Rifabbricazione di Gerusalemme e del secondo Tempio.

Cinquant'anni dopo l'eccidio di Gerusalemme, la monarchia babilonese fu soggiogata da Ciro re dei Persiani, il quale nel primo anno del suo regno pubblicò un editto col quale permise agli Ebrei di ritornare nella loro patria, e riedificarvi il Tempio. Fece anco restituire una parte dei vasi sacri già portati via da Gerusalemme; ed onde sopperire alle spese assegnò una somma sulle rendite della Samaria. Ma erano 66 anni, da che varii Ebrei erano stati trasferiti di là dall'Eufrate nella prima invasione di Nabucco, erano 51 dacchè tutta la nazione fu trasmigrata nella invasione ultima, e pertanto erano trascorse due generazioni dacchè si trovava in terra straniera. Quasi più niuno dei vecchi esisteva, i più vecchi avevano abbandonato Gerusalemme nella loro giovinezza, o appena se ne ricordavano; gli altri erano tutti nati nella Caldea, ne avevano oramai adottato la lingua e molte usanze; vi avevano impieghi e beni, ed estranei allo entusiasmo patriottico che avrebbero provato i loro maggiori, si sentivano poco inclinati ad abbandonare una felicità presente per incontrare incerte sorti in una terra povera, derelitta, e per cercare frammezzo a sterpi e rovine quale fosse la casa, quale il podere dei loro avi.

Infatti, malgrado il generoso invito e le larghezze [pg 75] promesse da Ciro, pochi ne vollero approfittare. Tutta la colonia emigrante sommò appena a cinquanta mila individui d'ogni età, sesso e condizione. La terra che ricuperavano da ogni lato che si guardasse, non presentava se non squallore e rovine. Le città erano distrutte, l'ellera e il muschio ne coprivano le macerie, sotto vi stanziavano i rettili, i campi erano inselvatichiti: quindi bisognava ricostruire nuove abitazioni, sboscare il suolo e ridurlo a forma capace di coltura; bisognava scavare nuovi pozzi e nuove cisterne in luogo di quelle che il tempo aveva otturate; bisognava sopportare tutte le angustie che mena seco la povertà e l'odio di nemici accaniti. Ma la religione e l'amore di patria infusero coraggio agli emigranti. Dopo sei mesi di lavoro ebbero finalmente costrutto un altare e qualche rozzo fabbricato, e nel mese di Tisrì cominciarono ad offrire i sacrifizi e gli olocausti, e celebrarono la solennità dei Tabernacoli.

Il Tempio era però il voto principale degli Ebrei e ad esso posero mano. Infiniti furono gli ostacoli, i disagi e le molestie che incontrarono nella malevolenza e gelosia dei popoli vicini che in tutti i modi cercavano di attraversarne l'esecuzione. Parecchie volte si dovette sospendere il lavoro per ordine espresso dei re di Persia, insospettiti dalle maligne insinuazioni di quei tristi vicini. I poveri operai dovevano lavorare colle armi al fianco, per trovarsi pronti a respingere i loro continui assalti. Ma la ferrea tenacità e costanza di un proposito che era il sospiro dei loro cuori doveva trionfare di tutti gli ostacoli, e novant'anni dopochè i primi Ebrei erano partiti da Babilonia, l'opera fu compiuta, specialmente per merito del profeta Nehhemia che vi contribuì con tutti quei mezzi che gli vennero suggeriti da un ardente patriottismo, dal favore grandissimo che godeva alla Corte d'Artaserse, da una intelligenza non comune, e da un carattere imperterrito che prevede i pericoli e, o vi provvede con assennate disposizioni o sa superarli col coraggio. La dedica fu celebrata con una grande festa, quantunque parecchi vecchi piangessero a [pg 76] calde lagrime confrontando la meschinità di quel Tempio, colla vantata imponenza e maestà del primo.