Archeologia.

Continuando i nostri studi d'archeologia biblica, noi esamineremo in questo mese quali arti venissero maggiormente coltivate dagli antichi ebrei, e colla solita brevità [pg 145] che ci siamo imposti, ne seguiremo il loro sviluppo e il loro progresso.

Giustamente osserva Goguet, lodato autore dell'origine delle leggi, delle arti e delle scienze, che, come il bisogno fu il maestro e il precettore dell'uomo insegnandogli a valersi delle mani ricevute dalla Provvidenza e del dono della favella di cui lo volle fregiato a preferenza d'ogni altra creatura; così le prime scoperte, frutto per la maggior parte del caso, non sarebbersi recate a certo perfezionamento senza la riunione delle famiglie, e lo stabilimento delle leggi che consolidarono le società.

E che questo giudizio sia pienamente conforme alla storia dell'umanità, la quale nelle sue invenzioni cominciò dalle cose più necessarie alla vita, per arrivare a poco a poco a quelle che dovevano procurare l'agiatezza, la comodità e il lusso; noi ne saremo pienamente persuasi risalendo ai primordi della creazione colla scorta della Bibbia, unico documento che esista di quelle epoche vetuste. La nudità di Adamo ed Eva vengono coperte da Dio stesso con tuniche di pelli, e scacciatolo dal paradiso terrestre Dio impose all'uomo di guadagnarsi il pane col lavoro. Una rozza capanna ove riparare dalle intemperie, alcune rozze armi per difendersi dalle belve feroci furono certo le prime invenzioni. Ma un bisogno naturale dimostrò presto agli uomini il vantaggio di riunirsi in società, poichè Caino stesso si occupò a edificare una città, che dal nome del figlio intitolò Anóch. Questa città non consisteva probabilmente che in un gruppo più o meno grande di capanne o di tende; ma a questo primo passo tenne dietro un periodo di sviluppo artistico pronunciatissimo, poichè certo Tubal-Caino già conosce l'arte di lavorare i metalli e segnatamente di ferro, e certo Iuval inventa o perfeziona la cetera e l'organo. Ai tempi di Noè le arti dovevano già avere raggiunto uno sviluppo non indifferente, poichè la costruzione dell'arca coi suoi tre piani e scompartimenti, ci attesta la cognizione d'un grandissimo numero d'arti. Il diluvio ha certamente portato un [pg 146] colpo terribile all'umana industria, facendola indietreggiare di parecchi secoli; ciò non pertanto, noi possiamo convincerci che non tutte le cognizioni acquistate dai primi uomini, andarono perdute: poichè appena i figli di Noè si furono moltiplicati, concepirono e in parte incarnarono il colpevole divisamento, di costruire una città con un forte castello la cui cima giungesse sino al cielo[81].

Al tempo dei patriarchi le arti erano pervenute già a un certo grado di perfezionamento presso i Cananei e i Fenicii, posciachè troviamo fatta menzione di pietanze degne della tavola d'un re; di veli per donne; di vestimenti di distinzione; di braccialetti e pendenti d'oro per ornamento donnesco; della fabbricazione d'idoli; della incisione e della tintura di stoffe in colore cremisi. Si parla di carovane che venendo dall'est del Giordano percorrevano il paese per andare a fare il commercio in Egitto; si parla di pezzi d'argento che avevano corso tra mercanti e che se non erano coniati, erano sicuramente segnati con qualche incisione particolare; e finalmente nelle benedizioni che Giacobbe diede ai suoi figliuoli vediamo pure menzionati i porti di mare e le navi[82].

È cosa indubitabile che all'epoca di Mosè si conosceva pure la scrittura alfabetica. Appoggiano quest'opinione: i nomi delle 12 tribù incise nelle due gemme dell'Efod; il santo di Dio sulla tiara del Pontefice; le tavole del Decalogo; le numerazioni delle tribù; lo scritto della [pg 147] donna sospetta che doveva poi essere cancellato nelle acque amare; il libello di disdetta da consegnarsi alla donna ripudiata ecc. Nel libro di Giosuè si fa menzione di una città chiamata allora Debir, ma che innanzi portava il nome di Kiriad-sefer, ossia la città dei libri, e forse rinomata pei suoi scrittori o per essere in essa conservati gli archivii.

In Egitto poi le arti fiorirono sin dalla più remota antichità, e gli ebrei che vi soggiornarono lungo tempo, e che senza dubbio ebbero gran parte nella erezione di quelle maravigliose piramidi, che se per un lato attestano il grado di schiavitù a cui un popolo può essere assoggettato dai suoi despoti, per l'altro lato attestano una sorprendente abilità artistica; ebbero campo ad esercitarvisi e a perfezionarvisi.

A questo punto, ci sentiamo in dovere di dedicare alcune parole, a dissipare un errore ingenerato da una inesatta interpretazione di una prescrizione Mosaica.

Nel corso di questo lavoro noi abbiamo potuto convincerci più volte, quanto fosse vivo e sviscerato l'amore di Mosè per quel popolo che liberò dalle ritorte egiziane; a cui fece attraversare «un deserto grande e terribile, covo di serpenti e di scorpioni avvelenati e di siccità dove non era acqua»; che condusse «sul suo seno come un aio conduce un adorato pargoletto» ai confini di quella «terra colante latte e miele promessa ai suoi padri». Ora non potendo dissimularsi la tendenza di questo popolo verso l'idolatria, e temendone a ragione le fatali conseguenze che ne sarebbero immancabilmente risultate, perchè avrebbe rotto il patto conchiuso con Dio e atterrato quel maraviglioso edificio che doveva dimostrare alle universe genti «la sua alta sapienza ed intelligenza»; e che sfidando i secoli doveva durare «come i giorni del cielo sulla terra»; non lasciò occasione veruna di fare le raccomandazioni le più calde ed amorevoli e di minacciare i castighi più terribili e spaventevoli per tenerli lontani. «Perocchè, diceva esso negli ultimi istanti del viver suo, conosco la tua [pg 148] contumacia e la dura tua cervice. Se essend'io ancor vivo presso di voi foste ribelli al Signore, quanto più (lo sarete) dopo la mia morte! Perciocchè so che dopo la mia morte commetterete gravi colpe, e vi scosterete dalla via che vi prescrissi e vi avverranno i mali nei tempi lontani facendo voi ciò che spiace al Signore irritandolo coll' (adorar l') opera delle vostre mani».

Ora quale maraviglia può destare la proibizione fatta al suo popolo, di fare scoltura o figura di cosa che (sia) nel cielo disopra, nella terra disotto, e nelle acque disotto la terra; di non inchinarsi ad esse nè adorarle; perchè l'Eterno è Dio geloso che non lascierebbe impunita una tale colpa?

Concediamo che questa inibizione, non era un incoraggiamento alle arti, poichè è indubitabile che la rappresentazione della divinità sotto forme sensibili, sia un potente incentivo agli slanci entusiastici del genio che produce nobilissime creazioni quali sono quelle tramandateci dalla Grecia antica. Ma oltrecchè, in ogni peggior caso, vale meglio per una nazione essere priva di capi lavori artistici, piuttosto che esporsi a irreparabile rovina; non v'ha dubbio che tra il non incoraggiare un'arte qualunque e il proibire assolutamente di esercitarla, come erroneamente si pretende da molti scrittori, corra un divario grandissimo.

E che l'intenzione di Mosè fosse precisamente quella di allontanare il suo popolo dalle seduzioni dell'idolatria e non la semplice rappresentazione degli oggetti, noi possiamo argomentarlo dai seguenti versetti del Deuteronomio ove il concetto di questa proibizione viene ampiamente sviluppata: «Guardatevi dunque bene, quanto v'è cara la vita—posciachè non avete veduta alcuna figura nel giorno che il Signore vi parlò in Oreb di mezzo al fuoco—di non commettere una grave colpa, e farvi alcun simulacro, della figura di qualsiasi idolo di forma maschile o femminile; della forma d'alcun animale ch'è in terra; della forma d'alcun uccello alato che vola nel cielo; della forma d'alcun (essere) strisciante sul suolo, o della forma d'alcun pesce ch'è nelle acque al disotto della terra. Bada bene che non avvenga [pg 149] che alzando gli occhi al cielo, e vedendo (ed ammirando) il sole e la luna e le stelle, tutta (insomma) la schiera celeste, tu travii, e ti prostri loro, e presti loro culto......».

E a convincere meglio i nostri lettori aggiungeremo che l'interpretazione data a questo precetto dai nostri Dottori più ortodossi concorda perfettamente colla nostra opinione. Il sapientissimo Maimonide nel trattato avodà zarà dice: essere affatto permesse le figure di animali e di piante anche in rilievo; e Raban Gamaliel teneva raffigurata la luna in tutte le sue fasi nel suo studio, e alle osservazioni che una fiata gli vennero mosse, rispose: «essere puramente proibita la rappresentazione dei corpi celesti fatta nell'intento di adorarli».

E se così non fosse, lo stesso operato di Mosè sarebbe in aperta contraddizione colla sua prescrizione, poichè in una invasione di serpenti avvelenati mandati da Dio per punire la maldicenza e la ribellione del popolo, e che portarono nell'accampamento ebreo desolazione e lutto; Mosè fece costrurre un serpente di rame, e fissatolo sopra un alto palo lo espose alla vista del popolo. Questo serpente durò sino al tempo del re Ezechia che lo fece sminuzzare perchè gli Ebrei se ne erano fatto un idolo.

Ma v'ha dippiù. Nel Tabernacolo stesso egli fece porre due Cherubini che, come dicemmo altrove, coprivano l'Arca Santa colle loro ali: e noi sappiamo che nel Tempio di Salomone, oltre ai Cherubini, vi era il grande bacino che poggiava sopra dodici buoi; e nei piedestalli degli altri bacini si trovavano figure di buoi, di leoni, di fiori ecc. Nè si supponga che ciò possa essere stata un'infrazione alla legge, posciachè Salomone si attenne con tanto scrupolo alle prescrizioni mosaiche da non permettere che si adoperasse nè chiodo, nè martello, nè altro istrumento di ferro nell'interno dell'edificio stesso[83], perchè Mosè avea [pg 150] raccomandato di non frammischiare ferro nella fabbricazione dell'altare.

Non paia strana questa raccomandazione. Chi studia con amore e con riflessione le istituzioni mosaiche deve restare convinto che, tranne pochissime il cui senso ci è ora impenetrabile per la grande distanza dei tempi ed enorme [pg 151] differenza dei costumi, tutte le altre sono inspirate da due fini ch'egli si prefisse di ottenere: 1º La salute del corpo, mercè assennatissime disposizioni sui cibi e sulla pulitezza, e mercè la moderazione nei piaceri; 2º il miglioramento dell'anima, mercè la pratica d'ogni virtù domestica e sociale. «Santi siate, raccomanda egli al suo popolo, che santo sono io, l'Eterno Dio vostro». Ecco ora l'interpretazione che danno i nostri Dottori di questo precetto: «L'altare, dicono essi, è ministro di pace tra l'uomo e Dio e tra l'uomo e l'uomo; e viceversa il ferro è ministro di morte. Ora l'istrumento di morte non può nè deve confondersi coll'istrumento di pace, di concordia e di amore».

[pg 152] Dilucidato questo punto ritorniamo alle nozioni d'archeologia che abbiamo interrotto.

I molti oggetti numerati nel Pentateuco e nei libri posteriori, dimostrano ad evidenza, che, in rapporto ai tempi, l'industria e le arti presso gli Ebrei non erano in uno stato inferiore a quello degli altri popoli. Si sapevano filare e tessere stoffe di lana, di lino, di cotone e di bisso (stoffa questa che certi dotti vogliono fosse una specie particolare di lino più fino e di una bianchezza più splendente del lino ordinario, e certi altri vogliono che fosse il cotone); si sapeva tingere in diversi colori quali il turchino, il cremisi, la porpora e il giallo.

Quando Mosè fece appello agli Ebrei invitandoli a portare offerte pel tabernacolo che intendeva erigere onde «Dio abitasse in mezzo a loro»; le donne industriose furono assai sollecite di filare lino finissimo e lana di capre, che nelle mani d'uomini abili furono trasformati in tappeti. Noi non descriveremo qui quel lavoro che dovette riescire di una eleganza ed imponenza severa e solenne, sia perchè ci obbligherebbe ad allungarci oltre al limite che ci siamo prefissi, sia perchè chi ne avesse vaghezza ne troverebbe la descrizione nell'Esodo capitolo 19 e seguenti. Diremo però che fu un'opera felicemente ideata ed eseguita con legno di scithim (specie di acaccia); con pelli di montone e di tasso; con tappeti coperti o guerniti d'oro. I direttori di quei lavori, che erano certi Bessalél figlio di Urì della tribù di Giuda, e Aholiáb figlio di Ahhissamach della tribù di Dan, vengono dichiarati da Mosè «uomini pieni dello spirito di Dio in industria, in ingegno e in sapere; abili nel fare disegni da lavorare in oro, in argento e in rame, e nell'arte di pietre da legare ed in quella di lavorare in legno». Compiuto il lavoro e presentato a Mosè, questi ne passò in rassegna ogni singola parte e ne rimase talmente soddisfatto, che lo dichiarò eseguito secondo il comando di Dio, e impartì la sua benedizione a tutti quanti vi ebbero parte. Si noti che Mosè, il quale passò tutta la sua gioventù in mezzo alle [pg 153] grandezze e al lusso della Corte egiziana, non avrebbe certo potuto dichiararsi soddisfatto d'un lavoro dozzinale e grossolano.

Ai tempi di Davide e di Salomone, che segnarono la maggiore grandezza e prosperità del regno d'Israele, che era allora il più esteso, il più ricco e il più potente dell'Asia; si trovarono operai tanto abili ed intelligenti da costrurre quelle maraviglie dell'arte che furono il Tempio; il palazzo reale col ricco e splendido suo mobiglio; alcune città e fortezze fra cui la celebre Tadmór (Palmira); il trono di Salomone tutto d'avorio incrostato d'oro, che la storia afferma «non essersene fabbricato l'eguale in nissun regno»; e che vi si arrivava per sei gradini ognuno dei quali portava un leone in ciascuna sua estremità.

È bensì vero, e noi lo constatiamo senza reticenze, che prima d'intraprendere i lavori del Tempio, Salomone inviò un messaggio al Re di Tiro, col quale ricordandogli l'antica amicizia che lo legava a Davide ed annunziandogli la sua intenzione di fabbricare un Tempio al Signore; lo invitò ad ordinare ai suoi servi di tagliare cedri dal Libano, perchè nessun individuo ebreo sapeva meglio dei Sidonii tagliare e fare viaggiare legnami da costruzione; ma conviene considerare che questo fatto non menoma per nissun modo l'importanza degli operai ebrei, perchè non riguardava che un ramo particolare d'industria dei Sidonii.

La stessa considerazione si deve fare rapporto ad Hhiram chiamato, come avemmo a dire altrove, a Gerusalemme a dirigere i lavori in rame.

A misura che la prosperità materiale del popolo aumentò mercè le relazioni commerciali contratte colle nazioni straniere, sparì bensì con essa la primitiva semplicità dei costumi, ma le arti e i mestieri ebbero largo campo ad esercitarsi e a perfezionarsi; poichè il giorno della caduta del regno fra dieci mila capi di famiglia mille erano capi di officine.

I ricchi abitavano in case grandi e spaziose ornate d'oro [pg 154] e d'avorio, con sale particolari per festini e con appartamenti distinti per l'estate e per l'inverno.

È questo lusso che producendo la corruzione dei costumi, infiammò il petto dei veggenti d'Israele che lo biasimavano con veementi ed irose invettive ritenendolo, e non a torto, lo strumento che doveva portare la intiera rovina della nazione. Chi avesse vaghezza di conoscere specialmente gli abbigliamenti delle belle figlie di Sionne, li potrebbe riscontrare nel capitolo terzo d'Isaia, e dovrebbe conchiudere che nè pel numero (che è ventidue), nè per la qualità, nè per galanteria stavano al disotto di quanti ne offra la teletta di una ricca ed elegante signora dei nostri tempi.

A titolo di curiosità storica ne citeremo alcuni. Il primo a presentarsi è il nézem (orecchino o pendente dell'orecchio) il quale si componeva di diverse parti quali: aghil (rotondo) netifód (goccie o perle). Viene in seguito una seconda specie di nézem, che era un pendente del naso. Anche oggi giorno le donne orientali portano quest'ornamento sospeso ad una della pinne del naso, che a quest'effetto si bucava come si bucano ora le orecchie[84]; il revid collana o catena sospesa attorno al collo e cadente sul seno, e alla quale venivano attaccati altri ornamenti detti saaronim, o lehhascim (amuleti), o la boat anéfesc (vasetti di odore); il zamid o esadà (braccialetto), il tabàad (anello); il realà (velo); la hhagorà (cintura) e i hharittim (borse eleganti) e finalmente gli stivaletti coi campanelli che porsero occasione allo stesso profeta di rimproverare le figlie di Sionne «di essersi fatte altere, di marciare colla gola tesa (scoperta), di fare cigolare i fermagli coi piedi».

La composizione degli olii odoriferi, degli unguenti e [pg 155] dei profumi sia per uso profano come pel servizio religioso; esigeva un'arte particolare che noi troviamo già ben conosciuta e coltivata ai tempi di Mosè. L'artista portava il nome di rokeahh.

L'olio santo che Mosè insegnò a preparare e col quale si consacrarono Aronne e i suoi figli, tutti gli oggetti del Tabernacolo, e che doveva servire di sacra unzione per tutti i secoli; si componeva di quattro specie d'aromi, aggiunti all'olio d'oliva fino, che doveva venire preparato appositamente dal sacerdote. Questi aromi erano i seguenti: 1º morderór mirra semplice, ovverosia quella che colava spontaneamente senza bisogno d'incisione; 2º kinamón cinamomo o canella odorosa; 3º canè boscem canna odorosa; 4º kidá cassia aromatica.

Il profumo per le fumigazioni del santuario si componeva altresì di quattro sostanze aromatiche. La prima era il natáf gomma; la seconda lo scehhéled storace liquida; la terza la hhelbonà galbanum; la quarta la levonà zacà incenso puro.

In questo articolo dovrebbero trovare posto, alcune nozioni sulle scienze coltivate dagli antichi ebrei, sulla lor lingua e poesia; ma sia che l'indole del nostro lavoro non ci permette di diffonderci in questo studio quanto sarebbe necessario e sia perchè esso potrebbe riescire poco dilettevole per quei lettori ai quali è specialmente destinato il nostro lavoro, preferiamo a non parlarne.

Abbiamo già accennato che gli ebrei erano assai appassionati per la musica colla quale rallegravano i loro festini e accompagnavano i sacri canti. Aggiungeremo ora che i Rabbini vogliono che tali strumenti allora conosciuti fossero in numero di trentaquattro. D. Calmet nella sua dissertazione sugli strumenti di musica, ammette bensì che gli strumenti musicali erano presso gli ebrei in numero assai maggiore che presso qualunque altro popolo antico, ma non ne accetta oltre a venti; intanto che il Ben Zeeb, nella sua prefazione al libro dei Salmi commentato dal Nahhmanide, ne enumera ventuno quali tipi [pg 156] primitivi dai quali ne fa originare altri nove. Da qualunque parte stia la ragione a noi poco importa. Ci basta notare che i padri nostri avevano avanzato anche in questa nobilissima fra le arti belle, tutti i popoli antichi. Gli strumenti musicali da loro usati erano di tre specie:

1ª Gli strumenti a corda compresi sotto il nome generico di neghinód i cui principali erano: il nébel nabbo; il assór decacordo e il chinór chitarra.

2ª Gli strumenti a fiato quali: il ugáv organo; lo sciofar del quale abbiamo parlato lungamente nei mesi precedenti; aghil flauto; la hhazozerà tromba.

3ª Gli strumenti a percossione quali il tof; il menanhém; il scialissím e il selselim cembalo. Di questo strumento ne esistevano sicuramente due specie: una detta silselè sámah, e l'altra silselè teruà.

Come la musica e la poesia, anche la danza è un divertimento naturale all'uomo. Tutti gli scrittori ne attestano la sua antichità e universalità fin fra i popoli più barbari, presso i quali era anzi una ceremonia importantissima dello strano e sconcio loro culto.

Ammettendo che il vocabolo mahhól abbia il significato che gli si attribuisce generalmente, si deve credere che la danza fosse praticata presso gli ebrei specialmente in occasione di pubblica esultanza: stante però le rare volte a cui vi si accenna, la poca sua consonanza colla gravità dei loro costumi e alla serietà del loro carattere, e alla massima facilità colla quale potevasi prestare alla leggerezza e all'incontinenza, ci è lecito supporre che fosse assai poco in uso.

CHISLEV (Novembre-Dicembre).

Due fatti della più alta importanza registra la nostra storia in questo mese. Il primo d'essi si rapporta ad una decisione presa da Esdra, e che per quanto la si debba [pg 157] giudicare crudele e dolorosa verso gli interessati, che erano in numero grandissimo, tuttavia era imperiosamente richiesta tanto dalla religione quanto dalla politica; poichè si trattava di estirpare uno sconcio che perpetuandosi minava senza via di scampo sino dalle radici l'esistenza religiosa e politica della nazione intiera. Questa misura consisteva nell'ottenere la separazione degli Ebrei da tutte le donne idolatre sposate nell'intervallo che passò tra la partenza della prima e della seconda colonia giudaica da Babilonia, per la loro antica patria.

Ecco la causa di questo sconcio e il riparo portatovi da un uomo che si acquistò tanti titoli alla benemerenza di Israele, che i Talmudisti lo paragonarono a Mosè. La prima colonia dei reduci da Babilonia era contornata da Moabiti, Ammoniti, Arabi, Samaritani, Fenicii, Siriaci e da altre nazioni che o parlavano una stessa lingua, o dialetti affini, quindi era impossibile ad evitarsi il contatto colle medesime. Si contrassero matrimonii scambievoli; gli Ebrei diedero le loro figlie agli stranieri, e presero mogli da loro. Ne ebbero figliuoli che formarono una razza ibrida non ben giudea, nè ben gentile, ma che per una conseguenza tutt'affatto naturale, partecipava più della madre, dalla quale riceveva col latte le prime nozioni religiose. Quella parte della nazione che era tuttavia attaccata sinceramente alla religione avita, vedeva con dolore questa contravvenzione al più necessario e reciso ordine di Mosè: ben a ragione temeva l'avveramento delle funeste conseguenze da lui pronosticate, tanto più poi perchè tale rilassatezza aveva preso proporzioni estese intaccando a guisa di contagio tutte le classi dei cittadini.

Per rimediarvi pare che questi zelanti patriotti chiamassero da Babilonia Esdra, sacerdote riputatissimo per dottrina e gravità di costumi. Egli discendeva da Zadoc, e perciò apparteneva alla casta dei Pontefici: era stimato il più profondo nella cognizione delle patrie leggi, e gli veniva dato il sopranome di sofér maír (scriba perito), con cui si voleva indicare non pure la sua maestria nello [pg 158] scrivere, ma eziandio la singolare sua perizia nel leggere e spiegare le sacre Scritture[85].

Esdra dunque venne a Gerusalemme l'anno primo di Artaserse Longimano, munito di un favorevole rescritto di questo principe che gli attribuiva tutti i poteri di un governatore: gli regalò eziandio cento talenti di argento e gli assegnò somministrazioni di grano, vino, olio e sale pei bisogni del Culto. Oltre a questi sussidii, Esdra raccolse dalla pietà degli Ebrei trans-Eufrateni altri cinquecentocinquanta talenti d'argento, cento d'oro, e molto vasellame di argento e d'oro; parte avuto in dono e parte di quello che trasportato da Gerusalemme non era ancora stato restituito e che a lui riuscì di ricuperare. Con lui si aggiunsero più di 1800 altri ebrei che vollero accompagnarlo, fra i quali alcuni sacerdoti, cantori, leviti e natinei[86]. La carovana partì verso la metà di Nissan ed arrivò a Gerusalemme nel mese d'Ab. Esdra dopochè fu bene informato [pg 159] dello stato delle cose se nè mostrò scontentissimo, si stracciò le vesti, ed assunse tutti gli altri contrassegni del dolore e del lutto, onde i Giudei commossi dalla sua autorità, promisero di sottoporsi alle riforme che avrebbe voluto fare. Egli allora ordinò che tutti gli Ebrei, anche quelli della campagna si trovassero fra tre giorni, che veniva appunto ad essere il venti del mese di Chislev, a Gerusalemme. L'assemblea ebbe luogo infatti al giorno stabilito, [pg 160] e il popolo se ne stava trepidante e timoroso, per la suprema importanza delle decisioni che si dovevano prendere, sulla piazza che trovavasi innanzi al Tempio. E infatti il motivo era seriissimo, poichè, come già dicemmo, si trattava di giudicare tutti quelli che avevano menato mogli straniere, e fors'anco costringerli a separarsi da esse e dai figliuoli che avevano procreato. E costoro non erano pochi; vi erano sacerdoti, leviti e persone di alto e di basso stato; e si poteva presumere che non tutti sarebbero stati disposti ad accondiscendere al volere altrui in un negozio in cui erano interessate le affezioni più delicate del cuore; poichè sarebbe stato difficile il persuaderli che l'interesse generale dello Stato reclamava da loro un sacrifizio cotanto grave e penoso.

Sembra quindi che l'assemblea sia stata tumultuosa, e che l'unione di tutta quella gente lungi dal contribuire al buon effetto della combinazione desiderata, lo contrariasse. Colta dunque l'opportunità che pioveva a dirotto, e che il popolo si trovava assai a disagio, l'assemblea fu congedata; e si credette più acconcia l'instituzione di un tribunale composto di Esdra e di alcuni uomini capi dei loro casati designati per nome, onde giudicare i refrattarii citandoli ad uno ad uno. Questo spediente riescì: la commissione lavorò tre mesi ad indurre colle buone o colle cattive gli ebrei a rompere quei matrimonii dichiarati [pg 161] illegali. Un gran numero vi acconsentì mandando via le mogli e i figliuoli, che furono pertanto costrette a ritirarsi alle rispettive nazioni a cui appartenevano; e questo affronto accrebbe contro gli ebrei il numero e l'odio dei nemici.

Tuttavia dobbiamo notare che la riforma non era stata generale: molti eziandio sacerdoti e leviti, anzi le persone più potenti, ricusarono di sottomettersi alla decisione di Esdra, e diedero origine ad una fazione contraria ai rigoristi (farisei)[87], ed unita d'interesse cogli stranieri e specialmente coi Samaritani e coi governatori persiani, che risiedevano a Samaria.

Il secondo avvenimento che ebbe luogo in questo mese fu di tale importanza e segna una pagina cotanto gloriosa nella nostra storia, che noi crediamo necessario fare una eccezione alla linea di condotta che ci siamo imposti, e svolgerlo con una certa ampiezza almeno nella sua prima fase: vale a dire sulle cause che determinarono la guerra d'insurrezione contro i Greci, sino alla totale liberazione dello suolo nazionale per opera di Giuda Macabeo.

I reduci da Babilonia nei primi tempi furono governati [pg 162] da capi ebrei nominati ordinariamente dai re di Persia; ma tale dipendenza si faceva sentire così poco da potere quasi dire che la Giudea formasse una specie di repubblica sotto l'alta sovranità di quei re. Il primo di tali capi fu Zerubabele, al quale vuolsi sia succeduto Mesciulla suo figliuolo e poscia Esdra e Neemia. Dopo quest'ultimo, pare che il governo inferiore sia passato nelle mani dei sommi sacerdoti, tanto per la parte religiosa quanto per la civile e politica; e ch'essi siano divenuti i soli intermediarii tra il popolo e i re stranieri di cui erano tributarii. Dobbiamo però notare che per soddisfare le favorevoli propensioni del popolo per la casa di Davide, si introdusse l'uso di nominare un Nassì (principe) tra i membri di quella casa; quantunque peraltro non gli si lasciasse esercitare veruna autorità di fatto.

Noi non ci occuperemo della successione di parecchi re di Persia perchè non fu portata per essi veruna sensibile alterazione nei loro rapporti con gli ebrei, se si escludono i mali che questi ultimi patirono per le guerre che ebbero luogo tra la Persia e l'Egitto: e verremo a parlare degli avvenimenti successi all'epoca in cui Alessandro il Macedone colle sue vittorie minacciava di prossima rovina l'impero di Dario. Trovandosi all'assedio di Tiro, Alessandro inviò una lettera a Iaddo sommo pontefice degli ebrei, che i nostri Dottori per uno strano equivoco confondono con Simeone il Giusto vissuto parecchi anni dopo questi avvenimenti; invitandolo a spedirgli soccorso d'uomini e di provvigioni, e a pagare a lui quel tributo che sino allora era stato pagato a Dario. Iaddo per non mancare al giuramento fatto al suo alleato si rifiutò di aderire a queste richieste, osando sfidare la collera del Macedone il quale giurò di trarre aspra vendetta degli ebrei. Presa Tiro, Alessandro mosse verso Gaza. Questa città gli oppose un'eroica resistenza, ma in capo a cinque mesi essa cadde in potere degli assedianti, e subì un trattamento feroce. Diecimila uomini vennero trucidati; e il resto della popolazione, uomini, donne e fanciulli, furono venduti per ischiavi. Una [pg 163] sorte eguale pareva riservata a Gerusalemme. Un miracolo poteva solo salvare la città santa: e questo miracolo ben meritato dai suoi abitanti in premio del coraggio e della devozione di cui diedero prova nel serbare la fede giurata, fu operato da Dio.

Giuseppe dice che una voce divina ordinò in sogno a Iaddo, di portarsi ad incontrare Alessandro seguito dai suoi sacerdoti. Iaddo ossequente a questa voce indossò gli abiti sacerdotali, e fatteli indossare agli altri sacerdoti e dando le opportune disposizioni onde la città venisse parata a festa, uscì processionalmente incontro al temuto conquistatore. Alessandro colpito da questo imponente spettacolo si avanzò verso il pontefice e inchinandoglisi innanzi lo salutò rispettosamente. Il suo amico Parmenione avendogli dimostrato lo stupore da cui era compreso per tali atti di rispetto tributati ad un nemico, Alessandro gli rispose che trovandosi tuttavia in Macedonia, una figura d'uomo vestito come quel pontefice gli era apparso in sogno e lo aveva incoraggiato a persistere nei suoi progetti di conquista, assicurandogli la vittoria sui Persiani. Strinse poscia la mano a Iaddo, entrò in Gerusalemme, visitò il tempio e vi offrì sacrifizii; e dietro domanda dello stesso pontefice, accordò agli ebrei l'esenzione dei tributi nell'anno sabbatico e la libertà di vivere ovunque secondo le loro leggi e i loro usi. Questa libertà estesa a quei giovani che avessero avuto il desiderio di militare sotto le sue bandiere, fece sì che molti ebrei s'iscrissero nelle file del suo esercito. Oltre a queste concessioni, al suo ritorno dall'Egitto volendo compensare gli ebrei della inalterata fedeltà che gli serbarono regalò loro una parte del territorio Samaritano[88].

[pg 164]

Ma come si saprà dalla Storia Greca, Alessandro non ebbe il tempo di assodare le sue conquiste nei suoi figliuoli, e dopo la sua morte il suo impero fu diviso fra i suoi più illustri generali. Tolomeo figliuolo di Lago s'impadronì dell'Egitto e vi fondò la dinastia dei Tolomei, [pg 165] mentre che Seleuco Nicàtore ne fondò un'altra nella Siria. Queste due potenze furono quasi sempre in guerra fra di loro; e la Palestina posta nel mezzo e palleggiata più volte dall'uno all'altro dominio ebbe molto a soffrire, poichè il continuo succedersi di padroni, il cangiamento di [pg 166] governatori e di pontefici tutti egualmente assetati d'oro, dovevano fruttare contestazioni tra i cittadini, violenze e tumulti. L'esacerbazione degli ebrei trovò un'occasione a sfogarsi. Antioco Epifane aveva portato la guerra in Egitto contro Tolomeo Filomètore, che vinse e condusse prigione; ma prima che arrivassero queste notizie si era invece diffusa la voce che Antioco stesso era rimasto nonchè vinto ma pure ucciso: onde i Gerosolomitani ne fecero grandi feste congratulandosi di essere finalmente liberati di un infesto tiranno.

Antioco informato di questi avvenimenti, passò prestamente coll'esercito vittorioso in Giudea, assediò e prese di assalto Gerusalemme, e l'abbandonò al sacco e al furore dei soldati. In tre giorni furono massacrate ottantamila persone d'ogni età e sesso ed altrettante ne furono vendute. Quell'iniquo profanò il Tempio, vi fece sacrificare dei porci; ne portò via il candeliere, l'altare, la mensa, lo spogliò di ogni cosa preziosa, e ritornando in Antiochia carico di un immenso bottino lasciò per governatore della Giudea certo Filippo uomo crudo e severo.

Questo Antioco che si faceva chiamare Epífane o l'illustre e che il popolo per ischerzo chiamava Epímane o [pg 167] il pazzo, era veramente più degno di questo che del primo titolo. Come capitano, aveva rialzato il credito e la potenza della Monarchia avvilita dopo le sconfitte che i Romani diedero a suo padre, ma nel resto era un assai cattivo principe. Di volgari sentimenti, praticava colla plebe e si mischiava con essa; era stravagante, dissipatore, vizioso, prepotente, feroce e più tiranno che re. Abbenchè padrone di un vasto e ricco impero, era in bisogno perpetuo di danaro; e per arraffarne tutti i mezzi erano buoni per lui, anco i più impopolari e i più sacrileghi. Quindi gli Ebrei incorsi nello sdegno ornai inespiabile di un tale uomo, non potevano più aspettarsi che sciagure. Il loro spirito eccezionale, la singolarità dei loro costumi, la loro vita frugale ed industriosa e con essa e per essa la loro prosperità e le loro ricchezze, avevano concitato contro di essi l'odio e la gelosia di tutte le nazioni idolatre, che dopo le conquiste di Alessandro si erano stanziate nella Palestina e nelle regioni confinanti; e queste erano altrettanti mantici che soffiavano nelle orecchie di un re già malamente disposto.

Erano appena passati due anni dagli avvenimenti che abbiamo raccontato di sopra, quando Antioco obbligato dai Romani a sgomberare l'Egitto già fatto sua preda, si rivolse a sfogare i suoi rancori contro Gerusalemme. Forse egli temeva che gli Ebrei non si appigliassero al partito di darsi anch'essi ai Romani, come aveva fatto Tolomeo Filomètore; e per impedire questa sospettata diserzione, che lo avrebbe posto a gran pericolo, mandò quietamente a Gerusalemme Apollonio col funereo ordine di sterminare quella città. Apollonio vi entrò come amico, ed aspettato un giorno di sabbato quando tutti gli ebrei erano raccolti nelle sinagoghe, li fece assalire all'improvviso. Tutti gli uomini che non poterono fuggire furono massacrati, le donne e i fanciulli ridotti in servitù; e dopo il saccheggio la città fu abbandonata al ferro e al fuoco di una turba briaca di oro e di sangue, che nulla conservava di umano, forse neppure il volto, deturpato da [pg 168] selvaggie passioni. Una terribile cittadella detta l'Acra fu allora innalzata allo scopo di dominare il Tempio e munita di grosso presidio per impedire che i pochi superstiti vi accedessero, motivo per cui Gerusalemme rimase affatto deserta.

E quasi la feroce libidine di vendetta di quel mostro non si tenesse ancora soddisfatta, egli mandò nella Giudea un delegato, certo Ateneo Antiocheno, per fare eseguire una nuova sua legge per la quale si obbligavano tutti gli ebrei ad abbracciare la religione dei Greci. Con lui furono inviati missionari per predicare la nuova fede, e per convertire i non credenti: e un prete greco fu pure mandato a Gerusalemme a profanare il Tempio del vero Iddio e a introdurvi il culto di Giove Olimpico. In conseguenza di che furono proibiti sotto pena di estremo supplizio pei contravventori la circoncisione, l'astinenza dei cibi vietati, l'osservanza del sabbato e lo studio religioso. Il delegato regio disertò le sinagoghe, fece ardere le sacre scritture, e la statua del padre dei Numi Omerici fu piantata ove era l'altare degli olocausti. Cessarono i sacrifizi, i sacerdoti furono sterminati o dispersi, e se qualche pio ebbe tuttavia l'occulto coraggio di obbedire più alla sua coscienza che alla snaturata deformità della nuova legge non tardò guari a scontarne il fio. Un vecchio nonagenario, i cui residui di vita si poteano appena numerare per giorni o per ore, fu trascinato a crudele supplizio; due bambini nati da pochi giorni e circoncisi furono strangolati, i poveri cadaveri vennero appesi al collo delle loro infelici genitrici che con sì atroce apparato furono fatte passeggiare per la città, indi precipitate dall'alto; e furono altresì uccisi spietatamente quanti avevano prestato mano a quel religioso rito[89].

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Con queste persecuzioni delle quali la storia degli ebrei non ne offriva esempio, l'insensato Antioco credeva di pervenire a distruggere la nazionalità Giudaica e a fare prevalere le ceremonie e le superstizioni pagane sul Culto antico e sulle sublimi dottrine di Mosè. Ma quando mai l'ignoranza potè avere una supremazia durevole sulla [pg 170] sapienza, le tenebre sulla luce, la menzogna sulla verità, il vizio e la corruzione sulla virtù e la purezza?

La Provvidenza riducendo gli ebrei a tali terribili estremità volle forse dimostrare loro le funeste conseguenze della loro religiosa rilassatezza; e umiliandoli in un modo così basso fare rivivere in loro il sentimento nazionale che nella maggior parte del popolo s'era, se non intieramente estinto, almeno assai affievolito pel corso di quattro secoli di dominazione straniera. I partigiani zelanti del Culto nazionale soffrivano in silenzio non osando sollevarsi contro la forza imponente del tiranno; ma le eccessive crudeltà di Antioco e l'eroica devozione di una famiglia di sacerdoti li fecero sortire dal loro ritiro, e li incoraggiarono a prendere le armi per vendicare la loro religione e la loro nazionalità, e farle trionfare oppure morire della morte dei prodi. E questa volta la fortuna finì per arridere alla ferrea costanza, ai nobili sforzi di quegli uomini eroici capitanati dai figli di certo Matatia che abitava in un borgo chiamato Modin, che trovavasi sulla strada che da Ioppe mette a Gerusalemme.

Questo Matatia veggendo un Ebreo che sedotto o costretto da un ufficiale del Re sacrificava agli idoli, arse di sdegno e zelante per la legge, come Finees, si gettò sopra di lui lo uccise e con esso uccise anche l'ufficiale del Re. Questa fu la scintilla che fece scoppiare la rivolta. Dopo questo fatto Matatia accorgendosi che la sua vita era in pericolo, gridò per la città chiamando quanti altri zelanti vollero seguirlo, e con loro e i suoi proprii figliuoli si ritirò nelle montagne. Matatia era sacerdote della classe dì Ieoiarib e dal nome di Asmoneo, proavo di lui, anco i suoi discendenti presero il nome di Asmonei. Matatia aveva cinque figli Giovanni, Simeone, Giuda, Eleazaro e Ionatan, i quali, abbenchè giovanetti, erano tutti egualmente accesi dall'entusiasmo del padre, e del pari ed anche più di lui intraprendenti, bellicosi e terribili. Ora questo coraggioso sacerdote, diventato capo dell'opposizione si vide ben presto circondato da altri zelanti. In quello stesso tempo, avvenne [pg 171] che un migliaio di altri Ebrei fra uomini e donne e fanciulli, traendo seco il loro bestiame si erano ritirati nei deserti e procacciaronsi un asilo nelle spelonche. Ma inseguiti dai soldati del Re, ed attaccati un giorno di sabbato, essi, per soverchia fedeltà alla religione, ricusando di difendersi in quel sacro giorno di riposo si lasciarono tutti quanti ammazzare. Matatia avendo udita questa cosa, fece sentire ai suoi seguaci che se avessero voluto comportarsi egualmente sarebbero tutti periti come senza difesa così senza utilità; onde a voti unanimi fu deciso che si potesse fare la guerra anco in quel giorno semprecchè i nemici fossero i primi ad attaccare. Nel seguito i Rabbini decisero che in sabbato fosse lecita anche la guerra offensiva, massime nella espugnazione di una città quando fosse stata assediato almeno tre giorni prima. Tuttavia questa savissima decisione non fu ammessa generalmente, e più altre volte gli Ebrei preferirono di lasciarsi ammazzare piuttosto che di difendersi in sabbato.

Così provveduto alla propria sicurezza e difesa, e chiamati intorno a sè quanti sentivano zelo per la legge e che erano risoluti di vincere o di morire per lei; Matatia cominciò ad assalire i villaggi e i luoghi meno muniti, massacrando quanti si opponevano, atterrando le are profane, e circoncidendo i fanciulli ancora incirconcisi. Ma la sua carriera militare fu breve. Oppresso meno dagli anni che dai dispiaceri, sentendosi vicino a morire, elesse egli medesimo per suo successore nel comando Giuda, suo terzogenito, che di non molto oltrepassava i vent'anni, ma che stimava ed era più degli altri valoroso e forte; e raccomandò che per le cose ove fosse stata necessaria la prudenza dei consigli ubbidissero tutti a Simeone, il secondogenito. Infine esortò caldamente i suoi seguaci a resistere contro l'empietà dei figliuoli della superbia, e a combattere per la causa di Dio e del suo Tempio. Questo suo testamento dettato da un senno maturo e da una profonda cognizione del merito rispettivo dei suoi figli, ed eseguito da essi con rigorosa fedeltà; valse ai medesimi la conquista di un [pg 172] regno ed una fama immortale. Così morì Matatia e fu sepolto in Modin nella tomba dei suoi padri.

Giuda, armato come un gigante e terribile come un leone, all'entusiasmo religioso che lo animava, univa l'attività e il vigore di una gioventù bollente e robusta, e un coraggio sterminato, ma non cieco nè imprudente. Le rapide sue vittorie e le sanguinose battaglie che diede consecutivamente ai nemici, gli fecero dare dai contemporanei il sopranome di Macabeo macabì (martello). All'ardimento di Giuda era troppo poca cosa il limitarsi a scorribandare le campagne o sui monti, o ad attaccare luoghi remoti od indifesi; la sua operosità e la generosa sua ambizione volevano un campo più vasto. Si diede quindi a correre tutto il paese; con sorprese notturne, con rapidità straordinaria assalì città e castella, le prese, le fortificò e le fece altrettanti punti di appoggio alle sue operazioni. Eccitò lo zelo e il fanatismo dei suoi compatrioti, ingrossò il numero dei suoi guerrieri. Affrontò coraggiosamente l'un dopo l'altro due generali di Antioco: li battè, li ruppe, e li uccise; fece un gran macello del loro esercito, e sparse ovunque il terrore del suo nome.

Antioco si avvide ben tosto che quello non era un movimento da disprezzarsi, avrebbe voluto reprimerlo in sul nascere, ma la mancanza di danaro, un'insurrezione nell'Armenia e la fede vacillante dei Persiani lo obbligarono a ritardare ed a dividere il suo esercito. Vennero quindi spediti contro Giuda i generali Nicànore e Gorgia con quaranta mila fanti e tre mila cavalli; e seguendo il costume di quei tempi un gran numero di mercanti di schiavi accodavano l'esercito onde comperare i prigionieri. I generali erano così certi della vittoria, che ne chiamarono da tutte le parti della Fenicia, invitandoli a prender seco molta pecunia, essendo loro fermo proposito di sterminare affatto gli Ebrei, e di vendere all'incanto quanti fossero risparmiati dalla spada. Giuda non aveva che poche migliaia di soldati senza loriche, senza elmi, senza spade ed armati ciascuno di quello che potè avere; ma erano [pg 173] uomini d'animo deliberato di vincere o di morire per Dio e per la patria, e guidati da un capitano tanto valente quanto accorto. Questi convocò le sue schiere in Masfa di rimpetto a Gerusalemme: ivi le purificò, le santificò coi riti della religione, le esortò con vivi ed efficaci discorsi onde infiammarne lo zelo, e in ossequio al precetto Mosaico, rimandò i novelli sposi, i timidi e quelli che avessero di recente piantato una vigna o fabbricato una casa; e coi pochi prodi che gli rimanevano marciò contro il nemico. I due eserciti si scontrarono in Emmaus nei dintorni di Gerusalemme. Giuda con astute manovre evitò le mosse del nemico, lo ingannò, lo divise; assalì di sorpresa il corpo più debole, lo sbaragliò; e l'altro corpo di Siriaci che aveva fatto un giro per cogliere gli Ebrei alle spalle e serrarli in mezzo, mirando dalle colline la sconfitta dei compagni, il disordine del campo, la fuga di tutti e non sapendo a quale causa attribuire un così improvviso avvenimento; si smarrirono anch'essi d'animo, volsero le spalle e si dissiparono. Questo successo aggiunto alla ricca preda che fecero gli Ebrei, accrebbe il loro coraggio e lo infuse anche ad altri correligionari, che vennero ad associarsi. Un secondo corpo di Siriaci comandato da Timoteo e da Bacchide subì la stessa sorte; nè più fortunato fu Lisia che con 60,000 fanti e 5000 cavalli fu sconfitto a Betsura fortezza che era l'antimurale di Gerusalemme ai suoi confini coll'Idumea.

A coronare queste prosperità giunse la notizia della morte d'Antioco Epifane, che cadendo da un cocchio si piagò il corpo e morì per atroci dolori, rammaricando, secondo Giuseppe, i mali fatti soffrire agli Ebrei e pei quali Dio ne prendeva giusta vendetta, e lasciando il regno ad un altro Antioco suo figlio, fanciullo di nove anni, sopranominato poscia Eupatore.

Così la Giudea fu sgomberata dai nemici. Tutte le città si erano date a Giuda, ed ai Siro-Macedoni non restava che la cittadella di Gerusalemme. Allora Giuda entrò in questa città e trovò il Tempio ingombro da cento [pg 174] profanazioni, l'altare diroccato, le porte distrutte col fuoco, le erbe e i virgulti cresciuti nel luogo santo. A questa, vista gli Ebrei si lacerarono le vesti e fecero gran cordoglio. Giuda purificò il Tempio, rifece a nuovo l'altare dei profumi, il candeliere, la tavola, il velo ed altri sacri arredi o distrutti o rapiti. Ripristinò i sacrifizi e fece la dedica del santuario, il giorno 25 di questo nono mese tre anni e mezzo dopo che era stato contaminato da Apollonio. Una festa nazionale e religiosa, venne instituita nella data sopradetta per immortalare ai posteri la memoria di questo avvenimento.

Per la pratica si sa da tutti indubbiamente che questa festa, detta hhanuchà (Encenie o inaugurazione), viene solennizzata coll'accensione di lumi nelle case per otto sere consecutive e con canti di allegria.

Aggiungeremo poche parole per registrare come la indipendenza intiera degli Ebrei da qualunque soggezione straniera, venne conseguita da Simone il secondogenito di Matatia 400 anni dopo il ritorno da Babilonia, e che fu da quel momento che gli Ebrei cominciarono a datare i loro atti pubblici e a coniare monete.