LIBRO VENTESIMONONO

La guerra, che per invito di Lodovico Sforza mosse Carlo VIII Re di Francia, ad Alfonso II, il quale, morto suo padre, fu subito in Napoli con grande celebrità incoronato Re per mano del Cardinal Borgia[200], è stata cotanto bene scritta da Filippo Comines Signor d'Argentone, Scrittor contemporaneo e che fu da Carlo adoperato ne' maneggi più gravi di quella spedizione, da Francesco Guicciardino e da Monsignor Giovio, che a ragione potremmo rimetterci alle Istorie loro: ma poichè non fu da Principe savio mossa guerra alcuna, che insieme non si proccurasse farla apparire giusta, non avendo i nostri Scrittori palesate le ragioni, onde i Franzesi per tale la dipinsero al loro Re; perciò non ci dee rincrescere di scoprirle ora, che ce ne vien somministrata l'occasione. Prima di muoverla, e dopo gl'inviti del Moro, furono esaminate le pretensioni del Re con solenne scrutinio, e trovatele a lor credere, sussistenti, persuasero al Re esser dal suo canto somma giustizia di poter unire alla Corona di Francia il Regno di Napoli. Essi appoggiavano la pretensione sopra questi fondamenti. Renato d'Angiò, che, come si è veduto ne' precedenti libri, perduto il Regno avea lasciato a Giovanni suo figliuolo la speranza di ricuperarlo dalle mani di Ferdinando I d'Aragona, mentre visse Giovanni, non potè vedere alcun buon esito di quella guerra; poichè Ferdinando, sebbene dopo la morte del padre Alfonso fosse stato assaltato e da lui e da' principali Baroni del Regno, nondimeno con la felicità e virtù sua, non solamente si difese, ma afflisse in modo gli avversari, che mai più, nè in vita di Giovanni, nè di Renato, che sopravvisse più anni al figliuolo, ebbe nè da contendere, nè da temere degli Angioini. Morì finalmente Renato, e non lasciando di se figliuoli maschi, ma solamente una figliuola femmina, da chi nacque il Duca di Lorena, fece erede in tutti i suoi Stati e ragioni Carlo figliuolo del Conte di Maine suo fratello[201].

(Questa figlia era Violante, la quale si maritò con Ferry II di Lorena Conte di Vaudemont, dal qual matrimonio nacque Renato Duca di Lorena, che fu invitato da Innocenzio VIII all'impresa del Regno. Lasciò sì bene Renato padre di Violante un'altra figliuola femmina, Margherita vedova del Re d'Inghilterra, alla quale nel suo testamento lasciò le rendite del Ducato di Bar; ma a Renato figliuolo di Violante lasciò il Ducato stesso di Bar, siccome si legge nel suo Testamento, fatto in Marsiglia nell'anno 1474, che dettò in lingua franzese, trascritto da Lunig Tom 2 p. 1278. Anzi in questo istesso suo Codice Diplomatico pag 1291 si legge ancora un Istromento di donazione che fece la vedova Regina d'Inghilterra Margherita al suddetto Renato suo Padre, di tutte le sue ragioni, che avea nel Ducato di Bar, le quali furono trasferite a Renato di Lorena suo nipote in virtù dei detto suo testamento, e poichè allegava, che suo avo non potesse negli altri suoi Stati posporlo a Carlo Conte di Maine, ch'era collaterale, come figlio di suo fratello, quando era egli nella linea discendente, essendo figliuolo di sua figlia: perciò pretendeva appartenersegli non meno il Ducato d'Angiò, ed il Contado di Provenza, che il Regno stesso di Napoli e di Gerusalemme. E per questa pretensione i Duchi di Lorena discendenti da Renato fra gli altri loro titoli presero ancor quello di Duchi di Calabria, e nelle loro arme inquartarono eziandio quelle di Sicilia e di Gerusalemme; siccome può osservarsi dalle lor monete impresse da Baleicourt nel Traité Historique et Critique sur l'origine, et Généalogie de la Maison de Lorraine. Il qual Autore notò assai a proposito p. 28 Explication des Monnoies, che i Duchi di Lorena prima di questo maritaggio di Violante con Ferry di Lorena Conte di Vaudemont, non inquartavano le armi di Sicilia e di Gerusalemme, nè s'intitolavano Duchi di Calabria, siccome fecero da poi i suoi discendenti, e proseguono tuttavia fino al presente a fare; senza che mai i Re di Spagna glielo avesser contraddetto; anzi a' tempi nostri, essendo accaduta nel mese di marzo del 1729 la morte del Duca di Lorena Leopoldo padre del presente Duca Francesco regnante, nelle pompose esequie, che l'Imperadore Carlo VI fecegli celebrare nell'Imperial Chiesa di Corte degli Agostiniani in Vienna, nel Mausoleo e nelle iscrizioni fra le sue armi, si vedevano inquartate quelle di Sicilia e di Gerusalemme, e fra i suoi titoli si leggeva anche a lettere cubitali quello di DUX CALABRIAE).

Non fu già questo Carlo figliuolo di Giovanni, come con errore scrissero alcuni moderni[202], fu sì bene nipote di Renato, ma di fratello, non di figliuolo. Carlo morì poco da poi parimente senza lasciar figliuoli, e lasciò per testamento la sua eredità a Lodovico XI Re di Francia, ch'era figliuolo d'una sorella di Renato[203]. Molte clausole di questo testamento, che fu fatto da Carlo in Marsiglia a' 10 decembre del 1481, si leggono nel primo tomo della Raccolta dei Trattati delle Paci tra' Re di Francia con altri Principi, di Federico Lionard, stampato in Parigi l'anno 1693, dove istituisce suo erede universale Lodovico, che chiama perciò suo consobrino, e dopo lui Carlo il Delfino di Francia figliuolo di Luigi, al quale non solo ricadde, come a supremo Signore, il Ducato di Angiò, nel quale, per esser membro della Corona, non succedono le femmine, ma entrò nel possesso della Provenza, e per vigore di questo testamento potea pretendere essergli trasferite le ragioni, che gli Angioini aveano sopra il Reame di Napoli. Ma Luigi fu sempre avverso alle cose d'Italia e, contento della Provenza, non inquietò il Regno. Morto Luigi, essendo continuate queste ragioni in Carlo VIII suo figliuolo, giovane avido di gloria, entrò, a' conforti d'alcuni che gli proponevano questa essere occasione d'avanzar la gloria de' suoi predecessori, nella speranza d'acquistar coll'arme il Regno di Napoli.

Ma in questi principi surse il Duca di Lorena per suo competitore; poichè essendo il Re per coronarsi nell'età di 14 o 15 anni, venne da lui il Duca a dimandare il Ducato di Bar ed il Contado di Provenza. Appoggiava la sua pretensione per essere egli nato da una figliuola di Renato, e per conseguenza non aver potuto Renato preporre Carlo ch'era nato da suo fratello a lui, ch'era nato d'una sua propria figliuola. Ma replicandosi in contrario, che nella Provenza non potevan succeder le femmine, gli fu renduto il Ducato di Bar, ed intorno alla pretensione della Provenza, fu stabilito che fra quattro anni si avesse a conoscere per giustizia delle ragioni d'amendue sopra quel Contado. Narra Filippo di Comines che fu uno del Consiglio destinato all'esame di queste ragioni, che non erano ancora passati i quattro anni che si fecero avanti alcuni Avvocati provenzali, cavando fuori certi testamenti del Re Carlo I fratello di S. Lodovico e d'altri Re di Sicilia della Casa di Francia, in vigor de' quali diceano, non solo appartenersi al Re Carlo il Contado di Provenza, ma il Regno ancora di Sicilia, e tutto ciò che fu posseduto dalla Casa d'Angiò; e che il Duca di Lorena non vi potea pretendere cos'alcuna, non solo perchè Carlo ultimamente morto Conte di Provenza figliuolo di Carlo d'Angiò Conte di Maine e nipote di Renato, avea per suo testamento istituito erede Lodovico XI, ma ancora perchè Renato l'avea preferito al Duca di Lorena, ancorchè nato di sua figliuola, per eseguire le disposizioni de' suddetti testamenti fatti da Carlo I d'Angiò e dalla Contessa di Provenza sua moglie. Aggiungevano parimente che il Regno di Sicilia ed il Contado di Provenza, non potevano esser separati: nè potevano in quelli succeder le donne, quando v'erano maschi della discendenza. E per ultimo che oltre Re Carlo I, coloro che a lui successero nel suddetto Regno, fecero consimili testamenti, come fra gli altri Carlo II d'Angiò suo figliuolo.

Per questi ricorsi de' Provenzali, e per avere il Re Carlo insinuato a que' del Consiglio, che s'adoperassero in modo ch'egli non perdesse la Provenza, finiti i quattro anni, il Consiglio portava in lungo la deliberazione per istancare il Duca, e non potendolo più trattenere, finalmente il Duca, scoverta la volontà del Re e di coloro del suo Consiglio, si partì dalla Corte mal soddisfatto e molto adirato con loro.

In questi tempi, quattro o cinque mesi prima di questa sua partenza dalla Corte, gli fu fatto l'invito, che nel precedente libro si è narrato, dal Papa e dai Baroni ribelli per la conquista del Regno, del quale se egli se ne avesse saputo ben servire, s'avrebbe potuto mettere in mano il Regno di Napoli; ma la sua lentezza e tardanza fa tale che il Papa ed i Baroni resi già stanchi e fuori di speranza, per averlo sì lungamente aspettato, s'accordarono con Ferdinando: onde il Duca con molto rossore ritornossene al suo paese, nè da poi ebbe egli mai alcuna autorità appresso il Re.

Intanto crescendo il Re Carlo negli anni, vieppiù cresceva nel desiderio di passare in Italia alla impresa del Regno; nè mancavano i suoi Consultori tutto dì stimolarlo, dicendogli, che il Regno di Napoli s'apparteneva a lui. In questo mentre capitò a Parigi il Principe di Salerno, il quale non fidandosi delle parole di Ferdinando, uscì, come si disse, dal Regno, e prima con tre suoi nepoti, figliuoli del Principe di Bisignano, andò a Vinegia, dove egli avea molte amicizie. Quivi prese consiglio da quella Signoria, dove le paresse meglio ch'eglino si ricoverassero o dal Duca di Lorena, o dal Re di Francia, o da quello di Spagna. Filippo di Comines, che mostra nelle sue Memorie aver tenuta grande amicizia col Principe di Salerno, narra che avendo di ciò tenuto discorso col Principe, gli disse che i Viniziani lo consigliavano che ricorresse al Re di Francia; poichè dal Duca di Lorena, come uomo morto, non era da sperarne cos'alcuna. Il Re di Spagna non bisognava allettarlo a quella impresa, ma doveasene guardare, poichè se egli avesse il Regno di Napoli con la Sicilia e gli altri luoghi nel golfo di Vinegia, essendo già molto potente in mare, in breve porrebbe in servitù tutta Italia: onde non vi restava che il Re di Francia, dal quale, e dall'amicizia ch'essi v'aveano, s'avrebbero potuto promettere un Regno placido e soave. Così fecero, e giunti in Francia furono con lieto viso ricevuti, ma poveramente trattati. Penarono per due anni interi, assiduamente insistendo che si facesse l'impresa del Regno; ma poichè il partito di coloro che dissuadevano il Re, era de' più prudenti e solamente alcuni favoriti che vedendo la sua inclinazione, per adularlo, l'instigavano al contrario, perciò erano menati in lungo, un giorno con isperanza e l'altro senza.

Quello che poi gli fè dar tracollo fu, come s'è detto, l'invito di Lodovico Sforza, il quale vedendo che non in altra guisa avrebbe potuto rapire al nipote il Ducato di Milano, se non con porre sossopra il Regno ad Alfonso, che s'opponeva a' suoi disegni per gli continui ricordi che ne avea dalla Duchessa di Milano moglie del Duca e sua figliuola, trattò efficacemente questa venuta, ed inviandovi Ambasciadori per affrettarla, finalmente rotto ogni indugio, si dispose Carlo al passaggio d'Italia.

(Le convenzioni ed articoli accordati tra Carlo e Ludovico Sforza, si leggono presso Lunig[204]).

Partì il Re da Vienna nel Delfinato a 23 agosto del 1494, tirando diritto verso Asti: passò a Torino, indi a Pisa, donde partitosi venne a Fiorenza, per passare a Roma[205].

(Giunto in Fiorenza il Re Carlo, diede fuori un Manifesto, nel quale dichiarava a tutti ch'egli veniva per conquistar il Regno di Napoli, non solo per far valere le sue ragioni che vi avea: ma perchè conquistato avesse più facile e pronto passaggio per invadere gli Stati del Turco, e vendicare le devastazioni e le stragi che sopra il sangue Cristiano facevano que' crudeli e perfidi Maomettani; cercando perciò a tutti passaggi, ajuti e vettovaglie per le sue truppe, per le quali avrebbe soddisfatto i loro prezzi. Leggesi il manifesto presso Lunig[206]).

Intanto Re Alfonso intesa questa mossa avea disposto un esercito in campagna nella Romagna verso Ferrara, condotto da Ferrandino Duca di Calabria suo figliuolo, ed un'armata per mare a Livorno e Pisa, di cui ne fece Generale D. Federico suo fratello; ma quando intese che Re Carlo a grandi giornate con tanta prosperità, secondandogli ogni cosa, s'approssimava a Roma, mandò ivi Ferrandino a trattar col Papa per la salute del Regno. Ma non erano minori l'angustie nelle quali, approssimandosi l'esercito di Carlo alle mura di Roma, si trovava Papa Alessandro, poichè vedendolo accompagnato dal Cardinal di S. Pietro in Vincoli, e da molti altri Cardinali suoi nemici, temeva che il Re, per le persuasioni de' medesimi, non volgesse l'animo a riformare, come già cominciava a divulgarsi, le cose della Chiesa: pensiero a lui sopra modo terribile che si ricordava con quai modi fosse asceso al Pontificato, e con quai costumi ed arti l'avesse poi continuamente amministrato[207]. Ma il Re che sopra ogni altra cosa non desiderava altro più ardentemente che l'andata sua al Regno di Napoli, lo alleggerì di questo sospetto, mandandogli Ambasciadori a persuadergli, non essere l'intenzione del Re mescolarsi in quello che apparteneva all'autorità pontificale, nè dimandargli se non quanto fosse necessario alla sicurtà di passare innanzi; onde fecero istanza che potesse il Re entrare col suo esercito in Roma, perchè entrato che fosse, le dissensioni state fra loro si convertirebbero in sincerissima benivolenza. Il Papa giudicando che di tutti i pericoli questi fosse il minore, acconsentì a questa dimanda; onde fece partire di Roma il Duca di Calabria col suo esercito, il quale se n'uscì per la porta di S. Sebastiano l'ultimo di decembre di questo medesimo anno 1494, nell'istesso tempo, che per la porta di S. Maria del Popolo v'entrava coll'esercito franzese il Re armato.

Dimorò Carlo in Roma da un mese, non avendo intanto cessato di mandar gente a' confini del Regno, nel quale già ogni cosa tumultuava, in modo, che l'Aquila e quasi tutto l'Apruzzo avea, prima che 'l Re partisse di Roma, alzate le di lui bandiere: nè era molto più quieto il resto del Reame, perchè subito che Ferdinando fu partito da Roma, cominciarono ad apparire i frutti dell'odio, che i popoli portavano ad Alfonso: laonde esclamando con grandissimo ardore della crudeltà e superbia d'Alfonso, palesemente dimostravano il desiderio della venuta de' Francesi[208].

Alfonso, intesa ch'ebbe la partita del figliuolo da Roma, entrò in tanto terrore, che dimenticatosi della fama e gloria grande, la quale con lunga esperienza avea acquietata in molte guerre d'Italia, e disperato di poter resistere a questa fatale tempesta, deliberò di abbandonare il Regno, e dettando l'istromento della rinunzia Giovanni Pontano, coll'intervento di Federico suo fratello, e de' primi Signori del Regno[209], rinunziò il nome e l'autorità reale a Ferdinando suo figliuolo, con qualche speranza, che rimosso con lui l'odio sì smisurato, e fatto Re un giovane di somma espettazione, il quale non avea offeso alcuno, e quanto a se era in assai grazia appresso a ciascuno, allenterebbe peravventura ne' sudditi il desiderio de' Franzesi. Questo consiglio, pondera il Guicciardino, che se si fosse anticipato, forse avrebbe fatto qualche frutto, ma differito a tempo che le cose non solo erano in troppo gran movimento, ma già cominciate a precipitare, non ebbe più forza di fermar tanta rovina.

Ceduta ch'ebbe Alfonso al figliuolo Ferdinando (il quale non passava l'età di 24 anni) la possessione del Regno, e fattolo coronare e cavalcare per la città di Napoli, non trovando nè giorno, nè notte requie nell'animo, entrò in sì fatto timore, che gli pareva udir che tutte le cose gridassero Francia, Francia; onde deliberò partir subito da Napoli e ritirarsi in Sicilia, e conferito quel ch'avea deliberato solamente con la Regina sua matrigna, nè voluto a' prieghi suoi comunicarlo, nè col fratello, nè col figliuolo, nè soprastare pur due o tre giorni solo per finir l'anno intero del suo Regno, si partì con quattro galee sottili cariche di molte robe preziose, dimostrando nel partire tanto spavento, che pareva fosse già circondato da' Franzesi. Si fuggì por tanto a Mazara Terra in Sicilia della Regina sua matrigna, stata a lei prima donata da Ferdinando Re di Spagna suo fratello, la quale volle anch'ella accompagnarlo.

Narra Filippo di Comines, che allora si trovava Ambasciadore del Re di Francia in Vinegia, che con meraviglia di ciascuno si sparse per tutto il Mondo, specialmente in Vinegia, cotal novella. Alcuni dicevano, ch'egli fosse ito al Turco; altri per dar favore alle cose del figliuolo, il quale non era odiato nel Regno così com'esso. Ma colui, che de' Re aragonesi scrisse con molto biasimo e molta acerbità, e forse più di quel che meritavano, non tralasciò di dire, che fu sempre d'opinione, ch'egli ciò facesse per vera pusillanimità. Giunto in Sicilia, dopo essere stato alquanto a Mazara, passò a Messina, ove ritirossi a menar vita religiosa, servendo in compagnia de' Frati a Dio in tutte l'ore del giorno e della notte, con digiuni, astinenze e limosine; e narra ancora lo stesso Autore, che se morte non l'impediva, avea deliberato di far sua vita in un monastero di Valenza, e quivi vestirsi da Religioso. Ma non avendo ancor finito dieci mesi dopo il suo ritiramento in Sicilia, fu egli assalito da una crudele infermità d'escoriazione e da renella, che incessantemente gli dava acerbissime punture e tormenti, tollerati però da lui con maravigliosa costanza e pazienza; e finalmente aggravato dal male, con grandissimo rimordimento delle sue colpe, finì i giorni suoi a' 19 novembre dell'anno 1495 del 47 anno, e quattordici giorni di sua età, dopo aver regnato un anno meno due giorni. Fu con reali esequie seppellito nella maggior Chiesa di Messina, ove ancora s'addita la di lui tomba.

Di questo Principe, e per lo suo corto regnare, e perchè era tutto dedito alle armi, non abbiamo tra le nostre prammatiche alcuna sua legge, ancorchè non impedisse il progresso delle lettere nel suo Regno; ma come nudrito in mezzo alle armi, non fu cotanto quanto suo padre amante de' Letterati; e Giovanni Pontano, come si è veduto nel precedente libro, non ebbe molta occasione d'esser appagato di lui, anzi agramente si vendicò della di lui ingratitudine con quell'Apologo dell'Asino, che trasse de' calci a chi gli porse ajuto. Fu però insieme magnifico e pietoso. Edificò due famosi palagi di diporto nella regione Nolana ed in Poggio reale: amò assai i Frati bianchi di S. Benedetto dell'Ordine di Monte Oliveto, al di cui Monastero in Napoli donò, come altrove fu detto, molte entrate. Diede anco principio alla nuova chiesa dei Monaci Cassinesi di S. Severino, non parendogli convenevole, che due Corpi di Santi così insigni, Sossio e Severino, dovessero giacere in due piccole Chiesette; e se le narrate disavventure non l'avessero impedito, le avrebbe dato quel fine e posta in quella magnificenza, nella quale oggi si vede.

CAPITOLO I. Ferdinando II è discacciato dal Regno da Carlo Re di Francia. Entrata di questo Re in Napoli, a cui il Regno si sottomette.

Ferdinando, il quale dopo la partita di Roma si era ritirato ne' confini del Regno, essendo stato per la fuga del padre richiamato in Napoli, da poi ch'ebbe assunto l'autorità ed il titolo regale raccolse il suo esercito, e s'accampò a S. Germano per proibire, che i nemici non passassero più innanzi. Ma avanti che il Re di Francia giungesse a S. Germano, Ferdinando con grandissimo disordine abbandonò la Terra ed il passo; ond'entrato il Re in S. Germano, Ferdinando si ritirò a Capua, dov'entrò accompagnato con poca gente, non avendovi i terrazzani voluto introdurre alcuna banda de' suoi soldati. Quivi fermatosi poche ore, e pregata quella città a mantenersi a sua divozione, promettendole di ritornare il dì seguente, se n'andò a Napoli, temendo di quello che gli avvenne, cioè di ribellione. L'esercito lo dovea aspettare a Capua; ma quando egli vi tornò il giorno seguente non trovò nessuno. Intanto Re Carlo da S. Germano era giunto a Tiano, ed alloggiò a Calvi vicino due miglia a Capua. I Capuani tosto l'introdussero nella loro città con tutto il suo esercito; indi passato in Aversa, i Napoletani seguendo l'esempio di Capua, trattavano di mandargli Ambasciadori ad incontrarlo e rendersi a lui, sotto condizione, che gli fossero conservati gli antichi privilegi.

Allora fu, che Ferdinando, veduti tali andamenti, e che il Popolo e la Nobiltà era in manifesta ribellione, e con l'armi alla mano, vedendo di non poter ripugnare all'impeto cotanto repentino della sua fortuna, deliberò uscire della città, e convocati in su la piazza del Castel Nuovo molti gentiluomini e popolani, gli disciolse dal giuramento ed omaggio, che pochi dì avanti gli avean dato, e gli diede licenza di mandare a prendere accordo col Re di Francia, con sentimenti cotanto compassionevoli ed affettuosi, che espresse in quella sua orazione, cotanto ben descritta dal Guicciardino[210], che udita con compassione a molti commosse le lagrime. Ma era tanto l'odio in tutto il popolo, e quasi in tutta la nobiltà, del Re suo padre, e tanto il desiderio de' Franzesi, che per questo non si fermò il tumulto, anzi sfacciatamente alla sua presenza il popolo cominciò a saccheggiar le sue stalle, onde uscito dal castello per la porta del Soccorso, montò su le galee sottili, che l'aspettavano nel Porto, e con lui s'imbarcò anche D. Federico suo zio e la Regina vecchia moglie dell'avolo, con Giovanna sua figliuola; e seguitato da pochi de' suoi navigò all'isola d'Ischia, detta dagli antichi Enaria, replicando spesso con alte voci, mentre che aveva innanzi agli occhi il prospetto di Napoli, il versetto del Salmo di Davide: Nisi Dominus custodierit Civitatem, frustra vigilat qui custodit eam.

Per la partita di Ferdinando da Napoli ciascuno cedeva per tutto, come ad uno impetuosissimo torrente, alla fama sola de' vincitori; ed intanto gli Ambasciadori napoletani trovato Carlo in Aversa, gli resero la città, avendo egli conceduto alla medesima con somma liberalità molti privilegi ed esenzioni. Entrò Carlo in Napoli, secondo il Guicciardino, il dì vigesimo primo di febbrajo di quest'anno 1495, ricevuto con tanto applauso ed allegrezza da ogn'uno, che vanamente si tenterebbe esprimere, concorrendo con festeggiamento incredibile, ogni sesso, ogni età, ogni condizione, ogni qualità, ogni fazione d'uomini, come se fosse stato padre e fondatore di quella città. E ciò che fu più di stupore, quegli stessi o i loro maggiori ch'erano stati esaltati o beneficati dalla casa d'Aragona, non mostrarono minor giubilo degli altri, e Gioviano Pontano istesso, che partito Alfonso era stato da Ferdinando rifatto suo Segretario, nell'Orazione che gli fece, quando fu incoronato Re nel Duomo di Napoli, non si ritenne di distendersi soverchio nella vituperazione dei Re di Casa d'Aragona, da' quali era stato sì grandemente esaltato.

Fu Carlo condotto ad alloggiare in Castel Capuano, poichè Castel Nuovo si teneva per Ferdinando dal Marchese di Pescara; e si videro in breve tempo tutte le province del Regno passare sotto la dominazione de' Franzesi. Toltone Ischia e Gaeta, tutta Terra di Lavoro fu sottomessa. La Calabria tosto si diede a Carlo, dove furono mandati Monsignor d'Aubignì, e Perone del Baschie senz'esercito. L'Apruzzo si rivoltò da se stesso e la prima fu la città dell'Aquila, che fu sempre di fazione franzese. La Puglia fece il simigliante, eccetto il Castello di Brindisi e Gallipoli, che fu conservata dal presidio che v'era dentro, altrimenti il popolo si sarìa sollevato. Nella Calabria tre luoghi solamente si mantennero alla divozione di Ferdinando. I due primi furono Amantea e Tropea antichi Angioini, i quali avendo innalzate le bandiere di Carlo, vedutisi poi esser donati a Monsignor di Persì, tosto le tolsero e vi riposero l'insegna d'Aragona: il terzo fu Reggio, che sempre si stette costante al suo Principe. E narra il Signor d'Argentone, che tutto ciò che rimase in fede, fu per difetto di mandarvi gente, poichè in Puglia ed in Calabria non ne andò pur tanta, che fosse stata bastante a guardare una sola terra. La città di Taranto s'arrese insieme colla fortezza. Il medesimo fecero Otranto, Monopoli, Trani, Manfredonia, Barletta e tutto 'l rimanente. Venivano le città ad incontrare i Franzesi tre giornate lontane per darsi al Re Carlo, e poi ciascuna mandava a Napoli i loro Sindici a renderle.

Tutti i Signori e Baroni del Regno concorsero a Napoli per fargli omaggio: toltone il Marchese di Pescara, lasciato da Ferdinando alla guardia del Castel Nuovo, anche i suoi fratelli e nipoti v'andarono. Il Conte d'Acri ed il Marchese di Squillace fuggirono in Sicilia; perchè il Re Carlo avea donato lo Stato loro a Monsignor d'Aubignì: si trovarono anche in Napoli il Principe di Salerno, il Principe di Bisignano suo fratello co' figliuoli, il Duca di Melfi, quel di Gravina ed il vecchio Duca di Sora, il Conte di Montorio, il Conte di Fondi, il Conte della Tripalda, quel di Celano, il Conte di Troja il giovane, nodrito in Francia e nato in Scozia, ed il Conte di Popoli, che fu trovato prigioniere in Napoli: il Principe di Rossano, dopo essere stato lungo tempo in carcere col padre, era stato liberato, e se n'andò o volentieri, o forzato con Ferdinando. Vi si trovarono eziandio il Marchese di Venafro e tutti i Caldoreschi: il Conte di Metallina ed il Conte di Marigliano, ancorchè questi ed i loro predecessori avessero servito sempre la casa d'Aragona. In brieve vi furono in Napoli a dar ubbidienza al Re Carlo tutti i Signori del Regno, salvo que' tre di sopra nominati.

Ecco, come saviamente ponderò il Guicciardino, che per le discordie domestiche, per le quali era abbagliata la sapienza tanto famosa de' nostri Principi italiani, e per la leggerezza e pazzo amore alla novità de' Napoletani, si alienò con sommo vituperio e derisione loro e della milizia italiana, e con grandissimo pericolo ed ignominia di tutti, una preclara e potente parte d'Italia, dall'Imperio degli Italiani all'Imperio di gente oltramontana trapassando; perchè Ferdinando il vecchio, se ben nato in Ispagna, nondimeno perchè insino dalla prima gioventù era stato o Re o figliuolo di Re continuamente in Italia, e perchè non avea altro Principato in altra provincia, ed i figliuoli e nipoti tutti nati e nutriti a Napoli, erano meritamente riputati italiani. E quantunque la dominazione dei Franzesi sparisse come un baleno, non fu però, che il Regno stabilmente ritornasse di nuovo sotto Ferdinando o Federico suo zio, buono e savio Principe, che avrebbe potuto cancellare ogni memoria dell'odio, che portavano i popoli ad Alfonso; poichè vedutisi questi da dura necessità costretti di ricorrere agli aiuti e soccorsi di Ferdinando il Cattolico Re di Spagna, se sottrassero il Regno dalla dominazione de' Franzesi, lo videro poi con estremo lor cordoglio cadere sotto l'imperio degli Spagnuoli, e riconoscere non più Principi nazionali ma stranieri, che da rimotissime parti amministrandolo per mezzo de' loro Ministri, quanto perdè di dignità reale e di decoro, altrettanto si vide malmenato ed abbietto.

CAPITOLO II. Carlo parte dal Regno, e vi ritorna Ferdinando, che ne discaccia i Franzesi coll'aiuto del G. Capitano; viene acclamato da' popoli, ed è restituito al Regno: suo matrimonio e morte.

I Franzesi, che non sapendo reprimere la violenza della prospera fortuna, si resero vie più altieri ed ambiziosi, oltre d'aversi alienati gli animi de' popoli, dando sospetto a' Principi d'Italia, ed a coloro medesimi che ve gli aveano invitati, se gli alienarono in guisa, che finalmente congiurati gli discacciarono interamente d'Italia. Resi ormai padroni del Regno, e per intelligenza e pratica avuta co' Tedeschi che lo guardavano, resi ancor padroni del Castel Nuovo, e poi del castello dell'Uovo e di Gaeta; non restava loro altro di maggior rimarco, che impossessarsi d'Ischia. Tanto che Ferdinando perduta ogni speranza, lasciando quell'isola in guardia ad Innico d'Avalos fratello del Marchese di Pescara, partì e se ne passò in Sicilia, dove a' 20 marzo di quest'istesso anno 1495 fu da' Messinesi con amor grande ricevuto, e quivi, consultando con Alfonso suo padre che ancor vivea, del modo come ricuperar potessero, e con quali aiuti il perduto Regno, dimorava.

Intanto Re Carlo mal sapendo co' suoi Capitani governarsi in un Regno nuovo, e per soverchio orgoglio de' suoi, nulla soddisfazione dandosi alla nobiltà, in brevissimo spazio vide mutarsi quella gloria e quella fortuna, che cotanto l'avea favorito. Narra il Signore d'Argentone, allora suo Ambasciadore in Vinegia, che il Re dopo essere entrato in Napoli, infino alla sua partita, non attese ad altro che a' piaceri ed a' sollazzi; ed i Franzesi suoi Ufficiali a rapine, ed a ragunar denari: alla nobiltà non fu usata nè cortesia nè carezzo alcuno; anzi con difficoltà erano introdotti nella sua corte. Gli Caraffa furono i meno maltrattati, ancorchè fossero veri Aragonesi. A niuno lasciarono ufficj, nè dignità, e peggio trattarono gli Angioini che gli Aragonesi. E Matteo d'Afflitto[211] rapporta, che Carlo istigato da' suoi, che lo stimolavano a ridurre i Baroni del Regno nello stato, nel quale sono i Baroni di Francia, fece consultare il modo come potesse toglier loro il mero e misto imperio, che sin dal tempo del Re Alfonso I d'Aragona esercitavano ne' loro feudi. Non si spedivano privilegi ed ordinazioni del Re, che i Ministri, per le cui mani passavano, non ne riscuotessero denari. Tutte le autorità e carichi furono conferiti a due o tre Franzesi. Si levavano i Ministri dai loro posti, e non senza denari poi si restituivano. Così i Napoletani (gente naturalmente più d'ogni altra mutabile) quel pazzo amore, che prima aveano ai Franzesi, lo cominciarono a mutar in odio.

Intanto giunto Ferdinando in Sicilia, consultando con Alfonso suo padre di trovar qualche riparo alla loro rovina, aveano deliberato di ricorrere agli aiuti di Ferdinando il Cattolico, come ad un Principe non men potente, che a lor congiunto di sangue; ma sopra tutto, perch'essendo padrone della Sicilia, avrebbe presa la loro protezione, non tanto per la strettezza del sangue, quanto che a' suoi propri interessi importava, che il Regno di Napoli non fosse in mano dei Franzesi, i quali dominando un Regno così possente e ricco, e cotanto alla Sicilia vicino, forte dubitar si poteva, che finalmente non s'invogliassero d'invaderla, ed a quel di Napoli non pensassero d'unirla. Mandarono per ciò in Ispagna al Re Cattolico, Bernardino Bernaudo Segretario di Ferdinando, perchè ne pigliasse la protezione, e con validi soccorsi gli riponesse nel possesso del perduto Regno. Missione per gli Aragonesi di Napoli pur troppo infelice; e se la necessità, che allora li premeva non gli scusasse, fu questa una deliberazione pur troppo mal regolata ed imprudente, non solo perchè s'esposero all'ambizione degli Spagnuoli, che per aver la Sicilia vicina facilmente potevano invogliarsi alla occupazione del Regno di Napoli, come l'evento lo dimostrò; ma ancora perchè Ferdinando il Cattolico figliuolo di Giovanni Re d'Aragona fratello d'Alfonso I riputava il Regno di Napoli essersi ingiustamente tolto alla Corona d'Aragona, a cui spettava, e che Alfonso non poteva lasciarlo a Ferdinando suo figliuol bastardo, ma che in quello vi dovea succedere Giovanni, siccome succedette nella Sicilia, nell'Aragona e negli altri Regni posseduti da Alfonso. E le cose succedute appresso dimostrarono, che agli Aragonesi di Napoli sarebbe stato più facile e maggiore la speranza di ricuperare il Regno, se fosse rimaso nelle mani de' Franzesi, che cadendo in potere degli Spagnuoli perder affatto ogni speranza di riaverlo.

Ferdinando il Cattolico ricevè molto volentieri l'invito ed accettò l'impresa; onde mandò tosto in Sicilia con sufficiente armata Consalvo Ernandez di casa d'Aghilar, di patria Cordovese, uomo di molto valore ed esercitato lungamente nelle guerre di Granata: il quale nel principio della sua venuta in Italia, cognominato dalla jattanza spagnuola il Gran Capitano per significare con questo titolo la suprema podestà sopra loro, meritò per le preclare vittorie ch'ebbe da poi, che per consentimento universale gli fosse confermato e perpetuato questo soprannome, per significazione di virtù grande e di grande eccellenzia nella disciplina militare. Giunto Consalvo in Messina colle sue truppe, fu con incredibile allegrezza accolto da Alfonso e da Ferdinando; ed avendo confortato que' Re a star di buon cuore, sbarcò le sue genti in Calabria, ove riportò sopra i Franzesi rimarchevoli vantaggi.

Dall'altra parte i Principi d'Italia, ed il Duca istesso di Milano conchiusero in Vinegia a danni del Re Carlo una ben forte lega, nella quale oltre i Vinegiani, v'entrarono ancora il Re de' Romani e Ferdinando Re di Castiglia. Il Papa Alessandro VI vi volle ancor egli essere incluso, per liberarsi da continui timori, e dalle violenze che temeva da' Franzesi: era egli entrato in diffidenza di Carlo, e cominciavano ad alienarsi, e l'alienazione a scoppiare in manifeste inimicizie; poichè avendo il Re Carlo più volte ricercato il Papa, che l'investisse del Regno, e gli destinasse un Legato che lo incoronasse, Alessandro non volle acconsentirvi; onde Carlo sdegnato lo minacciò, che avrebbe fatto congregare un Concilio per farlo deporre; di che dubitando il Papa, e temendo la minaccia non fosse posta in effetto a cagion che teneva nemici molti Cardinali, e fra gli altri il Cardinal della Rovere, che poi fu Papa Giulio II, fu da dura necessità costretto mandargli l'investitura ed il Legato per l'incoronazione la quale seguì a' 20 maggio di questo anno 1495, con grande pompa e celebrità nel Duomo di Napoli.

Ma pubblicata che fu la lega di questi Principi, i quali per renderla più plausibile pubblicarono ancora i fini, per li quali essi furon mossi a firmarla, cioè per difesa della Cristianità contra il Turco, per difesa della libertà d'Italia, e per la conservazione degli Stati propri; allora entrò il Re in tanto sospetto che non fu possibile a' suoi Capitani di quietarlo, ed essendo precorsa voce, che Francesco Gonzaga Marchese di Mantova, eletto Generale dell'esercito della lega, lo minacciava, o d'ucciderlo o di prenderlo prigione, deliberò partir da Napoli, risoluto di ritornarsene in Francia per la medesima strada, dond'era venuto, benchè la lega s'apparecchiasse di vietarglielo. Si ritirò per tanto appresso di se le migliori truppe, e lasciò per guardia del Regno assai debole sostentamento, non più che cinquecento uomini d'arme franzesi, duemila cinquecento Svizzeri, ed alcune poche fanterie Franzesi. Vi rimase per Capitan Generale Monsignor di Monpensieri della Casa di Borbone, in Calabria Eberardo Stuard Monsignor d'Aubignì di nazione Scozzese, il quale era stato da lui eletto Gran Contestabile del Regno, ed al quale avea donato il Contado di Acri, col Marchesato di Squillace. Lasciò Stefano di Vers, Siniscalco di Beaucheu, Governadore di Gaeta, fatto da lui Duca di Nola e d'altri Stati e Gran Camerario, per le cui mani passavano tutti i denari del Regno. Monsignor D. Giuliano di Lorena, creato Duca della città di S. Angelo, restò alla difesa del proprio Stato. In Manfredonia vi rimase Gabriello da Montefalcone: in Taranto Giorgio de Sully: nell'Aquila il Rettor di Vietri; ed in tutto l'Apruzzo Graziano di Guerra. Lasciò i Principi di Salerno e di Bisignano, che l'aveano ottimamente servito, molto ben contenti ed in buono e ricco stato.

Partì per tanto il Re, dopo aver ordinato in così fatta guisa la guardia del Regno, nell'istesso mese di maggio di quest'anno 1495 con tanta velocità, che pareva esser seguitato da innumerabile esercito, e giunto a Roma, non trovandovi il Pontefice, il qual per tema, o per non vederlo, erasi ritirato in Orvieto e poi in Perugia, proseguì avanti il suo cammino, fin che giunto al fiume Taro, fu incontrato dall'esercito de' Vineziani, dove seguirono fieri combattimenti, perchè i Vineziani cercavano impedirgli il passaggio, e Carlo aprirsi il passo con le armi alle mani. Si pugnò ferocemente, e resta ancor oggi fra' Scrittori in dubbio, se fossero rimasi più tosto vincitori i Franzesi, che, malgrado dell'opposizione, finalmente passarono, o i Vineziani, che saccheggiarono il campo e le bagaglie di Carlo, di che, oltre l'Argentone, ampiamente scrissero il Guicciardino e Paolo Paruta nei suoi Discorsi.

La partita di Carlo dal Regno portò tanto cangiamento negli animi de' Popoli, che si videro mutar tosto le inclinazioni, ed i desiderj insieme con quella fortuna, che due mesi prima gli era stata cotanto favorevole. I Napoletani, mentre il Gran Capitano stava guerreggiando in Calabria co' Franzesi, mandarono sino in Sicilia con grandissima fretta a chiamar Ferdinando. Questi partì tosto con 60 grossi legni e 20 altri minori, ed ancorchè le sue forze fossero picciole, era però grande per lui il favore e la volontà de' Popoli; per ciò arrivato alla spiaggia di Salerno, subito questa città, la Costa d'Amalfi e la Cava alzarono le sue bandiere. Volteggiò da poi per due giorni sopra Napoli, e finalmente s'accostò coll'armata al lido per porre in terra alla Maddalena; ma uscito fuori della città Mompensieri con quasi tutti i soldati per vietargli lo scendere, i Napoletani, presa tale opportunità, si levarono subito in arme e cominciarono scopertamente a chiamare il nome di Ferdinando; ed occupate le porte lo fecero a' 7 luglio di quest'istesso anno 1495 entrare in Napoli, con alcuni de' suoi a cavallo, e cavalcando per tutta la città con incredibile allegrezza di ciascuno, fu da tutti ricevuto con grandissime grida; nè si saziando le donne di coprirlo dalle finestre di fiori e d'acque odorifere, molte delle più nobili correvano nella strada ad abbracciarlo e ad asciugargli dal volto il sudore. Seguitarono subito l'esempio di Napoli, Capua, Aversa e molte altre Terre circostanti, e Gaeta parimente cominciò a tumultuare. In Puglia la città d'Otranto sin da che intese la lega, vedutasi senza provvedimento di gente di guerra, e vicina a Brindisi e Gallipoli, aveva alzate le bandiere d'Aragona; onde Federico ch'era in Brindisi, la fornì tosto d'ogni cosa necessaria.

Nel tempo istesso che Ferdinando entrò in Napoli, l'armata vineziana accostatasi a Monopoli e fattovi sbarco, prese per forza la città, e poi, per accordo, Pulignano. Taranto fu difesa con valore da Georgio di Sully, e la conservò sotto l'insegne di Carlo infin che la fame non lo costrinse a renderla, dove poi egli si morì di peste. Ma Gabriello di Montefalcone, che avea in guardia Manfredonia, la rese subito per mancamento di vettovaglie, ancor che avesse egli ritrovata quella piazza copiosa di tutte le cose. Molte altre città tosto si resero per mancanza di viveri, e narra l'Argentone, che molti vendettero tutto ciò che trovarono dentro le Piazze commesse alla loro fede, e perciò eran costretti di subito renderle. S'aggiungeva ancora che tutte le Terre e Fortezze del Regno restarono mal fornite di denari, perchè stando assignati i soldi sopra le rendite delle Province, queste mancando, tosto vennero quelli a mancare, e la Calabria era stata quasi che tutta manomessa dal Gran Capitano. Fu fama che Alfonso poco innanzi alla sua morte, la qual accadde in questo tempo, avendo inteso, che il Regno erasi restituito sotto l'ubbidienza di Ferdinando suo figliuolo, avesse fatta istanza al medesimo di ritornare in Napoli, ove l'odio già avuto contra di lui credeva essersi convertito in benevolenza, e si dice che Ferdinando, potendo più in lui (com'è costume degli uomini) la cupidità del regnare, che la riverenza paterna, non meno mordacemente, che argutamente gli rispondesse, che aspettasse insino a tanto, che da lui gli fosse consolidato talmente il Regno, ch'egli non avesse un'altra volta a fuggirsene[212].

Poco adunque restando a Ferdinando a fare per discacciare interamente qualche reliquia de' Franzesi, ch'erano rimasi in Aversa ed in Gaeta, egli per maggiormente corroborare le cose sue con più stretta congiunzione col Re di Spagna, tolse per moglie, con la dispensa del Pontefice, Giovanna sua zia, nata di Ferdinando suo avo, e di Giovanna sorella del Re. E proseguendo con non interrotto corso di benigna fortuna a discacciare i suoi nemici dal Regno, non mancandogli quasi altro, che Taranto e Gaeta, si vide collocato, in somma gloria, ed in speranza grande d'avere ad esser puri alla grandezza de' suoi maggiori; ma ecco, mentre colla novella sposa si diverte a Somma, Terra posta nelle radici del Monte Vesuvio, che, o per le fatiche passate, o per disordini nuovi, gravemente infermatosi, vien disperato di salute, e portato a Napoli, finì fra pochi giorni in ottobre di questo anno 1496 la sua vita, non finito ancora l'anno della morte di Alfonso suo padre, e fu seppellito nella Chiesa S. Domenico, dove si vede il suo tumulo.

Lasciò per la riportata vittoria, e per la nobiltà dell'animo, e per molte virtù regie, le quali in lui risplendevano, non solo in tutto il Regno, ma eziandio per tutta Italia grandissima opinione del suo valore; ed ancorchè non avesse regnato che un solo anno ed otto mesi, pure ci lasciò alquante leggi savie e prudenti, le quali si leggono infra le prammatiche de' Re aragonesi. Morì senza figliuoli nell'età di 28 anni, e però gli succedette D. Federico suo zio, avendo questo Reame nello spazio di soli tre anni veduti cinque Re; Ferdinando il vecchio, Alfonso suo figliuolo, Carlo VIII Re di Francia, Ferdinando il giovine, e Federico suo zio

CAPITOLO III. Regno breve di Federico d'Aragona: sue disavventure, e come cedendo a' Spagnuoli ed a Franzesi fosse stato costretto abbandonarlo, e ritirarsi in Francia.

Federico Principe cotanto savio e molto caro alle Muse, appena morto suo nipote, fu in Napoli con allegrezza di ciascuno gridato Re; e la Regina vecchia sua matrigna, ancor che molti dubitassero, non lo volesse ritenere per Ferdinando Re di Spagna suo fratello, gli consignò subito Castel Nuovo; nel quale accidente si dimostrò egregia verso Federico, non solo la volontà del Popolo di Napoli, ma eziandio de' Principi di Salerno e di Bisignano e del Conte di Capaccio, i quali furono i primi in Napoli che chiamarono il suo nome, lo salutarono Re, contenti molto più di lui che del Re morto, per la mansuetudine del suo ingegno, e perchè già era nata non picciola sospizione, che Ferdinando avesse in animo, come prima fossero stabilite meglio le cose sue, di perseguitare ardentemente tutti coloro che in modo alcuno si fossero dimostrati fautori de' Franzesi; onde Federico per riconciliarseli interamente, restituì a tutti liberamente con molta lode le loro Fortezze; e per dimostrar maggiormente questo suo animo, fece coniare una sorte di moneta, la quale da una banda avea un libro con una fiamma di fuoco, col motto: Recedant vetera, e dall'altra una Corona, col motto: A Domino datum est istud.

(Sebbene questa moneta così descritta, come la rapporta il Diario di Silvestro Guarino presso il Pellegrino, non siasi ancor veduta; nulladimanco il Vergara nel suo libro delle monete de' Re di Napoli alla Tav. XXII, num. I se non porta la stessa, ne portò una simile, la quale da una parte ha il libro tra fiamme di fuoco, col motto intorno: Recedant vetera: e dall'altra non già la Corona, il motto A. Domino etc. ma l'immagine di Federico coronato col suo nome e titolo FEDERICUS DEI GR. SI. HI. ed a ragione riprova l'interpretazione che le diede Giovanni Luchio Sylloge Nunismat. Elegant. il qual rapportando pure questa moneta, sognò che fosse fatta coniare da Federico in tempo che non avea un palmo di terra, cioè allora che scacciato e ramingo, passò in Francia appresso il Re Ludovico XII per dinotare la lealtà della sua fede; ed essersi dimenticato delle ingiurie da lui ricevute, quando fatta lega col Re Cattolico, e divise le sue spoglie, lo discacciarono dal Regno).

Fugli parimente da Alessandro VI sotto li 7 giugno del seguente anno 1497 spedita Bolla d'Investitura per la morte di suo nipote; e per mostrare la sua contentezza che ne avea, glie la mandò accompagnata con una sua lettera tutta affettuosa e cordiale. Parimente a' 9 del medesimo mese ne gli spedì un'altra, per la quale l'avvisava aver destinato il Cardinal Cesare Borgia suo figliuolo e suo Legato appostolico per coronarlo[213];[214] e poichè in questo tempo Napoli era travagliata da una mortifera pestilenza, deliberò di far la cerimonia e pompa della incoronazione nella città di Capua, alla quale Federico scrisse un'affettuosa lettera, che si legge presso il Chioccarello, dove le dava avviso dell'investitura mandatagli dal Papa e dell'incoronazione ch'egli per mano del Cardinal Borgia intendeva far seguire in quella città. Camillo Pellegrino[215] rapporta una scrittura cavata dagli atti della Cancellaria regia, ed un passo del Diario di Silvestro Guarino Aversano, non ancor impresso, che lo scrisse a que' tempi, dove si descrive la celebrità e pompa fatta di questa incoronazione. Si fece alli 10 d'agosto nella Chiesa cattedrale di Capua per mano del Borgia Legato, e v'intervennero l'Arcivescovo di Cosenza allora Segretario del Papa, con molti Arcivescovi, Vescovi ed altri Prelati, e gli Ambasciadori di vari Principi. Vi fu l'Ambasciadore del Re de' Romani, quello del Re di Spagna, di Vinezia e del Duca di Milano. Vi assisterono Prospero Colonna Duca di Trajetto, Fabrizio Colonna Duca di Tagliacozzo, Alfonso d'Aragona de' Piccolomini Duca d'Amalfi, Ferdinando Francesco Guevara Marchese di Pescara, Trojano Caracciolo Duca di Melfi, Alberigo Caraffa Duca d'Ariano, Andrea di Altavilla Duca di Termoli, Francesco de Ursinis Duca di Gravina, Petricono Caracciolo Conte di Polcino, Giovanni Tommaso Caraffa Conte di Madaloni, Trojano Cavaniglia Conte di Montella, Bellisario Acquaviva Conte di Nardò, Marcantonio Caracciolo Conte di Nicastro, Giovanni Caraffa Conte di Policastro, Vito Pisanello Segretario Regio, Antonio Grifone Regio Camerario, Roberto Bonifacio Milite, cum aliis Donnicellis Baronibus, et Militibus, etc. Ed il Guarino nel suo Diario rapporta, che sebbene fra questi Baroni in questo dì dell'incoronazione non vi fu nullo Barone di Casa Sanseverino, nulladimanco al convito che fece il Re il giorno seguente al Cardinal Legato ed a tutti i Baroni, vi si trovò il Principe di Bisignano.

Il Regno di Federico, Principe cotanto savio, sarebbe stato più lungo e placido, se la morte di Carlo VIII seguita in aprile del seguente anno 1498 non avesse ogni cosa conturbata e poste in su nuove pretensioni: poichè Carlo tornato in Francia, ancorchè alle volte pensasse al riacquistare il perduto Regno, ed incessantemente ne fosse stimolato da' suoi, nulladimeno l'età sua giovanile lo trasportava a' piaceri e sollazzi, e narra il Signor d'Argentone, che fermato nella città di Lione si diede tutto a tornei, giostre, e dopo il principio dell anno 1496, che si portò di là de' monti insino al 98, poco pensiero si prendeva delle cose d'Italia: nutriva sì bene egli desiderj grandi, ma bisognava pensare a mezzi, nel che egli non voleva fastidio, nè noia tale, che lo potessero divertire da' suoi spassi. Mostrò più premura di rappacificarsi col Re e Regina di Castiglia, i quali gli davano gran molestia per mare e per terra, e gli mandò Ambasciadori per trattare fra di loro una lega.

Sin da questo tempo in vita di Carlo si cominciarono i trattati col Re di Castiglia della divisione del Regno di Napoli a danno de' Principi d'Aragona, poichè narra il medesimo Argentone[216], essersi in nome del Re di Castiglia proposto, che dovessero insieme mover l'arme contra Italia a spese comuni, e che il Re di Spagna, insieme col Re di Francia, dovessero ambedue in persona porsi alla testa de' loro eserciti; e che gli Spagnuoli per ogni loro pretensione si contentavano, del Regno di Napoli aver quella parte ch'è più vicina alla Sicilia, cioè la Puglia e la Calabria, di cui n'aveano in potere quattro o cinque Fortezze, delle quali Cotrone n'era una città buona e forte; ed i Franzesi Napoli e tutto 'l rimanente. Ma eravi sospetto, che tutti questi trattati non si proponessero per frastornare la lega, e fossero tutte dissimulazioni del Re di Castiglia, il quale aspirava a cose maggiori, e non era verisimile, che dovessero venire nè personalmente alla guerra, nè volesse di pari portare col Re di Francia il premio e la spesa della guerra. Niente pertanto fu concluso, e toltone una brieve triegua, le cose rimasero così come erano prima. Ma l'improvvisa morte di Carlo cagionò nuovi movimenti. Nel fiore de' suoi anni, essendo in Ambuosa, mentre stava a vedere giuocare alle palle ne' fossi del castello, il settimo giorno d'aprile di quest'anno 1498 fu sorpreso da un accidente di gocciola, detta da' Fisici apoplesia, e cadendo all'indietro perdè la parola, ed in poche ore la vita. Non avendo lasciato figliuoli, il Duca di Orleans, a cui s'apparteneva, come a più vicino, succedè alla Corona di Francia e fu chiamato Luigi XII.

Ciascuno riputava, che la morte dovesse liberare Italia d'ogni timore della Francia, perchè non si credeva, che Luigi nuovo Re avesse nel principio del suo Regno ad implicarsi in guerre di qua da' monti Ma non rimasero gli animi degli uomini, consideratori delle cose future, liberi dal sospetto, che 'l mal differito non diventasse in progresso di tempo più importante e maggiore; poich'era pervenuto a tanto imperio un Re maturo d'anni, sperimentato in molte guerre, ordinato nello spendere e senza comparazione più dependente da se stesso, che non era stato l'antecessore; ed al quale non solo appartenevano, come a Re di Francia, le medesime ragioni al Regno di Napoli, ma ancora pretendeva, che per ragioni proprie se gli appartenesse il Ducato di Milano, per la successione di Madama Valentina sua avola, della quale ben a lungo scrissero il Giovio e 'l Guicciardino[217].

Divenuto pertanto Luigi Re di Francia, niun desiderio ebbe più ardente che d'acquistare, come cosa ereditaria il Ducato di Milano ed il Regno di Napoli. Però pochi dì dopo la morte del Re Carlo, con deliberazione stabilita nel suo Consiglio, s'intitolò non solamente Re di Francia, ma ancora per rispetto del Reame di Napoli, Re di Gerusalemme, e dell'una e l'altra Sicilia e Duca di Milano. E per far noto a ciascuno qual fosse l'inclinazione sua alle cose d'Italia, scrisse subito lettere congratulatorie della sua assunzione al Pontefice, a' Vineziani ed a' Fiorentini: e mandò uomini propri a dare speranza di nuove imprese, dimostrando espressamente prima d'ogni altro di voler fare l'impresa di Milano, indi quella di Napoli.

Trovò Luigi maggiori opportunità che non ebbe Carlo: poichè oltre di alcuni Principi odiosi allo Sforza, che ardentemente desideravano la sua ruina, il Pontefice Alessandro stimolato dagl'interessi propri, li quali conosceva non poter saziare stando quieta Italia, desiderava che le cose di nuovo si turbassero. E disposto di trasferir Cesare suo figliuolo dal Cardinalato a grandezze secolari, alzò l'animo a maggiori pensieri, e di stringersi perciò col Re di Francia, sperando di conseguir per mezzo suo non premj mediocri ed usitati, ma il Regno di Napoli. Non avea mancato Alessandro nella bassa fortuna de' Re aragonesi, innanzi che totalmente deliberasse d'unirsi col Re di Francia, di tentar tutti i modi per aprir la strada al Cardinal Borgia suo figliuolo al trono di Napoli; egli dimandò al Re Federico la sua figliuola per moglie del Cardinale, il quale era già apparecchiato di rinunziare alla prima occasione il Cardinalato, come già poi fece, e pretese che in dote se gli desse il Principato di Taranto, persuadendosi, che se 'l figliuolo grande d'ingegno e d'animo, s'insignorisse d'un membro tanto importante di quel Reame, potesse facilmente, avendo in matrimonio una figliuola regia, avere occasione con le forze e con le ragioni della Chiesa, spogliar del Regno il suocero debole di forze ed esausto di danari.

Federico intanto sentendo l'apparato di tanta guerra minacciata da Lodovico sopra il suo Regno, si vide posto in gravissime angustie; ma con tutto ciò, ancorchè grave gli fosse l'alienarsi dal Papa, ricusò sempre ostinatamente queste nozze; e benchè il Duca di Milano, a cui parimente dispiaceva la congiunzione del Papa col Re di Francia, avesse proccurato con ragioni efficaci persuaderlo a consentirvi; nondimeno Federico ricusò sempre, confessando, che l'alienazione dal Papa era per mettere in pericolo il suo Reame; ma che conosceva anche che 'l dare la figliuola col Principato di Taranto al Cardinal di Valenza, lo metteva parimenti in pericolo; e però de' due pericoli, volere più presto sottoporsi a quello, nel quale s'incorrerebbe più onorevolmente, e che non nascesse dà alcuna sua azione.

Intanto il Re di Francia, calato in Italia con felicissimi progressi, discacciò il Duca di Milano dalla sua sede; fecelo prigione, e nell'anno del giubileo 1500 fine del decimoquinto secolo s'impadronì interamente di quel Ducato.

Ma molto più importanti mutazioni si videro per noi nell'entrar del nuovo secolo; poichè Federico sgomentato della prigionia del Duca di Milano e della sua ruina, temendo non sopra di lui, Principe senza appoggio, debole di forze, ed esausto di denaro, cadessero le medesime sciagure, non sapeva ove volgersi per aiuti. Avea egli sì bene pensato di ricorrere agli aiuti del Turco, al quale avea con grandissima istanza dimandato soccorso, dimostrandogli, dalla vittoria del Re di Francia presente nascere quel medesimo, anzi maggior pericolo di quello, che avea temuto dalla vittoria del Re passato; ma i ricorsi riusciron vani e gli aiuti sperati mancarono: del Re di Spagna era entrato in gravissimi sospetti, poichè gli erano note le sue pretensioni sopra il Reame ed i suoi ardenti desiderj, che copriva con pazienza e simulazione spagnuola. Con tutto ciò la dura necessità lo costrinse a ricorrere agli aiuti di costui, il quale con incredibile celerità e contento rimandò tosto il Gran Capitano in Sicilia, perchè eseguisse i suoi disegni. Ma tuttavia temendone, si narra ancora, che nell'istesso tempo mandasse il Bernaudo al Re di Francia ad offerirgli, pur che lo lasciasse regnare, di render il Regno a lui tributario, ed egli far suo uom ligio.

Ma Lodovico avendo voltato tutti i suoi pensieri all'impresa del Regno, alla quale temeva non se gli opponesse il Re di Spagna, riputò meglio di rinovare con Ferdinando quelle stesse pratiche cominciate a tempo del Re Carlo della divisione del Regno. Ferdinando Re di Spagna, come si è veduto nei precedenti libri, non meno che suo padre Giovanni, pretendeva il Regno di Napoli a se appartenere, non altrimenti che il Regno di Sicilia, di cui era in possesso; poichè se bene Alfonso I Re d'Aragona l'avesse acquistato per ragioni separate dalla Corona d'Aragona, e però come di cosa propria ne avesse disposto in Ferdinando suo figliuolo naturale, nondimeno in Giovanni suo fratello, che gli succedette nel Regno d'Aragona, ed in Ferdinando figliuolo di Giovanni, era stata insino allora querela tacita, che avendolo Alfonso conquistato con l'arme e co' danari del Reame d'Aragona, apparteneva legittimamente a quella Corona. Questa querela avea Ferdinando lungo tempo tenuta coperta con astuzia e flemma spagnuola, non solo non pretermettendo con Ferdinando I, e poi con gli altri che succederono a lui, gli uffici debiti tra parenti, ma eziandio augumentandoli con vincolo di nuova affinità; poichè a Ferdinando I dette per moglie Giovanna sua sorella, e consentì poi, che Giovanna figliuola di costei si maritasse a Ferdinando II, ma con tutto ciò non avea conseguito, che la cupidità sua non fosse stata molto tempo prima nota a questi Principi. Concorrendo adunque in Ferdinando, e nel Re di Francia la medesima inclinazione, l'uno per rimoversi gli ostacoli e le difficoltà, l'altro per acquistare parte di quello, che lungamente avea desiderato, poichè a conseguire il tutto non appariva per allora alcuna occasione, facilmente convennero per la divisione. Il Giovio[218] aggiunge, che Ferdinando venne ancora a tal partito, perchè ebbe molto a male, che Federico pensasse di farsi uom ligio e tributario de' Franzesi a lui cotanto nemici. Fu per tanto infra di lor conchiuso e pattuito.

Che da amendue si dovesse assaltare in un tempo medesimo il Reame di Napoli, il quale tra loro si dividesse in questo modo.

Che al Re di Francia toccasse la città di Napoli, la città di Gaeta e tutte le altre città e terre di tutta la provincia di Terra di Lavoro: tutto l'Apruzzo e la metà dell'entrate della dogana delle pecore di Puglia: avesse i titoli regj, in guisa che oltre di nominarsi Re di Francia e Duca di Milano, si chiamasse ancora Re di Napoli e di Gerusalemme.

Che al Re di Spagna Ferdinando si dasse il Ducato di Calabria e tutta la Puglia, e l'altra metà delle entrate della dogana, col titolo ancora di Duca di Calabria e di Puglia.

Che ciascuno si conquistasse da se stesso la sua parte, non essendo l'altro obbligato ad aiutarlo, ma solamente non impedirlo; e sopra tutto convennero, che questa concordia si tenesse segretissima sin a tanto che l'esercito, che 'l Re di Francia mandava a quell'impresa, fosse arrivato a Roma, al qual tempo gli Ambasciadori d'amendue, allegando essersi fatta per beneficio della cristianità questa convenzione, e per assaltare gl'Infedeli, unitamente ricercassero il Pontefice, che concedesse l'investitura secondo la divisione convenuta, investendo Ferdinando sotto il titolo di Duca di Puglia e di Calabria, ed il Re di Francia sotto titolo non più di Sicilia, ma di Re di Gerusalemme e di Napoli. L'intero trattato di questa pace e confederazione tra Luigi XII Re di Francia, e Ferdinando ed Isabella Re di Spagna che porta la data in Granata de' 11 novembre del 1500 si legge nel primo tomo della raccolta di tutti i trattati delle paci, tregue ec. fatte da' Re di Francia con altri Principi di Federico Lionard, impresso a Parigi l'anno 1693, ed alcuni capitoli di quello si leggono parimente presso Camillo Tutini[219] nel trattato degli Ammiranti del Regno; dove è degno da notare, che questi due Re, oltre delle loro pretensioni, che dicono avere ciascuno sopra il Reame, e che a niun altro poteva appartenere se non ad uno di essi, allegano ancora un'altra cagione, onde furono mossi a tal divisione, ed a discacciare Federico dal Regno, che fu, perchè era a tutto il Mondo notissimo, Regem Fredericum saepe Turcarum Principem christiani nominis hostem acerrimum, Literis, Nunciis, ac Legatis ad arma contra populum Christianum capessenda sollicitasse, ac in praesentiarum sollicitare, qui ad ejus maximam instantiam cum ingenti classe, ac validissimo terrestri exercitu ad christianorum terras invadendas, vastandasque jam movisse intelligitur: igitur tam imminenti periculo, ac damno Christianae Reipublicae obviari volentes etc.

Così i Principi quando loro veniva in acconcio proccuravano coprire la loro immoderata sete di dominare col manto della religione, per coonestare al Mondo, e rendere meno biasimevoli le loro intraprese. Pure Carlo VIII dipinse l'impresa di Napoli col colore di religione, protestando che i suoi sforzi erano per conquistar quel Regno, non ad altro fine che per passare in Macedonia contra al Turco. Nel che Ferdinando il Cattolico fu eccellentissimo sopra tutti gli altri, il quale s'ingegnava coprire quasi tutte le sue cupidità sotto colore d'onesto zelo della religione, per la qual cosa ne acquistò il soprannome di Cattolico, e n'avrebbe anche dal Papa ottenuto quello di Cristianissimo, se non si fossero opposti i Cardinali franzesi per non soffrire il torto che si sarebbe fatto al loro Re[220]. E narra Bacone di Verulamio nell'istoria dei Regno d'Errico VII Re d'Inghilterra, che Ferdinando quando ricuperò Granata, da molti secoli posseduta da' Mori, ne diede con sue lettere avviso a quel Re con tanta affettazione di zelo di religione, che sino gli scrisse le solennità sagre che si celebrarono nel dì, ch'egli prese il possesso di quella città.

Fermata che fu da' due Re questa capitolazione, il Re di Francia cominciò scopertamente a preparare l'esercito, e destinò il Generale Obignì con mille lance e diecemila fanti all'impresa di Napoli, il quale già a gran giornate s'incamminava a questa volta. L'infelice Principe Federico, che per essersi la capitolazione tenuta segretissima, niente ne sapeva, sentendo questi movimenti de' Franzesi, sollecitava il G. Capitano (il quale colla sua armata era fermato in Sicilia sotto simulazione di dargli aiuto) che tosto venisse a Gaeta; ed intanto niente sapendo, che le armi Spagnuole sotto spezie d'amicizia fossero preparate contra lui, gli avea messe in mano alcune terre di Calabria, che Consalvo, sotto colore di volerle per sicurtà delle sue genti, gli avea dimandate; ma la verità era, che le richiese per farsi più facile l'acquisto della sua parte. Sperava per ciò Federico, che congiunto che fosse Consalvo con l'esercito suo, e coll'aiuto de' Colonnesi, con tutto che gli mancassero gli aiuti del Turco, di potere in campagna resistere all'esercito franzese, e per ciò avendo prima mandato Ferdinando suo primogenito ancora fanciullo a Taranto, più per sicurtà del medesimo, se caso avverso succedesse, che per difesa di quella città, si fermò egli con l'esercito suo a S. Germano, ove aspettando gli aiuti degli Spagnuoli, e le genti che conducevano i Colonnesi, sperava con più felice successo d'aver egli a difendere l'entrata del Regno, che non avea nella venuta di Carlo fatto Ferdinando suo nipote. Ciascuno riputava che questa impresa avesse ad essere principio di grandissime calamità in Italia per la contenzione acerbissima che vi dovea nascere fra Principi sì potenti; ma si dileguò ogni timore, subito che l'esercito franzese fu giunto in Terra di Roma, perchè gli Oratori franzesi e spagnuoli entrati insieme nel Concistoro, notificarono al Pontefice ed a' Cardinali la lega e la divisione del Regno fatta tra loro Re, per potere attendere (come dicevano) all'espedizione contra i nemici della Religion cristiana, e gli dimandarono per ciò l'investitura secondo il tenor della convenzione ch'erasi fatta.

Papa Alessandro non men per odio concepito contra Federico per le niegate nozze, che per la confederazione pattuita col Re di Francia, senza dilazione alcuna concedè tosto l'investitura, e sotto i 25 giugno di quest'anno 1501 ne spedì Bolla che si legge presso il Chioccarelli[221], con la quale privando il Re Federico del Regno di Napoli, e dividendo detto Regno in due parti secondo la convenzione pattuita, d'una ne investì Lodovico Re di Francia con titolo di Re di Napoli e di Gerusalemme, e dell'altra Ferdinando il Catolico, ed Elisabetta sua moglie Re di Spagna, con titolo di Duca e Duchessa di Calabria e di Puglia; concedendo di vantaggio nel seguente anno ai detti Re di Spagna, che non fossero tenuti, nè essi nè loro eredi e successori venire di persona a dar il giuramento al Pontefice romano per la parte del Regno a lor toccata, ma che lo dassero in mano di persona che sarebbe destinata dal detto Pontefice[222].

(Vien'anche rapportato questo Breve d'Alessandro, spedito in Roma nel mese di maggio del 1505, dove rimette a Ferdinando ed Isabella il doversi portare personalmente a dargli il giuramento di fedeltà, da Lunig p. 1335.)

Narra il Guicciardino[223], che non dubitandosi più quale avesse da essere il fine di questa guerra, non cessavano gli uomini prudenti di sommamente maravigliarsi, come il Re di Francia avesse voluto più tosto, che la metà di questo Regno cadesse nelle mani del Re di Spagna, e introdurre in Italia, (dove prima era egli solo arbitro delle cose) un Re suo emolo, al quale potessero ricorrere tutti i nemici mal contenti di lui, e congiunto oltra questo al Re de' Romani con interessi molto stretti; anzi che comportare, che il Re Federico restasse padrone del tutto, riconoscendolo da lui, e pagandogliene tributo, come per vari mezzi avea cercato d'ottenere.

E dall'altra parte non era nel concetto universale meno desiderata l'integrità e la fede di Ferdinando, che la prudenza di Luigi, maravigliandosi tutti gli uomini, che per cupidità d'ottenere una parte del Reame, si fosse congiurato contra ad un Re del suo sangue, e che per potere più facilmente sorprenderlo, l'avesse sempre pasciuto di promesse false d'aiutarlo, oscurando lo splendore del titolo di Re Cattolico pochi anni innanzi conseguito dal Pontefice, e quella gloria, con la quale era stato esaltato insin al cielo il suo nome, per avere non meno per zelo della religione, che per proprio interesse, cacciati i Mori dal Reame di Granata.

Alle quali accuse date all'uno ed all'altro Re, non si rispondeva in nome del Re di Francia, se non che la possanza franzese era bastante a dar rimedio, quando fosse il tempo, a tutti i disordini. Ma in nome di Ferdinando si diceva, che se bene da Federico gli fosse stata data giusta cagione di moversi contra lui, per sapere, ch'egli molto prima avea tenute pratiche segrete col Re di Francia in suo pregiudizio; nondimeno non esser da ciò stato spinto, ma dalla considerazione, che avendo quel Re deliberato di fare ad ogni modo l'impresa del Reame di Napoli, si riduceva in necessità, o di difenderlo o d'abbandonarlo: pigliando la difesa, era principio d'incendio sì grave, che sarebbe stato molto pernizioso alla Repubblica cristiana, e massimamente trovandosi l'arme de' Turchi sì potenti contra i Vineziani per terra e per mare; abbandonandolo, conoscere, che il Regno suo di Sicilia restava in grave pericolo, e senza questo risultare in danno suo notabile, che il Re di Francia occupasse il Regno di Napoli appartenente a se giuridicamente, e che gli poteva anche pervenire con nuove ragioni, in caso mancasse la linea di Federico; laonde in queste difficoltà aver eletto la via della divisione, con speranza, che per li cattivi portamenti de' Franzesi, gli potesse in brieve tempo pervenire medesimamente la parte loro; il che quando succedesse, secondo che lo consigliasse il rispetto dell'utilità pubblica, alla quale sempre più che all'interesse proprio avea riguardato, o lo riterrebbe per se, o lo restituirebbe a Federico, anzi più presto a' suoi figliuoli, perchè non negava d'aver quasi in orrore il suo nome, per quello ch'e' sapea che insino innanzi, che 'l Re di Francia pigliasse il Ducato di Milano, avea trattato co' Turchi[224].

La nuova di questa concordia spaventò in modo Federico che ancor che Consalvo, mostrando di disprezzar quello che s'era pubblicato in Roma, gli promettesse con la medesima efficacia di andare a suo soccorso, si partì dalle prime deliberazioni, e si ritirò da S. Germano verso Capua; e Consalvo avendo inteso che l'esercito franzese avea passato Roma, scoperte le sue commessioni, mandò a Napoli sei galee per levarne le due Regine vecchie, sorella l'una, e l'altra nipote del suo Re. Allora Federico deliberato di ridursi alla guardia delle Terre, intesa la ribellione di S. Germano e degli altri luoghi vicini, determinò di fare la prima difesa nella città di Capua. A guardia di Napoli lasciò Prospero Colonna, ed egli col resto della gente si fermò in Aversa. Ma Obignì non trovando alcuna resistenza ne' luoghi dove passava, occupò tutte le Terre circostanti alla via di Capua; onde Federico si ritirò in Napoli, abbandonando Aversa, la quale insieme con Nola, e molti altri luoghi, si dette a' Franzesi. Capua fu presa per assalto, ed al 25 luglio di quest'anno 1501 fu saccheggiata da' Franzesi, nella quale diedero l'ultime pruove della loro crudeltà, avarizia e libidine. Con la perdita di Capua fu troncata ogni speranza di poter più difendere cos'alcuna. Si arrese senza dilazione alcuna Gaeta, ed essendo venuto Obignì con l'esercito ad Aversa, Federico abbandonata la città di Napoli, la quale s'accordò subito, con condizione di pagare sessantamila ducati a' vincitori, si ritirò in Castel Nuovo; e pochi giorni dapoi convenne con Obignì di consegnargli fra sei dì tutte le Terre e le Fortezze, che si tenevano per lui, della parte, la quale, secondo la divisione fatta, apparteneva al Re di Francia, ritenendosi solamente l'Isola d'Ischia per sei mesi: nel quale spazio di tempo gli fosse lecito d'andare in qualunque luogo gli paresse, eccetto per lo Regno di Napoli, e di mandare a Taranto cento uomini d'arme, potesse cavare qualunque cosa di Castel Nuovo, e dal Castel dell'Uovo, eccetto l'artiglierie che vi rimasero del Re Carlo: fosse data venia a ciascuno delle cose fatte da poi che Carlo acquistò Napoli, ed i Cardinali Colonna e d'Aragona godessero l'entrate ecclesiastiche che aveano nel Regno.

Si videro veramente nella Rocca d'Ischia accumulate con miserabile spettacolo tutte le infelicità della progenie di Ferdinando il vecchio, perchè oltre Federico spogliato nuovamente di Regno sì preclaro, ansioso ancora più della sorte di tanti figliuoli piccoli, e del primogenito rinchiuso in Taranto che della propria; era nella Rocca Beatrice sua sorella, la quale, avendo, dopo la morte di Mattia Re d'Ungheria suo marito, avuta promessa di matrimonio da Uladislao Re di Boemia col fine d'indurla a dargli aiuto a conseguire quel Regno, era stata da lui, da poi ch'ebbe ottenuto il desiderio suo, ingratamente ripudiata e celebrato con dispensa di Alessandro Pontefice un altro matrimonio: eravi ancora Isabella già Duchessa di Milano, non meno infelice di tutti gli altri, essendo stata quasi in un tempo medesimo privata del marito, dello Stato e dell'unico suo figliuolo.

Ma Federico risoluto, per l'odio estremo, che e' portava al Re di Spagna, di rifuggire più tosto nelle braccia del Re di Francia, mandò al Re a dimandargli salvocondotto, ed ottenutolo, lasciati tutt'i suoi nella Rocca d'Ischia, sotto il governo del Marchese del Vasto, se n'andò con cinque galee sottili in Francia. Consiglio, come saviamente dice il Guicciardino[225], certamente infelice; perchè se fosse stato in luogo libero, avrebbe forse nelle guerre che poi nacquero tra i due Re, avute molte occasioni di ritornare nel suo Reame; ma eleggendo la vita più quieta, e forse sperando questa essere la via migliore, accettò dal Re il partito di rimanere in Francia, dandogli il Re la Ducea d'Angiò, e tanta provvisione che ascendeva l'anno a trentamila ducati; ond'egli comandò a coloro che avea lasciati al governo d'Ischia che la dessero al Re di Francia.

Dall'altra parte il Gran Capitano nel tempo medesimo ora passato in Calabria, dove benchè quasi tutto il paese desiderasse più presto il dominio dei Franzesi; nondimeno non avendo chi gli difendesse, tutte le Terre lo riceverono volontariamente, eccetto Manfredonia e Taranto; ma avuta Manfredonia con la Fortezza per assedio, si ridusse col campo intorno a Taranto, dove appariva maggior difficoltà; nondimeno l'ottenne finalmente per accordo, perchè il Conte di Potenza D. Giovanni di Guevara, sotto alla cui custodia era stato dato dal Padre il piccolo Duca di Calabria, e Fra Lionardo Napoletano, Cavalier di Rodi, Governadore di Taranto, non vedendo speranza di poter più difendersi, convennero di dargli la città e la Rocca, se in tempo di quattro mesi non fossero soccorsi, ricevuto da lui giuramento solennemente in su l'Ostia consegrata di lasciar libero il Duca di Calabria; il quale avea segreto ordine dal padre di andarsene, quando più non si potesse resistere alla fortuna, a ritrovarlo in Francia. Ma nè il timor di Dio, nè il rispetto dell'estimazione degli uomini poterono più che l'interesse di Stato; perchè Consalvo giudicando che potrebbe importare assai il non essere in podestà del Re di Spagna la persona del Duca, sprezzato il giuramento, non gli dette facoltà di partirsi, ma come prima potè lo mandò bene accompagnato in Ispagna, dove dal Re accolto benignamente, fu tenuto appresso a lui nelle dimostrazioni estrinseche con onori quasi regj, ma in realtà in una splendida ed onorata prigione[226].

Ecco, come, discacciato Federico, fu partito il Regno in due parti, e con nuova politia governato dagli Ufficiali di due Re. In Napoli il Re di Francia vi teneva per Vicerè Luigi d'Armignac Duca di Nemors il quale reggeva Terra di Lavoro e l'Apruzzo, e tutta quella parte a lui spettante. In Calabria e Puglia, province alla Sicilia vicine, governava il Gran Capitano, come Vicerè e Gran Plenipotenziario di Ferdinando Re di Spagna.

CAPITOLO IV. Origine delle discordie nate tra Spagnuoli e Franzesi, e come finalmente cacciati i Franzesi, tutto il Regno cadesse sotto la dominazione di Ferdinando il Cattolico.

Non così subito, in vigor della convenzione pattuita, si vide diviso il Regno tra questi due potentissimi Re e due emule Nazioni, che in questo stesso anno 1501 sursero infra di loro gravi discordie intorno al prefiggere i termini della accordata divisione. L'origine di queste contese nacque, perchè nella divisione non furono espressi bene i confini, ed i termini delle province; in quella non si espresse, se non generalmente, che al Re di Francia fosse aggiudicata Terra di Lavoro ed Apruzzi, ed al Re di Spagna la Puglia e la Calabria. Vi erano alcune Province come Capitanata, Contado di Molise, e Val di Benevento, Principato e Basilicata, le quali chi pretendeva che dovessero comprendersi nella sua metà, e chi nell'altra parte a se appartenente.

S'accrebbero le discordie in questo stesso anno 1501 per l'esazione della dogana del passaggio delle pecore in Puglia, nella provincia di Capitanata[227]. I Capitani franzesi pretendevano, che questa Provincia dovesse appartenere ali Apruzzi, fondando questa lor pretensione in una ragione, secondo che la rapporta il Guicciardino, affatto vana, cioè di non doversi stare alla moderna divisione fatta da Alfonso, di cui a bastanza si è discorso ne' precedenti libri, ma doversi nel dividere aver rispetto all'antica. Allegavano, che Capitanata essendo contigua all'Apruzzi, e divisa dal resto della Puglia dal fiume dell'Osanto, già detto Aufido, dovea a loro aggiudicarsi: o che non si comprendesse sotto alcuna delle quattro Province nominate nella divisione, o che più tosto fosse parte dell'Apruzzi, che della Puglia. La premura, che ne mostravano era grandissima, poichè non gli moveva tanto quello, che in se importasse il paese, quanto perchè non possedendo Capitanata, essendo privato l'Apruzzi e Terra di Lavoro de' frumenti, che nascono in Capitanata, potevano ne' tempi sterili esserne facilmente quelle province ridotte in grandissima estremità, qualunque volta dagli Spagnuoli fosse proibito loro il trarne dalla Puglia e dalla Sicilia. Il Guicciardino rapporta ancora, che per altra cagione loro premeva aver quel paese, perchè non possedendolo, non apparteneva a loro parte alcuna dell'entrate della dogana delle pecore, membro importante dell'entrate del Regno. Ma se è vera la carta rapportata da Federico Lionard e dal Tutino di questa divisione, com'è verissima, si vede che questa cagione non potè allora muovergli; poichè in quella fu espressamente convenuto, che queste rendite dovessero per metà fra di loro dividersi; e l'istesso Guicciardino confessa, che in questo primo anno per togliere l'altercazioni, erano stati contenti di partire in parte uguale l'entrate della Dogana, la quale divisione, com'egli crede, fu in vigor di questa concordia, non già della prima convenzione; tanto che nel seguente anno, non contenti della medesima divisione, ne avea ciascuno occupato il più che avea potuto.

Ma in contrario, per parte de' Capitani Spagnuoli, forse con maggior ragione, s'allegava non poter Capitanata appartenere a' Franzesi, perchè l'Apruzzi terminando ne' luoghi alti, non si stende nelle pianure, e perchè nelle differenze de' nomi e confini delle province, s'attende sempre all'uso recente; s'aggiungeva che sebbene Capitanata fosse contigua alli Apruzzi, e divisa dal resto della Puglia dal fiume Ofanto, nulladimanco la Puglia essere stata sempre divisa in tre parti, cioè in Terra d'Otranto, Terra di Bari e Capitanata; onde dovea riputarsi questa compresa sotto la Puglia, una delle quattro province nominate nella convenzione.

S'aggiunsero da poi nuove contenzioni, nutrite insino allora più per volontà de' Capitani che per consentimento de' Re; poichè gli Spagnuoli pretendevano che il Principato e Basilicata si comprendesse nella Calabria; e che il Val di Benevento che tenevano i Franzesi, fosse parte di Puglia: e però mandarono Ufficiali a tenere la giustizia nella Tripalda, vicina a due miglia ad Avellino, dove dimoravano gli Uffiziali de' Franzesi.

Queste dissensioni essendo moleste a' principali Baroni del Regno, per mezzo delle loro interposizioni proccurarono che si componessero da Consalvo, e dal Duca di Nemors Vicerè del Re di Francia; ed essendo venuti per opera loro il Duca a Melfi e Consalvo ad Atella, Terra del Principe di Melfi, dopo le pratiche di qualche mese, nelle quali anche i due Capitani parlarono insieme; non trovandosi tra loro forma di concordia, convennero aspettare la determinazione de' loro Re, e che in questo mezzo non s'innovasse cosa alcuna. Ma il Vicerè franzese insuperbito, perchè era molto superiore di forze, avendo pochi dì da poi fatta altra dichiarazione, protestò la guerra a Consalvo, in caso non rilasciasse subito Capitanata: e da poi immediatamente fece correre le genti sue alla Tripalda, dalla quale incursione che fu fatta il decimo nono dì del mese di giugno di quest'anno 1501 ebbe principio la guerra, la quale continuamente proseguendo, i Franzesi cominciarono senza rispetto ad occupar per forza in Capitanata ed altrove le Terre che si tenevano per gli Spagnuoli: le quali cose non solamente non furono emendate dal loro Re; ma avendo già notizia che il Re di Spagna era determinato a non gli cedere Capitanata, voltato con tutto l'animo alla guerra, mandò loro in soccorso per mare duemila Svizzeri, e fece condurre agli stipendi suoi i Principi di Salerno e di Bisignano, ed alcuni altri de' principali Baroni. Venne, oltra questo, il Re a Lione per potere di luogo più propinquo fare le provvisioni necessarie all'acquisto di tutto il Reame, al quale, non contento de' luoghi della differenza, già manifestamente aspirava, con intenzione di passare, se bisognasse, in Italia.

Portatosi con effetto Re Luigi a Milano, rivolse tutti i suoi pensieri alle cose di Napoli, le quali pareva che insino allora succedessero prosperamente, e si sperava per l'avvenire maggiore prosperità, perchè il Vicerè Duca di Nemors, che avea già, toltone Manfredonia e S. Angelo, occupata tutta Capitanata, coi nuovi soccorsi avuti dal Re, avea occupate molte terre di Puglia e di Calabria; ed eccetto Barletta, Andria, Gallipoli, Taranto, Cosenza, Gerace, Seminara e poche altre città vicine al mare, tutto era passato sotto le bandiere de' Franzesi: tanto che il Gran Capitano, trovandosi molto inferiore di gente, si ridusse coll'esercito in Barletta senza danari, e con poca vettovaglia.

Queste prosperità, mentre che il Re era in Italia, non solo lo fecero negligente a continuare le debite provisioni, nelle quali continuando sollecitamente avrebbe facilmente cacciati i nemici da tutto il Regno, ma come se l'impresa fosse finita lo fecero deliberare di tornarsene in Francia: onde le cose de' Franzesi dopo la sua partita d'Italia, non procederono più così prosperamente; poichè essendo passato da Messina in Calabria D. Ugo di Cardona con 800 fanti spagnuoli; e poco da poi arrivate di Spagna a Messina nuove truppe guidate da Emmanuele di Benavida, col qual passò allora in Italia Antonio di Leva, che salito poi di privato soldato per tutti i gradi militari al Capitanato Generale, acquistò in Italia molte vittorie; cominciarono gli Spagnuoli a prender vigore, e venutosi a vari fatti d'armi, ne' quali gli Spagnuoli rimasero superiori, sempre più andavan riprendendo animo, ed all'incontro s'andava diminuendo l'ardire de' Franzesi.

Ma assai più si videro costernati e pieni di rossore, quando per alcune parole ingiuriose vicendevolmente dette da' Franzesi contro agl'Italiani, e da questi contra quegli, s'accesero gli animi in guisa, che ciascuno di loro per sostenere l'onore della propria Nazione, si convennero, che in campo sicuro, a battaglia finita, combattessero insieme tredici uomini d'arme franzesi e tredici uomini d'arme italiani. Fu eletto per luogo del combattimento una campagna tra Barletta, Andria e Quarato. Ciascuno de' Capitani confortava i suoi; ma come fu dato il segno, combattendo ciascuno con grandissima animosità ed impeto, finalmente i Franzesi furon vinti, e chi da uno e chi da un altro degli Italiani furono fatti tutti prigioni; questo abbattimento de' Franzesi cotanto ben descritto dal Guicciardino[228] e dal Giovio[229], siccome riempì di coraggio gli Italiani, che militavano sotto il G. Capitano, così è incredibile quanto animo togliesse all'esercito franzese e quanto n'accrescesse all'esercito spagnuolo, facendo presagio da questa isperienza di pochi del fine universale di tutta la guerra.

Il Re di Francia Luigi vedendo per questi progressi degli Spagnuoli, che non vi era speranza di liberarsi da questa guerra, se non tentando con varie pratiche l'animo del Re di Spagna, di ridurlo ad una pace, non cessava di proccurarla; e mentre che tra l'uno e l'altro Re erano questi trattati, s'offerse assai opportuna congiuntura di ridurle ad effetto.

Filippo figliuolo di Massimiliano Imperadore, Arciduca d'Austria, Principe di Fiandra e più prossimo alla successione de' Regni di Spagna, per Giovanna sua moglie (unica figliuola, ed erede di Ferdinando e di Elisabetta) essendo dimorato lungamente in Spagna tra le carezze de' suoceri, deliberò tornare in Fiandra, e far il viaggio per terra traversando la Francia: e benchè i suoi suoceri glielo sconsigliassero, nulladimanco stando sicuro della fede e lealtà del Re Luigi, volle intraprendere quel cammino: e con tal occasione venendo sollecitato dal Re di Francia per la pace, proccurò, che i suoi suoceri gli dassero ampia facoltà e libero mandato di conchiuderla nel passaggio di Francia con quel Re; ed oltre a ciò, perchè fosse stabile ciò, ch'egli avrebbe conchiuso, proccurò che fosse accompagnato da due loro Ambasciadori, senza la participazione de' quali non voleva egli nè trattare, nè conchiudere cos'alcuna. Partito Filippo di Spagna, ed entrato in Francia, fu incredibile con quanta magnificenza ed onore fosse per ordine del Re ricevuto per tutto il Regno di Francia, non solo per desiderare di farselo propizio nella pratica dell'accordo, ma per conciliarsi per ogni tempo l'animo di quel Principe giovane, ed in espettazione di somma potenza, perchè era il più prossimo alla successione dell'Imperio romano, e de' Reami di Spagna con tutte le loro dipendenze: furono colla medesima liberalità raccolti, e fatti molti donativi a quegli ch'erano grandi appresso a lui: alle quali dimostrazioni corrispose Filippo con magnanimità reale; perchè avendo il Re, oltre la fede datagli, che e' potesse sicuramente passare per Francia, mandato per sua sicurtà a far dimorare in Fiandra, sin ch'egli fosse passato, alcuni de' primi Signori del Reame, Filippo come fu entrato in Francia, per dimostrare di confidarsi in tutto della sua fede, ordinò che gli Statichi fossero liberati. Nè a queste dimostrazioni d'amicizia tanto grandi succederono, per quanto fu in loro, effetti minori, perchè convenutisi a Bles, dopo la discussione di qualche giorno, conchiusero la pace con queste condizioni:

Che il Reame di Napoli si possedesse secondo la prima divisione: ma lasciarsi in deposito a Filippo le province, per la differenza delle quali s'era venuto alle armi.

Che fin dal presente Carlo figliuolo di Filippo e Claudia figliuola del Re, tra' quali si stabiliva lo sposalizio altre volte trattato, s'intitolassero Re di Napoli e Duchi di Puglia e di Calabria.

Che la parte che toccava al Re di Spagna, fosse in futuro governata dall'Arciduca Filippo, quella del Re di Francia, da chi deputasse il Re, ma tenersi l'una e l'altra sotto nome de' due fanciulli, a' quali, quando consumavano il matrimonio, il Re consegnasse per dote della figliuola la sua porzione.

Fu questa pace, secondo il Guicciardino, pubblicata nella chiesa Maggiore di Bles, e confermata con giuramento del Re e di Filippo, come Proccuratore de' Re suoi suoceri: ma il trattato di questa pace che tutto intero si legge nel secondo tomo di Federico Lionard della sua Raccolta, porta la data di Lione a' 5 aprile del 1502. Pace certamente, se avesse avuto effetto, di grandissimo momento, perchè si sarebbero posate le armi tra' Re tanto potenti.

(Gli Articoli concessi in questa Pace si leggono in Lingua franzese presso Lunig tom. 2, pag. 1331 ed hanno la stessa data de' 5 aprile 1502).

Ma avendo subito il Re e Filippo mandato nel Regno di Napoli ad intimarla ed a commandare a' Capitani che insino a tanto venisse la ratifica de' Re di Spagna, possedendo come possedevano, s'astenessero dall'offese, offerse il Capitan Franzese d'ubbidire al suo Re; ma lo Spagnuolo o perchè più sperasse nella vittoria o perchè l'autorità sola di Filippo non gli bastasse, rispose, che infino non avesse il medesimo comandamento da' suoi Re, non poteva omettere di fare la guerra. Così Consalvo che, vedendo ora i suoi vantaggi, non gli parve trascurar le opportunità, sperando, prima che venisse la commessione del suo Re, aver fatto tanto acquisto che non si sarebbe la pace ratificata, proseguì con maggior fervore che mai a molestare i Franzesi, co' quali venuto a battaglia, interamente li ruppe e disperse, talchè abbandonando ogni cosa, si ritirarono tra Gaeta e Trajetto. Ottenuta Consalvo tanta vittoria, non allentando il favor della fortuna, si dirizzò coll'esercito a Napoli, ove come cominciò ad accostarsi, i Franzesi che v'erano dentro si ritirarono in Castel Nuovo. I Napoletani abbandonati mandarono Ambasciadori ad incontrar Consalvo, ed a pregarlo che li accettasse in fede: il che egli fece molto volentieri sottoscrivendo i privilegi dei Re passati, ed il quartodecimo giorno di maggio di quest'anno 1503 entrò in Napoli, ove fu ricevuto con gran pompa e giubilo, ed il giorno seguente si fece giurar fedeltà in nome del Re Ferdinando: e nel medesimo tempo l'istesso fecero Aversa e Capua.

Pervenute al Re di Francia le novelle di tanto danno in tempo che più poteva in lui la speranza della pace che i pensieri della guerra, commosso gravissimamente per la perdita d'un Reame tanto nobile, per la ruina degli eserciti suoi, ne' quali era tanta nobiltà e tanti uomini valorosi, per li pericoli, ne' quali rimanevano l'altre cose che in Italia possedeva; come ancora per riputarsi grandissimo disonore d'essere vinto da' Re di Spagna, senza dubbio meno potenti di lui; e sdegnato sommamente d'essere stato ingannato sotto la speranza della pace, deliberava d'attendere con tutte le forze sue a ricuperare l'onore ed il Regno perduto, e vendicarsi con l'armi di tanta ingiuria. Ma innanzi procedesse più oltre si lamentò efficacissimamente con l'Arciduca, che ancora non era partito da Bles, dimandandogli facesse quella provvisione ch'era conveniente, se voleva conservare la sua fede ed il suo onore, il quale essendo senza colpa, ricercava con grandissima istanza i suoceri del rimedio: dolendosi soprammodo che queste cose fossero così succedute con tanta sua infamia nel cospetto di tutto il Mondo.

Ferdinando innanzi alla vittoria avea con varie scuse differito di mandare la ratifica della pace, allegando, ora non trovarsi tutti due, egli e la Regina Elisabetta sua moglie in un luogo medesimo, com'era necessario, avendo a fare congiuntamente l'espedizione; ora l'essere occupati molto in altri negozi. Eran essi mal soddisfatti della pace, o perchè il genero avesse trapassate le loro commessioni, o perchè dopo la partita sua di Spagna avessero conceputa maggiore speranza dall'evento della guerra; o perchè fosse paruto loro molto strano, ch'egli avesse convertita in se medesimo la parte loro del Reame, e senza certezza alcuna, per l'età tanto tenera degli Sposi, che avesse ad avere effetto il matrimonio del figliuolo, e nondimeno non negando, anzi sempre dando speranza di ratificare, ma differendo, si avevano riservato più tempo che potevano a pigliare consiglio secondo i successi delle cose; ma intesa la vittoria de' suoi, deliberati di disprezzare la pace fatta, allungavano nondimeno il dichiarare all'Arciduca la loro intenzione; perchè quanto più tempo ne stasse ambiguo il Re di Francia, tanto più tardasse a fare nuove provvisioni per soccorrere Gaeta e l'altre Terre che gli restavano; ma stretti finalmente dal genero, determinato di non partire altrimente da Bles, vi mandarono nuovi Ambasciadori, i quali dopo aver trattato qualche giorno, manifestarono finalmente non essere la intenzione de' loro Re di ratificare quella pace, la quale non s'era fatta in modo che fosse per loro, nè onorevole, nè sicura; anzi venuti in controversia con l'Arciduca, gli dicevano essersi i suoceri maravigliati assai, ch'egli nelle condizioni della pace avesse trapassata la loro volontà, perchè, benchè per onor suo il mandato fosse libero ed amplissimo, egli si aveva a riferire alle istruzioni ch'erano state limitate. Alle quali cose rispondeva Filippo non essere state meno libere le istruzioni che 'l mandato; anzi avergli nella partita sua efficacemente detto l'uno e l'altro de' suoceri che desideravano e volevano la pace per mezzo suo; ed avergli giurato in sul libro dell'Evangelio ed in su l'Immagine di Cristo Crocifisso che osserverebbono tutto quello che da lui si concludesse; e nondimeno non avere voluto usare sì ampia e libera facoltà, se non con partecipazione ed approvazione de' due uomini che seco aveano mandati.

Proposero gli Oratori con le medesime arti nuove pratiche di concordia, mostrandosi inchinati a restituire il Regno al Re Federico: ma conoscendosi essere cose non solo vane ma insidiose, perchè tendevano ad alienare dal Re di Francia l'animo di Filippo, intento a conseguire quel Reame per lo figliuolo; il Re proprio in pubblica audienza fece loro risposta, denegando volere prestare orecchi in modo alcuno a' nuovi ragionamenti, se prima non ratificavano la pace fatta, e davano segni che fossero loro dispiaciuti i disordini seguiti; aggiungendo parergli cosa non solo maravigliosa, ma detestanda ed abbominevole che quelli Re, che tanto si gloriavano d'avere acquistato il titolo di Cattolici, tenessero sì poco conto dell'onor proprio, della fede data, del giuramento e della religione: nè avessero rispetto alcuno all'Arciduca, Principe di tanta grandezza, nobiltà e Virtù, e figliuolo ed erede loro; con la qual risposta avendo il dì medesimo fattigli partire dalla Corte, si volse con tutto l'animo alle provvisioni della guerra, disegnando farle maggiori, e per terra e per mare che già gran tempo fossero state fatte per alcuno Re di quel Reame.

Deliberò dunque di mandare grandissimo esercito, e potentissima armata marittima nel Regno di Napoli; e perchè in questo mezzo non si perdesse Gaeta e le castella di Napoli, mandarvi con prestezza per mare soccorso di nuove genti e di tutte le cose necessarie; e per impedire che di Spagna non v'andasse soccorso (il che era stato cagione di tutti i disordini) assaltare con duo eserciti per terra il Regno di Spagna, mandandone uno nel Contado di Rossiglione, l'altro verso Fonterabia e gli altri luoghi circostanti; e con un'armata marittima molestare nel tempo medesimo la costiera di Catalogna e di Valenza.

Mentre che il Re Luigi con grandissima sollecitudine preparava queste spedizioni, il Gran Capitano non tralasciava proseguire l'espugnazione delle Castella di Napoli, e riuscendogli con prospera fortuna ogni impresa, finalmente fu tutto rivolto all'espugnazione di Gaeta, ed a discacciare interamente i Franzesi dagli altri luoghi del Regno.

Ma quello che fece a' Franzesi uscir totalmente di speranza di ristabilirsi, fu la morte accaduta in questi tempi del Pontefice Alessandro, al quale sebbene fosse succeduto Pio III, questi non avendo tenuto più quella Sede che 20 giorni, fu rifatto in suo luogo Giulio II, il quale, contro l'espettazione di tutti, riuscì il più fiero nemico che avessero avuto mai i Franzesi, onde le imprese cominciate con tanta speranza dal Re di Francia, erano ridotte in molta difficoltà: tanto che Re Luigi mal volentieri inchinava alla guerra di là de' monti, e datasegli apertura di pace facilmente vi diede orecchio.

Colui, che vi s'interpose, fu il nostro discacciato Re Federico, il quale trovandosi in Francia appresso quel Re, lusingato dalle finte promesse del Re di Spagna, che gli dava intenzione di consentire alla restituzione sua nel Regno di Napoli, e sperando che avesse parimente a consentirvi il Re di Francia, appresso al quale, indotta a compassione, si affaticava molto per lui la Regina di Francia, avea introdotto tra loro pratiche di pace, per le quali, mentre che ardeva la guerra in Italia, andarono in Francia Ambasciadori del Re di Spagna, governandosi con tanto artificio che Federico si persuadeva che la difficoltà della sua restituzione (contraddetta estremamente da' Baroni della parte Angioina) consistesse principalmente nel Re di Francia. Ma mentre con questi artifici si trattava di pace, il Gran Capitano non tralasciava vieppiù che mai di molestare i Franzesi; ed essendogli riuscito dargli una memorabil rotta appresso il Garigliano, cotanto ben descritta dal Giovio e dal Guicciardino, oltre d'essergli stata dai Franzesi consegnata Gaeta e la Fortezza; il primo giorno del nuovo anno 1504 se n'uscirono finalmente dal Regno, il quale in quest'anno cadde interamente sotto la dominazione di Ferdinando, e sotto il governo ed amministrazione del Gran Capitano suo Plenipotenziario.

Non si rallentavano in questo tempo medesimo i trattati di pace tra il Re di Francia ed i Re di Spagna, i quali simulatamente proponevano che il Regno si restituisse al Re Federico o al Duca di Calabria suo figliuolo, a' quali il Re di Francia cedesse le sue ragioni; e che al Duca si maritasse la Regina vedova nipote di quel Re, ch'era già stata moglie di Ferdinando il giovane d'Aragona. Nè era dubbio, il Re di Francia essere alienato tanto con l'animo dalle cose del Regno di Napoli che per se avrebbe accettata qualunque forma di pace; ma nel partito proposto lo ritenevano due difficoltà: l'una, benchè più leggiera, che si vergognava abbandonare i Baroni che per avere seguitata la parte sua erano privati de' loro Stati, ai quali erano proposte condizioni dure e difficili; l'altra che più lo movea, che dubitando, che se i Re di Spagna, avendo altrimenti nell'animo, proponessero a qualche fine con le solite arti questa restituzione, temeva che consentendovi, la cosa non avesse effetto, e nondimeno alienarsi l'animo dell'Arciduca, il quale desiderando di avere il Regno di Napoli per lo figliuolo, faceva istanza che la pace fatta altre volte da se andasse innanzi; però rispondeva generalmente, desiderarsi da se la pace, ma essergli disonorevole cedere le ragioni che avea in quel Regno ad un Aragonese; e dall'altra parte continuava le pratiche antiche col Re de' Romani e con l'Arciduca: le quali, come fu quasi certo dovere avere effetto, per non l'interrompere con la pratica incerta de' Re di Spagna, licenziò gli Ambasciadori Spagnuoli, ed a Blois nel mese di settembre del 1504 si conchiuse la pace con Massimiliano e l'Arciduca, con istabilirsi prima di ogni altro, che il matrimonio prima trattato di Claudia sua figliuola con Carlo Duca di Lucemburgo primogenito dell'Arciduca, avesse effetto; ed intorno al Regno di Napoli fu convenuto, che niuno delli contraenti potesse trattare co' Re di Spagna, e col Re Federico d'Aragona sopra questo Regno senza volontà e sapere di tutti, dandosi tre mesi di tempo ai suddetti Re di Spagna se volessero entrare in questa pace ed essere in quella compresi; purchè però rimettessero il Regno, per quanto si apparteneva ad essi, a Carlo Duca di Lucemburgo; e per quanto si apparteneva al Re di Francia, a Claudia sua figliuola; ma dovesse amministrarsi dal Re di Castiglia insino che sarà consumato il matrimonio tra detto Duca e Claudia[230].

In questo stato di cose morì a' 9 di settembre di quest'anno 1504 nella città di Tours il Re Federico, privato di speranza d'avere più per accordo a ricuperare il Regno di Napoli, benchè prima ingannato (com'è cosa naturale degli uomini) dal desiderio, si fosse persuaso, essere più inclinati a questo i Re di Spagna, che il Re di Francia, non considerando, come assai a proposito ponderò il Guicciardino[231], essere vano sperare nel secolo nostro sì magnanima restituzione di un tanto Regno, essendone stati esempj sì rari, eziandio ne' tempi antichi, disposti molto più che i tempi presenti, agli atti virtuosi e generosi: nè pensando essere alieno da ogni verisimile che chi avea usato tante insidie per occupare la metà, volesse ora che l'avea conseguito tutto, per liberalità privarsene; ma nel maneggio delle cose s'era finalmente accorto, non essere minore difficoltà nell'uno che nell'altro: anzi doversi più disperare, che chi possedeva restituisse, che chi non possedeva consentisse.

Questo fu l'ultimo Re discendente da Alfonso I ultimo ancora degli Aragonesi di Napoli, e con lui il nostro Regno perdè il pregio d'avere Re propri e nazionali; perdè ancora la città di Napoli essere sede regia, e quel pregio, col quale tanti Re suoi predecessori, per averla eletta per loro residenza, l'avean illustrata ed ornata di tanti splendori, quanto seco ne porta una Corte regale. Morì nell'età di cinquanta due anni, avendone regnato meno di cinque. Principe cotanto saggio e di molte lettere adorno, che a lui, non men che a Ferdinando suo padre deve Napoli il ristoramento delle discipline e delle buone lettere. Ci restano ancora di lui alcune savie e prudenti leggi che nel volume delle nostre prammatiche si leggono.

Non meno infelice fu la sua progenie: egli ancorchè di se e della Regina Isabella sua legittima moglie lasciasse cinque figliuoli, tre maschi e due femmine, ebbero tutti infelicissimo fine. Il Duca di Calabria, Ferdinando suo figliuol primogenito, fu mandato prigione in Ispagna, dove finchè visse Ferdinando il Cattolico, fu tenuto assai ristretto, e ben guardato. Gli fu data da Ferdinando per moglie Mencia di Mendozza sterile, perchè non ne nascesse prole. Innalzato al trono l'Imperador Carlo V, per aver Ferdinando ricusato d'esser Capitano della sedizione seguita in Ispagna l'anno 1522, lo richiamò nella sua Corte, ove lo tenne con grande amore: e gli diede non molto da poi, essendo morta Mencia, per moglie Germana di Fois figliuola d'una sorella del Re Lodovico di Francia, quella che nel 1505 fu maritata col Re Cattolico. Era costei molto ricca, ma sterile; onde per questo si pensò congiungerla con Ferdinando, acciò che in lui, ultima progenie de' discendenti d'Alfonso, il vecchio Re d'Aragona, s'estinguesse quella famiglia, siccome nel 1550, nel qual anno morì Ferdinando, affatto s'estinse.

Era egli rimaso l'ultimo, perchè due altri figliuoli d'età minore, erano già prima morti, uno in Francia, l'altro in Italia: imperocchè Isabella stata moglie di Ferdinando, licenziata da quel Re dal Regno di Francia, per aver ricusato di mettere questi due figliuoli in potestà del Re Cattolico, se n'andò a Ferrara, dove l'anno 1533 morì, avendo veduto prima morire questi due suoi figliuoli. Le due figliuole femmine nate di questo matrimonio parimente morirono senza lasciar di se prole alcuna.

Alcuni Scrittori rapportano, che Federico colla prima moglie Anna di Savoja procreasse una figliuola nominata Carlotta d'Aragona Principessa di Taranto; ed i Franzesi scrivono che questa fosse stata maritata in Francia nel 1500 a Guido XVI Conte di Lavalla, essendo poi morta nel 1505. Nacquero da queste nozze Caterina ed Anna di Lavalla: la posterità di Caterina restò estinta per la morte senza prole di Guido XX Conte di Lavalla, morto nel 1605. Anna di Lavalla fu maritata nel 1521 a Francesco della Tremoglia, da' quali nacque Luigi Duca della Tremoglia; onde essendo estinta la famiglia de' Lavalli in Francia, e nelle di lui ragioni succeduta la Casa de' Duchi della Tremoglia, discendenti da Luigi nipote di Carlotta; si pretende ancora oggi che le ragioni di Carlotta sopra il Reame di Napoli si fossero trasferite a' Duchi della Tremoglia; e ne' tempi di Filippo IV per le note revoluzioni accadute nel regno, avendo il Re di Francia Luigi XIV, per non perder quell'occasione, voluto anch'egli entrarvi in parte, per le pretensioni che vi teneva, come discendente di Luigi XII che fece divolgare per più manifesti; si vide ancora uscir fuori nel 1648 una scrittura in nome del Duca della Tremoglia di quel tempo, in lingua franzese, che fu anche tradotta in Italiano, portando in fronte questo titolo: Trattato del jus, e de' diritti ereditarj del Signor Busa della Tremoglia sopra il Regno di Napoli. Parimente nel tempo medesimo se ne fece imprimere un'altra latina in Parigi: De Regni Neapolitani jure pro Tremollio Duce. Pretendeva il Duca per le ragioni di Carlotta appartenere a se il Regno, e ne fece allora tanto rumore, che nell'Assemblea tenuta in detto anno 1648 nella città di Munster per la pace generale, il Duca fece presentar nell'Assemblea la scrittura latina a' Mediatori della pace dall'Abate Bertault in suo nome, ove fece più proteste e pubblici atti per questa pretensione. Il libro tradotto in Italiano, con tutti questi atti e protesti, ebbi io opportunità di leggerli nella Biblioteca de' Brancacci al Seggio di Nido, ove si conserva.

(Oltre ciò nella pace di Nimega trattata e conchiusa nel 1678 Carlo Duca della Tremoglia spedì pure Giovanni Gabriele Sanguiniere per suo Messo al Nunzio appostolico straordinario Bevilacqua, residente, con lettere di 7 luglio del suddetto anno, di dover proteggere in quell'accordo la sua pretensione, e dal medesimo fece presentare a 16 agosto nel Congresso per man di Notajo una simile protesta, la quale colle suddette lettere si legge presso Lunig Tom. 2. pag. 1395. Di vantaggio, nella pace di Risuich, trattata nel 1697 fece altra simil Protesta narrata da Struvio Syntag. Hist. Germ, diss. 37 § 87 pag. 1811, il qual scrive: Tremouillus Dux contra Hispanorum possessionem Regni Neapolitani; extant haec scripta in Actis et M. Tom. III. pag. 319)

Per le stesse ragioni il Principe di Condè vanta pure aver pretensione sopra questo Reame, traendo sua ragione da Carlotta Caterina della Tremoglia, figliuola di Luigi, che si maritò con Errigo di Borbone Principe di Condè, della quale non si dimenticò Camillo Tutini nel suo trattato degli Ammiranti del Regno[232].

Ecco in qual maniera fu il Reame di Napoli trasferito al Re di Spagna Ferdinando il Cattolico, il quale pretendeva, che gli s'appartenesse per successione del Re Giovanni suo padre, erede d'Alfonso I suo fratello, e per ciò non volle esser chiamato Ferdinando III, o che foss'egli obbligato ad osservare i privilegi e promesse fatte da'predecessori Re Ferdinando I e II, Alfonso II e Federico. Gli reputò sì bene Re legittimi e non ingiusti usurpatori, intrusi, stante le investiture, che coloro aveano avute da romani Pontefici e la legittimazione, che Alfonso I avea fatta a Ferdinando suo figliuol bastardo, non essendo questa legittimazione stata mai contrastata a' nostri Aragonesi, e l'Autor del suddetto Trattato fa vedere con più esempi, che non meno in Napoli, che ne' Regni di Spagna, han succeduto i bastardi; ancorchè non risponda a quello, di che veniva imputato Ferdinando, d'esser figliuol supposto e non naturale d'Alfonso.

Per questa cagione trovandosi in questi medesimi tempi Ferdinando nella città di Toro, a' 18 febbraio del nuovo anno 1505 promulgò una prammatica[233] colla quale chiamandoli legittimi Re, e suoi predecessori, confermò tutti i loro atti, concessioni e privilegi, comandando, che i possessori delle città, castelli, Feudi e di qualunque ragione, o roba, sia burgensatica o feudale, che si trovassero possedere in vigore delle loro concessioni, non fossero in quelle turbati, nè inquietati, nè in giudicio, nè fuori, ma in esse mantenuti e conservati. Solo permise, che contro gli atti, decreti e concessioni fatte ne' turbolentissimi anni del Regno di Alfonso II, di Ferdinando II e di Federico, potesse ciascuno richiamarsi; ma ciò con sua licenza, prescrivendo loro il modo di ricorrere al suo Vicerè del Regno, il quale intese le querele, col voto e parere del Viceprotonotario e del Luogotenente del Gran Camerario, presa informazione, ne facesse a lui relazione, acciò, che secondo stimerà egli più giusto, potesse darvi la dovuta providenza; ma che intanto niuno si molestasse nella possessione, nella quale erano in vigor delle concessioni, che ne aveano da que' Re ottenute.

Parimente con altra sua Prammatica data nella stessa città di Toro, cassò, annullò e revocò tutte le concessioni, privilegi, convenzioni, atti e qualsivoglia altre scritture, che si fossero fatte dal Re Federico dopo li 25 di luglio del 1501 in avanti, quando perduta Capua, essendo per lui disperate le cose del Regno, mandò Ambasciadori a' Capitani del Re di Francia per capitolare la resa di Napoli e suoi Castelli con le altre Terre e castelli del Regno: le quali, per essere state estorte con importunità da diversi in quella disperazione e rivoluzione di cose, credette di poterla rivocare, valendosi di quel proverbio, che allegò in quella prammatica: Quod importunitate concessimus, consulto revocamus[234].

Quindi presso i nostri Giureconsulti è nata quella distinzione, che, sempre che colui, il qual allegava il privilegio di questi Re, si trovi, che per lungo tempo abbia avuta detto privilegio la sua esecuzione ed esserne in possesso, debba esserne quello mantenuto, bastandogli quel titolo, per non essere vizioso, ma procedente da' Re legittimi e per tali riputati dall'istesso Re Ferdinando il Cattolico. Quando però si tratti, o che il privilegio, o concessione non abbia avuto mai il suo effetto, tantochè chi l'allega non mostrasse per se il possesso; ovvero fosse stato espressamente dal Re Ferdinando, o dagli altri Re austriaci suoi successori rivocato: in questi casi, perchè non vogliono essere obbligati ad osservare ciò che quelli promisero o concederono, perchè al Regno sono succeduti non già come loro eredi, ma come successori d'Alfonso I per la persona del Re Giovanni, a cui il Regno s'apparteneva; per ciò resti in loro arbitrio di far ciò, che ad essi piacerà e parerà, siccome ampiamente ne discorrono i Reggenti Loffredo, e Moles rapportati dal Reggente Marinis[235], e dall'Ageta[236] ne' loro volumi.

Ancorchè Ferdinando il Cattolico proccurasse di non alterare la forma e politia del Regno, ma di lasciarlo nella maniera, che lo trovò, nulladimanco dovendo essere da ora innanzi governato non da' Re, propri, che vi dovessero risedere collocando quivi la lor sede regia, come per lo passato, ma da' loro Ministri, dovea per necessità introdursi nuova forma di governo; come si scorgerà ne' seguenti libri di quest'Istoria, dove si vedrà cangiata non meno la civile, che l'ecclesiastica politia, introdotti nuovi magistrati, nuova nobiltà di sangue spagnuolo e nuovi istituti e costumi.

FINE DEL LIBRO VENTESIMONONO.

STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI