per moglie del lor Signore; fu contento il Re di dargliela, e mentr'era in ordine per andare ad accompagnarla fino a' confini del Ducato d'Austria, fu l'andata differita, perchè Bonifacio aveva già conchiuso il suo matrimonio con Maria sorella di Giano Re di Cipro; onde Ladislao volle prima fare le sue nozze, e mandò subito in Cipri per la sposa Gurrello di Tocco, con l'Arcivescovo di Brindisi e molti altri Cavalieri. Venne questa Principessa in brevissimo tempo accompagnata dal Signore di Lamech, e dal Signor di Barut suoi zii carnali; e fu ricevuta in Napoli dal Re e dalla Regina Margarita sua madre, con amore ed onor grande nel mese di febbraio di quest'anno 1403 ed incontanente furon le nozze con ogni magnificenza celebrate.

A questo tempo gli Ungheri ritrovandosi mal soddisfatti del loro Re Sigismondo avean in quel reame mossa sedizione, ed una parte di que' Baroni lo carcerarono, ed alzate le bandiere di Ladislao, lo gridarono Re, come figliuolo ed erede di Carlo III. Ladislao avidissimo d'accrescere la sua potenza in diversi Regni, accettò la Signoria; ma considerando l'istabilità di quella nazione, e che se non riuscisse quanto i suoi aderenti gli aveano promesso, avrebbe dovuto tornarsene in Napoli con poca sua riputazione: col pretesto di voler accompagnare sua sorella in Austria, deliberò di partire; ed avendo lasciata Vicaria del Regno la Regina Maria sua moglie, con che dovesse governarlo col consiglio dell'Arcivescovo di Consa, di Gentile de Merolinis di Sulmona, di Gurrello Origlia e di Lionardo d'Affitto suoi Consiglieri[258], andò con Giovanna ad imbarcarsi a Manfredonia, donde passò al Friuli; ed avendo consegnata la sorella a molti Baroni del Ducato d'Austria, che quivi l'attendevano, egli se ne passò a Zara Terra del Regno d'Ungaria, con animo di tentar l'impresa di quel Regno. Zara senza contrasto aperse le porte, e parendo, che a questo viaggio avesse fatto assai, fortificò quella città, e lasciandovi il Signor di Barut con presidio bastante, se ne tornò in Napoli. Alcuni scrissero, che Ladislao prima di tornarsene fosse stato a' 5 agosto di questo anno coronato dal Vescovo di Strigonia Re di quel Regno, con soddisfazione di tutto il popolo, e di molti Baroni ungheri e Prelati, che vennero a trovarlo a Zara. Altri, che Papa Bonifacio lo facesse incoronare dal Cardinal Fiorentino, e gli rimettesse i censi che dovea alla Chiesa romana per lo Regno di Napoli, che erano più di ottocentomila fiorini, concedendogli anche le decime per tre anni in questo Regno, per sussidio della guerra; e che Ladislao finita la coronazione mandasse in Ungaria per suo Vicerè Tommaso Sanseverino Conte di Montescaggioso con cinquecento lanze, con intenzione di volerci poi passar egli. Alcuni altri, come il Costanzo, rapportano questi avvenimenti alquanti anni da poi, cioè dopo la morte della Regina Maria, dopo la morte di Papa Bonifacio seguìta nell'anno 1404, di cui ne fu successore Innocenzio VII e dopo le nuove nozze contratte da Ladislao con la Principessa di Taranto, stabilite nell'anno 1406 per riacquistare il principato di Taranto come prosperamente avvenne. Allora fu, narra il Costanzo, che vennero gli Ambasciadori d'Ungaria a fargli intendere, ch'essendo morta la Regina Maria, gli Ungheri non potendo soffrire la tirannide del Re Sigismondo, lo aveano posto in carcere ed innalzate le sue bandiere, che perciò l'invitarono, che si ponesse tosto in ordine, ed andasse a pigliar la possessione pacifica di sì ricco Regno, e che bisognava più tosto celerità che forza. Ladislao e per cupidità di regnare, e per desiderio di prender vendetta della morte del padre, con una compagnia di gente eletta andò con gli Ambasciadori ad imbarcarsi a Manfredonia, e con vento prospero navigando arrivò in pochi dì a Zara; ed avendo inviati gli Ambasciadori innanzi per far intendere a' Principi del Regno la sua venuta, di là a pochi dì intese, che il Re Sigismondo era liberato e raccoglieva un grande esercito di Boemi, per la qual cosa ricordevole della morte di suo padre, stette alcuni dì fermo in Zara, consultando quello che avesse a fare. Ma avvenne, che un dì essendo usciti alcuni soldati dalle galee e marinari a coglier uva per le vigne, i cittadini di Zara pigliarono l'arme, e ne uccisero venti, nè bastando ciò, così armati andarono nel palazzo ov'era il Re, e con arroganza barbarica gli dissero, che se egli non volea tener in freno le sue genti, non mancavano a loro nè arme, nè animo di fargli star a segno. Il Re sdegnato di tanta insolenza, cominciò a pensare, quanto doveano essere più efferati gli altri popoli di quel Regno più vicini alla Scizia, ed a' Monti Rifei, poichè quelli di Zara prossimi all'Italia erano tali; e sopra questo sdegno, essendo venuto nuovo avviso, che il Re Sigismondo era entrato in Ungaria col suo esercito, e che quelli della sua parte aveano messo in fuga e dispersi gli altri della parte contraria, deliberò far vendetta de' Zaresi, e lasciar quella impresa pericolosa.

Trattò per tanto con Francesco Cornaro, Lionardo Mocenigo, Antonio Contarino, e Fantino Michele Ambasciadori de' Veneziani, di vendere Zara a quella Signoria, della quale i Zaresi erano acerbissimi nemici, ed essendo la novella di questo trattato giunta a Venezia, quel Senato mandò centomila ducati di oro, e tante genti, quanto bastassero per presidio di quella città, ed il Re Ladislao ne fece loro la consegna. Da poi sdegnato con gli Ungheri, come narra Bonfinio nell'Istorie d'Ungaria, scrisse al Re Sigismondo, scusandosi che non avea egli di sua elezione pigliata quell'impresa, ma da altri chiamato, e per vedere se era volontà di Dio il quale dona e toglie i Regni, ch'egli sedesse nel Trono d'Ungaria: ma avendo conosciuto il contrario, ed esperimentata la natura instabilissima di quella gente, che ogni dì cangiar vorrebbe un nuovo Re, avea deliberato di cedergli, e di offerirsegli ancora buon amico, e amorevole parente, aggiungendo, che non avrebbe potuto fargli maggior piacere, che trattar i traditori com'essi avean cercato di trattar lui; e fatto questo se ne ritornò al Regno. Non è però, che Ladislao, siccome anche dopo la sua morte la Regina Giovanna II e tutti i Re di Napoli loro successori, avessero ne' loro titoli tralasciato quello di Re d'Ungaria, ma ne' loro diplomi ed atti s'intitolavano non meno Re di Sicilia e di Gerusalemme che d'Ungaria.

§. I. Spedizione del Re Ladislao sopra Roma.

La morte di Papa Bonifacio liberò Ladislao da tutte quelle promesse che gli avea fatte, e dal rispetto che gli portava, come suo gran fautore ed amico. Avrebbe questo Pontefice lasciato di se pel suo valore gran nome; ma il soverchio amore, che portava a' suoi, oscurò la di lui fama essendo arrivato, come scrive il Platina, insino a donar a' parenti le indulgenze plenarie, acciocchè le vendessero: questa impietà però ebbe poi molto vicina la punizione, perchè avendo Andrea suo fratello Duca di Spoleto e Giovanni Conte di Sora e di Alvito, fatto avere molte altre Terre a diversi altri suoi parenti, ne furono in brevissimo spazio privati, rimanendo in grandissima povertà.

Rifatto in suo luogo da' Cardinali Cosmato Migliorato da Sulmona Cardinal di Santa Croce che si fece chiamare Innocenzio VII si mostrò poco amico di Ladislao; questi all'incontro poco stimandolo, e vedendosi pacifico possessore del Regno, e non distratto in altra guerra, com'era di natura inquieto e cupido d'imperio e di gloria, deliberò d'insignorirsi di Roma. Il tempo non poteva essere più opportuno; poichè i Romani attediati per lo lungo scisma, e per l'odio che aveano portato al Pontefice Bonifacio, e portavano ad Innocenzio, per molti che ne avea fatto morire, eccitarono nel principio del suo Ponteficato gran turbolenze in Roma: poichè avendogli dimandato, che fosse loro restituita la libertà del Campidoglio e che avesse proccurato togliere lo scisma, Innocenzio sdegnato di tanta insolenza, chiamò Lodovico Marchese della Marca suo nipote, con molta gente per far de' Romani vendetta. Il Popolo si levò a rumore, e chiamò Ladislao in suo soccorso: tosto il Re venne a Roma, onde Innocenzio fu costretto uscire insieme col nipote dalla città e ricovrarsi a Viterbo. Ladislao ottenuta Roma, passò in Perugia, e l'occupò; ma i Romani in un subito rivoltatisi, richiamarono il Pontefice, e le genti del Re furono discacciate da Paolo Orsino. Intesa da Ladislao la leggerezza de' Romani, pien di stizza, lasciando ogni cosa in abbandono, ritornò nel Regno, per ordinare un poderoso esercito e prenderne vendetta; ma mentre il Re era tutto inteso a questa espedizione. Papa Innocenzio a' 6 novembre di quest'anno 1406 se ne passò a miglior vita.

(Prima di morire Innocenzio in quest'istesso anno 1406 nel mese di agosto si stabilì pace tra Ladislao ed Innocenzio; l'istromento della quale si legge presso Lunig[259]: anzi nell'istesso tempo Papa Innocenzio creò Ladislao difensore della Sede Appostolica e Confaloniere della Chiesa romana, il cui Breve si legge pure presso Lunig.[260]).

Il Re di Francia, che tuttavia proseguiva nell'impegno di far cessare lo Scisma, proccurava di non far seguire nuova elezione; ma i Cardinali, che ubbidivano ad Innocenzio, trovatisi in Roma, in vece di sospendere l'elezione, immantenente a' 30 dello stesso mese elessero Angelo Cornaro Veneziano, che prese il nome di Gregorio XII. Tutti questi Cardinali prima dell'elezione aveano firmata una scrittura, colla quale s'impegnavano, che colui fra loro che fosse eletto rinunziarebbe il Pontificato, purchè dal canto suo facesse l'istesso Benedetto, e' suoi Cardinali, per proceder poi d'accordo all'elezione d'un legittimo Pontefice. Gregorio XII protestò di esser pronto a rinunziare, se lo stesso avesse fatto il suo Competitore. Il Re di Francia s'impegnò per far riuscire la rinunzia de' Contendenti, ma nè l'uno, nè l'altro aveano intenzione di farla, e la sfuggivano con finte proposizioni d'affettamento. Si convenne alla perfine dall'una, e dall'altra parte di portarsi in Savona per trattare l'unione. Vi andarono Benedetto e' suoi Cardinali, ma Gregorio ancorchè uscito di Roma per andarvi, sfuggiva con varie scuse la conferenza. Di questi imbarazzi approfittossi assai bene Ladislao, poichè quando vide in questo nuovo anno 1407 uscito di Roma il Papa, avendo intanto unito un esercito di quindicimila fanti, s'avviò verso Roma e mandò molte navi cariche di vittovaglie per l'esercito suo, con alcune Galee, che guardassero la foce del Tevere, per non farvi entrar vittovaglia in sussidio di Roma. Era allora in guardia di questa città Paolo Orsino uomo di molta autorità e molto amato e stimato da' Romani per la grande opinione, che si avea del valore suo. Costui con duemila cavalli e co' cittadini abili a maneggiar l'arme si pose a difesa della Patria, e poste ne' luoghi opportuni le guardie necessarie, tolse la speranza al Re di potervi entrare per forza; ma essendo le galee nel Tevere, ed avendo il Re pigliate tutte le castella della Teverina, e facendo con gran diligenza guardare, che per lo fiume non potesse a Roma scendere cos'alcuna da vivere, fu stretto di render se e la città al Re con onorate condizioni, e nel dì di S. Marco 25 aprile di quest'anno 1408 Ladislao entrò come Signore a Roma sotto il Baldacchino di panno d'oro portato da otto Baroni Romani, ed andò per quella sera al Campidoglio.

Il dì seguente un Fiorentino, che tenea il castello di S. Angelo per Papa Gregorio, patteggiò di renderlo, e n'ebbe Quarata, buona Terra in Puglia, e 'l Re passò ad abitar nel palazzo di S. Pietro in Vaticano. Fece Castellano Riccardo di Sangro e Senatore Giannotto Torto Barone di molte Terre in Abruzzo e stette in Roma fin a' 25 di luglio. Ecco come Ladislao si rendesse Signore di Roma. Egli fu il primo, che ai suoi titoli volle anche aggiunger questo di Re di Roma: onde è, che leggiamo ne' suoi atti, e diplomi Rex Romae, titolo che per l'addietro nè i Goti, nè i Longobardi, nè i Franzesi, ancorchè Re d'Italia, osarono di prenderlo, chi per riverenza, chi per timore degli Imperadori d'Oriente, i quali n'erano i loro Signori.

Ma Ladislao tirato forse, come dice il Costanzo, dall'amor delle donne, non volle più trattenersi in Roma e se ne ritornò in Napoli, ove si trattenne tutta l'està in piaceri e feste; e mentr'egli così lussureggiando trascurava mantenere questo nuovo acquisto, gli venne nuova che Roma era ribellata, perchè Paolo Orsino, parte sdegnato, che avesse anteposto Giannotto a lui nell'Ufficio di Senatore, parte non potendo soffrire, che Giannotto usasse molto rigore contra i Romani senza far conto di lui, indusse il Popolo romano a pigliar l'armi, ed andar al Campidoglio a far prigione il Senatore, ed egli co' suoi ruppe i Capitani del Re, che givano per soccorrer il Senatore, con morte di Francesco di Catania Nobile di Capuana, e di molt'altri buoni soldati, sicchè per tutto fu gridato: Viva la Chiesa Romana e muojano i Tiranni; essendosi le genti del Regno ritirate senza far altro contrasto. Di questa nuova sentì il Re grandissimo dispiacere; ma essendo prossimo il verno, non pensò fare per questo anno altro movimento.

§. II. Concilio convocato a Pisa per torre lo Scisma che ebbe infelice successo.

Mentre queste cose succedevano in Italia, il Re di Francia non tralasciava l'impresa di far rinunziare i due Contendenti, perchè si fosse eletto un legittimo Papa; ma Gregorio non voleva sentir parola di cessione, onde i suoi Cardinali sdegnati per la sua condotta, l'abbandonarono, si portarono in Pisa, e si appellarono delle sentenze ch'e' pronunziò contro di essi al futuro Concilio; ma non per tutto ciò astenevasi Gregorio di continuare i suoi procedimenti contro i medesimi. Dall'altra parte il Re di Francia fece dire a Benedetto che assolutamente voleva ch'e' rinunziasse ed acconsentisse all'unione, altrimenti si sarebbe sottratto dalla sua ubbidienza: ma Benedetto ostinato non men che Gregorio, stese subito una Bolla fulminante contro la sottrazione e la inviò in Francia. Vi fu mal ricevuta, e coloro che l'avevano portata furono arrestati ed ignominiosamente trattati; la Bolla fu lacerata ed in Francia fu pubblicata la neutralità. Benedetto ch'era in Avignone si ritirò in Aragona. Gregorio per dimostrare che non era per lui mancata l'unione, cominciò a discolparsi, e scrisse una lettera circolare, imputando a Benedetto la cagione perchè l'unione non fosse stata conchiusa, e convocò un Concilio in Aquileja. Benedetto che s'era ritirato in Aragona, fece la stessa protestazione, ed adunò un altro Concilio in Elba vicino a Perpignano. I Cardinali dell'uno e dell'altro partito, vedendo che per questa divisione parea che la Chiesa di Dio stesse senza Papa, perchè si faceva poco conto dell'uno e meno dell'altro, e lo Stato della Chiesa era occupato da diversi Tiranni, avuta fra loro secreta intelligenza, convocarono ancor essi un altro Concilio in Pisa. Così in quest'anno 1408 tre Concilj furon convocati il primo in Perpignano dalla Bolla di Benedetto che fu il più sollecito di tutti: il secondo in Aquileja dalla Bolla di Gregorio spedita a' 2 di luglio, per la quale s'intimava l'apertura del Concilio per la Pentecoste dell'anno seguente; ed il terzo in Pisa dalle lettere de' Cardinali d'amendue i partiti spedite in Livorno il dì 26 giugno, per le quali s'intimava l'apertura del Concilio a Pisa per lo dì 26 marzo dell'anno seguente. Benedetto fu il più sollecito, e fece cominciare il suo Concilio il primo di novembre. Vi si trovarono i Vescovi di Castiglia, di Aragona, di Navarra, e molti altri Prelati di Francia, di Guascogna e di Savoja in numero di 120 senza comprendere i quattro Arcivescovi onorati con titolo di Patriarchi. Quando si venne al punto dello scisma, i Vescovi per la maggior parte si ritirarono da Perpignano, e 'l Concilio si restrinse al numero di 18, i quali riconobbero Benedetto per legittimo Papa; lo consigliarono però di proccurare l'union della Chiesa per via di rinunzia, in caso che il Competitore rinunziasse o venisse a morte, ovvero fosse deposto; e d'inviar Legati a' Cardinali ch'erano in Pisa con piena potestà di stabilire il trattato.

Mentre ciò facevasi in Perpignano, i Cardinali dei due Collegi pensavano con serietà ad impegnar tutti i Principi a riconoscere il lor Concilio e ad approvare quanto avessero fatto. Aprirono dunque il Concilio il dì 25 marzo dell'anno 1409 giorno prefisso per l'apertura. Primieramente il Concilio citò Pietro di Luna ed Angelo Cornaro, che si dicevano Papi, e non essendo comparito alcuno, il Concilio gli dichiarò contumaci. Pronunziò, che il Collegio de' Cardinali unito avea potuto convocare il Concilio, e che il Concilio generale poteva procedere ad una sentenza diffinitiva. Comandò poi la sottrazione d'ubbidienza a' due pretesi Papi: ed infine dopo aver prese le informazioni sopra la loro condotta, gli dichiarò decaduti dal diritto che pretendevano al Pontificato, e gli depose con deffinitiva sentenza. I due Collegi de' Cardinali procedettero poi all'elezione d'un legittimo Pontefice, secondo il decreto del Concilio, ed elessero Pietro Filargio di Candia, nomato il Cardinal di Milano, dell'Ordine de' Frati Minori che prese il nome di Alessandro V. Egli presedette alle sessioni seguenti del Concilio che terminò il dì 7 agosto di quest'anno 1409. Era composto di 22 Cardinali, di 4 Patriarchi, e di 12 Arcivescovi, di 67 Vescovi in persona, di 75 Deputati, d'un grandissimo numero d'Abati, di Generali, di Procuratori d'Ordini, di Deputati de' Capitoli, e di 67 Ambasciadori di Re e d'altri Principi sovrani.

Alessandro V riputato dalla maggior parte de' Principi d'Europa per vero e legittimo Pontefice, ancorchè fosse Frate de' zoccoli, era stato molti anni Arcivescovo di Milano, e poi fatto Cardinale da Papa Innocenzio VII avea non poca esperienza delle cose del Mondo, onde presa ch'ebbe la corona voltò subito il pensiero a riporre la Sede Appostolica nel suo primiero stato e riputazione; e vedendo gli apparati del Re Ladislao, i quali eran tutti indrizzati per impadronirsi di Roma e del suo Stato, fece lega con i Fiorentini; a' quali era già resa sospetta la grandezza e l'animo di Ladislao; ed essendo favorito anche dalla Francia che lo riconobbe per vero Papa, mandò ivi a chiamar Re Luigi per opporlo a Ladislao, ed intrigarlo in una nuova guerra, acciocchè dovendo badar poi a' propri mali, non potesse pensare ad inquietare lo Stato della Chiesa romana.

Dall'altra parte Gregorio non avea mancato di aprir suo Concilio in Aquileja, ovvero in Udine, nel giorno della Festa del SS. Sacramento di quest'istesso anno 1409 ma non fu quello sì numeroso, nè vi si trovò che un picciolissimo numero di Prelati; nulladimanco vi fece dichiarare ch'egli ed i suoi predecessori erano stati canonicamente eletti, e che non solo Pietro di Luna, et quelli che l'aveano preceduto, ma eziandio Pietro di Candia nuovamente eletto, erano intrusi, e che non aveano avuto alcun diritto al Pontificato. Fece però una dichiarazione ch'era pronto a rinunziare al Papato realmente, e di fatto purchè Pietro di Luna e Pietro di Candia vi rinunziassero ancora personalmente e nel medesimo luogo. Creò nuovi Cardinali, non meno che avea fatto Benedetto: onde invece di due Papi, dopo il Concilio di Pisa se ne videro tre, da' quali miseramente era la Chiesa lacerata. Gregorio terminato il Concilio, non istimandosi sicuro in Udine, fuggì travestito in Apruzzo; onde Ladislao avendo scorti gli andamenti di Alessandro, mandò tosto Angelo Aldemarisco Gentiluomo con quattro galee a chiamarlo. Stava egli allora a Pietra Santa con due Cardinali che non aveano voluto abbandonarlo, il qual intesa la chiamata di Ladislao, scese molto volentieri ad imbarcarsi al Porto di Luna, e venne a Gaeta, ove fermò la sua residenza, ed ove il Re l'accolse con molta riverenza come a vero Pontefice, ed ordinò che per tale fosse tenuto nel Regno ed in tutti i suoi dominj. Avea Gregorio una picciolissima Corte: poichè non era riconosciuto per Papa, se non negli Stati del Re Ladislao. All'incontro Alessandro V era riconosciuto per legittimo Papa quasi in tutta la Cristianità, eccettuatene solo queste province che ubbidivano a Gregorio, ed i Regni di Aragona, di Castiglia, di Scozia, e gli Stati del Conte di Armagnac che riconoscevano Benedetto. L'Alemagna era divisa, perchè Roberto Re de' Romani ricusava che fosse riconosciuto Alessandro, per aver egli dato in molte lettere il titolo di Re de' Romani a Venceslao Re di Boemia.

CAPITOLO VII. Ritorno del Re Luigi II nel Regno per gl'inviti di Papa Alessandro, il quale scomunicò e depose Ladislao, dandone nuova investitura a Luigi.

Essendo le cose in questo stato, Re Luigi udita la chiamata di Papa Alessandro, e ricordandosi quanto importi l'amicizia d'un Papa a chi vuole acquistare o mantenere il Regno di Napoli, si pose subito in mare con alcuni legni, ch'erano nel porto di Marsiglia, e venne a Livorno, e di là a Pisa a baciar i piedi al Papa, dal quale fu ricevuto in Concistoro pubblico con grandissimo onore, ed esortato, che seguendo l'esempio de' suoi cristianissimi antecessori, volesse pigliar la protezione della chiesa; e perchè potesse più legittimamente procedere all'acquisto del Regno, in un altro Concistoro il Papa pronunziò per iscomunicato e scismatico Re Ladislao, e lo privò del Regno, e ne fece nuova investitura a Re Luigi, dicendo, che quella che avea avuta da Clemente, il quale non era vero Pontefice era invalida; e si conchiuse, che si soldasse Braccio da Montone Perugino, Sforza da Cotignola e Paolo Orsino, tutti Capitani a quel tempo di gran fama. Ma mentre Luigi si partì da Pisa ed andò in Fiorenza per ottener, che quella Repubblica per virtù della lega contribuisse al soldo de' tre Capitani, Papa Alessandro se ne andò in Bologna; e perchè quando fu eletto Papa, era settuagenario, ivi ammalatosi, se ne morì nel dì 3 maggio di quest'anno 1410. I Cardinali il terzo dì da poi che furono entrati in Conclave senza contrasto elessero Baldassare Cossa gentiluomo napoletano Cardinal di Bologna, il quale anche ebbe la raccomandazione del Re Luigi, e si fece chiamare Giovanni XXIII. Costui non meno di spirito fervido ed inquieto di quel, ch'era Ladislao, il primo disegno che concepì, fu di cacciar Ladislao del Regno; e perchè i Fiorentini stavano sospesi, e non volevano pagar danari, se non sapeano, se l'animo del nuovo Pontefice era di firmar la lega, Re Luigi andò in Bologna ad adorarlo, e lo trovò molto più pronto in favor suo, che non era stato Papa Alessandro; perocchè non solo concorse alle spese dell'esercito per terra, ma soldò anche un gran numero di galee di Genovesi, che giunte insieme col navilio franzese, che aspettavasi da Provenza, andassero ad assaltar il Regno per mare.

