LIBRO VENTESIMOTTAVO
Insino ad ora fra tante nazioni che invasero queste nostre province, non s'erano ancora intesi i Turchi; ma perchè niuna ne mancasse, ecco, che ne sorge una più potente e più terribile dell'altre. Gl'Imperadori Ottomani non è, come volgarmente si crede, che al lor fasto ed alterigia, ed all'immoderata sete di dominare unicamente appoggino la pretensione che vantano tenere sopra il nostro Reame. Eglino pretendono, che dopo la presa di Costantinopoli, e d'aver vinto e morto l'Imperador Costantino Paleologo ultimo Imperador Greco, essendosi ad essi trasferito l'Imperio di Oriente, possano con ragione riunire a quell'Imperio tutto ciò che ora si trova da altri occupato, ed in mano di stranieri Principi. Pretendono, che l'Italia e molto più le nostre province, particolarmente la Puglia e la Calabria, loro s'appartenga, come a veri e legittimi successori di Costantino M. e degli altri Imperadori d'Oriente. Essi vantano, e così han mostrato di essere colle opere, d'imitare i Romani; e forse se si riguardano le loro ampie conquiste ed i progressi che han fatti dall'anno 870 in qua, gli acquisti loro non sono stati minori di quelli de' Romani, ed han mostrato sempre, che non men che fecero i Romani, si nutrisce in loro la pretensione di farsi Signori d'Italia e del Mondo.
Scipione Ammirato[72] fa vedere, che i progressi fatti da' Turchi dall'anno 870, quando chiamati dai Persiani, dal Monte Caucaso, dove primieramente abitavano, incominciarono a metter piede nell'Asia, insino a' tempi suoi, cioè nel 1585, che non erano scorsi più che 715 anni, furono assai maggiori di quelli, che in altrettanto spazio di tempo aveano fatti i Romani. E quantunque non si fossero resi Signori dell'Italia e della Francia, come furono i Romani; nulladimanco erano Signori dell'Egitto e dell'Armenia e d'altre province nell'Asia che non ne furono i Romani, e dell'Illirico e della Pannonia non è alcun dubbio, che posseggono parte molte maggiore che non possedevano i Romani. Essi a gran passi s'ingegnarono sempre di camminare alla Monarchia del Mondo, e resi padroni di tante e si sterminate province, altro ad essi non restava di sottoporre alla loro dominazione, che Costantinopoli capo dell imperio, e così estinguere affatto i Greci, che insino a tempi del Re Alfonso aveano seduto in quella sede. Furono perciò rivolti tutti i loro pensieri a quest'impresa, la quale finalmente fu riserbata a Maometto X Re de' Turchi e della famiglia ottomana di quel nome II, il quale essendo succeduto nel 1451 a' Regni paterni, pose ogni studio di venire a capo dell'impresa. Con formidabili eserciti e stupende armate cinse finalmente nel 1453 per mare e per terra la città di Costantinopoli: Costantino Paleologo che n'era Imperadore, non potendo resistere a tante forze erasi, per difender la sua persona, chiuso nella città. Invano si cercavano aiuti da' Principi cristiani, li quali fra di lor guerreggiando, poca cura prendeansi della ruina dell'Imperio d'Oriente, non ostante che i Pontefici romani gl'incoraggiassero e scongiurassero a prenderne la difesa. Solo il nostro Re Alfonso offerì soccorsi, perchè quella città sede dell'imperio non cadesse in mano d'Infedeli; ma mentre Alfonso s'affanna e gli affretta, ecco che Maometto a' 29 maggio di quell'anno 1453 espugna la città, prende e fa morire in quella l'Imperador Costantino e tutta la nobiltà, ed in un istante si rende Signore non meno della città che dell'imperio di Costantinopoli. Così finì l'Imperio greco, che era durato 1127 anni. Non meno che il Romano, che sotto Augusto cominciò e finì in Augustolo; così il Greco cominciò sotto Costantino M. figliuolo d'Elena e venne a mancare sotto Costantino Paleologo figliuolo parimente di Elena.
Trasferito in cotal guisa l'Imperio da' Greci a' Turchi, Maometto fu gridato Imperadore de' Turchi. I progressi da lui fatti da poi furono stupendi e portentosi, lasciando stare da parte l'altre cose di minor conto, egli nel 1460 occupò l'Imperio di Trebisonda, e fece mozzare il capo al Re David. Nel 62 s'insignorì dell'isola di Metelino. L'anno 70 tolse a' Vinegiani l'isola di Negroponte. Nel 73 vinse in battaglia Usum Cassano Re di Persia, come ch'egli altre volte fosse stato vinto da lui. L'anno 75 tolse a' Genovesi Caffa. Nel 77 costrinse i Vinegiani a dargli Calcide e Scutari, ed a pagargli un censo l'anno per lasciargli navigare ne' suoi mari. Ed avendo per tante vittorie pieno l'animo di concetti vasti e smisurati, e sopra tutto acceso di desiderio ardentissimo di mettere piè nell'Italia, pretendendo che l'Imperio di quella a se, come a vero e legittimo Signore s'appartenesse, per virtù dell'Imperio costantinopolitano da lui acquistato, i Vinegiani per divertirlo da' loro Stati, e perchè maggiormente non gli angustiasse, gl'insinuarono che lasciata l'impresa dell'isola di Rodi, dove stava allora impegnato Maometto per toglierla a' Cavalieri gerosolimitani, verso la Puglia nel Regno di Napoli drizzasse la sua armata; poichè in vece di un'isola avrebbe acquistato un floridissimo e vastissimo Regno[73]. Angelo di Costanzo rapporta, che Lorenzo de' Medici per mezzo d'alcuni mercatanti che negoziavano ne' paesi del Turco, invitasse Maometto che venisse nel Regno. E può esser vero l'uno e l'altro, che non meno i Vinegiani, che i Fiorentini, nemici allora di Ferdinando, l'avessero stimolato.
Dimostrarono a Maometto, come l'alterigia ed ambizione d'Alfonso era, se non al presente, nel tempo a venire per dover nuocere non meno ad esso che a loro; anzi molto più a lui, essendo l'impresa più giusta rispetto alla religione, più agevole per lo poco tratto del mare Jonio, che divide ambi i loro Regni, e più favorita da' Principi cristiani. Maometto ancora per diverse cagioni era contra il Re Ferdinando oltramodo sdegnato, e vie più d'ogni altra cosa per aver porto quella State medesima soccorso a Rodi, ch'egli indarno avea oppugnato; sicchè non fu difficile a Fiorentini disporlo all'impresa[74].
Lasciata adunque Maometto l'impresa di Rodi, nel 1480 navigò sino alla Velona, da dove mandò Acubat suo Bassà per questa spedizione, il quale nella fine di giugno di quell'anno giunse in Puglia con un'armata poderosissima, e posti a terra, oltre della fanteria, cinquemila cavalli di gente bellicosissima, cinse di stretto assedio la città d'Otranto. In questa città non vi eran di guarnigione che mille combattenti, ed altri 500 ne avea portati allora da Napoli Francesco Zurolo. I cittadini più che i soldati fecero valorosa difesa, ma contro sì potente e numeroso esercito nulla valse la loro costanza. In men di un mese fu presa la città per assalto, dove entrati furiosamente quei Barbari non vi fu crudeltà che non praticassero: incendj, ruberie, morti, violazion di vergini e quanta immanità usarono nella presa di Costantinopoli, altrettanta in Otranto vi fu praticata. Molti cittadini furon fatti passare a fil di spada, come si fece in Costantinopoli, ma con sorte disuguale; poichè l'ossa di coloro rimasero per sempre in suol nemico esposte alla pioggia e mosse dal vento, nè furon curati; ma le ossa di questi d'Otranto, scacciati dopo un anno i Turchi, e tornata sotto la dominazione di Ferdinando, furono a gara onorate non meno da' paesani, che da Papa Sisto e dal Duca di Calabria Alfonso.
Presa questa città, avendo Maometto richiamato a se Acmet, questi, ubbidendo al suo Signore, lasciò in suo luogo Ariadeno Baglivo di Negroponte con settemila Turchi e 500 cavalli, ed egli con dodici galee, con la preda fatta nel sacco di quella città, s'avviò per Costantinopoli. Ariadeno volendo proseguire le conquiste pensava d'occupar Brindisi e porre l'assedio ad altre città, tanto che si vide il Regno in grandissimo pericolo di perdersi.
Ferdinando, vedendosi in tali angustie, scrisse a quasi tutti i Principi d'Europa per soccorso, e mandò subito a chiamar Alfonso da Toscana, perchè lasciata quella impresa venisse tosto a soccorrere il Regno. Il Duca di Calabria abbandonò la guerra di Toscana, e lasciò in pace i Fiorentini, e giunto in Napoli a' 10 di settembre di quest'anno, avendo raccolta un'armata di 80 galee, con alcuni vascelli, ne diede il comando a Galeazzo Caracciolo, il qual giunto coll'armata ne' mari d'Otranto diede molto spavento all'esercito nemico, e poco appresso vi venne il Duca di Calabria accompagnato da gran numero di Baroni napoletani. Il Re d'Ungheria cognato del Duca vi mandò 1700 soldati con 300 cavalli Ungari; ed il Papa v'inviò un Cardinale con 22 galee de' Genovesi: tanto che l'esercito del Duca si pose in istato di fronteggiare con quello de' Turchi, li quali, dopo molte scaramucce, finalmente furon ridotti a ritirarsi dentro Otranto, dove per molto tempo intrepidamente si difesero. Ma la morte opportunamente accaduta a' 3 maggio dell'entrato anno 1481 dell'Imperador Maometto, liberò il Regno da questi travagli: poichè Ariadeno giudicando, che per la morte di Maometto il soccorso che aspettava sarebbe giunto molto tardi, si risolvè a render la Piazza in poter d'Alfonso; ed essendogli stati a' 10 agosto accordati onorati patti, rese la piazza che per un anno era stata sotto la lor dominazione, ed imbarcatosi con le truppe sopra la sua armata, prese il cammino di Costantinopoli.
Questa opportuna morte non solo diede spavento a' Turchi d'Otranto, ma anche ad un esercito di 25m. uomini che appresso la Velona erano venuti a danno d'Italia, i quali se ne ritornarono tutti addietro. Alfonso lieto di sì buon successo, licenziò i soldati Ungari, e vittorioso ritornò in Napoli, dove trovò il soccorso che gli era venuto da Portogallo e da Spagna, l'uno di 19 caravelle ed una nave, e l'altro di 22 navi, e, regalati i lor Comandanti, gli licenziò tutti. Vi morì in questa guerra il fiore de' Capitani e dei Cavalieri del Regno veterani e famosi, perchè vi morì Matteo di Capua Conte di Palena Capitano vecchio, e per tutta Italia riputato insigne; vi morì Giulio Acquaviva Conte di Conversano, il quale avea avuti i supremi onori della milizia dal Re Ferdinando: morì ancora D. Diego Cavaniglia, Marino Caracciolo ed un gran numero di Cavalieri molto onorati[75]. Nel sacco che fu fatto da' Turchi in Otranto passarono a fil di spada più di 800 cittadini, l'ossa de' quali fur fatte da Alfonso seppellire con molto onore e religione, e ne portò molti in Napoli, che, come scrive il Galateo[76], fece riporre nella chiesa di Santa Maria Maddalena, donde poi furon trasferite nella Chiesa di S. Caterina a Formello, ove ora si adorano come reliquie di Martiri.
E per non venire a parlar di nuovo de' disegni che han sempre, insino a' dì nostri tenuti i Turchi sopra la conquista di questo Regno, degl'inviti che sono loro stati fatti da' nostri Principi cristiani medesimi, i quali infra di loro guerreggiando, sovente per divertire le armi del nemico, ricorrevano al Turco: dico ora, che mi si presenta l'occasione, che quantunque nel Regno di Ferdinando e de' successori Re aragonesi, non tornassero ad inquietare queste nostre province, non era però che per gli acquisti grandi che nelle vicine parti faceano, da tempo in tempo non ci portassero spavento e timore.
Morto Maometto II, che per avere acquistati due Imperi e dodici Regni, e preso più di ducento città de' Cristiani, fu gridato I. Imperadore de' Turchi; Bajazet II suo figliuolo che gli succedette nell'Imperio, con non interrotto corso di fortuna, fece altri progressi; poichè nel 1484 prese la Valacchia, e nel 92 occupò i monti Cerauni e tutto il tratto dell'Albania, e si sottomise tutte quelle genti che viveano libere. Quindi molte famiglie, per non vivere in ischiavitù, fuggirono da que' luoghi, e si ricovrarono nelle più vicine parti ed alcune nel nostro Regno. Vi vennero perciò i Castrioti ed i Tocchi che possedevano in quelle province buone Signorie. Vi venner molti Albanesi; ond'è che da nostri Re fur loro assignate varie Terre per luogo d'abitazione e tuttavia ancor vi dimorano. Sottomise poi Bajazet al suo Imperio nel 1499 Modone e Corone città della Morea, e nell'anno seguente tolse a' Vinegiani Mero città. Selim I figliuolo di Bajazet nel 1514 vinse in battaglia Ismaele Re di Persia, e 'l cacciò nelle campagne Calderane. L'anno seguente ruppe e fece prigione il Capitan Generale d'Aladola Re della Cappadocia, a cui mozzò il capo, ed il mandò a' Vinegiani per segno della vittoria. Nel 1516 superò combattendo Campsone Soldano d'Egitto, e messolo in fuga il costrinse a morirsi; nel corso della qual piena e gloriosa victoria, vinto ed impiccato l'altro Soldano, prese il Cairo, soggiogò Alessandria, e fattosi Signore dell'Egitto, acquistò anche Damasco capo e sede del Regno di Soria.
Solimano II figliuolo di Selim tolse nel 1521 agli Ungheri Belgrado; nel 22 cacciò la religione di S. Giovanni dall'isola di Rodi, ed acquistò all'Imperio suo quell'isola nobilissima. Nel 26 diede di nuovo una terribil rotta agli Ungheri, nella quale restò morto il misero lor Re Lodovico. Nel 29 occupò Buda, e nel 24 tolse il Regno al Re di Tunisi. Nel 37 oltre molti danni fatti a' Vinegiani, a' quali saccheggiò il Zante e Citera, spianò ancora Egina, prese Paro e fece tributaria Nasso. Nel 39 prese Castel Nuovo, ove tagliò a pezzi la miglior milizia che avessero mai avuta gli Spagnuoli. Selim II figliuolo di Solimano, tolse ai Vinegiani il deliziosissimo Regno di Cipro, dopo avere con potentissima armata cercato di soggiogare Malta nuova Residenza de' Cavalieri gerosolimitani. Con tal occasione ne venne a noi la famiglia Paleologa, di cui si legge in Napoli il tumulo nella chiesa di S. Giovanni Maggiore rapportato dall'Engenio[77]. Amurat III figliuolo di Selim, ancorchè per le continue guerre ch'egli ebbe a sostenere col Persiano, non inquietasse le province cristiane, tennele però in grandissimo timore. Ma i suoi successori Maometto III ed Acmet tolsero a' Vinegiani Candia, gran parte della Dalmazia, la Bosnia, la Schiavonia; ed in breve quasi tutto il lido del mare superiore, che diciamo ora Adriatico, opposto a' mari d'Otranto e della nostra Puglia, passò sotto la lor dominazione. Caddero questi sterminati acquisti, e s'estinsero tanti Reami e Ducati. Caddero i Duchi d'Atene, i Duchi di Durazzo, i Despoti dell'Arta Principi della Morea nella Grecia, i Duchi d'Albania, i Principi d'Achaja e tanti altri Signori e Baroni che lungo sarebbe a raccontargli. Ed essendo ne' loro Dominj succeduto un sì potente e terribile nemico pur troppo a noi vicino, e che non altro tratto ci divide, se non che il golfo di Vinegia e quello di Otranto; quindi nacquero i continui timori, e le spesse scorrerie e saccheggi d'alcune Città e Terre della Puglia e della Calabria.
Quindi si diede occasione a spessi ricorsi, che da Principi disperati e da Baroni malcontenti, si faceva a loro, con sovente sollecitargli, offerendo facile la conquista del Regno. Quando, come diremo appresso, il Re Ferdinando fermò la pace col Pontefice Innocenzio VIII alcuni Baroni, temendo della poca fede del Re, consultarono per loro quiete di doversi mandare Ambasciadori a Bajazet, acciò che loro somministrasse pronto soccorso, invitandolo alla conquista del Regno. Furono perciò sovente invasi i nostri mari, e quelli di Gaeta furono scorsi e dati sacchi funestissimi a quella città. E nei seguenti anni, Paola e S. Lucido in Calabria, Sorrento e Massa incontro Napoli, furono da' Turchi con lagrimevol strage saccheggiate, e gli abitanti fatti schiavi[78].
Nell'Imperio di Carlo V, il Principe di Salerno profugo da' suoi Stati, non trovando udienza in Francia, ebbe ricorso a Turchi, a' quali dipinse facile l'impresa del Regno, e fece mettere in mare una potente armata per invaderlo.
Nel Regno di Filippo II suo figliuolo le spedizioni contra Turchi furono assai spesse e strepitose; onde cotanto rilusse la fama di D. Giovanni d'Austria, che in mare gli vinse e debellò: ed essendosi accesa fiera ed ostinata guerra tra questo Re col Pontefice Paolo IV, questi non contento d'aver fatta lega col Re di Francia e con altri potentati, chiamò anche l'armata del Turco in suo aiuto per assaltare il Regno. E fra noi è ancor rimasa memoria della congiura che Tommaso Campanella con altri Frati domenicani Calabresi nel 1599 avea ordita per dar le Calabrie in man de' Turchi; li quali da poi nel 1621 con buona armata vennero ad invadere Capitanata e occuparono Manfredonia, e dopo averla tenuta per qualche tempo, datole un fiero sacco, abbandonarono l'impresa. Infinite scorrerie fecero ne' nostri mari, riducendo molti nostri Regnicoli in ischiavitù. Ed in quest'anni 1716 e 1717 se non avessero avute in Ungheria due strane rotte dalle vittoriose armi imperiali colla perdita di Temisvar e di Belgrado, minacciavano l'Italia e queste nostre province, che corsero gran pericolo. Ma fattasi ora col Turco tregua per venti anni, si è veduta cosa che non videro mai i nostri maggiori, cioè traffico e commercio aperto fra noi ed il Turco. Se durasse, ci vedremmo almeno per quanto corre il mare Adriatico, liberi da corsari e non esposti que' lidi a tanti danni e riscatti; poichè dall'aver vicino sì potente nemico, e per poco tratto i nostri lidi divisi dai suoi, si è ricevuto ancora l'incomodo di spesse scorrerie da' corsari barbareschi nelle terre poste ne' lidi dell'Adriatico e delle Calabrie, e la desolazione di molte famiglie, che per redimere dalle loro mani i loro parenti, si sono impoverite, dovendo pagare grosse somme per gli riscatti. Carlo V per tener guardati da quei pirati i nostri lidi fece costruire molte torri per le marine del Regno, gravandolo d'eccessive spese per le provvisioni che bisognò somministrare a' Torrieri. Quindi per sovvenire a questi bisogni sursero le religioni della Redenzione de' cattivi, che da Spagna a noi ci vennero, e molti altri luoghi Pii che tengono destinate le loro rendite per lo riscatto.
L'opera non può negarsi che non sia molto pietosa, ed in Spagna, che patisce i medesimi travagli da' pirati Algerini e dell'altre coste di Tunisi e di Barberia e da' corsari Mori, è soprammodo cresciuta, vedendosi per ciò eretti grandi Conventi di religiosi destinati a quest'opera della redenzione, e ricchissimi di rendite; ma non può negarsi ancora, che per questo istesso i Turchi esercitino l'arte piratica, riuscendo ad essi molto utile e fruttuosa; onde quasi tutti vi si applicano perchè sanno, che ridotti i cristiani in servitù, vengono tosto immense somme per redimergli. All'incontro essi non riscattano niuno di loro, se avviene che capitino essi in mano de' cristiani; gli lasciano stare, nè se ne prendon pensiero; e quindi i cristiani non s'invogliano a far prede e corseggiare i loro mari, com'essi fanno de' nostri. Se noi non curassimo di riscattar i nostri, certamente che si dismetterebbe presso loro il corseggiamento, e forse si vivrebbe assai meglio, senza sospetti e senza timori ed in maggior quiete. Ma di ciò sia detto a bastanza, richiamandoci il nostro istituto a parlar di Ferdinando, e d'una nuova e più insidiosa congiura orditagli ora da' suoi Baroni.
CAPITOLO I. I Baroni nuovamente congiurano contra il Re. Papa Innocenzio VIII unito ad essi gli fa guerra: pace indi conchiusa col medesimo, e desolazione ed esterminio de' congiurati.
Alfonso Duca di Calabria ritornato in Napoli dopo l'impresa d'Otranto tutto glorioso e trionfante, pieno d'elati pensieri ed istigato dal genio suo crudele ed avaro, pensò abbassare i Baroni, de' quali se ne mostrava mal soddisfatto, e teneva sempre in sospetto. Tutti i suoi pensieri erano a ciò rivolti, nè potè tanto coprire questi suoi disegni che coloro non se ne insospettissero; poichè sovente co' suoi confidenti soleva dire, che giacchè i Baroni non avean mai avuto riguardo in tante guerre ed in tanti bisogni, ne' quali s'era il Re veduto soccorrere il regio erario di denaro, voleva egli insegnar loro, come i sudditi trattar dovessero col loro Signore. Non si potè ancora contenere co' suoi famigliari d'assicurargli che stessero allegri, che fra breve gli farebbe divenire gran Baroni senza dar loro Stato, poich'egli avrebbe tanto abbassati i grandi che sarebbero essi divenuti primi; e di vantaggio non si ritenne di porre nel suo elmo una scopa per cimiero, ed alla sella del suo cavallo certe taglie, per dimostrare volergli tutti sterminare.
Il Re Ferdinando, ancorchè Principe prudentissimo, nulladimanco per l'affetto grande che portava al Duca D. Alfonso, per la sua vecchiaia e per gli amori della novella sposa, s'era invilito tra gli affetti di padre e di marito; e perchè fidava molto nel valore del Duca suo figliuolo, aveagli quasi che cedute le redini del governo, e sol ne' casi estremi scosso, riparava i disordini colla sua prudenza. I Baroni che aveano concepito odio grande verso Alfonso, atterriti da queste minacce, cominciarono a pensare il modo da potersene liberare.
Era in quest'anno 1484 a' 13 d'agosto trapassato il Pontefice Sisto, ed a' 29 dello stesso mese era stato rifatto in suo luogo il Cardinale Giovan Battista Cibo genovese, che Innocenzio VIII chiamossi. Questo Pontefice ebbe pensieri diversi da' suoi predecessori Pio e Sisto, e bramando occasione d'ingrandir Franceschetto suo figliuol naturale, vedendo gli animi dei Baroni disposti alle novità, cominciò a darvi mano; e mostrandosi mal soddisfatto del Re Ferdinando, il quale gli avea richiesto, che per le grandi spese sofferte nella guerra d'Otranto, e per quelle che faceva in mantenere tante genti d'arme per opporsi al Turco, e per tenere ben difeso il Regno ch'era contra Turchi quasi il propugnacolo d'Italia, gli rilasciasse il censo solito da pagarsi alla chiesa, come avean fatto i suoi predecessori, i quali s'erano contentati del solo palafreno; egli non solo non volle rilasciarglielo, ma avendo il Re a' 29 giugno del seguente anno 1485, giorno stabilito al pagamento, mandato secondo il solito Antonio d'Alessandro per suo Oratore in Roma a profferirgli il palafreno in vigor dell'investitura, il Papa non volle riceverlo; tanto che fu obbligato Antonio di farne pubblica protesta, che ancor si legge presso il Chioccarello ne' suoi volumi M. S. della regal giurisdizione.
Dall'altra parte i Baroni, vedendo la mala soddisfazione del Papa, pensarono di ricorrere a lui per essere sostenuti. Li Capi ed Autori di questa congiura, che è stata tanto bene scritta da Camillo Porzio, furono Francesco Coppola Conte di Sarno ed Antonello Petrucci Segretario del Re. Il Conte di Sarno, ancorchè d'antica e nobil famiglia del Seggio di Portanova, seguendo i vestigi del suo genitore, erasi dato tanto a' traffichi, ed a mercatantare, in cui v'avea un'abilità grandissima, che il Re istesso allettato anch'egli dal guadagno, gli diede molto denaro, entrando in società ne' negozj, che colui tenea[79], tanto che divenne ricchissimo: il Re medesimo lo creò Conte di Sarno, ed il suo nome tanto in Levante, quanto in Ponente avea tanto credito, che i mercatanti di quasi tutte le Piazze d'Europa gli fidavan somme e merci rilevantissime. Antonello Petrucci nato in Teano, città presso Capua, di poveri parenti, ed allevato in Aversa da un Notajo, mostrando molto spirito e grande applicazione alle lettere, fu da costui portato in Napoli, dove lo pose a' servigi di Giovanni Olzina Segretario del Re Alfonso. L'Olzina, conosciuti i talenti del giovane, dimorando in casa sua il famoso Lorenzo Valla, lo diede a lui perchè lo ammaestrasse: ed avendo Antonello sotto sì eccellente Maestro in poco tempo fatti miracolosi progressi, fu dall'Olzina posto nella Cancelleria regia, il quale quando gravato d'affari non avea tempo d'andare egli dal Re, soleva mandarvi Antonello. Piacquero anche al Re Ferdinando le virtù e' tratti modesti d'Antonello, onde per questa famigliarità entrò in somma sua grazia; tanto che morto poi l'Olzina lo creò suo Segretario, nè vi era affare, ancorchè gravissimo, che non passasse per le sue mani, per la confidenza grandissima, che teneva col Re. Acquistò per tanto ricchezze grandissime e parentadi nobili: poichè prese per moglie la sorella del Conte di Borrello Agnello Arcamone del Seggio di Montagna, dalla quale generò più figli, e tutti col favore del Re pose in grandezza. Il primo fu Conte di Carinola, l'altro di Policastro, il terzo Arcivescovo di Taranto, il quarto Prior di Capua, e l'ultimo Vescovo di Muro.
Le tante ricchezze, ed i cotanti estraordinarj favori, che il Re faceva a questi due personaggi, gli fecero entrare nell'odio ed invidia di molti, e massimamente del Duca di Calabria, il quale sovente non poteva contenersi di dire in pubblico, che suo padre per arricchir costoro avea se stesso impoverito: ma ch'egli non avrebbe mandato a lungo quel che suo padre per tanto tempo avea dissimulato. Essendo pertanto tutte queste cose sapute dal Conte e dal Segretario, pensarono unirsi co' Baroni mal soddisfatti, co' quali, tenuto consiglio, deliberarono ricorrere al Papa per ajuto. I Baroni, che congiurarono, furono il Principe di Salerno Antonello Sanseverino Gran Ammirante del Regno, il Principe d'Altamura Pietro del Balzo Gran Contestabile, il Principe di Bisignano Girolamo Sanseverino, il Marchese del Vasto Pietro di Guevara Gran Siniscalco, il Duca d'Atri Andrea Matteo Acquaviva, il Duca di Melfi, il Duca di Nardò, il Conte di Lauria, il Conte di Melito, il Conte di Nola e molti altri Cavalieri[80]. Questi uniti insieme a Melfi, coll'occasione delle nozze di Trojano Caracciolo figliuolo di Giovanni Duca di Melfi, mandarono al Pontefice Innocenzio perchè col suo favore li ajutasse; ed il Papa volentieri accettò l'impresa. Egli considerò, che non vi era altra miglior congiuntura di questa per innalzar suo figliuolo; e per far questo si rivoltò alle solite cose praticate da' Papi, cioè d'invitar altri all'acquisto del Regno con prometterne l'investitura. Giovanni Duca d'Angiò si trovava sin dal 1470 morto in Catalogna, e Renato suo padre era parimente morto: non vi restava, che un altro Renato figliuolo di Violanta figliuola di Renato, ch'era Duca di Loreno; mandò pertanto in Provenza a stimolarlo, che venisse tosto all'acquisto del Regno, del qual egli ne l'avrebbe investito, purchè in ricompensa dì sì grande beneficio avesse arricchito Franceschetto suo figliuolo di onori e Signorie.
Intanto Alfonso Duca di Calabria avendo scoverti questi movimenti de' Baroni, perchè la cosa non procedesse più avanti, pensò tosto romper loro i disegni, e si impadronì all'improvviso del Contado di Nola, e presa Nola, con carcerare due figliuoli del Conte con la madre, gli fece condurre prigioni nel Castel Nuovo di Napoli. Quando gli altri congiurati intesero questa risoluzione di Alfonso, temendo che parimente i loro Stati non fossero occupati, tolto ogni rispetto, cominciarono scovertamente ad armarsi, e da per tutto a tumultuare. In un tratto si vide il Regno sossopra, le strade rotte, tolti i commerci, serrati i Tribunali, e ciascun luogo pieno di confusione. Re Ferdinando scosso da questi rumori cercava sedarli, ed il Principe di Bisignano, per dar tempo che gli altri Baroni s'armassero, cominciò a trattar di pace col Re: Ferdinando in apparenza si mostrò molto disposto, ma con animo, cessati que' sospetti, di non osservar cos'alcuna. L'uno cercava con simulazione ingannar l'altro: proposero al Re condizioni di pace impertinentissime, ma dal Re furon loro tutte accordate: quando poi si venne a firmarle, s'andavano dal Principe di Salerno frapponendo difficoltà, ed essendosi intanto gran parte de' Baroni ritirati in Salerno, fece egli sentire al Re, che per maggior sicurezza voleva, che mandasse in Salerno D. Federico suo secondogenito, che in suo nome le firmasse e ne proccurasse l'osservanza. Il Re glielo mandò, e Federico fu ricevuto dal Principe e dai Baroni, che ivi erano, con molti segni di stima, e salutato non altramente che a Re si conveniva. Federico era un Principe dotato di rare ed incomparabili virtù, avvenente e di maniere dolcissime, moderato e modesto, in modo che s'avea tirato l'amore di tutti. Di costumi opposti al Duca di Calabria suo fratello, e se la fortuna, siccome lo fece nascere secondogenito, l'avesse favorito di farlo venir primo al mondo, certamente che il Regno avrebbe continuato nella posterità de' nostri Re nazionali aragonesi; e tante revoluzioni e disordini, che si sentiranno nel seguente libro, non avrebbe certamente patiti e sofferti.
Entrò per tanto Federico in Salerno con ferma speranza di conchiuder la pace; ma un dì il Principe di Salerno avendo fatto nel suo palazzo convocare i Baroni, e fatto sedere Federico nel consesso in una eminente e pomposa sede, cominciò con molta forza ed energia a persuadergli, che prendesse dalle lor mani il Regno, ch'essi gli offerivano, affinchè discacciato Alfonso crudelissimo Tiranno, quello riposasse sotto la sua clemenza: ch'essi lo difenderebbero con armi e danari sino allo spargimento dell'ultimo sangue: che avendo dal loro canto il Papa, renderebbesi giusta l'impresa, il quale tosto ne lo investirebbe, e se gli altri romani Pontefici, e' diceva, poterono per lo bene della pace permettere ad Alfonso, che ne privasse il Re Giovanni suo fratello, a cui di ragione questo Regno s'apparteneva, quanto più ora sarà riputata azione giusta e gloriosa del presente Pontefice Innocenzio, che togliendo il Regno dalle mani d'un Tiranno, lo riponga nelle vostre, che tanto dissimile siete da lui, quanto il lupo dall'agnello, quanto un crudele ed avaro, da un Principe tutto clemente, tutto buono e tutto virtuoso: nè certamente se ne offenderà il vecchio vostro padre Ferdinando, il quale son sicuro, che seconderà la volontà degli uomini e d'Iddio, anzi si terrà del tutto padre felice, che tra' suoi figliuoli abbiane generato uno, che per giudicio universale sia stato riputato degno dello scettro e della regal Corona. Doversi rammentare esser nato fra noi in questo Cielo ed in questa preclara parte d'Italia per nostro scampo: dovere la pietà del vostro cuore esser mossa dalle nostre miserie, abbracciare i nostri innocenti figliuoli, sollevare le spaventate madri, e finalmente non soffrire, che, cacciati dalla necessità, ricorriamo per aver salute in grembo di genti barbare, come senza fallo avverrà, non accettandoci per servi vostri[81].
Orò il Principe con tanto ardore ed efficacia, che ciascuno de' circostanti credeva, che Federico non dovesse rifiutare il dono: ma questo Principe, cui non movea nè ambizione, nè immoderata sete di dominare, ma sola virtù, dopo aver rese le grazie dell'offerta, con molta placidezza rispose loro, che se il concedergli il Regno stasse in lor mano, volentieri accetterebbe il dono, ma non potendolo egli acquistare, se non con violare tutte le leggi, il volere paterno e la ragion di suo fratello, non voleva, che per mantenerselo poi con la forza, fosse costretto usar maggiori fraudi e scelleratezze. Essere il Regno pieno di tante fortezze e presidj, che appena la vita di due Re valorosi e sempre vittoriosi, basterebbe a vincerli ed espugnarli, massimamente, che buona parte de' Baroni avvezzi alle armi seguivano l'insegne del Duca, il quale, ancorchè da Popoli fosse mal veduto, era però da' soldati, co' quali s'avrebbe a far la guerra, molto amato, anzi adorato. Che s'ingannavano nel paragone ch'essi facevan tra le sue maniere con quelle del Duca: non esservi proporzione tra un uomo privato, qual egli era, ad un Principe. Nè dover loro recar meraviglia, se per aver egli coltivati gli studj delle buone lettere, fosse divenuto di natura piacevole, ed all'incontro il Duca nutrito tra le armi, terribile e feroce: che se divenisse Re, sarebbe forzato lasciare i suoi antichi costumi, e prendere quelli del fratello per confermazione dello Stato regale, maneggiando le guerre, imponendo nuove gravezze, assicurandosi de' malcontenti, ed in brieve adoperando tutto quello, per cui egli era odiato. Talchè quando da lui erano assicurati, che gli articoli accordati sarebbero stati religiosamente eseguiti, doveano lasciar questi pensieri, ed appigliarsi alla pace, ch'egli loro offeriva.
Quando i Congiurati intesero la resoluzione di Federico, cambiati di volto e impalliditi, presaghi del futuro, che di quella congiura resultar dovea, vinti dalla disperazione diedero in furore ed in mille enormità. In cambio di farlo Re, lo fecero prigione; e per invigorir l'animo del Papa, scosso svelatamente il giogo, alzarono con biasimo non men loro, che del Pontefice, le bandiere colle Papali insegne e si scovrirono non meno aperti, che ostinati nemici del Re.
Ferdinando vedendo tanta indegnità, per abbattere non meno la loro fellonia, che l'ambizione del Papa, si risolvè movergli guerra, e senza riguardo alcuno assaltar lo Stato della Chiesa per costringerlo a lasciar l'indegna impresa; onde voltò i suoi pensieri a far ogni provisione di guerra, e mandò il Duca di Calabria con un floridissimo esercito a' confini del Regno. Prima di mandarlo, perchè molti di debile spirito si sbigottivano in sentire, che si dovesse maneggiare una guerra contro il Pontefice, onde mal si disponevano ad intraprenderla, per togliergli di questo inganno, fece egli a' 12 novembre di quest'anno 1485 nel Duomo di Napoli ragunar la Nobiltà e 'l Popolo, con molti Capitani e Baroni, ed in loro presenza fece pubblicamente leggere una protesta, colla quale dichiarava, che egli non avea, nè voleva alcuna guerra contra la Santa Sede: che tutto quell'apparato di guerra non era per offendere, nè occupar l'altrui, ma solo per difender se, e conservare il suo Stato e liberarlo d'altrui insidie: che del rimanente egli era stato e sarà sempre ubbidientissimo figliuolo alla Sede Appostolica.
Fece ancora pubblicar bando, col quale s'ordinava a tutti Prelati e persone Ecclesiastiche del Regno, che tenevano Vescovadi, Arcivescovadi e beneficj nel Regno, e che dimoravano nella Corte romana, che fra 15 giorni numerandi dal dì della pubblicazione del bando, venissero tutti nella sua presenza, ed a risedere nelle loro Chiese, altrimenti gli privava del godimento de' frutti di quelle, li quali sarebbero stati da lui fatti sequestrare; e non avendo voluto ubbidire al bando l'Arcivescovo di Salerno, i Vescovi di Melito e di Teano, che risedevano nella Corte romana, sequestrò i frutti delle loro Chiese e destinò Economi per l'esazione[82].
Ragunò anche un altro esercito, del quale ne diede il comando a D. Ferrante Principe di Capua suo nipote, primogenito del Duca di Calabria, al quale, per moderare la giovanil età del Principe, diede per compagni i Conti di Fondi di Maddaloni e di Marigliano; e mandò anche in Puglia con altro esercito il Duca di S. Angelo suo quartogenito a guardar quelle Terre.
Papa Innocenzio atterrito da' tanti apparati di guerra, e non vedendo comparire Renato Duca di Lorena da lui invitato all'acquisto del Regno, si voltò al soccorso de' Vinegiani potenti allora in Italia, e proccurava con ogni sforzo di far con esso loro lega per la conquista del Regno, offerendo loro buona parte di quello; ma i Vinegiani, avendo preveduta la riuscita, che doveano fare i Baroni congiurati, non vollero entrare in manifesta lega contro il Re, nè abbandonar il Papa, ma per vie segrete ajutarlo, come fecero.
Intanto il Duca di Calabria avendo invaso lo Stato del Papa, ed avendo più volte combattuto gli Ecclesiastici, era arrivato fino alle porte di Roma, cingendo di stretto assedio questa città. Ed il Principe D. Federico, per opera d'un Capitano de' Corsi, che teneva stipendiato il Principe di Salerno, era fuggito di prigione e venuto a Napoli, ove dal padre, e da tutti gli Ordini della città fu con grande giubilo accolto, commendando la sua virtù; onde il suo nome andava glorioso per le bocche di tutti.
Il Re Ferdinando non tralasciava ancora dall'altra parte con astuzie ed inganni tirar alla sua parte alcuni de' Baroni congiurati; onde il Papa, ch'era più atto alla pace, che alle cose di guerra, non vedendo comparir il Renato, nè grandi soccorsi venirgli dai Vinegiani, molestato ancora dal Collegio de' Cardinali e da' lamenti di molti; perchè i soldati de' Baroni del Regno, per non aver le paghe, rovinavano lo Stato della Chiesa, vedendosi ancora per tre mesi assediato in Roma, venne finalmente a trattar di pace, ed a persuadere a' Baroni, che volessero accordarsi col Re, perchè avria trattato di fargli avere buone condizioni. I Baroni per non poter far altro, da dura necessità costretti inclinarono all'accordo, cercandolo con le maggiori cautele, che fossero possibili e vollero, che il Re Giovanni d'Aragona, e 'l Re Ferrante, detto poi il Cattolico, suo figliuolo, ch'era allora Re di Sicilia, ed avea per moglie la Principessa di Castiglia, che poi ne fu Regina, mandassero Ambasciadori, che promettessero in nome loro la sicurtà della pace[83]. Fu in fine quella fermata a' 12 agosto dell'anno 1486 intervenendovi l'Arcivescovo di Milano ed il Conte di Tendiglia Ambasciadori del Re di Spagna e di Sicilia; e fu accettata in nome del Re Ferdinando da Giovanni Pontano famoso letterato di quei tempi. Fu per quella conchiuso, che il Re riconoscesse la Chiesa romana, pagandogli il consueto censo; e rimanesse di molestare i Baroni.
Papa Innocenzio fermata ch'ebbe questa pace, fu nel resto di sua vita amico del Re, lo compiacque in tutto ciò, che gli chiedeva. Spedì a sua richiesta a' 4 giugno del 1492 una Bolla, nella quale dichiarava, che dopo la sua morte, dovesse succedere nel Regno Alfonso d'Aragona Duca di Calabria suo figlio primogenito, per osservanza delle Bolle di Papa Eugenio IV e di Pio II suoi predecessori: che se occorresse morire il Duca di Calabria, vivente il Re, dovesse succedere nel Regno Ferdinando d'Aragona Principe di Capua figliuolo del Duca di Calabria. A questo fine fu mandato il Principe di Capua in Roma, al quale Alfonso suo padre fece mandato di proccura, perchè in suo nome dasse il giuramento di fedeltà e ligiomaggio in mano di Papa Innocenzio, siccome lo diede tanto in nome suo proprio, quanto in nome d'Alfonso suo padre, giusta l'investitura, che questo Papa gli avea conceduta[84].
I Baroni, ancorchè assicurati dal Papa e da' Re di Spagna e di Sicilia, sapendo la crudeltà d'Alfonso e la poca fede di Ferdinando, rimasero grandemente afflitti. Pietro di Guevara G. Siniscalco, prevedendo la ruina, di dolore ed estrema malinconia se ne morì. Gli altri infra di lor uniti, si fortificarono nelle loro Rocche, e non tralasciavano ancora per vie segrete di mandar uomini diligenti in Roma, Vinegia e Firenze per implorar ajuti, nè mancarono di quelli, che consultarono di doversi mandar al Turco per soccorso; ma il Duca di Calabria ed il Re Ferdinando, per avergli in mano, si portavano con gran simulazione, gli offerivano sicurezza e mostravan loro umanità: molti ingannati s'assicurarono; ma il Principe di Salerno loro non credè mai, e sospettando quel che ne dovea avvenire, uscì di nascosto dal Regno e si portò a Roma; e vedendo, che il Papa era affatto alieno di rinovar la guerra, se ne passò in Francia: andata, che se bene per varj impedimenti non partorì allora niente, non passarono molti anni, che cagionò effetti grandissimi; poichè, come diremo, col favore del Re di Francia afflisse non solo il Re ed il Duca, ma estinse tutta la loro progenie.
Intanto Ferdinando ed il Duca suo figliuolo covrendo i loro disegni, andavan assicurando gli altri; e risoluti di disfare il Conte di Sarno ed il Segretario Petrucci co' loro figliuoli (poichè gli altri Baroni, scusandosi, ributtavano la colpa della guerra su le spalle di costoro) pensarono un modo, per assicurarsi di tutti, il qual fu di congregarli insieme. Ed affrettando le nozze che s'erano appuntate tra Marco Coppola figliuolo del Conte di Sarno con la figliuola del Duca d'Amalfi nipote del Re oprarono che il Duca si contentasse, e vollero che nella sala grande del Castel Nuovo splendidamente si celebrassero. Mentr'erano tra balli e feste ivi tutti ragunati, fu convertita l'allegrezza in estremo lutto ed amaro pianto; poichè niente curando del luogo e di funestare quella celebrità, niente ancora stimando l'autorità del Papa, nè de' due Re di Spagna padre e figlio, ch'erano stati assicuratori della pace, fece Ferdinando imprigionare il Conte di Sarno, Marco ch'era lo sposo e Filippo suoi figliuoli, il Segretario Petrucci, i Conti di Carinola e di Policastro suoi figliuoli. Agnello Arcamone cognato del Segretario, e Giovanni Impoù catalano. Fece ancora spogliare le case de' prigioni, così a Napoli come a Sarno; e perchè il fatto era detestato da tutti, che ne parlavano con orrore e biasimo, non volle farli morire da se, ma destinò una Giunta di quattro Giudici, acciocchè ne fabbricassero il processo e gli condennassero come felloni e rei di Maestà lesa, secondo il rigor delle leggi. Trattando questi la causa, dovendosi proferir la sentenza contro Baroni, e disponendo le nostre Costituzioni che nell'interposizione della sentenza debbano intervenire i Pari della Curia, furono anche eletti quattro Baroni per Pari, li quali furono Giacomo Carracciolo Conte di Burgenza Gran Cancelliere, Guglielmo Sanseverino Conte di Capaccio, Restaino Cantelmo Conte di Popoli e Scipione Pandone Conte di Venafro. Fu proferita la sentenza dai Commessarj, i quali congregati di nuovo co' Pari nella sala grande del Castel Nuovo, sedendo col Reggente della Gran Corte della Vicaria pro Tribunali, fecero leggere e pubblicar la sentenza, presenti tutti quattro i rei che furono il Segretario, e due suoi figliuoli ed il Conte di Sarno, i quali furono condennati alla privazione di tutti gli onori, titoli, dignità, ufficj, cavalleria, contadi, nobiltà e d'esser loro troncata la testa, ed i loro beni incorporati al Fisco. Non volle il Re che in un dì morisser tutti: fece prima giustiziare sopra un palco nel mezzo del mercato i figliuoli del Segretario; alcuni mesi da poi dentro la porta del Castel Nuovo, avendo fatto erger un palco altissimo, perchè fosse veduto dalla città, fece mozzare il capo al Conte ed al Segretario. Ciò che si fece a' 11 maggio del 1487.
Ciò eseguito fece poi il Re a' 10 di ottobre imprigionare il Principe d'Altamura, il Principe di Bisignano, il Duca di Melfi, il Duca di Nardò, il Conte di Morcone, il Conte di Lauria, il Conte di Melito, il Conte di Noja e molti altri Cavalieri; e stimolato poi dal Duca di Calabria, in varj tempi e diversità di supplicj gli fece tutti segretamente morire: anche Marino Marzano Duca di Sessa che per venticinque anni era stato prigione, perchè la tragedia fosse compita, fu fatto morire; ed il Re per far credere al Mondo che fossero vivi, mandò loro per molto tempo la provisione di vivere; ma la verità fu che poco da poi, vedendosi in potere del boja una catenella d'oro che portava nel collo il Principe di Bisignano, si disse ch'erano stati scannati e gettati dentro sacchi in mare. Furono poco appresso presi i figliuoli e le loro mogli, sotto pretesto che cercassero di fuggire per concitar nuova guerra, e confiscati tutti i loro beni. Solo Bandella Gaetana Principessa di Bisignano, donna non men d'origine che per virtù romana, salvò i suoi figliuoli, che di soppiatto imbarcatigli in una picciola nave, fuggì con loro, e giunta in Terracina, gli condusse nelle Terre de' Colonnesi stretti parenti de' Sanseverini; onde avvenne che estinta la progenie di Ferdinando, in tempo del Re Cattolico ricuperassero i paterni Stati.
Una tragedia sì crudele e spaventevole diede orrore a tutto il Mondo; onde Ferdinando e molto più il suo figliuolo Alfonso, acquistaron fama di crudeli e di tiranni. Gli Scrittori di que' tempi e molto più i Franzesi gli detestarono, e Filippo di Comines Monsignor d'Argentone, Scrittor contemporaneo[85], gli descrisse per ciò per empj ed inumani. Ma non mancò Ferdinando di difendere la sua fama nell'opinione del Mondo, e di purgarsi dalla crudeltà che se gl'imputava. Fece porre in istampa il processo fabbricato contra il Segretario e 'l Conte di Sarno, che corre ancora oggi per le mani di alcuni, e gli altri processi fabbricati contra gli altri Baroni, e gli mandò non solo per tutta Italia, ma sino in Inghilterra, acciò gli fossero scudo a quietare gli animi de' Principi. Si scusò ancora per lettere dirette a tutte le Potenze cristiane, scrivendo loro, com'egli l'aveva carcerati, non per farli morire, ma per assicurarsi di loro, perchè già tentavano cose nuove. Ma tutte queste sue dimostranze niente gli giovarono, e molto meno col Re di Spagna, appo il quale egli più d'ogni altro studiava di purgarsi.
Era a questi tempi già morto il Re Giovanni d'Aragona, zio di Ferdinando e succeduto in que' Reami Ferdinando suo figliuolo, il quale s'avea sposata Elisabetta Principessa di Castiglia, sorella d'Errico Re di quel Regno, al quale ella poi succedette. Re Ferdinando, che fu detto il Cattolico, e che alla sua Corona per ragion della moglie avea anche unita la Castiglia, avendo inteso, che s'era mancato alla sua fede, cominciò a lamentarsi col Re Ferdinando; e con tal pretesto a pensare all'acquisto del Regno di Napoli. Re Ferdinando, a cui ciò molto premeva, avendo intesa la poca soddisfazione del Re Cattolico, inviò tosto in Ispagna Giovanni Nauclerio ad escusarsi con quel Re che non avea potuto far altro, perchè quei Baroni inquieti cominciavano a macchinare cose nuove contra di lui, e che il Principe di Salerno fuggito in Roma, coll'intelligenza de' Baroni rimasi nel Regno, meditava nuova impresa. E vedendo che il Re Cattolico non stava soddisfatto con quella ambasceria. per meglio assicurarsi, cominciò a trattar matrimonio per mezzo della Regina Giovanna sua moglie, ch'era sorella del Re Cattolico, del Principe di Capua figliuolo primogenito del Duca di Calabria, con una delle figlie del detto Re Cattolico; ma fu opinione di molti, ch'Elisabetta Regina di Castiglia moglie del Re Cattolico non avesse voluto che s'effettuasse, perchè stava in quel tempo con la cura e col pensiero tutta rivolta all'acquisto di questo Regno; ma con tutto ciò non essendo venuta ancora l'ora destinata alla rovina della Casa del Re Ferrante, essendosi in quel medesimo tempo ribellata l'isola di Sardegna, ed i Mori di Granata avendo cominciato a tumultuare contra i Regni di Castiglia, la cosa fu differita, nè si pensò ad altro.
CAPITOLO II. Morte del Re Ferdinando I d'Aragona; sue leggi che ci lasciò: e rinovellamento delle lettere e discipline che presso di noi fiorirono nel suo Regno e de' suoi successori Re Aragonesi.
Il Re Ferdinando, dissipati i suoi nemici, ed arricchito dalla rovina di tanti gran Signori, da' quali ebbe un tesoro inestimabile, continuò ne' sei altri anni, che visse, a regnare con somma quiete e pace: e le cose della città e del Regno si ridussero in un tranquillo e sicuro stato. Egli cominciò, per maggiormente stabilirsi in un più sicuro e continuato riposo, a tenere al suo soldo i migliori Capitani di quel tempo, de quali il primo era Virginio, appresso Gio. Giacomo Trivulzio ed i due Colonnesi Prospero e Fabrizio, e 'l Conte di Pittigliano ed altri: e si diede a fortificar di nuovo le fortezze della città e quelle del Regno, ed a ben munirle di necessari presidj, e con la prudenza sua e col valore del Duca di Calabria sperava di non avere a temere nè del Re di Spagna, nè di quello di Francia. Invigilava ancora a questo fine, per la quiete comune d'Italia, concorrendo nella medesima inclinazione di Lorenzo de' Medici, per mantenervi la pace; e quantunque in quello tempo fosse molto stimolato dal Duca di Calabria, il qual mal volentieri tollerava che Giovanni Galeazzo Sforza Duca di Milano maggiore già di venti anni, ritenendo solamente il nome Ducale, fosse depresso e soffocato da Lodovico Sforza suo zio, il quale avendo più di dieci anni prima presa la di lui tutela, e con questa occasione ridotte a poco a poco in potestà propria le fortezze, le genti d'arme, il tesoro e tutti i fondamenti dello Stato, perseverava nel governo, non come Tutore o Governatore, ma dal titolo di Duca di Milano in fuori, con tutte le dimostrazioni ed azioni di Principe; nondimeno Ferdinando avendo innanzi agli occhi più l'utilità presente, che l'indignazione del figliuolo, benchè giusta, desiderava che Italia non s'alterasse; o perchè, come ponderò Francesco Guicciardini[86], avendo provato pochi anni prima con grandissimo pericolo l'odio contra se de' Baroni e de' popoli suoi, e sapendo l'affezione che per la memoria delle cose passate molti de' sudditi aveano al nome della casa di Francia, dubitasse che le discordie italiane non dessero occasione d'assaltare il suo Regno, e perchè conoscesse essere necessaria l'unione sua con gli altri, e spezialmente con gli Stati di Milano e di Fiorenza, per far contrappeso alla potenza dei Vinegiani, formidabile allora a tutta Italia; ed in questa tranquillità si visse per alcuni anni.
Ma la morte accaduta nel mese d'aprile dell'anno 1492 di Lorenzo de' Medici, la quale pochi mesi appresso fu seguitata da quella d'Innocenzio VIII fece mutare lo stato delle cose, e che si preparassero più occasioni alle future calamità d'Italia e del Regno; poich'essendo succeduto ad Innocenzio Roderigo Borgia, nominato Alessandro VI, ed a Lorenzo, Pietro de Medici; e nate tra Pietro, che continuò la medesima alleanza col Re Ferdinando, e tra Lodovico Sforza aspre ed irreconciliabili discordie, ne procedè l'invito fatto da Lodovico a Carlo VIII Re di Francia per la conquista del Regno, e le altre calamità e disordini, che saranno il soggetto del seguente libro.
Il Re Ferdinando, che insino all'anno 1493, colla sua prudenza e consiglio, avea proccurato mantenere la quiete non meno del Regno che dell'Italia, sentendo queste mosse ed i grandi apparati di guerra, che si facevano in Francia, non tralasciò di far ogni opera e con Lodovico Sforza e coll'istesso Re Carlo per rimovergli dall'impresa; nulladimanco mostrandosi il Re di Francia alienissimo dalla concordia con Ferdinando, ed avendo comandato agli Oratori del medesimo, che come Oratori di Re nemico si partissero subito dal Regno di Francia; si vide incontanente il tutto ingombrato da grandi timori d'una crudele e nuova guerra. Ed a Ferdinando intanto per aver dovuto prepararsi a resistere ad un così potente inimico, affaticandosi più dell'ordinario a provvedere l'esercito che apparecchiava, gli sopravvenne un gran catarro, ed a questo essendo sopraggiunta la febbre, nel decimoquarto giorno di sua infermità lo tolse di vita in Napoli al 25 gennajo del 1494, sopraffatto più da' dispiaceri dell'animo che dall'età. Morte pur troppo funesta e luttuosa, e che portò seco la ruina, non pure della sua progenie e del Regno, ma ricolmò di infiniti mali e calamità l'Italia tutta; poichè la sua prudenza e celebrata industria era tanta, che si tenea per certo, che se fosse più vivuto, avrebbe tentato qualunque rimedio per impedire la passata de' Franzesi in Italia, ed avrebbe tollerato qualunque incomodo ed indegnità per soddisfare a Lodovico Sforza in tutto quello desiderasse per distaccarlo da' Franzesi, da lui invitati alla conquista del Regno.
Egli lasciò un Regno, che colla sua virtù avea condotto alla maggior grandezza, che forse molt'anni innanzi l'avesse posseduto Re alcuno. Oltre della buona disciplina militare, lo riordinò con provide e sagge leggi che ancora ci restano, e che sono le più culte che abbiamo di tutte l'altre, che vi stabilirono i Re angioini suoi predecessori, per le quali sin ad ora si governano i nostri Tribunali. Egli riordinò gli studj nella città di Napoli, donde ne uscirono molto valenti uomini in ogni scienza, tanto che i Napoletani fra i privilegi e grazie, delle quali cercarono la conferma al G. Capitano, una fu questa che ad esempio di Ferdinando, il Re Cattolico mantenesse questi studi[87] Ebbe ancora il pregio, che nel suo regnare si rinovellassero presso noi i buoni studj e le discipline e le lettere riacquistassero la loro stima e riputazione, e che il Regno fiorisse non meno di famosi Giureconsulti che d'insigni letterati: che la giurisprudenza, la quale quasi per un secolo fra noi da pochi era professata ed era in declinazione, si ristabilisse, ed in maggior splendore si vedesse illustrata da tanti celebri Scrittori che nel suo Regno rilussero: che le leggi delle Pandette e del Codice fossero più adoperate, e con sommo studio la giurisprudenza romana abbracciata e commendata, donde nacque in noi la total dimenticanza delle leggi longobarde: che il Regno fosse più culto e la barbarie non fosse cotanta, così nelle scuole, come ne' nostri Autori.
§. I. Rinovellamento delle buone lettere in Napoli.
L'origine di tal rinovellamento, non solo al favore di questo Principe, ma deve principalmente attribuirsi alla caduta di Costantinopoli. Passata questa città sotto la dominazione di Maometto II primo Imperador dei Turchi, ed invaso l'Imperio d'Oriente da questi barbari nemici delle buone lettere, molti uomini dotti che in Grecia ed in Costantinopoli dimoravano[88], per non rimanere in ischiavitù, si ritirarono co' loro libri in Italia, e molti nel nostro Regno, come quello che era lor più vicino. Oltre a tanti, di cui ora è il lor nome oscuro, vi vennero Emanuel Crisolora, Bessarione, Costantino Lascari Bizantino, che fu invitato da Ferdinando a legger lingua greca nell'Università degli studi di Napoli[89], Trapezunzio, Gaza, Argiropilo, Fletonte, Filelfo e molti altri, de' quali Giovio tessè accurati elogi.
Prima di questo tempo, come s'è potuto vedere nei precedenti libri di quest'Istoria, nelle Università degli studi d'Italia, le facoltà e le discipline erano insegnate, ma non con molto candore e polizia, nè molto s'attendeva allo studio delle lettere umane, e quantunque il Petrarca ed il Boccaccio avessero nel secolo precedente rilevata questa sorte di studi, non aveano ancora presso che niente avanzato.
La giurisprudenza, ancorchè nell'Accademie d'Italia ed in questa nostra di Napoli, s'insegnasse su i libri di Giustiniano e molti Professori vi faticassero attorno, chi in commentando le loro leggi, chi in glossandole e chi in altra maniera sponendole; nulladimanco poichè l'ignoranza del latino e della istoria romana impediva loro lo intender bene i testi, tutti si rapportavano ai Sommarj ed alle Chiose di coloro che credeansi esserne i meglio intesi; e quelli che non aveano il soccorso d'altri libri, non facevano altro che spiegare un luogo del Digesto o del Decreto per mezzo d'un altro luogo, collazionandolo insieme quanto più esattamente potevano, nel che Accursio sopra le Pandette riuscì maraviglioso. I difetti di tali maestri trassero in errore facilmente gli scolari; ed alcuni abusando la loro credulità, tramischiarono nelle loro Chiose etimologie ridicole e favole stravaganti, come fra gli altri in più luoghi fecero Accursio ed i Chiosatori del Decreto[90].
O perchè non comprendessero, non potersi praticare le leggi se non s'intendono, o perchè disperassero di meglio capirle, la loro applicazione più grande era di ridurle in pratica, trattando quistioni sopra le conseguenze, che deduceano da' Testi, e dando consigli e decisioni. Quando poi si volle applicare la legge romana sì mal intera, e sì lontana da' nostri costumi, ed istituti totalmente diversi da quelli de' Romani, ai nostri affari, e conservare nello stesso tempo le nostre usanze, le quali era impossibile di cangiare, le regole della giustizia divennero molto più incerte di prima, e s'intrigavano in quistioni sopra conseguenze, ch'essi credean dedurre da' Testi. Tutta la Giurisprudenza perciò si ridusse in dispute di scuola, e nelle opinioni de' Dottori, li quali non avendo cavati a bastanza i principj della morale, e della equità naturale dalle leggi romane, che ben, se l'avessero comprese, potevan apprendersi, sovente o cercavano i loro interessi particolari, ovvero si sposavano co' loro mal regolati ed ostinati pareri. Quelli pure, che cercavano la giustizia, non sapevano altri mezzi per proccurarla, che i rimedj particolari contro la ingiustizia: il che fece loro inventare tante clausole per li contratti e tante formalità per li Giudici.
Non così avvenne in questi medesimi secoli nella Grecia ed in Costantinopoli, così per ciò che riguarda le lettere umane e l'altre facoltà, come la Giurisprudenza; ed in quanto alle lettere umane, in Grecia gli Studi s'erano molto ben conservati, ed il solo Commento d'Eustazio sopra Omero dimostra esservi rimasta sino agli ultimi secoli infinità di libri e personaggi di grand'erudizione. In quanto alla giurisprudenza, il Corpo delle leggi e de' canoni raccolti da Leunclavio, e da Marquardo Freero, fanno vedere, che in Costantinopoli insino a' tempi del suo eccidio si conservava intatta. Le opere poi de' Giureconsulti greci, che fiorirono sino agli ultimi secoli, dimostrano ancora il medesimo: lo dimostrano le opere di Michele Attaliota, che fiorì nel 1077, di Michele Psello, che visse intorno a' medesimi tempi, di Costantino Armenopolo, che fiorì nel 1143, di Antioco Balsamone, di Giuseppe Tenedo, d'Eustazio Antecessore, ed altri Chiosatori Greci rapportati da Giovanni Doujat[91], e da Giovanni Leunclavio, e Marquardo Freero, il quale ne tessè una Cronologia, dalla morte di Giustiniano insino alla perdita di Costantinopoli[92].
Caduta per tanto Costantinopoli, e passata la Grecia sotto la dominazione di que' Barbari, si vide nella metà di questo secolo decimo quinto improvvisamente apparire una folla d'uomini letterati in queste nostre parti d'Occidente Ma la prima fu la nostra Italia: ella tiene il vanto essere stata la prima ricevitrice delle lettere: d'Italia l'apprese la Francia, poi passarono di mano in mano all'altre province d'Europa.
Que' dotti, che si ritirarono coi loro libri in Italia invogliarono gli altri allo studio delle buone lettere: questi con incredibile ansietà s'applicarono a leggere tutti i libri degli antichi, che potevano trovare, ed a scrivere in latino con maggior purità; poichè non mancava chi loro insegnasse il greco, si posero ad impararlo, e per far maggior profitto, così nell'una, come nell'altra lingua, si posero a tradurre in latino gli Autori greci, de' quali n'avean copia. L'arte dello stampare trovata, come si è detto, in questo medesimo tempo, fu loro di grandissimo ajuto per avere libri con facilità, ed averli anche ben corretti. Molti anche attendevano a fare edizioni eccellenti di tutti i buoni Autori sopra i manoscritti migliori, ricercando i più antichi e raccogliendone molti insieme. Altri fecero dizionari e gramatiche perfettissime; altri Commenti sopra Scrittori difficili; altri Trattati di tutto ciò, che può servire ad intenderli, come delle loro Favole, della Religione, del Governo e della Milizia. E nei tempi seguenti, poichè non tutto si fece in un tratto, questi studi furon coltivati tanto, che si discese sino alle menome particolarità de' loro costumi, de' loro vestiti, pranzi e divertimenti, tal che han fatto tutto lo sforzo necessario per farne intendere, dopo sì lungo intervallo di tempo, tutti i libri antichi greci, o latini, che ci restano. Ma poichè è difficile agli uomini il restringersi in una giusta mediocrità, si vider poi alcuni troppo fermati in questi studj che non sono che istromenti per gli studj più serii; perocchè vi furono molti curiosi, che passarono la loro vita studiando il latino ed il greco, e leggendo tutti gli Autori solamente per la lingua, o per intendere gli Autori medesimi, e spiegarne i luoghi più difficili, senz'arrivare più oltre, nè farne alcun altro buon uso. Furonvi tra quelli alcuni, che si fermarono nella sola mitologia e nelle antichità: altri che ricercarono le iscrizioni, le medaglie e tutto ciò che poteva illustrare gli Autori, ristringendosi nel solo diletto, che recavano queste curiosità.
Certi passando più avanti, studiarono negli antichi le regole delle belle arti, come della eloquenza e della poesia, senza mai praticarle, donde avvenne, che noi abbiamo tanti trattati moderni di poetica e di rettorica, ancorchè vi siano stati tanti pochi veri Oratori; e tanti trattati di politica fatti da' privati, che non sono stati giammai a parte degli affari pubblici.
Finalmente l'applicazione di leggere i libri antichi produsse in molti un rispetto sì cieco, che vollero più tosto anzi seguitare i coloro errori, che darsi la libertà di farne giudicio. Così si credette, che la natura fosse tale, quale è stata descritta da Plinio, e che ella non potesse operare, salvo che secondo i principj d'Aristotele. Ma il peggio si fu, che alcuni ammirarono troppo la lor morale, senza avvedersi quanto ella sia inferiore alla religione, che sin da' fanciulli aveano appresa: altri, benchè in picciol numero, diedero nell'eccesso opposto, affettando di contraddire agli antichi, e di allontanarsi da' loro principj.
Ma fra quelli, che ammirarono gli antichi, il più ordinario difetto era la cattiva imitazione. Si credette, che per iscrivere com'essi facevano, bisognava scrivere nella lor lingua, senza considerare, che i Romani scriveano in Latino, non già in Greco; e che i Greci scrivevano in Greco, non già in Egiziaco, o in Siriaco, Quindi avvenne, che la lingua toscana, che dal Petrarca, Boccaccio, e da alcuni altri del decimoquarto secolo si era rilevata tanto, cadesse in questo decimoquinto secolo, perchè tutti i Letterati d'Italia la disprezzarono come lingua del volgo; tanto che se nel seguente secolo Pietro Bembo e gli altri Letterati, che lo seguirono, non v'avessero fatto argine, e coll'esempio e colla ragione non avessero mostrato, che si poteva, così bene ed in ogni materia, scrivere nell'una, che nell'altra, sarebbe affatto rovinata[93]; ma a questi tempi i dotti la disprezzavano, e s'appigliavano al Latino ed alcuni anche al Greco, dettando le loro composizioni in verso, o in prosa in questa lingua, con pericolo di non essere intesi da alcuno.
Cominciarono adunque in questo secolo presso noi a risorgere le lettere, le quali accolte da' favori del Re Ferdinando, Principe ancor egli letterato, fecero nel suo Regno non piccioli progressi. Alfonso suo padre avea accolti, come si è detto, nella sua Corte alcuni Letterati di que' tempi, Lorenzo Valla, Antonio Panormita ed alquanti altri, i quali invogliarono questo Principe a proteggerle; gli scoprirono le bellezze, la gravità e la prudenza dell'istoria romana; gli posero tanto a cuore i libri di Livio, che divennero perpetua sua lezione; e fecero educare il suo figliuolo Ferdinando, ch'egli avea destinato per successore del Regno di Napoli, non meno nell'esercizio delle armi, che delle lettere. Lo provide perciò Alfonso di buoni Maestri, oltre al Vescovo di Valenza Borgia, Cardinale e poi Papa, detto Calisto III, al Valla, e Panormita celebri al Mondo, ebbe anche Ferdinando per Maestro Paris de Puteo e Gabriele Altilio famoso Poeta di que' tempi e versatissimo nella lingua latina, che poi fu creato Vescovo di Policastro, de' quali appresso ragioneremo[94].
Allevato questo Principe tra' Letterati, divenne ancor egli non pur amante de' Letterati, ma letteratissimo. Di Ferdinando ancor si leggono alcune Epistole ed Orazioni elegantissime, donde si scorge il buon gusto, ch'egli avea delle buone lettere: di lui ancora non men che del Re Roberto potea dirsi, che
Fur le Muse nutrite a un tempo istesso,
Ed anco esercitate.
Furono queste sue Epistole ed Orazioni impresse nel 1586, e porta il libro questo titolo: Regis Ferdinandi, et aliorum Epistolae, ac Orationes utriusque militiae, etc.[95].
Non men che suo padre avea di lui fatto, fece egli de' suoi figliuoli: toltone Alfonso Duca di Calabria, che nato e cresciuto in mezzo alle armi, di genio feroce e guerriero, non ebbe alcuna inclinazione agli studi; Federigo secondogenito e gli altri suoi figliuoli furono dati alle discipline; Federigo fu letteratissimo, e D. Giovanni quartogenito vi fu parimente, tanto che dal padre fu destinato per la Chiesa, e dal Pontefice Sisto IV fu creato Cardinale, detto il Cardinal d'Aragona.
I suoi Segretarj e gli Ufficiali della sua Cancellaria non erano se non letterati: Antonio Petrucci suo primo Segretario fu discepolo di Lorenzo Valla, da cui apprese la purità della lingua latina e le lettere umane, e divenne uom dotto e versato in molte scienze. Giovanni Pontano suo secondo Segretario, che dopo la morte del Panormita occupò il suo luogo, niun è che non sappia quanto fosse celebre e rinomato in tutte le scienze e nella perizia della lingua latina. Quindi osserviamo, che le Prammatiche e gli Editti, che leggiamo del Re Ferdinando I, particolarmente quelli che si stabilirono nell'anno 1477 di cui più innanzi farem parola, poichè dettati da questi due politissimi Scrittori, siano i più culti e scritti in buon latino, ciò che non si vede negli altri de' nostri Re. Quindi ancora si vede, che non valendosi la Cancellaria de' nostri Re aragonesi d'altra lingua, che della latina ed italiana, i diplomi e l'altre scritture, che n'uscivano, quegli dettati in latino fossero tanto più culti, quanto quelli in italiano (per essere questa lingua disprezzata) rozzi e plebei.
Oltre della sua Cancellaria, si è di sopra veduto, che invitò all'Università degli Studj di Napoli i migliori Professori di que' tempi; ed è notabile per conferma di tutto ciò, quel che si legge in un suo diploma impresso dal Toppi[96], drizzato nel 1465 a Costantino Lascari di Bizanzio, dove mosso dalla fama d'un sì celebre Letterato, l'invita con grosso stipendio a leggere lingua greca nell'Università degli Studj di Napoli: Decrevimus vos ad lecturam graecorum Auctorum, Poëtatum scilicet, et Oratorum in hac Urbe Neapolis ad pubblice legendum praeficere, freti moribus vestris, et literis etiam confisi, per vos graecarum litterarum doctrina, ad frugem aliquam nostrorum dilectissimorum studentium ingenia perventura.
CAPITOLO III. Degli Uomini letterati, che fiorirono a tempo di Ferdinando I e degli altri Re aragonesi suoi successori.
Fiorirono per tutte queste cagioni nel Regno di Ferdinando insino a Federigo ultimo Re della sua discendenza, presso noi uomini illustri per lettere e per dottrina. Non meno che Roma e le altre città d'Italia si gloriavano in questi tempi d'un Pico della Mirandola, di Marsilio Ficino, Bartolommeo Platina, Raffael Volaterrano, d'Ermolao Barbaro, de' Poliziani, Ursini e di tanti altri[97], che Napoli ancora dei suoi, li quali e per numero e per dottrina non erano a quelli inferiori.
Oltre al Panormita[98] e gli altri già detti, ebbe Gabriele Altilio celebratissimo Poeta e versatissimo nella lingua latina. La Basilicata lo produsse e per la fama del suo nome fu da Alfonso, come si è detto, dato per Maestro al suo figliuolo Ferdinando: fu adoperato, non meno che il Pontano, negli affari di Stato in Roma col Pontefice Innocenzio VIII ed altrove. Il Pontano suo coetaneo ne fece molta stima, dedicandogli il suo libro, De magnificentia, dove lo cumula di grandi lodi; e morto, gli tessè un culto Epitaffio che si legge nel libro primo de' suoi Tumuli. Non men che il Pontano, fu ammiratore della sua Musa il Sannazaro e nel primo libro de' suoi Epigrammi, si legge il Natale dell'Altilio: De Natali Altilii Vatis, e nelle sue Elegie non lascia di commendarlo per i suoi dotti carmi. Molti altri Scrittori insigni di questo famoso Poeta ne fanno illustre ed onorata memoria, che possono vedersi presso Toppi e Nicodemo[99]. Ci restano ancora le sue Poesie latine, l'Epitalamio, alcune Elegie ed Epigrammi, che furon raccolte dal Ruscelli, da Giovanni Matteo Toscano e da altri.
Fiorì ne' medesimi tempi Antonio Campano nato in Cavelli, Terra presso Capua, da vili parenti. I suoi talenti gli fecero trovar sommo favore presso il Pontefice Pio II, da cui fu creato Vescovo di Teramo nell'Apruzzo. Fu celebre Oratore, Istorico e Poeta, ed ancorchè niente fosse istrutto di lettere greche, fu delle latine intendentissimo. Ci lasciò molte opere: La Storia d'Urbino: La Vita di Braccio: L'Epistole Latine, e moltissime altre, di cui Nicodemo[100] tessè un ben lungo catalogo. Alcune di queste sue opere dedicò ad Alfonso Duca di Calabria, da cui fu tenuto in somma stima. Fu molto celebrato da' suoi coetanei e da altri Scrittori de' tempi seguenti, di che è da vedersi Nicodemo. Morì, secondo il Volaterrano[101], non avendo più che quaranta anni, in Teramo in questo secolo 15 intorno l'anno 1477. Il Possevino ed il Toppi rapportano il suo Epitaffio, che sono da vedersi.
Non men celebre fu il suo coetaneo Angelo Catone famoso Filosofo e Medico del Re Ferdinando I. Questi nacque in Supino nel Contado di Molise: per la sua dottrina fu da' Napoletani ricevuto nella lor città con molta stima, e tenuto in gran pregio; ed il Re Ferdinando, oltre averlo fatto suo Medico, nel 1465 lo invitò ad insegnare nell'Università degli Studj di Napoli Filosofia ed Astrologia, ove lesse molti anni. Emendò il libro delle Pandette di medicina, che Matteo Silvatico di Salerno avea composto e dedicato al Re Roberto: egli l'accrebbe, e nel 1473 lo fece imprimere da quel Tedesco, che poco prima avea in Napoli introdotta la stampa, e fu un de' primi libri che si stampassero in questa città[102]. Lo dedicò al Re Ferdinando, dove gl'indrizza una Orazione, celebrando l'amenità e bellezza del Regno, e ciò, che più di raro si trova in quello. Furonvi due altri Angeli Catoni, uno di Benevento molto caro al Re Carlo VIII di Francia, da cui per la sua dottrina fu creato Arcivescovo di Vienna: l'altro di Taranto, Medico ed Elemosiniere di Lodovico XI Re di Francia, a persuasione di cui scrisse i Commentarj delle cose di Francia, per quel che ne scrive Filippo di Comines Monsignor d'Argentone.
Ebbe il famoso Pontano Poeta anch'egli illustre, Istorico, Oratore e Filosofo eminente, come dimostrano le sue opere, a tutti non men note, che celebrate. Nacque egli nell'Umbria in Cerreto, ovvero, secondo che altri scrissero, in Spelle, donde, essendo stato ucciso suo padre, venne in Napoli giovanetto: e da Antonio Panormita, conoscendolo di vivace ingegno, fu caramente accolto e posto nella Corte del Re Ferdinando: diede gran saggio de' suoi talenti, onde il Panormita fece, che il Re lo deputasse per Maestro e Segretario del Duca di Calabria suo figliuolo. Crebbe tanto nella grazia di Ferdinando, che morto Panormita sottentrò nel suo luogo per secondo Segretario del Re. Fu poi fatto cittadino napoletano, e da Ferdinando creato Presidente della Regia Camera, e poi anche Luogotenente del G. Camerario[103]. Fu adoperato nei più gravi e rilevanti affari dello Stato, e per sua opera fu conclusa, come si è detto, la pace col Pontefice Innocenzio. Narra Camillo Porzio[104], ch'avendo il Pontano per sua industria e diligenza recata a fine quella pace, era entrato in speranza, caduto Antonello Petrucci, di succedere egli nel suo luogo ed autorità, fidando ne' buoni ufficj del Duca di Calabria che gli avrebbe fatti col padre; ma il Duca, ch'era poco amico delle lettere, e de' beneficj ricevuti sconoscente, non lo favorì appresso il padre, come dovea ed avrebbe potuto; da che provocato l'ambizioso vecchio, compose il Dialogo della Ingratitudine, dove introducendo un Asino delicatamente dal Padrone nudrito, fa ch'egli in ricompensa lo percuota co' calci. Non è però che Alfonso, morto il Re Ferdinando, non l'avesse tenuto in somma stima, e non gli avesse renduti i più grandi onori: poichè nel suo magnifico palagio, che egli edificò presso il castello Capuano (che, come si è detto, per la sua abitazione e per quella della Duchessa sua moglie finora ritiene quel luogo dov'era fabricato, il nome di Duchesca) tra gli altri arredi nobili e preziosi, ed una famosa Biblioteca, vi fece ergere una statua di rame del Pontano[105], che non senz'encomi era dal Re Alfonso mostrata a coloro, che venivano a vedere le ricchezze di quell'edificio.
Per essere stato sì grandemente esaltato da questi due Re, fu non poco biasimato, quando entrato Carlo VIII in Napoli, volendo prima di tornarsene ricevere solennemente nella chiesa Cattedrale, secondo il costume de' Re di Napoli, l'insegna reale egli onori, ed i giuramenti consueti prestarsi a' nuovi Re; orando in questa celebrità in nome del popolo il Pontano parve che o per servare le parti proprie degli Oratori, o per farsi più grato a' Franzesi, si distendesse troppo nella vituperazione di que' Re, da' quali era sì grandemente stato esaltato. Tanto ch'ebbe di lui a dire il Guicciardini[106], che qualche volta è difficile osservare in se stesso quella moderazione e que' precetti, coi quali egli ripieno di tanta erudizione, scrivendo delle virtù morali, e facendosi per l'universalità dell'ingegno suo in ogni spezie di dottrina maraviglioso a ciascuno, avea ammaestrati tutti gli uomini.
Quanto fossero insigni e celebrate l'opere che ci lasciò questo Scrittore, così in prosa, come in verso, ben è a tutti palese; e quanti laudatori avessero così de' nostri, come de' forastieri, ben ciascuno potrà vederlo presso il Vossio[107], e fra' nostri presso Nicodemo[108], che di questo Autore e delle sue opere tratta ben a lungo.
Gli fu falsamente imputato, che nella Biblioteca di Monte Cassino, la quale siccome da noi fu narrato ne' precedenti libri di quest'istoria, fu dall'Abate Desiderio arricchita di molti antichi volumi, avesse trovate alcune opere di Cicerone e datele fuori per sue; ma di ciò è da vedersi il Vossio e lo Schootkio.
Al Pontano deve Napoli la gloria, che acquistò per l'Accademia cotanto celebre da lui quivi eretta, dove a gara vollero ascriversi molti Nobili de' nostri Seggi ed i maggiori Letterati di que' tempi.
Del Seggio di Nido furono Trojano Cavaniglia Conte di Troja e di Montella: Ferdinando d'Avalos Marchese di Pescara: Belisario Acquaviva Duca di Nardò: Andrea Matteo Acquaviva Duca d'Atri; e Giovanni di Sangro.
Del Seggio di Capuana, il Cardinal Girolamo Seripando, se bene altri dicono aver questa famiglia goduto nel Seggio di Nido: Girolamo Carbone e Tristano Caracciolo.
Del Seggio di Montagna Francesco Puderico. Del Seggio di Porto, Pietro Jacopo Gianuario ed Alfonso Gianuario suo figliuolo. Del Seggio di Portanova, Alessandro d'Alessandro ed il Sannazaro.
Fuori de' Seggi, i Napoletani furono Antonio Carlone Signor di Alife: Giovanni Elia ovvero Elio Marchese: Giuniano Maggio, ovvero Majo, precettore del Sannazaro: Luca Grasso: Giovanni Aniso: il Cariteo (di cui non si sa il nome): Pietro Compare: Pietro Summonte: Tommaso Fusco: Rutilio Zenone: Girolamo Angeriano: Antonio Tebaldo: Girolamo Borgia e Massimo Corvino, poi Vescovi di Massa e di Isernia.
De' Regnicoli: vi furono Gabriele Altilio della Lucania Vescovo di Policastro: Antonio Galateo di Lecce e Giovanni Eliseo, d'Anfratta in Puglia.
De' Forastieri vi furono, Lodovico Montalto di Siracusa, Segretario di Carlo V: Pietro Gravina di Catania, Canonico Napoletano: M. Antonio Flaminio di Sicilia: Egidio Cardinal di Viterbo: Bartolommeo Scala di Firenze: Basilio Zanchi di Lucca: Jacopo Cardinal Sadoleto di Modena: Giovanni Cotta di Verona: Matteo Albino: Pietro Cardinal Bembo, e M. Antonio Michieli Vinegiani: Giovan Pietro Valeriano di Bellun di Francia: Niccolò Grudio di Roano: Giacomo Latomo della Fiandra: Giovanni Pardo, filosofo Aragonese. Michele Marcello di Costantinopoli e molti altri chiarissimi Letterati, de' quali il Pontano, come Principe dell'Accademia era capo. Secondo l'uso dell'Accademia di Roma di mutarsi il nome (onde il Poggio e Bartolommeo Platina patì tanto) se lo cambiavano ancor essi; onde il Pontano mutossi in Jovianus, Sannazaro in Actius Sincerus e così gli altri.
Morì il Pontano già vecchio in Napoli nel 1503 ne' primi anni del Regno di Ferdinando il Cattolico, e giace sepolto nella cappella di S. Giovanni, ch'egli vivendo s'avea costrutta presso la chiesa di S. Maria Maggiore ove si legge il suo tumulo, ch'egli stesso s'avea in vita composto.
Fiorirono ancora negli ultimi anni del Re Ferdinando, di Alfonso e di Federico, molti altri insigni Letterati che toccarono il decimosesto secolo. Fiorì il famoso Michele Riccio nostro non men insigne Giureconsulto che istorico[109]. Questi ancorchè originario di Castel a Mare di Stabia fu gentiluomo Napoletano del Seggio di Nido, e rilusse non meno nel Foro che nella Cattedra, essendo stato un gravissimo Giureconsulto ed eminente Avvocato ne' nostri supremi Tribunali. Il Re Ferdinando lo fece Lettor primario di legge ne' pubblici studj di Napoli e suo Consigliere. Quando poi Carlo VIII venne in Napoli, e s'impadronì del Regno, aderì a costui, il quale nel 1495 lo fece Avvocato fiscale del regal Patrimonio. Ma fugati i Franzesi, tornando il Regno sotto il Re Ferdinando II, rimase il Riccio molto depresso, insino che passando di nuovo a' Franzesi sotto Lodovico XII Re di Francia, non fosse stato da questo Re innalzato a primi onori[110]. Fu egli nel 1501 da Lodovico creato Vice-protonotario del Regno, presidente del S. C. ed aggregato colla sua posterità nel Seggio di Nido. Lo fece poi Consigliere del suo gran Consiglio e del Parlamento di Borgogna, Senator di Milano e Presidente di Provenza. Entrò in tanto favore presso questo Principe che era adoperato negli affari più rilevanti dello Stato; poich'essendo nata contesa fra il Re Cattolico ed il Re Ludovico intorno alla divisione del Regno per la provincia di Capitanata, diede egli fuori molte allegazioni a favor di Lodovico[111], difendendo con tanto vigore e fortezza le sue ragioni, che dal Zurita[112] fu notato di soverchia arroganza. Ma finalmente essendo stati pure discacciati i Franzesi dal Regno da Ferdinando il Cattolico, Michele volle seguire le parti di Lodovico, ed abbandonando tutti i suoi beni e la famiglia, andò in Francia a dimorare dove dal Re fu caramente accolto, onorandolo de' primi posti. Lo mandò nel 1503 per Ambasciadore in Roma a congratularsi in nome di quel Re con Giulio II ch'era stato allora assunto al pontificato, dove si trattenne per alcuni anni, nei quali trattò con Giulio della recuperazione del Regno di Napoli per Lodovico; ma lo stato e la condizione di que' tempi avendo fatto riuscire inutili tutti i suoi negoziati, con tutto ciò lo fece il Re trattenere in Roma, dove avendo maggior ozio compose la sua Istoria. Ritornò poi in Francia, da dove nel 1506 fu mandato dal Re Ambasciadore in Genova, e poi nel 1508 in Firenze[113]. ✠ In fine dopo essere stato adoperato dal medesimo ne' più rilevanti affari della sua Corona, morì a Parigi nel 1515, non senza sospetto di veleno. Accoppiò alle lettere umane una profonda cognizione di dottrina, e sopra tutto di Giurisprudenza nella quale fu così eminente, che Giano Parrasio non fece difficoltà d'uguagliarlo a' Sulpicj, a' Pomponj, Paoli ed agli Scevoli. Fu eloquentissimo, e scrisse la sua Istoria con non minor gravità che prudenza: il suo stile, secondo il giudizio del Parrasio fu candido, puro e faticato, nè la sua brevità partorisce oscurezza. Egli scrisse: De Regibus Francorum lib. III. De Regibus Hispaniae lib. III. De Regibus Hierusalem lib. I. De Regibus Neap. et Siciliae lib. IV. Se ne veggono di questi libri molte edizioni fatte in diversi tempi, rapportate dal Toppi[114]. Fu celebrato da' più illustri Scrittori di que' tempi; e Giano Parrasio gli dedicò un libro, ch'egli fece imprimere a Milano nel 1501 che conteneva il Carme Pascale di Sedulio Poeta cristiano da lui fra' M. S. antichi trovato, ed i Poemi di Aurelio Prudente, dove nell'epistola dedicatoria con grandi encomj celebra la costui virtù e dottrina. Scrisse a' tempi de' nostri avoli la Vita di sì insigne letterato Carlo de Lellis, che la premise al volume de' suddetti libri d'Istoria, impresso in Napoli nel 1645.
Non men celebre fu in questi medesimi tempi il famoso Poeta Giacomo Sannazaro, il quale non altrimenti che il Riccio, volle seguire in Francia la fortuna del suo Signore. Non bisogna che di lui facciam molte parole, come di uomo pur troppo noto ed illustre, di cui e delle sue opere è stato tanto scritto e tanto ammirato. Egli nacque in Napoli, come di se medesimo dice nell'Arcadia, negli estremi anni del Re Alfonso I, intorno l'anno 1458, e fu Cavaliere del Seggio di Portanova, di costumi cotanto gentili e politi che Federigo, secondogenito del Re Ferdinando, l'ebbe sommamente caro, tanto che il Sannazaro così nella prospera che nell'avversa fortuna, non volle mai abbandonarlo: lo seguì in Francia, ove dimorò molto tempo: ritornò poi in Italia, e dopo essersi fermato alcuni anni in Roma, tornò in Napoli, dove alcuni scrissero che morisse l'anno 1532. Ma vi è gran contesa fra' Scrittori intorno al luogo ed all'anno della sua morte.
Giovan-Battista Crispo che scrisse la sua vita con molta esattezza, per la testimonianza che egli rapporta di Ranerio Gualano e del Costanzo, lo fa morire in Napoli, siccome anche scrisse l'Eugenio[115]. Ma l'autorità di costoro deve cedere a quella di Gregorio Rosso scrittor contemporaneo, il quale ne' suoi Giornali rapportando in due luoghi[116] la morte di questo insigne Poeta, accaduta nel tempo ch'egli andava stendendo que' suoi Componimenti, dice che morì nel mese di agosto in Roma, senza veder più Napoli, poco da poi della morte del Principe d'Oranges, della quale si compiacque tanto che nell'estremo di sua vita non tralasciò di dire che Marte avea fatto vendetta delle Muse, alludendo alla sua Torre di Mergoglino diroccata per ordine del Principe: e che li suo corpo fu trasferito a Napoli, e seppellito nella sua chiesa di Mergoglino nel seguente mese di settembre di quell'anno, che fu il 1530.
L'anno parimente viene chiarito da questo Scrittore, al quale concorda l'Iscrizione del suo sepolcro, nella quale non vi è errore alcuno, come credettero il Crispo e l'Engenio: poich'essendo nato nel 1458, e concordando quasi tutti col Giovio, che morì di 72 anni, viene a cadere la sua morte appunto nel suddetto anno 1530. La morte, accaduta del Principe di Oranges, a 3 agosto del detto anno, conferma lo stesso, essendo poco innanzi preceduta a quella del Sannazaro[117].
Suo contemporaneo e fido amico fugli Francesco Poderico famoso letterato anch'egli di questi tempi. Era gentiluomo del medesimo Seggio e della stessa Accademia del Pontano; ancorchè fosse cieco di corpo, non già dal nascimento, era uomo d'esquisitissimo giudicio, tanto che il Sannazaro, mentr'era tutto inteso al lavoro del suo Poema de Partu Virginis, non tralasciava mai pur un giorno di andarlo a ritrovare e conferire con lui que' versi, ne' quali il Poderico era tanto critico che il Sannazaro, per poterne sciegliere un verso degno di quelle purgate orecchie, assai sovente ne recitava diece composti d'un medesimo sentimento, e così per lo spazio di venti anni, seguendo questo tenore di studio, pervenne al fine di quell'opera[118]. Il Pontano l'ebbe ancora in grande stima; a lui dedicò il quarto de' suoi libri, de Rebus Coelestibus; l'onorò sempre nelle sue opere, e nel libro primo de' suoi Tumuli si legge ancora quello del Poderico. Pietro Summonte l'ebbe pure in grande venerazione ed in una sua pistola d'eccelse lodi lo cumula, dedicandogli ancora il Dialogo del Pontano intitolato, Actius.
A questi due insigni uomini dobbiamo noi l'istoria di Napoli del famoso Costanzo: confessa egli, che fu confortato a scriverla dal Sannazaro e dal Poderico, che benchè fosse degli occhi della fronte cieco, ebbe vista acutissima nel giudicio delle buone arti e delle cose del mondo. Questi due buoni vecchi, dic'egli[119], che nell'anno di N. S. 1527 s'erano ridotti a Somma, dove io era, fuggendo la peste che crudelmente infestava Napoli, in aver veduti tanti errori nel Compendio di Collenuccio, che allora era uscito, mi coortarono ch'io avessi da pigliare la protezione della verità, ed alle persuasioni aggiunsero ancora ajuti, perchè non solo mi diedero molte scritture antiche, ma ancora gran lume, onde poter trovare delle altre: e certo, se tre anni dopo non fosse successa la morte dell'uno e dell'altro, dic'egli, che la sua Istoria sarebbe più copiosa ed elegante, perchè avrebbe avuto più spazio d'imparare e ripulirla nella conversazione di così prudenti e dotte persone
Fiorirono ancora in questi medesimi tempi dell'istessa Accademia del Pontano il tante volte nominato Pietro Summonte, ancor egli letteratissimo, come si vede dalle sue pistole, ed a cui dobbiamo l'edizioni dell'opera del Pontano e dell'Arcadia del Sannazaro, da' quali ne' loro carmi vien cotanto celebrato, e da Ambrosio di Lione cognominato il dotto[120]. Il famoso Tristano Caracciolo, di cui l'istesso Sannazaro cantò:
Ma a guisa d'un bel Sol fra tutti radia
Caracciol che 'n sonar sampogne e cetere
Non trovarebbe il pari in tutta Arcadia.
Il cotanto celebrato da' carmi di Pontano e dal Sannazzaro Cariteo famoso Poeta di que' tempi[121]. Ambrogio di Leone di Nola: Vir, come di lui scrisse il Vossio[122], Latine, Graeceque doctissimus, Philosophus idem, ac Medicus insignis. Fu egli amicissimo d'Erasmo, come si vede dalle loro vicendevoli lettere; dal quale fu cotanto stimato, che 'l priega insino a volerlo nominare nelle sue opere, delle quali il Nicodemo fece lungo ed accurato Catalogo[123]. Il famoso Alessandro d'Alessandro, la di cui opera de' Giorni Geniali, ebbe il favore d'avervi impiegati intorno i loro talenti tre famosi Scrittori Franzesi, non pure il Tiraquello ed il Colero, ma anche il chiarissimo Giureconsulto Dionigi Gotofredo. Fu egli in Napoli ed in Roma nudrito fra' Letterati di questi tempi ed uscì dall'Accademia del Pontano: conversò con Francesco Filelfo, Giorgio Trapezunzio, Bartolommeo Platina, Giovanni Pontano, Teodoro Gaza, Niccolò Perotti, Domenico Calderino, Ermolao Barbavo, Paolo Cortese e Raffael Volaterrano. Ascoltò alcuni di questi in Roma, con altri visse familiarmente, onde divenne erudito: mentr'era giovane intese in Roma Filelfo ch'essendo già vecchio spiegava in quell'Università le Tusculane di Cicerone: ascoltò ivi ancora Perotti e Calderino che spiegavan Marziale. Egli di professione era Avvocato, e ne' nostri Tribunali ed in que' di Roma si diede a difender cause. Poi lasciato il Foro si diede a' studj men severi ed alle lettere umane tutto intese. Vi è chi lo nota d'ingratitudine, che avendo composti i suoi Giorni Geniali a similitudine delle Notti Attiche d'Agellio e de' Saturnali di Macrobio, e preso da varj Autori tutto ciò che vi scrive, non siasi mai ricordato di lodarli, dissimulandoli, come se tutto fosse stato dettato di suo capo.
Fiorirono ancora intorno a questi medesimi tempi Pietro Gravina Poeta assai celebre, Girolamo Carbone, Girolamo Massaino, Giuniano Majo, celebre Gramatico, Maestro del Sannazaro e tanti altri insigni Letterati: tanto che l'Accademia del Pontano fu uguagliata dagli Scrittori al Cavallo Trojano, donde uscirono tanti bravi guerrieri.
Ma ove lascio il famoso Andrea Matteo Acquaviva Duca d'Atri e di Teramo, insigne non men nell'armi che nelle lettere? Dal cui esempio tutta la sua posterità e la lunga serie de' Duchi d'Atri, seguendo i suoi vestigi, si adorna di simili virtù, e di esser perpetua fautrice delle discipline e de' letterati. Fra tanti pregi onde questa famiglia si è presso di noi resa eminente sopra tutte le altre, fu senz'alcun dubbio questo, che la rese celebratissima presso tutti gli Scrittori. Sin da questo principio nel risorgimento delle lettere in Italia ed in Napoli, fu questo Duca come di lui scrisse il Puntano[124]: Princepem Virum et in mediis philosophantem belli ardoribus, et Philosophorum inter libros, naturaeque ratiocinationes tractantem Ducum artes, muneraque Imperatoria, utrumque cum dignitate, neutrum sine suo, et decore, et laude. E quanta stima facesse di lui questo Scrittore si vede, che oltre i tanti elogi, che si veggono sparsi per le sue opere, gli dedica i due libri de Magnanimitate, ed il primo de Rebus Coelestibus. Tutti gli altri Letterati dell'Accademia del Pontano di questi tempi gli resero estremi onori: Pietro Summonte fece lo stesso che il Pontano lodandolo e dedicandogli le sue opere; i libri degli Epigrammi del Sannazaro[125] sono di sue lodi. Alessandro d'Alessandro gli dedicò i suoi libri de' Giorni Geniali. Il Minturno[126] nel libro de' suol Epigrammi, il Giovio[127] in quello de' suoi Elogj e tanti altri rapportati dal Nicodemo[128], non finiscono d'altamente lodarlo. Ci restano ancora di quest'Eroe i suoi Commentarj, ed i quattro libri delle Disputazioni Morali, che impresse in Napoli sin dal 1526, furon da poi ristampate in Germania nel 1609. Ci testifica ancora il Toppi[129], che questo libro si trovava anche M. S. in pergameno nella Biblioteca de' PP. Agostiniani di S. Giovanni a Carbonara; ma non sappiamo se dopo il sacco ultimamente datovi, sia ora rimase fra quei miseri avanzi.
Fu con non interrotta successione continuata la cognizione delie migliori lingue e di tutte le discipline liberali nella di lui posterità. Gio. Antonio Acquaviva suo figliuolo fu, secondo testimonia l'Atanagio, assai dotto e buono. Giovan Girolamo suo nipote, per giudicio di questo istesso Scrittore, fu nella poetica ed in tutte le discipline liberali gran Maestro; al quale egli per ciò dedicò le poesie di Bernardino Rota. Ed ultimamente Giosia Acquaviva XIV Duca d'Atri, che emulando le virtù paterne, non men nelle armi che nelle lettere, fu celebratissimo, favorì cotanto i Letterati, che volle avere per direttore de' suoi studj l'incomparabile Cattedratico Domenico Aulisio pregio di questa Università e suo maggior splendore, il quale l'ebbe in tanta stima, che gli dedicò quel suo libro intitolato; la Sfinge, ovvero l'Interprete dell'Affrica Occidentale con le sue isole, il quale M. S. presso noi si conserva.
CAPITOLO IV. Stato della nostra giurisprudenza in questi ultimi anni del Regno degli Aragonesi; e leggi, che da Ferdinando furono stabilite.
Cotanto le lettere umane eransi rialzate nella fine di questo secolo, e tale fu il numero de' Letterati, che vi fiorirono; ma la nostra giurisprudenza, ancorchè cominciasse in questi tempi per li favori e per le leggi di Ferdinando a sollevarsi, non fece però, come nel secolo seguente que' progressi che si sentiranno ne' seguenti libri di questa Istoria. Insino ad ora andavan di pari i Legisti e' Canonisti, come i Teologi. Le altre facoltà furon tutte, come s'è veduto riformate e ridotte nel loro splendore: le lingue, la gramatica, la poesia, la oratoria, la politica ed in gran parte la filosofia, e la medicina. Ma le gare insorte tra i Professori di queste facoltà, con i Dottori e Teologi, fecero che questi ostinatamente seguitassero la tradizione, e lo stile delle loro scuole e de' Tribunali, anteponendo l'utile al dilettevole. I Dottori e' Teologi tenevano questi nuovi Letterati, ch'e' chiamavano Umanisti, come Grammatici, Retori e Poeti, per uomini da poco, li quali trattenevansi ne' giuochi de' fanciulli ed in vane curiosità. Gli Umanisti al contrario allettati dalla bellezza degli Autori antichi e sorpresi dalle loro invenzioni, sprezzavano il comune de' Dottori, che seguitavano la tradizione delle Scuole, trascurando lo stile per attaccarsi alle cose, e per parlare col linguaggio proprio delle Scuole[130]. Essi si facevano ben sentire, e perchè scrivevano con tutta la pulitezza, e perchè aveano appreso colla lettura degli antichi a guadagnarsi in tal guisa la buona grazia da tutti. Questi loro sforzi, ancorchè, come si è detto in questo cadente secolo non molto riscotessero i Giureconsulti ed i Teologi, nulladimanco nel secolo seguente fecero effetti maravigliosi; poiché nell'entrar di quello s'incominciarono gli studi sopra le Pandette e gli altri libri di Giustiniano con modo diverso, cioè coll'aiuto delle lingue e dell'istoria romana, di quello che si era fatto per lo passato. Si cominciarono a spiegar le leggi in altra guisa ed a commentarle in miglior lingua, ed a penetrarne i veri sensi; ed il primo che nella nostra Italia rompesse il guado fu Andrea Alciato Professore di legge nell'Università di Milano. D'Italia questa nuova maniera passò in Francia, dove prima di ogni altro Guglielmo Budeo e Carlo Molineo vi impiegarono i loro talenti; ma in decorso di tempo non si può negare, che la Francia superasse in ciò i Professori d'Italia; poichè vi rilussero tanti Giureconsulti insigni, fra' quali l'incomparabile Cujacio, che oscurò la fama di tutti.
L'eresia di Lutero, che poco da poi alzò il capo, diede occasione di portar anche simile cangiamento alla teologia[131]. Pretendeva egli del pari riformare gli Studi, che la Religione. Melantone suo fedele discepolo v'impiegò tutte le sue belle lettere e tutto il suo talento; onde si diedero i pretesi Riformatori con grande ardore a studiare le lettere umane, vedendo che la eloquenza ed il credito d'una scelta erudizione a se chiamava gran numero di seguaci: consideravano questi studi, come mezzi necessari alla riforma della Chiesa; e facendosi ammirare dagl'ignoranti, davan lor facilmente ad intendere che i Teologi cattolici non più sapevano della Religione che delle Belle Lettere: obbligarono perciò i Cattolici ad impiegarsi a questi studi per combattergli con le lor proprie armi: si diedero a questo fine alla cognizione delle lingue originali e degli Autori antichi secondo le lor proprie edizioni: incominciossi adunque di nuovo a studiare i Padri sì greci come latini, troppo poco conosciuti ne' secoli precedenti. Si studiò la Storia ecclesiastica, i Concilj, gli antichi Canoni, penetrando per sino nella origine della tradizione, e deducendo la dottrina dalla sua propria fonte; ed il senso letterale della Scrittura fu ricercato col soccorso delle lingue e della critica.
Ma tutti questi avanzi così nelle leggi e ne' canoni, come nella teologia, si videro nel seguente secolo decimosesto. Nel Regno di Ferdinando e de' suoi figliuoli, presso di noi le buone lettere cominciavan sì bene a restituire la giurisprudenza in qualche lustro, ma in questi principj non fu tanto. Nell'Università nostra si proseguiva lo stesso stile, ancorchè i Professori come i migliori di que' tempi, vi ponessero maggiore studio. Ma se non fu restituita la giurisprudenza nel suo antico candore, la saviezza di questo Principe, la perizia delle lingue de' suoi Secretarj e la dottrina de' nostri Professori che cominciavano, più di quel ch'erasi fatto ne' precedenti secoli, ad impiegar i loro talenti in questi studi, produssero leggi non men savie e prudenti, che culte. La legge romana avea preso piede non pure nell'Accademie ma anche nel Foro; onde avvenne, che la longobarda affatto mancasse.
Fra le nostre leggi patrie, quelle di Ferdinando, come di Principe più illuminato e dotto, e che teneva la sua Cancelleria adorna d'uomini letteratissimi, si videro più prudenti e più culte. Furono consultate da gravissimi Giureconsulti, in fra gli altri da Luca Tozzolo, Antonio d'Alessandro, Paris de Puteo e da Agnello Arcamone, e dettate in latino per la maggior parte da Antonello Petrucci e Giovanni Pontano grandi Letterati, come si è detto di que' tempi.
Le leggi de' nostri Re normanni e Svevi furon appellate Costituzioni: quelle de' Principi angioini, all'uso di Francia, Capitularj, ovvero Capitoli: queste de' Re Aragonesi, come da poi anche degli Austriaci, si dissero Prammatiche; di queste ne furon fatte più compilazioni, come di tempo in tempo andremo notando.
Abbiam veduto quanto poche ne stabilisse il Re Alfonso, vedremo ancora quante meno ne facessero Ferdinando II e Federico ne' brevi e tumultuosi anni del loro regnare: Ferdinando I però fu quegli, che fra' Re Aragonesi ci lasciasse più leggi e le più sagge e le più culte.
Ne' primi anni del suo Regno furono stabilite quelle, che ora leggiamo sparse nel terzo volume delle prammatiche, sotto il titolo De Offic. S. R. C. eccettuatane la prammatica 2 che, come fu ne' precedenti libri notato, a torto s'attribuisce a Ferdinando, essendo d'Alfonso, istitutore di questo Gran Tribunale: sono di questo Principe, di cui anche portano in fronte il nome, la prammatica 4, 5, 8, 9, 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17, 18, 19, 20, 21, 22, 23, 24, 25, 26, 27, 28, 29, 30, 32, 33, 34, 35, 36, 37, nelle quali si danno molti regolamenti intorno all'amministrazione e governo del S. C., del numero e qualità de' Ministri, così maggiori, come minori, che lo compongono, del modo d'istituir i giudicj, delle recusazioni e d'ogni altro riguardante alla riforma e buona istituzione di questo Tribunale.
Nel 1462 ne promulgò una sotto li 9 Ottobre, per la quale si permette agli Ufficiali di procedere ex officio ne' delitti, ancorchè non vi fosse querela della parte offesa, o questa desistesse, rivocando il privilegio che su di ciò avea conceduto ad alcune Università del Regno, la quale per questo fine fu collocata nel tom. 3, delle prammatiche, sotto il titolo de Privilegiis Universitatibus concessis.
Nel 1466 ne promulgò due, una sotto li 23 luglio, che si legge sotto il titolo de Baronibus[132], per la quale si vieta a' Baroni di cercar sussidj da' Vassalli, fuor de' casi dalle leggi e costituzioni permessi, e d'impedire il vendere le loro robe, come lor piaccia; l'altra a' 15 agosto pure sotto il medesimo titolo, colla quale si conferma la precedente sotto rigorose pene.
Nel 67 a' 19 novembre ne fu stabilita un'altra drizzata a Renzo d'Afflitto Commessario delle province di Principato ultra, e Capitanata, colla quale si prescrive il modo, come debba farsi l'estimo, o sia apprezzo de beni di ciascuno per regolare i pagamenti fiscali: noi ora la leggiamo sotto il titolo de Appretio, seu bonorum aestimatione.
Nel 68 a' 2 novembre ne promulgò altra, con cui ordina, che i delinquenti si mandino a' loro Giudici competenti, nè alcuno abbia ardimento di dar loro ricovero ed alimento[133].
Nel 69 ne furon pubblicate sei, la prima a' 27 marzo, la seconda a' 25 maggio, per le quali si vieta agli Ufficiali ricever doni e pranzi e si prescrivono a' Mastrodatti e ad altri Ufficiali minori i loro diritti facendosene tariffa[134]; tre altre nel medesimo mese e la sesta nel seguente di giugno.
Nel 1470 ne' mesi di marzo, aprile ed ottobre, tre altre; e nel 71 un'altra in giugno.
Nel 1472 ne stabili un'altra a' 13 settembre, per la quale fu deputato Bernardo Striverio Avvocato fiscale per Inquisitore Generale del Regno contro gli Usurarj e contro altri malfattori, che nelle moderne edizioni si legge sotto il titolo de Usurariis, ma con data scorrettissima de' 9 ottobre 1462, quando quella, secondo l'edizioni antiche, fu promulgata nel decimo quinto anno del suo Regno, come ivi si legge: Dat. 13 septembris 1472, Regnor. nostror. A. 15.
Nel 73 in marzo ed aprile due altre, e nel 74 nel mese di marzo, una.
Nell'anno poi 1477 furono stabilite quelle tante leggi intorno all'ordine giudiciario, delle quali si è altrove fatta memoria; ne' seguenti anni 1479, 80, 81, 82, 83, 84, 86, 87, 88, 90 insino al 1492 ne furono molte altre da questo Principe promulgate, le quali possono con facilità vedersi, secondo l'ordine de' tempi, nella Cronologia di queste leggi prefissa al tomo primo nelle nostre prammatiche secondo l'ultima edizione dell'anno 1715.
Furono queste prammatiche di Ferdinando nel seguente secolo raccolte in un volume insieme con alcune altre di Ferdinando il Cattolico e di Carlo V, ed impresse nel 1558. Da poi unite colle Costituzioni, Riti e Capitoli del Regno furono ristampate in Vinegia nel 1590. V'impiegarono i loro studi in quel secolo molti nostri Professori, chi con Note, chi con diffusi Commentarj ed altri con particolari Trattati. Annibale Troisio della Cava, nominato perciò il Cavense, commentò tutte quelle, che nel 1477 s'erano pubblicate, per le quali furono i giudicj riordinati e molte altre ancora: Giovannangelo Pisanello, Marc'Antonio Polverino e Giacomo de Bottis vi fecero delle piene Note. Orazio Barbato sopra la prammatica Assistentium, vi stese un Trattato. Gio. Bernardino Moscatello di Lucera stese la sua Pratica de' nostri Tribunali, che ora si vede ristampata colle addizioni del Consigliere Prato, sopra le suddette leggi di Ferdinando promulgate nel detto anno 1477. Altri sopra la prammatica Odia inter conjunctos, stesero i loro trattati e le varie dispute intorno a compromessi. Cotanto le leggi di questo Principe furono non pure in que' tempi, ma anche ne' seguenti secoli riputate savie e dotte.
CAPITOLO V. De' Giureconsulti, che fiorirono fra noi a questi tempi.
Dopo Luca di Penna e Sebastiano Napodano, era quasi che intermesso fra' nostri Professori l'uso di scrivere, e la nostra giurisprudenza era in declinazione; ma nel Regno di Ferdinando e de' suoi figliuoli, sursero alcuni eccellenti Giureconsulti, de' quali bisogna farne qui memoria.
Surse Paris de Puteo, il qual nato in Pimonte nel Ducato d'Amalfi, due miglia lontano da Castell'a Mare[135], venne giovanetto in Napoli, dove nell'Università de' nostri Studi apprese la legal disciplina. Non contento de' nostri Cattedratici, girò per tutte l'Università d'Italia, dove ascoltò i più insigni Dottori di quei tempi. Fu in Roma, a Pavia, Milano, in Firenze, in Bologna, Perugia e nell'altre città più rinomate, ed ebbe per maestri, com'egli stesso ci testifica[136], Andrea Barbatia, Angelo Aretino, Alessandro de Tartagnis d'Imola ed Antonio de Pratoveteri di Bologna. Ritornato a Napoli fu per la sua gran dottrina dal Re Alfonso, gran favoreggiatore delle Lettere, caramente accolto, facendolo suo Consigliere. Da poi, essendo già adulto Ferdinando suo figliuolo Duca di Calabria, lo deputò per maestro del medesimo non meno nelle lettere umane, che nella giurisprudenza o nell'altre scienze[137]. Per molti anni Ferdinando fu suo discepolo, da cui apprese le leggi civili e le altre discipline[138]. Era Paris non pur eccellente Giureconsulto, ma versato (per quanto comportavano que' tempi) nelle Sacre carte e nella lettura de' Padri e nelle opere d'Aristotele; ed era secondo l'uso di que' tempi, inteso anche d'Astrologia. Dell'Istoria non fu cotanto ignaro, e sopra i libri di Tito Livio v'avea fatto molto studio. Entrò pertanto in somma grazia del Duca di Calabria, e da lui era tenuto in molta stima, e quando Alfonso dovendo partire da Napoli per la spedizione di Toscana, fece Luogotenente generale del Regno Ferdinando suo figliuolo, questi nel 1446 creò Paris suo Auditore Generale in tutto il Regno; la quale carica per due anni, che il Re fu assente, esercitò con molto applauso ed universale ammirazione.
Morto nel 1458 Alfonso, Ferdinando che gli successe, lo decorò assai più di dignità e d'onori: lo fece Inquisitor Generale di tutto il Regno contra i facinorosi: nel 1459 lo creò Consigliere, ed in tutti gli anni che regnò, si valse della sua opera e de' suoi consiglj, così nel promulgar delle leggi, come negli altri rilevanti affari della sua Corona. Perchè a quei tempi non era riputata cosa incompatibile a' Ministri del Re di patrocinar cause, non altrimente, che non si stimava cosa strana di leggere nelle Cattedre; si diede ancora Paris all'avvocazione, nella quale riuscì il primo; e per essere gran Giureconsulto e peritissimo Feudista, tutte le cause de' primi Signori del Regno eran da lui patrocinate, onde acquistò grandi facoltà. Ma sopra tutto, quello che lo rese arbitro de' più potenti Signori non pur di Napoli, ma di molte città d'Italia, fu, che stando a que' tempi in Italia in fiore il costume, e presso noi da' Longobardi introdotto, del duello, non vi era punto di Cavalleria, che dovesse per quella via decidersi, che non era Paris consultato, come in ciò versatissimo sopra tutti gli altri. Venivano non pur i nostri, ma i più remoti Principi da lui, donde gli fu data occasione di compilare un Trattato de Duello, che scritto prima da lui in latino, egli stesso poi lo tradusse in volgar materno[139]. Carico di tanti onori e dignità e della familiarità regia di Ferdinando, divenuto già vecchio, morì poco prima del Re Ferdinando nel 1493 d'età maggiore di ottanta anni in Napoli, ove nella chiesa di S. Agostino giace sepolto.
Egli fu il primo, che rinovò l'istituto, tralasciato da molti anni, di giovare il pubblico con lo scrivere; onde altri mossi dal di lui esempio, ci lasciarono molti insigni volumi delle loro opere legali. Compose egli un libro de Syndicata Ufficialium; opera, che nel Foro acquistò molta autorità, tanto che il Consiglier Matteo d'Afflitto[140] non lasciò ne' suoi scritti di commendarla. Fu la prima, che nell'istesso tempo del Re Ferdinando fosse stata impressa; ma perchè non era in tutto perfezionata, l'Autore la ripulì ed emendò, e così corretta fu di nuovo in appresso mandata alle stampe. Fu da poi ristampata, ed in Vinegia, ed in Lione, ed oggi si legge tra' volumi de' Trattati[141].
Scrisse ancora un libro de Reintegratione Feudorum de finibus, et modo decidendi quaestiones confinium, territoriorum, etc. che fu stampato in Napoli, e poi in Francfort. Opera anch'ella da' nostri Scrittori molto lodata, ancorchè Carlo Molineo vi desiderasse miglior ordine, parendogli quel trattato assai confuso.
Compilò anche un altro libro de Reassumptione instrumentorum; ed alcuni han creduto, che quel trattato de Liquidatione, et Praesentatione instrumentorum, che fu impresso in Vinegia l'anno 1590 fosse pure opera sua; ma altri dubitano non sia apocrifo.
Compose ancora varie Allegazioni intorno alle Collette imposte innanzi di Luca di Penna, delle quali fece menzione Antonio Capece[142]; ma queste non sono pervenute all'età nostra; siccome alcune altre sue fatiche sopra alcuni titoli delle Pandette. De in integrum restit. De eo, quod met causa. De dolo malo, et de receptis arbitris.
Il libro De Re Militari, ovvero De singulari certamine, fu da lui dedicato all'Imperador Federico III. Matteo d'Afflitto[143] narra, che gli diede anche occasione di scriverlo, un libretto De Duello, che prima di lui avea composto Goffredo antico Dottore. Fu quel suo libro prima impresso a Milano nell'anno 1515 ed ora lo leggiamo ancora fra' Trattati. Egli stesso, come fu detto, lo tradusse in volgar materno, il quale fu poi stampato in Napoli nel 1518.
Scrisse finalmente un altro libro De Ludo, del quale Afflitto[144] fece anche memoria lodandolo, ed ora pur lo vediamo impresso tra' volumi de' Trattati
Non men, che si questioni della Patria di Pietro delle Tigne e di Luca di Penna, fu disputato della Patria di Paris. Giulio Claro[145] d'Alessandria del Ducato di Milano, lo vuole Alessandrino. Ma Toppi[146], non men di quel che fece per Luca di Penna, dimostra esser nostro, siccome han per fermo tenuto non meno i nostri Scrittori, che i forastieri, come Molineo, che lo chiama Dottor napoletano, siccome chiamò ancora Luca di Penna Partenopeo.
Fiorì anche intorno a' medesimi tempi Antonio d'Alessandro Cavaliere napoletano, ed ancor egli insigne Giureconsulto. Fu sin dalla sua giovanezza dato allo studio delle leggi nell'Università di Napoli: non ben pago de' nostri Professori ne cercò altri nell'altre Università d'Italia. Fu in Ferrara ed in Siena, dove ascoltò Francesco Aretino famoso Giureconsulto di quei tempi, sotto la cui disciplina fece maravigliosi progressi, e fu ancora discepolo di Alessandro d'Imola, come narra Matteo d'Afflitto[147]. In Bologna prese il grado di Dottore, e dapoi ritornò in Napoli. Appena giuntovi fu da Ferdinando invitato a leggere Giurisprudenza in questa Università, dove per più anni insegnò con tanto plauso ed ammirazione, che tirò a se Uditori dalle più remote parti. Fu egli di acuto e grande ingegno, piano e facile nello spiegare, chiaro e copioso: tanto che dalla sua scuola, non meno che dall'Accademia del Pontano, uscirono innumerabili Giureconsulti e dotti Ministri.
Nell'istesso tempo che insegnava nelle Cattedre, non tralasciava esercitarsi nel Foro, dove riuscì famoso Avvocato; e fu egli non men dotto ch'eloquente: difese cause de' primi Baroni e non meno orando, che scrivendo si rese celebre. Scrisse egli un dotto responso in materia feudale nella causa d'Antonia Tommacella, che ora leggiamo tra' Consiglj d'Alessandro d'Imola[148], dopo quelli di Sigismondo Loffredo[149], e per la sua prudenza, dottrina, perizia dell'istorie e gravità de' costumi, s'acquistò presso il Re Ferdinando somma grazia e stima: fu per ciò adoperato dal Re ne' maggiori e più importanti suoi affari. Lo mandò nel 1458 Oratore in Roma al Pontefice Pio II per ottener da quel Papa l'investitura del Regno: superò gli ostacoli, che s'eran frapposti per parte del Duca d'Angiò, ed in fine entrò in tanta buona grazia del Papa e del Collegio de' Cardinali, ch'egli consultò e dettò la Bulla dell'investitura. Maneggiava affari di Stato con molta destrezza, felicità e prudenza, onde fu in appresso da Ferdinando mandato due volte per suo Ambasciadore in Ispagna al Re Giovanni d'Aragona suo zio col quale trattò le nozze del Re colla costui figliuola Giovanna. Lo inviò ancora due altre volte in Francia suo Legato a quel Re; ed altrettante a' Pontefici successori di Pio, Innocenzio VIII ed Alessandro VI, nelle quali legazioni si portò con tanta prudenza e destrezza, che tutte ebbero felice successo. Fu per ciò da Ferdinando innalzato a sommi onori; oltre averlo cinto Cavaliere, lo fece Presidente della regia Camera, da poi nel 1465 Consigliere, indi nel 1480 Viceprotonotario e Presidente del S. C, nel qual Tribunale presedè non pure in tutto il tempo che visse Ferdinando, ma anche vi fu mantenuto da Alfonso II suo successore, da Ferdinando II, da Carlo VIII istesso e da Federico ultimo Re, nel cui Regno, essendo già vecchio, trapassò in Napoli a' 26 ottobre del 1499. Gli furon fatti pomposi funerali nella chiesa di Monte Oliveto, dove vi recitò l'Orazion funebre Francesco Puccio Fiorentino famoso Letterato di que' tempi, in presenza di Ferdinando d'Aragona Duca di Calabria, e dove al presente giace sepolto.
Ci lasciò questo insigne Dottore molti monumenti della sua dottrina. I dotti Commentarj fatti a quelle leggi, ch'egli spiegava nell'Università de' quali pochissimi furono mandati alle stampe. Quelli che furono impressi sono i Commentarj sopra il secondo libro del Codice, che portano questo titolo: Reportata Clarissimi U. J. Interpretis Domini Antonii de Alexandro super II Codicis, in florenti studio Parthenopaeo sub aureo saeculo, et augusta pace Ferdinandi, Siciliae, Hierusalem, et Ungariae Regis invictissimi. Fu il libro impresso in Napoli nel 1474 nella stamperia di Sisto Riessinger Alemanno, che fu il primo, come si disse, che introdusse l'arte della stampa in questa città.
Niccolò Toppi ci rende testimonianza aver egli veduti gli altri Commentarj sopra altre leggi, manuscritti, nelle librerie d'alcuni, ed in quella del Consigliere Felice di Gennaro averne osservati più volumi. Alcuni altri supra l'Inforziato ed il Digesto nuovo, in quella del Presidente di Camera Vincenzo Corcione. Altri sopra il Digesto vecchio, in quella del Consigliere Ortensio Pepe. Alcune Letture sopra il secondo del Digesto vecchio in pergamena, le conservava il Dottor Giovanni Battista Sabatino. Gio: Luca Lombardo conservava ancora un libro intitolato: Recollectae D. Antonii de Alexandro in tit. Soluto matrimonio. De liberis, et posthumis, et de vulgari, et pupillari, etc. collectae per Franciscum Miroballum ejus scholarem, dum idem Antonius in Neapolitano Gymnasio, anno 1466 publico Regio stipendio conductus, legeret, concurrens Domini Andreae Maricondae in lectione extraordinaria. Toppi istesso afferma che ebbe anche in suo potere alcune note M. S. fatte da questo Giureconsulto nel corpo di Bartolo.
Alcune Note ed Addizioni fatte da lui nella Glosa di Napodano ancor oggi si leggono: Grammatico[150] allega le Addizioni che fece a Bartolo ed a Baldo; allega ancora con Antonio Capece[151] quelle altre che fece ad Andrea d'Isernia sopra le Costituzioni del Regno; e si vedono queste Addizioni alle Costituzioni ancor oggi impresse insieme colle Chiose e Commentarj di Napodano, di che è da vedersi Camillo Salerno[152] nell'Epistola alle Consuetudini di Napoli.
Fiorì ancora in questi medesimi tempi un altro Giureconsulto illustre, il qual fu Giovan-Antonio Caraffa non men famoso Legista che Canonista. Fu caro ad Alfonso e più al Re Ferdinando suo figliuolo, da cui fu creato Consigliere. Fu ancora Professore nella Università degli studi non men di legge civile, che canonica, e finalmente fu innalzato nel 1463 al posto di Presidente del S. C. Ci restano di questo insigne Dottore molte sue opere. Un trattato de Simonia, impresso a Roma, un altro de Ambitu, allegati da M. Afflitto[153] nelle Costituzioni e nelle Decisioni e l'altro de Jubileo. Scrisse ancora alcune Prelezioni sopra il Codice, allegate da Afflitto. Lorenzo Valla[154] gli tessè quest'elogio: Joannes Antonius Carafa Jureconsultus pari nobilitate, et scientia proximus, Princeps Jureconsultorum. Morì egli di morte improvvisa in Napoli a' 25 decembre del 1486 e fu sepolto nel Duomo, come rapporta Giuliano Passaro ne' suoi Giornali.
Luca Tozzolo ancorchè romano, esule però dalla sua Patria[155], venuto in Napoli, qui finì i suoi giorni, e per la sua erudizione e gran perizia delle leggi, fu da Ferdinando accolto con molto onore. Era stato egli discepolo di Giovanni Petrucci di Monte Sperello Perugino famoso Giureconsulto de' suoi tempi[156]: fu egli fatto nel 1466 Consigliere, nel medesimo tempo leggeva anche Giurisprudenza nell'Università degli Studj di Napoli. Poi nel 1468 fu innalzato all'onore di Viceprotonotario, e presedè ancora per qualche tempo nel S. C. come Afflitto rapporta ne' suoi Commentarj e decisioni, dove si leggono in più luoghi le sue lodi[157].
Andrea Mariconda del Seggio di Capuana fiorì pure in questi medesimi tempi ed acquistò fama di celebre Giureconsulto. Fu dalla giovanezza dato allo studio delle leggi, e prese il grado di Dottore in Napoli ai 25 d'ottobre del 1460. Riuscì nel Foro celebre Avvocato, e dalla Regina Isabella Luogotenente Generale del Re suo marito, fu creato Consigliere nel 1461. Da Ferdinando poi fu fatto Presidente della Regia Camera e Razionale della G. C. della Zecca, e nel 1477 fu rifatto Consigliere: fu celebre ancora nell'Università de' nostri studi, ove insegnò giurisprudenza insieme con Antonio d'Alessandro nel 1466. Di lui si leggevano alcune Letture M. S. sopra l'Inforziato e Digesto nuovo. Fu lungo tempo Consigliere e per l'assenza ed impedimenti d'Antonio d'Alessandro esercitò anche in sua vece più volte l'ufficio di Viceprotonotario. Poi per la sua età decrepita fu licenziato con la ritenzione della metà del soldo finchè visse. Morì egli in Napoli intorno l'anno 1508, e lasciò Diomede e Niccolò suoi figliuoli non men dotti che gravi Giureconsulti. Matteo d'Afflitto suo Collega non è mai satollo di lodarlo nelle sue decisioni ed altrove[158].
Fiorirono ancora intorno a' medesimi tempi Niccolò Antonio de Montibus di Capua celebre Giureconsulto, Avvocato, Regio Consigliere, Presidente e Luogotenente della regia Camera: Pontano[159] lo chiama Vir Juris Romani consultissimus. Questi ancora fu adoperato dal Re Ferdinando negli affari di Stato, inviandolo per suo Oratore in Roma, ove nel 1467 dimorò tre mesi; e si legge ancora la sua soscrizione, come Luogotenente del Gran Camerario in alcune Prammatiche del Re Alfonso e di Ferdinando[160].Agnello Arcamone del Sedile di Montagna, Presidente di Camera nel 1466, poi nel 1469 regio Consigliere, fu anch'egli dal Re Ferdinando adoperato negli affari di Stato, inviandolo nel 1474 per suo Ambasciadore in Vinegia ed in Roma al Pontefice Sisto IV per negozj gravissimi[161]. Disbrigato dall'Ambasceria con felice successo, fu dal Re nel 1483 fatto Conte di Borrello, investendolo ancora delle Terre di Rosarno e di Gioja in Calabria. Ma da poi la sua fortuna mutò sembiante: poichè nella congiura de' Baroni, perchè sua sorella era moglie d'Antonello Petrucci, fu dal Re insieme con gli congiurati imprigionato, e fin che Ferdinando visse, lo tenne con gli altri in carcere[162], donde poi insieme con tutti gli altri ne fu da Ferdinando II nel 1495 liberato[163]. Ci lasciò egli alcune Addizioni sopra le Costituzioni del Regno che ora abbiamo. Morì in Napoli nel 1519, e giace sepolto nella chiesa di S. Lorenzo, ove si vede il suo tumulo.
Fiorirono ancora Antonio dell'Amatrice celebre Canonista e Lettore de' Canoni nella nostra Università nel 1478. Antonio di Battimo napoletano, Dottore anch'egli rinomato di legge non men civile che canonica. Compose egli nel 1475 un volume, che M. S. avea Toppi[164] veduto che portava questo titolo: Reportata, et tradita per Dominum Antonium de Battimo Partenopaeum U. J. D. A. D. 1475. Lallo di Tuscia napoletano, di cui abbiamo ancora alcune Note nella nostre Costituzioni del Regno[165]. Stefano di Gaeta parimente napoletano, famoso Canonista, fiorì nel Regno di Ferdinando nel 1470. Scrisse un'opera molto stimata de Sacramentis, che la drizzò a Giovan-Battista Bentivoglio Consigliere del Re Ferdinando, e molto vien commendata dall'Abate Tritemio[166].
Non men celebre Giureconsulto fu nella fine di questo secolo, per tralasciar gli altri d'oscuro nome, Antonio di Gennaro del Sedile di Porto. Fu egli figliuolo di Masetto e di Giovanella d'Alessandro sorella del famoso Antonio: negli studi legali fece miracolosi progressi, tanto che nell'Università di Napoli fu reputato il miglior Cattedratico de' suoi tempi. Fu poi dal Re Ferdinando nel 1481 creato Giudice della G. C. ed indi a poco Regio Consigliere. Ancor egli era adoperato dal Re ne' più importanti affari di Stato; fu inviato da Ferdinando nel 1491 per suo Oratore al Duca di Milano, e nell'istesso anno in Ispagna al Re Ferdinando il Cattolico, ed alla Regina Isabella sua moglie, e nel 1493 fu di nuovo mandato in Milano ed a Roma. Morto Ferdinando, dal Re Alfonso II suo successore fu la terza volta mandato al Duca di Milano. Il Re Federico l'inviò di nuovo nel 1495 suo Legato in Ispagna al Re Cattolico e poi al Duca di Milano. Estinta la progenie di Ferdinando, sotto il Regno di Ferdinando il Cattolico fu ancora in somma grazia del G. Capitano, da cui nel 1503 fa creato Viceprotonotario e Presidente del S. C. nel cui ufficio lungamente visse: essendo poi d'anni già grave, depose il posto, e fu contento che in suo luogo sottentrasse Francesco Loffredo allora Consigliere, ma con legge che fin che vivea non assumesse il nome di Viceprotonotario o di Presidente, ma fosse sol contento dell'esercizio. Morì finalmente nel 1522 in Napoli e fu sepolto nella Chiesa di S. Pietro Martire, ove si vede la sua statua e si legge l'iscrizione ai suo tumulo.
Chiuda in fine la schiera il cotanto presso di noi celebre e rinomato Matteo degli Afflitti, quel perpetuo splendore del nostro S. C. il quale, secondo il giudicio che ne diede l'incomparabile Francesco d'Andrea[167], fu omnium nostrorum quotquot ante, et post ipsum scripserunt, proculdubio doctissimus. Nacque egli in Napoli intorno l'anno 1443, ma i suoi maggiori furono della città di Scala, com'egli stesso ci testifica[168]. Ebbe ancor egli la vanità di tirar la sua schiatta dai Patrizj romani, e da S. Eustachio Martire (non meno di ciò, che si diceva di Sebastiano Napodano e del Sannazaro; il primo che traesse sua origine da S. Sebastiano; il secondo da S. Nazario): perciò nell'invocazione de' Santi, che premette nelle sue opere, fra gli altri invoca S. Eustachio suo gentile. Non si ritenne perciò egli di scrivere ne' Commentarj alle Costituzioni del Regno, essere stati i suoi maggiori Romani, i quali vennero, nella decadenza dell'Imperio, ad abitare nella città di Scala, donde poi si trasferirono in Napoli, ove furono nel Seggio di Nido aggregati. Che che ne sia, si diede egli nella giovanezza allo studio delle leggi, dove riuscì eccellente, e nell'anno 1468 prese in Napoli il grado di Dottore[169]. Si diede poi all'avvocazione, e divenne nel Foro famoso Avvocato: da' Tribunali passò alla Cattedra e nell'Università de' nostri studi spiegò non solo il Jus civile e canonico, ma anche il feudale e le nostre Costituzioni, nel che riuscì ammirabile ed oscurò la fama di quanti lo precedettero. Egli consumò venti anni in questa lettura con applauso universale ed ammirazione di tutti. Ne' primi anni sotto il Re Ferdinando spiegò in quest'Università tutti i libri feudali co' Commentarj di Andrea d'Isernia, secondo l'ordine di que' titoli: fatica veramente grande e nuova, che nè prima, nè dopo lui, alcun si confidò di farla, e la ridusse felicemente a fine[170]. Incominciò egli a scrivere questi suoi Commentarj de' Feudi nel 1475 nel trentesimosecondo anno di sua età, e li terminò nel 1480, come egli stesso ne rende testimonianza[171]. Ciò che convince l'error di coloro, i quali ingannati da Bartolommeo Camerario[172], che credette avere Afflitto stesi questi Commentarj essendo già vecchio, e perciò non aver ben capita la mente d'Andrea d'Isernia, scrissero inconsideratamente il medesimo[173], mostrando con ciò non aver ben letti questi suoi Commentarj, i quali potevano disingannargli di quest'errore, e fargli apprendere, l'opera essere stata dettata nel suo maggior vigore, e di essere la più sublime e dotta di quanti mai intorno a' Feudi scrivessero.
Interpretò ancora nella nostra Università le leggi del Codice ed i libri delle Istituzioni, e negli ultimi, anni vi spiegò le Costituzioni del Regno con indefessa ed instancabile lena.
La fama del suo sapere, l'esser nelle leggi sublime cotanto, e, secondo comportava quel secolo, la perizia che mostrava avere della Sagra Scrittura, delle opere di S. Tommaso e di Niccolò di Lira, lo resero assai rinomato. I Nobili di Nido lo aggregarono al lor Seggio: il Re Ferdinando I ed il Duca di Calabria suo figliuolo cominciarono ad innalzarlo a pubblici Ufficj; prima lo elessero Avvocato de' Poveri, ma egli non volle accettarlo, come egli stesso lo scrisse[174]: poi il Re Ferdinando nel 1489 lo fece Giudice della G. C. della Vicaria: indi dall'istesso Re fu nel 1491 creato Presidente della regia Camera. La morte del Re Ferdinando, siccome pose in disordine tutto il Regno, così non solo troncò le ali alla sua fortuna, ma con varie vicende fu dall'avversa afflitto. Non trovò il suo merito ne' Principi successori quella mercede, che si conveniva: fu trasferito ora in uno, ora in un altro Tribunale, e sotto il Re Cattolico la fortuna gli fu pur troppo avversa. Dal Re Ferdinando II nel 1496 fu fatto Consigliere, e vi stette sin all'anno 1502, nel qual anno fu di nuovo trasferito in Camera. Carlo VIII lo levò, ma poi fu rimesso[175]. Fece da poi nel 1503 ritorno in Consiglio, ove sedette insino all'anno 1507. Ma il livore de' suoi Emoli potè poi tanto presso Ferdinando il Cattolico, che datogli a sentire, che la sua decrepita età sovente lo portava a delirare, fecion sì, che quel Re lo levasse dal Consiglio, e si ridusse a menar vita privata, di che egli nelle sue opere cotanto si duole, e si querela. Ma in questa sua vacazione non intermise i suoi studi, ed ancorchè vecchio perfezionò in questa età in pochi anni i suoi Commentarj sopra le Costituzioni, che avendoli cominciati nel 1510 li ridusse a fine nel 1513 nel settuagesimo anno di sua età[176].
Fu da poi nel 1512 di nuovo fatto Giudice di Vicaria, ma per un sol anno, onde quello terminato, tornò a' suoi studi, ed a finire i suoi giorni in riposo, ed in privata quiete. Quindi è, che nel suo testamento, che e' fece poco prima di morire a' 27 settembre del 1523 non si legge decorato d'altro titolo, che di semplice Dottore. E quindi ancora è avvenuto, che morto in questo anno 1523, avendo ordinato in questo suo testamento, che il suo cadavere si seppelisse nella Chiesa di Monte Vergine, Diana Carmignano sua seconda moglie, donna molto savia, e d'incorrotti costumi, per togliere quella taccia, che da' suoi emoli era stata data a suo marito d'alienazione di mente, nella iscrizione, che fece ponere quivi al suo tumulo, vi facesse scolpire queste parole: Ad extremam senectutem integra, et animi, et corporis valetudine pervenit
Lasciò della sua prima moglie Ursina Caraffa, Marino suo figliuolo, che fattosi Sacerdote, fu Canonico del Duomo di Napoli; e di Diana Carmignano più figliuoli, che istituì eredi, tre de' quali, come e' dice, generò dopo aver passati i sessanta anni[177]. Sottopose la sua casa, che possedeva nel quartiere di Nido, ed un podere nella Villa di Centore presso Aversa, ad un perpetuo fedecommesso, al quale, mancando tutta la sua discendenza maschile, chiamò il Collegio de Dottori dell'una e l'altra legge di Napoli (del quale egli era) con peso al Priore di quello, di dovere della sua casa formare un Collegio, dove dai frutti di quel podere dovessero alimentarsi ed allevarsi diece Studenti, la cui elezione si dà al Priore; e nel caso venisse a distruggersi il Collegio, invitò in luogo di quello cinque Nobili del Seggio di Nido, dei quali il più giovane dovesse avere l'istesso peso, che avea imposto al Priore, di mantenere il collegio, ed i diece Studenti, affinchè niente loro mancasse per attendere agli studi: ne raccomanda efficacemente l'osservanza, quia scit, come sono le parole del suo testamento, quantum viri scientifici sint utiles Reipublicae, et toti saeculo.
Tali erano le disposizioni degli uomini saggi e prudenti di questi tempi, mancata la loro posterità, non invitare monasteri e chiese al godimento de' loro patrimonj, ma sovvenir poveri, e provvedere a' bisogni delle lettere, e proccurare, che nelle Repubbliche quelle s'avanzassero, e si dasse a' bisognosi modo d'apprenderle. Durano ancora oggi i suoi posteri, i quali devono a questo insigne Dottore non solo il pregio, ch'essi godono degli onori di Nido, ma molto più, perchè possono pregiarsi d'avere un sì glorioso progenitore per Autore della loro Casa.
Durano ancora via più luminose le insigni opere, che ci lasciò. De' suoi Commentarj sopra i Feudi (ancor che altrimenti ne sentissero i suoi emoli Sigismondo Loffredo[178] e Camerario[179]) ecco ciò che ne lasciò scritto l'incomparabile Francesco d'Andrea[180]: inter omnes, qui post Afflictum integra Commentaria in fenda edidere, pauci sunt, qui cum illo possint comparari; qui praeferri, certe nullus. Non potè in vita aver il piacere di vedere in stampa tutti i suoi volumi, che compose; toltone le Decisioni ed i Commentarj sopra le Costituzioni, tutti gli altri furon impressi dopo la sua morte. Avea in vita disposto con Niccolò Agnello Imparato Stampatore in Napoli, e s'era con costui convenuto per la stampa, e nel suo testamento avea designato soddisfar le doti e monacaggi d'alcune sue figliuole, col denaro che dovea ritrarsi da questi libri da imprimersi: ma la morte ruppe i suoi disegni. Questi Commentarj sopra i Feudi furono da poi stampati in Vinegia del 1543 e 1547 e poi in altri tempi e luoghi più volte.
Egli fu il primo che pensasse di raccorre le decisioni, che nel corso di più anni erano nate nel nostro S. C. e le distendesse in quella maniera, che ora si leggono, nelle quali rapportò non pur le diffinizioni di questo Tribunale e della regia Camera profferite in tempo, che e vi sedette, ma ancora quelle, che e' stimò degne di memoria, e che s'interposero poco prima, fin dal tempo, che il S. C. dal Re Alfonso fosse stato istituito. Opera non pur fra' nostri, ma anche presso i Forestieri celebratissima, dal cui esempio presero l'altre Nazioni a distender le decisioni de' loro Tribunali, onde surse la nuova schiera de' Decisionanti.
Furono queste impresse in Napoli la prima volta nel 1509 vivente l'Autore, e furono dedicate alla città di Napoli sua patria[181]. Egli stesso nel suo testamento lo dice: poichè volle, che della legittima lasciata a D. Marino suo figlio s'escomputassero ducati venticinque, prezzo di ventisette corpi di decisioni, che costui s'avea presi. Quanto fossero commendate dai nostri Professori, ben si vede dalle fatiche che vi fecero intorno Tommaso Grammatico, Giovannangelo Pisanello, Marc'Antonio Polverino, Prospero Caravita, Cesare Ursillo e Girolamo de Martino, i quali l'illustrarono colle loro note ed addizioni, che ora insieme col corpo di quelle si vedono impresse, nel che Ursillo sopra tutti fu eminente. Non tralasciarono però i suoi emoli Loffredo e Camerario di screditarle e vilipenderle, scrivendo nelle loro opere non doversegli dare tanta fede, ex quo, come dice Loffredo[182], aliter judicatum fuit, quam Afflictus dicit: e Camerario[183], nemo a Sacri Consilii auctoritate commoveatur ex iis Afflicti decisionibus, cum sint Afflicti verba, qui cum homo fuerit potuit errare. Ma il livore di costoro niente oscurò la lor fama; poichè nelle età seguenti corsero per tutta Europa luminose e commendate non men da' nostri, che da' più eccellenti Giureconsulti di straniere Nazioni; e Tesauro[184] l'antepone a quante mai decisioni uscissero da tutti gli altri Tribunali del Mondo.
Ci lasciò ancora i suoi Commentarj sopra le Costituzioni del Regno: opera, per la condizione di quei tempi, assai dotta e copiosa, la quale fu avuta in sommo pregio non men da' nostri, che dagli esteri. Giacomo Spiegelio[185] grandemente lodolla, e narra, che Cassaneo ne' suoi Commentarj alle Consuetudini di Francia, trasportò molte cose da quelli d'Afflitto; onde da molti è ripreso, che con somma ingratitudine non si degnasse nè pure nominarlo. Questi anche furono impressi in vita dell'Autore nel 1517, e reimpressi poi in Milano nel 1523 ed altrove.
Insegnando egli nella nostra Università le Costituzioni del Regno compilate dall'Imperador Federico II su la credenza, che fosse ancor sua la Costituzione Sancimus de jure prothomiseos, prese egli a spiegarla nella Cattedra nel 1479. Era veramente quella di Federico I e non s'apparteneva punto alle nostre Costituzioni, siccome fu da noi altrove avvertito; ma perchè questo Scrittore per la condizione di que' tempi non fu molto inteso d'istoria, come di lui disse Marino Freccia, prese per tanto tal'abbaglio. Non è però, che il Commentario che vi fece, non fosse avuto in sommo pregio; anzi ebbe il favore, che dall'incomparabile Cujacio[186] venga citato ne' suoi libri de' Feudi. Fu più volte impresso, e si legge ancora fra' Trattati. Da poi Francesco Rummo Giureconsulto napoletano vi fece copiose addizioni, che stampato da lui con queste sue fatiche in Napoli nel 1654 l'abbiam veduto ora ristampato in quest'ultimi nostri tempi.
Molte altre sue Opere che compilò, ce l'ha tolte l'ingiuria del tempo; e siccome si raccoglie dal suo testamento, molti libri avea egli destinato di far imprimere ad Imparato suo Stampatore: ma la sua morte e la peste indi seguìta in Napoli nel 1527, per iscampar la quale fu obbligata Diana Carmignano a fuggire in Aversa, fece sì, che si perderono non meno i suoi M. S. che i libri, ch'egli avea lasciati a' suoi figliuoli. Pure presso Gabriele Sariana nella raccolta, che fece di diversi M. S. di Dottori, che stampò nel 1560, leggiamo di questo Autore alcune Letture sopra il settimo libro del Codice[187].
Nell'iscrizione del suo tumulo leggiamo ancora: multa scitissima consiglia reliquit: ma ora non sono: sovente però egli nelle sue opere impresse allega questi consigli e fra gli altri uno, che e' compilò nel Regno di Sardegna[188].
Scrisse ancora molti Commentarj sopra alcune leggi del Codice e sopra le Istituzioni, de' quali toltone la memoria ch'egli ce ne dà nelle sue opere citandogli, non se ne ha altra notizia.
Compose parimente un Trattato de Consiliariis Principum, et de Officialibus eligendis ad justitiam regendam, ac eorum qualitatibus, et requisitis, che dedicò a Ferdinando I. Compose anche a richiesta del Cardinal Oliviero Caraffa, l'Ufficio della Traslazione del corpo di S. Gennaro[189], coll'occasione della traslazione, che si fece del medesimo Corpo nel 1497 dal monastero di monte Vergine in Napoli; delle quali opere non è a noi rimalo altro vestigio, se non nelli suoi libri, dove si citano. Scrisse pure un libro de Privilegiis Fisci, di cui fece menzione Giovan Battista Ziletto[190].
Cotanto nel Regno di Ferdinando I e de' suoi figliuoli, per li favori di questo Principe, e per li tanti e sì illustri Professori, erasi la nostra giurisprudenza innalzata e salita in pregio assai più, che non si vide ne' precedenti secoli. E siccome nell'altre Università d'Italia tutto lo studio e tutta l'applicazione delle Cattedre era sopra i libri di Giustiniano, così ancora nella nostra questo studio crebbe per li tanti Professori, che vi s'impiegarono; e poichè, come si è veduto, per lo più i Cattedratici erano insieme Magistrati ed altri Avvocati, quindi avvenne, che siccome que' libri nelle Cattedre avean molti anni prima presa forza e vigore, così poi tratto tratto si vide, che il medesimo vigore ed autorità acquistassero ne' nostri Tribunali. Quindi avvenne, che in questo secolo la legge Longobarda fosse non men dalle Cattedre, che dal Foro affatto sterminata ed abborrita, e che finalmente cedesse alla Romana. I Cattedratici, gli Avvocati ed i Magistrati si diedero allo studio di questa, e di coloro che l'avean commentata, allegandola non men nelle Scuole, che ne' Tribunali. E narra l'istesso Matteo d'Afflitto[191], che se bene dagli Avvocati vecchi avea inteso, che la legge Longobarda nel Foro avesse alcun tempo prevaluto alla Romana, nulladimanco, che a' suoi tempi e quando fu Giudice di Vicaria e quando poi fu Presidente di Camera e Consigliere nel S. C. non mai ciò vedesse, anzi tutto il contrario, che la Romana prevaleva alla Longobarda.
In questi tempi fu adunque, ed in questo rialzamento non meno delle buone lettere che delle altre discipline, che presso noi le leggi longobarde cedessero alle romane; onde poi avvenne, che presso i nostri Causidici fosse appena noto il lor nome. Ecco il periodo ed il fine delle leggi longobarde, e di qua innanzi non sentirete di lor più favellare.
Non è però, che abolite queste leggi non rimanessero ancora presso noi alcuni vestigi de' loro costumi. In Apruzzo si ritengono molti istituti intorno a' Feudi che si regolano secondo le leggi longobarde, e ritiene ancora quella provincia i beni gentilizj. In Bari, poi che le loro consuetudini per lo più sono fondate sopra quelle leggi, si ritengono ancora non meno i vocaboli che gl'istituti. Negl'istromenti, che in molte altre province si stipolano, i Notari anche a' tempi nostri, se vi sono donne, vi fanno intervenire per esse il Mundualdo. Ancora dura lo stile, che negl'istromenti si metta la clausula Jure Romano etc. per denotare, che i contraenti vivevano sotto quella legge e non longobarda. Durano ancora le voci di Vergini in capillo, di Meffio e Catameffio e moltissime altre, delle quali fu da noi fatto lungo catalogo nel quinto libro di quest'istoria. E perchè di loro affatto ogni memoria non mancasse, Giovan Battista Nenna di Bari non ignobile Giureconsulto di que' tempi, Autore del trattato della vera nobiltà, che intitolò il Nennio, e dedicò alla Regina Bona di Polonia e Duchessa di Bari, trovando tra' libri de' suoi antenati un voluminoso Commentario M. S. sopra le leggi de' Longobardi di Carlo di Tocco per la ricerca che ne avea da molti, l'abbreviò e fattevi alcune postille, con una esplicazione per alfabeto delle parole oscure de' Longobardi, il fece stampare in Vinegia nel 1537 con grande utilità de' legisti, e come dice Beatillo[192], con non minor comodità della città di Bari ed altri molti luoghi del Regno, dove ancor oggi si vive con l'osservanza delle leggi longobarde.
Di quest'opera oltre i nostri[193], ne fanno memoria anche gli Scrittori forestieri, come il Pignoria[194] e quel ch'è più strano, sino i Germani come Lindenbrogio[195], e Burcardo Struvio[196]. A questo medesimo fine Prospero Rendella Monopolitano distese quel suo trattato: In Reliquias Juris Longobardi: impresso in Napoli l'anno 1609, perchè molti luoghi del Regno serbano ancora alcune loro usanze; ma perchè ora il Regno universalmente si regola con altre leggi, e le longobarde sono andate in disusanza, chi per se allega questi particolari usi, si carica del peso di provarli[197].
Le leggi adunque, onde universalmente fu governato il nostro Regno, erano quelle racchiuse nelle Pandette di Giustiniano, secondo l'antica partizione di Pileo e di Bulgaro, della quale si valse Accursio e tutti gli altri Repetenti e Glossatori: il Codice di repetita prelezione: le Istituzioni e le Novelle, secondo il numero d'Agileo. Seguirono le Costituzioni del Regno, ove sono racchiuse le leggi de' nostri Re Normanni e Svevi. I Capitolarj, ovvero Capitoli del Regno, che racchiudono le leggi de' Re Angioini. I Riti della Camera e della G. C. Le Consuetudini particolari così di Napoli come dell'altre città del Regno; e finalmente le novelle Prammatiche, che s'incominciarono dal Re Alfonso I, e furon da poi accresciute dagli altri Re Aragonesi ed Austriaci, insino a quel numero che ora si vede. Per quel che riguarda la legge Feudale, i libri de' Feudi colle Costituzioni, Capitoli e novelle Prammatiche stabilite da poi a quelli appartenenti.
Ancorchè in questi tempi i libri de' Dottori non fossero cresciuti in quell'infinito numero che si vede ora; e non si vedessero tanti volumi di Trattati, di Consiglj, di Controversie, di Allegazioni, di Discettazioni, di Resoluzioni e di Decisioni; nulladimanco, perchè per l'uso della stampa cominciavano ad apparire più del solito, quindi nacque la massima, che i Giudici, quando le leggi mancassero dovessero seguire o l'autorità delle cose giudicate o la opinione più comune de' Dottori, e più i loro Commentarj che i Consiglj; onde mancando le leggi, le consuetudini, i riti e lo stile di giudicare, non si rimetteva al loro arbitrio e prudenza il decidere, ma che dovessero seguire il più comune insegnamento de' Dottori. Ed in ciò pure si prescrissero molte regole e cautele. I se gli Interpreti saranno fra' loro varj e discordanti, il Giudice dovrà seguire quella parte dove sia maggior numero, ed il detto di costoro dovrà riputare la più comune opinione. II dovranno i Giudici attenersi più tosto alla sentenza di coloro, li quali di proposito e profondamente avranno discussa ed esaminata la materia che di quelli, che di passaggio senza punto esaminarla, vanno dietro agli altri. III che debbiano più tosto seguire i loro commentarj ed i trattati, che i consiglj o i loro responsi ed allegazioni. IV ove si tratti di cause appartenenti al Foro ecclesiastico, debbano seguitare i canonisti, siccome i legisti in quelle del Foro secolare. V invecchiando non meno, che tutte l'altre cose umane, le opinioni; ed il corso del tempo, il lungo uso e la nuova esperienza delle cose, ammaestrando gli uomini in maniera, che sovente fanno loro abbandonare gli antichi dettami; quindi è dovere, che i Giudici debbiano seguire più tosto le nuove, che le vecchie opinioni degli Interpreti. Moltissime altre regole vengono da' nostri Autori prescritte intorno a ciò, delle quali lungamente scrissero, per tralasciar altri, Dionigi Gotofredo[198], ed il savissimo Arturo Duck[199].
Ecco in fine lo stato nel quale Ferdinando I di Aragona lasciò questo Regno, per quel che riguarda la sua politia e governo: lo vedremo ora nel seguente libro tutto sconvolto e disordinato, in maniera che in pochissimi anni vide sette Re che lo dominarono; nella revoluzione delle quali cose rimase cotanto sbattuto, fin che poi non riposasse sotto la Monarchia dell'inclito Re Ferdinando il Cattolico.
FINE DEL LIBRO VENTESIMOTTAVO.
STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI