Archeologia.

Pesi e Misure.

Il presente paragrafo avrebbe dovuto trovare il suo posto appropriato nel mese scorso, quando tenemmo parola delle arti e dei mestieri, perchè in realtà trovavasi attinente a tale articolo: ma lo ritenemmo pensatamente per questo mese, per la proporzionata distribuzione delle diverse nozioni di Archeologia biblica, che ci proponemmo di trattare nel corso di questo nostro lavoro.

La più antica maniera di commerciare dovette certamente consistere in un semplice scambio d'oggetti. Uno dava altrui quell'oggetto che per sè era inutile o superfluo, per riceverne in cambio quello che eragli necessario o tornavagli gradito. Ma siccome doveva spesso accadere che [pg 175] presso l'uno non si trovasse quello di cui l'altro difettava, ed in mille occasioni poi non si potesse dare un valore precisamente eguale a quella tal merce di cui si voleva fare procaccio; per facilitare le permute si dovettero ben presto introdurre nel commercio materie, le quali per via d'un valore arbitrario, ma convenuto, potessero rappresentare tutte le specie di mercanzie, e così valessero di prezzo comune a tutti gli effetti posti in commercio. Ora fra queste materie i metalli dovettero essere preferiti, sia perchè se ne trovano in ogni clima, e sia perchè la loro durezza e solidità li preservano da molte alterazioni. Da quanto rileviamo dai nostri sacri libri siamo condotti a conghietturare che in principio questi pezzi di metallo si pesavano[90] e che non fu che più tardi che essi s'improntarono di una figura pubblica per indicarne il valore e assicurarne il peso e la lega.

Non essendo state rinvenute monete ebree coniate, antecedenti al tempo dei Macabei, dobbiamo pertanto ammettere che il primo a coniare moneta fra loro sia stato [pg 176] Simone Macabeo a ciò autorizzato da Antioco Sidete. Di queste monete ne esistono ancora parecchie[91]. In certune d'esse si trovano impresse figure di palme, di pigne, di spighe, di covoni di grano; in certe altre si trova una foglia di vite, un grappolo d'uva, un fiore o un vaso di quelli consacrati agli usi del Tempio. Intorno alle figure di parecchie d'esse si leggono le leggende di Séchel Israél (Siclo d'Israele), Ierusalaim akedossà (Gerusalemme la santa).

Per avere un'idea se non esatta almeno approssimativa del valore dei pesi e delle misure degli antichi Ebrei, converrebbe confrontarli con quegli dei Greci e dei Romani che successivamente dominarono nell'Oriente; poscia ridurli ai pesi e alle misure nostrane, tenendo calcolo delle differenze subite dai valori. Questo studio sarebbe troppo lungo e forse riescirebbe noioso pel maggior numero dei nostri lettori, perciò noi ci limiteremo ad indicarne il solo [pg 177] nome con a fianco il valore approssimativo in misure metriche, valendoci dei quadri combinati dal celebre Munch già da noi citato.

Le misure di lunghezza dette midóth sono le seguenti quattro:

1. Esbán (dito o pollice) che misurava la lunghezza del dito mignolo e vale m. 0,023.

2. Tófahh o téfahh valutato a m. 0,092.

3. Zéretk che è lo spazio compreso tra il pollice e l'annulare stendendo le dita il più che si può e vale m. 0,277.

4. Ammà o cubito che venne definito per l'intervallo tra il vertice del gomito e l'estremità del dito medio e vale m. 0,555.

Alle misure di lunghezza appartengono pure quelle che dinotano le distanze da un luogo ad un altro o le itinerarie. Due sole misure di questa specie troviamo menzionate nella Bibbia. La prima è quella detta chivrád-érez (spazio del paese) che forse misurava tre miglia piemontesi; la seconda è quella detta dérech-ióm ovvero sia il cammino d'un giorno che può fare un uomo a piedi.

Le misure di capacità servivano indifferentemente tanto pei solidi quanto per le materie liquide, solamente che nel primo caso venivano designate col nome particolare di miskál, e nel secondo caso con quello di messuród.

Le misure che servivano per le materie liquide erano le seguenti:

1. Il bath che secondo i Rabbini era della capacità di 432 uova di gallina e calcolasi a l. 38,843.

2. Il log che poteva capire 6 uova ossia l. 0,539.

3. Il nébel misura grande che valeva tre bath.

4. L'hin sesta parte del bath l. 6,707.

5. Il mezzohin.

6. Il bessà dei Rabbini la capacità d'un uovo o il sesto del log.

Quelle che servivano per le materie secche erano le seguenti:

[pg 178] 1. L'efà che aveva la stessa capacità del bath.

2. Il ómer o issarón che era la decima parte dell'efà.

3. Lo seà che valeva il terzo dell'efà.

4. Il cab piccola misura che era la sesta parte del seà.

5. hhómer o cor che conteneva dieci efà.

6. Il léthec che conteneva la metà del precedente.

Il peso detto miskál, si determinava come ora da noi col mezzo di bilancie a coppe dette mozenáim, oppure d'una bilancia a braccio detta péless. Pare che i contrappesi non fossero altro che pietre, che i mercanti portavano entro un taschetto attaccato alla cintura, come si usa tuttavia in Oriente. Ed è così che si spiegano le raccomandazioni sulla lealtà di commercio che fa Mosè in più luoghi colle parole: «Non sarà a te nella tua tasca pietra e pietra éven vaáven» (cioè) grande (per comperare) e piccola (per vendere).

Le misure monetarie erano le seguenti, alle quali noi mettiamo a fianco il peso in grani (di grano), che erano la loro unità. Relativamente al valore di ciascuna di esse si avrà facilmente prendendo per base il sékel che valeva L. 3,10.

1. Chicár (talento) pesava 822000 grani.

2. Manè che pesava 16440 grani.

3. Lo sékel il cui peso era di 274 grani.

4. Il bèca e pesava 137 grani.

5. La gherà che pesava g. 13,7.

Giacobbe arrivato a Salem la città di Sichem, al suo ritorno dalla Mesopotamia, comprò dallo stesso principe una pezza di campo per cento kessità. I commentatori non si accordano nell'interpretazione di questa parola, poichè taluni vogliono che si trattasse di monete su cui fosse improntata una pecora, ed altri credono invece che si trattasse veramente di agnelli o di pecore, dati da Giacobbe in cambio del terreno.

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[pg 179]

TEVED (Dicembre-Gennaio).

L'unico avvenimento che si presenta al nostro esame in questo mese è l'infausta ricorrenza che diede origine al digiuno del giorno decimo. La caduta del regno d'Israele e l'esilio della grande maggioranza del popolo ebreo nelle lontane provincie dell'Assiria, non fece rinsavire il regno di Giuda perchè i suoi Re, pochissimi eccettuati, continuarono nei loro traviamenti. Ezechia uno dei suoi ultimi Re può annoverarsi fra i più virtuosi, perchè lo storico sacro, a massimo suo elogio, lo paragonò a Davide. Mosso dal desiderio di indipendenza e affidato alla protezione divina, si ribellò al Re d'Assiria di cui era tributario; e questi raccolto un potente esercito e postolo agli ordini di tre capitani Tartan, Rav-Sariss e Rav-Sakè (quest'ultimo d'origine ebrea secondo certi commentatori) lo spedì ad investire Gerusalemme. L'oste formidabile giunse presso le mura di Gerusalemme, ove Rav-Sakè sperando di farsi aprire le porte dal popolo tormentato dalla fame e di entrare nella città senza colpo ferire, prese ad arringarlo per fargli intendere quanto sarebbe stato meglio per lui darsi in braccio al Re d'Assiria, contro il quale lottarono invano tante altre nazioni. Ezechia atterrito dall'imminente pericolo si rivolse a Dio, il quale per mezzo del profeta Isaia lo assicurò che i soldati del Re Assiro non avrebbero calpestato la polvere della santa Città; inquantocchè «quell'orgoglioso monarca briaco di sua potenza avesse osato di alzare gli occhi sul forte abitatore del cielo, e per mezzo dei suoi servi avesse scagliato ingiuriose parole contro il forte d'Israele». In quella stessa notte Iddio mandò il suo angelo distruttore (un'epidemia) che spense nell'accampamento Assiro cento ottantacinque mila uomini, per cui i rimasti s'affrettarono a togliere l'assedio e a ritornarsene alla loro patria.

Or bene! figlio e successore di quest'ottimo monarca fu Manasse il più tristo dei Re di Giuda, sia perchè sopravanzò tutti i suoi predecessori nelle abbominevoli pratiche [pg 180] dell'idolatria, e sia perchè dimostrò una crudeltà d'animo, una sete di sangue affatto insolita nei regnanti ebrei. E lo storico sacro ci tramandò il suo nome con un marchio indelebile d'infamia notando «che riempì Gerusalemme di sangue da una estremità all'altra».

A costui successe Amon che non volle mostrarsi figlio degenere di un tale genitore. Questi due ribaldi scettrati aprirono tali piaghe nel regno di Giuda, che non fu possibile il rimarginarle neanche al virtuoso e religiosissimo Giosia, figlio del secondo e del quale lo storico sacro attesta: «che non fu prima nè sorse dopo, un Re osservatore cotanto fedele delle prescrizioni mosaiche». Non passarono che pochi anni dopo la morte di quest'uomo tanto più meritevole di lodi, quanto più seppe staccarsi dagli esempi paterni e lottare indubbiamente contro una corrente di corruzione per ricondurre il popolo, fors'anco suo malgrado, alla purezza del culto antico; che Nabucco il quale aveva esteso il suo dominio dal torrente d'Egitto fino al fiume Perath venne ad assediare Gerusalemme in questo stesso decimo mese ai dieci del mese. Dopo circa due anni di assedio nel giorno nove del quinto mese (Ab), la città cadde in potere dei Caldei e il popolo d'Israele fu totalmente allontanato dal suo patrio suolo.

Terminando con questo l'annua rassegna dei digiuni, ci sia concesso di esprimere la speranza che Dio voglia in un avvenire non lontano, adempire la promessa ch'egli fece al popolo d'Israele per bocca del profeta Zaccaria colle seguenti parole: «Così disse il Dio Sabaóth: il digiuno del quarto mese (17. Tamuz), quello del quinto (9. Ab), quello del mese settimo (3. Ellul), e quello del decimo (del quale parlammo ora) saranno per la famiglia di Giuda giorni di giubilo, di allegria e di festa: amate però la verità e la pace»[92].

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E poichè ci occorse di nominare questo profeta e che secondo noi certe verità non sono mai abbastanza ripetute, sentiamo a quali cause egli attribuisse la caduta di Gerusalemme ovverosia il compendio dei doveri principali che Dio impose all'uomo. «Ecco le cose, dice egli, che Dio faceva proclamare dai suoi profeti in Gerusalemme quando essa sedeva regina potente e gloriosa: amministrate una giustizia equa; abbiate l'un per l'altro trattamento di pietà e di misericordia; non maltrattate, non usate concussioni colla vedova, verso l'orfano, verso il forestiero e il mendico; non vengavi mai in mente il pensiero di desiderare l'altrui male».