III.
Ecco il racconto che Nicodemo fece a Pippo.
— Mio padre era un onesto negoziante d’un paesetto di provincia, molto lontano da queste parti. Ebbe me solo di figliuoli maschi, e una femmina. Non era ricco, ma le sue faccende andavano prosperamente; e non volle che io attendessi come lui alla mercatura. Mi mandò agli studi nella città più vicina, e morì prima che io gli avessi compiuti. A dir vero, io m’era molto affezionato a quegli studi, e mi sarebbe piaciuta la professione di dottor di legge, bramando d’andare all’università, d’acquistarmi un bel titolo, e di far poi la prima figura nel mio paese. La disgrazia di quella morte immatura mi levò subito di speranze, perchè dovei mettermi invece a bottega, per sostenere la casa coi guadagni del commercio. Mi riusciva di adempiere questo dovere, trovando anche il tempo di proseguire alla meglio da me stesso gli studi incominciati, allorchè in più parti del regno la popolazione, malcontenta del suo governo, sdegnata contro alcuni magistrati, si levò in armi con la speranza di migliorare o di mutare lo stato. Questi moti si propagarono anche nel mio paese; la gioventù arditamente rovesciò in un subito quell’ordine di cose che la popolazione giudicava contrario alla prosperità pubblica; e ai poco esperti, che erano i più, sembrava già di avere ottenuto piena vittoria. Ma questa cieca e presuntuosa fiducia nelle loro forze e nel loro senno li ridusse presto a mal partito. Mancavano persone capaci di ben dirigere i nuovi ordinamenti; uomini scellerati si prevalsero dei tumulti, delle dubbiezze, delle paure per accrescere lo scompiglio e specularvi a proprio vantaggio; nacquero molte discordie, trambusti infiniti, nuove scontentezze; e quel tempo che i buoni cittadini avrebbero dovuto adoperare a pro della patria, doverono spendere in combattere gli ostacoli suscitati dalla inesperienza o dalla perfidia. Intanto il governo spediva milizie a sedare i tumulti, a togliere la libertà a quanti, vi avessero o no preso parte, pur potevano comparire sospetti; e molte ingiustizie e crudeltà si commettevano dovunque. Io fui preso e maltrattato assai, talchè la mia povera madre se ne ammalò di spavento e d’afflizione, e sarebbe morta se non fosse stata l’assistenza di quell’angiolo della mia sorella, che seppe conservare mirabile coraggio in mezzo a tante sciagure. Ma non per tutto le milizie inviate dal governo poterono superare la rivoluzione o sostenersi a lungo dove l’avevano in sulle prime repressa; e accadde ancora che alcuni reggimenti coi loro capi si ponessero dalla parte dei novatori. Io potei allora liberarmi dalla dura prigionia, e tornare in seno della famiglia. Poi il governo, che non si credeva abbastanza forte per sostenere questa lotta contro le popolazioni, chiamò in soccorso milizie straniere. Queste vennero sollecite; i novatori, sorpresi in mezzo alle loro discordie, non ancora agguerriti, nè abbastanza provvisti per opporre maggior resistenza a tanti nemici, doverono cedere. Allora le persecuzioni e le stragi desolarono infinito numero di famiglie e molti paesi. Il mio fu dei più percossi. Una compagnia di soldati stranieri, cupidi di vendetta e pronti agli eccidj, venne a occuparlo e a saccheggiarlo. Pochi giovani animosi tentarono di difendere il borgo che era in luogo elevato e alquanto munito dalla natura e dall’arte, e dove avevano cercato rifugio molti campagnuoli. Quei pochi fecero prodezze mirabili, e si sostennero due giorni contro il nemico di forze molto superiori, e che batteva il borgo anche col cannone. Ma spesso qualche difensore periva, e la molta gente rinchiusa tra quelle mura anguste incominciava a patir la fame. In questo tempo mia madre moriva; e la mia sorella, appena ebbe compiuto gli uffici filiali si unì ad alcune altre valorose fanciulle che aiutavano gli uomini alla difesa, e combattevano esse medesime, e si prendevano cura dei feriti. Ma la terra non si poteva più tenere, quando il travaglio della fame s’aggiunse alla scarsità dei combattenti: questi avrebbero voluto morire con le armi in mano piuttosto che cedere, ma il rischio di tanti inermi li consigliò a chiedere capitolazione, purchè fossero salve le vite dei vecchi, delle donne e dei fanciulli; i giovani davano volentieri le vite loro per quelle. Il nemico accettò il patto, e promise la vita anche ai combattenti, se avessero posato le armi. E le posarono; ma la promessa del nemico non fu mantenuta! appena i soldati poterono penetrare nel borgo, ed ebbero disarmato i difensori, incominciarono a fare strage di quanti poteron cogliere, senza pietà di vecchi, di donne o di fanciulli, a saccheggiare per tutto, a fare ogni più nefando e crudele strazio del sesso debole. Io, benchè ferito gravemente in più parti, potei sottrarre all’obbrobrio e alla carneficina la sorella, che intanto si prendeva cura delle mie ferite: e ci ponemmo in fuga pei remoti sentieri, dei quali eravamo pratici ambedue, io perchè fui abile cacciatore, lei per un’altra ragione che dirò dopo. Con gran disagio andammo avanti parecchie ore per boschi e per luoghi scoscesi, fino a che non giunse la notte. Infine la spossatezza e la fame ci obbligò a stramazzare sul terreno, e a me la perdita del sangue e il dolore toglievano i sensi. Un poco di riposo ci sarebbe bastato per scendere in luoghi abitati e trovarvi soccorso; ma quando sul far del giorno eravamo per ricominciare il doloroso viaggio, ci ritrovammo in mezzo a un drappello di nemici, che essendo, non so come, rimasti indietro dai loro compagni, nè avendo potuto imbattersi in una guida, non trovavano il sentiero per ridursi al borgo dalla parte della montagna. Costoro supposero subito che io venissi di là, e m’ordinarono con aspri modi di accompagnarveli. Mostrai che non mi era possibile di far molti passi, e mi strinsi al seno la sorella; ma essi a forza me la strapparono dalle braccia, intimandomi di guidarli fino al borgo, e minacciando d’ucciderla sotto i miei occhi se non avessi obbedito subito, o se avessi osato d’ingannarli. A quella infelice non sarebbe importato di morire se la mia negativa non avesse cagionato anche la mia morte; e me tratteneva pietà di lei dal ricusare di condurre io stesso i nemici del mio paese.... Tu puoi immaginarti che orribile angoscia fosse la nostra! Bisognò dunque mettersi in cammino; ma gli snaturati s’accorsero presto che le forze mancavano a tutti e due; allora ci posero a barella sui fucili, e alla fine giungemmo in luogo di dove si scorgeva il borgo, ah! pur troppo visibile più di prima, poichè era un mucchio di rovine fumanti ancora dell’incendio suscitatovi dopo il saccheggio. Poichè io ebbi accennato il luogo colla mano, chiesi che ci lasciassero in libertà. Ah! figliuol mio, perchè hai tu voluto ch’io contristassi l’animo tuo col racconto d’inaudite scelleratezze? I mostri mi legarono allora ad un albero, poi s’avventarono contro la mia povera sorella, ne fecero strazio sotto i miei occhi, gettarono il cadavere in un burrone profondo, e facendomi segno ai tiri del loro schioppo, corsero a raggiungere i compagni. Io aveva già perduto i sensi pel disperato dolore; appena mi accorsi d’essere stato ferito; nè d’altro mi ricordo che d’essermi trovato, non so quanto tempo dopo, disteso sopra la paglia in una povera capanna d’un boscajolo. La famiglia che ivi abitava era tutta intorno a me per assistermi con quella sollecitudine, con quell’amore che maggiori non si possono dimostrare per un figliuolo. Io, maravigliato d’essere ancor vivo, per un sol fine desiderai che la misericordia di quei pietosi mi desse alcuni altri giorni di vita: il fine di ricercare le spoglie della sorella, per darle sepoltura, e poi lasciarmi morire di dolore o di fame sulla sua fossa. A poco a poco le mie ferite che erano gravi ma non mortali si rimarginarono, e riacquistai le forze per camminare. Se ti sapessi descrivere il giubbilo dei miei liberatori a vedermi quasi risanato, mitigherei la mestizia del racconto; ma oh! non è possibile ritrarre gli affetti che nella rozzezza dei modi e delle vesti, in mezzo alla povertà e agli stenti, si racchiudono nelle loro anime! — Un’altra carità tu devi farmi, io dissi al boscajolo, appena mi sentii capace di girare per quei contorni: prendi la tua scure, e guidami al luogo ove tu mi trovasti; colà in fondo a un burrone rinverremo il cadavere di una fanciulla; coi rami d’un albero faremo una bara, e condurremo al camposanto le ossa della mia sorella.... — Della vostra sorella! rispose il buon uomo abbassando il capo e sospirando.... Oh! datevi pace.... Quelle ossa ebbero già sepoltura nel nostro camposanto, lo stesso giorno che portammo voi nella capanna. Io non v’ho detto mai nulla, perchè non sapeva se avrei fatto bene a parlarvene; e se.... Dunque, poveretta, era vostra sorella? Oh! l’abbiamo pianta, sapete? Tutto il popolo, uomini e donne di questi poveri monti, andò a prenderla in processione dietro il parroco, e tutti pregammo per l’anima sua innanzi di coprire il corpo colla terra del nostro camposanto, e di spargervi sopra i fiori dei nostri prati. — Io abbracciai di nuovo il pietoso; la tenerezza della gratitudine mi soffocava le parole; poi mi feci condurre al camposanto; vidi il tumulo recente; vi avevano posta una croce di legno, alla quale trovai appesa una ghirlanda di fiori e la crocellina d’oro che aveva da tanti anni posato sul seno della mia sorella.... Quivi m’inginocchiai a piangere; e vedendo il compagno che io bramava di restar solo, mi lasciò. Nè mi sarei più staccato da quella sepoltura, e stava lì propriamente immobile, senza dar segno di vita, aspettando che mi scavassero a’ piedi la fossa per rimanervi in eterno. Io non voleva più vedere gli uomini nè la terra; e in mezzo al disperato dolore, che contro mia voglia talvolta si convertiva in odio feroce, rimasto era solamente un senso di gratitudine pei miei liberatori e pei loro vicini, perchè avevano con tanto amore onorato di sepoltura e di lagrime le spoglie della mia diletta. Ma essi forse previdero a che fine mi sarei ridotto, lasciandomi in preda di tanta afflizione, e usarono ogni più amoroso conforto per ridurmi a più rassegnati pensieri. E voleva ragione ch’io gli esaudissi dopo che mi avevano tanto beneficato; nè volli che anche la mia morte o la presenza d’una persona sempre sconsolata li rattristasse maggiormente. Cedei ai loro conforti; promisi che avrei fatto di tutto per darmi pace; e in mezzo alle lagrime e alle benedizioni di trenta famiglie di poveri campagnuoli che mi accompagnarono per buon tratto di strada, che vollero ad ogni costo darmi chi un pane, chi una veste, chi qualche po’ di denaro, lasciai quei luoghi con maggior dolore che se vi fossi rimasto. Allora andai ramingando, ma deliberato di non sopravvivere alla mia disgrazia; e quante volte avrei potuto cedere a questa tentazione! Ma il ricordo dei miei benefattori mi ratteneva, e benchè ormai ne fossi lontano, mi sarebbe parso di macchiarmi di nera ingratitudine verso di loro. Poi riflettei che ci voleva maggior coraggio a vivere con la memoria delle patite sciagure e con l’afflizione perpetua della morte di quell’angiolo, e mi ricoverai lontano dal mio paese, in mezzo alla gente sì, ma stando come se fossi solo, e scegliendo per campare onestamente un lavoro che mi lasciasse vivere quasi in solitudine e a modo mio. Ora tu sei il primo al quale, dopo tanti anni, ho aperto l’animo mio, e svelato il segreto dolore che mi accompagnerà fino al sepolcro. Quella stanzetta vuota, quel ritratto.... Ora tu sai tutto! Quando sto lì mi pare d’esser con lei, di vederla, di parlarle; e lì mi farò condurre quando sarà venuto il termine del mio dolore su questa terra.... Ho lasciato dianzi una parte del mio racconto, ma ti ho detto che la mia sorella era un fiore di bontà e di bellezza, che le sue virtù modeste potevano essere un esemplare.... Oh! quanto affetto pe’ suoi genitori, per me, per gli infelici!... Io aveva incominciato fino da giovinetto a patire spesso pel dolore dei denti: una buona vecchia insegnò alla mia sorella a comporre un certo liquore coi sughi di parecchie erbe e di alcuni insetti, e questo liquore mi faceva buono. La vecchia morì, e la mia sorella si approfittò dell’imparato specifico per utile mio e degli altri, che nel paese solevano farsi medicare da quella povera donna, dandole qualche cosa per ricompensa. La mia Laura, come tu puoi immaginarti, non aveva bisogno di ricompense.... Quand’io andava a caccia, ella veniva meco in cerca delle erbe e degli insetti, e così aveva pratica dei monti e dei boschi vicini, e anch’io potei imparare a comporre la medicina pei denti. È quella stessa che adopero qui: e medicando chi a me ricorre, e ricusando qualunque ricompensa, mi par d’obbedire a un desiderio caritatevole della mia sorella, giacchè questa è la sola carità che nel mio povero stato mi vien concesso di fare a somiglianza di quelle tante ch’ella spargeva nel paese, quando la mia famiglia era in prospero stato. —
Dopo aver posto fine così al suo racconto, Nicodemo riprese tosto la consueta impassibilità, e tornò a lavorare come se fino allora non avesse aperto bocca. Pippo voleva dimostrargli, con qualche parola, la sua riconoscenza e la sua commozione, ma si accorse che Nicodemo non gli badava, e che forse, il ritornare di nuovo insiem con lui sul passato, avrebbe troppo accresciuto il suo dolore. Si ritirò dunque in silenzio, e per alcuni giorni non vi fu verso di far due parole con l’intagliatore. Chi non avesse, come Pippo, saputo la sua storia, l’avrebbe, secondo il solito, giudicato mentecatto o stravagante per folle ostentazione. Egli non era nè fu altro che un uomo il quale invece d’aspettar la morte accanto alla fossa d’una cara persona, l’aspettava, senza altra speranza, lavorando tacito e solitario. Un po’ d’affetto per quel giovine potè fargli dimenticare talvolta i suoi mesti proponimenti.