LIBRO TRENTESIMOSESTO
Filippo IV succedè al padre in età così giovanile, che non avea oltrepassati i sedici anni, per esser egli nato in Valladolid agli 8 d'aprile dell'anno 1605. Il suo Regno fu molto lungo, avendo durato quarantaquattro anni e mezzo insino al 1665 anno della sua morte. Si sperava, che per l'assunzione al soglio d'un nuovo Re, dovessero cessare i Favoriti, ed assumer egli in se stesso il Governo, ma riuscì vana ogni lusinga; poichè portati al Re i dispacci, gli consegnò a D. Gaspare di Gusman, Conte d'Olivares, il quale, ancorchè lo desiderasse, mostrandosene alieno, con questa sua simulata modestia mosse il Re a comandargli, che fossero dati a chi il Conte volesse. Egli simulando moderazione, gli rassegnò a D. Baldassar di Zunica, vecchio ed accreditato Ministro; ma però di concerto tra loro, perchè, essendo il Zunica suo zio, aveano convenuto di sostenersi reciprocamente; onde presto caduta la maschera, tutto l'arbitrio ed il potere si restrinse nel Conte, che decorato ancora col titolo di Duca, si scoprirà ne' seguenti racconti con questo doppio titolo di Conte Duca. Nel suo lungo regnare, sempre più le cose peggiorando, fu questo Reame teatro infelice di grandi e funesti avvenimenti, per li quali rimase voto di forze e di denari, e miseramente travagliato ed afflitto. Egli avendone presa l'investitura dal Pontefice Gregorio XV lo governò in questo spazio di tempo per mezzo di nove Vicerè, che successivamente ne presero l'amministrazione, de' quali il primo fu D. Antonio Alvarez di Toledo Duca d'Alba, del cui governo saremo ora brevemente a narrare.
CAPITOLO I. Di D. Antonio Alvarez di Toledo Duca d'Alba, e del suo infelice e travaglioso governo.
Venne il Duca d'Alba a ristorar il Regno dalle precedenti calamità e miserie; ma per trovar efficaci rimedi a tanti mali, riusciva l'impresa pur troppo dura e malagevole. A fin d'evitare il disordine, che seco portava l'uso delle Zannette, se n'era incorso in un altro maggiore, per la ordinata loro abolizione, non essendovi materia, nè modo per surrogare in lor vece una nuova moneta: cagionossi per ciò un danno gravissimo non meno a' pubblici Banchi, che a' loro Creditori, li quali Banchi si trovavano avere di Zannette la somma di quattro milioni e quattrocentomila ducati. Molti altri particolari Cittadini si trovavano pure quantità grande di Zannette, che furono costretti a venderle a peso d'argento, con ciò impoverironsi molte famiglie, che per tal cagione si ridussero in una estrema mendicità, donde nasceva ancora la penuria di tutte le cose, e l'impedimento del commercio. A riparar questi mali applicò l'animo il Duca d'Alba nel principio del suo Governo, ed avendo formata una Giunta di Ministri e d'altre persone pratiche, commise allo scrutinio di quella di trovare opportuno espediente per restituire nel Regno l'abbondanza ed il commercio. Esaminato l'affare, fu conchiuso d'imporre una nuova gabella per riparare in parte a perdita sì grave, poichè ripararla in tutto era impresa disperata ed impossibile. Ma s'urtava in un altro scoglio, per la difficoltà, che s'incontrava, che non v'era materia sopra dove potesse imporsi. Era il Regno gravato di tante gabelle e dazj, che quasi tutte le cose, delle quali hassi bisogno per conservar la vita, n'erano gravate: pure, consideratosi che solo i vini, che si vendevano a minuto nell'Osterie pagavano il dazio, e gli altri, che entravano nella Città per vendersi a barile, o a botte per uso de' Cittadini, non portavano peso alcuno, fu risoluto d'imporre un ducato di gabella per botte. Così fu imposta questa nuova gabella, la quale affittatasi per la somma di circa ducati novantamila l'anno, fur queste entrate assegnate a' creditori de' Banchi per la terza parte de' loro crediti, de' quali ne riceverono un'altra terza parte in moneta nuova di contanti: e si assegnarono a' Partitarj, in soddisfazione del prezzo degli argenti somministrati per la nuova moneta, le rendite de' forastieri, delle quali era stata dal Cardinal Zapatta predecessore ritenuta un'annata da riscuotersi in quattro anni. A queste ordinazioni s'aggiunse la moderazione fatta a' prezzi de' cambj, alterati ad un segno, che non potevano tollerarsi; onde si cominciò un poco a respirare, ed a restituirsi, nel miglior modo che si potè, in parte il commercio.
Ma nuovi accidenti tennero ne' seguenti anni non meno travagliato il Regno, che il Duca. Nel 1624 per un'infausta e scarsa raccolta di viveri, si vide la città in una grande angustia. Al flagello della carestia si accoppiò il timore della peste, che dipopolava la vicina Sicilia; ma rese al Duca più travaglioso il suo governo la guerra, che per lo Marchesato di Zuccarello s'accese tra il Duca di Savoja e la Repubblica di Genova, dalla quale, nel progresso di quella, per la fama del suo valore, reso celebre nelle guerre di Fiandra ed altrove, fu preso al suo servizio il nostro Maestro di Campo D. Roberto Dattilo Marchese di S. Caterina, figliuolo del Sargente Maggiore D. Alfonso, e confidatogli il comando della soldatesca pagata. Vi si aggiunse ancora l'altra guerra della Valtellina, per l'una e l'altra delle quali, per comando del Re, bisognava assistere di gente e di danaro. Mancava per sostenerle massimamente il danaro: le passate sciagure, in un governo senza economia, e con tutto ciò sempre profuso, posto in mano di Favoriti, che non come pastori legittimi, ma mercenarj, non curando le stragi e le calamità de' Popoli, aveano impoverito non meno i vassalli, che il Sovrano, e l'Erario Regale non era meno esausto che le borse de' sudditi; ma con tutto ciò il Conte Duca premeva il Vicerè, che dal Regno si spedissero milizie, e si soccorresse di danaro. Bisognò per provvedere all'estrema penuria di raccorlo con modi soavi, e che meno incomodassero i sudditi: fu per ciò ritenuta in due volte la terza parte dell'entrate d'un anno, che i creditori della Corte tenevano assegnate sopra le gabelle e fiscali, dato loro l'equivalente sopra il nuovo dazio del cinque per cento, aggiunto alle Dogane del Regno. Dall'entrate de' forestieri si tolsero venticinque per cento, e fu ordinata l'esazione di due carlini a fuoco.
Per raccor gente fu conceduto il perdono a tutti i delinquenti, contumaci e banditi, che andassero ad arrolarsi sotto l'insegne. Raccolte le soldatesche, fecene il Duca mostra sul piano del Ponte della Maddalena: oltre le milizie Spagnuole, ed i Reggimenti italiani de' Maestri di Campo Carlo di Sangro, ed Annibale Macedonio, si videro in buon'ordinanza schierati i Battaglioni delle province di Principato citra e Basilicata, sotto il comando del Sargente Maggiore Marco di Ponte: quello del Contado di Molise e Capitanata, sotto il comando del Sargente Maggiore D. Pietro de Solis Castelbianco: l'altro di Principato ultra, era condotto dal Sargente Maggiore D. Antonio Caraffa Cavaliere di S. Giovanni: quello di Terra di Lavoro, era guidato dal Sargente Maggiore Vespasiano Suardo; e quel di Terra di Bari dal Sargente Maggiore Giantommaso Blanco.
Oltre a ciò furono raccolti seimila altri uomini dalle Comunità del Regno, tassate a dar questo numero a proporzione de' fuochi; e questi furono parimente spediti sotto il comando de' Maestri di Campo D. Antonio del Tufo, e D. Roberto Dattilo, quello stesso, che poi fu richiesto al servizio de' Genovesi, come di sopra s'è narrato; ed il Principe di Satriano D. Ettore Ravaschiero guidò pure sotto la sua scorta altre squadre.
A queste spedizioni fatte dal Duca d'Alba s'aggiunse l'aver egli proccurato un donativo dalla città di centocinquantamila ducati per supplire alle spese di queste guerre, per le quali non tralasciarono di somministrare altri ajuti molti Titolati e Cavalieri napoletani. E fu duopo al Duca d'accorrere a' bisogni non solo delle guerre d'Italia, ma insino a Fiandra mandar dal Regno gente e denaro.
Nè pur di ciò sazio il Conte Duca, poichè le guerre d'Italia tuttavia continuavano, e n'andavano sempre mai pullulando altre nuove, avea mandato ordine a tutti i Governatori degli Stati, che il Re possedeva di qua dell'Alpi, che per accorrere in ogni bisogno che mai potesse nascere, era mestieri mantener sempre pronti, anche in tempo di pace, ventimila fanti e cinquemila cavalli, e che perciò trovassero espedienti per sostentarli. Ma, avendo il Vicerè proposto l'affare nel Consiglio di Stato, fu risoluto, che si rappresentasse al Re, che questo sarebbe stato un peso insoffribile al Regno cotanto aggravato; e che l'aggiungerne altri nuovi particolarmente in tempo di pace, sarebbe stata un'oppresione, che avrebbe distrutti i mezzi di poterlo poi servire in tempo di guerra, e nelli più urgenti bisogni.
Non tralasciarono ancora a questi tempi i Turchi di travagliar le nostre marine, li quali profittandosi dell'occasion dell'assenza delle squadre marittime dal Regno, comparvero ne' nostri mari, e sotto il Monte Circello alcune Galee di Biserta presero sei Navi, che andavano a caricar grani per l'Annona della città; poscia assalirono la Terra di Sperlonga presso Gaeta, il Castel dell'Abate e la Torre della Licosa. Altri quattordici vascelli Turchi infestarono le marine del Capo d'Otranto; e se il Marchese di S. Croce non fosse qui giunto coll'armata di Spagna, che gli pose in fuga, d'altri più gravi danni sarebbero stati cagione.
Pure i tremuoti vi vollero avere la lor parte. Nel mese di marzo del 1626 fecesi sentire in Napoli, ed in molte parti del Regno, un così orribile tremuoto, che empì la Città d'orrore e di spavento. Nel seguente mese d'aprile scosse più fieramente la Calabria, con gran danno della città di Catanzaro, di Girifalco e d'altre Terre. Ma nel nuovo anno 1627 si fece con maggior violenza sentire in Puglia, dove abbattè molte Terre, e fece strage grandissima degli abitatori, a' quali non bastando i sepolcri, fu duopo incendiar i cadaveri, perchè l'aria non si contaminasse.
Cotanto travaglioso e così pieno di fastidiose cure fu il Governo del Duca d'Alba; ma con tutto ciò non si sgomentò egli mai, nè mancò col suo valore e costanza andar incontro a' Fati. Egli ancora in mezzo a tanti travagli, non mancò dimostrare l'animo suo magnanimo e generoso in tutte le occasioni, che in Napoli durante il suo Governo gli s'offersero così nelle pubbliche allegrezze per la natività d'una figliuola, che in questo tempo nacque al Re, e delle funzioni celebrate nel Palagio Regale per li Tosoni dati a' Principi della Roccella, d'Avellino, e di Bisignano, come nella venuta, che, per l'occasione del Giubileo generale dell'anno 1625, fece in Napoli il Principe Ladislao, figliuolo di Sigismondo III Re di Polonia, e degli altri Signori ed Ambasciadori del Re, che si portavano in Roma. Ma sopra tutto rilusse la sua magnificenza, che seguendo i vestigj de' suoi predecessori, volle abbellir la Città o con nuovi edificj, o con ristorare, ed ingrandir gli antichi. Egli rifece quella Torre della lanterna al Molo, e la ridusse in quella altezza, che oggi si vede: costrusse un Baloardo nella punta del Molo con quattro Torrioni, per difesa del Porto; ed aprì quella magnifica Porta, che dal suo ancor ritiene il nome di Port'Alba, per comodità di coloro ch'andavano a' Tribunali. Costrusse il Ponte sopra il fiume Sele nel territorio della città di Campagna, un altro nella città d'Otranto; e sopra il Garigliano per comodità de' viandanti ne fece innalzar un altro. Per li timori conceputi della peste, che travagliava la vicina Sicilia, fece egli trasportare l'Espurgatojo dal luogo, ove allora si trovava presso Posilipo, in quello dove sia oggi vicino a Nisita. Fece ancora condurre l'acqua di S. Agata e d'Airola in Napoli per servigio de' Cittadini e delle fonti della città, e spezialmente del fonte vicino al Regio Palazzio da lui abbellito.
Nè mancò render la città vie più vaga e dilettevole con aprir nuove fonti, come fece nella strada di S. Lucia, d'allargar le strade, come fece in quella di Mergellina, affinchè coloro, che ricevono incomodo dal Mare, potessero andarvi comodamente per terra, ed egli fece abbellire di pitture il Regal Palazzio del famoso pennello di Belisario. Ma sopra tutto, di che il Regno gli deve, fu d'aver comandato al Reggente Carlo Tappia di perfezionare lo Stato dell'entrate e de' pesi di tutte le Comunità del Regno, e limitare le quantità che doveansi spendere in ciascun anno per servigio del pubblico: ciò, che tolse in gran parte agli amministratori di quelle la comodità di profittarsi del pubblico peculio. Parimente molto gli si deve per aver nel 1626 comandato a Bartolommeo Chioccarello quella Raccolta di tutte le scritture attinenti alla Regal Giurisdizione, ch'egli fece in 18 volumi, e che poi nell'anno 1631, per ordine del Re Filippo IV, consegnò al Visitator Alarcone, per doverli portare in Ispagna, dove furono conservati nel supremo Consiglio d'Italia.
Ma mentre il Duca d'Alba con universal soddisfazione ed applauso amministrava il Regno, avendo finiti appena sei anni del suo Governo, gli pervenne l'avviso, che il Duca d'Alcalà gli era stato dalla Corte destinato per successore: di che molto contristossene, e con tutto che non potesse sfuggir la partita, proccurò nondimeno con vari modi differirla: tanto che l'Alcalà partito dalla Corte e giunto a Barcellona, aspettando la comodità delle Galee per imbarcarsi, e queste mai non giungendo, fu costretto, dopo aversi per suo sostentamento in sì lunga dimora impegnati gli argenti, che seco portava per suo servigio, d'imbarcarsi sopra le Galee di Malta, che inaspettatamente lo condussero a vista di Napoli.