Intanto Re Ladislao non perdè tempo: avvisato che fu della malattia di Papa Alessandro, spinse incontanente dal Contado di Sora ov'era, il suo esercito a Roma, e parte per trovarsi quella città senza presidio, e parte perchè diceva di volerla ridurre all'ubbidienza di Papa Gregorio, ch'era in Gaeta, la pigliò senza contrasto: ed avendo inteso gli apparati de' suoi nemici, lasciò Perretto d'Ibrea Conte di Troia in Roma, e Gentile Monterano con tremila e secento cavalli, e distribuì il rimanente dell'esercito per alcune terre di Campagna, ordinando a' Capitani, che quando vedessero il bisogno andassero tutti a Roma a soccorrere il Conte di Troia, ed egli venne a Napoli a provveder di danari, ed attendere, che la città non si perdesse per assalto di mare. Accumulati per molte vendite di terre e di castelli, che fece a vilissimo prezzo, danari in gran numero, armò otto navi o sei galee, e provisto a questo modo alle cose di mare, chiamò tutti i Baroni con disegno di andare a Roma. Ma essendosi approssimato Re Luigi a Roma, il popolo romano sollecitato da Paolo Orsino, ch'era venuto alla Porta di S. Pangrazio, prese l'arme, e benchè il Conte di Troia facesse resistenza, all'ultimo fu forzato di cedere. Re Luigi fatto l'acquisto di Roma, e fermati quivi gli Ufficiali in nome di Papa Giovanni, desiderava d'entrare subito nel Regno e seguir la vittoria; ma Braccio per ricoverare alcune terre del patrimonio di S. Pietro, che si tenevano per Ladislao e poteano offendere le terre sue; e Paolo Orsino per ricovrare alcuni castelli di campagna, s'intertennero tanto, che Ladislao ebbe tempo di provvedere molto bene alle cose sue, e ponersi in ordine con gagliardo esercito. E qui assai a proposito ponderò Angelo di Costanzo l'infelicità dei Re di que' tempi che più tosto servivano, ch'eran serviti da' Capitani di ventura, i quali aveano per fine più il comodo proprio, che la vittoria di que' Principi che gli pagavano: ond'è, che Ladislao, il quale di ciò s'avvide, dopo che giunse in età di guerreggiare per se stesso, non se ne servì se non quando non se ne potea far altro, servendosi sempre di condottieri del Regno o di alcuno estero, che non avesse tante genti, che e' non avesse potuto senza pericolo svaligiarlo, quando non avesse voluto eseguir a punto quel che egli comandava.

Dopo che Paolo e Braccio ebbero cacciati i soldati di Ladislao da quelle terre, si mossero da Roma con Luigi, e vennero colle loro truppe per la via Latina verso il Regno. Dall'altra parte Ladislao si partì di Capua con tredicimila cavalli, e quattromila fanti, e giunse in campagna sotto Rocca Secca, a tempo che Luigi col suo esercito era a Ceprano; e procedendo un poco più avanti, venne Re Luigi ad accamparsi un miglio vicino a lui. L'una e l'altra parte dubitava, che consumando il tempo, sarebbero mancati i denari per pagar i soldati e si dissolverebbe l'esercito, onde vennero volentieri a giornata. Si attaccò il fatto d'arme a vespro, e durò fin a notte oscura con grandissima virtù dell'una parte e dell'altra; ma in fine l'esercito di Luigi restò vittorioso, e Ladislao, che fin all'estremo della battaglia avea fatto ogni sforzo possibile per vincere, al fine disperato della vittoria si ridusse a tre ore di notte a Rocca Secca e mutato cavallo, se ne andò a S. Germano, ove la medesima notte si ritrovarono tutti quelli, ch'erano scampati dalla rotta. Vinse Luigi, ma non seppe poi servirsi della vittoria; e fu gran maraviglia, che l'esercito suo vittorioso guidato da' più esperti Capitani d'Italia, non avesse seguita la vittoria, per la quale senza contesa avrebbe acquistato il dominio del Regno. I soldati del Re Luigi dopo la vittoria non vollero passar più innanzi senza la paga, sperando, che Papa Giovanni l'avesse mandata al primo avviso della vittoria; onde Luigi, in vece di passar innanzi, fu forzato a tornar a dietro, e cavalcò a trovare il Papa a Bologna insieme con Braccio e con Sforza. Scrive Pietro d'Umile, il quale si trovò a questa giornata, ch'era tanta la povertà dell'esercito di Luigi, che gli uomini d'arme, che avean fatti prigioni coloro dell'esercito del Re Ladislao, poichè gli aveano tolte l'armi ed i cavalli, e data la libertà, secondo l'uso di que' tempi, promettevano rendere ad ogn'uno l'arme, ed il cavallo per prezzo di otto e diece ducati. E che perciò Re Ladislao comandò a Tommaso Gecalese suo tesoriere, che prestasse danari a coloro, che non potevano averne di casa loro; e che durò molti dì, che si partiva il Trombetta di S. Germano con una schiera di ragazzi e tornavano armati a cavallo; tal che non molto tempo da poi si trovò l'esercito di Ladislao quasi intero. Si aggiunse ancora, perchè Ladislao fuor della sua espettazione restasse libero d'ogn'impaccio, che Re Luigi, essendo giunto a Bologna per ricever soccorso da Papa Giovanni, lo trovò molto travagliato di mente; imperocchè l'Imperatore Sigismondo mosso da zelo cristiano per estinguere lo scisma, ch'era durato tanti anni, parte con la sua persona, parte con Ambasciadori andò e mandò a confortare tutti i Principi cristiani, che volessero insieme con lui costringere Benedetto XIII che stava in Catalogna, Gregorio XII che stava in Gaeta, e Giovanni XXIII a venire ad un Concilio universale, ove si avesse da decidere chi di loro era vero Pontefice, e togliere l'ubbidienza a colui, che non andasse. Ed ottenuta la volontà di tutti, avea fatto congregare prelati d'ogni nazione nella città di Costanza, che avea deputata per lo Concilio, ed a quel tempo avea mandato a chiedere Papa Giovanni, che andasse al Concilio: per la qual cosa trovandosi il Papa in dubbio di se stesso, fu costretto di dire a Re Luigi, ch'era necessario attendere a' casi suoi, e di servirsi de' soldati suoi contra i Tiranni, che alla fama di questo Concilio erano insorti contra di lui, consigliandolo a differir la guerra del Regno a tempo più comodo; per le quali parole Re Luigi mal contento partì, e se ne andò in Provenza, e poco da poi morì, lasciando tre figliuoli, Luigi, Renato, ed un altro, dei quali si parlerà ne' seguenti libri di quest'istoria.

