Antichità civili.

Dopo d'avere parlato nei mesi precedenti sulla società domestica degli antichi Ebrei, comincieremo in questo la descrizione dei loro usi sociali, facendovi precedere alcune considerazioni sul loro carattere in generale.

È cosa innegabile che il carattere degli ebrei antichi teneva alcun che di singolare, e distinguevasi da quello degli altri popoli per virtù e vizi proprii. Se è vero che essi non erano affatto scevri dei vizi propri degli Asiatici quali: l'arroganza, l'indocilità, la caparbietà, la mollezza, l'amore del lusso e delle pompe; se è vero ch'essi ebbero una tendenza invincibile verso l'idolatria fino all'epoca del primo esiglio; non è men vero che in parecchi periodi della loro storia noi li riscontriamo sobrii e semplici nei costumi, modesti nelle glorie, attribuendone maggior merito alla protezione di Dio che al loro proprio valore; li riscontriamo ammirabili per fede religiosa e per isviscerato amore al patrio suolo; schietti, mantenitori delle promesse, chiari per umanità, giustizia ed affabilità.

Gli sforzi di Mosè per insinuare nei loro cuori una forte passione per l'agricoltura e per la pastorizia non furono vani, perchè essi vi si mostrarono cotanto propensi e vi si dedicavano con tanto amore, che la massima prosperità della nazione veniva figurativamente espressa dai profeti colle parole che: «ciascuno condurrebbe la sua vita sotto la sua vite e sotto il suo fico»: per quanto ciò non abbia minimamente impedito che ogni qualvolta la loro patria reclamava l'aiuto dei suoi figli, questo popolo non abbia saputo cangiare con prestezza ammirabile e con uno slancio insuperabile gli strumenti di pace in quelli di guerra.

[pg 108] Vediamo ora come il loro carattere si manifestasse in pratica nelle diverse congiunture della vita.

Non è mestieri di essere molto versato nel Pentateuco, per sapere quanto già dicemmo e ripetiamo ora, che cioè il suo autore si studiò di ingentilire l'animo del suo popolo, e di insinuare nei loro cuori urbanità e delicatezza[62]. [pg 109] E noi ci sentiamo ben orgogliosi di potere asserire senza, tema di smentita, che da questo lato gli ebrei si uniformarono sì bene all'intenzione del loro Legislatore, che lasciarono una prova indubbia della più alta civiltà.

L'atto più comune di urbanità essendo il saluto che viene scambiato tra amici e conoscenti; è perciò naturale che si presenti primo al nostro esame.

Presso gli ebrei, la locuzione che esprimeva il saluto, conteneva una benedizione. Il saluto più ordinario era infatti: Dio (sia) con te: al quale veniva risposto: benedica te Iddio. Si usavano però altre formule quali sarebbero: Dio ti sia benigno: la benedizione di Dio (sia) sopra di te; io ti benedico nel nome di Dio. Volendo informarsi del benessere dell'amico, gli si indirizzava la seguente interrogazione: aschalom lach? a cui ordinariamente veniva risposto: schalom. Gli amici, i parenti e quelli che erano di un rango eguale per lo più facevano seguire un abbraccio al saluto e specialmente poi quando non si erano visti da lungo tempo. Incontrando o accomiatandosi da persone di un rango più alto facevano una profonda riverenza, che la Bibbia esprime colle parole: si prosternò colla faccia a terra.

Da quanto si rileva dal fatto di Rebecca verso Isacco e da quello di Abigaille verso Davide, si può conghietturare, che l'inferiore si affrettava a scendere dalla sua montura, quando vedeva arrivare l'uomo di distinzione al quale voleva presentare i proprii omaggi.

Nel corso della conversazione, l'inferiore dava al superiore il titolo di signore, e a se stesso si attribuiva quello di servitore, senza però lasciare di parlargli direttamente in persona seconda, formula che si usava quasi esclusivamente. Anche le donne parlando a uomini a loro superiori davano a se stesse l'epiteto di serventi. Pare che gli uomini non usassero salutare in pubblico le donne, ma che all'incontro queste si mostrassero molto sollecite ad usare verso gli uomini quest'atto d'urbanità. Tale uso si conserva ancora oggi giorno tra gli Arabi.

[pg 110] Stando a quanto scrisse un celebre viaggiatore[63] sugli Orientali, i quali, dice esso, «conservano talmente le usanze antiche menzionate nella Storia Sacra e profana, che salvo la religione, si può dire che è ancora lo stesso popolo di due mila anni fa», noi siamo portati a conghietturare che quando si andava a fare visita a un grande personaggio sì usava farsi annunziare: ma che volendo invece entrare in una casa ordinaria si bussava alla porta, e si attendeva che sortisse il padrone per esservi introdotto. Partendo dalia stessa supposizione si ha fondamento a ritenere che, come si usa attualmente dagli Orientali, si usasse anche fra gli Ebrei di abbruciare incensi in onore degli ospiti e di complimentarli con rinfreschi che consistevano allora in vino mescolato d'aromi, in sciroppo di melagranate, ecc.

Nel rispondere al saluto di commiato del visitatore, il padrone di casa gli diceva: lech leschalom (va in pace) augurio questo che si adoperava anche pel viaggiatore.

Fra gli scambievoli atti d'urbanità a cui ci obbliga la vita socievole, dopo il saluto e la visita vengono i regali, e di essi la Bibbia ci offre pure molti esempi. È quasi superfluo dire che i regali, i quali sono forse ancora più che il saluto e la visita una manifestazione d'una reciprocanza non dubbia di affetto, di stima e di devozione; dovevano necessariamente variare a seconda dei vincoli di parentela e di amicizia che legavano tra loro chi li offriva e colui a cui venivano offerti, e a seconda della differenza della loro condizione sociale[64]. Essi consistevano in armi, [pg 111] in vestiti, in danaro e in derrate, fra le quali devesi particolarmente notare il grano secco, il pane e il miele. Naturalmente non v'era epoca fissa per tale scambio di regali, poichè gli amici se ne scambiavano nei giorni di allegria per qualsivoglia festività domestica; e in tali giorni, come pure nelle ricorrenze delle solennità religiose, se ne distribuivano generosamente al levita, al forestiero, all'orfano e alla vedova: onde anch'essi, secondo il detto Mosaico «potessero partecipare alla comune letizia».

Si offrivano pure regali ai grandi, dei quali volevasi acquistare la protezione. Talvolta anche i grandi ne offrivano ai loro inferiori, locchè veniva stimato un segno di favore e di protezione. Anche ai re si offrivano regali, ma probabilmente altro non erano se non un'imposta [pg 112] mascherata. È però dovere di giustizia il soggiungere che anche i re dal canto loro si dimostravano liberali verso quei loro sudditi che ritenevano degni di particolare distinzione, e che nei tempi di pubblica esultanza facevano distribuire viveri al popolo radunato.

Un altro genere di urbanità consistente nei pranzi era pure in uso allora. Si davano pranzi per festeggiare l'arrivo di qualche parente od amico che non s'era visto da gran tempo; alla tosatura delle pecore; alle vendemmie; allo spopparsi dei bambini e in occasioni di matrimoni; presso i principi si davano pranzi anche nelle neomenie e nei giorni loro natalizi ecc. Questi festini vengono indicati colla parola misthè, che letteralmente significa tempo di bere, probabilmente per la larga parte che si lasciava al vino in quei tempi in compenso alla scarsità delle pietanze, che erano certamente ben lungi di raggiungere o anche di solamente avvicinarsi al numero di quelle che s'imbandiscono attualmente nelle mense dei grandi. Portavano pure il nome di lehhem che vale pane, quasi ad atto di ossequio al primo e più importante alimento. Da quanto si legge in Samuele, pare che il pasto fosse preceduto dalla benedizione del capo dei convitati.

Nei diversi festini di cui parla la Bibbia non si fa mai cenno sull'intervento delle donne, per cui siamo portati a conchiudere che anche fra gli ebrei, le donne tenessero festini nei loro appartamenti separati come si usava in tutto l'Oriente; quantunque dall'importanza che aveva la donna nella famiglia ebrea, debba mettersi fuor di dubbio che esse venivano ammesse nei pasti famigliari. Tutto lascia credere che tali festini fossero rallegrati da concenti musicali e da canti di gioia.

Nel conversare il loro contegno era misurato e grave, come lo è quello degli orientali in generale, e specialmente quello degli arabi. Si parlava poco, e con parole convenienti. Le espressioni lubriche, disoneste od anche solo equivoche non solo erano bandite dal loro parlare, ma venivano colpite dalla riprovazione universale: i buffoni [pg 113] erano tenuti in tale pessimo concetto, che Davide li assimila ai malfattori e ai reprobi.

Crediamo fare cosa utile rapportando su questo argomento alcune osservazioni giudiziose e spassionate dell'abate Fleury, nel suo pregiato lavoro Mœurs des Israélites: «Essi, gli ebrei, usavano volontieri nei loro discorsi allegorie ed enigmi ingegnosi. Il loro linguaggio era modesto e conforme al pudore. Essi dicevano per esempio: «L'acqua dei piedi» per sott'intendere l'orina: «Coprire i piedi» per soddisfare agli altri bisogni naturali, perchè in tale azione si coprivano dei loro mantelli dopo d'avere scavato la terra..... D'altra parte se essi hanno certe espressioni che a noi sembrano piuttosto dure quando parlano del concepimento e della nascita dei bambini; se nominano senza riguardo certe infermità segrete dell'uno e dell'altro sesso, ciò avviene per la distanza dei luoghi e dei tempi...»

Sull'argomento dei loro piaceri lo stesso autore così si esprime: «La loro vita agiata e tranquilla unita alla bellezza del paese li rendeva inclinati al piacere: ma i loro piaceri erano semplici e facili non avendone guari oltre il buon vitto e la musica. I loro festini erano imbanditi di vivande assai semplici e la maggior parte di loro sapeva cantare e servirsi degli strumenti musicali». Quantunque in verità noi riteniamo che gli ebrei godessero altri piaceri oltre ai due summentovati; è però vero che il vecchio Barzilai non enumerò che questi due, che certo erano per loro i principali, quando invitato da Davide a volere dimorare nella sua Corte, rispondeva di non potere accettare perchè la sua grave età non gli permetteva oramai di gustarne il diletto. L'ecclesiastico poi paragona questi due piaceri nella vita dell'uomo, all'effetto che produce alla vista uno smeraldo incastrato nell'oro. Per godere il fresco e l'aria libera, essi mangiavano volentieri sotto gli alberi e sotto capanne.

Due altri generi di divertimenti, il giuoco e la caccia, sono ai tempi nostri annoverati tra i principali. Riguardo al giuoco possiamo affermare che nella Bibbia non se ne [pg 114] ha traccia veruna. Solo nella legge tradizionale si parla di giuochi d'azzardo e non solo vengono dichiarati proibiti, ma si aggiunge che coloro che vi si davano non potevano deporre come testimoni innanzi ai tribunali.

Riguardo poi alla caccia, che in origine dovette formare una delle occupazioni essenziali tanto dei nomadi, quanto dei pastori della Palestina, pel bisogno che avevano di difendere le loro greggie dalle bestie feroci; pare che fosse esercitata anche dagli ebrei, sia per lo stesso motivo e sia perchè poteva fornire i loro pasti di buone vivande. Nessuno ignorerà probabilmente che il potente Nembrotte era chiamato «cacciatore forte al cospetto dell'Eterno»; e che la selvaggina tornava tanto gradita al palato del Patriarca Isacco, da ispirargli maggior tenerezza pel figlio Esaù che spesso gliene provvedeva.

Da parecchi passi della Bibbia risulta che la Palestina era ricca in selvaggina, e la legge non opponeva alla caccia che una sola restrizione, che a noi pare bene trascrivere nella sua interezza: «Se per la via s'affaccia innanzi a te, in qualche albero, o per terra un nido d'uccelli (ove siano), pulcini o uova, colla madre coricata sui pulcini o sulle uova; non devi pigliare la madre coi figli. Manderai via la madre, e potrai pigliare per te i figli: così avrai del bene, e vivrai lungamente[65]».

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I cacciatori si servivano di diverse armi da guerra e particolarmente dell'arco, delle freccie, del romahh (picca o lancia), dell'hhanid (asta o lancia) e dell'hherev (spada). Le bestie feroci e specialmente i leoni si prendevano nella sciuhhà (fosso), col mochesc (trappola) e col pahh (laccio). Era molto ingegnoso il modo di preparare i fossi. Finita l'escavazione, se ne copriva l'orifizio di canne o ramoscelli d'alberi, e nel mezzo si fissava un palo piuttosto rilevato al quale si attaccava un agnello vivo. I belati dell'agnello attiravano la bestia feroce, la quale si slanciava con furia sulle canne per impadronirsi della preda; ma queste cedendo al suo peso, lo traevano seco nella fossa. Questi fossi, vengono spesso usati nella Bibbia per dare l'immagine d'imboscate e di pericoli.

Per completare questi nostri brevi studii sulla vita domestica e sociale degli antichi Ebrei, ci crediamo obbligati a consacrare alcune parole sul trattamento che trovavano presso di loro i poveri ed i forestieri.

Sui primi diremo: che per quanto Mosè considerasse eccellenti le disposizioni da lui prese, e da noi in parte esaminate, onde tutti i componenti della repubblica da lui fondata potessero vivere in condizione agiata ed indipendente; tuttavia non poteva illudersi, come veramente non si illuse, sulla possibilità che la infingardaggine e i vizii degli uni, e la vile ingordigia degli altri non avessero in un tempo più o meno lontano alterato lo stupendo equilibrio sociale da lui stabilito. Ecco con quali parole dimostra questa possibilità ed ordina di venire in soccorso ai bisognosi: «Perocchè non suol mancare in un paese qualche bisognoso, perciò io ti comando con dire: Apri la tua mano al tuo fratello povero e bisognoso, nel tuo paese».

La lingua ebraica ha tre vocaboli per designare questa classe di diseredati: 1º Evion, derivante dal verbo avà, che significa desiderare, volere; 2º anì, da óni, afflizione, miseria; 3º dal, che deriva dal verbo dalal, e che vale impoverire, mancare, scarseggiare. Questo vocabolo viene [pg 116] usato indistintamente tanto rapporto alla salute fisica e allo stato dello spirito, quanto in rapporto ai beni di fortuna e alla condizione sociale.

Se portati dall'argomento noi dovemmo occuparci di questa classe sfortunata, ciononpertanto ci riteniamo dispensati di allungarci a dimostrare con quanta premura ed amorevolezza venisse essa raccomandata alla pietà dei ricchi, sia da Mosè stesso e sia dai Profeti. I nostri Dottori poi eccedettero talmente nelle loro raccomandazioni delicate e previdenti da quasi rasentare l'esagerazione. A degno complemento dei loro ammaestramenti definirono il popolo d'Israele per rahhamaním benè rahhamaním, misericordiosi figli di misericordiosi, inquantochè, conchiusero essi, sia cosa indubitabile che colui che non ha misericordia verso i sofferenti non può essere (degno) discendente di Abramo[66].

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Forse ancora più che pei poveri, Mosè ebbe commoventi raccomandazioni verso gli stranieri. Non sarà forse mestieri che noi notiamo, che presso tutti i popoli antichi i forestieri venivano tenuti quali altrettanti nemici. Ma quale diverso trattamento impone Mosè verso di loro! Oltre di autorizzarli a raccogliere in comunione dei regnicoli poveri le spighe cadute al mietitore, i grappoli d'uva, le olive che il proprietario doveva lasciare non raccolte, e quasi dimenticate, in un angolo del campo e della vigna; la produzione spontanea degli anni sabbatici; in faccia alla legge concedeva loro gli stessi diritti dei cittadini. Quanto sono ammirabili le parole colle quali sancisce questo loro diritto! «Come un cittadino tra voi sarà (considerato) il forestiero che verrà a stanziare tra voi; voi lo amerete come voi stessi, inquantochè voi conoscete l'anima (le sofferenze morali) del forestiero, che forestieri voi foste nella terra d'Egitto». Ed altrove fissando le norme per cui la giustizia riescisse amministrata con imparzialità, equità e fermezza, così si esprime a riguardo del forestiero: «Una sola giustizia, una sola legge regnerà tra voi sia pel cittadino quanto pel forestiero».

E convinto della efficacia che hanno gli esempi sugli animi, e che è a cento doppi maggiore di quella dei freddi precetti; dimostrò tradotti in pratica questi generosi e nobili sentimenti cogli esempi di ospitalità dati da Abramo e da Loth quando vennero visitati dagli angeli in forma d'uomini; dall'esempio di Batuele verso Eliezer; da quello di Labano verso Giacobbe fuggitivo dalla casa paterna; dell'ospitalità da lui stesso ricevuta in Madian da Ietro, [pg 118] e che a sua volta gli restituì nel deserto, nell'occasione che gli accompagnò colà la moglie e i figli.

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TISRI (Settembre-Ottobre).

Questo mese, che nella Bibbia porta il nome di ierahh aedanim (mese dei forti), potrebbesi a giusta ragione chiamare il mese sacro del popolo ebreo; sia perchè in esso ricorrono le sue feste principali, e sia perchè i dieci primi giorni d'esso sono intieramente consacrati alla penitenza; Mosè aveva stabilito nel primo giorno di questo mese una festa che chiamò iom teruà (giorno di strepitazione). Ora tale festa, appellata ross'assanà (capo d'anno), si celebra per due giorni consecutivi in tutto il mondo Israelitico; e per insegnamento tradizionale i nostri Dottori la dichiararono festa anniversaria della creazione del mondo motivo per cui l'appellarono: iom azícarón (giorno di commemorazione). In tali due giorni che sono i primi dei così detti asséred iemè tessuvà (i dieci giorni penitenziali), oltre allo suonare lo sciofar, gli uffizi religiosi sono assai più prolissi che in qualunque altro giorno festivo: e sbandito dal rituale ogni canto giulivo, le preghiere s'informano tutte a una certa malinconia che commuove il cuore, inspirate come sono dalla credenza tradizionale che in questi giorni Iddio esamina e giudica tutte le azioni degli uomini, e segna il destino di ciascuno d'essi per l'anno che incomincia. In questi, meglio che in qualunque altro giorno dell'anno, sottoponendo a scrupoloso esame il nostro cuore e le nostre azioni, noi abbiamo il dovere di richiamare alla memoria le colpe di cui bruttammo le nostre anime immortali; e grati a Dio, che nella sua misericordia per la nostra debolezza ci suggerì un mezzo onde purificarle, siamo in dovere di adoperarci a riparare quei mali che volontariamente od involontariamente causammo al nostro prossimo[67].

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È naturale che inspirandosi a questa credenza, il nostro cuore sia agitato da un indefinibile timore del giudizio che sta sospeso sul nostro capo, e da una dolce speranza di ottenere col perdono un anno di vita e di soddisfazioni. Ed è per questo che con un raccoglimento maggiore che in qualunque altra epoca dell'anno, noi facciamo serio proponimento di opporre per l'avvenire una valida resistenza alle tendenze peccaminose: preghiamo Dio con insolito fervore pel bene nostro proprio, pel ristabilimento e per la gloria del popolo d'Israele, e pel bene della umanità intiera[68]; lo supplichiamo a non permettere che la carestia, la guerra e la pestilenza percorrano la terra seminando la desolazione e la morte; facciamo voti ardenti onde regni fra gli uomini un patto inalterato d'amicizia fraterna; e che spunti presto quel giorno in cui tutti gli uomini unanimi anche nel sentimento religioso, piegheranno il ginocchio a un Dio solo, giorno che fu [pg 120] annunciato dal profeta colla seguente espressione: «la legge uscirà da Sionne e la parola di Dio da Gerusalemme».

Conviene però notare che se, come dicemmo, in ogni mattina del mese di Ellul, si suonano quattro sole techiód di sciofar; in ognuno di questi due giorni se ne suonano cento: cioè trenta tra le due orazioni di tefilà e mussaf (preghiera questa addizionale dei sabbati, capi mesi e feste solenni); trenta nel corso della recita di quest'ultima preghiera, e quaranta alla fine d'essa. Le prime trenta vengono dette techiód miiossév (da iassav stare, sedere); le seconde trenta vengono dette techiód meoméd (da amad alzarsi, sorgere) perchè si suonano mentre si dice la amidà. Un chiarissimo Dottore esaminando quali cause avevano potuto motivare l'obbligo imposto di suonare lo sciofar in questi due giorni, nè enumerò dieci. Noi ne accenneremo soltanto quelle che a parere nostro sono le principali: 1ª In commemorazione della proclamazione della legge sul Sinai, nella cui narrazione è detto: «la voce dello sciofar era fortissima»; 2ª In commemorazione della distruzione del primo tempio, perchè Geremia annunziando agli Ebrei l'avvicinarsi del nemico, predisse le funeste conseguenze che sarebbero derivate da quella guerra nefasta, colla seguente dolorosa esclamazione: «Nelle mie viscere, nelle mie viscere io tremo; nelle interne pareti è agitato il mio cuore: tacere non posso: imperocchè il suono dello sciofar udì l'anima mia, il clangor di battaglia»; 3ª In commemorazione del sacrifizio d'Isacco, fatto che segnò la più maravigliosa prova di amore e di fede che un uomo abbia potuto dare alla divinità; fatto che noi ricordiamo spesso nelle nostre preghiere; ma tanto maggiormente nei dieci giorni penitenziali sia a titolo di merito dei nostri due primi patriarchi, e sia a perenne nostro ammaestramento della potenza che deve avere la fede e l'amore di Dio sulle nostre affezioni terrene; 4ª La manifestazione della speranza di un politico ristabilimento indipendente d'Israele, avvenimento che verrà anunziato, dice un profeta, «collo suono di grande sciofar».

[pg 121]

Non trovandosi nel Pentateuco nessuna lezione allusiva particolarmente a questa solennità, nel primo giorno si legge un paragrafo del Genesi in cui si racconta la nascita del patriarca Isacco, e nel secondo giorno la lezione seguente che tratta del suo sacrifizio, due avvenimenti che secondo la tradizione, successero in tale ricorrenza. Anche l'aftarà[69], che si recita nel primo giorno, ci espone l'avvenimento della nascita di Samuele: di quel grande profeta e giudice che Davide pose a pari di Mosè e di Aronne quando cantò: «Mosè ed Aronne fra i suoi sacerdoti (di Dio) e Samuele fra gli invocatori del nome suo, invocano Dio ed Egli li esaudisce»; e che acquistossi grandi ed incontestabili titoli di benemerenza verso il popolo d'Israele.

Egli venne assunto a giudice in un momento assai difficile. Israele trovavasi accasciato per una forte rotta subita dai Filistei e che fu causa della morte improvvisa e tragica del suo venerando giudice e pontefice Eli; della perdita dell'Arca santa e di parecchie belle provincie dello stato; della morte di tanti prodi soldati che lasciavano deserti e derelitti vecchi genitori, tenere spose e innocenti bambini.

Ciò non pertanto Samuele acquistatosi l'amore e la fiducia d'Israele, ne risollevò lo spirito abbattuto; lo richiamò alla purezza del Culto mosaico, e non solo gli fece riacquistare le città perdute, ma dilatò i confini del regno; ed ebbe l'insigne merito di riunire in un corpo di [pg 122] nazione compatta, forte e libera le sparse membra delle dodici tribù d'Israele.

Racconteremo l'ultimo incidente della sua vita politica, poichè da esso risplende di luce vivissima il suo disinteresse nobile e delicato, il suo carattere integro e leale, e la sua giustizia indipendente ed incorrotta.

Dopo la prima e grande vittoria riportata da Saulle su Nahhass l'Ammonita, che fu quel re tristo e pazzo che per far onta al popolo d'Israele ebbe la bizzarra e crudele idea di cavare l'occhio destro a tutti gli abitanti di Iabess Galaad; Samuele fece radunare tutto il popolo al Ghilgal per fare riconoscere Saulle già proclamato re, e per dare a lui e al popolo gli estremi suoi consigli. Dichiarato lo scopo dell'invito, principiò la sua arringa colle seguenti parole: «Ed ora ecco il re che se ne va innanzi a voi (vi governa); ed io son vecchio e canuto, e i miei figli sono con voi; ed io sono andato innanzi a voi dalla mia giovinezza insino ad ora. Eccomi: testificate contro di me davanti al Signore e davanti al suo unto a chi ho tolto un bue, a chi ho preso un asino, a chi ho fatto frode, a chi feci vessazioni e da chi ho accettato riscatto per chiudere gli occhi intorno a lui (cioè per lasciargli impunemente commettere ree azioni); ed io vi indennizzerò». Quelli risposero: «Non ci hai frodati, e non ci hai vessati e non hai tolto ad alcuno che che sia». Ed egli disse loro: «È testimonio oggi, contro voi, il Signore, ed è testimonio l'unto suo, che non avete trovato da rinfacciarmi che che sia». E (il popolo) disse: «testimonio».

Il giorno decimo di Tisrì e ultimo dei penitenziali, è giorno di rigoroso digiuno. Vien detto iom achipurím, [pg 123] giorno delle espiazioni, e lo si passa intieramente negli Oratorii in continue preghiere.

Era quello l'unico giorno dell'anno in cui il sommo sacerdote era obbligato a funzionare personalmente. Gli uffizi religiosi che avevano principio coi primi albori del giorno, allorchè esisteva il Tempio, erano circondati di una solennità severa e di uno sfarzo imponente. Fra le altre cerimonie, il sommo sacerdote conduceva all'altare il vitello che doveva essere immolato pei suoi peccati e pei peccati della sua famiglia: poscia gettava la sorte su due capri che erano portati pei peccati del popolo, onde sapere quali dei due bisognava uccidere, e quale mandare libero al deserto. Dopo d'avere purificato il santuario, il tabernacolo e l'altare, imponeva le sue mani sulla testa del capro da mandarsi all'azazél al deserto, lo caricava (simbolicamente) di tutti i peccati, di tutte le colpe e prevaricazioni del popolo, e finalmente lo consegnava alla persona precedentemente incaricata di condurlo al suo destino per ivi lasciarlo in propria balìa. Il vitello e il capro stati immolati, l'uno pei misfatti del pontefice, l'altro pei misfatti del popolo, simboleggiavano colla loro morte il castigo dovuto ai medesimi: tali vittime si bruciavano fuori della città. La libertà data all'altro capro significava che gli Israeliti erano liberati dalla pena dovuta ai loro traviamenti.

Era pure in tale giorno, unico nell'anno, che il Sommo sacerdote entrava nel Debìr o santo dei santi a bruciare l'incenso innanzi all'Arca santa. La tradizione ci ha conservato la breve preghiera che egli faceva prima di sortire, e che era del seguente tenore: «Voglia deh, o Dio, dare alla terra il sole e la pioggia al tempo opportuno; fa che non cessi di sedere sul trono d'Israele un rampollo della Tribù di Giuda; fa che ogni individuo componente il tuo popolo non abbia a dipendere (per annona) l'uno dall'altro nè da popolo straniero; nè voglia Tu ascoltare le preghiere dei viandanti» (i quali pregano costantemente perchè non piova).

[pg 124] Era pure in questo giorno che, come dicemmo, ad ogni sette ebdómade d'anni si annunziava l'anno del giubileo, facendo passare lo suono dello sciofar in tutto il paese.

Rientrando alla sera nelle domestiche pareti il pontefice si trovava circondato dai parenti e dagli amici, che si portavano a congratularsi seco di avere passato felicemente una giornata per lui tanto solenne e pericolosa[70]; ed a sua volta egli dimostrava la propria soddisfazione dando una festa.

Ai quindici di questo stesso mese ricorre la festa di sucoth o dei tabernacoli, instituita in memoria del viaggio fatto dai nostri padri nell'Arabia: ed ove camminando in quella sabbia infuocata, «il loro vestimento non gli si è logorato addosso, nè il loro piede si è gonfiato», quantunque non avessero che tende o tabernacoli ove riparare dall'ardore del sole.

Questa festa viene pure chiamata hhag aassif (festa del raccolto) perchè segna il termine dei lavori campestri. Si rizzavano anticamente, come si usa ancora tuttodì in molti luoghi, tende o capanne sui terrazzi delle case o nei cortili, ove le famiglie prendevano domicilio fisso per sette giorni, essendo vietato di mangiare o dormire altrove per tutto quel tempo. Secondo la legge mosaica, i fedeli dovevano provvedersi pel primo giorno di questa solennità del frutto d'una pianta che la legge denomina ess-adar, [pg 125] e che la tradizione definisce pel cedro; dei rami di palme lulav; e dei salici di riviera aravà; e portarli processionalmente nel Tempio per sette giorni[71].

Il concetto morale di questa unione di vegetali pregiati e superbi coll'umile salice di riviera, fu stupendamente incarnato dai nostri Dottori. Secondo essi, indica l'unione fraterna di tutti gli uomini.

La durata di questa festa era primitivamente di otto giorni, col primo e l'ultimo soltanto festa solenne. Questo portava e porta tuttavia il nome particolare di sceminì asséred (ottavo giorno di festa), e il giorno aggiunto per la causa già detta porta il nome di simhhad torà (letizia della legge), perchè in tale giorno si terminano le lezioni sabbatiche del Pentateuco. Il sabbato che segue immediatamente questa festa, e nel quale si ricominciano tali letture si festeggia, diremo quasi, con maggiore allegria e solennità di tutti gli altri. Non dobbiamo passare sotto silenzio come anche il giorno sesto di questa festa porti il nome speciale di ossaanà rabbà, probabilmente perchè si recita la ossaanà più lunga. Quantunque in sostanza questo giorno non diversifichi dagli altri giorni di hhol amoéd (mezze feste), pure l'orazione mattutina viene prolungata di qualche parte addizionale destinata ad implorare da Dio, più particolarmente, il beneficio delle pioggie[72]; ed oltre al lulav [pg 126] ogni fedele si provvede di una così detta aravà (alcuni gambi di salici), che sfoglia alla fine della preghiera addizionale mussaf. Quest'uso prese fondamento da una pia credenza tradizionale, secondo la quale, la misericordia di Dio paziente e longanime, ritarda sino a quel giorno a segnare la punizione definitiva meritata da quel peccatore che ostinato ed incredulo, passò impenitente il giorno delle espiazioni.

Questa festa è l'ultima delle tre così dette saloss regalím in cui tutti i maschi adulti erano tenuti a portarsi a Gerusalemme, ove offrivasi in regalo la decima delle greggie e le primizie delle frutta[73]. Là si facevano sacrifici, si davano banchetti a cui partecipavano i forestieri e i poveri, e là ciascuno rendeva grazie a Dio dei favori compartiti a sè e alla nazione intiera.

Come già accennammo fu appunto alla ricorrenza di questa solennità che Salomone inaugurò il suo Tempio suntuoso, con una pompa straordinaria e coi segni della maggiore letizia, l'anno 480, dopo l'uscita d'Israele dall'Egitto: e fu al primo di questo mese che si incominciarono ad offrirsi i sacrifizi quotidiani nel secondo Tempio, e che come già accennammo, non furono più interrotti sino all'entrata dei Romani in Gerusalemme.

Ci duole il dovere terminare la cronaca di questo mese col racconto di un fatto luttuoso successo il giorno terzo [pg 127] che fu giudicata, e fu realmente, di tanta grande importanza, che i Dottori nostri lo vollero commemorato con pubblico digiuno.

Dopo che i Caldei capitanati da Nabusar-Adan ebbero presa e spogliata Gerusalemme; uccisi o fatti emigrare i migliori suoi cittadini; uccisi i figli del re Sedecia alla presenza del loro misero genitore, e poscia acciecato lui stesso; onde la terra non avesse a rimanere affatto deserta e divenisse stanza di belve feroci, il generale nemico vi lasciò alcuni pochi e poveri agricoltori e vignaiuoli, nominando a loro capo un certo Godolia. Il primo atto che fece costui della sua autorità, fu di radunare quel misero avanzo a cui si erano già riuniti non pochi Ebrei che al tempo dell'assedio e della presa della città, avevano riparato in Edom, presso Moab, e presso gli Ammoniti; e lo ammonì di essere ossequente ai Caldei e a darsi alle sue occupazioni con tutta sicurezza. In mezzo ai congregati trovavasi pure il profeta Geremia, l'inarrivabile cantore dei funebri patrii, che fu prima instancabile quanto inascoltato consigliatore di un'alleanza coi Caldei, e che poscia rifiutò le generose proferte avanzategli dal conquistatore per rimanere nella terra dei suoi padri con quel piccolo e misero rimasuglio; giudicando nel suo ardente ed oculato patriottismo che se esso non era che una pallida larva della vita e dello splendore antico, pure lasciava almeno un principio, diremo quasi un addentellato ad un ritorno all'indipendenza primitiva. Ma fu appunto il timore di questo possibile avvenimento, che molestando il cuore di certo Banhaliss re degli Ammoniti, nemico degli Ebrei, gli fece concepire l'infame progetto di fare morire Godolia col triste scopo di renderli maggiormente invisi ai Caldei e farli totalmente disperdere dalla loro patria. Certo Ahhicam figliuolo di Careahh avvertito che un vilissimo sicario, certo Ismaele figlio di Nedanià, prezzolato dal re degli Ammoniti meditava di uccidere Godolia, rese quest'ultimo informato della rea trama che era stata ordita contro la sua vita; disponendosi nello stesso tempo di [pg 128] uccidere quell'uomo infame che per servire lo straniero non si peritava a commettere un vile assassinio, e a farsi traditore della patria. Ma quel retto cuore di Godolia, non potendosi persuadere di così nero misfatto, tacciò di calunnioso tale rapporto, e proibì al suo preteso difensore di nulla intraprendere contro quell'uomo, il quale sventuratamente ebbe pertanto agio ad attuare il suo tristo progetto. Godolia assalito all'improvviso, venne barbaramente trucidato unitamente al suo piccolo presidio composto di Ebrei e di Caldei, e i pochi scampati a quell'eccidio temendo più che mai la vendetta dei Caldei, diedero piena ragione agli infami calcoli di Banhaliss e ripararono in Egitto, malgrado gli avvisi e le proteste del profeta Geremia che si adoperò in tutti i modi, onde non venisse totalmente disertato il sacro suolo nazionale.