LIBRO TRENTESIMO

Trasferito il Reame di Napoli al Re di Spagna Ferdinando, e governato in nome del medesimo dal Gran Capitano, fu, durante il Regno suo, libero da straniere invasioni: poichè il Re Luigi di Francia alienato dalle cose del Regno, rivolgeva tutte le sue cure per la conservazion sola del Ducato di Milano: e la morte della Regina Elisabetta accaduta a' 26 novembre di quest'istesso anno 1504, ancorchè turbasse non poco il riposo della Spagna, e sopra ogni altro affliggesse il Gran Capitano, dalla quale riconosceva ogni grandezza, nulladimanco quest'istesso cagionò, che nel Regno non vi accadesse mutazione alcuna.

Apparteneva a questa Regina (donna d'onestissimi costumi, ed in concetto grandissimo ne' Regni suoi di magnanimità e di prudenza) propriamente il Regno di Castiglia, parte molto maggiore e più potente della Spagna, pervenutale ereditaria per la morte d'Errigo suo fratello, ma non senza sangue e senza guerra; perchè se bene era stato creduto lungamente, ch'Errigo fosse per natura impotente alla generazione, e che per ciò non potesse essergli sua figliuola la Beltramigia, partorita dalla moglie, e nutrita molti anni da lui per figliuola e che per questa cagione Elisabetta, vivente Errigo, fosse stata riconosciuta per Principessa di Castiglia, titolo di chi è più prossimo alla successione; nondimeno levandosi in tempo della di lui morte, in favore della Beltramigia molti Signori della Castiglia, ed aiutandola con l'arme il Re di Portogallo suo congiunto, venute finalmente con le parti alla battaglia, fu approvata dal successo della giornata per più giusta la causa d'Elisabetta, conducendo l'esercito Ferdinando d'Aragona suo marito, nato ancora esso della Casa de' Re di Castiglia, e congiunto ad Elisabetta in terzo grado di consanguinità; ed il quale essendo poi socceduto per la morte di Giovanni suo padre nel Regno d'Aragona, s'intitolavano Re e Reina di Spagna, perch'essendo unito al Regno d'Aragona quello di Valenza ed il Contado di Catalogna, era sotto l'imperio loro tutta la provincia di Spagna, la quale si contiene tra i monti Pirenei, il mare Oceano e 'l mare Mediterraneo; e sotto il cui titolo, per essere stata occupata anticamente da molti Principi Mori, ciascun de' quali della parte occupata essendosi intitolato Re, viene per ciò a comprendere il titolo di molti Regni; eccettuato nondimeno il Regno di Granata (che allora posseduto da' Mori, fu da poi gloriosamente ridotto da loro sotto l'Imperio di Castiglia) ed il picciol Regno di Portogallo, e quello di Navarra molto minore, che avevano Re particolari.

Ma essendo il Regno d'Aragona con la Sicilia, la Sardegna e l'altre isole appartenenti a quello, proprio di Ferdinando, si reggeva da lui solo, non vi si mescolando il nome o l'autorità della Regina. Altrimenti si procedeva in Castiglia, perch'essendo quel Regno ereditario d'Elisabetta e dotale di Ferdinando, si amministrava col nome, con le dimostrazioni e con gli effetti comunemente, non eseguendosi cos'alcuna, se non deliberata o ordinata, e sottoscritta da amendue. Comune era il titolo di Re di Spagna: comunemente gli Ambasciadori si spedivano: comunemente gli eserciti s'ordinavano, le guerre comunemente s'amministravano, nè l'uno più che l'altro si arrogava della autorità e del governo di quel Reame.

Ora per la morte di Elisabetta senza figliuoli maschi, apparteneva la successione di Castiglia per le leggi di quel Regno (che attendendo più alla prossimità che al sesso, non escludono le femmine) a Giovanna figliuola comune di Ferdinando e di lei, moglie dell'Arciduca Filippo, perchè la figliuola maggiore di tutte ch'era stata congiunta ad Emanuello Re di Portogallo, ed un piccolo fanciullo nato di quella, erano molto prima passati all'altra vita; onde Ferdinando, non aspettando più a lui, finito il matrimonio l'amministrazione del Regno dotale, avea da ritornare al piccolo Regno suo d'Aragona: piccolo a comparazione del Regno di Castiglia per la strettezza del paese e dell'entrate, perchè i Re aragonesi non avendo assoluta l'autorità regia in tutte le cose, sono in molte sottoposti alle costituzioni ed alle consuetudini di quelle province, molto limitate contra la potestà de' Re. Ma Elisabetta quando fu vicina alla morte, nel testamento dispose che Ferdinando, mentre vivea, fosse Governadore di Castiglia: mossa, o perchè essendo sempre vivuta congiuntissima con lui, desiderava si conservasse nella pristina grandezza, o perchè, secondo diceva, conosceva essere più utile a suoi popoli il continuare sotto il governo prudente di Ferdinando, non meno che al genero ed alla figliuola; a' quali, poichè alla fine aveano similmente da succedere a Ferdinando, sarebbe beneficio non piccolo, che insino a tanto che Filippo nato e nutrito in Fiandra (ove le cose si governavano diversamente) pervenisse a più matura età ed a maggior cognizione delle leggi, delle consuetudini, delle nature e de' costumi di Spagna, fossero conservati loro sotto pacifico ed ordinato governo tutti i Regni, mantenendosi in questo mezzo come un corpo medesimo, la Castiglia e l'Aragona.

Rimosse adunque la morte di questa Regina tutte le difficoltà che prima aveano impedita la pace tra 'l Re di Francia e Ferdinando; ma partorì nuovi accidenti tra Ferdinando e Filippo suo genero. Rimosse il rispetto dell'onore del Re di Francia, e 'l timore di non alienare da se l'animo dell'Arciduca; perchè il Re di Francia, essendogli molestissima la troppa grandezza sua, era desideroso d'interrompergli i suoi disegni; ed il Re di Spagna, avendo notizia che l'Arciduca, disprezzando il testamento della suocera, aveva in animo di rimuoverlo dal Regno di Castiglia, era necessitato a fondarsi con nuove congiunzioni; però si contrasse matrimonio tra lui e Madama Germana di Fois, figliuola d'una sorella del Re di Francia, con condizione, che il Re gli desse in dote la parte che gli toccava del Reame di Napoli, obbligandosi il Re di Spagna a pagargli in diece anni 700 mila ducati per ristoro delle spese fatte, ed a dotare in 300 mila ducati la nuova moglie[237]: col qual matrimonio essendo accompagnata la pace, fu quella conchiusa in Bles a' 13 del mese d'ottobre di quest'anno 1505 in cotal maniera[238].

Che i Baroni angioini e tutti quelli ch'avevano seguitata la parte franzese, fossero restituiti senza pagamento alcuno alla libertà, alla patria ed a' loro Stati, dignità e beni, nel grado medesimo che si trovavano essere nel dì, che tra Franzesi e Spagnuoli fu dato principio alla guerra, che si dichiarò essere stato il dì, che i Franzesi corsero alla Tribalda[239].

Che s'intendessero annullate tutte le confiscazioni fatte dal Re di Spagna e dal Re Federico.

Che fossero liberati il Principe di Rossano, il Marchese di Bitonto, Alfonso ed Onorato Sanseverini, Fabrizio Gesualdo e tutti gli altri Baroni ch'erano prigioni degli Spagnuoli nel Regno di Napoli.

Che il Re di Francia deponesse il titolo del Regno di Gerusalemme e di Napoli.

(Questo articolo dimostra, quanto fosse stravagante la nuova interpretazione, che il P. Arduino sognò sul motto PERDAM BABILONIS NOMEN, che il Re Ludovico XII fece imprimere nelle sue monete, per rintuzzare l'alterigia di Papa Giulio II, nelle quali, oltre il titolo di Re di Francia, si legge anche Regnique Neap. Rex, sul falso supposto, che post annum certe 1503 nunquam inscripsit se Ludovicus XII Regem Neapoleos, come sono le sue parole in Oper. select. pag. 905, e per conseguenza che non poteva intendere delle brighe avute con Giulio II, le quali non cominciarono, se non all'anno 1509. Lodovico anche dopo perduto il possesso di Napoli nel 1503, e dopo questa pace del 1505 (che il primo a violarla fu Ferdinando stesso) insino all'ultima pace fatta col medesimo Re pure a Blois nel primo di decembre dell'anno 1513 non abbandonò mai questo titolo, dopo quest'ultima pace che si legge nel Tom. 2 della Raccolta de' trattati stampata in Amsterdam sotto il titolo: Recueil des Traités de Paix, pag. 35, nella quale Lodovico tornò assolutamente a rinunciare il titolo e le ragioni sopra il Regno di Napoli. Non si legge che nel restante di sua vita avesse continuato di porlo fra gli altri suoi titoli. Leggasi sopra questa moneta la dissertazione, ultimamente impressa nel Tomo VII dell'ultima edizione di Londra dell'Istorie di Tuano con tanta accuratezza e magnificenza data fuori da Samuel Buckley. L'autor della quale è lo stesso, che lo Scrittore di questa istoria; e perciò si vede ora inscritta nel V Tomo di questa nuova edizione in idioma italiano, siccome l'Autore la distese tradotta poi in latino e mandata a Mr Buckley).

Che gli omaggi e le recognizioni de' Baroni si facessero respettivamente alle convenzioni sopraddette, e nell'istesso modo si cercasse l'investitura dal Pontefice.

Che morendo la Regina Germana in matrimonio senza figliuoli, la parte sua dotale s'intendesse acquistata a Ferdinando, ma sopravvivendo a lui ritornasse alla corona di Francia.

Che fosse obbligato il Re Ferdinando ad aiutare Gastone Conte di Fois fratello della nuova moglie, al conquisto del Regno di Navarra che pretendeva appartenersegli, posseduto con titolo regio da Catterina di Fois e da Giovanni figliuolo d'Albret suo marito.

Che il Re di Francia costringesse la moglie vedova del Re Federico ad andare con i due figliuoli che erano appresso a se in Ispagna, dove le sarebbe assegnato onesto modo di vivere; e non volendo andare la licenziasse dal Regno di Francia, non dando più nè a lei nè a figliuoli provvisione, o intrattenimento alcuno.

Che all'una parte ed all'altra fosse proibito di fare contra ciò, che i nominati da ciascuno di loro stabilissero: i quali nominarono amendue in Italia il Pontefice ed il Re di Francia nominò anche i Fiorentini.

Per ultimo, che in corroborazione della pace, tra i due Re s'intendesse essere perpetua confederazione a difesa degli Stati, essendo tenuti a soccorrersi vicendevolmente, il Re di Francia con mille lancie e con seimila fanti, e Ferdinando con trecento lancie, duemila giannettarj e seimila fanti.

Conchiusa in cotal maniera questa pace, della quale il Re d'Inghilterra promise per l'una parte e per l'altra l'osservanza, i Baroni angioini ch'erano in Francia, licenziatisi dal Re andarono quasi tutti con la Regina Germana in Ispagna: ed Isabella stata moglie di Federico, licenziata dal Regno dal Re di Francia, perchè ricusò di mettere i figliuoli in potestà del Re Cattolico, se n'andò a Ferrara.

Questa pace, che fu ratificata dal Re Cattolico in Segovia a' 16 ottobre del medesimo anno 1505 ancorchè avesse lasciata speranza, ch'estinte già le guerre nate per cagione del Regno di Napoli, la quiete d'Italia avesse a continuare; nondimeno apparivano dall'altra parte semi non piccioli di futuri incendj, perchè Filippo, che già s'intitolava Re di Castiglia non contento, che quel Regno fosse governato dal suocero, si preparava a passare contra la volontà sua in Ispagna. Veniva incitato a ciò da' più principali Signori di Castiglia, i quali stimavano con maggior licenza di poter godere della loro grandezza sotto un fioritissimo Re giovane, che sotto un austero, e com'essi dicevano, poco liberal vecchio Catalano[240]. Pretendeva ancor Filippo, non essere in potestà della Regina morta prescrivere leggi al governo del Regno finita la sua vita; ed il Re de' Romani preso animo dalla grandezza del figliuolo, trattava di passare in Italia.

Ferdinando veduta la resoluzione di Filippo di passar in Ispagna, nè potendola impedire, pensò (simulando essergli grata) di promover trattati con lui del modo, come doveano convenirsi insieme a governar la Castiglia; e dall'altra parte Filippo, temendo pure che 'l suocero non gli facesse con gli aiuti del Re di Francia resistenza, governandosi con le medesime arti spagnuole accettò la mediazione, e mostrò che si sarebbe nella maggior parte delle cose rapportato al suo governo; onde fra di loro fu convenuto che avessero comune il titolo di Re di Spagna com'era stato comune tra lui e la Regina morta, e che l'entrate si dividessero in certo modo: il perchè Ferdinando, ancorchè non bene sicuro dell'osservanza, gli mandò in Fiandra per levarlo molte navi. Partì per tanto Filippo da Fiandra a' 10 gennajo del nuovo anno 1506, ed imbarcatosi con la moglie e con Ferdinando suo secondogenito prese con venti prosperi il cammino di Spagna, dove appena giunto concorsero a lui quasi tutti i Signori di Castiglia; e Ferdinando non potendo resistergli, rimanendo abbandonato quasi da tutti, nè avendo se non con molto tedio e difficoltà potuto vedere il genero, bisognò, disprezzato il primo accordo fatto tra loro, che accettasse le leggi e le condizioni, che con altro nuovo gli furon date.

Fu pertanto nuovamente convenuto, che Ferdinando cedendo all'amministrazione lasciatagli per testamento dalla moglie, ed a tutto quello che per ciò potesse pretendere, si partisse incontanente di Castiglia, promettendo di più non vi tornare.

Che Ferdinando avesse per proprio il Regno di Napoli: sopra di che vi fu grande altercazione: poichè se bene Ferdinando pretendesse sopra di ciò non potervi essere alcun dubbio, essendo quel Regno suo proprio, e come Re d'Aragona a lui dovuto, e poi acquistato e con le arme e colle forze d'Aragona; nulladimanco non mancò chi mettesse in considerazione, che più giustamente questo reame s'appartenesse a Filippo, per essere stato ultimamente acquistato con le armi e con la potenza del Regno di Castiglia, poichè le spedizioni furono fatte da Ferdinando ed Elisabetta comunemente, e come Re di Spagna, ed il titolo e le investiture fur comuni non meno all'uno che all'altro, e non particolari a Ferdinando come Re d'Aragona. Comunque si fosse, per facilitare la partita di Ferdinando non pur da Castiglia, ma anche da tutta la Spagna, gli fu accordato, che il Regno di Napoli l'avesse come proprio.

Che i proventi dell'isole dell'India rimanessero riservati a Ferdinando durante la sua vita.

Che i tre Maestralghi di S. Jacopo, Alcantara e Calatrava fossero parimente a lui riservati.

E che dall'entrate del Regno di Castiglia avesse ciascun anno venticinquemila ducati.

Firmata questa capitolazione, Ferdinando, che qui innanzi chiameremo o Re Cattolico o Re d'Aragona, se ne andò subito in Aragona, con intenzione d'andare quanto più prestamente potesse per mare a Napoli.

CAPITOLO I. Venuta del Re Cattolico in Napoli, e suo ritorno in Ispagna per la morte accaduta del Re Filippo. Come lasciasse il Regno sotto il governo de' Vicerè suoi Luogotenenti: sua morte, e pomposi funerali fattigli in Napoli.

Il Re Cattolico ritirato da Castiglia ne' suoi propri Stati d'Aragona, deliberò di passar tosto a Napoli, non tanto per desiderio di vedere questo Regno, siccome i Napoletani ne l'aveano richiesto, ed egli loro promessolo[241], e di riordinarlo, come apparentemente mostrava, ma per cagioni assai più gravi e serie. Mostrava per tanto egli in apparenza di venire per desiderio di vederlo e di riordinarlo con migliori leggi ed istituti, e restituirlo nell'antico splendore e dignità. E dall'altra parte il desiderio e l'espettazione de' Napoletani era molto maggiore, persuadendosi ciascuno, che per mano d'un Re glorioso per tante vittorie avute contra gl'Infedeli e contra i Cristiani, venerabile per opinione di prudenza, risonando chiarissima la fama d'avere con singolar giustizia e tranquillità governato i suoi Reami; dovesse il Regno di Napoli ristorarsi di tanti affanni ed oppressioni, che dalla morte di Ferdinando I per lo spazio poco men di diece anni avea sofferti, e vedutosi ardere per continue guerre e tutto sconvolto per le mutazioni di sette Re, che in sì breve spazio di tempo vi dominarono; dovesse ora per la prudenza d'un tanto Re ridursi in istato quieto e felice; e sopra tutto reintegrarsi de' Porti, dei quali nell'Adriatico i Veneziani per le precedute guerre, soccorrendo i Re d'Aragona di Napoli di denari, si erano impadroniti, e tenevano a titolo di pegno, con dispiacere non piccolo di tutto il Reame.

Ma cagioni assai più gravi mossero il Re Cattolico ad intraprendere questo viaggio. Era egli entrato in sospetti gravissimi del Gran Capitano, del quale, dopo la morte della Regina Elisabetta, temeva che non pensasse in se medesimo trasferire il Regno di Napoli; ovvero fosse più inclinato a darlo al Re Filippo che a lui: di che maggiormente s'era insospettito, perocchè non ostante che, fatto l'accordo, il Re Filippo gli facesse intendere che avea totalmente ad ubbidire al Re d'Aragona, il quale l'avea richiamato in Ispagna; egli tuttavia con varie scuse ed impedimenti differiva l'andata; perciò Ferdinando dubitando, non andandovi in persona, d'avere difficoltà di levargli il governo, deliberò venire; ed imbarcatosi a Barcellona a' 4 settembre di quest'anno 1506 con 50 vele, navigò verso Italia.

Il Gran Capitano avvisato della deliberazione del Re Cattolico, mandò subito, prima che il medesimo partisse da Barcellona, un suo uomo a prestargli ubbidienza, e ad offerirsi pronto a riceverlo. Il Re nascondendo ciò che di lui avea pensato di fare, l'accolse lietamente, e confermò a lui non solo il Ducato di S. Angelo, il quale gli aveva già donato il Re Federico; ma ancora Terranova, e tutti gli altri Stati, che possedeva così in Calabria, come in tutto il Regno, che in que' tempi portavan d'entrata più di ventimila ducati. Gli confermò l'Ufficio di Gran Contestabile del medesimo Regno, e gli promise per cedola di sua mano il Maestralgo di S. Jacopo; perciò Ferdinando imbarcatosi con maggior speranza, ed onoratamente ricevuto per ordine del Re di Francia insieme con la moglie in tutti i Porti di Provenza, fu col medesimo onore ricevuto nel Porto di Genova. Il Gran Capitano andò ad incontrarlo, ciò che diede a tutti ammirazione, perchè non solo negli uomini volgari, ma eziandio nel Pontefice, era stata opinione, ch'egli consapevole della inobbedienza passata, e de' sospetti, i quali il Re forse non vanamente avea avuti di lui, fuggendo per timore il suo cospetto, passerebbe in Ispagna.

Partito da Genova, non volendo con le galee sottili discostarsi da terra, stette più giorni, per non avere i venti prosperi, in Portofino; dove, mentre dimorava, gli sopraggiunse avviso, che il Re Filippo suo genero giovane di 25 anni, e di corpo robustissimo e sanissimo, nel fiore della sua età e costituito in tanta felicità, per febbre duratagli pochi dì, era in Burgos passato all'altra vita a' 25 settembre, lasciando di se e di Giovanna sua moglie, Carlo e Ferdinando, che furon poi Imperadori, e quattro figliuole femmine.

Ciascuno credette, che per desiderio di ripigliare il governo di Castiglia, Ferdinando volgesse subito le prue a Barcellona; ma continuando egli il cammino, giunto nel porto di Gaeta nel dì di San Luca, nel giorno seguente entrò in Napoli, dove fu ricevuto dai Napoletani con grandissima magnificenza ed onore. Concorsero a Napoli prontamente Ambasciadori di tutta Italia, non solo per congratularsi, ed onorare un tanto Principe, ma eziandio per varie pratiche e cagioni, persuadendosi ciascuno, che con l'autorità e grandezza sua avesse a dar forma, e ad essere il contrappeso di molte cose. Ma giunto Ferdinando a Napoli, perchè avea determinato di passar in Ispagna, e di trattenervisi poco tempo, non potè soddisfare all'espettazione grandissima, che s'era avuta di lui.

Era egli stimolato per varie cagioni di ritornar presto in Ispagna, intento tutto a riassumere il governo di Castiglia, perch'essendo inabile Giovanna sua figliuola a tanta amministrazione, non tanto per l'imbecillità del sesso, quanto perchè per umori malinconici, che se le scopersero nella morte del marito, era alienata dall'intelletto, i figliuoli comuni del Re Filippo e di lei erano ancora inabili per l'età, de' quali il primogenito Carlo non avea più che sette anni. Lo movea, oltra questo, l'essere desiderato e chiamato a quel governo da molti per la memoria d'essere stati retti giustamente, e fioriti per la lunga pace quelli Regni sotto lui; ed accrescevano questo desiderio le dissensioni già cominciate tra i Signori grandi, e l'apparire da molte parti segni manifestissimi di future turbazioni; ma non meno era desiderato dalla figliuola Giovanna, la quale, non essendo nell'altre cose in potestà di se medesima, stette sempre costante in desiderare il ritorno del padre, negando contra le suggestioni ed importunità di molti, ostinatamente di non sottoscrivere di mano propria in espedizione alcuna il suo nome, senza la quale soscrizione non avevano, secondo la consuetudine di que' Regni, i negozi occorrenti la sua perfezione.

Per queste cagioni non potè più trattenersi in Napoli, che sette mesi, ne' quali, ancorchè avesse dato in parte qualche riordinamento al Regno con introdurvi nuova politia; la quale dopo la sua partita, dai Vicerè che vi lasciò, e dagli altri Re suoi successori fu perfezionata, e poi ridotta nello stato nel quale oggi ancora dura; nulladimanco, e la brevità del tempo, e perchè difficilmente si può corrispondere a' concetti degli uomini, il più delle volte non considerati con la debita maturità, nè misurati con le debite proporzioni, non soddisfece a quel concetto grandissimo che s'era di lui formato.

Coloro, che credettero colla sua venuta in Napoli doversi apportare comodo universale all'Italia, rimasero delusi, perchè alle cose d'Italia non lo lasciò pensare il desiderio di ritornare presto nel governo di Castiglia, fondamento principale della grandezza sua; per lo quale era necessitato fare ogni opera per conservarsi amici il Re de' Romani, e 'l Re di Francia, acciocchè l'uno con l'autorità d'essere avolo de' piccioli figliuoli del Re morto, l'altro con la potenza vicina, e col dare animo ad opporsegli a chi avea l'animo alieno da lui, non gli mettessero disturbi a ritornarvi.

Intorno al gratificare il Regno, ancorchè, come scrisse il Guicciardino[242], non vi portasse alcuna utilità, nè vi facesse alcun beneficio, ciò nacque per la difficoltà, che seco portava 'l trovarsi egli obbligato per la pace fatta col Re di Francia, a restituire gli Stati tolti a' Baroni angioini, che o per convenzione, o per remunerazione erano stati distribuiti in coloro, ch'aveano seguitata la parte sua: e costoro, non volendo egli alienarsi i suoi medesimi, era necessitato ricompensare, o con Stati equivalenti, che si aveano a comprare da altri, o con danari: alla qual cosa essendo impotentissime le sue facoltà, era costretto non solo a far vivi in qualunque modo i proventi Regj, ed a dinegar di fare, secondo il costume de' nuovi Re, grazia o esenzione alcuna, o esercitare spezie alcuna di liberalità, ma eziandio, con querela incredibile di tutti, ad aggravare i Popoli, i quali aveano aspettato sollevazione e ristoro di tanti mali. Ed ancorchè a' 29 gennajo del nuovo anno 1507, ad istanza degli Eletti della città di Napoli, avesse conceduto indulto generale (che si legge fra le nostre prammatiche) agli uomini della città di Napoli, e di tutte le altre città e Terre demaniali di questo Regno, per li delitti commessi per tutto il mese d'ottobre passato, da che egli entrò a Napoli; ed a' 30 del medesimo mese, essendosi convocato general Parlamento, avesse egli confermati i privilegj, e conceduto alla città 47 capitoli, non derogando agli altri privilegj conceduti da' Re suoi predecessori; nulladimanco gli fu per ciò fatto un donativo di ducati trecentomila.

I Baroni, non meno Angioini che del suo partito, non cessavano parimente di querelarsi, perchè a quegli che possedevano, oltra che mal volontieri rilasciavano, gli Stati, furono per necessità scarse e limitate le compensazioni, ed a quegli altri si ristringeva quanto si poteva in tutte le cose, nelle quali accadeva controversia, il beneficio della restituzione; perchè quanto meno a lor si restituiva, tanto meno agli altri si ricompensava.

Solo alla Piazza del Popolo di Napoli fu Ferdinando liberalissimo, avendo a loro domande concedute molte grazie; secondo il privilegio, che intiero vien rapportato da Camillo Tutini[243] nel suo libro della Fondazione de' Seggi, che porta la data nel Castel Nuovo de' 18 maggio di quest'anno 1507, le quali poi nel 1517 furono confermate dalla Regina Giovanna, e dall'Imperador Carlo V suo figliuolo.

Partì finalmente il Re Cattolico da Napoli a' 4 giugno di quest'anno 1507, e con lui il Gran Capitano, drizzando la navigazione a Savona, ove era convenuto abboccarsi col Re di Francia. Partì con poca soddisfazione tra 'l Pontefice e lui, perchè avendogli dimandata l'investitura del Regno, il Pontefice negava di concederla, se non col censo, col quale era stata conceduta agli antichi Re. Ferdinando faceva istanza, che gli fosse fatta la medesima diminuzione, ch'era stata fatta al Re Ferdinando I suo cugino, a' figliuoli, ed a' nipoti: dimandava l'investitura di tutto il Regno in nome suo proprio, come successore d'Alfonso il vecchio, nel qual modo avea ricevuto in Napoli l'omaggio ed i giuramenti, con tutto che ne' capitoli della pace fatta col Re di Francia, si disponesse, che in quanto a Terra di Lavoro e l'Apruzzi si riconoscesse insieme il nome della Regina Germana sua moglie. Si credette, che l'aver il Papa negato di concedere l'investitura, fosse cagione, che 'l Re ricusasse di venire a parlamento con lui, mentre il Papa, essendo stato nel tempo medesimo più dì nella Rocca d'Ostia, si diceva esservi stato per aspettare la passata sua. Ma in appresso, nel 1510, gli concedè ciò che volle, e gli donò li censi, che dovea; siccome da poi nel 1513 fece anche Lione X, confermandogli tutti i privilegi, concessioni, remissioni ed immunità fattegli da' Pontefici Romani suoi predecessori[244].

Ferdinando passato a Savona, e trovato il Re di Francia, con molti segni di stima e di confidenza fra di loro, per tre giorni si trattenne quivi; nel qual tempo ebbero segretissimi e lunghissimi ragionamenti; ed il Gran Capitano fu con eccessive lodi, e con incredibile stima ed ammirazione di tutti onorato sopra la fortuna degli altri uomini dal Re di Francia, il quale aveva voluto, che alla mensa medesima, nella quale cenarono insieme Ferdinando, e la Regina, ed egli, cenasse ancora Consalvo, siccome ne gli avea fatto comandare da Ferdinando; indi, dopo il quarto giorno, i due Re con le medesime dimostrazioni di concordia si partirono da Savona: Ferdinando col Gran Capitano prese il cammino per mare verso Barcellona, ed il Re Luigi se ne ritornò per terra in Francia. Fu questo l'ultimo de' gloriosi giorni del Gran Capitano; poichè giunto che fu con Ferdinando in Ispagna, gli fece questi intendere, che non venisse in Corte, ma andasse alle sue Terre, nè si partisse se non veniva da lui chiamato; il perchè non si videro mai più mentre vissero, nè uscì mai da' Reami di Spagna, nè ebbe più facoltà d'esercitare la sua virtù, perchè da poi non fu adoperato nè in guerra, nè mai in cose memorabili di pace: onde si narra, che soleva dire, di tre cose pentirsi, la prima aver mancato di fede a D. Ferdinando Duca di Calabria figliuolo del Re Federico; la seconda non avere osservata la fede al Duca Valentino; e la terza non poterla dire, giudicandosi che fosse, di non avere, per la gran benevolenza de' Nobili e de' Popoli verso di lui, consentito di farsi gridare Re di Napoli[245].

Tornato il Re Cattolico in Ispagna, gli fu subito dalla Regina sua figliuola dato il governo de' Regni di Castiglia, ed il Regno di Napoli fu amministrato da Vicerè suoi Luogotenenti, a' quali concedendosi pieno potere e assoluta autorità, per ciò che riguarda il suo governo, si vide Napoli già regia sede, quando prima era immediatamente governata da' suoi Principi, mutata in sede di Vicerè, e pendere da' loro cenni; onde fu nuova politia introdotta, scemata a' primi Ufficiali del Regno molta autorità, ed introdotti nuovi Magistrati e leggi, come qui a poco diremo.

Resse Ferdinando per nove altri anni, fin che visse, il Regno, da Spagna per suoi Ministri e rimossone il Gran Capitano, che fu il primo suo Vicerè, anzi suo gran Plenipotenziario, che per quattro anni con tanta sua lode e soddisfazione di tutti gli Ordini e nelle cose di guerra e nelle più importantissime di pace avea amministrato il Regno: vi lasciò in suo luogo D. Giovanni d'Aragona Conte di Ripacorsa, che fu il secondo Vicerè del Regno, che per lo spazio di due anni e quattro mesi lo governò con molta saviezza e prudenza.

Diede ancora Ferdinando, per la caduta del Gran Capitano, l'Ufficio di Gran Contestabile al famoso Fabrizio Colonna Duca di Tagliacozzo valoroso Capitano, al quale commise l'espedizione contra i Vineziani per la ricuperazione de' Porti, e delle città, che coloro tenevano occupate nel Regno alla riva del mare Adriatico. Erano, come si è narrato, stati del Regno scacciati interamente i Franzesi: solo rimaneva per ridurlo nel suo primiero stato, che se gli restituissero le città di Trani, Monopoli, Mola. Polignano, Brindisi ed Otranto, che ancora i Vineziani tenevano occupate; onde Ferdinando ordinò, che loro s'intimasse la guerra, e nel 1509 diede il comando delle sue truppe a Fabrizio, il quale andò coll'esercito ad assediar Trani, e non tantosto fu accampato vicino a quella città, che i cittadini consapevoli del valore di Fabrizio, subito si resero: seguitarono l'esempio di Trani, tutte le altre soprannominate città; onde furono quelle co' loro porti restituite alla Corona di Napoli, siccome erano prima[246].

Il Conte di Ripacorsa, richiamato dal Re alla Corte, lasciò per suo Luogotenente D. Antonio di Guevara Gran Siniscalco del Regno, il quale non più che sedici giorni l'amministrò; ma sopraggiunto a' 24 d'ottobre del medesimo anno 1509 D. Raimondo di Cardona, destinato dal Re successor Vicerè, fu da costui amministrato il Regno finchè Ferdinando visse.

Intanto per la morte di Luigi XII sursero nuovi sospetti con Francesco I suo successore per le cose di Napoli. E dall'altro canto Massimiliano Re de' Romani mal sofferendo, che Ferdinando avesse preso il governo de' Regni di Castiglia, in pregiudizio di Carlo nipote comune, minacciava nuove intraprese; il perchè parve a Ferdinando, per potere attendere con maggiore animo ad impedire la grandezza del Re di Francia a lui sempre sospetta, per l'interesse del Reame di Napoli, di rappacificarsi nel miglior modo, che potè con Massimiliano; onde nella fine di quest'istesso anno 1509 fra di loro fu stabilita concordia, per la quale fu convenuto, che il Re Cattolico, in caso non avesse figliuoli maschi, fosse Governadore di que' Reami, insino che Carlo nipote comune pervenisse all'età di vinticinque anni; e che non pigliasse Carlo titolo regio vivente la madre, la quale avea titolo di Regina, poichè in Castiglia le femmine non sono escluse dai maschi.

Stabilito per tal convenzione il Re d'Aragona nel governo de' Regni di Castiglia, fu tutto inteso ad impedire i disegni del Re franzese, che teneva sopra Italia, e sopra il Regno di Napoli. Ma questo inclito Re mentre apparecchiavasi a sostenere la guerra, che il Re Francesco minacciavagli, finì i giorni suoi in Madrid in età di 75 anni.

Morì Ferdinando nel mese di Gennaio del 1516 siccome scrissero il Guicciardino e gli altri Istorici contemporanei[247], a' quali deve prestarsi più fede, che a qualunque altro Scrittor moderno[248], che ingannati da una scorrettissima data d'una lettera di Carlo, fissano il giorno della sua morte in gennaio dell'anno precedente 1515. Morì (mentre andava con la Corte a Siviglia) in Madrid, villa allora ignobilissima del Contado di Toledo, presso a S. Maria di Guadalupe, e volle, che il suo corpo fosse seppellito a Granata, ove fu trasferito. Re secondo l'elogio, che gli tessè il Guicciardino, di eccellentissimo consiglio e virtù, nel quale, se fosse stato costante nelle promesse, non potresti facilmente riprendere cos'alcuna, perchè la tenacità dello spendere, della quale era calunniato, dimostrò facilmente falsa la morte sua; conciossiacosachè avendo regnato quaranta due anni, non lasciò danari accumulati; ma accade quasi sempre, per lo giudicio corrotto degli uomini, che ne' Re è più lodata la prodigalità, benchè a quella sia annessa la rapacità, che la parsimonia congiunta con l'astinenza della roba d'altri. Alla virtù rara di questo Re, si aggiunse la felicità rarissima e perpetua (se tu ne levi la morte dell'unico figliuolo maschio) per tutta la vita sua, perchè i casi delle femmine e del genero furono cagione, che insin alla morte si conservasse la grandezza: e la necessità di partirsi, dopo la morte della moglie, di Castiglia, fu più tosto giuoco, che percossa della fortuna: in tutte le altre cose fu felicissimo. Di secondogenito del Re d'Aragona, morto il fratello maggiore, ottenne quel Reame: pervenne per mezzo del matrimonio contratto con Isabella al Regno di Castiglia: scacciò vittoriosamente gli avversarj, che concorrevano al medesimo reame. Ricuperò poi il Regno di Granata posseduto da' nemici della nostra fede poco meno di 800 anni: aggiunse all'Imperio suo il Regno di Napoli, quello di Navarra, Orano e molti luoghi importanti de' liti dell'Affrica: superiore sempre e quasi domatore di tutti i nemici suoi; ed ove manifestamente apparì congiunta la fortuna con l'industria, coprì quasi tutte le sue cupidità sotto colore d'onesto zelo di religione e di santa intenzione al ben comune.

Morì circa un mese innanzi alla morte sua (a' 2 decembre del 1515) il Gran Capitano, assente dalla Corte e mal soddisfatto di lui[249]; e nondimeno il Re per la memoria della sua virtù, volle egli, e comandò, che da se, e da tutto il Regno gli fossero fatti onori insoliti a farsi in Ispagna ad alcuno, eccetto che nella morte de' Re, con grandissima approvazione di tutti i Popoli, a' quali il nome del Gran Capitano per la sua grandissima liberalità era gratissimo; e per l'opinione della prudenza, e che nella scienza militare trapassasse il valore di tutti i Capitani de' tempi suoi, era in somma venerazione.

Saputosi in Napoli la morte di sì gran Re, D. Bernardino Villamarino, che per l'assenza di D. Raimondo di Cardona Vicerè si trovava in Napoli suo Luogotenente, gli fece con grandissimo apparato celebrare esequie pomposissime nella chiesa di S. Domenico, ove intervenne tutto il Baronaggio con gli Eletti e Deputati della città, e tutti gli Ufficiali Regj. E la Piazza del Popolo, ricordevole de' privilegi e grazie concedutegli, gli fece ancora con grandissimo apparato celebrare i funerali nella chiesa di S. Agostino: ed in memoria d'un tanto lor benefattore statuì, che ogni anno a' 23 gennaio se gli celebrasse un Anniversario, ciò che veggiamo nel dì statuito continuarsi sino ai dì nostri con molta celebrità e pompa.

Morto Ferdinando, il Principe Carlo Arciduca d'Austria, ch'era in Brusselles, ancorchè vivesse Giovanna sua madre, alla quale s'apparteneva la successione del Regno, non tralasciò di scriver subito alla città di Napoli una molto affettuosa lettera[250], nella quale profferendole il suo amore, le impone che ubbidisse per l'avvenire a D. Raimondo di Cardona, come aveano fatto per lo passato, ch'egli confermava Vicerè. Governò sola Giovanna pochi mesi la Monarchia; ma arrivato, che fu Carlo in Ispagna l'associò al Regno, da lui poi amministrato con quella saviezza, e prudenza, che sarà narrata ne' seguenti libri di quest'Istoria.

Così le Spagne, e tutti i dominj, onde si componeva sì vasta Monarchia, passarono negli Austriaci discendenti da' Conti d'Aspurg; e con meraviglia di tutti fu veduto, che Ferdinando Re d'Aragona, per far maggiore la grandezza del successore (mosso non da altra cagione, che da questo, con consiglio dannato da molti, e per avventura ingiusto) spogliò del Regno d'Aragona il Casato suo proprio tanto nobile, e tanto illustre, e consentì contra il desiderio comune della maggior parte degli uomini, che il nome della Casa sua si spegnesse, e si annichilasse.

CAPITOLO II. Nuova politia introdotta nel Regno; nuovi Magistrati e leggi conformi agl'istituti e costumi Spagnuoli. De' Vicerè e Regenti suoi Collaterali, donde surse il Consiglio Collaterale e nacque l'abbassamento degli altri Magistrati ed Ufficiali del Regno.

Siccome s'è potuto vedere ne' precedenti libri di questa Istoria, il Regno di Napoli, così nel principio del suo stabilimento sotto i Normanni, come nel lungo regnare de' Re della illustre casa d'Angiò, fu composto ad esempio del Regno di Francia, dal quale prese molti istituti e costumi. Alfonso I d'Aragona lasciò i suoi Regni ereditari, e volle in Napoli trasferire la sua sede regia, e conformossi alle leggi e costumi che vi trovò. Gli altri Aragonesi di Napoli non alterarono la sua politia, poichè non avendo Stati in altre province, come Regno lor proprio e nazionale lo governarono colle medesime leggi ed istituti: ma ora che Napoli, avendo perduto il pregio d'esser sede regia, viene ad essere amministrata da' Re di Spagna, i quali tenendo collocata altrove, ed in remotissime parti la loro sede, reggendo il Regno per mezzo de' loro Luogotenenti, che si dissero Vicerè, prese il suo governo nuova forma e venne più tosto a conformarsi a' costumi ed istituti di Spagna, che di Francia. Nacquero per ciò e negli Ufficiali del Regno e ne' Magistrati della città non picciole mutazioni e cangiamenti.

Non vi ha dubbio, che gli Spagnuoli, per ciò che riguarda l'arte del regnare, s'avvicinassero non poco a' Romani; e Bodino[251] e Tuano[252], ancorchè franzesi, siccome Arturo Duck inglese[253], portarono opinione che di tutte le Nazioni, che dopo la caduta dell'Imperio signoreggiarono l'Europa, la Spagnuola in costanza, gravità, fortezza e prudenza civile fosse quella che più alla romana s'assimilasse. Nello stabilir delle leggi niun'altra Nazione imitò così da presso i Romani, quanto che la spagnuola. Essi diedero a noi leggi savie e prudenti, nelle quali non vi è da desiderar altro, che l'osservanza e l'esecuzione. Ma siccome niuno può contrastar loro questi pregi, nulladimanco in questo s'allontanarono da' Romani, che i Romani debellando le straniere Nazioni, le trattarono con tanta clemenza e giustizia, che i vinti stessi si recavano a lor sommo onore d'essere aggiunti al loro Imperio, e le loro leggi erano ricevute con tanto desiderio, che non come leggi del vincitore, ma come proprie le riputarono. Non così fecero gli Spagnuoli, da' quali, fuori di Spagna, i Regni e le province, che s'aggiunsero alla loro Monarchia, erano trattate con troppo alterezza e boria. Dalle memorie che ci lasciò il Vescovo di Chiapa, si sa ciò che fecero nel Nuovo Mondo; quel che fecero in Fiandra; e si saprà quel che praticarono presso di noi. Ma ciò che più gli allontanò da' Romani, fu, perchè loro mancò quella virtù, senza la quale ogni Stato va in rovina, cioè l'economica: quanto erano profusi, altrettanto per nudrir questo vizio, bisognava che ricorressero all'altro della rapacità, gravando i Popoli con taglie e donativi, e con tuttociò profondendo senza tener modo, nè misura, non per questo gli eserciti non si vedevano spesso ammutinati per mancanza di paghe e gli Ufficiali mal soddisfatti. Non bastò l'oro del nuovo Mondo, nè le tante tirannidi e le crudeltà usate a que' Popoli per loro rapirlo[254]. L'altro difetto fu di non aver proccurato ne' loro Regni d'ampliare il commercio, e favorir la negoziazione, avendo tanti famosi porti, non rendergli frequenti di navi, di fiere e di scale franche come l'altre Nazioni, che hanno gli Stati in mare fanno; siccome, infra gli altri, a' dì nostri si sono distinti gl'Inglesi, gli Olandesi ed i Portoghesi.

La perpetua adunque e continua residenza de' nostri Re in Ispagna seco portava, che fossero creati i Vicerè che reggessero questo Reame. Prima i suoi Re, ancorchè per alcune occorrenze fossero stati costretti esserne lontani, lasciavano per governarlo i loro Vicarj che solevano per lo più essere del loro sangue, e quelli, che doveano dopo la lor morte essere loro successori; ma la lontananza era breve, e tosto venivano essi a ripigliarne il governo. Vi furono alcune volte, ma assai di rado, occasioni, che per l'assenza de' Re, vi lasciavano loro Luogotenenti, chiamati pure Vicerè; ma ora, che la lontananza era perpetua, bisognava, che ad un Ministro di sperimentata probità e prudenza ne commettessero l'amministrazione, al quale dessero tutta la loro autorità ed illimitato potere per ciò che riguardava il governo e buona cura del medesimo. Bisognò per tanto dar loro l'autorità di far leggi, ovvero prammatiche o altri regolamenti, che conducessero a questo fine. Così da ora avanti le prammatiche si vedranno stabilite non men da' Re, che da' loro Vicerè e Luogotenenti. Bisognò parimente che a questo Ministro se gli dessero Giureconsulti, che assistendo al suo lato lo consigliassero bene, affinchè la sua potestà fosse regolata dalle leggi, e non passasse in tirannide. Vi fu de' nostri chi lungamente scrisse della lor potestà; ed il Reggente de Ponte ne compilò un ben grande volume, che va per le mani di tutti.

§. I. Del Consiglio collaterale e sua istituzione.

Ferdinando adunque, quando temendo della sterminata potenza del G. Capitano che s'avea acquistata nel Regno per lo suo valore e virtù, e per la benevolenza di tutti gli ordini; si determinò di persona a venire in Napoli per condurlo seco in Ispagna, ed in suo luogo lasciare il Conte di Ripacorsa per Vicerè, portò seco tre Giureconsulti ch'erano Reggenti del supremo Consiglio d'Aragona, per istabilirne un altro in Napoli a somiglianza di quello, non altrimente di ciò, che fece Alfonso, che a similitudine del Consiglio di Valenza introdusse nel Regno quello di Santa Chiara, il quale, quando risedevano i Re in Napoli, era il supremo come quello, nel quale giudicava l'istesso Principe, che n'era capo. Questi furono Antonio di Agostino, padre del famoso Antonio cotanto celebre e rinomato Giureconsulto, Giovanni Lone e Tommaso Malferito, colui che in tutti i trattati di tregua e di pace stabiliti ne' precedenti anni tra Ferdinando e Lodovico XII Re di Francia, rapportati da Federico Lionardo[255] fu adoperato dal Re Ferdinando per suo Procuratore e Nunzio insieme con Giovanni di Silva Conte di Sifuentes e Fr. Giovanni Enguera Inquisitor di Catalogna, onde vien chiamato ne' suddetti trattati Dottore e Reggente di Cancelleria. A costoro s'unì anche Bernardo Terrer, il quale essendo stato creato Consigliere di S. Chiara si rimase in Napoli. Mentre il Re in que' sette mesi, cioè da ottobre insino a giugno del 1507 si trattenne in Napoli, si valse per Reggenti della sua Cancelleria di due, cioè di Giovanni Lone e di Tommaso Malferito; ond'è, che quelle prammatiche ch'egli promulgò in Napoli, portano la soscrizione di Malferit; poichè in questi principj si praticava che un solo Reggente sottoscrivesse.

Bisognando poi partire per Ispagna, per le cagioni di sopra rapportate, e partir con animo di non mai più farci ritorno, lasciò come s'è detto per Vicerè il Conte di Ripacorsa, che per antonomasia veniva chiamato il Conte, ed in cotal guisa si firmava nelle scritture, e dovendosi seco ricondurre in Ispagna i due Reggenti Lone e Malferito, creò egli in lor vece due altri Giureconsulti per Reggenti, che dovessero assistere a lato del Vicerè per sua direzione, onde ne nacque il nome di Reggenti Collaterali. Erano ancora chiamati Auditori del Re, e ne' privilegj di Napoli e ne' capitoli conceduti alla città dal Conte di Ripacorsa, sono perciò indifferentemente chiamati Auditori e Reggenti[256].

Nel principio di questa istituzione non era composto tal Consiglio che di due soli Reggenti e d'un Segretario; e questi furono Lodovico Montalto Siciliano, il quale mentr'era Avvocato fiscale in Sicilia fu dal Re Ferdinando creato Reggente di Napoli, e Girolamo de Colle catalano (il quale trovandosi Consigliere di Santa Chiara fu parimente dal Re fatto Reggente) e sostituiti in luogo di Lone e Malferito, che ritornarono col Re in Ispagna. E durante il Regno di Ferdinando per tutto l'anno 1516 non furono in quello Consiglio, di cui era capo il Vicerè, che i suddetti due Reggenti col Segretario Pietro Lazaro Zea.

Nell'anno seguente 1517 e nel principio del Regno del Re Carlo e poi Imperadore, fu aggiunto il terzo Reggente, e stabilito che di tre, due fossero ad arbitrio e beneplacito del Re, ed il terzo nazionale e Regnicolo[257]. Fu costui il famoso Sigismondo Loffredo, il quale per la sua gran dottrina e saviezza, perchè il Re e la sua Corte stesse informata degli affari del Regno, fu da Carlo chiamato in Germania alla sua Corte, ove dimorò per tre anni continui. Quindi avvenne, che per la lunga dimora del terzo Reggente nella Corte, non risedendo nel collateral Consiglio di Napoli, che due soli, fosse costituito il quarto Reggente, affinchè uno che doveva esser nazionale andasse a risedere appresso il Re, perchè come istrutto delle cose del Regno informasse quella Corte, e tre stabilmente dovessero risedere in Napoli. Così nel 1519 fu creato Reggente Marcello Gazzella da Gaeta, che si trovava in Napoli Presidente della regia Camera, destinato per la Corte in luogo del Reggente Loffredo, il quale avea ottenuta licenza dal Re di poter tornare in Napoli, siccome tornò.

Narra Girolamo Zurita[258], che questo prudente consiglio di far venire a risedere nella Corte del Re un Ministro da' Regni d'Italia, fu ordinato dall'istesso Re Cattolico nel suo testamento, che fece prima di morire nel 1516, nel qual tempo, non essendosi ancora aggiunto alla Corona di Spagna lo Stato di Milano, ma solo i Regni di Napoli e di Sicilia, stabilì che venissero in Ispagna ad assistere con gli altri al Consiglio ch'egli avea eretto per l'indisposizione della Regina sua figliuola Giovanna, due Dottori, uno napoletano e l'altro siciliano; onde avvenne, che il Re Carlo suo successore, seguendo il suo consiglio, introducesse questo costume; e che poi avendo egli alla Corona di Spagna aggiunto il Ducato di Milano, venisse non pur da Napoli e da Sicilia, ma anche da Milano un Ministro ad assistere appresso lui nella sua Corte.

In questi principj, ancorchè fosse destinato un Reggente per la Corte, perchè l'Imperador Carlo V non avea in Ispagna perpetua residenza, ma scorrendo secondo i bisogni della sua Monarchia, ora la Germania, ora la Spagna, la Fiandra e l'Italia, i Reggenti destinati per la Corte doveano seguitarlo dovunque risedesse. Ma quando per la rinunzia e poi per la morte dell'Imperadore, alla Monarchia di Spagna succedè Filippo II suo figliuolo, questi mal imitando i costumi di suo padre, fermatosi in Ispagna, e quivi collocando stabilmente la sua sede regia, pensò di stabilire in Ispagna un Consiglio ove degli affari d'Italia si trattasse, e a dargli un Presidente; il qual Consiglio si componesse oltre de' Reggenti Spagnuoli, di vari Ministri che da Napoli, Milano e Sicilia si mandassero. Così nel 1558 fu stabilito in Ispagna il supremo Consiglio detto d'Italia; ed il suo primo Presidente fu D. Diego Urtado de Mendozza Principe di Mileto e Duca di Francavilla. Ed in questi principj Filippo II non contento d'uno, volle che da Napoli venissero in Ispagna due, li quali furono il Reggente Lorenzo Polo e Marcello Pignone, che si trovava Presidente di Camera, siccome leggesi in una sua regal carta rapportata dal Toppi[259] con tali parole: Para resedir aqui en esta Corte, y que se entiendan bien los negocios deste Reyno, de cuya buena, o mala espedicion pende mucha parte del govierno, y buena administracion de la Justicia: havemos accordado, que como solia haver un Regente, aya dos, y que estos sean el Doctor Polo Regente, y del nostro Consejo Collateral, y el Doctor Marcello Pinnon Presidente de la Summaria, etc.

In cotal guisa col correr degli anni fu stabilito questo supremo Consiglio, al quale essendo poi aggiunti altri due, si venne a comporre di cinque Reggenti, alcuni nazionali, altri ad arbitrio del Re, il quale per lo più eleggeva Spagnuoli. Il Regno d'Aragona pretese, che uno dovesse essere aragonese, riputando questo Regno dipendente da quella Corona, come acquistato da Alfonso colle forze d'Aragona, e non senza ajuto del Re Giovanni suo fratello. Ha per suo Capo, come s'è detto, il Vicerè, nelle di cui mani i Reggenti danno nel principio dell'anno il giuramento di serbar il secreto. E nel caso della colui morte, quando non se gli trovi dato il successore, nell'interregno assumono il governo insieme con essi, i Reggenti di Spada nominati di Stato, i quali sono creati dal Re, perchè in mancanza del Vicerè, sottentrando in suo luogo, prendano le redini del governo co' Togati, i quali assembrati insieme nel regal Palazzo trattino dei negozi attinenti allo Stato ed alla buona amministrazione del Regno, sino a tanto che il Re non provvegga del successore.

Stabilito che fu dunque in Napoli questo supremo Consiglio, conciosiachè avesse per capo il Vicerè, a cui era commessa la somma delle cose, venne per ciò ad innalzarsi sopra tutti gli altri, e vennero gli altri Tribunali a perdere l'antico lor lustro e splendore. Ma molto più per la lontananza della sede regia furono abbassati i sette Ufficiali del Regno; onde col volger degli anni si ridussero nello stato, nel quale oggi li veggiamo.

Molto perdè il Gran Contestabile, che avea la soprantendenza degli eserciti di Terra in campagna, perchè costituito il Vicerè Luogotenente del Re e suo Capitan Generale del Regno, tutta la sua autorità passò nella di lui persona; avendo egli il comando non pur degli eserciti in campagna, ma anche in tutte le Piazze e sopra tutti li Governi delle province, a cui ubbidiscono tutti gli altri Generali e Marescialli. Solo, come fu detto nel libro XI di questa Istoria, quando il Vicerè sia lontano dal Regno, nè altri fosse stato deputato, potrebbe oggi il Gran Contestabile ne' casi repentini, e quando la necessità lo portasse, riassumere il comando delle armi: ond'è, che ancora duri il costume, che in caso di non pensata morte del Vicerè, il Gran Contestabile, quando dal Re non sia stato altrimente provveduto, sottentri in suo luogo al Governo del Regno.

Per l'erezione di questo nuovo Consiglio, tutte quelle belle prerogative, che adornavano il Gran Cancelliere furono da lui assorbite. Fu ne' tempi d'appresso riputato prudente consiglio de' Principi di togliere a' Gran Cancellieri quelle tante ed eminenti loro prerogative, ed unirle a' Reggenti, ed alla loro Cancelleria[260]. Si rapportò a questo fine nel libro XI di quest'Istoria l'esempio del Cancelliere della Santa Sede di Roma, il quale, poi che quasi de pari cum Papa certabat, fu risoluto da Bonifacio VIII toglierlo, attribuendo la Cancelleria a se medesimo, stabilendo solamente un Vicecancelliere. Così appunto avvenne appresso noi nel Regno di Ferdinando il Cattolico, di Carlo e degli altri Re di Spagna suoi successori. La Cancelleria per questo nuovo Collateral Consiglio fu attribuita al Re ed a questo suo Consiglio, amministrato da' Reggenti detti per ciò anche di Cancelleria. Prima i Gran Cancellieri aveano la presidenza al Consiglio di Stato negli affari civili del Regno, l'espedizione degli editti e d'ogni altro comandamento del Re: aveano la soprantendenza della giustizia: eglino erano i Giudici delle differenze, che accadevano sopra gli Ufficj ed Ufficiali: regolavano le loro precedenze e distribuivano a ciascun Magistrato ciò, ch'era della sua incombenza, perchè l'uno non attentasse sopra dell'altro. Presentemente i Reggenti di Cancelleria sottoscrivono i memoriali, che si danno al Vicerè, essi pongon mano ai privilegi, interpretano le leggi; hanno l'espedizione degli editti e de' comandamenti del Re. Essi sono i Giudici delle differenze che accadono fra gli altri Ufficiali, decidono le precedenze, destinano i Giudici, distribuiscono a ciascun Magistrato ciò, che se gli appartiene, ed è della loro incumbenza. Presso loro risiede la Cancelleria, e con essa gli scrigni, i registri e tutto ciò che prima era presso il Gran Cancelliere.

Per ciò hanno un Segretario, il quale tien sotto se e sotto la sua guida altri Ufficiali minori, che sono tutti impiegati alla spedizion delle lettere regie, degli assensi, de' privilegi, delle patenti degli Ufficiali del Regno. Tiene per ciò sei Scrivani, che si dicono di Mandamento, quattro Cancellieri: un altro de' negozj della soprantendenza della Campagna; un altro dei negozi della regal giurisdizione e sei altri Scrivani ordinari, che han cura de' registri, del Suggello e dell'altre cose appartenenti alla Cancelleria: dodici Scrivani di forma: due Archivarj, un Tassatore, un Esattore, un Ufficiale del suggello e quattro Portieri. Tutti questi sono uffici vendibili, fuor che del Cancelliere della giurisdizione, il quale per essere ufficio di confidenza, si concede graziosamente a persona meritevole[261].

Quando prima i diritti delle spedizioni della Cancelleria erano regolati dal Gran Cancelliere, da poi Ferdinando il Cattolico per mezzo d'una sua prammatica, che si legge sotto il titolo super solutione facienda in Regia Cancellaria pro scripturis ibidem expediendis, prescrisse la quantità, che dee pagarsi, così per ispedizioni di lettere di giustizia, come di grazia, e per le concessioni delle Baronie e de' Titoli, de' Privilegi, de' Capitanati, de' Baliati, delle Castellanie, delle concessioni di mero e misto imperio, delle lettere di cittadinanza, di emancipazione, di Protomedici, Protochirurgi, di Doganieri e di Portolani, in brieve di tutti gli Uffici e di molte altre spedizioni: delle quali in quella prammatica fece egli un lungo catalogo, proscrivendo e tassando per ciascheduna le somme, che per diritto dee esiger la Cancelleria[262]. Prima, come narra il Tassone[263], non s'esigevano questi diritti; ma per mantenere gli Ufficiali minori della Cancelleria erano destinati li frutti d'un feudo posto tra li confini di Lettere e di Gragnano, che per ciò acquistò il nome di Cancelleria. Ma poi, essendo stato quello venduto al monastero di S. Jacopo dell'isola di Capri dell'Ordine della Certosa, fa uopo esigerli dalle parti e tassarli nella maniera, che si è divisata. Fu variato il modo delle spedizioni, e quando prima non era usata che la lingua latina, indi cominciò ad introdursi la spagnuola, e le prammatiche ancora a dettarsi con quel linguaggio.

Fu parimente per l'erezione di questo nuovo Consiglio molto scemata l'autorità del Gran Protonotario e del suo Luogotenente. Quasi tutte le prammatiche, i privilegi e l'altre scritture prima erano firmate dal Gran Protonotario o suo Luogotenente; al presente non si ricerca più la lor firma, ma de' soli Reggenti. Fu sì bene a tempo di Ferdinando il Cattolico in questi principi ritenuto il costume, che oltre a' Reggenti le prammatiche fossero anche firmate dal Viceprotonotario; e quando si trattava di cose attenenti al patrimonio regale, le spedizioni si facevano pro Curia dal Luogotenente del Gran Camerario, come s'osserva in quelle poche prammatiche, che promulgò in Napoli Ferdinando; nulladimanco nel decorso degli anni fu tolta affatto la lor firma, e rimase quella de' soli Reggenti. Anche nella creazione de' Notari e de' Giudici a contratti vi vollero la lor parte, ed oltre di prescrivere i diritti per le lettere de' Notari e de' Giudici, i loro privilegi pure si spediscono dalla Cancelleria con firma di un Reggente, oltre del Viceprotonotario.

Il Gran Camerario ed il suo Tribunale della regia Camera fu posto nella suggezione, nelle cause più gravi del Patrimonio regale, ed ove l'affare il richiegga, di dovere il Luogotenente e Presidenti di quella andare in questo Consiglio a riferir le loro cause, ed ivi deciderle; e ciò per la soprantendenza, che tiene sopra tutti i Tribunali della città e del Regno, drizzata al fine, che non altrimente potrebbe sperarsene un ottimo e regolato governo; ond'è, che si esiga la loro riverenza e rispetto.

Prima le dimande de' sudditi, che si facevano al Re, siano di giustizia o di grazia, si portavano al Gran Giustiziere, il quale nel giorno stesso, col consiglio d'un Giudice della Gran Corte, quelle che erano regolari, e che non avean bisogno di parteciparsi al Principe, le spediva egli immediatamente nel giorno seguente, le altre che richiedevano la scienza del Re, si mandavano suggellate al suo Segretario per la spedizione[264]. Ora per l'elezione di questo Consiglio, tutti li preghi e memoriali si portano dirittamente al Segretario del Collaterale e suoi Scrivani di Mandamento, e vi si dà la provvidenza.

Non minore abbassamento sperimentarono gli altri Ufficiali della Corona e della Casa del Re e tutti gli altri Ufficiali minori a lor subordinati, non tanto per l'erezione di questo nuovo Consiglio, quanto per esser mancata in Napoli la sede regia, e trasferita altrove in remotissime regioni.

Al Grand'Ammiraglio, per l'erezione del General delle galee e del Tribunal dell'arsenale, divenne molto ristretta la sua autorità. Questo nuovo Capitan Generale ebbe la soprantendenza sopra le galee di Napoli e del Regno con una totale independenza dal Grand'Ammiraglio; ed ancorchè nel Parlamento generale convocato in Napoli nel 1536, nella dimora che vi fece l'Imperador Carlo V, fossegli stato richiesto, che quello dovesse esser Cavaliere napoletano, e l'Imperadore avesse risposto, che secondo il bisogno e contingenza de' tempi avrebbe provveduto[265], si vide sempre però in persona di Spagnuoli, li quali esercitando giurisdizione sopra le persone a quelle deputate, secondo le instruzioni che ne diede il Re Filippo II, rapportate dal Reggente Costanzo[266], eressero un Tribunale a parte, independente da quello del Grande Ammiraglio, con eleggervi un Auditor generale ed altri Ufficiali minori, da' decreti del quale s'appella non già al Grand'Ammiraglio, ma al Vicerè, il quale suol commettere le appellazioni per lo più a' Reggenti del Collaterale, ovvero ad altri Ministri che meglio gli piacerà[267].

Parimente fu eretto un nuovo Tribunale dell'Arsenale ch'esercita giurisdizione civile e criminale sopra molti, ch'esercitano l'arte di costruir navilj, tutto subordinato e dipendente non già dal Grand'Ammiraglio, ma dalla Regia Camera e suo Luogotenente, il quale vi destina un Presidente di quella a reggerlo, ed alla quale si riportano le appellazioni de' decreti del medesimo[268].

CAPITOLO III. Nuova disposizione degli Ufficiali della Casa del Re.

L'Ufficio del Gran Siniscalco, per non esser più Napoli sede regia, rimase poco men ch'estinto ed abolito. E si videro sorgere nuovi Ufficiali affatto da lui indipendenti.

Il Gran Siniscalco, siccome si è potuto vedere nell'undecimo libro di quest'Istoria, avea la soprantendenza della Casa del Re; e quantunque la sua carica riguardasse il governo della medesima, nulladimanco perchè la sua autorità non era limitata da alcun luogo o provincia, ma si stendeva in tutto il Reame, nè era mutabile per ogni mutazione di Re; si diceva per ciò servire allo Stato, e non già solamente alla persona del Re, onde per uno degli Ufficiali della Corona era riputato. Avea egli sotto se più Ufficiali nella Casa del Re, dei quali nel libro XXI di quest'Istoria se ne fece un lungo catalogo; alcuni dei quali, durando ancora la residenza de' Re in Napoli, pure furono esentati, come si disse, dall'ubbidienza del Gran Siniscalco, e sottoposti immediatamente al Re.

Ma da poi che i Re abbandonarono Napoli, trasferendo altrove la lor sede regia, e reggendo la città ed il Regno un suo Luogotenente detto Vicerè, restarono soppressi que' tanti Ufficiali così maggiori, come minori della Casa del Re, subordinati per la maggior parte al Gran Siniscalco; ed altri nuovi ne sursero nel Palazzo reale, subordinati non già più al Gran Siniscalco, ma assolutamente al Vicerè, a cui, come al di lui palazzo servivano.

S'estinsero i Ciambellani, i Graffieri, nomi franzesi, i Panettieri, gli Arcieri, gli Scudieri e tanti altri Ufficiali; e ne furono all'uso di Spagna altri introdotti, che doveano aver cura del Palazzo reale, e servire al Vicerè, ed alle sue Segreterie, con indipendenza dal Gran Siniscalco.

Si stabilirono due Segreterie, una di Stato e di Guerra, l'altra di Giustizia. L'una e l'altra non hanno alcuna dipendenza dalla Segreteria del Regno, nè dal Consiglio Collaterale; e la comunicazione di tutti que' negozj, che il Vicerè rimette in Collaterale, passa per quelle Segreterie. Ciascheduno di questi due Segretarj secondo la loro incombenza, o di guerra o di giustizia, spediscono in nome del Vicerè gli ordini, che egli prescrive. Per la Secreteria di Guerra passano tutti i negozj militari e di Stato, e tutti quelli, che appartengono agl'interessi del regal Patrimonio e delle Comunità del Regno, e di tutti gli arrendamenti e gabelle. Per quella di Giustizia, possano tutti i negozj appartenenti alla buona amministrazione di giustizia, ed elezione di tutti i Governadori ed Assessori delle città e Terre demaniali, Presidi, Auditori di province, Giudici di Vicaria, e di tutte l'altre somiglianti cariche, che provvede il Vicerè. Non s'usa nelle loro Segreterie altra lingua che la Spagnuola. Tengono sotto di loro più Ufficiali per la spedizione de' biglietti e dispacci, che nella città si dirizzano a' Capi de' Tribunali, ed altri Ministri così di spada, come di toga, e nelle province a' Presidi, e suoi Ufficiali. Prima riconoscevano il Gran Protonotario per loro Capo, ora il Vicerè che li tiene nel regal Palazzo per la più pronta e sollecita spedizione degli affari.

Nel Palazzo regale si è ancora unita la Scrivania di Razione, la quale prima secondo ciò che scrisse il Summonte[269], s'esercitava nella propria Casa dello Scrivano di Razione, e la quale in forma di Tribunale, oltre lo Scrivano di Razione suo Capo, tiene molti Ufficiali minori suoi sudditi. Ne tiene ancora nelle province, che parimente Scrivani di Razione sono appellati. La sua incombenza è di tener cura della Matricola, ovvero Rollo di tutti i soldati del Regno, di tutti gli Stipendiarj, e di tutti gli Ufficiali, siano di Toga, o di Spada, a' quali il Re paga soldo. Tiene il Rollo delle Milizie della città e del Regno. Tiene conto delle Castella e Fortezze del Regno, così per le provvisioni de' Soldati, come delle munizioni, fabbriche, reparazioni, e d'ogni altra cosa, che in quelle si fanno; nè possono spedirsi ordini per lo pagamento de' loro soldi, se non saranno prima nella matricola, che e' conserva, notati. Nell'occorrenze ha luogo nel Collateral Consiglio, ove siede dopo il Luogotenente della regia Camera, al cui Tribunale è sottoposto, e precede al Tesoriere, al Reggente della Vicaria, ed al Segretario del Regno[270], ed è decorato col titolo di Spettabile[271].

Parimente nel Palazzo regale s'è unita la Tesoreria. Prima, ne' tempi dell'Imperador Federico II, la Tesoreria era nel castel del Salvatore, oggi chiamato dell'Uovo, dove Federico ordinò, che dovesse il Tesoro trasportarsi, e vi destinò per la custodia tre Tesorieri, Angelo della Marra, Marino della Valle ed Efrem della Porta. Ferdinando il Cattolico, come narra il Zurita[272], abolendo il Tesoriere, avea introdotto un nuovo Ufficiale, detto Conservator Generale, nella persona di Giovan Battista Spinelli; ma sperimentatosi dannoso, quando venne in Napoli, alle querele di molti, che l'aveano per esoso, l'estinse affatto, e rifece, come prima il Tesoriere. Era questi prima totalmente subordinato al Gran Camerario, come quegli che teneva la cura e custodia del Tesoro del Re: ora è subordinato al Vicerè, ed al Tribunal della Camera. Ha il secondo luogo dopo lo Scrivano di Razione, con cui tiene molta connessione ed intelligenza; ed ancorchè sia da costui preceduto, precede egli però al Decano della Camera, quando, o in questo Tribunale, o in Collaterale accadesse di sedere. Ha ancora in Collaterale Sedia, quando il Decano siede allo Sgabello[273].

In questo nuovo governo degli Spagnuoli surse un nuovo Ufficiale detto Auditor Generale dell'Esercito, che lo potrem anche dire Giudice del Regal Palazzo. Introdotte che furono nel Regno le milizie spagnuole; fu loro dato un General Comandante, chiamato il Mastro di Campo Generale. Questi ebbe il suo Auditor Generale, al quale fu data la conoscenza delle cause di tutti i soldati spagnuoli stipendiati ed altri detti Piazze morte; la sua giurisdizione s'estende ancora sopra i soldati, Alfieri e Capitani italiani, e sopra i 50 Continui, de' quali si parla ne' privilegi di Napoli conceduti da Carlo V[274]. Negli ultimi tempi per prammatica del Conte di Lemos del 1614, confermata poi dal Cardinal Zappata nel 1622, fu stesa la cognizione del suo Tribunale sopra altri affari.

Tiene sotto di se altri Tribunali minori, come quello dell'Auditor del Terzo Spagnuolo e di tutti gli altri Auditori delle castella, delle città e del Regno. Il Terzo Spagnuolo tiene un suo Auditor a parte, il quale ha la cognizione delle cause civili e criminali sopra i soldati spagnuoli del Terzo residente in Napoli; però questo Tribunale è subordinato a quello dell'Auditor Generale dell'esercito, perchè da' suoi decreti s'appella al Tribunale dell'Auditor Generale.

Parimente i tre Castelli della città di Napoli, Castel Nuovo, quel di S. Ermo e l'altro dell'Uovo, hanno ciascuno un Auditor particolare, che vien eletto dal Castellano, ed ognun tiene il suo Attuario e Coadiutore della Corte. Questi esercitano giurisdizione sopra tutti quelli, che abitano ne' Castelli; quel del Castel Nuovo l'esercita anche sopra quelli che sono nella torre di S. Vincenzo. Prima, da' loro decreti s'appellava al Vicerè, che commetteva le appellazioni a vari Ministri, perchè le rivedessero. Poi dal Conte di Lemos nel 1614, per sua prammatica confirmata dal Cardinal Zappata nel 1672, fu stabilito, che le appellazioni si rivedessero dall'Auditor Generale dell'esercito, a cui sono subordinati.

Tiene ancora la conoscenza sopra tutti coloro, che abitano e sono del Palazzo del Vicerè, e conosce dei delitti ivi commessi, essendo egli il Giudice della casa del Re. Prima questa conoscenza era del Gran Siniscalco, come Capo Uffiziale della casa del Re; ora è dell'Auditor Generale, con subordinazione non già al Gran Siniscalco, ma solo al Vicerè, al quale si riportano le appellazioni de' suoi decreti, da chi sono commesse a que' ministri, che gli piaciono[275]. Pretende ancora aver conoscenza sopra i Soldati della guardia Alemanna destinata per custodia del regal Palazzo; ma glie la contrasta il lor Capitano, che se l'ha appropriata. Parimente i Cantori della regal Cappella, essendo della famiglia del real Palazzo, dovrebbero esser a lui subordinati: ma il Cappellan Maggiore ne tiene ora la conoscenza, e come suoi sudditi vengon riputati.

Pure il Cappellano Maggiore, ch'è Capo della Cappella del regal Palazzo, merita per questa parte essere annoverato tra gli Ufficiali della Casa del Re. Tiene egli giurisdizione nell'Oratorio regio e sopra tutti i Cappellani regi, anche de' Castelli della città e del Regno. La esercita ancora sopra i Cantori della Cappella regia. Tiene il suo Consultore e de' decreti del detto Tribunale se ne appella al Vicerè, il quale suole commettere l'appellazione a que' Ministri, che gli piaciono. Dell'origine ed incremento del Cappellano maggiore, sue prerogative e soprintendenza nei Regi Studi già diffusamente si è discorso nel XXI libro di quest'Istoria.

CAPITOLO IV. Degli altri Ufficiali, che militano fuori della Casa del Re.

Questi finora annoverati sono gli Ufficiali del regal Palazzo, secondo la nuova disposizione degli Spagnuoli. Prima tra gli Ufficiali della Casa del Re erano annoverati, il Maestro delle Razze Regie ed il Maestro delle Foreste e della Caccia. Ma sotto il Regno degli Spagnuoli questi due Uffici furono trasformati, e presero altre sembianze.

Il Maestro delle Razze Regie, detto ancora il Cavallerizzo Maggiore del Re, innalzò in sua propria casa un Tribunale a parte col suo Auditore ed Attuario, dove esercitava giurisdizione sopra tutte le persone destinate alle razze regie, che il Re teneva così in Napoli, come nelle province, in Terra di Lavoro, al Mazzone presso Capua, nella Puglia ed in Calabria. De' suoi decreti s'appellava alla regia Camera, a cui era subordinato. Nel 1660 fur dismesse le razze, che teneva in Calabria, come al Re dannose[276]. Nei tempi nostri furono parimente per l'istessa cagione tolte in Napoli, nel Mazzone e nella Puglia; ond'oggi rimane estinto in noi questo Tribunale, ed abolito affatto l'ufficio di Cavallerizzo del Re.

Contraria fortuna ebbe il Maestro delle Foreste e della Caccia, chiamato oggi il Montiere Maggiore. Prima, com'è chiaro da' Capitoli del Regno, la sua giurisdizione ed incombenza non si stendeva più, che nelle foreste demaniali del Re. Da poi essendo la Caccia divenuta regalia del Principe, si stese sopra tutti i luoghi, nè viene ora ristretta da alcun termine o confine. Egli dà le licenze a' Cacciatori, e che possano a tal fine portar arme per tutto il Regno: tiene il suo Tribunale a parte con un Auditore ed Attuario, e s'è di presente innalzato tanto, che è riputato uno degli ufficj non meno illustre, che di rendita[277].

Ma sopra tutti questi Uffici, niuno a questi tempi s'innalzò tanto, quanto il Maestro delle Osterie e delle Poste, chiamato ora comunemente il Corriere Maggiore, il quale per essere di moderna istituzione, era dovere riportarlo a questi tempi, e di cui per ciò più distesamente degli altri bisogna ora far parola.

L'Ufficio di Corrier Maggiore, ovvero Maestro delle Osterie e delle Poste secondo la moderna istituzione, è tutto altro dal Corso pubblico, che leggiamo praticato presso i Romani; e le sue funzioni non sono le medesime, che si descrivono nel Codice Teodosiano sotto quel titolo[278]. Appresso i Romani, almeno negli ultimi tempi dell'Imperio di Costantino M. e dei suoi successori, non era un ufficio a parte, o che la soprantendenza di quello s'appartenesse ad un solo. Era regolato il Corso pubblico, oltre al Principe, dagli Ufficiali ordinarj dell'Imperio; ne doveano tener cura e pensiero i Prefetti al Pretorio, i Maestri dei Cavalieri e degli Ufficj, i Proconsoli ed i Rettori delle province. Non si restringeva la loro cura nella sola spedizione de' Corrieri a piedi, o a cavallo, portatori di lettere, quo celerius, ac sub manum (come d'Augusto scrisse Svetonio[279]) annunciari cognoscique posset, quid in Provincia quaque gereretur, o come di Trajano narra Aurelio Vittore[280], noscendis ocyus quae ubique e Repubblica gerebantur, admota media publici cursus[281]; ma la più importante loro incombenza era di provvedere in tutti i luoghi di quanto faceva bisogno per li viaggi del Principe: per quelli che intraprendevan i Rettori, i Consolari, i Correttori, o Presidi delle province: quando dall'Imperadore erano mandati a governarle, o quando finita la loro amministrazione erano richiamati in Roma: per li viaggi degli altri Magistrati, così civili come militari, quando occorreva scorrere le Province: per li Legati, che, o si mandavano dal Senato e Popolo romano o da' Provinciali all'Imperadore: ovvero per quelli, che dalle Nazioni straniere erano mandati a Roma: in breve, per li viaggi di coloro, a' quali, o la legge, o il Principe concedeva di potersi servire del Corso pubblico, del quale non potevano valersi i privati, se non quando con indulto o licenza dell'Imperadore si concedevan loro lettere di permissione, che chiamavano evectiones.

Tutte le spese, sia per uomini destinati al pubblico corso, sia per cavalli, bovi o altri animali, per carri, carrocci, quadrighe ed ogn'altro bisognevole, erano somministrate dal Fisco, o dal pubblico Erario. Quindi avvenne, che per mantenere questo pubblico corso, erano imposte alle Province alcune prestazioni, chiamate angarie o parangarie; e sovente era domandato a' Provinciali, ovvero da essi perciò offerto, qualche tributo. Quindi era, che l'uso di questo corso era solamente destinato per le pubbliche necessità, non già per le private; onde a' privati, come si è detto, non era permesso valersene, se non con licenza e per missione. E quindi furono prescritte tante leggi per ben regolarlo, come si vede nel Codice di Teodosio[282], e di cui metodicamente scrisse il Gutero[283] e più esattamente Giacomo Gotofredo in quel titolo[284].

Ma caduto l'Imperio romano, e diviso poi in tanti Regni sotto vari Principi stranieri, ed infra di lor discordi e guerreggianti, non potè mantenersi questo pubblico Corso. I viaggi non erano più sicuri, i traffichi ed i commerci pieni d'aguati e di sospetti, onde venne a togliersi affatto, nè di quello restò alcuno vestigio.

Stabiliti da poi col correr degli anni in Europa più dominj, sebbene non potè ristabilirsi affatto il corso pubblico, nulladimanco, siccome per li commerci e traffichi fu ridotto a maggior perfezione l'uso delle lettere di cambio, così i Principi ad imitazione degli Imperadori romani, pigliarono a ristabilire quella parte del corso pubblico che riguardava la spedizione dei corrieri a piedi ed a cavallo, ed a disporre almeno i viaggi di quelli per le pubbliche strade e provvedergli nel passaggio del bisognevole (ond'è, che a' corrieri maggiori fu data ancora giurisdizione sopra l'Osterie, e perciò furon anche chiamati Maestri delle Osterie, siccome nelle concessioni di Carlo V e di Filippo II e III fatte di questo ufficio a' Signori Tassi, vengon chiamati Maestros mayores de Ostes, y Postas, y Correos de nuestra Casa, y Corte, etc.[285]), affinchè i Corrieri ne' cammini non patissero disagi, e con prontezza e celerità s'affrettassero ad avvisar loro quanto passava ne' loro eserciti ed armate, ne' loro Regni e province, e nelle Corti degli altri Principi, dove essi tenevano Ambasciadori. Ed in Francia, scrive Filippo di Comines Signor d'Argentone[286], che il Re Luigi XI avesse ordinato le poste, le quali per l'addietro non mai vi furono; siccome in Inghilterra per autorità regia furono i Corrieri parimente istituiti[287].

Chi presso i Romani avesse prima introdotta questa usanza, par che discordino gli Autori dell'Istoria Augusta. Svetonio[288] ne fa autore Augusto; Aurelio Vittore[289], Trajano; Sparziano[290], Adriano; e Capitolino[291], Antonino Pio. Che che ne sia, nel che è da vedersi Lodovico von Hornick[292], e Giacomo Gotofredo[293], il quale si studia ridurli a concordia: egli è certo, che secondo questa nuova istituzione fu costituito sopra ciò un nuovo ufficio a parte, incognito a' Romani, la cura del quale fu commessa ad un solo, e ristretto ad una più gelosa incombenza ch'era la sopraintendenza de' Corrieri, li quali dalle loro Corti spedivano i Principi sovente a' Capitani d'eserciti o d'armate, a' Governadori de' loro Reami o province e ad altri loro Ministri ed Ambasciadori: dalla lealtà e segreto del quale dipendeva sovente il cattivo o buon successo d'una negoziazione, d'una battaglia, d'un assedio di piazza, e de' trattati di lega o di pace con gli altri Principi suoi amici o competitori. Per questa cagione fu reputato quest'ufficio di gran confidenza e di grande autorità, e di maggiore emolumento[294]; poichè oltre d'aver il Corrier maggiore la soprantendenza e la nomina di tutti i Corrieri, di prender da essi il giuramento necessario per lo fedele e leal uso di quello, tassare i viaggi, per li quali esigeva le decime ed altri emolumenti, e stabilire le poste, avea ancora la giurisdizione sopra tutte le osterie, siccome è manifesto dalle riferite concessioni di Carlo V, e de' Re Filippo II e III, fatte a' Signori Tassi, i quali lungamente tennero quest'ufficio; e sebbene costoro si fossero astenuti sopra gli osti d'esercitarla, non è però, che in vigore delle concessioni suddette non avessero avuta facoltà di farlo[295].

Oltre i tanti obblighi, che annoverò Lodovico von Hornick[296] nel suo trattato De Regali Postarum Jure, teneva presso noi il Corriere Maggiore obbligo d'assistere appresso la persona del Principe, stando egli nella sua Corte ovvero presso la persona de' suoi Vicerè o Luogotenenti, dimorando egli ne' Regni, dove gli conveniva esercitar il posto: avere la sua abitazione in luogo, quanto più fosse possibile vicino al Palagio reale, affinchè si ponesse meno intervallo fra l'arrivo del corriere o Staffetta, e l'avviso che deve darsi tosto al Principe o suo Luogotenente. Se accaderà a costoro uscire fuori della città per incontrare da lontano qualche Principe o altro personaggio di stima, è tenuto il Corrier maggiore seguirli e preparar loro comode ed agiate stanze per tutti i luoghi dove dovran albergare. Parimente se dovranno andare alla guerra deve seguitarli e servirli di corrieri, postiglioni e cavalli: se l'esercito dovrà stare in campagna dovrà fare il medesimo, sempre stando a' fianchi e vicino al Principe o suo Luogotenente; ed in tempo di marcia star vicino allo stendardo regale, ove sogliono dimorare i trattenuti Gentiluomini e Cavalieri che non hanno altro carico[297].

In questi principj l'ufficio ed amministrazione del Corrier maggiore non era che intorno alla soprantendenza, nomina e spedizione de' Corrieri per negozi ed affari del Principe e dello Stato; onde a somiglianza del Corso pubblico de' Romani, i privati non v'aveano parte alcuna, e le città ed i loro abitatori aveano la libertà di comunicare e trattare i loro negozi e traffichi per quelli mezzi e persone che ad essi piaceva eleggere. Il Cardinal di Granvela fu quegli, che richiamato dal Re Filippo II dal governo di Napoli (dov'era dimorato quattro anni Vicerè) in Ispagna per esercitare nella sua Corte la carica di Consigliere di Stato e di Presidente del Consiglio d'Italia, instituì il primo nell'anno 1580, negli ordinarj d'Italia, le staffette, le quali da poi nell'anno 1597 furono instituite in Siviglia ed in tutta la Spagna. Per la quale instituzione, si tolse alle città e loro abitatori la libertà che aveano di eleggere le persone ed i mezzi per comunicarsi insieme, perchè coll'uso degli ordinarj e delle staffette stabilite, si pensò di ridurre ad una mano, ed all'utile d'uno la comunicazione de' Regni, il cui diritto poteva solo appartenere al Principe Sovrano, intervenendovi la causa pubblica, e convertendosi in di lui utile quel che si ricavava da' particolari. Quindi all'utile, che il Corrier maggiore ritraeva, ripartendo i viaggi de' Corrieri, delle decime, s'aggiunse l'utile delle staffette che si ricavava da' particolari.

S'aggiunse appresso l'utile de' Procacci. Non ha dubbio, che l'uso de' Procacci tragga la sua origine dal Corso pubblico de' Romani, e sia una picciola parte di quello, per ciò che riguarda la disposizione praticata in esso intorno al trasporto delle robe; ma nel rimanente i Procacci presenti, sono da quello differenti: poichè questi hanno giorno determinato per la loro partenza: s'usano cavalli propri o muli a vettura, e sogliono avere gli alloggiamenti a luogo a luogo, ove sempre ritrovano quelli pronti e provveduti: furono introdotti non pure per la pubblica comodità del Principe e dello Stato, ma per li commerci e per li più comodi viaggi e trasporti di robe de' privati, conducendo casse, balle ed altre loro mercatanzie[298].

Essendosi cotanto ampliata la sua giurisdizione, e più i suoi emolumenti, quindi ora vedesi avere Tribunal proprio[299], e molti Ufficiali minori[300], distribuiti non meno per ben regolarlo, che per l'esazione degli emolumenti; tal che è riputato ora uno de' maggiori ufficj, che al pari della grandezza e lustro vada congiunta la dovizia e l'utilità.

Questo cangiamento fu veduto negli Ufficj nel nuovo Governo spagnuolo, nel quale fu introdotto ancora costume, che la collazione de' medesimi si rendesse per la maggior parte venale: e quando prima non erano conceduti se non a persone, che se gli aveano meritati per loro fatti egregi o nell'arme, o nelle lettere, furono da poi, per lo bisogno continuo, che s'avea di denaro, renduti quasi tutti vendibili; e non pure la concessione fu ristretta alla sola vita del concessionario, ma a due e tre vite, ed anche si videro perpetuati in una famiglia, e sovente erano ancora conceduti in allodio per se e loro eredi in perpetuo.

Si vide ancora nel nuovo Regno degli Spagnuoli un altro cangiamento intorno a' Titoli, li quali si videro più del solito abbondare. Quando prima il Titolo di Principe non era conceduto, che a' primi Signori ed a Reali di Napoli, si vide da poi non già colla mano, ma col paniere dispensarsi a molti, non altrimente di quel che si faceva de' Titoli di Duca, di Marchese, o di Conte; tanto che Ferdinando il Cattolico nella Tassa, che ordinò de' diritti di Cancelleria, ugualmente trattò gli emolumenti, che doveansi esigere per le investiture del Principato, che del Ducato, Marchesato e Contado, siccome uguale era il diritto per la concessione d'un nuovo Titolo di Principe, che di Duca, di Conte, o di Marchese. E poichè non meno che gli Ufficj, le Baronie ed i Titoli erano renduti venali, quindi a folla cominciarono a multiplicarsi fra noi i Titoli ed i Baroni; e negli ultimi tempi del loro Governo la cosa si ridusse a tale estremità, che fu detto, che gli Spagnuoli avean posta la Signoria fino al bordello, e creati più Duchi, e Principi a Napoli, che non eran Conti a Milano.

Furono parimente introdotte nel Regno nuove famiglie spagnuole, i Sanchez di Luna; i Cordova; i Cardoni; gli Alarconi; i Mendozza; i Leva; i Padigli; gli Erriquez e tante altre, decorate non men di Titoli, che di Stati e Signorie. S'introdussero per ciò nuovi costumi ed usanze, delle quali nel decorso di quest'Istoria, secondo l'opportunità, ci sarà data occasione di parlare.

La disposizione delle province però non fu alterata. I Presidi continuarono a governarle come prima, chiamati ancora a questi tempi Vicerè. Il numero era lo stesso, ma non corrispondeva il numero delle province a quello de' Presidi. Sovente due province, come vediamo ancor ora praticarsi nelle province di Capitanata e Contado di Molise, erano amministrate da un sol Preside; e nel Regno di Filippo II, siccome ce ne rende testimonianza Alessandro d'Andrea, che scrisse la guerra, che questo Principe ebbe a sostenere col Pontefice Paolo IV, non erano nel Regno, che sei Presidi, a' quali era commessa l'amministrazione della giustizia in tutte le dodici province; quantunque per ciò che riguardava l amministrazione delle rendite regali, il numero de' Tesorieri, ovvero Percettori corrispondeva a quello delle province. Fu per tanto il numero de' Presidi sempre vario, ora accrescendosi, ora diminuendosi, secondo le varie disposizioni ed ordinamenti de' nostri Principi. Siccome le città della loro residenza, non furon sempre le medesime, trasferendosi ora in una, ora in altra, secondo il bisogno, o la migliore loro direzione e governo richiedeva.

CAPITOLO V. Delle leggi, che Ferdinando il Cattolico ed i suoi Vicerè deputati al governo del Regno ci lasciarono.

Ferdinando ci lasciò poche leggi, ma quelle del G. Capitano, del Conte di Ripacorsa e di D. Antonio di Guevara suo Luogotenente, di D. Raimondo di Cardona e di D. Bernardino Villamarino suo Luogotenente, furono più numerose.

Merita tra le leggi di Ferdinando essere annoverata in primo luogo quella, che a richiesta della città stabilì per ristoramento dell'Università degli Studi di Napoli: erano i nostri Studi per li precedenti disordini e rivoluzioni di cose quasi che estinti, ed i pubblici Lettori, a' quali dal regio erario erano somministrati i soldi, per le tante guerre precedute, non erano pagati: pregarono per tanto i Napoletani il Re Ferdinando, ch'essendo il Regno pervenuto nelle di lui mani, ed essendo stato nella città di Napoli capo del Regno, e sede regia, da tempo antichissimo lo Studio generale in ogni facoltà e scienza, ed in quello essendo stati Cattedratici i più famosi Dottori in ogni facoltà, salariati da' Re suoi predecessori, era allora per le precedute guerre quasi che mancato ed estinto; onde lo pregarono di volerlo ristaurare, e ridurlo al primiero stato, preponendo alle letture i Dottori napoletani ed i regnicoli a' forastieri, ed ordinare il pagamento a' Lettori sopra alcuna speziale entrata di S. M. nella città di Napoli, o nella provincia di Terra di Lavoro. Il Re benignamente vi acconsentì, ed ordinò al suo Tesoriere, che delle sue più pronte e spedite rendite pagasse ogni anno agli Eletti della città per mantenimento de' Lettori ducati duemila, come dal suo diploma spedito nella città di Segovia sotto li 30 settembre del 1505.[301] Ciò che poi fu confermato dall'Imperador Carlo V nel Parlamento generale tenuto in sua presenza in Napoli nel 1536[302].

Le altre sue leggi si leggono nel volume delle nostre prammatiche. Prima di venire a Napoli ne promulgò alcune nelle città di Toro, di Segovia e di Siviglia. Venuto in Napoli ne promulgò altre, che portano la data nel Castel Nuovo. Ritornato in Ispagna insin che visse ne stabilì alcune altre, le quali secondo l'ordine de' tempi furono raccolte nella Cronologia prefissa al primo tomo delle nostre prammatiche, secondo l'ultima edizione del 1715.

Nella sua assenza i Vicerè suoi Luogotenenti, ai quali era di dovere, che per la lontananza della sua sede regia, si dasse questa potestà, ne stabilirono moltissime.

Il Gran Capitano in febbrajo ed in giugno dell'anno 1504 ne promulgò due, ed un'altra in decembre del seguente anno 1505.

Il Conte di Ripacorsa ne stabilì pure alcune savie e prudenti. Diede egli per le medesime l'esilio dal Regno a tutti i Ruffiani: proibì severamente i giuochi e le usure, e riordinò la disciplina con leggi severe e serie, la quale per li preceduti disordini si trovava in declinazione e quasi che spenta. Alla di lui intercessione deve il Regno quelle prerogative, che Ferdinando il Cattolico gli concedette epilogate in 37 Capitoli[303]: siccome in tempo del suo Governo furono stabiliti in Napoli i Capitoli del ben vivere[304], donde fu con tanta esattezza e saviezza provveduto alla dovizia ed abbondanza della città. Ed in que' pochi giorni, che D. Antonio Guevara come suo Luogotenente, governò il Regno, ne fu da costui stabilita una molto savia, per la quale furono rinovati i regolamenti, che Ferdinando I avea dati intorno a' Cherici e Diaconi Selvaggi[305].

D. Raimondo di Cardona così nel Regno di Ferdinando, come in quello di Carlo V, che lo confermò Vicerè, ci lasciò pure sue prammatiche, siccome D. Bernardino Villamarino suo Luogotenente; le quali, per non tesserne qui un noioso catalogo, possono secondo l'ordine de' Tempi osservarsi nella suddetta Cronologia prefissa al primo Tomo delle nostre prammatiche.

Queste furono le prime leggi, che ci diedero gli Spagnuoli: leggi tutte provvide e savie, nello stabilir delle quali furono veramente gli Spagnuoli più d'ogni altra Nazione avveduti, e più esatti imitatori dei Romani.

CAPITOLO VI. Politia delle nostre Chiese durante il Regno degli Aragonesi insino alla fine del secolo XV, e principio del Regno degli Austriaci.

Siccome si è potuto osservare ne' precedenti libri di quest'Istoria, i Pontefici romani, dopo essere interamente estinto lo Scisma, si occuparono più nelle guerre d'Italia, e a favorire, o contrastare uno de' Principi contendenti, che alle spedizioni contra i Turchi, o ad altre più grandi imprese. Si applicarono ancora, cominciando da Calisto III agl'interessi della propria Casa, e ad ingrandire i loro parenti e nipoti: instituto che continuato da' successori portò in Italia nelle loro private famiglie due grandi Signorie, quella di Fiorenza nella Casa de' Medici, e l'altra di Parma in quella de' Farnesi; e coloro, che non ebbero opportunità d'innalzarli cotanto, li provvidero almanco di ampi Stati ed estraordinarie ricchezze. Alessandro VI svergognò il Pontificato, perchè tutta la sua avarizia, tutta la sua ambizione e crudeltà, e tante altre sue scelleratezze le indirizzò a questo fine, d'innalzar Cesare Borgia suo figliuolo da privato ad assolute ed independenti Signorie.

L'avidità di cumular tesori e tirar denaro in Roma da tutte le parti e per ogni cosa, li tenne solleciti, di stender la loro giurisdizione sopra il temporale; dì ricevere le appellazioni in ogni sorta di causa, e di tirare in fine tutte le liti in Roma. Si tirarono ancora le collazioni di quasi tutti i Beneficj, colle riserve, grazie, aspettative, prevenzioni, annate e pensioni; e la maggior parte de' Beneficj più doviziosi furono posti in commenda. Tutti gli Arcivescovadi, Vescovadi, Badie, Priorati e Prepositure furono tirate in Roma. Le Indulgenze, che a questi tempi più del solito erano concedute da' Pontefici, le dispense, le decime, che erano imposte a' Cleri, e tanti altri emolumenti tiravano alla Camera Appostolica grandi ricchezze.

Ma sopra ogni altro dagli Spogli, particolarmente in Italia, si ricavavano somme considerabilissime. Ancorchè il Concilio di Costanza avesse proccurato porvi freno, con tutto ciò, morto il Beneficiato, prima che che se gli fosse dato il successore, ciò che lasciava, applicavasi alla Camera del Pontefice. Si mandavano Collettori e Sottocollettori per tutto, li quali con severe estorsioni mettevano in conto di spoglie eziandio gli ornamenti delle Chiese, e davano molta molestia agli eredi, anche sopra i beni acquistati dal defunto con industria, o cavati dal suo Patrimonio; ed in dubbio di qual qualità fossero i beni, sentenziavano a favor della Camera: e coloro che ad essi si opponevano, eran travagliati con scomuniche e censure.

In Francia e nella Germania tutte queste intraprese trovarono delle opposizioni, ed in Ispagna la legge degli Spogli fu ristretta a' soli Vescovi. Ma nel nostro Reame, come si è veduto nel XXII libro di quest'Istoria, mentre durò il Regno degli Angioini ligi de' Pontefici romani, si sofferirono queste ed altre cose peggiori.

Trasferito poi il Regno agli Aragonesi, Alfonso I e gli altri Re suoi successori della Casa d'Aragona, ancorchè seguendo gli esempi di Spagna; non piacesse loro usare que' forti ed efficaci rimedi, che si cominciavano a praticare in Francia; con tutto ciò andavano medicando le ferite con unguenti e con impiastri, affin di togliere, come meglio potevano, almeno gli abusi più gravi ed intollerabili. Essi, perchè i pregiudizi sofferti da' loro predecessori non loro ostassero, tiravano il titolo di regnare non già dagli Angioini, ma dagli Svevi e dall'ultimo Re Corradino, per l'investitura che ne fece al Re Pietro d'Aragona marito di Costanza figliuola del Re Manfredi.

Alfonso I nel Conclave, che nell'anno 1431 si tenne per l'elezione del nuovo Pontefice, proccurò che i Cardinali promettessero con giuramento di non pretendere più Spogli; ond'essendo l'elezione seguita in persona d'Eugenio IV, nell'investitura che questo Pontefice gli diede del Regno di Napoli, per quel che s'apparteneva agli Spogli e frutti delle Chiese vacanti, espressamente fu dichiarato, che si dovesse il tutto regolare JUXTA CANONICAS SANCTIONES. Quindi per tutto il tempo, che corse nel Regno de' Re d'Aragona, anche di Ferdinando il Cattolico, insino ai principj del Regno dell'Imperador Carlo V, fu presso noi introdotto stabile costume e pratica, che quando moriva alcun Prelato o Beneficiato, non solamente di quelle Chiese e Beneficj ch'erano di regia collazione, o presentazione, ma universalmente di tutte le Chiese e Beneficj del Regno, si dava dal Cappellano Maggiore la notizia della vacanza a' nostri Re, da quali per le loro Segreterie si spedivano commessioni a persone, che lor fossero più a grado, affinchè in nome della regia Corte ne prendessero il possesso, facessero degli Spogli esatto e fedele inventario, e quelli insieme co' frutti, che andavano maturando in tempo delle vacanze, conservassero in beneficio del successore, senza che vi s'intromettesse la Camera Appostolica. Da poi, conferitasi la Chiesa o Beneficio, si presentavano dal provvisto le Bolle, e dato a quelle l'exequatur Regium, spedivasi ordine al Commessario regio conservatore degli Spogli e de' frutti suddetti, acciò immettesse il provvisto nella possessione, e nell'istesso tempo gli dasse i frutti. Gli esempi di questa pratica ne' Regni d'Alfonso I, di Ferdinando I e del Re Federico, si descrivono in una consulta, che il Duca d'Alcalà fece al Re Filippo II nel 1571, mentr'era Vicerè del Regno[306]; ed insino a D. Ugo di Moncada, nel Regno di Carlo V, tal'era il costume, ancorchè a tempo di Ferdinando il Cattolico non si tralasciasse da Roma, quando le veniva in acconcio, di far delle sorprese, siccome finalmente le riuscì nel 1528, quando essendo accaduto nel precedente anno il sacco di Roma, Clemente VII per cavar denari per suo riscatto, destinò Commessarj per tutto, li quali a torto e a diritto esigessero spogli, annate e quanto potevano per far denari, come vedremo ne' seguenti libri di quest'Istoria.

Ferdinando I non tralasciò, per quanto potè, andar incontro ad altri abusi: egli, come si è veduto, regolò la prestazione delle collette, e l'altre immunità pretese da Cherici o Diaconi Selvaggi: ripresse gli attentati d'Innocenzio VIII[307], e cose maggiori se ne potevano sperare da' suoi successori, se li tanti disordini accaduti poi nel Regno, non li avessero costretti a pensare alla conservazione del medesimo ed alla propria loro salute e scampo.

Ferdinando il Cattolico non discostandosi da' costumi spagnuoli, usava piacevolezza e lentezza. Quindi nè molto si badò a' progressi, che tuttavia gli Ecclesiastici facevano in distender la loro giurisdizione, ed ampliare i loro Tribunali, in guisa, che fu duopo ancor ad essi stabilire vari Riti (siccome fece l'Arcivescovado di Napoli) per meglio regolarli e molto meno si badò agli eccessivi acquisti, che non tanto le chiese, quanto i monasteri facevano de' beni temporali.

Monaci e beni temporali.

Gli Aragonesi, ed infra gli altri il Re Alfonso II, arricchirono cotanto i Religiosi di Monte Oliveto, che siccome fu veduto nel XXV libro di questa Istoria, di buone Terre, di grandi e magnifiche abitazioni, e di preziosa suppellettile, gli fornirono. Di che però que' Monaci ne furono a coloro gratissimi; poichè nella loro bassa e povera fortuna non mancarono sovvenirgli, e si legge ancora una compassionevole lettera scritta da Alfonso II, mentre dimorava in Sicilia, a' PP. Olivetani di Napoli, pregandoli, come fecero, che si ricordassero di lui nelle loro orazioni, raccomandandolo a Dio, al quale era piaciuto di ridurlo in quello stato lagrimevole, perchè avesse di lui pietà e misericordia. E nelle calamità della Regina Isabella, moglie del discacciato Re Federico, gli Olivetani con molta gratitudine la sovvennero: poichè avendo, come si disse, presa la risoluzione di ritirarsi in Ferrara, s'era quivi co' suoi figliuoli ridotta in tanta povertà, che se gli Olivetani non la soccorrevano di 300 ducati l'anno, non poteva vivere; di che questa savia Regina per sua lettera, scritta da Ferrara, rende loro molte grazie, che in quelle avversità le avessero usata tanta gratitudine[308]

Nel principio del Regno degli Aragonesi, Alfonso I ad imitazione di molti Conventi, che s'erano fondati in Ispagna, portò a noi l'ordine di S. Maria della Mercede, istituito per la redenzione de' Cattivi dalle mani degl'Infedeli: egli fu il primo che nell'anno 1442, secondo il diploma che rapporta il Summonte[309], fondò in Napoli un monastero di quest'Ordine, dotandolo di molti beni, e concedendogli molti privilegi. Il qual Ordine in tempo degli Austriaci fu da poi accresciuto d'altri monasteri in Napoli ed altrove.

Ma niun Ordine fu cotanto celebre, e che più si allargò di quanti ne furono in questo secolo istituiti, quanto quello de' Minimi, surto in Calabria, e che ebbe per autore Francesco di Paola, nome della Terra, ove e' nacque. Si dissero prima Romiti di S. Francesco, perchè, secondo narra Filippo di Comines Signor d'Argentone[310] (che trovandosi allora nella Corte del Re Luigi XI ebbe congiuntura di trattarvi, quando da questo Re fu chiamato in Francia) egli dall'età di dodici anni infino alli quarantatrè, quanti ne avea, quando venne e lo conobbe in Francia, avea menata una vita di Romito, abitando sempre in una spelonca sotto un altissimo sasso. Non mangiò in tutto il corso di sua vita nè carne, nè pesce, nè uova, nè latte, astenendosi di quasi tutti i cibi comuni all'uman genere. Era egli uomo idiota e senza lettere, nè giammai avea appresa cos'alcuna. Ciò che, come narra Comines, dava maggior ammirazione per le risposte prudenti e savie, che egli faceva. La fama di tanta e sì estraordinaria austerità e ritiratezza lo rese celebre per santità in tutta Europa, ond'era chiamato il Sant'uomo di Calabria.

Luigi XI Re di Francia fu assalito a questi tempi d'una stravagante infermità, la quale l'avea quasi alienato di mente, e ridotto a far cose straordinarie e pazze. Si era chiuso nel suo castello di Plessis di Tours e pieno di sospetti fece ben chiudere il palazzo, dentro il quale niun personaggio voleva che s'alloggiasse, per grande che fosse. Desideroso di ricuperar sua salute, mosso dalla fama del Sant'uomo di Calabria, mandò un suo Maestro di Casa a torlo, ma non volendo quegli partire senza commessione del Papa e del suo Re, fu duopo, che Federico allora Principe di Taranto figliuolo del Re Ferdinando, andasse in compagnia dell'Inviato franzese a torlo dalla spelonca, e lo condussero in Napoli, dove dal Re e dai suoi figliuoli fu ricevuto con somma stima ed onore Ciò che diede ammirazione fu, che essendo uomo idiota e semplice, ragionava con esso loro, con tanta saviezza, come se fosse nutrito ed allevato in Corte. Passò poi in Roma, dove fu da' Cardinali accolto con grande onore, e molto più dal Pontefice Sisto IV, dal quale ebbe tre segrete e lunghe udienze, facendolo sedere presso a lui in sedia splendidamente ornata. Rimase il Pontefice così sopraffatto della prudenza delle sue risposte, che gli diede autorità di poter istituire un novello Ordine chiamato da lui de' Romiti di S. Francesco. Partito da Roma e giunto in Francia, con maggiori onori fu ricevuto dal Re: tutto ansioso di riaver la sanità, gli andò incontro e vedutolo, s'inginocchiò a' suoi piedi, istantemente pregandolo, che gli concedesse sanità e lunghezza di vita; ma egli saviamente, e come ad uom prudente si conviene, gli rispose. E narra Monsignor d'Argentone, ch'egli sovente l'avea inteso ragionare in presenza di Carlo poi Re, e dov'erano tutti i Grandi del Regno, di molte cose con tanta sapienza, che in un uomo idiota e senza lettere era impossibile, che senza divina ispirazione potesse favellarne; ma poichè, mentre egli scriveva, era costui ancor vivo, e come e' dice, si poteva cangiare in meglio, o in peggio, perciò di lui non faceva più parola. Alcuni della Corte del Re si ridevano della venuta del Romito, chiamandolo per beffe il Santuomo; ma dice questo Scrittore, che costoro parlavano così, perchè non erano informati, come lui, della stravaganza del male del Re, nè aveano vedute le cose, che glie ne diedero cagione, ed il desiderio grandissimo, che avea di liberarsene.

Ancorchè il Re Luigi niente impetrasse per l'intercessione di questo Santuomo, poichè il male se gli accrebbe in guisa, che non guari da poi gli tolse la vita: con tutto ciò Carlo VIII suo figliuolo, che gli succedè nel Regno, l'ebbe in somma stima e venerazione, ed in suo onore nell'entrata del parco della città di Tours, fece poi edificare una chiesa, onde in Francia cominciò il suo nascente Ordine ad introdursi; ed avendo Francesco fatta poi quivi la sua dimora, in poco tempo molti monasteri furono ivi costrutti.

In Napoli, il primo che s'ergesse, fu in luogo a que' tempi solitario, dove era una piccola cappella dedicata a S. Luigi Re di Francia; ond'è che ora quel monastero ritenga ancora il nome di quel Santo. In Calabria fondò anch'egli un picciolo monastero de' suoi Religiosi vicino a Paola sua patria. Se ne fondarono parimente in Roma; onde poi si diffuse quest'Ordine per tutte l'altre province d'Europa, essendo stata la sua Regola confermata da' Pontefici successori di Sisto, da Alessandro VI e da Giulio II, ed in Napoli e nel Regno si moltiplicaron poi i monasteri di questo Ordine in non picciol numero; e col mezzo delle loro particolari divozioni, che ancor essi inventarono, crebbero in ricchezze, e loro abitazioni in fabbriche magnifiche, dotate d'ampie rendite in quello stato, che ora ciascun vede.

FINE DEL LIBRO TRENTESIMO.

STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI