LIBRO VENTESIMOTERZO

Celebrate che furono l'esequie dell'inclito Re Roberto, la città di Napoli fece subito gridar per tutto il nome di Giovanna e d'Andrea; ma si vide in pochi dì, come scrive il Costanzo[175], quella differenza, ch'è tra il dì e la notte; poichè gli Ungheri, de' quali era Capo Fra Roberto, per mezzo dell'astuzia di lui, pigliarono il governo del Regno, cacciando a poco a poco dal Consiglio tutti i più fidati e prudenti Consiglieri del Re Roberto, per amministrar ogni cosa a volontà loro; onde la povera Regina, che non avea più di sedici anni, era rimasta solo in nome Regina, ma in effetto prigioniera di que' barbari, e quel che più l'affliggeva, era la dappocaggine del marito; il quale non meno di lei stava soggetto agli Ungheri. La Regina Sancia vedova del Re Roberto, vedendo in tanta confusione la Casa Reale, che a tempo del suo marito era stata con tanto ordine, fastidita del Mondo, andò a rinchiudersi nel Monastero di Santa Croce, edificato da lei presso al mare, dove appena finito l'anno morì con fama grandissima di santità. I Reali, che stavano in Napoli, vedendosi da Fra Roberto privi di tutto quel rispetto che solevano avere dal Re Roberto, andarono ciascuno alle sue Terre, ed in Napoli si vivea con grandissimo dispiacere. I Cavalieri napoletani, vedendo il Re Andrea dato all'ozio, e non esservi menzione alcuna di guerra, andarono ad offerirsi a Roberto Principe di Taranto, che quell'anno armava per passare in Grecia: ed accettati con molto onore dal Principe, andarono a servirlo con tutte le loro compagnie, e diedero esempio a molti Cavalieri privati del Regno che andassero a quell'impresa; e con questa milizia felicemente il Principe ricovrò fin alla città di Tessalonica; ed era salito in gran speranza di ricovrare la città di Costantinopoli, se dalle turbolenze del Regno, che si diranno, que' Capitani, con quasi tutta l'altra Cavalleria, non fossero stati richiamati alla difensione delle cose proprie. Frate Roberto pronosticando da questi andamenti, che i Reali di Napoli avessero da far ogni sforzo di precipitarlo dal colmo di quell'autorità, che si avea usurpata, mandò a sollecitare Lodovico Re d'Ungaria fratello maggiore d'Andrea, che venisse a pigliarsi la possessione del Regno, come debito a lui per eredità dell'avolo; ma Antonio Buonfinio Scrittore dell'Istorie d'Ungaria dice, che Lodovico Re d'Ungaria mandò Ambasciadori al Papa a proccurare, che mandasse a coronar Andrea suo fratello, e che gli facesse l'investitura, non come marito della Regina Giovanna, ma come erede di Carlo Martello suo avolo, e che questi Ambasciadori fecero a tal'effetto molto tempo residenza nella Corte del Papa, che allora era in Avignone, perchè vi trovarono gran contrasto; e Giovanni Boccaccio scrive, che appena poterono ottenere le Bolle dell'incoronazione. Giovanna intanto era stata già solennemente coronata in Napoli per mano del Cardinal Americo mandato dal Pontefice Clemente VI, il quale gl'inviò parimente l'investitura, e fu intitolata Regina di Sicilia e di Gerusalemme, Duchessa di Puglia, Principessa di Salerno, di Capua, di Provenza, e di Forcalqueri, e Contessa di Piemonte: la quale all'incontro nella Chiesa di Santa Chiara nel dì ultimo d'agosto di quest'anno 1344 in mano dello stesso Cardinale gli giurò omaggio, con promessa del solito censo, siccome si legge nell'investitura rapportata dal Summonte che l'estrasse dall'Archivio regio, ove si conserva[176].

Il Papa avea mandato il Cardinal Americo non solo per ricever il giuramento da Giovanna, ma l'avea anche creato Balio della medesima per la sua minor età: al quale parimente avea data potestà di revocare tutte le donazioni e concessioni fatte da Roberto, e da Giovanna in pregiudicio della Chiesa romana e del Regno[177]: ma questo baliato non ebbe alcun effetto[178], perchè Fra Roberto co' suoi Ungheri governavano ogni cosa. E sebbene i Pontefici romani avessero sempre avuta tal pretensione di mandar essi i Balj, non ebbero però mai parte alcuna nel governo.

Avea inoltre questa Regina, come donna savia mandato a chiamare Carlo Duca di Durazzo figliuolo primogenito del Principe della Morea, e datagli Maria sua sorella per moglie, dal qual matrimonio ne nacque un figliuolo chiamato Luigi, che non avendo compito un mese, se ne morì, e fu sepolto in Santa Chiara, dove ancora oggi si vede il suo Tumulo. Ed in quest'anno medesimo Luigi di Durazzo, figliuolo secondogenito del Principe della Morea e fratello di Carlo, tolse per moglie una figliuola di Roberto o sia Tommaso Sanseverino, dal qual matrimonio ne nacque poi Carlo III che fu Re di Napoli[179].

Saputosi intanto in Napoli che il Papa avea spedite le Bolle dell'incoronazione d'Andrea, e che gli Ambasciadori che le portavano, erano giunti presso a Gaeta: alcuni Baroni che desideravano impedirla, stimolati anche da' Reali che vi dissentivano, e sopra tutti da Carlo Duca di Durazzo, stante ancora la dappocaggine d'Andrea, e l'insolenza degli Ungheri, diedero la spinta a coloro che aveano congiurato d'ucciderlo, d'accelerar la sua morte, temendo che scoverti i loro disegni, non fossero per opera di Fra Roberto pigliati e decapitati, subito che fosse venuto l'ordine del Papa che Re Andrea fosse coronato. In fatti essendo andati il Re e la Regina alla città d'Aversa, ed alloggiati nel castello di quella Città, dove poi fu eretto il convento di S. Pietro a Majella[180], la sera de' 17 di settembre del 1345 quando stava il Re in camera della moglie, venne uno de' suoi Camerieri a dirgli da parte di Fra Roberto, ch'erano arrivati avvisi di Napoli di grande importanza, a' quali si richiedea presta provisione; ed il Re partito dalla camera della moglie, ch'era divisa per una loggia dall'appartamento ove si trattavano i negozj, essendo in mezzo di quella, gli fu gittato un laccio al collo e strangolato, e buttato giù da una finestra, stando gli Ungheri, perch'era di notte, sepolti nel sonno e nel vino[181].

La novità di questo fatto fece restare tutta quella città attonita, massimamente non essendo chi avesse ardire di volere sapere gli autori di tal omicidio. La Regina ch'era di età di diciotto anni, sbigottita non sapea che farsi: gli Ungheri aveano perduto l'ardire, e dubitavano d'essere tagliati a pezzi se perseveravano nel governo: talchè il corpo del Re morto ridotto nella chiesa, stette alcuni dì senza essere sepolto: ma Ursillo Minutolo gentiluomo e Canonico Napoletano si mosse da Napoli, ed a sue spese il fece condurre a seppellire nell'Arcivescovado di Napoli nella cappella di S. Lodovico, dove essendo stato sin all'età del Costanzo in sepoltura ignobile, Francesco Capece abate di quella Cappella, ed emulo della generosità di Ursillo, gli fece fare un sepolcro di marmo, e trasferita poi dall'Arcivescovo Annibale di Capua la sagrestia in quella Cappella, fu riposto nel muro avanti la porta della stessa sagrestia, dove oggi ancor si vede.

La vedova Regina si ridusse subito in Napoli, ed i Napoletani con que' Baroni, che si trovavano nella città andarono a condolersi della morte del Re, ed a supplicarla, che volesse ordinare a' Tribunali, che amministrassero giustizia; poichè Fra Roberto e gli altri Ungheri abbattuti non aveano ardire di uscire in pubblico. La Regina ristretta co' più savi e fedeli del Re Roberto suo avolo, perchè si togliesse il sospetto che susurravasi, d'aver ella avuta anche parte all'infame assassinamento, commise con consiglio loro al conte Ugo del Balzo, che avesse da provvedere ed investigare gli autori della morte del Re, con amplissima autorità di punir severamente quelli, che si fossero trovati colpevoli. Questi dopo aver fatti morire due Gentiluomini Calabresi della camera del Re Andrea ne' tormenti, fece pigliare Filippa Catanese col figlio e la nipote, e dopo avergli tutti e tre fatti tormentare gli fece tanagliare sopra un carro, e la misera Filippa decrepita morì avanti, che fosse giunta al luogo, dove avea da decapitarsi[182].

Dall'altra parte, essendo arrivata in Avignone la notizia di tal fatto al Pontefice Clemente, riputando, che s'appartenesse a lui ed alla Sede Appostolica la cognizione di questo delitto, cominciò a procedere anch'egli contro i colpevoli. In prima generalmente gli scomunicò, interdisse, dichiarò infami, ribelli e proscritti; (Questa prima Bolla di Clemente VI spedita in Avignone nel primo di febbraio 1346 si legge presso Lunig[183]), ma per la lontananza del luogo riuscendo inutili tutte l'inquisizioni per liquidar le persone, diede con sua Bolla, spedita in Avignone nel 1346 quinto anno del suo pontificato, commessione a Bertrando del Balzo G. Giustiziere del Regno, Conte di Montescaglioso e d'Andria, con amplissima facoltà di procedere contro i colpevoli; ed in questa Bolla, ch'estratta dal regal Archivio vien rapportata da Camillo Tutini[184], si leggono fra l'altre queste parole: Nos nolentes, sicut nec velle debemus, tam horribile et detestabile, ac Deo, et hominibus odiosum facinus, cuius cognitio prima ad nos, et Romanam Ecclesiam in hoc casu pertinere dignoscitur, relinquere impunitum etc.[185] Ed avendo con permissione anche della Regina, fatta diligente inquisizione, trovò colpevoli, come complici, cospiratori ed autori del delitto, Gasso di Dinissiaco Conte di Terlizzi, Roberto di Cabano Conte di Evoli e gran Siniscalco del Regno, Raimondo di Catania, Niccolò di Miliezano, Sancia di Cabano Contessa di Morcone, Carlo Artus e Bertrando suo figliuolo, Corrado di Catanzaro, e Corrado Umfredo da Montefuscolo. E poichè alcuni di essi dimoravano nel Regno, la di cui presura era difficile, e per la protezione che vantavano de' Reali, e perchè s'erano afforzati nelle loro Terre; il Conte Bertrando ebbe ricorso alla Regina, perchè con suo general editto si comandasse all'Imperadrice di Costantinopoli, ed a Lodovico di Taranto suo figliuolo, che sotto fedele e sicura custodia gli trasmettesse Carlo, Bertrando e Corrado d'Umfredo; e similmente comandasse al Principe di Taranto, al Duca di Durazzo e loro fratelli, a tutti i Conti e Baroni, e spezialmente a' cittadini napoletani, che nel caso dall'Imperadrice suddetta non si fossero quelli trasmessi, che detti Regali e Conti, e tutti gli altri con tutte le loro forze si conferissero nelle Terre e luoghi ove coloro fossero, per imprigionargli, offerendo anche egli di andarvi in persona, affinchè di essi si prendesse la debita vendetta; e di vantaggio, che scrivesse a' Vescovi, Vicari e loro Ufficiali, che con effetto mandassero in esecuzione gl'interdetti e le scomuniche fulminate dal Papa contro di loro, con dichiarare le terre ove dimoravano interdette, i loro fautori e ricettatori scomunicati, e che gl'interdetti suddetti tenacemente si osservassero ed ubbidissero. La Regina a tenor di queste dimande a' 7 ottobre di quest'anno 1346 fulminò un severo editto, che fu istromentato per mano di Adenolfo Cumano di Napoli Viceprotonotario del Regno, di cui mandò più autentici esemplari per tutte le città e province del Regno, ed in Napoli gli fece affiggere ne' portici del Castel Nuovo e della G. C. perchè a tutti fosse noto e palese. L'editto è parimente rapportato dal Tutini, dentro di cui si vede anche inserita la riferita Bolla di Clemente.

Mandò ancora la Regina, perchè di lei si togliesse affatto ogni sospetto, il Vescovo di Tropea in Ungaria al Re Lodovico suo cognato a pregarlo, che volesse avere in protezione lei vedova, ed un picciolo figliuolo, che l'era nato dal re Andrea suo marito, di cui nel riferito editto fassi anche memoria, chiamato Caroberto Duca di Calabria[186]. Ma questa missione riuscì infruttuosa alla regina Giovanna; poichè re Lodovico persuaso già, che ella fosse consapevole e partecipe della morte d'Andrea, gli rispose, secondo che rapporta Antonio Buonfinio con una epistola di questo tenore: Impetrata fides praeterita, ambitiosa continuatio potestatis Regiae, neglecta vindicta et excusatio subsequuta, te viri tui necis arguunt consciam, et fuisse participem. Neminem tamen Divini, humanive judicii poenas nefario sceleri debitas evasurum.

CAPITOLO I. Seconde nozze della Regina Giovanna con Luigi di Taranto. Il Re d'Ungaria invade il Regno, e costringe la Regina a fuggirsene, e a ricovrarsi in Avignone: vi ritorna da poi, e coll'aiuto e mediazione del Papa ottiene dall'Unghero la pace.

Al ritorno del Vescovo, la Regina fece palese a tutti quelli del suo Consiglio la risposta, e tutti giudicarono, che l'animo del Re d'Ungaria fosse di vendicarsi della morte di suo fratello, e compresero ancora, dall'aver incolpata Giovanna, per aver ritenuta e continuata la potestà regia, ch'egli pretendesse, che il Regno fosse suo: siccome ne diede anche manifesti indizi, quando pretese dal Papa l'investitura del Regno per Andrea suo fratello, non già come marito della regina Giovanna, ma come erede di Carlo Martello suo avolo. Giudicarono perciò tutti, ch'era necessario che la Regina si preparasse alla difesa; e perchè la prima cosa che avea da farsi era di pigliar marito, il quale avesse potuto con l'autorità e con la persona ostare a sì gran nemico, Roberto Principe di Taranto ch'era venuto a Napoli a visitarla, propose Lodovico suo fratello secondogenito, essendo Principe valoroso, e nel fiore degli anni suoi. A questa proposta applausero tutti gli altri più intimi del Consiglio, ed essendo già passato l'anno della morte di Re Andrea, per le novelle che s'aveano degli apparati del Re d'Ungaria, si contrasse il matrimonio subito, senz'aspettare dispensa del Papa.

Ma la fama della potenza del Re d'Ungaria, e le poche forze del nuovo marito della Regina, e l'opinione universale che la Regina avesse avuta parte nella morte del marito, facevano stare sospesi gli animi della maggior parte de' Baroni e de' Popoli; e benchè Luigi di Taranto con gran diligenza si sforzasse di fare gli apparati possibili, non ebbe però quella ubbidienza, che sarebbe stata necessaria, e si seppe prima, che il Re d'Ungaria era giunto in Italia, che fosse fatta la quarta parte delle provvisioni debite e necessarie. Onde la Regina che fu veramente erede della prudenza del gran Re Roberto suo Avolo, volle in questo fiore della gioventù sua, con una resoluzione savia mostrar quello che avea da essere, e che fu poi nell'età matura; perchè vedendo le poche forze del marito, e la poca volontà de' sudditi, deliberò di vincere fuggendo, poichè non potea vincer il nemico resistendo; e fatto chiamare Parlamento generale, dove convennero tutti i Baroni, e' Sindici delle città del Regno, ed i Governatori della città di Napoli, pubblicò la venuta del Re d'Ungaria, e dolutasi lungamente d'alcuni, che la calunniavano a torto di tanta scelleratezza, disse ch'era deliberata di partirsi dal Regno, e gire in Avignone per due cagioni, l'una per fare manifesta l'innocenzia sua al Vicario di Cristo in Terra, com'era manifesta a Dio in Cielo: e l'altra per farla conoscere al Mondo, coll'ajuto che sperava certo di avere da Dio; e che tra tanto non voleva, che nè i Baroni, nè i Popoli avessero da esser travagliati, com'era travagliata essa; e però, benchè confidava, che tutti i Baroni e' Popoli, almeno per la memoria del padre e dell'avolo, non sarebbero mancati d'uscire in campagna a combattere la sua giustizia, voleva più tosto cedere con partirsi, e concedere a loro, che potessero andare a rendersi all'irato Re d'Ungaria; e però assolveva tutti i Baroni, Popoli, Castellani e stipendiarj suoi dal giuramento, ed ordinava che non si facesse alcuna resistenza al vincitore, anzi portassero le chiavi delle terre, e delle castella, senz'aspettare Araldi o Trombette. Queste parole dette da lei con grandissima grazia, commossero quasi tutti a piangere, ed ella gli confortò, dicendo che sperava nella giustizia di Dio, che facendo palese al Mondo l'innocenzia sua, l'avrebbe restituita nel Regno, e reintegrata nell'onore. S'imbarcò per tanto da Castel Nuovo per andare in Provenza il dì 15 gennajo del nuovo anno 1348, e con lei e col marito andò anche la Principessa di Taranto sua suocera che la chiamavano Imperadrice, e Niccolò Acciajoli fiorentino, intimo della Casa di Taranto ed uomo di grandissimo valore.

Intanto Lodovico Re d'Ungaria era col suo esercito entrato nel Regno, e ricevuto nell'Aquila, vennero ivi a trovarlo il Conte di Celano, il Conte di Loreto con quel di S. Valentino, e Napolione Orsino con altri Conti e Baroni d'Apruzzo, i quali gli giurarono omaggio, ed avendo presa e saccheggiata la città di Sulmona, a gran giornate, non trovando chi gli facesse ostacolo, se ne veniva in Napoli; onde i Reali, confidati nel parentado che avevano col Re d'Ungaria, si posero tutti in ordine per andare ad incontrarlo amichevolmente, sperando essere da lui umanamente raccolti, tanto più, che conducevano con loro, come Re, il piccolo Caroberto figliuolo del Re Andrea ch'allora era di tre anni; e così raccolta una Compagnia de' primi Baroni, si mossero da Napoli il Principe di Taranto e Filippo suo fratello, Carlo Duca di Durazzo, Luigi e Roberto suoi fratelli, ed incontrarono il Re d'Ungaria, che veniva da Benevento ad Aversa, il quale con molta amorevolezza baciò il nepote, ed accarezzò tutti; ma poichè fu giunto ad Aversa, concorse un gran numero di Cavalieri, e d'altri Baroni a riverirlo, e dimorato quivi cinque giorni, volendo il sesto andare in Napoli s'armò di tutte arme, e fece armare tutto l'esercito e cavalcò, e passando avanti il luogo dov'era stato strangolato Re Andrea, si fermò, e chiamò il Duca di Durazzo, dimandandogli da qual finestra era stato gittato Re Andrea; il Duca rispose, che no 'l sapea, e 'l Re mostrogli una lettera scritta da esso Duca a Carlo d'Artois, dicendogli che non potea negare suo carattere, e 'l fè pigliare, ed immantenente decapitare[187], comandando, che fosse gittato dalla medesima finestra, onde fu gittato Re Andrea; e rimaso il cadavere insepolto per ordine del Re sino al dì seguente, fu poi portato a seppellire in Napoli nella chiesa di S. Lorenzo, ove ancora oggi si vede il suo sepolcro. Questa fu la morte del Duca di Durazzo figliuolo di Giovanni quintogenito del Re Carlo II, il quale di Maria sorella della Regina Giovanna non lasciò figliuoli maschi, ma solo quattro femmine, Giovanna, Agnesa, Clemenzia e Margarita, delle quali si parlerà più innanzi. Gli altri Reali, volle il Re che restassero prigioni nel Castello d'Aversa, e di là a pochi dì gli mandò in Ungaria insieme col picciolo Caroberto; ed egli continuando il cammino verso Napoli rappresentava uno spettacolo spaventevole, facendosi portar avanti uno stendardo negro, dov'era dipinto un Re strangolato, e venutogli incontro gran parte del Popolo napoletano a salutarlo, egli con grandissima severità finse non mirargli, nè intendergli, e volle entrare con l'elmo in testa dentro Napoli, e rifiutando ogni rimostranza d'onore se n'andò dritto al Castel Nuovo, di cui il Castellano già gli avea portate le chiavi: onde nacque una mestizia universale e timore, che la città non fosse messa a sacco dagli Ungheri; perchè subito posero mano a saccheggiare le case de' Reali, e la Duchessa di Durazzo a gran fatica si salvò, e fuggì in un navilio, andando a trovare la sorella in Provenza. Nè volle il Re dare udienza agli Eletti della città, ma volle che fossero tutti mutati, e fu ordinato che i nuovi Eletti non facessero cos'alcuna, senza conferire col Vescovo di Varadino Ungaro. E poichè fu trattenuto due mesi in Napoli, se n'andò in Puglia, dove costituì suo Vicario Corrado Lupo Barone Tedesco, e dopo aver costituito Castellano Gilforte Lupo fratello di Corrado del Castel Nuovo, e fatte molte preparazioni in diversi luoghi del Regno, imbarcandosi in Barletta su una sottilissima galea passò in Schiavonia, ed indi in Ungaria, non essendo dimorato più che quattro mesi nel Reame.

In questo mezzo la Regina Giovanna, arrivata alla Corte del Papa in Avignone con Luigi suo marito, vi furono accolti benignamente da Clemente, il quale dispensò a' legami della consaguinità per lo matrimonio contratto[188], e la Regina ebbe Concistoro pubblico, ove con tanto ingegno e con tanta facondia difese la causa sua, ch'il Papa ed il Collegio, che aveano avuto in mano il processo fatto contro Filippa Catanese, e Roberto suo figliuolo, e conosciuto che la Regina non era nominata, nè colpata in cosa alcuna, tennero per fermo ch'ella fosse innocente, e pigliarono la protezione della causa sua, spedendo subito un Legato appostolico in Ungaria a trattare la pace. Questi trovò molto superbo il Re, o che fosse l'ira del morto fratello, o l'amore che avea conceputo di così bello ed opulente Regno, che già si trovava averlo tutto in mano, e lo teneva per suo, poichè il picciolo Caroberto, poco da poi che fu giunto in Ungaria era morto; ma non per la difficoltà del negoziare, il Legato volle partirsi da Ungaria, ma cercò di dì in dì, con ogni arte, mollificare l'asprezza dell'animo di quel Re.

Intanto i Napoletani, partito che videro il Re d'Ungaria, avendo intesa la buona volontà del Papa verso la Regina, e che si vedeano così maltrattati da Gilforte Lupo Castellano, e Luogotenente del Re in Napoli, cominciarono a sollevarsi, e molti di coloro che erano stati cortegiani di Re Roberto e della Regina, si partirono ed andarono a trovarla fin in Provenza ed a confortarla, che se ne ritornasse, perchè erano tanto indebolite le forze degli Ungheri, e tanto cresciuto l'odio contra i barbari costumi loro, che senza dubbio sarebbero cacciati con ogni picciol numero di gente che fosse condotta da Provenza. Non mancarono ancora di molti Baroni che con messi e lettere secrete la chiamavano; e questo giovò molto alla Regina, perchè mostrando queste lettere al Papa, gli fermarono più saldamente in testa l'opinione che tenea dell'innocenza sua, onde la Regina assicurata del favore del Papa, e della volontà degli uomini del Regno, cominciò a ricovrar insieme la fama e la benevolenza dei sudditi, a' quali pareva, ch'essendosi presentata innanzi al Papa, padre e giudice universale de' Cristiani, e da lui giudicata per innocente, e degna di esser rimessa nel suo Regno ereditario, pareva a ciascuno che fosse da riposarsi sovra quel giudicio, ed attender a far ufficio di buoni e fedeli vassalli: e da questo mossi i popoli di Provenza e degli altri Stati di là de' monti, fecero a gara a presentarla, e sovvenirla di danari, de' quali stava in tanta estrema necessità, che vendè al Papa la città d'Avignone[189], e col prezzo di quella, e co' danari presentatigli, fece armare dieci galee, e preso commiato dal Papa insieme con Luigi suo marito partissi. Angelo di Costanzo[190] narra, che nel partirsi donò, non vendè al Papa ed alla Chiesa la città d'Avignone, con la quale s'obbligò tanto l'animo del Papa, che conoscendo ch'ella il desiderava, donasse il titolo di Re a Luigi suo marito

(Non può ora più dubitarsi di questa vendita, avendone Lunig[191] impresso l'istromento stipulato in Avignone, dove è manifesto questa città col suo distretto essersi venduta non già donata, e stante la necessità, ed estremi bisogni della Regina bisognò ella contentarsi del prezzo offertogli, che non oltre passò la somma di ottantamila fiorini d'oro di Fiorenza; esprimendosi, che tutto il di più, che valesse, considerando la Regina quelle parole del Signor nostro Gesù, rammentate dall'Appostolo, beatius est dare, quam accipere, lo donava al Papa ed alla Chiesa romana, come pura, semplice ed irrevocabile donazione. Dee nell'istromento trascritto da Lunig emendarsi la data, poichè si porta stipulato in Avignone a' 12 giugno del 1358, quando molto tempo prima la Regina avea già da Avignone fatto ritorno in Napoli).

Nel dar a Luigi la benedizione il Papa lo chiamò Re; onde ambedue lieti e pieni di buona speranza andarono ad imbarcarsi in Marsiglia, e giunti a Napoli con venti prosperi, la città tutta uscì ad incontrarli nel Ponte del picciolo Sebeto, 200 passi lontano dalla città, perchè al Porto di Napoli non si poteano appressare le galee, poichè il Castel Nuovo, come tutte l'altre castella si teneano dagli Ungari. Discesi dunque a terra e ricevuti con allegrezza incredibile d'ogni sesso e d'ogni ordine e d'ogni età, furono condotti sotto il baldacchino in una casa apparecchiata per loro al Seggio di Montagna. Vennero fra pochi dì molti Conti e Baroni a visitarla, ed a rallegrarsi del ritorno, e ad offerirsi di servire a cacciare gli Ungheri. La Regina, ed il Re Luigi si voltarono a rimunerare, per quanto l'angustia delle facoltà loro a quel tempo comportava, tutti quelli, che aveano mostrata affezione al nome loro, con privilegi, titoli, onori e dignità e sovra tutto i Cavalieri giovani suoi coetanei, come coloro, che speravano più per amore, che per forza di stipendi far esercito abile a poter cacciare i nemici del Regno. Ed in questi tempi cominciò ad introdursi fra noi di darsi a' Baroni il titolo di Duca, perchè prima non era in usanza, che quello di Conte, ed il titolo di Principe, o di Duca, era de' soli Reali, ed il primo fu Francesco del Balzo, che dalla Regina Giovanna I fu fatto Duca d'Andria, ed il secondo fu il Duca di Sessa. Ordinò ancora Re Luigi una bella Corte, e fece Gran Siniscalco del Regno Niccolò Acciajoli Fiorentino; e perchè i Popoli del Regno erano in molte parti oppressi da Corrado Lupo, e da' suoi Ministri Capitani degli Ungheri, lasciò assediate le Castella di Napoli, e fatta una buona compagnia di Conti e Baroni ch'erano concorsi a Napoli, e del fiore della gioventù Napoletana, cavalcò contro il Conte d'Apici, e quello debellato, passò in Puglia e presa Lucera andò a Barletta. Fu lungamente con non minor ferocia, che ardire guerreggiato in Puglia, ed in Terra di Lavoro, e non meno queste province, che l'altre del Regno si videro ardere d'incendio marziale. Corrado Lupo tosto avvisonne il Re d'Ungaria, il quale ricevuto l'avviso fu tanto presto, che prima giunse in Schiavonia, e s'imbarcò per venire in Puglia, che si sapesse ch'era deliberato di venire; e giunto che fu in Puglia si trovò al numero di diecemila cavalli, e pedoni quasi infiniti. Si accese per ciò più fiera ed ostinata la guerra infin che stanchi l'un partito e l'altro, finalmente diedero apertura a Papa Clemente d'interporre fra i due Re trattati di pace. Spedì per tanto il Pontefice due Legali, i quali avendola maneggiata, non poterono allora ottener altro, che tregua per un anno, onde il Re Lodovico se ne tornò in Ungaria, lasciando presidio alle Terre, che si teneano con le sue bandiere. Ma poichè fu in Ungaria, o che fosse destrezza e prudenza del Legato appostolico, che gli fu sempre appresso; o che fosse, che disegnava di far guerra coi Veneziani, i quali aveano occupate alcune Terre di Dalmazia appartenenti al Regno d'Ungaria, concesse in fine la pace al Re Luigi ed alla Regina Giovanna, rilassando in grazia del Papa e del Collegio de' Cardinali tutte le sue pretensioni, e liberi i cinque Reali, ch'erano stati quattro anni carcerati al Castello di Visgrado. Fu conchiusa questa pace in aprile dell'anno 1351, ed alcuni aggiungono, che avendo condennato il Papa, come mezzo della pace, il Re Luigi e la Regina Giovanna a pagare trecentomila fiorini al Re d'Ungaria per le spese della guerra, egli magnanimamente ricusò di pigliarli, dicendo, ch'egli non era venuto al Regno per ambizione, nè per avarizia, ma solamente per vindicare la morte del fratello; nella quale avendo fatto quanto gli pareva, che convenisse, non cercava altro, e fu molto lodato e ringraziato dal Papa e dal Collegio.

Usciti da questi affanni Re Luigi e la Regina, mandarono ambasciadori a ringraziar il Papa ed il Collegio, ed a dimandargli un Legato appostolico che l'avesse incoronati: il che ottennero agevolmente, perchè dal Papa fu deputato a ciò il Vescovo Bracarense. Si fece per tanto in Napoli un gran apparato per la incoronazione, alla quale fu deputato il dì 25 maggio festa delle Pentecoste; e tutto il Regno assuefatto a travagli, ad incendj ed a rapine, cominciò a rallegrarsi; ed oltre i Baroni concorsero in Napoli da tutte le parti infiniti per vedere una festa tale, la quale parea, che avesse da fare dimenticare tutte le calamità passate. Nel dì stabilito essendo giunto il Legato nel luogo dove era l'apparato, con grandissima pompa e solennissime cerimonie, unse e coronò il Re e la Regina, e fur fatte molte giostre e molti giuochi d'arme e conviti. Ed appresso, dalla città e da tutto il Baronaggio fu solennemente giurato omaggio al Re ed alla Regina, i quali fecero general indulto a tutti quelli, che nelle guerre passate aveano seguite le parti del Re d'Ungaria; ed il Re Luigi in memoria di questa Coronazione ordinò, come si disse, la compagnia del Nodo, nella quale si scrissero da 60 Signori e Cavalieri napoletani di diverse famiglie, ed i più valorosi Campioni di que' tempi.

CAPITOLO II. Spedizione del Re Luigi di Taranto in Sicilia: pace indi seguita, e sua morte.

Siccome il nostro Regno di Puglia erasi ridotto in assai felice stato per la pace, e per la presenza e liberalità del Re Luigi, così all'incontro le cose della Sicilia ogni dì andavano peggiorando: perocchè crescendo, per la debolezza del picciolo Re Don Luigi, le discordie tra' Siciliani, ed essendo divisi tutti i Baroni ed i Popoli dell'isola, si lasciò la cultura dei campi, ch'è la principale entrata di quel Regno, e parimente tutti gli altri traffichi e guadagni, e s'attendea solo a ruberie, incendj ed omicidi; onde procedeva non solo la povertà e miseria di tutta l'Isola, ma la povertà e debolezza del Re, non potendo i Popoli supplire, non solo a' pagamenti estraordinarj, ma nè anco a' soliti ed ordinarj; quindi avvenne, che i Baroni dell'isola si divisero in due parti; dell'una erano capi i Catalani, che s'aveano usurpata la tutela del Re; e dell'altra quelli di Casa di Chiaramonte, ch'erano tanto potenti, che tenevano occupate Palermo, Trapani, Saragoza, Girgento, Mazara, e molte altre Terre delle migliori di Sicilia; e benchè non fossero scoverti nemici del Re, signoreggiavano quelle Terre d'ogni altra cosa, che dal titolo in fuora; e perchè coloro, che governavano il Re, possedendo la minor parte di Sicilia, bisognavano cacciare da quella tanto che potessero tenere il Re, e la Casa sua con dignità regia, e ch'essi potessero anco accrescere di ricchezze, molti Popoli sdegnati cominciarono ad alterarsi; e la Città di Messina, la quale era principale di queste, che il Re possedeva, non potendo soffrire l'acerbo governo del Conte Matteo di Palizzi, volti i cittadini in tumulto, andarono sin'al palazzo reale, e l'uccisero; e gli altri Baroni appena poterono salvare se stessi, e la persona del Re, ritirandosi in Catania. Con l'esempio de' Messinesi, Sciacca ancora uccise i Ministri del Re, che v'erano; e perchè di questo moto era stato autore il Conte Simone di Chiaramonte, e conosceva, che contro di se sarebbe voltata tutta l'ira del Re e del suo Consiglio, mandò a Re Luigi in Napoli, chiamandolo, non all'impresa di Sicilia, come aveano altre volte chiamato Re Roberto ma ad una certa vittoria, avvisandolo, che le cose di quel Regno stavano in tali termini, che con ogni poca forza si sarebbe conquistato.

Il Re Luigi, e 'l Regno per le passate guerre si trovavano non men disfatti, che i Siciliani, cominciando allora a cogliere i primi frutti della quiete e della pace; e quelle forze, che a tempo di Re Roberto erano potenti ed unite, ora per la presenza di tanti Reali, tra' quali era diviso il Regno, erano deboli e disunite; onde non potè mandarvi quel numero di gente e di vittovaglie, che sarebbe stato necessario a tanta impresa; nulladimanco vi mandò il G. Siniscalco Acciajoli con cento uomini d'arme, e Giacomo Sanseverino Conte di Melito con quattrocento fanti, sopra sei galee e molti vascelli grossi di carico, con la maggior quantità di vittovaglie, che fu possibile. Questi giunti in Sicilia, col favore del Conte Simone, se n'andarono a Melazzo, e l'occuparono, e postovi presidio e Governadore in nome del Re, andarono a Palermo con gran parte di vittovaglia, e furono ricevuti dai Palermitani, già ridutti all'estremo bisogno d'ogni cosa da vivere con infinita allegrezza; e que' di Chiaramente fecero alzare le bandiere di Re Luigi a Trapani, e Saragoza, ed a tutte l'altre Terre, che teneano essi; e benchè non avessero tante genti di guerra, che bastassero a tenerle con presidio di Re Luigi, era tanto più debole la parte del Re di Sicilia, che senza forza di arme si mantennero in fede del Re di Napoli, solamente con munizione di vittovaglia, che gli era mandata di Calabria.

Per questi successi i Governadori del Re Don Luigi, desiderosi di non fare annidare in Sicilia le genti del Re Luigi, avanti che crescessero più, fecero ogni sforzo per riavere Palermo; ma fu in vano, perchè i cittadini che avevano gustata la comodità delle vittovaglie si mantennero in fede del Re Luigi, servendo con molta fede e diligenza al G. Siniscalco, ed al Conte di Mileto, che difendevano la città onde furono costretti ritornarsene.

Il Re D. Luigi fra pochi dì venendo a morte, fu gridato Re Federico suo ultimo fratello, il quale non avendo che tredici anni, era sotto il governo de' Catalani, per opera de' quali essendo sbandito da Messina Niccolò Cesario, Capo di parte molto potente in quella città, egli ancora seguì la parte del Re Luigi, ed avuta intelligenza con alcuni de' suoi seguaci, di notte entrato in Messina con alcuni soldati e aderenti di casa di Chiaramonte, assaltò i suoi nemici. Il popolo essendosi levato a rumore, diede facoltà di poter intromettere ducento cavalli, e 400 fanti, mandati dal gran Siniscalco, e da' Conti di Chiaramonte, com'era stato stabilito tra loro, e cacciandone quelli della fazione contraria, s'alzarono le bandiere del Re Luigi. Questi subito, ch'ebbe l'avviso della presa di quella città, la quale tenea per veramente sua, poichè l'altre erano tenute più tosto da' Chiaramontesi, che dagli Ufficiali suoi, venne subito con la Regina Giovanna sua moglie a Reggio in Calabria, mandando al Gran Siniscalco supplimento di 50 altre lance, e 300 fanti a piedi, e buona quantità di vittovaglia a Messina, che ne stava in grandissima necessità. Fu tanta l'allegrezza de' cittadini, che giunti con quelle genti, ch'erano venute allora, assaltarono i castelli di San Salvatore, e di Mattagrifone, che furono stretti a rendersi con due sorelle del Re, Bianca, e Violante, le quali con onorevole compagnia furono mandate a Reggio alla Regina, e da lei furono con molta cortesia ed amorevolezza ricevute ed accarezzate. Parve al Re non indugiare più, e passato con la Regina il Faro, nella Vigilia della Natività del Signore del 1355 entrarono in Messina con grandissima pompa, e furono alloggiati nel palazzo reale, dove con le solite cerimonie fu giurato omaggio e fedeltà da tutti.

Pochi dì da poi vennero il Conte Simone e Manfredi e Federico di Chiaramonte, i quali il Re onorò molto, come Capi della famiglia, ed autori dell'acquisto di quel Regno; ma desiderando il conte Simone, che Re Luigi gli desse Bianca sorella del Re Federico per moglie, e persuadendosi, che non dovesse negarla per li meriti suoi, e quasi per prezzo d'un Regno, confidentemente ne parlò al Re. Questa richiesta parve di molta importanza, non per se stessa, ma per quelle conseguenze, che avrebbe potuto portar seco tal matrimonio, poichè essendo il Re Federico ultimo della stirpe de' Re di Sicilia della Casa d'Aragona, e di età e di senno tanto infermo ch'era chiamato Federico il Semplice, poteva agevolmente succedere, che aggiungendosi alla potenza del Conte Simone la ragione, che gli portava la moglie, n'avesse cacciato l'uno e l'altro Re; onde allora, nè volle negarlo, nè prometterlo; ma tra pochi dì gli offerse per moglie la Duchessa di Durazzo. Vedendosi dunque Simone con tale offerta escluso, ne prese tanto sdegno e rammarico (perchè presumea, che il merito suo col Re superasse ogni grazia, che se gli potesse fare) che se ne morì di là a pochi dì, e gli altri di quella famiglia, quasi fossero rimasti eredi dello sdegno di Simone, cominciarono a rallentarsi dall'affezione del Re Luigi. Questi intanto mandò ad assediare Catania, dove era il nuovo Re con tutte le poche forze sue; ma essendo state rispinte le sue genti e disordinate e rotte, fu fatto prigione ancora Raimondo del Balzo Conte Camerlengo, ed appena scampò il Gran Siniscalco Acciajoli. Questa nuova diede grandissimo dolore a Re Luigi, al quale tolti gli ornamenti della moglie andò a far danari per riscattare il Conte; ed avendo poi mandato l'Araldo al Re Federico con la taglia, che si dimandava del Conte, Federico non volle che si pigliasse taglia, ma mandò a dire, che non vi era altra via per la liberazione del Conte, che il cambio della libertà delle due sorelle. E perchè Luigi amava estremamente il Conte, si contentò di mandarne le sorelle onorevolmente accompagnate sin in Catania.

Tra questo tempo le novitadi, che successero nel Regno, sforzarono Re Luigi a tornare in Napoli, e per non abbandonare l'impresa di Sicilia, la quale per l'estrema povertà del nemico tenea per vinta, lasciato Capitan Generale in Sicilia il Gran Siniscalco Acciajoli, egli con la Regina se ne ritornò in Napoli. Cominciavano di bel nuovo in questo Regno a sorgere disordini e confusioni poco minori di quelli, che furono a tempo degli Ungheri; poichè il Principe di Taranto, che per essere fratello maggiore del Re, si tenea di poter governare il Re e 'l Regno insieme, avea pigliato in odio, e perseguitava molti Baroni, i quali volevano conoscere soli Re Luigi e la Regina Giovanna per Signori. Parimente Luigi di Durazzo cugino del Re, vedendosi stare nel Regno come povero Barone insieme con Roberto suo fratello, si giunse col Conte di Minervino, il quale era salito in tanta superbia, che avea occupato la città di Bari, e s'intitolava Principe di Bari e Palatino d'Altamura, oltre gli altri titoli de' quali andava molto altiero; e mantenea una banda d'uomini d'armi, con tanti cavalli, che gli parea poter competere col Principe di Taranto e col Re; e per poter mantenere quelle genti, andava discorrendo per le più ricche parti del Regno, e taglieggiando le Terre senz'aver rispetto alcuno al Re ed alla Regina. Si vide perciò Re Luigi impegnato a reprimere la superbia di costui, e dopo varj fatti d'arme, che posero sossopra molte province del Regno, finalmente ripresse i ribelli, e Luigi di Durazzo rimanendo solo e senza forza, per lo vincolo del sangue fu riconciliato col Re e colla Regina; e dato sesto per varj provvedimenti alla quiete del Regno, e ridottosi nella primiera tranquillità, tornò il Re col pensiero alla guerra di Sicilia.

Dall'altra parte que' di Sicilia, ch'erano del partito di Re Federico, vedendosi molto inferiori di forze, fecero, che il loro Re prendesse per moglie la sorella del Re d'Aragona, ma il novello parentado poco potè giovargli, poichè la Sposa poco da poi se ne morì; ed in questo mezzo per una parentela, che fecero i Chiaramontesi col Conte di Ventimiglia, Capo della parte di Federico, si cominciò a trattar la pace tra questo Principe, e 'l Re Luigi e la Regina Giovanna, la quale dopo varj maneggi, fu finalmente conchiusa con queste condizioni: Che Re Federico s'intitolasse Re di Trinacria: che pigliasse per moglie Antonia del Balzo figliuola del Duca d'Andria e della sorella di Re Luigi: che riconoscesse quel Regno dal Re Luigi e dalla Regina Giovanna, ed a tal segno dovesse pagare a loro nel giorno di San Pietro tremila once d'oro ogni anno: e quando il Regno di Napoli fosse assaltato, pagare cento uomini d'arme, e dieci galee armate in difensione di quello. All'incontro, che dal Re Luigi fossero restituite tutte le cittadi, terre e castella, che sin a quel giorno erano state prese, e si teneano colle bandiere sue.

(In esecuzione di questa pace, si legge presso Lunig[192] il mandato, ovvero Plenipotenza, che il Re Federico diede per stipularla, e perchè gli articoli accordati fossero confermati da papa Gregorio XI, come diretto Padrone dell'isola di Sicilia, nel qual mandato s'intitola Rex Trinacriae. Si legge ancora pag. 1123 una ben lunga Bolla di questo Papa, nella quale, dandogli la formula del giuramento di fedeltà, si prescrivono al Re Federico altre leggi e condizioni e così pesanti, specialmente intorno alle appellazioni di tutte le cause ecclesiastiche, di doversi portare in Roma; che se mai questa Bolla avesse avuto il suo effetto, non vi sarebbe rimaso in Sicilia vestigio alcuno del Tribunal della Monarchia).

Questo fu l'ultimo termine delle guerre di Sicilia, che durarono tanti anni, con tanto spargimento di sangue, e con spesa inestimabile. Ma è cosa veramente da notare, che il Regno di Sicilia, preteso dai romani Pontefici loro feudo, e che ad essi spettasse darne l'investitura, onde fecero tanti sforzi per levarlo dalle mani de' Re d'Aragona, ed a questi tempi reso ligio e tributario a' Re di Napoli, col correr degli anni si fosse totalmente sottratto, non men dalla soggezione degli uni, che degli altri, che ora vien riputato più libero e independente, che il Regno istesso di Napoli; poichè, dopo il famoso Vespro Siciliano, per le continue guerre sostenute co' Re angioini, i quali ebbero sempre a lor favore collegati i Pontefici romani, i Re d'Aragona non richiesero più investitura dalla Sede Appostolica per quell'Isola, ed anche da poi fatta pace co' Re di Napoli, nemmen la ricercarono; ed in fatti morto il Re D. Federico, non lasciando di se prole maschile, e succeduta in quel Regno nell'anno 1368 Maria sua figliuola, nè Regina di Trinacria volle essere nomata, nè investitura alcuna prese da' Romani Pontefici. Le stesse pedate furono calcate da Martino I d'Aragona, che nell'anno 1402 succedè a Maria, e da Martino II suo successore. E morto questi senza figliuoli, essendo stato nell'anno 1411 eletto Re d'Aragona, di Valenza e di Sicilia Ferdinando d'Aragona figliuolo di Giovanni Re di Castiglia, questi tramandò al suo figliuolo Alfonso, il quale nell'anno 1416 succedè in tutti i suoi Regni, anche coll'istesse condizioni il Reame di Sicilia, non ricercandone da' Pontefici romani investitura alcuna, siccome fecero da poi tutti gli altri loro successori; tantochè nel Regno di Sicilia, siccome per lo bisogno e circostanze di que' antichi tempi fu introdotto allora costume di prender l'investitura di quell'isola da' Romani Pontefici, così ora per desuetudine e per contrario uso si è quella affatto tolta ed abolita: tal che oggi quel Regno rimane totalmente libero ed indipendente.

Dall'altra parte, a questi tempi del Re Luigi di Taranto, si vide dependente e tributario de' Re di Napoli, secondo le riferite condizioni di questa pace; ma tali condizioni non furono mai adempite, nè ebbero alcuna esecuzione; poichè se bene in un diploma rapportato da Inveges[193] di Gregorio XI del 1373 spedito poco da poi conchiusa questa pace, fosse nominato il Regno di Napoli col nome di Regno di Sicilia, e quello di Sicilia, col nome di Trinacria, nulladimanco niuno de' Re di quell'isola ne' loro diplomi s'intitolarono Re di Trinacria, ma di Sicilia ultra Pharum, chiamando il Regno napoletano Sicilia citra Pharum, come si legge ne diplomi di Martino e degli altri Re di Sicilia suoi successori. Ed essendosi questi due Regni da poi uniti nella persona d'Alfonso I d'Aragona, egli fu il primo, che cominciò a intitolarsi Re dell'una e l'altra Sicilia. Nè si legge essersi riconosciuto quel Regno da' Re di Napoli, e che nel dì statuito di S. Pietro si fossero mai pagate per tributo le 3000 once d'oro, nè pagati i cento uomini d'armi e le dieci galee armate, convenute nelle Capitolazioni sudette; poichè i Re di Napoli, insino ad Alfonso I d'Aragona, furono in tante guerre distratti e per tante rivoluzioni interne del Regno agitati, che non poterono pensare ad altro, che alla propria loro salute e alla conservazione del proprio Regno, come diremo.

Terminata in cotal guisa la guerra di Sicilia, e ripressi i moti intestini del nostro Regno, ritornò a godersi la quiete; ma non durò guari, poichè nell'anno 1362 ammalatosi di febbre acutissima Re Luigi venne a morte, non avendo più che 42 anni. Fu questo Principe bellissimo di corpo e d'animo, e non meno savio, che valoroso; ma fu poco felice nelle sue imprese, perocchè ritrovandosi il Regno travagliato ed impoverito per tante guerre e per tante dissensioni, non ebbe luogo, nè occasione dì adoperare il suo valore, massimamente nell'impresa di Sicilia.

Narra Matteo Palmerio nella vita del Gran Siniscalco Acciajoli, che Innocenzio VI successore di Clemente s'era offeso e grandemente crucciato col Re Luigi, perchè non gli pagava il solito censo; e perciò il Re mandò Ambasciadori in Avignone per placarlo, e questi furono l'Acciajoli e l'Arcivescovo di Napoli Giovanni; ed il Bzovio aggiunge, che a Bertrando successor di Giovanni fu data facoltà da Innocenzio VI d'assolvere il Re Luigi in articulo mortis dalla scomunica ob non solutum Romanae Ecclesiae censum[194]. Regnò Luigi cinque anni prima che fosse coronato, e dieci dopo l'incoronazione. Fu mandato il suo cadavere nel Monastero di Monte Vergine presso Avellino 20 miglia lontano da Napoli, e fu sepolto appresso la sepoltura dell'Imperadrice Margherita sua madre, ove ancor oggi si addita il suo tumulo sostenuto da otto colonne colla sola sua effigie, senza iscrizione. Non lasciò figliuoli, perchè due femmine, che procreò con la Regina Giovanna, morirono in fascia.

Morì non molto tempo da poi in Napoli il Principe di Taranto, e fu sepolto nella chiesa di S. Giorgio maggiore, e lasciò erede del Principato e del titolo dell'imperio Filippo suo fratello terzogenito[195]. Questo Principe poco innanzi avea tolto per moglie Maria sorella della Regina, la quale poco da poi morì; onde tolse la seconda moglie, che fu Elisabetta figliuola di Stefano Re di Polonia, colla quale visse fin al 1368, anno della sua morte[196]. Morì egli in Taranto ove giace sepolto, nè lasciò di se figli, onde lasciò il Principato di Taranto, con il titolo dell'Imperio a Giacomo del Balzo figliuolo di Margarita sua sorella e di Francesco Duca d'Andria. Morì ancora Luigi di Durazzo Conte di Gravina e di Morcone, e fu sepolto nella Chiesa di Santa Croce, appresso il sepolcro della Regina Sancia, il quale lasciò un figliuolo chiamato Carlo, che, come si dirà, fu poi Re di Napoli, e poco appresso morì in Francia Roberto Principe della Morea, fratello del Conte, amendue figliuoli di Giovanni Duca di Durazzo; onde con esempio notabilissimo della fragilità delle cose umane, di così numerosa progenie del Re Carlo II non rimase altro maschio, che Lodovico Re d'Ungaria e Carlo di Durazzo nel Regno di Napoli, figliuolo del già detto Luigi di Durazzo. E non guari da poi si vide perduto tutto ciò, che questa progenie possedeva in Grecia; poichè ritenendosi per anche Corfù e Durazzo, avendo la Regina Margarita moglie del Re Carlo di Durazzo (mentre suo marito era in Ungaria, ed ella governava) fatta pigliare una nave de' Veneziani, nè volendola restituire, ma ritenendosela con tutte le mercatanzie che vi erano di molta valuta, diede occasione a' Veneziani, che dopo la morte del Re, con questa scusa occupassero il Ducato di Durazzo, nel quale finì di perdersi quanto la linea di Re Carlo I avea posseduto in Grecia[197].

CAPITOLO III. Altre nozze della Regina Giovanna, e ribellione del Duca d'Andria.

Rimasa vedova la Regina del Re Luigi di Taranto, perchè nel governo del Regno non s'intrigassero i Reali di Napoli, tanto i Napoletani, quanto i Baroni desideravano, ch'ella sola governasse, e perciò per mezzo di coloro, ch'erano più intimi nella Corte della Regina, cominciarono a confortarla, che volesse subito pigliar marito, non solo per sostegno dell'autorità sua reale, ma ancora per far pruova di lasciare successori per quiete del Regno; e così fu tosto destinato per suo marito l'Infante di Majorica, chiamato Giacomo d'Aragona, giovane bello e valoroso; onde parea ch'essendo anche la Regina d'età di 36 anni, si potesse ragionevolmente sperare ch'avessero insieme a far figliuoli, e conchiuso il matrimonio, venne lo sposo sulle Galee in Napoli in quest'anno 1363 e fu da' cittadini ricevuto come Re. Sposò egli la Regina, e da lei fu creato Duca di Calabria: ma l'avversa fortuna del Regno non volle; poichè questo matrimonio fu poco felice, perchè guerreggiando il Re di Majorica con quello d'Aragona suo cugino per lo Contado di Rossiglione, e di Cerritania, volle il nuovo marito della Regina andare a servire il padre in quelle guerre, ove prima fu fatto prigione, e poi riscosso dalla Regina, e tornandovi la seconda volta vi morì. Restò molti anni la Regina in veduità, e governò con tanta prudenza, che acquistò nome della più savia Reina, che sedesse mai in Sede reale; per la qual cosa quasi risoluta di non tentare più la fortuna con altri mariti, cominciò a pensare di stabilirsi successore nel Regno. Si aveva ella allevata in Corte Margarita, figliuola ultima del Duca di Durazzo e di Maria sua sorella; e questa pensò di dare a Carlo di Durazzo con dispensazione appostolica, poichè erano tra di loro fratelli cugini; ma questo suo pensiere fu per qualche tempo impedito, perchè avendo il Re d'Ungaria guerra con i Veneziani, mandò a chiamare Carlo di Durazzo dal Regno di Napoli, che avesse a servirlo in quella guerra. Questi ancor che fosse molto giovane, andò con una fioritissima compagnia di Cavalieri, e servì là molti anni; il che fece stare sospeso l'animo della Regina, sospettando, che nel cuore del Re d'Ungaria fossero rimaste tante reliquie dell'odio antico, che bastassero a far ribellare da lei Carlo; però al fine, come si dirà poi, riuscì pure la deliberazione fatta di tal matrimonio, dal quale per altra via ne seguì la rovina sua.

Ma dall'altra parte, parendo ad ogni uomo di potere agevolmente opprimere una donna, rimasta così sola col peso del governo d'un Regno tanto grande e di sì feroci province, se mancavano ora i Reali di perturbarlo, non mancarono i vicini ed i più potenti Baroni di quello. Fu turbato prima da Ambrosio Visconte figliuolo bastardo di Bernabò Signore di Milano, il quale entrato nel Regno per la via d'Apruzzo con dodicimila cavalli, ed occupate per forza alcune Terre di quelle contrade, camminava innanzi con incredibile danno e spavento; ma la Regina con quel suo animo virile e generoso, tosto lo represse, poichè unite come poté meglio sue truppe, sconfisse l'esercito nemico, e liberò il Regno da tale invasione.

Questa vittoria diede grand'allegrezza alla Regina, la quale trovandosi ora nel più quieto stato volle andare a visitare gli Stati di Provenza e gli altri che possedeva in Francia, ed andò principalmente in Avignone a visitare il Papa Urbano V, che ad Innocenzio VI, successor di Clemente, era succeduto; dal quale fu benignissimamente accolta e con grandissimo onore[198]. Poi essendo stata alcuni mesi a visitare tutti que' Popoli, e da loro amorevolmente presentata, se ne ritornò in Napoli molto contenta, per aversi lasciato il Papa benevolo ed amico.

Giunta in Napoli mandò in effetto il matrimonio di Carlo di Durazzo con Margarita sua nipote, mostrando a tutti intenzione di voler lasciare a loro, il Regno dopo la sua morte; ma non per questo Carlo di Durazzo lasciò il servizio del Re d'Ungaria, anzi con buona licenza e volontà della Regina tornò nella Primavera di quest'anno 1370 a servire quel Re contro i Veneziani, lasciando Margarita con una fanciulla di circa sei mesi chiamata Maria, come l'avola materna, e lei gravida, la quale nel principio del seguente anno partorì un'altra figliuola chiamata Giovanna, come la Regina sua zia, che poi, come diremo, fu Regina di Napoli.

Ma mentre il Regno stava per rifarsi, avendo tregua dall'invasioni esterne, fu tutto sconvolto per una guerra intestina, che fu cagione di molti mali; perocchè essendo spenti tutti gli altri Reali, rimase grandissimo Signore Francesco del Balzo Duca d'Andria, perchè, come si disse, colla morte di Filippo Principe di Taranto suo cognato, ch'avea lasciato erede Giacomo del Balzo suo figliuolo, come tutore di lui, possedeva una grandissima Signoria, e per questo era divenuto formidabile a tutti i Baroni del Regno: onde pretendendo, che la città di Matera appartenesse al Principato di Taranto, la quale era posseduta allora da un Conte di Casa Sanseverino, andò con genti armate, e la tolse di fatto a quel Cavaliero, minacciando ancora di torgli alcune altre Terre convicine. Per questo insulto i Sanseverineschi, che per numero di Personaggi e di Stato erano i più potenti Baroni del Regno, ebbero ricorso alla Regina, la quale subito mandò al Duca a dirgli, che si contentasse di porre la cosa in mano d'arbitri, ch'ella eleggerebbe non sospetti, e non volesse mostrare far tanto poco conto di lei. Ma il Duca rifiutando ogni partito, volle persistere nella sua pertinacia di voler la Terra per forza, onde la Regina dopo aver chiamati tutti i parenti del Duca ed adoperati più mezzi, desiderosa di tentare ogni cosa, prima che venire ad usare i termini della giustizia, poichè vide l'ostinazione del Duca, comandò, che fosse citato; e continuando il Duca nella solita contumacia, volle ella un dì a ciò deputato, sedere in sedia reale con tutto il Consiglio attorno, e profferire la sentenza contro del Duca come ribelle: fatto questo, ordinò a' Sanseverineschi, che dovessero andare ad occupare, non solo la Terra a lor tolta, ma quante Terre avea in Puglia il Duca in nome del Fisco reale, come giustamente ricadute alla Corona per la notoria ribellione di lui. Bisognò contrastar lungamente per debellare il Duca, il quale s'era posto in difesa; finalmente gli fu forza, debellato che fu, fuggirsene dal Regno, onde la Regina avendo occupati tutti i suoi Stati, ed essendosi a lei rese Tiano e Sessa, per rifarsi della spesa, che avea fatta in questa guerra, vendè Sessa a Tommaso di Marzano Conte di Squillaci per venticinquemila ducati, e Tiano per tredicimila a Goffredo di Marzano Conte d'Alifi; ma a Tommaso concesse il titolo di Duca sopra Sessa, e fu il secondo Duca nel Regno dopo quello d'Andria. Mandò ancora a pigliar la possessione del Principato di Taranto perchè il picciolo Principe, dopo la fuga del padre, s'era ricovrato in Grecia, dove possedeva alcune terre.

Ma non si ristette il Duca d'Andria di tentar nuove imprese; poichè essendo ad Urbano succeduto Gregorio XI suo parente, ebbe ricorso a costui, dal quale fu bene accolto, e parte con danari ch'ebbe da lui sotto spezie di sussidio, parte con alcuni, che n'ebbe dalle Terre, ch'egli possedeva in Provenza, se ne ritornò in Italia, dove se gli offerse gran comodità di molestare il Regno e la Regina, perchè trovandosi allora Italia universalmente in pace, molti Capitani di ventura oltramontani stavano senza soldo, tal ch'ebbe poca fatica con quella moneta che avea raccolta, ma con assai più promesse a condurgli nel Regno. Entrovvi egli con tredicimila persone da piedi e da cavallo, e con grandissima celerità giunse prima a Capua, che la Regina avesse tempo di fare provisione alcuna; onde non solo tutto il Regno fu posto in iscompiglio, ma la città di Napoli istessa in grandissimo timore e sospetto; contuttociò la Regina ch'era da tutti amata e riverita, si provide ben tosto per la difesa, e già s'apparecchiava di far la massa dell'esercito a Nola, quando il Duca avvicinandosi ad Aversa, andò a visitare Raimondo del Balzo suo zio carnale Gran Camerario del Regno, persona, e per l'età, e per la bontà venerabile e di grandissima autorità, il quale stava in un suo casale detto Casaluce. Questo grand'uomo, tosto che vide il Nipote, cominciò ad alta voce a riprenderlo e ad esortarlo, che non volesse essere insieme la ruina, e 'l vituperio di Casa del Balzo, con seguire un'impresa tanto folle ed ingiusta: perchè bene avea inteso, che le genti ch'egli conducea seco, erano ben molte di numero, ma pochissime di valore, nè potrebbe mancare che non fossero sconfitte dalle forze della Regina, e di tutto il Baronaggio del Regno, al quale egli era venuto in odio per la superbia sua insopportabile. Il Duca sbigottito, e pien di scorno alle parole del buon vecchio, non seppe altro che replicare, se non che quel che facea era tutto per riavere lo Stato suo, il quale non si potea altrimenti per lui recuperare, per molto che esso avesse pentimento della ribellione. Replicogli il zio, che questa via che avea pigliata, non era buona, anzi gli averia più tolta la speranza di ricovrare lo Stato per sempre, e che 'l meglio era cedere, e cercare, con intercessione del Papa, di placare l'animo della Regina. Valse tanto l'autorità di quello uomo, che 'l Duca vinto da quelle ragioni, prese subito la via di Puglia con le genti che avea condotte, sotto scusa di volere ricovrare le Terre di quella provincia; e come fu giunto alla campagna d'Andria proccurò, che gli fosse posto in ordine un naviglio, in cui, disceso alla marina, s'imbarcò, e ritornò in Provenza a ritrovare il Papa. Le genti, che avea condotte, trovandosi deluse, si volsero a saccheggiare alcune terre picciole, per indurre la Regina ad onesti patti; e perch'ella desiderava molto la quiete, patteggiò con loro, ch'uscissero fuor del Regno, pigliandosi sessantamila fiorini. Queste cose fur fatte fin all'anno 1375, nel qual morì Raimondo del Balzo Gran Camerario, lasciando di se ornatissima fama; la Regina ebbe gran dispiacere della perdita di un Baron tale, e creò in suo luogo Gran Camerario Giacomo Arcucci Signore della Cirignola.

La Regina in questi tempi, o che le fosse venuto in sospetto il troppo amore di Carlo di Durazzo verso il Re d'Ungaria, e che temesse di quel che poi successe, o che fosse istigata dal suo Consiglio per vedersi così sola a dover sempre combattere a' continui moti del Regno: determinò di togliere marito, perchè, ancora ch'ella fosse in età d'anni quarantasei, era sì fresca, che dimostrava molta attitudine di far figli: tolse dunque per marito Ottone Duca di Brunsuic, Principe dell'Imperio e di linea imperiale, Signor prudente e valoroso[199], e d'età conveniente alla sua e volle per patto che non s'avesse da chiamare Re, per riservar forse a Carlo di Durazzo la speranza della successione del Regno. Venne Ottone nel dì dell'Annunziata del seguente anno 1376 ed entrò in Napoli guidato sotto il Pallio per tutta la città con grandissimo onore sino al Castel Nuovo dov'era la Regina, ed ivi per molti giorni si ferono feste reali.

Questo matrimonio dispiacque assai a Margarita di Durazzo, la quale nel medesimo tempo avea partorito un figliuol maschio, che fu poi Re Ladislao, ed ella se ben credea per certo, che dalla Regina non fossero nati figliuoli, tuttavia dubitava, che introducendosi Ottone nel Regno con gente tedesca, si sarebbe talmente impadronito delle fortezze e di tutto il Regno, che sarebbe stato malagevole cacciarlo, ed ella ed il marito ne sarebbero rimasti esclusi. Ma la Regina con molta prudenza stette ferma in non volere dare il titolo di Re al marito, riserbandolo, se la volontà di Dio fosse stata di dargli alcun figliuolo; e sempre nel parlare dava segno di tenere cura, che 'l Regno rimanesse nella linea mascolina del Re Carlo II. E per mostrar amorevolezza e rispetto al marito gli fece donazione di tutto lo Stato del Principe di Taranto, ricaduto a lei per la ribellione di Giacomo del Balzo figliuolo del Duca d'Andria, il quale Stato era mezzo Regno. Dopo queste nozze si visse due anni nel Regno quietamente, e la Regina diede secondo marito a Giovanna dì Durazzo, sua nipote primogenita del Duca di Durazzo e della Duchessa Maria sua sorella, il quale fu Roberto Conte d'Artois figliuolo del Conte d'Arras.

CAPITOLO IV. Dello Scisma de' Papi di Roma e quelli d'Avignone.

Negli anni seguenti, si vide il Regno in maggiori confusioni e disordini per quel famoso scisma che nacque, e che durò poi fin al Concilio di Costanza. Avea Papa Gregorio XI trasferita la Sede Appostolica da Avignone, ov'era stata da Clemente V sin dall'anno 1305 traslatata, e dimorata settantadue anni, in Roma, ov'egli giunse il dì 17 di gennajo di questo nuovo anno 1377. Quivi egli morì a' 27 marzo del seguente anno 1378. I Romani, i quali in tanto tempo che la Sede Appostolica era stata in Francia, aveano patito infinito danno, vollero servirsi della occasione di ristabilire nella lor città la Corte del Papa, proccurando che dovesse eleggersi un Romano, o per lo meno un nativo d'Italia; all'incontro vedendo che in Roma non v'erano allora più che sedici Cardinali, de quali v'erano dodici oltramontani e quattro soli Italiani, dubitarono, e con ragione, ch'essendo maggiore il numero de' primi, non era verisimile che la pluralità de suffragi per l'elezione del Papa fosse in favore d'un Italiano; e per questo levato un tumulto, presero l'armi, e quando i Cardinali furono entrati in Conclave il dì 5 aprile di quest'anno 1378 concorsa ivi una moltitudine di Popolo, circondò il palazzo, e cominciò a gridare, Romano lo vogliamo. Questo grido durò tutta la notte: il giorno seguente il Popolo essendosi di nuovo adunato in maggior numero, andò con furia maggiore al Conclave, minacciando di rompere le porte, e di tagliare a pezzi i Cardinali franzesi, se non eleggevano un Papa, che fosse romano o almeno d'Italia. I Cardinali intimoriti lo promisero al Popolo, ma con protesta fra loro, che ciò sarebbe seguito per la violenza, che loro si faceva, non già che l'elezione in futuro dovesse valere. In fatti elessero tumultuariamente persona fuori del Collegio de' Cardinali, che per la sua poca abilità, potesse esser con facilità cacciata dal Papato. Questi fu Bartolommeo Prignano Arcivescovo di Bari, nato in Napoli, secondo Panvinio, da vili parenti; ma il nostro Giovanni Villani[200], e Teodorico di Niem[201], dicono esser nato nel castello d'Itri del Contado di Fondi[202]. Visse quasi sempre in Francia appresso la Corte del Papa nella Cancelleria Appostolica, indi fatto Arcivescovo d'Acerenza, passò poi a quello di Bari. Essendosi sparsa in Roma la voce, che l'Arcivescovo di Bari era stato eletto, il Popolo confondendolo con Giovanni di Bar francese, cameriere maggiore del Papa defunto, cominciò di nuovo le sue violenze. Il Cardinal di S. Pietro comparì alla finestra del Conclave per placare il tumulto, e molti vedendolo dissero: questi è il Cardinal di S. Pietro: subito il popolaccio credette, che quegli fosse il Cardinale ch'era stato eletto, e si pose a gridare, viva, viva S. Pietro. Alquanto da poi il Popolo ruppe le porte del Conclave, arrestò i Cardinali, e rubò i loro mobili, domandando sempre un Cardinal romano: alcuni domestici de' Cardinali avendo loro detto, non avete voi il Cardinale di S. Pietro? eglino lo presero, lo vestirono degli abiti Pontificali, lo posero su l'Altare, ed andarono all'adorazione, benchè gridasse, che egli non era Papa, ed esserlo non voleva. I Cardinali durarono molta fatica a salvarsi, chi nelle lor case, chi nel castello di S. Angelo. L'Arcivescovo di Bari divenuto in un tratto superbo ed austero e molto astuto, conoscendo l'intenzione de' Cardinali, si fece subito il giorno seguente acclamare da alcuni Cardinali, violentati a farlo da' Magistrati. Egli prese il nome d'Urbano VI e scrisse a tutti i Cristiani, notificando loro l'elezione fatta, e tenne per lo principio molto a freno i Cardinali, dubitando di quel che poi successe, cioè, che avrebbero pensato a cacciarlo dal Papato[203]. Dall'altra parte i Cardinali, ancorchè pubblicamente fossero stati costretti a riconoscerlo, scrissero però segretamente al Re di Francia, ed agli altri Principi cristiani, che l'elezione era nulla, e che non era stata lor intenzione, che e' fosse riconosciuto per Papa; e poco da poi sotto pretesto di fuggire i calori della state, i dodici Cardinali oltramontani uscirono l'un dopo l'altro da Roma nel mese di maggio, e si portarono in Anagni. Ma il Cardinale Ursino fratello del Conte di Nola, sotto scusa di venire a visitare i parenti nel Regno, impetrò da Urbano licenza, e venne a trovar la Regina; e su la certa credenza che i Cardinali avrebbero rivocata l'elezione, cominciò a pregarla, che in tal caso avesse voluto intercedere coi Cardinali provenzali, che avendosi da fare nuova elezione per soddisfazione del Popolo Romano, avessero creato lui.

La Regina, come donna savia e prudente, non si volle muovere per le richieste del Cardinale, anzi mandò a Roma Niccolò Spinelli di Napoli, ma di patria di Giovenazzo, quel nostro famoso Dottor di leggi Conte di Gioja, e Gran Cancelliero del Regno, a rallegrarsi con Urbano della sua elezione ed a dargli ubbidienza. Ma questo risalito Papa mostrò fare tanto poco conto di quest'ufficio della Regina, e della persona del Gran Cancelliere, trattandolo incivilmente[204], che questi che 'l conosceva nella vita privata per uomo di basso affare, e giudicandolo indegno del Papato per la natura ritrosa, se ne venne tanto mal soddisfatto di lui che si crede, che da quella ora pensò d'essere ministro della nuova elezione d'un altro Papa. A questo s'aggiunse che pochi dì da poi, essendo andato il Principe Ottone in Roma a visitarlo, alcuni dicono per avere l'investitura del Regno[205], altri per supplicarlo, ch'essendo restato il Regno di Sicilia per successione in man di donna, avesse fatta opera che quella fosse data per moglie al Duca Baldassarre di Brunsuich suo fratello; ma sia che si voglia, è cosa certissima, che non solo dal Papa non potè ottenere cosa che volle, ma fu anche mal veduto, e trattato poco onorevolmente: narrando Teodorico di Niem[206], che fu Segretario d'Urbano, che Ottone trovandosi col Papa quando era a pranzo, ed essendogli dato il bicchiere per dargli a bere, come è costume, il Papa, fingendo di ragionare d'altri negozj, il fece stare inginocchiato un gran pezzo senza bere, finchè uno dei Cardinali, che aveva maggior confidenza con lui, gli disse, Padre Santo è tempo che beviate; per la qual cosa il Principe se ne ritornò con molto maggiore scorno di quello ch'ebbe l'Ambasciadore.

Lo stesso Autore[207], e colui, che scrisse la vita d'Urbano, dicono ch'essendo stato più, che fosse mai uomo, avido di voltare tutte le forze del Papato in fare grandi i suoi, avesse pensato dall'ora di trasferire il Regno di Napoli nella persona di Carlo di Durazzo, tenendo per certo poter aver da lui più larghi partiti, e maggiori Signorie nel Regno per Butillo, e Francesco Prignano suoi nipoti che non avrebbe avuti dalla Regina Giovanna e dal Principe Ottone. Il Duca d'Andria che avea seguitato in Roma Papa Gregorio XI con isperanza che l'avesse fatto ricovrar gli Stati, si trovava allora in Roma in bassa fortuna; ed avendo dopo la morte di Gregorio conosciuto l'animo del nuovo Papa, poco amico della Regina, cominciò a trattar con lui, che si chiamasse Carlo di Durazzo all'impresa del Regno, dimostrandogli che agevolmente sarebbe successa felice, perchè già teneva avvisi da Napoli che tutto 'l Regno stava mal soddisfatto, ed in timore di restare sotto il dominio d'Ottone; e per contrario era gran desiderio tra' Baroni, e tra' Nobili Napoletani di vedere Carlo di Durazzo unico germe nel Regno della Casa d'Angiò; tanto più, quantochè nella milizia che avea esercitata in servizio del Re d'Ungaria, era diventato famoso nell'arte della guerra, non meno per valor di persona che di giudizio. Con queste persuasioni gli fu cosa leggiera persuadere al Papa quello, a che egli stava inclinatissimo, e però senza dimora mandò Urbano ad invitar Carlo che stava in Italia nel Trivigiano a guerreggiare con i Veneziani che venisse armato in Roma, perch'egli avea deliberato di privar la Regina Giovanna del Regno, e chiuderla in un Monastero, e dar a lui l'investitura e possessione del Regno[208]. Carlo per lo principio mostrò molta freddezza in accettare l'impresa, perchè dall'una parte lo stringea la pietà della Regina e li beneficj verso di lui, i quali erano meritevoli di gratitudine, e dall'altra la difficoltà di pigliar l'impresa, dubitando che se lasciava il Re d'Ungaria nell'ardore di quella guerra, non avrebbe avuto da lui favore alcuno.

Questa pratica non potè esser tanto secreta che la Regina non n'avesse avviso a Napoli, onde ristretta col suo Consiglio deliberò di provvedervi. Il nostro Giureconsulto Niccolò di Napoli ch'era il primo di valore e d'autorità nel Consiglio, ed era uomo di grande spirito, e portava odio particolare al Papa, propose non esservi altro miglior espediente per divertire il Papa da questa impresa, se non d'incitare i Cardinali a far nuova elezione: alla qual proposta applaudendo Onorato Gaetano Conte di Fondi, molto potente in Campagna di Roma, e che per essere stato Vicario Generale, e Governadore di tutto lo Stato ecclesiastico e di Campagna con grandissima autorità mentre la Sede Appostolica era stata in Francia, desiderava l'assenza della Corte da Italia, per tornare nel medesimo grado: la cosa fu subito conchiusa, e fu deliberato che si tenesse un Concilio nella città di Fondi. I Cardinali franzesi che si erano portati in Anagni, subito che ivi furono giunti, dichiararono che l'elezione d'Urbano era nulla, come fatta contro lor voglia, e contra il solito stile; onde subito che intesero il trattato fatto in Napoli, vennero tutti a Fondi, dove erano restati in appontamento di ritrovarsi insieme coi tre Cardinali Italiani; ed alfine entrati in Conclave il dì 20 settembre dopo essersi molto maneggiati per far cessare la contesa ch'era sopra l'elezione fra' Cardinali Italiani, dopo aver dichiarata nulla l'elezione d'Urbano, il Cardinal di Fiorenza propose d'eleggere Ruberto Cardinal di Ginevra di Nazione alemanna. Tutti i Cardinali, eccettuati i tre Italiani, gli diedero i loro suffragi[209]; prese egli il nome di Clemente VII e fu coronato il dì 21 del medesimo mese. Era egli fratello d'Amadeo Conte di Ginevra, ed era stato Vescovo di Tervana e poi di Cambray, indi da Gregorio XI era stato creato Cardinale, e di qua cominciò lo scisma. Urbano rimasto solo col Cardinal di Santa Sabina si mantenea nel possesso di Roma, ma il castel di Sant'Angelo stava per Clemente. I Romani l'assediarono, lo presero in fine e lo demolirono. Urbano fece subito nuova elezione di Cardinali, e scrisse a tutti i Principi e Repubbliche de' Cristiani, notificando la rebellione de' Cardinali per loro tristizia, e non già ch'egli non fosse stato legittimamente creato per Vicario di Cristo, e persuadeva ad ogni uno che dovesse tenere il Papa eletto da costoro per Antipapa, e loro tutti per Eretici e Scismatici, e privati d'ogni dignità ed Ordine sacro; divulgando ancora che questa ribellione avea avuta radice nel timore che i Cardinali aveano, per gl'inonesti costumi loro, della riforma ch'egli voleva fare. I Cardinali che egli creò furono la maggior parte Napoletani e di Regno, e tra gli altri Fra Niccolò Caracciolo Domenicano Inquisitore in Sicilia, Filippo Carafa Vescovo di Bologna; Guglielmo da Capua, Gentile di Sangro, Stefano Sanseverino, Marino del Giudice di Amalfi Arcivescovo di Taranto e Camerlengo della Sede Appostolica, e Francesco Prignano suo nipote; e per aver maggior parte in Napoli e nel Regno, conferì a loro, e ad altri loro aderenti tutte le chiese principali ed altre dignità ecclesiastiche nel Regno. In oltre per porre la città di Napoli in divisione, privò Bernardo di Montoro Borgognone dell'Arcivescovado di Napoli, e lo conferì all'Abate Bozzuto Gentiluomo di molta autorità, e di gran parentado nella città[210]; e per ultimo per mezzo del medesimo Duca d'Andria, mandò a chiamare Carlo di Durazzo, che a quel tempo si trovava nel Friuli. Carlo a questa seconda chiamata non fu sì renitente, come alla prima, perchè avea già avuto avviso da Napoli, che la Regina avendo preso sospetto di lui faceva grandi favori a Roberto di Artois, che era marito della sorella primogenita di Margarita, tal che entrato in gelosia, promise al Duca di venire, purchè si trattasse dal Papa, ch'il Re d'Ungaria gli desse buona licenza, e qualche favore ed aiuto, perchè da se non aveva altre forze che circa 100 cavalli napoletani che l'aveano sempre servito in quella guerra, ed intanto s'apparecchiava per venire in Roma, aspettando l'avviso del Re d'Ungaria.

Avendo in cotal guisa Urbano posta in divisione la città di Napoli ove meno sperava, tirò al suo partito molte altre province e Regni. Quasi tutte le città di Toscana e di Lombardia, insieme co' Romani, riconoscevano lui per Papa. L'Alemagna e la Boemia stette nel suo partito. Lodovico Re d'Ungaria pure lo riconobbe: la Polonia, la Prussia, la Danimarca, la Svezia e la Norvegia seguirono l'esempio dell'Alemagna, ed in Inghilterra, essendo stati uditi i deputati de' due contendenti nel Parlamento, fu approvata l'elezione d'Urbano e rigettata quella di Clemente.

Dall'altra parte Papa Clemente era riconosciuto nella Francia, nella Scozia, in Lorena, in Savoia e nella Spagna, la quale quantunque prima stesse per Urbano, si dichiarò poi per Clemente; ma sopra tutti era riconosciuto e favorito dalla nostra regina Giovanna, la quale, partito che fu Clemente di Fondi, ed andato a Gaeta, e di là venuto a Napoli, lo ricevè con grandissimo apparato nel castello dell'Uovo, e per fargli onore gli fece far un ponte in mare di notabile lunghezza, dove egli venne a smontare. La Regina con tutti quei, che erano andati ad incontrarlo, si ridusse sotto l'arco grande del castello, il quale era adornato di ricchissimi drappi, ed ivi collocarono la sede pontificale nel modo solito, dove subito che fu Clemente assiso, la Regina col Principe Ottone suo marito andò a baciargli il piede, ed appresso Roberto d'Artois con la Duchessa di Durazzo sua moglie, dopo andò Agnesa, ch'era vedova, poichè fu già moglie del Signor di Verona, ed erasi ritirata in Napoli, e per ultimo Margarita sua sorella, moglie di Carlo di Durazzo, che si trovava in Napoli; seguì appresso a baciargli il piede un gran numero di Cavalieri e Baroni, e donne, e damigelle leggiadramente vestite; poi saliti su al castello, il Papa fu realmente alloggiato con tutti i Cardinali, e stettero alcuni dì in continui conviti e feste, ed a richiesta della Regina creò Cardinale Lionardo di Gifoni generale de' Frati Minori.

Ma mentre duravano queste feste nel castel dell'Uovo, il popolo Napoletano, che forse sarebbe stato quieto, se avesse visto, che la Regina con maggior sicurtà avesse ricevuto il Papa nella città, e fatto partecipare di queste feste la plebe avida di nuovi spettacoli; parendo a molti di natura sediziosi, che la Regina, come consapevole dell'error suo, non ardisse di fare quella festa in pubblico, cominciò a mormorare contra di lei, che per mal consiglio de' suoi Ministri, istigati da lor proprie passioni, volesse favorire un Antipapa di nazione straniero e nutrire uno scisma, con tanto scandalo di tutto il Mondo, contra la Sede Appostolica, sempre fautrice sua e de' suoi progenitori e contra un Papa napoletano, dal quale in universale, ed in particolare tutti potevano sperare onori e beneficj; e come è costume del vulgo, in ogni parte si parlava dissolutamente e con poco rispetto; ed un di que' giorni avvenne, che un artegiano alla piazza della Sellaria parlando licenziosamente contra la Regina, fu ripreso da Andrea Ravignano nobile di Porta Nova; ma persistendo colui in dire peggio che prima, Andrea gli spinse il cavallo sopra e lo percosse in un occhio, di cui restò cieco, onde quelli della strada mossi in grandissimo tumulto presero l'armi; e nel medesimo tempo dalla piazza della Scalesia si mosse un sarto chiamato il Brigante, nipote dell'artegiano offeso, uomo sedizioso ed insolente, il quale trovando gli animi degli altri sollevati, e raccolto un gran numero di popolo minuto, alzò le voci gridando: viva Papa Urbano: e seguito da tutti quelli, scorse per le parti basse della città, saccheggiando le case degli Oltramontani che vi abitavano. Allora l'abate Luigi Bozzuto, che, come si è detto, era stato creato da Papa Urbano, Arcivescovo di Napoli, e che per timore della Regina stava nascosto nella sua casa, nè avea avuto ardire di prendere il possesso dell'Arcivescovado, uscì fuori e tumultuariamente aiutato dal popolo prese il possesso della chiesa e del palagio Arcivescovile, cacciandone la famiglia dell'Arcivescovo Bernardo[211].

Questo tumulto di Napoli col sacco di tante case, ch'erasi disseminato ne' casali d'attorno, ancorchè fosse stato ripresso da' Nobili e da' gran Popolani, avendo prese l'armi, quietarono il romore e poi corsero al castello, per mostrarsi pronti al servigio della Regina e di Papa Clemente, pose in tanto timore il Papa, che non bastandogli tutto ciò ch'erasi fatto ed offerto da' Nobili, volle tosto imbarcarsi su alcune galee coi suoi Cardinali e gitone prima a Gaeta, di là poi passò ad Avignone, dove restituì la Sede pontificale, ed ivi per molto tempo fu ubbidito non men dalla Francia che dalla Spagna, Scozia, Lorena e Savoia.

La Regina, benchè fosse per questi rumori rimasta assai turbata, nulladimanco usando la solita virilità, confidata nella prontezza de' Nobili, che aveano raffrenato l'ira ed il furore del Popolo, ordinò a Raimondo Ursino figliuolo del Conte di Nola, ed a Stefano Ganga Reggente della Vicaria, che con buona banda di gente uscissero contro i ladroni del contorno, e da poi che n'ebbero tagliati a pezzi un gran numero e molti presi, che furono tenagliati e divisi in quarti entrarono nella città, e per ordine della Regina andarono alle case del Bozzuto, e non ritrovandolo, perocchè era scappato via, avendo veduto, che quei del Popolo aveano deposte l'armi, fecero diroccare le case paterne dell'Arcivescovo nel Seggio di Capuana, e poi fecero dare il guasto alle sue possessioni. Il Brigante con alcuni altri Capi di quel tumulto furono subito tutti insieme appiccati; tanto che il Popolo minuto per lo grandissimo timore conceputo, si stava rinchiuso nelle sue proprie case.

Non guari da poi si vide Napoli posta di nuovo tutta in armi e sconvolgimenti, per cagion d'una gara che in que' tempi passava tra' Nobili delle piazze di Capuana e Nido, con quelle di Portanova, Porto e Montagna, pretendendo que' di Capuana e Nido in vigor di una sentenza, che aveano riportata dal Re Roberto, d'esser preposti così negli atti, come ne' governi delle cose pubbliche a tutti gli altri Nobili dell'altre tre piazze, che per ischerno chiamavano Mediani, quasi che fossero un secondo stato, fra' Nobili ed il Popolo. All'incontro i Nobili de' tre seggi andavan tessendo genealogie delle altre famiglie, dando loro origini pur troppo basse, facendole originarie della costa d'Amalfi, de' Casali intorno e d'altri luoghi più ignobili, dove, a lor dire, i lor congiunti dimoravano esercitando ancora arti meccaniche a vili. Dalle contumelie si venne alle armi, e fu fatta strage grandissima per l'una parte e l'altra, e la città tutta posta in iscompiglio e disordine. La povera Regina, a cui premevano cose di maggior importanza, e che per riparare l'imminente tempesta che le soprastava, avea mandato il principe Ottone a S. Germano, non volle prender allora degli autori del tumulto e degli omicidiali castigo; ma importandole darvi presto riparo, cacciò fuori un indulto, col quale ordinando, che dato giuramento da ambe le parti in mano d'Ugo Sanseverino gran Protonotario del Regno di viver quieti, e di non vicendevolmente offendersi, indultava tutti que' Cavalieri, per le morti e contenzioni precedute, insino che col ritorno del principe Ottone suo marito, non si fossero quelle discordie intieramente terminate. L'indulto, di cui fa anche memoria Pier Vincenti[212] nel suo Teatro dei Protonotari, si legge impresso nella Storia del Summonte[213], e fu sotto li 3 settembre di quest'anno 1380 istromentato nel Castel Nuovo di Napoli, per mano di Facio da Perugia Giureconsulto, Viceprotonotario del Regno.

CAPITOLO V. Carlo di Durazzo è coronato Re da Papa Urbano, che depose la regina Giovanna, la quale adottossi per figliuolo Luigi d'Angiò, fratello di Carlo V Re di Francia. Invade Carlo il Regno, vince Ottone, e fa prigioniera la Regina, fatta poi da lui morire.

Intanto Margarita di Durazzo, sentendo per secreti avvisi, che il marito avea avuta già licenza dal Re di Ungaria, e che s'apparecchiava di venire in Roma, chiese commiato alla Regina, con dire che voleva andare nel Friuli a trovar suo marito; e la Regina, o che fosse per magnanimità, o perchè non sapesse certo l'intento di Carlo di venire contra lei, o per non volere provocarlo, le diede buona licenza e la mandò onorevolmente accompagnata: del che certamente dovette più d'una volta pentirsi, avendo potuto ritener lei, ed i due figliuoli Ladislao e Giovanna, che ambedue poi regnarono, e servirsene per ostaggi ne' casi avversi, che da poi le occorsero.

Carlo avuta licenza dal Re d'Ungaria, era finalmente giunto a Roma, ove avidamente fu accolto da Urbano. Avea questo Pontefice sin da luglio del passato anno 1379 pubblicata la sua Bolla[214], colla quale dichiarò scomunicata, scismatica e maladetta la regina Giovanna, privandola del Regno e di tutti i beni e feudi, che teneva dalla Chiesa romana e dall'Imperio, e da qualsivoglia altre Chiese e persone ecclesiastiche, con assolvere i suoi vassalli dal giuramento di fedeltà, e che più non l'ubbidissero[215]; onde giunto che fu Carlo in Roma, gli diede a primo giugno di questo anno 1381 l'investitura del Regno con ispedirgliene Bolla, e fu in Roma dichiarato Re di Napoli e di Gerusalemme, e quivi unto da lui ed incoronato[216].

(Presso Lunig[217] si leggono le lettere di Papa Urbano VI spedite in Roma nel 1381, colle quali dalla regina Giovanna trasferisce il Regno in Carlo Duca di Durazzo. E nella pag. 1150 si legge il diploma di Carlo, spedito nel suddetto anno, dove ricevè l'investitura datagli dal Papa, prestandogli giuramento di fideltà, e si obbliga a tutte quelle leggi e condizioni, contenute nell'investitura data da Clemente IV al Re Carlo I d'Angiò).

Co' denari ch'ebbe Carlo dal Re d'Ungaria soldò molta gente; ma il Papa non volle che partisse da Roma, se prima non desse il privilegio dell'investitura del principato di Capua e di molte altre terre a Butillo Prignano suo nipote. Urbano avuta l'investitura per suo nipote, mandò tosto a chiamare il conte Alberico Barbiano, che era allora in Italia Capitano di ventura, sotto il di cui stendardo teneva arrolata una gran compagnia di gente d'arme, e soldò questo Capitano con le sue truppe, che l'unì a quelle di Carlo; e volle anche, che con lui andasse per Legato appostolico il Cardinal di Sangro, sperando con l'acquisto del Regno avere gran parte di quello per gli altri parenti suoi.

Dall'altra parte la Regina accertata della coronazione di Carlo, mandò subito per Ottone suo marito che si trovava in Taranto, e fece chiamare al solito servigio tutti i Baroni del Regno; e chiamati gli eletti della città, pubblicò la venuta del nemico ed ottenne dalla città una picciola sovvenzione per porre in ordine e pagare le genti, che avea condotte da Puglia il principe Ottone. Ma si avvide in questa occasione, che i partegiani di Carlo eran molti nel Regno, e che le tante case principali, ingrandite e magnificate da Papa Urbano, le ostavano, e conobbe tardi non aver ella dato il conveniente antidoto all'artificio del Papa che sarebbe stato, quando Clemente fu in Napoli, fargli creare una quantità di Cardinali napoletani e del Regno, che avessero tenuta la parte sua, e non contentarsi di far solo Cardinale un Frate, da cui niente potea sperarsi. Venuta per ciò in diffidanza di potersi mantenere con que' presidj che avea, prese un espediente, che riuscì pur troppo funesto e lagrimevole per questo Reame, e che fu cagione di tante sue revoluzioni e calamità, che sostenne non meno che per due secoli seguenti[218]; poichè mandò il Conte di Caserta in Francia a dimandare aiuto al re Giovanni I di Francia, e per più incitarlo mandò procura d'adozione in uno de' figliuoli del Re, Duca d'Angiò, chiamato Luigi fratello di Carlo V Re di Francia successor di Giovanni, promettendo di farlo suo erede e legittimo successore del Regno e degli altri Stati suoi; ed ordinò al Conte, che procurasse in questa adozione il consenso del Papa Clemente; dal quale da poi a' 30 maggio del 1381 fu spedita Bolla, colla quale davasi l'investitura del Regno a Luigi ed alla regina Giovanna, cioè a costei mentre vivea, e a Luigi in perpetuo[219]; mandò anco in Provenza, ove tenea dieci galee, comandando, che s'armassero subito e venissero in Napoli, acciò ch'ella negli estremi bisogni avesse potuto usare il rimedio, che l'era ben succeduto nell'invasione del Re d'Ungaria.

(L'Istromento di questa adozione si legge presso Lunig[220], si legge il diploma della Regina Giovanna, col quale a Luigi d'Angiò, suo figliuolo adottivo, concede il titolo e le ragioni di Duca di Puglia. Parimente poco giù[221] si legge la Bolla di Clemente VII colla quale conferma l'adozione suddetta. È ben degno da riflettere ed ammirare il nuovo spettacolo, che ci presenta questo scisma, tra Papa Urbano e Clemente, dando un Papa per Re a Napoli Carlo di Durazzo, ed un altro Luigi d'Angiò fratello di Carlo V Re di Francia; ma ciò che merita maggior riflessione come cosa ben singolare e nuova si è, che Clemente VII per maggiormente interessar Luigi a' danni di Urbano, ed opporgli un Principe, che avesse un nuovo titolo di scacciarlo dallo Stato istesso della Chiesa romana, posseduto allora da Urbano, non ebbe difficoltà con sua Bolla d'ergere lo Stato romano in Regno, che chiamollo, Regnum Adriae, ed investirne Luigi, e suoi eredi, e successori. Questo nuovo Regno era composto di tali province, come si legge nella Bolla sud. §. 3. Videlicet, Provincias Marchiae Anconitanae, Romandiolae, Ducatus Spoletani, Massae Trabari nec non Civitates Bononiam, Ferrariam, Ravennam, Perusiam, Tudertum, cum eorum omnibus Comitatibus, territoriis et districtibus, et omnes alias et singulas terras, quas ad praesens habere debemus, per quoscumque et quacumque auctoritate possideantur, seu detineantur ad praesens, exceptis, dumtaxat, urbe Roma cum ejus districtu, et Provinciis Patrimonii S. Petri in Tuscia, Campania, et Maritima, ac Sabina, seu Rectoratibus dictarum Provinciarum (per Rectores regi solitis) quae terrae specialium commissionum vocantur, nostrisque successoribus, et Romanae Ecclesiae, expresse et specialiter retinemus, in unum Regnum erigimus ipsas provincias, et Civitates cum earum comitatibus, districtibus seu territoriis, dignitate Regia decoramus, ac Regnum Adriae ordinamus, statuimus, et decernimus perpetuo nuncupari. Di questo Regno ne fu investito Luigi, creandolo Re d'Adria, regolando Clemente i gradi, il sesso e l'ordine della successione, per tutti i suoi posteri e discendenti. Questa Bolla fu spedita in Aprile del 1382 primo anno del suo Pontificato in Sperlonga della diocesi di Gatta, ove Papa Clemente allor dimorava, la qual ebbe dalla Regina Giovanna per suo asilo, e ricovro. Giovanni Ludewig, come monumento molto singolare, tratta dal Codice di Leibnizio, part. 1 Codicis jurisgentium n. 106 pag. 239 volle anch'egli imprimerla tra le sue Opere Miscelle, Tom. 1 lib. 1. Opus. 1. Cap. 4 §. 6. pag. 108 della quale non si dimenticò Lunig, il qual pure tutta intera l'inserì nel suo Codice Dipl. Ital. Tom. 2 pag. 1167).

Questa deliberazione della Regina alienò gli animi di molti dalla fede e dalla benivolenza di lei; perchè sebbene in generale l'amavano grandemente, quando seppero l'andata del Conte di Caserta in Francia, ed il proposito della Regina, desideravano molto più avere per loro Signore Carlo di Durazzo, nato ed allevato in Regno, e congiunto di sangue a molti Signori Baroni principali del Regno, che vedere introdotto un nuovo Signore franzese al dominio di quello, il quale conducendo seco nuove genti oltramontane, pareva obbligato d'arricchirle degli Stati e delle facoltà de' Regnicoli. Quindi avvenne, che andando Ottone Principe di Taranto a San Germano, per opponersi a Carlo, che veniva per quella strada, fu seguìto da pochissimi Baroni, tal che senza vedere il nemico, fu costretto d'abbandonare il passo, e si ritrasse con tutti i suoi in Arienzo. Ma Carlo non volle per la via dritta andare in Napoli, giudicando assai meglio d'andare a trovare il nemico, con disegno, che rompendolo in campagna, avrebbe in un solo dì finita la guerra; ed andò a quest'effetto a Cimitino vicino Nola, ove dal Conte di Nola fu visitato, e ricevuto come Re. Il Principe Ottone mutando alloggiamento, si pose fra Cancello e Maddaloni, e benchè Carlo andasse co' suoi in ordinanza a presentargli la battaglia, non volle mai uscire dal campo; ma per la via d'Acerra, e del Salice si ritirò verso Napoli; e Carlo por la via tra Marigliano e Somma s'avviò pur verso Napoli, tal che a' 16 Luglio di quest'anno 1381 a 15 ore, giunse con tutto il suo esercito al Ponte del Selieto fuori la Porta del Mercato, nel medesimo tempo, che il Principe era giunto fuori Porta Capuana, e s'era accampato a Casanova. Erano questi due eserciti tanto vicini, che gli uni si discerneano dagli altri: nel Campo di Carlo era il Cardinal di Sangro Legato appostolico, il Conte Alberico Capitan Generale delle genti del Papa, il Duca d'Andria, il Nipote del Papa, che s'intitolava Principe di Capua, Giannotto Protogiudice, che per la sua gran virtù ed esperienza nell'armi, era stato creato da lui Gran Contestabile del Regno, Roberto Orsino figliuolo primogenito del Conte di Nola, e moltissimi altri Baroni e Cavalieri Napoletani[222], ed altra gente avventuriera: il Campo del Principe non avea tanti Baroni, ma gran quantità di gentiluomini privati napoletani, e molti altri di manco nome, perchè gli altri di maggior autorità, volle la Regina, che rimanessero in Napoli. Stettero i due eserciti per tre ore di spazio, aspettando l'uno qualche moto dell'altro, perchè Carlo allora stava sospeso, dubitando della volontà del Popolo di Napoli, la quale quando fosse stata inclinata alla fede della Regina, non era sicuro per lui d'attaccar fatto d'arme: ma quando s'intese, che nella città vi era grandissima confusione, perchè era divisa in tre opinioni, l'una voleva lui per Re, l'altra volea gridare il nome del Papa, e l'altra tenea la parte della Regina: allora si mossero due Cavalieri napoletani, Palamede Bozzuto, e Martuccio Ajes Capitani di Cavalli colle loro compagnie, e guidati da alcuni di quelli, ch'erano usciti fuori la città, si posero dalla banda del mare a passare a guazzo, ed entrarono per la porta della Conceria, la quale per la fidanza, che s'avea, ch'era battuta dal mare, non era nè serrata, nè avea guardia alcuna, e di là entrati levarono romore al mercato con gran grido, dicendo viva Re Carlo di Durazzo e Papa Urbano, e seguiti da quelli, ch'erano nel mercato, facilmente ributtarono quei, ch'erano dalla parte della Regina, che tutti si ritirarono nel castello, e si voltarono ad aprire la porta del mercato, per la quale entrò Carlo con tutto il suo esercito, e posto buon presidio di gente a quella Porta, andò alla Porta capuana, dove similmente vi pose buona guardia, e mandò a guardare anco quella di S. Gennajo, ed egli andò a Nido, e fece fermare il campo a S. Chiara, onde potea vietare l'entrata ai nemici per la Porta Donnorso e per la Porta Reale. Il Principe Ottone, poichè s'avvide la Cavalleria di Carlo esser entrata nella città, si mosse colle sue genti per dar sopra la retroguardia de' nemici; ma trovate chiuse le Porte se ne ritornò quella medesima sera con le sue genti a Sicciano villa appresso Marigliano.

Carlo il dì seguente pose l'assedio al Castel Nuovo, dove oltre li due nepoti della Regina, cioè la Duchessa di Durazzo, con Roberto d'Artois suo marito, erano concorse quasi tutte le più nobili donne della città, che per essere state semplicemente affezionate della Regina, dubitavano esser maltrattate; vi era ancora grandissima quantità di Nobili d'ogni età con le loro famiglie, i quali furono cagione di più presta rovina, perchè parte per benignità, parte per la speranza che la Regina avea, che le galee di Provenza venissero presto, furono tutti ricevuti, e nudriti di quella vittovaglia, ch'era nel castello, la quale avrebbe forse bastato per sei mesi a' soldati, che la guardavano, e si consumò in un mese. Durante quest'assedio il Principe, che cercava ogni via di soccorrer la moglie, ritornò alle Paludi di Napoli, tentando, che Re Carlo uscisse fuori a far fatto d'arme; ma i Capitani non vollero, che si movesse, ma che il corpo dell'esercito attendesse a guardar la città, e tener stretto il castello, dove sapeano, ch'era ridotta tanta gente, che in breve sarebbe stretta per fame a rendersi; onde il Principe vedendo, che niente giovavano i suoi tentativi, si ritirò in Aversa.

Intanto la Regina cominciava a patire necessità di vettovaglie, e non avea altra speranza, che nella venuta delle galee, con le quali disegnava non solo di salvarsi, ma con la presenza sua commovere il Re di Francia, ed il Papa Clemente a darle maggiori ajuti, per potere tornar poi, ed acquistare la vittoria insieme col figlio adottivo. Ma non vedendosi le galee, ed essendo venuto il castello in estrema penuria di viveri, la Regina mandò a' 20 agosto il Gran Protonotario del Regno Ugo Sanseverino a patteggiare con Re Carlo, ed a trattare per alcun tempo tregua, o alcuna specie d'accordo. Il Re ch'avea tutta la speranza nella necessità della Regina, benchè avesse accolto il Sanseverino con grande onore, perchè gli era parente, non però volle concedere maggior dilazione, che di cinque giorni, tra' quali se il Principe non veniva a soccorrere il castello e liberarlo dall'assedio, avesse la Regina a rendersi nelle mani sue; ed essendo partito con questa conclusione il Sanseverino, mandò appresso a lui nel castello alcuni servidori a presentare alla Regina polli, frutti, ed altre cose da vivere, e comandò, che ogni giorno le fosse mandato quel ch'ella comandava per la tavola sua, credendo con questo indurla a rendersi con più pazienza; anzi mandò a visitarla ed a scusarsi, che egli l'avea tenuta semplicemente per Regina, e così era per tenerla e riverirla; che non si sarebbe mosso a pigliare il Regno con l'armi in mano, ma avrebbe aspettato di riceverlo per eredità, o per beneficio di lei, se non avesse veduto, che il Principe suo marito, oltre di tenere fortificate tante Terre importanti del Principato di Taranto, nudriva appresso di se un potente esercito; onde si vedea chiaramente, ch'avrebbe potuto occuparne il Regno, o privarne lui unico germe della linea del Re Carlo I, e che per questo egli era venuto più per assicurarsi del Principe, che per togliere lei dalla sedia Reale, nella quale più tosto voleva mantenerla. La regina mostrò ringraziarlo, ma nell'istesso punto mandò a sollecitare il Principe, che infra i cinque dì l'avesse soccorsa; passarono i 24 del mese; e la mattina seguente, che fu l'ultimo giorno del tempo stabilito, il Principe venne d'Aversa con tutto il suo esercito per la strada di Piedigrotta, e passata Echia, cominciò a combattere le sbarre poste dal Re Carlo, per penetrare, e ponere soccorso di gente e di vettovaglia al castello; ma Re Carlo fu subito ad incontrarlo con l'esercito suo in ordine, e dato dall'una parte, e dall'altra il segno della battaglia, si combattè con tanto valore, che un gran pezzo la vittoria fu dubbiosa; all'ultimo il Principe, che non potea sopportare d'esser cacciato dalla speranza d'un Regno tale, si spinse tanto innanzi verso lo stendardo reale di Re Carlo, con tanta virtù, che non ebbe compagni, onde circondato da' Cavalieri più valorosi del Re, fu costretto a rendersi, e colla cattività sua il resto dell'esercito fu rotto. Il dì seguente la Regina mandò Ugo Sanseverino a rendersi, ed a pregare il vincitore, che avesse per raccomandati quelli, che si trovavano nel Castello. Il Re il dì medesimo insieme col Sanseverino entrò nel castello con la sua guardia, e fe' riverenza alla Regina, dandole speranza di tutto quel che l'avea mandato a dire, e volle che in un appartamento del castello, non come prigionera, ma come Regina si stesse e fosse servita da que' medesimi servitori che la servivano innanzi.

Finito il mese, il primo di settembre comparvero le dieci galee de' Provenzali condotte dal Conte di Caserta per pigliar la Regina, e condurla in Francia. Il Re Carlo andò a visitare la Regina, ed a pregarla, che poichè avea veduto l'animo suo, volesse fargli grazia di farlo suo erede universale, e cederli anco dopo la morte sua gli Stati di Francia, e che mandasse a chiamare que' Provenziali, che erano su le galee, e loro ordinasse, che scendessero in terra, come amici; ma la Regina dubitando, che questi buoni portamenti fossero ad arte, e ricordandosi ancora di quello, che avea trattato col Re di Francia, adottando Luigi Duca d'Angiò suo figliuolo secondogenito, volle ancora simulare, e disse che avesse mandato un salvo condotto a' Capi delle galee provenziali, ch'ella avrebbe loro parlato, e si sarebbe sforzata d'indurgli a dargli l'ubbidienza: il Re mandò subito il salvo condotto, ed ingannato dal volto della Regina, che mostrò volontà di contentarlo, lasciò entrare i Provenzali nella di lei Camera, senza volervi esser egli, o altri per lui. La Regina, come furono entrati disse loro queste parole: Nè i portamenti de' miei antecessori, nè il sacramento della fede ch'avea con la Corona mia il Contado di Provenza, richiedevano, che voi aveste aspettato tanto a soccorrermi, che io dopo d'avere sofferto tutte quelle estreme necessità, che son gravissime a soffrire non pure a donne, ma a soldati robustissimi, fin a mangiar carni sordide di vilissimi animali, sia stata costretta di rendermi in mano d'un crudelissimo nemico; ma se questo, come io credo, è stato per negligenza, e non per malizia, io vi scongiuro, se appresso voi è rimasta qualche favilla d'affezione verso di me, e qualche memoria del giuramento e de' beneficj da me ricevuti, che in niun modo, per nessun tempo vogliate accettare per Signore questo ladrone ingrato, che da Regina mi ha fatta serva; anzi se mai sarà detto o mostrata scrittura, che io l'abbia istituito erede, non vogliate crederlo, anzi tenere ogni scrittura per falsa, o cacciata per forza contra la mente mia: perchè la volontà mia è, che abbiate per Signore Luigi Duca d'Angiò, non solo nel Contado di Provenza, e negli altri Stati di là da' monti, ma ancora in questo Regno, nel quale io già mi trovo averlo costituito mio erede o Campione, che abbia a vendicare questo tradimento e questa violenza; a lui dunque andate ad ubbidire, e chi di voi avrà più memoria dell'amor mio verso la nazione vostra, e più pietà d'una Regina caduta in tanta calamità, voglia ritrovarsi a vendicarmi con l'armi, o a pregar Iddio per l'anima mia, del che io non solo v'ammonisco, ma ancora fin a questo punto, che siete pur miei vassalli, vel comando. I Provenzali con grandissimo pianto si scusarono, e mostrarono intensissimo dolore della cattività sua, e le promisero di fare quanto comandava, e se ne ritornarono su le galee, nè solo navigarono verso Provenza, ma il Conte di Caserta deliberato di seguire la volontà della Regina, come già avea seguita la sua fortuna, andò ancor esso a ritrovare il Duca d'Angiò. Il Re Carlo ritornato alla Regina per intendere la risposta de' Provenziali, e conosciuto che non riusciva il negozio a suo modo, cominciò a mutare stile, ponendo le guardie intorno alla Regina, ed a tenerla, come prigioniera, e di là a pochi dì la mandò al castello della città di Muro in Basilicata, che era suo patrimonio; ed il Principe Ottone fu mandato nel castello d'Altamura; e poichè egli ebbe ricevuto il giuramento dalla città di Napoli, e da tutti i Baroni, che vi erano concorsi nell'Arcivescovado, fece giuramento d'omaggio alla Sede Appostolica in mano del Cardinal di Sangro Legato. Scrisse da poi al Re d'Ungaria tutto il successo, domandandogli, che far dovesse di Giovanna, e n'ebbe risposta che dovesse farla finire di vivere nell'istesso modo, che era stato morto Re Andrea, il che con memorando esempio di grandissima crudeltà ed ingratitudine fu nell'anno seguente 1382 eseguito[223], avendo nel castello di Muro fattala affogare con un piumaccio[224], e fece da poi venire in Napoli il suo cadavere, che volle che stesse sette giorni insepolto nella chiesa di S. Chiara a tal che ogni uno lo vedesse, ed i suoi partigiani uscissero di ogni speranza; poi fu senza pompa sepolta in luogo posto tra il sepolcro del Duca suo padre, e la porta della Sacristia in un bel tumulo, che ancor oggi si vede.

Questo fu il fine della Regina Giovanna I donna senza dubbio rarissima, che allevata sotto la disciplina del Re Roberto, e dell'onesta e savia Regina Sancia, governò il Regno, quando fu in pace, con tanta prudenza e giustizia, che acquistò il nome della più savia Regina, che sedesse mai in sede reale: siccome dimostrano quelle poche sue leggi, che ci lasciò, tutte ordinate a restituire l'antica disciplina ne' Tribunali e ne' Magistrati, e la testimonianza di due celebri Giureconsulti, che fiorirono nell'età sua, cioè di Baldo ed Angelo da Perugia, i quali nelle loro opere grandemente la commendarono. Ed ancorchè dal volgo fosse stata imputata allora, e da poi da alcuni Scrittori, ch'avesse avuta ella parte nella morte d'Andrea suo primo marito; nulladimanco dalle tante prove, che ella diede della sua innocenza, gli uomini da bene e più saggi di que' tempi, la tennero per innocentissima; e chiarissimo argomento è quello, che Angelo ne addita in un suo consiglio[225] chiamandola santissima, onore del Mondo, ed unica luce d'Italia; di che, come ponderò il Costanzo[226], si sarebbe molto ben guardato un tanto famoso, ed eccellente Dottore di così chiamarla, se non fosse stata a quel tempo presso i savj tenuta per innocente; poichè ognuno avrebbe giudicato, che parlando per antifrasi, avesse voluto beffeggiarla. Ma tolta questa nebbia onde que' Scrittori pretesero offuscare il suo nome in tutto il resto della sua vita non s'intese di lei azione alcuna disonorata, ed impudica. Scipione Ammirato[227], oltre del Collenuccio, dice, che i tanti mariti, ch'ella prese, si fosse proceduto più per aver successori nel Regno nati da lei, che per vaghezza di vivere sotto le leggi del matrimonio, solita a soddisfare per altra strada alle sue libidini. Ma il gravissimo e savio Costanzo[228], come se volesse ripigliarlo, scrive, che anzi la quantità dei mariti, che tolse, fu vero segno della sua pudicizia. Perchè quelle donne, che vogliono saziarsi nelle libidini, non cercano mariti, i quali sono quelli, che possono impedire il disegno loro, e massime que' mariti, che tolse lei, non istolidi, come Re Andrea, ma valorosissimi ed accorti. In tutto il tempo, che regnò, non s'intese fama ch'ella avesse niuno cortigiano, nè Barone tanto straordinariamente favorito da lei, che s'avesse potuto sospettare di commercio lascivo. Solo il Boccaccio scrive, che nel principio della gioventù sua e del Regno fosse stato molto da lei favorito il figliuol di Filippa catanese balia del Duca di Calabria suo padre, e che avea cresciuta lei dalle fasce; anzi fu cosa mirabile, che nel resto della vita, dopo ch'ella cominciò a signoreggiare, si mantenne con queste arti, trattando ogni dì virilmente con Baroni, Capitani di soldati, Consiglieri ed altri Ministri, con tanto incorrotta fama, che nè gli occhi, nè le lingue dell'invidia videro mai cosa, che potessero calunniarla, ancorchè gli animi umani siano indicati a tirare ogni cosa a cattivo fine, ponendo in dubbio ogni sincera virtù. Nè il Collenuccio dice vero, trattando per impudica non men la Regina, che Maria Duchessa di Durazzo sua sorella, riputandola quella, per cui il Boccaccio scrisse que' due libri, il Filocolo e la Fiammetta, ed alla quale facesse mozzar il capo il Re Carlo; poichè Maria, come si vede nella sua sepoltura a Santa Chiara, morì alcuni anni innanzi, moglie di Filippo Principe di Taranto, ed il Boccaccio non iscrisse per lei il libro del Filocolo, ma per Maria figliuola bastarda del Re Roberto, della quale restò egli preso nella chiesa di S. Lorenzo, come appare nel principio del libro istesso del Filocolo; nè poteva esser questa Maria Duchessa di Durazzo, perchè il Boccaccio era d'età provetta nel tempo che quella era in fiore.

Fu Giovanna, come la qualifica Angelo da Perugia, religiosissima, ed i monumenti che di lei abbiamo in Napoli, dimostrano, quanta fosse stata grande la sua pietà e religione. Edificò ella la chiesa e lo spedale di S. Maria Coronata dal palazzo, ove prima si reggeva giustizia, e la diede in custodia a' PP. della Certosa: la chiesa e l'ospedale di S. Antonio di Vienna fuori porta Capuana, dotandola di ricchissime rendite; e magnificò ed ampliò la chiesa e monastero di San Martino su 'l monte di S. Eramo.

Sono alcuni Scrittori, i quali la biasimano per aver ella favorito lo scisma contro Urbano VI, ed aderito alle parti di Clemente. Ma se in ciò fu in lei alcun difetto, fu non già di religione ma di Stato; poichè dall'aversi in quella guisa acerbamente offeso l'animo d'Urbano e fattoselo suo implacabil nemico, le portò l'ultima sua ruina. Il non averlo riconosciuto per vero Pontefice, fu non error suo ma universale di quasi la metà d'Europa, che non lo riconobbe per tale. La sua elezione era da' più saggi Teologi riputata nulla ed invalida, come seguita per timore e per violenza usata dal Popolo romano a' Cardinali nel Conclave.

Ed ancorchè Baldo nostro Giureconsulto, trovandosi in Toscana, provincia ove era Urbano riconosciuto, avesse ne' principii di quella elezione, essendo stato ricercato, scritto quel suo famoso Consiglio per la validità dell'elezione; nulladimanco i migliori Teologi della Francia riputarono valida l'elezion di Clemente e nulla quella d'Urbano, siccome credettero la maggior parte degli Scrittori franzesi; ed a' nostri tempi Stefano Baluzio nelle note alle vite de' Papi Avignonesi[229] difende la causa di Clemente contro Urbano; e rendendo il cambio agli Autori italiani, rapporta quello stesso contro Urbano Papa di Roma, che coloro scrissero contro i Papi d'Avignone; che Urbano fosse un falso Papa, bugiardo, crudele, superbo, inesorabile e feroce; e che non volle mai commettere la sua causa dell'elezione al giudicio del Concilio generale[230]. Frossardo[231] celebre Scrittore delle cose di Francia, ancorchè non sia da seguitarsi nelle cose che narra del nostro Regno, delle quali, come straniero, non ebbe esatta contezza, narra, che il Re di Francia avuta notizia dell'elezione dell'altro pontefice Clemente, fece tosto convocare più Ordini, e principalmente quello de' Teologi, acciò esaminassero in questa contrarietà d'opinione, a qual de due Papi dovesse prestarsi ubbidienza; fu lungamente dibattuto l'affare, ed in fine i Magnati del Regno, gli Ecclesiastici, i fratelli del Re, buona parte de' Teologi conchiusero, che si dovesse riconoscere Clemente, non già Urbano, come eletto per forza. Piacque al Re la censura, che fu notificata e sparsa per tutto il Regno di Francia, affinchè quei popoli sapessero, qual de due Pontefici dovessero riconoscere per legittimo. La Spagna, ancorchè prima avesse riconosciuto Urbano, informata delle violenze usate nella sua elezione, riconobbe da poi per vero pontefice Clemente[232]. Lo stesso fecero il Conte di Savoia, il Duca di Milano e gli Scozzesi. E que' della provincia d'Annonia in Fiandra non vollero riconoscere nè l'uno nè l'altro. Cade per ciò a proposito quel che parlando dell'altro famoso scisma accaduto nel Regno del Re Ruggiero tra Innocenzio II ed Anacleto, fu detto nel XI libro di quest'Istoria; e quel che in simili dubbiezze per norma delle coscienze scrisse S. Antonino[233] Arcivescovo di Firenze, il quale non imputò ad errore a S. Vincenzo Ferreri d'aver seguitato le parti di Benedetto XIII successor di Clemente. Parimente Niccolò Tedesco, detto comunemente l'abate Panormitano[234], il Cardinal Zabarella[235], ed il Cardinal Gaetano[236], sostennero non doversi riputare scismatici coloro, che seguitarono le parti di Clemente; ed ultimamente Stefano Baluzio[237] e Lodovico Maimburgo[238] contro Odorico Rainaldo, fan vedere, che in questo gran dubbio gli uomini più savi, siccome non ardirono chiamare Urbano falso Papa, così nè meno osarono di nominare Clemente Antipapa.

(Se vogliono riguardarsi in ciò gli antichi esempi, famoso è quello rapportato da Teodoreto lib. 4 cap. 23 dello scisma tra Flaviano ed Evagrio, ambidue dalle lor fazioni riputati per veri e legittimi Patriarchi di Antiochia. Flaviano era ammesso generalmente da tutte le chiese di Oriente, Evagrio era sostenuto dal Vescovo di Roma e dalle chiese di Occidente; durante la controversia, ciascun partito senza scrupolo di coscienza seguitava quello, che credeva vero Patriarca, e ciascuno in ciò adempiva il tuo dovere; finchè non si fosse il dubbio deciso, e terminata la controversia, siccome saviamente avvertì Binghamo[239]).

Fu Giovanna per giustizia simile al Duca di Calabria suo padre; proccurò per quanto comportavano i suoi tempi torbidi, che i Magistrati fossero severi ed incorrotti, scegliendo i più dotti ed integri che fiorissero nella sua età, e ne' dubbii, che accadevano sopra termini di giustizia e sopra qualche successione feudale tra' Baroni, oltre il consiglio de' suoi Savi, ricercava ancora il parere de' più insigni Giureconsulti forastieri, che fiorivano allora in Italia. Chiarissimo esempio di questo suo costume fu quando, dopo la morte d'Andrea d'Isernia, essendo insorto dubbio intorno alla successione feudale per li fratelli uterini, la Regina mandò a consultare il caso a que' due famosi Giureconsulti, che fiorivano allora in Italia, Baldo ed Angelo, richiedendogli, che per verità dessero il lor parere; sopra la di cui domanda diedero fuori un loro responso, che si legge tra' consiglj d'Angelo[240]. A tal fine fu ella amantissima degli uomini di lettere, ed ebbe sommamente a cuore i Giureconsulti e l'Università degli studi. Tutti coloro, che cominciarono a fiorire negli ultimi anni del Re Roberto suo avo, e che nel Regno suo, ancorchè turbato erano avanzati nelle lettere e nelle discipline, favorì ella con onori e pensioni; fra' quali sopra ogni altro innalzò Niccolò Spinello da Giovenazzo detto di Napoli, che oltre avergli dato il Contado di Gioia, lo fe' gran Cancelliere del Regno, e Siniscalco della Provenza e del quale si valse nelle cose di Stato più gravi e rilevanti, esercitandolo in Ambascerie, e ne' consiglj più secreti e di maggior confidenza. Ed in usare beneficenza e liberalità fu così savia e prudente, che soleva dire, che facean male que' Principi, i quali pigliando a favorire ed ingrandire alcuni, lasciavano tutti gli altri marcire nella povertà; e che si dovea nel ripartir delle mercedi e beneficj donar più tosto moderatamente a molti, che profusamente a pochi.

Ebbe gran pensiero di tener Napoli abbondante, non solo di cose necessarie al vitto, ma allo splendore ed ornamento della città. E perchè concorsero per ciò Mercatanti d'ogni nazione con loro mercatanzie, per molto che ella si fosse trovata in bisogno, mai non volle ponere sopra i Mercatanti gravezza alcuna, come si suole da' Re che sono oppressi da invasioni e da guerra. Restano ancor oggi i segni della providenza che usò, che i forastieri al suo tempo stessero ben trattati e quieti; perocchè ordinò la Ruga Francesca e la Ruga Catalana, acciò che stando quelle nazioni separate, stessero più pacifiche. Fece tra 'l Castel Nuovo e quello dell'Uovo una strada, per Provenzali, che ora resta disfatta, per essere occupata dall'edificio del palazzo regio, e fece la loggia per gli Genovesi, ove oggi è sol rimasto il nome. Fu nel vivere modestissima, e di bellezza più tosto che rappresentava maestà, che lascivia o dilicatura: ed in somma fu tanto graziosa nel parlare, sì savia nel procedere, e sì grave in tutti i gesti, che parve ben erede dello spirito del gran Roberto suo avolo.

FINE DEL LIBRO VENTESIMOTERZO.

STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI