2.

Sof. Eh! il tempo non può esser più bello. Per questa parte non ho paura.

Lui. O dunque per quale? che altro motivo ci potrebb'essere che oggi la Milla non venisse da noi?

Sof. Chi lo sa? forse per via della debolezza. Sta un po' lontano di casa.

Mar. Sicuro! Dopo la malattia che ha sofferto, sarà debole. È stata più d'un mese nel letto, povera vecchia!

Ang. Ma ora è guarita hanno detto.

Ter. Ora è convalescente.

Ang. Convalescente che cosa vuol dire?

Ter. Domandalo a Sofia; te lo saprà dire meglio di me.

Sof. Vuol dire che è guarita, ma che è obbligata a un riguardo per mettersi in forze.

Infatti non potrà ancora arrischiarsi a far quel che faceva prima d'aver avuto quella febbre tanto cattiva: camminar di molto, uscir di casa a tutte l'ore....

Lui. Mi fate celia? ci vuole un gran riguardo, altrimenti....

Sof. Guai a lei se le ritornasse il male addosso! le ricadute sono peggiori delle malattie.

Ter. Oh! guarda guarda! l'Angiolina fa i lucciconi!

Mar. Chi sa che cosa avrà capito per convalescenza!

Sof. È guarita, sai? Angiolina, la Milla è guarita e sta bene.

Ang. Ma non è venuta da noi....

Mar. Se non viene oggi, verrà domani.

Lui. Se no, pregheremo la mamma che ci conduca da lei.

Sof. Ve ne ricordate, bambine, di quando ci andammo tempo fa a visitarla? Che sesto, che pulizia nella sua camerina!

Ter. Io non potei venirci, perchè ero infreddata.

Sof. Figurati che non vi si sarebbe trovato un granello di polvere.

Mar. Che lenzuoli bianchi, e com'era tutta ravviata!

Sof. Aveva in capo una berrettina, che pareva dipinta.

Lui. E con quanta pazienza stava lì a covare il suo male!

Mar. E col suo solito sorriso a fior di labbra, non sarà nulla, non sarà nulla, diceva.

Sof. Questa buona vecchia, disse bene il dottore, ha due medicine più valevoli delle nostre e che la faranno guarire dicerto: la pulizia e la rassegnazione.

Ter. E perchè le venne male?

Lui. Per avere assistito una sua amica. Le fece otto o nove nottate di seguito. Vecchia com'è, si strapazzò troppo e toccò anche a lei a patire.

Sof. E quell'amica era guarita quando s'ammalò la Milla, ed allora assisteva lei.

Mar. Che buone vecchine! parevano due sorelle.

Sof. Sta'? Mi par di sentire la voce d'Eugenio a piè di scala. È andato insieme con Tito a pigliarla.

Ter. Dicerto son essi. E la Milla è con loro; perchè se fossero soli, a quest'ora avrebbero salito la scala.

Lui. Sicuro; le daranno di braccio.

Ter. Oh, bene bene! è tanto che non l'ho vista! Andiamo a incontrarla, bambine (le bambine corrono all'uscio).

Sof. Mi viene un pensiero. Tiriamo la poltrona sull'uscio; così, appena salite le scale, la Milla si potrà riposare con tutto il suo comodo (una bambina l'aiuta a tirar la poltrona).

Eug. Signorine, correte, ecco una visita per voi (dice di dentro).

Mil. (accompagnata da Tito e da Eugenio) Oh! Dio vi benedica bambine.

Tit. Largo, largo!

Sof. Qui, qui.... è qui la poltrona. Milla, ben arrivata.

Eug. Bravissime. Eh! le nostre sorelle hanno giudizio!

Sof. Quanto ci rallegriamo tutte di vederti guarita!

Mil. Per grazia d'Iddio! Un bacio, Angiolina! E la mia Teresa? anche tu sei guarita, lo so.

Eug. Ma non le state tanto a ridosso! Lasciatela ben avere!

Tit. E qui, sull'uscio, non istai bene, cara Milla; v'è del riscontro; se sei accaldata, ti può far male. Eugenio, piglia codesto bracciolo.

Mil. E ora cosa farete? vi pare? grazie, grazie! mi rizzerò.

Eug. Sta' ferma, non ti dobbiamo alzare, ci son le ruote.

Sof. Andiamo, andiamo, io spingo la spalliera.

Eug. Ecco la Milla che va in trionfo.

Lui. Davvero! Evviva la Milla guarita!

Tutti. Evviva! (l'Angiolina batte le mani e scavalla).

Mil. Eh, non c'è male no! che siamo di Befania?

Tit. Ora serrate l'uscio; badate che le finestre sian chiuse bene.

Mil. Ma per cosa m'avete presa? Non sto poi lì per l'appunto. È vero che nella convalescenza bisogna rigar diritto; ma io son di buon sangue, sapete? Eh! se io avessi avute tutte queste ubbie a' tempi de' tempi, ora non darei nè in tinche nè in ceci.

Eug. Hai ragione. Che cosa importa far tanti daddoli? Io sfiderei l'acqua e il vento anche quando avessi la febbre.

Mil. Oh! codesto passa la parte! È bene avvezzarsi svelti a ogni cosa; ma non bisogna lasciarsi andare allo sbaraglio come fanno gli sgangherati.

Sof. E poi, Eugenio ha un bel dire! e se gli viene un dolor di capo....

Eug. Ecco subito! a detta loro sarò un cancherino.

Mil. Talotta chi fa più il gallo, bambino mio....

Eug. Vorrei che tu mi potessi mettere alla prova, per farti vedere chi son io!

Mil. Ebbene! mi ricordo che l'anno passo, quando tu avevi la scarlattina, parevi proprio un pulcin bagnato.

Eug. L'anno passo, signora Milla, l'anno passo io era in fasce si può dire. Ora che son grande....

Mil. Appunto ora bisogna aver più giudizio, messere! — Che cosa lavorate voi di bello, bambine?

Sof. Vedrai, vedrai.... intanto preparo.

Tit. Eugenio mio, bisogna andarsene con le trombe nel sacco!

Lui. Eh! con la Milla non si scherza.

Eug. E poi siete tutte dalla sua parte!

Ang. Guarda, Milla, ho avviato oggi per la prima volta la calza.

Mil. Brava Angiolina! Me ne rallegro davvero! — E a me toccherà a star con le mani in mano.

Eug. E che sì che anche la Milla avrà da fare, bambine!

Sof. Che cosa!

Ang. Eh! lo so io! — Guardami in viso, Milla....

Mil. Sono a servirla.

Eug. Abbiamo fatta la pace, è egli vero?

Mil. E quando c'è stata guerra tra noi?

Eug. Tu sei una gioia. O sta' a sentire.

Mil. Qualche altra billèra!

Eug. Parlo sul serio. — Domenica passata andammo a Fiesole, il babbo, la mamma, Sofia, Luisa e noi due....

Sof. Vedemmo quel busto famoso; andammo in Borg'unto...

Mil. Ho capito, ho capito.

Lui. Se l'aveste sentito fare dalla Milla quel racconto ne sareste rimasti incantati.

Mil. Zitte, zitte! Lo sapete che cosa diceva santa Caterina da Siena, bambine?

Tit. Su qual proposito?

Mil. Santa Caterina da Siena diceva: quando si parla bene di voi, non si parla di voi.

Sof. E cosa significa?

Mil. Che ogni nostro merito non appartiene a noi, ma è dono di Dio. E poi, ve lo dissi, quel racconto mi fu riferito da Don Vittorino.

Ter. Ma come andò poi di Riguccio?

Eug. Ci siamo, Milla, ci siamo!

Lui. E di quella buona fanciulla di Marta?

Tit. Adagio un poco! Ricordiamoci che la Milla è convalescente; e che il parlare stracca più del filare. Non mi parrebbe vero di sentire un racconto; ma siamo discreti.

Sof. Tito ha ragione. Che cosa ne dite voialtri?

Lui. Eh sicuro! possiamo aspettar qualche giorno.

Mil. Che siate benedette! Si potrebbe far di più per una mamma?

Sof. Oggi chiacchiereremo del più e del meno.

Eug. Siete tante, che a dirne una per una....

Tit. E noi anderemo a studiare. Addio a poi, cara Milla.

Mil. Addio, addio! — Che bravi ragazzi che avete per fratelli, bambine mie!

Sof. Son due angioli.

Mil. Tirano proprio dal babbo e dalla mamma.

Lui. Eugenio col suo buon umore ci tien tutti allegri.

Sof. Anche Tito è giojale; ma sta sul sodo; è il maggiore!

Mil. E fa bene: deve dare il buon esempio.

Sof. Ma non se n'investe punto; lo fa con tanta buona maniera!

Mil. Ah! chi è buono davvero, è modesto e amorevole.

Ang. Guarda, Milla; guarda bello il ricamo di Sofia!

Sof. M'ha insegnato la mamma; e il disegno è di Tito.

Lui. Io fo un lavoro ad Eugenio pel suo giorno natalizio.

Mil. Brava! che cosa gli fai tu di bello? una borsettina?

Lui. No; un pajo di guanti, perchè la mamma ha detto che gli saranno più utili della borsetta.

Mil. Ha pensato benissimo.

Così per quel giorno fu tutta conversazione. Le bambine, con quella cara ed ingenua sincerità dell'infanzia ragionarono delle loro contentezze, dei loro affetti nascenti, delle speranze, delle gioje d'una famiglia numerosa e bene ordinata; e la Milla non lasciava mai fuggire l'occasione di dare qualche consiglio, d'approvare, d'incoraggire la buona condotta di ciascheduna di esse. Talmentechè tutte furori contente; e lavorando si divertirono ed impararono qualche cosa senza bisogno del racconto. A poterla riferir tutta quella conversazione, vi sarebbe da rimanerne consolati davvero. — Ma chi di voi, miei cari lettori, chi di voi non goderà spesso di un egual piacere? Insieme coi genitori e i fratelli, insieme con qualche altra Milla, e forse ogni giorno, farete uno di quei colloquj nei quali l'anima si apre, e ci confortiamo a vicenda nella disgrazia, o a vicenda ci disponiamo nella felicità a procacciare il bene del nostro simile. Allora sogliono esser da noi confessati con sincerità i nostri errori, e dai nostri cari con generosità ci sono perdonati, e con amore corretti. Rammentiamo allora i nostri avvenimenti dei tempi scorsi; rammentiamo i nostri antichi, e al sentir raccontar dal nonno, dal babbo o dal fratello maggiore le loro virtù, e le grandi cose che avvennero nella nostra patria, il cuore si scalda e si sente stimolato a ben fare. Le persone della nostra famiglia ci sono sempre più care, e l'amore e la concordia ci vengono adagio adagio migliorando l'animo. Sappiate rendervi degni di questa confidenza scambievole, sappiate godere d'una pace sì deliziosa; non la disturbate mai: essa è il tesoro delle famiglie.

Cinque o sei giorni dopo, la Milla era già rubizza come prima; tutte le tracce della malattia erano sparite; avea la sua rocca al fianco, salì le scale da sè lesta lesta, come una fanciulla di sedici anni; le era tornata la sua voce un po' tremula, sì, ma schietta e sonora, e potè ripigliare il filo dei suoi racconti. Questa volta anche la mamma vi si trattenne; Tito ed Eugenio erano lì. S'era messa un po' in soggezione la buona vecchia per via della signora Elena; ma poi, dopo essersi data una stropicciatina alle grinze della fronte e alle mani, cominciò in questo modo:

Tempo fa, per far servizio a un'amica, m'occorse d'andare in Borgo San Frediano dal signor Bartolini[17], che è quel gran maestro di scultura che voi sapete: ed entrai proprio nel suo studio. Vidi allora due o tre stanzoni pieni di bellissime statue, parte finite e parte abbozzate, di tanti ritratti e disegni, di blocchi di marmo grossi spietati; modelli di gesso, palchi, scalei; e v'erano diversi garbati giovani, alcuni dei quali smodellavano, ed altri modellavano creta. Mi figuro io che la bottega di Michelangiolo in via Ghibellina fosse un dipresso come questa. In vece di maestro Lorenzo, mettiamoci maestro Michelangiolo, che questo antico non si potrà aver a male d'essere raffigurato al moderno, e stiamo a vedere che cosa segue.

