Distruzione del secondo Tempio.
Non essendo nostro pensiero di tessere qui la intiera storia del lungo, e certo non inglorioso, periodo che abbraccia oltre a cinque secoli, e che corse appunto dalla fabbricazione del secondo Tempio alla sua distruzione: ma semplicemente il luttuoso avvenimento della sua distruzione che noi commemoriamo con rigoroso digiuno e col canto di meste e lugubri elegie ai nove di questo mese, non faremo quindi che appena accennare quei soli fatti che si collegano intimamente a quell'infausto avvenimento.
Comincieremo quindi a notare, che la prima volta che i Romani compariscono sulla scena della Storia Giudaica si fu ai tempi di Giuda Maccabeo, il quale prevedendo che a lungo andare non avrebbe potuto tenere testa al re della Siria; mandò due legati a Roma per impetrare l'amicizia del Senato e la sua mediazione col re anzidetto, allora tributario dei Romani. L'ambasceria fu accolta con favore, e ottenne l'intento desiderato.
Accenneremo pure che Simone fratello e successore di Giuda fu il primo principe ebreo che coniasse moneta col proprio nome; e che Giovanni suo figlio, dichiarato indipendente dai Romani, trovandosi abbastanza potente da farsi rispettare dai suoi vicini, inquantocchè possedesse quasi tutto l'antico regno d'Israele e di Giuda, assunse il titolo di re, estinto appo gli Ebrei già da 580 anni. Ma questa indipendenza conquistata mercè lunghi anni di lotte eroiche, con prudenza finissima e con tali e tanti sacrifizii che riempiono i cuori di meraviglia ebbe la corta durata di ottant'anni. Pompeo assoggettò di bel nuovo ad annuo tributo questo regno, che per la sua posizione e prosperità, pareva destinato ad essere bersaglio della cupidigia e dell'ambizione dei potenti vicini; ed entrato in Gerusalemme ne fece demolire le mura, cambiò ad Ircano il [pg 77] titolo di re in quello di Etnarca, e dubitando che tali misure bastassero a domare quel popolo insofferente di giogo straniero, ne smembrò il regno, distaccandone parecchie provincie. Quanto mai sono fallaci le previsioni umane! Giuda Maccabeo non avrebbe giammai supposto, che l'alleanza coi Romani da lui tanto desiderata e ricercata per consolidare, come realmente consolidò allora, la libertà della patria, dovesse fruttare nel corso di un periodo di tempo relativamente breve e per l'opera inconsulta dei suoi nipoti, schiavitù e dispersione.
Accenneremo ancora che finito il regno degli Asmonei 116 anni dopocchè Gionata fu riconosciuto dai re di Siria Nassì e Pontefice degli Ebrei, titolo che equivaleva a quello di Principe indipendente; Erode ottenne anch'esso dal Senato Romano il titolo di re. Costui che la storia ci tramandò col titolo di grande rabbà[47] seppe bensì con manovre astute, con incontestabile abilità militare e con una fortuna poco comune afferrare il potere, ricuperare le antiche frontiere del regno, e renderlo più prospero e ricco di quanto fosse mai stato prima d'allora; fece bensì rifabbricare il Tempio con tanta magnificenza e splendidezza che venne dichiarato dai nostri Dottori: «una delle meraviglie del mondo»; ma ciò non ostante non gli fu possibile conseguire l'amor del popolo, sia pel suo procedere sleale, e vuolsi anche crudele, verso gli ultimi superstiti della famiglia dei Maccabei e sia per essere egli di origine straniera.
E una solenne prova di questa invincibile antipatia l'abbiamo nel fatto che appena lui morto, quel popolo, che in ogni epoca della sua storia si dimostrò sempre svisceratamente amante della libertà; chiese ed ottenne da Varo di poter mandare una ambasceria ad Augusto, perchè il Governo della Giudea venisse tolto ai figli del morto re, e ridotta [pg 78] questa a provincia Romana. Pareva loro di dovere vivere più quieti, e di potere essere meglio governati da un Preside Romano, che non da deboli e cattivi principi figli di un tiranno tanto temuto quanto odiato, sempre in dissensione tra loro, ed in balia dei favoriti. Augusto non credette di aderire immediatamente alla loro richiesta, ma nove anni dopo depose Archelao, e aggiunse la Giudea alla Siria. Mandò a governarla un procuratore che pose sua sede in Cesarea, e che fu investito della potestà civile e militare e incaricato di esigere i tributi. Però, a Gerusalemme come città santa, si conservarono gli antichi suoi privilegi. Noi vedremo or ora, come questa mutazione invocata dagli Ebrei medesimi colla speranza di un viver più riposato, sia stata la causa prima degli estremi mali toccati alla nazione.
Pare però che sino d'allora si trovassero cittadini giudiziosi e previdenti che pronosticarono l'esito esiziale di quell'imprudente passo, inquantocchè noi troviamo nel commento di Ionathan Ben Uziel la seguente invettiva, che sventuratamente fu profetica: «L'aiuto che speravamo dai Romani si svanì in fumo, perchè i Romani non sono un popolo che salva; anzi dissiparono le nostre vie, onde noi ben veggiamo che sono compiuti i nostri giorni, e che si avvicina l'estrema nostra catastrofe».
Non tardarono infatti a scoppiare torbidi[48]. Le iniquità che commetteva Albino per estorcere danaro dai poveri [pg 79] suoi amministrati, e quelle ancora maggiori del tristissimo Floro, infiammarono gli animi di giustissimo sdegno e stancarono talmente la pazienza degli Ebrei, che non era difficile pronosticare che un terribile incendio era prossimo a scoppiare. Nè l'occasione si fece attendere lungamente.
Correva l'anno 11 di Nerone, quando tra gli Ebrei e i [pg 80] Greci di Cesarea s'impegnò una zuffa, perchè uno di questi ultimi trovandosi possessore di un terreno situato presso la Sinagoga dei primi, un sabbato, per far loro onta, dispose tutti gli apparecchi necessarii, per compiere ivi un sacrificio di uccelli, cosa che gli Ebrei volevano impedire assolutamente. Questa fu la scintilla che produsse la guerra giudaica: guerra intrapresa nei santi nomi di Dio e della patria da un pugno d'uomini contro quella sterminata potenza che aveva esteso il suo dominio su tutto il mondo allora conosciuto: guerra di cui la storia non ha la seconda, e che certo avrebbe avuto un esito ben diverso, se pel compimento dei suoi imperscrutabili ed eterni consigli, Dio non avesse permesso la guerra civile[49]. L'indole del nostro lavoro non ci permette di seguire passo a passo tutte le fasi di questa guerra da leoni, sostenuta per oltre tre anni contro la potente monarchia dei Cesari; ci limitiamo pertanto a riassumerne gli avvenimenti principali.
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Il primo avvenimento che presentasi al nostro esame è la rotta che gli Ebrei fecero subire a Cestio Gallo, e che fu tanto grande da mettere in pericolo l'impero dei Romani nell'intiero Oriente.
Viene dopo l'assedio di Iossafat di Gàmala che fu sostenuto dagli Ebrei con un eroismo più che umano, e i cui difensori vista perduta ogni speranza di scampo, per isfuggire alla ignominia di cadere vivi nelle mani del feroce vincitore, scannarono le mogli e i figli; incendiarono la roba e gli edificii: indi tirarono a sorte dieci fra loro che dovessero essere i carnefici degli altri; i quali sdraiati ciascuno presso i corpi dei suoi cari, attesero con tranquilla indifferenza la spada che doveva accompagnarli agli estinti. Compiuto questo orrendo uffizio anco i dieci si uccisero.
Quantunque il terreno fosse disputato palmo a palmo ai superbi invasori con un accanimento fierissimo, il nemico avanzava sempre; poichè è innegabile che oltre ai grandi mezzi di cui esso poteva disporre, spiegò in questa guerra, che per lui valeva il dominio o l'abbandono dell'Oriente, una costanza, un'abnegazione ed un eroismo a tutta prova. La guerra si ridusse pertanto alle porte della Capitale. E fu qui, assai più che nei precedenti combattimenti, dove il Romano si trovò di fronte non uomini, ma leoni indomabili, che si battevano colla tenacità e ferocia della disperazione, unita alla calma di una risoluzione bene pesata e ponderata. L'entusiasmo che inspira una causa santissima; l'odio legittimo verso chi non offeso traversa l'oceano per rapirvi o contaminarvi ogni più puro e santo affetto dell'anima per libidine d'impero e per sete d'oro, era temperato e guidato dalla calma più fredda e dalla più fina prudenza. Le abili operazioni militari dei Romani trovavansi oppugnate da manovre altrettanto abili e giudiziose da parte degli Ebrei.
Ma a lottare contro il destino l'uomo non vale, per quanto s'impieghi la più ferrea ed imperturbata costanza, l'eroismo il più sublime, i sacrifizii i più penosi.
[pg 82] Scoppiò la guerra civile capitanata da tre facinorosi[50] che, se per un lato la storia severa ne segnò i nomi con nota d'infamia, dall'altro giusta ed imparziale dovette concedere, che alla libidine di comando era pari in essi, l'amore di patria e l'indomito valore. La prima funesta conseguenza della guerra civile fu lo sperpero e l'incendio di molti granai, per cui la fame non tardò a farsi sentire in tutta la sua orridezza[51]. Ma nè la fame, nè il ferro, nè il fuoco, nè le epidemie che mietevano le vittime a migliaia, valsero a scuotere la costanza degli strenui difensori dell'ultimo baluardo della patria, e ad inclinarli ad accettare le proposte di pace, fatte loro da Tito per mezzo di Giuseppe Flavio già governatore di Iossafat[52], [pg 83] e poscia storico illustre delle guerre giudaiche e delle sue antichità. Nè gli uomini soli prendevano parte a quei micidialissimi combattimenti, ma bensì ancora le donne e i fanciulli; e questi ultimi con tanta bravura ed astuzia da meritarsi l'ammirazione degli stessi nemici.
Ma negli eterni consigli divini era stata decretata la caduta di Gerusalemme, e Gerusalemme cadde.
Quel giorno funesto era un sabbato, 10 del mese di Ab: ed allora al tintinnìo delle armi, al grido dei combattenti, al gemito dei moribondi, ai clamori di vittoria degli uni, alle grida di disperazione degli altri si univano le voci strazianti dei cittadini che vedevano consumarsi «la casa dei secoli», e con essa il più caro dei loro pensieri, l'orgoglio dei loro cuori, la speranza della loro vita. Il secondo Tempio fu distrutto nello stesso preciso giorno, in cui 658 anni avanti era stato incendiato e distrutto il primo da Nabo-Sar-Adan generale di Nabucco. La città fu saccheggiata, e i soldati fecero tale un eccidio di gente, che essi medesimi, per quanto oltremodo esacerbati per la lunga resistenza ed eccitati dalle furie della vendetta, dalla libidine del sangue che li rendeva ferocemente briachi, si sentivano stanchi e nauseati dal troppo uccidere.
«Tale fu il fine, scrive un nostro illustre correligionario (Munch), di questa guerra spaventevole, che pose fine alla esistenza politica della nazione ebrea di cui l'eroica resistenza dopo la sottomissione di tutto l'Oriente, umiliò l'orgoglio di Roma. La sua lotta fu gloriosa, unica forse negli annali delle nazioni. La sua catastrofe è una delle più spaventevoli di cui la storia ci abbia conservato il ricordo. Gerusalemme fu più grande nella sua caduta, di quanto lo fu giammai nella sua magnificenza. I fieri [pg 84] romani dovettero ammirare il coraggio invincibile degli ebrei, e quell'ardente amore della patria che faceva loro temere la vita più che la morte, dacchè li si voleva distaccare dal suolo paterno».
Il numero delle vittime dell'assedio e della presa di Gerusalemme fu immenso. Flavio lo fa ascendere a un milione e cento mila oltre a novantasette mila prigionieri[53]. Il bottino fatto a Gerusalemme fu così enorme, che l'oro perdette in Siria la metà del suo valore.
Non possiamo por fine a questi brevi cenni sulla caduta di Gerusalemme senza aggiungere, che oltre alle orribili efferratezze che Tito permise in tale occasione alle sue soldatesche, egli stesso portandosi in Cesarea a dare grandi feste per celebrare l'anniversario di suo fratello Domiziano, condannò 4500 ebrei a battersi nel circo o contro le fiere o da essere abbrucciati vivi. Spettacoli consimili diede a Berito in onore del padre; lo stesso fece in più altre città della Siria e dell'Asia Minore, ove gli ebrei trascinati d'uno in un altro luogo, nudriti come animali da stia, venivano esposti al ludibrio del volgo a sbranarsi a vicenda, o ad essere sbranati da belve, ovvero legati ad un rogo facevano le veci dei nostri fuochi d'artificio. Le loro membra palpitanti, i loro gemiti, le loro agonie, servivano di giocondo trastullo a popoli che passavano allora, e che da certi storici si decantano tuttavia pei più inciviliti e quasi quasi si propongono a modelli. Ma non desterà niuna meraviglia il diletto che vi prendeva la plebe, quando si vorrà riflettere che tali feroci ed esecrandi trastulli venivano ordinati da un principe il cui nome fu tramandato ai [pg 85] posteri fregiato col sublime epiteto di: «delizia e bellezza del genere umano[54]».
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«Tito, scrive un autore cristiano[55], la delizia del genere umano, la cui dolcezza passò in proverbio nelle nazioni dell'occidente, è singolare modello di bontà e di clemenza nell'assedio e presa di Gerusalemme! Ei faceva crocifiggere ogni giorno 500 ebrei di null'altro colpevoli che di cercare intorno alla città un po' d'erba per ammorzare la fame, e quando il figliuolo di Vespasiano usò moderazione, si limitò a far tagliare le mani alle povere genti rimandate nella città!.... Questi Romani che Mitridate denominava il flagello dell'universo, eran pure di genio esecrabile, se il loro miglior Imperatore poteva compiere atti di ferocia simili a quelli accumulati in questo racconto».
Ma se veramente questi fatti ci provano una strana aberrazione del senso morale talmente pervertito che popoli e principi trovavano immenso diletto in ispettacoli orrendi; quali severe parole basteranno a biasimare quegli uomini che privilegiati per ingegno e per posizione invece di adoperarsi ad impedirli, per qualche beneficio ricevuto o sperato, non solo non trovavano nei loro cuori avviliti un senso di commiserazione per le povere vittime, nè dalle loro penne vendute usciva una parola di biasimo per gli scettrati carnefici che li ordinavano; ma anzi ne lusingavano la vanità con lodi immeritate. Ma per buona ventura la verità si manifesta sempre per quanto si faccia per soffocarne le voci con colpevoli adulazioni. L'eloquenza dei fatti, prova che la verità sta dal lato dei nostri Dottori che appellarono quell'uomo Titóss Arassanh (l'empio Tito), poichè non si troverà sicuramente anima bennata che non mandi una parola di esecrazione alla memoria di chi ordinava tali inutili [pg 87] macelli. In questo caso poi il nostro animo è doppiamente addolorato nel dovere confessare che lo stesso Flavio testimone di tali efferatezze, non solo si astiene dallo stigmatizzarle con quell'indegnazione che bene avrebbero meritate, ma anzi irride ancora allo strazio inenarrabile dei suoi fratelli, e lo dichiara al disotto delle loro colpe. E dire, che questo apprezzamento viene fatto da tale uomo che in principio della guerra, rispose forse con un tradimento, alla fiducia che avevano riposto in lui i suoi concittadini nominandolo governatore della importantissima fortezza di Iossafat; e viene diretto a uomini che se ebbero qualche colpa, fu unica quella di avere amato sopra ogni cosa la religione e la patria!
A complemento degli importantissimi avvenimenti suesposti aggiungiamo una rapida narrazione di alcuni fatti che vi tennero dietro, i quali servono a dimostrare ancora una volta, quanto gli animi dei nostri antichi fossero potentemente agitati dal desiderio d'indipendenza e quanto amore li legasse al patrio suolo; perchè ancora una volta essi osarono alzare il capo e fare un ultimo sforzo per ritogliere la loro patria al potente impero che l'aveva soggiogata.
Allorchè i soldati romani ebbero abbandonata Gerusalemme cangiata in un mucchio di rovine, parecchie famiglie ebree e cristiane vennero a stabilirsi in quei luoghi di desolazione: preferendo un miserabile tugurio sulle ruine della sacra città, al soggiorno comodo ed agiato che potevano offrire loro altre città della Giudea risparmiate nella guerra devastatrice.
I romani conoscendo che l'indole fiera ed indomabile degli ebrei, mal si piegava a schiavitù, lasciarono una guarnigione di sei cento uomini sul monte di Sion, per impedire la riedificazione di Gerusalemme; temendo a giusta ragione, ch'essa ridiventasse per loro un centro di riunione.
L'imperatore Domiziano fratello e successore di Tito perseguitò tanto gli ebrei quanto i cristiani. Si dice, ch'egli [pg 88] desse ordine di scoprire tutti i superstiti della famiglia di Davide onde averli nelle mani, e colla loro morte togliere agli ebrei ogni speranza di vedersi restituita per essi la perduta indipendenza. Traiano li perseguitò ancora più fieramente: e le asprezze che venivano loro usate dal governatore romano li esasperò talmente da farli ricorrere alle armi in parecchi punti dell'Impero. Ma se tali insurrezioni parziali non ebbero altro effetto, all'infuori di quello di causare la morte di parecchie migliaia di ebrei e di rendere più dura ancora la sorte di quelli risparmiati dalla spada; nullameno bastavano a dimostrare come essi non avessero ancora rinunciato a sostenere colle armi il diritto che avevano di vivere e morire liberi nella terra dei loro padri; e come il sangue dei loro innumerevoli martiri, anzichè atterrirli, li spingesse, li affermasse nel loro poco meno che insensato, ma nobilissimo progetto.
Forse non si attendeva da loro che una favorevole occasione onde effettuarlo, e questa fu loro presentata dalle stolte e crudeli prescrizioni dell'imperatore Adriano. Quantunque si creda che in principio del suo regno costui non fosse tanto ostile agli ebrei quanto i suoi predecessori, pure è un fatto ch'egli richiamò in vigore un decreto di Traiano col quale veniva proibito agli ebrei di praticare la circoncisione; d'osservare il sabbato; e di occuparsi di qualunque studio religioso. E non soddisfatto di queste prescrizioni risolse di rifabbricare Gerusalemme, per farne una città pagana popolata di Romani e di Greci: e così togliere agli ebrei qualunque speranza di una ristorazione politica.
Non si può certamente negare che tali esorbitanze sarebbero bastate per esacerbare gli animi i meno infiammabili: pensiamo poi quale effetto dovessero produrre in uomini agitati da un amore ardente per la loro patria e da un odio profondo verso i loro dominatori che la profanavano in tutti i modi. Tra l'apostasia e la morte, non poteva nascere dubbio che gli ebrei non scegliessero la morte. L'insurrezione fu generale in Giudea.
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Un uomo coraggioso e intraprendente detto Bar-Cozibà (figlio della menzogna)[56] si pose a capo degli insorgenti, si dichiarò l'aspettato Messia, prese il nome di Bar-Cochebà (figlio della stella), e profittando dell'assenza delle legioni romane radunò numerose truppe; si impadronì di cinquanta piazze forti, e di molti villaggi e città aperte; debellò parecchie volte i battaglioni romani comandati da Tinnio Ruffo: si condusse da re e fece coniare moneta.
Adriano, che a tutta prima aveva dato assai poca importanza a tale movimento, dovette ben presto ricredersi e spedire in Giudea Giulio Severo, il migliore dei suoi capitani, con buon numero di truppe. Costui non osando dare battaglie campali, si limitò a stancare e a dividere i rivoltosi con piccole scaramuccie, e col tagliare loro le comunicazioni e i viveri. Questo astuto maneggio gli riuscì a meraviglia: ad una ad una prese tutte le città fortificate.
Bar-Cochebà si chiuse in Biter e assediato dai Romani vi resistette tre anni e mezzo. Secondo la tradizione, anche questa città cadde in potere del nemico ai 9 del mese d'Ab l'anno 136 dell'E. V.; e si videro rinnovate in essa le scellerate ed orride scene di barbarie commesse nella presa di Gerusalemme, ai tempi di Tito. Bar-Cochebà trovò nella mischia la morte dei prodi; e il misero Rabbino Akibà, caduto in potere dei nemici in principio della guerra, fu da quelle iene in sembianza umana scorticato vivo; e senza emettere un lamento spirò calmo e sereno ripetendo il verso: «Ascolta Israele l'Eterno Dio nostro, l'Eterno è unico!».
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Sulle ruine di Gerusalemme Adriano fece fabbricare una città novella, che chiamò ÆLIA: e dove una volta trovavasi il santuario degli ebrei fece alzare un tempio a Giove Capitolino.
Proibì agli ebrei, sotto pena di morte, di entrare nella città o solamente di avvicinarvisi: e quegli infelici rimasugli di un popolo tanto grande e potente, quegli infelici martiri di una causa nobile e santa, si rassegnarono a comprare dal dominatore a peso d'oro il permesso di entrare una volta l'anno, il giorno anniversario della sua caduta, nella già capitale del loro florido regno, per deplorarne la perdita e baciarne la sacra polvere.