3.

La signora Elena, vedova di un negoziante di Firenze, erasi ritirata a vivere in campagna per diminuire le spese d'una famiglia numerosa rimasta quasi priva di assegnamenti. Vivente il capo di casa se l'era passata bene, ma la morte di lui, sopraggiunta all'improvviso in tempi sfavorevoli al commercio, era stata una rovina irreparabile. Noi abbiamo già conosciuto questa famiglia prima della sua disgrazia. Vi ricordate voi della vecchia Milla, e di tutte quelle fantoline alle quali narrava talvolta le sue novelle? Io vi parlo di loro. L'Angiolina, la minore, non è più da chicche. Ella ha già i suoi 11 anni, e con le sorelle Maria, Teresa e Luigia piange la perdita così funesta d'un genitore adorato. Ma quelle fanciulle erano cinque. Ahimè! sono costretto a darvi un'altra notizia dolorosa La buona, la vispa Sofia, la sorella maggiore, la delizia di casa, dopo essere stata sposa per due anni ad un bravo giovine dottore di medicina, ebbe una terribile malattia, e morendo nel fiore degli anni, lasciò la desolazione nella sua famiglia e nel povero Vittorino suo marito che l'adorava. E chi sa che la sua morte non avesse affrettato quella del padre! La signora Elena resse a queste acerbe sventure, perchè la Provvidenza non volle che quei suoi figliuoli (vi ricorderete anche di Tito e d'Eugenio) rimanessero affatto abbandonati. Ma potete figurarvi a quale vita di privazioni erano ridotti! invece d'abitare un quartiere nel centro di Firenze, e bello, comodo e ammobiliato con lusso benchè modesto, noi li troviamo ora in una meschina casuccia di campagna. Invece d'essere serviti di tutto punto da due o tre persone, bisogna che s'ajutino a far da sè con la più stretta economia di cose e di tempo. Non più veglie piacevoli, delle quali i ragazzi duravano a parlare un pezzo, perchè erano andati a dormire due ore più tardi del solito, ed avevano sentito la mamma e la Sofia suonare e cantare veramente bene, e s'erano ritrovati a cenar tutti insieme. Non più vestiti belli, non più trottate in carrozza... Ma nessuno si creda che uno stato così diverso dal primo gli affliggesse per la mancanza dei comodi e degli svaghi. Quante famiglie si sono ritrovate in simili angustie, specialmente a quei tempi nei quali tutta l'Europa era sottosopra per le guerre di Napoleone! e la infelice nostra Italia ne pativa forse più di tutte le altre nazioni. In questo mondo bisogna saperci adattare a ogni condizione; e quando le disgrazie non sono meritate, Iddio ci dà la forza di sostenerle. Così era nella virtuosa famiglia della sig. Elena. Eccola lì tutta raccolta in una stanza, e a fare chi un lavoro chi un altro, dopo avere sbrigato un po' per uno le faccende di casa. La sig. Elena ricama per fuori, e intanto insegna alla Teresa. La Maria e l'Angiolina lavorano per casa. Eugenio studia, perchè sua madre fa di tutto per renderlo capace di esercitare una buona professione. Non si sarebbe vergognata a metterlo ad un mestiere, ma giacchè egli era innanzi negli studj, le pareva peccato farglieli abbandonare sul più bello. La Luigia, rimasta la maggiore, sceglie e prepara i migliori capi della biancheria di Tito. Ma oh! quanto codesta occupazione è dolorosa per lei e per tutti! Volete sapere il perchè? Il giorno dopo Tito doveva partire coscritto per l'armata di Napoleone I.

Ci mancava anche questo per accrescere la loro disgrazia! Quando egli era per raccogliere il frutto degli studi legali, essendo vicino al termine delle sue pratiche, sopraggiunse una di quelle coscrizioni fulminanti che rubarono tanti poveri giovani alle loro famiglie negli ultimi tempi dell'impero francese. E per l'appunto anche a lui toccò ad essere del numero dei coscritti, quando aveva maggior bisogno di rimanere in casa, e minori mezzi per riscattarsi.

Non valse addurre la povertà della famiglia, che perdeva in lui il solo sostegno; furono inutili tutte le raccomandazioni, bisognò prepararsi a partire, e quella serata era la vigilia di una crudele separazione.

Figuratevi dunque come tutti erano costernati; ma forse più di tutti la Luigia che amava quel fratello con trasporto di tenera predilezione.

«Oh! disse ella dopo aver tratto un lungo sospiro, anche Marta fiesolana, ve ne ricordate sorelle? si afflisse tanto nel preparare il corredo a Riguccio, quando ebbe a partire per Roma con Michelangiolo. Ma essa lo mandava a farsi un bravo scultore, e aveva la speranza di rivederlo. Noi... ah! noi forse perderemo Tito per sempre! Povero Tito! chi sa quanto gli toccherà a patire in mezzo alla guerra, per morir poi lontano da noi e dalla patria!»

Nessuno ebbe coraggio di rispondere a così funesto presagio. Ma una voce a quegli afflitti carissima ruppe all'improvviso il silenzio, pronunziando con fermezza queste parole: «Iddio non abbandona chi ha fiducia in lui; e chi soffre con rassegnazione patisce meno.» E una vecchierella entrava nella stanza, e consegnava con faccia lieta alla sig. Elena un gruppetto di monete. Questa con le lacrime agli occhi strinse la mano grinzosa della vecchia, e posandosela sul petto, disse alle figliuole: «Benediciamo la provvidenza e quest'angiolo che ce ne porta i soccorsi.»

Quelle monete erano in parte il guadagno delle loro mani; e quella vecchia (scommetto che alcuno di voi lo ha già indovinato) era la buona Milla. Sicuro; quando la disgrazia entrò in quella famiglia, di tanti che vi bazzicavano in tempi migliori, una sola persona restò fedele, ed anzi raddoppiò le sue visite, supponendo, e con ragione, che ve ne fosse bisogno. E questa persona fu appunto la vecchia Milla, che se voleva, avrebbe potuto andare piuttosto in case ricche e mettere assieme dei quattrinelli col far da guardiana ai fanciulli quando i genitori eran fuori, come già fatto aveva dalla signora Elena. Ma no; ella preferì di servire i padroni impoveriti, e senza ombra d'interesse, perchè il Vangelo insegna a soccorrere gl'infelici.

Quando poi la signora Elena si decise a ritirarsi in campagna, chiamò la Milla in disparte e le disse: «Milla, per ora io non ho la possibilità di ricompensarti come vorrei della grande assistenza che tu ci hai fatta; e più che altro mi sta sul cuore di doverti perdere. Ma non dubitare, non mi scorderò di te; e se un giorno o l'altro, che Dio non voglia, ti mancasse un po' di letto e un boccon di pane, vieni subito da me, che alla meglio ti adatterai quel che fa a sette...» — «Per carità, interruppe la vecchia, la non mi faccia codesti discorsi. Non si rammenta del bene ch'ella mi ha fatto quando poteva? Me ne rammento io; e ci vorrebb'altro altro a saldare il mio conto con lei! Anzi, non m'arrischiavo a dirglielo: io mi sono tanto e poi tanto affezionata alla sua famiglia, che mi pare impossibile di dovermene staccare; e da povera vecchia come sono, un po' d'aiuto per le faccende più rozze mi proverei a darlo.» — «E tu vorresti sacrificarti in una casa di miserabili come siamo ora?» — «Magari! se avessero la degnazione di accettarmi....»

A un tratto di carità spontanea come questo in una misera donnicciola del volgo, la signora Elena si intenerì tanto, che non ebbe nè anche fiato di rispondere. Le buttò le braccia al collo, ringraziò il cielo, e fin da quel giorno la generosa vecchia fu a parte della loro sorte, e seppe renderla meno infelice. Ella teneva in custodia la masserizia, regolava le faccende di casa, sapeva mettere le mani per tutto, trovava ogni stillo per raffinare l'economia, insomma era la buona testa della famiglia. E poi, bene spesso, quando sarebbe stata ora di pigliarsi un po' di riposo, correva a Firenze dalle persone di sua conoscenza a procacciar lavoro per la padrona senza mai nominarla, e a riportarlo e riscuotere que' pochi, o a vendere uno di quegli oggetti di valore dei quali la signora Elena era costretta a disfarsi per qualche straordinaria occorrenza. Quella sera appunto era stato necessario mettere assieme una sommerella, perchè Tito andasse via almeno con qualche soldo in tasca. E tra due o tre crediti di lavoro, ed il ricavato dalla vendita d'una bella mantiglia di Fiandra, la Milla portò a casa un cento di lire. «Tito non se l'aspetta, disse la signora Elena con aria di compiacenza. Questi po' di soldi gli potranno far giuoco una volta o l'altra; glieli devi dar tu, consegnandoli alla Luigia; una buona parte di essi gli hai guadagnati con le tue mani. Ma brava davvero la nostra Milluccia! io non mi aspettavo tanto. E chi sa quanto hai girato! Va' a mangiare un boccone ed a riposarti. Stasera facciamo veglia noialtre, e la Luigia non v'è pericolo che ti ceda la mano a preparare il corredo di Tito.» — «Troppa bontà, signora Elena, ma io non sono stracca davvero. Anzi que' due passi m'hanno fatto pro. Ho anche da mantenere una promessa, è egli vero, fanciulle mie? la feci a voi e a Tito. Per voi si potrebbe rimettere a un'altra sera; ma Tito.... domani deve andar via.... potrei essere a Trespiano[22] quando ritornerà....» — «Se ritornerà!...» interruppe sospirando la Luigia. — «Oh! questo ve l'assicuro io.... son povera donna, ma del mondo ne conosco la mia parte, e mi basta di campare qualche altro mese per rivedere Tito fra noi, non dubitate....»

Così ella cercava col suo spirito di far coraggio a quella famiglia; e sia l'autorità acquistatavi con le sue qualità eccellenti, sia la fiducia che ispirano i conforti dei vecchi, e il tono di sicurezza col quale proferiva queste parole, ella vi riusciva davvero. E poi nella sua mente accorta e generosa andava ruminando un progetto, che sebbene difficile, pure voleva tentarlo.

Le pareva d'avere scoperto, che Tito, benchè facesse di tutto per nasconderlo, pure aveva una grande smania di andare alla guerra. Con un temperamento robusto e una fantasia molto fervida era facile che vi fosse indotto dagli avvenimenti straordinari di quell'epoca. Oggi veniva la notizia d'una gran vittoria di Napoleone; dimani d'un'altra; quando gli raccontavano di un soldato comune divenuto in pochi giorni generale d'armata; qua d'un regno cangiato in repubblica; là d'una conquista fatta con cento colpi di fucile.

Ma Tito era pur sempre tenero figliuolo e fratello; e ondeggiava molto tra gli affetti di famiglia e lo spirito di ventura. Quell'angiolo della Luigia specialmente gli stava tanto nel cuore, che alla Milla pareva proprio impossibile che in fine dei conti Tito si potesse risolvere volentieri a quel passo. Quindi essa aveva posto gli occhi addosso ad una persona, sul contegno e sulle condizioni della quale fondava la maggiore speranza. Quel Vittorino, vedovo della Sofia, senza genitori, senza altri parenti che la famiglia della signora Elena, liberissimo di sè ed amico vero e generoso, non avrebbe potuto trovare il verso di risparmiare a quella famiglia una perdita così grande? Nella testa della Milla nulla era impossibile; ma l'osso duro stava in quella di Tito. Egli non si sarebbe adattato facilmente a mutare idea; e poi sarebbe stato anche necessario smontare una certa sua naturale renitenza a chiedere od a ricevere favori da chicchessia. La Luigia poteva molto sopra il suo cuore; ma essa, persuasa ormai che la perdita di Tito fosse irrevocabile, cercava anzi di moderare esternamente il suo dolore per affliggerlo meno. E se fosse dall'altro canto arrivata a conoscere la segreta propensione del fratello ad abbandonarla, ne sarebbe rimasta così afflitta, la poverina, da vederla forse consumarsi dal dolore in un fondo di letto.

Insomma la Milla stava come gli altri aspettando ansiosamente il ritorno di Tito e di Vittorino che erano andati insieme a Firenze, per vedere se almeno fosse stato possibile ottenere una dilazione alla sua partenza, giacchè da quello che vociferavano allora intorno all'armata di Napoleone, si poteva congetturare che la spedizione di Russia (1812) fosse per essere differita. Intanto, pensava tra sè, bisogna toccare il cuore di questo Rodomonte in erba; e se Dio mi dasse tanta eloquenza da riuscirvi col racconto che gli ho promesso di fare prima che se ne vada.... Basta: mi proverò. E se fo peggio? Vorrei vedere anche questa! E allora parlo a quattr'occhi a Vittorino, e gli dico la cosa tale quale come la intendo io; e qualche santo provvederà.

In quel mentre fu picchiato, e Vittorino e Tito arrivano. Prima che alcuno rifiatasse, tutti gli occhi furono subito addosso a loro. La Luigia, che era avvezza a leggere sulla fisonomia del fratello, conobbe subito che ogni speranza era perduta, e seguitò con maschia rassegnazione le sue faccende. Tito, dopo aver guardato di volo sua madre e sua sorella, si mise a sedere nascondendo il volto tra le mani; Vittorino, stringendo con aria di afflizione la mano della signora Elena, le fece capire qual risposta avrebbe avuto la sua dimanda.

«Eh! io me l'aspettava,» disse ella, dopo aver reso la stretta di mano a Vittorino. — «Le abbiamo tentate tutte le strade, soggiunse questi.» — «Ma ce n'è un'altra che tocca a me,» diceva la Milla in cuor suo, guardando fissa fissa co' suoi occhiali Vittorino e Tito. Un lungo silenzio successe a queste poche parole; e poi la signora Elena, venuta l'ora delle altre sere, intuonò una preghiera.

Chi si fosse ritrovato a quella fervida orazione proferita con voci tutte dolore e tutte innocenza com'erano quelle d'Eugenio e delle sorelle minori, sarebbe rimasto soavemente commosso fino alle lacrime. La sola voce della Milla era la stessa di prima; sempre ferma e tranquilla, come se non avesse avuta ragione alcuna di sospirare. Finita l'orazione, i volti si rasserenarono un poco, ognuno potè guardarsi con minore afflizione, e cominciò un colloquio, non dirò lieto, ma rassegnato. Tanto è vero che il rivolgersi a Dio nelle disgrazie infonde vigore per sostenerle. L'Angiolina poi, che meno di tutti intendeva la causa del comune dolore, e non poteva stare alle mosse, esclamò: «Ecco, Milla, Tito è tornato; dunque.... ce lo finisci una volta il racconto di Riguccio?» — «Perchè no? basta che la signora Elena si contenti; e poi bisogna vedere se Tito e Vittorino si degneranno di stare a sentirlo....» — «Potresti dubitarne? rispose Tito; io stesso te ne pregai: e tu me lo promettesti. Sarà il ricordo che io porterò meco di te. Vittorino ci ha gusto, lo sai.» La signora Elena fece segno alla Milla d'incominciare, e questa prese a dire così:

«Vi ricorderete, bambine mie, che quel buon giovine di Riguccio andò a Roma con Michelangiolo. Dicono che in quella città vi sia un visibilio di statue e di pitture delle più belle che si possano vedere; sicchè aveva da cavarsi la voglia di studiare: e vi si mise con tanto proposito, che in poco tempo diventò il migliore ajuto del suo maestro. Allora non gli mancò mai da fare: e bisognò che si trattenesse in Roma più di quello che non avrebbe pensato. Egli era proprio nel suo centro: ma ogni volta che ripensava alla sua cara Marta (e questo avveniva spesso), gli pareva d'essere sulle spine, e avrebbe voluto volare nelle sue braccia. Ma il sentimento della gratitudine per colui dal quale si poteva dire che avesse ricevuto il suo essere, e quella bramosia sempre crescente di diventar bravo, gli facevano soffrire in pace quell'amara separazione. E la Marta? ogni giorno che Iddio metteva in terra si figurava di veder tornare a casa Riguccio; e invece le toccava a contentarsi di quando in quando d'una sua lettera. Una volta però restò anche priva di quella po' di consolazione di leggere i due o tre versi d'amore che soleva scriverle. Intanto cominciavano a correre certe voci di guerra in Italia e verso Roma, che la posero in un'angustia da non si poter raccontare. E poi a un tratto a un tratto si sparge la nuova che un diavoleto di gentaccia era corsa contro Roma, l'aveva assediata e posta miseramente a sacco[23]. Per tutto, la gente sbigottita raccontava orrori di quell'assedio. Chi aveva parenti verso quei luoghi, era disperato. Migliaia di persone, i vecchi, le donne e i fanciulli stessi erano stati trucidati senza pietà, per le case, nei conventi e a piè degli altari: perchè quella marmaglia di scellerati, spinti da barbarie e da avidità senza esempio, aizzati dalle grida e dal sangue, non portarono rispetto nè anche alle chiese; per tutto ammazzavano, per tutto rubavano. I sacerdoti che avessero tentato d'impedire l'orrenda profanazione erano presi e messi ai tormenti. Molti dei cardinali furono arrestati, e se volevano uscirne vivi erano costretti a ricomprarsi la vita a prezzo d'oro; e se non potevano, la pagavano col loro sangue. Il papa stesso[24] a mala pena scampò da quella sfuriata di barbarie, ricoverandosi in un castello. Insomma credeva la povera gente di dover vedere la distruzione della cristianità, e che fosse proprio vicino il giorno del giudizio universale.

Fu un miracolo se la Marta non morì diviato a sentire queste notizie; e ne rimase così sgomenta, perchè s'immaginò subito che Riguccio fosse perito, che doverono portarla in casa a braccia, e stentò un pezzo a riaversi. Ma la poverina aveva perduto il suo spirito, era stata assalita da una fissazione mortale.

Se non era l'assistenza d'una vicina caritatevole, che se la prese in casa sua per poterla custodire più assiduamente, si sarebbe lasciata mancare di tutto. Non faceva più una parola, non riconosceva più le persone. Stava tutte le ore del giorno inchiodata sopra una seggiola, con gli occhi fissi al terreno. Solamente la sera quando si discorreva d'andare a letto, non c'era verso di farla spogliare, e diceva alla sua custode: «Riguccio deve tornare tra poco; non voglio che mi trovi addormentata; tanto non piglierei sonno. Andate voi, andate voi; io lo debbo aspettare.» A ostinarsi, avrebbe cominciato a dar nelle furie; bisognava fare a suo modo. E allora ogni volta che sentiva qualche rumore, balzava in piedi, e correva tutta allegra alla finestra, dicendo: «È lui, è lui, aprite subito.» Cessato il rumore, e non vedendo comparire il fratello, continuava a stare in orecchio per qualche minuto, e poi, battendosi la fronte, come donna disperata, ritornava a sedere, e ricadeva nella sua profonda melanconia.

Erano già passati parecchi mesi che la meschina conduceva questa vita, e pensavano di metterla nello spedale, quando una mattina, svegliatasi la custode, la Marta non v'era più. Girò per la casa, girò per Fiesole, ne domandò a tutti; nessuno sapeva risponderle, nessuno l'aveva vista. Anche a Firenze corse la fama di questa sparizione, e non vi fu anima vivente che potesse trovare il bandolo del mistero. Fu fatto un visibilio di congetture e di chiacchiere, e poi non se ne parlò più, altro che in Fiesole, dove gl'ignoranti avviarono a fantasticare di certa figura bianca che appariva la notte nella casa abbandonata della Marta, e d'una voce sotterranea che si sentiva gridare per tre volte Riguccio, sempre alla medesim'ora, nel duomo di Fiesole, in quel luogo dove la Marta soleva mettersi a fare orazione. Sicchè i ragazzi e le donnicciole dall'un'ora di notte in là non passavano più di sotto la casa della Marta; e il posto dov'ella s'inginocchiava in duomo restò sempre vuoto. In questo mentre anche laggiù a Firenze seguiva un altro diavoleto. Quelli che comandavano allora appartenevano alla casata de' Medici, parenti del Papa assediato in Roma, e si vede che volevano far le cose un po' troppo a modo loro. Perchè i Fiorentini ripigliando ardire dalle disgrazie del Pontefice, fecero una rivoluzione per mutar governo, e scacciarono i Medici da Firenze, rimettendo in piedi la repubblica[25].

Ma due anni dopo, quando il Papa ritornò in essere, fece di tutto per rendere alla sua famiglia il potere che aveva perduto in Firenze. I Fiorentini s'ostinarono a non volerne saper più nulla, e si preparavano a far la guerra. Ci voleva molto coraggio, tanto più che erano minacciati da altri nemici e tormentati dalla peste. Ma in quel tempo ce n'era del coraggio e del valore. E delle persone di proposito ve ne furono tante, che la storia d'allora è veramente famosa, a quel che ho udito dire. Già voi la saprete. Sicché mi basta di rammentarvi soltanto che il maestro di Riguccio fu chiamato in Firenze a difendere col suo sapere la patria nel pericolo estremo nel quale si ritrovava. Ed egli, che essendo buon cittadino amava sopra ogni altra cosa Firenze, lasciò subito i suoi lavori a mezzo, e partì. Riguccio che nel saccheggio di Roma era rimasto salvo proprio per miracolo, stava sulle spine per via della Marta, della quale non aveva potuto avere più nuova. Quando sentì che il maestro era per tornare a Firenze, gli si raccomandò perchè lo conducesse seco. Questi glielo accordò subito volentieri, ma dandogli consigli e denari, lo fece partire solo, perchè egli aveva bisogno di viaggiare segretamente.

Fermatosi Riguccio in una città chiamata Perugia, udì narrar mirabilia di una certa compagnia di gente colà arrivata di poco, e che si metteva sulla piazza con suoni e canti a rappresentare a forza di gesti un monte di storie. A Riguccio, che era un po' curioso, venne voglia d'andare a vedere questo spettacolo. Vi trovò una folla straordinaria, e sentiva da tutti mettere a cielo la bellezza d'una fanciulla che era tra quelli Zingani.

Fattosi largo, e arrivato a poter fissare da lontano gli occhi su lei, restò basito a mirarla. Essa aveva tutte le fattezze della Marta, e se fosse stata meno pallida, l'avrebbe subito presa per sua sorella. Ma intanto si sentiva come ribollire tutto il sangue nelle vene, e gli nacque una smania così grande di avvicinarsi di più, che spingendosi avanti all'impazzata, a furia di dare e di ricevere spinte, si trovò in un batter d'occhio sotto il palco degli Zingani.

Allora quella fanciulla, aperte le braccia, cadde bocconi verso di lui gridando: «Eccolo, eccolo!» Riguccio non dubitò più che fosse la Marta; con un lancio saltò sul palco, la prese in collo, prima che nessuno s'accostasse, e la menò via come un lampo. Sulle prime tutti rimasero estatici a questa scena. Poi tre o quattro di quegli Zingani, accesi dalla collera, misero fuori gli stiletti, e corsero addosso a Riguccio. Subito le guardie entrarono in mezzo, ed egli seguitando con ogni sforzo a difenderla gridava: «È la mia sorella! Guai a chi la tocca!» Molti del popolo, inteneriti, e presa parte per lui, si misero a spalleggiarlo; ed era per seguire una gran tragedia. I più se la battevano a gambe; le donne urlando e fuggendo cascavano e rimanevano calpestate; i fanciulli strillavano, e il fracasso cresceva a furia, come un terribile temporale. Riguccio difendendo sempre la sorella avviticchiata al collo, si raccomandava alla giustizia di Dio e degli uomini.

Finalmente arrivò sulla piazza un Commissario con molti soldati, che circondando quella coppia ordinarono al giovine di arrendersi, e gli promisero di non fare alcun male nè a lui nè alla fanciulla. Riguccio allora si diede un po' di pace; ma non volle mai lasciar la Marta, e furono insieme arrestati e condotti al palazzo alla presenza del Podestà. Quando la Marta si fu un poco riavuta, cominciò a tremare forte forte e a raccomandarsi che non la dividessero più dal fratello. A Riguccio fu fatto un esame per sapere se veramente era fratello di quella ragazza. Il capo degli Zingani, parimente arrestato e condotto ad esame, confessò che da cinque o sei mesi viaggiando per quelle parti l'aveva trovata svenuta di notte sulla strada di Roma, e che fattala ritornare in sè, non aveva potuto sapere da lei per qual combinazione fosse capitata in quel luogo, nè qual nome avesse nè di qual città o di qual famiglia venisse. Alle sue interrogazioni restava muta, o rispondeva soltanto: «Roma... Riguccio.» Ritenutala seco, si accorse che era mentecatta, e provatosi a farla gestire nei suoi pantomimi, ella faceva tutto quello che le dicevano, purchè le pronunziassero il nome di Riguccio.

Dopo questo processo, la Marta fu condotta in uno spedale; Riguccio che non voleva abbandonarla, fu costretto a separarsene ed a restare nelle mani del Commissario, finchè non avessero scritto alla Signoria di Firenze per conoscere meglio la verità. Quanto fu crudele per i due sventurati questa nuova separazione dopo essersi visti per così poco tempo e in mezzo a tanto scompiglio! La Marta che era spesso fuori di sè non lo seppe subito; ma arrivata allo spedale, e guardate le persone che la circondavano, cominciò a darsi alla disperazione, accorgendosi che Riguccio non v'era. Poi ricadde in un deliquio mortale, e temerono più volte che la poverina volesse render l'anima a Dio.

Dopo otto giorni arrivarono a Perugia le risposte di Firenze, per le quali Riguccio e la Marta furono liberati. Quando Riguccio lo seppe, corse subito allo spedale, ma il dottore che aveva preso la cura della Marta, non lo lasciò andar subito da lei, perchè v'era pericolo di farla ricadere. Cominciò dunque a prepararvela a poco a poco, e finalmente le cose andarono bene, perchè quando la Marta lo rivide, gli si buttò al collo, e diede in un pianto dirotto che fu proprio il suo salvamento. Poi, come se non potesse credere a tanta felicità, gli prese il volto con ambedue le mani, e facendogli un monte di carezze lo guardava immobilmente con certi occhi da fare' scoppiare il cuore; e diceva sorridendo: «Sì, sì; è lui; Iddio me l'ha reso; ringraziamolo, Riguccio, ringraziamolo Iddio, che ha avuto pietà delle sue povere creature. Me lo diceva stanotte la mamma, sì, me lo diceva che tu dovevi tornare e pigliarmi. Andiamo via subito; non mi par vero d'essere a casa dopo tante tribolazioni. Se tu sapessi quant'ho patito, fratello mio!...» — E Riguccio piangendo s'inginocchiava al capezzale, e le chiedeva perdono d'averle dati tanti dolori. «No, no; tu non ci hai colpa; non ne parliamo più dunque, ma andiamo subito a casa nostra.»

Riguccio non avrebbe voluto esporla a viaggiare vedendola così rifinita; ma per lei sarebbe stato peggio rimaner lì, perchè vi si consumava dalla passione. Cominciarono dunque a far poca strada per giorno, e intanto si raccontavano i loro patimenti. La Marta non sapeva nè anch'essa spiegare in che modo fosse sparita da Fiesole; non si ricordava di quando gli Zingani la presero, nè di ciò che le facevano fare allorchè era con loro. Dal momento che uscì fuor di sè quando le fu narrata la strage di Roma, fino all'incontro con Riguccio, non aveva pensato ad altro che a cercare in ogni luogo di lui, a guardare se fosse tra quelli che le andavano intorno.... Ragionando di ciò arrivarono finalmente sani e salvi a casa; e fu una gioja e una sorpresa grandissima per tutti i Fiesolani, quando una mattina li videro comparire all'improvviso.

Tutte le fandonie messe fuori dagl'ignoranti sul conto della Marta furono smentite; e le bambine che le volevano tanto bene, e che avevano paura ad accostarsi di sera a quella casa, perchè dicevano che ci si sentiva o ci si vedeva, corsero allegre ad accarezzarla, e conobbero che non era un'ombra. La Marta, alla buon'aria della sua patria, ritrovò un po' le sue forze, ma non era più quella di prima. I dolori e gli strapazzi grandi come quelli sofferti da lei rovinano la salute. Ma il suo spirito le tornò tutto; e quantunque la fosse quasi sempre tra il letto e il lettuccio, pure non metteva tempo in mezzo e aveva trovato subito da guadagnare col lavoro delle sue mani. E il bisogno era grande, perchè in tempi di guerra come quelli v'era carestia d'ogni cosa, e nessuno faceva più lavorare gli artisti. Riguccio andò a Firenze a trovar Michelangiolo, e a raccontargli ogni cosa. Il maestro si afflisse molto delle disgrazie di quella buona fanciulla; ed aiutò più che potè lo scolaro. Ma non aveva lavoro da dargli; e poi gli fece questo discorso: «La nostra patria è in pericolo grandissimo, Riguccio mio, ed ha bisogno di braccia che la soccorrano. Tu vedi in armi tutta la gioventù valorosa per sostenere la libertà della patria, e i vecchi e le donne preparate a difendere i propri focolari. Io so che se ti dicessi: Prendi una spada e seguimi, tu mi daresti subito retta. Ma la tua sorella ha sofferto abbastanza, poverina, tu non le devi dare altri dolori; altrimenti la faresti morire. E poi questo sforzo che noi facciamo, se un tradimento non ci rovina, anche senza le tue troppo tenere braccia avrà buon effetto. Oh sì, tu sei ancora troppo giovine, troppo inesperto nelle armi; sicchè non aver paura di passare da vile se rimarrai ad assistere la tua Marta. Ritorna subito a casa tua, prendi questi denari per il vostro campamento, e aspetta che sia passata la burrasca. Dopo ci rivedremo forse con pace, e torneremo a lavorare insieme sul marmo. Addio. Non posso più trattenermi teco. Ti raccomando la tua sorella.» — «Ma se la vostra vita fosse in pericolo, io darei tutto il mio sangue....» — «Lo so; ma non per me, per la patria io ti permetterei di sacrificarlo, se tu non avessi quella sorella. Torna, torna da lei, te lo comando.» Riguccio, che lo riguardava come suo padre, non rifiatò, e dopo averlo ringraziato dell'aiuto e del consiglio, volò a Fiesole. E fece bene, perchè la sua povera Marta cominciava di già a tremare. Infatti poco tempo dopo[26] quei medesimi ladroni che avevano saccheggiato Roma, assalirono a un tratto Firenze; e non bastò la bravura di molti valorosi a liberarla, perchè il generale dei Fiorentini li tradì colla più infame perfidia, e bisognò che alfine si arrendessero, perdendo per sempre la libertà con la distruzione della repubblica. Riguccio non si pentì d'aver dato retta a Michelangiolo ed all'amore per l'adorata ed infelice sorella, perchè passate tutte le burrasche il grand'uomo non si dimenticò del suo scolaro fiesolano; e questi potè far vivere alla Marta una vita meno infelice, senza mai più abbandonarla. Essa continuò sempre a fargli da madre amorosa, e Iddio benedisse la loro virtù; giacchè Riguccio ebbe sempre dei buoni lavori, si guadagnò un pane per la vecchiaia, e si fece onore al suo tempo. Ma siccome non ebbe altra bramosia che di vivere onestamente adempiendo al proprio dovere, e assistendo la sorella, così il suo nome non è venuto sino a noi con altra fama che quella più bella e più durevole di tutte, con la fama della virtù; e morì tutto contento d'aver potuto rasciugare una volta le lacrime della sorella. —

La Milla finì così il suo racconto. Le fanciulle intenerite la ringraziavano, ed avevano un visibilio di cose da domandarle; ma la signora Elena le mandò a letto, perchè era tardi. La Luisa continuava piangendo in segreto a preparare la valigia di Tito; e Vittorino se ne stava immerso in profondi pensieri, aspettando che l'amico proferisse qualche parola. Questi, che aveva attentamente ascoltato il racconto, si riscosse a un tratto, e sospirando esclamò: «Perchè non posso io fare come Riguccio! Milla, è stata una crudeltà la tua a portarmi quest'esempio, ora che non c'è più rimedio.» La signora Elena che incominciava ad accorgersi dell'intenzione della vecchia, ma non poteva neppur essa immaginare uno scampo alla partenza del figliuolo, si accorava più che mai. «Io ho sempre sentito dire che ad ogni cosa c'è il suo rimedio, fuorchè alla morte, rispose la vecchia a Tito.» — «Parla, ed io sono pronto a far di tutto per rimanere.» — «Raccomandiamoci a Dio; c'è ancora una nottata di tempo.» — «Ma io non so vedere come mai.... Se mi riuscisse di nascondermi....» — «Credo di averlo trovato io un mezzo, interruppe risolutamente Vittorino, dando un'occhiata d'intelligenza alla vecchia. Sì, la Milla ha ragione. A tutto c'è rimedio, fuorchè alla morte.» — «Sentiamo!» dissero a un tempo la madre e la Luisa, correndo verso di lui. — «Ancora non posso parlare, continuò Vittorino; e poi non vi abbandonate così presto a una speranza che potrebbe fallire.» — «Ah! lo diceva io!» disse fra sè la Luisa. — «Mi pareva impossibile!» ripetè la madre, che era già rassegnata al suo destino. — «Non ci tormentare così, Vittorino, soggiunse Tito; su cosa fondi le tue speranze?» — «Rispetta il segreto del tuo amico. Ora ho bisogno d'esser libero, e mi basta di sapere che tu resterai volentieri, potendo, ad assistere la tua famiglia.» — «Il cielo lo volesse!» — «Ed io non ne ho mai dubitato: dunque lasciate fare a me. Non c'illudiamo, ve lo ripeto; ma intanto bada bene, Tito, finchè io non ritorno qui, non ti muovere. Fidati di me; dammi un abbraccio e buona notte a tutti. Ma a te, Milla, prima che io me ne vada, una parolina in segreto.» — «Son qua,» rispose tutta allegra la vecchia alzandosi, e pigliando un lume per accompagnarlo.

E agitati tutti da incerti e vari sentimenti si separavano senza sapere più cosa dirsi. Tito non poteva staccarsi dalle braccia di Vittorino. Essi si amavano svisceratamente, e quella separazione produceva in tutti e due un'insolita e fortissima commozione. Finalmente Vittorino rimasto solo con la vecchia, e ritiratosi con lei in una stanza remota, sentì il bisogno di un po' di sfogo; si rasciugò un sudore diacciato che gli bagnava tutte le membra, e poi disse alla Milla: «Ora non ho più paura di lasciarmi vincere dalla debolezza. Cosa vuoi? questi sono passi che a un tratto non si possono fare. Ti confesso il vero che io mi credeva più forte. Ma, finalmente, vi sono riuscito. Benedetta tu che sei capace di fare questi miracoli!» — «Che miracoli? io conosco il suo cuore, e tanto basta.» — «Va bene; dunque ci siamo intesi. Portami da scrivere.» In un batter d'occhio Vittorino scrisse e consegnò alla vecchia un biglietto dicendole: «Domattina, più tardi che tu potrai, dallo alla signora Elena, e bada bene che Tito non ti scappi, se no tutte le tue premure....» — «Eh lasci fare a me (e non poteva trattenere le lacrime), dovrei perdermi sul più bello?» — «Dunque!.... addio, Milla.... ci rivedremo noi?» — «Io spero di sì; ma voglio chiederle un'altra grazia....» — «Di' pure.» — «Il bene che io voglio a questa famiglia infelice mi ha fatto arrischiare un po' troppo con lei, povero giovine.... mi perdonerà?» — «Io? io ti debbo ringraziare, perchè tu hai risvegliato il mio coraggio. Se quella che io fo è una buon'azione, e mi rende stimabile ai miei occhi ed ai tuoi, è tutto tuo merito.» — «Dunque, che Iddio l'accompagni: pregherò sempre per lei.» — «Brava Milla! Addio!» E la vecchia dai singulti non poteva più articolare una parola; gli si buttò al collo, e gli prese le mani per baciarle. «Un bacio, un bacio sulla tua venerabile fronte, generosa vecchia! Io ti amo come la Provvidenza di questa famiglia. Finchè tu starai con lei, non vi saranno più disgrazie. Amami tu pure come se ti fossi figliuolo; io anderò superbo di poterti chiamare mia madre!» E in così dire si staccò dalle sue braccia, e scomparve. La vecchia passò tutta quella notte in orazione; e la mattina dopo, quando s'accorse di non poter più tenere il segreto, e che tutti stavano in gran pena per l'indugio di Vittorino, chiamò in disparte la signora Elena, e le consegnò il biglietto scritto da lui la sera innanzi: v'erano queste parole:

«Il dovere dell'amicizia e della parentela m'ha consigliato a partire per l'armata invece di Tito. Se questa risoluzione può essere grata alle persone che mi sono più care su questa terra, ne ringrazino specialmente la buona Milla. Tito accetti volentieri questo sacrifizio che io ho voluto fare per il bene della sua famiglia. Io sono già in viaggio; a ogni modo sarebbe inutile qualunque tentativo per farmi tornare indietro. Spero che presto ci rivedremo. Un abbraccio a tutti.»

La signora Elena s'ebbe quasi a svenire. Tito voleva a ogni costo correr dietro a Vittorino; ma la Milla si mostrò così risoluta a impedirlo, che gli convenne fare a suo modo. La Luisa fuori di sè dalla gioia, Eugenio, le altre sorelle, tutti circondarono la vecchia benedicendola mille volte, e chiamandola loro benefattrice, loro angiolo custode. Ed ella s'aiutava a dire che tutto era derivato dalla virtù di Vittorino. Ma ripensando al racconto della Marta, tutti conobbero bene che ella non l'aveva fatto a caso, e che se Vittorino era un amico raro, la Milla era una donna veramente di proposito.

Ora, voi già sapete che le buone azioni prima o poi sono premiate. Un giorno vi sarà dunque narrato come Vittorino non avesse a pentirsi del bel sacrificio che egli fece di se stesso alla vera amicizia. Intanto vi dirò che in casa della signora Elena non vi furono più disgrazie tanto grandi. Tito fattosi abile nella legge, si acquistò una buona clientela e provvide comodamente ai bisogni della sua famiglia. Eugenio cominciò a far progressi nei suoi studi di chirurgia, e la signora Elena potè condurre una vecchiaia confortata dalle consolazioni che le davano i suoi figliuoli. E della Milla? Abbiate pazienza; ma prima di parlare nuovamente di lei, prendiamo un po' di riposo.