Giunse l'Alcalà a' 26 del mese di luglio dell'anno 1629, e smontato alla riviera di Posilipo, fu alloggiato dal Principe di Cariati nel Palagio di Trajetto, dove colla Duchessa sua moglie, col Marchese di Tariffa suo primogenito e con tutta la sua famiglia, fu magnificamente trattato. Il Duca d'Alba era allora travagliato in letto da fieri dolori nefritici, ed il nuovo Vicerè fu a visitarlo; ma con tutto che stasse infermo, non tralasciava l'applicazione a' negozj; ed alzatosi poi da letto, e restituita la visita all'Alcalà, si portò agli 8 d'agosto in S. Lorenzo a terminare il Parlamento già cominciato, il quale per l'infermità sopraggiunta a D. Giovan-Vincenzo Milano creato Sindico della Piazza di Nido, era rimaso sospeso. In questi ultimi giorni del suo governo ottenne egli un donativo d'un milione e ducentomila ducati dal Baronaggio ed Università del Regno, rimettendo alle medesime tutto ciò che doveano al Re di pagamenti fiscali già maturati; ed oltre a ciò ottenne un dono per se medesimo di settantacinquemila ducati. Proseguiva ancora il suo governo, ed a far molte grazie, ed a provveder diverse cariche Militari e di Toga; ed intanto l'Alcalà si tratteneva in divozioni, ed in esercitar opere di pietà in Posilipo. Finalmente partì il Duca d'Alba a' 16 agosto, lasciando di se a' Napoletani un grandissimo desiderio per la sua giustizia, bontà e prudenza civile, siccome lo dimostrano ancora le sue leggi, che ci lasciò, tutte savie e prudenti per le belle ordinazioni che contengono, le quali possono vedersi nella Cronologia prefissa al primo tomo delle nostre Prammatiche.
CAPITOLO II. Del Governo di D. Ferrante Afan di Riviera Duca d'Alcalà.
Questo nuovo Duca d'Alcalà, che venne al governo del Regno, potè mal imitare i vestigi dell'altro Duca d'Alcalà suo maggiore, per la corruzione, in cui erano ridotte le cose del Regno. Qualunque più esperto e savio Ministro era per confondersi ne' tanti disordini e calamità. Non vi erano nel Regno guerre, ma quelle di Lombardia cagionavano a noi mali peggiori, che se ardessero nelle viscere di quello. I Turchi non tralasciavano le loro scorrerie nelle nostre Marine, nè vi era chi potesse loro opporsi, perchè divertite le nostre forze altrove, erano assai deboli e scarse le difese. Gli Sbanditi per l'istessa cagione non lasciavano d'infestar le campagne e le pubbliche strade, e talora anche le Terre murate. I Tremuoti, ed i nuovi timori di peste e le altre sciagure, posero tutto in costernazione e disordine.
Da chi dovea sperarsi conforto, si riceveva maggior tracollo. Il Re, posto in mano del Favorito, niente curava di noi; ed il Conte Duca che reggeva la Monarchia, per sostenere le guerre di Lombardia avea fondata la sua maggior base nel Regno di Napoli. Con tutto che col continuo premere si vedesse così esangue e smunto, non si tralasciava di dimandar continuamente soccorso di gente e di danari. L'angustie del Vicerè, e più de' sudditi, erano per ciò grandi; pure per supplire in parte a' bisogni, fu a questi tempi trovato espediente di sospendere i pagamenti delle quantità assegnate a' creditori del Re sopra le Comunità del Regno, e di prendere quarantamila ducati dalle rendite della Dogana; ma ciò non bastando, fu duopo insinuare a tutti una volontaria tassa, la quale fu regolata dal Vicerè in cotal guisa, che non eccedesse la somma di ducati mille, nè fosse meno di diece: furono per ciò costretti i Titolati ed i Baroni ed anche gli Avvocati, insino i Mastrodatti e Scrivani a votare le loro borse nelle mani del Vicerè, che raccolse per questi tributi somme grossissime, sì che si pose in istato d'accorrere con soldatesche e denari alle necessità della guerra.
Nominò pertanto il Vicerè per queste spedizioni tre Mastri di Campo per arrolare tre Reggimenti, li quali furono D. Giovan d'Avalos Principe di Montesarchio, il quale poi per la morte sopravvenuta a due suoi figliuoli rinunziò il comando, e fu eletto in sua vece D. Luzio Caracciolo di Torrecuso, ch'era suo Sargente Maggiore; Carlo della Gatta e Mario Cafarelli. Il Principe di Satriano fece pure a sue spese un Reggimento di ventidue Compagnie, che tutte andarono a servire a Milano, per dove furono parimente imbarcati altri seicento Spagnuoli e molte Compagnie del Battaglione, e ciò oltre al Reggimento di Mario Galeota, che colle Galee prima di tutti s'era avviato a Gaeta, dove gli convenne trattenersi molti mesi, perchè i venti contrari gli avean impedita la navigazione.
Ma che pro? Tanti e tali soccorsi, che riguardandosi la povertà del Regno, donde si mandavano, potevano dirsi potenti, si dissiparono in un baleno in quella guerra mal guidata e sempre infelice. Veniva per ciò di nuovo sollecitato l'Alcalà a mandarne degli altri; ma donde dovea provvedersi del denaro, già che mancavano i fondi, ed erano già esauste tutte le scaturigini? Allora si venne alla risoluzione di vendere le città e Terre demaniali del Regno, ed a metter mano alle supreme Regalie. La città di Taverna fu venduta al Principe di Satriano, quella dell'Amantea al Principe di Belmonte, il Casale di Fratta al Medico Bruno, Miano e Mianello alla Contessa di Gambatesa, Marano al Marchese di Cerella D. Antonio Manriquez, ed altri luoghi ed altre persone: ciò che cagionò disordini grandissimi, perchè avvezzi que' cittadini al Demanio Regale, ed abborrendo la servitù, che lor soprastava di sottoporsi a Baroni, diedero in tali eccessi, che i Cittadini dell'Amantea e di Taverna chiusero a' compratori le Porte, ricusando di dar loro il possesso, e fecero valere i lor privilegi in guisa, che istituitasene lite, furono, con isborsare il prezzo per termini di giustizia conservati nel Demanio Regale.
La venuta della Regina Maria sorella del Re, che andava in Alemagna a trovar Ferdinando d'Austria Re d'Ungheria suo sposo, finì d'impoverire l'Erario Regale e le Comunità del Regno. Ella, per lo sospetto della peste di Lombardia, torse il cammino, ed accompagnata dal Cardinal di Gusman Arcivescovo di Siviglia e dal Duca d'Alba, con una Corte splendida e numerosa, deliberò, tralasciata la strada di Lombardia, di far quella del Regno. Si credette che il Duca d'Alba, per oscurare l'autorità del Vicerè fosse stato l'autore di tal risoluzione, e che perciò proccurasse far differire dalla Regina il cammino, siccome in fatti dal mese d'agosto del 1630, ch'entrò in Napoli, vi si trattenne quattro mesi continui splendidamente assistita, ed in continue feste e tornei trattenuta, come conveniva ad una tanta Principessa. Il Pontefice Urbano VIII le spedì Monsignor Serra a presentarle la Rosa d'oro, che rimase presso la Regina per suo Nunzio: venne da Roma il Conte di Monterey, Ambasciadore del Re alla Corte del Papa, a baciarle la mano, siccome fecero molti altri Signori e Principesse di conto. Non si parlava di partire, ed intanto la spesa, che questa dilazion portava al Patrimonio regale, era grandissima: s'erano fatti venire molti cavalli, ed altri animali per le vetture, e s'erano costrette le comunità del Regno a mandarle, ma poi non partendo, doveansi soministrar le spese per loro mantenimento e de' condottieri. L'Erario Regale era già voto, tanto che per supplire alla spesa, s'era posto mano all'entrate del Re assegnate a' particolari, e ciò nè meno bastando, s'era convenuto torre in prestanza grosse somme da' Banchi. Il Conte di Francburgh Ambasciador d'Alemagna sollecitava il viaggio, e scorgendo, che tanto più si differiva, finalmente si dichiarò colla Regina, che giacchè non voleva partire, gli dasse permissione d'andarsene. Anche il Vicerè Alcalà s'arrischiò a dirle, che si compiacesse dargli certezza della sua risoluzione; poichè se le fosse piaciuto differir la partenza, avrebbe licenziati i cavalli, e fatti soprasedere gli altri apparecchi, che il Provveditor Generale D. Francesco del Campo avea avuto ordine di fare; il qual ufficio passato dall'Alcalà per suo zelo, che egli ebbe del maggior servigio del Re, diede appoggio al Duca d'Alba di proccurare dalla Corte, che fosse egli rimosso dal Governo, come più innanzi diremo.
Ma la dimora era eziandio cagionata, perchè intendendo la Regina di passar a Trieste colla stessa armata Spagnuola ingrossata dalle solite squadre de' Principi italiani, colla quale era giunta a Napoli, se le opposero i Vineziani, riputando con ciò offendersi il lor preteso dominio del mare; ed offerirono tutta, o parte della loro Armata, per servire al trasporto. Ricusavano i Ministri spagnuoli, minacciando di passare anco senza lor consenso; ma risolutamente dichiaratisi i Vineziani, che se alla cortesia dell'esibizioni volessero i Spagnuoli preferire la forza dell'armi, converrebbe alla Regina passare alle nozze tra le battaglie ed i cannoni; stimarono gli Spagnuoli far sospendere il viaggio, fino a nuovi ordini della Corte, la quale vergognosamente cedendo, richiese la Repubblica di prestare la sua armata ed il passo. Così finalmente partì la Regina a' 18 decembre di quest'anno 1630, e facendo il cammino di Puglia, entrò per gli Apruzzi nello Stato del Papa, ed andò a trattenersi in Ancona: da dove da Antonio Pisani Generale de' Vineziani con tredici Galee sottili fu con trattamento magnifico e regale sbarcata a Trieste[21].
Intanto non lasciavano di render travaglioso il Governo al Duca le scorrerie de' Turchi, che danneggiavano le nostre Marine; e le Galee di Biserta posero in tal confusione le spiagge di Salerno, portando via molti Schiavi, ed attaccando fuoco alla Terra d'Agropoli, che il Vicerè fu costretto a spedirvi otto Galee per discacciarli: le genti della famiglia del Duca d'Atella, che andavano nel di lui Stato, in Calabria, furono fatte schiave da' Turchi, e se non fossero state liberate dalle Galee di Fiorenza sarebbe loro convenuto tollerare una misera servitù.
Anche gli Sbanditi in molte parti del Regno facevan guasti terribili; tanto che bisognò al Vicerè che vi spedisse D. Ferrante di Ribera suo figliuol naturale con titolo di Vicario Generale di tutto il Regno, e con tutta l'autorità, che in lui risedeva, a fin di sterminarli e di visitar le Fortezze. I tremuoti, che si fecero sentire a' 2 aprile di quest'anno 1630, posero ancora gran timore e spavento: ma assai maggiori furono i timori, che s'avevano della peste, che in Lombardia faceva stragi crudeli, e che manifestossi più volte ne' confini del Regno. S'aggiunse eziandio la voce sparsa, che camminassero per l'Italia alcuni infami, li quali inventando nuove fogge di morte, proccuravano con peste manufatta estinguere, per quanto potevano, il genere umano, avvelenando l'acque per le Chiese e per le strade, ed in cotal guisa andavano spargendo la contagione. Se ben l'immaginazione de' popoli, alterata dallo spavento, molte cose si figurava; ad ogni modo il delitto fu scoperto, e punito, stando ancora in Milano l'iscrizioni, e le memorie degli Edificj abbattuti, dove que' mostri si congregavano[22]; laonde fu ordinato per tutto il Regno, che si facessero diligentissime guardie, e che non si permettesse far entrar persona alcuna, senza le debite fedi di sanità.
In tale costernazione trovandosi il Regno, ogni cosa andava in perdizione. La poca giustizia, che s'amministrava ne' Tribunali, e le sordidezze d'alcuni Ministri, costrinsero il Vicerè ed il Visitator Alarcone con ordine della Corte, di sospenderne alcuni. Gli Avvocati si congiurano e non vogliono esporsi all'esame ordinato dal Re e s'astengono d'andare a Tribunali; ed i Ministri senz'alcuna difesa votano le cause; onde fu costretto il Vicerè usar contra essi rigore, perchè ripigliassero il lor mestiere La Regal Giurisdizione, posta a terra, dà sommo adito agli Ecclesiastici di maggiormente insolentire, ed il presente Duca d'Alcalà, troppo diverso dall'altro suo predecessore, gli soffre e non ne prende severo castigo, ma usando piacevolezza, vie più gli rende insolenti; siccome chiaramente si vide a quel che accade all'Auditor Figueroa. Avea il Duca d'Alba mandato certo Spagnuolo con sua commessione ad eseguire i beni d'alcuni di Nicotera, siccome eseguì; ma fatta l'esecuzione, pretendendosi, che fra le robe eseguite ve ne fossero alcune appartenenti al Vescovo, fu da costui il Commessario di propria autorità fatto carcerare. All'attentato commesso a fin di ripararlo, si mosse il Preside della Provincia a mandar l'Auditor Figueroa in Nicotera, affinchè lo sprigionasse; ma il Vescovo intanto avealo fatto trasportare altrove in sicura custodia: onde giunto quel Ministro in Nicotera e fatte gittar a terra le porte delle prigioni, rimase deluso, non trovandovi dentro persona alcuna; e non bastando al Vescovo d'averlo così schernito, per l'ardir usato di rompere le carceri, lo scomunicò, e ne affisse i cedoloni. Il Figueroa niente curando tali fulmini, ch'ei riputava senz'alcuna ragione essersi scagliati, e per ciò da non temersi, non pensò nemmeno farsene assolvere; ma passato l'anno della censura, si vide citato a dire ciò, che sentiva della Fede Cattolica: non curò pure il Figueroa tal citazione; ma passato un altro anno, si vide, che l'Inquisizione di Roma gli avea fabbricato un processo e con solenne sentenza lo dichiarò eretico. Forse di ciò nemmeno se ne sarebbe egli molto curato; ma gl'Inquisitori di Roma, fatto questo, mandarono ordini precisi a Monsignor Petronio Vescovo di Molfetta, che si tratteneva ancora in Napoli con carattere di Ministro del S. Ufficio, che in tutte le maniere lo imprigionasse. Il Vescovo Inquisitore, senza darne notizia al Vicerè, e senza richieder da quello l'Exequatur Regium agli ordini venutigli da Roma, chiamati a se tutti i Cursori dell'Arcivescovo e del Nunzio, co' quali avea concertata la carcerazione, saputo che il Figueroa soleva trattenersi dentro il Convento di S. Luigi de' PP. Minimi, poco prezzando la riverenza del luogo, e molto meno d'esser così vicino al Palagio Regale, comandò loro, che andasser tosto ad arrestarlo. Un attentato così enorme commesso in faccia al Principe, ed una carcerazione così strepitosa fatta innanzi a' suoi occhi, mosse il Vicerè a mandar subito una compagnia di Spagnuoli per reprimer tanta arroganza, li quali avendo posto in libertà il Figueroa lo condussero nel Regal Palagio. In altri tempi si sarebbe di ciò fatto altro risentimento, e si sarebbero severamente puniti gli autori d'un sì scandaloso insulto; ma assembratisi i Regj Ministri, non fu risoluto altro, che di disarmare tutta la famiglia dell'Arcivescovo, del Nunzio e dell'Inquisitore; onde in una notte fur tolte le armi a tutte le Corti Ecclesiastiche, nè contra il Vescovo Inquisitore si procedè a castigo. Tanta moderazione nè pure bastò, perchè Roma si quietasse, la quale profittandosi del tempo, fece di questa esecuzione un rumor grandissimo, spedendo monitorj e censure contra gli esecutori e tutti coloro, che l'aveano consigliata e comandata: ciò che intorbidò alquanto le feste, che si stavano celebrando allora in Napoli per la natività del Principe D. Baldassar Carlo primogenito del Re Filippo IV, il quale fece poi cessar tutti i timori, con una sua regal carta, che mandò al Vicerè, nella quale approvando ciò ch'erasi fatto, comandò, che gli ordini del S. Ufficio di Roma non s'eseguissero affatto nel Regno, senza saputa del Vicerè, e senza sua permissione.
Mentre, per la partita della Regina Maria, il Duca d'Alcalà avea ripreso con maggior libertà il governo del Regno, vennegli avviso, che il Duca d'Alba per molte accuse fattegli alla Corte circa il trattamento fatto alla Regina, avea ottenuto, che fosse colà chiamato. Ma non furon tanto le imputazioni fattegli per ciò alla Corte, che lo rimossero, quanto che il Conte Duca, per cui si reggeva la Monarchia, volendo gratificare il Conte di Monterey Ambasciadore del Re in Roma, a lui doppiamente congiunto in parentado, per tenere il Monterey una sua sorella per moglie, ed il Conte Duca parimente erasi ammogliato con una sorella del Monterey, ricevè volentieri le accuse fatte all'Alcalà, perchè potesse servirsene di spezioso pretesto. E per non amareggiare cotanto il Duca, con grave dispendio del Re, comandò, che il Duca d'Alcalà venisse a giustificarsi in Corte de' carichi, che gli s'adossavano, non intendendosi per ciò privato del Governo, e che per ciò gli corresse il soldo di ventiquattromila ducati l'anno; e che in sua assenza andasse a governar il Regno il Conte di Monterey, al quale corresse per ciò lo stipendio di soli ducati dodicimila l'anno, come interino. Ma il Duca non vi tornò mai più, se non quando fu per passar al Governo della Sicilia; ed il Conte, ch'era interino, vi stette sei anni. Così postergato il servigio del proprio Principe, per privati interessi del Favorito, fu a noi tolto il Duca d'Alcalà, il quale, partito da Napoli ai 13 maggio di quest'anno 1631, diede luogo al Monterey, che da Roma fin da' 17 d'aprile erasi portato in Napoli, trattenendosi intanto in Chiaja nel palagio del Marchese della Valle, insino alla partita del suo predecessore. Lasciò il Duca di se un grandissimo desiderio, ed un rammarico a' Napoletani, che sentirono al vivo le calunniose imputazioni fattegli in Corte. Egli ci lasciò dodici Prammatiche tutte savie e prudenti: fu terribile contra gli sbanditi e loro ricettatori: vietò alle Piazze di Napoli ed alle Comunità tutte del Regno, di assegnar salarj, o far donazioni, anche per causa pia, senza precedente assenso e licenza del Vicerè: riformò i Regj Studi, e comandò, che non si fosse dispensato all'età necessaria per ascendere al grado del Dottorato: fece molte ordinazioni attenenti all'ufficio di Commessario Generale di Campagna; e diede altri savi provvedimenti, che si additano nella Cronologia prefissa al primo tomo delle nostre Prammatiche.
CAPITOLO III. Di D. Emmanuele di Gusman Conte di Monterey; e degl'innumerabili soccorsi, che si cavarono dal Regno di gente e di denaro in tempo del suo Governo.
Cominciò il Conte di Monterey ad amministrare il Regno con funeste apparenze, che diedero presagi d'un calamitoso governo: nella Villa del Vomero diede una donna alla luce un mirabil mostro: una spaventosa Cometa comparsa ne' principj di settembre di quest'anno diede a molti terrore; ma i tremuoti, le orribili errutazioni, le orride nubi, gli spaventosi torrenti di fuoco, le orrende piogge di cenere, che dalla notte de 15 di dicembre avea il Monte Vesuvio cominciato a spandere, non solo empiè la città ed il Regno di spavento e d'orrore, ma presagirono altri mali e nuove calamità. Vomitò il Monte fiamme con tanto empito e con tale spavento, che Napoli temè, o d'abissarsi ne' tremuoti, o di seppellirsi nelle ceneri. Lo scuotimento abbattè edificj, arrestò il corso a' fiumi, rispinse il mare ed aprì le montagne. Esalarono in fine con oppositi ed orribili effetti acque, fiamme e ceneri, dalle quali non solo restarono oppressi alcuni luoghi vicini, ma si temè, che levato il respiro dell'aria, non fosser tutti per soffocarsi. Ma placato il Cielo dalle pubbliche penitenze, spirò tal vento dalla parte avversa, che le portò a cadere oltre mare fin'a Cattaro, ed altri luoghi dell'Albania e della Dalmazia; e consumato in fine nelle viscere della Terra il sulfureo alimento, il fuoco s'estinse.
Ma non s'estinsero in noi le calamità maggiori, che ci cagionavano le guerre d'Italia. Il Conte Duca più famoso che fortunato, per gl'infelici successi delle arme Spagnuole in Lombardia, vedeva che i Ministri di quella Monarchia avevano perduta in Italia quell'autorità, che solevan prima godervi fino a tal segno, che sovente con imperiosi modi comandavano al Duca stesso di Savoia, che disarmasse. Ora li Franzesi eransi cotanto intrigati negl'interessi di quella, che avendosi resi dipendenti il Duca di Savoia per lo freno di Pinarolo, il Duca di Mantua per la custodia di Casale e del Monferrato, e gli altri Principi, chi per inclinazione, e chi per profittare, aveano posto in bilancia tra la corona di Spagna e la franzese l'Italia. Si credeva eziandio, che il Pontefice Urbano VIII per l'antiche parzialità verso la Corona franzese, per esservi stato Nunzio, e per essere compare del Re, pendesse dalla sua parte, e traversasse gl'interessi degli Austriaci; e ne diede non oscuri indizi, per vedersi il Cardinal Antonio Barberino suo nipote aver con ricche pensioni accettata la protezione di quel Regno; e dicevasi, che il Papa, quando entrarono gli Alemani in Mantova, avesse chiesto a' Cardinali soccorso per discacciarneli: e che nelle angustie maggiori, che soffriva la Religione in Germania, oppressa dagli Eretici, e calpestata dalle armi del Re di Svezia, non si fosse egli mosso, ancorchè in nome del Re Cattolico ne gli fossero state fatte in pubblico Concistoro dal Cardinal Borgia premurose istanze. S'aggiungevano le male soddisfazioni, che ricevevano in Roma i Ministri di Spagna, le quali ridussero il Cardinal Sandoval a partirsi mal soddisfatto da Roma, e ritirarsi in Napoli.
Per ciò gli animi de' Ministri spagnuoli erano pregni d'acerbi disgusti e di gravi pensieri, intendendosi esagerazioni frequenti del Conte Duca, che non sarebbe mai per godersi la pace, se non si restituisse l'Italia nell'esser di prima. A tal fine fu deliberato, che il Cardinal Infante fratello del Re passasse a Milano, per di là trasferirsi al suo Governo di Fiandra; ed a comandare nuovi apparati di guerra, ed in particolare al Regno di Napoli, che provvedesse di danaro, ammassasse gente, ed allestisse legni.
Per far argine alle male inclinazioni del Pontefice, di cui erasi sparsa voce, che avesse spedito buon numero di soldati alle frontiere del Regno, bisognò al Vicerè, che mandasse a' confini mille e cinquecento cavalli sotto il comando d'Annibale Macedonio, Marchese di Tortora; e che per fornire il Regno di nuove soldatesche comandasse a tutti i Baroni e Terre demaniali, che somministrassero buon numero di soldati.
Da questi disgusti, che passavano colla Corte di Roma, nacque a questi tempi qualche rialzamento della regal Giurisdizione, presso noi quasi che depressa; poichè la Corte di Madrid, per vendicare i disgusti co' disgusti, spedì a Roma il Vescovo di Cordova, e Giovanni Chiumazzero in qualità di Commessarj, per richieder riforma di molti abusi, che la Dataria di Roma avea introdotti in Ispagna, onde si portavano grandi aggravj a quel Regno[23], de' quali avevan fatto lungo catalogo, e con una dotta scrittura[24], rispondendo ancora ad un'altra, fatta per ordine del Papa da Monsignor Maraldi Segretario dei Brevi, li giustificavano per abusivi e intollerabili; e si stimava, che tenessero segrete istruzioni di chiedere un Concilio, ed angustiare il Pontefice con minacce e con moleste dimande[25]. Di che accortosi Urbano, pensò con frapporre lunghezza di render vani i disegni; poichè negando in prima d'ammetterli col titolo di Commessarj, dicendo, che ciò pareva che significasse certa giurisdizione ed autorità, stancò tra queste, ed altre difficoltà e lunghezze in modo il negozio ed intiepidì anche il Vescovo con isperanza di maggior dignità, che il Re accortosene lo richiamò, e conferito al Chiumazzero il titolo d'Ambasciadore, mentre col tempo si mitigava il bollore degli animi, e per l'avversità de' successi si piegava dagli Spagnuoli sempre più alla sofferenza, svanì da se stesso il negozio.
Ma intanto fra noi, animati da questi disgusti il Vicerè ed i Regj Ministri, non tralasciavano, ne' casi che occorrevano, di procedere con fortezza e vigore; poich'essendo stato con modi barbari e crudeli ucciso da alcuni Preti il Governador della Sala fratello del Consigliere D. Francesco Salgado, ancorchè Francesco Maria Brancaccio Vescovo di Capaccio, sotto la cui Diocesi si comprende la Sala, ne avesse presa di ciò conoscenza, con aver condennati alcuni degli uccisori in galea; nulladimanco riputandosi ciò troppa indulgenza ad un così scandaloso ed enorme delitto, per la qualità e carattere dell'ucciso; il Vicerè spedì una compagnia di Spagnuoli nella Sala, dove coll'alloggio a discrezione, trattarono, alla rinfusa così Preti come laici, malamente que' Cittadini: di che avendone voluto far risentimento il Vescovo con monitorj, fu il di lui fratello D. Carlo Brancaccio mandato prigione in Castello, ed egli fu costretto sgombrar dal Regno, e girsene in Roma. Ciò che gli riuscì di maggior favore; poichè mentre trattenevasi nella Corte del Papa angustiato dalle spese e da' debiti, entrato in somma grazia del Cardinal Antonio nipote del Papa, fu per esempio degli altri (affinchè si mostrassero sempre forti nella difesa della giurisdizion Ecclesiastica, con la speranza d'esserne ben premiati) nel Concistoro de' 20 novembre dell'anno 1633 promosso, senz'aspettarlo, al Cardinalato; e per aggiungerci maggior onta e disprezzo, gli fu dal Papa conferito l'Arcivescovado di Bari, e rimandato nel Regno per prenderne la possessione. Ma il Vicerè di ciò fortemente crucciato, al suo arrivo, in vece del possesso, gli fece apprestare una Galea, perchè tosto ritornasse in Roma, nè mai più nel Regno capitasse; di che il Papa fecene gran romore, e ne ricevè sommo dispiacere: a' quali disgusti se ne aggiunsero poco da poi altri, perchè dalle genti di Corte fu fatto uccidere in Pozzuoli un Canonico di quella Chiesa: e trovandosi nelle carceri di Vicaria un ribaldo, che pretendeva, per essersi estratto dalla Chiesa di S. Giovanni a Mare, esser in quella riposto; mentre si disputava dell'articolo della reposizione, commise un nuovo delitto nelle carceri stesse, onde il Vicerè la notte de' 19 di aprile del 1633 lo fece morire su le forche, che fece piantare davanti al Palagio della Vicaria, poco curando le istanze e le censure, che l'Arcivescovo fece lanciare contra coloro, che il fecero imprigionare.
Ma durò poco fra noi tal vigore, poichè per l'avversità de' successi delle armi del Re, sempre piegando gli Spagnuoli alla sofferenza, bisognò usar ogni arte per rendersi amico il Pontefice, e gli altri Principi d'Italia; e poichè i Ministri franzesi non cessavano d'imprimere ne' Principi gelosi pensieri, e d'esortarli a congiungersi insieme per discacciare, sotto il patrocinio della loro Corona, gli Spagnuoli d'Italia; all'incontro gli Spagnuoli proponevano a tutti grandi vantaggi, al Gran Duca di Fiorenza grosse pensioni, al Duca di Modena Correggio, al Duca di Parma il Generalato del Mare, ed una Vice-Reggenza: e sopra tutto per dar riputazione alle armi, studiavansi di accrescerle con nuove soldatesche, che da Napoli si sollecitavano insieme con denari ed altri militari provvedimenti.
Per ciò il Conte di Monterey era continuamente richiesto di soccorsi, onde comandò l'elezione de' Soldati della nuova milizia del Battaglione, ed unì cento e quindici Compagnie di pedoni di ducento trenta uomini l'una; e liberando i soldati d'uomini d'arme dal peso di mantenere un doppio cavallo, ridusse sedici compagnie di essi a compagnie di corazze, accrescendone il numero fino a sessanta per ciascheduna, oltre gli Ufficiali. Partì ancora in novembre del 1631 per lo Stato di Milano il Principe di Belmonte con un Reggimento d'Italiani di 14 Compagnie, assoldate a sue spese, e nel mese di gennajo del nuovo anno 1632 prese la medesima strada un altro Reggimento d'Italiani di mille e seicento soldati comandati dal Mastro di Campo Marchese di Torrecuso, col quale s'accompagnò il picciol Conte di Soriano per andare a ritrovare il Duca di Nocera suo Padre. Parimente nel luglio del seguente anno 1633 furono spediti per Milano quattrocentocinquanta fanti sotto i Maestri di Campo Lucio Boccapianola e D. Gaspare Toraldo, oltre mille cavalli comandati dal Commessario Generale D. Alvaro di Quinones, co' quali il Duca di Feria Governadore di quello Stato si portò nell'Alsazia a soccorrere Brisac.
Non solo questo Regno era riserbato per somministrar soccorsi di gente e di denaro per le guerre d'Italia; ma anche per quelle di Fiandra, di Catalogna, insino a quelle di Germania. Nell'anno 1632 s'imbarcarono quattromilasettecento soldati, comandati da' Marchesi di Campolattaro e di S. Lucido per Catalogna, e v'andarono parimente otto Compagnie di Cavalli smontati col denaro bisognevole per montarle in quel Principato. Nel mese di gennajo del seguente anno 1633 sotto il comando del Sargente Maggiore Ettore della Calce furono spediti per Catalogna settecento persone, per riempire i Reggimenti napoletani, che ritrovavansi in quel Paese.
