III
Il processo comincia
“Ave Caesar!” scrisse Roberta Roberts come titolo del suo articolo, in data 15 marzo.
«Anche il destino sembra contro di lui. Il processo a Jim Haight comincia alle Idi di Marzo, davanti al Giudice Lysander Newbold, nel Palazzo di Giustizia di Wrightsville. E si ha l’impressione che per il giovane che andrà alla sbarra per l’assassinio di Rosemary Haight e per il tentato omicidio di Nora Wright si preparino delle ‘vacanze romane’.»
Infatti, così era.
Fin dall’inizio l’atmosfera era stata raggelante. Il Capo della Polizia Dakin aveva dichiarato alla stampa di sentirsi molto sollevato dal fatto che il prigioniero, per raggiungere la Corte di Assise, non doveva essere portato per le strade di Wrightsville, dato che Carceri e Tribunale erano nello stesso edificio.
La gente era di umore cupo tanto che si sarebbe potuto credere che il loro odio per il presunto colpevole fosse ispirato dalla più fiera lealtà nei confronti della famiglia Wright.
Ma lo strano era che il medesimo stato d’animo lo dimostravano verso i Wright. Dakin dovette mandare due agenti per scortare la famiglia. Ciononostante, i ragazzini tiravano i sassi, i pneumatici delle loro automobili venivano tagliati e sui muri di casa si trovavano scritte le parole più maligne. In un solo giorno un nervosissimo postino consegnò a casa Wright tre lettere minatorie. Il silenzioso John le passò all’ufficio di Dakin.
Hermy e John sembravano distrutti. In tribunale la famiglia sedette compatta come una falange; ogni tanto Hermy sorrideva a Jim poi abbracciava con lo sguardo l’aula affollata come per dire «Vedete come siamo uniti!»
Si era anche fatto un gran parlare di Cart Bradford che si era assunto la carica di Pubblico Accusatore. In un editoriale piuttosto acido Frank Lloyd aveva espresso la propria disapprovazione. D’altro canto, contrariamente al giudice Eli Martin, Bradford era arrivato a quella fatale festa di Capodanno dopo che Nora e Rosemary erano già state avvelenate, per cui non era coinvolto né come teste né come partecipante. Ma Lloyd ci tenne a rilevare che «il nostro giovane, sagace, a volte troppo emotivo Procuratore Distrettuale, era legato alla famiglia Wright da lunga amicizia e benché si possa capire come questa amicizia fosse finita la notte del delitto, tuttavia ci chiediamo come il signor Bradford possa trattare il caso con equanimità.»
Intervistato su questo punto, prima dell’apertura del processo, il signor Bradford aveva dichiarato: «Qui non siamo né a Chicago né a New York. Questa è una piccola comunità dove tutti si conoscono. La mia condotta durante il processo risponderà alle insinuazioni del Record. Jim Haight sarà processato con giustizia ed imparzialità. È tutto!»
Il giudice Lysander Newbold era uno scapolo anziano, molto rispettato in tutto il paese per la sua cultura giuridica e per la sua abilità di pescatore di trote. Era un ometto ossuto, piccolo e tozzo, che aveva il vezzo di tenere la testa calva, frangiata da pochi capelli neri, profondamente incassata nelle spalle. La sua voce era asciutta. Aveva l’abitudine di giocherellare con la mazzetta da giudice come si trattasse di una canna da pesca, e durante i processi non rideva mai.
Ci vollero vari giorni per scegliere il collegio dei giurati, e durante questo periodo il signor Queen non cessò di osservare le due persone più importanti della Corte: il giudice Eli Martin, il difensore, e Carter Bradford, l’accusatore. Era evidente che si trattava di una guerra tra il coraggio di un giovane e l’esperienza di un vecchio. Bradford lavorava sotto tensione. C’era qualcosa di ostinato in lui e Ellery si accorse ben presto che era molto in gamba. Conosceva la sua gente. Ma parlava con troppa calma e ogni tanto la sua voce si incrinava.
Il giudice Martin era superbo. Ebbe il buon senso di non assumere arie paternalistiche nei confronti di Bradford, anzi ascoltò con estremo rispetto gli interventi del giovane. Una volta fu visto persino appoggiare una mano sulla spalla di Carter come se avesse voluto dire: «Sei un bravo ragazzo. Noi non siamo nemici perché abbiamo un interesse in comune: la giustizia.»
Ci furono mormorii di approvazione.
Il tutto contribuiva a creare una atmosfera di dignità e di serietà.
Anche Ellery Queen approvava.
E approvò ancora di più quando esaminò i dodici della giuria. Da quanto poteva giudicare erano dei cittadini solidi, di principi sani. Nessuno pareva avere dei pregiudizi, o emozioni particolari, tranne uno, forse, un individuo grasso che continuava a sudare: uomini per bene, in sostanza, che avrebbero potuto capire che un individuo può essere un debole senza per altro essere un criminale.
Nel discorso d’apertura rivolto alla giuria, Carter Bradford disse che era necessario tenere continuamente presente un fatto importantissimo: Rosemary Haight, la sorella dell’accusato, era stata avvelenata con l’arsenico, ma la sua morte era stata un errore. Il vero oggetto del delitto era la moglie dell’accusato, Nora Wright Haight. L’accusa ammetteva che il caso contro Jim Haight era circostanziale, ma i casi circostanziali erano una regola, non un’eccezione. Comunque, le prove erano così chiare, così forti, così irrefutabili che la giuria avrebbe potuto giudicare Jim Haight colpevole senz’alcun dubbio possibile.
«L’accusa dimostrerà» disse Bradford «che Jim Haight aveva progettato l’omicidio della moglie con un anticipo di cinque settimane; che il suo era un piano astuto, che dipendeva da una serie di avvelenamenti, in ordine crescente di gravità, tali da stabilire che sua moglie era soggetta ad attacchi di una misteriosa “malattia”. L’accusa dimostrerà che questi avvelenamenti preliminari avvennero proprio nelle date indicate nelle lettere che Jim Haight aveva scritto di suo pugno; che il tentato omicidio di Nora Haight e la morte accidentale di Rosemary Haight si sono verificati nella data in precedenza stabilita. L’accusa dimostrerà che la notte del delitto, James Haight e soltanto James Haight ha preparato i cocktail; che James Haight e soltanto James Haight ha portato il vassoio in salotto e ha distribuito le bevande; che James Haight e soltanto James Haight ha porto a sua moglie il bicchiere con il veleno; e che la donna si è salvata soltanto perché, dietro insistenza di Rosemary, aveva passato la bevanda avvelenata alla cognata, dopo averne bevuto soltanto un sorso… una circostanza che Jim Haight non aveva previsto.
«L’accusa dimostrerà che James Haight aveva un disperato bisogno di soldi, che negli ultimi tempi, quando era ubriaco, chiedeva alla moglie somme sempre più forti e che per altro lei gli rifiutava; che James Haight perdeva al gioco e che alla morte di Nora Haight lui solo avrebbe ereditato il suo patrimonio.»
«L’accusa» concluse Bradford con voce così bassa, che quasi non lo si udiva «essendo convinta senz’alcun dubbio possibile della colpevolezza di Jim Haight, chiede che il colpevole paghi con la propria vita la vita che ha distrutto.»
Fin dal primo momento Ellery comprese il piano del giudice Martin: seminare dubbi, dubbi, dubbi. Senza perorazioni, senza retorica: con tranquillo umorismo. Era come la voce della ragione… insinuava, sottolineava. Ellery comprese anche che il giudice Martin aveva ben poche speranze.
Lo si vide subito durante l’interrogatorio di Frank Lloyd. Al giornalista editore, il giudice Martin prestò una particolare attenzione. Il vecchio avvocato riuscì a fargli ammettere la relazione che lo legava alla famiglia Wright… e la sua “particolare” relazione con la moglie dell’accusato. Frank non poté negare che era stato innamorato di lei, di averla minacciata quando aveva preferito Jim Haight. Aveva persino minacciato Jim Haight di fargli del male.
Così Frank Lloyd perse valore come testimone dell’accusa. E i dubbi aumentarono ancora. Con la famiglia Wright, che fu costretta a salire sul banco dei testimoni, il giudice Martin fu molto impersonale, e seminò altri dubbi. Sui fatti, questa volta. Nessuno aveva realmente visto Jim Haight mettere l’arsenico nel cocktail. Nessuno poteva essere sicuro…
Nonostante tutto, però, l’accusa faceva progressi, e, quantunque il giudice Martin si battesse come un leone, Bradford riuscì a stabilire che Jim era stato l’unico a preparare le bibite; che solo lui aveva avuto l’occasione di avvelenare il cocktail di Nora, la vittima prestabilita.
Subito dopo depose l’avvocato del nonno Wright. Questi affermò che Nora aveva ricevuto centomila dollari all’atto del suo matrimonio.
Seguì la testimonianza di cinque periti calligrafi, i quali, nonostante il rigoroso contro-interrogatorio del giudice Martin, furono d’accordo nel dichiarare che le tre lettere incriminate erano state scritte dall’accusato. Salì poi sul banco dei testimoni Alberta Manaskas, che sbalordì tutti per la sua insospettata acutezza d’osservazione. Per mezzo suo, Carter Bradford riuscì a stabilire che, come aveva predetto la prima lettera, Nora era stata poco bene l’ultima domenica di novembre; a Natale era “stata male” in modo ancora più allarmante.
Il giudice Martin afferrò la palla al balzo.
«È stata male… Alberta? Male, come?»
«Male! Ha vomitato l’anima sua.» ( Risate. )
«E lei, Alberta, ha mai… vomitato l’anima sua?»
«Certamente! io, come lei, come tutti.» ( Il giudice è costretto a richiamare il pubblico all’ordine. )
«Come la signora Nora?»
«Certamente.»
«Ma lei non è mai stata avvelenata con l’arsenico, vero, Alberta?»
Bradford balzò in piedi. Il giudice Martin si sedette sorridendo. Il signor Queen notò che aveva la fronte imperlata di sudore.
Seguì il dottor Willoughby, che testimoniò sui risultati dell’autopsia; poi il dottor Maggil, chimico di Stato, il quale descrisse l’arsenico bianco come una sostanza “senza colore, senza sapore e senza odore in soluzione, ma altamente tossica”.
Venne poi il turno di Myron Garback, il proprietario della farmacia. Il signor Garback era raffreddato e aveva il naso gonfio e rosso. Starnutiva frequentemente e si agitava sulla sedia dei testimoni. Nel pubblico, sua moglie (una pallida irlandese) l’osservava molto ansiosamente. Dopo il giuramento di rito, Myron Garback testimoniò che un giorno dell’ottobre del 1940, Jim Haight era entrato nella sua farmacia e aveva chiesto una “scatola piccola di Quico”.
D. «Che cos’è esattamente il Quico, signor Garback?»
R. «È un preparato in uso per sterminare i roditori e gli insetti nocivi.»
D. «Qual è l’ingrediente tossico del Quico?»
R. «Il triossido d’arsenico.»
D. «L’accusato non è più ritornato da lei a comprare dell’altro Quico?»
R. «Sissignore; circa due settimane dopo. Ha detto che aveva perso la prima scatola del veleno e doveva comprarne un’altra. Gliene ho data una nuova. Disse che aveva dei topi in casa e che voleva distruggerli. Gli ho risposto che ero sorpreso perché non avevo mai sentito dire che ci fossero topi sulla collina. Lui non mi ha più risposto.»
Contro-interrogatorio del giudice Martin:
D. «Signor Garback, quante scatole di Quico ha venduto, a occhio e croce, durante il mese di ottobre?»
R. «È difficile dirlo; moltissime, certo. È il miglior veleno per topi ch’io abbia in bottega; e il quartiere popolare ne è infestato.»
D. «Ne avrà vendute venticinque scatole? Cinquanta?»
R. «Più o meno, sì.»
D. «È un fatto strano che i suoi clienti comprino quel preparato velenoso… esclusivamente per uccidere i topi?»
R. «È tutt’altro che straordinario.»
D. «Allora, come mai si ricorda in particolare che il signor Haight ha comprato un po’ di veleno per topi… sebbene siano già passati cinque mesi?»
R. «Mi è rimasto in mente, forse perché ha comprato due scatole a così poca distanza, e abitava sulla collina.»
D. «È certo che si trattasse di due scatole, a due settimane di distanza?»
R. «Sissignore. Non lo direi se non fosse vero.»
D. «Signor Garback, lei prende nota di tutti i barattoli di Quico che vende, e del nome dei relativi compratori?»
R. «Non è necessario, signor giudice. È legale vendere…»
D. «Risponda alla domanda, signor Garback. Ha un’annotazione scritta che confermi gli acquisti del signor Haight?»
R. «Nossignore, ma…»
D. «Allora noi abbiamo soltanto la sua parola per confermare due incidenti che, secondo la sua dichiarazione, hanno avuto luogo cinque mesi fa?»
Il procuratore distrettuale Bradford:
«Vostro Onore, il testimone sotto giuramento ha risposto alla domanda della difesa non una, ma varie volte. Mi oppongo.»
Il giudice Newbold:
«Mi sembra che il testimone abbia risposto, avvocato. Opposizione accolta.»
D. «Grazie mille. Questo è tutto, signor Garback.»
Alberta Manaskas venne richiamata a testimoniare. Interrogata da Cart Bradford, affermò di non aver mai visto alcun topo in casa della signora Nora. In seguito dichiarò di non aver mai visto veleno per topi.
Emmeline Du Pré dichiarò sotto giuramento di essere l’insegnante di danza e di recitazione, abitante al numero 468 nel Viale della Collina di Wrightsville, «proprio la porta accanto a quella di Nora Wright».
La testimone dichiarò che le era capitato di udire «per caso» delle liti tra Nora e Jim Haight, liti che si ripetevano molto di frequente. Le discussioni riguardavano principalmente le sbronze del signor Haight e le sue richieste di danaro. C’era stata una scena particolarmente violenta nel mese di dicembre, quando la signorina Du Pré aveva sentito Nora Haight rifiutare a suo marito di dargli «ancora un soldo di più». La signorina Du Pré non aveva «sentito per caso» qualcosa che indicasse la ragione del gran bisogno di danaro dell’accusato!
«È appunto questo che mi ha scandalizzato tanto, signor Bradford.»
D. «Alla Corte non interessano le sue reazioni personali, signorina Du Pré. Risponda alla domanda, per favore.»
R. «Jim Haight ha ammesso che aveva giocato e perso molto danaro. Per questo aveva urgente bisogno di soldi.»
D. «Il signore e la signora Haight non hanno per caso nominato un luogo ove l’accusato aveva perso questo danaro giocando?»
R. «Jim Haight una volta ha detto di aver perso molti soldi all’“Allegro Inferno”. Quell’orribile locale sulla strada provinciale…»
Il giudice Martin:
«Vostro Onore, chiedo che non venga presa in considerazione la testimonianza di questa teste. Dal momento che questo processo è così vagamente circostanziale…»
Il procuratore distrettuale Bradford:
«Posso chiedere alla difesa di limitare le sue osservazioni e le sue obiezioni, e di non influenzare la giuria?»
Il giudice Newbold:
«L’accusa ha ragione, giudice Martin. E ora dica: qual’è la sua obiezione alla testimonianza di questa teste?»
Il giudice Martin:
«L’accusa non ha cercato di stabilire l’epoca e le circostanze nelle quali la teste avrebbe sentito le suddette conversazioni tra l’accusato e sua moglie. Ammette pure di non essere stata presente nella stanza ove avvenivano i colloqui; non era nemmeno nella stessa casa. Come ha potuto “sorprendere” una conversazione? Come poteva essere sicura che le persone che discutevano erano l’accusato e sua moglie? Li ha visti? Non li ha visti?…»
Risposta della signorina Du Pré:
«Ma io li ho sentiti con le mie orecchie!»
Il giudice Newbold:
«Signorina Du Pré! Dica, signor Bradford.»
Il procuratore distrettuale Bradford:
«L’accusa ha chiamato la signorina Du Pré a testimoniare, per evitare alla moglie dell’accusato la penosa necessità di parlare delle sue liti…»
Il giudice Martin:
«Non avevo parlato di questo…»
Il giudice Newbold:
«No infatti. Ciononostante, consiglio alla difesa di sviluppare il suo punto nel contro-interrogatorio. Continui, signor Bradford.»
Il signor Bradford continua, ottenendo ulteriori deposizioni circa le liti tra Jim e Nora. Durante il contro-interrogatorio, il giudice Martin fa scoppiare in lacrime la signorina Du Pré per l’indignazione e per la vergogna. La induce infatti ad ammettere che, per udire la conversazione, doveva starsene rannicchiata sotto la finestra della camera da letto, al buio, coi vetri aperti nell’aria fredda di dicembre… La confonde inoltre per quanto riguarda le date e le ore, finché la signorina si contraddice varie volte. Gli spettatori si divertono molto.
Segue J. P. Simpson, del Monte di Pietà. Questi dichiara che, durante i mesi di novembre e dicembre, Jim Haight ha impegnato vari oggetti preziosi nel suo negozio. Gli vengono mostrati i gioielli di Nora, e li riconosce.
Il giudice Martin rinunzia al contro-interrogatorio.
È ora alla sbarra Donald Mackenzie, presidente del Banco dei Pegni di Wrightsville. Dopo il giuramento depone che Jim Haight ha preso in prestito, presso la sua agenzia, delle considerevoli somme di danaro, durante gli ultimi due mesi dell’anno precedente.
D. «Su quale garanzia, signor Mackenzie?»
R. «Nessuna.»
D. «Ma non è insolito per la sua agenzia, signor Mackenzie, prestare del danaro senza garanzie?»
R. «Ecco: noi siamo molto larghi in quanto a prestiti, ma naturalmente chiediamo quasi sempre delle garanzie. Per correttezza commerciale, intendiamoci. Ma questa volta, dato che il signor Haight era vicepresidente della Banca Nazionale di Wrightsville e il genero di John Wright, abbiamo fatto un’eccezione e gli abbiamo prestato il danaro dietro semplice ricevuta firmata.»
D. «L’accusato non le ha mai restituito nulla, signor Mackenzie?»
R. «No.»
D. «La sua agenzia non ha mai fatto alcun passo per ritornare in possesso del danaro prestato, signor Mackenzie?»
R. «Ebbene, sì. Non che fossimo preoccupati; ma, ecco: si trattava di cinquemila dollari. Dopo aver richiesto varie volte al signor Haight di far fronte ai suoi impegni e non aver ottenuto nulla, abbiamo finalmente deciso di andare in banca dal signor Wright. Gli abbiamo spiegato la situazione, e il signor Wright ci ha detto che ignorava il debito del genero, ma che naturalmente era disposto a pagarlo. Voleva soltanto che la cosa rimanesse segreta. E lo sarebbe rimasta infatti, se questo processo…»
Il giudice Martin:
«Mi oppongo. Tutto questo è irrilevante ai fini del processo…»
D. «Lasci correre, signor Mackenzie. Il signor Wright le ha pagato completamente il debito?»
R. «Sissignore: debito e interessi.»
D. «L’accusato ha preso in prestito dell’altro danaro dal gennaio in poi?»
R. «Nossignore.»
D. «Ha avuto altri colloqui con l’accusato, dopo il primo gennaio di quest’anno?»
R. «Sì. Il signor Haight è venuto da me a metà gennaio e ha cominciato a spiegarmi che non aveva pagato sino allora il suo debito… Mi ha detto d’aver fatto dei cattivi investimenti, ma che in seguito… Poi mi ha chiesto dell’altro tempo, assicurandomi che avrebbe senz’altro pagato tutto. Allora l’ho informato che suo suocero aveva già saldato il debito.»
D. «Come ha reagito l’accusato?»
R. «Non ha detto una parola. È girato sui tacchi ed è uscito dal mio ufficio.»
Contro-interrogatorio del giudice Martin.
D. «Signor Mackenzie, non le è parso strano che il vicepresidente della Banca Nazionale di Wrightsville sia venuto proprio da lei per un prestito?»
R. «Sì; in fondo, sì. Ma pensavo si trattasse d’affari privati, e…»
D. «E per un affare privato, senza spiegazioni o garanzie, contro una semplice firma lei ha prestato la somma di cinquemila dollari?»
R. «Ecco: in fondo pensavo che il vecchio John avrebbe pagato, in ogni caso…»
Il procuratore distrettuale Bradford:
«Vostro Onore!»
Il giudice Martin:
«Basta. Grazie, signor Mackenzie.»
Non tutte le testimonianze contro Jim Haight vennero portate in tribunale. Alcune furono gridate nel principale negozio di parrucchiere o nello studio del dentista, e tutte indistintamente vennero diffuse per la città dai soliti pettegoli che gonfiavano le cose oltre misura. Vi fu Luigi Marino, il parrucchiere, che andò in giro a raccontare a tutti la violenza con cui Jim Haight l’aveva sconsigliato «di fare la corbelleria di sposarsi». Occasionali compagni di sbornia, che avevano raccattato Jim ubriaco per la strada, corsero a riferire a Cart Bradford che il giovane aveva pronunziato violente minacce contro la propria moglie, dichiarando più volte di volerla uccidere. Persino il dentista più noto della città andò dal Procuratore Distrettuale a riferirgli che, sotto l’effetto del gas esilarante, Jim Haight si era espresso con inaudita violenza contro la propria moglie.
Cart protestava sempre:
«Le dichiarazioni fatte sotto l’influenza dell’alcool sono estremamente opinabili. Perché volete farmi perdere il “caso” con il vostro discutibile aiuto?»
Le chiacchiere giunsero persino all’orecchio del giudice Newbold, il quale alla fine di un’udienza ammonì severamente i giurati di non discutere il “caso” con nessuno, nemmeno tra di loro.
In seguito fu chiamato a testimoniare un impiegato della banca, Thomas Winship, che dichiarò che Jim Haight usava sempre un pastello rosso durante il suo lavoro, e presentò vari documenti dell’archivio, firmati da Haight col famoso pastello.
L’ultima prova presentata da Bradford (che si dimostrò con questo un ottimo tempista) fu il volume di tossicologia di Edgcomb con dei segni rivelatori in pastello rosso. Il volume fu passato al collegio dei giurati perché l’esaminassero, mentre la difesa assumeva un’aria “sicura e tranquilla” e Jim Haight impallidiva visibilmente, guardandosi attorno come un topo in gabbia. Ma il brutto momento passò, e d’allora in poi l’accusato si comportò come sempre: silenzioso, assente, abbandonato nella poltrona con un’espressione di noia sul volto grigiastro.