LIBRO TRENTESIMOPRIMO
La morte di Ferdinando il Cattolico, ancorchè portasse la successione di tanti Regni ad un gran Principe, quanto fu l'Arciduca Carlo, e per quel ch'era, e per quello che dopo la morte di Massimiliano suo avo dovea essere, onde pareva, che non si dovessero temere nuove turbolenze: nulladimeno quest'istesso accese l'animo di Francesco I Re di Francia all'impresa di Napoli, e a porre di nuovo in iscompiglio questo nostro Reame. Veniva egli lusingato, ch'essendo il Regno per la morte del Re male ordinato alla difesa, nè potendo l'Arciduca essere a tempo a soccorrerlo, fosse facilmente per ottenerne la vittoria. Credeva che il Pontefice Lione X avesse da facilitare l'impresa anche per interesse proprio, dovendogli essere sospetta la troppa grandezza dell'Arciduca successore di tanti Regni, e successore futuro di Massimiliano Cesare. Sperava oltra questo, che l'Arciduca conoscendo potergli molto nuocere l'inimicizia sua nello stabilirsi i Regni di Spagna, e spezialmente quello d'Aragona, sarebbe proceduto moderatamente ad opporsegli.
Al regno d'Aragona, se alle ragioni fosse stata congiunta la potenza, avrebbero potuto aspirare alcuni della medesima famiglia, perchè, sebbene vivente il Re morto ed Isabella sua moglie, fosse stato nelle Congregazioni di tutto il Regno interpetrato, che le Costituzioni antiche di quel Regno escludenti le femmine dalla successione della Corona, non pregiudicavano a' maschi nati di quelle, quando nella linea mascolina non si trovavano fratelli, zii o nipoti del Re morto, e di chi gli fosse più prossimo del nato dalle femmine, o almeno in grado pari; e che per questo fosse stato dichiarato appartenersi a Carlo Arciduca, dopo la morte di Ferdinando, la successione: adducendo in esempio, che per la morte di Martino Re d'Aragona, morto senza figliuoli maschi, era stato per sentenza de' Giudici deputati a questo da tutto 'l Regno, preferito Ferdinando avolo di questo Ferdinando (benchè congiunto per linea femminina) al Conte d'Urgelli, ed agli altri congiunti a Martino per linea mascolina, ma in grado più remoto di Ferdinando; nondimeno era stata fin d'allora tacita querela ne' Popoli, che in questa interpetrazione, e dichiarazione avesse più potuto la potenza di Ferdinando e d'Isabella, che la giustizia; non parendo a molti debita interpetrazione, che escluse le femmine, possa essere ammesso chi nasce di quelle; e che nella sentenza data per Ferdinando il vecchio, avesse più potuto il timore dell'armi sue, che la ragione.
Queste cose essendo note al Re di Francia, e noto ancora, che i popoli della provincia d'Aragona, di Valenza e della Contea di Catalogna (includendosi tutti questi sotto 'l Regno d'Aragona) avrebbono desiderato un Re proprio; sperava che l'Arciduca, per non mettere in pericolo tanta successione e tanti Stati, non avesse finalmente ad essere alieno dal concedergli con qualche convenevole composizione il Regno di Napoli.
Ma mentre il Re Francesco era deliberato di non differire il muover le armi, fu necessitato per nuovi accidenti a volger l'animo alla difesa propria, poichè Massimiliano si preparava per assaltare, come avea convenuto con Ferdinando, il Ducato di Milano; laonde fu costretto a cercar modo di pacificarsi col Re Carlo, e per mezzo suo coll'Imperadore. Carlo, che cercava di rimovere le difficoltà del passare in Ispagna, per istabilirsi in que' Regni: per consiglio di Monsignor di Ceures, Fiamengo, con l'autorità del quale, essendo allora nell'età di sedici anni, totalmente si reggeva, non ricusò, accomodandosi alle necessità ed a' tempi, di farlo; ed avendo i loro Ministri convenuto di congregarsi a Nojon, s'assemblarono quivi per la parte del Re di Francia, il Vescovo di Parigi, il G. Maestro della sua Casa, ed il Presidente del Parlamento di Parigi, e per la parte del Re Cattolico, Monsignor di Ceures, ed il G. Cancelliere dell'Imperadore. Convenuti i Deputati de' due Re a Nojon, ai 13 agosto di quest'anno 1516, fu la pace conchiusa, e per ciò che riguarda il Regno di Napoli, furono stabilite tali Capitolazioni.
Che tra 'l Re di Francia e 'l Re di Spagna fosse perpetua pace e confederazione per difesa degli Stati loro contra ciascuno. Che il Re di Francia desse la figliuola Luisa, ch'era d'età di un anno, in matrimonio al Re Cattolico, dandogli per dote le ragioni che pretendeva appartenersegli sopra il Regno di Napoli, secondo la divisione già fatta da' loro antecessori; ma con patto, che fin che la figliuola non fosse d'età abile al matrimonio, pagasse il Re Cattolico per sostentazione delle spese di lei al Re di Francia ciascun anno centomila scudi[311]. Il Giovio[312] rapporta, che questi centomila scudi dovevano pagarsi dal Re Cattolico al Re di Francia, come tributo, acciocchè apparisse, che i Franzesi avessero qualche ragione nel Regno di Napoli. Ma i capitoli di questa pace, che interi si leggono nella Raccolta di Federigo Lionard[313], convincono il contrario, dove non per tributo, ma per cagion delle spese non per sempre, ma insino che Luisa arrivasse all'età nubile, furono promessi.
Fu ancora convenuto, che se la designata sposa fosse morta innanzi al matrimonio, ed al Re nascesse alcun'altra figliuola, quella coll'istesse condizioni si desse al Re Cattolico, ed in caso al Re non ne nascesse alcuna, si desse per isposa Renata, quella, ch'era stata promessa nella Capitolazione fatta a Parigi. E morendo qualunque di esse nel matrimonio senza figliuoli, ritornasse quella parte del Regno di Napoli al Re di Francia. Fu ancora, secondo questi patti, cercata a Papa Lione l'assoluzione de' giuramenti dati nel trattato, che si trovava antecedentemente fatto del matrimonio con Renata in Parigi; e Lione a' 3 di settembre del medesimo anno 1516 ne spedì Bolla[314].
Fermata questa pace, Re Carlo, che dimorava a Brusselles s'accinse per intraprendere il viaggio da Fiandra per Ispagna; e quasi alla fine del seguente anno 1517 giunse con felice navigazione in Ispagna a pigliare la possessione di que' Regni; avendo ottenuto dal Re di Francia (tra' quali erano dimostrazioni molto amichevoli, ciascuno palliando la mala disposizione, che intrinsecamente covavano) che gli prorogasse per sei mesi il pagamento de' primi centomila ducati.
Giunto Carlo in Ispagna fu ricevuto con incredibile amorevolezza, e la Regina Giovanna sua madre gli cedè l'amministrazione di que' Regni, con condizione che ne' titoli non si tralasciasse il suo nome, e che governasse i Regni in nome suo e di Giovanna. Confermò nel Viceregnato di Napoli D. Raimondo di Cardona e scrisse un'altra lettera a' Napoletani piena d'affetti e di paternal amore. Nel medesimo tempo, essendo morta la figliuola del Re di Francia destinata ad essere sposa del Re di Spagna, fu riconfermata tra loro la pace e la prima capitolazione, con la promessa del matrimonio della seconda figliuola, celebrando l'uno e l'altro Principe questa congiunzione con grandissime dimostrazioni estrinseche di benivolenza; il Re di Spagna, che gli avea già fatto pagare in Lione i centomila ducati, portò pubblicamente l'Ordine di S. Michele il dì della sua festività, ed il Re di Francia il giorno dedicato a S. Andrea, portò pubblicamente l'Ordine del Tosone.
CAPITOLO I. Morte di Massimiliano Cesare, ed elezione nella persona di Carlo suo nipote in Imperadore. Discordie indi seguite tra lui, e 'l Re di Francia, che poi proruppero in aperte e sanguinose guerre.
Mentre le cose d'Italia e del Regno si stavano in quiete, Massimiliano in questo medesimo anno 1517, desideroso di stabilire la successione dell'Imperio romano, dopo la sua morte, in uno de' nipoti, trattava con gli Elettori di farne eleggere uno in Re de' Romani. E benchè Cesare avesse prima desiderato, che questa dignità fosse conferita a Ferdinando suo nipote secondogenito, parendogli conveniente, che poichè al fratello maggiore erano venuti tanti Stati e tanta grandezza, si sostentasse l'altro con questo grado, giudicando, che per mantenere più illustre la Casa sua, e per tutti i casi sinistri, che nella persona del maggiore potessero succedere, essere meglio avervi due persone grandi, che una sola, nondimeno stimolato in contrario da molti de' suoi e dal Cardinal Sedunense e da tutti quelli, i quali temevano ed odiavano la potenza de' Franzesi, rifiutato il primo consiglio, voltò l'animo a far opera, che a questa dignità fosse assunto il Re di Spagna: dimostrandogli questi tali, essere molto più utile all'esaltazione della Casa d'Austria, accumulare tutta la potenza in un solo, che dividendola in più parti, fargli meno potenti a conseguire i disegni loro: essere tanti e tali i fondamenti della grandezza di Carlo, che aggiungendosegli la dignità imperiale, si poteva sperare, che avesse a ridurre l'Italia tutta, e gran parte della Cristianità in una Monarchia, cosa non solo appartenente alla grandezza dei suoi discendenti, ma ancora alla quiete de' sudditi, e per rispetto delle cose degl'Infedeli, a beneficio di tutta la Repubblica cristiana: ed essere ufficio e debito suo pensare all'augumento ed all'esaltazione della dignità imperiale, stata tant'anni nella persona sua e nella famiglia d'Austria, la quale non si poteva sperare aversi a sollevare, nè ritornare al pristino splendore, se non trasferendosi nella persona di Carlo, e congiugnendosi alla sua potenza: vedersi per gli esempi degli antichi Imperadori, Cesare Augusto e molti dei suoi successori, che mancando di figliuoli e di persone della medesima stirpe, gelosi che non s'ispegnesse o diminuisse la dignità riseduta nella persona loro, aver cercato successori remoti di congiunzione, o non attenenti eziandio in parte alcuna, per mezzo delle adozioni; ed esser fresco l'esempio del Re Cattolico, il quale amando come figliuolo Ferdinando, allevato continuamente appresso a lui, nè avendo, non che altro, mai veduto Carlo, anzi provatolo nella sua ultima età poco ubbidiente a' precetti suoi; nondimeno senza aver compassione della povertà di quello, non gli avea fatta parte alcuna di tanti suoi Stati, nè di quelli eziandio che per essere acquistati da lui proprio, era in facoltà sua di disporne; anzi aver lasciato tutto a colui, che quasi non si conosceva, se non per uno strano.
A questa istanza di Cesare si opponeva con ogni arte ed industria il Re di Francia, essendogli molestissimo, che a tanti Regni e Stati del Re di Spagna s'aggiugnesse ancora la dignità imperiale, la quale, ripigliando vigore da tanta potenza, diventerebbe formidabile a ciascuno; però cercava di disturbarla occultamente appresso agli Elettori ed al Pontefice; ed ai Vineziani aveva mandato Ambasciadore, perchè si unissero seco a fare l'opposizione, ammonendo e il Pontefice e loro del pericolo porterebbono di tanta grandezza. Ma gli Elettori erano in gran parte tirati nella sentenza di Cesare, e già quasi assicurati de' denari, che per questa elezione si promettevano loro dal Re di Spagna, il quale aveva mandato per questo in Alemagna ducentomila ducati. Nè si credeva, che il Pontefice, ancorchè gli fosse molestissimo, ricusasse di concedere, che per mano de' Legati appostolici Massimiliano ricevesse in Germania in suo nome la Corona dell'Imperio; poichè l'andare ad incoronarsi a Roma, sebbene con maggiore autorità della Sede appostolica, era riputato più presto cerimonia, che substanzialità[315].
(Intanto fu ciò proposto, perchè sembrava cosa nuova, che non essendo stato ancora Massimiliano coronato dal Pontefice, si potesse venire alla elezione del Re de' Romani, siccome narra Gerardo a Roo[316], il quale parlando di Massimiliano scrisse: Is aetate jam provectum se considerans, sive mortem haud procul abesse animo praesagiens, cum Septemviris Imperii Electoribus, qui praeter Bohemiae Regem, Augustam omnes venerant, de Carolo Nepote, in Romanorum Regem eligendo, agere coepit; cumque novi exempli res esset, Caesare nondum a Pontefice coronato, Regem eligi, in Concilio propositum fuit, eo inducendum esse Leonem, uti Coronam, et alia Imperatoriae Dignitatis insignia, per Legatum conferenda, in Germaniam mittat).
Con suddetti pensieri e con suddette azioni si consumò l'anno 1518, non essendo ancora fatta la deliberazione dagli Elettori, la quale diventò più dubbia e più difficile per la morte di Massimiliano succeduta a Lintz nel primi giorni dell'anno 1519.
Morto Massimiliano, cominciarono ad aspirare all'Imperio apertamente il Re di Francia ed il Re di Spagna, la quale controversia, benchè fosse di cosa sì importante, e tra Principi di tanta grandezza, nondimeno fu esercitata tra loro destramente, non procedendo nè a contumelie di parole, nè a minacce d'armi, ma ingegnandosi ciascuno con l'autorità e mezzi suoi, tirare a se gli animi degli Elettori: anzi il Re di Francia molto laudabilmente parlando sopra questa elezione con gli Ambasciadori del Re di Spagna, diceva essere commendabile, che ciascuno di loro cercasse onestamente di ornarsi dello splendore di tanta dignità, la quale in diversi tempi era stata nelle Case degli antecessori loro; ma non per questo dover l'uno di loro ripigliarlo dall'altro per ingiuria, nè diminuirsi per questo la benivolenza e congiunzione già stabilita.
Pareva al Re di Spagna appartenersegli l'Imperio debitamente, per essere continuato molti anni nella Casa d'Austria, nè essere stato costume degli Elettori privarne i discendenti del morto senza evidente cagione della inabilità loro. Non essere alcuno in Germania di tanta autorità o potenza, che potesse competere seco in questa elezione; nè gli pareva giusto o verisimile, che gli Elettori avessero a trasferire in un Principe forestiero tanta dignità continuata già molti secoli nella Nazione germanica; e quando alcuno, corrotto con denari o per altra cagione, fosse d'intenzione diversa, sperava, o di spaventarlo con le armi preparate in tempo opportuno e che gli altri Elettori se gli opporrebbero, o almeno, che tutti gli altri Principi e l'altre Terre franche di Germania non comporterebbono tanta infamia ed ignominia di tutti, e massimamente trattandosi di trasferirla la nella persona di un Re di Francia, con accrescere la potenza di un Re nemico alla loro Nazione, e donde si poteva tenere per certo, che quella dignità non ritornerebbe mai più in Germania. Stimava facile ottenere la perfezione di quello che era già stato trattato con l'avolo, essendo già convenuto de' premj e de' donativi con ciascuno degli Elettori.
Dall'altra parte non era minore, nè la cupidità, nè la speranza del Re di Francia, fondata principalmente su la credenza dell'acquistare con grandissima somma di denari li voti degli Elettori, alcuni de' quali mostrandogli la facilità della cosa, lo incitavano a farne impresa: la quale speranza nudriva con ragioni più presto apparenti che vere, perchè sapeva, che ordinariamente a' Principi di Germania era molesto, che gli Imperadori fossero molto potenti per il sospetto, che non volessero in tutto, o in qualche parte riconoscere le giurisdizioni ed autorità imperiali occupate da molti, e però si persuadeva, che in modo alcuno non fossero per consentire alla elezione del Re di Spagna. Eragli noto ancora essere molestissimo a molte Case illustri in Germania, che pretendevano essere capaci di quella dignità, che l'Imperio fosse continuato tanti anni in una casa medesima, e che quello, che oggi all'una, domani all'altra dovevano dare per elezione, fosse cominciato quasi per successione a perpetuarsi in una stirpe medesima; e potersi chiamare successione quella elezione, che non permette discostarsi da' più prossimi della stirpe degl'Imperadori morti; così da Alberto d'Austria essere passato l'Imperio in Federico suo fratello, da Federico in Massimiliano suo figliuolo, ed ora trattarsi di trasferirlo da Massimiliano nella persona di Carlo suo nipote. Però, oltre questo, sperava il Re di Francia nel favore del Pontefice; così per la congiunzione e benivolenza, che gli pareva aver contratta seco, come perchè non credeva, che a lui potesse piacere, che Carlo Principe di tanta potenza, e che contiguo col Regno di Napoli allo Stato della Chiesa, avea per l'aderenze de' Baroni Ghibellini aperto il passo insino alle porte di Roma, conseguisse anche la Corona dell'Imperio; non considerando, che questa ragione verissima contro Carlo, militava ancora contro lui; nondimeno non conoscendo in se quello, che facilmente considerava in altri, ricorse al Pontefice, supplicandolo volesse dargli favore, perchè di se e dei Regni suoi si potrebbe valere, come di proprio figliuolo.
Premeva grandissimamente al Pontefice la causa di questa elezione, essendogli molestissimo per la sicurezza della Sede Appostolica qualunque de' due Re fosse assunto all'Imperio. Nè essendo tale l'autorità sua appresso agli Elettori, che sperasse con quella poter giovare molto, giudicò essere necessario adoperare in cosa di tanto momento la prudenza e le arti. Persuadevasi, che il Re di Francia, ingannato facilmente da qualcuno degli Elettori non fosse per avere parte alcuna in questa elezione, nè avere, benchè in uomini venali, a poter tanto le corruttele, che avessero disonestamente a trasferire l'Imperio dalla Nazione germanica nel Re di Francia. Parevagli che al Re di Spagna per essere della medesima nazione per le pratiche cominciate da Massimiliano, e per molti altri rispetti, fosse molto facile conseguire l'intento suo, se non gli si faceva opposizione molto potente; la quale giudicava non potere farsi in altro modo, se non che il Re di Francia si disponesse a voltare in uno degli Elettori que' medesimi favori e denari che usava per eleggere se. Parevagli impossibile indurre il Re a questo, mentre che era nel fervore delle speranze vane; però sperava, che quanto più ardentemente, e con più speranza s'ingolfasse in questa pratica, tanto più facilmente, quando cominciasse ad accorgersi riuscirgli vani i pensieri suoi e trovandosi irritato e su la gara, aversi a precipitare a favorire l'elezione di un terzo, con non minore ardore: e quindi poter similmente accadere, favorendosi gagliardamente ne' principj le cose del Re di Francia, che l'altro Re veduto difficultarsi il desiderio suo, e dubitando, che il Re avversario non vi avesse qualche parte, si precipitasse medesimamente ad un terzo. Per queste cagioni, non solo dimostrò al Re di Francia di avere sommo desiderio, che in lui pervenisse l'Imperio, ma lo confortò con molte ragioni a procedere vivamente in questa impresa, promettendogli amplissimamente di favorirlo con tutta l'autorità del Pontificato.
(Se dee prestarsi fede a Goldasto, Papa Lione mandò un suo Legato nel congresso degli Elettori, dimandando, ut Regem Neapolitanum cujus Regni proprietas ad Ecclesiam Romanam spectat, nullo pacto in Romanorum Regem eligant, obstante sibi defectu inhabilitatis et ineligibilitatis, ex Constitutione Clementis Quarti. E che gli Elettori poco di ciò curando, gli rispondessero, ch'essi non dovean aver altro riguardo, che d'elegger colui, che riputassero il più savio ed il più degno. Goldasto, Tomo uno Constit. Imp. p. 429 rapporta non men la dimanda del Legato, che la risposta degli Elettori).
Mentre le suddette cose si trattavano con tante sollecitudini e sospetti, non intermisero però l'uno e l'altro Re gli atti della congiunzione ed amicizia: poichè nel medesimo tempo convennero in nome loro a Monpelieri il Gran Maestro di Francia e Monsignor di Ceures (in ciascuno de' quali consisteva quasi tutto il consiglio e l'animo del suo Re) per trattare sopra lo stabilimento del matrimonio della seconda figliuola del Re di Francia col Re di Spagna, e molto più per risolvere le cose del Reame di Navarra; la restituzione del quale all'antico Re promessa nella concordia fatta a Nojon, benchè molto sollecitata dal Re di Francia, era differita dal Re di Spagna con varie scuse; ma la morte del Gran Maestro succeduta innanzi parlassero insieme, interruppe la speranza di questo congresso.
Ma dall'altra parte con grandissima contenzione si proseguiva dall'uno e l'altro Re l'impresa dell'Imperio. Il Re di Francia s'ingannava ogni giorno, indotto dalle promesse grandi del Marchese di Brandeburg, uno degli Elettori, il quale avendo ricevuto da lui offerte grandissime di denari, e forse qualche somma presente, si era non solo obbligato con occulte Capitolazioni a dargli il voto suo, ma promesso che l'Arcivescovo di Magonza suo fratello farebbe il medesimo. Si lusingava ancora del voto del Re di Boemia: per lo voto del quale, discordando i sei Elettori, che tre ne sono Prelati e tre Principi, si decide la controversia. Dall'altro canto si scorgeva grande la inchinazione de' Popoli di Germania, perchè la dignità Imperiale non si rimovesse da quella Nazione, anzi insino agli Svizzeri, mossi dall'amor della Patria comune Germania, avevano supplicato il Pontefice, che non favorisse in questa elezione alcuno, che non fosse di Lingua Tedesca.
Convenuti per tanto gli Elettori, secondo l'uso antico a Francfort, mentre stavano in varie dispute per venire al tempo debito, secondo gli ordini loro, all'elezione, avvicinossi a Francfort un esercito messo in campagna per ordine del Re di Spagna (il quale fu più pronto co' danari a raccorre gente, che a dargli agli Elettori) sotto nome di proibire chi proccurasse di violentare la elezione; onde con ciò accrescendo l'animo agli Elettori, che favorivano la causa sua, tirò nella sentenza degli altri quelli ch'erano dubbj, e spaventò il Brandeburghese inclinato al Re di Francia; in modo che venendosi all'atto dell'elezione, fu il vigesimo ottavo giorno di giugno di quest'anno 1519 eletto Imperadore Carlo d'Austria Re di Spagna dai voti concordi di quattro Elettori, dall'Arcivescovo di Magonza e quello di Colonia e dal Conte Palatino e dal Duca di Sassonia; ma l'Arcivescovo di Treveri elesse il Marchese di Brandeburgo, il quale concorse anch'egli alla elezione di se stesso. Nè dubitossi, che se per la equalità de' voti l'elezione fosse pervenuta alla gratificazione del VII Elettore, che sarebbe succeduto il medesimo, perchè Lodovico Re di Boemia, il qual'era anche Re d'Ungheria avea promesso a Carlo il suo voto.
Afflisse questa elezione molto l'animo del Re di Francia e del Pontefice e di quelli che in Italia dipendevano da lui, vedendo congiunta tanta potenza in un Principe solo, giovane, ed al quale si sentiva per molti vaticinj essere promesso grandissimo Imperio e stupenda felicità; e se bene non fosse copioso di danari, quanto era il Re di Francia, nondimeno era tenuto di grandissima importanza il potere empiere gli eserciti suoi di fanteria tedesca e spagnuola, milizia di molta stimazione e valore.
Il Pontefice Lione nascondeva con recondite simulazioni, ed arti il suo discontento, e non era ancora in se medesimo risoluto a qual partito dovesse appigliarsi: pure per fuggir l'occasione di scoprire l'animo suo mal affetto a Carlo, di sua libera volontà, dispensò a poter accettare la elezione fattagli dello Imperio non ostante, che fosse contra il tenore della investitura del Regno di Napoli, con la quale (fatta secondo la forma delle antiche investiture) gli veniva ciò espressamente proibito, spedendogli per ciò Bolla, per la quale fu abilitato ad essere Imperadore, non ostante li patti suddetti, che si legge presso il Chioccarelli[317].
Nel nuovo anno 1520 passò Cesare per mare di Spagna in Fiandra, e di Fiandra in Germania, dove nel mese d'ottobre ricevè in Aquisgrana, città nobile per l'antica residenza, e per lo sepolcro di Carlo M. con grandissimo concorso la prima Corona (quella medesima, secondo ch'è fama, con la quale fu incoronato Carlo M.) datagli, secondo il costume antico, con l'autorità de' Principi di Germania.
Ma questa sua felicità era turbata dagli accidenti nati di nuovo in Ispagna, perchè a' popoli di quei Regni era stata molesta la promozione sua all'Imperio, conoscendo, che con grandissima incomodità e detrimento di tutti sarebbe per varie cagioni necessitato a stare non picciola parte del tempo fuori di Spagna: ma molto più gli aveva mossi l'odio grande, che avevano conceputo contra l'avarizia di coloro, che lo governavano, massimamente contra Ceures e gli altri Fiaminghi, in modo che concitati tutti i Popoli contra il nome loro, avevano alla partita di Cesare tumultuato quei di Vagliadolid, ed appena uscito di Spagna, sollevati tutti, non contra il Re, ma contra i cattivi Governatori: e comunicati insieme i consigli, non prestando più ubbidienza agli Uffiziali regj, avevano fatto congregazione della maggior parte de' Popoli, li quali data forma al Governo, si reggevano in nome della Santa Giunta (così chiamavano il Consiglio universale de' Popoli), contra li quali essendosi levati in armi i Capitani e Ministri regj, ridotte le cose in manifesta guerra, erano tanto moltiplicati i disordini, che Cesare piccolissima autorità vi riteneva. Donde in Italia e fuori cresceva la speranza di coloro, che avrebbero desiderato diminuita tanta grandezza.
Nella fine di quest'anno istesso, forse tremila fanti spagnuoli, stati più mesi in Sicilia, non volendo ritornare in Ispagna, secondo il comandamento avuto da Cesare, disprezzata l'autorità de' Capitani, passarono a Reggio di Calabria, e procedendo (con fare per tutto gravissimi danni) verso lo Stato della Chiesa, misero in grave terrore il Papa; massimamente ricusando l'offerte fatte dal Vicerè di Napoli, e da lui di soldarne una parte, ed agli altri far donazione di denari; ma questo movimento si risolvè più presto che gli uomini non credevano, perchè passato il Tronto per entrare nella Marca Anconitana, nella quale il Pontefice aveva mandate molte genti, ed andati a Campo a Ripa Transona, avendovi dato un assalto gagliardo, perduti molti di loro, furono costretti a ritirarsi; laonde diminuiti molto d'animo e di riputazione, accettarono cupidamente da' Ministri di Cesare condizioni molto minori di quelle, le quali avevano disprezzate.
Intanto vie più crescevano tra Cesare e 'l Re di Francia le male inclinazioni, e Papa Lione, ancor che ostentasse in apparenza neutralita, avendo per sospetta la troppa felicità di Carlo, segretamente trattava col Re di Francia del modo di cacciarlo dal Reame di Napoli, e fra di loro s'erano accordati d'assaltare con l'armi, congiunti insieme, il Regno, con condizione, che Gaeta e tutto quello che si contiene tra 'l fiume del Garigliano ed i confini dello Stato ecclesiastico, s'acquistasse per la Chiesa: il resto del Regno fosse del secondogenito del Re di Francia, il quale per essere d'età minore avesse ad essere, insino ch'egli fosse d'età maggiore, governato insieme col Reame da un Legato appostolico, che risiedesse a Napoli[318].
In questo medesimo tempo invitato il Re dall'occasione de' tumulti di Spagna, e confortato (secondo che poi querelandosi affermava) dal Pontefice, mandò un esercito sotto Asparoth, fratello di Oderico Lautrech in Navarra per ricuperar quel Regno al Re antico, siccome gli riuscì felicemente. E non restava altro per l'impresa di Napoli, che l'esecuzione della capitolazione fatta a Roma tra 'l Pontefice e lui; della quale venendogli ricercata la ratifica cominciò a star sospeso, essendogli messo sospetto da molti, che attesa la duplicità del Pontefice, e l'odio che, assunto al Pontificato, gli avea continuamente dimostrato, era da dubitare di qualche fraude, dicendo non esser verisimile, che il Pontefice desiderasse, che in lui, o ne' figliuoli pervenisse il Reame di Napoli, perchè avendo quel Regno e il Ducato di Milano, temerebbe troppo la sua potenza: per certo tanta benevolenza scopertasi così di subito non essere senza misterio. Avvertisse bene alle cose sue ed agl'inganni, e che credendo acquistare il Regno di Napoli, non perdesse lo Stato di Milano: perchè mandando l'esercito a Napoli, sarebbe in potestà del Pontefice, che aveva seimila Svizzeri, intendendosi co' Capitani dell'Imperadore, disfarlo, e disfatto quello, che difesa rimanere a Milano? Queste ragioni commossero il Re in modo, che stando dubbio del ratificare, e forse aspettando risposta d'altre pratiche, non avvisava a Roma cos'alcuna, lasciando sospesi il Papa e gli Ambasciadori suoi.
Ma il Pontefice, o perchè veramente governandosi con le simulazioni consuete, avesse l'animo alieno dal Re; o perchè come vide passati tutti i termini del rispondere, sospettando di quel ch'era, e temendo, che il Re non iscoprisse a Cesare le sue pratiche, concitato ancora dal desiderio ardente, che avea di ricuperare Parma e Piacenza, e di fare qualche cosa memorabile: sdegnato oltre questo dalla insolenza di Lautrech e del Vescovo di Tarba suo ministro, li quali non ammettendo nello Stato di Milano alcuno comandamento, o provisioni ecclesiastiche, le dispregiavano con superbissime ed insolentissime parole; deliberò di congiugnersi con Cesare contra il Re di Francia.
Dall'altra parte l'Imperadore irritato dalla guerra di Navarra, e stimolato da molti fuorusciti di Milano, e commosso ancora da alcuni del suo Consiglio, desiderosi d'abbassare la grandezza di Ceures, che aveva sempre dissuaso il separarsi dal Re di Francia; si risolvè a confederarsi col Pontefice contra il Re, ed in effetto fu senza saputa di Ceures, il quale opportunamente morì quasi ne' medesimi giorni, tra il Pontefice e l'Imperadore fatta confederazione a difesa comune, eziandio della Casa de' Medici e de' Fiorentini, con aggiunta di rompere la guerra nello Stato di Milano, il quale acquistandosi, restasse alla Chiesa Parma e Piacenza, per tenerle con quelle ragioni, con le quali le avea tenute per innanzi; e che atteso che Francesco Sforza, il quale era esule a Trento, pretendeva ragione nello Stato di Milano per l'investitura paterna e per la rinunzia del fratello, che acquistandosi ne fosse messo in possessione, ed obbligati i Collegati a mantenervelo e difendervelo: che il Ducato di Milano non consumasse altri Sali, che quelli di Cervia: che fosse permesso al Papa non solo di procedere contra i sudditi e feudatari suoi; ma obbligato eziandio Cesare (acquistato che fosse lo Stato di Milano) ad aiutarlo contra loro, e nominatamente all'acquisto di Ferrara: fu accresciuto il censo del Reame di Napoli, e promessa al Cardinal de' Medici una pensione di diecimila ducati su l'Arcivescovado di Toledo vacato nuovamente, ed uno Stato nel Reame di Napoli d'entrata di diecimila ducati per Alessandro de' Medici figliuol naturale di Lorenzo, già Duca d'Urbino.
Conchiusa occultissimamente questa confederazione fra 'l Papa e l'Imperadore contra il Re di Francia, furono tutti rivolti i loro pensieri alla guerra di Milano, la quale per essere stata cotanto bene scritta dal Guicciardino, dal Giovio, e da altri Scrittori contemporanei, e per non essere del mio istituto, volontieri tralascio. In brieve, gli Imperiali, e Francesco Sforza avendone cacciati i Franzesi comandati dal famoso Capitano Lautrech, acquistarono quel Ducato; del quale successo il Pontefice Lione ebbe tanta contentezza, che Michiel S. di Montagna[319] scrive, che all'avviso della presa di Milano, da lui estremamente desiderata, entrò in tale eccesso di gioia, che ne fu preso dalla febbre, e se ne morì. Il Guicciardino[320] narra, che morisse di morte inaspettata il primo di dicembre di quest'anno 1521, poichè dopo d'aver avuta la nuova dell'acquisto di Milano, e ricevutone incredibile piacere, fu sorpreso la notte medesima da piccola febbre, e ancorchè da' Medici fosse riputato di piccolo momento il principio della sua infermità, morì fra pochissimi giorni, non senza sospetto grande di veleno, datogli, secondo si dubitava, da Bernabò Malespina suo cameriere, deputato a dargli da bere: il quale se bene fosse incarcerato per questa sospezione, non ne fu poi ricercata più cosa alcuna: perchè il Cardinal de' Medici, come fu giunto a Roma, lo fece liberare, per non avere occasione di contrarre maggior inimicizia col Re di Francia, per opera di chi si mormorava, ma con autore e conghietture incerte, Bernabò avergli dato il veleno.
Fu agli 9 di gennajo del nuovo anno 1522 in suo luogo rifatto Adriano Cardinal di Tortosa di nazion fiamengo, ch'era stato in puerizia di Cesare maestro suo, e per opera sua promosso da Lione al Cardinalato, il quale avuta la novella dell'elezione, non mutando il nome, che prima avea, si fece denominare Adriano VI. Il suo Pontificato fu molto breve, e durò poco più d'un anno e mezzo, essendosene morto ai 14 settembre del seguente anno 1523. Ed in suo luogo dopo due mesi fu eletto il Cardinal Giulio de' Medici, che fece chiamarsi Clemente VII.
Grandi furono gli avvenimenti sotto il suo Pontificato: Re Francesco tornò in Italia per ricuperar lo Stato di Milano, assedia Pavia, commette fatto d'arme nel Parco, e vi vien fatto infelicemente prigione. Furono proposte molte condizioni per la sua liberazione, ed intanto fu menato prigione in Ispagna, ove vi stette fin che fu conchiuso con dure condizioni l'accordo fra lui e Cesare della sua liberazione.
(Carlo di Launoja, senza saputa del Borbone e del Marchese di Pescara, dando a sentire di voler portare il Re Francesco a Napoli in più forte e più sicura prigione, lo condusse in Ispagna: di che que' mostrandosene aspramente offesi lo querelarono all'Imperadore, ed il Pescara, siccome narra il Varchi, mandò al Launoja un cartello, sfidandolo come traditore, ed offrendosi di voler ciò provargli colle arme in mano a corpo a corpo combattendo. Da questa mala soddisfazione del Marchese nacque l'imputazione, che gli fu addossata d'aver dato orecchio all'offerte del Papa di volerlo investire del Regno di Napoli. Il Varchi nella sua Istoria Fiorentina stampata ultimamente colla data di Colonia nel 1721 lib. 2 pag. 12 narra le più minute circostanze di questo fatto, scrivendo, che il Pescara avesse risposto all'offerta fattagli dal Morone, che ogni volta che gli fosse mostrato, che senza pregiudizio dell'onor suo ciò far si potesse, egli non ricuserebbe di porvi mano: e da Roma gli fu tosto levato ogni scrupolo, poichè ivi non mancarono (dice il Varchi) de Dottori, anzi Cardinali stessi (e questi furono Cesis e l'Accolto) i quali scrissero al Pescara, facendogli certa fede ed indubitata testimonianza, ch'egli secondo la disposizione e ordinamenti delle leggi così civili, come canoniche, non solo poteva ciò fare senza mettervi scrupolo alcuno di punto dell'onor suo; ma eziandio che dovea farlo per obbedire al sommo Pontefice. Il Marchese che unicamente per iscorgere i consiglj e fini de' nemici avea dato orecchio a questo trattato, fingendo esser dubbio d'accettar l'invito, diede d'ogni cosa relazione all'Imperadore Carlo V, il quale nella risposta, che nel 1526 fece a Clemente VII, dichiarò essere stato fin dal principio informato dal medesimo di tutto, e che non poteva avere alcun sospetto della fedeltà ed onore del Pescara; rinfacciando al Papa questi indegnissimi modi e perverse machinazioni. Merita esser letta questa savia e gravissima risposta di Cesare; la qual finisce con un'appellazione che interpose, di tutti i papali atti e futuri gravami e minacce, al futuro general Concilio, che dovea tosto convocarsi da tutte le province cristiane. Fu quella impressa da Goldasto nel tomo uno Const. Imp. e si legge alla pag. 419, ed ultimamente Lunig nel III tomo del suo Codice Diplomatico d'Italia, che in quest'anno 1732 ha dato alla luce, non ha mancato alla pagina 1962 et seqq. di trascriverla tutta intera, insieme col Breve lunghissimo di Clemente, al quale si risponde).
Nella capitolazione fra il Re Francesco, e l'Imperadore, che fu stipulata in Madrid li 14 di gennajo dell'anno 1526, fra l'altre cose fu convenuto, che rinunziasse il Re Cristianissimo, e cedesse a Cesare tutte le ragioni del Regno di Napoli, eziandio quelle che gli fossero pervenute per le investiture della Chiesa, e 'l medesimo facesse delle ragioni dello Stato di Milano[321].
Non meno i Giureconsulti che gl'Istorici[322] scrissero, che in vigor di questo accordo fossero estinte tutte le ragioni, che mai i Re di Francia potessero rappresentare sopra il Reame di Napoli, e che nell'avvenire non avrebbero più pretesto d'invaderlo, e che per ciò ogni guerra che si fosse mossa, sarebbe stata irragionevole ed ingiusta, ed in fine, che si sarebbero terminate tutte le contese sopra il Regno di Napoli.
Ma non furono vani i presagi, che gli uomini prudenti sin d'allora fecero di questa simulata e sforzata convenzione: appena si vide il Re Francesco posto in libertà, che riputando di niun valore le obbligazioni fatte violentemente in prigione, nulla curando de' propri figliuoli dati in ostaggio in potere di Cesare, non solo non le osservò, ma riputandosi ingiuriato da lui, per averlo astretto a promesse indegne ed impossibili, proccurò vendicarsene: a questo fine, avanti che segnasse la pace, nel medesimo giorno, fecene lunga protesta, che si legge presso Lionard nella sua Raccolta[323], ove dichiarava per pura violenza, trovandosi prigione e gravemente infermo, essere stato costretto a segnarla. Perciò avendo rivolti i suoi pensieri per unire tutte le sue forze, tornò più irato che mai a fargli nuova guerra, e a portare le sue armi di nuovo in Italia, con impegno non solo di ricuperare il perduto Stato di Milano, ma invadere anche il Regno di Napoli, promettendosene per mezzo di Lautrech suo famoso Capitano la reduzione, come più innanzi narreremo.
CAPITOLO II. Come intanto fosse governato il Regno di Napoli da D. Raimondo di Cardona, e dopo la di lui morte da D. Carlo di Launoja suo successore.
Intanto il Regno di Napoli commesso al governo di D. Raimondo di Cardona dal Re Ferdinando e poi dal Re Carlo, che lo confermò Vicerè, ancorchè non avesse patita alcuna invasione di armi straniere, soffriva di volta in volta tasse intollerabili, perchè dovendosi mantenere una guerra così dispendiosa, venivano i Baroni e li Popoli, in occasione di dimandare o nuove grazie, o conferma delle antiche, ovvero (ciò che più loro premeva) esecuzione delle già concedute, le quali non erano osservate, costretti a far nuovi donativi di somme considerabilissime. Erano i tanti capitoli e le tante grazie loro concedute sempre mal eseguite; poichè essendosi sempre dimandato e sempre conceduto, che negli Ufficj così militari, come di giustizia e ne Beneficj ecclesiastici fossero preferiti i Nazionali agli stranieri, governandosi ora il Regno dai Spagnuoli, ed essendovi venute molte famiglie da tutti i Regni di Spagna, erano quelli per lo più conferiti a' Spagnuoli, onde si facevano spesso ricorsi per l'osservanza de' capitoli: di nuovo si prometteva, quando di nuovo si facevano i donativi, ma sempre erano violati ed infranti.
Quando furono a' Napoletani accordate dal Re Ferdinando quelle grazie contenute ne' suoi Capitoli, dei quali di sopra s'è fatta memoria, gli fecero un donativo di 300m. ducati. Non molto da poi, nel 1508, essendosi il medesimo Re, in vigor della pace fatta con Lodovico XII Re di Francia, obbligato di mantenergli a sue spese, oltre la fanteria, 500 uomini d'arme, fu imposto un pagamento di tre carlini a fuoco per sette anni, affinchè si soddisfacesse il Re Lodovico: nella quale occasione dal Conte di Ripacorsa furono conceduti, o per meglio dire confermati, que' Capitoli che si stabilirono nel Parlamento generale celebrato in Napoli nella chiesa di S Lorenzo a' 13 settembre del mentovato anno 1508[324].
Succeduto ne' Reami di Spagna il Re Carlo ed eletto poi Imperadore, per li molti dispendj occorsi in proccurar dagli Elettori i loro voti per quest'elezione, e che doveano occorrere nella sua coronazione, fu fatta richiesta nel 1520 dal Vicerè Cardona, che ritrovandosi il Re in necessità ed esausto di denari, si proccurasse dalla città, Baronaggio e Sindici delle Terre demaniali di fargli un donativo, perchè all'incontro il Re l'avrebbe confermati i capitoli e conceduti altri di nuovo. Fu a tal fine in detto anno tenuto altro generale Parlamento, e furono offerti al Re altri ducati 300 mila da pagarsi fra il termine di tre anni, centomila ducati l'anno in tre paghe: fu perciò accordata la conferma di tutti gli altri Capitoli e Privilegi, e che per l'avvenire non si potesse imponere alcuno pagamento estraordinario al Regno. Fu tutto ciò confermato dal Vicerè Cardona in detto anno 1520, e poi ratificato dall'Imperadore con ispezial suo diploma spedito in Vormazia al primo di gennajo del seguente anno 1521[325], ma non per questo, durando l'istesse cagioni, anzi vie più che mai resi irreconciliabili gli animi di Cesare e del Re Francesco Principi potentissimi, ed accese più fiere che mai fra di loro guerre crudeli ed inestinguibili, cessò la necessità e 'l bisogno di denari per sostenerle; onde si venne di nuovo alle sovvenzioni ed a nuovi donativi e grazie.
Morì nel seguente anno 1522 a '10 di Marzo D. Raimondo di Cardona, ed il suo cadavere fu depositato nella cappella del Castel Nuovo, per trasportarsi in Catalogna nella chiesa di S. Maria di Monferrato: Capitano, se si riguarda la condizione di que' tempi, comportabile per la sua prudenza e destrezza nel governo civile, che soddisfece al Re Ferdinando, e molto più all'Imperador Carlo V, a cui la di lui morte cotanto dispiacque. Non essendo stata da lui sostituita persona, nè trovandosi tampoco nominata dal Re, che sottentrasse al governo, rimase a governare il Consiglio Collaterale, sino a' 16 luglio del medesimo anno, poichè dall'Imperadore fu in luogo del Cardona mandato al governo di Napoli D. Carlo di Launoja, non già spagnuolo, ma fiamengo. Carlo in questi principj del suo regnare, venuto da Brusselles in Ispagna, ed avendo seco condotti molti Fiamenghi, s'era posto in mano de' medesimi, e come si è veduto, si governava col consiglio di Monsignor di Ceures fiamengo, e la cagione de' tumulti avvenuti in Ispagna non altronde fu, che d'essersi il Re valuto, posponendo gli Spagnuoli nazionali, de' Fiamenghi e sopra ogni altro del Ceures, il quale dimostratosi insaziabile, avea per tutte le vie accumulata somma grandissima di danari; lo stesso facendo gli altri Fiamenghi, vendendo per prezzo a' forastieri gli ufficj soliti darsi a' Spagnuoli, e facendo venali tutte le grazie, privilegi ed espedizioni, che si dimandavano alla Corte.
Venne Launoja in Napoli famoso Capitano ed espertissimo nell'arte militare, il qual sì mostrò alla piazza del Popolo di Napoli molto favorevole, e pochi mesi dopo la sua venuta, le concesse molti Capitoli, che furono da lui spediti nel Castel Nuovo a' 12 ottobre di quest'anno 1522, rapportati dal Summonte[326].
Non potè che poco più d'un anno governar il Regno; poichè tuttavia la guerra di Lombardia incrudelendosi, nè potendo più sostener il comando dell'armata Prospero Colonna carico d'anni, e quasi già alienato di mente, l'Imperadore stimò appoggiar quell'impresa alla espertezza e valore di Launoja; onde comandò, che lasciato in Napoli un suo Luogotenente andasse a Milano a pigliar il supremo comando di quell'esercito. E con tal congiuntura, premendo il bisogno di questa guerra, fu fatto un nuovo donativo a Cesare di altri ducati cinquantamila per supplire alla spesa, che seco portava un tanto esercito[327]. Ed alcuni anni da poi, per la nascita del Principe Filippo, convocato nuovo Parlamento, se gli accordò un altro donativo di ducati ducentomila[328], siccome di tempo in tempo ne furon fatti degli altri di somme rilevantissime, delli quali il Tassoni, il Mazzella ed il Costo tesserono lunghi cataloghi.
Partì il Launoja da Napoli nel 1524, e lasciò per suo Luogotenente Andrea Caraffa Conte di S. Severino, il quale con molta lode governò il Regno poco men che tre anni. Morì costui nel mese di giugno dell'anno 1526, e la sua morte fu da tutti compianta[329]. Ed intanto, essendo il Launoja tornato di Spagna, ove come in trionfo avea portato prigione il Re Francesco, dopo aver combattuto ne' mari di Corsica con l'armata franzese, si restituì a Napoli per difendere il Regno dall'insidie del Papa, che vi avea invitato Valdimonte alla conquista.
CAPITOLO III. Invito fatto da Papa Clemente VII a Monsignor di Valdimonte per la conquista del Regno: suoi progressi, li quali ebbero inutile successo. Prigionia di Papa Clemente e sua liberazione.
Appena si vide Re Francesco libero in Francia, che posta in dimenticanza la solennità de' Capitoli stipulati in Madrid, la fede data e la religione dei giuramenti, il vincolo del nuovo parentado, e quel ch'è più, il pegno di due figliuoli, fu tutto rivolto a muover nuove e più implacabili guerre al suo emolo Carlo. Coloriva l'inosservanza con dire, ch'egli e prima quando fu condotto prigione nella Rocca di Pizzichitone, e poi in Ispagna nella Fortezza di Madrid, si era molte volte protestato contra Cesare, (perchè vedeva la iniquità delle dimande sue) che se stretto dalla necessità cedesse ad inique condizioni, o quali non fosse in potestà sua d'osservare, che non solo non le osserverebbe, anzi riputandosi ingiuriato da lui per averlo astretto a promesse inoneste ed impossibili, se ne vendicherebbe, se mai ne avesse l'occasione. Nè aveva mancato di dire molte volte quello che per loro stessi potevano sapere, e che credeva anch'essere comune agli altri Regni, cioè, che in potestà del Re di Francia non era obbligarsi senza consentimento degli Stati generali del Reame ad alienare cos'alcuna appartenente alla Corona: non permettere le leggi cristiane che un prigione di guerra stesse in carcere perpetua; per essere pena conveniente agli uomini di mal affare, e non trovata per supplicio di chi fosse battuto dalla acerbità della fortuna: sapersi per ciascuno essere di nessuno valore l'obbligazioni fatte violentemente in prigione: ed essendo invalida la capitolazione, non restare nemmeno obbligata la sua fede accessoria e confermatrice di quella; procedere i giuramenti in contrario fatti a Rems, quando con tanta cerimonia e con l'olio celeste si consacrano i Re di Francia, per li quali s'obbligano di non alienare il patrimonio della Corona; e perciò non essere meno libero che pronto a moderare la insolenza di Cesare. Questi medesimi sentimenti e desiderj mostravano d'avere la madre e la sorella del Re e tutti i principali della sua Corte.
Ma tutte queste deliberazioni non avrebbero avuto verun successo, se insieme alle medesime non avessero dato calore i Vineziani, e più il Pontefice Clemente, i quali considerando non meno la potenza di Cesare, che la sua ambizione fomentata dal Consiglio di Spagna, che lo persuadeva ad impadronirsi d'Italia, temevano non finalmente gli riuscisse di mettere in servitù la Chiesa, Italia e tutti gli altri Principi. Sopravvennero altri dispiaceri al Papa per cagione de' Ministri di Cesare. I Capitani imperiali alloggiando nel Piacentino e nel Parmegiano facevano infiniti danni; e querelandosene il Pontefice, rispondevano, che per non essere pagati, vi erano venuti di propria autorità. Commoveanlo eziandio le cose forse più leggieri, ma interpetrate, come si fa nelle sospizioni e nelle querele, nella parte peggiore; perchè non tanto in Ispagna che in Napoli, s'erano pubblicate ordinazioni in pregiudizio della Corte Romana: Cesare avea fatti pubblicare in Ispagna alcuni editti prammatici contra l'autorità della Sede Appostolica, per virtù de' quali, essendo proibito a' sudditi suoi trattare cause beneficiali di quelli Regni nella Corte Romana, ebbe ardire un Notajo Spagnuolo, entrato nella Ruota di Roma il dì destinato all'udienza, d'intimare in nome di Cesare a due Napoletani, che desistessero dal litigare in quello Auditorio[330].
(Dall'aver Cesare in tutti i Regni della Monarchia di Spagna tolta ogni autorità a' Tribunali di Roma, Tuano nel lib. primo Hist. sui temporis, savissimamente avvertì, che ciò non ostante potea ben in quelli conservarsi intiera l'Ecclesiastica disciplina, come fu già nei tempi antichi: Caesar, ei dice, ut injuriam sibi a Clemente illatam ulcisceretur, nominis Pontificii auctoritatem per omnem Hispaniam abolet; exemplo ad Hispanis ipsis Posteritati relicto, posse Ecclesiasticam disciplinam citra nominis Pontificii auctoritatem conservari. Fra le altre querimonie che si leggono nel lungo Breve scritto da Clemente a Cesare a' 2 giugno di quest'istesso anno 1526 rapportato da Lunig[331], si leggono le querele, che sopra ciò ne fece con Carlo V, ma questo savio Imperadore nella risposta che gli diede rintuzzò la querimonia, pag. 1005, con queste savissime parole: Minusque potuit V. S. de nostra voluntate dubitare ex Pragmaticis in Hispania editis, quae prout a nostris etiam Consiliariis accepimus (quibus in his quae juris sunt, merito credere debemus) conformari videntur, et antiquis Regnorum nostrorum Privilegiis, moribus et consuetudinibus. E per ciò, che riguardava il Regno di Napoli, gli soggiunse: itidem facturi de his, quae ad Regnum Neapolitanum pertinent, pro quibus nec ab Investitura; nec a Privilegiis Regni quovis modo recedere intendimus, nec illis derogare).
Deliberò pertanto Papa Clemente, stimolato anche da tutti i suoi Ministri, non solo di confederarsi col Re di Francia e con gli altri contra Cesare, ma di accelerarne anche la esecuzione. Assolvè per tanto il Re da' giuramenti prestati in Ispagna per osservazione delle cose convenute nella capitolazione di Madrid, e strinse finalmente la lega con quel Re ed i Principi italiani, a cui diedero il nome di Lega Sanctissima. Fu quella conchiusa nel 17 di maggio dell'anno 1526 in Cugnach tra gli uomini del Consiglio Proccuratori del Re di Francia da una parte, e gli Agenti del Pontefice e de' Vineziani dall'altra. Furono in questa confederazione stabiliti molti capitoli, che possono leggersi nell'Istoria del Guicciardino[332]; ma per ciò che riguarda il Regno di Napoli, fu convenuto:
Che indebolito in Lombardia l'esercito Cesareo, si assaltasse potentemente per terra e per mare il Reame di Napoli: del quale, quando s'acquistasse, avesse ad essere investito Re chi paresse al Pontefice. In un capitolo separato però s'aggiunse, che non potesse il Papa disporne senza consenso de' Collegati, riservatigli nondimeno i censi antichi, che soleva avere la Sede Appostolica, ed uno Stato per chi paresse a lui, d'entrata di 40 mila ducati.
Che, acciocchè il Re di Francia avesse certezza, che la vittoria che s'ottenesse in Italia, e l'acquisto del Reame di Napoli fosse per facilitare la liberazione de' figliuoli, che in tal caso volendo Cesare infra quattro mesi dopo la perdita di quel Reame entrare nella confederazione, gli fosse restituito; ma non accettando questa facoltà, avesse il Re di Francia in perpetuo sopra il Reame di Napoli annuo Censo.
Intanto Cesare avea mandato in Francia il nostro Vicerè Launoja, perchè con effetto ratificasse la capitolazione fatta a Madrid; ma il Re scusandosi di non esser in sua potestà di lasciargli la Borgogna, ma contentarsi, in vece di quella, che se gli pagassero due milioni di scudi, rispose, ch'era per osservargli tutte le altre promesse. Questa risposta concitò sdegno grandissimo in Cesare, il quale deliberato di non alterare il capitolo della restituzione della Borgogna, ma più tosto concordarsi col Pontefice alla reintegrazione di Francesco Sforza nello Stato di Milano, destinò D. Ugo di Moncada al Pontefice Clemente, con commessione di dargli tutte le soddisfazioni. Ed avendosi sposata nel principio di Marzo di quest'anno 1526 nella città di Siviglia D. Isabella figliuola del Re di Portogallo, li danari, ch'ebbe di dote, gli destinò per pagare l'esercito di Lombardia, di cui per la morte del Marchese di Pescara avea fatto Capitan Generale il Duca Borbone ribelle del Re di Francia, sollecitandolo, che tosto passasse in Italia[333].
Ma giunto che fu D. Ugo a Roma, avendo proposto al Papa le condizioni della confederazione, gli fu risposto non essere più in potestà sua di accettarla, mostrandogli la necessità che l'avea indotto a confederarsi col Re di Francia e co' Vineziani per la sicurezza sua e d'Italia, avendo Cesare tardato molto a risolversi.
Le cose di Lombardia perciò erano piene di sconvolgimenti e timori, e que' della lega per divertire la guerra di Lombardia, avean fatti grandi apparecchi per assaltare il Regno di Napoli per mare e per terra: onde mosso da questi timori il nostro Vicerè Launoja, se ne venne in Napoli; e poichè gli Spagnuoli temevano assai, che il Regno non si perdesse, giunto che fu, diede il Vicerè molti ordini per la fortificazione di molti Castelli per lo Regno, e particolarmente diede pensiero a Giovan Battista Pignatello, che allora si trovava Vicerè delle province d'Otranto e di Bari, che fortificasse tutti quelli ch'erano alla marina di Puglia nell'Adriatico ed invigilasse sopra i Vineziani confederati col Papa e Francia[334].
E dall'altra parte D. Ugo di Moncada istigava i Colonnesi, per levare il Papa dalla lega contra l'Imperadore, affinchè questi, avendo l'armi in mano, con gli altri Capitani imperiali destinati per la difesa del Regno di Napoli, assalissero all'improvviso il Palazzo del Vaticano, come fecero, saccheggiandolo con molta empietà: onde il Papa, vedendosi in così stretto partito, se ne fuggi dal Palazzo di S. Pietro per lo corridojo al Castello di S. Angelo, dove si salvò; e costretto in tal guisa, mandò per ostaggio due Cardinali suoi parenti a D. Ugo, perchè entrasse nel Castello a trattar seco l'accordo, che dimandava. Fu il dì seguente 21 di settembre quello conchiuso; onde i Colonnesi partirono da Roma, e D. Ugo se ne venne a Napoli[335]. Ma non così tosto si vide libero il Papa, disposto a non osservar accordo veruno, che gli era stato estorto con tanta perfidia e violenza, che privò Pompeo Colonna del Cardinalato e chiamò Monsignor di Valdimonte da Francia, perchè pretendendo egli essere erede della Casa d'Angiò, suscitasse nel Regno di Napoli la fazione Angioina contra all'Imperadore.
Il Vicerè Launoja incontanente, sentendo l'invito fatto dal Papa a Valdimonte, volle prevenirlo, e ragunato un competente esercito determinò assaltare lo Stato Ecclesiastico; onde a' 20 di decembre di quest'istesso anno 1526 si pose col campo a Frosinone, dove fu combattuto con le genti Papali, che gagliardamente si opposero. Da poi condusse il campo imperiale a Cesano ed a Cepperano, travagliando queste ed altre Terre dello Stato della Chiesa.
Il Papa all'incontro mandò Renzo da Ceri in Apruzzo con seimila fanti, il quale occupò l'Aquila ed altri luoghi di quel contorno.
Venne il nuovo anno 1527 pieno d'atrocissimi e già per più secoli non uditi accidenti, mutazione di Stati e di Religione, prigionie di Pontefici, saccheggiamenti spaventosissimi di Città, carestia grande di vettovaglie, peste quasi per tutta Italia, ed in Napoli grandissima.
Nel principio di quest'anno giunse il Valdimonte, chiamato da Clemente, con un'armata di 24 Galee, ed avendo ottenuto dal Pontefice titolo di suo Luogotenente cominciò a travagliare le marine del Regno, facendosi chiamare Re di Napoli.
(Valdimonte si facea chiamare Re di Napoli, perchè pretendeva, come si è detto, nella sua linea essere trasfuse le ragioni di Renato d'Angiò ultimo Re Angioino, discacciato dagli Aragonesi per Violanta sua figliuola maritata con Ferry Conte di Vaudemont, dal qual matrimonio nacque Renato II Duca di Lorena; onde questa famiglia fra le sue arme inquarta anche quelle di Sicilia e di Gerusalemme, e fra titoli ritiene ancor quello di Duca di Calabria, siccome è manifesto dal Trattato istorico di Baleicourt su l'orig. et Genealog. della casa di Lorena pag. 206 secondo l'edizione di Berlino dell'anno 1711).
Valdimonte saccheggiò al primo di marzo Mola di Gaeta, ed a' 4 avendo posto la sua gente a terra sotto Pozzuoli, tentò sorprenderlo, ma gli riuscì vano il disegno. Venuto poi a vista di Napoli, prese Castel a Mare, indi la Torre del Greco, e scorrendo i suoi soldati per terra sino alla Porta del Mercato di Napoli, fu tanta la paura de' Cittadini, che con fretta la chiusero.
Prese anche Sorrento e gli altri luoghi d'intorno, ed ebbe ardire la sua armata accostarsi tanto alla città di Napoli, che dalle Castella le furono tirati alcuni colpi di artiglieria. Prese anche Salerno, rubando i vasi d'argento, che stavano al Sepolcro dell'Appostolo Matteo. E se l'avviso dell'accordo fatto col Papa non l'avesse intepidito, avrebbe fatto maggiori progressi.
Il Pontefice, ancorchè avesse rifiutato l'accordo, che por Cesare Ferramosca con umili lettere dell'Imperadore, rapportate dal Summonte[336], gli fu nuovamente proposto, mostrando sempre durezza, e tanto più, quando vide giunto Valdemonte; nulladimanco all'avviso che il Duca Borbone calava con potente esercito verso Roma, e che l'amplissime promesse dei Franzesi riuscivano ogni dì più scarse d'effetti, piegò finalmente il capo, e diede al Ferramosca certezza d'ultimarlo; di che costui avvisatone il Launoja, questi a' 25 marzo si portò immantenente in Roma, dove finalmente fu quello conchiuso, con condizioni di sospendere l'armi per otto mesi, di pagare all'esercito Imperiale 60 mila ducati, e restituire il Pontefice le Terre occupate nel Regno; ed all'incontro fu convenuto (ciò che più al Papa premeva) che dovesse in persona andar Launoja alla volta di Borbone, e ritenerlo, affinchè non passasse più avanti, siccome avea prima mandato Cesare Ferramosca ad incontrarlo per quest'istesso fine.
Partì con effetto il Vicerè ai 3 d'aprile da Roma; ed andò incontro a Borbone; ma nè l'andata del Ferramosca, nè la sua punto giovò per distogliere quel Capitano di lasciare il suo cammino: scusandosi non essere in potestà sua comandar all'esercito, che si fermasse, poichè essendo creditore di molte paghe, non avea altro modo di pagarsi che col sacco di Roma, nè potea recarsi a' suoi soldati nuova più spiacente di questa; e volendosi opporre con fortezza il Vicerè, fu fama che passasse pericolo nella vita: cotanto stavano sdegnati i soldati, la maggior parte de' quali venuti di Germania appestati per le nuove eresie, che colà Martin Lutero avea sparse, in discredito e vilipendio della Corte di Roma, correvano famelici ed allettati dal guadagno del sacco promesso di Roma, vedevano di mal animo chi voleva distoglierli da quella preda.
Intanto il Papa confidatosi nell'autorità del Launoja avea licenziato tutte le genti di guerra, che teneva assoldate; onde quando men sel pensava, Borbone seguitando il suo cammino, e devastando lo Stato Ecclesiastico, fu veduto a' 5 di maggio alle mura di Roma. Il nostro Vicerè non volendo esser partecipe di tanto male, quanto designava fare Borbone, non volle seguitare il suo esercito, che andava alla volta di Roma, ma incamminandosi insieme col Marchese del Vasto per altra strada alla volta di Napoli, quando giunse ad Aversa s'ammalò, ed in pochi giorni nel mese di maggio di quest'anno, quivi trapassò. Vi fu opinione, che fosse stata proccurata la sua morte con veleno, per vendetta della morte del Marchese di Pescara, e perchè a lui dovea succedere nella carica di Vicerè D. Ugo di Moncada[337]. Non leggiamo di lui alcuna Prammatica, perchè quasi sempre essendo lontano da Napoli, attese agli esercizj di Marte. Fu il suo cadavere portato in Napoli, ove giace sepolto nella Chiesa di Monte Oliveto; e governando intanto il Regno il Collateral Consiglio, fu in suo luogo nella fine di quest'anno 1527 rifatto per Vicerè, D. Ugo di Moncada Spagnuolo.
Non vi fu rapacità ed ingordigia maggiore di quella, che entrato il Borbone in Roma per saccheggiarla, non si praticasse: tutto era disordine e confusione; ed ancorchè Borbone nel primo assalto rimanesse morto d'un colpo d'archibugio, ciò diede al suo esercito spinta maggiore d'incrudelire contra quella Città. Entrarono dopo picciolo contrasto i soldati nel Borgo. Il Papa si ritirò in Castel S. Angelo, dove fu assediato, ed i soldati non trovando più ostacolo entrarono per Porta Sisto in Roma. Non vi fu crudeltà, irreverenza, avarizia e libidine, che non fosse esercitata. Posero il tutto a sacco, nè si può immaginare quanta rapacità, quanto fosse stato il vilipendio delle Chiese, gli obbrobrj fatti a' Cardinali, ed agli altri Prelati, e quanta la libidine usata contra l'onore delle donne. L'esercito della lega, non trovando modo di poter soccorrere al Papa per le difficoltà proposte dal Duca d'Urbino, conchiuse essere impossibile allora soccorrere il Castello; onde il Pontefice, abbandonato d'ogni speranza, si accordò come potè il meglio con gl'Imperiali, di pagare all'esercito 400 mila ducati: di restar egli prigione in Castello con tutti i Cardinali, che vi erano in numero di tredici, insino a tanto che fossero pagati i primi 150 mila ducati: poi andassero a Napoli, o a Gaeta per aspettare quello che di loro determinasse Cesare: che restasse in potestà di Cesare il Castello di S. Angelo, mentre a lui piacerà di ritenerlo con l'altre Rocche: ed altre capitolazioni, che possono leggersi presso il Guicciardino[338].
Come fu fatto quest'accordo, entrò nel Castello il Capitan Alarcone con tre compagnie di fanti spagnuoli ed altre tante tedesche, il quale deputato alla guardia del Castello e del Pontefice, lo guardava con grandissima diligenza, ridotto in abitazioni anguste, e con picciolissima libertà.
Pervenuto in Francia ed in Inghilterra la novella d'un così orribil fatto, e della prigionia del Pontefice, si mossero quei due Re più fieri che mai contra l'Imperadore, non solo per la pietà cristiana che professavano, e per la divozione alla Sede Appostolica; ma molto più per l'odio privato implacabile, che portavano a Cesare: Francesco I per cagioni assai note, ed Errico VIII Re d'Inghilterra, perchè avendogli prestate grosse somme di denari, quando glie le dimandava, era pasciuto di parole, e menata in lungo la restituzione. Si strinsero perciò fra di loro, con deliberazion ferma d'unire tutte le loro forze, e mandare potenti eserciti in Italia; non pure per liberar il Papa dall'oppressione in che stava con toglierlo di mano dagli Spagnuoli, ma invadere con potente esercito il Regno di Napoli, e toglierlo dall'ubbidienza dell'Imperadore. Facilitava l'impresa l'unione de' Vineziani, e de' Svizzeri, i quali mossi ancor essi a pietà del Papa e di Roma, sollecitavano il pigliar l'armi, acciò che tutti insieme aggiunti potessero liberare il Papa, e riacquistar il Regno di Napoli. Sperava ancora il Re di Francia, che vedutosi Cesare astretto in cotal guisa, ed esausto per le paghe de' suoi eserciti, che contra tanti dovea mantenere, facilmente si sarebbe indotto, pagandogli una buona taglia, a restituirgli i due suoi figliuoli, ch'erano rimasi per ostaggi in Ispagna.
Fu per ciò immantenente risoluto il passaggio degli Svizzeri in Italia, assoldata nuova gente in Francia, contribuendo il Re d'Inghilterra con denari, ed altri con gente; tanto che fu unito un fioritissimo esercito con prestezza mirabile, e fu dato il supremo comando di quello al famoso Odetto di Fois Monsignor Lautrech, un de' Capitani più insigni, che avesse allora la Francia, il qual si mosse da Francia per Italia per liberar prima il Papa, e poi passare alla conquista del Regno.
Dall'altra parte, giunto che fu in Ispagna l'avviso del sacco di Roma, e della prigionia del Papa fu cosa maravigliosa, quanto da Cesare e dagli Spagnuoli s'affettasse il dolore e la mestizia. Giunse il tempo, quando per la natività del Principe D. Filippo figliuol primogenito dell'Imperadore, la Spagna era al maggior colmo di gioja e d'allegrezza, e la Corte in feste e in tornei; e pure l'Imperadore fece tosto cessar le feste, vestissi di lutto in segno del dolore che mostrava averne, e tutta la sua Corte parimente si vide con abiti lugubri: si fecero processioni lunghe, e numerose, pregando N. S. per la liberazione del Papa. I Frati, i Preti nelle loro Chiese con pubbliche preci assordavano il Cielo, implorando il Divino ajuto per la libertà del loro Sommo Sacerdote, come se non in mano di Cesare in Roma, ma dell'Imperadore de' Turchi sotto duro carcere in Costantinopoli e' si stasse. E nel medesimo tempo Papa Clemente sofferiva la stretta custodia del Capitan Alarcone, il quale lo guardava, ridotto in abitazioni anguste, con severità e alterigia spagnuola; e l'Imperadore con la solita tardità degli spagnuoli stava deliberando, se dovea ratificar l'accordo fatto nel Castel di S. Angelo, ovvero imporre più dure condizioni alla sua liberazione: a tanti Principi che di ciò lo ricercavano per mezzo de' loro Oratori, dava egli benignissime parole, ma incerta e varia risoluzione. Avrebbe egli desiderato, che la persona del Pontefice fosse condotta in Ispagna, giudicando sua gran riputazione, se d'Italia in due anni fossero stati condotti in Ispagna due così gran prigioni, un Re di Francia ed un Pontefice Romano.
(Il Varchi Istor. Fior. lib. 5 A. 1521 pag. 119 rapporta ancora che questa tardanza ed irresoluzione di Cesare nasceva, perchè secondo credevano li più prudenti, (sono le sue parole) che l'intendimento suo fosse di volere il Papato a quell'antica simplicità e povertà ritornare, quando i Pontefici senza intromettersi nelle temporali cose, solo alle spirituali vacavano. La quale deliberazione era, per l'infinite abusioni e pessimi portamenti di Pontefici passati, lodata grandemente, e desiderata da molti, e già si diceva infino a plebei uomini, che non istando bene il Pastorale e la Spada, il Papa dover tornare in S. Giovanni Laterano a cantar la Messa.)
Nulladimanco avendo inteso i tanti apparati di guerra, non meno de' Svizzeri e Vineziani e Franzesi, che del Re d'Inghilterra, il quale sopra gli altri ardentissimamente desiderava la liberazione del Papa, per non irritare tanto l'animo di questo Re, e perchè tutti li Regni di Spagna, e principalmente i Prelati ed i Signori detestavano molto, che dall'Imperador Romano, protettore ed avvocato della Chiesa, fosse con tanta ignominia di tutta la Cristianità tenuto in carcere colui, che rappresentava la persona di Cristo in terra; avendo poi, dopo aver tardato più d'un mese a far deliberazione alcuna, intesa l'andata di Lautrech in Italia, e la prontezza del Re d'Inghilterra alla guerra; si risolse finalmente di mandar commessione al Vicerè di Napoli per la liberazione del Pontefice e restituzione di tutte le Terre e Fortezze occupategli. Mandò per tanto in Italia il Generale di S. Francesco, e Veri di Migliau con commessione sopra questo negozio al Vicerè Launoja, il quale trovandosi morto quando arrivò il Generale, fu necessario trattare il negozio con D. Ugo di Moncada, al quale anche si distendeva il mandato di Cesare; ed avendo il Generale comunicato con D. Ugo, andò a Roma insieme con Migliau. Conteneva questo negozio due articoli principali, l'uno, che il Pontefice soddisfacesse all'esercito creditore in somma grossissima di danari; l'altro, la sicurtà di Cesare, che il Pontefice liberato non s'unisse co' suoi nemici, ed in questo si proponevano dure condizioni di statichi, e di sicurtà di Terre.
Trattossi per queste difficoltà la cosa lungamente, ed il Pontefice per facilitarla, continuamente sollecitava Lautrech (ma occultamente) a farsi innanzi: l'assicurava, che qualunque cosa ch'ei forzato promettesse agli Imperiali, uscito di carcere, e condotto in luogo sicuro, non l'osserverebbe. Finalmente venne nuova commessione di Cesare, il quale sollecitava, che il Pontefice si liberasse con più soddisfazione sua, che fosse possibile, soggiungendo bastargli, che liberato non aderisse più a' Collegati, che a lui. Si credette che da Cesare, e da' suoi si facilitasse la liberazione del Papa per lo timore, che avevano della venuta di Lautrech, e per condurre per ciò quanto più presto si potesse il loro esercito alla difesa del Reame di Napoli: ma come che ciò era impossibile farsi, senza assicurar i soldati degli stipendj decorsi, i quali ricusavano ammettere ogni compensazione, che loro si opponeva, per le tante prede, e tanti guadagni fatti nel sacco di Roma: per ciò si badò unicamente a provvedere a questi pagamenti, e si pensò meno all'assicurarsi per lo tempo futuro del Pontefice. Fu conchiusa dunque all'ultimo d'ottobre, dopo sette mesi della prigionia del Papa, la concordia in Roma col Generale, e con Serenon in nome di Don Ugo, che poi ratificò, la quale conteneva questi Capitoli.
Che il Papa non contrariasse a Cesare nelle cose di Milano e di Napoli: gli concedesse la Crociata in Ispagna, ed una decima delle entrate ecclesiastiche in tutti li suoi Regni: rimanessero per sicurtà dell'osservanza in mano di Cesare, Ostia, e Civitavecchia: consegnassegli Civita Castellana, la Rocca di Forlì; e per Istatichi Ippolito ed Alessandro suoi nipoti, ed insino a tanto, che costoro venissero da Parma, dove allora trovavansi, i Cardinali Pifano, Trivulzio e Gaddi, che furono condotti dagl'Imperiali nel Regno di Napoli.
(Il Varchi[339] aggiunge, che furono condotti nel Castel Nuovo, dove per più tempo furono guardati).
Pagasse subilo il Papa a' Tedeschi ducati settantasettemila, con questo che lo lasciassero libero con tutti i Cardinali, con potersene uscire da Roma e dal Castello: chiamandosi libero ogni qual volta fosse condotto salvo in Orvieto, Spoleto, o Perugia, e fra quindici dì dopo l'uscita di Roma pagasse altrettanti denari a' Tedeschi; ed il resto poi (che ascendeva col primi a ducati più di trecentocinquantamila) pagasse infra tre mesi a' Tedeschi e Spagnuoli secondo le rate loro.
Fra queste condizioni le più dure furono quelle dello sborso di tanto denaro, che portò discordie grandissime ed inuditi scandali. Per soddisfare i primi 150 mila ducati, secondo l'accordo prima fatto nel principio della prigionia, bisognò al Pontefice con grandissima difficultà ricavarli parte in danari, parte con partiti fatti con Mercatanti genovesi sopra le decime del nostro Regno di Napoli, e sopra la vendita di Benevento: ma appena soddisfatti i soldati di questa somma, dimandarono per il resto de' denari promessi altre sicurtà ed altro assegnamento di quello erasi loro fatto sopra varie imposizioni per lo Stato Ecclesiastico: cose tutte impossibili ad eseguirsi da un Papa incarcerato; e pure dopo molte minacce fatte agli Statichi, e di tenerli incatenati con grandissima acerbità, li condussero ignominiosamente in Campo di Fiore, dove rizzarono le forche, come se incontanente volessero prendere di loro quel supplicio. Ora, che in esecuzione di questa nuova concordia, per uscir di prigione doveano pagar somme sì immense, bisognò a Clemente venire a que' estremi rimedj, a' quali non avea voluto prima ricorrere. Creò per danari alcuni Cardinali, con esporre all'incanto quella dignità, della quale si videro decorate persone la maggior parte indegne di tanto onore. Per il resto concedette nel nostro Reame di Napoli le Decime sopra i beni delle Chiese ed Ecclesiastici, e la facoltà d'alienare i beni Ecclesiastici; convertendosi per concessione del Vicario di Cristo (così sono profondi li giudicj Divini) in uso ed in sostentazione d'eretici quel ch'era dedicato al Culto di Dio: si pose mano agli Spogli delle Chiese vacanti ed incamerazioni, e furono inventati altri mezzi per cavar denari.
(Il Varchi narra[340] che pubblicamente, e poco meno, che messi all'incanto, furono a prezzo venduti sette Cappelli di Cardinali).
Con questi modi avendo stabilito ed assicurato di pagare a' tempi promessi, dette anche per istatichi, per la sicurtà de' soldati, li Cardinali Cesis ed Orsino, che furono condotti dal Cardinal Colonna a Grottaferrata; ed il Papa temendo non la mala volontà, che sapeva avere contra lui D. Ugo nostro Vicerè, sturbasse ogni cosa, affrettò l'uscita, e la notte degli 8 di dicembre di quest'anno 1527, senza aspettar il nuovo giorno statuito alla sua uscita, segretamente ed In abito di Mercatante uscì dal Castello, e portossi frettolosamente in Orvieto, nella quale Città entrò di notte, non accompagnato da alcuno de' Cardinali. Esempio certamente, come scrive il Guicciardino[341], molto considerabile, e forse non mai, da poi che la Chiesa fu grande, accaduto. Un Pontefice caduto di tanta potenza e riverenza, essere custodito prigione, perduta Roma e tutto lo Stato, e ridotto in potestà d'altri. Il medesimo nello spazio di pochi mesi restituito alla libertà, rilasciatogli lo Stato occupato, ed in brevissimo tempo già ritornato alla pristina grandezza. Tanta era appresso a' Principi Cristiani l'autorità del Pontificato, ed il rispetto che da tutti gli era portato.
CAPITOLO IV. Spedizione di Lautrech sopra il Regno di Napoli, sue conquiste, sua morte e disfacimento del suo esercito, onde l'impresa riuscì senza successo. Rigori praticati dal Principe d'Oranges contra i Baroni incolpati d'aver aderito a' Franzesi.
L'anno 1528[342] fu pur troppo infelice al Regno di Napoli, perchè combattuto da tre Divini flagelli, di guerra, di fame e di peste, poco mancò, che non vedesse l'ultima sua desolazione. La peste, che sin dal mese di Settembre del passato anno cominciò a farsi sentire in Napoli, vie più crescendo riempiva d'orrore il Regno.
Dall'altra parte, dopo la liberazione del Pontefice, rotto ogni trattato di pace, avendo gli Ambasciadori del Re di Francia e d'Inghilterra intimata a Cesare la guerra, accelerossi la venuta di Lautrech alla conquista del Regno, ed essendosi già congiunta l'armata Franzese guidata dall'Ammiraglio Andrea Doria con quella de' Vineziani per l'impresa di Sardegna, per facilitare la guerra di Napoli, essendo sbattuta da venti, vennero a scorrere le riviere del Regno, per dar maggior calore all'impresa di Lautrech, il quale non aspettando la Primavera, il dì 9 di gennajo partì di Bologna, dove avea svernato colle sue genti, e per la via di Romagna e della Marca arrivò sul fiume Tronto (confine tra lo Stato Ecclesiastico ed il Regno) il decimo dì di febbrajo, dove trovò ogni cosa sprovveduta, onde gli fu facile d'impadronirsi di buona parte dell'Apruzzo e della Città dell'Aquila, dove fatta la rassegna delle sue truppe, le ritrovò ch'erano 30 mila persone a piedi e cinquemila a cavallo[343].
Avrebbe fatto il simigliante in brevissimo tempo in tutto il Regno, perchè, o fosse per l'affezione al nome de' Franzesi, o per l'odio a quello de' Spagnuoli, tutte le Terre dell'uno e l'altro Apruzzo anticipavano a rendersi vinticinque o trenta miglia innanzi alla venuta dell'esercito. Ma l'esercito imperiale uscito di Roma ritardò il fortunato suo corso, e gli fece abbandonare il cammino dritto, che avea preso verso Napoli, non si fidando per li monti condurre le artiglierie, il cui trasporto per ogni picciola opposizione dei nemici poteva essere impedito; e perciò Lautrech fu costretto di pigliare il cammino più lungo di Puglia a canto alla marina.
Intanto l'esercito imperiale comandato dal Principe d'Oranges, che in luogo del Duca Borbone era stato dall'Imperadore creato Capitan Generale, s'incamminò alla volta del Regno per opporsi a' nemici. Il Principe d'Oranges comandava i Tedeschi, il Marchese del Vasto, che di mala voglia ubbidiva al Principe, comandava l'infanteria spagnuola, e D. Ferrante Gonzaga la Cavalleria. In Puglia presso Troja venuti gli eserciti a fronte, non si diede battaglia, ma si trattennero alquanti dì in semplici scaramucce e scorrerie. Ma poco da poi, a' 22 marzo, Lautrech incamminatosi alla volta di Melfi, prese per assalto quella Città, facendovi prigione il Principe Sergianni Caracciolo, che valorosamente la difendeva, e gli Spagnuoli si ritirarono alla Tripalda. Presa Melfi, si rese Ascoli, Barletta, Venosa e tutte l'altre Terre convicine. Trani e Monopoli, nel medesimo tempo si resero ai Vineziani; poichè secondo l'ultime convenzioni fatte col Re di Francia, s'acquistavano ad essi tutti que' Porti del Regno, che possedevano innanzi alla rotta ricevuta dal Re Luigi nella Chiaradadda.
I Capitani imperiali giunti alla Tripalda si abboccarono col Vicerè D. Ugo, col Principe di Salerno e Fabrizio Marramaldo, che ivi erano accorsi con tremila fanti Italiani e diece pezzi d'artiglieria; e tutti di comun accordo conchiusero di ritirarsi in Napoli ed a Gaeta alla difesa di quelle Città, come fecero, abbandonando tutto il Paese circostante. Allora Lautrech s'incamminò col suo esercito verso Napoli, e nel passaggio arrenderonsi a lui Capua, Nola, Acerra, Aversa e tutte le Terre circostanti, alloggiando quattro dì nell'Acerra, donde spedì Simone Tebaldi romano con 150 Cavalli leggieri e 500 Corsi disertati dal Campo imperiale per non essere pagati, all'impresa di Calabria. E già Filippino Doria, con otto Galee d'Andrea Doria e due Navi, era venuto alla spiaggia di Napoli, e fatto con l'artiglierie disloggiare gl'Imperiali dalla Maddalena. Ma le sue Galee non bastavano a tenere totalmente assediato il Porto di Napoli; perciò Lautrech sollecitava le Galee de' Vineziani, che venissero ad unirsi con le Genovesi, e quelle dopo essersi lentamente rimesse in ordine a Corfu, erano venute nel Porto di Trani: ma esse (quantunque già si fossero arrendute loro le città di Trani e di Monopoli) preponendo i comodi proprj agli alieni (benchè dalla vittoria di Napoli dependessero tutte le cose) ritardavano per pigliare prima Poligano, Otranto e Brindisi; a' 19 di aprile il Provveditore degli Stradiotti Andrea Civrano, che militava per li Vineziani, ruppe presso la Vetrana il Vicerè della Provincia d'Otranto, il quale a gran fatica si salvò a Gallipoli col Duca di S. Pietro in Galatina; e Lecce Metropoli di quella Provincia e S. Pietro in Galatina con tutte le altre Terre circostanti si resero[344].
Intanto per sì fortunati successi delle armi della Lega, vedendosi già Lautrech avvicinato alle mura di Napoli, fu dibattuto da' Capitani Imperiali il modo della difesa; il Marchese del Vasto era di parere, unito l'esercito in Napoli, che s'alloggiasse fuori delle mura, parendogli viltà d'animo lo inserrarsi dentro; ma prevalse il parer contrario del Vicerè Moncada, del Principe d'Oranges, di D. Ferrante Gonzaga, dell'Alarcone e di tutti gli altri Capitani di ritirarsi dentro. In Napoli eran rimasi pochissimi abitatori, perchè tutti quelli che aveano o facoltà o qualità, s'erano ritirati, chi ad Ischia, chi a Capri e chi all'altre Isole vicine. I Baroni che vi eran rimasi, erano di sospetta fede, perchè sebbene all'avviso della venuta di Lautrech, s'erano molti Baroni e li più potenti e ricchi offerti al Vicerè Moncada di spendere il sangue e la roba in servizio di Cesare; nulladimeno per aver egli composta la maggior parte di quelli in denaro contante, in vece del servizio personale, e data loro licenza di potere alzare in caso di necessità le bandiere di Francia, senza che fosse loro imputato a fellonia o ribellione (oltre di molti altri che vi erano dentro della fazione Angioina) fu riputato savio consiglio, a fine di tener la Città sicura di qualche rivoluzione, che l'esercito si ritirasse dentro le mura della Città. Il popolo, alcuni per timore, altri per l'odio del nome spagnuolo, avea parimente bisogno di coraggio e di freno. Ed in fatti fu tale il suo timore, quando vide l'esercito Franzese alla vista della Città, che non si vedea altro per le strade, che processioni, e non s'udivano che pubbliche preci, e dimandar pietade; tanto che il Marchese del Vasto fu costretto ricorrere al Vicerè Moncada, perchè quelle si proibissero, come fu fatto, con incoraggir il popolo, che stasse di buon animo, e che le orazioni si facessero privatamente nelle Chiese e ne' Monasteri[345].
Ma tutte queste insinuazioni niente giovarono, quando il primo sabato di maggio, che in quell'anno fu alli 2 di quel mese, non si vide secondo il solito liquefarsi il sangue alla vista del Capo di S. Gennaro lor Protettore[345a]. Allora sì che s'ebbero per perduti e la Città nell'ultima costernazione. Ma come più innanzi diremo, fur vani gl'infausti pronostici, e seguirono effetti tutti contrari.
Il famoso Lautrech, il penultimo di d'aprile, alloggiò il suo esercito tra Poggio Reale ed il Monte di San Martino, distendendosi le sue genti insino a mezzo miglio, ed egli si mise più innanzi di Poggio Reale in una collina nella Vigna del Duca di Montalto, la quale d'allora in poi mutò nome, e sin oggi vien quel luogo appellato Lotrecco. Il celebre Pietro Navarra, Cantabro, che prima militando sotto l'insegna di Cesare, per mala soddisfazione portossi da poi al servigio di Francia, alloggiò in quelle colline, che sono all'incontro la Porta di S. Gennaro, e si distendono per fino al Monte di S. Martino.
Il Principe d'Oranges, dall'altra parte, fece subito fortificare il Monte di S. Martino, acciò che non fosse occupato da' Franzesi, i quali s'erano accampati negli altri vicini colli; ed allora fu, che fece abbattere la Torre del Sannazaro a Mergellina, luogo destinato da lui per le Muse: onde questo Poeta pieno di sdegno andossene in Roma, dove morì senza veder più Napoli; nè mancò per l'indignazione conceputa, ne' suoi versi covertamente malmenare così il Principe, come gli Spagnuoli, a' quali e per l'amore de' Re d'Aragona di Napoli suoi benefattori, e per l'odio conceputo al nome loro, avea notabile avversione. E narrasi, che trovandosi in Roma gravemente infermo e fuor d'ogni speranza di sua salute, intesa prima di morire la morte del Principe, si rallegrasse non poco, dicendo che Marte avea voluto già far vendetta delle Muse, da costui oltraggiate.
Non mancava in oltre provveder Napoli di frumento e d'ogni altra munizione così di bocca, come di guerra, per far valida difesa: e si cominciò ancora ad arrolare molta gente del popolo napoletano adatta all'armi per servirsene ne' bisogni: ma non altrimenti, che de' servi accadde in Roma, avvenne in Napoli dei suoi Cittadini. Il Senato Romano, che per togliere la confusione che vi era nella Città ripiena di tanti servi, avea deliberato, perchè si distinguessero da liberi Cittadini Romani, di contrassegnargli negli abiti con una nota distinta, quando vidde che per l'eccessivo lor numero, con notarsi con quel marco i servi, come dice Seneca, avrebbero saputa quanto era grande la lor forza, s'astenne di farlo. Così gli Spagnuoli fecero in Napoli in questa occasione; poichè avvedendosi, che con arrolarne tanti, il popolo Napoletano avrebbe ben conosciuta la forza che teneva nella sua moltitudine, i Capitani spagnuoli dissuasero al Principe d'Oranges, ed al Vicerè Moncada, che non si seguitasse il rollo cominciato, e così levaron mano, e s'astennero di proseguirlo[346].
Intanto, mentre si consumava il tempo in varie e spesse scaramucce dalle genti dell'uno e l'altro esercito, Lautrech non volle tentar l'espugnazione di Napoli, così per la moltitudine e valore de' defensori, come perchè sperava, che a' nemici dovessero mancar denari e vettovaglie, e prolungando l'assedio, siccome avea ridotto a sua divozione la maggior parte del Regno e molti Baroni, che si diedero al partito del Re di Francia; così credeva fermamente, e n'avea data certezza al suo Re, che Napoli fra breve avrebbe dovuto rendersi. Confermollo in questa speranza la sconfitta, che alquanti dì da poi diede Filippino Doria all'armata imperiale nel Golfo di Salerno.
Erano entrati in speranza il Principe d'Oranges, ed il Vicerè Moncada di rompere l'armata di Filippino, e sollecitavano l'impresa prima che sopraggiungessero nuovi ajuti; perchè Andrea Doria con le Galee, ch'erano a Genova non si movea; dell'armata preparata a Marsiglia non s'intendeva cos'alcuna, e l'armata vineziana, li quale intenta più all'interesse proprio, che al beneficio comune, anzi più tosto agli interessi minori ed accessorj, che agli interessi principali, attendeva alla spedizione di Brindisi e di Otranto, delle quali città, Otranto avea convenuto di arrendersi, se fra sedici dì non era soccorso, ed in Brindisi, benchè per accordo avesse ammesso i Vineziani, si tenevano ancora le Fortezze in nome di Cesare.
Ma prima d'avviarsi all'impresa, bisognò comporre una grave contesa insorta tra il Vicerè di Moncada, ed il Principe d'Oranges intorno al comando dell'armata. Furono questi due Capitani in continue gare: il Principe d'Oranges come Capitan Generale, sustituito da Cesare in luogo del Duca Borbone, pretendeva l'assoluto comando sopra tutti: il Vicerè come Capitan Generale del Regno, ove la guerra si faceva, pretendeva all'incontro non ubbidirlo; e questa divisione separò gli eserciti, con grave danno di Cesare, in due fazioni, chi seguitava la parte del Vicerè, chi quella del Generale Oranges. Nel comandare l'armata navale sursero vie più fiere le competenze; il Principe, come Generale dell'esercito, voleva a se arrogarsi il comando; D. Ugo ostinatamente repugnava, poichè, oltre il carico di Vicerè, si trovava egli allora anche G. Ammiraglio del Regno, a cui s'apparteneva il pensiero, e comando delle cose del mare. Non volendo l'un cedere all'altro, per non ritardare l'espedizione, fu risoluto che si desse il comando di quella impresa al Marchese del Vasto, ed al Gobbo Giustiniano nelle cose marittime veterano e famoso Capitano. D. Ugo per mostrar il suo valore e zelo, vi volle andare da semplice soldato, ed il suo esempio mosse Ascanio e Camillo Colonna, Cesare Ferramosca, il Principe di Salerno ed altri ad andarvi. Non vi erano nel Porto di Napoli che sei Galee e due Vascelli, ed il maggior fondamento non si faceva in sul numero, ma nella virtù de' combattenti, perchè empirono i loro legni di mille archibugieri spagnuoli de' più valorosi; e per ispaventare i nemici di lontano col prospetto di maggiore numero di legni, v'aggiunsero molte barche di Pescatori. Partirono il primo dì di giugno da Posilippo, e s'incamminarono alla volta di Capri: dove arrivati allo spuntar del 'giorno, videro i naviganti uscir da una spelonca un Romito spagnuolo assai noto, chiamato Consalvo Barretto, il quale essendo prima soldato, lasciata la milizia, erasi in quel luogo ritirato a menar vita solitaria. Costui vedendo le Galee imperiali, gridando ad alta voce, fece sì che D. Ugo con grandissimo pregiudizio di quell'impresa perdesse tempo ad udirlo. Egli assicurava l'armata, dandogli più benedizioni, che andasse pur felice a valorosamente combattere, perchè secondo l'apparizioni, che egli avea avute la notte, dovea ella rovinare i vascelli nemici, ammazzar molta gente, e per questa battaglia liberare il Regno di Napoli dall'oppressione in che si trovava[347]. I creduli soldati ricevendo come oracolo di felice augurio le parole del Romito, con festa e giubilo e suoni di trombe, promettendosi certa vittoria, andarono ad affrontar i nemici nel Golfo di Salerno vicino al Capo d'Orso. Ma azzuffatisi insieme le due armate, ben tosto s'avvidero quanto fossero sciagurati e vani gl'infelici pronostichi di quel fanatico. Tutti al contrario seguirono gli effetti. Fu l'armata imperiale interamente disfatta dal Doria: i soldati, ch'erano su le Navi, quasi tutti morti, ed i feriti fatti prigioni. D. Ugo valorosamente combattendo fu prima ferito nel braccio, e mentre confortava i suoi, da' sassi e da' fuochi gittati dalle Galee nemiche, restò miseramente morto, e poi crudelmente fu gittato in mare; e questo medesimo avvenne al Ferramosca. Il Marchese del Vasto, Ascanio Colonna, amendue feriti, il Principe di Salerno, il Santa Croce, Camillo Colonna, il Gobbo, Serenon, Annibale di Gennaro e molti altri Capitani e Gentiluomini restarono tutti prigioni: i quali tosto furon mandati da Filippino con tre Galee ad Andrea Doria prigionieri a Genova.
Ecco l'infelice successo di questa spedizione: ecco ancora l'infelicissimo fine del nostro Vicerè Moncada, il quale in tempi così turbolenti non potè godere del governo del Regno, che per soli sei mesi; perciò di lui non ci restano leggi, nè ebbe spazio fra noi lasciarci altra memoria. I Napoletani a' 8 giugno gli fecero solenni esequie; ed il Guicciardino, che parimente narra il suo cadavere essere stato buttato a mare, rende ancora non verisimile quel che alcuni scrissero, che fosse stato portato ad Amalfi, e poi condotto in Valenza, dove gli fu eretto un superbo tumulo, con iscrizione ed elogio. Che che ne sia, prese in suo luogo il carico di nuovo Vicerè Filiberto di Chalon Principe d'Oranges.
A tanta prosperità delle armi Franzesi s'aggiunse l'arrivo dell'armata vineziana di ventidue Galee, la quale, dopo essersi impadronita di quelle Piazze nell'Adriaco, passando il Faro di Messina, giunse al Golfo di Napoli a' 10 di questo mese, era costeggiando di continuo il nostro mare, e tutta intesa ad impedire i viveri alla Città assediata; ma era tanta l'avidità ed avarizia degli arditi marinari, che non perciò mancavano di venire ogni giorno nuovi rinfreschi da Sorrento, Capri, Procida, Ischia ed altri luoghi, mettendosi i marinari a mille rischi per la speranza di grossi guadagni.
Questi fortunati successi diedero speranza grande ai Franzesi di terminar fra poco tempo tutta l'impresa. Cominciò Lautrech con l'artiglieria a battere la Città da quelle colline, dove stava accampato Pietro Navarra. Fece ancor levar l'acqua del formale, ch'entrava dentro la Città dalla banda di Poggio Reale; ma siccome per l'abbondanza de' pozzi sorgenti, che vi sono dentro, non le recò molto danno, così per altra via riuscì ciò dannosissimo non meno a Napoli, che al suo esercito; poichè l'acqua allagando e stagnando in que' contorni, cagionando mal aria, fece augumentar la peste e le infermità che correvano sino al suo Campo. Si vide perciò la Città miseramente afflitta da crudel peste, dall'artiglieria, che tirava alle sue mura e da grande carestia di farina, carni e vino, essendo obbligati gli assediati di nutrirsi di grano cotto. A tutti questi mali s'aggiungevano i disagi, che l'apportavano gl'istessi soldati spagnuoli e tedeschi, li quali usando insolenze grandissime, rubavano, sforzavano donne, ammazzavano e maltrattavano, alle quali cose i Napoletani non usi, per non avere avuto da molto tempo guerra in casa propria, mal volentieri comportavano simili strazi.
Ma, mentre le cose erano in tale estremità, la fortuna, che sino a questo punto erasi mostrata cotanto propizia a' Franzesi, si vide tosto mutata ai lor danni, ed a favorire le parti di Cesare. Andrea Doria mal soddisfatto del Re di Francia, a persuasione del Marchese del Vasto suo prigioniere, lasciati gli stipendi di quel Re, andò a servir Cesare; per la qual cosa Filippino Doria con tutte le Galee partì da Napoli il quarto dì di luglio. Quello, che poi accelerò più la ruina de' Franzesi, furono le infermità cagionate in gran parte nel loro esercito, dall'aver tagliati gli acquidotti di Poggio Reale per torre a Napoli la facoltà del macinare, perchè l'acqua sparsa per lo piano, non avendo esito corrompè l'aria; onde i Franzesi intemperanti, ed impazienti del caldo s'ammalarono. Si aggiunse ancora la peste penetrata nel Campo per alcuni infetti mandati studiosamente da Napoli nell'esercito. Così cominciarono le cose de' Franzesi a declinar tanto, ch'eran divenuti da assedianti, assediati; ed al contrario in Napoli cresceva ogni dì la comodità e la speranza. Ma si videro nell'ultima declinazione, quando infermatosi ancora Lautrech, per l'infezion dell'aria e per dispiacere di veder quasi tutta la sua gente perduta, a' 15 agosto trapassò di questa vita, in su l'autorità e virtù del quale si riposavano tutte le cose. Fu sepolto nell'istessa Vigna del Duca di Montalto, dove stava accampato, e rimasero esposte le sue gloriose ossa all'ignominia ed avarizia degli Spagnuoli; di che avertito da poi Consalvo Duca di Sessa nipote del G. Capitano con alto magnanimo e pietoso, fecele trasferire in Napoli, e seppellire nella sua Cappella nella Chiesa di S. Maria la Nuova, dove fece loro ergere un superbo tumulo di marmo, ed ancor oggi vi si legge pietoso elogio. Il simile fece questo Signore alle ossa del famoso Pietro Navarro, il quale poco da poi della disfatta dei Franzesi, fatto prigione, essendo morto nelle carceri di Castel Nuovo, gli fece parimente nell'istessa Cappella ergere pari tumulo con iscrizione che ancor ivi si vede[348].
La morte di sì insigne Capitano, restando il comando dell'esercito al Marchese di Saluzzo non pari a tanto peso, multiplicò i disordini; e sopraggiunto nel medesimo tempo Andrea Doria, come soldato di Cesare con dodici Galee a Gaeta, i Franzesi rimasi quasi senza gente e senza governo, non potendo più sostenersi, si levarono dall'assedio per ritirarsi in Aversa; ma presentita dagli Imperiali la loro levata, furono rotti nel cammino, dove fu preso Pietro Navarra e molti altri Capitani di condizione; e salvatosi il Marchese di Saluzzo in Aversa con una parte dell'esercito, non potendosi difendere, mandò fuori il Conte Guido Rangone a capitolare col Principe d'Oranges, il quale ne' principj di settembre accordò al Conte queste Capitolazioni.
Che lasciasse il Marchese Aversa con la Fortezza, artiglierie e monizione, ed egli e gli altri Capitani, fuor che il Conte, in premio di questa concordia, restassero prigioni. Che facesse il Marchese ogni opera, perchè i Franzesi ed i Vineziani restituissero tutte le Piazze del Regno. Che i soldati e quelli che per l'accordo rimanevano liberi, lasciassero le bandiere, l'arme, i cavalli e le robe, concedendo però a quelli di più qualità ronzini e muli per potersene andare; e che i soldati Italiani non servissero per sei mesi contra Cesare.
Così rimase tutta la gente rotta e tutti i Capitani o morti, o presi nella fuga, o nell'accordo restati prigioni. In pochi dì si resero Capua, Nola e tutti gli altri luoghi di Terra di Lavoro. L'armata vineziana si divise dalla Franzese; quella s'avviò verso Levante e questa verso Ponente. Rimasero solo alcune reliquie di guerra in Apruzzo e nella Puglia; poichè in Calabria d'alcuni pochi luoghi, che si tenevano per li Franzesi, non se ne teneva conto. Il Principe d'Oranges gli discacciò poi interamente da quelle Province, e le Piazze ed i Porti, che i Vineziani tenevano occupati nell'Adriatico furono, nella pace universale, che si conchiuse da poi, restituite.
Ma se bene le cose di Napoli si fossero, cessata ancora la peste, vedute in qualche pace e tranquillità; nulladimanco il rigore del Principe d'Oranges, che volle usare co' Baroni, conturbò non poco la quiete del Regno, e fu cagione dell'abbassamento e della desolazione d'alcune famiglie, siccome dell'ingrandimento d'alcune altre. Il suo predecessore D. Ugo avendo, come si disse, composti molti Baroni e data loro licenza in caso di necessità, di poter alzare le bandiere Franzesi, e d'aprir le porte delle lor Terre al nemico, diede la spinta a molti di farlo; ma il Principe d'Oranges, ora che il Regno era libero e ritornato interamente sotto l'ubbidienza di Cesare, non ammettendo a' Baroni quella scusa, e dicendo che il Moncada non avea potestà di rimettere la fedeltà dovuta dal vassallo al suo Sovrano, si mise a gastigarli come ribelli, ad alcuni togliendo la vita, a moltissimi confiscando le robe, e ad altri, per semplice sospetto d'aver aderito a Franzesi, componevagli in somme considerabili, con connivenza ancora di Cesare, il quale avea sempre bisogno di denari per nutrir la guerra, che si manteneva a spese, ora del Papa, ora d'altri, ora con contribuzioni, tasse e donativi, che si proccuravano a questo fine. Si serviva il Principe del ministerio segreto di Girolamo Morone genovese, Commessario destinato a queste esecuzioni, il quale con molta efficacia ed esattezza adempiva l'uffizio suo. Fece in prima tagliar il capo ad Errigo Pandone Duca di Bojano ed al Conte di Morone[349]. Il medesimo avrebbe fatto del Principe di Melfi, del Duca di Somma, di Vicenzo Caraffa Marchese di Montesarchio, di Errigo Ursino Conte di Nola, del Conte di Castro, del Conte di Conversano, di Pietro Stendardo e di Bernardino Filinghiero, se gli avesse avuti nelle mani: de' quali il Marchese di Montesarchio, il Conte di Nola e Bernardino Filinghiero morirono di malattia, prima che i Franzesi uscissero dal Regno, e gli altri se n'andarono in Francia. Tutti questi però furono spogliati de' loro Stati.
Il Marchese di Quarata ed altri Baroni volendosi valere della licenza data loro da D. Ugo Moncada, fu ad essi di giovamento per far loro scampare la vita, ma non già per con far loro perdere la roba, la qual si credette, che l'avrebbero certamente salvata, se fosse stato vivo D. Ugo. Nel numero di questi Baroni furono il Duca d'Ariano, il Conte di Montuoro, il Barone di Solofra, l'uno e l'altro di Casa Zurlo, il Barone di Lettere e Gragnano di Casa Miroballo, ii Duca di Gravina e Roberto Bonifacio ultimamente fatto Marchese d'Oira; delli quali, gli ultimi due ricuperarono da poi a maggior parte delli loro Stati e si composero in denari, come ancora il Duca d'Atri, che ricuperò il suo. Si richiamarono questi a Cesare, che non l'ammise alla reintegrazione de' loro Stati, se non col pagamento d'una somma considerabile di denaro, non avendo potuto in conto alcuno, evitar quest'ammenda. Scrissero con tal occasione i primi Giureconsulti, che fiorirono in Italia a favor de' Baroni, e Decio ne compilò più consiglj; pruovando non potersi venire a somiglianti partiti, che apportavano pregiudicio alla loro innocenza; ma fu in darno gettata ogni lor fatica, perchè Cesare avea bisogno di denari per pagare le truppe, e con tal modo sostener la guerra. Parimente avendo l'Aquila tumultuato, ridotta dal Principe d'Oranges all'ubbidienza, la condannò in ducati 100 mila, che per pagarli bisognò vendere sino gli argenti delle Chiese, ed impegnare a due Mercatanti tedeschi, che pagarono anticipatamente il denaro, la raccolta del Zaffarano, oltre d'averla spogliata della giurisdizione che teneva sopra molti Casali, che l'Oranges donò ad alcuni Capitani del suo esercito.
Dappoichè il Principe ebbe confiscate tutte quelle Terre a' loro antichi Baroni, le divise a' Capitani dell'Imperio. Si tenne per se Ascoli, la quale da poi fu d'Antonio di Leva. Melfi con la maggior parte dello Stato del Principe di Melfi fu data ad Andrea Doria. Al Marchese del Vasto fu dato Montesarchio ed Airola, Lettere, Gragnano ed Angri. A D. Ferrante Gonzaga, Ariano. Ad Ascanio Colonna lo Stato del Duca d'Atri, confiscato per la ribellione del Conte di Conversano; ma gli Apruzzesi vassalli del Duca, non volendo dar ubbidienza ad Ascanio, fu occasione che si vedesse meglio la causa del vecchio Duca d'Atri, e ritrovandosi la persona sua fuori d'ogni sospetto di fellonia, gli fu restituito con darsi ad Ascanio l'equivalente sopra altre Terre.
Le Terre della Valle Siciliana, ch'erano possedute da Camillo Pardi Orpino, furono date a D. Ferrante d'Alarcone, e dopoi anche il Contado di Rende del Duca di Somma. All'Ammiraglio Cardona, Somma. A D. Filippo di Launoja Principe di Sulmona, figliuolo del Vicerè D. Carlo, gli fu dato Venafro già del Duca di Bojano Pandone. A Fabrizio Maramaldo, Ottajano. A Monsignor Beuri Fiamengo, Quarata, che era stata del Marchese Lanzilao d'Aquino. Al Segretario Gattinara, Castro. A Girolamo Colle, Monteaperto. A Girolamo Morone esecutore indefesso de' rigori del Vicerè, in premio della sua severità, la Città di Bojano. E ad altre persone, altre Terre, che la memoria dell'uomo non si può ricordare. Alcuni di questi pretesi felloni ottennero, che le lor cause si fossero vedute per giustizia, siccome ottenne Michele Coscia Barone di Procida, e quella trattatasi in Napoli a' 4 maggio del seguente anno 1529 riportò sentenza conforme a quella del Marchese di Quarata, cioè, che perdesse la roba, ma non la vita; onde Procida fu confiscata, e fu data al Marchese del Vasto[350].
CAPITOLO V. Pace conchiusa tra 'l Pontefice Clemente coll'Imperador Carlo in Barcellona, che fu seguita dall'altra conchiusa col Re di Francia a Cambrai, e poi (esclusi i Fiorentini) co' Vineziani; e coronazione di Cesare in Bologna.
Gl'infelici successi delle armi franzesi in Italia fecero, che pensasse il Papa, l'istesso Re Francesco, e tutti coloro della Lega alla pace; onde tutti i loro pensieri furono rivolti a trovarne il modo. Il Papa fu il primo che trattasse accordo, e per mezzo del General de' Francescani, creato da lui Cardinale del titolo di S. Croce, che sovente portandosi da Spagna in Roma, e da quivi in Ispagna, ridusse l'accordo con Cesare in buono stato, e già in Napoli nel principio di questo nuovo anno 1529 penetrò qualche avviso di speranza di pace. Finalmente dopo essersi negoziata per alquanti mesi dal suddetto Cardinale, fu ridotta a fine da Giovan-Antonio Mascettola, che si trovava in Roma Ambasciadore per l'Imperadore, e si conchiuse molto favorevole per lo Pontefice, o perchè Cesare, desiderosissimo di passare in Italia, cercasse di rimoversi gli ostacoli, parendogli per questo rispetto aver bisogno dell'amicizia del Pontefice, o volendo con capitoli molto larghi dargli maggiore cagione di dimenticare l'offese praticate da' suoi Ministri e dal suo esercito: in effetto gli accordò ciò che il Papa più ardentemente desiderava, cioè lo ristabilimento della sua Casa in Fiorenza, promettendo l'Imperadore per rispetto del matrimonio nuovo di Margherita sua figliuola naturale con Alessandro de' Medici suo nipote, figliuolo di Lorenzo, di rimettere Alessandro in Fiorenza nella medesima grandezza ch'erano i suoi innanzi fossero cacciati.
I Capitoli di questa pace si leggono nell'Istoria del Giovio[351] e del Guicciardino[352], e sono rapportati da altri Scrittori[353]. Il Summonte[354] ed il Chioccarelli[355] ne trascrivono le parole; e per ciò che riguarda il Regno di Napoli, fu convenuto:
Che il Pontefice concedesse il passo per le Terre della Chiesa all'esercito Cesareo, se volesse partire dal Regno di Napoli; e che passando Cesare in Italia debbiano abboccarsi insieme per trattare la quiete universale de' Cristiani, ricevendosi l'un l'altro con le debite e consuete cerimonie ed onore.
Che Cesare curerà il più presto si potrà, o con l'arme, o in altro modo più conveniente, che il Pontefice sia reintegrato nella possessione di Cervia e di Ravenna, di Modena, di Reggio e di Rubiera, senza pregiudizio delle ragioni dell'Imperio e della Sede Appostolica.
All'incontro, concederà il Pontefice a Cesare, avute le Terre suddette, per rimunerazione del beneficio ricevuto nuova investitura del Regno di Napoli, con rimettergli tutti li censi imposti per lo passato, riducendo il censo dell'ultima investitura ad un cavallo bianco, in ricognizione del feudo, da presentarsegli nel giorno di S. Pietro e Paolo. Fu questo censo sempre vario, ora diminuendosi, ora accrescendosi a considerabili somme, le quali poi non pagandosi, i Pontefici per non pregiudicarsi, con altre Bolle solevano rimettere a' Re i censi decorsi, ma volevano, che nell'avvenire si pagassero; ma poi nè tampoco sodisfacendosi, si tornava di nuovo alla remissione.
Per questa capitolazione si tolse ogni censo pecuniario, e la cosa si ridusse ad un solo cavallo bianco da presentarsi il dì di S. Pietro in Roma, come fu da poi praticato. Tommaso Campanella perciò compose una Consultazione De Censu Regni Neapoletani, che non si trova impressa[356]. Paolo IV non ostante questa capitolazione, lo pretese da Filippo II, ed arrivò per questa cagione di non essersi pagato, sino a dichiarare divoluto il Regno; ma di ciò si parlerà più innanzi nel Regno di quel Principe.
Di più sarà conceduta a Cesare la nominazione di ventiquattro Chiese Cattedrali del Regno, delle quali era controversia: restando al Papa la disposizione delle altre Chiese, che non fossero di Padronato e degli altri Beneficj. Di che ci tornerà occasione di lungamente ragionare, quando tratteremo della politia Ecclesiastica del Regno di questo secolo.
E per ultimo, per tralasciar le altre che non appartengono alle cose di Napoli, si convenne, che non potesse alcuno di loro in pregiudicio di questa confederazione, quanto alle cose d'Italia, fare leghe nuove nè osservare le fatte contrarie a questa: possano nondimeno entrarvi i Vineziani, lasciando però quello, che posseggono nel Regno di Napoli.
Furono queste Capitolazioni fatte in Barcellona e furono solennemente ivi stipulate a' 29 giugno di quest'anno 1529, dove intervenendo per Ambasciadori di Cesare Mercurio Gattinara e Lodovico di Fiandra, e per lo Pontefice, il Vescovo Girolamo Soleto suo Maggiordomo, furono ratificate innanzi all'altar grande della Chiesa Cattedrale di Barcellona con solenne giuramento.
Volendo per tanto Cesare in esecuzione di questa concordia riporre Alessandro de' Medici nello Stato di Firenze, deliberò valersi per quella impresa del Principe d'Oranges nostro Vicerè: al quale comandò, che da Apruzzo, ov'era, si mettesse in cammino con la sua gente alla volta di Firenze; e che nel passare andasse a Roma a ricevere gli ordini del Papa.
Nel medesimo tempo con non minor caldezza procedevano le pratiche della concordia tra Cesare ed il Re di Francia, per le quali, poichè furono venuti i mandati, fu destinata la Città di Cambrai, luogo fatale a grandissime conclusioni.
I negoziati di questa pace furono appoggiati a due gran donne, a Madama Margherita d'Austria, zia dell'Imperadore, ed a Madama la Reggente, madre del Re di Francia, acconsentendo a questi maneggi il Re d'Inghilterra, il quale avea mandato per ciò a Cambrai un suo Ambasciadore. Re Francesco si studiava con ogni arte e diligenza, con gli altri Ambasciadori della Lega d'Italia, di dar loro a sentire, che non avrebbe fatta concordia con Cesare, senza consenso e loro soddisfazione. Si sforzava persuaderli di non sperare nella pace, anzi avere volti i suoi pensieri alle provvisioni della guerra: temendo, che insospettiti della sua volontà, non prevenissero ad accordarsi con Cesare; onde mostrò essere tutto inteso a provvisioni militari, e mandò a questo fine il Vescovo di Tarba in Italia con commessione di trasferirsi a Venezia, al Duca di Milano, a Ferrara ed a Firenze per praticare le cose appartenenti alla guerra: e promettere, che passando Cesare in Italia, passerebbe anch'egli nel tempo medesimo con potentissimo esercito. Queste erano l'apparenze; ma il desiderio di riavere i figliuoli, rimasi per ostaggio in Ispagna, lo faceva continuamente stringere le pratiche dell'accordo, per cui a' 7 di Luglio entrarono per diverse porte con gran pompa amendue le Madame in Cambrai; ed alloggiate in due case contigue, che aveano l'adito l'una nell'altra, parlarono il dì medesimo insieme, e si cominciarono per gli Agenti loro a trattare gli articoli; essendo il Re di Francia, a chi i Veneziani, impauriti di questa congiunzione, facevano grandissime offerte, andato a Compiegne, per essere più da presso a risolvere le difficoltà, che occorressero.
Convennero in quel luogo non solamente le due Madame, ma eziandio, per lo Re d'Inghilterra, il Vescovo di Londra, ed il Duca di Suffocle, perchè col consenso e partecipazione di quel Re si tenevano queste pratiche. Il Pontefice vi mandò l'Arcivescovo di Capua e vi erano gli Ambasciadori di tutti i Collegati; ma a costoro riferivano i Franzesi cose diverse dalla verità di quello che si trattava; ed il Re sempre lor prometteva le medesime cose, che non si sarebbe conchiuso niente senza lor consenso e soddisfazione. Sopravvenne intanto a' 28 di luglio l'avviso della capitolazione fatta tra 'l Pontefice e Cesare; ed essendosi per ciò molto stretto l'accordo, fu per isturbarsi per certe difficoltà, che nacquero sopra alcune Terre della Franca Contea; ma per opera del Legato del Pontefice e principalmente dell'Arcivescovo di Capua, fu quello conchiuso.
Si pubblicò questa pace solennemente il quinto dì d'agosto nella Chiesa maggiore di Cambrai, e l'istromento di quella è rapportato da Lionard nella sua Raccolta[357]. I principali articoli, e quelli che riguardarono il nostro Reame furono.
Primieramente, che i figliuoli del Re fossero liberati, pagando il Re a Cesare per taglia loro un milione e ducentomila ducati, e per lui al Re d'Inghilterra ducentomila[358].
Che si restituisse a Cesare tra sei settimane dopo la ratificazione tutto quello possedeva il Re nel Ducato di Milano, con rilasciargli parimente Asti, e cederne le ragioni.
Che lasciasse il Re più presto che potesse Barletta e tutto quello che teneva nel Regno di Napoli. Che protestasse il Re a' Vineziani, che secondo la forma de' Capitoli di Cugnach, restituissero le Terre di Puglia, ed in caso non lo facessero, dichiararsi loro nemico, ed ajutare Cesare per la ricuperazione con 30 mila scudi il mese e con dodici Galee, quattro Navi e quattro Galeoni pagati per sei mesi.
E per tralasciar gli altri, fu parimente convenuto, che il Re dovesse annullare il processo di Borbone e restituire l'onore al morto ed i beni a' successori. Siccome dovesse restituire i beni occupati a ciascuno per conto di guerra, o a' loro successori. Le quali cose dal Re, ricuperati ch'ebbe i figliuoli, non furono attese: perchè tolse i beni a' successori di Borbone, nè restituì i beni occupati al Principe d'Oranges, del che Cesare cotanto si querelava.
Fu compreso in questa pace per principale il Pontefice, e vi fu incluso il Duca di Savoja. Vi fu ancora un capitolo, che nella pace s'intendessero inclusi i Vineziani ed i Fiorentini, in caso che fra quattro mesi fossero delle loro differenze d'accordo con Cesare, che fu come una tacita esclusione; ed il simile fu convenuto per lo Duca di Ferrara. Nè de' Baroni e fuorusciti del Regno di Napoli fu fatta menzione alcuna.
Pubblicata che fu, non si può esprimere quanto se ne dolessero i Vineziani, e più i Fiorentini, che non furono in quella compresi, vedendosi così abbandonati, ed in arbitrio di Cesare e del Pontefice; il quale, giunto che fu il Principe d'Oranges in Roma, destinato da Cesare a ridurre i Fiorentini, l'avea accolto con giubilo grande, e datigli molti ajuti per facilitare quella impresa, che tanto desiderava vederla ridotta a felice fine.
Intanto Cesare dopo aver conchiusa la pace col Pontefice, si era posto subito in cammino per Italia, dove avea deliberato di venire, non già per quella cerimonia di pigliare la corona imperiale di mano del Pontefice, ma fu mosso per cagioni assai più serie; poichè con tal occasione pensava d'abboccarsi col Papa per dar sesto a molte cose d'Italia ancor fluttuanti. E partito da Barcellona con le Galee d'Andrea Doria a' 8 di luglio, arrivato che fu a Genova a' 12 agosto, gli furono presentati gli articoli della pace conchiusa in Cambrai col Re di Francia, li quali di buona voglia ratificò. In esecuzione della quale, dall'altra parte, il Re di Francia chiamò le sue genti, che erano nel nostro Regno, comandando a' suoi Capitani, che restituissero a' Ministri di Cesare, Barletta e tutti gli altri luoghi, che si tenevano nel Regno a nome suo, come fu eseguito[359].
Da questa pace di Cambrai in poi i Re di Francia non fecero altre spedizioni in lor nome sopra il Regno di Napoli, nè mai pretesero per loro le conquiste che furon poi tentate. S'unirono bensì nelle congiunture co' nemici de' Re di Spagna a lor danni, ma per altre cagioni, che si diranno nel progresso di questa Istoria.
Rimanevano ancora in Puglia le reliquie della guerra; poichè i Vineziani non compresi nella pace, ostinatamente attendevano a guardarsi quelle Terre e quei Porti dell'Adriatico, che tenevano occupati. E quantunque fosse stato dato il carico al Marchese del Vasto di discacciarli, questi però essendo stato richiamato in Fiorenza dal Principe d'Oranges, che avea trovata l'impresa assai più lunga e difficile di quello si credeva; fu dato il carico all'Alarcone, già fatto Marchese della Valle Siciliana, per ricuperar quelle Terre[360].
Ma giunto che fu l'Imperadore in Bologna a' 5 del mese di novembre, ove secondo concertarono, si fece parimente trovar il Papa, abboccatisi insieme, la prima cosa che fra di loro si trattò, fu la restituzione dello Stato al Duca di Milano, e la pace con gli Vineziani e con gli altri Principi Cristiani: per agevolar la quale molto vi cooperò Alonzo Sances Ambasciadore di Cesare alla Signoria di Venezia. Giovò ancora a Francesco Sforza l'essersi presentato, subito che arrivò in Bologna, al cospetto di Cesare: onde trattatesi circa un mese le difficoltà dell'accordo suo e di quello de' Vineziani, finalmente a' 23. decembre di quest'anno, essendosene molto affaticato il Pontefice, si conchiuse l'uno e l'altro. Fu convenuto che al Duca si restituisse lo Stato con pagare a Cesare in un anno ducati 400 mila, ed altri cinquecentomila poi in diece anni, restando in tanto, fin che non fossero fatti i pagamenti del primo anno, in mano di Cesare Como ed il Castel di Milano; e gli diede l'investitura, ovvero confermò quella, che prima gli era stata data[361].
Che i Vineziani restituissero al Pontefice Ravenna e Cervia co' suoi Territorj, salve le loro ragioni.
Che restituissero a Cesare per tutto gennajo prossimo tutto quello che possedevano nel Regno di Napoli.
Che se alcun Principe Cristiano, eziandio di suprema dignità, assaltasse il Regno di Napoli, siano tenuti i Vineziani ad ajutarlo con quindici Galee sottili ben armate.
E per ultimo, tralasciando gli altri, fu convenuto, che se il Duca di Ferrara si concorderà col Pontefice e con Cesare, s'intendesse incluso in questa confederazione.
Nel primo di gennajo del nuovo anno 1530 fu nella Cattedral Chiesa di Bologna solennemente pubblicata questa pace, nella quale solamente i Fiorentini ne furono esclusi. In esecuzione della quale Cesare restituì a Francesco Sforza Milano e tutto il Ducato, e ne rimosse tutti i soldati, ritenendosi solamente quelli, ch'erano necessari per la guardia del Castello e di Como, li quali restituì poi al tempo convenuto; e poichè per questa pace i Capitani dell'Imperadore erano rimasi mal contenti, particolarmente il Marchese del Vasto, ed Antonio di Leva: l'Imperadore, per mantenerli soddisfatti, persuase al Duca di Milano, che avesse per bene, che quelli nel suo Ducato possedessero alcune Terre.
I Vineziani restituirono al Pontefice le Terre di Romagna, e nello stesso mese furono da essi restituite a Cesare Trani, Molfetta, Pulignano, Monopoli, Brindisi e tutte l'altre Terre, che tenevano nelle marine della Puglia.
Così liberato il Regno da straniere invasioni, e restituito in pace, avea bisogno di tranquillità e maggior riposo per ristorarsi de' passati danni.
CAPITOLO VI. Governo del Cardinal Pompeo Colonna, creato Vicerè in luogo dell'Oranges, grave a' sudditi, non tanto per lo suo rigore, quanto per le tasse e donativi immensi, che coll'occasione dell'incoronazione, e del passaggio di Cesare in Alemagna, per la natività di un nuovo Principe, e per le guerre contra al Turco riscosse dal Regno.
Eletto il Principe d'Oranges per l'impresa di Fiorenza, fu ne' principj di luglio del passato anno 1529 rifatto in suo luogo il Colonna. Costui fu il primo Cardinale, ch'essendo ancora Arcivescovo di Monreale, si vide in qualità di Vicerè e Capitan Generale governare il Regno. In altri tempi, quando chi era destinato a' ministerj della Chiesa, non poteva impacciarsi ne' negozi ed affari del secolo, avrebbe ciò portato orrore; ma ne' pontificati d'Alessandro VI, di Giulio II (di cui scrisse Giovanni Ovveno[362], che avendo deposte le chiavi, e presa la spada, attese più alle arti della guerra, che al ministerio sacerdotale) di Lione (che come dice il Guicciardino[363], niente curando della Religione, avea l'animo pieno di magnificenza e di splendore, come se per lunghissima successione fosse disceso di Re grandissimi, favorendo con profusioni di regali Letterati, Musici e Buffoni) di Clemente VII (nel di cui tempo gli abusi della Corte di Roma eran trascorsi in tanta estremità, che fu desiderato un Concilio per estirparli) non parevano queste cose strane. Non dava su gli occhi, che un Arcivescovo insieme e Cardinale, lasciata la sua Cattedra, governasse Regni e Province da Vicerè e da Capitan Generale. E tanto meno stranezza dovea apportare il Cardinal Colonna, il quale niente curando delle cose della Religione, fu tutto applicato alle armi, ed agli amori, siccome correva la condizione di que' tempi.
Egli nella sua adolescenza fu applicato da Prospero Colonna suo zio all'esercizio dell'armi, e militò sotto il G. Capitano, dando pruove ben degne del suo valore. Poi stimò meglio lasciar la guerra, e ritirarsi in Roma, dove si diede allo studio di lettere umane, e nella poesia fece maravigliosi progressi, e per ciò fu molto stimato dal Minturno[364], e dagli altri Letterati del suo tempo. Essendo costume de' Poeti eleggersi un'Eroina, onde ispirati da quel Nume con maggior fervore e vena poetassero, così ancora fece il Colonna, il quale acceso fortemente dell'avvenenza e venustà di D. Isabella Villamarino Principessa di Salerno, cantò di lei altamente, e per cui compose molti versi, che ancor si leggono. Fu carissimo ancora alla cotanto celebre D. Vittoria Colonna sua parente, di cui parimente cantò le sue lodi e' suoi pregi; e per mostrare al mondo quanto le donne gli fossero a cuore, compose un giusto volume delle loro virtù, lodandole e defendendole da tutti quelli, che le soglion biasimare[365].
In premio di queste sue fatiche, essendo morto il Cardinal Giovanni Colonna suo zio, Giulio II lo creò Vescovo di Rieti. Lione X, a cui assai più aggradivano le sue maniere e la sua letteratura, l'innalzò a più grandi onori: oltre averlo fatto passare a più sublimi Cattedre, lo creò Vicecancelliere della Sede Appostolica, e finalmente Cardinale. Ma Clemente VII l'odiò sopra modo, siccome colui, che aderendo, come tutti gli altri Colonnesi, alle parti imperiali, continuamente s'opponeva al suoi pensieri. Ed il Cardinale col favor di Cesare fatto più ardito e fastoso, non si conteneva di parlar pubblicamente di lui, come di asceso al Papato per vie illegittime; e magnificando le cose operate dalla Casa Colonna contra altri Pontefici, aggiungeva esser fatale a questa famiglia l'odio de' Pontefici intrusi, e ad essi l'esser ripressi dalla virtù di quella. Di che irritato il Pontefice pubblicò un severo Monitorio contra di lui, citandolo a Roma sotto gravissime pene: nel qual anche toccava manifestamente il Vicerè di Napoli, ed obbliquamente l'Imperadore. Il Cardinal Pompeo non lasciò di vendicarsene, quando entrati i Colonnesi in Roma, saccheggiarono tutta la suppellettile del Palazzo Pontificio e la Chiesa di S. Pietro; onde avvenne, che assicurato il Papa per la tregua fatta per quattro mesi con D. Ugo Moncada, scomunicando, e dichiarando eretici e scismatici i Colonnesi, privò ancora il Cardinale della dignità Cardinalizia. Trovavasi allora il Cardinale in Napoli, il quale intesa la sua privazione, non stimate le censure del Papa, pubblicò un'appellazione al futuro Concilio, citando Clemente a quello, con proporre l'ingiustizia e le nullità de' monitorj, censure e sentenze contra di lui e' Colonnesi pubblicate; e dai partigiani de' Colonnesi, di questa appellazione ne furono affissi più esemplari in Roma di notte sopra le porte delle Chiese principali ed in diversi altri luoghi, e disseminati per Italia.
(Questi Atti del Cardinal Pompeo Colonna contra Clemente VII sono stati raccolti ed impressi nelle collezioni di Goldasto; de' quali non si dimenticò Struvio[366], che l'avvertì pure scrivendo alla pag. 1262, Extant Acta Pompeii Cardinalis, adversus Clementem VII apud Goldastum. L'esempio di Carlo V rese frequenti, mentre durarono le brighe con questo Pontefice, le appellazioni contra i Monitorj, censure ed ogni altro atto Papale, al futuro Concilio. Anzi l'appellazione interposta dall'Imperadore, contiene una formola assai notabile; poichè si dimandano al Papa gli Apostoli (vocabolo forense) cioè le lettere dimissoriali per la trasmissione degli atti al futuro Concilio, affinchè intanto egli non procedesse, nè innovasse cos'alcuna. Ecco le parole, colle quali egli termina quella dotta e grave risposta fatta a Clemente VII siccome si leggono, ed in Goldasto, ed in Lunig[367]. Nos enim, quum ex his, et aliis satis notoriis causis turbari videremus universum Ecclesiae et Christianae Religionis statum ut nobis, ac ipsius Reipublicae saluti consulatur, pro his omnibus ad ipsum Sacrum Universale Concilium per praesentes recurrimus, ac a futuris quibuscunque gravaminibus, eorumque comminationibus provocamus, appellamus et supplicamus a Vestra Sanctitate ad dictum Sacrum Concilium, cujus etiam officium per viam querelae his de causis implorandum censemus: petentes cum ea, qua decet instantia, Apostolos et litteras dimissorias, semel, bis, ter, et pluries nobis concedi, et de harum praesentatione testimoniales litteras fieri, ac expediri in ea qua decet forma, quibus suis loco et tempore uti valeamus. Et quum ad haec solemniter peragenda ejusdem Sanctitatis Vestrae praesentiam habere nequeamus, ut inde futuris forsan gravaminibus occurramus, has nostras ejus Nuncio Apostolico penes nos agenti et Legationis munere, nomine Vestrae Sanctitatis fungenti, per actum publicum coram Notario et Testibus exhibendas intimandasque censuimus. Dat. Granatae die 17 Septembris 1526.)
Durarono le suddette aspre contese finchè non seguì la pace, conchiusa tra il Pontefice e Cesare in Barcellona; in vigor della quale restando assoluti tutti quelli, che in Roma, o altrove aveano offeso il Pontefice, fu il Cardinale restituito alla prima dignità, ma non mai alla grazia del Papa; e per questi successi vie più entrato in sommo favore dell'Imperador Carlo V, questi lo nominò Arcivescovo di Monreale, Chiesa, come ciascun sa, di ricchissime rendite in Sicilia; e partito l'Oranges per l'impresa di Fiorenza, trovandosi il Cardinale in Gaeta, gli diede il governo del Regno, creandolo suo Vicerè.
Giunto il Cardinale a Napoli, trovò il Regno per le precedute calamità e disordini, non men esausto di denari che pieno di dissolutezze. I suoi predecessori per le precedute guerre e rivoluzioni, dovendo più attendere alle cose della guerra, trascurarono gli esercizi della giustizia; e l'Oranges più col suo esempio che per trascurarne il castigo, ne' giovani Nobili avea introdotta un'estrema licenza e dissolutezza con grande oltraggio della giustizia. Non pure i Grandi del Regno, ma i semplici Gentiluomini privati, toglievano alla scoverta dalle mani della giustizia i delinquenti, oltraggiavano i popolari, si ritenevano le mercedi ai poveri artigiani, e talora richieste, erano battuti. I Potenti dentro le loro case tenevano uomini scellerati per ministri delle loro voglie, nè li Capitani di giustizia vi potevano rimediare: i loro Palagi erano divenuti tanti asili, e coloro che v'entravano, ancorchè rei di mille delitti, eran ivi sicuri, e se talora venivano estratti dalla giustizia, erano i birri bastonati, perseguitali e costretti a renderli.
Il Cardinale nel principio del suo governo, seguitando le vestigia de' suoi predecessori, lasciava correre i disordini, come per l'innanzi camminavano: poi vedendo le cose ridotte all'ultima estremità, si riscosse alquanto. Fece tagliar la mano a Giovan-Battista d'Alois di Caserta suo valletto, il quale nella sua anticamera avea data una guanciata ad un altro suo servidore; ed ancorchè Vittoria Colonna si fosse mossa sin da Ischia a dimandargli il perdono, fu l'opra sua tutta vana; e l'istessa Isabella Villamarino Principessa di Salerno, cotanto da lui celebrata ne' suoi versi, non potè impetrar altro, che siccome dovea recidersi la mano destra, si troncasse la sinistra, come, fu eseguito[368]. Fece impiccare nella piazza del Mercato Cola Giovanni di Monte, che nel 1525 era stato Eletto del popolo, ed era allora Maestrodatti delle contumacie di Vicaria, e Giulio suo fratello parimente Maestrodatti, per mille ruberie, falsità ed altri enormi delitti, dei quali furon convinti. Ed essendo un malfattore scappato dalle mani del Bargello, ricovrato nel palazzo del Principe di Salerno, minacciò al Principe la confiscazione dei suoi beni se non lo consegnava in poter della Corte, da chi fu prontamente ubbidito; e negli ultimi suoi giorni i rigori che usò con Paolo Poderico leggermente indiziato d'aver avuta mano nell'assassinamento del Conte di Policastro, sarebbero trascorsi in crudeltà e manifeste ingiustizie, se non fossero stati ripressi da Tommaso Gramatico nostro Giureconsulto, che si trovava allora Giudice di Vicaria. Questi rigori giovaron non poco a tener molti in freno, ma non che la giustizia riprendesse affatto il suo vigore. Questa parte stava riserbata a D. Pietro di Toledo suo successore, il quale, come diremo, appena giunto la rialzò tanto, che in una medaglia che si coniò a suo tempo in Napoli colla giustizia cadente e da lui rialzata, meritò che se gli ponesse il motto: Erectori Justitiae.
(Questa Medaglia in vano a Napoli ricercata, si conserva nel Museo Cesareo di Vienna, è per quel che si sappia, sin qui non ancor impressa. È di bronzo di mezzana grandezza: da una parte ha l'effigie del Toledo con barba lunga, ed intorno PETRUS TOLETUS OPT. PRIN. e dall'altra l'imagine dell'istesso D. Pietro, sedente, che avanti a' suoi piedi ha la Giustizia in ginocchione, la quale è innalzata dal suo braccio destro, ed intorno il motto: ERECTORI JUSTITIAE).
Ma il governo del Cardinal Colonna riuscì a' Napoletani pur troppo grave per li bisogni, che occorsero nel suo tempo di nuove tasse e donativi. Essendo ancora l'Imperadore a Bologna, venne nuova di Spagna, avere l'Imperadrice partorito un figliuolo: onde in Napoli, nella fine di gennajo di quest'anno 1530 nell'istesso tempo, che si facevano feste e tornei, si pensava per la natività di questo Principe a far nuovo dono a Cesare. Si era parimente appuntato il dì della sua incoronazione, e fu destinato quello di S. Mattia, giorno a lui di grandissima prosperità, perchè in quel dì era nato, in quel dì era stato fatto suo prigione il Re di Francia; ond'era di bene che in quel dì stesso assumesse i segni e gli ornamenti della dignità Imperiale. Prese per tanto in Bologna nel dì statuito per mano del Pontefice la Corona Imperiale; della prima si era già coronato in Aquisgrana colla corona di Carlo Magno: si fece anche da Monza venire in Bologna l'altra di ferro, che parimente con molta solennità ricevette dal Papa: il dì poi di S. Mattia 24 febbraio fu coronato con l'altra d'oro, e con molto strepito di trombe e d'artiglierie fu acclamato Augusto. Il Guicciardino[369] narra, che questa coronazione si fece ben con concorso grande di gente, poichè da Napoli, e da altre parti d'Italia vi accorsero infiniti, ma con picciola pompa e spesa; ed ancorchè la spesa fosse picciola, da Napoli però gli furono dal Principe di Salerno per questa incoronazione mandati 300 mila ducati.
Si affrettò tanta celebrità per la premura che avea Cesare di passare tosto in Alemagna, così per dar sesto alli tanti sconvolgimenti, che in quella Provincia avea apportati l'eresia di Lutero; come per l'elezione del Re de' Romani, che e' proccurava far cadere in persona di Ferdinando suo fratello. Gli erano perciò venute premurose lettere di Germania, che lo sollecitavano a trasferirsi colà: gli Elettori e gli altri Principi della Germania ne facevano istanza per cagion delle Diete: Ferdinando per essere eletto Re dei Romani; e gli altri, riputando, che tante rivoluzioni nate per causa di Religione non potessero sedarsi, che per via d'un Concilio, lo sollecitavano ancora a questo fine.
Partì per tanto l'Imperadore da Bologna per Germania alla fine di marzo, nell'istesso tempo, che il Papa partì per Roma, e giunto a' 18 giugno in Augusta trovò ivi i Principi di Germania, che l'aspettavano per la Dieta, che dovea tenersi contra l'eresia di Lutero. Ed essendo stato a' 3 agosto di quest'anno ucciso in battaglia il Principe d'Oranges, rimase il Cardinal Pompeo non più Luogotenente, ma assoluto Vicerè del Regno.
Intanto l'Imperador Carlo dimorando in Germania, era tutto inteso a dar sesto a quelle Province, e proccurare l'elezione del Re de' Romani per suo fratello, come felicemente gli riuscì: poichè nel principio del nuovo anno 1531 fu eletto Ferdinando, e coronato in Aquisgrana.
Ma le infelicità di questo Regno bisogna confessare essere state sempre pur troppo grandi e compassionevoli; poichè essendo dominato da piccioli Re, come furono gli Aragonesi di Napoli, non avendo questi altri Dominj, onde potevan ritrarre denaro, era cosa comportabile e degna di compatimento, che nei bisogni della guerra i sudditi contribuissero talora alle spese. Ma chi avrebbe creduto, che Napoli caduta ora sotto un Principe cotanto potente, Signore di due Mondi, a cui, non pur l'oro della Spagna, ma quello delle Nuove Indie veniva a colare, si vedesse sempre in necessità, spesso si sentissero ammutinati i suoi eserciti per mancanza di paghe, e si udissero continuamente richieste di nuovi sussidj e donativi?
L'altra infelicità che sperimentò questo Regno fu, che quando ebbero finito i Franzesi, ricominciarono i Turchi. Fu veduto perciò sempre combattuto, e posto in mezzo a soffrire intollerabili spese, o sia per la guerra degli uni, o per lo timore (ch'era peggiore della guerra) degli altri. Solimano Imperador de' Turchi si preparò in quest'anno con potentissimo esercito per invadere l'Austria, e cingere nuovamente di stretto assedio Vienna; e nell'anno seguente si vide passare con grandi apparati in Ungheria, onde fu obbligato Cesare ad apparecchiarsi ad una valida difesa. Mancavano però denari e gente per resistere a tanto nemico: perciò fu da Cesare insinuato al Cardinal Vicerè, che per li bisogni di questa guerra, proccurasse, che da Napoli si facesse altro più grosso donativo. Il Cardinale a 11 luglio di quest'anno 1531 fece, secondo il costume, convocar un general Parlamento in S. Lorenzo, ove esposti i desiderj di Cesare, proccurò, esagerando il bisogno, persuadere i Baroni, e i Popoli ad assentirvi, e che il donativo fosse almeno di ducati seicentomila. I Deputati all'incontro, ancorchè mostrassero la prontezza del loro animo di farlo, nulladimeno gli posero innanzi gli occhi la loro impotenza: trovarsi il Regno affatto esausto, e per gli preceduti flagelli di guerra, di fame e di peste, quasi del tutto ruinato: ricordassesi, che nell'occasione della sua coronazione s'erano mandati in dono a Cesare per lo Principe di Salerno ducati trecentomila; onde erano in istato cotanto miserabile, che avevano bisogno di maggior compatimento: che con tutto ciò per mostrare al lor Principe la prontezza del loro animo profferivano donargli ducati trecentomila. Ma stando il Cardinale inflessibile, ed ostinato alla prima dimanda, fu forza alla fine d'offrire in donativo li ducati seicentomila da pagarsi però fra quattro anni, per potersi frattanto riscuotere dalle tasse, che a proporzion de' fuochi s'imponevano. Si diede al Principe di Salerno la commessione di portare il donativo; e con tal occasione si domandò nuova conferma de' vecchi Capitoli, e si cercarono a Cesare nuove grazie, le quali nel seguente anno, stando egli in Ratisbona, le concedette, e ne spedì privilegio colla data di Ratisbona, sotto li 28 luglio del 1532, che si leggono fra' privilegi e grazie della Città e Regno di Napoli[370]; ma il denaro di questo donativo fu impiegato la maggior parte a pagare la soldatesca, ch'era in Toscana, ed a soldare, ed in Napoli e nell'altre parti delli Regni dell'Imperadore, più genti, per accrescere i suoi eserciti.
Intorno al medesimo tempo vennero al Cardinale cinque Prammatiche stabilite dall'Imperadore, mentre era in Germania, alcune delle quali riguardavano quest'istesso fine di ricavar denari. Il Cardinale non vi fece altro, che pubblicarle; onde possiamo con verità dire, che il medesimo non promulgasse fra noi legge alcuna.
Per la prima stabilita ad Ispruch a' 5 luglio 1530, e pubblicata dal Cardinal in Napoli a' 3 gennajo del seguente anno 1531,[371] fu dichiarato, che così nelle alienazioni fatte da' privati, come dalla sua Regia Corte, niente pregiudicasse a' venditori, per esercitar il patto di ricomprare, il trascorso del tempo dal primo di marzo dell'anno 1528 per tutto febbrajo del 1530, come quello che fu pieno di rivoluzioni, guerre ed altre calamità: e che per ciò, quello non ostante, potessero i venditori e la Corte esercitarlo.
Per la seconda data in Gante a 4 giugno del 1531, e pubblicata dal Cardinale a' 27 luglio del medesimo anno, si dà a tutti licenza di poter armare navigli contra gl'Infedeli, e scorrere i mari per difesa delle marine del Regno[372].
La terza spedita a Brusselles a' 15 marzo del 1531, e pubblicata dal Cardinale all'ultimo di settembre del medesimo anno, rivoca tutte le concessioni, grazie, mercedi, provvisioni, immunità ed altre esenzioni, che si trovassero concedute da' Vicerè passati, confermando solo quelle fatte dal Principe d'Oranges, ed incarica al Tesoriere, al Gran Camerario e suo Luogotenente l'esazione delle rendite del suo Fisco, prescrivendo loro con premura le leggi, onde l'Erario s'augumenti, e sia bene amministrato[373].
Nella quarta stabilita parimente in Brusselles a' 20 decembre del detto anno 1531, e promulgata in Napoli dal Cardinale a' 17 febbrajo del seguente anno 1532, si prescrivono rigorose leggi a' Questori, ed a tutti gli Ufficiali, che riscuotono e distribuiscono il denaro regio, di tener minuto conto della loro qualità, peso e valore, con darne esattissimo conto a' Ministri del suo Tribunale della Regia Camera[374].
Finalmente nella quinta, data in Colonia a' 28 gennajo del seguente anno 1532, e pubblicata dal Cardinale a' 17 febbrajo del medesimo anno, si dichiara, che i Vicerè non possono conferir ufficj nel Regno, che oltrepassano la rendita di ducati cento, spettando questi alla collazione del Re: e quelli, che essi possono conferire di ducati cento, in questa somma vada compreso, non pure ciò, che agli Ufficiali è stabilito per lor salario, ma quanto esigono d'emolumenti, e d'ogni altro diritto[375].
Pochi mesi da poi ch'egli pubblicò questa Prammatica, finì il Cardinale il suo governo colla vita; poichè solendo nell'està di quest'anno 1532 spesso portarsi a diporto nel suo giardino di Chiaja, andatovi una mattina de' principj di luglio col Conte di Policastro suo grande amico, mangiò ivi de' fichi, e poco dopo il pasto sopraggiuntagli una febbre lenta, in pochi dì gli tolse la vita in età di 53 anni. Fu fama, che ne' fichi gli fosse stato dato il veleno per opera d'un tal Filippetto suo Scalco, il quale sapendo l'uso del suo padrone, che in quel giardino soleva spesso mangiar de' fichi, glie li avesse attossicati. Narra Gregorio Rosso[376] Scrittor coetaneo, che fu riputato gran maraviglia, che il Cardinal morisse, e non il Conte di Policastro, il quale quell'istessa mattina avea pure mangiati fichi col Cardinale. Da chi fosse venuto il colpo, varia fu la fama, alcuni pensarono che Filippetto da un gran personaggio di Roma, capitalissimo nemico del Cardinale, fosse stato corrotto a far questo. Altri ne allegavano per autori i parenti di quella gran Dama cotanto da lui celebrata ne' suoi versi, i quali mal volentieri soffrivano, che come avea fatto il Petrarca della sua Laura, avesse voluto far egli, con scegliersi per soggetto delle sue rime una lor parente. Ma Agostino Nifo celebre Medico di quell'età, che fu chiamato alla sua cura, e che fu presente all'apertura del suo cadavere, costantemente affermava, non esservi trovato alcun segno di veleno nelle sue viscere. Paolo Giovio, che scrisse la vita di questo Cardinale, inchinò a credere il medesimo, attribuendo la cagione della sua morte all'uso smoderato della neve, ch'era solito, secondo l'uso dei Romani, bere due ore dopo il cibo mescolata col vino per rinfrescarsi. Il suo cadavere fu seppellito nella Chiesa di Monte Oliveto, ove non ha molti anni si vedeva il suo tumulo; ma poi fur trasferite le sue ossa nella Cappella de' Principi di Sulmona della famiglia Launoja. Morto che fu, insino alla venuta del successore, prese il governo del Regno il Consiglio Collaterale, Capo del quale si trovava allora D. Ferrante D'Aragona Duca di Montalto. E subito che il Papa con estremo suo giubilo ebbe intesa la di lui morte, provvide il Vice-Cancellierato della Sede Appostolica, e la maggior parte de' suoi Beneficj al Cardinal Ippolito de' Medici suo nipote, che si trovava allora partito per Germania[377].
Intesa dall'Imperador Carlo la morte del Cardinale, provvide tosto il Viceregnato in persona di D. Pietro di Toledo Marchese di Villafranca, che si trovava seco in Germania, il quale il primo d'agosto, essendo partito da Ratisbona, ove stava l'Imperadore, giunse in Napoli a' 4 di settembre, e nel seguente dì prese il possesso della sua carica.
Ma poichè il governo che tenne costui del Regno, fu il più lungo di tutti gli altri, avendolo amministrato per lo spazio di ventuno anni e mezzo, nel qual tempo avvennero fra noi successi notabili; e da lui cominciò Napoli a prender quella forma, e quella politia, la quale tiene molto rapporto alla presente: per ciò sarà bene, che la narrazione di tanti memorabili avvenimenti si rapporti nel seguente libro di quest'Istoria.
FINE DEL VOLUME SETTIMO.
[ TAVOLA DE' CAPITOLI] CONTENUTI
NEL TOMO SETTIMO
| [LIBRO VENTESIMOSETTIMO] | pag. 5 |
| [Cap. I.] I Principi di Taranto e di Rossano con altri Baroni, dopo l'invito fatto al Re Giovanni d'Aragona, che fu rifiatato, chiamano all'impresa del Regno Giovanni d'Angiò figliuolo di Renato: sua spedizione, sue conquiste, sue perdite e fuga | 14 |
| [Cap. II.] Nozze d'Alfonso Duca di Calabria con Ippolita Maria Sforza figliuola del Duca di Milano: di Elionora figliuola del Re con Ercole da Este Marchese di Ferrara; e di Beatrice altra sua figliuola con Mattia Corvino Re d'Ungheria. Morte del Pontefice Pio II, e contese insorte tra il suo successore Paolo II ed il Re Ferrante, le quali in tempo di Papa Sisto IV successore furon terminate | 28 |
| [Cap. III.] Splendore della Casa Reale di Ferdinando, il quale, pacato il Regno, lo riordina con nuove leggi, ed instituti: favorisce li letterati e le lettere, e v'introduce nuove arti | 33 |
| [Cap. IV.] Come si fosse introdotta in Napoli l'arte della stampa, e suo incremento. Come da ciò ne nascesse la proibizione dei libri, ovvero la licenza per istamparli; e quali abusi si fossero introdotti, così intorno alla proibizione, come intorno alla revisione de' medesimi | 41 |
| [§. I.] Abusi intorno alle licenze di stampare e di proibire i libri | 45 |
| [§. II.] Abusi intorno alle proibizioni de' libri che si fanno in Roma, le quali si pretendono doversi ciecamente ubbidire | 52 |
| [Cap. V.] Re Ferdinando I riforma i Tribunali e l'Università degli Studi: ingrandisce la Città di Napoli, e riordina le Province del Regno | 73 |
| [LIBRO VENTESIMOTTAVO] | 83 |
| [Cap. I.] I Baroni nuovamente congiurano contra il Re. Papa Innocenzio VIII unito ad essi gli fa guerra: pace indi conchiusa col medesimo, e desolazione ed esterminio de' Congiurati | 95 |
| [Cap. II.] Morte del Re Ferdinando I d'Aragona: sue leggi, che ci lasciò; e rinovellamento delle lettere e discipline, che presso di noi fiorirono nel suo Regno e dei suoi successori Re Aragonesi | 111 |
| [§. I.] Rinovellamento delle buone Lettere in Napoli | 115 |
| [Cap. III.] Degli Uomini letterati che fiorirono a tempo di Ferdinando I e degli altri Re Aragonesi suoi successori | 124 |
| [Cap. IV.] Stato della nostra Giurisprudenza in questi ultimi anni del Regno degli Aragonesi; e leggi, che da Ferdinando furono stabilite | 139 |
| [Cap. V.] De' Giureconsulti, che fiorirono fra noi a questi tempi | 146 |
| [LIBRO VENTESIMONONO] | 172 |
| [Cap. I.] Ferdinando II è discacciato dal Regno da Carlo Re di Francia. Entrata di questo Re in Napoli, a cui il Regno si sottomette | 184 |
| [Cap. II.] Carlo parte dal Regno, e vi ritorna Ferdinando, che ne discaccia i Franzesi coll'aiuto del G. Capitano; viene acclamato da' popoli, ed è restituito al Regno; suo matrimonio e morte | 189 |
| [Cap. III.] Regno breve di Federico d'Aragona: sue disavventure, e come cedendo a' Spagnuoli ed a' Franzesi fosse stato costretto abbandonarlo e ritirarsi in Francia | 198 |
| [Cap. IV.] Origine delle discordie nate tra Spagnuoli e Franzesi; e come finalmente cacciati i Franzesi, tutto il Regno cadesse sotto la dominazione di Ferdinando il Cattolico | 217 |
| [LIBRO TRENTESIMO] | 239 |
| [Cap. I.] Venuta del Re Cattolico in Napoli e suo ritorno in Ispagna per la morte accaduta del Re Filippo. Come lasciasse il Regno sotto il governo de' Vicerè suoi Luogotenenti: sua morte e pomposi funerali fattigli in Napoli | 248 |
| [Cap. II.] Nuova politia introdotta nel Regno; nuovi Magistrati e leggi conformi agl'istituti e costumi spagnuoli. De' Vicerè e Reggenti suoi Collaterali, donde surse il Consiglio Collaterale, e nacque l'abbassamento degli altri Magistrati ed Ufficiali del Regno | 262 |
| [§. I.] Del Consiglio Collaterale e sua istituzione | 265 |
| [Cap. III.] Nuova disposizione degli Ufficiali della Casa del Re | 276 |
| [Cap. IV.] Degli altri Ufficiali, che militano fuori della Casa del Re | 282 |
| [Cap. V.] Delle leggi, che Ferdinando il Cattolico, ed i suoi Vicerè deputati al governo del Regno ci lasciarono | 292 |
| [Cap. VI.] Politia delle nostre Chiese durante il Regno degli Aragonesi insino alla fine del secolo XV, e principio del Regno degli Austriaci | 295 |
| [§. I.] Monaci e beni temporali | 299 |
| [LIBRO TRENTESIMOPRIMO] | 304 |
| [Cap. I.] Morte di Massimiliano Cesare, ed elezione nella persona di Carlo suo nipote in Imperadore. Discordie indi seguite tra lui e 'l Re di Francia, che poi proruppero in aperte e sanguinose guerre | 309 |
| [Cap. II.] Come intanto fosse governato il Regno di Napoli da D. Raimondo di Cardona e dopo la di lui morte da D. Carlo di Launoja suo successore | 327 |
| [Cap. III.] Invito fatto da Papa Clemente VII a Monsignor di Valdimonte per la conquista del Regno: suoi progressi, li quali ebbero inutile successo. Prigionia di Papa Clemente, e sua liberazione | 331 |
| [Cap. IV.] Spedizione di Lautrech sopra il Regno di Napoli, sue conquiste, sua morte e disfacimento del suo esercito, onde l'impresa riuscì senza successo. Rigori praticati dal Principe d'Oranges contra i Baroni incolpati d'aver aderito a' Franzesi | 349 |
| [Cap. V.] Pace conchiusa tra 'l Pontefice Clemente coll'Imperador Carlo in Barcellona, che fu seguita dall'altra conchiusa col Re di Francia a Cambrai, e poi (esclusi i Fiorentini) co' Vineziani; e coronazione di Cesare in Bologna | 366 |
| [Cap. VI.] Governo del Cardinal Pompeo Colonna; creato Vicerè in luogo dell'Oranges, grave a' sudditi, non tanto per lo suo rigore, quanto per le tasse e donativi immensi, che, coll'occasione dell'incoronazione e del passaggio di Cesare in Alemagna per la natività d'un nuovo Principe, e per le guerre contra al Turco, riscosse dal Regno | 375 |
FINE DELL'INDICE