Un ragazzo, con aria di campagnolo e vestito rozzamente, franco senza essere sventato, ilare, di volto bello quantunque non regolare, entra a buon'otta, corre verso il Maestro, lo saluta, ed esso ridendo gli dà il benvenuto bambino, e poi seguita il suo lavoro intorno a una statuetta abbozzata. Voi avrete già indovinato chi fosse questo fanciullo: ora mettetevi ne' suoi piedi per immaginarvi quanto giubbilo dovesse provare in quel punto nel vedere adempito il suo desiderio ardentissimo. Il Gori lo aveva accompagnato, per andar poi a ripigliarlo al tramontare del sole. Riguccio si mise tosto a guardar Michelangiolo, che ora lavorava infuriato, ora con flemma, e non cavava mai gli occhi di sul lavoro. Passa un'ora, ne passano due, e Riguccio lì. Ma che se n'è scordato che ci sono io? diceva egli tra sè: a vedere ci ho gusto; ma non son io venuto qui per iscolpire? A un tratto il Maestro si scosta, si mette a considerare la sua statuetta per ogni verso, e poi le butta addosso con tutta la sua forza il mazzuolo, e la manda in pezzi. Riguccio si tirò addietro impaurito, e uno scolaro di Michelangiolo, accorso al tonfo, domandò: «Che è stato, Maestro?» — «Non vuol venire a mio modo; è meglio rifarla.» — «Fosse stato il marmo col quale vi faceva lavorare Piero dei Medici[18], meno male; e poi ecco un mese di lavoro perduto.» — «Un mese! diceva sotto voce Riguccio. Ci vuol tanto tempo a fare una statuina, e poi avere il cuore di spezzarla?» Intanto Michelangelo s'era messo a schizzare, forse quella stessa figura, per istudiare meglio la composizione.

Riguccio un po' seccato di star lì fermo senza far nulla, s'arrischiò a girellare soffermandosi ora davanti a una statua, ora davanti a un busto, e osservando con grande attenzione e piacere. S'accostò poi ad un giovine che copiava con la matita. Che bel disegno! Ma ogni poco lo scolaro cancellava con certi pastellini di midolla di pane più qua e più là il suo disegno, e tra fare e disfare, la metà del giorno era scorsa; ed egli aveva concluso pochissimo. Intanto anche Michelangiolo va a guardare il disegno dello scolaro. Dà una scossa di testa, e poi dice: Antonio mio, in sei mesi che tu stai qui ad imparare, avresti dovuto andare un po' più avanti. Questo disegno non te lo passo; l'aria della testa non l'hai presa bene; queste linee son troppo grosse.... da capo, da capo! poi gli leva di sotto gli occhi il disegno, e d'un solo foglio ch'era, giù, senza misericordia, ne fa due pezzi, uno per mano, e se la batte. Riguccio rimase a bocca aperta, e gli dispiacque tanto per quel povero giovine, che gli spuntò una lacrimuccia.

Ma s'accorse che Antonio, più allegro di prima, si rimetteva al medesimo studio, dicendo: Chi sa che la quarta prova non mi riesca? avanti, avanti! coraggio Antonio! tra qualche mese tu potrai maneggiare il mazzuolo.

Riguccio cominciò a sentire appetito; si mise a mangiare un bel pezzo di pane bianco che la Marta gli aveva posto sotto il braccio nel dirgli addio, e poi s'addormentò sopra una panca, perchè nella notte non avea potuto chiuder occhio; tanta era stata l'impazienza di vedere il giorno per andare a Firenze. Alle ventitrè arrivò il Gori a pigliarlo, e bisognò che lo svegliasse. Michelangiolo non s'era più fatto vedere, e Riguccio se n'andò via tutto mortificato e confuso.

— Che cos'hai fatto di bello, Riguccio? gli domandò il Gori quando furono usciti.

— Lasciatemi stare, per carità, non voglio discorrere.

— Cose grosse? Che te n'è uscita la voglia?

— I' non so in che mondo mi sia. Lasciatemi stare, vi dico.

— Oh! non ti tocco, non aver paura.

Il Gori s'accompagnò con altri due Fiesolani, e discorrendo con loro, non pensò più a Riguccio, il quale se n'andò dietro dietro, a capo basso, fin sulla piazza di Fiesole.

La Marta era sull'uscio di bottega; si aspettava di vederselo correre incontro tutto festoso; ma egli rimaneva coperto dal Gori; ed essa non vedendolo, a un tratto s'impaurì; ma quando potè scorgerlo venir su in quel modo sopra pensiero e con andatura svogliata, lo credè troppo stracco, e si mosse verso di lui a prenderlo per la mano.

Riguccio quando la vide lì in piazza, non ebbe cuore di dirle nulla; solamente le strinse la mano e le restituì secco secco il saluto. Appena entrato in bottega, quando appunto la Marta era per domandargli perchè avesse visuccio e le lacrime in pelle in pelle, egli se le buttò al collo e cominciò a pianger davvero.

— Riguccio mio! e che hai? t'è seguita qualche disgrazia? Michelangiolo non ti vuole? Ma dimmi qualche cosa, non far piangere anche me, senza ch'io ne sappia il motivo. Parla, Riguccio, parla, che guai ci sono?

— Michelangiolo non mi ha dato retta; sono stato lì tutto il giorno come un balocco; si vede che io sono troppo piccino....

— Eh via! non ti scoraggire tanto presto: oggi non avrà potuto badare a te per l'appunto. Domani sarà un'altra cosa; non piangere, abbi pazienza.

Quando poi egli si fu un poco sfogato, le raccontò per filo e per segno quel che era avvenuto; e la Marta, quantunque ne rimanesse un poco maravigliata, pure non glielo diede a conoscere, e seguitò a confortarlo. Essa aveva preparato una buona cena; la malinconia del ragazzo era quasi dissipata dalle buone parole della sorella; dopo due o tre scosse di testa, cominciò egli a chiacchierare allegramente secondo il suo solito, e a poco a poco gli venne sonno, e dormì bene tutta la notte. La Marta non potè, com'esso, dormir subito, poveretta! Cominciò a fare mille congetture sul contegno di Michelangiolo, e a dubitare: ma quella angelica fiducia che non l'abbandonava giammai troncò le sue riflessioni, e potè poi anch'essa riposare un po' in pace. — Intanto che dormono; anch'io, bambine mie, ho voglia di pigliare un breve respiro.

Eug. Ma perchè trattarlo in quel modo, povero Riguccio? mi pare un'azione villana.

Tit. Ho sentito dire che Michelangiolo era lunatico qualche volta.

Sig. Elena. Egli avrà forse voluto provare la costanza di Riguccio; vedere se la vocazione si manteneva a dispetto delle difficoltà: fargli conoscere quante ve ne sono da superare prima di riuscire a far qualche cosa di buono nelle belle arti. È facile che un ragazzo come Riguccio credesse che da fare i fantocci di neve allo scolpire vi fosse poco divario, e che in pochi giorni avrebbe potuto esclamare: Sono scultore anch'io!

Eug. Gliele doveva dire tutte queste cose piuttosto.

Sig. Elena. Ma a dare a voialtri qualche avvertimento su ciò che non conoscete bene, che cosa accade? O non capite, o non credete. Il fatto parla più chiaro e persuade meglio.

Mil. Bisogna che la cosa sia così, perchè quella storia, poco più poco meno, durò varii giorni; ma Riguccio lì, e quanto più vedeva le difficoltà e le fatiche, più gli cresceva la voglia di cominciare. Accortosi intanto che prima d'andare al marmo ci voleva altro, e che bisognava risolversi a qualche cosa, trovò un foglio, prese della matita, e inginocchiatosi davanti a un panchetto accanto ad Antonio, si pose a copiar lo studio di quello scolare imitandone i modi. Non gli riusciva d'azzeccarne una, ma gli pareva meno strano cancellarla venti volte che dire a memoria quattro parole latine.

Insomma e' ci lavorò per qualche ora senza perdere la pazienza nè la voglia; e quando si dovè alzare non poteva più camminare; tanto gli s'erano intormentiti i ginocchi. Ma almeno aveva fatto una prova; qualche segno v'era; bene o male aveva cominciato ad adoperare la matita.

Quando fu andato via, Michelangiolo corse a guardar quella prova, e dopo averle dato un'occhiata, disse fra i denti: «Antonio, Antonio! ho paura che questo ragazzo ti voglia levar la mano. Veggo che bisogna pensarci davvero. Da quel monte ne sono scesi de' buoni; e mi pare che questo voglia accostarsi piuttosto al maestro Mino che a maestro Simone»[19].

Pag. 123.

Il giorno dopo Riguccio più allegro del solito corse al disegno. Michelangiolo, senza che egli se ne avvedesse, gli si pose dietro a guardare come faceva, e dopo un poco gli disse: — Questo non è lavoro per te. Riguccio si riscosse, e voltatosi, arditamente rispose: — O dunque ditemi voi.

— Vien meco; ecco qua il tuo posto.... copia questo disegno.... fa', disfa' mille volte finchè non si scambi con l'originale.

— E che cos'è l'originale?

— È questo, il disegno che tu devi copiare.

— Ho capito.

Gli altri scolari sorridevano d'aver sentito che egli non sapeva nemmeno che cosa fosse l'originale; e Riguccio fece il viso rosso.

— Non t'importi che ridano adesso; purchè tu non li faccia ridere quando avrai finito la copia. Bada a te e a quel che ti dico io: pazienza e costanza; e se qui dentro c'è qualcosa di buono (e gli batteva leggermente le nocche sul capo) dovrà venir fuori.

Riguccio non intese a sordo. Ogni giorno faceva un progresso. Presto presto passò a modellare: le speranze di Michelangiolo non furono vane. Marta che vedeva sempre il fratello tornare a casa contento, pareva la donna più felice di questa terra. E ora io vorrei potervi dire tutta la consolazione di quelle due anime piene d'ingenuità e d'affetto; vorrei potervi descrivere la beata pace di quella cara famigliuola che vedeva ogni giorno esauditi i suoi voti. Romolo, il tutore, cominciava a guardar di buon occhio Riguccio, benchè non avesse la tonaca; e le affettuose ammonizioni di Marta, e una terribile malattia cagionata dall'abuso del vino, lo avevano quasi fatto ravvedere. Ma il pover'uomo era debole ed invecchiato innanzi il tempo; stava delle ore a seder sulla panca nella bottega di Marta, mezzo assonnato, a considerare quella giovine vispa ed attiva, seguendone con lento muover di testa i passi celeri e affaccendati in su e in giù per la bottega. Se prima non poteva Marta far capitale dei tutore negli affari del suo piccolo commercio, di più le toccava ora ad assister lui; e lo faceva con tanta premura, che egli non pensava più a nulla, e tutto andava pel suo verso.

Riguccio, coll'andar dell'età, imparava sempre più a valutare i tanti pregi di questa sorella, e ne parlava al maestro con trasporto. Questi volentieri lo ascoltava, e ogni giorno più si sentiva disposto ad amarlo, non solamente perchè riusciva benissimo nell'arte, ma più perchè lo consolava co' suoi teneri sentimenti, gli dimostrava per ogni verso una gratitudine affettuosissima, e teneva poi nello studio una condotta esemplare. Divenuto, si può dir quasi, il favorito di Michelangiolo, nessuno degli altri scolari ne dimostrava gelosia, perchè tutti vedevano bene che egli lo meritava, anzi l'avevano caro; ed essi stessi lo amavano come un fratellino, ed anche lo aiutavano quando poteva aver bisogno di loro. Egli aveva per quelli maggiori a lui d'età e di sapere lo stesso rispetto di un sottoposto pei suoi superiori: nè gl'intravvenne mai di credersi qualche cosa di più degli scolari venuti dopo, e meno abili.

Questa fu la vita di Riguccio per qualche anno; la vita di un ragazzo buono, d'ingegno; piena di quelle contentezze e di quella pace che abbelliscono tanto le umili case dei braccianti. Ma io non la posso, neppur volendo, descrivere per filo e per segno. E poi, si può dire che la conosciate, perchè a voi la provvidenza ha dato i beni della fortuna e le migliori doti dell'anima. Avete una mamma....

Sig. Elena. Milla ti prego di tornare a Riguccio.

Mil. Sì, sì, perchè il volto e gli occhi delle sue figlie dicono molto più delle mie povere parole. — Sicchè, per tornare al racconto, e accostarmi per oggi alla fine, salterò quattro o cinque anni, e arriverò a una mattina del 1525. Codesta mattina Michelangiolo entra pensieroso nello studio; aveva in mano una lettera, e rileggendola ora qua ora là, dava delle occhiate ai suoi lavori e a Riguccio; gli altri scolari non erano ancora giunti. Dopo un poco fece l'atto di chi ha preso una risoluzione, e disse a Riguccio: — Clemente[20] mi chiama a Roma; ho stabilito d'andarvi; vuoi tu venir meco?

— Io a Roma? con voi? a vedere il vostro Mosè[21]? le vostre pitture del Vaticano?...

— Dunque vuoi tu venir meco? risoluzione!

— E potreste voi dubitarne?

— Domani partiremo.

Riguccio era fuori dì sè dalla gioja. Nel rimanente di quella giornata non gli riesciva di lavorare; la smania di veder Roma, quella famosa città piena delle maraviglie delle belle arti, lo avea inebriato. In quel tempo in ispecie Roma era frequentata dai più famosi artisti dell'Italia i quali eseguivano a gara quelle opere che la fanno eterna maestra delle altre nazioni. Quando sarete più grandi, ragazzi miei, conoscerete queste cose un po' meglio; e vi sarà qualche altra persona, come per esempio il vostro amico Don Vittorino, che ve ne saprà ragionare.

Io penso ora a quella povera Marta, che è alla vigilia di vedere il fratello allontanarsi da lei. Anche Riguccio, passati i primi istanti della sua gioia, vi pensò, e sentì stringersi il cuore. Egli era appunto sulla via per tornarsene a casa; guardava da lontano il campanile di Fiesole, e gli pareva di vederlo per l'ultima volta; sentiva la campana dell'Ave Maria, e si figurava Marta pregare Iddio per non essere mai separata dal suo Riguccio. Come farà egli a darle a un tratto una nuova così dolorosa? Da una parte non gli parea vero di veder Roma, e affrettava il passo; dall'altra non sapeva risolversi a lasciar Marta, e lo rallentava; e una volta ritornò un pezzo indietro per andare a scusarsi con Michelangiolo, perchè aveva promesso troppo presto, e dubitava di non poterlo seguire a motivo della sorella. Ma finalmente l'amore dell'arte la vinse; Riguccio tornò a casa, e trovò la sorella che appunto stava in pensiero per lui che aveva fatto più tardi del solito. Si accorse che egli era agitato da qualche cosa di serio, ma aspettò l'ora di cena per conoscer la causa di quell'agitazione, perchè sapeva che il fratello non le nascondeva mai nulla.

— Marta, le disse Riguccio quando si furon messi a tavola, tu pensavi di ritirare in casa il nostro tutore perchè ti fa pena vederlo star solo di notte in quel tugurio accanto al mulino, ora ch'egli è, si potrebbe dire, malato. Io veggo che tu pensi bene. Così a un bisogno avrà chi lo soccorra; e noi siamo in dovere di farlo; ma c'è una difficoltà.... manca la camera.... Se questa difficoltà sparisse?

— Allora sarebbe accomodato ogni cosa. Romolo viverebbe con noi; non gli parrebbe vero; tu sai che lo riguardiamo come un padre.

— Dunque bisognerebbe ch'io gli dassi il mio letto....

— E tu, dove vorresti dormire?

— Eh! io un giorno o l'altro....

— Come sarebbe a dire? spiegati meglio.

— Se io andassi per un poco a studiare a Roma?...

— Povera me! tu mi vorresti lasciare?

— Per un poco.... A Roma potrei veder tante cose, potrei acquistare tante cognizioni.... il maestro mi ci vuol condurre....

— Magari! quando si tratta del tuo bene.... Ma non tanto presto, credo io: tu sei molto giovine ancora.... E poi ci vorrà una buona moneta.

— Eh! per codesto Michelangelo mi conduce senza spesa....

— Lo so che è tanto buono e tanto generoso, specialmente per te; mi disse anzi che un poco tu lo aiuti e ch'egli vuol pensare a darti stato.... Ma perchè mi fai tu stasera questi discorsi? Aspetta a quel tempo.... per ora vedrò di assister Romolo in qualche maniera....

— Ma non te l'ho detto.... che Michelangiolo mi menerebbe a Roma?

— Subito?

— Anche domani, se tu....

— Ho capito, ho capito (e le spuntavan le lacrime), tu non me l'hai voluto dir subito, per non darmi un dolore così all'improvviso.... Lo dicevo io che tu avevi qualche gran cosa di nuovo stasera? Ecco fatto.... l'ho saputo.... io me l'aspettavo, ma non così presto.... Riguccio, almeno non piangere in codesto modo.... non mi scoraggire; se è per tuo bene, perchè dovrei io negartelo? non posso neppur farlo, anzi l'ho caro, vuol dire che Michelangiolo ti giudica degno di andar con lui a Roma; e forse domani, è egli vero? tu non rispondi? ah! pur troppo domani mi toccherà a dirti addio.... Da questa sera in poi non ceniamo più insieme, chi sa per quanto! Almeno che Iddio t'accompagni sano e salvo; e ti faccia tornar presto nelle braccia della tua Marta. Ma se tu devi studiare a Roma, ci vorrà altro! e chi sa quanto è lontana da Firenze questa gran Roma! E poi si sente tanto parlar di guerre in oggi.... Sicuro, a andar con Michelangiolo non v'è pericolo; un uomo come lui sarà rispettato da tutti; tu sei molto giovine, ma hai giudizio; anche senza le ammonizioni della tua Marta ti saprai regolare da te.... Dunque proprio domani?

— Zitta, per carità, io non ne posso più; tu mi fai scoppiare il cuore. Marta non ti lascerò, non è possibile; io lo dicevo dianzi tra me; avevo fatto bene a tornare addietro per dirlo anche a Michelangiolo; ma, domani, domani.... egli non se l'avrà a male.

— Riguccio, di un po' di sfogo ne ho avuto bisogno; stasera è la vigilia della tua partenza; o poi son donna; non ho altri che te a questo mondo; se ho pianto, se ho detto tutte quelle cose, sono compatibile; ma ora ti ripeto che il tuo bene deve andare innanzi a ogni cosa. E poi tu l'hai promesso al maestro. Bisogna mantenergli la parola. Chi sa che tu non gli possa anche recare qualche servizio? Va', va'; tu puoi pensare a me anche da lontano. E io? figurerò d'averti meco; avrò la compagnia di Romolo; sì, da una parte è bene, perchè quell'uomo mi fa troppa pena a star solo. E quando ritornerai?

— Non lo so: ma ho speranza di tornar presto.

— Dio lo voglia per la tua Marta. Ora che tu sai scrivere, mi scriverai spesso; domani voglio venire a dire addio a Michelangiolo; mi raccomanderò anche a lui. Intanto, va' a riposarti; se devi porti in viaggio....

— Sì; domattina ci diremo addio. — E si lasciarono. Ma nessuno di due aveva voglia di dormire; quando Riguccio se ne fu andato, Marta ricominciò a piangere zitta zitta; pure nel medesimo tempo metteva assieme le robicciole del fratello per fargli alla meglio una valigetta da viaggiatore. Spuntò il giorno; Marta e Riguccio s'incontrarono con occhi lacrimosi, ma la sorella faceva coraggio al fratello, quantunque in cuore fosse maggiormente angustiata di lui. Riguccio, alla fine, andava col maestro in una città così famosa a soddisfare la sua gran passione per l'arte, ad acquistar sapere, a diventar uomo davvero. Ma la sorella restava sola, senza compenso alcuno alla sua afflizione, con mille pensieri, con mille paure che dalla sua fantasia inesperta e dal suo cuore affettuoso erano grandemente accresciute. Pregarono insieme; insieme partirono di buonissim'ora, e per istrada si rammentarono di quando videro per la prima volta il Buonarroti.

— Allora la Provvidenza ci protesse. Riguccio, te ne ricordi? Ci proteggerà anche questa volta. La nostra cara mamma pregherà ancora per noi. Benchè separati da tanto paese, noi saremo sempre uniti nel pensiero di quell'anima benedetta, che ora dal cielo ci vede nell'afflizione, e regge i nostri passi, e benedice le nostre speranze.

— E sostiene il tuo coraggio. Tu fai le sue veci con me; ella mi diede, e tu mi conservi la vita, Marta, io mi accorgo di fare un passo superiore alle mie forze. Oh Roma! Roma! quanto mi costi!

E poi camminarono in silenzio fino alla casa di Michelangiolo. Quando si diedero l'ultimo addio, quando s'abbracciarono senza poter più articolare una parola, anche il maestro si sentì scorrere le lacrime sulle gote, ed ebbe rimorso d'essere stato cagione di tanto spasimo a quei due angioli.

Marta non s'era perduta mai di coraggio: ma quando fu ritornata a casa si abbandonò liberamente a un lungo sfogo di pianto, e cercò in seguito un po' di consolazione in fare a Romolo tutto quel bene ch'ella poteva.