Giunse intanto in Milano il Cardinal Infante con titolo di Generalissimo di tutte le armi della Corona, essendosegli dato per Consigliere D. Girolamo Caraffa Principe di Montenegro, al quale, morto in Milano, fu sustituito dal Re Fr. Lelio Brancaccio, che immantenente si condusse a Milano, alla qual volta il Vicerè spedì subito D. Gaspare d'Azevedo Capitan delle sue guardie a passar con l'Infante i dovuti ufficj, e nel mese di maggio del seguente anno 1634 gli mandò soccorsi tali, che non furono veduti più potenti uscire dal Regno; poichè vi spedì seimila fanti, de' quali n'erano mille Spagnuoli del Reggimento di Napoli, sotto il comando di D. Pietro Giron; gli altri erano Napoletani, comandati da' Maestri di Campo Principe di S. Severo e D. Pietro di Cardenes. Il Marchese di Tarazena Conte d'Ajala guidava mille cavalli, ed era Capo di tutto questo potentissimo soccorso, che fece risolvere il Cardinale di passare in Germania, dove avendo unite le forze della Corona con quelle del Re d'Ungheria e del Duca Carlo di Lorena, diede sotto Norlinghen quella famosa battaglia, nella quale dissipò l'esercito Svedese con morte d'ottomila persone, e prigionia di quattromila, oltre l'acquisto d'ottanta pezzi d'artiglieria e di ducento insegne. Vittoria della quale ogni anno agli otto di settembre si celebra anniversario, come quella, che preservò il resto dell'Alemagna dall'eresie e dall'invasioni de' Svedesi, e cagionò poco da poi all'armi Cattoliche l'acquisto di Ratisbona.
Ma non finirono qui i soccorsi: altri maggiori se ne cercavano dal Regno per la custodia dello Stato di Milano, minacciato dall'arme del Re di Francia. Bisognò prima, che il Vicerè provvedesse di diece grossi Vascelli il Marchese di Santa Croce Luogotenente Generale del Mare, con 2200 Napoletani e molte provvisioni, spediti sotto il comando dell'Ammiraglio D. Francesco Imperiale, e di diciotto Galee con duemila Spagnuoli e mille e trecento Napoletani comandati da' Maestri di Campo Gaspare d'Azevedo e D. Carlo della Gatta; e nel seguente anno 1635, prima che il Re Franzese assalisse lo Stato di Milano, bisognò al Vicerè provvedere alla difesa, mandando in Lombardia 2800 pedoni, divisi in due Reggimenti dei Maestri di Campo Filippo Spinola e Carlo della Gatta, e mille cavalli sotto il Commessario Generale D. Alvaro di Quinones, col danaro necessario per assoldare quattromila Svizzeri ne' Cantoni collegati con la Casa d'Austria. Ed in tanto fu disposta la partenza dell'Armata navale, composta di trentacinque Galee e diece grossi Vascelli, sopra la quale montarono settemilacinquecento soldati tra Spagnuoli e Napoletani. Gli Spagnuoli erano duemilanovecento, de' quali duemilatrecento erano del Reggimento del Regno, comandati dall'Azevedo, e seicento dell'Isola di Sicilia sotto il comando di D. Michele Perez d'Egea. Gli altri erano Napoletani distribuiti in tre Reggimenti de' Maestri di Campo D. Giovan-Battista Orsini, Lucio Boccapianola e D. Ferrante delli Monti; e Fr. Lelio Brancaccio comandava a tutti con titolo di Maestro di Campo Generale. Partì l'Armata dal Porto di Napoli verso Ponente a' 10 maggio di quest'anno 1635, ma ebbe infelice navigazione, sbattuta da' venti e da procellose tempeste; tanto che il Marchese di S. Croce, lasciata buona parte delle milizie in Savona per accrescere l'esercito di Lombardia, dove i Franzesi tenevano assediata Valenza, non fece altra conquista, che quella dell'Isola di S. Margarita.
Nuovi sospetti s'aggiunsero nel nuovo anno 1636, che obbligarono il Vicerè alla difesa del proprio Regno. Per li continui timori, che dava la Francia, fu fatto arrestare un Frate Agostiniano, per sospetto d'intelligenza co' Franzesi, chiamato Fr. Epifanio Fioravante da Cesena, il quale posto fra' ceppi rivelò, che i Franzesi meditavano far delle irruzioni in diversi luoghi del Regno, e che tenevano la mira anche d'invadere la città dominante; anzi soggiunse, che il famoso bandito Pietro Mancino, di concerto, dovea impadronirsi del Monte Gargano, per consegnarlo al Duca di Mantova, e porre sossopra tutta la Puglia. Ciò saputosi, fu di mestieri al Vicerè, con esorbitantissime spese, fortificare Barletta, Taranto, Gaeta, ed il Porto di Baja, dove vi fece edificare due gran Torri, di ristorare la Fortezza di Nisita e le mura di Capua: di terminare le fortificazioni dell'Isola d'Elba, detta comunemente Portolongone, principiate già dal Conte di Benavente; di provvedere tutte le marine del Regno di soldatesca e di mettere in mare trenta vascelli e diece Tartane. E per maggior custodia della città fece prender l'armi a diecemila persone del Popolo napoletano, poste sotto il comando di D. Giovani d'Avalos Principe di Montesarchio. Ma il tempo fece da poi conoscere, che questi timori venivan dai Franzesi, non per altro fine, che obbligando il Regno alla propria difesa, venisse con ciò ad impedire i continui soccorsi, che da quello si mandavano in Milano, onde il Monterey penetrato il disegno, sollecitò nuovi soccorsi, e spedì in Lombardia sopra alcuni Vascelli e Galee i Reggimenti de' Maestri di campo D. Michele Pignatelli, Tiberio Brancaccio, Achille Minutolo, Giambattista Orsini, Pompeo di Gennaro, Girolamo Tuttavilla e Romano Garzoni, oltre a mille cavalli, che Giantommaso Bianco vi condusse per terra. Ciò che fece risolvere al Marchese di Leganes, accresciuto di sì validi soccorsi, di venire coll'inimico a battaglia in Tornavento, nella quale gloriosamente vi morì Girardo Gambacorta de' Duchi di Limatola Generale della cavalleria napoletana, siccome avvenne a Lucio Boccapianola sotto Vercelli.
Non furono veduti ne' passati governi degli altri Vicerè soccorsi sì spessi e sì potenti cavati dal Regno quanto quelli, che si fecero in tempo del Conte di Monterey, non solo per lo Milanese, ma per la Catalogna, per la Provenza ed altrove; e coloro che si presero la briga di tenerne conto, calcolarono, che di gente il numero arrivò a cinquemilacinquecento cavalli, e quarantottomila pedoni; e di denaro la somma ascese a tre milioni e mezzo di scudi; oltre al denaro consumato nelle fortificazioni delle Piazze del Regno, nell'arrollamento di tanta gente, nelle spedizioni dell'Armate navali, nel mantenimento dell'Isola di S. Margherita, nella fabbrica di sei vascelli da guerra e d'alcune Galee per accrescere la Squadra al numero di sedici, e di ducentotto pezzi di cannoni, come anche in quella di settantamila archibugi, moschetti e picche per la fanteria, e delle pistole e corazze per la cavalleria.
Cotante, e sì insopportabili spese tutte uscivano dalle sostanze de' sudditi, e dalli Patrimonj della città e delle Comunità del Regno, che continuamente eran costrette a somministrar nuove somme per la necessità di tante infelici e mal fortunate guerre, e per li tanti e continui bisogni della Corte di Spagna; donde fu in buona parte cagionato il debito di quindici milioni, del quale si trovava aggravato il Patrimonio della città, la quale ne pagava l'interesse ai creditori del frutto, che perveniva delle sue gabelle. E ciò nè meno bastando furono più volte a' forastieri tolte le loro entrate, e sovente anche quelle che possedevano i regnicoli sopra gli arrendamenti, e' fiscali. S'imposero per ciò molte altre gravezze, essendosi aggiunto alla gabella della farina, prima cinque grana, poi altre sette per moggio: un grano per rotolo alla gabella della carne, ed un carlino sopra ciascun stajo d'olio. Ciò che non seguì senza contrasti ed opposizioni, considerandosi non solo le grosse somme spremute in pochi anni dal Regno, ma che buona parte andava a colare, non già nella cassa del Re, ma nell'altrui borse, e che sempre via più crescendo i bisogni, e l'un chiamando l'altro, venivano i popoli a soffrire insopportabil giogo; onde fu risoluto spedire al Re D. Tommaso Caraffa Vescovo della Volturara, perchè avesse di tante miserie ed afflizioni compassione, e vi desse conforto; ma queste missioni, per li bisogni urgenti che tuttavia crescevano, riuscivano tutte vane ed inutili. Bisognò pagare i seicentomila ducati, che il Cardinal Infante dimandò da Milano: continuare a sostenere le soldatesche, che guardavano il Regno: unir nuove milizie per reclutare gli eserciti, che teneva scarsi la Spagna in più luoghi; fornir l'armate navali, e sostenere l'Isole di S. Margherita e di S. Onorato occupate in Francia, finchè di nuovo, nel mese di maggio del 1637, costrette dalla fame, non cedessero all'armi di quel Re, e tornassero sotto il di lui dominio.
In mezzo a tante calamità non tralasciava però il Conte di Monterey i sollazzi, le commedie e le cacce, alle quali era inchinato: nè mancò, imitando i vestigj de' suoi predecessori, di lasciare a noi belle memorie della sua magnificenza. Egli rese più ampia e comoda la strada di Puglia: arricchì li fonti della città d'acque più abbondanti, e fecene innalzar un altro sul muro del fosso del Castel Nuovo; ma sopra tutto erse quel magnifico Ponte, che congiunge la contrada di Pizzofalcone con quella di San Carlo delle Mortelle. La Contessa sua moglie pur ci lasciò un monumento perenne della sua pietà, avendo fondato in Napoli il Monastero della Maddalena, per sicuro asilo delle donne spagnuole, che abbominando le passate lascivie, volessero ivi ridursi a menar vita casta.
Ma con tutto che il Conte di Monterey fosse cotanto benemerito al Re per li tanti soccorsi mandati, mancò poco però, che il Conte Duca per vantaggiar la sua Casa, non lo richiamasse, non avendo ancor finito il secondo triennio del suo governo. La cagione si fu il matrimonio da lui ambito di D. Anna Caraffa Principessa di Stigliano col Duca di Medina las Torres. Questa Signora per la morte di D. Antonio Caraffa Duca di Mondragone suo padre, e del Principe Luigi Caraffa di Stigliano suo avolo, era rimasa unica erede di floridissimi Stati. Isabella Gonzaga sua avola figliuola, ed erede di Vespasiano Gonzaga Duca di Sabioneta, l'avea ancora arricchita di questo titolo e di queste ragioni: per ciò il Conte Duca non avendo potuto perpetuar la sua Casa ne' discendenti della figliuola, che fu moglie di D. Ramiro Gusman Duca di Medina las Torres, e morì senza prole, desiderava per questo suo Genero, ch'egli da semplice Cavaliere avea innalzato cotanto, di trovare una sposa, niente inferiore alla prima. Fece credere al Re, essere questo matrimonio espediente per poter ripetere Sabioneta, di che già i Principi d'Italia se n'erano insospettiti[26]; e per ciò, ancorchè trovasse durezza nell'avola, sollecitò le nozze colla madre della sposa per mezzo del Cardinal suo fratello: la quale, colla promessa del Viceregnato, che s'offeriva al Duca, fu facilmente guadagnata: la sposa, ambiziosa di vedersi Viceregina, vi condiscese parimente; onde partitosi di Spagna il Duca con carattere di Vicerè e di Castellan perpetuo del Castel Nuovo, giunse colla squadra delle Galee di Spagna in Napoli, dove nel palagio della Principessa, presso la Porta di Chiaja, fur celebrate le nozze.
Intanto il Conte di Monterey accingevasi alla partenza, ma avvisato il Conte Duca essere già seguito il matrimonio, scrisse al Monterey, che non conveniva per le fastidiose congiunture delle guerre d'Italia partire, non essendo ancor terminato il suo secondo triennio; onde gli sposi rimasero delusi, e convenne al Medina trattenersi nel Regno da privato, con dispiacere non ordinario, non men suo che della moglie, e molto più della Duchessa di Sabioneta, la quale, avendo sempre dissuasa la nipote a far tal matrimonio, non mancava di mordere pubblicamente l'azioni del Conte Duca, e biasimare la soverchia semplicità della Duchessa di Mondragone, del Cardinale e degli altri congiunti della nipote, che s'erano fatti ingannare dalle promesse dell'Olivares. Ma passato un anno, parendogli non poter più trattenere, mandò il Conte Duca ordine della Corte, che si desse al Medina il possesso. Così depose il Monterey il Governo, dopo averlo esercitato sei anni; ed a' 12 novembre di quest'anno 1637 ritirossi a Pozzuoli, donde proseguì poi il suo cammino per la Corte. Ci lasciò il Monterey molte savie e prudenti leggi insino al numero di quarantaquattro, per le quali riordinò i nostri Tribunali e quelli della Bagliva, e delle Regie Audienze; riordinò gli affitti e le vendite delle rendite e beni fiscali, i cambj e gli apprezzi: proibì severamente i duelli e l'esportazione di qualsivoglia sorta d'armi: fece diverse ordinazioni per ovviar le fraudi che si commettevano nella Dogana, e maggior Fondaco di Napoli: vietò l'uso smoderato delle vesti, servidori e carrozze: impose su la testa del famoso bandito Pietro Mancini una taglia di tremila ducati, oltre la facoltà d'indultare quattro persone: tolse le Gabelle delle Carte e del Tabacco, ancorchè da poi fossero state di nuovo imposte; e diede molti ordini pel Governo e disciplina de' soldati del Battaglione, e pel grado di Dottorato da darsi, così in Legge, come in Medicina, ed altri provvedimenti che vengono additati nella Cronologia prefissa al primo tomo delle nostre Prammatiche.
CAPITOLO IV. Del Governo di D. Ramiro Gusman Duca di Medina las Torres; e de' sospetti che s'ebbero di nuove invasioni tentate da' Franzesi.
Il Governo del Duca di Medina, durando le medesime cagioni, anzi vie più crescendo, non poteva riuscire men gravoso a' sudditi, che il precedente. Le guerre infelici, che consumavano gli Stati della Monarchia di Spagna, mantenevano tuttavia, anzi rendevan assai più esausto l'erario regale, ed in continue necessità di denaro. Il nostro Reame era il bersaglio infelice, dove per provvedersene si dirizzavano tutti i disegni, e nulla pietà avendosi delle miserie estreme, nelle quali era il Regno caduto per le somme immense cavate in tempo del Monterey, altre nuove se ne richiedevano. Furono perciò imposte nuove gabelle e dazj, ed accresciuti gli antichi: s'aggiunsero gravezze alle sete, all'olio, al grano, alla carne, a' salumi; e s'imposero nuovamente alla calce, alle carte da giocare, all'oro ed argento filato, e sopra tutti i contratti de' presti, che celebravansi nella città e nel Regno. S'introdusse, all'uso di Spagna, la gabella della carta bollata, della quale bisognava necessariamente servirsi in tutti li contratti e negli atti giudiziari, sotto pena di nullità; quantunque poscia, come cosa troppo odiosa, fosse stimato meglio sopprimerla. S'arrivò a tale estremità, che si pose sul tappeto il dazio d'un grano il giorno per testa agli abitanti di Napoli, per lo spazio di quattro anni; e facevasi il conto, che toltone gli Ecclesiastici ed i putti, se ne sarebbero cavati cinque milioni di scudi: ma poscia, essendosi considerato il pericolo che si correva di porre in pratica tal esazione, e quanto avrebbe sembrato intollerabile al Popolo questo peso cotidiano, si lasciò di più parlarsene.
Si tassarono bensì tutti i Mercatanti ai pagamento di duecentomila ducati per pagarne le soldatesche: si venderono li Casali di Napoli, quelli di Nola, e molti altri luoghi demaniali, che non ebbero modo di ricomprarsi, passarono dalla libertà che godevano sotto il Demanio Regale, alla servitù de' Baroni.
E perchè niente mancasse, il Vicerè fece convocar un Parlamento generale, dove per Sindico intervenne D. Ippolito di Costanzo, nobile di Portanova, e s'estorse dal Baronaggio e dal Regno un donativo d'un milione di ducati, in vece d'una nuova gabella di cinque grana per moggio di frumento, che pretendevasi d'imporre in tutto il Reame. Solo tra tanti aggravj e gabelle se ne tolse una, che riscuotevasi in Napoli da tutte le meretrici, riuscendo ciò di non picciolo giovamento alla pubblica tranquillità, per gli scandali continui che ne nascevano.
Fu perciò seriamente risoluto, per non ridurre i popoli cotanto oppressi all'ultime disperazioni, di mandar Ambasciadore alla Corte, per implorare dalla clemenza del Re qualche conforto a tanti e sì estremi mali; e concorrendovi anche il Vicerè, mosso ancor egli a pietà di tante miserie, fu eletta dalla Città la persona del Consigliere Ettore Capecelatro. Lo stato in che erasi ridotto il Regno, era pur troppo lagrimevole: oltre le tante gravezze, che impoverivano gli abitatori, si vedeva da giorno in giorno mancare d'abitatori, e struggersi tra le miserie e sciagure. Gl'incendj del Vesuvio avevan cagionate morti e miserie estreme; ma sopra tutto la guerra che consumava coi disagi e col ferro le soldatesche, avea desolato il Regno: n'erano uscite dal Regno in numero infinito per reclutare gli eserciti, non pur di Lombardia, ma d'Alemagna, de' Paesi Bassi e del Principato di Catalogna; ed avendo tutte quelle spedizioni avuti infelici successi, pochi ne ritornavano alle paterne case.
Ma i tremuoti, che avevano desolata la Puglia in quest'anno 1638, portarono nelle Calabrie danni assai più gravi ed irreparabili. Furono in queste Province così spaventosi, che abbatterono la Città di Nicastro ed il famoso Tempio di S. Eufemia. Rimasero ancora distrutti molti luoghi ed altre Terre, Nocera, Pietramala, Castiglione, Maida, Castelfranco, ed altre di minor grido. La Città istessa di Cosenza, con molti de' suoi Casali patì notabilmente: Catanzaro, Briatico ed altri luoghi soffrirono il medesimo flagello: in fine non vi fu luogo di Calabria, che potesse vantarsi di essere stato esente dal danno; e calcolandosi il numero de' morti, si trovò essere periti sotto le ruine degli edificj più di diecimila persone; siccome l'istesso Consigliere Capecelatro, che fu spedito dal Vicerè a rincorare que' popoli (a' quali non solamente bisognò rimettere i pagamenti fiscali, ma soccorrerli con abbondanti limosine somministrate parte dal Patrimonio Regale e parte dal Monte della Pietà insino alla somma di ottomila ducati) poteva, come testimonio di veduta, testificare al Re le miserie di quelle Province. Si aggiunse ancora la costernazione, nella quale l'avea poste un solenne impostore, chiamato Pietro Paolo Sassonio, medico Calabrese, il quale andava disseminando che doveano sopraggiungere tremuoti più orribili: che non solamente il Regno, ma tutto il Mondo dovea crollare, avvicinandosi già il Giudicio finale: che il Mare dovea uscir dal suo letto ed inghiottir le campagne e sommergere le città: che doveano piovere dal Cielo grandini di peso di cinque libbre l'una, e che i monti doveano vomitar tutti fiamme per incendiar l'Universo. Queste infauste predizioni, vedendosi verificate in parte per li tremuoti e gl'incendj preceduti dal Vesuvio, posero in tale costernazione i paesani, che credendo, che la Calabria dovess'essere la prima a sopportar queste desolazioni, che doveano precedere alla destruzione del Mondo, ciascuno abbandonava la Patria, e cercava altrove ricetto: laonde il Vicerè per liberare gl'incauti da questi falsi pronostici, comandò, che il Sassonio fosse preso, e condotto legato in Napoli, come fu eseguito, dopo di che fu condennato a remare in una Galea.
Non meno che da' tremuoti, fu questa Provincia, nel medesimo anno, travagliata da' Turchi di Barbaria, li quali avendo concepito il disegno di saccheggiare il Santuario di Loreto, scorrevano con sedici Galee i nostri mari, e danneggiavano i naviganti, e le nostre riviere; tal che se i Vineziani non fossero occorsi per rompere i loro disegni, di mali peggiori sarebbon stati cagione[27].
I Franzesi intanto sempre più profittandosi de' disordini, e della declinazione della Monarchia di Spagna, oltre d'aver contrappesata in Italia la potenza degli Spagnuoli, erano ancora entrati in pensieri, per le speranze, che lor davano alcuni mal contenti del governo spagnuolo, di far un'invasione nel Regno di Napoli. Essi per mezzo del Marchese di Covrè Ambasciadore del Re di Francia in Roma, e di Monsignor Giulio Mazzarini a questi tempi semplice Prelato, poi Cardinale, e primo Ministro di quella Corona, aveano con un Titolato[28] del Regno ordita una congiura per sorprender Napoli, e già in Roma se ne concertavano i modi; ma scovertosi da uno de' congiurati il trattato al Vicerè, fu fatto arrestare in Roma, ov'erasi portato, il Titolato, e condotto nel Castel Nuovo, fu con ogni sollecitudine fabbricato il processo. Fu eretta dal Vicerè una Giunta per sentenziarlo, la quale componevasi del Reggente D. Matthias di Casanatte, de' Consiglieri D. Flaminio di Costanzo, D. Giovan Francesco Sanfelice, Annibale Moles, D. Ferrante Mugnos, D. Ferrante Arias di Mesa, e D. Diego Varela. Il Fiscale fu Partenio Petagna Presidente della Regia Camera; ed i Pari della Corte furono i Principi della Rocca e del Colle. Furono intesi gli Avvocati del Reo Pietro Caravita, ed Agostino Mollo celebri Giureconsulti di que' tempi; e proferitasi dal Vicerè la sentenza, sedendo pro Tribunali nell'Assemblea dei mentovati Ministri, coll'assistenza dell'Uscier delle armi, e con tutte le solennità consuete, fu condennato sul palco ad essergli mozzo il capo. Così, spogliato prima del titolo, e dell'abito di Cavalier Gerosolimitano, lasciò sul talamo nella piazza del Mercato ignominiosamente la vita.
Ma con tutto che si fosse scoverto il trattato, non tralasciarono però i Franzesi di tentar l'impresa, fondati sopra la mala soddisfazione, che mostravano i Napoletani del Governo spagnuolo: laonde nell'anno 1640, avendo nel Porto di Tolone un'armata sotto il comando dell'Arcivescovo di Bordeos, dopo essersi trattenuta alcuni giorni ne' Porti di Corsica e poi alle spiagge dello Stato della Chiesa, s'inoltrò ne' mari di Gaeta, e quivi fermata, si pose in speranza di sottomettere quella Fortezza; ma valorosamente rispinta dal cannone di quel Castello, continuò il suo cammino, e giunse al Golfo di Napoli.
Il Vicerè, considerato il pericolo, spedì tosto D. Francesco Toraldo e Cesare di Gaeta, Sargente Maggiore del Battaglione della Provincia di Terra di Lavoro, a' confini dello Stato del Papa, per guardar quelle frontiere; ed al Maestro di Campo D. Giovan-Battista Brancaccio appoggiò la difesa della Città di Pozzuoli e del Territorio di Baja e di Cuma a quella vicini. Mandò in Salerno Fr. Giovan-Battista Brancaccio Cavaliere Gerosolimitano, perchè col Principe di Satriano Governadore di quella Provincia attendesse alla difesa di quel paese: fu spedito a Gaeta Vincenzo Tuttavilla Commessario Generale della Cavalleria; ed il Maestro di Campo D. Diomede Caraffa ebbe la cura di guardar tutto il rimanente con l'Isola di Capri. Chiamò poscia gli Eletti della città co' Deputati delle Piazze, affinchè allestissero le artiglierie, per guarnire i baluardi delle marine: convocò i Baroni, perchè stesser pronti alla difesa del Regno, e l'Eletto del Popolo Giovan-Battista Nauclerio offerse trentamila uomini tutti armati per difesa della città. Mancava però il danaro onde, nascevano li fastidiosi e molesti pensieri per trovare i modi di provvedersene.
Mentre la città era per ciò in continue agitazioni, verso la metà di settembre di quest'anno comparve l'Armata Franzese, composta di trentaquattro Navi di guerra, a vista di Napoli: ciò che pose in maggior scompiglio la città. Fur prestamente tolti i cannoni, ch'erano nel campanile di S. Lorenzo, e posti nelli torrioni del Carmine, in quello di S. Lucia, nell'altro delle Crocelle e sopra il Molo: se ne piantarono alcuni altri sul colle di Posilipo, da quella parte, che guarda il picciol Porto di Nisita, sotto la guida di D. Antonio dal Tufo Marchese di S. Giovanni e del Mastro di Campo D. Tiberio Brancaccio; ed altri quattro sopra l'Isola di Nisita sotto la cura di D. Antonio di Liguoro, che la guardava con titolo di Capitan a guerra: Scipione d'Afflitto, vecchio e valoroso soldato, guardava tutta quella riviera, che chiamasi de' Bagnuoli. In Napoli presero le armi ottomila Borghesi, divisi in quaranta compagnie, delle quali fu creato Maestro di Campo Generale D. Tiberio Caraffa Principe di Bisignano. Ma ciò che preservò Napoli da mali maggiori, fu l'esser quivi opportunamente giunto D. Melchior di Borgia con le quattordici Galee del Regno; alle quali essendosene aggiunte quattro altre, che conducevano D. Francesco Melo da Sicilia a Milano, si fece che il Borgia preposto alla custodia del mare, impedisse le scorrerie de' nemici, li quali insultando insino alla spiaggia di Chiaja, aveano più volte tentato lo sbarco, ma ripressi dalle soldatesche poste alle marine, spaventati dagl'incessanti colpi di cannoni, che tiravano da' colli e da' torrioni, e costeggiati in mare dal Borgia, finalmente si ritirarono verso Ponente, e ritornarono a Ponza, non mancando il Borgia d'andar lor dietro seguitandoli fino al Promontorio di Minerva. In cotal guisa i Franzesi rimaser delusi dalle speranze, ch'erano state lor date da' malcontenti, i quali aveano lor dato a credere, che alla sola comparsa della loro armata, i popoli mal soddisfatti del Governo spagnuolo, avrebbero prese l'armi per introdurli nel Regno. Ma non furono vani i loro ufficj, nè andarono a voto le loro assistenze nelle rivoluzioni di Catalogna ed in quelle di Portogallo, gli infelici successi delle quali saremo ora a narrare: poichè essendosi accesa fiera guerra nel Principato di Catalogna, bisognò pure, che dal nostro Regno si supplisse di gente e di danaro in quella non men lunga che dispendiosa spedizione.
CAPITOLO V. Il Principato di Catalogna si sottrae dall'ubbidienza del Re, e si dà alla Protezione e Dominio franzese. Il Regno di Portogallo parimente scuote il giogo ed acclama per Re Giovanni IV, Duca di Braganza. Guerre crudeli, che perciò s'accendono per la ricuperazione della Catalogna; per sostegno delle quali, siccome per quella di Castro, bisognò pure dal Regno mandar gente e danaro.
Siccome la Monarchia di Spagna camminava a gran passi incontro alle sue ruine, così riempiva i Franzesi di grandi disegni; tantochè le speranze della pace universale che il Pontefice avea impreso a maneggiare, tuttavia si dileguavano; onde stanco ormai del dispendio, e del poco suo decoro di trattenere ozioso in Colonia il Legato, lo richiamò. Vie più difficili si rendettero poi questi trattati di pace per le rivolte di Catalogna e di Portogallo, che riempirono li Franzesi di più grandi speranze ed alti disegni.
Il Conte Duca, che con assoluto arbitrio reggeva in Spagna non meno il Re che i suoi Stati, con superbissimo genio e con massime severe e violenti consigli trattava gli affari. Egli s'avea proposto d'esaltare la potenza e la gloria del Re al pari del titolo, che gli avea fatto assumere di Grande; ma la fortuna con eventi infelici secondò così male il pensiere, che pareva offuscato in gran parte lo splendore della Corona; tantochè gli emoli del Conte Duca con argutezza spagnuola solevan motteggiarlo, dicendo, che il Re era Grande, come il Fosso, il quale s'ingrandiva tanto più, quanto più si scemava il terreno della sua circonferenza. Si era perciò appresso gli esteri rilasciato quel timore, che conciliato dalla potenza, soleva contenerli in rispetto; e nell'animo de' sudditi avvezzi sotto un velo di riputazione e di prosperità a venerare gli arcani infallibili del Governo, sottentrava già il disprezzo e l'odio verso il Re ed il privato.
Non era oscuro il pensiere dell'Olivares di allargare non solo la Monarchia oltre a' primi confini, ma ne' Regni medesimi stabilire assoluta l'autorità del Monarca, la quale in alcuna delle Province era circoscritta dalle leggi, dagl'indulti e da' patti. A ciò lo spingeva principalmente il bisogno del danaro e di gente, per supplire a tante guerre straniere, perchè dal censo de' Popoli convenendo dipendere, non riuscivano le provvisioni uguali alla necessità, nè pronte all'urgenza. Pensava dunque d'abolire, o almeno di restringere tanta libertà, che s'attribuivano alcuni, e principalmente i Catalani, i quali decorati da grandissimi privilegi, ed immuni da molti pesi, custodivano la loro libertà con zelo non minore che la Religione. Già alcuni anni, tenendo il Re in Barcellona le Corti, resisterono più volte alle soddisfazioni dell'Olivares, dal che irritato egli, nudrì poi sempre nel cuore di reprimerli e d'abbassarli. I Re solevano veramente rispettare quella Nazione per natura feroce, e per lo sito importante, perchè la Provincia, se dalla parte del mare per l'impetuosità è impenetrabile, da quella di terra, pare inaccessibile per le montagne; anzi queste internandosi, ed in molti rami divise, le formano altrettante trinciere e ripari, ne' quali si comprendono piazze forti, città popolate, terre, e gran numero di villaggi. La vicinanza poi alla Francia, i passi dei Pirenei, l'ampiezza del giro, la popolazione e l'inclinazione marziale degli abitanti, la rendevano considerabile e poco men che temuta.
Ad ogni modo il Conte Duca aspettava col pensiero l'opportunità di frenarla; ma quando stimò, che la fortuna gli aprisse la strada, non s'avvide, che insieme portava il precipizio alla grandezza ed alla salute di tutta la Spagna. I Franzesi allargando sempre da quella parte i confini, speravano di promuovere gravi accidenti, e particolarmente d'irritare gli animi dei Popoli tra gl'incomodi della guerra, ed i danni dell'armi, e così loro riuscì puntualmente; poichè avendo gli Spagnuoli perduta Salses, convenne loro per ricuperarla, piantare la piazza d'armi nella Catalogna, con lasciarvi a quartiere l'esercito; onde, se durante l'assedio fu la Provincia gravemente afflitta dal passaggio delle milizie, da poi ne sentì la licenza, tanto più dura, quanto n'erano que' Popoli meno avvezzi; si udirono estorsioni ed aggravj, profanati i Tempj, violate le donne e rapiti gli averi; a' quali eccessi i Capi non riparando, si formava concetto, che l'Olivares per imporre, sotto titolo di necessaria difesa, il giogo a quel Principato, volentieri lo tollerasse; ed è certo, che da frequenti lettere di lui, stimolato il Conte di S. Coloma Vicerè, a cavar genti e denari dalla Provincia, si valse in Barcellona di certo denaro, che s'apparteneva alla disposizione della città, senza badare a' privilegi, ed attendere l'assenso degli Stati; ed avendo uno de' Giurati, Magistrato il più ragguardevole, voluto opporsi a tanta licenza, con fare eziandio premurose istanze, che fossero corretti i trascorsi delle milizie, il Vicerè lo carcerò. Tanto bastò per commuovere un Popolo, che tollerava l'ubbidienza, ma non conosceva ancora la servitù; furono prese l'armi, aperte le carceri, e corse le strade, con sì grave ed universal tumulto, che il Vicerè impaurito stimò riporre nella fuga solamente il suo scampo. Si ridusse per ciò all'Arsenale, dove nemmeno essendo sicuro, perchè il Popolo, dato fuoco al Palazzo, lo cercava per tutto, fece accostare una Galea; ma mentre s'incamminava al lite per imbarcarsi, sopraggiunto da' sollevati, restò miseramente trucidato. Allora il Popolo, parte inorridito dal suo medesimo eccesso, parte tra le apprensioni della servitù, e le apparenze della libertà, invaghito e confuso, riputò, che non vi fosse più luogo al suo pentimento, nè alla regale clemenza.
Scosso per tanto il giogo, trascorso nell'ultime estremità, e la confusione non potendo da se stessa sussistere, fu data per ciò forma ad un independente governo col Consiglio de' Cento, e degli altri antichi Magistrati della città. A tale esempio s'alterò quasi tutto il Principato, e nelle Terre e Villaggi si presero universalmente le armi, e le genti spagnuole furono trucidate e scacciate.
A così improvviso accidente l'animo del Conte Duca commosso, non ardiva palesarlo al Re, nè poteva tacerlo; proccurò di fargli credere, che non vi fosse, che un popolare tumulto, che svanirebbe da se, e con la forza prestamente sopito, varrebbe a rendere più illustre l'autorità del comando; poichè sotto l'armi si potrebbe, non solo domare la ribellione, ma il fasto ancora de' Catalani, ed abolirsi que' Privilegi, che gli rendevano contumaci. Ma nell'animo suo con più tacite cure riflettendo all'importanza della Provincia, alla qualità del sito, ed a' danni maggiori se vi s'introducessero i Franzesi, bilanciava, se la destrezza, o la forza dovesse più utilmente impiegarvisi. Nè mancavano dubbi, che altri Regni, e l'Aragona particolarmente, fosse per seguitare un tal esempio. Tentò prima con le persuasioni della vecchia Duchessa di Cardona, che appresso il Popolo di Barcellona godeva molta venerazione, ed autorità, e col mezzo di un Ministro del Pontefice che vi risedeva, sedare gli animi, e placare il romore; ma riuscendo ciò inutilmente, deliberò di usare la forza, con tale potenza e con tanta celerità, che nè il Popolo potesse resistere, nè i Franzesi giunger opportunamente al soccorso.
Proccurò dunque d'ammassare l'esercito, comandando a' Feudatarj, ed invitando la Nobiltà, e tra questa molti de' più sospetti, particolarmente i Portoghesi, acciò servissero insieme di soldati e d'ostaggi. Le provvisioni tuttavia non poterono essere così prontamente allestite, che i Catalani non avessero tempo, e di munirsi con molta costanza, e di spedire Deputati in Francia a chiedere ajuti. Non si può dire quanto il Cardinal di Richelieu, direttore allora di quella Monarchia, e che avea già con le solite arti coltivate le prime loro disposizioni, gli accogliesse avidamente. Li cumulò d'onori, e li caricò di promesse; ma nel tempo medesimo volendo godere dell'occasione, che il caso gli presentava, non solo applicò a nutrire nelle viscere della Spagna la guerra, ma di ridurre la Catalogna alla necessità di arrendersi alla soggezione franzese. Inviò il Signor di S. Polo con alquanti Ufficiali, e per mare alcune milizie e cannoni, acciocchè que' popoli prendessero cuore d'insanguinarsi coi Castigliani; e spedì il Signor di Plessis Besanzon, Ministro eloquente, e d'acutissimo ingegno, a riconoscere la disposizione degli affari e degli animi.
Dall'altra parte il Conte Duca, avendo raccolto un esercito di trentamila combattenti, lo consegnò sotto il comando del Marchese de los Velez, di nascita Catalano, e destinato per Vicerè dell'istessa Provincia, verso la quale tanto è lontano che tenesse costui disposizione di affetto, che anzi aveva cagioni d'odio e d'abborrimento, essendoglisi dal Popolo in Barcellona spianata la casa, e confiscati gli averi. Si mosse adunque il nuovo Vicerè nel mese di dicembre di quest'anno 1640 da Tortosa, città partecipe della sollevazione; ma che, o per l'inclinazione degli abitanti, o per le minacce dell'armi, fu la prima a rimettersi in obbedienza; s'avanzò a Balaguer, per tutto rendendosi molte Terre inabili alla difesa. Ivi sebbene l'angustie de' passi possono essere impedite da pochi, ad ogni modo le guardie de' Catalani non ardirono d'aspettarlo; onde il Marchese spirando terrore e severità s'avanzò fino a Combriel, Piazza d'armi de' sollevati. Il luogo debole ardì per cinque giorni resistere, dopo i quali volendo rendersi, non fu ricevuto che a discrezione; restando desolata la Terra, impiccati gl'Ufficiali, e tagliate a pezzi le soldatesche. Da questo sangue pullulò la disperazione per tutto; in Barcellona particolarmente s'animavano i Cittadini, l'uno con l'altro a sofferire ogni estremo più tosto, che cadere in mano, e sotto il governo di vincitor così fiero, e di un Vicerè incrudelito. Trattandosi della libertà, e della stessa salute, fu la difesa disposta, fortificato il Mongiovino, ed unendosi gli animi pel comune pericolo, si procedè nel governo e nelle risoluzioni con vigore e concordia.
Tuttavia temevano di non potere a scossa così poderosa senza forte appoggio resistere. Dall'altro canto i Ministri franzesi fomentavano l'apprensione, e loro additavano dall'una parte imminente l'eccidio, dall'altra vicino il soccorso; ma dimostrando non convenire che la Corona di Francia, per procacciare l'altrui, abbandonasse li proprj vantaggi, insinuavano fra' timori e i discorsi, quanto complisse obbligare un Re così grande a sostenere per decoro e per interesse quel Principato. Colpì l'artificio, perchè il timore del pericolo e la speranza degl'ajuti indusse i Catalani a consegnarsi alla protezione ed al dominio franzese con molti patti, che preservavano i Privilegi, quei principalmente dell'assenso de' Popoli per l'imposte, e della collazione de' Beneficj di Chiesa, e delle cariche a' nazionali, eccettuata la suprema del Vicerè, che poteva essere straniero. A ciò diedero tutti l'assenso; la maggior parte per desiderio di cose nuove, li semplici per concetto di cambiare in meglio la sorte, e i più savj per essersi accorti, che dopo i primi passi della ribellione, qualunque si fosse la libertà, o la servitù, non poteva provarsi, che fiere stragi e calamità non disuguali. Ciò accadde negl'ultimi giorni di quest'anno, nel procinto, che il Portogallo pur anche scosso il giogo, ravvivò con nuovo Re l'antico nome del Regno.
§. I. Il Regno di Portogallo scuote il giogo, e si sottrae dalla Corona di Spagna.
L'emulazione, che passava tra' Castigliani ed i Portoghesi, cotanto antica, che tramandata, come per eredità, da' loro antenati a' successori, era a questi tempi per i boriosi modi e feroci consigli del Conte Duca, assai più cresciuta, che quando convenne a questi piegare il collo sotto la dominazione della Castiglia, divenne ora abborrimento ed impazienza: tantochè avevano i Portoghesi applicata più volte l'attenzione e la speranza a vari accidenti, che potessero far cambiare la fortuna presente. Ma la potenza e la felicità de' Castigliani, avevano fino ad ora, o tenuti gli stranieri lontani, o dissipati l'interni disegni; ad ogni modo cresceva maggiormente il desiderio, e serviva ad incitarlo l'oggetto de' Duchi di Braganza, che discendenti da Odoardo, fratello di Errico Re, erano appresso molti altrettanto preferiti nelle ragioni, quanto alla forza del Re Filippo avevano convenuto soccombere. Il presente Duca Giovanni, osservando sopra di lui l'occhio de' Castigliani aperto, si dimostrava altrettanto alieno da ogni applicazione e negozio; ed essendo pochi anni addietro accaduto tumulto in qualche città, uditosi acclamare il suo nome, egli si era contenuto con tale modestia, che fu creduto ugualmente alieno dall'ambizione e dall'inganno. Il Conte Duca però considerando, e le ragioni della Casa, ed il favore del Popolo, oltre alle ricchezze e gli Stati, che eccedevano la condizione di vassallo, per assicurarsi di lui, l'invitava alla Corte con premj ed impieghi, e con simulata confidenza gli conferiva cariche e titoli: il che si credè mirasse non per adornarlo di dignità, ma per esporlo a pericoli, acciocchè esercitando particolarmente il suo impiego di Contestabile, salisse sopra l'armata o entrasse nelle Fortezze, dove fossero ordini occulti d'arrestarlo prigione. Giovanni con varie scuse schivando di condursi a Madrid, con tali riserve in tutto si governava, che se non poteva sfuggire gli altrui sospetti, almeno divertiva i suoi rischj. L'Olivares si valse della rivolta di Catalogna, e della fama, che il Re volesse uscire a debellarla, per invitare la Nobiltà Portoghese, e tra questa con maggior premura il Braganza a concorrere con la persona e con le forze in così segnalata occasione: ma la stessa congiuntura servì a' Portoghesi per isvegliare in loro gli antichi pensieri; onde molti nelle private conversazioni soliti a frequentemente lagnarsi, che un Regno famoso ed esteso nelle quattro parti del Mondo, fosse ridotto in provincia, e divenuto appendice al Dominio de' loro naturali nemici, ora consideravano la Nobiltà oppressa, il Popolo conculcato; e per le gelosie del Conte Duca snervato il Paese, i Grandi perseguitati, infranti i Privilegi e sfigurata quell'immagine, che al Portogallo restava di libertà e d'apparente decoro. Passando poi dalle querele de' tempi al rimprovero di loro stessi, quasichè ne' Portoghesi mancasse quell'ardire e quel cuore, che così altamente nobilitava il Popolo catalano, divisavano la facilità di eseguire ogni grande attentato, retti da una donna e da un odiato Ministro con pochi presidj e provvisioni minori, in tempo, che era tutta la Spagna commossa, le forze distratte, il Re impotente a resistere in tante parti, e pronta la Francia al soccorso.
Margherita Infanta di Savoja sosteneva il titolo di Viceregina, il governo però risedeva in alcuni Castigliani, ed in particolare nel segretario Vasconcellos, che l'assisteva, e che confidente dell'Olivares e dal suo favore innalzato, tutto tirava alle di lui massime d'abbassar i Grandi e d'esercitare assoluto comando. Per le congiunture veramente pareva, che per sollevarsi fosse maggior pericolo in iscovrire i pensieri, che in praticargli; onde ridotti alcuni Nobili in Lisbona nel giardino d'Autan d'Almada, considerate le congiunture presenti, tutti si risolsero di tentar l'impresa dandosi reciprocamente la mano e la fede di segretezza e di non mai abbandonarsi. Stavano alquanto perplessi sopra il risolvere, qual forma si dovesse scegliere del nuovo governo. Ad alcuni, con l'esempio de' Catalani, aggradiva l'istituto delle Repubbliche; ma si considerò dalla maggior parte la confusione, che seco porta l'innovare comando in un paese avvezzo all'arbitrio di un solo. Si voltarono perciò al Braganza, nel quale, per giustificare la causa, e tirare i popoli, concorrevano i requisiti più principali, e per ragione al Regno e per distinzione di fortuna; gli spedirono dunque separatamente Pietro Mendozza, e Giovanni Pinto Ribero a rappresentargli i voti comuni ed offerirgli lo scettro; e perchè s'avvidero questi, che al Duca s'affacciavano tra varj pensieri l'immagini di molti pericoli, proccuravano di sgombrargli ogni dubbiezza: ed il Pinto particolarmente tramettendo alle ragioni ed alle preghiere minacce e proteste, gli dichiarò, che anche contra sua voglia sarebbe Re proclamato, senzachè dalla sua renitenza, ed a se ed agli altri fosse per accogliere, che rischj maggiori di più certe perdite. Il Duca ad oggetto sì grande, ed improvviso della Corona, titubava ne' suoi pensieri; ma sua moglie, sorella del Duca di Medina Sidonia, essendo d'altissimi spiriti, lo rincorò, rimproverandogli la viltà di preferire alla dignità dell'Imperio la caducità della vita. Nè mancarono i Franzesi conscj di quanto si tramava, con segretissimi messi di confortarlo ed animarlo con ampie promesse d'assistenze e soccorsi, facendogli credere tanto più ferma dover essere la Corona sopra il suo capo, quantochè gli additavano vacillanti le altre sopra quello del Re Filippo. Dunque s'indusse a prestarvi l'assenso e fu concertato il tempo ed il modo per dichiararsi.
Sebbene in questo affare il segreto fosse grande, ad ogni modo la notizia essendo sparsa tra molti, ne traspirò qualche cosa alla Viceregina, la quale non mancò d'avvertire il Conte Duca più volte de' discorsi e disegni de' congiurati; ma egli solito di prestar fede a se stesso, più tosto che ad altri, lo credè troppo tardi. Adunque il primo di dicembre di quest'istesso anno 1640 molti Nobili essendo andati a Palazzo, al battere delle nove ore della mattina, ch'era il segno accordato, ad un colpo di pistola, snudarono le armi, e caricarono le guardie della Viceregina, le quali inermi e sbandate, ogni altra cosa attendendo, cedettero facilmente. Occupato il palazzo, i Nobili gridavano Libertà, insieme acclamando il nome di Giovanni IV, per Re; ed altri nelle piazze, chi per le strade, alcuni dalle finestre e tra questi Michele Almedia di veneranda canizie, animando il Popolo e concitandolo all'armi, fu sì grande in pochi momenti il concorso, che, come se un solo spirito movesse la moltitudine, non vi fu chi dissentisse, o titubasse. Una Compagnia di Castigliani, che entrava di guardia al Palazzo, fu dal furore della plebe costretta alla fuga. Antonio Tello con altri seguaci, sforzate le stanze del Vasconcellos, che inteso il romore, s'era in certo armario rinchiuso, lo ritrovò, e trucidato, lo gittò dalle finestre, acciocchè nella piazza fosse spettacolo all'odio del vulgo, e testimonio insieme, quanto poco sangue costasse la mutazione di un Regno. L'Infanta, custodita in potere de' congiurati, fu trattata con molto rispetto, astretta però a comandare al Governadore del Castello, che s'astenesse di tirare il cannone, altrimenti i Castigliani nella città sarebbero stati tutti tagliati a pezzi. Egli non solo ubbidì all'ordine di sospender l'offese, ma subitamente, o per timore, o per necessità, trascorse alla resa, allegando d'essere così sprovveduto, che all'invasione del Popolo non avrebbe potuto resistere. Fu maraviglia vedere una città, come Lisbona, grande, popolata, commossa, restare in brevissimo tempo in potere di se medesima, ma con tanto ordine e con tal quietudine, che nessun comandando, ogni condizione di persone, al nome del nuovo Re, prontamente ubbidiva.
Giovanni, inteso l'accaduto di Lisbona, fattosi proclamare Re ne' suoi Stati, entrò in quella città il sesto giorno del medesimo mese di dicembre con indicibile pompa; e ricevuto il giuramento da' Popoli, lo prestò reciprocamente per l'osservanza de' Privilegj. Sparsasi per quel Regno la fama di tal accidente, non vi fu luogo, che tardasse a seguitare l'esempio della Capitale, con tanta unione degli animi, che non pareva mutazione di governo, ma che solamente al Re si cambiasse nome, con insolito gaudio de' Popoli. I Castigliani sparsi in alcuni presidj e quelli di S. Gian, Fortezza d'inespugnabile sito, sorpresi da fatale stupore, n'uscirono senza contrasto. L'Infanta fu accompagnata a' confini, ed alcuni de' Ministri Castigliani restarono prigioni, per sicurtà di que' Portoghesi, che fossero in Madrid trattenuti. In otto giorni si ridusse tutto il Regno ad una tranquilla ubbidienza. Fino nell'Indie dell'Oriente, nel Brasile, nelle coste d'Affrica e nell'Isole, che si numerano tra le conquiste de' Portoghesi, quando da Caravelle, in diligenza spedite, ne fu portato l'avviso, quasichè fosse stato atteso, abjurata con universal consenso l'ubbidienza a Castiglia, il nome di Giovanni IV fu riconosciuto ed acclamato.
Il Conte Duca accortosi, che in vece di ingrandire la Monarchia e la prepotenza, conveniva essa della propria salute contendere, non potendo contrastare da due parti, stava in dubbio dove s'avessero a rivolgere le maggiori cure e gli sforzi. In fine giudicò meglio contra la Catalogna applicarsi, sperando, che non riuscisse lunga l'impresa ed insieme temendo, che col dar tempo, la fortezza del paese, la ferocia del Popolo, ed il soccorso de' Franzesi, la difficultassero maggiormente. All'incontro, essendo aperti i confini, più lontani gli ajuti, i popoli meno agguerriti, ed in Lisbona sola potendosi debellare tutto il Regno, si figurava, che lasciati i Portoghesi in sicurezza ed in ozio, non applicarebbero a premunirsi, e che i Nobili, superbissimi per natura, non sofferirebbono a lungo il comando di uno a diversi emolo, ed a molti uguale. Proseguendosi pertanto in Catalogna la guerra, il Portogallo vie più si stabiliva, tanto che riusciti vani i presagj dell'Olivares, rimase, siccome tuttavia ancor dura, staccato ed indipendente dalla Corona di Spagna.
In Catalogna adunque proseguendosi eziandio nel verno la guerra, los Velez si portò ad espugnare Terracona, che dopo la Metropoli del Principato, tiene per l'ampiezza e per la nobiltà il primo luogo. I Catalani animati da' Franzesi sprezzavano gli sdegni e l'armi del Re, tanto che pronti alla difesa, sostennero lungamente la guerra, la quale non meno agli altri Stati della Monarchia, che al nostro Regno costò sangue e tesori. A questo fine si proccurava dal Medina nostro Vicerè nuovo donativo per la Corte, s'allestivano nuove soldatesche, e s'armavano nuovi legni, gravando con ciò i sudditi e le Comunità del Regno con nuove tasse ed imposizioni.
Ma non terminando qui le nostre miserie, una nuova guerra, che s'accese pure a questi tempi in Italia, dal Papa contro al Duca di Parma, per lo Stato di Castro, portò pure al Vicerè, ed al Regno nuove cure e nuove spese, e maggiori se ne sarebbero sofferte, se gli Spagnuoli non si fossero raffreddati, e ne' proprj mali, per le rivoluzioni di Catalogna e per la perdita di Portogallo, occupati, non avessero più modo d'ingerirsi negli affari altrui, se non con mediazioni, ed ufficj, onde al nostro Vicerè avendo il Pontefice richiesto i novecento cavalli, per l'investitura del Regno dovuti in caso d'invasione dello Stato Ecclesiastico, gli furono denegati, per non essere questa causa della S. Sede, ma della sua Casa e de' suoi Congiunti[29]. Fu mestieri con tutto ciò al Medina, a spese del Regno, guarnir le Piazze della Toscana, ed i Confini del Regno dalla parte degli Apruzzi, dove mandò il Maestro di Campo Generale Carlo della Gatta, e commise ad Achille Minutolo Duca di Belsano, che si trovava Governadore di quella Provincia, che invigilasse alla custodia della medesima. Molte Compagnie di Tedeschi, fatte venir d'Alemagna per la via di Trieste, furono ancor ivi alloggiate, e da poi, ricevute dal Mastro di Campo D. Michele Pignatelli, fur fatte venire in Napoli, e fu loro assegnato alloggiamento nello Spedale di S. Gennaro fuori le mura della città.
Ma non perchè doveansi riparare i proprj mali del Regno, si rallentavano le richieste di nuovi soccorsi nel Milanese; bisognò al Vicerè spedirvi tremila pedoni sopra galee; ed affinchè le Università del Regno avessero corrisposto con maggior prontezza al pagamento de' donativi fatti al Re, comandò, che in ciascheduna d'esse si fosse fatto il nuovo Catasto (così chiamano il libro, dove si notano gli averi de' sudditi) con deputarsi un Ministro del Tribunal della Camera, acciocchè l'esazione si fosse regolata con la guida di esso, e ciascuno avesse portato il peso a misura delle sue forze.
Gli sbanditi pure in questo nuovo anno 1644 vie più che mai infestavano le Province, inquietavano i Popoli e disturbavano il traffico; nè bastando le genti di Corte a far loro argine, fu duopo al Medina spedire il Principe della Torella D. Giuseppe Caracciolo con titolo di Vicerè Generale della Campagna, per reprimere le loro insolenze.
CAPITOLO VI. Caduta del Conte Duca, che portò in conseguenza quella del Duca di Medina, il quale cede il Governo all'Ammiraglio di Castiglia suo successore.
Ma mentre il Medina, per maggiormente prolungare il suo Governo, essendo già scorsi sei anni e più mesi dal dì che ne avea preso il possesso, trattava un nuovo donativo per la Corte, vennegli avviso che il Re gli avea disegnato per suo successore l'Ammiraglio di Castiglia, che governava allora la Sicilia. La caduta del Conte Duca dalla grazia del Re, portò in conseguenza la sua depressione, e 'l cangiamento di prospera in avversa fortuna. Le gravi perdite della Catalogna e di Portogallo, imputate in gran parte a' violenti consigli dell'Olivares, aveano nel Re Filippo raffreddato l'affetto, che avea verso di lui: o fosse, che per le continue disgrazie gli venisse a noja l'infelice direttor degli affari, o pure, che si fosse avveduto, d'essergli state fin allora dal Favorito rappresentate le cose con aspetto diverso dal vero. Molti vedendo tanti precipizj e ruine, si conoscevano dalla necessità obbligati, lasciata da parte l'adulazione ed il timore, a parlar chiaro; ma niuno ardiva d'esser il primo, fin tanto che la Regina, sostenuta dall'Imperadore con lettere di propria mano scritte al Re e con la voce del Marchese di Grana, suo Ambasciadore, non deliberò di rompere il velo e scoprire gli arcani. Allora tutti si scovrirono, ed anche le persone più vili, o con memoriali, o con pubbliche voci sollecitavano il Re a scacciar il Ministro e ad assumere in se stesso il governo. Egli, maravigliandosi d'aver ignorate fin allora le cagioni delle disgrazie, sopraffatto al lume di tante notizie, che gli si svelavano tutte ad un tratto, vacillò prima tra se medesimo, apprendendo la mole del governo, e dubitando, che contra il Favorito s'adoperassero le fraudi solite delle Corti; ma in fine al consenso di tutti non potendo resistere, gli ordinò un giorno improvvisamente, di ritirarsi a Loeches. L'eseguì prontamente l'Olivares con intrepidezza, uscendo sconosciuto di Corte per timore del Popolo. A tale risoluzione tutti applaudirono con eccesso di gioja. I Grandi prima allontanati ed oppressi, concorsero a servire il Re, ed a rendere più maestosa la Corte; ed i Popoli offerivano a gara gente e denari, animati dalla fama, che il Re volesse assumere la cura del governo fin allora negletta. Ma, o stancandosi al peso, o nuovo agli affari e con più nuovi Ministri nel tedio de' negozj e nelle difficoltà di varj accidenti, sarebbe ricaduto insensibilmente nel pristino affetto verso il Conte Duca, se tutta la Corte non si fosse opposta con uniforme susurro, anzi se lo stesso Olivares non avesse precipitate le sue speranze; perchè volendo con pubblicare alcune scritture, purgarsi, offese molti a tal segno, che il Re stimò meglio d'allontanarlo assai più e confinarlo nella città di Toro. Ivi, non avvezzo alla quiete, annojatosi, com'è solito de' grandi ingegni, terminò di mestizia brevemente i suoi giorni.
Caduto l'Olivares, ancorchè il Re pubblicasse di voler assumere in se stesso il Governo, nulladimanco, o perchè non poteva, o perchè non voleva da se solo reggere il peso, si disponeva ad abbandonar il carico; e fattisi avanti alcuni Grandi, che ambivano di sottentrare in luogo del Conte Duca, Luigi D'Haro, nipote, ma insieme dell'Olivares nemico, lentamente s'insinuò, e con grande modestia, mostrando d'ubbidire al Re, assunse in breve tempo l'amministrazione del Governo.
D. Luigi d'Haro adunque reputando per uno dei più forti pretensori alla privanza l'Ammiraglio di Castiglia, che si trovava allora Vicerè in Sicilia, per tenerlo lontano insieme, e soddisfatto, lo promosse al Viceregnato di Napoli, dandogli per successore in quell'isola il Marchese de los Velez, che dalle guerre di Catalogna era passato Ambasciador del Re in Roma: furono per ciò spediti i dispacci regali nelle persone dell'uno e dell'altro; ma, fosse errore o malizia degli Ufficiali della Segretaria del dispaccio universale tenuti ben regalati dal Medina, invece di mandarsi a ciascuno de' provveduti il suo, vennero chiusi amendue nel plico delle lettere del Medina. Costui, volendo imitare gli artificj del Monterey per prolungare la sua partita, ricusava di consegnar loro i dispacci; e quantunque il Marchese de los Velez fosse venuto da Roma in Napoli per passare in Sicilia, era trattenuto in parole dal Medina, tanto che non poteva partire per mancamento della commessione Regale, che lo qualificava per Vicerè; dall'altra parte l'Ammiraglio nè tampoco poteva lasciar il governo dell'Isola senza il successore; e con tutto che questi avesse mandato in Napoli il suo Segretario a domandargli i dispacci, trovò molta durezza: non avendo potuto disporre il Medina a deporre il Governo. Ma ciò, ch'egli non volle volontariamente fare, ve lo fece risolvere il vedersi insensibilmente mancare nell'autorità, e raffreddare quella riverenza e rispetto, che per ordinario languisce ne' sudditi alla fama del successore; anzi volendo egli sollecitare e porre in effetto il trattato di fare un altro donativo al Re d'un milione, si videro rifugiati nella Chiesa di S. Lorenzo i Deputati delle Piazze, li quali, o perchè non volevano imporre questo nuovo peso alla Patria, o perchè lo volessero riserbare ne' principj del Governo del nuovo Vicerè, sfuggivano l'unione. Conoscendo per tanto il Medina di non potere più lungo tempo con suo decoro continuar nel Governo, si risolse di consegnare i dispacci; onde essendosi il Marchese de los Velez partito per Sicilia, partì pure al suo arrivo l'Ammiraglio per Napoli, dove giunse a' 6 di maggio di quest'anno 1644, ed il Medina deponendo immantenente il Governo, andò ad abitare nella sua Villa di Portici, dove si trattenne fin tanto che s'allestissero le galee per traghettarlo in Ispagna.
Ci lasciò egli molti illustri e magnifici monumenti, che ancor adornano la città. A lui dobbiamo quel fonte d'ammirabile architettura col Dio Nettuno, che sparge dal suo tridente limpidissime acque, il quale trasportato nel largo avanti Castel Nuovo, ed ingrandito da lui, e reso abbondante d'acque, ritiene ancora oggi dal suo il nome di Fontana Medina. A lui parimente si dee quella magnifica Porta della città sotto la falda del Monte di S. Martino, che anticamente chiamavasi del Pertugio; per una picciola apertura, che il Conte d'Olivares fece fare nel muro per comodità degli abitanti di quella contrada, e che ritiene similmente dal suo il nome di Porta Medina. Ebbero questa sorte il Duca d'Alba, ed il Duca di Medina, che queste Porte ritenessero ne' tempi seguenti, e tuttavia, il lor nome; poichè costrutte in luoghi oscuri, non in contrade rinomate, il lor nome antico non potè oscurare il nuovo. Non così avvenne della Via Gusmana, della Porta Pimentella, della strada magnifica e d'ameni alberi adorna, che a' tempi nostri fece il Duca di Medina Celi e d'altri edificj, perchè costruiti in S. Lucia, in Chiaja, ed in altri luoghi noti e frequentati, perderono tosto quel nome, che i loro Autori ad esse avean dato.
Ristaurò egli ancora il Castello di S. Eramo, innalzò il Ponte fuori Salerno, che domina il fiume Sele, ed aprì quella ampia strada, che conduce al Monastero di S. Antonio di Posilipo. Ma sopra ogni altro edificio, il più stupendo fu il palagio fabbricato da lui nella riviera di Posilipo, che chiamasi ancora di Medina, nel quale vi lavorarono più di quattrocento persone: opera veramente magnifica, e ch'è riputata per uno delli tre Edificj maestosi, che s'ammirano ora in Napoli, gareggiando con quello degli Studi, e del Palagio Regale; ma non potè (siccome altresì il Conte di Lemos per la fabbrica de' Regj Studi) avere il piacere di vederlo finito, per cagion della sua partita dal Regno, ed ora rimane in gran parte ruinoso e quasi che inabitabile e cadente.
Ma molto più se gli dee per averci lasciate poco men di cinquanta Prammatiche tutte savie e prudenti, e d'aver eretti due nuovi Tribunali nelle Province di Apruzzo ultra e nella Basilicata. Elesse in Basilicata per Preside D. Carlo Sanseverino Conte di Chiaramonte, assegnandogli per luogo di residenza Stigliano, ma non vi dimorò lungo tempo; onde la Sede dei Presidi di questa Provincia essendosi trasportata ora in un luogo, ora in un altro, fu poi trasferita nella città di Matera, dove ora ancor dura. Per la residenza dell'altro Preside, fu assegnata la città dell'Aquila, ed il primo Preside, che governolla, fu D. Ferrante Mugnoz Consigliere di S. Chiara. Così essendosi divisa la Provincia d'Apruzzo in due, siccome avea fatto il Re Alfonso per ciò che s'apparteneva alli Questori, ed all'amministrazione delle Regie entrate; ed essendosi in Basilicata eretto un nuovo Tribunale, venne il numero delle Province, in quello che s'attiene all'amministrazione della giustizia, a pareggiarsi ed a corrispondere al numero de' Tesorieri, il quale prima era maggiore di quello de' Presidi, ovvero de' Giustizieri. Parimente riordinò il Tribunale dell'Audienza d'Otranto, e costrusse le sue carceri nella forma, nella quale presentemente sono.
Le Prammatiche, che ci lasciò, contengono molti savj provvedimenti. Egli rinovò le ordinazioni per la moderazione del lusso nelle vesti, ne' servidori, e carrozze: vietò sotto gravissime pene l'asportazione delle armi, spezialmente quelle di fuoco: fu terribile persecutore de' banditi: discacciò tutti i vagabondi dal Regno: vietò agli studenti d'andare in altri studi, che in quelli dell'Università; e diede altri salutari provvedimenti, che sono additati nella Cronologia prefissa al primo tomo delle nostre Prammatiche.
Giunto il Medina in Corte, fu escluso dall'udienza del Re, il quale, ad istigazione de' suoi nemici (li quali per la caduta del Conte Duca suo suocero, resi più baldanzosi, gli avean imputato, che avesse sottratto molto denaro da donativi fatti al Re) gli fece chieder conto di molti milioni, che nel tempo del suo Governo avea egli riscossi dal Regno; ma allegando il Duca, che i Vicerè di Napoli non eran obbligati a dar conto, e che se pure S. M. volesse ciò esiger da lui, era prontissimo a darlo, pur che però ciò seguisse senza forma di giudicio, ma privatamente per non pregiudicare a' Vicerè successori: l'affare si pose in trattato, e secondo la solita tardità spagnuola non venendosene mai a capo, svanì il trattato e si pose alla faccenda perpetuo silenzio. La Principessa di Stigliano sua moglie, che addolorata per la perdita del Governo, era rimasa gravida in Portici, essendosi abortita, soffrì da poi una malattia consimile a quella del Re Filippo II, la quale resala schifosa per la colluvie de' pidocchi, che l'innondò, le tolse anche la vita: miserabile esempio dell'umane grandezze. Fu il suo cadavere depositato nella Chiesa de' PP. Scalzi di S. Agostino nella Villa stessa di Portici; e non avendo potuto i suoi congiunti ottenere dal Vicerè la permissione di trasportarlo con pompa e trattamento Regale, che pretendevano le si dovesse, come Duchessa di Sabioneta, fu dopo qualche tempo privatamente condotta nella Cappella della sua famiglia posta nella Real Chiesa di S. Domenico Maggiore di Napoli.
CAPITOLO VII. Del breve Governo di D. Giovanni Alfonso Enriquez Almirante di Castiglia.
Giunto l'Ammiraglio in Napoli, e preso il possesso della sua carica a' 7 maggio di quest'anno 1644, non tardò guari ad accorgersi in che stato lagrimevole era il Regno ridotto: vide le miserie estreme dei sudditi gravati di tante imposizioni e gabelle: esausti tutti i fonti, e l'Erario Regale tutto voto. Ma le sue maggiori afflizioni erano, che non solamente non vedeva mezzi convenienti a potervi rimediare, ma che tuttavia più crescendo i bisogni per nuove cagioni, nè cessando i Ministri della Corte di Spagna, avvezzi a ricevere somme immense da' suoi predecessori, di cercar nuovi donativi di milioni, l'avean posto in agitazioni tali, che cominciava già a confondersi.
Pure in questi principj non sgomentandosi in tutto, colla sua prudenza e vigilanza suppliva, come si poteva meglio, a' nuovi bisogni, che occorrevano. Ancorchè per la pace fatta da Papa Urbano fin dal mese di marzo di quest'anno col Duca di Parma, colla scambievole restituzione de' luoghi presi, si fosse spento quel fuoco, che s'era acceso in Italia per l'occupazione e demolizione di Castro, appartenente al Duca; con tutto ciò non aveano i Barberini lasciate l'arme, nè licenziati i quattromila pedoni, co' dodicimila cavalli, che tenevano in piedi sotto il Duca di Buglione; ed essendosi gravemente infermato il Papa in questo mese di luglio, il nostro Vicerè, prima che spirasse, fece fare in Roma premurose istanze, che i nepoti del Papa deponessero l'armi, ed offerì ancora al Collegio de' Cardinali la sua persona e le forze del Regno per la libertà del futuro Conclave; onde essendo seguita già la morte d'Urbano a' 29 dell'istesso mese di luglio, non tardò di spingere a' confini del Regno le soldatesche; ma fattosi disarmare dal Concistoro il Prefetto di Roma, e seguita l'elezione a' 15 di settembre in persona di Giovambattista Cardinal Pamfilio, che si fece chiamare Innocenzio X si richiamarono le milizie a' quartieri[30].
Cessati questi timori, ne sopraggiunsero altri assai più gravi; poichè queste milizie istesse bisognò poco da poi sostenerle contra i Turchi, i quali con un'armata di quarantasei galee sotto il comando di Bechir Capitan Bassà s'eran presentati a vista d'Otranto. Gli Spagnuoli divulgavano, che questa mossa fosse per suggestione de' Franzesi, per tener distratte le forze del Regno: altri dicevano, che fosse principio di più alto disegno de' Turchi, per iscoprire la disposizione nella difesa delle marine d'Italia: che che ne sia, ancor che da' venti spinte ne' lidi della Velona, non avessero apportato altro male ad Otranto, che il terrore suscitato dalle rimembranze delle passate invasioni; nulladimeno ritornaron da poi nel Golfo di Taranto, dove saccheggiarono la Rocca Imperiale, e ridussero in ischiavitù quasi ducento persone, che con esso lor ne portarono[31]. E da poi nel seguente anno avendo investiti i lidi della Calabria, vi saccheggiarono alcune Terre.
La ricca preda, che fecero da poi i Maltesi all'Eunuco Zanbul Agà nel suo viaggio per la Mecca (origine, che fu della guerra di Candia) pose in timore i Maltesi minacciati dal Turco d'invader Malta; onde il Gran Maestro di quella Religione invocando gli ajuti de' Principi vicini, fece premurose istanze a' Vicerè di Napoli e di Sicilia, perchè volessero prontamente soccorrerlo: tanto che all'Ammiraglio fu duopo spedirgli quattro vascelli, due de' quali carichi di munizioni così da guerra, come da bocca, e gli altri due di soldatesche Spagnuole ed Italiane; ma svanito il timore dell'invasione di quell'Isola, per essersi gittati i Turchi sopra il Regno di Candia, furono rimandate dal Gran Maestro le soldatesche speditegli dal Vicerè, ma non già le munizioni da guerra e le vettovaglie.
Ma questi soccorsi s'avrebber potuto con non molta difficoltà tollerare: altri maggiori se ne richiedevano per altre guerre e particolarmente per quella di Catalogna, che teneva angustiata la Spagna: bisognò dunque spedir da Napoli ottocento cavalli e quattromila pedoni sopra ventisei navi per quella volta, sotto il comando del Generale D. Melchior Borgia: soccorso quanto valido, altrettanto ruinoso al Regno, che 'l finì d'impoverire. Pure con tutto ciò non cessavano i Ministri della Corte di Spagna premere l'Ammiraglio con nuove dimande di donativi di milioni, per accorrere a' bisogni grandi della Corona, ne' quali per la mala condotta degli Spagnuoli si vedeva posta; ma non erano minori le miserie de' sudditi per tante gravezze, che sopportavano, e quando credeva il Vicerè di potergli alleggerire, non già maggiormente aggravargli di nuove imposte, fu costretto per soddisfare a tante e sì continue istanze, di sollecitare le Piazze della Città per l'unione d'un nuovo donativo. Fu conchiuso di farlo per la somma d'un milione; e perchè non vi era altro modo di poterlo con altre gravezze riscuotere dai sudditi, se non sopra le pigioni delle case di Napoli, fu risoluto di prender i nomi da' Cittadini pigionali per quest'effetto e tassargli; ma quando ciò volle mettersi in pratica, si vide una sollevazion universale e ne' borghi di S. Antonio e di Loreto molti della plebe cominciarono a tumultuare; tanto che il Vicerè, prevedendo disordini maggiori, fece sospendere l'esazione. Avvisati di ciò i Ministri di Spagna, ascrivendo questa sospensione a debolezza dell'Ammiraglio, acremente lo ripresero, e col solito fasto ed alterigia gli comandarono la continuazione dell'esazione; ma questo savio Ministro, che più da presso conosceva le pessime disposizioni, ch'erano nella città e nel Regno, con molta costanza stette fermo nella sospensione e scrisse al Re, pregandolo a volerlo rimovere dal Governo, ed a non voler permettere, che volendo cotanto premere un così prezioso cristallo, venisse a rompersi nelle sue mani.
I Ministri Spagnuoli deridendo la timidità dell'Ammiraglio, non diedero orecchio alle sue domande, anzi non lasciavano in Corte di biasimarlo, e di trattarlo da uomo di poco spirito, inabile a governare un Convento di Frati, non che un Regno tanto importante, come quello di Napoli. Ma fermo l'Ammiraglio nel suo proponimento, affermando di voler servire, non tradire il suo Re, rinovò le preghiere, perchè lo lasciassero partire, e gli Spagnuoli di buon animo indussero finalmente il Re a rimoverlo, ed a comandargli, che si portasse in Roma a render in suo nome ubbidienza al nuovo Pontefice; e credendo, che D. Rodrigo Ponz di Leon Duca d'Arcos, come più forte e risoluto potesse riparare alla debolezza, ch'essi imputavano all'Ammiraglio, lo destinarono per suo successore: di che il Duca soleva di poi cotanto dolersi, che s'erano a lui riserbate tutte le sciagure, e ch'egli era venuto a portare le pene delle colpe degli altri Vicerè suoi predecessori.
L'Ammiraglio intesa la risoluzione della Corte, giunto che fu il Duca d'Arcos nel Regno partissi da Napoli nel mese di aprile di quest'anno 1646, ed entrò in Roma a' 25 del medesimo mese, ed a' 28, adempiè la sua commissione col Pontefice; indi, dopo aver fatto un giro per Italia, si ricondusse in Corte ad esercitar la carica di Maggiordomo della Casa Regale, dove poco da poi, infermatosi di mal d'orina, trapassò a' 6 di febbrajo del nuovo anno 1647.
Nel breve tempo del suo Governo, che durò meno di due anni, ci lasciò pure da venti Prammatiche tutte savie e prudenti; attese all'esterminio de' banditi e scorridori di campagna; invigilò perchè non si fraudassero le gabelle e le dogane, vietando a' Monasterj, ed altri luoghi pii la vendita del vino a minuto: vietò la fabbrica, ed asportazion delle armi; e diede altri savj provvedimenti, che sono additati nella tante volte mentovata Cronologia prefissa al tomo primo delle nostre Prammatiche. Ma quello, che nel principio del suo governo gli acquistò maggior plauso, fu l'aver tolto molti abusi, che s'erano introdotti nel precedente dal Medina, infra i quali era scandaloso quello introdotto nel Tribunale della Vicaria per lo gran numero de' Giudici, che vi avea creati, più tosto per soddisfare alle importune raccomandazioni de' parenti della Viceregina D. Anna sua moglie, in quel tempo molto potenti in Palazzo, che per rimunerazion di merito. L'Ammiraglio, lasciato un competente numero a reggere quel Tribunale, mandò gli altri a scrivere nelle Regie Udienze delle Province.
A lui parimente si deve d'essersi tolte le molte brighe con gli Ecclesiastici intorno al ceremoniale, e di essersi allontanate le funzioni Regali dal Duomo, con farle celebrare nelle Chiese Regali, o sottoposte all'immediata protezione del Re. Per la morte accaduta in ottobre dell'anno 1644 della Regina di Spagna Isabella Borbone, ordinò l'Ammiraglio, che se le celebrassero solenni esequie nel Duomo, siccome prima praticavasi; ed avendo ivi fatto innalzare un superbissimo Mausoleo, mentre dovea cominciarsi la funzione, insorse il Cardinal Filamarino Arcivescovo, e pretese, che si dovesse dare il piumaccio a tutti i Vescovi che vi doveano intervenire; ma i Ministri Regj riputando ciò una novità, non vollero acconsentirvi a patto veruno; e dall'altro canto ostinandosi il Cardinale, venne in risoluzione il Vicerè di far disfare il Mausoleo drizzato nel Duomo, e farlo trasportare nella Regal Chiesa di S. Chiara, siccome fu fatto; dove essendosi innalzato ed adornato d'iscrizioni ed elogi composti per la maggior parte da' Gesuiti, e spezialmente dal P. Giulio Recupito di quella Compagnia, furono celebrati i funerali alla defunta Regina a' 21 marzo del seguente anno 1645, recitandovi l'orazione in idioma spagnuolo il P. Antonio Errera della medesima Compagnia; onde da questo tempo in poi le altre consimili funzioni si sono celebrate nella stessa Chiesa, siccome fu fatto ne' funerali di Filippo IV, ed a tempi men a noi lontani, nell'esequie dell'altra Regina di Spagna Borbone, moglie che fu del Re Carlo II e degli altri Regali, come diremo.
Il Duca d'Arcos, avendo preso il governo del Regno, contra il credere de' Ministri di Spagna trovò le cose in istato pur troppo lagrimevole; ed il suo infortunio portò, che le tante cagioni cumulate da' suoi predecessori, avessero da partorire in tempo suo quegli calamitosi effetti e quegli infausti successi che si diranno; il racconto de' quali, per la loro grandezza e novità, fa di mestieri, che si porti nel seguente libro di quest'Istoria.
FINE DEL LIBRO TRENTESIMOSESTO.
STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI