NOTE:

[1]. Cremona, nella stamp. Manini, un vol. in 8., di pag. 330.

[2]. Discorso recitato nell'apertura della Società Patriottica di Milano nel dicembre del 1778. — Ved. Atti della Società. t. I, p. 30.

[3]. Veggansi nella Raccolta degli Economisti Italiani le Notizie di Cesare Beccaria: Parte moderna, tom. XI, p. 3 e 4.

[4]. I nomi dei benemeriti cooperatori al detto Giornale, colla indicazione delle lettere iniziali con cui segnarono i loro articoli, sono i seguenti: A. Alessandro Verri — B. Baillon — C. Cesare Beccaria — F. Sebastiano Franci — G. Giuseppe Visconti — G. C. Giuseppe Colpani — L. Alfonso Longhi — NN. Luigi Lambertenghi — P. Pietro Verri — S. Pietro Secchi — X. Paolo Frisi.

Questo catalogo è stato stampato la prima volta da Lalande, nella Relazione del Viaggio ch'egli fece in Italia due anni dopo la cessazione di quel giornale. Veggasi Voyage d'un Français en Italie, edizione di Parigi, 1709, tom. I, pagina 374.

[5]. «La Ferma generale ha avuto principio nel 1750 per opera del generale Pallavicini, ministro plenipotenziario, il quale abolì i separati appalti delle Regalie del sale, tabacco, polvere ec., e, riunendole in un sol corpo, le affidò ad una compagnia di Bergamaschi, che avevano poco o nulla al mondo, ma che affrontarono arditamente la fortuna. Essi pagavano alla Camera cinque milioni all'anno, e ne ritraevano di netto prodotto sei milioni e mezzo, onde centomila annui zecchini ne avevano di profitto dal solo negozio. Dico dal solo negozio, perchè indirettamente poi essi avevano poste tali angarie alla filanda delle sete, che buona parte della raccolta de' bozzoli del paese cadeva nelle loro filande, che erano sparse nello Stato, e comparivano col nome di supposti proprietarii. Oltre di che essi ne ritraevano molti altri proventi incalcolabili; e così si fecero grandi e doviziosi». — Verri in una Memoria inedita.

[6]. Data da Vienna il 10 aprile 1764. — Sì questa che le altre lettere e documenti ufficiali, di cui si è fatto uso nelle presenti Notizie, esistono nell'Archivio nazionale di questa città.

[7]. Diploma del 17 dicembre 1765.

[8]. De' 29 novembre 1770.

[9]. Piano per la regia amministrazione delle Finanze, da cominciarsi l'anno 1771.

[10]. Veggasi il progetto della tariffa sopra accennato.

[11]. Verri, nel citato piano per la regia amministrazione delle Finanze.

[12]. Milano, presso Giuseppe Marelli, della Prefazione, pag. 10.

[13]. Economisti Italiani, parte moderna, cc., tom. XIII, pag. 8.

[14]. Prefazione ai Discorsi, dell'edizione di Milano, presso Marelli, 1781, pag. 8.

[15]. Non dispiacerà di vedere qui riferiti alcuni frammenti di questo diploma, anche per un saggio dello stile che allora si usava dalla Cancelleria Imperiale. Ivi si legge: Ex quo te propius cognoscere nobis licuit, non potuimus non propensa, quantum optimo cuique, favere tibi voluntate. Quæ enim duo hominen ad publica negotia tractanda maxime idoneum constituunt, ferax et acre ingenium, ac fervens ad agendum animus, non solum in te natura conjunxit, sed ea tu quoque copioso scientiarum ac eruditionis apparatu, atque indefessa esercitatione ad actionem reddidisti expeditissima...... Propterea, ut primum tu in patria tua ad rerum publicarum procurationem nobis jubentibus accessisti, luculenter illico apparuit ministrum te fore amplissimum, cujus opera in restauranda, quod tum admodum agitabamus, et novis institutis ordinanda provinciae aeconomia uteremur... Neque tu in his expectationi nostrae minus fecisti satis vigilantia, consiglio, integritate; imo, quod precipuum est, exploratis industriae privatae arcanis, quibus vectigalium conductores uti solent, et comparata tibi necessaria ad illorum exactiones dirigendas experientia, viam quodammodo stravisti, quo facilius tua intercedente opera effectui dari posset, quo propositum habebamus consilium, universam videlicet Mediolanensi provinciae reddituum administrationem ad nostros, cum primum fieri posset, magistratus revocandi. Id quod citius, ac sperare pronum erat... perfectum est.

[16]. Lettera del principe Kaunitz al ministro plenipotenziario conte di Firmian, dei 21 luglio 1776. — La Società Patriotica era stata istituita sulle basi più liberali. La gran mente dell'immortale ministro di Stato di Maria Teresa era persuasa che un troppo immediato intervento dell'autorità sovrana assidera sovente il vigore de' corpi accademici, per una soverchia soggezione. Perciò ebbe cura che nel piano d'istituzione vi fosse per modo mascherata l'influenza del governo, che vi riuscisse impercettibile. La sua scrupolosa attenzione su quest'oggetto apparrà maggiormente dal seguente paragrafo di una sua lettera degli 11 settembre 1777: «Osservo, dice egli, che il Griselini, nella sua relazione sul libro del Cattaneo, si qualifica come segretario della regia Società Patriotica. Avendo S. M. voluto fare un dono alla nazione di ciò che riguarda la dote per questo stabilimento, ha anche con eguale generosità abdicata da sè qualunque superiorità o vestigio di essa; onde converrà avvertire i conservatori che in ogni occasione, anche dai subalterni, facciano solo annunziare la Società senza qualificarla come regia». Grandi furono i servigi prestati dalla Società Patriotica nei diciotto anni di sua esistenza. Ma tra le infinite e per sempre deplorabili sciagure, cui soggiacque l'Italia dopo il 1796, non è tra l'ultime la cessazione di tutte le società economiche che in essa fiorivano. Questo danno sarebbe pur facilmente riparabile; e già da circa tre anni la Società de Georgofili di Firenze e quella d'Agricoltura di Torino hanno riprese le loro funzioni: e quando vi penseremo noi?

[17]. Nel Postscriptum alla lettera dei 30 marzo 1778 al ministro plenipotenziario.

[18]. Ne esiste pure un cenno in uno di que' celebri almanacchi (Il mal di milza) che per una filosofica celia aveva in quell'anno appunto pubblicati. Egli, sotto forma di un indovinello, vi fa così parlar la tortura: «Io sono una regina, ed abito fra gli sgherri; purgo chi è macchiato, e macchio chi non è macchiato; son creduta necessaria per conoscere la verità, e non si crede a quello che si dice per opera mia. I robusti trovano in me salute, e i deboli trovano in me la rovina. Le nazioni colte non si sono servite di me: il mio impero è nato ne' tempi delle tenebre; il mio dominio non è fondato sulle leggi, ma sulle opinioni di alcuni privati». Si potea forse esprimersi con maggior precisione in così brevi termini?

[19]. Il principe Kaunitz, che non si lasciava sfuggire alcuna occasione per insinuare delle idee utili, nell'annunziare al ministro plenipotenziario la ricevuta di alcuni esemplari di quest'opera, si esprime come segue: «Io non dubito che l'opera avrà tutto quel merito che si può sperare dall'erudizione dell'autore, guidato da uno spirito filosofico e superiore alla maniera di pensare comune a' compilatori di simili storie, per lo più privi di sana critica. L'edizione è assai elegante, e mi fa sperare che l'arte tipografica possa successivamente ritornare in Milano a quel grado di credito in cui era nella prima metà di questo secolo, e da cui è decaduta». P. S. alla lettura 4 settembre 1783.

[20]. Un cenno di queste stesse riflessioni si è già da me fatto nelle Notizie di Cesare Beccaria. Se in questo oggetto si imitasse il generoso esempio del signor Wilberforce, che si è assunto di rinnovare ogni anno instancabilmente nel parlamento d'Inghilterra la sua proposizione per la libertà dei Negri, chi sa che una volta, o per persuasione o per tedio, si riuscisse nell'intento!

[21]. Veggasi la nota in fine del cap. XXIII, pag. 208 del tom. II.

[22]. Essa è detta da Pietro Verri «tragedia di sentimenti grandi, arditi e liberi; piena di lezioni utili ai principi, utili ai sudditi; che ci rappresenta la tirannia co' suoi tratti odiosi, il fanatismo pericoloso, quand'anche nasca da nobili principii; che interessa e sviluppa un'azione che è la sola della nostra storia posta sul teatro, e la presenta col costume de' tempi; tragedia che sgomenta le anime gracili e scuote deliziosamente le energiche».

[23]. Dopo l'epoca in cui furono scritte queste Notizie, morirono tanto Carlo che Alessandro.

[24]. Parte II, pag. 148, edizione prima di Milano, 1796.

[25]. Meditazioni sull'economia politica, § XXIV in fine. — Si noti che la prima edizione di quest'opera è del 1771.

[26]. Memoria della vita e degli studii di Paolo Frisi, pagina 17.

[27]. I Galli... sbaragliati i Toschi non lungi dal Ticino, avendo udito che il paese in cui si erano fermati si chiamava degli Insubri, nome pure di borgata degli Edui, cogliendo l'augurio del luogo, fabbricarono una città, e la chiamarono Mediolano.

[28]. Livio, lib. V, cap. XIX.

[29]. Sul passaggio de' Galli in Italia questo ci venne riportato.

[30]. Quella nazione dicesi aver passate le Alpi.

[31]. Ant. It. Med. Æv., diss. XXI.

[32]. Tanti cadaveri di città semi-distrutte.

[33]. Rer. Italic. Script., tom II, pag. 691.

[34]. Il suolo della città modonese, occupato enormemente dall'eccessivo straripamento dell'acque, dai ruscelli che scorrono all'intorno e dagli stagni che straboccano dalle paludi, si vede ancora essere deserto per la fuga degli abitanti. Laonde anche oggidì si mostra una congerie di pietre d'ogni maniera, e veggonsi sassi di grande volume, attissimi un tempo alla costruzione di eccelsi edifizi, ora, come dicemmo, sommersi dalla frequente inondazione delle acque.

[35]. Vitr., lib. 1, cap. 4. — Strab., lib. 5.

[36].

Alle mura dai Galli edificate,

Che pelle ostentan di lanuta troia.

[37].

Che da lanuta troia il nome tragge.

[38]. Una città grandissima delle Gallie e popolatissima, nominano Milano. Questa i Galli Cisalpini tengono per loro capitale.

[39]. Plutarc., Vit. Marcelli.

[40]. Recaronsi a Milano, città principale degl'Insubri; Cornelio, impadronito essendosi della città, che oltremodo piena era di frumento e di ogni genere di vettovaglie, insiegue i Galli.

[41]. Polip. Histor., lib. 2.

[42]. Questo monastero più non esiste.

[43]. Lib. 3, cap. 2.

[44]. Quale e quanto grande fosse la gioia conceputa per l'una e per l'altra vittoria, può da questo raccogliersi, che e Domizio Enobarbo e Fabio Massimo nei luoghi stessi nei quali pugnato avevano, eressero torri di pietra, sopra vi piantarono trofei ornati delle armi nemiche.

[45]. Cronica di Vincenzo Canonico di Praga.

[46]. Monumenti storici della Boemia, non mai in addietro pubblicati. Praga.

[47]. Torre fortissima e grandissima, di solidissima costruzione marmorea, che nominavasi Arco romano.

[48]. Tom. I, pag. 18.

[49]. Isaaci Casauboni Animad. in Svet., lib. I, pag. 52, num. 17, ed. Paris, 1610; et Plutarc. in Vit. Caesar: invitatus Mediolani ad coenam, hospite Valerio Leone, qui asparagum apposuerat, atque olei loco infuderat unguentum, ipse simpliciter comedit, et indignantes increpavit amicos. Satis enim, inquid, abstinere iis a quibus abhorrebatis: nunc eam rusticitatem qui deprehendit, ipse est rusticus.

(In Milano, ospite essendo di Valerio Leone, e avendogli costui messi innanzi a cena degli asparagi, sopra i quali sparso eravi unguento in vece di olio, egli ne mangiò senza farne caso veruno, e sgridò gli amici suoi che se ne mostravano disgustati: «Imperocchè bastava, disse, che ve ne foste astenuti, se non vi piacevano; ma ben rustico è chi biasima una tale rusticità»).

[50]. Statua ejus aenea fuit Mediolani (scilicet statua Bruti) in Gallia Cisalpina posita. Hanc, quae imaginem ejus bene repraesentabat, et erat artificiose facta, ut post vidit, Caesar praeteriit: mox subsistens, compluribus audientibus vocavit magistratus, civitatem eorum ferens sibi compertum esse foedus pacis rupisse, quod hostem suum apud se haberet. Ac primum sane negaverant, et quemnam significaret ambigentes, intuebantur se mutuo. Ut vero conversus Caesar ad statuam, contracta fronte, nonne, inquit, hic stat hostis noster? multo illi magis perculsi obmutuere. At Caesar arridens laudavit Gallos, quod amicis essent etiam in adversis rebus stabiles, praecepitque ne statua loco moveretur. Plutarc. in Vit. Bruti, in fine.

(Eravi una di lui statua (di Bruto) di bronzo, eretta in Milano, città della Gallia Cisalpina; e in progresso di tempo veduta avendo Cesare una tale statua, che ben somigliava a quel personaggio, e leggiadramente lavorata era, passò oltre, indi fermatosi, mandò chiamando i magistrati, e lor disse, alla presenza di molti che udironlo, ch'egli trovato aveva essersi rotte dalla città loro le convenzioni di pace, tenendo essa dentro di sè un suo nemico. Da principio adunque, com'era ben convenevole, negaron essi la cosa; e non sapendo di cui egl'intendesse, si guardavan l'un l'altro. Rivoltatosi però Cesare verso la statua e facendo ceffo: «E che! disse, non è qui posto costui che è mio nemico?» E coloro, vie maggiormente sbigottiti, si tacquero. Ma egli, allor sorridendo lodolli, siccome quelli che tuttavia costanti e fedeli erano ai loro amici, quantunque caduti in avverse fortune; e comandò che lasciata fosse la statua in quel luogo medesimo).

[51]. I superbi edifici di Roma ed altre città, ed in particolare Cartagine, Milano e Nicomedia, adorne di nuove ed eleganti mura.

[52]. Così crede che si chiamasse quella di Sant'Eufemia il signor conte Giulini.

[53].

«Milano ancor di maraviglia degno

Tutto presenta: Universal dovizia;

Ben ornate le case, innumerevoli;

Pronti e facondi son gli umani ingegni,

Antichi e venerabili i costumi;

Con doppio ordin di muro anco ingrandito

Vedi il recinto, e popolar diletto

Formano il circo, e co' suoi gradi in giro

D'ampio teatro la racchiusa mole;

Sorgono templi e palatine rôcche,

E opulenta officina di monete,

E delle terme la region, cui fama

Crebbe ed onore per l'Erculeo nome,

E di scolpiti marmi intorno adorni

I peristili tutti, e in vasto cerchio

Quasi un campo a formar stese le mura;

Tutto è sublime, ed emular le forme

Delle grand'opre sembra, e non temere,

Vicina ancora, il paragon di Roma».

[54]. Maravigliose tutte.

[55]. Della fusione dei metalli.

[56]. Affinchè dessimo ai cristiani ed a tutti libero potere di seguire quella religione che ciascuno volesse.

[57]. Lactantius, de Moribus persecutorum, cap. 48.

[58]. Muratori, Anecdota, t. I, pag. 223. Impress. Mediol., 1697.

[59]. Bingam., Orig. Eccles., lib. IX, cap. I, § 5 e 6. — Dupin, de Antiq. Eccles. disciplin., diss. I, § 6. — Giannone, Storia del regno di Napoli, lib. II, cap. VIII.

[60]. Ai sacerdoti ed al clero milanese.

[61]. Siccome tuttavia il fine a cui tende l'antica mia deliberazione è che alcuna persona mescolarsi non debba nello assumere l'incarico della cura pastorale, colle orazioni io secondo la vostra elezione.

[62]. S. Gregorii papae I cognomento Magni opera omnia. Venetiis, 1744, tom. 2, col 644 G.

[63]. Perciocchè poi ponete mente alla esazione del patrimonio della provincia di Sicilia, di diritto della Chiesa santa, alla quale, per divina autorità, presiedete.... per ciò è duopo che la santità vostra istituisca una persona a trattare questo negozio, colla quale la Chiesa romana possa solidamente conchiudere qualche cosa.

[64]. Lib. I, Epist. 82. S. Greg., Operum., tom. 2, col. 565.

[65]. Al reverendissimo e santissimo confratello Ansperto, arcivescovo milanese.

[66]. Troppo imperiti mostraronsi alcuni interpreti dicendo: Perì questa città, rovinata è la chiesa, non vi ha più ragione alcuna di vivere. Anzi havvi motivo di vivere più giustamente e più santamente, perchè Dio onnipotente, che con grande pietà queste cose dispone, non diede già in mano ai nemici la città che in voi consiste, ma le sole abitazioni; nè la chiesa sua, che è veramente la chiesa, lasciò che consumata fosse dall'incendio, ma affine di correggerci permise che abbruciato fosse il ricettacolo della chiesa.... Perciocchè, dopo quella ruina tanto grande e lagrimevole, ecco il sommo suo sacerdote salvo rimane, intatto il clero; e la plebe stessa, sebbene viva in continuo timore e mesta, conserva la libertà... Non perimmo noi stessi, ma quelle cose che nostre sembravano, e che o il predatore rapì o il ferro o il fuoco consumò... Conciossiachè, rotte le mura innanzi ai nemici armati e vigorosi, i popoli inermi... fuggirono... Consoliamoci adunque, o fratelli, nè tanto poi sospiriamo le case distrutte, giacchè vediamo la riparazione delle case riserbata ne' loro padroni... Il Signore adunque temperò verso di noi la sua vendetta, cosicchè, diroccata la città, devastate le campagne, sminuiti gli averi, nè le anime nostre, nè i nostri corpi furono offesi... E per ciò non dubitiamo che o noi o i nostri posteri Dio non possa riparare delle cose perdute.

[67]. Si ricorda essere stata la presente opera pubblicata nel 1783.

[68]. De bello Gothico, lib. II, cap. 21.

[69]. Ricevette Agilolfo, che era cognato del re Autari, cominciando il mese di novembre l'esercizio della regia dignità. Ma pure, congregati essendo da poi i Longobardi in assemblea nel mese di maggio, da tutti, presso Milano, fu innalzato al regno.

[70]. Lib. 3, cap. ultimo.

[71]. Adunque nella state seguente, nel mese di luglio, fu innalzato Adaloaldo re sopra i Longobardi, presso Milano, nel circo, alla presenza del padre suo il re Agilulfo, coll'assistenza dei legati di Teodeberto, re dei Franchi.

[72]. Lib. 4, cap. 31.

[73]. Abitano la Germania situata intorno al Reno, dalla prima parte settentrionale i Brusacteri, detti piccioli, ed i Sicambri, gli Oqueni, i Longobardi.

[74]. La parte interna e la mediterranea occupano principalmente gli Svevi Angli, i quali più orientali sono dei Longobardi.

[75]. La scarsezza dei Longobardi forma la loro nobiltà, perchè circondati da moltissime e valorosissime nazioni, non per mezzo di ossequio si mantengono sicuri, ma bensì colle pugne e coi pericoli.

[76]. Ristorato dalle forze dei Longobardi, con varietà di lieta e di avversa fortuna contro i Cheruschi guerreggiava.

[77]. Giulini, tom. I, pag. 228, tom. 2, pag. 383.

[78]. Giulini, tom. 1, pag. 396.

[79]. Detto, tom. 2, pag. 171.

[80]. Giulini, tom. 4, pag. 364.

[81]. Sormani, Passeggi, tom. 2, pag. 20.

[82]. Giulini, tom. 2, pag. 416.

[83]. Detto, tom. 3, pag. 499.

[84]. Detto, tom. 3, pag. 228.

[85]. Detto, tom. 3, pag. 346.

[86]. Detto, tom. I, pag. 388.

[87]. Giulini tom. 2. pag. 361.

[88]. Per la eccessiva scarsezza degli abitanti.

[89]. Landulph. Senior., lib. 2, cap. 26.

[90]. Giulini, tom. 2, pag. 322.

[91]. Detto, tom. 5, pag. 442.

[92]. Detto, tom. 2, pag. 439.

[93]. Dove è da sapersi che la città di Milano, per le molte distruzioni, non era internamente fabbricata con case murate, ma per la maggior parte composte di paglia e di graticci. Laonde se il fuoco ad una casa appiccavasi, tutta la città si abbruciava.

[94]. Giulini, tom. 4, pag. 144.

[95]. Arnulph., lib. 4, cap. 8.

[96]. Landulph. Junior., cap. 8.

[97]. Giulini, tom. 4, pag. 510.

[98]. Che si è professato di vivere secondo la legge dei Romani.

Che si reputa vivere secondo la legge de' Longobardi.

Che mi sono professato, per la mia nazione, di vivere secondo la legge Salica.

[99]. Giulini, tom. I, pag. 430.

[100]. Noi Alberico conte nel Placito pubblico per amministrare a ciascuno la giustizia.

[101]. Giulini, tom. I, pag. 307.

[102]. Giulini, tom. I, pag. 356.

[103]. «Mantenitor del voto, in voler fermo».

[104]. Giulini, tom. I, pag. 381.

[105]. Detto, tom. I, pag. 383 e seg.

[106]. Quello tra i cardinali preti diaconi o sarà trovato più degno, coll'aiuto di Cristo, all'onore dell'arcivescovado promuovessero.

[107]. Giulini, tom. I, pag. 385 e 411.

[108]. Pienamente e ad evidenza intendiamo, come tu con fedele devozione, e con tutto lo sforzo della mente, per il pristino stato e vigore, e per lo ristoramento della santa Chiesa milanese, tre volte e quattro sei rimasto devoto e zelante nell'ossequio di Ansperto reverendissimo tuo arcivescovo e confratello nostro e ad esso nelle cose tutte fedelissimo.

[109]. Giulini, tom. I, pag. 419.

[110]. Giulini, tom. 2, pag. 61.

[111]. Liutprand., lib. I, cap. 22.

[112]. Rer. Italic., tom. 2, part. II, Chron. Novaliciense.

[113]. Vegnendo noi a Pavia nel sacro palazzo, ed ivi fatta nella persona nostra la elezione, colla grazia di Dio onnipotente, da tutti i vescovi, marchesi, conti e da tutti gli ordini di persone tanto maggiori che inferiori.

[114]. Antiquit. Medii Ævi, tom. I, pag. 87.

[115]. Nel palazzo di Pavia, che è la capitale del nostro regno.

[116]. Antiquit. Medii Ævi, tom. I, pag. 779.

[117]. Liutprand., lib. 2, cap. 15.

[118]. Giulini, tom. 2, pag. 153.

[119]. Dissert. Med. Æv., tom. VI, pag. 325.

[120]. Tom. 2, pag. 163.

[121]. Giulini, tom. 2, pag. 267.

[122]. Che egli voleva in quel luogo costruire una fortezza, colla quale, non solo i Milanesi, ma molti principi d'Italia altresì avrebbe saputo tenere in freno.

[123]. Luitprand., lib. 3, cap. 4.

[124]. Gli concedette di poter cacciare il cervo nel suo parco, il che mai accordato non aveva alcuno se non se ai carissimi ed illustri suoi amici.

[125]. Mentre presso le mura della città cavalcava.

[126]. Nella propria lingua, cioè nella teutonica, così parlò ai seguaci suoi: Io non sono Burcardo, se non faccio che gli Italiesi tutti si servano di un solo sperone, e per cavalcatura si valgano di cavalle pregne o deformi. Punto non curo la solidità o l'altezza di quel muro; giacchè, col solo gettare la mia lancia, morti precipiterò dal baluardo i nemici.

[127]. Venne a Pavia e col consentimento di tutti assunse il regno.

[128]. Liutprand., lib. 3, cap. 5.

[129]. Ugone e Lotario regi.

[130]. Liutprand. lib. 4, cap. 6. — Arnulph., lib. I, cap. 1 et 2, in Rer. Ital. Script., tom. 4.

[131]. Giulini, tom. 2, pag. 208.

[132]. Liutprand., lib. V, cap. 4 e seg.

[133]. Tristani Calchi, Hist. Patr., lib. I, pag. 18. — Alciati, lib. II, pag. 125.

[134]. Mentre nel nome di Dio, nella città di Pisa, alla corte dei signori re, dove il signor Ugone e Lotario gloriosissimi ai re presiedevano, sotto le viti, là dove topia (pergola) si chiama, entro la corte medesima, ec.

[135]. Muratori, Antiq. Med. Ævii, tom. I, pag. 953.

[136]. Mentre nel nome di Dio, al monastero del santo e confessore di Cristo, Ambrogio, ove sepolto riposa il di lui corpo, ove il sig. Lamberto, piissimo imperatore, presedeva, in una casa della stessa santa chiesa milanese, in una lobia (terrazzo, anzichè portico, come interpreta il Du Cange) della casa medesima, sedeva a giudicare Amedeo, conte del palazzo, insieme con Landolfo, nominato arcivescovo, affine di amministrare a tutti giustizia e deliberare, ec.

[137]. Giulini, tom. II, pag. 473.

[138]. Nel nome di Dio, essendo che nella città di Milano, nella corte del ducato, entro la lobia della stessa corte sedeva a giudicare Magnifredo, conte del palazzo, e conte dello stesso contado milanese, per amministrare giustizia a ciascuno, risedendo con esso Rotcherio, visconte della stessa città, ec.

[139]. Giulini, tom. II, pag. 469.

[140]. Confermo che tutti i miei servi e le mie ancelle siano Aldioni, ed appartenga la loro brigata (mundium) allo stesso ospedale, ricevendo essi un soldo per testa ciascuno, siano maschi o femmine; e così voglio pure che quegli uomini miei che consueti sono, col vitto giornaliero, a prestarmi le opere loro, stabilisco che qualora lavori debbano eseguirsi, compiano i detti lavori, ricevendo il vitto dallo stesso ospedale.

[141]. Questo ospedale sia diretto e governato da Warimberto, umile diacono dall'ordine della santa chiesa milanese, nepote mio e figlio della buona memoria di Ariberto di Besana ne' giorni della sua vita.

[142]. Giulini, tom. II, pag. 110.

[143]. Da coerenza a questa da due parti tenente Ursone, e così pure l'isola comense, dalla terza parte il podere di San Vittore di Missaglia, dalla quarta il podere di San Pietro di Civate.

[144]. Giulini, tom. II, pag. 199.

[145]. Giulini, tom. I, pag. 366 e 471.

[146]. Giulini, tom. I, pag. 72.

[147]. Sembra questo in contraddizione con quanto si è asserito; cioè che quando il genere umano fu più tormentato, gl'ingegni si sono riscossi, e ne è nata la coltura e la felicità. Ma la apparente contraddizione scompare, considerando che l'ignoranza produce la ferocia e l'infelicità, e queste, giunte a un determinato grado, scuotono gl'ingegni, tolgono il torpore e richiamano la sapienza; quindi tutto si anima e risorge; quindi spunta la felicità, nella quale nuovamente il genere umano diviene inerte, e successivamente ignorante, feroce e misero. Tale è la vicenda per cui circola e circolerà sempre la storia delle nazioni. Il male nasce dal bene, e il bene dal male.

[148]. Landulph. Senior., lib. II, cap. 10; Rer. Ital., tom. IV. — L'anno 1440, il cardinale Branda Castiglione, signore accreditatissimo, avendo sottratti i rituali ambrosiani per introdurre il rito romano, corse pericolo della vita. Il popolo attorniò il suo palazzo; egli fu costretto a gettare dalle finestre i libri ambrosiani, e finchè visse, non s'arrischiò a porre mai più il piede in Milano.

[149]. Tom. II, pag. 151.

[150]. Landulph. Sen., lib. I, cap. 9.

[151]. Debbono dunque essere istruiti i laici, affinchè nelle case loro debbano con fervore celebrarsi i divini misteri, il che è assai lodevole; siano però i misteri trattati da coloro che dai vescovi siano stati esaminati, e si approvano allorchè sono dagli ordinatori loro accompagnati con lettere commendatizie, mentre per avventura debbono recarsi in terre straniere. Se adunque si trovano sprezzatori dei canoni, che straordinariamente cd illecitamente esercitino il ministero e che ardiscano violare sacramentalmente le cose divine, siano da prima gli uni e gli altri dal vescovo rimossi, tanto cioè il cherico o il sacerdote errante, quanto quello che con usurpazione si appropria il di lui ufficio; e qualora non vogliano da questa temerità trattenersi, siano scomunicati.

[152]. Canon. XVIII. Synod. Regiaticini ann. 850 regnantib. piissim. Augg. Hlotario ac Hlodovico. Lubbei Concilior., tom. IX, pag. 1071. Edit. Venet. 1782, Albrizzi e Coleti.

[153]. Leo Hostiens., lib. II, cap. ultimo.

[154]. Giulini, tom. II, pag. 244.

[155]. Giulini, tom. II, pag. 280.

[156]. Intanto, celebrando Valperto i divini misteri, con molti vescovi circostanti, il re tutte le regali insegne, la lancia, nella quale chiuso era un chiodo di N. S. e la spada reale, la bipenne, il cingolo, la clamide imperiale e tutte le regie vesti depose sull'altare di Sant'Ambrogio.... Valperto, magnanimo arcivescovo, di tutti gli abiti reali, col manipolo di suddiacono, sovrimposta al capo la corona, astanti tutti i suffraganei di Sant'Ambrogio e molti duchi e marchesi, con maraviglioso decoro rivestì ed unse Ottone re, acclamato e in tutti i modi confermato.

[157]. Landulph. Sen., lib. II, cap. 26.

[158]. Soggiogati avendo i Milanesi, rinnovò la loro moneta, e anche in oggi quelle monete chiamansi Ottelini.

[159]. Goldast. Chatol. rei Monet., tit. 48.

[160]. L'arcivescovo, scortato da una grande squadra di soldati, che ornati erano di pelli di martori, di zimbellini, o con pellicce di vaio e di armellino, delle quali cose fornito lo aveva maravigliosamente l'imperatore.

[161]. Ornato delle vesti episcopali, colla stola, senza la quale non costumò giammai di trovarsi fuori o nella città, qualunque fosse il negozio che interveniva o che lo turbava..... e dallo stesso mirabile monarca con grande onorificenza ricevuto, si trattenne in conversazione, siccome al vescovo conveniva.

[162]. Giulini, tom. III, pag. 23.

[163]. Detto, tom. III, pag. 24.

[164]. Per amore del santissimo vescovo Ambrogio.

[165]. Giulini, tom. III, pag. 151.

[166]. Arcivescovo della santa chiesa milanese.

[167]. Tom. III, pag. 153.

[168]. Giulini, tom. III, pag. 183.

[169]. Detto, tom. III, pag. 217.

[170]. La società evitando de' suoi pari, Eriberto, nonostante il malcontento loro e la loro ripugnanza, recossi nella Germania, risoluto di eleggervi ei solo un re teutonico.

[171]. Rer. Italic. Scriptor., tom. IX, pag. 14.

[172]. Egli stesso ricevuto lo avrebbe e con tutti i suoi, signore e re pubblicamente acclamato e tosto coronato lo avrebbe.

[173]. Oltre molti donativi il vescovado di Lodi, affinchè, siccome consacrato aveva il vescovo, così pure lo investisse.

[174]. Sicuro di ogni cosa ritornando, tutta colle sue ambascerie sovvertì l'Italia, altri coi fatti, altri colle speranze tenendosi benevoli.

[175]. Giulini, tom. III, pag. 197.

[176]. Arnulph., cap. 7, e Giulini, tom. III, pag. 211.

[177]. Glaber. Rodulph., lib. 4, cap. 2.

[178]. Landulph. Sen., lib. 2, cap. 27.

[179]. Giulini, tom. III, pag. 219.

[180]. Tom. III, pag. 222. Riferisco le parole d'un autore dei nostri giorni anzi che quelle di Landolfo, contemporaneo, perchè il lettore si appaghi essere il fatto non controverso, ma accordato da un illustre erudito e da un Guelfo.

[181]. Contro il volere d'Ariberto.

[182]. A tale feccia di costumi, peggiorando giornalmente da sè stesso, si riduce il mondo che non solo giace dallo stato suo decaduto qualunque ordine di laica o ecclesiastica condizione, ma languisce ancora la stessa monastica disciplina, dalla consueta perfezione della sua elevazione piegata, direi quasi, al suolo. Perì il pudore, svanì l'onestà, cadde la religione, e, quasi in un drappello raccolta, andò lontana la turba di tutte le sante virtù.

[183]. Muratori, Dissert. Med. Æv., tom. X, pag. 65.

[184]. Lib. 2, cap. 8.

[185]. Arnulph., lib. I, cap. 10. — Flam. Manip. flor., cap. 141.

[186]. Fornita di grandissima quantità di popolo.

[187]. Giulini, tom. III, pag. 327.

[188]. Giulini, tom. III, pag. 334.

[189]. Convocati i sacerdoti e i diaconi, con somma devozione assunta avendo la penitenza di tutti i peccati, e fatta alla presenza di tutti la sua confessione e l'assoluzione dai sacerdoti ottenuta coll'imposizione delle mani, cooperando lo Spirito Santo, con umiltà e devozione la santa Eucaristia ricevette.

[190]. Landulph. Sen., lib. 2, cap. 32.

[191]. Giulini, tom. III, pag. 411.

[192]. Giulini, tom. III, pag. 422.

[193]. Inoltre l'arcivescovo di Milano, per autorità imperiale godeva alcune altre rendite cospicue: sulle strade regie, da qualunque parte del contado si uscisse, avea un pedaggio, e qualunque volta entrava uno straniero a cavallo, o in cocchio o a piedi, pagava il censo al gabelliere dell'arcivescovo, o piuttosto ad innumerabili gabellieri, e l'arcivescovo era tenuto a far custodire i passi, e tutti coloro che alcun danno sostenuto avessero entro il territorio, risarcire dovea del suo di tutta quella somma alla quale fossero stati apprezzati i danni.

[194]. Flamma, Chronic. Mediolan., pag. 227.

[195]. Oltre il consueto abusar del dominio della città.

[196]. Arnulph. cap. 10.

[197]. Ai tempi di Ottone imperatore primo, Bonizone.... come duce stabilito per facoltà ricevuta dall'imperatore, reggeva col suo governo il castello.

[198]. Landulph. Sen., lib. 2, cap. 17.

[199]. Sia tenuto ad alimentare cento poveri, e per ciascun povero dia un mezzo pane e lardo per companatico, ed una libbra di cacio tra quattro ed uno staio di vino.

[200]. Comperino pesci, affine di ristorarsi col cibo e rallegrarci ogni anno nel giorno anniversario della morte di essi Falkerodo monaco e Giovanni prete, per suffragio delle anime loro, che ad essi procuri gaudio e salute dell'anima.

[201]. Giulini, tom. III, pag. 81.

[202]. Affinchè essi luminari rispondano per la di lui anima.

[203]. Giulini, tom. III, pag. 377 e 465.

[204]. E faccia ardere nella quadragesima maggiore sopra la sepoltura del fu di lui genitore Andrea.

[205]. Giulini, tom. IV, pag. 271.

[206]. Dissert. Med. Æv., tom. V, dissert. LIX.

[207]. Per cagione del retto giudizio che su le cose già nominate pronunziammo tra esso e Riccardo.

[208]. Dissert. Med. Æv., tom. IV, pag. 197.

[209]. Giulini, tom. II, pag. 387.

[210]. Le facoltà della Chiesa e molti benefizi ancora dei cherici distribuì ai soldati.

[211]. Arnulphus, cap. 10.

[212]. Promettendo a quelli tutte le pievi e tutte le dignità e gli ospedali, che i maggiori ordinari ed il primicerio dei decumani e gli arcipreti e cimiliarchi delle chiese di questa città godevano, asserendo con giuramento, e consolidando un patto così detestabile.

[213]. Landulph. Sen., lib. 2, cap. 18.

[214]. Rerum Italic. Script., tom. IV, pag. 121.

[215]. Degli uffizi dei ministri.

[216]. Che dirò della monogamia de' sacerdoti? Mentre un solo connubio è loro permesso, e non mai ripetuto; e questa è la legge di non passare a seconde nozze.

[217]. Landulph. Sen., lib. I, cap. II.

[218]. Ma a che parlerò io della castità, quando si permette un solo, non ripetuto connubio? E adunque nello stesso matrimonio è posta la legge di non rinnovarlo.

[219]. Sancti Ambrosii Opera, edit. Maurin., Paris, 1686, tom. II, column. 66 B.

[220]. Maestro delle virtù è adunque l'apostolo, il quale insegna doversi redarguire con pazienza anche i contraddicenti, siccome quello che ingiugne che l'uomo sia sposo di una sola donna, non già perchè totalmente escluda il non coniugato (perciocchè questo è al di là della lettera del comandamento), ma perchè colla castità coniugale goda della grazia della sua assoluzione, giacchè nel coniugio non vi ha colpa, ma legge. Per questo l'apostolo la legge stabilì dicendo: Se alcuno senza delitto è marito di una sola moglie; dunque quello che senza delitto è marito di una sola moglie sarà tenuto alla legge del sacerdozio sopradetto; quello poi che passasse a seconde nozze, non incorre realmente la colpa d'uomo che siasi macchiato, ma privato viene della prerogativa del sacerdozio.

[221]. Rer. Italic. Script., tom. IV, pag. 109.

[222]. Maestro delle virtù è dunque l'apostolo, il quale insegna doversi redarguire con pazienza anche i contraddicenti, siccome quello che ingiugne lo sposare una sol donna, non già perchè totalmente escluda il coniugio (perciocchè questo è al di là della legge del comandamento), ma perchè l'uomo, colla castità coniugale, conservi la grazia della sua purificazione; nè ancora intese di dire che l'autorità apostolica invitasse a procreare figliuoli, non di chi li procreava.

[223]. Sancti Ambrosii Mediolanensis Episcopi Opera, ed Maurin., Paris, 1686, tom. II, column. 1036 F.

[224]. Perciò l'apostolo stabilì la legge, dicendo: Se alcuno senza delitto è marito di una sola moglie, è tenuto alla legge del sacerdozio che dee assumere; quello però che passasse a seconde nozze non incorre realmente la colpa d'uomo che siasi macchiato, ma privato viene della prerogativa di sacerdote.

[225]. Sancti Ambrosii Mediolanensis Episcopi Opera, edit. Maurin., Paris, tom. II, column. 1037 B.

[226]. Che i padri del concilio Niceno aggiugnessero qualche trattato, e che chierico essere non dovesse chi contratto avesse seconde nozze.

[227]. Moltissime variazioni sono state fatte agli scritti di sant'Ambrogio. Il canonico regolare Giovanni Coster, nella prefazione alle opere del santo dottore, stampate in Basilea nel 1533, così s'esprime a tal proposito: Cum ego igitur ante biennium D. Ambrosii Epistolas antiquis et elegantioribus characteribus conscriptas.... nactus essem, caepissemque, meo more, cum excusis libris eas conferre, mirum dictu quantum hic erat dissidii, quantum varietatis, ut statim non potuerim non destomachari in eos qui, editis libris, speciosis quidem sed inanibus et mendacibus titulis, omnia castigatissima... pollicentur. (Avendo io adunque trovato già da due anni le lettere di sant'Ambrogio, scritte in caratteri antichi ed assai eleganti... e cominciato avendo, secondo il mio costume, a confrontarle sui libri stampati, maravigliosa cosa è a dirsi quanta differenza io vi scorgessi, quanta varietà; cosicchè all'istante non potei non rimanere stomacato di coloro che nelle edizioni de' libri, con titoli speciosi veramente, ma vani e mendaci, le cose tutte gastigatissime... promettono.) Francesco Junio, nella prefazione all'Index expurgat., riferisce che, visitando in Lione Luigi Saurio, correggeva le edizioni della stamperia Fresloniana, gli mostrò il Saurio le interpolazioni ed i troncamenti fatti al testo di sant'Ambrogio da due frati. Il Rivet pure racconta lo stesso: Critic. sacr., lib. 3, cap. 6. Il Dableo nel suo libro: De l'usage des saints Pères, move le stesse querele. Vero è che i Maurini, nell'edizione di Parigi del 1686, confutano queste opinioni. Ma è altresì vero che nell'edizione delle opere di sant'Ambrogio, fatta in Roma nel 1580 da Domenico Basa, il cardinale di Montalto (che divenne poi Sisto V) nella prefazione dichiara d'avere associati al lavoro: Praeclaros doctores, viros doctrina, et pietate graves, ac linguarum intelligentia, et historiarum cognitione insignes, praeterea in scholastica theologia et Patrum lectione admodum versatos delegi, mihique laboris socios adscivi... quorum ope, atque adminiculo obscura explicuimus, manca supplevimus, adjecta rejecimus, transposita reposuimus, depravata emendavimus, omnia demum ut germanam Ambrosii phrasim redolerent, ejusque dignitati, atque gravitati responderent sedulo curavimus, et ut ipsemet auctor loqui videretur, suppositiis quibuscumque abscissis, pro viribus studuimus. (Mi elessi come soci della fatica dottori illustri, uomini gravi per dottrina e per pietà, ed insigni per la intelligenza delle lingue e la cognizione delle istorie, inoltre molto versati nella teologia scolastica e nella lettura dei Padri... col di cui aiuto e giovamento spiegammo le cose oscure, supplimmo le mancanti, rigettammo le sopragiunte, rimettemmo a suo luogo le trasposte, emendammo le depravate, tutte finalmente procurammo di ordinarle in modo che la genuina frase di Ambrogio suonassero, o convenevolmente corrispondessero alla dignità e gravità di quello scrittore; e ci adoperammo affinchè sembrasse parlare lo stesso autore, troncate avendo noi tutte le cose intruse.) Attenendoci per altro anche all'edizione de' Maurini sembra che in alcuni tratti sant'Ambrogio vada d'accordo coi testi che si citavano dai nostri sacerdoti. Nel primo libro di Abramo, cap. III, num. XIX, leggesi: Ad ipso quoque domino mercedem quam postulet consideremus. Non divitias ut avarus, exposcit; non longaevitatem vitae istius, ut meticulosus mortis; non potentiam; sed dignum quaerit sui haeredem laboris: Quid mihi, inquit, dabis? Ego autem dimittor sine filiis. Et infra: quia mihi semen non dedisti, vernaculus meus mihi haeres erit. Discant ergo homines conjugia non spernere (Consideriamo ancora quale mercede richiegga dallo stesso Signor nostro; non chiede ricchezze come l'avaro; non la lunghezza di questa vita come timoroso della morte; non la potenza; ma domanda un degno erede della sua fatica. Che mi darai? dice egli: io già sono congedato senza prole. E più abbasso: Perchè non mi hai accordato prole, un mio connazionale raccoglierà la mia eredità. Imparino dunque gli uomini a non disprezzare i matrimonii.), tom. I, col. 288 D. Altrove, nella sposizione del Vangelo di san Luca, lib. IV, num. X, scrivendo delle fallacie colle quali sotto aspetto di bene vengono sedotti gli uomini, dice: Videt integrum et illibatae castimoniae virum; suadet ut nuptias damnet, quo ejiciatur ab Ecclesia, studio castitatis a casto corpore separetur. (Vede un uomo incorrotto e di illibata castità, e lo persuade a condannare le nozze, affinchè cacciato sia dalla Chiesa, e per istudio di castità espulso sia da un casto corpo.), tom. I, col. 1337 B. Se il disapprovare il matrimonio è un'eresia, il disapprovare il matrimonio de' sacerdoti pare che non dovesse sembrare un atto religioso. Più chiaro sembra il testo del santo dottore nel libro: De Benedictionibus Patriarcharum (Delle benedizioni dei patriarchi), cap. III, num. XII, ove leggesi: Ut ubi inhabitatores ante lasciviae, et principes luxuriae versabantur, ubi fuerant incentiva libidinis et fomenta nequitiae, ibi nunc sancti sacerdotes magisteria doceant castitatis, et plurima virginalis integritatis exempla quodam supernae lucis fulgore resplendeant (Affinchè dove aggiravansi da prima coloro che nella lascivia dimoravano, e il principato tenevano nella lussuria, dove gli incentivi trovavansi della libidine e i fomenti della perversità, colà ora i santi sacerdoti i precetti insegnino della castità, e numerosi esempli di integrità virginale di un cotale splendore di celeste luce risplendano), tom. I, col. 517 A. Ognuno potrà osservare se quel plurima sia d'accordo colla legge universale del celibato inerente al sacerdozio. Su di che io non intendo di proferire alcuna opinione, ma unicamente d'esporre i fatti imparzialmente come conviene alla storia.

[228]. È buona cosa che l'uomo non tocchi la moglie; ciascuno però abbia la propria moglie affine di evitare la fornicazione.

[229]. È duopo adunque che il vescovo sia irreprensibile, marito di una sola donna, sobrio, prudente, ec.

[230]. Nel sinodo di Damaso I, tenuto in Costantinopoli da centoquaranta vescovi, al quale intervenne il beato Ambrogio, nacque grandissima controversia tra i sacerdoti ammogliati da una parte e i sacerdoti viventi senza moglie dall'altra, i quali sacerdoti senza moglie dicevano che i sacerdoti ammogliati non potevano salvarsi. Il sommo pontefice rimandò questa questione al beato Ambrogio, il quale così parlò: La perfezione della vita non consiste nella castità, ma nella carità, secondo quel detto dell'apostolo: Se io parlassi colle lingue degli uomini e degli angeli, ec. Per questo la legge concede ai sacerdoti di condurre sposa per una sola volta una vergine, ma non accorda loro di reiterare il matrimonio. Se poi, morta essendo la prima moglie, il sacerdote ne sposasse un'altra, perde il sacerdozio.

[231]. Tutti questi, benedicendo il beato Ambrogio, concedette loro che di una sola moglie usare potessero; morta la quale, vedovi anch'essi rimanessero in eterno. La quale consuetudine durò per settecent'anni fino al tempo di Alessandro papa, cui la città di Milano aveva data la culla.

[232]. Sant'Ambrogio ai sacerdoti della sua Chiesa.

[233]. Tom. IV, pag. 7.

[234]. Landulph. Sen., lib. 3, cap. 4.

[235]. Tom. IV, pag. 14.

[236]. In questo tempo medesimo un grandissimo orrore invase il clero ambrosiano..... il di cui principio e la di cui serie, essendo la cosa tuttora presente agli occhi nostri, per quanto è in nostro potere, narriamo..... Certo diacono, adunque, dei decumani, per nome Arialdo, molto delicatamente nutrito presso il vescovo Widone, e colmato di assai onori, mentre alio studio delle lettere attendeva, severissimo interprete diventò della legge divina, contra i soli cherici esercitando crudeli giudizi. Il quale, trovandosi fornito di scarsa autorità, siccome nato di basso lignaggio, si avvisò in prevenzione di associarsi Landolfo, come uomo più generoso, a questo fatto idoneo, divenuto essendo seguace di un suo favorito. Landolfo poi, dotato essendo di lingua e voce più spedita ed eccessivamente avido del pubblico favore, all'istante capo si fece della parola, usurpato avendo contra il costume della Chiesa l'ufficio della predicazione. Questi, non essendo elevato per alcun grado dell'ecclesiastica gerarchia, grave giogo imponeva alle cervici dei sacerdoti, mentre soave è quello di Cristo e leggiero il suo peso.

[237]. Arnulph., lib. 3, cap. 8.

[238]. Carissimi seniori, io non posso più oltre trattenere il discorso che nel cuor mio ho conceputo. Non vogliate, signori miei, non vogliate no sprezzare le parole di un giovine e di un imperito; perciocchè spesso Iddio rivela al minore quello che al maggiore ricusa. Ditemi: Credete in Dio trino ed uno? Rispondono lutti: Crediamo. E soggiunse: Munite le fronti vostre del segno della croce. E questo ancora fu fatto. Dopo di questo disse: Io mi compiaccio della vostra devozione, ma a compassione mi muove l'imminente grandissima perdizione. Perciocchè già da gran tempo addietro non è conosciuto in questa città il Salvatore. Gran stagione egli è che voi siete in errore, giacchè più non avete alcun vestigio di verità; invece della luce palpate le tenebre, ciechi tutti divenuti, poichè ciechi sono i vostri capi. Ma un cieco forse può egli guidare un cieco; non cadono l'uno e l'altro nella fossa? Conciossiachè abbondano in molti modi gli stupri; si sparge l'eresia simoniaca nei sacerdoti e nei leviti e negli altri ministri de' sacri riti; i quali, essendo nicolaiti e simoniaci, ben a ragione debbono essere cacciati, e dai quali quind'innanzi, se salute sperate dal Salvatore, dovete del tutto guardarvi, non venerando alcuno. Dei loro uffizi, giacchè i sagrifizi loro sono la stessa cosa come lo sterco canino, e le loro basiliche sono stalle di giumenti. Per la qual cosa, riprovati quelli all'istante, si vendano al pubblico i loro beni. Sia a tutti lecito il rapire i loro averi, qualora si trovassero nella città o fuori.

[239]. Arnulph., lib. 3, cap. 9.

[240]. Acremente avesse tuonato.

[241]. Rer. Italic. Script., tom. IV, pag. 24.

[242]. La cosa essendo tuttora agli occhi nostri presente.

[243]. Arialdo, invasato da un certo zelo di superbia, il quale poco prima accusato di certa nefandissima scelleratezza, e convinto innanzi a Guidone, alla presenza di molti sacerdoti di questa città, e in parte perchè i sacerdoti urbani non consentivano che quelli di fuori della città entrassero togati, e non permettevano che le chiese della città servissero se non come tonsurati, cercava in qualunque modo l'occasione di potere, aizzando la possa del popolo, allontanare tutti i sacerdoti dalle loro mogli.

[244]. Giulini, tom. IV, pag. 16.

[245]. Venendo in un giorno solenne alla chiesa (Arialdo) con turba di popolo dalla piazza, tutti coloro che salmeggiavano con violenza cacciò dal coro, inseguendoli per tutti gli angoli e nei loro alloggiamenti; provvide quindi maliziosamente che si scrivesse il Pitacio della conservazione della castità, ommesso il canone, estorto dalle leggi mondane, al quale tutti i sacri ordini della diocesi ambrosiana, a malgrado loro, soscrivono, opprimendoli egli stesso coi laici. Intanto i predatori, oltre alcune case rovinate nella città, visitavano la parrocchia, frugando nelle case dei cherici, col rapire i loro averi.

[246]. Giulini, tom. IV, pag. 18.

[247]. Landulph. Sen., lib. 3, cap. 5 et sequen.

[248]. Giulini, tom. IV, pag. 19.

[249]. Arnulph., lib. 3, cap. 10 et sequen.

[250]. Idem, lib. 3, cap. 2.

[251]. Giulini, tom. IV, pag. 21.

[252]. Detto, tom. IV, pag. 24.

[253]. Tom. IV, pag. 24.

[254]. Leo Ostiens., lib. 2.

[255]. Forse tu solo sopra di noi accendi la fiamma del popolo che, impetuosa, aggirasi come il mare, e questo per cagione della esecrabile patalia (eresia de' patarini) e di molti giuramenti viziosi e detestabili?

[256]. Landulph. Sen., lib. 3, cap. 7 et sequen.

[257]. Mentre tu pensasti a commovere il giudizio di questa inudita patalia, qualunque si fosse la tua intenzione, avresti dovuto da prima con molti digiuni pigliare consiglio da qualche uomo religioso.

[258]. Landulph., lib. 3, cap. 2.

[259]. Ma i nobili della città, dal cui valore i sacerdoti poco prima erano difesi, da eccessiva ira e da sdegno commossi, uscivano altri dalla città, altri aspettavano il tempo in cui ponessero fine a quella procellosa calamità.

[260]. Landulph. Sen., loc. cit.

[261]. Col concorso di quasi tutti i cittadini, i quali volontieri ascoltavano le sregolatezze dei cherici; altri aggravati dall'inopia o dai debiti, e tutta la speme loro riponenti nella preda e nelle rapine, nulla meno bramavano che la pace e la concordia della città.

[262]. Trist. Hist. Patr., lib. 6, pag. 131.

[263]. Per la fazione dei cherici, repentinamente si solleva mormorio nel popolo. Dicesi, non dovere la chiesa ambrosiana soggiacere alle romane leggi, nè al romano pontefice competere alcun diritto di giudicare o di disporre le cose di quella sede. Troppo indegno reputasi che quella Chiesa, la quale sempre fu libera sotto i nostri progenitori, ora, per obbrobrio della nostra confusione, ad altra Chiesa, il che non faccia il cielo, sia assoggettata.

[264]. Giulini, tom. IV, pag. 34.

[265]. Gonfiato quindi per il fasto della sua legazione, volle nelle pubbliche funzioni essere preferito al nostro arcivescovo; ma il popolo, sopportare non volendo che nella propria diocesi fosse l'ambrosiana dignità violata, cominciò a fremere e a tumultuare all'intorno. Spaventato da quel timore, l'Ostiense si ritrasse dal suo proposito, ed ultimò i negozi urgenti, e varie pene, come vendicatore, infliggeva a coloro che alcun delitto commesso avevano, a norma della gravità del loro fallo; altri, accordando loro una dilazione, ad altro giudizio riserbava. Finalmente, come nuovo censore ed arbitro delle cose nostre, egli cangia le antiche consuetudini; nuove leggi introduce; le conferma colle sue lettere e co' suoi sigilli, e questa forza a soscrivere l'arcivescovo e gli ordinari di Milano, minacciando di suscitare il popolo, qualora non obbedissero.

[266]. Tristan. Calch. Hist. Patr., lib. VI, pag. 132.

[267]. Dodici scudi.

[268]. Rer. Italic. Script., tom. IV, pag. 26.

[269]. Giulini, tom. IV.

[270]. Oh Milanesi insensati! Chi vi ha affascinati? Ieri acclamaste il primato di una sola sede; oggi confondete lo stato di tutta la Chiesa; veramente mostrate di avere a schifo una pulce, ed un cammello inghiottite. Forse queste cose meglio non disporrebbe il vescovo vostro? Voi direte per avventura: veneranda è Roma nell'apostolo. Lo è difatto; ma non è da disprezzarsi Milano in Ambrogio. Che sì che queste cose non sono scritte senza motivo nei Romani Annali, perciocchè dirassi in avvenire Milano assoggettata a Roma.

[271]. Giulini, tom. IV, pag. 40.

[272]. Ecco il vostro metropolitano, fuor dell'usato, viene in Roma chiamato al sinodo.

[273]. Giulini, tom. IV, pag. 54.

[274]. Detto, tom. IV, pag. 47.

[275]. Il che fatto si dice con grandissima arte ed astuzia dal monaco Ildebrando, il quale, oriundo di Soana, città dell'Etruria, alla prontezza dell'ingegno riunita aveva non mediocre erudizione delle sacre lettere; e tosto, per il suo gran merito, fu ammesso nell'ordine de' cardinali, e più di tutti distinguendosi per il vigore dell'animo, facilmente ottenne il primo luogo tra i sacerdoti.

[276]. Tristan. Calch. Hist. Patr., lib. VI, pag. 130.

[277]. A tutti i Milanesi, al clero ed al popolo.

[278]. Speriamo poi in quello che degnossi di nascere da una vergine, che nel tempo del nostro ministero sarà esaltata la castità santa de' cherici, e confusa la lussuria degli incontinenti con tutte le altre eresie.

[279]. Come però piacque all'Altissimo, scrutatore delle reni e dei cuori, quello che lungo tempo meditato aveva su l'altrui lassitudine ed inopia, si dolse della sua propria infermità; e, dopo di avere per due anni languito per vizio del polmone, l'uso perdette della voce, affinchè di quell'organo appunto mancasse, col quale molti molestati aveva, dicendo la Scrittura che nelle parti colle quali alcuno pecca, in quelle viene tormentato. Ma di lui si taccia, affinchè non sembri che i morti vogliamo accusare.

[280]. Arnulph., lib. 3, cap. 14.

[281]. A Landolfo, cherico e di stirpe senatoria, e cospicuo per lo splendore della perizia nelle lettere.

[282]. Puricelli De Sanctis Arialdo et Herlembaldo, lib. IV, cap. 13.

[283]. Voi però, dilettissimi, membra mie, viscere dell'anima mia.

[284]. Giulini, tom. IV, pag. 69.

[285]. Detto, tom. IV, pag. 79.

[286]. Tom. IV, pag. 80.

[287]. Vano dice essere quel rito, non comunicato per alcuna istituzione di Cristo o dei discepoli; usurpato soltanto dagli antichi adoratori degli idoli, i quali nella primavera girare solevano i campi in onore di Bacco e di Cerere.

[288]. Tristan. Calch. Hist. Patr., lib. VI, pag. 133.

[289]. Tom. IV, pag. 89.

[290]. Giulini, tom. IV, pag. 91.

[291]. Frequentissime legazioni.

[292]. Munite dei sigilli apostolici.

[293]. Lib. 3, cap. 15.

[294]. Giulini, tom. IV, pag. 97.

[295]. Detto, tom. IV, pag. 131.

[296]. Giulini, tom. IV, pag. 140.

[297]. Erlembaldo, recando in mezzo certo Attone, mostrandosi esso consenziente, innanzi a tutto il popolo adunato, colla sua bocca illecitamente lo elesse. Questo vedendo la turba de' maggiori e de' minori, tanto del partito suo, quanto di quello degli avversari, che nuovamente giurata aveva fedeltà all'imperatore, pigliate le armi, ed attaccata grande mischia, Attone, recentemente eletto, con molte ferite e giuramenti costrinse a ricusare irrevocabilmente l'arcivescovado.

[298]. Tom. IV, pag. 160.

[299]. Giulini, tom. IV, pag. 189.

[300]. Detto, tom. pag. 192.

[301]. Lib. I, cap. 10.

[302]. Nell'ora medesima, dopo questo insigne trofeo, tutti i cittadini trionfali inni fanno risuonere ad onore di Dio e del loro protettore Ambrogio, armati recandosi alla di lui chiesa. Il dì seguente, insieme col clero, i laici nelle litanie e nelle divine lodi portandosi di nuovo a Sant'Ambrogio, confessano a vicenda i loro passati falli, ed essendo l'assoluzione accordata loro dai sacerdoti, che pronti erano, il popolo tutto torna in pace alle proprie case. In questo si vede il termine di quello scisma che per diciannove anni sempre dalla stessa radice continuò a pullulare.

[303]. Giulini, tom. IV, pag. 197.

[304]. Muratori, Anedoct., tom. I, pag. 246.

[305]. Giulini, tom. IV, pag. 254.

[306]. Al reverendissimo e santissimo confratello.

[307]. Sembra al nostro discernimento che, secondo il tenore del nostro comandamento,... tu faccia.

[308]. Ivon., part. VI, cap. 405.

[309]. Giulini, tom. IV, pag. 388.

[310]. Come leggiamo essere stato dai santi Padri stabilito, esecriamo l'eresia simoniaca nelle sacre ordinazioni e nei benefizi ecclesiastici, ed in ogni modo vogliamo radicalmente dalla Chiesa estirparla.

[311]. Stabiliamo ancora a norma delle istituzioni dei santi Padri, e della forma della Chiesa primitiva, che ad alcuno dei cherici non è lecito il possedere benefizi delle chiese, se, dopo di avere rinunziato tutto il proprio, non vuole farsi discepolo di quello alla di cui sorte sembra essere eletto. Se però alcuno vuole rimanere di fuori, non gli togliamo il chericato, solamente gli vietiamo il godere benefizi ecclesiastici.

[312]. E perchè alcuni nella santa Chiesa, tanto cherici, quanto laici, per successione paterna... l'arcidiaconato, o l'arcipresbiterato o il cimiliarcato, o anche qualche parte dei benefizi spettanti agli uffizi delle chiese, finora si sono sforzati di possedere: in questa sacra adunanza è stato fissato e definito ad universale notizia che se alcuno, mosso da questa nefanda cupidigia, tentasse ulteriormente di possedere una chiesa e presumesse di ottenere per eredità il santuario di Dio, secondo la voce profetica, soggiaccia al vincolo dell'anatema, fintanto che ravveduto non si mostri.

[313]. Paghi ogni anno nel mio annuale ai canonici e decumani a custodi della stessa Chiesa che non abbiano moglie, e che all'annuale intervengano, per ciascun canonico quattro denari, due ai custodi e decumani.

[314]. Se però alcuno di que' canonici fosse infermo, anche non intervenendo egli a questi annuali, voglio che abbia questa benedizione, e se alcuno fosse ammogliato, voglio che sia privato di questa benedizione.

[315]. Quest'asserzione è contraria a quella del conte Giulini, il quale, sul testimonio d'una moneta pubblicata dal Muratori, in cui v'è il nome solo Mediolanum, e dall'altra sant'Ambrogio, che l'incisore ha rappresentato a testa nuda senza la mitra, ha argomentato che appunto verso la metà del secolo duodecimo, essendosi inventato l'ornamento vescovile della mitra, la moneta dovesse essere anteriore a quell'epoca. Se quel dotto cavaliere (che cessò di vivere il giorno 26 dicembre 1780, giorno in cui perdemmo il benemerito nostro cronista, ed io in particolare un amico) riconoscesse ora la moneta che conservo presso di me, vedrebbe l'inesattezza di quell'incisore, poichè ella è posteriore all'introduzione della mitra, che realmente è scolpita sul capo del santo arcivescovo.

[316]. Tealdo, detto arcivescovo milanese, e Guiberto ravennate, i quali con inudita eresia e superbia si sono levati contra questa santa chiesa cattolica, sospendiamo totalmente dall'ufficio episcopale e sacerdotale, e sopra di essi rinnoviamo l'anatema già pronunciato.

[317]. Giulini, tom. IV, pag. 226.

[318]. Giulini, tom. IV, pag. 423.

[319]. Sia fatto, sia fatto.

[320]. Giulini, tom. V, pag. 260.

[321]. Giulini, tom. V, pag. 485.

[322]. Detto, tom. V, pag. 403.

[323]. I Pavesi e i Milanesi stabilirono e giurarono tra di loro patti i quali ad alcuni sembrano essere stati troppo contrari alla maestà imperatoria ed all'autorità apostolica; avendo que' cittadini giurato tra di essi di conservare le persone loro e i loro beni contra qualunque mortale nato o nascituro.

[324]. Anselmo di Buis, arcivescovo milanese, quasi ammonito per autorità apostolica, studiossi di radunare dalle diverse parti un esercito, col quale si impadronisse del regno babilonico, e con questo avvisamento prevenne la scelta gioventù milanese, perchè le croci assumesse e cantasse la canzone di Ultreja, ultreja. E alla voce di quest'uomo prudente, uomini di qualunque condizione per le città de' Longobardi, per le ville e per le castella, pigliarono le croci e cantarono quella canzone di Ultreja, ultreja.

[325]. Landulph. Jun., cap. 2.

[326]. Giulini, tom. IV, pag. 430.

[327]. Contra la terra Coritiana, che è la patria dei Turchi.

[328]. Alla voce di quest'uomo prudente.

[329]. Rer. Italic. Script., tom. V, p. 476.

[330]. Tu pure, col naso e le orecchie tronche per il nome di Cristo, sei più lodevole, giacchè hai meritato di giugnere a quella grazia che da tutti dee desiderarsi, e colla quale, perseverando sino all'estremo, dai santi non differisci. Sminuita è veramente la integrità del tuo corpo, ma l'uomo interno, che di giorno in giorno si rinnova, ha ricevuto grande incremento di santità; più brutta è la forma visibile, ma più bella è divenuta l'immagine di Dio, che è la forma della giustizia. Laonde nella Cantica dei Cantici la Chiesa si gloria col dire: Nera sono, o figliuole di Gerusalemme.

[331]. Martire di Cristo.

[332]. Landulph. Junior., cap. 6.

[333]. Per donativo ricevuto dalla mano, per donativo ricevuto dalla lingua, per donativo ricevuto dall'ossequio.

[334]. Landulph. Junior., cap. 9.

[335]. La turba di Grossolano, battagliando contra il primicerio, con un sasso uccise Landolfo, cherico dello stesso primicerio.

[336]. Landulph. Junior., cap. 10.

[337]. Avanti l'introito della messa confessava di soffrire sete ardentissima, e bevette una coppa piena di vino forastiero, e dopo di questo partecipò alla mensa celeste.

[338]. Agnelli de sancto Georgio.

[339]. Questo Grossolano, che trovasi sotto questa cappa, e non dico già d'altri, è simoniaco per riguardo all'arcivescovado di Milano.

[340]. Landulph. Jun., cap. 10.

[341]. Va indietro, o Satana.

[342]. Dio, fammi salvo nel tuo nome, e liberami colla tua virtù.

[343]. La presenza dei vescovi suffraganei non accordò pieno favore a quella legge e a quel trionfo.

[344]. Landulph. Jun., cap. 14.

[345]. La moltitudine, trista per il caso avvenuto e per la ruina di Grossolano, di là a pochi giorni, con iscandalo, portossi contra quel prete e contra la di lui legge.

[346]. Un angelo mi si fece all'incontro dicendo: Il prete Liprando, di ritorno dalla Valtellina, giace infermo nel monastero di Civate.

[347]. Landulph. Jun., cap. 14.

[348]. Giulini, tom. IV, pag. 519.

[349]. Giulini, tom. IV, pag. 515.

[350].

«Molti d'oro e d'argento eletti vasi,

Con moneta copiosa, ogni cittade

Ad esso offrì: sol gli negò servigio,

Nè di rame gli diè pur un baiocco

La popolosa e nobile Milano».

[351]. Rerum. Italic. Script., tom. IV, pag. 378.

[352]. Però Ottone Visconti, milanese, con molti combattenti per lo stesso re, in quella strage cadde con morte che dolorosissima riuscì a coloro che la città milanese e quella chiesa amavano.

[353]. Landulph. Jun., cap. 18.

[354]. Gerusalemme liberata, canto I, stanza 53.

[355]. I Milanesi ancora, mentre questo imperatore per la via di Verona incamminavasi nella Germania, colla spada e col fuoco e con diversi strumenti, dai fondamenti distrussero Lodi, seconda città della Lombardia.

[356]. Landulph. Jun., cap. 18.

[357]. Tom. I, part. 2, pag. 235.

[358]. Il giorno settimo delle calende di giugno dell'anno MCXI fu la città di Lodi presa dai Milanesi.

[359]. Nell'anno MCXI, il giorno settimo avanti le calende di giugno, fu distrutta la città di Lodi, e giacque per anni XLVIII.

[360]. Ben a ragione il prudente lettore avrebbe desiderato maggiori notizie intorno alla distruzione di Lodi; ma è duopo che con meco passi oltre, giacchè, sebbene io abbia fatte diligenti ricerche, alle mie mani non giunsero informazioni più copiose. Egli è certo però che dure leggi e servitù disdorosa furono ai vinti imposte; ed atterrati tutti gli altri edifizi e le mura della città, appena lasciati furono ai miseri cittadini per loro abitazione quartieri simili a quelli delle campagne e tuguri dei poveri; e fu reputato grandissimo vantaggio che i vincitori lasciassero un quartiere detto Piacentino, nel quale ogni otto dì si continuasse il solito mercato; ma lecito non era il fare alcuna vendita, nè il contrarre matrimonio, nè l'uscire in pubblico dopo il tramontare del sole, nè l'uscire da certi confini, senza avere riportato l'assenso del magistrato milanese; se alcuni tenuto avessero appena qualche discorso segreto, sospetti tosto di nuove trame, puniti erano con una multa in danaro, o percossi con bastonate; per le quali calamità sdegnati moltissimi, vollero piuttosto recarsi in diversi luoghi in esilio, ed in perpetuo vivere lontani dai patrii confini.

[361]. Tristan. Calch. Mediol. Hist. Patr., lib. VII, pag. 149.

[362]. Giulini, tom. V, pag. 355.

[363]. Ai consoli, ai capitani, a tutta la milizia e a tutto il popolo milanese. — Inclita città di Dio, conserva la libertà, affinchè tu ritenga del pari la dignità del tuo nome, poichè fintanto che ti sforzerai di resistere alle potenze nemiche della Chiesa, godrai dell'aiuto di Cristo Signore, autore della vera libertà.

[364]. Martene, Collect. Veter. Scriptor. et monument., tom. I, pag. 640.

[365]. Gli ordinari adunque, e i sacerdoti decumani, e tutti gli altri che papa Innocenzo II favoreggiavano e insidie tendevano a codesto arcivescovo, il danaro loro prodigarono, e lo diedero ad uomini periti della legge e de' costumi, ed a guerrieri. Laonde lo stesso arcivescovo forzato fu ad entrare in discorso col popolo, affinchè colle persone da esso scomunicate, della scomunica contendesse. E mentre egli attendeva saette, o parole offensive intorno alla scomunica giusta o ingiusta, il primicerio Nazaro, uomo di mirabile astuzia, con prolisso sermone generò la noia tra gli uditori di quel discorso. L'arciprete Stefano però, che si cognominava Guandeca, vedendo il primicerio suo tenere sì fastidioso ragionamento, alzò la voce, e in questo modo prese a parlare contro l'arcivescovo: Io ti dirò quello che costoro non ti dicono, cioè che tu sei eretico, spergiuro, sacrilego e reo di altri delitti che non debbono in questo luogo annoverarsi. Queste cose udite avendo all'improvviso l'arcivescovo, stupito rimase. Quell'arciprete però, avendo nelle mani il testo degli Evangeli, giurò che intorno alle rose da esso asserite di quell'Anselmo, che dicevasi della Pusterla, starebbe al giudizio del vescovo di Novara e di quello di Alba, che erano tra i suffraganei della chiesa di Milano. I consoli di Milano adunque, affine di conciliare le parti, stabilirono che essi e gli altri suffraganei venissero. Per questo in un determinato giorno, non solo i suffraganei concorsero, ma molti puramente vestiti di rozza ed incolta lana, e col capo raso in modo insolito. E vedendoli quell'arcivescovo congregati, e che al popolo sembravano angioli venuti dal cielo, disse al popolo medesimo: Tutti quelli che voi vedete in questo luogo con quelle cappe bianche e grigie, tutti sono eretici. Quindi la plebe ignara ed i congiurati suscitarono guerra, affine di cacciarlo e di deporlo. In quel giorno però resistere non poterono alla spada di Anselmo. Ma verso la metà della notte, sparso essendosi molto danaro, la truppa validissima del primicerio e del prete Stefano, sul far del giorno, lo stesso Anselmo cacciò dalla sede.

[366]. Landulph. Junior., cap. 41.

[367]. Il papa ebbe a sua disposizione un messaggiero tanto idoneo a queste faccende, quanto lo fu Bernardo, abate di Chiaravalle.

[368]. Veramente, ad insinuazione di questo abate, tutti gli ornamenti ecclesiastici, in oro, in argento, in vesti che nella chiesa della città stessa vedevansi quasi da quell'abate guardati con disprezzo, chiusi furono negli scrigni.

[369]. Landulph. Junior., cap. 42.

[370]. Io domani monterò sul mio palafreno, e s'egli mi porterà fuori delle vostre mura, non sarò per voi quello che voi chiedete; e in questo modo da Milano partì.

[371]. Landulph. Junior., cap. 42.

[372]. Andando per la città, fecero a favor loro copiosa raccolta d'oro, d'argento e di molt'altre cose.

[373]. Preso, mandollo a Roma, e colà, come suona la fama, quell'Anselmo, nello stesso mese finì di vivere nelle mani di Pietro Latro, ch'era il procuratore di Innocenzo.

[374]. Giulini, tom. V, pag. 338.

[375]. Nella prima portata, polli freddi, gambe cotte col vino, e carne porcina fredda; nella seconda, polli ripieni, carne vaccina condita col pepe, e una piccola torta del laveggiuolo; nella terza, polli arrostiti, lombetti col panico (o con pane gratuggiato), e salami.

— Sembrerà alquanto ardita questa traduzione, giacchè nè il Giulini, nè il Verri non attentaronsi ad indicare cosa fossero queste vivande. Io dubitai fin da principio che si dovesse leggere cambar de vino, che si è scritto talvolta in luogo di caneas, come che dicesse canevette, o botticelli. Ma osservo che si parla esclusivamente di cibi, e le parole gambas e gambonos si trovano frequenti nelle nostre carte antiche, indicanti quella parte che la gamba propriamente detta congiunge al piede. La piperata io interpreto condimento col pepe, appoggiato agli antichi scrittori, anzichè vaso da conservare il pepe, come fa il Du Cange. Egli sotto il nome di panitium intende il panico; io amo meglio in questo luogo il pane gratuggiato. Hannovi poi molte ragioni per credere che i nostri padri porcellos plenos nominassero i salami.

[376]. Tom. V, pag. 473.

[377]. Sponsali di futuro.

[378]. Se per titolo degli sponsali dato fosse anello, o corona o cingolo o altra simile cosa, o vestito o manto o zendado, non seguendo il matrimonio, la metà si restituisce, se nel frattempo è stato dato un bacio.

[379].

«Al re degli Angli, di Salerno tutta

Scrive la scuola, ec.».

[380]. Argellat., Bibl. Script. Med., num. 916.

[381]. Venga in potere dell'abate dello stesso monastero di Sant'Ambrogio, che ne' tempi avvenire in perpetuo sarà ordinato nello stesso santo monastero... una cappella... che io ho di nuovo edificata... in onore di san Michele e di san Pietro, consacrata dal signor Ariberto arcivescovo.

[382]. Giulini, tom. III, pag. 216.

[383]. L'edizione di cui mi servo è quella di Pietro Perna, in Basilea, 1569.

[384]. Pag. 186.

[385]. Per di lui comando, e parimente per insinuazione del divo Federico imperatore.

[386]. Pag. 260.

[387]. Murena, in Rer. Italic. Script., tom. VI, pag. 957.

[388]. Tra le altre città di quel popolo stesso ora tiene il primato... non solo per la sua grandezza e per l'abbondanza di uomini forti, ma ancora per ciò che due città vicine, poste nel territorio medesimo, cioè Como e Lodi, ha aggiunte al suo dominio.

[389]. Otto Frisingens., De Gestis Federici, lib. 2, cap. II.

[390]. Distrutta Tortona, i Pavesi, affinchè glorioso trionfo ci apprestassaro dopo la vittoria, alla città ci invitarono.

[391]. I consoli ed il popolo milanese ai consoli tortonesi e a tutto il popolo salute. — Crediamo essere noto a tutto il romano imperio, che la vostra città, la quale del rimanente con piena confidenza nostra appelleremo contra il diritto e spietatamente quasi del tutto con ingiustizia distrutta, da noi audacemente e con virile animo è stata ristorata, e col sudore vicendevole di tutti i nostri, circondata di mura nuovamente costrutte. Tre insegne cittadinesche adunque a voi mandiamo a perenne memoria della cosa. Una tromba cioè di bronzo, colla quale il popolo sia convocato ad assemblea, il che significa l'incremento della vostra popolazione. Un vessillo bianco colla croce del Signor nostro Gesù Cristo, distinta nel mezzo con colore rosso, il che significa che dalle mani dei nemici, dopo molte e grande angoscie, voi siete stati liberati; e in questo abbiamo voluto che rappresentati fossero il sole e la luna. Il sole indica Milano, la luna Tortona; e come la luna tragge il suo lume dal sole, tutto il suo essere Tortona tragge da Milano. Questi sono i due luminari del mondo, questi i due regni. Mandiamo un suggello, col quale si segnino le vostre carte, il quale contiene due città, Milano e Tortona, indicando che Milano e Tortona sono per tal modo unite, che separare non si possono giammai. Correva l'anno di Cristo 1155, allorchè la città diroccata fu riedificata.

[392]. Giulini, tom. VI, pag. 52.

[393]. Muratori, Dissert. Med. Æv., dissert. II, tom. II.

[394]. Lib. I, cap. 33.

[395]. I Milanesi però, siccome uomini amanti delle guerre e valorosi, la città loro di grandi fossi circondarono, e all'imperatore audacemente e con animo virile vollero resistere.

[396]. Anonimi Chronicum Bohemicum, nella raccolta Scriptores Rerum Germanicarum del Menckenio, tom. III, col. 1707, Radevic., lib. I, cap. 25. — Vincentii canonici Pragensis Chroniscon, in tomo I. Monum. Hist. Boemiae, a P. Gelasio Dobner, edita Prague penes Clauser, 1764, pag. 551.

[397]. Radevic., lib. I, cap. 32.

[398]. Monumenta Historica Boemiae a P. Gelasio Dobner, edita Praga, 1754, pag. 57.

[399]. Stavano armati sulle mura, senza fare alcuno strepito, e dubitossi, se il veder giugnere il principe a tutti avesse insinuato quel rispetto e la disciplina di quel silenzio, o pure incusso timore.

[400]. Divise essendo, come già si è detto, tra i comandanti dell'esercito le porte della città, ciascuno di essi si diede a gara ad affrettare i preparativi ed a munire il campo con pertiche, pali ed altri mezzi di difesa, onde prevenire le improvvise scorrerie de' nemici. Nè già credevansi che una città così grande potesse essere assalita con vigne, torri, arieti e macelline guerresche di altro genere. Ma temevano piuttosto, che, stanchi per lungo assedio, costretti fossero ad arrendersi, o pure di essere superati, se, fidandosi pel loro numero, fatta avessero qualche sortita.

[401]. Radevic., lib. I, cap. 34.

[402]. Intanto i soldati di Milano uscivano dalla città, e agli scudieri dell'esercito toglievano i cavalli, e tanti ne acquistarono, che un cavallo vendevasi per quattro soldi di terzuoli.

[403]. Aperte le porte ed usciti cogli uomini più valorosi, sgominate le guardie, scorrono fino ai campi degli eroi suddetti, combattono, feriscono. Gli Alemanni, allorchè si avvidero che i nemici giugnevano, colpiti all'istante da quel movimento inopinato ed improvviso, l'uno dopo l'altro cominciarono a tremare ed a tumultuare; poscia l'un l'altro chiamavansi a vicenda, si esortavano: pigliavano le armi, ricevevano gli assalitori, respingevano i più arditi: udivansi grida mescolate con esortazioni, strepito d'armi, ec.

[404]. Radevic., lib. I, cap. 34.

[405]. Tom. I, pag. 56.

[406]. Verso l'ora del vespro... si attacca battaglia dall'una e dall'altra parte; si uccidono fortissimi guerrieri, nè questi nè quelli vincono. Vedendo però il suddetto principe che da sè solo sostenersi non poteva, molti avvisi manda al re di Boemia, richiedendolo di soccorso colla sua milizia.

[407]. I Milanesi, per la libertà pugnando, valorosissimamente resistono agli avversari loro; dall'una e dall'altra parte cadono fortissimi soldati. Dura la battaglia dall'ora del vespro sino al crepuscolo. I Milanesi finalmente, essendo moltissimi di essi perduti o presi, resistere non potendo all'urto de' Boemi, entro le mura si ritraggono, ed i Boemi vincitori, uccidendoli, gli inseguono sino alle porte medesime. Intanto la notte mette fine alla pugna.

[408]. I Milanesi veramente, i macchinamenti de' nostri prevedendo, ignominioso reputavano, se, pari essendo o anche maggiori di numero, con minore coraggio agli assalitori si opponessero.

[409]. Radev., lib. I, cap. 36.

[410]. Lib. 1, cap. 31.

[411]. Ma dubitossi se dal timore o dal rispetto dell'imperatore trattenuti fossero dal non far scorrerie nè pure alla porta, ove la milizia del principe piantato aveva l'assedio.

[412]. Radev. Lib. I, cap. 38.

[413]. Lib. I, cap. 40.

[414]. Il fetore de' cadaveri dall'una e dell'altra parte intollerabilmente molestava gli eserciti, cosicchè moltissimi già affetti erano da gravissime infermità.

[415]. Monumen. Hist. Boemiae a P. Gelasio Dobner collecta, tomo I, pag. 59.

[416]. Autore di questa trattativa si disse Guido conte di Biandrate, uomo prudente, buon parlatore ed atto a persuadere. Essendo questi cittadino naturale in Milano, in quella occasione erasi condotto con tale prudenza e moderazione, che al tempo stesso, cosa in quel cimento difficilissima, e caro riuscì alla corte, e non generò alcun sospetto ne' cittadini suoi.

[417]. Radevic., lib. I. cap. 40.

[418]. Giulini, tom. VI, pag. 151.

[419]. Detto, tom. VI, pag. 70.

[420]. Vicende di Milano, pag. 93.

[421]. Goldast., Statut. et Rescript. Imperialia, pag. 55; — et Radevic., lib. I, cap. 41, pag. 286. Edit. Basileae, 1569.

[422]. Maravigliarsi egli della prudenza dei Latini, i quali, gloriandosi principalmente della scienza delle leggi, trovavansi poi in gravissima trasgressione della legge; e mentre tenacissimi seguaci si vantavano della giustizia, i tanti affamati e sitibondi l'ingiustizia loro evidentemente mostravano.

[423]. I Milanesi chiama a consiglio, e ad essi chiede come fedeli mantenere si debba le città dell'Italia; i quali gli danno il consiglio che suoi podestà, per mezzo de' suoi nunzi, costituisca coloro che nelle città d'Italia riconosce ad esso fedeli... Il quale consiglio l'imperatore lodando, fino a tempo opportuno, chiuso nel suo cuore lo mantenne.

[424]. Rispondono, non potere essi farlo in alcun modo; promettevano tuttavia di fare interamente tutto quello che contenevasi nel privilegio dell'imperatore, che io Vincenzo scritto aveva per parte dell'imperatore e del re di Boemia.

[425]. Cioè che essi medesimi elegessero i consoli che volessero, ed eletti li presentassero all'imperatore, o al di lui nunzio, affinchè giurassero all'imperatore stesso fedeltà. All'opposto i nunzi dell'imperatore rispondono, avere essi dato in Roncaglia all'imperatore il consiglio che, per mezzo de' suoi nunzi, nelle città della Lombardia stabilisca i podestà; onde anch'essi facciano uso di questo avvisamento.

[426]. Veggasi il citato Dobner, tom. I, pag. 61 e 62.

[427]. Nelle loro sortite tentarono o d'incendiare le macchine, o di distruggere le torri, o di ferire mortalmente alcuni dei nostri; nè fuvvi alcun genere di audacia o di ostinazione che essi, ignari delle cose future, ommettessero; e mentre già abbattuta reputavasi la loro superbia, tumidi gloriavansi delle commesse sceleratezze.

[428]. Radevic., lib. 2, cap. 45.

[429]. Comanda adunque che vendetta si faccia dei loro prigionieri, e ordina che appiccati siano alle mura.

[430]. Il popolo però, contumace, troppo ansioso di rendere la pariglia, trasse esso pure in egual modo al supplizio alcuni dei nostri, che prigionieri trovavansi.

[431]. Ordina che si conducono gli ostaggi loro al numero di quaranta, affinchè sieno appiccati.

[432]. Allora intanto conduconsi prigionieri sei militi tra i nobili milanesi, i quali erano stati trovati in luogo, ove coi Piacentini perfidi ragionamenti tenevano... Perciocchè, come sopra si è detto, anche allora Piacenza al principe aderiva con finta devozione e simolata obbedienza.... Questi adunque.... ordina che condotti sieno al supplizio, e lo stesso fine ebbero essi della vita, che già toccato era ai primi.

[433]. Radevic., lib. 2, cap 46.

[434]. Per impulso del serenissimo imperatore Federico.

[435]. Lib. 2, pag. 260.

[436]. E già a ruina della città moltissime macchine si appressavano, e già le torri elevate ad altissima mole cominciavano ad attaccarsi. Coloro allora con grandissima forza e pertinacia si diedero a resistere e ad allontanare le torri dalle mura, e coi loro strumenti e con validi colpi di pietre, a sconcertare le macchine nostre. Credendo però il principe di potere domare i feroci loro animi, ordinò che ai loro guerreschi ordigni (che ora nominati sono mangani, e che al numero di nove nella città trovavansi), si opponessero i loro ostaggi medesimi, alle macchine nostre legati. I sediziosi, cosa incognita presso i barbari, e cosa orrenda a dirsi, e che a udirsi sembrerà incredibile, le torri con colpi non meno frequenti percuotevano; nè punto li commoveva la compassione del sangue e dell'età, nè la comunanza dei vincoli naturali. E in questo modo alcuni fanciulli, colpiti dalle pietre, miseramente perirono. Altri, più miseramente ancora vivi rimanendo, pendenti attendevano quella crudelissima strage e l'orrore di asprissima calamità. Oh sceleratezza!

[437]. Lib. 2, cap. 47.

[438]. Usciti essendo dallo stesso castello circa ventimila uomini di diverse condizioni, fu quello dato alle fiamme, e ne fu permesso ai soldati il saccheggio.

[439]. Lib. II, cap. 42.

[440]. Pag. 327.

[441]. Federigo, per grazia di Dio imperatore de' Romani e sempre augusto. Crediamo che la prudenza vostra sia informata che un dono così grande della divina grazia, a lode e gloria del nome di Cristo, tanto evidentemente conferito al nostro onore, non può rimanere occulto o nascondersi come cosa privata. Il che noi significhiamo all'amor vostro ed al vostro desiderio, affinchè possiamo tenervi, siccome carissimi e fedeli, così ancora partecipi dell'onore e della gioia nostra. Imperocchè il dì seguente alla festa della Conversione di san Paolo, Dio ci accordò compiuta vittoria di Crema, e così gloriosamente di essa abbiam trionfato, che appena a que' miseri abitanti concedemmo la vita. Conciossiachè le leggi tanto divine quanto umane attestano che propria del principe è la somma clemenza.

[442]. Vicende di Milano con Federico I, imperatore, pag. 55.

[443]. Per ciascuna parrocchia della città elette furono due persone, e tre di queste da ciascuna porta, delle quali una io fui, affinchè, secondo l'arbitrio loro si vendessero le vettovaglie e il vino e le mercatanzie, e il danaro si dêsse a prestito, il che ridondò a ruina della città.

[444]. Hist. Rer. Laudens. Rer. Italic. Script., tom. XI, col. 1094.

[445]. Tutti afflitti erano dalla fame e dall'inopia; il marito, snudando la spada, assaliva la moglie, il suocero la nuora, il fratello l'altro fratello, il padre il figliuolo, perchè frodati dicevansi del pane, e dappertutto udivansi discordie domestiche e private contese.

[446]. Trist. Calch. Hist. Patr., lib. 10, pag. 209.

[447]. Appianiamo le fosse, dirocchiamo le mura, distruggiamo tutte le torri, e tutta la città traggiamo a ruina ed a desolazione.

[448]. In Dacherii Spicil., tom. V. — Pagi, Crit. Baron. ad annum 1162, num. 26.

[449]. Poscia le mura della città e le fosse e le torri furono a poco a poco distrutte, e così tutta la città di giorno in giorno venne sempre ridotta a ruina e a desolazione.

[450]. Il popolo viene espulso dalla città: il muro tutto all'intorno atterrato: gli edifizi sono spianati al suolo, eccettuati i templi dei santi.

[451]. Pistor. Nidan., Rer. German. Script., Ratisponae, 1751, tom. I, pag. 678.

[452]. I Milanesi, spinti dall'assedio, dalla fame, dall'inopia, dalla discordia, per mezzo di ambasciatori chieggono dall'imperatore misericordia.... l'imperatore, che proposto erasi di farli perire con diversi supplizi, a terrore degli altri, accordando loro la vita e concedendo che seco portassero quanto potevano delle cose necessarie, li disperse nelle province in modo che facoltà non avessero di rientrare nella città; quindi comandò che i suoi soldati nella città entrassero, e si distruggessero le mura, le torri, gli alti e superbi palazzi, e tutti gli edifizi.

[453]. Nella stessa raccolta del Pistorio, tom. I, pag. 914.

[454]. I Milanesi, stretti già da quattro anni d'assedio dal re e dall'esercito italico e teutonico, dopo molte illustri imprese di militare audacia, finalmente, attediati dalle calamità e dall'inedia, piuttosto che vinti dalla forza delle armi, supplichevoli stendono le mani all'imperatore, sè stessi e tutte le cose loro cedendo al regio potere. Ricevuti adunque alla dedizione gli ottimati e il popolo, il re, colle aquile vincitrici e con grande concorso di popolo, entrò verso la domenica delle Palme, e, conceduto avendo ai cittadini la vita e il possedimento di tutte le loro suppellettili, per di lui ordine si spianano le fortificazioni, le mura, le torri e qualunque luogo munito; gli altri edifizi, eccettuata la chiesa matrice e le altre chiese, vengono dalla vorace fiamma consunti, e quella città opulentissima... si spiana sino al suolo.

[455]. I Milanesi, dopo l'eccidio della loro città, in vigore di editto imperiale, quattro borghi nei quattro diversi punti fabbricarono.

[456]. Manckenius, Scriptores Rer. Germanicar., Lipsiae, 1730, tomo III, columnis 220 e 222.

[457]. Le mura della città abbatte e tutto spiana al suolo.

[458]. Nella citata raccolta del Menckenio, allo stesso volume, colonna 1708.

[459]. I Milanesi però, non potendo resistere ad impeto così grande, stanchi dalle frequenti devastazioni, dalla fame, dalla sete, da diverse perdite, dai tormenti e dalle uccisioni dei fratelli e degli amici loro, cagionate dai principi tanto della Lombardia, quanto della Teutonia, cercano il modo di trovare grazia presso l'imperatore; ad essi così si risponde dai principi: che in alcuna guisa non potranno ottenere la grazia dal signor imperatore, se dapprima non abbiano nelle mani dello stesso signor imperatore consegnata Milano. E per consiglio dei fedeli suoi vengono alla città di Lodi, e, sedendo l'imperatore sul suo tribunale coi suoi principi, portando innanzi ad esso le chiavi di tutte le porte milanesi, alla presenza di esso e di tanti principi, co' piedi nudi si prostrano a terra. Per comando dell'imperatore sono avvertiti di levarsi in piedi; e tra essi Aluchero di Vimercate così comincia a parlare: Peccammo, ingiustamente facemmo, perciocchè contra l'imperatore de' Romani, signore nostro, movemmo le armi; riconosciamo il nostro fallo, chiediamo perdono; il collo nostro assoggettiamo alla vostra imperiale maestà; le chiavi della città nostra, città antica, alla imperiale maestà offriamo, e adorando le pedate vostre, con umile e supplichevole preghiera chiediamo che abbiate pietà di città così grande, di antichissima opera dei passati imperatori, per amore di Dio, di sant'Ambrogio e di que' santi che dentro vi riposano, e che l'imperiale pietà si degni di accordare pace ai sudditi soggiogati. L'imperatore, udite avendo queste preghiere, le chiavi delle porte dei Milanesi riceve, e così ad essi risponde: Che siccome noto si rendette per le quattro parti del mondo, che contra il signor imperatore, padrone della terra, presunsero essi di muovere le armi, così per le quattro parti del mondo nota debb'essere la loro pena. Per le quattro parti intorno a Milano, all'Oriente, all'Occidente, all'Aquilone ed all'Austro, ognuno porti, ovunque vuole, il suo danaro: la città di Milano si renda in potere dell'imperatore. Questo udendo, i Milanesi si arrendono al volere suo, e, benchè a malgrado loro, obbediscono al di lui comando. I loro domicilii stabiliscono nelle quattro parti predette, all'Oriente, all'Occidente, all'Aquilone ed all'Austro; Milano cedono al potere del signor imperatore. L'imperatore, riunita avendo la milizia dei Teutonici, dei Pavesi, dei Cremonesi e degli altri Longobardi, siede in Milano sul suo tribunale, e chiede consiglio di quello che si debba di così grande città. Al che si risponde dai Pavesi, dai Cremonesi, dai Lodigiani, dai Comaschi e dalle altre città: Il calice gustino pur essi che diedero a bere alle altre città. Distrussero Lodi e Como, città imperiali; ai distrugga ancora la loro Milano. Udito avendo questo l'imperatore, per loro consiglio pronunziata avendo contro Milano quella sentenza, uscì fuora alla campagna. Primieramente il signor Teobaldo, fratello del signor re Ladislao, poi i Pavesi, i Cremonesi, i Lodigiani, i Comaschi ed altri delle altre città, più presto di quello che si farebbe a dirsi, il fuoco appiccano da ogni parte in Milano, mentre l'imperatore co' suoi eserciti ne rimane spettatore. Così Milano, città antica, città imperiale, da diverse calamità desolata, viene distrutta. L'imperatore poi, rovinata essendo Milano, in tutta l'Italia esercitava l'imperiale potere, perciocchè tutta al di lui cospetto l'Italia tremava, ed avendo egli nelle città italiche stabiliti i suoi podestà, dispose la marcia del suo esercito verso la Sicilia, disputare volendo col Siciliano intorno al ducato della Puglia.

[460]. Monumenta Historica Bohemiae, nusquam antehac edita a P. Dobner collecta, tom. I, pag. 71 e seg.

[461]. Vicende di Milano con Federico I, pag. 100, 104 e 106.

[462]. Avanti la porta di San Giorgio in Noxeda.

[463]. Giulini, tom. VI, pag 317.

[464]. Non rimase la cinquantesima parte di Milano, che distrutta non fosse.

[465]. Hist. Rer. Laudens., Rer. Italic. Script., tom. VI, colum. 1105.

[466]. Da prima incendiò tutte le case; poscia anche le case medesime distrusse.

[467]. Sire Raul, De gestis Federicis, in Rer. Italic. Scriptor., tom. IV, colum. 1187.

[468]. Giulini, tom. VI, pag. 264.

[469]. Giulini, tom. VI, pag. 230.

[470]. Il pianto e il lutto degli uomini e delle donne, e principalmente degli uomini infermi e delle femmine sopraparto, e dei fanciulli che uscivano, e i propri lari abbandonavano.

[471]. Rer. Italic. Script., tom. VI, colum. 1187.

[472]. Giulini, tom. VI, pag. 233.

[473]. Dopo la distruzione di Milano.

[474]. Giulini, tom. VI, pag. 292. — Vicende di Milano, pag. 80.

[475]. Giulini, tom. VI, pag. 307, 309 e 328.

[476]. Affinchè non fossero dai fondamenti rovesciate, come Milano, che era stata il fiore dell'Italia, se ribelli all'imperatore si facessero.

[477]. Vicende di Milano, pag. 97. — Giulini, tom. VI, pag. 338.

[478]. Federico Imperatore, con un esercito quasi innumerabile di Alemanni, assediò Milano.

[479]. Nidan. Pistor., Rer. Germanicar. Script., tom. 2, pag. 531.

[480]. I Milanesi spontaneamente fecero dedizione di sè stessi e delle cose loro all'imperatore, il quale, senza alcuna clemenza, Milano distrusse.

[481]. Rer. Boicarum Scriptores, collegit Andreas Felix Oefelius, tom. II, pag. 334.

[482]. Giulini, tom. VI, pag. 339.

[483]. Oh quanto clamore, quanto timore, quanto lutto per quattro settimane si mantenne nei borghi, specialmente nel borgo di Noxeda e di Vigentino! Alcuno non vi aveva che osasse coricarsi nel letto. Perciocchè ogni giorno dicevasi: Ecco i Pavesi che vengono ad incendiare i borghi!

[484]. Rer. Italic. Script., tom. VI, columnia 1191.

[485]. Tom. VI, pag. 395 e seguenti.

[486]. Formaronsi insieme in un solo corpo.

[487]. Giulini, tom. VI, pag 156.

[488]. Vi abitava una turba di ladroncelli, di rapitori, di servi fuggitivi dai loro padroni.

[489]. Rer. Ger. Script, ex Biblioth. Marquardi Freheri excerpti a Gotthelffio Struvio, tom. I, p. 342. Edit. Tertia, Argentorati.

[490]. Con grande costanza da ciascuna parte spingevansi le cose della guerra; alcuni talvolta di questi o di quelli erano fatti prigioni, altri uccisi ed anche impiccati. L'imperatore però certa cosa fece degna di lode. Perciocchè condotti essendo al di lui cospetto tre dei prigionieri, comandò che loro fossero cavati gli occhi. Accecati i due primi, al terzo, degli altri più giovane, domandò perchè ribelle egli fosse all'imperio; ma quello disse: Non contra di te, o Cesare, nè contra il tuo imperio io oprai; ma un padrone avendo nella città, obbedii ai di lui comandamenti, e con fedeltà lo servii; che se egli teco contro i suoi cittadini pugnare volesse, ancora lo servirei con eguale fedeltà. Dalle quali parole allettato l'imperatore, accordata avendo ad esso la conservazione degli occhi, comandò che i suoi compagni accecati nella città riconducesse.

[491]. Struvius, loc. cit.

[492]. Cosa degna di lode.

[493]. Cinse d'assedio Alessandria, città che viene detta fortissima, non per il giro delle mura, ma per la situazione del luogo, e con un campo fortificato grande oltre credenza, nel quale un fiume vicino derivarono; trovaronsi ancora in essa uomini valorosi in gran numero, pronti a resistere con coraggio, cosicchè l'imperatore non così presto, come voluto avrebbe, riuscì ad espugnare la piazza, ma con molta fatica e grande strage de' suoi, nell'intervallo ancora di alcuni anni.

[494]. Dobner, Monumenta historica Bohemiae, tom. I, pag. 86.

[495]. All'imperatore Federico, ottenuta da esso la pace, tutto quello vogliamo fare che fecero gli antecessori nostri, dal tempo della morte del secondo Enrico imperatore, agli antecessori suoi, senza violenza nè timore.

[496]. Antiquit. Med. Æv., tom. IV, pag. 277.

[497]. I Lombardi sono nell'una e nell'altra milizia diligentemente istruiti; perciocchè sono valorosi in guerra, e nell'arte di parlare al popolo maravigliosamente eruditi.

[498]. Giulini, tom. VI, pag. 483.

[499]. Mantengono l'eleganza del latino parlare e la urbanità dei costumi. Nella ordinazione ancora delle città e nella conservazione della repubblica imitatori sono altresì dell'accortezza degli antichi Romani.

[500]. De Gestis Federici, lib. I, cap. 12.

[501]. Giulini, tom. V, pag. 110.

[502]. Detto, tom. II, pag. 122.

[503]. Liutprand., lib. V, cap. 16.

[504]. Giulini, tom. VI, pag. 438.

[505]. Dissert. Med. Æv., tom. II, pag. 28.

[506]. Per ciascun carro di legne un pezzo riceveva, uno per ciascuna sporta di pesci, uno per qualunque fornata di pane.

[507]. Manipul. flor., cap. 146.

[508]. Giulini, tom. II, pag. 243.

[509]. Detto, tom. IV, pag. 247.

[510]. Dissert. Med. Æv., tom. IV, pag. 277.

[511]. Le quali, secondo il computo del conte Giulini, equivalgono a undicimila e duecento zecchini correnti, somma ben tenue, ripartita sopra venticinque città, quante componevano la lega, dappoichè vi si compresero Pavia e Como.

[512]. Giulini, tom. VII, pag. 6.

[513]. Monum. Bas. Ambr., n. 587.

[514]. Tutti i diritti regali che l'imperio ha nell'arcivescovado milanese, o sia nei comitati del Seprio, della Martesana, della Bulgaria, di Recco, ecc.

[515]. Giulini, tom. VII, pag. 20, 21 e 22.

[516]. Nel termine che i consoli di Milano col Consiglio di credenza ci indicheranno.

[517]. Concedette piena giurisdizione.

[518]. Tom. VII, pag. 24.

[519]. Più di centocinquanta cavalli carichi d'oro, d'argento, di sciamiti e di manti, e di pelli grigie e di vaio, e di altre cose preziose.

[520]. Giulini, tom. VII, pag. 32.

[521]. Dissert. Med. Æv., tom. IV, pag. 731.

[522]. Sì grande timore tutti coloro che rimasti erano, invaso aveva, per la grandiosità delle sue gesta, che tutti ultroneamente accorrevano, e ciascuno coll'ossequio studiavasi di ottenere la grazia della sua famigliarità. Perciocchè dai legati di Verona può comprendersi quanto timore agli Italiani incusso avesse la memoria dei di lui fatti.

[523]. Otto Frisin., lib. 2, cap. 27, pag. 256. Edit. Basileae, 1569.

[524]. Trascorrendo il territorio del vescovado che si chiama Uratislavia, passò nel vescovado posnaniense, e tutta quella terra egli pure devastò col ferro e col fuoco.

[525]. Radevich., lib. I, cap. 3, pag. 262.

[526]. Duro è certamente che dipendere debba dall'altrui arbitrio l'animo di uno scrittore, siccome privo della facoltà d'istituire egli stesso un esame.

[527]. Pag. 235.

[528]. Mentre con essi trattavamo di comperarlo, ed essi ce lo ricusavano, il nobilissimo loro castello, cioè Rosate, che cinquecento soldati aveva, facemmo prendere ed incendiare... Poi tre loro castelli fortissimi, cioè Minima, Gailarda e Treca (Trecate) distruggemmo; e celebrato avendo con grandissima giocondità la natività del Signore.... distruggemmo poscia Caira, villa grandissima e molto bene fortificata, e la città d'Asti con incendio devastammo... Di là siamo venuti a Spoleto, e perchè ribelle era... la pigliammo colla forza, col ferro cioè e col fuoco, e riportate avendo spoglie infinite e molte altre consumate col fuoco, la rovesciammo dai fondamenti.

[529]. De Gestis Federici Primi, Cesaris Augusti, Basileae, 1559, pag. 186.

[530]. La città si abbandona al saccheggio, e pria che si potessero portar via le cose che giovar possono all'uso degli uomini, appiccatovi da alcuno il fuoco, si consuma. I cittadini che avean potuto sottrarsi al ferro ed alle fiamme, la vita soltanto conservando, nel vicino monte seminudi, si riducono... Nel dì seguente, perciocchè dall'abbruciamento dei cadaveri l'aere tutto corrotto generava intollerabile fetore, trasferì l'esercito nei luoghi più vicini... finchè le spoglie sopravanzate all'incendio ad uso servirono, non già de' miseri Spoletani, ma dell'esercito.

[531]. Otto Frising., lib. 2, cap. 23, pag. 252.

[532]. Chiunque di essi preso fosse, il supplizio doveva aspettarsi del patibolo che innanzi alla piazza vedevasi eretto.

[533]. Pag. 244.

[534]. La città da prima fu data al saccheggio, poi rovinata ed incendiata.

[535]. Pag. 247.

[536]. Quasi tutti quei prigionieri che incatenati tenevansi, erano dell'ordine equestre. Essendo adunque i suddetti presentati al principe e condannati al supplizio delle forche, uno di essi disse: Ascolta, o nobilissimo imperatore, la condizione di un uomo sfortunatissimo. lo sono Gallo di nazione, non Lombardo, e sebbene povero, di stato cavaliere, libero di condizione, ec. Questo solo il glorioso imperatore ordinò che tra tutti esente fosse dalla sentenza di morte; imponendogli questo solo per pena che, posto il laccio al collo di ciascuno, col supplizio delle forche i suoi compagni facesse perire. E così fu fatto.

[537]. Affinchè a tutti i passaggeri presentassero documento della loro temerità, sulla strada medesima furono posti in mucchio, ed erano, come si narra, cinquecento.

[538]. Otto Frising., lib. 2, cap. 25.

[539]. Il re Federico, raccolta avendo grande quantità di principi e di altri soldati, ed aggiunti al suo séguito Enrico, duca di Sassonia, e Federico figliuolo del re Corrado, ed altri principi, incamminossi con un corpo numeroso di truppe a Roma dal papa Adriano, affinchè Cesare, secondo il dovere, lo consacrasse; essendo però giunta quella comitiva nell'uscire dalle Alpi avanti la città stessa di Verona, a Guordo, castello inespugnabile, i Veronesi, riguardandolo come di loro diritto, il passaggio vietano ad esso cd ai suoi seguaci, dicendo che Cesare non era egli ancora, ma re, e che per questo, come era di loro diritto, doveva egli pagare ad essi il danaro, se di là passare voleva a Roma, che qualora ricevuto lo avessero già consacrato Cesare, gli avrebbero in quella occasione, e non già prima, renduti gli onori dovuti a Cesare. Queste cose udendo, Federico reprime lo sdegno, e, dissimulandolo, dà loro di buone parole, promette il danaro che essi domandano, e come di questo data avesse sicurtà, passa per Verona col suo esercito intatto. Situate adunque oltre quella città le truppe reali, manda dire ai Veronesi che a ripetere vengano il dovuto danaro, i quali alle di lui parole credendo, dodici dei primari e più nobili cittadini, con numeroso séguito di altri nobili, mandano al re per ricevere il danaro promesso; questi il re guardando con volto ilare, ed ottime parole soggiugnendo intorno al promesso danaro, tutti ordina che presi sieno, e molti di essi avendo fatti trucidare, i dodici primari nobili comanda che sieno impiccati. E siccome uno di questi diceva essergli parente in linea assai vicina, e con testimonianza lo provava, per questo, come più nobile, ordinò che sospeso fosse a più alto patibolo.

[540]. Dobner, tom. 1, pag. 43.

[541]. Giulini, tom. VII, dalla pag. 137 alla pag. 147.

[542]. Detto, tom. VII, pag. 144.

[543]. Commesso fu ad Anselmo di Terzago, che provvedere dovesse secondo il suo giudizio intorno al reggimento della città, ed egli elesse due consoli che per un anno la reggessero.

[544]. Flamma Chronic. MS., cap. 963.

[545]. Ad alcuno non fosse interdetto l'uso de' suoi beni, se non giudicata la causa ed approvata dal comune, dal podestà di Milano, o dai rettori della comunità, siccome le leggi richieggono.

[546]. Corio, pag. 59 dell'edizione in foglio.

[547]. Dico, comando e stabilisco che in perpetuo debba fermamente osservarsi.

[548]. Non possiamo ancora dimenticarci che voi, pacificato essendo di già l'imperio, che lungamente era stato turbato, ci dirigeste legati tanto discreti e tanto onesti, coi vostri donativi, che noi, come era convenevole, ricevemmo sotto quella grazia e devozione colla quale sempre vi abbiamo riguardati, e sempre cari vi terremo; i vostri donativi altresì tanto più grati ci riuscirono, quanto che noi sapevamo che quelli trasmessi erano per effetto di pura amorevolezza.

[549]. Giulini, tom. VII, pag. 227.

[550]. Balut., tom. II, pag. 662.

[551]. Giulini, tom. VII, pag. 334.

[552]. Giulini, tom. VII, pag. 483.

[553]. Fu scolpito in marmo sedente sopra un cavallo, il che fu reputato grande vituperio. Questi il primo fu a fare imprigionare gli eretici.

[554]. Nuove leggi promulgate furono contra gli eretici, dei quali moltiplici erano le sette e con nomi stranissimi distinte; perciocchè, oltre i Patareni, dei quali ho fatto già menzione parlando di Arnolfo, nominavansi i Catari, i Carani, i Concorezii, i Fursici, i Vanii, gli Speronisti, i Carantani, i Romolarii; e questa peste non meno attaccavasi alle femmine, che agli uomini. Fu all'uno e all'altro sesso vietata questa superstizione, minacciandosi pena capitale e distruzione delle case a coloro che in essa perseverassero, o i colpevoli nelle case loro ricevessero, o in altro modo gli aiutassero. E nell'anno seguente, correndo il mese di gennaio, Goffredo, cardinale di San Marco, legato pontificio, entrato in Milano, stabilì per legge (di comune consenso tuttavia dell'arcivescovo, degli ordinari e del popolo), che il pretore di pena capitale punisse entro dieci giorni coloro che dannati fossero per giudizio ecclesiastico.

[555]. Tristan. Calch. Hist. Patr., lib. 8, pag. 269.

[556]. Corio, parte seconda, foglio 72.

[557]. Stabilito avendo lo inquisitore, distrusse le eresie.

[558]. Nazarian., cap. 109, pag. 561.

[559]. Corio, all'anno 1252.

[560]. Diss. Med. Æev., tom. V, pag. 92 e seg.

[561]. La trista vita di un prelato nuoce al suddito ed anche a quello che è consacrato a Dio. — Nella chiesa di Dio non debbono esservi cattivi sacerdoti e diaconi. — I preti cattivi non possono esercitare il loro ministero. — La Chiesa non dee possedere alcuna cosa se non se in comune. — Alcun tristo non può essere vescovo. — Non è lecito ad alcuno lo ammazzare.

[562]. Muratori, Diss. Med. Æv., tom. V, pag. 95.

[563]. Marten. Veter. Script. et Monum. Collect., pag. 1051.

[564]. Perciocchè in questo noi richiamiamo il costume degli antichi Cesari, ai quali, per le illustri azioni sostenute colle vittoriose insegne, il senato ed il popolo romano i trionfi e le lauree aggiudicava; al che col presente esempio della nostra serenità, secondo i voti vostri, da lungi prepariamo la via, mentre, vinta avendo Milano, il carro di quella città, capo certamente della fazione dell'Italia, a voi destiniamo, come la preda e le spoglie dei nemici vinti, e la caparra vi mandiamo avanti delle nostre grandi azioni e della gloria vostra.

[565]. Marten. Collect. Veter. Monum., tom. II, pag. 1190.

[566]. Città, capo della fazione dell'Italia.

[567]. Attualmente si legge l'iscrizione incisa di quel tempo in caratteri semigotici, e sta in Roma nel muro della scala che conduce ai signori Conservatori del popolo romano in Campidoglio, e dice:

Cesaris Augusti Federici, Roma, Secundi

Dona tene, currum, perpes in urbe decus.

Hic Mediolani captus de strage, triumphos

Cesaris ut referat, inclita preda venit.

Hostis in opprobrium pendebit, in urbis honorem

Mietitur: hunc urbis mietere jussit amor.

[568]. Dell'ordine dei frati minori, i quali, non solo armati di spade e muniti di elmo, presentavano una falsa apparenza di soldati, ma anche insistendo colla predicazione, i Milanesi ed altri ancora, purchè la persona nostra o quelle de' seguaci nostri offendessero, da tutti i peccati assolvevano.

[569]. Giulini, tom. VII, pag. 534.

[570].

«Duce e tutor del popolo d'Ambrogio,

Di giustizia vigor, luce de' grandi,

Arca tu di saper, sommo dell'alma

Madre Chiesa campion, eccelso fiore

Di tutta quest'amabile regione;

Al tuo cader d'Italia impallidisce

Lo splendor tutto! Ahi, che l'aiuto nostro

Della Torre Pagan, n'andò tra l'ombre!

MCCXLI, il dì VI di gennaio, morì il detto signor Pagano

della Torre, podestà del popolo di Milano».

[571]. Giulini, tom. VII, pag. 431.

[572]. Giulini, tom. VIII, pag. 128.

[573]. Al minuto alla maniera della taverna.

[574]. Tom. VII, pag. 462.

[575]. Giulini, tom. VII, pag. 420.

[576]. Detto, tom. VII, pag. 423.

[577]. In nome del signor nostro Gesù Cristo. Nell'anno della natività del medesimo mille dugentoquarantacinque, il giorno di venerdì, terzo di novembre, indizione quarta. Essendo che il signor Uberto di Vialata, podestà di Milano, e Guido di Casate, Guido di Mandello, Filippo della Torre, Giovanni della Torre, Guglielmo di Soresina, Probino Ingoardo, Rezardo di Villa, Giustamonte Cicata, Lampugnano Marcellino, Burro dei Burri, Artusio Marinone, Guglielmo di Lampugnano, Anselmo di Lampugnano, Anselmo di Terzago, Rosate della Croce, Landolfo Crivello, Negro Grasso, Guizzardo Morigia, Mollone Becano, Caruzano Morone, Amerato Mainerio e Buonincontro Incino, consiglieri, e segretari, e sapienti del comune di Milano, con molta istanza pregando, instarono presso il signor Ardico di Soresina, arciprete di Monza, e i canonici ed il capitolo di questa chiesa, ed anche col signor G. di Montelongo, legato della Sede apostolica, affinchè concedessero e prestassero allo stesso podestà e ai consiglieri, e sapienti, o sia al comune di Milano, qualche parte del tesoro di quella chiesa da darsi in pegno, per il danaro necessariamente occorrente al comune di Milano, che in altro modo non può trovarsi nè ottenersi; come espressamente asserivano; e che quella chiesa volevano mantenere indenne; e fare sollecitamente restituire quel tesoro: alle di cui preghiere e a quelle di questo signor legato soprascritto, i signori arciprete e canonici umilmente accondiscendendo, per l'onore e vantaggio del comune di Milano, presente e volente questo signor legato, offerirono, concedettero a questi podestà e consiglieri e sapienti ed al comune un calice d'oro del tesoro della chiesa Monzese del peso di once centosette, colle orecchiette e coll'ornamento di molte pietre preziose. E perciò il predetto signor Uberto di Vialata, podestà di Milano, e questi consiglieri, e segretari, e sapienti, data essendo loro licenza e facoltà e autorità dal consiglio dei quattrocento, e dei trecento, e dei cento nuovo e vecchio, come dicevano, riformato (scritto nel libro del comune di Milano l'atto di fare la infrascritta obbligazione, e tutte le cose infrascritte) promisero, e diedero sicurtà, e tutti i beni loro e i beni del comune di Milano tutti e ciascuno di essi solidamente obbligarono in pegno al detto signor Arderico di Soresina, arciprete di Monza, accettante in suo nome, e in nome della Chiesa, e di tutto il capitolo di Monza, e di ciascuno dei canonici di detta Chiesa; che esigeranno, renderanno e daranno senza alcuna diminuzione, liberamente e assolutamente, di qui al natale prossimo, a questo signor arciprete ed ai canonici, o sia al capitolo, il soprascritto calice d'oro, ornato con gemme e pietre preziose. A tutte spese e danni di essi e del comune di Milano, e senza alcun danno o spesa dei detti arciprete e canonici e della Chiesa. E rinunziarono alla eccezione del calice non ricevuto, e ad ogni altra eccezione colla quale potessero in alcun modo premunirsi e difendersi, e massime che non potessero dire essersi obbligati per lo comune o per le cose del comune, ma sieno tenuti in modo che possano essere citati in solido, anche dopo finito e deposto il loro ufficio e la facoltà e l'autorità loro, come se tutte le predette cose fossero pervenute in potere di ciascuno di essi. E rinunziarono al beneficio della nuova costituzione e della lettera del Divo Adriano e di qualunque altro aiuto col quale in alcun modo potessero difendersi per mezzo dell'uso, e della legge, e dello statuto, e di qualunque ordinamento fatto o che farsi in avvenire potesse o si facesse; ma in qualunque tempo possano con effetto essere convenuti, non ostanti alcune ferie nè le loro dilazioni fatte o da farsi. E promisero come sopra il detto podestà, e questi consiglieri, e sapienti, che nè il podestà, nè alcuno de' predetti darà in alcun modo, nè con alcun sotterfugio, anche consenzienti questi arciprete e canonici, alcuna altra cosa in luogo di quel calice, fuori del predetto calice; ma daranno lo stesso calice speciale, intero, con tutte le sue pietre e gemme senza alcuna diminuzione. Ed ivi il detto signore G. di Montelungo, legato della Sede apostolica, coll'autorità della sua legazione e per volontà dello stesso podestà e dei segretari, e consiglieri, e sapienti predetti, essi tutti e il consiglio comunale, dal termine infrascritto in avanti, assoggettò e sottopose al vincolo della scomunica adesso per allora, se le cose predette come sopra mantenute non fossero per quel termine; eccettuato il podestà predetto. Alla osservanza delle quali cose e maggiore loro confermazione i predetti segretari, e consiglieri, e sapienti sopranominati giurarono corporalmente, toccando i sacrosanti Evangeli, tutte le cose sopranotate, e di osservare e fare, e fare osservare dal comune di Milano ciascuna delle cose predette. Fatto nei campi d'Albairate, nell'esercito contra Federigo, una volta imperatore.

[578]. Tom. VII, pag. 502.

[579]. Giulini, tom. VIII, pag. 30 e seg.

[580]. Bullar. Francescan., tom. II, pag. 15.

[581]. Sormani, Storia degli Umiliati, cap. 10, pag. 99.

[582]. Bullar. Dominican., tom. I, pag. 244.

[583]. Dal consiglio dei quattrocento e dei trecento e dei cento, nuovo e vecchio.

[584]. Giulini, tom. VIII, pag. 256.

[585]. Giulini, tom. VIII, pag. 12.

[586]. Detto, tom. VIII, pag. 28.

[587]. Tom. VIII, pag. 145 e seg.

[588]. Giulini, tom. VIII, pag. 174.

[589]. Seicento forche preparansi, alla vista delle quali si ritirarono.

[590]. Manip. flor. ad an. 1260.

[591]. Giulini, tom. VIII, pag. 186.

[592]. Detto, tom. VIII, pag. 191.

[593]. Tom. VIII, pag. 192, 219, 236 e 249.

[594]. Giulini, tom. VIII, pag. 247.

[595]. Corio a quell'anno.

[596]. Giulini, tom. VII, pag. 134.

[597]. Detto, tom. VIII, pag. 247 e 286.

[598]. Sotto l'interdetto dei divini uffizi rimasta era la città di Milano per la contesa colla quale la famiglia dei Maravigli sembrava ingiustamente opprimere il priore di Pontida.

[599]. Calch. Hist. Patr., lib. 17, pag. 376.

[600]. Tom. VIII, pag. 334 e 335.

[601]. Il Castel Seprio si distrugga, e distrutto si mantenga in perpetuo, nè alcuno ardisca presumere di abitare su quel monte.

[602]. Siccome in tutte le cose sembrava entrare il sospetto, dubitava altresì che nuove trame nelle adunanze si macchinassero, e per questo comandò che coorti armate giorno e notte la città girassero, e provvedessero che riunione non si facesse tra i cittadini.

[603]. Calch. Hist. Patr., lib. 17, pag. 385.

[604]. Avendo però il predetto Matteo Magno Visconti ottenuto il dominio di Milano, nello stesso primo reggimento molto virtuosamente si condusse; perciocchè professò per tal modo la castità e la onestà, che tutta la di lui corte composta sembrava di uomini religiosi. Le messe con grandissima devozione ascoltava. I sacerdoti vestiva colle sue proprie mani. In tutta la quaresima faceva che i domestici suoi e tutti i suoi famigliari si confessassero, altrimente con severità li puniva. I nobili di Milano volontieri ascoltava, e ai loro consigli non resisteva. I beni del comune conservava, nulla per sè riteneva. Non versò mai il sangue di alcuno. I dominii dei borghi e delle ville tra i nobili divideva; ogn'anno però i dominii di questi cambiava, onde tutti i nobili all'amor suo invitava. Fu ancora robustissimo della persona ed agile assai; colle mani spezzava un ferro di cavallo; e molt'altre cose faceva degne di commendazione.

[605]. Ad onore del Signor nostro Gesù Cristo e della gloriosa Vergine Maria, sua madre, e del beato Ambrogio, confessore nostro, e dei beati Vincenzo, Agnese, Dionisio, e di tutti i santi, e della Santa Madre Chiesa, e del sommo pontefice, e del signor re dei Romani, ed a conservazione dello Stato del venerabile padre signor Ottone, arcivescovo della santa chiesa milanese, e al buono, tranquillo e pacifico stato del popolo e del comune di Milano e di tutti gli amici, ed alla morte e distruzione del marchese di Monferrato, e di tutti i di lui seguaci, voi, signor capitano, giurerete di reggere il popolo di Milano da oggi in avanti, per anni cinque prossimi venturi, in buona fede, senza frode, e che custodirete e manterrete lo stesso popolo.... e gli statuti... e se questi mancassero, osserverete le leggi romane.

[606]. Vedi Corio all'anno 1288.

[607]. La morte e la distruzione del marchese del Monferrato e di tutti i di lui seguaci.

[608]. Giulini, tom. VIII, pag. 435.

[609]. Corio all'anno 1308, e Villani, storia, lib. 8, cap. 61.

[610]. Il che, chiarissimi cittadini, significa che, siccome col ferro e con ferrei strumenti si domano tutti gli altri metalli, così, per salutare consiglio, non che per insigne valore dell'armi italiche e principalmente de' Milanesi, domare dee l'imperatore tutte le altre nazioni.

[611]. Giulini, tom. VIII, pag. 478.

[612]. Med. Æv., tom. IV, col. 632, B.

[613]. Med. Æv., tom. 2, pag. 595.

[614]. Giulini, tom. VIII, pag. 631.

[615]. Rer. Ital., tom. XII, colum. 1099, B.

[616]. Ibidem, tom. XI, col. 231, C.

[617]. Ibid., tom. IX, col. 1242, B.

Nota del Trascrittore

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