CAPITOLO VIII. Re Ladislao tenta nuove imprese in Italia: sua morte, sue virtù e suoi vizj; ed in che stato lasciasse il Regno alla Regina Giovanna II, sua sorella ed erede.

Ladislao, restando fuori della sua credenza libero da ogni sollecitudine, per la partita di Luigi, cominciò per vendicarsi di Papa Giovanni, ad infestar lo Stato ecclesiastico. Stava allora il Papa in grandissima confusione, perchè ristretto con gl'intimi suoi nel consultarsi dell'andata al Concilio, trovò diversi pareri; poichè molti consigliavano, che non andasse, e tra costoro uno era Cosmo di Medici fiorentino, uomo di grandissima prudenza, che gli disse, non convenire nè al decoro dell'autorità pontificale, nè alla dignità d'Italia, di andare comandato a sottomettersi in mano ed al giudizio di Barbari; ma essendo egli di grande spirito, e confidando nella giustizia, che gli parea di avere, essendo stato eletto Papa universale da quelli stessi Cardinali, che aveano rifiutato Benedetto e Gregorio, come Antipapi, deliberò di andare, opponendo alle ragioni contrarie una ragione assai probabile, dicendo che non era bene, che in contumacia sua, facesse fare un altro Papa in Germania; il qual calando poi col favor dell'Imperadore in Italia a tempo ch'egli era inimicato con Re Ladislao, l'avesse consumato e cacciato dalla sede. Prima però che si partisse, tentò di pacificarsi con Ladislao, mandando il Cardinal Brancaccio per questo effetto in Napoli, uomo per vita, e per età venerabile, il quale, benchè Ladislao, conoscendo la necessità del Papa stesse duro, pure con destrezza e diligenza l'indusse ad accettar la pace, per virtù della quale il Re liberava un fratello ed alcuni parenti del Papa, ch'erano prigioni, e riceveva dal Papa ottantamila fiorini.

In quest'anno 1412 la Regina Margarita, ch'era stata molti anni a Salerno, città data a lei per appanaggio, insieme con altre Terre e con la città di Lesina in Capitanata, partendosi da quella città per la peste che vi era, se n'andò all'Acqua della Mela, Casale di S. Severino, ove ammalatasi, nelle proprie braccia del Re suo figliuolo a' 7. agosto morì, e fu con onorevolissime esequie portato il cadavere nella chiesa di S. Francesco di Salerno, ove le fece fare un gran sepolcro di marmo con iscrizione secondo l'uso di que' tempi, che ancor oggi ivi si vede.

Papa Giovanni essendosi già risoluto d'andare al Concilio, avea lasciato Braccio Capitano della Chiesa, perchè debellasse Francesco di Vico, il qual era ribello della medesima, e s'intitolava Prefetto di Roma: Re Ladislao, che non sapeva star in ozio, intesa la partenza del Papa, soccorse il ribelle; per la qual cosa Braccio scrisse al Papa, che il Re avea rotta la pace. Ma le cose del Concilio andavano per Giovanni tanto travagliate, che l'avean fatto lasciare in tutto il pensiero delle cose d'Italia; onde Ladislao, lasciato ogni rispetto della pace l'anno seguente 1413 occupò Roma, e proccurò ancora con grande arte che oltre a Sforza, venisse al di lui soldo anche Paolo Orsino; poichè l'uso di que tempi era, che i Capitani di ventura finito il soldo con un Principe, solevano andare a servire un altro, senza che restasse rancore nel primo, che aveano servito; con tutto ciò Paolo conoscendo il Re di natura vendicativo, stava pur sospeso; e credendo che la sola di lui fede non gli bastasse, volle dal Re sicurtà, che li fu data. Vennero perciò Paolo, ed Orso Orsini con molte compagnie di genti d'arme bene in ordine, e 'l Re gli mostrò buon viso. Ma covando dentro il pensiero di fargli morire, volle farsi benevolo Sforza, al quale, ancorchè pure l'odiasse, siccome odiava tutti i Capitani di ventura, nulladimanco gli portava più rispetto, e dubitava più di romper la fede a lui, che agli altri. Erasi per tanto Ladislao apparecchiato per la guerra di Toscana; ed i Fiorentini sospetti della sua ambizione cercavano di prepararsi alla difesa della loro libertà. Ma Ladislao per sorprendergli mostrava altrove voler volgere le sue truppe; onde partito di Roma, ed avendo agevolmente occupate tutte le Terre della Chiesa, distribuì per quelle i Capitani e le genti ed egli si fermò a Perugia con disegno di non scoprire per alcuni dì l'animo suo, volendo tenere in timore tutte le Terre di Toscana, di Romagna e di Lombardia, per taglieggiarle: mandarono subito Ambasciadori, Fiorenza, Lucca, Siena, Bologna ed altre Terre, ed egli fece buon viso a tutti egualmente; ma nel parlare era ambiguo, mostrando segno talora di voler passare in Lombardia. Ma all'ultimo accettando dall'altre Terre l'offerte de' presenti, andava trattenendo in parola gli Ambasciadori fiorentini, i quali tennero per certo, che l'animo suo era di assaltar Fiorenza, e per questo presero un sottile ed industrioso partito; poichè avendo inteso, che'l Re stava innamorato della figliuola d'un Medico perugino, con la quale spesso si giaceva, è fama, che avessero con gran somma di denari subornato il Medico, acciocchè per mezzo della figliuola l'avesse avvelenato: che il Medico indotto dall'avarizia, anteponendo il guadagno alla vita della figliuola, l'avesse persuasa ad ungersi le parti genitali d'una unzione pestifera, quando andava a star col Re, dandole a credere, che quella fosse una composizione atta a dare tal diletto al Re nel coito, che non avrebbe potuto mai mancare dall'amor suo; e che per questo il Re si fosse infermato d'un malo al principio lento ed incognito; nel qual tempo essendo venuto Paolo ed Orso a visitarlo, fece prendere amendue, e porgli in carcere strettissimo; ed essendo tutti i Capitani venuti a pregarlo, che non volesse rompere la fede data, il Re loro rispose, che avendo saputo che, Paolo teneva pratica co' Fiorentini di tradirlo, era stato astretto per assicurarsi, di farlo arrestare; ma quando non fosse vero, l'avrebbe liberato. Fu questa istanza e trattenimento molto opportuno per la lor salute, perchè aggravandosi il male, e partendosi il Re da Perugia per venirsi ad imbarcare su le galee ad Ostia, quando volle condur seco i prigionieri, i Capitani elessero il Duca d'Atri, che andando sotto colore di far compagnia al Re, aresse da provvedere, che i prigioni non fossero gittati in mare. Giunto il Re ad Ostia si imbarcò assai grave del male, e quasi farneticando mostrava, che ogni suo intento non era in altro, se non che i prigioni non fuggissero; e giunto a Napoli a' 2 d'agosto di quest'anno 1414 fu dalla marina portato in lettiga al castello, e subito che fu messo in letto comandò, che Paolo fosse decapitato. Il Duca d'Atri parlò con Giovanna sorella del Re, che governava il tutto, perchè la Regina moglie stava più a modo di prigioniera, che di Reina, e dissele quanto potea pregiudicare all'anima ed allo Stato del Re, se un tal personaggio fosse stato senza legittima cagione fatto morire; ed operò, che la mattina seguente quelli, che vennero a visitar il Re, dissero, che a Paolo era stata mozza la testa ed il corpo tagliato in quarti. Nè perchè mostrasse il Re di questo grandissimo piacere, mancò un punto la violenza del male, per la quale giunto il sesto dì d'agosto uscì di vita con fama di mal Cristiano. Giovanna, perch'era morto scomunicato, lo mandò senza pompa a seppellire a S. Giovanni a Carbonara. Ma poi gli fece fare quivi un sepolcro per la qualità di que' tempi assai magnifico e reale, che ancor oggi si vede.

Morì Ladislao non avendo ancor compiti ventiquattro anni di Regno, come di lui cantò il Sannazzaro:

Mors vetuit sextam claudere Olympiadem: e visse trentanove anni. Nel suo regnare, come suole avvenire, che si siegua l'esempio del Principe, fiorirono le armi, e si diede bando alle lettere; perciò non leggiamo noi in questi tempi que' chiari Giureconsulti e tanti altri Letterati, che sotto il Regno di Roberto e di Giovanna sua nipote fiorirono. Le tante guerre in un Regno diviso, e dove sovente due regnavano, obbligavano i Popoli a tener più le armi in mano, che i libri; quindi non si vide, che per meglio stabilire il governo civile e politico, si pensasse a far nuove leggi, a riordinar i Tribunali e l'Università degli studj: di Ladislao solamente una legge abbiamo tra' Capitulari de' Re angioini; poichè i due Re contendenti, Luigi e Ladislao, tenea ciascuno la sua Corte ed i suoi Ufficiali; quindi nacque quella confusione, che osserviamo in questi tempi tra i sette Ufficiali della Corona, dei quali non potè tenersi certa e continuata serie e successione. Per quest'istessa cagione leggiamo ancora nello stesso tempo due G. Contestabili, due G. Protonotarj e così degli altri, e sovente mancare e poi esser l'Ufficiale rifatto e restituito, secondo mancavano o si restituivano nel dominio i Principi contendenti.

L'animo bellicoso ed invitto di Ladislao, siccome nel Regno restituì la disciplina militare, così l'accrebbe di Baroni, e non poco impoverì il regal patrimonio per tante vendite e concessioni di Feudi che fece; onde anche per questa parte si vide notabile cangiamento. Prima pochi erano i Baroni e molto più pochi i Conti. De' Duchi (poichè i Principati sol erano de' Reali, o di coloro al lor sangue congiunti) non s'intese altro, che quello d'Andria nella casa del Balzo e l'altro di Sessa nella casa Marzano: poi nel tempo, che corse dalla morte di Giovanna I al regno di Ladislao, alcuni Signori, che nutrivano genti d'arme, occupavano le Terre e si usurpavano i titoli a lor modo e tra costoro fra' Sanseverineschi fu Vincislao Sanseverino, il qual vedendo nella casa del Balzo e di Marzano questo titolo, s'usurpò anch'egli il titolo di Duca di Venosa. Tra' Signori Acquaviva l'istesso fece il Duca d'Atri, nella cui casa se bene il Marchese di Bellante, disceso da questo Duca, dicesse ad Angelo Costanzo, che nella Casa Acquaviva venisse il titolo di Duca per privilegio della Regina Giovanna II, che regnò alquanti anni da poi; nulladimanco prima di questo tempo scrive il Costanzo[261] trovar titolo di Duca in questa casa nel libro del Duca di Monteleone di carta e carattere tanto antico che si mostra che fu scritto a quelli tempi, siccome anche l'avea letto nelle Annotazioni di Pietro d'Umile che accuratamente scrisse le cose del Re Ladislao, e parte della Regina Giovanna II; ond'è che l'uno e l'altro sia verissimo, e che questo Duca d'Atri, che si trovò alla morte di Ladislao, e 'l padre, che fu Generale a Taranto, si fossero chiamati Duchi avanti, che ne avessero il privilegio dalla Regina Giovanna II. Ed è veramente cosa degna da notarsi, che tra le tante revoluzioni e cangiamenti, che per lo corso di più secoli abbiamo veduti in questo Regno, questa sola famiglia avesse ritenuto nella sua casa questo titolo, e col titolo anche il dominio di quelle medesime Terre, che li famosi gesti de' suoi illustri predecessori da tanti secoli s'aveano acquistate. Alcune altre, come quella di Sanseverino; i Ruffi del Contado di Sinopoli; i Capua del Contado d'Altavilla, ed altri, ritengono ancora questi titoli, cioè di Conti, come prima i loro antenati erano, non già di Duchi. Il Ducato di Andria, e l'altro di Sessa sono più antichi; ma da altre famiglie sono ora posseduti.

De' Marchesi, ancorchè nel resto d'Italia si cominciassero a sentire, nel nostro Regno non ve n'era alcuno; e solo nel Regno di Ladislao s'intese Cecco del Borgo Marchese di Pescara, e notò il Costanzo, che prima di costui non trovò, che altri avesse titolo di Marchese nel Regno di Napoli.

I Conti, ancorchè nel Regno, non meno degli Angioini, che de' Svevi e Normanni, fossero non pochi, ne' tempi di Ladislao si accrebbe molto il numero, de' quali il Summonte ne tessè lungo catalogo; ma per le tante concessioni di Feudi, che fece questo Principe, il numero di Baroni crebbe non poco. Oltre ad essere stato stretto sovente dal bisogno per mantener tante guerre, vendergli a prezzo vilissimo, era Ladislao fuor di misura liberalissimo; e quando aveva e quando gli mancava, non poneva mente nè a giusto, nè ad ingiusto per aver denari. Essendo amatore di uomini valorosi e dilettandosi spesso in continue giostre e giuochi d'arme, come quegli ch'era valentissimo in ogni spezie d'armeggiare; a colui, dal quale vedea qualche pruova, non si poteva mai saziare di donare e far onore. Quando la seconda volta trionfò in Roma, sentendo gli apparati di Re Luigi, che col favore del nuovo Pontefice Alessandro faceva per l'impresa del Regno, lasciando il Conte di Troja in Roma, se ne venne egli a Napoli a provveder di danari; e narra Angelo di Costanzo[262], che in quell'anno, secondo i registri che ritrovano, fece infinite vendite di terre e di castelli a vilissimo prezzo, non solo a Gentiluomini napoletani, ma a molti della plebe ed a Giudei poco innanzi battezzati. Vendè anche molti Ufficj ed insino al grado di Cavalleria, del che solea poi ridersi; e di alcune Terre faceva a persone diverse in un tempo diversi privilegi. Quando poi apparecchiossi alla guerra di Toscana, ritornò parimente in Napoli per far danari, e cominciò a vendere terre e castelli non solo di coloro, ch'erano giudicati e condennati per ribelli, ma di coloro eziandio, in cui non era una minima sospizione. Si vede nell'Archivio regio un registro grande di terre e castelli comprati da Gurrello Origlia per bassissimo prezzo, benchè il Re dicesse, che il più che valevano, il donava a conto di remunerazione. Ed è certamente cosa degna di ammirazione la grandezza di questo Gurrello, che in una divisione che fece tra' suoi figliuoli di quello che avea acquistato, si nominano tra città, terre e castelli più di sessanta, che di sei figli, non fu chi non ne avesse almeno otto; ma questa felicità ebbe pochissimo spazio di tempo, perchè la Regina Giovanna, che successe, gli spogliò d'ogni cosa. Parimente per farsi più benevolo Sforza donò a Francesco primogenito di lui Tricarico, Senisi, Tolve, Crachi, la Salandra e Calciano; la qual profusione si vide ancora praticata con gli Stendardi, Mormili ed altri, di cui Costanzo[263] fece lungo catalogo.

Per questa cagione avvenne, che quando prima pochi Conti erano, che possedevano Contadi e molti Baroni, allora si videro assai più Conti e moltissimi Baroni, non pur cittadini delle altre città principali del Regno, ma anche molte famiglie di Napoli, ancor che fuori de' Seggi, si videro aver Feudi e castelli; e quando prima della rovina di tanti gran Baroni sterminati da Ladislao, non erano più, che diciassette famiglie in tutti i Seggi, che avessero terre e castelli e quelle poche e piccole; nella morte sua si trovarono aggiunte più di ventidue altre famiglie, particolarmente di quelle di Porta Nova e di Porto; i gentiluomini de' quali Seggi furono da lui mirabilmente e quasi per istituto naturale favoriti; e ciò oltra di quelle che non erano ne' Seggi, le quali o per dono o per vendita si videro con Feudi e Baronie.

Di tre mogli ch'egli ebbe, Costanza di Chiaramonte da lui repudiata, Maria sorella del Re di Cipro e la Principessa di Taranto, con niuna generò figliuoli; perciò gli succedette nel Regno Giovanna sua sorella. Oltre a queste mogli, essendo un Principe libidinosissimo, ebbe ancora molte concubine, cioè la figliuola del Duca di Sessa, un'altra chiamata la Contessella, di cui il Costanzo non potè trovar nome, nè cognome; e queste le teneva nel Castel Nuovo, da dove non si partirono, nè tampoco quando si casò colla Principessa di Taranto, di ch'ella tanto mostrossi ingiuriata, non avendo fatto almeno tanto conto di lei, che avesse fatte appartare quelle e mandarle al Castel dell'Uovo, dove stava Maria Guindazzo altra sua concubina. Ne ebbe ancora altre di Napoli e di Gaeta, tenendo persone deputate a questo fine, che glie le provvedessero delle più vivaci e più belle a somiglianza de' Soldani d'Egitto e degl'Imperadori Ottomani d'oggi. Sua sorella Giovanna non volle in ciò essere riputata meno di suo fratello; onde da poi che rimase vedova del Duca d'Austria, si provvide anch'ella di concubini, tanto che possiam dire, che Carlo III di Durazzo e la Regina Margarita sua moglie avessero dati al mondo due portentosi mostri di libidine e di laidezza. Di tante concubine sol da una donna di Gaeta generò un figliuolo bastardo chiamato Rinaldo, che l'avea intitolato Principe di Capua, se ben senza dominio, il quale lo casò con una figliuola del Duca di Sessa. Costui nelle tante rivoluzioni, che avvennero nel Regno di Giovanna sua zia, non parendogli di stare più in Napoli si ritirò in Foggia, dove ben veduto dalla Regina menò i giorni suoi, e quivi morì e fu sepolto nella chiesa maggiore di quella città, nella stessa cappella, dove era stato in deposito il corpo del Re Carlo I ceppo della Casa d'Angiò. Rimasero di lui un maschio chiamato Francesco e molte femmine. Francesco ebbe un sol figliuolo, nominato anch'egli dal nome dell'avolo Rinaldo; il quale casato con Camilla Tomacella, poco da poi se ne morì e fu sepolto nella medesima cappella, dove il padre, che poco appresso lo seguì, gli fece ergere un sepolcro con epitaffio, trascritto dal Summonte[264], che ancor ivi si vede.

FINE DEL LIBRO VENTESIMOQUARTO.

STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI