IV.
Il consiglio di maestro Nicodemo fu seguito da Pippo, e presto se ne trovò bene, perchè era lo stesso che secondare le inclinazioni della propria natura; ed anche le assuefazioni prese nell’infanzia gli giovarono molto. I suoi dipinti di paese copiati dal vero nei più bei luoghi dei contorni della città, piacquero ed ebbero smercio, ed egli incominciò a guadagnare. Allora in poco tempo apprese a disegnare sopra la pietra, e anche in quest’arte fece subito buon avanzamento.
Sopraggiunse intanto a sua madre un soccorso inaspettato. Quell’onesto merciajo che aveva preso la bottega, ed era entrato nelle ragioni del suo marito col darle in cambio un modico assegnamento giornaliero sua vita durante, morì lasciando ben provvista la propria famiglia, e facendo a favore della Carolina un legato di seicento scudi, fruttiferi al cinque per cento per sei anni, indi pagabili in due rate di semestre in semestre a lei od a’ suoi eredi. Il qual nuovo assegnamento, in aggiunta a quello del vitalizio, le assicurava una rendita di circa due lire il giorno, da poter meglio provvedere ai suoi bisogni. Figuratevi! le parve d’essere arricchita. S’era trovata a dover campare a stento sè e il figliuolo con pochi soldi, ed ora ecco che il figliuolo guadagnava, ed essa poteva mettere in serbo qualche avanzo di denaro per la vecchiaja, poteva preparare al figliuolo un rinfranco.[214] Non vi so dire quante benedizioni all’onesto merciajo!
Bensì le male lingue, al solito, non rispettarono la memoria di quell’uomo. Parecchi sapevano che il marito della Carolina era divenuto avaro e che faceva l’abominevole mercato dell’usura, e perciò supponevano che avesse dovuto lasciare morendo molti quattrini. Niuno sapeva in qual modo gli fosse stato rapito lo scrigno. Or dunque, secondo loro, il merciajo, sebbene nel prendere sopra di sè la bottega e la tutela degli interessi della Carolina fatto avesse ogni cosa in regola con l’assistenza d’un procuratore, doveva aver trovato in qualche ripostiglio della bottega chi sa che ricco bottino! e se l’era fatto suo senza veruno scrupolo. Se non che, in punto di morte, gli scrupoli e i rimorsi eran venuti: ed ecco che per andare all’altro mondo con la coscienza meno macchiata, aveva preso l’espediente di restituire alla vedova una parte almeno di quello che appartenuto le sarebbe. Costoro non rammentavano che il merciajo aveva saputo sempre condurre assai bene le proprie faccende, senza mai mettere in mezzo il suo prossimo; e che appena ebbe acquistato la bottega del tabaccajo le rese il credito, ebbe sempre molti avventori, e vi fece abbondanti guadagni. Ma lasciamoli dire. Fatto sta che il buon merciajo chiamò legataria la vedova di Giuseppe per sola carità di lei, carità gentilmente fatta in sembianza di gratitudine, chè questa appunto era la ragione del legato addotta nel testamento, col quale ei confessava che lo smercio della bottega di tabaccajo lo aveva molto avvantaggiato. Ma per disgrazia il più delle volte si stenta a credere che gli uomini possano nutrire generosi sentimenti ed essere capaci di buone azioni. Oh fossero meno frequenti le azioni malvagie quanto son vere le buone! Saranno; ma anche quanto rare in confronto delle altre!... E chi presume di conoscerle tutte? le più e le più belle rimangono occulte. La carità vera, la magnanimità vera, la virtù vera non vanno a dire a tutti: io ho fatto questo, io ho fatto quest’altro. Anche le malvagità occulte sono infinite, e in assai maggior numero, e spesso più inique delle palesi.... Sarà; ma che rimangano sempre occulte, come può avvenire delle opere buone, è per lo meno assai dubbio. Chi è che possa dire di non aver prima o poi, in un modo o nell’altro, pagato il fio delle sue colpe, e anche al cospetto degli uomini? Non sempre in un tribunale, non sempre in una carcere; ma davanti a qualcuno sempre, o almeno assai di rado davanti alla sola propria coscienza. E per questo il male, non solo è, ma assai più che veramente non sia, comparisce maggiore del bene, e accresce la diffidenza nei sospettosi, l’audacia nei malvagi la perfidia negl’ipocriti, lo scoraggiamento nei deboli. E noi badando più a querelarci dei colpevoli e a premunirci contro i male intenzionati che a migliorare noi stessi e prevenire gli errori di chi ha tanti incentivi, e massime l’ignoranza, il bisogno, la seduzione, per commetterli, facciamo di tutto perchè sempre più il vizio prevalga; come coloro che per paura, per egoismo o per pigrizia, invece di porgere soccorso, fuggono d’accanto alla casa del vicino se scoprono che in un de’ lati abbia preso fuoco, e poi dolorosamente si lagnano, e la negligenza del povero vicino maledicono, se il fuoco s’è appiccato anche alla casa loro. E siccome mi sta a cuore la riputazione di quel merciajo buon’anima, voglio dir qui a chi già non lo sapesse, e per non dimenticarmene dopo, che i tre assassini di Giuseppe, sebbene, com’essi dicevano, avessero acquistato la protezione del bargello e fossero divenuti ferri di bottega, tuttavia ne fecero tante altre, che fu giocoforza catturarli insieme con molti dei loro compagni; e i più andarono in galera, e alcuni in galera a vita; e tra questi il più scellerato, il quale quasi per vanto narrava come avesse punito Giuseppe dell’essersi sbrancato dalla sua comitiva, dopo aver fatto la vincita del lotto coi denari rubati. Ed ecco un’altra osservazione che poteva stare qui sopra; che, cioè, se non sempre la giustizia può colpire i malvagi, essi trovano il verso di punirsi tra di loro, e spesso assai più crudelmente che non farebbe un codice rigoroso. Già si sa: gl’iniqui sono amici.... ma non profaniamo questa parola.... sono collegati finchè hanno bisogno di reggersi l’un con l’altro per rubare, assassinare, opprimere, calunniare, e via discorrendo. Aspettate che quel bisogno finisca, o che uno soverchi l’altro, ecco la discordia, gli odj, le contese, le stragi; e tal sia di loro, purchè non ne patisca mai l’innocente pel reo! Oh! la fratellanza dei buoni, per fare il bene che ognuno da per sè non potrebbe, è pur bella e pacifica sempre e potente, e feconda di benefizi sempre maggiori!
Poichè la Carolina si fu trovata ad aver migliore stato, volle che Pippo facesse per sè solo quell’uso ch’ei credeva dei propri guadagni, potendosi ormai ripromettere ch’e’ non avrebbe sprecato il denaro in spese superflue, e molto meno in fomentar vizj, ma sì adoperato per avvantaggiarsi nell’arte. E infatti il giovane paesista, che aveva conosciuto per tempo quanto sia biasimevole e calamitoso il contegno di coloro i quali, incominciando per così dire, la propria educazione pubblica nei caffè, addivengono sciocchi e spensierati, dissipatori e libertini, s’era presto allontanato da’ male scelti compagni, e si governava con senno. Piacevagli il conversare con gli studenti, coi nuovi artisti, coi giovani d’ingegno, istruiti e bene educati, e l’avrebbe sovente fatto fosse anche nei caffè in mancanza d’altro luogo; ma di queste riunioni a modo suo, che sarebbero tanto utili tra i giovani per istruirsi, per consigliarsi, per migliorarsi a vicenda, o non ne trovava, o se di quando in quando se ne formavano, la durata ne era brevissima a cagione di qualche imprudente che vi suscitava contese e discordie. Nè eravi alcuno tra i primarj maestri che accogliesse nello studio o in casa i discepoli e i loro amici, e familiarmente conferendo con essi o dell’arte o degli studj che all’arte si riferiscono, s’ingegnasse di coltivare il loro intelletto, di accrescere la loro esperienza, di migliorare i costumi. Taluno avrebbe ambito vedersi attorno una corona di giovani, ma per esserne adulato e corteggiato; altri se ne stava sempre nascosto, quasi temesse che le sue parole, i concetti, i consigli, gli ammaestramenti potessero formare di quei giovani tanti emuli ansiosi d’oscurare la sua fama, di pensare e d’operare, per dir così, a spese sue; ovvero preferiva di farsi piaggiatore dei grandi e dei potenti, e umiliandosi in faccia a chi superbamente ostenta protezione e promette favori, s’alienava l’animo di chi avrebbe saputo meglio rispettare l’abilità e l’ingegno, e ricambiare con verace affetto di riconoscenza la familiarità generosa la quale se è usata verso animi gentili e riconoscenti, non sminuisce l’autorità del maestro provetto, ed anzi gli accresce merito e venerazione. In altri tempi, quando fiorivano artisti di grandissima vaglia i discepoli non erano così segregati dai maestri, ma sì e’ formavano tra loro quasi una famiglia, e studiavano e lavoravano insieme, senza sospetti, senza invidie, senza servilità, senza orgogli; e quelle erano scuole, non Accademie; di lì uscivano artisti veri, e opere degne di sopravvivere ai loro autori. Come mai da un branco di ragazzi appena curati da un maestro mediocre, posti per più anni davanti a pochi modelli per copiarli svogliatamente, chiassando tra loro, perdendo il rispetto ai maestri, consumando così male il fior dell’età, come potrebbero uscirne alcuni bene educati all’arte e bramosi d’esercitarla con decoro? E se poi quei giovani che pur sarebbero da natura disposti a operare abilmente, rimangono abbandonati a sè stessi, troppo raro è che non si guastino, e non divengano presuntuosi e frivoli, e non si lascino anche traviare dai cattivi costumi. Quelli poi che avrebbero bisogno di maggiori ajuti e che non li trovano, vanno perdendo il tempo, tradiscono le speranze della famiglia e della patria, e sono inetti o sventurati per tutta la vita.
Pippo, essendo per avventura scampato da questo pericolo, potè a poco a poco formarsi una buona riputazione; e approfittandosi del soccorso che gli veniva dall’affetto materno, si propose di fare alcuni viaggetti, intanto nel suo paese, per iscegliere i luoghi da ritrarre sulla tela e poi sulla pietra secondo il suggerimento di Nicodemo. Egli aveva già acquistato pratica e gusto nel bene scegliere le vedute da ricopiare; e poi le pitturava con diligenza, con grazia, con maestria di colorito, sicchè trovava smercio ai suoi quadri. Piaceva il concetto di dare a conoscere in quel modo ai cittadini le naturali bellezze del loro paese; e così Pippo s’andava formando riputazione d’abile paesista. Studiava poi continuamente la storia, e si preparava a condurre lavori d’assai maggiore importanza.
Una delle prime tra le sue gite più lunghe ei la fece in montagna; ed essendo robusto, avvezzo a vita attiva e frugale, gli riescì dilettevolissimo aggirarsi a piedi per quei luoghi alpestri, conversare coi buoni montanari suoi ospiti, e conoscere a fondo i loro costumi semplici e rozzi, vero modo per poterli meglio ritrarre. Più che altrove si trattenne Pippo nella casa d’un contadino montanaro, posta vicino a un grosso torrente, a boscaglie, a prati, a dirupi, a molte e svariate bellezze di terre colte e selvatiche. Probo, industrioso e cortese era quel montanaro, con poca famiglia, la moglie o la massaja, una figliuola di diciotto anni, due ragazzetti, un suo fratello e un garzone; tutti, a somiglianza del capoccia, onesti e amorevoli. Accolsero volentieri il giovine pittore, purchè si adattasse, come dicevano, a dormir male e a mangiare alla meglio. Pippo sapeva bene adattarvisi, mentre poi in quella casa era molta più nettezza che nelle altre, ed anco una certa abbondanza, la quale era meritata ricompensa della industria e della fatica. Avevano essi un bel branco di pecore e di capre ed alcune mucche, e per quei pascoli naturali delle praterie montanine ne ricavavano latte squisito, buoni caci, ed eccellenti ricotte e raveggiuoli. Il dolce frutto del castagno, il formentone, il grano; in certi solatii[215] la vigna e gli alveari; una boscaglia di querci per alimento dei majali; il pollame, e al bisogno la caccia e la pésca, provvedevano alla varietà e alla copia dei cibi. Il clima salubre, il lavoro, la pace domestica mantenevano l’appetito, la sanità, la contentezza dell’animo. Il capoccia era uomo di costumi patriarcali, severo pel mantenimento dell’ordine nel governo della famiglia e nelle faccende, infaticabile, risoluto, assennato; ma nel tempo stesso gioviale e affabile quand’era tempo di concedere riposo a sè ed agli altri, e di godersi a sobria mensa nella casa o sul campo i piaceri della famiglia. La massaja somigliava il marito, o s’era a poco a poco assuefatta a imitarlo; la figliuola era savia, bella, vispa, ingenua come i suoi fratellini, amorosa verso di tutti. Il suo zio era il vecchio di casa, e qual fratello maggiore del capoccia, a lui sarebbe appartenuto questo grado; ma poichè, quantunque fosse buono e robusto lavoratore, non aveva mente svegliata, nè accortezza pronta quanto il minore, così a lui cedeva l’autorità di comandare e d’amministrare. Nondimeno gli era sempre serbato il primo posto, e ognuno lo rispettava siccome anziano della famiglia; e da lui tutti dipendevano quando il capoccia si assentava da casa per andare ai mercati od altrove. Giovanni, il garzone, era con essi da molto tempo; aveva poco più di venti anni: bel giovine, pieno di vigorìa, d’ardore e d’abilità per le faccende campestri, sottomesso senza bassezza ai suoi superiori, prudente e virtuoso, ma per lo più malinconico e taciturno. Talvolta, in mezzo alla sua naturale e franca garbatezza, alla sua docilità sollecita in obbedire, alla sua schietta riconoscenza per l’amorevole contegno verso di lui di tutta la famiglia che ormai lo teneva propriamente per suocera sembrato sdegnoso, o burbero ed inquieto, quasi a fatica reprimesse qualche impeto di collera; e per due o tre giorni compariva allora più malinconico del consueto, e se ne stava più solitario. Della qual cosa accorgendosi gli altri, e credendo di non avergliene dato cagione, o non sapendola riconoscere, alquanto in sulle prime se ne affliggevano, ma poi si assuefecero a farne minor caso, attribuendo quegl’intervalli di malumore alla ricordanza delle sue passate disgrazie. Giovanni era stato levato in fasce dallo spedale degl’Innocenti; non conosceva i suoi genitori, e questa era la prima e la più grande delle sue disgrazie, poichè aveva animo da sentirne tutta la forza. Passò l’infanzia con una famiglia di campagnuoli della pianura, ma poco industriosi e alquanto guasti nei costumi, e perciò dissestati nelle faccende, spesso discordi fra loro, disamorati e qualche volta inumani. Lo avevano preso dall’ospizio degli orfanelli più con la speranza di cavarne guadagno che per bisogno che avessero d’ajuto pel podere. Infatti, dopochè in quella casa fu rilevato, e appena poteva camminare da sè, lo avvezzarono a chiedere l’elemosina ai viandanti sulla vicina strada maestra. E invero quella misera creatura, cresciuta fra lo stento e gli strapazzi, con luridi stracci attorno al corpo smunto e affamato, svegliava compassione e ribrezzo. Le sue lagrime nel raccomandarsi non erano finte come quelle d’un accattone adulto, ma pur troppo le spremeva il timore d’essere percosso, d’esser tenuto senza mangiare, o d’esser cacciato di casa un’intera notte invernale dai suoi crudeli padroni, se fosse tornato senza aver raccolto qualche soldo. Oh quante volte erasi ritrovato a dormire, o piuttosto a tremare tutta la notte dal freddo, standosi accovacciato a piè del pagliajo e accanto al casotto del cane da guardia! Sovente la perversità dei padroni lo ridusse a mal partito; e un giorno fra gli altri, per fuggire dalle mani di chi lo voleva percuotere, ruzzolò una scala, e rimase così gravemente ferito nel capo, che lo crederono morto. Risanò presto benchè gli avessero usato pochissima cura, e convennegli tornare alla medesima vita. Non molto dopo, correndo dietro a una carrozza di viaggiatori per chiedere l’elemosina, inciampò, cadde, rimase con una gamba sotto la ruota, e l’ebbe troncata in due luoghi. S’avvicinava la notte, e la strada maestra era poco frequentata. Lo sventurato fanciullo rimase lungo tempo senza soccorso, finchè accostandosi alla strada il cane da guardia, la sola creatura che gli fosse affezionata, lo trovò disteso in terra, fuori di sè dal dolore, e corse al padrone, e tanto fece mugolando e accennandogli di seguirlo, che lo condusse sul luogo della disgrazia. Nanni allora fu trasportato in casa, potete immaginarvi con quanto spasimo! Il padrone non volle che fosse condotto allo spedale, temendo che s’avesse a scoprire la vera cagione dell’accaduto; fu chiamato il medico con tutta segretezza, e questi prese a curarlo diligentemente e affettuosamente, ma non osò riferire ad alcuno ciò ch’ei sapeva degli strapazzi e dei pericoli a cui il fanciullo era esposto, perchè temeva la vendetta di quella gente. Peraltro ei seppe col tempo metter riparo a questa sua biasimevole debolezza, quando in ispecie si accòrse che i padroni di Nanni, non contenti di farne un accattone e di martoriarlo con tanta iniquità, lo costringevano ancora a commettere qualche furto sui campi e nelle case dei vicini. Anzi egli stesso lo sorprese mentre tentava di rubargli nell’orto; n’ebbe compassione, lo tenne celato due o tre giorni in casa sua, e poi lo mandò di soppiatto più lontano da certi suoi parenti. Questi erano amici d’Andrea: seppero ch’egli era per aver bisogno d’un garzoncello da mandare col branco delle pecore, gli parlarono di quello sfortunato ragazzo che già aveva intorno ai dieci o agli undici anni svelandogli francamente ogni cosa, e il buon Andrea non ebbe alcuna difficoltà a condurlo seco in montagna. Così Nanni fu salvato in tempo dal pericolo di divenire un malfattore. I suoi primi padroni, non lo vedendo più comparire, non s’arrischiarono a fame ricerca, per timore che si scoprissero i loro iniqui portamenti contro di lui; indi, non so con quali astute menzogne, poterono ingannare sul conto suo le persone che troppo leggermente avevano così male affidato quel meschinello, e fecero credere che fosse morto di malattia. Fatto è che Nanni in casa d’Andrea trovò misericordiosa assistenza, e quasi affetto di genitori. Il suo corpo, ricoperto di lividi e di sozzure, fu lavato da capo a piedi; gli diedero vesti rozze ma pulite; e prima di mandarlo con le pecore o di deputarlo ad altre faccende di maggior fatica, aspettarono ch’ei si fosse riavuto a quell’aria buona, con cibi sani e con le amorevolezze che tutti gli usavano. E in poco tempo sembrò rinato, s’invigorì, mostrossi di buona indole, riconoscente ai suoi benefattori, corretto delle male abitudini che aveva acquistato, e delle quali, benchè non fossero colpa sua, dolorosamente si vergognava. Perciò era ragionevole supporre che la malinconia e talvolta l’atrabile dipendessero ancora dai ricordi funesti di così travagliata infanzia. Ma col tempo vi s’aggiunse un’altra cagione segreta, e assai più forte di quella. Nello stesso modo che Andrea e la sua moglie lo avevano accolto, e lo tenevano come figliuolo, così la fanciulla Maddalena gli s’era affezionata con ingenuo e tenerissimo amor fraterno; e Nanni le corrispondeva, pensate voi con quanto ardore! La dolcezza dei modi, la semplicità, il candore, l’abbandono della vispa Maddalena a quel sentimento, svegliò sulle prime la riconoscenza del garzoncello; ma col crescere degli anni ei s’accòrse che questa si convertiva in amore di natura diversa dall’amor fraterno. La considerazione dello stato suo, del posto che aveva in quella casa e del bene che gli facevano continuamente, lo consigliava a tenersi guardingo, a reprimere una passione prepotente; e taceva e soffriva, ed era pronto a fuggire le occasioni che avessero a mettere a pericolosa prova la sua prudenza. E bene spesso gli era sembrato, o l’immaginazione glielo faceva credere, che la Maddalena sarebbe stata proclive a corrispondergli, con ingenuo abbandono, per naturale e innocente propensione a volergli bene più che a fratello; la qual cosa era per lui continuo alimento al soffocato amore, e gli suscitava nell’animo cotanta e sì fiera guerra di sentimenti, che talora, non potendo reggere a quel martirio, si proponeva di allontanarsi per sempre, piuttostochè trovarsi finalmente nel rischio di tradire la fiducia che i genitori della Maddalena riponevano nella sua saviezza. Nè crediate già che e’ non avessero preveduto i pericoli a cui poteva essere esposta la loro figliuola quando Nanni non fosse stato più ragazzo; ma veramente pareva loro di potersi fidare non solo nella onestà della fanciulla, bensì ancora in quella di Nanni; e poi sembrava che la loro intenzione non fosse per essere contraria agli effetti di un amore virtuoso e scambievole, quando Nanni avesse continuato a meritare la stima di tutti; mentre poi difficilmente avrebbero potuto rinvenire tra i vicini un giovine più abile di lui per tutte le faccende campestri e pel governo d’una famiglia. Nondimeno vegliavano attentamente sul contegno dei due giovani, ed aspettavano il tempo più opportuno a prendere qualche risoluzione. Per essi che in questa cosa procedevano con animo riposato, il tempo non passava nè troppo adagio nè troppo presto; ma a Nanni, inconsapevole dei loro disegni, sempre immerso in dolorose dubbiezze, ora i giorni parevan secoli, ora gli anni parevan giorni, e sempre rimaneva piuttosto oppresso dal timore che alquanto confortato dalla speranza. Oh! pur troppo, ricordandosi quanto fosse infelice per non avere un nome, una famiglia proprio sua, ei s’immaginava che per lui non vi potesse mai essere alcun bene sopra la terra, nemmeno quello della speranza, che è pure la sola consolazione degli sventurati!
L’arrivo di Pippo, una novità così rara per quei luoghi, pose propriamente in festa la famiglia; tanto più che Pippo era allegro e faceto, sapeva affiatarsi coi buoni montanari, e dava loro nel genio mostrandosi così affezionato ai costumi semplici, così riconoscente alle garbatezze che si studiavano di fargli, così innamorato di quei luoghi dei quali non si rifiniva di far gli elogi. I ragazzi, la fanciulla, il garzone non avevano mai visto pitturare, nè si sapevano persuadere come si potesse, a forza di colori e di pennelli, ritrarre in così piccolo spazio un gran tratto di paese, gli alberi, gli animali, le cascate del torrente, il cielo or sereno ed or burrascoso, e tutto in guisa da riconoscere a puntino qualunque luogo lor fosse più noto, cosicchè a fissarvi gli sguardi sembrasse vero e vasto quanto il vero, e animato dalla viva natura. Per essi pareva piuttosto prodigio che arte umana, e se fossero stati sciocchi superstiziosi, avrebbero creduto di vedere in Pippo nientemeno che un negromante. Ei fece, si può dire, in un batter d’occhio la veduta della casa che era pittoresca, e vi pose con bizzarri componimenti di figure tutta la famiglia ritratta dal vero, sicchè ognuno vi riconosceva gli altri e sè stesso, e lietamente se ne compiacevano. Pippo andava tutto il giorno ora qua ora là a ricavar vedute, a fare studj su per quei greppi, e la sera tornava a cena coi montanari, e li teneva sempre in gran festa. Nanni, a dir vero, si rallegrava meno facilmente degli altri, e non vedeva di buon occhio le cortesie di Pippo alla Maddalena, e lo pungevano le confidenze ch’ei si prendeva con lei con quella disinvolta e talora indiscreta franchezza di un giovine assuefatto a vedere i licenziosi costumi della capitale. Pippo s’accorse del mal’umore di Nanni, ne immaginò subito la cagione, e si propose, con biasimevole leggerezza, di divertirsi alle spalle del rozzo e timido amante. Venne la domenica, e dopo cena il vecchio di casa prese a suonare la sua zampogna. Era una serata bellissima; andarono tutti sull’aja: dopo alcun tempo, al suono della zampogna che l’eco e il venticello avea recato in lontananza, vennero alcuni altri montanari, uomini e donne. Solevano appunto le fanciulle radunarsi a veglia le domeniche in casa della Maddalena, della più leggiadra fra le montanine di quei contorni, e quella sera più volenterose vi accorsero per la curiosità di vedere il giovine e allegro pittore, del quale avevano già avuto contezza. Pippo all’arrivo di questa comitiva era acceso di giubbilo, e non gli parve vero che incominciasse la danza campestre. Ecco un altro quadro importante per lui; ma a dirla schietta ei pensava allora più al proprio diletto che all’arte. Si fece capo della festa; diede principio alla danza con la Maddalena; e in breve si dileguò dall’animo dei sopraggiunti quella specie di soggezione che sì negli uomini che nelle donne veniva dalla presenza del cittadino. Tutti gli s’affratellarono, e onestamente sollazzandosi fecero la più lieta veglia che mai fosse stata nel paese. Ma Nanni s’era presto e di nascosto allontanato dalla compagnia: Pippo se ne accorse; gli venne voglia di fare una qualche burla allo scontroso, e di porgere così nuova materia di divertimento alla brigata. Andò a cercarlo senza che altri se ne accorgesse, e lo trovò che pareva assorto in un sonno profondo. Il povero Nanni non aveva certamente volontà di dormire, ma s’era rintanato in quel modo, perchè sentiva di non poter godere come gli altri, e non sapeva fingere: dunque era meglio andar via. Nondimeno anche da lontano sentiva lo schiamazzo dei gaudenti, e quella gioja tanto contraria allo stato del suo animo gli faceva male. Allora appoggiando i gomiti alle ginocchia si chiuse gli orecchi, e trovandosi così solo, seduto, oppresso da un pensiero fastidioso, scontento di sè medesimo, era piuttosto fuori di sè pel dolore che addormentato. Comunque siasi, Pippo credè che dormisse, e non sapendo così all’improvviso quale altra burla immaginare, corse a prendere alcuni dei suoi pennelli, e gli dipinse sul volto come meglio potè una maschera grottesca e ridicola; poi ritornando alla festa incominciò a ricercare di Nanni come se solamente allora si fosse accorto della sua assenza, e lagnossene, e mandò a cercarlo. Subito alcuni entrarono in casa; allo strepito che fecero nel chiamarlo, Nanni si riscosse; lo videro, e lo condussero quasi a forza tra la comitiva. Finchè furono a poca luce non s’accorsero del ceffo che aveva; ma appena ebbero raggiunto gli altri, che quasi tutti s’erano ridotti nella cucina, ognuno sbigottì; poi conoscendo la burla si diedero a ridergli in faccia; e le beffe crescevano a vederlo immobile in mezzo alla stanza stupefatto di così strana accoglienza, e in forse del chiederne la ragione. Ma la Maddalena conobbe che la celia non poteva piacergli, e accostandosegli con una compagna che le teneva il braccio sul collo, gli sussurrò all’orecchio che andasse via, e si lavasse il viso perchè lo aveva conciato. Così fece il povero giovine, e lavandosi vide l’acqua tinta, e nel medesimo tempo da uno dei ragazzi gli fu narrato come la burla stata fosse una scappata del bizzarro pittore. Nanni aggrottò le ciglia traendo un sospiro sdegnoso, e non si fece più vedere a nessuno; andò nella stalla, com’era solito tutte le sere, per custodire il bestiame, e rimase colà finchè non fu posto fine alla veglia. Pippo a null’altro pensando che alla riuscita del suo scherzo, e al rimanente della veglia che avrebbe voluto potesse continuare fino a giorno come s’usa nelle città, non si curò più del giovine burlato, nè s’accorse che la Maddalena ne fosse rimasta afflitta. Infine il vecchio ripose la sua zampogna, i vicini tornarono alle loro case, e la famiglia d’Andrea si diede in braccio al riposo. Il pittore si pose a far fagotto perchè aveva destinato di partire il lunedì per un borgo vicino, dove voleva trattenersi tre o quattro giorni, e poi s’addormentò anch’egli senza indugio, da quanto era stanco. Gli ultimi a prender sonno furono la Maddalena, turbata ancora dal rincrescimento del brutto tiro che era stato fatto a Nanni, e Nanni medesimo che non si poteva così presto dimenticare le beffe avute per cagione della celia scortese, e che soprattutto ne era stato punto perchè si trovava in faccia alla Maddalena e ad altre fanciulle.
Pippo col sorgere del sole si pose il lunedì dopo in via per continuare il suo dilettevole pellegrinaggio, senza altro pensiero che quello di divertirsi e di studiare le frequenti bellezze naturali che gli s’offerivano allo sguardo.
Ritornò, come aveva promesso, sul finire della settimana alla casa d’Andrea, ma prima di giungervi fu colto da un temporale improvviso e fierissimo. Ebbe un dicatti[216] di ricoverarsi in una capanna da pastori, e dopo che si fu dissipata la burrasca riprese la strada. Giunse al torrente, e vide che il guado era assai malagevole per l’impetuosa piena delle acque, che trascinavano seco grosse pietre e tronchi d’alberi. Andò a cercare un varco meno pericoloso; ma essendo poco pratico dei luoghi e troppo ardito, si lanciò dov’era maggior rischio, non potè resistere alla forza della corrente che lo fece cadere, e scendendo di masso in masso, in procinto sempre di sfracellarsi, fu spinto sull’orlo di un pelago angusto ma profondo, ove le acque riversandosi e gorgogliando con grande impeto lo avrebbero fatto prestamente annegare, se Nanni, che lo aveva scòrto da un’altura vicina, non fosse accorso in tempo a soccorrerlo. L’animoso garzone si lanciò sopra un masso che sporgeva sul pelago, giunse ad afferrare con le robuste sue braccia il meschino che già aveva perduto i sensi, lo tirò fuori, e a gran fatica e con molto suo rischio lo condusse in salvo sopra la sponda, e poi di peso a casa. Le donne sbigottite lo credevano morto, ma tuttavia non messero tempo in mezzo per assisterlo, e con grande consolazione di tutti incominciò presto a dar segni di vita. La paura, i lividi delle percosse nelle pietre e il guasto della sua cassetta da dipingere e del fagotto di panni che aveva ad armacollo, furono i maggiori mali di questa avventura. Quando seppe chi era stato il suo generoso liberatore, volle abbracciarlo con tenera riconoscenza; e nella pienezza dell’affetto, ricordando la persona più cara che avesse sopra la terra, esclamava: — Tu ci hai fatto il maggiore dei benefizi; tu hai reso il figliuolo a una madre che è già stata tanto infelice, che non ha altra consolazione che l’amor mio! Io ti sono debitore di due vite; io t’amerò sempre più che fratello! — e Nanni si commoveva a quei trasporti di riconoscenza e d’affetto filiale. Ma, povero Nanni! quali tormentosi pensieri lo assalivano nel tempo stesso! Egli che non aveva conosciuto nè genitori nè parenti, che non aveva potuto dir mai mia madre a colei che veramente gli aveva dato la vita, che ignorava la dolcezza dei più cari affetti, che si vedeva condannato a non poterne godere giammai!
Quando Pippo fu migliorato di un forte raffreddore, conseguenza del bagno involontario nel torrente, si sollecitò a ritornare a casa sua, che già aveva indugiato troppo, e temeva con ragione che sua madre stesse in pensiero.
La dipartenza del giovine pittore da quella buona famiglia di montanari fu piena di tenerezza; ma Nanni non si faceva vedere; era sempre nel campo alle sue faccende, Pippo andò a cercarlo, e lo trovò malinconico più del solito; gli dimostrò nuovamente la sua riconoscenza, e dopo averlo abbracciato e baciato più volte, nello stringergli la mano per separarsi gli fece scorrere sulla palma alcune monete. Nanni allora infiammandosi a un tratto nel volto, ritraendosi con fremito furibondo, le lasciò cadere per terra, e si dileguò tra le siepi e i cespugli. Pippo rimase estatico e afflitto; conobbe d’aver offeso quell’anima sdegnosa, si ricordò e si pentì della burla fattagli in occasion della veglia, e corse tosto a pregare Andrea che facesse di tutto per riconciliarlo con lui, che s’interponesse affinchè si separassero da amici. Andrea che ben conosceva l’indole di Nanni, quand’ebbe saputo del denaro, disse al pittore che giudicava troppo difficile mansuefarlo così su due piedi; che bisognava aspettare ch’ei si sfogasse da sè medesimo, che si riprometteva di ricondurlo, ma col tempo, a sentimenti d’amicizia verso di lui. Che intanto partisse, e avrebbegli mandato scritto qualche cosa. Pippo dunque si pose in viaggio con molta afflizione per quello che di spiacevole eragli avvenuto in simile incontro, e con animo di tornar presto ad abbracciare il suo benefattore placato.