II.
La sola contentezza che dopo molti dolori fosse data da Giuseppe alla Carolina fu la risoluzione inaspettata di mandare il figliuolo alle scuole dell’Accademia. Le pareva proprio un prodigio; e si figurava che Pippo dovesse divenire qualche gran cosa, riflettendo all’inclinazione ch’ei mostrava al disegno. Pensate poi se ne fu allegro il fanciullo! E il suo giubbilo accresceva quello della madre. Peraltro quando Pippo si vide porre davanti occhi, nasi, bocche ed orecchi, e non potè scorgere nella scuola nè disegni, nè quadri di paese, restò maravigliato e sconfortato. Ei s’immaginava che dovessero ammaestrarlo secondo il suo genio. Ma tanta era la smania d’imparare il disegno, ch’ei si adattò a copiare nasi, occhi, bocche ed orecchi, invece di alberi case e montagne, naturalmente riflettendo che per popolare i quadri di paese bisogna anche saper ritrarre le figure degli animali. Avrebbe incominciato più volentieri dallo studio degli oggetti inanimati secondo gli dettava il suo genio; ma non per questo si pose con meno ardore a quello che gli fu imposto. Egli era tra i pochissimi scolari studiosi e diligenti; e si mantenne in sulle prime piuttosto savio, perchè aveva propriamente vocazione al disegno, e sapeva il perchè fosse andato a quella scuola; ma a poco per volta il cattivo esempio degli scioperati, la poca vigilanza dei maestri e la incuria del padre, che dopo averlo fatto ammettere all’Accademia, non si dava altro pensiero, fecero divenire un po’ monello anche lui. Un giorno fra gli altri, nell’uscire di scuola, ei prese parte in una baruffa dei suoi condiscepoli. Quasi tutti ragazzuoli senza educazione, tenuti in quella numerosa scuola con poca disciplina, presto vi si avvezzavano male guastandosi l’un l’altro, e imparando piuttosto a sciupare la carta e le tavolette che a disegnare. Cosa rara che qualche garzoncello ne uscisse con amor vero dell’arte, e si dedicasse a studiarla di proposito sugli originali dei buoni maestri sparsi per le chiese, pei chiostri, per le gallerie, certo migliore scuola che quella dell’Accademia, e sapesse poi esercitarla con qualche decoro. La baruffa era incominciata in scuola fra tre o quattro per insolenze fattesi tra di loro; i pochi trovarono fautori; la scolaresca si divise in due schiere di combattenti, le quali andarono lungo le mura della città, e quivi si guerreggiarono alquanto a pugni e a sassate. Alla fine comparvero alcuni famigli,[204] e tutti quei mariuoli dandosi a fuga precipitosa, e scagliando contro i famigli i sassi che ancora si ritrovavano in mano, sparirono in un attimo. Pippo era stato dei più fieri nella baruffa, e ne usciva con una ferita nel capo e con una manica del corpetto tutta strappata. Guai se suo padre l’avesse visto così malconcio! E come rimediarvi? Col non tornare a casa. O non sarà peggio? Ma intanto la paura delle busse presenti la vinceva su quella delle future, e lo teneva lontano da casa. Dopo essere andato ramingando un’oretta per certe strade remote finchè la ferita non ebbe cessato di filar sangue, incominciò a sentire un appetito prepotente, e gli venne in animo di salire in casa della Clarice per farsi alla meglio rassettare la manica e chieder consiglio o protezione, e quel che più gli premeva allora, un tozzo di pane. Ei conosceva la Clarice, perchè sua madre andandovi qualche volta di soppiatto al marito lo aveva condotto seco; e quella buona creatura, compiangendo la Carolina per la cattiva riuscita di Giuseppe, quasi accusando sè stessa di aver data occasione a quel matrimonio malaugurato, sebbene non sapesse ogni cosa, perchè la Carolina sopportava il peggio in silenzio con mirabile rassegnazione, aveva posto grandissimo affetto in quel fanciullo, e avrebbe dato la propria vita per levare d’angustie la madre.
Pippo fu dunque ricevuto con grande amore dalla cucitrice; narrò schiettamente quello che gli era accaduto, si fece rassettare il corpetto, mangiò, e chiese d’essere accompagnato a casa dall’Appollonia. Intanto sua madre s’era già posta in gran pensiero per l’indugio; ed il marito accorgendosene aveva preso a beffarla, dicendo: — Non torni più quel monello, non me n’importa; e se tornasse, voi lo sapete che cosa gli avrei preparato.
— Almeno lasciatemi andare a cercarlo. Potrebbe essergli accaduta qualche disgrazia....
— Volete girare tutta la città, consumare un pajo di scarpe senza conclusione?
— Eppure è vostro figliuolo! — e piangeva.
Giuseppe nojato del piagnisteo, alla fine disse: — Uscitemi di tomo; andate dove volete, purchè quel monello non metta più piede in casa. Badate bene! io non lo voglio più tra’ piedi; ch’ei provveda a sè come può. Voi sapete che quando ho detto una cosa non mi rimuovo. —
E pur troppo era vero! Sicchè la Carolina, con l’animo pieno di grande afflizione, andò in traccia del figliuolo, prima all’Accademia, ma era tutto chiuso, poi nelle strade circonvicine, domandando a questo e a quello ma invano; e finalmente le venne la ispirazione di ricorrere alla Clarice, quando appunto l’Appollonia con Pippo erano in procinto di uscir di casa. Vedere il figliuolo e correre ad abbracciarlo con tutta la tenerezza materna fu un punto solo; poi si pose alquanto in sul serio domandandogli la cagione dell’assenza, e avendola saputa ne lo rimproverò con dolore. Dissegli come suo padre fosse sdegnato, e per ora non convenisse tornare a casa. La Clarice propose tosto di tenerlo con sè quant’occorreva, e la Carolina dovè rassegnarsi a non aver più sempre con sè il suo caro figliuolo. E ciò dispiacque assai anche a Pippo, che a dir vero le voleva un gran bene, ad anche a patto d’essere ogni giorno percosso dal padre, avrebbe preferito di non si separare mai dalla madre. Questa tentò più volte d’intercedergli perdono da Giuseppe, e d’ottenere di riprenderlo; ma egli, inflessibile sempre, senza curarsi di mai più rivederlo, non voleva nemmeno sentirne parlare. Già era divenuto più burbero, più collerico e più avaro di prima. Basta dire che in casa sua non si accendeva più fuoco, avendo costretto anche la moglie a contentarsi di cibi grossolani presi in qualche meschina bettola del mercato; e il motivo principale per cui non voleva più in casa il figliuolo era quello di non aver così il pensiero di fargli le spese. Temeva inoltre che quel ragazzo gli dovesse carpire di soppiatto o roba o denari: e questa medesima diffidenza incominciò ad avere verso la moglie, in specie riflettendo che da qualche parte doveva uscire il mantenimento del figliuolo fuori di casa. Forse egli aveva dimenticato la caritatevole generosità della Clarice, o più non credeva che potessero esservi persone capaci di assistere senza interesse gli sventurati. E certo l’essersi posto da lungo tempo a far l’usurajo con ogni più turpe rapina, doveva avergli distrutto qualunque sentimento d’umanità. Per farla breve, lo sciagurato, che ormai stava di continuo in sospetto di tutti e di tutto, incominciò a brontolare per le visite della moglie al figliuolo in casa della Clarice, le quali non erano nemmeno così frequenti come la povera madre avrebbe voluto, perchè appunto sapeva quanto egli le vedesse di mal occhio: e un bel giorno che la Carolina gli chiedeva con supplichevole sommessione la licenza di andar fuori al solito per via del figliuolo, addirittura le disse:
— Andate e state; rimanete lì, e fatela finita! Io non ho bisogno di nessuno. Sto meglio solo che accompagnato.
— Dio mio! Dunque voi mi cacciate di casa! Mi odiate! Che cosa vi ho io fatto?
— Queste ciarle e questi piagnistei non contan nulla. Andatevene con le buone. Se avrò bisogno di voi, vi manderò a cercare.
— Ma Giuseppe!...
— Non facciamo scene! Per ora son tranquillo; tra poco, tra poco.... M’avete capito.... Sicchè, a buon rivederci....
— E per campare? Anderemo noi a chiedere l’elemosina?
— Lavorate; voi avete un mestiere; e quel monello è ormai in età da guadagnarsi il pane da sè....
— E non volete pensare a nulla?...
— Ho fatto anche troppo!
— Meschina me! Voi mi volete ridurre alla disperazione!
— Finiamola, dico! Vi passerò qualche cosa, per ora, per poco tempo, finchè non avrete lavoro; ma a patto che ve n’andiate subito.... A voi! Eccovi intanto quattro scudi; vi serviranno per un bel pezzo.... Ma via di qua, subito! Avete capito? Mi pizzicano le mani!...[205] Non mi mettete al punto.... — E le chiudeva la bocca, respingendola, minacciando di percuoterla, facendo un viso spaventevole, sicchè la poverina vide bene che bisognava obbedire, altrimenti quell’uomo crudele avrebbe commesso qualche esorbitanza da precipitare sè e lei. E quantunque ne fosse trattata con tanta barbarie, le premeva più la di lui quiete che la propria salvezza, e si sarebbe lasciata morire in segreto di consunzione, piuttosto che vederlo per cagion sua esposto a qualche pericolo, piuttosto che ricorrere a chi si sia per farsi fare giustizia. Indi le premeva troppo di poter assistere il figliuolo, e sperava che quella sfuriata fosse per calmarsi presto, come alcune volte e nei primi tempi era intravvenuto. Raccolse silenziosa, e rattenendo a stento le lagrime, il denaro ch’egli aveva lasciato per lei sopra il letto, prese con sè alcuni pochi oggetti di valore che le erano stati donati da sua madre, chè almeno avesse modo di rimborsare la Clarice delle spese di mantenimento pel suo Pippo, e andò via immersa nel dolore, ma con la speranza di ritornare in quella casa, che sebbene fosse per lei divenuta una carcere spaventosa, tuttavia non poteva darsi pace d’esserne discacciata innocente.
Non istarò a dirvi con quanto amore la Carolina fosse ricoverata dalla Clarice, alla quale peraltro seppe nascondere con pietoso artifizio la vera cagione che la costringeva a separarsi per qualche tempo dal marito.
Le amiche la posero a dormire alla meglio nella loro camera sopra quel medesimo sacconcino che aveva servito un tempo a Giuseppe nella soffitta di maestro Nicodemo; e il ragazzo stava sopra un letticciuolo provvisorio, fatto di seggiole e messo su nella prima stanza. Sua madre aiutava la Clarice a cucire gli ombrelli; e Pippo, proseguendo a andare all’Accademia, aveva già fatto non pochi progressi nel disegno, ed era divenuto più savio dopo il rigoroso gastigo della prima scappata.
Se non fosse stato il crepacuore della separazione dal marito e della sua ostinatezza a non voler più ricevere in casa nè lei nè il figliuolo, sarebbesi detto che quei giorni per la Carolina fossero giorni di respiro e di pace, perchè viveva insieme con la sua diletta creatura e con una pietosa amica, senza il continuo timore degl’ingiusti rabbuffi e delle frequenti bastonature d’un uomo brutale.
Intanto costui viveva propriamente come una belva nella sua tana, solo premuroso di scorticare i meschini o gli scioperati, che per bisogno di denaro gli capitavano sotto le unghie; senza mai allontanarsi da casa o dalla bottega, alla quale pochi avventori capitavano perchè sviati dai suoi modi burberi e insolenti; sempre a far guardia al nascondiglio ove teneva i denari; cibandosi male per sozza spilorceria; odiato dai vicini, fastidioso a sè stesso come colui che perpetuamente si travagli per sospetti, per rimorsi, per insaziabile avidità di malvagi guadagni. Non molto dopo ch’egli ebbe scacciato di casa il figliuolo e la moglie, rimase privo anche della compagnia del suo cane, che già pareva uno scheletro: non lo vide più tornare a casa, e poi gli fu detto che era morto avvelenato in una stradella vicina. Questa perdita lo afflisse, perchè il cane non gli costava nulla per mantenerlo, ed era buona guardia allo scrigno, in specie per la notte. Certamente nessuno sarebbe potuto entrare in quella casetta senza che il cane mettesse a rumore il vicinato e s’avventasse alle gambe dell’incauto.
Una sera di carnevale, burrascosa, fuor di modo buja, mentre il temporale rumoreggiava da lontano, e il vento e la pioggia, in specie sul tardi, avevano fatta deserta la città, Giuseppe dopo aver riscontrato e riposto sotto il suo letto lo scrigno, si spogliò e spense il lume. La finestra della sua camera corrispondeva sopra un vicolo stretto e oscurissimo. Ei non aveva ancora preso sonno, che dopo lo scoppio d’un tuono udì un fischio che gli era ben noto, ma al quale da molto tempo più non pensava. Diede subito un crollo di tutta la persona che fece tremare il letto; s’ascose sotto le lenzuola, e poi si riconfortò, immaginandosi che fosse stato sogno; ma ecco un altro lampo, un altro tuono, e poi il medesimo fischio più acuto del primo, tanto acuto, che gli parve la trafitta d’uno stile da orecchio a orecchio, e non potè fare a meno di balzare a seder sul letto. Nonostante tornò ad acquattarsi ravvoltolandosi come una serpe; e allora udì chiamarsi per nome da voce nota e minacciosa, che gl’imponeva d’affacciarsi subito alla finestra. Giuseppe conoscendo l’ardire di chi lo chiamava, sapendo che la finestra era bassa e con serrature deboli, scese il letto, si coperse alla meglio, mandò un gran sospiro pensando allo scrigno, e col viso pallido e il tremito della rabbia, aperse uno spiraglio della finestra, e domandò:
— Che cosa volete?
— Con le buone, compare, aprimi; ho bisogno di ricovero.
— Non posso; abbiate pazienza.
— A questo tempo assaettato avresti coraggio di lasciarmi fuori?
— Oh sì, voi avete una bella paura del tempo cattivo! Anzi, questo per voi è il tempo buono. Alle corte: se avete bisogno di qualche cosa.... vedremo.... Ma aprire, non posso.
— Dunque tu mi discacci; tu non ti ricordi di nulla? Nel tempo che quello di fuori lo teneva così a bada, Giuseppe fu riscosso da un beve rumore dietro di sè; volse l’occhio atterrito, e gli balenò alle spalle un raggio di luce, che parve riflesso da una lama di coltello. Era per cacciare un urlo, quando si sentì chiudere la bocca, afferrare per le braccia, e trarre a forza nel mezzo di camera; una mano a lui invisibile richiuse la finestra; anche colui che era fuori in un salto salì le scale, e fu in camera; e Giuseppe, al fioco lume d’una lanterna si vide nelle mani di tre robusti malandrini mascherati, ma che non stentò ad accorgersi che erano antichi suoi conoscenti ch’ei già credeva condannati a marcire nelle galere con la catena ai piedi per tutta la vita. Lo spavento di quella visita inaspettata fu tale, che sulle prime non ebbe fiato di mandare una voce nè di muovere un passo. Allora lo stesso compare che lo aveva chiamato dalla finestra gl’intimò, con argomenti ai quali bisognava obbedire, che non facesse il menomo strepito. — Noi siamo qui senza che anima viva lo sappia: le chiavi false, il carnevale e il buon tempo, come tu hai detto, ci hanno favorito; e se vuoi, faremo le cose da buoni compari, benchè tu ci abbia trattato perfidamente....
— Io.... che colpa ne ho io?...
— A voce bassa; e lascia prima dir me, chè faremo più presto. Discolpe non ne hai. Tu non sei stato ai patti. Appena che la fortuna t’ebbe assistito, rompesti lega. Pazienza che tu non fossi più venuto con noi a provvedere il conquibus[206] per giocare; ma le vincite, secondo i patti giurati della nostra società, dovevano essere spartite.... E tu no! sapesti ingannarci; e poi quando il bargello[207] ci pose addosso le mani, tu avesti da pagare bene l’avvocato, e la passasti liscia. Noi si sarebbe potuto.... tu lo sai.... Ma si volle fare un’altra prova. Giuseppe, disse uno, se gli preme la pelle, ci ajuterà a svignare di carcere, o ci manderà almeno qualche soccorso; ha quattrini, e sa che con noi non si scherza. Prima o poi!... E ora, tu lo vedi.... Gnornò! scordarsi d’ogni cosa... affatto affatto! E tu non pensavi, balordo, che una volta fatta lega per quelle faccende, o con noi o col boja? Ma.... ormai, quello che è stato è stato. Ora sappiamo che tu hai scrigno, a forza d’usura e di avarizia.... E ti sei levato di torno la moglie e il figliuolo.... O che cosa vuoi tu farne di tanti quattrini riposti? Chi avrebbe mai creduto che il tamburino dovesse diventare spilorcio? Accomodiamole dunque ora le nostre partite, giacchè siamo in tempo. Dov’è il morto?[208] — E si dava a cercare per la stanza, e si chinava sotto il letto. Giuseppe, con un fremito di rabbia, col viso che schizzava fuoco, con la voce rantolosa voleva raccomandarsi, svincolarsi.... Ma le solite minacce e la custodia dei due lo costrinsero a lasciar fare. Il malandrino trovò presto quel che cercava, e fece presto pulito intascandosi l’oro e l’argento, che in tutto sarà stato circa un migliajo di scudi. Se non che, guardando la faccia spaurita e convulsa di Giuseppe, e mostrando un sentimento di compassione, non già per lui ma per la sua famiglia, riversò una manciata di monete nello scrigno, con dire: — Noi vogliamo essere umani: tu hai cacciato di casa la moglie e il figliuolo; non è giusto che quei disgraziati rimangano senza assegnamenti. Eccoti qui un resto dei tuoi denari, a patto che tu gli assista, altrimenti noi ti promettiamo una seconda visita; e sta’ certo che potremo mantenere la promessa, perchè ora stiamo bene col bargello, sai tu? ferri di bottega, hai capito? Che se ti venisse la tentazione d’accusarci, bada bene a quel che tu fai; tu ne anderesti a capo rotto dicerto.... — Ma volgendosi ai compagni, e dopo aver meglio squadrato[209] la faccia di Giuseppe: — Io dico che possiamo andarcene senza sospetto, perchè, a quanto mi pare, costui ha più bisogno del prete che delle funi. Lasciamolo qui sul letto. Noi non gli abbiamo torto un capello, a buon conto; e qui tutto è al suo posto. Partiamo. — E di fatto, i malandrini lo lasciarono, che quasi non dava alcun segno di vita; e così com’erano venuti, se n’andarono impunemente, almeno per quella volta, dopo aver commesso l’audace assassinio.
Lo sciagurato Giuseppe era già nelle strette d’un colpo di apoplessia. Lo avevano messo lì a sponda di letto; un piccolo movimento convulso bastò per farlo stramazzare a terra; percosse una tempia nella panchetta di ferro, e in poco tempo spirò, immerso nel proprio sangue.
La mattina i vicini non lo videro aprir bottega; guardarono le finestre di casa, ed erano sempre serrate. Uno andò in cerca della sua moglie per avvisarla di questa novità. La poverina corse a casa, ma non aveva le chiavi; e intanto la polizia avvisata da altri, si preparava ad entrare a forza: la moglie volle ad ogni costo esser la prima: e appena veduto quello spettacolo miserando, svenne sulle braccia d’un famiglio. Fu chiamato un medico per assister lei e per riconoscere la cagione di quella morte; nè altra cagione potè assegnarsi che un colpo d’apoplessia. Un merciaio che aveva bottega in quella strada, uomo d’illibata riputazione e che meglio degli altri conosceva i casi della infelice, la fece ricondurre a proprie spese in carrozza e in compagnia della sua moglie a casa della Clarice, e provvide a quant’altro occorreva in così disgraziata avventura. Tal fine ebbe la vita di un uomo, che sebbene si fosse ritrovato sulla via della galera, aveva saputo schermirsene, ma non tanto che la funesta passione del giuoco del lotto non lo facesse poi capitare anche peggio.
La Carolina, dopochè si fu riavuta dallo svenimento, si trovò in preda al delirio e ad una febbre maligna, che pose la sua vita a repentaglio per molti giorni; ma superata avendo una lunga malattia potè risanare, benchè ne rimanesse rifinita e malinconica.
Il buon merciajo che aveva preso a cuore i suoi negozj le fece avere il denaro e la roba che a lei appartenevano, e subentrò nel possesso della bottega, dandole in cambio un assegnamento giornaliero, che bastasse a farla campare alla meglio insieme col figliuolo.
La spensieratezza d’un giovinetto di quattordici anni bene spesso si corregge alla scuola delle disgrazie, e tanto più alla vista del dolore che esse cagionano ai suoi più cari. Pippo rimase sbigottito dalla tragica morte del padre; rimase accorato dalla grave malattia della mamma; e la vedeva sempre ormai afflitta. Più volte si diede a riflettere sull’accaduto. Chi sa, diceva tra sè, che la mia scappata per cagion della quale mi ritrovai fuori di casa, e alla mamma per amor mio intravvenne lo stesso, chi sa che non avesse molta parte nelle nostre disgrazie? E ora che davvero siamo poveri, come potrò io continuare i miei studi di disegno senza sottoporre mia madre a dei sacrifizi troppo superiori alle sue forze? Sarebbe anzi necessario che io guadagnassi per assisterla.... Ah sì, è meglio che io mi metta a un mestiere. Le speranze che mi dà il professore, la smania di farmi un nome nell’arte, sono incentivi grandi, sì, grandi assai, e mi parrebbe di non potervi resistere; starei a patto piuttosto di nutricarmi solamente con un tozzo di pane.... Ma! e mia madre? È egli giusto che l’abbia ad essere sempre povera per cagion mia? E se poi le mie speranze non riuscissero a nulla? Sciagurato! Avrei fatto la sua rovina e la mia! — E ruminando queste riflessioni, ei faceva proposito d’andar subito ad offerire i suoi servigi in qualche bottega per guadagnare intanto la meschina giornata d’un fattorino. Ma poi alla vista della sua cartella da disegno, a sentirsi ribollire nell’animo gli elogi e i conforti del maestro, quei proponimenti vacillavano, e a poco a poco si riducevano in un — Aspettiamo dell’altro a risolvere. —
Intanto la madre che conosceva il suo amore per lo studio del disegno, che lo vedeva indefesso al lavoro, che sapeva essere egli uno dei migliori scolari dell’Accademia, non si sarebbe nemmeno sognata di levarlo da quell’avviamento, ed era disposta a privarsi anche del necessario, purchè ei potesse un tempo divenire artista e raccogliere il frutto dei suoi sudori; e s’ella ne avesse conosciuto le dubbiezze, le avrebbe subito vinte con esortarlo a proseguire, a non pensare a lei, a rivolgere liberamente all’arte ogni sua premura. Poveretta! Nella sua inesperienza non sapeva quanti fossero i mediocri, e peggio che mediocri, ridotti a strapparsi un pane meschino, a spengere ogni scintilla di genio copiando i quadri delle gallerie, invidiandosi lavorucci meschini, prostituendo l’arte alle bizzarrie della moda, ai capricci dei forestieri, alle spilorcerie di mecenati in miniatura, capaci soltanto di alimentare una caterva d’artisti in miniatura; non poteva riflettere che il saper disegnare, fosse anche abilmente, non bastava a fare stato prospero e a dar nome celebre senza una educazione accurata del gusto, senza una compiuta istruzione della storia e dei costumi dei popoli, senza un genio straordinario da superare l’infinito numero degli emuli. L’amor materno in lei teneva luogo di tutto, e contro di quello niuna considerazione sarebbe stata bastante a farle prendere un partito, che avesse potuto credere dispiacente pel suo Pippo. Pochi soldi bastavano a farli campare ambedue: con pochi soldi pagava una stanzetta rimasta spigionata nel casamento; e siccome quella stanzetta era interna e buja, così la Clarice aveva ottenuto da Nicodemo che Pippo studiasse qualche ora del giorno nella sua soffitta più ariosa.
Di consueto Pippo era ilare, e più nel tempo che lavorava; e la compagnia dei condiscepoli dell’Accademia, tra i quali se ne trovavano alcuni d’ingegno svegliato, altri piuttosto bizzarri, ma da non confondersi certo coi frivoli o con gl’insolenti, gli faceva nascere la smania d’imitarli e gli fomentava l’ambizioncella, naturale nei giovani, di comparire stravagante. Ma la stravaganza che nasce da imitazione e si può dire affettata rimpiccolisce le idee, indebolisce il sentimento, distrugge a poco a poco la originalità, e a lungo andare ci rende fatui e servili. Nicodemo, conoscendo la disgrazia della Carolina e del suo figliuolo, s’era affezionato ad essi, senza peraltro darlo a divedere: e in special modo si sentiva commosso dalla ingenuità e dalla tenerezza materna della vedova, e stava in apprensione pel futuro destino di quel giovane, che non gli pareva potesse facilmente essere conforme alle speranze lusinghiere da lui concepite. Chi avesse potuto penetrare nell’animo di Nicodemo, avrebbe detto: costui ha certamente nutrito un tempo i più soavi affetti domestici; e ora, per quanto si sforzi di comparire insensibile a tutto e indifferente per qualunque cosa gli accada all’intorno, pure la ricordanza del passato, certi confronti, chi sa? lo spingono, contro sua voglia, a prendersi a cuore i fatti di quella famigliuola. Pareva ch’ei si fosse ormai voluto distaccare da tutte le creature; ma eccone capitate vicino a lui alcune, che lo riconducevano talvolta a quei sentimenti d’umanità senza dei quali la vita è uggiosa, sterile, null’altro che un aspettare impassibilmente la morte. Nondimeno, che cosa poteva egli concludere a loro vantaggio con questo suo segreto affetto? Povero, sconosciuto, tenuto in non cale da tutti, non v’era da aspettarsi da lui nè assistenza nè protezione. La Clarice, povera anch’ella, ma d’indole in apparenza diversa, sempre lieta, sempre fidente nel bene, piena d’attività benchè vecchia ed inferma, era, a paragone di lui, una persona di molta importanza, e si trovava in stato non solo di volere il bene, ma qualche volta anche di farlo, compatibilmente peraltro alle sue forze. E Nicodemo tutto ciò conosceva; per lo che tenendosi ristretto nella sua quasi nullità, celava con grande studio ogni più piccola commozione, faceva proprio di tutto per comparire noncurante di qualunque cosa.
Non è dunque maraviglia se Pippo, dopo la prima impressione di qualche sorpresa che l’aspetto e i modi di quell’uomo gli avevano generato nell’animo, si assuefacesse poi a guardarlo con indifferenza; e fors’anco, ma di rado e in un momento di giovanile inconsideratezza, si lasciasse andare all’estro di prenderne beffe, benchè poi ne sentisse rincrescimento. In sostanza il buon uomo gli faceva servigio col permettergli di disegnare nella sua soffitta; e poi, senza che Pippo potesse immaginarlo e sentirne gratitudine, per Nicodemo quella compagnia, in specie sulle prime, era anche un sacrifizio, perchè opposta alla sua grande affezione per la solitudine.
Ma a poco per volta ambedue s’affiatarono alquanto. Nicodemo dai muti cenni passò ai monosillabi, e da questi a qualche parola, semprechè peraltro fosse interrogato da Pippo; il quale mirando con occhio di disprezzo o di compassione i rozzi intagli di Nicodemo, quei lavorucci d’una umile arte che pure gli dava il pane, e confrontandoli co’ suoi disegni di teste e di statue greche, co’ suoi studi del nudo, cedeva talvolta alla tentazione di chiedergli il suo parere in aria di dileggio scherzevole, o con un po’ di sentimento d’orgoglio, quasi per fargli notare la gran differenza che passava tra i lavori di lui, giovinetto, e quelli d’un uomo in età avanzata.
— A voi, maestro Nicodemo, che cosa ve ne pare, eh? M’è venuto bene questo disegno? Potrà essere contento il professore? —
E Nicodemo lo mandava in pace con un muover di capo, che non significava nè lode nè adulazione, nè biasimo, nè indizio di sentirsi umiliato dal confronto.
Ma una volta che il garzoncello ebbe condotto con grande amore e con lunga fatica il disegno che doveva servire pel concorso al premio, e s’era avvantaggiato di qualche giorno sopra degli emuli per la smania di conseguire un trionfo sperato, lo mostrò a Nicodemo con maggior baldanza del solito, e non fu come prima contento del suo consueto e freddo muover di capo. Voleva ad ogni costo godersi le primizie della lode, fosse anche quella di un giudice da lui medesimo riputato incapace di gustare il bello dell’arte.
— Animo via! ditemi qualche cosa! vi piace, sì o no? Non avete occhi? Non avete parole fatte? Ci ho faticato tanto! Mia madre, la Clarice, le scolare sono rimaste a bocca aperta. Non è un disegno da portar via il premio?
— Sei tu persuaso d’averlo fatto bene in ogni sua parte? — rispose Nicodemo dopo averlo considerato attentamente.
Pippo, a questa domanda inaspettata e ch’egli non aveva mai pensato di dover fare a sè stesso, guardò Nicodemo con una specie di dispetto, e poi esaminò il lavoro, e non gli parve in tutto quello di prima. A un tratto ne fu sbigottito; poi scuotendo il capo:
— Che forse pretendereste di trovarvi qualche eccezione?
— Figurati che sia lavoro di un altro, d’uno dei tuoi concorrenti....
— Ebbene?
— Ti metterebbe in soggezione, o ti darebbe maggiore speranza d’avere il premio?
— Io non vi capisco.
— Mi sarò spiegato male; e quasi quasi l’ho caro.
— Ma dunque?
— Non ti confondere. Basterebbe che tu potessi proprio figurarti che non è tuo.
— E allora, — esclamò con fuoco, dopo averlo squadrato come chi cerca il pelo nell’uovo, — allora lo straccierei per farne un altro migliore, e poi un altro. No, no! Io non ne sono più contento! Ma il tempo, neanche di rifarlo una volta sola, dov’è? E se mi ritiro dal concorso, addio speranze! E’ diranno che ho avuto paura dei compagni!... Non è possibile! Bisogna che sia questo! che sia com’è; non v’è rimedio!... Già il professore mi vede di buon occhio; m’ha promesso.... Eh via! coraggio! Starà così.... Po’ poi son sempre scolare. Un bel negozio ho fatto a domandarvi il vostro parere!... Oh! ma io non vi do retta! Badate ai vostri intagli.... Eppure.... Se potessi far meglio!... —
E mentre Pippo farneticava in quel modo, trabalzato ai due estremi dello scoraggiamento e della presunzione, Nicodemo pensava tra sè: Veramente questo ragazzo avrebbe genio da addivenire un artista; ma, poveretto, l’Accademia lo ha traviato; e questi concorsi, queste gare forzate tra chi non ha ancora la vigoria di reggersi in gambe da sè, nella strettezza d’un tempo contato a giorni e ad ore, con la speranza di protezioni, di parzialità, d’indulgenza, con l’argomento assegnato a capriccio dei maestri, non secondo il genio dello scolaro, finiranno di rovinarlo, s’e’ non sarà in tempo o s’e’ non avrà forza di liberarsi da sè dalle torture accademiche.
— In conclusione, — riprese Pippo, — che cosa dovrei io fare, secondo voi? O ajutatemi, se sapete! — e lo disse più per burla che sul serio.
— Ajutarti io? Ti par egli! Io non so disegnare. Posso dire il mio sentimento; posso credere che una parte sia fatta men bene, o che so io;... ma posso anche sbagliare più d’ogni altro.
— Intanto ditemi dove vi sembra che sia difetto. Anch’io m’accorgo ora, a guardarlo ben bene, che certe cose.... Vediamo almeno se si va d’accordo. —
Nicodemo pareva stanco d’un colloquio per lui troppo lungo, chè da molti anni non aveva fatto tante parole in un medesimo giorno; ed era tornato a lavorare co’ suoi ferruzzi, per finire l’intaglio d’una stampina da leggendario.
Ma Pippo insisteva: — Ditemi qualche cosa: ormai mi avete messo una pulce nell’orecchio; non esco di qui, finchè non mi abbiate dato retta.
— Dunque, — e posava gli arnesi e si metteva a considerare il disegno, — dunque tu vuoi addirittura...? Proviamoci. Guarda se questo torso non dovrebbe esser girato un po’ meglio.... così, per esempio.... — E infatti anche Pippo vi aveva conosciuto un difetto, e si accorse che Nicodemo gl’indicava bene la correzione; e lo stesso in altri luoghi; e così d’alcune sviste sfuggite a Pippo, e che richiedevano occhio bene esercitato per discernerle. Della qual cosa Pippo rimase stupefatto, e domandò:
— Ma dunque voi sapete...?
— Adagio! altro è saper fare, altro è dire il proprio sentimento sulle cose fatte da quest’e quello. Tu sai che chi sta a vedere ha la mente quieta, l’occhio riposato, e non è frastornato dal pensiero di dover rifare o correggere il mal fatto. Va’ al teatro, e una semplice fanciulletta scoprirà nel dramma una imperfezione che all’autore è sfuggita, benchè abbia messo tutto il suo studio e tutta la sua fatica nel comporre e correggere e ricomporre. Ma di quanto io t’ho detto sul tuo lavoro, fanne quel conto che crederai; pensavi meglio; non ti perdere d’animo; e se ormai non sei più in tempo a lasciare una professione disgraziata per tanti versi, preparati almeno ad esercitarla in modo, che nè tu nè la tua patria ve n’abbiate mai a vergognare. —
Queste ultime parole fecero specie[210] a Pippo, ma e’ non ne intese nè poteva intenderne tutto il significato. Senza nissuna cultura, con idee grette, con la sola compagnia di ragazzi per lo più ineducati e ignoranti al par di lui, come poteva egli inalzare la mente alla considerazione dei grandi uffici dell’arte, rispetto alla civiltà ed alla patria? La matita, la carta, gli esemplari, le sue copie, la mano e di rado la parola del professore per correggere quelle copie; una caterva di condiscepoli per lo più messi là come lui da genitori che non sapevano dove mandarli per levarseli di casa; le invidiuzze, le persecuzioni e le mariuolerie e bene spesso i mali esempi dei depravati.... ecco in che cosa consisteva la educazione artistica di Pippo. Egli appena sapeva leggere e scrivere; e libri d’arte, di storia, di letteratura non conosceva nè avrebbe facilmente capiti. I soli libri ch’egli avesse più volte riletto nell’infanzia erano stati quei brani di relazioni di viaggi; e sempre gli stava a cuore lo studio del paese, e qualche prova di quando in quando faceva alla meglio da sè medesimo, dimostrando sempre d’aver più genio pel paese che per la figura. Ma ormai trovandosene suo malgrado sviato, proseguiva a studiare quel che poteva, tanto per dire un giorno: — Sono stato tutto questo tempo all’Accademia, ho fatto quel che mi hanno dato da fare, ho avuto i premi; dunque son pittore.... — Così, come tanti altri, si metteva nel caso di ridurre il suo esercizio dell’arte a mestiero, o di doversi poveramente adattare, per necessità di pronto guadagno, ai lavori di riquadratore di stanze e d’imbianchino.
A confermarlo poi nel proposito di fare il pittore s’aggiunse il premio del concorso conferito difatti a lui stesso. Figuratevi la sua gioja, la consolazione della madre, la festa che ne fu fatta da tutti! La buona Carolina benediceva in segreto le lunghe veglie spese nel lavoro, e gli stenti segretamente sofferti per mantenere il figliuolo all’Accademia, figurandosi che l’averne riportato un premio fosse indizio infallibile di buona riuscita, e sperando ogni dì più che Pippo dovesse diventare professore celebre, ed arricchirsi.
Il giovanetto, dopo aver dato sfogo alle sue consolazioni, andò a trovare Nicodemo, gli annunziò la buona notizia, e poi aggiunse con ingenua confessione e con sincero affetto di riconoscenza:
— E sapete? se i’ l’avessi portato al concorso senza farvi prima le correzioni che voi mi suggeriste, il premio non sarebbe toccato a me. Vi sarebbe stato il disegno d’un altro concorrente, che avrebbe avuto meno difetti del mio. Dunque vi ringrazio, e da ora in poi....
— No, non mi ringraziare d’aver dato mano a commettere un’ingiustizia.
— Oh! un’ingiustizia! perchè?
— Tu mi dici che non avresti superato il compagno se non ti fossero state suggerite quelle correzioni. Il compagno non avrà avuto chi gli facesse questo servigio.
— Capisco; ma voi non sapete che quel tale è nipote d’un altro professore dell’Accademia, e che tutti asseriscono che il disegno era stato condotto più dal professore che da lui.... E perciò il mio trionfo è stato più bello: chè ognuno si maravigliava che io avessi avuto maggiore abilità di un professore.... Ma che cosa dico? io no.... voi, caro Nicodemo; e non mi darete ad intendere d’esser buono soltanto a intagliare cotesti pezzi di legno. —
Nicodemo non seppe trattenere un sospiro.
— Voi sospirate? Dunque.... Oh non pretendo d’essere messo a parte dei vostri segreti; ma....
— Io sospiro, ragazzo mio, vedendo che non ci è verso di rispettare tra noi la giustizia; e pensando che vi possa forse essere un professore sì poco abile nel disegno, da doversi mettere a confronto con me....
— Eppure, se sapeste tutto quello che ho udito dire di certi prof....
— No, no! lasciamo questo discorso: non mi piace di far giudizj cattivi sulle parole degli altri, e molto meno di udirli in bocca di un giovinetto, di uno scolare. Tu studia, fa’ il tuo dovere, e non pensare ad altro.
— Smettiamo pure; ma io pagherei, per quel bene che spero mi vogliate, che voi mi confidaste....
— Sì, io ti voglio bene, e per questo ti dico di non lasciarti insuperbire dalla tua vittoria. Te lo dico io, che davvero non do sospetto di potermi mai mettere a competenza nè con te nè con altri. Vorrei anzi che tu fossi per diventare Raffaello Sanzio....
— E chi era Raffaello Sanzio?
— Chi era Raffaello Sanzio? — ripetè con aria di compassionevole afflizione a quella dimanda fattagli da un alunno premiato della scuola del disegno; ma poi reprimendosi proseguì: — Era pittore, forse il più grande di quanti ne sono stati finora e ne saranno per un pezzo. Io t’ho visto ricopiare con grande amore alcune sue teste....
— Oh bella! E non mi hanno detto nulla! Me le direte voi eh queste cose? Ma quali sono le teste che avete detto? — E correva ai disegni, e dopo averne scelti due o tre: — Scommetterei che son queste!
— Sì, per l’appunto. —
E allora Pippo, senza pensare ad altro, si pose a contemplarle con infinito diletto.
— Non v’è dubbio, — diceva intanto fra sè Nicodemo, — questo ragazzo avrebbe propriamente genio per l’arte. Che peccato ch’ei sia venuto al mondo con la povertà addosso ed in questi tempi!... —
Era verso sera, e giorno di festa: alcuni condiscepoli di Pippo vennero a cercarlo per congratularsi del premio; tra essi uno o due con affetto sincero, gli altri soltanto per cogliere una occasione di sollazzarsi più del solito. Così accade in quasi tutte le cose di questo mondo: pochi son quelli, per esempio, i quali frequentino una conversazione per amicizia vera verso la famiglia che li riceve, o vadano al teatro con l’intento d’istruirsi, o alla chiesa per divozione; i più hanno soltanto l’ambizionuccia di far sapere che vanno in quella tal casa, la smania di raccogliervi ciarle e di scroccarvi rinfreschi, e per essi il teatro e la chiesa son luoghi da veder gente e farsi vedere, sfoggiando in belle vesti, amoreggiando, spendendo in qualche modo il tempo, del quale non sanno che cosa farsi. Quell’uno o quei due che cercavano Pippo con buona intenzione, non badarono alla povertà della casuccia ch’egli abitava, o se vi posero mente gli si affezionarono più che mai; gli altri, benchè non fossero di famiglie facoltose, ma solo in apparenza potessero passare per gente da più di lui, guardarono al luogo, non alla persona, e accolsero subito nell’animo il vile e crudele sentimento del disprezzo, inacerbiti anco dall’invidia di vedersi superati in abilità da quel meschinello. Ma appunto costoro gli fecero i più strepitosi e i più smaccati elogj, ridendone poi insieme di soppiatto; e vollero che uscisse con loro, per goderselo, come dicevano, alla passeggiata. Pippo, sua madre e la Clarice, con ingenua credulità e grandissima gioja accolsero quelle congratulazioni mentite, e ne resero molte grazie. Pippo non stava più nei suoi panni; seguì la comitiva, e dopo che ebbero girellato alquanto per la città imbattendosi in altri condiscepoli che a loro si accompagnarono, vi fu chi propose di andare al caffè. Secondo l’usanza, quest’invito doveva venire da parte del festeggiato, e a lui stesso toccava pagare il rinfresco; ma oltrechè la conversazione era divenuta troppo numerosa, ognuno sapeva che Pippo era povero, e vollero invece pagare per lui. I più intemperanti e i più chiassoni si abbandonarono ad ogni eccesso; uscirono dal caffè ponendo in mezzo il premiato, che per l’insolito baccano e per la naturale sua ilarità si lasciava metter su da quei capi sventati; e, fosse caso o malvagio disegno di alcuni o inconsideratezza di tutti, volsero i passi verso la casa del primo tra i competitori di Pippo, di quello che, ad onta dell’ajuto dello zio professore, come dicevano, mentre si faceva sicuro del premio, se l’era visto rapire. E quivi, con alte voci di beffe, con insolenze d’ogni maniera, diedero facilmente a conoscere a quelli di casa, e chi erano, e che cosa fossero venuti a fare. Pippo, il quale in sulle prime di nulla erasi accorto, appena che v’ebbe posto mente, gli spiacque assai, ne mosse aperto rimprovero ai compagni, li abbandonò; e i peggiori se l’ebbero a male e fecero pensiero di ricattarsi. Intanto il competitore deluso conobbe la canzonatura; e al dolore della disfatta e all’invidia s’aggiunse lo sdegno dell’ingiuria, e se ne dolse coi genitori e con lo zio. Pippo solo fu accusato d’aver condotto i compagni a commettere quella insolenza; e chi n’era veramente colpevole, avvalorò la calunnia. Così il povero giovine si ritrovò ad avere molti nemici e tra i condiscepoli e tra i maestri; e, per quanta prudenza cercasse d’usare, spesso rinnovaronsi dissidj e s’accrebbero rancori, a cagione dei malevoli che s’erano proposti di perseguitarlo. Infine vedendo egli che la rassegnazione e la modestia non bastavano a liberarlo da tante inquietudini, volle provarsi a fare ardimentosa resistenza; anch’egli sciolse la lingua alle contumelie, e si pose in aperta guerra, attenendosi al proverbio «chi pecora si fa lupo la mangia.»[211] Ma Pippo era solo contro tutti, era povero, non aveva sostegno di persone autorevoli; le sue sole difese erano l’abilità e l’ardire; e queste ad altro non servivano che ad accrescere l’invidia e l’odio degli avversari. Celò sempre a sua madre tutte queste disgustose avventure; ne fece qualche parola con Nicodemo, ma non seppe, o forse non potè sempre seguire i suoi buoni consigli; e la contesa andò tant’oltre, che senza aver commesso niuna colpa, ei si trovò alla fine espulso dall’Accademia qual pericoloso suscitatore di discordie tra i condiscepoli. Niuno si mosse a prendere le sue difese, perchè sebbene ei fosse stato sempre rispettoso verso i superiori, tuttavia non s’era curato mai di corteggiarli; e così credeva anzi, e non s’ingannava, di mostrare vera stima e rispetto verso di essi. Avrebbe potuto addurre da sè medesimo sincere ed efficaci discolpe; ma bisognava accusare altri, palesare ingiustizie, parzialità, calunnie, fare in certo modo il delatore; e solo a pensarvi ne rifuggiva con generoso dispetto.
Allora ei tornò a riflettere più seriamente ai casi proprj; e già anche senza l’espulsione dall’Accademia, il bisogno di provvedervi in qualche modo andava crescendo. Ormai, per continuare lo studio della pittura, occorrevano spese troppo superiori alla possibilità della madre; ed egli avrebbe voluto anzi da lungo tempo guadagnar qualche cosa per assisterla. La risoluzione di mettersi a un mestiero sarebbe stata più opportuna due o tre anni prima. Ora v’era anche bisogno di maggiore sforzo per vincere l’amor proprio. Dopo tanto studiare, dopo tanti elogi, sul punto quasi di prendere la tavolozza e d’aprire studio, come ridursi a entrare garzone d’uno stipettajo o d’un fabbro? Tuttavia il povero giovine non sapeva trovare strada di mezzo; e più d’ogni altro partito sarebbegli dispiaciuto quello già preso da molti suoi compagni, di mettersi a colorire stampe, a miniare, a copiare bazzecole,[212] a rimpasticciare i quadri vecchi o a riquadrare le stanze; perchè, non potendo essere artista, non sapeva nemmeno rassegnarsi affatto a lavori solamente manuali, col rammarico di tanti anni sprecati nello studio del disegno.
— E non solo il denaro, — diceva Nicodemo, spinto dalla gravità del caso a ragionarne di proposito con Pippo che gli aveva confidato tutto, — ma anche l’istruzione ti manca, ragazzo mio....
— Eh! voi me l’avete detto altre volte; e io ci ho pensato poco. Ma perchè non me l’hanno detto anche i maestri?
— I maestri avranno pensato solamente a insegnarti il disegno, supponendo che tu potessi provvedere al resto da te, o che non ti premesse imparare altro che la pittura, per dir così, macchinalmente. Non voglio credere che giudichino inutile l’istruzione per chi non si contenta di saper ritrarre uomini, copiare quadri antichi, e cose simili.
— Ma spiegatemi un po’ meglio che cos’è questa istruzione, perchè, a dirvela, ho anche udito dire che i grandi maestri del tempo scorso non se ne ingerivano poi tanto; eppure divennero celebri....
— Pippo mio, questo non possono averti detto le persone di senno. Chi ben guarda alle opere di quei maestri, non vi trova soltanto la perfezione del disegno e il merito del colorito, ma anche la elevatezza dei concetti nella esposizione degli argomenti, la filosofia, come dicono, dell’arte, i significati ingegnosi, l’espressione dei volti e degli atteggiamenti, cose tutte che derivano dal genio educato dalla sapienza. Di questa sapienza non facevano pompa, perchè erano uomini semplici e modesti; ma essa traspare dalle opere: contemplale a lungo, cerca di ritrovarvi la ragione di quei componimenti mirabili, e vedrai che per dipingere in quel modo, e perchè le figure ti commovano, ti sveglino sentimenti d’amore, di pietà, di dolore, idee e affetti generosi, perchè insomma ti parlino all’anima per commoverti o per istruirti, come farebbe la più bella pagina d’un libro, anzi un libro intero, un intero poema, non basta aver addestrato l’occhio e la mano a ben ritrarre il nudo e i panneggiamenti, i colori e le ombre, gli scorci e i piani, e tutto quello, in sostanza, che si riferisce alla semplice copia della natura o dei costumi degli uomini. Bisogna dunque educare anche l’intelletto, acquistare idee e saperle connettere e abbellire con l’immaginazione, e valersene per comporre sulla tela, come farebbero il poeta, lo storico, il filosofo nei loro libri. E queste idee le troverai tu nella scuola del disegno, nella compagnia dei condiscepoli, negl’insegnamenti sterili del maestro? Bisogna acquistarle con lo studio dei buoni libri e delle opere dei grandi artisti; bisogna che il sentimento governi l’occhio e la mano, e dia la vita alle figure. Forse vedendo che gli antichi rappresentavano quasi sempre argomenti di religione pagana o di religione cristiana, crederanno i moderni artisti che avessero poco bisogno di studiare la storia dei popoli, di coltivare le lettere, di elevarsi al maggior grado della civiltà dei loro contemporanei; ma io torno a dire: contemplate bene le loro opere, fossero anche tutte e solamente d’argomento religioso, e vedrete quanta sapienza, oltre all’abilità, vi traspare! Almeno avranno studiato sui libri che narrano la storia alla religione, avranno letto e meditato gli scritti dei Santi Padri, i poemi che descrivono le più rinomate vicende dei popoli e degli eroi. Indi gli scolari seguivano i maestri sui lavori e gli ajutavano, e gli udivano ragionare; avevano di continuo commercio d’idee con chi già era istruito; e i grandi avvenimenti di quei tempi o delle età meno remote da loro che da noi, la vita pubblica dei popoli accesi da vigorose passioni, le molte industrie, i commerci, le guerre, le parti, il movimento straordinario che li teneva tutti svegli, erano continua lezione. Ora tu vedi che siamo in tempi di molta inerzia e di passioni meschine; non già che per dar vita alle arti, e istruzione e sentimento agli artisti, ci vogliano anco gli sconvolgimenti calamitosi dei secoli meno civili o meno tranquilli del nostro; le arti e gli artisti prosperano anzi, come tutte le altre cose, più nella pace che nella guerra o nella discordia, ma purchè questa pace non sia codarda, nè sonnolenta, nè contaminata dalla depravazione dei costumi, e che non vieti al popolo di fare quella parte che gli spetta nelle pubbliche faccende. Tu vedi ora una dimenticanza quasi universale d’ogni generoso sentimento; la moltitudine oppressa dalle miserie e dall’ignoranza, o solo occupata a sostenere le fatiche materiali dei suoi mestieri; le persone quasi tutte prese da uno smisurato egoismo, dedite alla cupidigia dell’oro o dei piaceri, diffidenti, con poche ed abbiette e spesso colpevoli voglie; la gente ricca dominata per lo più dai capricci della moda, dalle mollezze, dal fasto, o dalla sordida avarizia; una gioventù snervata, oziosa, frivola, e per la maggior parte libertina; i generosi sentimenti per lei stanno più nelle parole che nei fatti; i buoni proponimenti durano poco; per tutto una mania di fare, di riformare, d’accrescere più i beni materiali che i morali per la nazione; ma è quasi sempre fuoco di paglia, sopraggiunge presto la stanchezza, e la fatica e la perseveranza pesano a tutti. Ove trovi tu da ispirarti? forse nei caffè ripieni di una folla di giovani spensierati, che se non si depravano conversando insieme, certo non si migliorano? forse nei teatri divenuti scuola d’ineducazione e di costumi licenziosi? forse nei pubblici passeggi che non sono altro che mostre di gente vana che ha messo tutto il suo studio nella guardaroba? Le feste popolari non hanno altro di bello che il nome; le solennità religiose non ti presentano altro che fasto profano, privo di divozione, spesso irriverente! Così la poca vita pubblica che ci rimane è tutta sterile di sentimento, è una continua mostra di vanità e d’ipocrisie, nelle quali i varj ordini di cittadini si scimmieggiano tra di loro, e sembra facciano a gara a chi più si deprava. Le cose non anderanno sempre così, questo è vero. Vi sono tuttavia i magnanimi e i virtuosi che tentano di redimere la società dall’avvilimento in cui è caduta; e verrà tempo che il buon seme che essi spargono dovrà fruttare; e le persecuzioni, gli esilj, le carceri, i martirj che incontrano, affretteranno quel tempo.[213] I popoli non periscono come un solo uomo; invano sperano i malvagi che le nazioni tollerino sempre la loro vergogna, stieno sempre divise, dimentichino per sempre il passato. Una nuova èra di risorgimento si prepara, si avvicina; i tentativi generosi non furono mai inutili; le virtù popolari si assopiscono ma non si spengono mai. Quando l’ora è suonata, una scintilla basta a riaccenderle. Ah! è vero, io ho sperato troppo, ho offerto tutto me stesso alla patria, ho creduto che non fosse invano, ho patito.... non ti saprei narrare giammai quanto ho patito! Tu vedi quale è il presente mio stato, e basta! Ho perduto ogni cosa; ma la speranza no! I miei occhi saranno chiusi dalla morte, e, nondimeno, anche morendo io spererò sempre, perchè chi desidera davvero il bene della patria, non lo desidera per sè solo, ma pei posteri; non per sè solo, ma per quelli si adopera, e sostiene fatiche, persecuzioni, dolori, dovesse volerci anche qualche secolo prima che quel bene sia ottenuto. Ma intanto che cosa farai tu mentre si maturano i destini della tua patria? Se tu vuoi nutrire con elevate idee il tuo genio d’artista, ti convien cercare i modelli più nelle opere degli antichi che in quelle dei moderni; ti conviene scegliere nei secoli quei fatti e quegli uomini che meglio ti rappresentano il buono, il bello, il grande, il sublime della società umana. Nè alcuno può avere immaginativa tanto feconda, da figurarsi il passato senza studiarlo nei monumenti e nei libri; e molto studio ci vuole per bene scegliere, per ben confrontare, per bene adattare gli argomenti ai bisogni del tempo, e affinchè insomma la tua opera sia originale, istruttiva, e contribuisca con le altre diverse manifestazioni del vero ingegno, a migliorare la società. Questo è il dover tuo, se vuoi essere artista; il diletto solo nelle opere d’arte non basta, ed è anzi intendimento secondario; il fine principale è quello di accendere negli animi l’amore della virtù, la emulazione dei fatti egregi, di parlare a un popolo il linguaggio degno di lui, degno della virtù e della nazione: l’artista ignorante è sempre mediocre, è sempre soggetto, se vuol campare della sua arte, a vendere servilmente l’opera e l’ingegno; è spesso tentato a prostituire l’arte all’adulazione, al capriccio, al vizio.... Queste cose dico a te, non per distoglierti dal proseguire i tuoi studj, ma perchè tu vi rifletta ad animo riposato....
— A me pare che abbiate ragione; e sento che se io dovessi fare il pittore, vorrei farlo con decoro; e se questo la mia povertà e la mia ignoranza non mi concedono, meglio è che alla fine abbandoni l’arte.... Ma intanto ho tradito le speranze della mia povera madre! So che finchè ella vive non le mancherà un tozzo di pane, e io sono preparato a campare alla meglio col meschino guadagno d’un mestiere, a vivere piuttosto povero e indipendente, che ad avvilire me o l’arte mia per qualunque grosso guadagno!... Ma se mi fosse riuscito di procacciare più comodi a mia madre nella sua vecchiaja; se avessi potuto dirle una volta: riposatevi, mamma, non lavorate più per bisogno; ecco, io guadagno tanto che basta a farvi star bene!...
— E perchè non potrai tu riuscirvi? No, tu non ti devi scoraggiare; tu hai gioventù, ingegno, robustezza, amor del lavoro....
— Ma che cosa farò io dunque, se abbandono l’arte addirittura?...
— Nè questo è necessario. Tu mi confidasti molto tempo fa che la tua prima vocazione sarebbe stata il disegno del paese....
— Pur troppo!...
— E io ti consigliai allora a studiare la prospettiva, l’ornato e soprattutto il paese; e vedo che tu l’hai fatto con passione, e che ci sei riuscito.
— Ora capisco il vostro pensiero....
— Or dunque rivolgi ogni tuo maggiore studio al paese; tu hai meno impedimenti a divenire buon pittore paesista che buon pittore di figura. E che tu sia già addestrato nel disegno della figura è bene, perchè così non sarai costretto a far paesi disabitati o a mettervi goffe e insulse figure, o a chiedere l’opera d’altri per condurre a fine i tuoi quadri.
— Avete ragione; il ripiego mi piace assai: e credete che io troverò da lavorar molto....
— Se tu sarai buon paesista, non ti figurare di dovere arricchire; ma i buoni paesisti sono rari: meglio essere abile tra i pochi che mediocre tra i molti. Per lavorare di paese non ci vuole tanto dispendio nè tanto tempo come per condurre opere di figura; meno guadagno, ma più frequente e più facile; meno celebrità, ma non può mancarti lode se tu la meriti; e ricordati, per non dire altri, di Salvator Rosa. Poi quanta ricreazione d’animo, quanta dolcezza in ritrarre le infinite e svariate bellezze della natura, i costumi per lo più onesti e semplici degli abitatori delle campagne lontane dalle città, da questi centri dei vizj! E le nostre pianure, i monti, i boschi, le marine, l’azzurro e splendido cielo, i fenomeni giornalieri che si palesano ai nostri occhi hanno tanta dovizia di stupende bellezze, che non lasciano mai senza grandi ispirazioni l’animo di chi le contempla e le sente! Nè sarebbe opera priva d’utilità far conoscere agli uomini, quasi sempre rinchiusi nelle vaste prigioni cittadine, come sia leggiadra e maestosa la terra della loro patria; e a quelli d’una provincia mostrare gli aspetti naturali, i costumi, i monumenti che ne adornano un’altra. Anche questo è espediente efficace ad affratellare di più tra di loro gli uomini d’una medesima nazione; far conoscere a tutti, per così dire, i pregi della propria casa. E soprattutto sarebbe intendimento degno dell’arte ritrarre quei luoghi che la storia dei padri nostri fece più celebri, e così rammentare le gesta gloriose dei grandi uomini e dei popoli, e nutrire od accendere nei giovani qualche scintilla di patrio amore e di virtù cittadine, or che n’è sì grande il bisogno!... I quadretti di paese ben condotti e che ritraggano il vero e che abbiano scopo anche istruttivo, meritano d’esser moltiplicati con la litografia, e di essi intravviene allora come dei libri fatti per dilettare e per porgere utili cognizioni. Tu stesso potresti riportare sulla litografia i tuoi quadri, che non è cosa difficile, e così guadagnarti un pane onorato con più indipendenza che se tu dovessi andare in cerca di chi ti volesse allogare opere di gran lena, la qual cosa pur troppo di rado avviene anco agli artisti più rinomati, ai maestri abili e provetti.
— Voi m’avete persuaso a seguire il vostro consiglio; e mi sento crescere l’ardore per la pittura del paese.
— Che io non ti avrei proposta, se non mi fosse sembrato, da quello che finora hai fatto, che tu dovessi riuscirvi meglio che in quella della figura.
— Ma ora non mi negate più un altro favore che da tanto tempo io aspetto da voi.
— E quale?
— Dalle vostre parole conosco che avete avuto educazione superiore al vostro stato presente. Per quali avventure vi siete voi ridotto così? Non la curiosità mi avrebbe fatto fare tante altre volte questa dimanda, ma sì l’affetto che io sento per voi. Un gran dolore vi affligge continuamente; benchè vi sforziate di nasconderlo, io me ne sono accorto. Io non presumo di potervi confortare; e rispetterò un segreto, se....
— Caro giovine, io non ti avrei nascosto le mie avventure, se il loro racconto avesse potuto istruirti nella pratica della vita. Ma a che cosa ti gioverà conoscere una di più delle tante disgrazie che toccano agli uomini? Io non farò altro che affliggerti. Ma tu lo chiedi in nome dell’affetto.... Ah sì! dopo tanti anni che io aveva chiuso l’animo ad ogni affetto, sento rinascere quello dell’amicizia per te, e consentirò a dartene una prova col farti conoscere la cagione del mio lungo e sconsolato dolore. —