LIBRO VENTESIMOSETTIMO

Quanto gli ultimi anni del Regno d'Alfonso furono tutti placidi e sereni, altrettanto quelli di Ferdinando suo figliuolo furono pieni di turbolenze e di confusioni. Si rinnovarono le antiche calamità, e si vide il Regno di bel nuovo ora con rivoluzioni interne tutto sconvolto, ora da esterni nemici combattuto ed invaso. Carlo Principe di Viana fece pratiche co' Napoletani perchè lo gridassero Re. Il Papa lo pretendeva devoluto alla sua Sede. I Baroni congiurati invitano alla conquista del Regno il Re Giovanni, come acquistato con le forze della Corona di Aragona, e non senza gran sua fatica. Rifiutato da costui l'invito, ricorrono a Giovanni d'Angiò figliuolo di Renato, che per le paterne ragioni lo pretendeva, e Duca di Calabria si facea perciò chiamare; e riusciti anche vani questi loro sforzi, congiurano di nuovo, ed il Pontefice Innocenzio VIII lor s'unisce, e gli move guerra. Tante procelle, tanti fastidiosi e potenti nemici ebbe a superar Ferdinando per mantenersi nella possessione del Regno.

Appena morto il Re Alfonso, il Principe di Viana, come si è detto, era venuto in Napoli a questo fine, per mezzo di molti Baroni catalani e siciliani, ch'erano stati intimi del Re Alfonso, tentò far pratiche co' Napoletani perchè lo gridassero Re. Come figliuolo del Re Giovanni pretendeva, che egli fosse il legittimo successore del Regno, e che Re Alfonso non poteva lasciarlo a Ferdinando suo figliuol bastardo, per essere stato acquistato con le forze della Corona di Aragona. Era ancora entrato in qualche speranza per l'alienazione del Papa da Ferdinando, e per l'avversione ed odio d'alcuni Baroni, che portavano al medesimo: ed all'incontro per l'affezione, che il Principe s'avea guadagnato co' medesimi per la sua umanità e mansuetudine. Ma la città di Napoli, e molti Baroni, ricordevoli del giuramento, e delle promesse fatte ad Alfonso gridarono subito: Viva Re Ferrante Signor nostro; il quale cavalcando per la città, e per li Seggi ricevè le acclamazioni di tutto il Popolo. Quando il Principe vide questo, si risolvè tosto di abbandonar l'impresa, e salito in una nave, che stava in ancora nel Porto, partì per passar in Sicilia, e con lui s'imbarcarono tutti quei Catalani, che dal Re Alfonso non aveano avuti Stati nel Regno.

Ma quantunque Ferdinando s'avesse tolto davanti quest'ostacolo, non era però sicuro dall'insidie di Papa Calisto; egli ancorchè proccurasse per via di messi e di lettere piene di sommessione e di rispetto renderselo amico, con tutto ciò trovò sempre nel Papa somma ostinazione. Avea Calisto fatta deliberazione di non confermare nella successione il nuovo Re, e di dichiarare il Regno esser devoluto alla sua Sede. Diceva, che il Re non poteva darlo a D. Ferrante, che non gli era figlio, nè legittimo, nè naturale: che s'era fatto gran torto al Re Giovanni suo fratello, levando dall'eredità il Regno di Napoli, che come conquistato con la forza della Corona d'Aragona, e non senza gran fatica del Re Giovanni, non dovea smembrarsi dagli altri Regni d'Aragona e di Sicilia. Tutte queste cose erano indrizzate al fine, ch'egli teneva, togliendo il Regno a Ferdinando, ed investendone altri, di far grande in questo Regno Pier Luigi Borgia suo nipote, da lui già fatto Duca di Spoleto[1]. Ma Ferdinando con l'avviso di tutte queste cose non si perdè mai d'animo, ed attese ad insignorirsi del Regno, e chiamò a Parlamento generale i Baroni e' Popoli, i quali essendo subito in gran parte comparsi, gli giurarono omaggio senza dimostrazione di mal animo. In questo Parlamento si trovarono ancora due Ambasciadori del Duca di Milano, i quali in pubblico e in privato persuasero a' Baroni d'osservar la fede, e godersi quella pace, ch'aveano in tempo d'Alfonso goduta sedici anni continui, per la quale il Regno era venuto in tanta ricchezza, e dissero pubblicamente che l'animo del Duca di Milano era di porre lo Stato e la vita in pericolo, per favorire le cose del Re. Con questo i Sindici delle Terre e i Baroni se ne tornarono a casa con speranza di quiete.

Ma dall'altra parte Papa Calisto, a' 12 luglio di questo medesimo anno 1458, diede fuori una Bolla, colla quale rivocando la Bolla di Papa Eugenio dichiarava il Duca di Calabria affatto inabile a succedere al Regno, dicendo, che quella fu sorrettiziamente impetrata, perchè il Duca era supposto, e non figliuol vero del Re Alfonso; e perciò dichiarava il Regno devoluto alla Chiesa romana: assolveva dal giuramento quelli, che avevano giurato a Ferdinando, ed ordinava a tutti i Prelati, persone ecclesiastiche, Baroni, città e Popoli del Regno, che sotto pena di scomunica e d'interdetto non l'ubbidissero, non lo tenessero per Re, nè gli dassero il giuramento di fedeltà, ed in caso si trovassero averglielo dato, da quello gli assolveva; e fece affiggere Cartoni per diversi luoghi del Regno, dove tutto ciò si conteneva[2]. Narra Angelo di Costanzo[3], che questa Bolla non solo nel Regno, ma per tutta Italia diede gran maraviglia, vedendosi (come se il Papato trasformasse gli uomini) che Calisto, il quale era stato tanto tempo tra gl'intimi servidori e Consiglieri d'Alfonso, e col favor di lui era stato fatto Cardinale e poi Papa, usasse ora tanta ingratitudine a Ferdinando suo figliuolo. Altri cominciavano a dubitare, che potesse esser vero quel che il Papa diceva, che Ferdinando non fosse figlio vero d'Alfonso, ma supposto; poichè niun meglio di lui, che fu suo intrinseco famigliare, poteva saperlo, e che per ciò fosse mosso da buon zelo di voler far pervenire il Regno in mano di Re Giovanni. In effetto questi Cartoni, dice questo Scrittore, furono gran cagione di confermare nell'opinione quelli Baroni, che si volevano ribellare, e d'invitarvi altri, che ancora non ci avevano pensato; e che senza dubbio, se non fosse opportunamente successa la morte di Papa Calisto, Re Ferrante avanti che fosse coronato avrebbe perduto il Regno.

Non tralasciava intanto il Re opporsi a' disegni di Calisto: in presenza del suo Nunzio lo ricusò come a lui sospetto; appellò dalla dichiarazione d'esser devoluto il Regno alla Chiesa[4], e gli scrisse in risposta della Bolla ch'egli era Re per la grazia d'Iddio N. S., per beneficio del Re Alfonso suo padre, per acclamazione e consentimento de' Baroni e delle città del Regno che lo riconoscevano per tale; e che se mal vi si fosse ricercato altro, pure egli avea lo concessioni di due Papi suoi predecessori, Eugenio e Niccolò; e ch'egli possedendo il Regno con tanti giusti titoli non si sarebbe sgomentato per le sue minacce e per li suoi irragionevoli fulmini. Scrisse ancora con molto ossequio al collegio de' Cardinali, pregandogli ch'essendo di tanta prudenza, dovessero proccurare la quiete d'Italia e di placar il Pontefice, e ridurlo in buona via: che pensassero che era pur troppo vergognoso ad un Principe d'animo vigoroso lasciar un Regno, se non unito colla vita. S'interposero alcuni Cardinali per la pace, ma riuscì vana ogni loro opera. Il Duca di Milano mandò ancor egli a pregarlo, con fargli ancor sentire, che facendo altramente si vedea obbligato di prender la difesa del Re, non solo per ragione della parentela, ma anche per le condizioni della lega ch'era tra loro. Calisto però sempre implacabile ed ostinato, rifiutò ogni mezzo ed intercessore, tanto che il Re Ferdinando co' suoi partigiani deliberarono di mandar Ambasciadori al Papa in nome del Regno, perchè interponessero alla dichiarazione fatta un'altra consimile appellazione come quella del Re. A costoro Ferdinando aggiunse i suoi, li quali portatisi in Roma furono ricevuti come Ambasciadori del Re e del Regno. Trovarono il Papa infermo, onde non furono ammessi alla sua udienza; ma non patendo l'affare molta dilazione, ciascheduno degli Ambasciadori in nome di chi gl'inviò, fece ciò che gli conveniva. Ricusarono per pubblici atti la persona di Calisto, come sospetto al Re ed al Regno; appellarono nuovamente dalla dichiarazione fatta da lui; e dichiararono in nome del Regno, che così come tenevano il Re Ferrante per loro Re e Signore, così pregavano il Papa, che come legittimo Re, secondo il costume de' loro maggiori, gli dasse l'investitura del Regno.

Mentre queste cose si facevano, il Papa tuttavia andava peggiorando, onde il Re determinò non moversi punto infin che vedesse l'esito della sua infermità: ma la lunga età, i tanti dispiaceri sofferti, e più la malinconia nella quale erasi posto, per aver inteso che il Re Giovanni non voleva che Ferdinando si turbasse nella possessione del Regno, gli fecero finir la vita a' 6 d'agosto di quest'anno 1458, dopo tre anni e quattro mesi di Pontificato. Così i suoi vasti pensieri e la sua albagia di voler innalzare tanto Pier Luigi suo nipote finirono colla sua morte.

Il Re pien di contento insinuò tosto a' suoi Ambasciadori, ed a que' del Regno ed all'Arcivescovo di Benevento, che si trovavano in Roma, ed agli altri che vi mandò poi, che facessero ogni opera che l'elezione del nuovo Pontefice sortisse in persona di sua affezione, come cosa tanto importante al suo Stato; ed entrati i Cardinali in Conclave, crearono a' 27 dello stesso mese d'agosto Enea Silvio Piccolomini Sanese, che fu chiamato Pio II, uomo letterato, siccome mostrano le sue opere che ci lasciò: ancorchè la condizione del Pontificato gli fece mutar poi sentimenti, poichè in altra guisa scrisse quando fu privato Segretario dell'Imperador Federico III, d'altra maniera fece essendo Papa. Con tutto ciò fu egli amator di pace ed affezionato del Re Alfonso, perchè essendo Segretario dell'Imperador Federico III, e con lui venuto in Napoli, partecipò de' favori e della munificenza di quello. Il Re intesa la creazione mandò subito Francesco del Balzo Duca d'Andria a rallegrarsi, ed a dargli ubbidienza, il quale trovò il Papa tanto benigno, che ottenne quel che volle: fu poi spedito Antonio d'Alessandro, quel nostro celebre e rinomato Giureconsulto per domandargli l'investitura; ma il Papa in questa congiuntura non volle trascurare gl'interessi della sua Sede: gli fu accordata ma con molti patti cioè, che si pagassero i censi non pagati; si dasse volentieri al Papa aiuto sempre che ne facesse istanza; restituisse alla Chiesa Benevento e Terracina; ed alcuni altri patti furono accordati in nome del Papa da Bernardo Vescovo di Spoleto ed in nome del Re da Antonio d'Alessandro. Fu da Pio II a' 2 novembre di quest'anno 1458 spedita Bolla, colla quale confermò li Capitoli accordati da' suddetti Cardinali destinati dal Papa e dal Re circa l'investitura del Regno, del suo censo e coronazione, e circa la restituzione di Benevento e Terracina. Fu poi a' 10 dello stesso mese istromentata la Bolla dell'investitura del Regno di Napoli al Re Ferdinando, che fu consultata in maggior parte e dettata da Antonio d'Alessandro. Se ne spedirono poi due altre[5] a' 2 decembre: nella prima il Pontefice avvisava Ferdinando, che gli mandava il Cardinal Latino Legato apostolico a coronarlo del Regno di Napoli, al quale il Re dovesse dare il solito giuramento di ligio omaggio; nella seconda rivoca la Bolla di Calisto III, per la quale s'era dichiarato il Regno devoluto, e dice le ragioni onde si movea a rivocarla. Spedì ancora un'altra Bolla di commessione al Cardinal Latino per la detta coronazione, il quale partito di Roma venne in Puglia, e Ferdinando in sue mani diede il giuramento e fu coronato.

(Le convenzioni stabilite tra 'l Papa ed il Re; la Bolla colla quale si rivoca quella di Papa Calisto; il Breve di Pio al Cardinal Latino, per la coronazione di Ferdinando; e la Bolla dell'investitura colla formola del giuramento di fedeltà, si leggono pure presso Lunig[6]).

Il Zurita vuole, che il Re si coronasse in Bari; ma il Costanzo e gli altri più accurati Scrittori[7], narrano che la coronazione si fece in Barletta a' 4 febbraio del nuovo anno 1459, in presenza di quasi tutti i Baroni con solennità e grandi apparati. Il P. Beatillo[8] per mostrarsi costante nella favolosa coronazione di ferro, che credette per antico uso farsi in Bari, dice che in Bari nella chiesa di S. Niccolò fu coronato colla corona di ferro, poi in Barletta con quella d'oro; ma siccome da noi fu altrove detto, questa coronazione di ferro in Bari è tutta sognata e favolosa.

Furono coniate nuove monete da Ferdinando in memoria di questa celebrità, che si chiamarono per ciò coronati.

(Fra le monete del Regno di Napoli, impresse dal Vergara in Roma l'anno 1715 nella tavola XXIII si vedono anche impressi questi coronati di Ferdinando, in uno de' quali n. 3 da una parte mirasi la croce di Gerusalemme (che il Summonte tom. 3 lib. 5 cap. 2 la suppone Arme della provincia di Calabria) ed intorno FERDINANDUS D. G. R. SICILI. IER. VNG. e dall'altra ha l'immagine del Re sedente collo scettro ed il mondo nelle mani, alla destra il Cardinale ed alla sinistra un Vescovo che l'incoronano, coll'iscrizione intorno CORONATUS: Q. LEGITIME: CERTAVI).

Ferdinando non s'intitolava, come suo padre, Re dell'una e l'altra Sicilia, ma e nelle monete e nei diplomi, usava questo titolo: Ferdinandus Dei gratia Rex Siciliae, Hierusalem, et Ungariae: poichè i Regni di Gerusalemme e di Ungaria s'appartenevano alla Corona di Napoli. Nel dì di questa coronazione si mostrò con tutti molto splendido e liberale; poichè non fu persona di qualche merito, che non se ne tornasse a casa ben soddisfatta; co' Baroni e nobili trattò amichevolmente, donando loro titoli, ufficj e dignità, e fece Cavalieri quasi tutti i Sindici delle terre del Regno. Ornò ancora Cavalieri molti vassalli di Baroni; il che come notò il Costanzo e si conobbe poi, lo fece per astuzia, per tenere spie ed aver notizia per mezzo di essi della vita ed azioni de' Baroni. Concesse a' popoli del Regno nuovi beneficj, sgravandogli di molte gabelle. Agli Spagnuoli che vollero appresso di se rimanere, promise la sua buona grazia e familiarità: a coloro che vollero ritornare in Ispagna, accompagnati con molti doni, onoratissimamente diede licenza. Fu riconoscente de' favori del Papa, poichè nel 1461 sposò Maria sua figliuola naturale ad Antonio Piccolomini nipote di Pio, dandogli in dote il Ducato d'Amalfi con il Contado di Celano, e l'ufficio di Gran Giustiziere, vacato per morte di Raimondo Orsini[9]; onde pareva, che con questa amicizia del Papa, colla parentela del Duca di Milano, e con aversi resi con queste rimunerazioni benevoli molti Baroni e' popoli, gli animi di molti, che stavano sollevati, si quietassero.

CAPITOLO I. I Principi di Taranto e di Rossano con altri Baroni, dopo l'invito fatto al Re Giovanni d'Aragona, che fu rifiutato, chiamano all'impresa del Regno Giovanni d'Angiò figliuolo di Renato: sua spedizione, sue conquiste, sue perdite e fuga.

Ma non durò guari nel Regno questa tranquillità poichè, se bene alcuni Baroni, che non più a dentro penetrarono l'animo ulcerato di Ferdinando, credevano che il suo Regno dovess'essere tutto placido e benevolo; nulladimanco molti altri, che sapevano la natura sua maligna e coperta, giudicavano questa clemenzia e liberalità, che fosse tutta finta e simulata, e tra questi, i primi erano i Principi di Taranto e di Rossano parenti del Re, i quali per la grandezza loro stavano sospetti, e dubitavano, che 'l Re, ch'avea veduto vivere suo padre tanto splendidamente con l'entrate di tanti Regni, vedendosi rimaso solo con questo Regno, sempre avria pensato d'arricchirsi con le ricchezze loro e per questo non osavano di venire a visitare il Re; anzi il sospetto crebbe tanto nel Principe di Taranto, che ogni dì pensava a qualche nuovo modo d'assicurarsi; e per estenuare le forze del Re, ed accrescere la potenza sua con nuovi amici e parenti, cercò al Re, che volesse rimettere nello Stato il Marchese di Cotrone, a cui avea promesso di dare per nuora una figliuola: e cercò ancora di far ricoverare lo Stato a Giosia Acquaviva Duca d'Atri e di Teramo, padre di Giulio Antonio Conte di Conversano ch'era suo genero. Il Re, ancorchè la dimanda fosse arrogante, pure colla speranza, che tanto il Principe, quanto il Duca ed il Marchese con questo beneficio mutarebbono proposito, ne gli compiacque e mandò due Commessarj, l'uno in Apruzzo, l'altro in Calabria a dar la possessione di quelli Stati, che si tenevano ancora per lo Fisco, al Duca ed al Marchese, e rimandò gli Ambasciadori del Principe, che allora dimorava in Lecce, molto ben regalati, ed il Principe con grandissima dissimulazione mandò a ringraziare il Re, e da allora cominciarono ad andare dall'uno all'altro spesse visite e lettere. Ma il Principe, che conosceva aver offeso il Re, avendolo stretto a porre l'armi in mano a' suoi capitali nemici, quanto più erano amorevoli le lettere del Re, tanto più entrava in sospetto, perchè sapeva la sua natura avara, crudele e vendicativa, ed attissima a simulare tutto il contrario di quello, che avea in cuore. E per questo cominciò a disponersi di voler venire più tosto a guerra scoperta, non fidandosi di stare più sicuro delle insidie del Re, se non toglieva le pratiche de' servidori di Ferdinando in casa sua, per le quali temeva di qualche trattato di ferro, o di veleno. Determinossi per tanto, essendo d'accordo col Marchese di Cotrone, col Principe di Rossano e col Duca Giosia, di mandar segretamente al Re Giovanni d'Aragona a sollecitarlo, che venisse a pigliarsi quel Regno, che gli spettava per legittima successione dopo la morte di Re Alfonso suo fratello. La gran ventura di Ferrante fu, che Giovanni si trovava allora in grandissima guerra in tutti i suoi Regni, e massimamente in Catalogna, ed in Navarra, perchè non potevano i Catalani ed i Navaresi soffrire, che 'l Re istigato dalla moglie, che era figliuola dell'Ammirante di Castiglia, trattasse così male e tenesse per nemico il suo figlio primogenito, Principe tanto ben amato da tutti, e mostrasse di volere i Regni per l'Infante D. Ferrante figliuolo della seconda moglie; poichè se fosse stato sbrigato da quelle guerre, avria certamente in brevissimo tempo cacciato Re Ferrante da questo Regno: onde il Re Giovanni rispose a questi Baroni, che desiderava, che per allora osservassero la fede a D. Ferrante suo nipote, ch'egli non curava di lasciare le ragioni, che ci aveva, purchè questo Regno stesse sotto la bandiera d'Aragona. Dall'altra parte il Re Ferrante, avendo qualche indizio di questa pratica, mandò subito in Ispagna Turco Cicinello Cavaliere prudentissimo, ed il famoso Antonio d'Alessandro pur Cavaliere e Dottore eccelentissimo, che avessero a pregare il Re Giovanni, che non volesse mancare del favor suo al Re suo nipote, e che potea dire, che fosse più suo questo, che i Regni della Corona d'Aragona. Questi non ebbero molta fatica a divertire quel Re dal pensiero di volere il Regno di Napoli, perchè se ben forse quel vecchio ne aveva volontà, gli mancavano le forze. Ma ebbero fatica in saldare un altra piaga, perchè pochi dì innanzi la Regina Maria, che fu moglie del Re Alfonso morì in Catalogna, e lasciò erede Re Giovanni delle doti sue, ch'erano quattrocentomila ducati, e il Re Giovanni dicea, che doveano cavarsi dal Regno di Napoli e dal tesoro ch'avea lasciato Re Alfonso; ed ebbero questi due Cavalieri fatto assai, quando accordarono di darglieli in diece anni, dicendo ch'era tanto quanto togliere il Regno, volendo così grossa somma di danari a questo tempo, che si sospettava certa e pericolosa guerra.

Il Principe di Taranto vedendo riuscir vano il suo disegno, tentò un altra impresa, nella quale, oltre i riferiti Baroni, volle avervi anche per compagno il Principe di Rossano, che odiava il Re mortalmente, perchè s'era sparsa fama che il Re avea commesso incesto colla Principessa di Rossano sua sorella carnalmente, e moglie del Principe onde mandò a richiederlo per mezzo di Marco della Ratta, che poichè non era successo l'invito fatto al Re d'Aragona, che pigliasse l'impresa del Regno, mandassero ad invitare Giovanni d'Angiò Duca di Calabria, che ancora si trovava in Genova.

Era questo Principe venuto in Genova prima di morire Alfonso, quando per la pertinacia sua di non voler restituire a Genovesi le loro navi predate, gli costrinse disperati (poichè non trovarono nelle Potenze d'Italia alcuno ajuto) a darsi a Carlo VII Re di Francia il quale mandò a governargli Giovanni figliuolo del Re Renato, che, come si disse, s'intitolava Duca di Calabria per le ragioni di suo padre; deliberarono per tanto unitamente di mandare il medesimo Marco della Ratta a chiamarlo. Avea costui per moglie una figliuola di Giovanni Cossa, il quale, come fu detto nel precedente libro, si partì da Napoli col Re Renato, e da quel tempo era stato sempre in Francia con grandissima fama di lealtà e di valore; e per questo il Re Renato l'avea dato, come maestro, al Duca Giovanni suo figliuolo; e fu cosa leggiera ad ottenere, che il Duca venisse a quest'impresa non meno per volontà sua, che per consiglio e conforto di Giovanni Cossa, che desiderava dopo un esilio di diciannove anni ritornare alla Patria; onde nell'istesso tempo che mandò a Marsiglia al Re Renato per l'apparato della guerra, fece ponere in ordine galee e navi in Genova, e dall'altro canto il Principe di Taranto, che come Gran Contestabile del Regno avea cura di tutte le genti d'armi, pose Capi tutti dipendenti da lui, e cominciò a dar loro denari per ponersi bene in ordine, e tuttavia dalla Marca e da Romagna faceva venire nuovi soldati, ed accresceva il numero, e già pareva che in Puglia ed in Apruzzo le cose scoppiassero in manifesta guerra, e dall'altra parte nella Calabria per opra del Marchese di Cotrone le cose si trovavano ancor disposte a prorompere in tumulti e disordini. E mentre Re Ferrante era tutto inteso a reprimere questi moti, ecco che s'ebbe l'avviso, che il Duca Giovanni con ventidue galee e quattro navi grosse era sorto nella marina di Sessa tra la foce del Garigliano e del Vulturno; onde per tutte le parti si vide in un baleno arder tutto il Regno d'intestina e crudel guerra.

Tutta questa guerra, che seguì ne' primi anni del Re Ferrante, fu scritta da Gioviano Pontano, celebre letterato di que' tempi e scrittor contemporaneo, poichè fu secondo Segretario del Re Ferrante istesso. Michele Riccio, pur egli autor coetaneo, parimente trattonne, ancorchè ristrettamente Angelo di Costanzo[10] poi più a minuto e con maggior esattezza ce la dipinse, protestando, che se egli s'allargava in molte cose, che il Pontano non scrisse, o non espresse, era per relazione di Francesco Puderico, quegli, che insieme col Sannazaro gli diedero la spinta, e l'infiammarono a scrivere la sua istoria, che morì nonagenario, e di alcuni altri Cavalieri vecchi, che furono prossimi a quel tempo. Antonio Zurita, che seguì per la maggior parte il Fontano, il Summonte ed altri, anche ampiamente ne scrissero; onde essendosi questa guerra cotanto divulgata da questi Autori, nè essendo ciò del mio istituto, volentieri mi rimetto all'istorie loro.

In breve fu ricevuto il Duca Giovanni dal Principe di Rossano; e spinse la sua armata fino al Porto di Napoli, ed invase gran parte di Terra di Lavoro. Passò poi in Capitanata, e trovò Baroni e Popoli tutti inclinati a seguire la sua parte. Lucera subito aperse le porte, e Luigi Minutolo rese il castello: il simile fece Troja, Foggia, Sansevero, e Manfredonia e tutte le castella del Monte Gargano: ed Ercole da Este, ch'era stato Governadore di quella provincia per lo Re, vedendo tutte le Terre della sua giurisdizione ribellate, passò a servire il Duca. Vennero anche a giurargli omaggio Giovanni Caracciolo Duca di Melfi, Giacomo Caracciolo suo fratello Conte d'Avellino, Giorgio della Magna Conte di Bucino, Carlo di Sangro Signore di Torre Maggiore, Marino Caracciolo Signore di Santo Buono, li quali aveano in Capitanata e nel Contado di Molise molti e buoni castelli; e l'Aquila a persuasione di Pietro Lallo Camporesco alzò le bandiere d'Angiò. Il Principe di Taranto, che si trovava a Bari uscì fino a Bitonto ad incontrare il Duca e lo condusse in Bari, dove fu ricevuto con apparato regale. Il Principe di Rossano tentò insidie e tradimenti per assassinare il Re; ma fu il suo esercito rotto presso Sarno. Tutto Principato, Basilicata e Calabria fin a Cosenza alzò le bandiere angioine, e l resto di Calabria l'avea fatto già ribellare il Marchese di Cotrone; e chi legge l'istoria di questa guerra scritta dal Fontano, può giudicare in che opinione di perversa natura stasse il Re Ferrante appresso i Baroni ed i Popoli, che non solo tutti quelli che con grandissima fede e costanza aveano seguita la parte di Re Alfonso suo padre, o i figliuoli d'essi cospirarono a cacciarlo dal Regno, ma gli stessi suoi Catalani, cominciando da Papa Calisto III che fu suo precettore.

Le cose di Ferdinando si ridussero in tanta declinazione, che fu fama, la quale il Fontano tiene per vera, che la Regina Isabella di Chiaramonte sua moglie, vedendo le cose del marito disperate, si fosse partita da Napoli con la scorta d'un suo confessore in abito di Frate di S. Francesco, e fosse andata a trovare il Principe di Taranto suo zio e buttatasegli a' piedi l'avesse pregato, che poi che l'avea fatta Regina, l'avesse ancora fatta morire Regina, e che il Principe l'avesse risposto, che stesse di buon animo, che così farebbe.

Il Duca di Milano, che era entrato in questa guerra in ajuto del Re Ferrante e che correva la medesima fortuna che il Re, per la pretensione del Duca di Orleans sopra lo Stato di Milano, sentendo le cose di Ferdinando in tale stato, pensò se per via di pace e di riconciliazione potesse salvargli il Regno, e mandò Roberto Sanseverino Conte di Cajazza, ch'era figliuolo di sua sorella, in soccorso del Re con istruzione di consigliarlo, che proccurasse di riconciliarsi i Baroni, e ricovrare a poco a poco il Regno; e perchè sapeva, che il Re per la natura sua crudele e vendicativa era noto a' Baroni, che non osservava mai patti, nè giuramenti, per saziarsi del sangue di coloro, che l'aveano offeso; mandò una proccura in persona di Roberto, che sotto la fede di leal Principe potesse assicurare in nome suo quelli Baroni, che volessero accordarsi col Re[11]. Questa venuta del Conte di Cajazza sollevò molto le cose del Re, perch'essendo parente del Conte di Marsico e di Sanseverino trattò con lui, che avesse da tornare alla fede del Re, siccome venne ad accordarsi accettando volontieri l'onorati partiti che gli fece il Re, fra' quali fu la concessione della città di Salerno con titolo di Principe; di poter battere moneta; che i beni de' suoi Vassalli devoluti per fellonia, fossero del Fisco del Principe, e non del Fisco regale, ed altri onoratissimi patti rapportati dal Costanzo. Il Conte di Marsico, che da questo tempo innanzi fu chiamato Principe di Salerno, mandò subito al Pontefice Pio per l'assoluzione del giuramento, che avea fatto in mano del Duca Giovanni, quando lo creò suo Cavaliere, rimandando al medesimo l'ordine della luna crescente, del quale l'avea ornato Cavaliere e molti altri seguirono quest'esempio; ed il Chioccarello[12] rapporta la Bolla di Pio II fatta a' 5 Gennajo dell'anno 1460 colla quale assolve dal giuramento tutti coloro, che aveano dal Duca Giovanni preso l'ordine della luna crescente e disfece questa Confrateria, ch'era chiamata de' Crescenti.

L'accordo del Principe di Salerno col Re fu gran cagione della salute di Ferdinando, perchè non solo gli diede per le Terre sue il passo, e gli aperse la via di Calabria; ma andò insieme con Ruberto Orsino a ricuperarla; e perchè di passo in passo, da Sanseverino fino in Calabria erano Terre sue, o del Conte di Capaccio, o del Corte di Lauria, o di altri seguaci di casa sua, quanto camminò fino a Cosenza, ridusse a divozione del Re. Fu presa Cosenza e saccheggiata: Scigliano, Martorano e Nicastro si resero: Bisignano fu preso a forza, ed in breve quasi tutta quella provincia tornò alla fede del Re.

Il Pontefice Pio mandò Antonio Piccolomini suo Nipote in ajuto del Re con mille cavalli e cinquecento fanti, che gli ricuperò Terra di Lavoro. Nel medesimo tempo il Duca di Milano mandò nuovo soccorso, col quale nell'Apruzzo ridusse molte Terre alla sua ubbidienza. Il Re passò in Puglia per dare il guasto al paese di Lucera, ove era il Duca Giovanni con buon numero di gente, aspettando il Principe di Taranto. Si resero a lui Sansevero, Dragonara e molte altre Terre del Monte Gargano: e finalmente prese S. Angelo, dove trovò ridutte tutte le ricchezze della Puglia. Fu saccheggiato con ogni spezie di avarizia e di crudeltà, ed il Re sceso alla Chiesa sotterranea di quel famoso Santuario, trovò gran quantità d'argento e di oro, non solo di quello, ch'era stato donato per la gran devozione al Santuario, ma di quello, ch'era stato portato ivi in guardia da Sacerdoti delle Terre convicine. Il Re fattolo annotare se lo prese, promettendo dopo la vittoria restituire ogni cosa, e di quell'argento fece subito battere quella moneta, che si chiamava li Coronati di S. Angelo; che gli giovò molto in questa guerra.

(Questa moneta pur trovasi impressa dal Vergara Tab. XXIII n. 4, nella quale da una parte è l'immagine di Ferdinando e dall'altra quella dell'Arcangelo Michele, col motto IVSTA TVENDA: per iscusarsi, che la necessità di difendere lo Stato l'obbligò a valersi degli Argenti di quel Santuario).

Sopraggiunse ancora in questo stato di cose al Re Ferdinando un altro improviso ajuto, poichè venne da Albania a soccorrerlo con un buon numero di navi, con settecento cavalli e mille fanti veterani Giorgio Castrioto cognominato Scanderbecch, uomo in quelli tempi famosissimo per le cose da lui adoperate contra Turchi. Costui, ricordevole, che pochi anni avanti, quando il Turco venne ad assaltarlo in Albania, dove e' signoreggiava, Re Alfonso gli avea mandato soccorso; avendo inteso, che Re Ferdinando stava oppresso da tanta guerra, volle venire a questo modo a soccorrerlo, e la venuta sua fu di tanta efficacia che fece diffidar i suoi nemici d'attaccarlo.

Il Cardinal Rovarella Legato appostolico, che stava in Benevento, fece pratica di tirare dalla parte del Re Orso Orsino; e poco da poi il Marchese di Cotrone si riconciliò col Re, ed il simile fece il Conte di Nicatro.

Alfonso Duca di Calabria primogenito del Re, che non avea più che quattordici anni, fu mandato dal padre sotto la cura di Lucca Sanseverino ad interamente sottomettere la Calabria, il quale mostrandosi dalla sua puerizia quello, che avea da essere nell'età perfetta, con somma diligenza ed audacia perfezionò l'impresa. Dall'altro canto il Re debellò i suoi nemici in Capitanata, prese Troja e ridusse quella provincia interamente alla sua fede; onde gli altri Baroni, vedendo posta in tanta grandezza la casa del Re, ed in tanta declinazione la parte Angioina, venivano a trovarlo e rendersegli, come fece Giovanni Caracciolo Duca di Melfi.

Il Principe di Taranto vedendo finalmente, che non restava altro di fare al Re, che venire ad espugnarlo, deliberò di mandare a domandargli pace[13]: Ferdinando non la ricusò, e mandò Antonello di Petruccio suo Segretario col Cardinal Rovarella Legato del Papa a trattare le condizioni con gli Ambasciadori del Principe, fra le quali fu convenuto, che il Principe avesse da cacciare da Puglia e da tutte le Terre sue il Duca Giovanni. Il Principe si ritirò in Altamura, dove poco da poi morì, non senza sospetto, che il Re l'avesse fatto strangolare.

Solo rimaneva da ridurre Terra di Lavoro di là dal Vulturno e l'Apruzzo, ove il Duca Giovanni s'era fortificato ed il Principe di Rossano. Fu pertanto guerreggiato a Sora, dove le genti del Papa, ancorchè sollecitate da Ferdinando per l'assalto, non si vollero movere; con iscoprire la cagione, dicendo, che il Papa non gli avea mandati a dare ajuto al Re, perchè più non bisognava, essendo tanto estenuato lo stato del Duca d'Angiò, ma solamente perchè pretendeva, che 'l Ducato di Sora, il Contado d'Arpino e quello di Celano, essendo stati un tempo della Chiesa romana, dovessero a quella restituirsi. Il Re per non intrigarsi a nuove contese, prese espediente di dare in nome di dote il Contado di Celano ad Antonio Piccolomini nipote del Papa, e suo genero, con condizione, che riconoscesse per supremo Signore il Re; e morto poi Papa Pio, con la medesima condizione diede il Ducato di Sora ad Antonio della Rovere nipote di Papa Sisto. Finalmente il Principe di Rossano mandò pure a trattare la pace, e per mezzo del Cardinal Rovarella fu conchiusa, con condizione per maggior sicurtà, che si dovesse fermare con nuovo vincolo di parentado, cioè, che il Re desse a Giovan Battista Marzano figliuolo del Principe, Beatrice sua figliuola, che poi fu Regina d'Ungheria, la quale fu subito mandata a Sessa ad Elionora Principessa di Marzano come pegno di sicurtà e di certa pace. Ma non passò guari, che il Principe fu fatto incarcerare dal Re, il quale avendo mandato a pigliar subito il possesso di tutto il suo Stato, fece venire in Napoli la Principessa, e li figli insieme con la figliuola sua, ch'avea promessa per moglie al figliuol del Principe.

Il Duca Giovanni vedendosi tolti i suoi partigiani, s'accordò col Re d'andarsene dove gli parea, e gli fu data sicurtà, e se n'andò in Ischia; ed il Re, dopo avere interamente ridotta tutta la Puglia, l'Aquila e tutto l'Apruzzo a sua divozione, non gli restava altro, che l'impresa d'Ischia, ove erasi ritirato il Duca d'Angiò, che veniva guardata da otto galee, le quali ogni dì infestavano anche Napoli; nè potendo il Re venirne a capo, fu necessitato mandare in Catalogna al Re Giovanni d'Aragona suo zio, per far venire Galzerano Richisens, con una quantità di galee di Catalani per finire in tutto queste reliquie di guerra; onde il Duca vedendo tutti i partigiani suoi, o morti o prigionieri o in estrema necessità, deliberò partirsi dal Regno, ed imbarcato con due galee, se n'andò in Provenza: dopo la di cui partita essendo venuta l'armata de' Catalani, fu dal Toreglia, che comandava l'Isola, proposto trattato per mezzo di Lupo Ximenes d'Urrea Vicerè di Sicilia, di renderla; ma perchè il Re Alfonso avea fatta Ischia colonia de' Catalani, dubitando il Re Ferdinando, che costoro non alzassero le bandiere del Re d'Aragona suo zio, e lo facessero pensare all'impresa del Regno, si contentò fare larghissimi patti al Toreglia, con liberar Carlo suo fratello, che poc'anzi avea fatto prigione, e dargli cinquantamila ducati, e restituirgli due galee, che avea prese: ciò che fu subito eseguito, e Ferdinando rimase padrone dell'isola.

Scrive Giovanni Pontano, che nel partir il Duca Giovanni dal Regno, lasciò ne' Popoli, e massimamente appresso la Nobiltà un grandissimo desiderio di se, perch'era di gentilissimi costumi, di fede e di lealtà singolare, e di grandissima continenza e fermezza, ottimo Cristiano, liberalissimo, gratissimo, ed amatore di giustizia, e sopra la natura de' Franzesi grave, severo e circospetto. Per tante virtù di questo Principe si mossero molti Cavalieri del Regno a seguire la fortuna sua, ed andare con lui in Francia, tra' quali furono il Conte Nicola di Campobasso, Giacomo Galeotto, e Roffallo del Giudice: e questi due salirono in tanta riputazione di guerra, che 'l Galeotto fu generale del Re di Francia alla battaglia di S. Albino, dov'ebbe una gran vittoria[14]; e Roffallo nella guerra del Contado di Rossiglione Generale del medesimo Re in quella frontiera contra 'l Re d'Aragona, dove fece molte onorate fazioni; ed il Re gli diede titolo di Conte Castrense.

Ma il Duca Giovanni, come fu giunto in Provenza, non stette in ozio, perchè fu chiamato da' Catalani, ch'erano ribellati al Re Giovanni d'Aragona, il che aggiunse felicità alla felicità del Re Ferdinando I, perchè s'assicurò in un tempo di due emoli, del Duca Giovanni e del Re Renato suo padre e del Re d'Aragona, che si tenea per certo, che se non avesse avuto quel fastidio del Duca Giovanni, avria cominciato a dare al Re Ferdinando quella molestia, che diede poi al Re Federico il Re Ferdinando il Cattolico, che a lui successe. Il Contado di Barzellona erasi ribellato contro Re Giovanni, ed avea chiamato Re Raniero per Signore, nato da una sorella del Re Martino d'Aragona, il quale avea le medesime ragioni sopra quello Stato, e sopra i Regni d'Aragona e di Valenzia, che avea avuto il padre del Re Alfonso e di esso Re Giovanni, ch'era nato dall'altra sorella. Il nostro Re Ferdinando avvisato di ciò, mandò alcune compagnie di uomini d'arme in Catalogna in soccorso del zio, ed il Duca Giovanni da poi che partì dall'impresa del Regno, arrivato in Francia, subito andò a quella impresa, come Vicario del padre, e signoreggiò fino all'anno 1470, nel qual anno morì in Barzellona, e perchè non finissero qui di travagliare i Franzesi questo Regno, trasfuse le sue ragioni, nella maniera che diremo più innanzi, a Luigi ed a Carlo Re di Francia.

CAPITOLO II. Nozze d'Alfonso Duca di Calabria con Ippolita Maria Sforza figliuola del Duca di Milano; di Elionora figliuola del Re con Ercole da Este Marchese di Ferrara; e di Beatrice altra sua figliuola con Mattia Corvino Re d'Ungheria. Morte del Pontefice Pio II, e contese insorte tra il suo successore Paolo II ed il Re Ferrante, le quali in tempo di Papa Sisto IV successore furon terminate.

Da poi che il Re Ferdinando ebbe trionfato di tanti suoi nemici, e ridotto il Regno sotto la sua ubbidienza, pensò ristorarlo da' preceduti danni, che per lo spazio di sette anni di continua guerra l'aveano tutto sconvolto e posto in disordine, ma prima d'ogni altro, per maggior precauzione, volle fortificarsi con nuovi parentadi, e mandare in esecuzione il trattato, che molti anni prima avea tenuto col Duca di Milano, di sposare il Duca di Calabria con Ippolita sua figliuola; onde nella primavera di quest'anno 1464 inviò Federico suo secondogenito con 600 cavalli in Milano a prender la sposa.

Federico giunto a Milano sposò in nome del fratello Ippolita, che dopo partita da Milano, e dopo essersi trattenuta per due mesi a Siena, passata indi a Rema, giunse finalmente in Napoli, ove con molta pompa fu ricevuta da Alfonso suo marito, e si fecero dal Re celebrare molte feste e giuochi. Alcuni anni appresso fu conchiuso il nuovo parentado con Ercole da Este Marchese e poi Duca di Ferrara, al quale il Re sposò Elionora sua figliuola, e fu dal Duca mandato a Napoli Sigismondo suo fratello a pigliar la sposa, che il Re mandò accompagnata dal Duca d'Amalfi e sua moglie, dal Conte d'Altavilla Francesco di Capua, e dalla Contessa sua moglie, dal Conte e Contessa di Bucchianico, dal Duca di Andria e da altri Signori.

Fu poi conchiuso anche il matrimonio di Beatrice con Mattia Re d'Ungheria; e venuto il tempo, che la sposa dovea essere condotta al marito, fu ordinata la sua coronazione avanti la Chiesa dell'Incoronata, ove eretto un superbissimo teatro, vi venne il Re con veste regali, e corona in capo accompagnato da' suoi primi Baroni: poco appresso vi giunse Beatrice, la quale con gran pompa fu coronata Regina d'Ungheria per mano dell'Arcivescovo di Napoli Cardinale Oliviero Caraffa accompagnato da molti Vescovi; ed il dì seguente, avendo la nuova Regina cavalcato per tutti i Seggi della città colla corona in testa accompagnata da tutto il Baronaggio, partì poi da Napoli in comitiva de' Duchi di Calabria e di S. Angelo suoi fratelli, e giunti in Manfredonia, imbarcatisi su le Galee di Napoli, si condussero in Ungheria. Con questi Signori s'accompagnarono ancora alcuni nostri Avvocati, li quali, siccome narra Duareno, colli loro intrighi e sottigliezze invilupparono l'Ungheria d'inestricabili liti: tanto che bisognò pensare d'allontanargli da quel Regno, perchè si restituisse nel primiero stato di pace e di quiete.

Tutte queste feste furono interrotte da' lutti, che portò la morte della Regina Isabella, donna d'esemplare vita e di virtù veramente reali. Fu compianta da tutti, e con pomposissime esequie fu il cadavere portato in S. Pietro Martire, ove ancor si vede il suo sepolcro.

Ma maggiori disturbi avea recato al Re Ferdinando la morte del Pontefice Pio, accaduta a' 14 agosto del 1464, la quale nel medesimo anno fu accompagnata da quella del Duca di Milano, e poi seguìta da quella di Giorgio Castrioto Signor d'Albania, suoi maggiori amici e grandi fautori; poichè rifatto in luogo di Pio il Cardinal di S. Marco Veneziano, che Paulo II volle chiamarsi; questi di natura avarissimo cominciò a premere il Re Ferdinando, che gli pagasse tutti i censi decorsi, che dovea alla sua Chiesa, li quali per più anni non s'eran pagati; e Ferdinando, il quale aggravato per le eccessive spese della passata guerra, era rimase esausto di denari, non solo si scusò di potergli pagare, ma richiese al Pontefice di doverglieli rilasciare. E da quest'ora si sarebbe venuto a manifesta discordia, se il Papa volendo abbassare i figliuoli del Conte dell'Anguillara, non avesse avuto bisogno del Re, al quale ebbe ricorso, perchè gli mandasse le sue truppe, ciò che Ferdinando fece assai volentieri. Ma terminata l'impresa con li fratelli dell'Anguillara, queste differenze, che per alcun tempo erano rimase sopite, risursero di bel nuovo; poichè il Papa tornando a richiedere con maggior acerbità i censi di quello che avea fatto prima, obbligò il Re a dichiararsi, che non solo pretendeva, che i censi si dovessero rilasciare, anche per cagion delle spese, che ultimamente avea fatte in dargli soccorso; ma che per l'avvenire il censo, che prima importava ottomila once l'anno, si dovesse minorare; poichè prima questo censo si pagava non meno per lo Regno di Napoli, che per quello di Sicilia: onde possedendosi la Sicilia dal Re Giovanni d'Aragona suo zio, e non da lui, non era dovere ch'egli pagasse l'intero censo. Il Papa dall'altra parte esagerava gli ajuti, che il Re avea avuti dal suo predecessore, il quale gli avea salvato il Regno, ed allegava l'investiture date con questa legge, ed i tanti meriti della Chiesa[15]. E portandosi le querele or dall'uno ora dall'altro, ciascheduno aspettava congiuntura di coglier il tempo opportuno per far valere le sue ragioni; ma Ferdinando per farlo piegare a' suoi voleri, pose in campo un'altra pretensione, e faceva premurose istanze che se gli restituissero quelle Terre, che il Papa possedeva, le quali erano dentro i confini del Regno, cioè, Terracina in Terra di Lavoro e Cività Ducale, Acumoli e Lionessa nell'Apruzzo a' confini dello Stato della Chiesa; e ciò in vigore dell'accordo fatto nel 1443 da Papa Eugenio IV col Re Alfonso suo padre; come ancora pretese la restituzione di Benevento, la quale egli avea restituita al Pontefice Pio suo buon amico, e non volea che di vantaggio se la godesse ora un Pontefice a se sospetto ed odioso. Il Papa vedendo inasprito l'animo del Re, nè potendo colle forze e con altri maneggi resistergli, mandò subito in Napoli il Cardinal Rovarella suo Legato a placare il Re, il quale adempì così bene la sua incumbenza, che per allora non si parlò più di censi decorsi, nè di restituzione di quelle Terre.

Sursero poi fra di loro alcune altre contese per la difesa de' Signori della Tolfa, perchè il Papa pretendendo, che l'alume di rocca, che quivi nasce, fosse sua, assediò quel luogo: ma sopraggiunto l'esercito del Re, si posero subito le genti del Papa in fuga, lasciando l'assedio[16]. Le contese ch'ebbero i nostri Re co' Pontefici romani intorno quest'alume, furon sempre acerbe e continue; non pure nella Tolfa, ma anche ne' campi di Pozzuoli e d'Agnano, ebbero i Papi pretensione, che l'alume, che si fa in questi luoghi, spettasse alla Sede appostolica, delle quali controversie trattò il Chioccarello nel volume 21 de' suoi M. S. Giurisdizionali. La morte poi seguìta a 25 luglio del 1471 del Pontefice Paolo, e l'esaltazione in quella Cattedra a' 9 agosto del Cardinal Francesco della Rovere, che fu chiamato Sisto IV fece cessare tutte queste discordie; poichè Papa Sisto, purchè non si parlasse più delle pretensioni di Ferdinando, spedì al medesimo nel 1475 una Bolla, rapportata dal Chioccarello[17], nella quale gli rimette tutti i censi, e che durante la sua vita non fosse obbligato pagarglieli; ma, invece del censo, fosse obbligato mandargli ogni anno, per cagion dell'investitura, un palafreno bianco e ben guarnito[18], e conoscendo quanto questo Pontefice fosse di grande spirito, volle il Re apparentar con lui, e diede il Ducato di Sora (che avea tolto a Giovan Paolo Cantelmo) ad Antonio della Rovere, col quale poi collocò Caterina figliuola del Principe di Rossano, nata da Dionora d'Aragona sua sorella.

CAPITOLO III. Splendore della Casa Reale di Ferdinando, il quale, pacato il Regno, lo riordina con nuove leggi ed istituti: favorisce li Letterati e le lettere; e v'introduce nuove arti.

Ferdinando, calcando le medesime pedate del Re Alfonso suo padre, ora che si vide il Regno tutto placido e tranquillo, non trascurò in questi anni di felicità e di pace, di ordinarlo, di arricchirlo di nuove arti, di fornirlo di provide leggi ed istituti, e d'uomini letterati ed illustri in ogni sorte di scienze, e sopra tutto di Professori di legge civile e canonica; onde avvenne, che nel suo Regno, oltre lo splendore della sua casa Regale, cotanto presso di noi fiorissero i Giureconsulti e le lettere. E certamente Napoli videsi a questi tempi in quella floridezza che fu nel regno di Carlo II d'Angiò, per li tanti Reali, che adornavano il suo Palazzo. Ebbe Ferdinando non meno che Carlo, molti figliuoli, che illustrarono la sua Casa reale. Dalla Regina Isabella di Chiaramonte, oltre Alfonso Duca di Calabria, destinato suo successore nel Regno, ebbe Federico Principe tanto buono e savio, che il padre lo fece Principe di Squillace, indi Principe di Taranto e poi Principe d'Altamura. Ebbe Francesco, che lo creò Duca di S. Angelo al Gargano. Ebbe Giovanni, che da Sisto IV fu fatto Cardinale, ed era nomato il Cardinal d'Aragona[19]; ma questi due premorirono al padre. Ebbe ancora Eleonora, e Beatrice sue figliuole, che maritò una col Duca di Ferrara e l'altra col Re d'Ungheria.

Il Re Ferdinando rimaso vedovo della Regina Isabella nel 1477 si casò la seconda volta con Giovanna sua cugina figliuola del Re Giovanni d'Aragona suo zio, dalla quale ebbe una sola figliuola che chiamò col nome della madre pur Giovanna. Oltre di questi ebbe D. Errico e D. Cesare suoi figliuoli naturali, ed oltre alle femmine che maritò co primi Signori e Baroni del Regno.

A tanti Regali di Napoli s'aggiungeva ancora la famiglia del Duca di Calabria, il quale casato, come si è detto, con Ippolita Sforza figliola del Duca di Milano, avrà con lei procreati tre figliuoli, Ferdinando primogenito, che poi gli successe nel Regno, Pietro ed Isabella; ma Pietro premorì non meno al padre, che all'avo, e Isabella fu data in moglie a Giovanni Galeazzo figliuolo di Galeazzo Duca di Milano, il quale morto il padre fu sotto il baliato e tutela di Lodovico suo zio: quegli, che, come si dirà, pose in Italia tanti incendj, e fu cagione di tante rivoluzioni e disordini. La Casa regale di Napoli non avea in questi tempi da invidiare qualunque Corte de' maggiori Principi d'Europa; e narra Camillo Tutini, deplorando la sua infelicità nel supplemento della varietà della fortuna di Tristano Caracciolo, che un giorno in un festino celebrato in Napoli comparvero più di cinquanta persone di questa famiglia, tal che non si credea che si potesse estinguer mai; ed era sostenuta colla maggior splendidezza e magnificenza, così nelle congiunture delle celebrità, che si facevano per tante nozze ed incoronazioni, come per riguardo di tante Corti, che questi Reali tenevano e per tanti Ufficiali maggiori e minori della Casa e dell'ostello regale, li quali con molto fasto, mentre fu Napoli Sede Regia, si mantennero.

Non solo fu mantenuto il fasto e lo splendore della Casa regale, ma Ferdinando volle anche ristabilire nel Regno gli Ufficiali della Corona, i di cui uficj esercitati per la maggior parte da que' ribelli Baroni, che egli avea spenti, eran per le precedute rivoluzioni e disordini, rimasi vacanti. Per la morte del Principe di Taranto, dovendosi provvedere l'uficio di Gran Contestabile, egli n'investì Francesco del Balzo Duca di Andria. Vacando ancora per la ruina del Principe di Rossano il G. Ammirante, lo diede a Roberto Sanseverino Principe di Salerno. Per la ribellione di Ruggiero Acclocciamuro fece G. Giustiziere Antonio Piccolomini Duca d'Amalfi e Conte di Celano. Elesse per G. Protonotario Onorato Gaetano Conte di Fondi: per G. Camerario Girolamo Sanseverino Principe di Bisignano: per G. Cancelliere Giacomo Caracciolo Conte di Brienza e per G. Siniscalco D. Pietro di Guevara Marchese del Vasto. Questi Ufficiali durante il Regno degli Aragonesi erano nell'antico loro splendore e preminenza; anzi si videro ora più rilucere, quanto che Ferdinando non avea altri Stati e perciò proccurava ingrandire le loro prerogative per porre in maggior lustro il suo unico Regno.

Ancorchè questo Principe fosse stato terribile coi suoi Baroni per le precedute ribellioni, e s'avesse perciò acquistato nome di crudele e d'inumano; nientedimeno non tralasciava per acquistar benevolenza presso i suoi aderenti di innalzarli con onori e dignità. Accrebbe per ciò il numero de' Titoli e di Conti sopra ogni altro, creandone molti, come nel 1467 fece con Matteo di Capua, che lo creò Conte di Falena, con Scipione Pandone, facendolo Conte di Venafro, con D. Ferrante Guevara, che lo creò Conte di Belcastro e con tanti altri; ond'è che accrebbe il numero de' Titoli nel Regno assai più, che non fece il Re Alfonso, siccome si vede chiaro dal catalogo, che ne tessè il Summonte, numeroso assai più degli altri, così ne' tempi d'Alfonso, come degli altri Re angioini suoi predecessori.

Egli ancora, come si disse, fra gli altri Ordini di Cavalleria istituì nel Regno un nuovo Ordine, chiamato dell'Armellino di cui soleva molti ornare. L'istituì per le gare ch'ebbe col Principe di Rossano, il quale, come s'è detto essendosi dato alla parte del Duca Giovanni d'Angiò, non potendo colla forza vincere il nemico, rivoltossi agl'inganni, ed a' tradimenti, perchè nell'istesso tempo che, per via di nuove parentele col Re, erasi con lui pacificato e mostrava aver lasciato il partito di Giovanni, ordinò contro al Re nuovi trattati col Duca: di che accortosi Ferdinando lo fece pigliare, e mandato prigione a Capua, lo fece poi condurre a Napoli. Molti consigliavano il Re, che lo facesse morire; ma non vi consentì Ferdinando, dicendo, che non era giusto tingersi le mani nel sangue di un suo cognato, ancorchè traditore. Volendo poscia dichiarar questo suo generoso pensiero di clemenza, figurò un armellino, il qual pregia tanto il candor della sua politezza, che più tosto da' cacciatori si fa prendere, che imbrattarsi di fango, che coloro sogliono spargere intorno alla sua tana per pigliarlo. Si portava per ciò dal Re una collana ornata di gemme e d'oro coll'Armellino pendente, cui motto: Malo mori, quam foedari. Per opporsi al Duca Giovanni ed alla sua Compagnia de' Cavalieri detta de' Crescenti, istituì perciò egli quest'altra detta dell'Armellino, ornando di questa collana molti, facendogli Cavalieri; ed il Pigna[20] rapporta che fra gli altri, fece di questa Compagnia Ercole da Este Duca di Ferrara suo genero, al quale per Giovan Antonio Caraffa Cavalier napoletano mandò una di queste collane.

Oltre d'aver Ferdinando in tante maniere illustrato il Regno, come Principe provido ed amante dell'abbondanza e delle ricchezze de' suoi sudditi, egli facilitò i traffichi a' mercatanti, ed agevolò il commercio in tutte le parti non meno d'Occidente che d'Oriente; ma sopra tutto (di che Napoli deve confessar molto obbligo a questo Principe, e porre per una delle cagioni della sua grandezza, ed accrescimento de' suoi cittadini e delle ricchezze) fu l'avervi introdotte ed accresciute molte arti, e particolarmente l'arte di lavorar seta e tessere drappi e broccati d'oro.

Erasi quest'arte cominciata già ad introdursi in molte città d'Italia, ond'egli dopo la morte della Regina Isabella sua moglie nel 1456 pensò introdurla anche in Napoli, e fattosi da diversi luoghi chiamare più periti di quella, finalmente scelse Marino di Cataponte veneziano di quest'arte sperimentato maestro, il quale ricevuti dal Re in prestanza mille scudi per servirsene per lavorare, fece qui tessere drappi di seta e d'oro: e per maggiormente accrescerla fece franco ed immune d'ogni dogana e gabella tutto ciò che serviva per questo lavoro, concedendo che la seta, oro filato e la grana, ed ogni altra cosa bisognevole per servizio di quest'arte tanto per tingere quanto per tessere e far broccati e tele d'oro fosse esente da ogni pagamento[21]. Di vantaggio stabilì, che i lavoratori di quelli dovessero esser trattati e reputati in tutto come Napoletani: che nelle loro cause tanto civili, quanto criminali non possano essere riconosciuti da niuno Tribunale o Ufficiale, eccetto che da' loro Consoli: che tutti quelli di qualunque nazione si fossero, che in Napoli venissero ad esercitar quest'arte siano guidati ed assicurati e franchi e liberi da ogni commesso delitto, nè da altri potessero essere riconosciuti se non da' loro Consoli: che tutti coloro, che vorranno fare esercitare, o eserciteranno quest'arte, siano mercatanti, maestri, scolari o ajutanti, si debbano far scrivere nella matricola, o sia libro della lor arte, nel quale scritti che saranno, debbano godere di tutti i privilegi e capitoli conceduti o che si concederanno dal Re e suoi successori nel Regno: che in ogni anno nel dì di S. Giorgio, assembrati, dovessero eleggere tre Consoli per lo reggimento e governo di quella, i quali ogni Sabato dovessero tener ragione con amministrar loro giustizia. Molti altri privilegi furono da Ferdinando conceduti a quest'arte ed a Marino Cataponte. Altri ancora ne concedè a Francesco di Nerone fiorentino, al quale promise pagargli ducati trecento l'anno di provisione, acciò assistesse e la esercitasse in Napoli. Altri a Pietro de Conversi genovese, ed altri a Girolamo di Goriante pur fiorentino[22]. Li successori Re parimente nobilitarono quest'arte con nuove altre prerogative, tanto che si eresse perciò in Napoli un nuovo Tribunale, che si chiama della nobil arte della seta. Lo compongono i Consoli, il Giudice, ovvero loro Assessore e l'Avvocato fiscale di Vicaria vi puol anche intervenire[23]. Da' suoi decreti non dassi appellazione, se non al S. C. dove il Giudice fa le relazioni stando in piedi e con capo scoverto, nè se gli dà titolo di Magnifico, come rapporta il Tassoni nel suo universale magazzino.

Non è da tralasciare ciò che ponderò il Summonte[24] nella sua istoria di Napoli scritta, come ogni un sa, sono più che cento anni, che per quest'arte fu cotanto accresciuta Napoli e nobilitato il Regno, che concorrendo da tutte le parti molti a professarla, ed i naturali dandosi a quella, si vide la città accresciuta d'abitatori, e vivere la metà degli abitanti col guadagno d'essa, venendovi non pure dalle città e Terre convicine del Regno, ma anche intere famiglie da diverse parti d'Europa, tanto che a' suoi tempi, e' dice, che avea preso tanta forza, che per ciò la città si vide ampliata ed ingrandita forse un terzo più, che non era.

Così scrive quest'Autore quando i lussi e le pompe non erano arrivate a quella grandezza ed estremità, che abbiam veduto a' tempi nostri dopo un secolo e più ch'e' scrisse. Ora le cose sono ridotte al sommo e non vi è picciola donnicciuola, o vil contadino o artigiano, che non vestano di seta, quando ai tempi di questi Re d'Aragona, come ce n'è buon testimonio il Consigliere Matteo d'Afflitto, gli abiti serici non erano, che di Signore e Gentildonne[25].

Non pure quest'arte introdusse Ferdinando fra noi, ma pochi anni appresso, nel 1480, v'introdusse l'arte della lana e quasi gl'istessi privilegi concedè a' suoi Consoli. Volle che i professori si scrivessero nella matricola e che non fossero riconosciuti se non da' Consoli[26]. Surse per ciò un altro Tribunale, detto dell'arte della lana, che si compone di Consoli e loro Giudice ovvero Assessore; ed ove, sempre che voglia, può intervenire l'Avvocato fiscale di Vicaria. Parimente da' suoi decreti non s'appella, che nel S. C. ove si fanno le relazioni, e tiene molta conformità col Tribunale della nobil arte della seta.

Parimente negli anni 1458 e 1474 innalzò Ferdinando l'arte degli Orafi, istituendo il lor Consolato, a cui diede la facoltà d'aver cura de' difetti, che si commettessero nell'arte[27] e prescrisse il modo e la norma per evitar le frodi; ed ugual vigilanza praticò in tutte le altre arti, perchè maggiormente fiorissero, e le fraudi si togliessero.

CAPITOLO IV. Come si fosse introdotta in Napoli l'arte della stampa e suo incremento. Come da ciò ne nascesse la proibizione de' libri, ovvero la licenza per istampargli; e quali abusi si fossero introdotti, così intorno alla proibizione, come intorno alla revisione de' medesimi.

Ma quello di che Napoli e 'l Regno, e tutti gli uomini di lettere devono più lodarsi di questo Principe, fu d'essere stato egli il primo che introdusse in Napoli l'arte della stampa. Ferdinando fu un Principe non pur amante delle lettere, ma fu egli ancora letteratissimo; onde è, che nel suo Regno fiorissero tanti letterati in ogni professione, come diremo. Erasi l'arte dello stampare trovata nel principio di questo secolo verso l'anno 1428. Ma se deve prestarsi fede a Polidoro Virgilio, fu inventata nel 1451 da Giovanni Gutimbergo Germano, il quale in Erlem città d'Olanda cominciò ad introdurla. Si divolgò poi nelle città di Germania e nella vicina Francia. Due fratelli alemani, secondo scrive il Volaterrano, la portarono in Italia nell'anno 1458; uno andò in Venezia, l'altro in Roma, ed i primi libri che si stamparono in Roma, furono quelli di S. Agostino De Civitate Dei, e le Divine Istituzioni di Lattanzio Firmiano. Non guari da poi fu fatta introdurre in Napoli dal Re Ferdinando. Il Passaro narra, che nell'anno 1473 Arnaldo di Brassel Fiammengo la portasse, il quale accolto dal Re con molti segni di stima, gli concedè molte prerogative e franchigie. Altri rapportano che nell'anno 1471 fra noi l'introducesse un Sacerdote d'Argentina chiamato Sisto Rusingeno[28]. Che che ne sia, Ferdinando accolse i professori, e fece porre in opra la loro arte, onde s'incominciarono in Napoli a stampar libri. Fra i primi libri che qui s'imprimessero, furono i Commentarj sopra il secondo libro del Codice del famoso Antonio d'Alessandro; ed i libri di Angelo Catone di Supino, Lettor pubblico di Filosofia in Napoli, e Medico del Re Ferrante, il quale avendo emendato ed accresciuto il libro delle Pandette della medicina di Matteo Silvatico di Salerno dedicato al Re Roberto, lo fece stampare in Napoli nel 1474 da questo tedesco, che poco prima avea quivi da Germania portata la stampa[29]. Indi di mano in mano se ne stamparono degli altri, come l'opere d'Anello Arcamone sopra le Costituzioni del Regno e di tanti altri.

(Di queste prime stampe fatte in Napoli non se ne dimenticò l'Autore degli Annali Tipografici, rapportandole alla pag. 454).

Venne poi Carlo VIII in Italia ed avendo conquistato il Regno di Napoli, dimorando qui per sei mesi, quanto appunto lo tenne, alcuni Maestri francesi esperti in quest'arte subito vi si condussero e la ripulirono assai, riducendola in miglior forma, e rimase non così rozza com'era prima. Così tratto tratto, come suole avvenire di tutte le altre arti, si ridusse fra noi in forma più nobile, siccome si vede dall'impressione di alcuni libri fatti a questi tempi e fra gli altri dell'Arcadia del Sannazaro, che Pietro Summonte suo amico, mentre l'Autore seguendo la fortuna del Re Federico suo Signore dimorava in Francia, essendosi in Venezia due volte stampata piena d'errori e scorrettissima, la fece ristampare in Napoli in carta finissima e di buoni caratteri; e pure il Summonte si scusava col Cardinal d'Aragona a cui la dedicò, se la stampa non era di quella bellezza, la qual altra volta vi solea essere, e secondo per l'altre più quiete città d'Italia si costumava allora; poichè trovandosi Napoli per le rivoluzioni di guerra difformata, appena avea potuto avere comodità di quel carattere.

Ma venuto da poi in Napoli l'Imperador Carlo V ai conforti ed istanze del famoso Agostino Nifo da Sessa celebre Filosofo e Medico dell'Imperadore e suo famigliare, fu questa arte favorita molto più, e posta in maggior polizia e nettezza; poichè questo Imperadore nel 1536 concedè alla medesima, ed a' suoi professori grandi privilegi e franchigie, facendogli esenti da qualunque gabella, dogana o altro pagamento, tanto per la carta bianca che serve per la stampa de' libri e figure, quanto per tutte quelle cose che bisognano a perfezionarla; del qual privilegio, oltre il Summonte[30], ne rendono testimonianza fra' nostri Scrittori, Toro[31] ed il Consigliere Altimari[32]. Tanto che per li favori di questo Principe s'accrebbero in Napoli le stamperie: ed i letterati, vedendosi cotanto favoriti, s'ingegnarono mandare i parti de' loro ingegni in istampa; ed imprimendosi i libri degli Antichi, che prima scritti a penna, ed in membrane erano rari e non per tutti, recò ad essi grandissimo giovamento, non solo per aver libri con facilità, ma anche ben corretti. Quindi si videro fiorire per l'Accademie e crescer il numero de' letterati non solo in Napoli, ma nelle altre città del Regno, ove furon ancora introdotte le stamperie, come nell'Aquila, in Lecce, in Cosenza, in Bari, in Benevento ed in alcune altre. E l'edizioni riuscivan perfettissime in carte finissime e d'ottimi caratteri, come si può vedere da alcuni libri stampati in quei tempi, e fra gli altri dalle poesie di Bernardino Rota, dall'opere legali di Cesare Costa Arcivescovo di Capua e di tante altre, delle cui prime edizioni se ne veggono moltissime nella libreria di S. Domenico Maggiore di questa città.

Siccome la invenzione di quest'arte fu riputata a questi tempi la più utile e necessaria per lo commercio delle lettere, così ancora ne' susseguenti tempi venne ad apportarci danno; poichè gli uomini dati alla lezione di tanti libri che uscivano, caricavano sì bene la lor memoria d'infinite erudizioni, ma la riflessione mancava; onde non si videro, se non rari uomini di ingegno grande, e che facendo buon uso de' loro talenti, avessero potuto per se medesimi stendere le cognizioni e le scienze. Ancora presso di noi, nel precedente secolo, cominciò a recarci degli altri incomodi e delle confusioni: poichè tutti pretendendo esser dotti e savj, vedendo la facilità della stampa e la poca spesa che vi bisognava, venne uno stimolo universale agli uomini di lettere di stampar ciò che loro usciva di capo di penna in qualunque professione: onde nel secolo 17 si videro in istampa infiniti volumi impressi per la maggior parte da' Frati e da' Legisti, per lo più insipidi e pieni di cose vane ed inutili. Gli Stampatori davano loro fomento, e fecero, per non isgomentargli della spesa, fabbricar una carta d'inferior qualità, della quale regolarmente si servivano nella impressione de' loro libri, che poi chiamarono carta di stampa. Ma perciò non si tralasciarono da' più culti le edizioni in carte finissime e di ottimi caratteri. Tanto ha bastato all'avidità ed ingordigia de' pubblicani de' nostri tempi, che con tutto che l'Imperador Carlo V avesse conceduto privilegio di franchigia agli Stampatori per la carta bianca che dovea lor servire per uso di stampa, di pretendere che questa franchigia di dogana e d'ogni altra gabella dovesse ristringersi per la carta di stampa, non già ad altre carte di miglior qualità: quasichè in queste non si potesse stampare, ovvero prima d'introdursi questa diversità di carte, non si fosse stampato in carta finissima, ed in tutti i tempi dai più culti letterati non si fosse quella adoperata.

§. I. Abusi intorno alle licenze di stampare e di proibire i libri.

Il buon uso della stampa, che produsse al Mondo tanti comodi ed utilità, per la pravità degli Autori, e per la facilità e prontezza che molti aveano di pubblicare ciò che loro usciva dalla penna, si converti da poi in un altro mal uso. L'eresia di Lutero che sparsa per la Germania minacciava le altre parti di Europa, per questa via della stampa si disseminava per varj libri: onde bisognò che i Principi vi ponessero occhio, e regolassero colle loro leggi l'uso di quella. I Pontefici romani vi badarono assai più e con maggiore oculatezza, come quelli che colla libertà della stampa potevano ricevere maggior danno che i Principi secolari: per ciò, e dagli uni e dagli altri, furon in diversi tempi, dopo essersi quest'arte introdotta, fatte molte proibizioni e divieti.

Ma i Pontefici romani tentarono anche da poi sopra ciò far delle sorprese; poichè pretesero che di lor sulamente fosse il proibire le stampe, anche con pene temporali, e conceder le licenze per le impressioni. Il Cardinal Baronio nel XII tomo de' suoi Annali, scrivendo per la propria causa, quando da Filippo III gli fu proibito il suo tomo XI nel quale, quando men dovea, volle combatter la Monarchia di Sicilia, fu il primo a dirlo arditamente[33]. Ma essendosegli dato da quel Principe conveniente gastigo, niuno ardì difendere l'impresa del Cardinale; poichè, siccome fu da noi rapportato nel secondo libro di quest'istoria, l'antica disciplina della Chiesa era, che trattandosi di Religione, la censura apparteneva a' Vescovi, ma la proibizione al Principe. Gl'Imperadori, dopo la censura de' Vescovi o del Concilio, proibivano con pene temporali i libri degli Eretici e gli condennavano al fuoco: di che nel Codice Teodosiano abbiamo molti esempj. l Padri del Concilio Niceno I dannarono i Codici d'Ario; e poi Costantino M. fece editto proibendogli, e condennandogli ad essere bruciati; e lo stesso fu fatto de' libri di Porfirio[34]. I Padri del Concilio Efesino dannarono gli scritti di Nestorio, e l'Imperadore promulgò legge proibendone la lezione e la difesa[35]. Il Concilio di Calcedonia condennò gli scritti d'Eutiche: e gl'Imperadori Valentiniano e Marciano feron legge, dannandogli ad esser bruciati[36]. Il medesimo fu praticato da Carlo M.[37], e così dagli altri Principi ancora ne' loro dominj. E per non andar tanto lontano, Carlo V nel 1550 promulgò in Brusselles un terribile editto contro i Luterani, nel quale, fra le altre cose, proibì rigorosamente i libri di Lutero, di Giovanni Ecolampadio, di Zuinglio, di Bucero e di Giovanni Calvino, li quali da 30 anni erano stati impressi, e tutti quelli di tal genere che da' Teologi di Lovanio erano stati notati in un loro Indice a questo fine fatto[38]; poichè a' Principi appartiene che lo Stato non solamente da' libri satirici, sediziosi e scostumati o pieni di falsa dottrina non venga perturbato, ma anche da perniziose eresie. E siccome a' Vescovi s'appartiene la censura, perchè la disciplina o la dottrina della Chiesa non sia corrotta; così a' Principi importa che lo Stato non si corrompa, e che li suoi sudditi non s'imbevino d'opinioni, che ripugnino al buon governo: nel che ora più che mai è bisogno, che veglino per le tante nuove dottrine introdotte contrarie all'antiche ed a' loro interessi e supreme regalie; poichè da quelle ne nascono le opinioni, le quali cagionano le parzialità che terminano poi in fazioni, e finalmente in asprissime guerre. Sono parole sì, ma che in conseguenza han sovente tirati seco eserciti armati.

Nel nostro Regno i nostri Re ributtaron sempre con vigore questi attentati, e si lasciò a' Vescovi la sola censura, ma non che sotto pene temporali potessero vietar le stampe: nè che queste proibizioni s'appartenessero ad essi unicamente, ma furon anche dai nostri Re fatte o da' loro Vicerè, ed in cotal guisa fu mai sempre praticato.

Papa Lione X a' 4 maggio del 1515 pubblicò una Bolla, che fece approvare dal Concilio Lateranense, colla quale proibì che non si potessero stampare libri senza licenza degli Ordinarj ed Inquisitori delle Città e Diocesi, dove dovranno stamparsi: ponendovi pena che quelli che gli stampassero senza questa approvazione, perdessero i libri, li quali dovessero pubblicamente bruciarsi. Di vantaggio impose pena pecuniaria, di doversi pagare da trasgressori ducati cento alla fabbrica di S. Pietro di Roma, e che gli Stampatori per un anno restassero sospesi dall'esercizio di stampare: gli dichiara ancora scomunicati, e persistendo nella censura, che siano gastigati conforme i rimedj della legge.

Ma questa Bolla, per quello che s'attiene alla pena pecuniaria e sospension dell'esercizio e perdita dei libri, non fu fatta valere nel nostro Regno, e sol ebbe vigore nello Stato della Chiesa.

Il Concilio di Trento nella sessione 4[39], che fu celebrata a' 8 Aprile del 1546, ancorchè avesse proibito agli Stampatori di stampare senza licenza de' Superiori ecclesiastici libri della Sagra Scrittura, annotazioni e sposizioni sopra di quella: e che non si stampassero libri di cose sagre senza nome dell'Autore, nè quelli si vendessero o tenessero, se prima non saranno esaminati ed approvati dagli Ordinarj, sotto quelle pene pecuniarie e di scomunica apposte nell'ultimo Concilio Lateranense; nulladimanco questo capo, per ciò che riguarda la pena pecuniaria, non fu ricevuto nel Regno, ed agli Ordinarj si è lasciato di poter solo imporre spiritual pena, non già pecuniaria o temporale.

Si mantennero ancora i nostri Re, ovvero i loro Vicarj nel possesso di proibirli, stabilendo molte prammatiche e editti, colle quali proibirono le stampe senza lor licenza; ed abbiamo che D. Pietro di Toledo Vicerè, mentre regnava l'Imperador Carlo V, diede ancor egli provvedimenti intorno alla stampa de' libri, ed a' 15 ottobre del 1544 promulgò una prammatica, colla quale ordinò che i libri di teologia e sagra scrittura, che si trovassero stampati nuovamente da 25 anni in quà, poichè per la pestilente eresia di Lutero sparsa per la Germania, cominciava a corrompersi la dottrina e disciplina della Chiesa romana, non si ristampassero, e quelli stampati non si potessero tenere nè vendere, se prima non si mostrassero al Cappellan maggiore, acciò quelli visti e riconosciuti potesse ordinare quali si potessero mandar alla luce. Di vantaggio, che quelli libri di teologia e sagra Scrittura, che fossero stampati senza nome dell'autore, e quegli altri ancora, i di cui Autori non sono stati approvati, che in nessun modo si potessero vendere nè tenere. E poi nel 1550 a' 30 novembre stabilì un'altra prammatica, colla quale generalmente ordinò, che non si potesse stampare qualsivoglia libro senza licenza del Vicerè, nè stampato vendersi.

Il Duca d'Ossuna Vicerè, nel medesimo tempo che il Pontefice Sisto V stabilì in Roma la Congregazione dell'indice, a' 20 marzo del 1586, regnando Filippo II, promulgò altra prammatica colla quale ordinò, che gli autori del Regno o abitanti in esso, non facessero stampar libri nè in Regno, nè fuori senza licenza del Vicerè in scriptis. E finalmente il Conte d'Olivares, che fu Vicerè nel Regno di Filippo III, a' 31 agosto del 1598 fece anche prammatica, proibendo agli Stampatori di poter aprire stamperie nè casa per istampare, senza espressa licenza del Vicerè in scriptis.

Quindi nacque presso noi il costume di destinarsi dal Vicerè, Ministro o altra persona per la revisione de' libri: e ciò vedesi praticato sin da' tempi del Duca d'Alcalà Vicerè, il quale a' 23 novembre del 1561 spedì commessione, che fu poi rinovata a' 8 maggio 1562, al P. Valerio Malvasino persona da lui ben conosciuta d'integrità e dottrina, deputandolo Regio Commessario a vedere e riconoscere i libri, che venivano da Germania, dalla Francia e da altre parti nel Regno di Napoli, perchè trovatili infetti d'eresia proibisse di venderli o di tenerli[40]. Fu da poi destinato Ministro regio di sperimentato zelo verso il servizio del Re, e d'eminente dottrina: questo costume l'abbiam veduto continuato sin a' tempi de' nostri avoli; ma ora queste revisioni soglionsi commettere anche ai privati, e sovente a persone di poca buona fede e di molto minor dottrina: ciò ch'è un abuso, che meriterebbe un conveniente rimedio.

Si è ritenuto ancora presso noi il costume di proibirli, quando o contra i buoni costumi, o contra i diritti del Principe della nazione, ovvero contra la fama e riputazione d'alcuni, siansi composti; siccome a dì nostri dal Vicerè e suo collateral Consiglio fu proibito un libro, per altro sciocchissimo e pieno di inezie, che il Marchese Gagliati diede alle stampe sotto il titolo di capricciose fantasie.

Queste proibizioni erano praticate, siccome tuttavia si pratica sopra qualunque libro o scrittura anche dei Prelati o altre persone ecclesiastiche, che venisse preteso di stamparsi. Nel Regno di Filippo II il Nunzio del Papa residente in Ispagna portò querela al Re Filippo contro il Duca d'Alcalà suo Vicerè in Napoli, il quale avea proibito agli Stampatori d'imprimer cosa alcuna senza sua licenza, e che perciò l'Arcivescovo di Napoli e tutti gli altri Prelati del Regno non potevano far stampare cosa alcuna, anche concernente al loro uficio: di che il Re Filippo ne scrisse al Duca, il quale a' 17 aprile 1569 l'informò di ciò che occorreva con piena consulta, dicendogli che egli avea fatto quell'ordine, perchè il Vicario di Napoli, siccome tutti gli altri Prelati del Regno, stampavano molti editti pregiudiciali alla regal giurisdizione, e sovente facevano imprimere Bolle, alle quali non era stato conceduto l'Exequatur Regium[41]. Quindi postosi silenzio alle pretensioni del Nunzio, nacque che poi i Vescovi quando volevano stampare i loro Sinodi, i loro editti, insino i calendarj circa l'osservanza delle loro diocesi, anche i Brevi dell'indulgenze concedute dal Papa alle loro chiese e cose simili, ricorrevano al Vicerè e suo collateral Consiglio per la licenza. Così leggiamo, che volendo l'Arcivescovo di Napoli Annibale di Capua stampar un Concilio provinciale, cercò licenza di farlo, e dal Collaterale, a primo febbrajo del 1580, gli fu data con riserba, che se in quello vi era alcuna cosa contro la regal giurisdizione, si avesse per non data nè consentito a quella in modo alcuno. L'Arcivescovo di Capua per mezzo del suo Vicario chiese il permesso di poter far stampare un nuovo Calendario circa l'osservanza delle feste della sua Diocesi, e rimessane la revisione al Cappellan maggiore, questi a' 5 novembre del 1582 fece relazione al Vicerè, che poteva darsi la licenza. Il Vescovo d'Avellino dimandò l'Exequatur Regium e la licenza di poter far stampare un Breve d'indulgenze concedute dal Papa alla sua Chiesa nel dì di S. Modestino, e commessosi l'affare al Cappellan maggiore, questi a' 26 aprile del 1577 fece relazione al Vicerè che potevasi dare l'Exequatur al Breve e la licenza di stamparlo[42]. Ciò che poi si è inviolabilmente osservato, sempre che i Ministri del Re han voluto adempire alla loro obbligazione ed aver zelo del servigio del loro Signore.

§. II. Abusi intorno alle proibizioni de' libri che si fanno in Roma, le quali si pretendono doversi ciecamente ubbidire.

Bisognò ancora rintuzzare un'altra pretensione della Corte di Roma intorno a quest'istesso soggetto della proibizion de' libri. Pretendevano, che a chiusi occhi i Principi cristiani dovessero far valere ne' loro dominj tutti i decreti che si profferivano in Roma dalle Congregazioni del S. Ufficio o dell'Indice, per li quali venivano i libri proibiti, e che non stassero soggetti questi decreti a' loro Regj placiti, onde dovessero da noi eseguirsi, senza bisogno d'Exequatur Regium. Della cui necessità e giustizia, sarà da noi diffusamente trattato ne' seguenti libri di quest'Istoria.

Ma non meno in Francia che in Ispagna, in Germania, Fiandra ed in tutti gli altri Stati de' Principi cattolici, che nel nostro reame (sempre che s'abbia voluto usare la debita vigilanza) fu lor ciò contrastato, e come ad un attentato pregiudizialissimo alla sovranità de' Principi, se gli fece valida l'esistenza; tanto che siccome tutte le Bolle, rescritti ed altre provisioni che vengono di Roma, non si permettono, che si pubblichino e si ricevano senza il placito Regio; così ancora i decreti fatti sopra la proibizione de' libri soggiacciano al medesimo esame. Anzi se mai i Principi ed i loro Ministri devono usar vigilanza nelle altre scritture che vengono di Roma, in questi decreti devono usarla maggiore; così perchè si sa la maniera, come in Roma i libri si proibiscono, come ancora il fine perchè si proscrivono, ed i disordini e scandali che potrebbero cagionare ne' loro dominj, se si lasciassero correre a chiusi occhi.

Si sa che i Cardinali che compongono queste due Congregazioni onde escono tali decreti, non esaminano essi i libri: alcuni per la loro insufficienza, altri perchè distratti in occupazioni riputate da essi di maggiore importanza, non possono attendere a queste cose, e molto meno il Papa, da chi sarebbe impertinenza il pretenderlo. Essi commettono l'esame ad alcuni Teologi che chiamano Consultori, ovvero Qualificatori, per lo più Frati, i quali secondo i pregiudicj delle loro scuole regolano le censure. Ciò, che non consente colle loro massime, riputano novità, e come opinioni ereticali le condannano. I Casuisti, che s'han fatta una morale a lor modo, giudicano pure secondo que' loro principj. Ma il maggior pregiudicio nasce quando si commette l'affare a' Curiali istessi ed agli Ufficiali e Prelati di questa Corte per esaminar libri attenenti a cose giurisdizionali; può da se ciascun comprendere, quanto in ciò prevaglia l'adulazione in ingrandire l'ecclesiastica e deprimere la temporale. Si sa quanto da costoro s'estolle sopramodo l'autorità del romano Pontefice sopra tutti i Principi della terra, insino a dire che il Papa può tutto, e la sua volontà è norma e legge in tutte le cose: che i Principi ed i Magistrati siano invenzioni umane; e che convenga ubbidir loro solamente per la forza; onde il contraffar le loro leggi, il fraudar le gabelle e le pubbliche entrate, non sia cosa peccaminosa, ma solo gli obbliga alla pena, la quale o colla fuga o colla frode non soddisfacendosi, non per ciò restano gli uomini rei innanzi la Maestà Divina, compensandosi col pericolo che si corre: ma per contrario, che ogni cenno degli Ecclesiastici, senza pensar altro, debbia esser preso per precetto divino ed obblighi la coscienza. Sono tanti arghi e molto solleciti e vigilanti, perchè non si divulghi cosa contraria a queste loro mal concepite opinioni. Ed è ormai a tutti per lunga esperienza noto, che la Corte di Roma a niente altro bada più sollecitamente che di proscrivere tutti i libri che sostenendo le ragioni de' Principi, i loro privilegj, gli statuti, le consuetudini de' luoghi e le ragioni de' loro sudditi, contrastano queste nuove loro massime e perniziose dottrine.

Fatte che hanno questi qualificatori le censure le portano a' Cardinali, i quali senza esaminarle in conformità di quelle condannano i libri. E lo stile d'oggi in formar tali decreti è pur troppo grazioso: si condanna semplicemente il libro, senza censura e senza esprimersi o designarsi niuno particolar errore, che avrebbe forse potuto dar occasione alla proibizione; ma generalmente come continente proposizioni ereticali, scismatiche, erronee contro i buoni costumi, offendenti le pie orecchie e cose simili, e senza impegnarsi a spiegare quali siano l'ereticali, l'erronee etc. se ne liberano con una parola respective, lasciando l'autore ed i lettori nell'istessa incertezza ed oscurità di prima. L'esperienza ha poi mostrato, che per queste sorti di proibizioni ne siano nate presso i Teologi stessi gravi contrasti, li quali sovente han perturbato lo Stato, perchè accaniti i Frati di opinione contraria, non han mai finite le risse e le contese.

Parimente a questi decreti sogliono andar congiunte alcune clausole penali contro i lettori e detentori dei vietati libri che sovente toccano la temporalità de' sudditi o conturbano i privilegj ed i costumi delle province. Sovente per alcuni errori che si trovano sparsi in un libro, che a' Professori ed alla Repubblica sarà utilissimo, si proibisce interamente il libro; onde lo Stato viene a riceverne incomodo e danno.

Per tutte queste ed altre ragioni, non meno i più saggi Teologi[43], che la pratica inconcussa di tutte le province d'Europa, han fatto vedere che si appartenga al Principe, non meno che fassi nell'altre provisioni che vengono da Roma, d'invigilare sopra questi decreti. Qualunque decreto che venga da Roma da queste Congregazioni o editto che si faccia dal Maestro del Sagro Palazzo, onde vengono i libri vietati, non è stato mai esente dal placito regio ma fu sempre sottoposto ad esame: siccome lo stile di tutte le province cristiane il quale ebbe il suo principio, sin che da Roma cominciarono ad uscire queste proibizioni, lo dimostra. E ben si vide praticato nell'Indice stesso volgarmente detto Tridentino, fatto compilare dal Pontefice Pio IV poco da poi terminato il Concilio.

Secondo l'antica disciplina della Chiesa, la censura de' libri s'apparteneva a Concilj, siccome il Concilio Niceno, Efesino e di Calcedonia fecero de' libri d'Arrio, di Nestorio e d'Eutiche. Volendo i PP. del Concilio di Trento seguitare le medesime pedate, da poi che quello fu ripigliato sotto il Pontefice Pio IV, proposero in una Congregazione tenuta in Trento a' 26 gennaio del 1562 che dovessero esaminarsi i libri dati fuori dopo l'eresie nate in Germania ed altrove, e sottoporsi alla censura del Concilio, acciò che determinasse quello, che gli parrebbe: fu conchiuso, che si commettesse ad alcuni PP. la cura di farne Catalogo, ovvero Indice di quelli e de' loro Autori; siccome da' Presidenti di esso fu data la commessione a diciotto Padri, a' quali poi con decreto del Concilio fu incaricato, che diligentemente esaminassero i libri riferendo poi al Sinodo ciò che aveano notato, per darvi providenza[44]. Essendosi da poi affrettata la conchiusione del Concilio, di quest'affare dell'Indice non se ne trattò altro, ma solamente nell'ultimo giorno che quello ebbe fine, essendosi letto il decreto della sessione 18 fu risoluto, che non essendosi potuto dal Concilio porre a quest'affare l'ultima mano per tanta moltitudine e varietà di libri, ordinava per ciò che tutto quello, che i Padri destinati alla cura di quest'Indice avean fatto, che lo presentassero al Pontefice, dalla cui autorità e parere si determinasse l'Indice e fosse divulgato.

In conformità di ciò, essendosi disciolto il Sinodo fu da que' Padri presentato al Pontefice Pio IV un Indice, ove aveano notati gli Autori ed i libri, che riputavano doversi proscrivere. Il Pontefice, come egli testimonia nella sua Bolla pubblicata per ciò in forma di Breve, che incomincia: Dominici gregis, fece esaminar da altri dotti Prelati l'Indice, e dice averlo anche egli letto; onde lo fece pubblicare con alcune Regole, che si dicono perciò dell'Indice, dando fuori quella Bolla, nella quale comanda, che quell'Indice con le Regole ivi aggiunte, debba da tutti riceversi, ed osservarsi sotto gravissime pene e censure. Minacciansi tutti coloro, che leggeranno, o riterranno quei libri in quest'Indice contenuti: dichiara, che questa proibizione, dopo tre mesi, da che sarà la Bolla pubblicata ed affissa in Roma, obbligherà tutti in maniera, ac si ipsismet hae literae editae, lectaeque fuissent[45].

Fu quest'Indice diviso in tre classi. Nella prima, non i libri, ma i nomi degli Autori solamente s'esprimono, perchè tutti conoscessero, che venivano proibite non solo le opere già stampate, ma anche quelle da stamparsi da loro. Nella seconda, si riferiscono i libri, i quali per la non sana dottrina, o sospetta che contengono, si ributtano, ancorchè gli Autori non fossero separati dalla Chiesa. La terza abbraccia quei libri, che senza nome d'Autore uscirono alla luce e che contengono dottrina, che, come contraria a' buoni costumi ed alla Chiesa romana, si è riputato dannarla.

Ma siccome pubblicati che furon in Roma i decreti del Concilio, non per ciò nell'altre regioni d'Europa furono quelli attinenti alla disciplina ed alla riforma universalmente ricevuti, come al suo luogo diremo; così ancora pubblicato che fu quest'Indice in Roma, non ostante la Bolla di Pio, non fu senz'esame ricevuto, nè accettato in tutte le sue parti in Francia, in Spagna, nelle Fiandre ed in altre province cristiane.

Diedesi l'Indice ad esaminare a' Collegi, alle Università e ad uomini dottissimi di ciascun paese. In Francia, la cosa è pur troppo nota, che quelle Università vi vollero la lor parte, nè lo ricevettero in tutto secondo il suo vigore.

In Spagna parimente il Re Filippo II lo fece esaminare dalle sue Accademie ed Università, nè fu in tutto ricevuto; poichè fra gli altri libri, l'opere di Carlo Molinco, arrolate nell'Indice Tridentino fra gli Autori di prima classe, non tutte furono vietate, alcune furono permesse, altre con piccola espurgazione parimente permesse. Quindi sursero in Spagna, ed altrove gl'Indici Expurgatorj; poichè i Prelati e le Università ed i Collegj di ciascuna provincia vollero in ciò avervi anche la lor parte e credettero, che la lor censura fosse più esatta per le province ove dimorano, ed il Principe sa meglio ciò che nel suo Stato possa apportar quiete, o incomodo, o disordine, che non si sa di fuori. Così in Spagna s'è introdotto stile di farsi questi Indici. E dall'Indice Expurgatorio fatto compilare per comandamento del Cardinal Gaspare di Quiroga Arcivescovo di Toledo e General Inquisitore di Spagna, ed impresso nel 1601, manifestamente si vede, che in Spagna l'Indice Tridentino non fu giammai in tutto e secondo il suo rigore ricevuto.[46]

Parimente l'istesso Filippo II non solo ne' suoi Regni di Spagna, ma in tutti gli altri suoi dominj, volle che l'istessa vigilanza si fosse usata; e siccome fece de' decreti del Concilio, con maggior ragione dovea premere, che per quest'Indice Tridentino si facesse. Nella Fiandra divulgato che fu, non per ciò fu ciecamente ricevuto; ma per autorità Regia si diede ad esaminare. Essendosi osservato, che in quello si proscriveano molti libri in ogni facoltà e scienza, i quali gastigati e purgati da alcuni errori e false opinioni, poteva di quelli aversi buon uso e leggersi con utilità e profitto: narra Van-Espen[47], dotto Prete e gran Teologo dell'Università di Lovanio, che il Duca di Alba, allora Governatore di quelle province, in nome del Re Filippo II comandò, che si fossero conservati que' libri proscritti dall'Indice Romano, e solamente fece bruciare l'opere degli Eresiarchi. Ma perchè da que' riserbati non si cagionasse danno, commise a' Prelati ed alle Università ed agli uomini letterati di quelle province che esaminassero que' libri, notassero gli errori e gli espurgassero, con farne particolari Indici. Fu con ogni diligenza ciò eseguito e presentati poi al Duca gl'Indici, instituì egli in Anversa un Collegio di Censori, al quale per l'Ordine ecclesiastico presedè un Vescovo, ed in nome del Re vi fu proposto il famoso Teologo Arias Montano, quel medesimo, ch'era intervenuto al Concilio in Trento. Questi Censori con ogni diligenza e maturità esaminarono di nuovo i libri contenuti in que' Cataloghi, conferirono i luoghi notati da' primi Censori con gli esemplari, e ne formarono un'esatta Censura; dando poi fuori un libro, al quale diedero questo titolo, Index Expurgatorius. Quest'Indice poi nel 1570, per ispezial diploma del Re Filippo II, fu approvato, e per sua regal autorità fu comandato, che s'imprimesse, come fu fatto e di quello si servirono poi tutte quelle province, non già del Romano. Erano questi due Indici fra loro differenti: in questo Expurgatorio di Fiandra, più libri, che per l'Indice romano erano assolutamente proscritti, furono ritenuti e permessa la lor lezione, essendosi solo in alcuni usata qualche espurgazione ed emendazione: siccome, per tralasciarne molti, fu fatto dell'opere istesse di Carlo Molineo, affatto proscritte e totalmente condannate dall'Indice Romano, le quali con piccola emendazione furono permesse. Il Commentario alle Consuetudini di Parigi dello stesso Molineo, fu senz'alcuna correzione ritenuto, dicendosi: In hoc opere nihil est, quod haeresim sapiat, quapropter admittitur. De' suoi trattati De donatione, et inofficioso testamento, pur si disse: Nihil habent, quod Religioni adversetur, aut pias aures offendere possit, quapropter admittitur. E così di molte altre sue opere fu giudicato.

Questa fu la pratica, che cominciò ne' Dominj dei Principi cristiani, nell'istesso tempo che da Roma si cominciarono a far Indici proibitorj di libri. Molto più fu ne' seguenti tempi continuata, quando i Principi s'accorsero, che in Roma si badava molto a questo affare, e ch'era entrata in pretensione di poter sola proibire i libri, e che senza altra promulgazione ed accettazione, che di quella fatta in Roma, nelle altre province dovesse valere ciò che in Roma veniva stabilito. Fondossi a tal effetto nel Pontificato di Sisto V una nuova Congregazione di Cardinali, chiamata per ciò dell'Indice: e così questa, come l'altra del S. Uficio, ed il Maestro del Sagro Palazzo Appostolico, non badavano ad altro. Ma non perciò s'arrestarono i Principi ne' loro Reami far valere le loro ragioni e preminenze, così di non permettere impressione di libro alcuno senza lor licenza, nè senza il consueto exequatur regium far osservare le proibizioni di Roma, come anche di proibire essi i libri, come si è detto di sopra.

La loro vigilanza vie più crebbe, quando s'accorsero, che in Roma erano più frequenti, che prima le proibizioni; e che qualunque libro che usciva, nel quale si difendevano le regalie di qualche Principe, o si facevano vedere le intraprese della Corte di Roma sopra la loro autorità e giurisdizione a' diritti delle Nazioni, erano pronti i decreti della Congregazione dell'Indice, e gli editti del Maestro del Sagro Palazzo a proibirlo.

Per questa cagione furono avvertiti di non permettere, che simili proibizioni fossero ne' loro Reami ricevute. I Re di Spagna, come dice Salgado[48], non meno che i Re di Francia, avendo avvertito, che in Roma erano questa sorte di libri affatto vietati, solo perchè in quelli si fondavano le regalie e la giurisdizione de' Re e le ragioni de' loro sudditi; per riparare ad un così grave pregiudizio, ordinarono, che i Brevi appostolici e consimili decreti o editti fossero portati alla suprema Inquisizione di Spagna, e secondo il costume usitatissimo ne' Regni di Spagna, fossero ritenuti, nè permessa la loro pubblicazione e molto meno l'esecuzione, affinchè non allacciassero le coscienze de' sudditi per queste proibizioni, non ad altro fine procurate, che per annientare le ragioni de' Principi e delle Nazioni.

Questo medesimo fecero valere nelle province di Fiandra, e quel ch'è da notare, nel nostro Regno di Napoli ancora, cotanto a Roma vicino, ed al quale sovente gli Spagnuoli, per vantaggiar le condizioni dei Regni loro di Spagna, permisero, che molti aggravj dalla Corte di Roma sofferisse.

Il Pontefice Clemente VIII, dopo la Giunta di Sisto V, accrebbe l'Indice Romano e fatto di nuovo imprimere e pubblicare, in tutto il tempo del suo Pontificato tenne così esercitata la Congregazione dell'Indice ed il Maestro del Sagro Palazzo, che non vi fu anno, che da Roma non uscissero decreti e editti proibitorj. Dal primo anno del nuovo secolo 1601, e per li seguenti anni insino alla sua morte, non uscivano altro da Roma, che questi decreti e editti, per li quali furono successivamente proibiti molti libri di quasi tutte le professioni e scienze, sol perchè o gli Autori erano separati dalla Chiesa, o perchè sostenevano le regalie, o altre ragioni di Principi, o perchè qualche errore fosse in quelli trascorso. Furono proibiti molti libri legali, fra gli altri con molto rigore l'opere di Molineo, li trattati di Alberico Gentile, di Giovanni Corasio, di Scipione Gentile e di tanti altri.

Infra questi il nostro reggente Camillo de Curte, che, come diremo, fu uno de' più rinomati nostri Professori di que' tempi, diede in Napoli, nel 1605, alle stampe una sua opera intitolata: Diversorii juris Feudalis Prima, et Secunda Pars: nella seconda parte della quale trattò de' remedj, che sogliono praticarsi nel Regno per difesa della giurisdizione regale, affinchè nè i diritti regali ricevano oltraggio, nè i suoi vassalli siano oppressi da' Prelati, usurpando la regal giurisdizione: dichiara in questo libro il modo solito e per lungo uso stabilito di resister loro: cioè nel principio di farsegli una, due e tre ortatorie: quando queste non bastano, di chiamargli: non obbedendo alla chiamata, di sequestrar loro le temporalità e carcerare i parenti più a lor congiunti, i servidori, anche gli amici: e per ultimo, non volendo obbedire, di cacciargli dal Regno. Modi legittimi, permessi ed approvati da una inveterata pratica di tutti i Regni d'Europa. Ma il libro appena fu dato alla luce, che ecco si vide nel medesimo anno uscir da Roma un editto, col quale fra gli altri libri venne anche severamente proibito questo, con tali parole: Camilli de Curtis secunda pars Diversorii, sive Comprensorii juris Feudalis, Neapoli apud Constantinum Vitalem 1605 omnino, et sub anathemate prohibetur[49].

Il Conte di Benavente, che si trovava allora Vicerè in Napoli, intesa la proibizione, non volle a patto veruno concedere Exequatur all'editto; anzi a' 14 decembre del medesimo anno, scrisse una grave consulta al Re Filippo III, nella quale fra l'altre cose occorsegli in materia di giurisdizione, gli diè raguaglio di questa proibizione fatta del libro del Reggente in Roma, sol perchè in questo si dichiaravano que' rimedj ed i diritti di S. M. che ha in simili occorrenze, rappresentando al Re, che contro questo abuso bisognava prendere risoluti e forti espedienti, perchè altramente ciò soffrendosi, non vi sarebbe chi volesse difendere la regal giurisdizione[50].

Parimente nel 1627, sotto il Pontificato di Urbano VIII, dalla Congregazione dell'Indice uscì un decreto sotto la data de' 4 febbrajo di quell'anno, dove oltre la proibizione fatta d'alcune opere legali di Treutlero, di Ugon Grozio e dell'Istoria della giurisdizion pontificia di Michele Roussel, fu anche proibito un libro che D. Pietro Urries avea allora pubblicato in Napoli in difesa del Rito 235 della nostra G. C. della Vicaria, intorno a' requisiti del Chericato, da riconoscersi da quel Tribunale; e perchè quel Rito, ancorchè antico, non mai però interrotto, si oppone alle nuove massime della Corte di Roma, fu tosto il libro proibito in Roma: Petri de Urries liber inscriptus: Aestivum otium ad repetitionem Ritus 235 M. C. Vicariae Neapolitanae[51]. Ma il Duca d'Alba Vicerè non fece valere nel Regno quel decreto, e ne scrisse al Re, da cui ne ricevè risposta sotto li 10 agosto del detto anno, maravigliandosi della proibizione fatta in Roma di quel libro dove non si difendeva, che un Rito antichissimo della Vicaria del Regno[52].

Questa vigilanza si tenne presso di noi, quando si volevano far valere i nostri diritti e le nostre patrie leggi ed istituti; poichè noi, affinchè non si ricevano bolle, brevi, decreti, editti ed in fine ogni provisione di Roma senza l'Exequatur Regium, ne abbiamo legge scritta stabilita dal Duca d'Alcalà nel 1561, quando vi era Vicerè, e che leggiamo ancora impressa nei volumi delle nostre Prammatiche[53]: requisito che in conformità della legge era necessario, e si praticava anche ne' decreti che venivano da Roma, per li quali si proibivano i libri: ed in ciò il Regno nostro non ha che invidiare (quando si voglia) nè a Francia, nè a Spagna, nè a Fiandra, nè a qualunque altro Principato più ben istituito e regolato del Mondo Cattolico.

In Francia è a tutti noto che non han forza alcuna simili Bolle o Decreti proibitorj di Roma: sono quelli ben esaminati, e se si trovano a dovere, si eseguiscono, altrimente si rifiutano. Ciò che non potrà più chiaramente dimostrarsi, se non per quello che accadde nella proibizione dell'opere di Carlo Molineo. Avendo la Corte di Roma saputo, che non ostante l'indice Romano, per cui erano state affatto quelle proibite, venivano lette in tutti i Regni d'Europa, particolarmente in Francia ed in Fiandra, le cui Università e Censori, avendole solamente espurgate d'alcuni errori, le permettevano, tanto che giravano per le mani di tutti i Giureconsulti e d'altri Letterati, e tenute in sommo pregio; Clemente VIII riputando ciò a gran dispregio della Sede Appostolica, a' 21 Agosto del 1602, cavò fuori una terribile Bolla, colla quale sotto gravissime pene e censure proibì di nuovo assolutamente tutti i suoi Libri, anche gli Espurgati, dicendo, che non aliter quam igne expurgari possint. Rivocò per tanto tutte le licenze date, e volle che per l'avvenire affatto non si concedessero. Quindi nacque il moderno stile delle Congregazioni del S. Officio e dell'Indice, che nelle licenze, che si concedono, quantunque ampissime di legger libri, anche laidissimi e perniziosi, si soggiunga sempre: Exceptis operibus Caroli Molinei. Fu pubblicata questa Bolla, secondo il solito, in Roma a' 26 agosto di quell'anno 1602, ed affissa ad valvas Basilicae Principis Apostolorum in acie Campi Florae, soggiungendosi che tutti ita arctent, ac afficiant, perinde ac si omnibus, et singulis intimatae fuissent.

Ma che pro? niente valse questa Bolla, nè in Francia, nè nelle Fiandre, nè altrove: l'opere di questo insigne Giureconsulto niente perderono di pregio, nè erano meno stancate da' Professori ora di prima: tutti i Giureconsulti, ed ogni Pratico l'ebbe tra le mani, ed era più studiato quest'Autore, e più frequentemente allegato nel Foro che Bartolo e Baldo; e resesi così necessario, che, come dice Bertrando Loth[54], nella Francia ed in Fiandra niuno insigne Pratico o Avvocato può starne di senza, particolarmente nell'Artesia, dove le Consuetudini di quella Provincia essendo simili a quelle di Parigi, gli scritti di questo Autore sono stimati più di tutti gli altri, e molta autorità ha ottenuto ne' loro Tribunali.

I Prammatici franzesi gli hanno così famigliari che non vi è arringo o scrittura che si faccia, che non sia ripiena di allegazioni tratte da quelli in qualunque materia, sia di ragion civile o canonica. Ma niun argomento più convince non essere stata in Francia ricevuta questa Bolla, e di non essersi di tal proibizione tenuto alcun conto, quanto quella magnifica ed esatta Edizione fatta modernamente di tutte le Opere di questo Autore in Parigi, e proccurata per opera ed industria di Francesco Pinson il giovane, celebre Avvocato di Parigi, il quale oltre avervi aggiunte alcune sue note molto erudite ed accomodate alla moderna pratica, aggiunse ancora alle suddette opere alcune altre appartenenti alla materia ecclesiastica, che compongono il quarto e quinto tomo. Fu divolgata questa edizione in Parigi in cinque volumi, con espresso privilegio del Re, perchè più chiaramente si conoscesse nel Regno di Francia non essersi tenuta in niun conto la proscrizione di Roma.

Ed in vero non meritavan tanta abbominazione l'Opere di questo Autore, che dovesse portar tanto orrore, il quale, ancorchè non bene sentisse in vita colla Chiesa romana, morì poi Cattolico; e se si permettono, come bene a proposito osservò Van-Espen[55], l'opere de' Gentili, ancorchè piene di lascivie e di laidezze, che possono con facilità corrompere i costumi dei giovani; perchè non s'avran da permettere l'opere d'un così insigne Giureconsulto per la loro gravità, dottrina ed erudizione, dalla lezione delle quali possono ritrarre gran frutto? Tanto maggiormente che se bene in quelle vi siano mescolate alcune cose che non bene convengono colla dottrina della Chiesa romana, hanno a ciò rimediato colle loro note, ed avvertimenti Gabriele de Pineau e Francesco Pinson, in maniera che ora è più facile di poter essere contaminati i giovani dalla lezione de' libri lascivi de' Gentili, che il Giureconsulto cristiano possa essere in pericolo, leggendolo, di deviare dalla dottrina della Chiesa Cattolica.

Altri esempi non meno illustri potrebbero raccorsi dalla Francia e dalle province di Fiandra, che convincono il medesimo: come delle proscrizioni fatte in Roma del Libro di Cornelio Giansenio Vescovo d'Iprì, intitolato Augustinus, e della Bolla per ciò emanata dal Pontefice Urbano VIII nel 1643, che comincia: In Eminenti; delli decreti profferiti in Roma dalla Congregazione del S. Ufficio sotto li 6 settembre del 1657 per li quali, fra l'altre, furono proscritte le Lettere volgarmente chiamate Provinciali; della Bolla d'Alessandro VII promulgata in Roma nel 1665, per la quale furon proscritte due Censure della Facoltà di Parigi, non fatte valere nè in Francia, nè in Fiandra: e di tante altre delle quali Van-Espen trattò diffusamente[56].

Solo non abbiam riputato tralasciare in quest'occasione di notare, che per tutti i Regni d'Europa i Principi hanno invigilato soprammodo, che da Roma non si proscrivano libri che difendono la loro giurisdizione e le prerogative de' loro Popoli; e con tutto che fossero da quella Corte stati proibiti, non han fatta valere ne' loro Stati la proibizione, nè permesso che i decreti fossero ricevuti, tanto che senza scrupolo vengon letti, nè la proibizione curata; poichè hanno essi scoverto l'arcano di Roma, e quanto importa, che i loro sudditi non s'imbevino d'opinioni che ripugnano al buon governo.

Ne' Regni di Spagna, come si è detto, i decreti venuti di Roma, onde si proibiscono i libri che difendono l'autorità regia, sono ritenuti e si sospende l'esecuzione[57].

In Francia la cosa è notissima, e tra le prove della libertà della Chiesa gallicana[58], si legge un arringo fatto dall'Avvocato del Re Domenico Talon nel Consiglio regio, per occasione d'un consimile decreto emanato dalle Congregazioni del S. Ufficio e dell'Indice, dove fa vedere che simili decreti non debbono pubblicarsi, come pregiudizialissimi alla Corona ed allo Stato; ed avverte che far il contrario cagionerebbe gravi disordini; poichè da quelle Congregazioni tuttavia l'Indice proibitorio ed espurgatorio di libri si va accrescendo, ed alla giornata prende augumento, e si proscrivono libri in diminuzione delle Regalie del Re e libertà della Chiesa gallicana, siccome eransi avanzati di proibire sino agli Arresti del Parlamento contra Giovanni Castelli, l'opere dell'illustre Presidente, Tuano, le libertà della Chiesa gallicana ed altri Libri concernenti la persona del Re e la sua regal giurisdizione.

In Fiandra dal Consiglio di Brabante co' medesimi sensi ne fu avvertito l'Arciduca Leopoldo, a cui nel 1657 dirizzarono que' Consiglieri una Consulta, nella quale l'ammonirono, che trascurare questo punto sarebbe l'istesso che rovinar l'imperio; perchè già con lunga esperienza s'era veduto, che Roma non fa altro, che proscrivere que' libri che difendono la Regia autorità, tanto che ricevere quelli decreti senz'esame e senza il Placito Regio, è il medesimo che permettere che il Papa possa proscrivere ed interdire al Re di far editti o far imprimere libri o scritti, per li quali sono difese le ragioni sue regali e de' suoi vassalli. E confermando tutto ciò con esempj di fresco accaduti, gli raccordarono che intorno a quattro anni furono in Fiandra impressi due scritti, uno sotto il titolo: Jus Belgarum circa Bullarum receptionem; l'altro: Defensio Belgarum contra evocationes, et peregrina Judicia. In quelli non si toccava niun dogma o articolo di fede, ma unicamente si difendevano le ragioni di S. M. di non ammettersi Bolle senza il Placito Regio: ciò non ostante, erano stati da Roma con decreto Pontificio proscritti: tanto che bisognò che il Consiglio del Brabante con suo decreto facesse cassare ed annullare la proibizione, come si legge dell'arresto rapportato da Van-Espen nel suo Trattato De Placito Regio[59].

Questa medesima vigilanza tennero anche un tempo i nostri Vicerè, e sopra tutti, come vedremo ne' seguenti libri di quest'Istoria, il Duca d'Alcalà: la tennero ancora il Conte di Benavente ed il Duca d'Alba, per la proibizione fatta a libri del Curte e d'Urries; ma ora par che in ciò siasi perduto quel vigore e zelo che si dovrebbe tenere del servigio Regio e del Pubblico; e siansi alquanto i Ministri del Re raffreddati in un punto cotanto importante: ciò che hammi mosso a far questa digressione. Non solo si veggono uscir da Roma libri pregiudizialissimi alle ragioni del Re e de' suoi vassalli, ma si permette che s'introducano nel Regno, e la loro lezione non è vietata; ma quello che merita più tosto riscotimento che ammirazione, è il vedersi che all'incontro si proibiscono in Roma ogni dì colla maggior facilità tutti i libri, ove si difendono, contro gli attentati di quella Corte, le ragioni del Re e delle Nazioni; e senza che i Decreti o Bolle siano qui ricevute, senza che vi s'interponga Regio Exequatur, che presso noi è per legge scritta indispensabile a tutte le provisioni che vengano da Roma, niuna eccettuata, si permette l'effetto, non si puniscono chi le osserva, e si crede il suddito peccare leggendogli contro il divieto di Roma, e non peccare rompendo la legge del Principe, per la quale queste provisioni, quando non siano avvalorate di Regio placito, si riputano nulle e di niun vigore, ed in effetto, è come se non vi fossero. E qual maggiore stupidezza fu quella ne' trascorsi anni tra noi usata, che contendendosi tra la Corte di Roma, e 'l nostro Re intorno a' Benefici che giustamente si pretendono doversi conferire a' Nazionali, ed il Principe l'avea con suo Editto comandato; appena uscite tre nobili Scritture, che difendevano l'Editto, e lo dimostravano conforme non meno alle leggi, che a' canoni, si videro tosto in Roma con particolar Bolla di Clemente XI proscritte e condannate alle fiamme, e noi taciti e cheti non farne alcun risentimento; ed all'incontro le contrarie girar attorno libere e franche, senza che si fosse lor dato il minimo impedimento? Anzi siam ridotti a tal vano timore, che non s'ardisce di dar alle stampe opere per altro utilissime, sol perchè si temono queste proscrizioni di Roma.

All'incontro non avviene così de' libri di Roma, che sono stampati e cento volte ristampati, e corrono sempre per le mani di tutti, donde la gente viene universalmente imbevuta di quelle opinioni pregiudizialissime all'autorità del Re ed alle ragioni de' Popoli. Forse altri dirà, non doversi di ciò molto curare, e non piatire in ogni passo per vane parole: non l'intende però così Roma. Sono parole sì, ma, come altri disse, parole che tirarono alle volte eserciti armati: parole che istillate continuamente agli orecchi dei Popoli, gli rendono persuasi di ciò che scrivono, onde nasce l'avversione, la contumacia e l'indocilità di non potergli poi più ridurre alla diritta via: condannano perciò nelle occasioni la parte del Principe, stimano noi miscredenti, e che si voglia colla forza solo sopraffargli. Empiono di false dottrine le coscienze degli uomini, e sovente pregiudizialissime allo Stato; onde nasce che si creda da alcuni potersi usar fraude ne' pagamenti de' dazj e delle gabelle; e se siano imposte senza licenza della Sede Appostolica, credono che non siano dovute, perchè così leggono nella Bolla in Coena Domini, e così ne' loro Casuisti e Teologi. Quindi s'apprendono i tanti alti concetti della potenza e giurisdizione ecclesiastica, ed all'incontro i tanto bassi della potestà del Principe[60]. Ma di ciò sia detto abbastanza e prendane chi può e deve di ciò cura e pensiero. Di questa mia qualsisia opera ben prevedo che l'abbia da intervenire lo stesso; ma io che, nè per odio, nè per altrui compiacenza ho intrapreso a scriverla, ma unicamente per amor della verità, e per giovare a coloro che vorranno prendersi la pena di leggerla, se ciò l'avverrà, rivolto al Signore che scorge i cuori di tutti ed a cui niente è nascoso, lo pregherò vivamente che la benedica egli, ed istilli negli altrui petti sensi di veracità e d'amore.

CAPITOLO V. Re Ferdinando I riforma i Tribunali e l'Università degli Studj: ingrandisce la città di Napoli e riordina le province del Regno.

Non solo a questo Principe deve la città e Regno di Napoli, per avervi introdotte tante buone arti e di tante prerogative averlo fornito, ma assai più gli deve per la particolar vigilanza, che tenne nel riordinare i Tribunali di questa città, e di provvedergli di dotti ed integri Ministri, perchè la giustizia fosse in quelli ben amministrata. Egli accrebbe i Tribunali del S. C. e della Regia Camera con nuovi e migliori istituti, e in forma più ampia gli ridusse di ciò che Alfonso suo padre aveagli lasciati. Riordinò il Tribunale della G. C. della Vicaria, ed a' suoi Riti aggiunse nuovi regolamenti intorno al modo d'istituire le azioni e l'accuse, e in miglior forma prescrisse l'ordine giudiziario ed i compromessi, siccome si vede da' suoi editti che pubblicò nel 1477[61], donde poi i nostri più moderni Pratici, e fra gli altri Bernardino Moscatello Lucerino, preser la norma ch'è quella, che tuttavia in gran parte regola oggi i giudicj ne' nostri Tribunali.

Fu tutto inteso a fornir questo Tribunale d'ottimi Giudici; onde si narra che non ben soddisfatto d'alcuni Dottori ch'erano in Napoli, mandò a cercargli per le province del Regno, e presso il Summonte[62] si legge una sua pistola drizzata ad un suo famigliare in Apruzzo, dove gli dice che avea caro d'avere da quella provincia due Dottori che fossero persone da bene per mettergli per Giudici nella Vicaria, e che facesse opera che dall'Aquila venisse Messer Jacopo de Peccatoribus, e che vedesse ancora se in Cività di Chieti ve ne fosse un altro, perchè gli piacerebbe averlo più presto da quella città che d'altra parte.

Nel suo Regno cominciarono a fiorire le lettere, onde si videro sorgere tanti uomini illustri nella giurisprudenza e nell'altre scienze, de' quali più innanzi faremo parola; e per essere egli gran fautore delle scienze, proccurò, che nell'Università di Napoli fossero uomini illustri, che da tutte le parti invitava a leggere in quella Università. V'invitò nel 1465 con buoni stipendi Costantino Lascari, che da Milano, ove in quella Università avea letto sei anni, lo fece venire in Napoli a leggere lingua greca[63]. Leggiamo ancora, che nel 1474 v'invitò Angelo Catone di Supino celebre Filosofo o suo Medico, facendolo leggere Filosofia ne' pubblici Studj di questa città. Quel famoso Antonio d'Alessandro, che da questo Principe fu adoperato negli affari più rilevanti di Stato, e che per la gran perizia della giurisprudenza acquistò il soprannome di Monarca delle leggi, pure nel 1483 volle che la leggesse in questa Università. Antonio dell'Amatrice celebre Canonista di questi tempi fu da Ferdinando nel 1478 posto in questi Studj per Cattedratico, ove insegnò con grand'applauso e concorso la legge Canonica. E nel 1488 v'invitò per Lettori Bartolommeo di Sorrento, Girolamo Galeota, Giuliano di Majo, Francesco Puzzo, Antonio Feo ed altri famosi Professori, li quali illustrarono quest'Università e la resero non inferiore alle altre Università d'Italia[64].

Per le tante utili arti quivi introdotte e per la grandezza de' Tribunali, per la celebrità di quest'Accademia e per tanti altri pregi onde ornò questo Principe Napoli, concorrendovi da tutte le città e Terre del Regno, e da più remote parti gran numero di persone: avvenne, che il numero degli abitatori crescesse a tal segno, che fu d'uopo a Ferdinando ingrandir la città, ed allargare il giro delle sue mura. Avea Carlo I d'Angiò, dopo le antiche ampliazioni, di cui ben a lungo favella il Tutini[65], dato principio ad allargare le sue mura, riducendo il mercato (quel miserabil teatro ove rappresentossi l'orribil tragedia dell'infelice Corradino) dentro la città, edificando le mura con torri avanti la chiesa del Carmelo, tirandole per dritto incontro al mare insino all'antico porto della città che si chiama piazza dell'Olmo, e racchiuse dentro di esse le strade, che oggi si appellano della Conciaria, la Ruga de' Franzesi, la Piazza, detta Loggia de' Genovesi, la Piazza delle Calcare e la Ruga de' Catalani. Carlo II suo figliuolo nel 1300 l'ampliò dalla parte di Forcella, e la Regina Giovanna II nel 1425 erse le nuove mura dalla dogana del sale, insino alla strada delle Corregge. Ma Ferdinando dilatò il suo circuito in più ampj e magnifici spazj, e con augusta celebrità si diede ad ingrandirla, buttando la prima pietra con gran solennità e pompa a' 15 giugno dell'anno 1484 dietro il Monastero del Carmelo, ove edificò una Torre, che oggi giorno è in piedi, ed è nomata la torre Spinella, per essere stato Francesco Spinello Cavalier napoletano dal Re destinato Commessario a questa nuova fabbrica delle mura di Napoli. Venne perciò racchiuso dentro la città per queste nuove mura il monastero del Carmelo, e si tolsero via i ponti di tavole, ch'erano avanti a ciascheduna porta della città, poichè attorno all'amiche mura v'erano i fossi; ed a lato della chiesa suddetta si fece quella porta, che ancor oggi si vede adornata di pietra travertina. Camminano queste mura da questo luogo, e rinserrano la strada del Lavinaro, l'altra della Duchesca (così appellata, perchè ivi anticamente era il giardino d'Alfonso Duca di Calabria e della Duchessa sua moglie) e la piazza chiamata Orto del Conte; e si trasferì la porta di Forcella dall'antico luogo a quello dove è al presente, donde vassi a Nola, onde Nolana appellossi. Così ancora fu trasportata la porta Capuana, ch'era vicina al castello di Capuana, a fianchi della Chiesa di S. Caterina a Formello, ove ordinò Ferdinando, che magnificamente si costruisse, e fece scolpire in marmo la sua coronazione per collocarla sopra la medesima; benchè poi, non sapendosene la cagione, non vi fu posta, se non che da poi proseguendo l'Imperador Carlo V di cinger Napoli di nuove mura, abbellì ed adornò questa porta di finissimi marmi e maravigliose sculture con quella magnificenza, che ora si vede. Furono da Ferdinando continuate queste mura, insino al monastero di S. Giovanni a Carbonara, per le quali così questo, come quello di Formello vennero a rinserrarsi dentro la città. Ma rimase interrotto ogni lavoro per le turbolenze, che seguirono, e per le nuove guerre, ch'ebbe a sostenere nella nuova congiura orditagli da' Baroni, cotanto ben descritta da Camillo Porzio. La fabbrica è ben intesa: ella è tutta di piperno, e da passo in passo vi sono molti Torrioni della stessa pietra, il cui Architetto fu Messer Giuliano Majano da Fiorenza[66]. Sopra ciascuna porta vi fu scolpita in marmo l'effigie del Re sopra un destriere con l'iscrizione: Ferdinandus Rex nobilissimæ Patriæ. Carlo V poi finì il disegno, poichè nel 1537, quando egli venne a Napoli, rinovò ed abbellì la porta Capuana con quella magnificenza, che ora si vede, e togliendo l'effigie di Ferdinando vi pose le sue imperiali insegne; e tirando le mura dalla parte di dietro del Monastero di S. Giovanni a Carbonara le continuò sino alla porta di S. Gennaro, e poi le stese insino alle falde del Monte di S. Martino, nella maniera, ch'ora si vedono; ma le fabbricò non già di piperno, ma di pietra dolce del monte del paese con nuovo modo di fortificazioni, non con torri, ma con Baloardi: e questa fu l'ultima ampliazione per ciò che riguarda il giro delle mura, poichè da poi si fabbricò tanto intorno ad esse, che i suoi borghi nello spazio di 150 anni sono divenuti ora tante ampissime e vastissime città.

Non pure il Re Ferdinando ne' suoi anni di pace inalzò cotanto Napoli capo di un sì floridissimo Regno; ma ebbe ancora particolar pensiero delle sue ampie province, che lo compongono. Non volle, che d'un Regno se ne formasse una città sola, con ispogliar le altre delle loro prerogative; ma le città principali delle province le fece Sedi de' Vicerè. Quando prima i Presidi, che si mandavano a governarle, eran chiamati Giustizieri, ne' suoi tempi cominciarono a chiamarsi Vicerè. Quindi ne' tempi di questi Re Aragonesi leggiamo i Vicerè d'Apruzzo e di Calabria. Quindi leggiamo concedute alle città ove risedevano grandi prerogative, come all'Aquila, Bari, Cosenza ed a molte altre.

Ma sopra ogni altra provincia innalzò quella d'Otranto, e particolarmente la città di Lecce, dove ristabilì con ampissimi privilegi e prerogative quel Tribunale. Quando questo Contado, dì cui Lecce era capo, fu sotto i Principi di Taranto dell'illustre famiglia del Balzo e poi Orsino, questi Principi tenevano il lor Tribunale, ch'era chiamato il Concistoro del Principe; quindi ancor oggi vediamo alcune sentenze profferite in Lecce in Consistorio Principis, dove s'agitavano le cause di quel Contado, ed avea il suo Fisco; onde si diceva il Fisco del Principe, a differenza del Fisco del Re. Questo Concistoro era composto di quattro Giudici Dottori, d'un Avvocato e d'un Proccuratore fiscale, d'un Maestro di Camera, o sia Camerario, d'uno Scrivano e d'un Mastrodatto. Fu istituito nel 1402 da Ramondello Orsino e da Maria d'Engenio genitori del Principe Giovanni Antonio[67]: ed avea la cognizione delle cause così civili, come criminali, sopra tutto il Contado e sopra tutte quelle città e Terre, che i Principi di Taranto aveano occupate alla Regina Giovanna I.

Quando per la morte dell'ultimo Principe, accaduta in Altamura, il Principato di Taranto venne in mano del Re Ferdinando, ancorchè il Duca Giovanni d'Angiò tentasse i Leccesi perchè si mantenessero sotto le sue bandiere, nulladimanco furon costanti sotto la fede del Re, al quale si diedero, subito che intesero esser morto in Altamura il Principe[68]. Ed oltre ciò, venuto il Re in Lecce nel 1462 dopo la morte del Principe, gli presentarono tutto il tesoro del Principe, che teneva serbato nel castello di quella città, ricchissimo di vasi d'oro e d'argento e di preziosissime suppellettili: ciò che oltremodo fu accettissimo a Ferdinando, il quale, per le spese della guerra, che sosteneva col Duca Giovanni, era rimaso molto esausto di denaro. Concedè per tanta fede e per un sì opportuno soccorso a Leccesi privilegi ampissimi: confermò loro tutte le concessioni e contratti di terre demaniali e burgensatiche, che aveano avuti col Principe. Confermò il Concistoro co' Giudici, che lo componevano, e gli stipendj che tenevano situati sopra le entrate d'alcuni Casali della città: concedè loro privilegio, che quel Tribunale dovesse sempre risedere in Lecce: lo ingrandì d'altre più eminenti prerogative, costituendolo Tribunal d'appellazione sopra tutte le altre città e Terre della provincia così dei Baroni, come demaniali: che potesse conoscere delle cause feudali, anche de' feudi quaternati: potesse dare i balj ed i tutori a pupilli feudatarj: potesse ravvivare l'istanze perente, che noi diciamo insufflazion di spirito: che le sentenze potessero proferirsi in nome del Re, e potesse farle eseguire, non ostante l'appellazione interposta. Vi costituì per Capo D. Federico suo figliuolo secondogenito, il qual vi dimorò fin che per la morte di Ferdinando II, suo nipote non fosse stato chiamato alla successione del Regno. Volle perciò, che non meno del S. C. di Santa Chiara, fosse nomato ancor egli Sacro Consiglio provinciale, e che dopo quel di Napoli fosse il più eminente sopra tutti gli altri Tribunali del Regno. Quindi avvenne, che la Puglia, essendosi divisa in due Province, in Terra di Bari e Terra d'Otranto, avendo ciascheduna il suo Tribunal separato, ambedue s'usurpassero il titolo di Sacra Audienza; ma ora molte delle riferite prerogative sono svanite, e toltone questo spezioso nome ed alcuni altri privilegi di picciol momento, sono state uguagliate alle Udienze di tutte le altre province del Regno.

Forse il Re Ferdinando in maggior splendore ed in una più perfetta polizia avrebbe ridotto il Regno di Napoli, se avesse avuti nel suo regnare più anni di pace e di tranquillità; ma ecco che contro di lui sorgono nemici più fieri e terribili, ed i Baroni più ostinati che mai, tornano di nuovo a perturbargli il Regno. Egli è vero, che se Ferdinando le virtù medesime ch'esercitò nel principio del suo Regno e tra le avversità della sua fortuna, l'avesse continuate nella prospera, sarebbe certamente stato un Principe de' più saggi che abbiano regnato in terra; ma il vedersi ora, dopo aver trionfato de' suoi nemici in un Regno vastissimo e floridissimo, tutto pacato ed in pace; o che non potesse resistere all'impeto della dominazione, o che prima covrisse i suoi naturali costumi, fu poi notato di poca fede, e di animo fiero e crudele. Dice Francesco Guicciardino[69] gravissimo istorico, essere stato Ferdinando un Principe certamente prudentissimo e di grandissima estimazione, che colla sua celebrata industria e prudenza, accompagnato da prospera fortuna, si conservò il Regno acquistato nuovamente dal padre contra molte difficoltà, che nel principio del regnare se gli scopersero, e che lo condusse a maggior grandezza, che forse molt'anni innanzi l'avesse posseduto Re alcuno; e che sarebbe stato un ottimo Re, se avesse continuato a regnare con le arti medesime, con le quali avea principiato; ma da poi, siccome ponderò Angelo di Costanzo[70], non men di quello, savissimo Scrittore, il vedersi in tanta prosperità, mutò maniera e costumi; poichè non ricordandosi de' beneficj che Iddio gli avea fatti, cominciò a regnare con ogni spezie di crudeltà ed avarizia, non solo contra quelli, che alla guerra passata aveano tenuta la parte contraria, ma anche contra coloro che l'aveano più servito, perchè rivocò tutti i privilegi che loro aveva fatti in tempo di necessità. Ma quel, che più d'ogni altro gli facesse acquistare l'odio universale, fu Alfonso Duca di Calabria suo primogenito, il quale seguendo il medesimo stile lo superava di crudeltà ma assai più di libidine, disonorando molte case principali, pigliandosi pubblicamente dalle case de' padri le figliuole, e togliendole a' mariti illustri a cui erano promesse, e poi maritandole a Nobili, e sovente contro lor volere. Accumulò per tanto Alfonso tanto odio all'odio che s'avea acquistato il padre, che non solo da' sudditi del Regno, ma da altri Potentati d'Italia fu desiderata la sua ruina.

Conoscendo tanto Ferdinando, quanto Alfonso la mala volontà universale, pensarono di vivere sempre armati, tenendo molte genti di guerra, perchè potessero tenere in freno i soggetti che non si ribellassero. E Ferdinando per aver occasione di nutrire il suo esercito in paesi d'altri, fatta lega con Papa Sisto, mosse guerra ai Fiorentini, e mandò il Duca di Calabria all'impresa di Toscana. Reggeva allora la Repubblica fiorentina Lorenzo de' Medici, cittadino tanto eminente sopra il grado privato nella città di Fiorenza, che per consiglio suo non pur si reggevano le cose di quella Repubblica, ma era per tutta Italia grande il nome suo, poich'invigilava con ogni studio che le cose d'Italia non in modo bilanciate si mantenessero che più in una che in altra parte non pendessero, e sovente l'aiuto dell'uno si ricercava per far contrappeso all'altro. I Fiorentini per ciò, per tema che il Re Ferdinando non stendesse oltre i suoi confini e non venisse ad insignorirsi della Toscana, impegnarono i Venegiani ad entrar in lega contro Ferdinando. I Vinegiani temendo ancora, che presa la Toscana, non venisse a farsi Signore della Lombardia, s'unirono prontamente co' Fiorentini, li quali non potendo dalle potenze cristiane conseguire che travagliassero Ferdinando, si girarono a quella del Turco che avea suo imperio nell'Albania, e parte nella Schiavonia dirimpetto al Regno[71]; onde i Fiorentini per divertire l'arme di questo Re dalla Toscana, ed i Vinegiani quelle del Turco da' loro proprj Stati, invitarono Maometto II alla conquista del Regno di Napoli. Gli avvenimenti della qual impresa, siccome quella de' Baroni congiurati, bisogna riportare al seguente libro di questa istoria.

FINE DEL LIBRO VENTESIMOSETTIMO.

STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI