IV

Consiglio di guerra

L’ultima udienza della settimana ebbe luogo venerdì ventotto marzo. Il prigioniero fu riportato alla sua cella al piano superiore del palazzo di Giustizia; l’aula fu sgombrata, e i Wright se ne tornarono a casa. Non vi era altro da fare sino a lunedì… Si poteva, al massimo, cercar di rialzare un po’ il morale di Nora. La povera Nora giaceva sopra una sedia a sdraio nella sua graziosa camera da letto, ripetendo infinite volte il gesto di cogliere le rose disegnate sul centro delle tendine. Hermy le aveva rifiutato il permesso di assistere al processo, e dopo due interi giorni di lacrime la ragazza si era arresa, esausta.

Quel venerdì fu distinto da un altro avvenimento importante. Roberta Roberts perse il suo impiego. La giornalista aveva continuato a difendere Jim Haight a spada tratta, nonostante le proteste dei suoi superiori; finché un giorno il suo direttore le aveva telegrafato che poteva cercarsi un altro lavoro.

Roberta Roberts trascorse tutto il sabato nella cella di Jim, pregandolo di parlare, di difendersi, di collaborare col suo difensore. Anche il giudice Martin era presente, ed ascoltò le vivaci perorazioni di Roberta. Ma Jim continuò a scrollare il capo tacendo, taciturno, immobile come un cadavere. La domenica sera, a cena dai Wright, il signor Ellery Queen domandò lentamente a Roberta:

«Signorina, vorrei chiederle qualcosa.»

«Dica, signor Smith» invitò la giornalista, un po’ sulle difensive.

«Lei ha perduto il lavoro solo per sostenere Jim Haight.»

«Ma questo è ancora un paese libero, se Dio vuole» ribatté Roberta.

«Ma come mai questo caso la interessa tanto da indurla a sacrificare un buon impiego?»

«Perché, secondo me, Jim Haight è innocente.»

«Ma no!» fece Ellery con forza.

Roberta balzò in piedi.

«Che cosa cerca di farmi dire?»

«Troppo bello» sorrise il signor Queen. «È troppo bello per essere vero. Una giornalista cinica e provata dalla vita, rinunzia a un’esistenza di agi per difendere un estraneo… che agli occhi del mondo è colpevole come Caino. C’è una scusa per Nora che è innamorata di quest’uomo; c’è una scusa per i Wright che vogliono vedere il loro genero libero da ogni accusa, per amore della loro figliola e del futuro nipotino. Ma lei?»

«L’ho già detto.»

«E io non le credo.»

«Che cosa ci posso fare?»

«Signorina Roberts» domandò Ellery con voce dura «che cosa ci nasconde?»

«Mi rifiuto di sottomettermi ad un terzo grado.»

«Voglia scusarmi! Ma è chiaro che lei sa qualcosa. Sapeva qualcosa fin da quando è arrivata in città. Non vuole dirmi che cosa l’ha costretta a venire a Wrightsville per difendere Jim?»

La giornalista afferrò rapidamente i guanti, la pelliccia e la borsetta.

«Vi sono momenti, signor Smith, nei quali io la trovo assolutamente odioso… No, la prego, signora Wright: non si preoccupi per me» mormorò, e uscì in fretta.

«Credo che farò quattro chiacchiere con quella donna» osservò, pensoso il giudice Martin.

«Lola» chiamò Ellery, stringendosi nelle spalle.

«Io?» domandò la ragazza, sorpresa. «È il mio turno, ora?»

«Anche lei ha nascosto qualcosa.»

Lola spalancò gli occhi, poi rise e accese una sigaretta.

«Non le pare che sia venuto il momento di dire al giudice Martin che è entrata in casa di Nora dalla porta posteriore, pochi minuti prima della mezzanotte dell’ultimo dell’anno?»

«Lola!» esclamò Hermy, trasalendo. «Dunque c’eri anche tu?»

«Non preoccuparti, mamma; non è niente di grave» dichiarò Lola con impazienza. «Naturalmente, signor Martin, le dirò tutto; ma dal momento che siamo così disposti a collaborare, perché l’eminente signor Smith non si mette al lavoro?»

«Che cosa dovrei fare?» domandò il signor Smith.

«Mi pare che questo astuto individuo sappia molto più di quanto non dica!»

«Lola, non credi che se Ellery potesse far qualcosa lo farebbe?» gridò Pat.

«Naturalmente» disse il giudice Martin. «Smith, se sa qualcosa di utile, la chiamerò a testimoniare!»

«Molto volentieri, se potessi aiutarla, giudice» sospirò Ellery. «Ma purtroppo temo che farei ancora più danno.»

John Wright aprì bocca per la prima volta:

«Vuol dire che sa che Jim è colpevole, giovanotto?» domandò.

«Nemmeno per sogno» brontolò Ellery con voce soffocata. «Ma la mia deposizione metterebbe le cose in modo tale da nuocere seriamente alla posizione di Jim… Infatti si stabilirebbe, senza ombra di dubbio, che solo lui ha avuto modo di mettere il veleno in quel cocktail. Io non devo assolutamente venire a testimoniare. »

«Signor Smith.» Il capo della polizia era entrato improvvisamente, senza farsi annunziare. «Sono dolente di disturbarla ma ho con me un mandato che devo presentare personalmente.»

«Un mandato? Per me?» domandò Ellery.

«Sì, signor Smith; è convocato in tribunale lunedì mattina, per prestare testimonianza a favore dell’accusa contro James Haight.»