II
Allo sbaraglio
Il mattino seguente Pat bussò alla porta di Ellery.
«Nora vuol vederla.» Si guardò attorno con curiosità. Ludie aveva già riordinato la stanza ma vi regnava comunque un certo disordine come se Ellery stesse lavorando.
«Sono subito da lei» Ellery sembrava stanco. Mise dei fogli di carta in un cassetto e lo chiuse a chiave. Si infilò la chiave in tasca e prese la giacca.
«Stava lavorando?» domandò Pat.
«Be’… si. Andiamo, signorina Wright.» Uscirono.
«Il suo romanzo?»
«In un certo senso.» Scesero al secondo piano.
«Che significa in un certo senso?»
«Si e no. Sono stato… in ricognizione.» Ellery la guardò. «È molto attraente, questa mattina.»
«C’è una ragione speciale» mormorò Pat. «Anzi, devo essere irresistibile.»
«E dove deve andare?»
«Ma una ragazza non può avere dei segreti, signor Queen?» Si erano fermati sulla soglia della camera di Nora. «Ellery, ha scoperto qualcosa di nuovo?»
«No!»
«Accidenti!»
«È strano» borbottò Ellery. «Da settimane qualcosa mi ronza per la testa e non riesco ad afferrarla. Forse è un particolare molto banale, che mi è sfuggito. Sa… ho basato il mio romanzo su di voi… i fatti, gli eventi, i rapporti reciproci. Nei miei appunti c’è tutto quello che è accaduto.» Scosse il capo. «Ma c’è qualcosa che non riesco ad afferrare.»
«Forse non esiste.»
«Probabile. Ha saputo qualcosa…»
«Lo sa che in questo caso glielo direi.»
«Chissà.» Si strinse nelle spalle. «Be’, andiamo da Nora.»
Nora era seduta sul letto e leggeva un giornale di Wrightsville. Era diventata più magra ed aveva un’aria malata. Ellery rimase impressionato dal pallore trasparente delle sue mani.
«Ho sempre sostenuto» sogghignò il signor Queen «che per mettere alla prova la bellezza di una donna bisogna vederla un mattino d’inverno.»
«Ebbene, ho passato l’esame?» domandò la giovane sposa con un sorriso.
« Summa cum laude » rispose Ellery sedendosi accanto a lei.
«Gran parte del merito va al rossetto e alla cipria. Lei è un simpatico bugiardo! Patty, cara, siediti qui.»
«Veramente dovrei andarmene, Nora. Voi due potete parlare…»
«Ma Pat, vorrei che tu sentissi quel che ho da dire.»
Pat lanciò un’occhiata ad Ellery che ammiccò, poi si sedette piuttosto nervosa su una poltrona coperta di cinz, al fianco del letto. Ellery osservava attentamente Nora mentre parlava.
«Prima di tutto» disse l’ammalata «devo scusarmi con lei.»
«Con me? Ma perché Nora?»
«Perché l’ho accusata ingiustamente di aver parlato alla polizia delle tre lettere e del libro di tossicologia. Quando Dakin ha detto che voleva arrestare Jim, ho perso la testa.»
«Me n’ero già dimenticato. Perché non fa lo stesso?»
Nora gli prese la mano.
«È stato un sospetto orribile. Ma per un momento ho pensato che fosse tutta colpa sua. Vede, credevo che sapessero…»
«Non eri responsabile di quel che dicevi» intervenne Pat. «Ellery capisce benissimo.»
«Ma c’è qualcos’altro» esclamò Nora. «Se posso scusarmi per un cattivo pensiero, non posso cancellare il male che ho fatto a Jim.» Il suo labbro inferiore tremò. «È colpa mia se ora hanno trovato quelle lettere.»
«Nora, cara, sai bene che non devi fare così» pregò Pat in tono carezzevole. «Se continui a piangere, lo dico allo zio Milo, e non ti permetterà più di ricevere visite!»
«Dovevo bruciarle, non so perché non l’ho fatto. È stata una tale stupidaggine tenerle lì in casa! Ma io avevo intenzione di trovare la persona che le aveva scritte… ero sicura che Jim non aveva…»
«Nora» fece Ellery gentilmente. «Cerchi di dimenticare.»
«Ma io praticamente ho messo Jim nelle mani della polizia!»
«Non è vero, non dimentichi che Dakin era venuto deciso ad arrestare Jim. L’interrogatorio che le ha fatto è stato soltanto una formalità.»
«Allora lei pensa che quelle lettere non abbiano un vero e proprio peso?» domandò Nora ansiosamente.
«Ecco…» Ellery si alzò e andò a guardar fuori dalla finestra.
«Voglio la verità!»
«Signora Haight» disse Pat fermamente «hai avuto abbastanza compagnia per questa mattina. Ellery, è meglio che se ne vada.»
Ellery si voltò.
«Questa sua sorellina, Pat, soffre per i suoi dubbi, ma sa affrontare la realtà. Nora, le dirò esattamente quale è la situazione.» Nora si afferrò ai lembi dello scialletto con entrambe le mani. «Se Dakin era già deciso ad arrestare Jim prima di trovare le lettere, è ovvio che ora lui e Bradford ritengano di avere in mano delle prove molto più solide. Questa è la verità, e lei deve affrontarla, ma deve anche smettere di sentirsi colpevole. Deve avere buon senso per poter dare un po’ di coraggio a Jim.» Il giovane si chinò e prese la mano di Nora. «Jim ha bisogno della sua forza Nora. Lei ha tutto il coraggio che a lui manca. Suo marito non osa affrontarla, ma se lei gli starà sempre al fianco, senza recedere, piena di fede…»
«Sì» affermò Nora, con gli occhi splendenti. «Ho fede, gli dica che ne avrò sempre.»
Pat si alzò e andò a baciare Ellery su una guancia.
«Fa la mia stessa strada?» domandò Ellery mentre lasciavano la casa.
«Da che parte va?»
«Verso il palazzo di Giustizia. Voglio vedere Jim.»
«Oh, le do un passaggio. Anch’io vado al palazzo di Giustizia.»
«A trovare Jim?»
«Niente domande!» ribatté Pat un po’ nervosa.
Scesero la collina in silenzio. La strada era coperta di ghiaccio. Wrightsville era molto bella d’inverno, ma i suoi cittadini avevano un’aria cattiva, pareva che nessuno sorridesse. A un semaforo una commessa riconobbe Pat e l’indicò con la mano dalle unghie laccate color fuoco a un giovanotto pieno di foruncoli. Entrambi si misero a parlare con aria eccitata mentre Pat premeva il piede sull’acceleratore. Come giunsero al palazzo di Giustizia, Ellery condusse Pat all’ingresso laterale.
«I giornalisti infestano l’atrio» spiegò il signor Queen. «È meglio non rispondere a nessuna domanda.»
«Lei è già stato qui?»
«Sì.»
«Credo che anch’io farò una visita a Jim.»
La prigione della contea occupava gli ultimi due piani del palazzo di Giustizia. Come entrarono nella sala d’aspetto che odorava di lisoformio, Pat deglutì a fatica, ma trovò egualmente un sorriso per Wally Planetsky, l’ufficiale di servizio.
«Buon giorno, Wally, come sta la sua patacca?»
«Oh, guarda, la signorina Pat! Bene bene.»
«Quando facevo le elementari, Wally mi permetteva di soffiare sul suo pataccone per lucidarglielo» spiegò Pat. «Wally, non assuma quell’aria imbarazzata! Sa bene perché sono qui. Mi conduca nella cella di mio cognato.»
«Veramente, il regolamento dice che non si può ammettere più di una persona alla volta.»
«Oh, ma che importa il regolamento, Wally?»
«Questo signore è un giornalista? Il signor Haight non vuol veder nessun giornalista, eccetto la signorina Roberts.»
«No, è un amico mio e di Jim.»
Wally li precedette aprendo e chiudendo continuamente cancelli. L’odore del lisoformio si faceva sempre più forte, Pat era pallidissima e si appoggiava al braccio di Ellery. Però teneva la testa alta.
«Eccoci qua» mormorò l’investigatore.
Jim balzò in piedi, non appena lo vide: il suo viso pallido si coprì d’un cupo rossore. Ma un momento dopo tornò a sedersi e disse con voce roca:
«Oh, buongiorno, non sapevo che sareste venuti!»
«Salve, Jim» esclamò Pat allegramente. «Come stai?»
Jim si guardò intorno nella sua cella.
«Benissimo» rispose con un vago sorriso.
«Nora sta bene» fece Pat con uno sforzo, come se Jim le avesse rivolta una domanda.
«Sono contento» disse Jim. «Proprio bene?»
«Sì» ripeté Pat con voce un po’ troppo stridula.
«Sono contento» ripeté Jim, monotono.
Ellery intervenne, scherzosamente.
«Pat, non aveva detto di dover fare qualche commissione altrove? Vorrei parlare con Jim in privato.»
Pat voltò il viso pallido verso Ellery, e mormorò qualche cosa, poi sorrise debolmente al cognato e scappò fuori. L’ufficiale di servizio chiuse di nuovo la porta. Ellery posò gli occhi su Jim, che stava studiando il nudo pavimento della sua cella.
«Il difensore vuole che parli» borbottò Jim all’improvviso.
«E perché no, Jim?»
«Che cosa potrei dire?»
Ellery gli offrì una sigaretta. Jim la prese, ma quando l’investigatore gli porse un fiammifero acceso, il prigioniero scosse il capo e lentamente fece in pezzi la sigaretta.
«Potrebbe dire» mormorò Ellery tra una boccata di fumo e l’altra «potrebbe dire ad esempio di non aver scritto quelle lettere, di non aver sottolineato quel paragrafo sull’arsenico.»
Per un momento le dita di Jim smisero di tormentare la sigaretta. Le sue labbra senza colore si strinsero in una smorfia che era quasi un sorriso d’ironia.
Jim alzò gli occhi, poi distolse lo sguardo.
«Aveva davvero intenzione di avvelenare Nora?» Sembrò che il prigioniero non avesse nemmeno udito la domanda. «Lei sa, Jim, che quando un uomo è colpevole di un delitto, è meglio che dica la verità ai suoi amici e al suo avvocato; e quando non è colpevole, è un vero delitto se non parla.» Jim continuava a tacere. «Come può aspettarsi che la sua famiglia, i suoi amici la aiutino, se non si aiuta da solo?»
Jim mosse le labbra. «Che cosa ha detto, Jim?»
«Nulla.»
«E in questo caso» fece Ellery vivamente. «Il delitto del suo silenzio non colpisce tanto lei quanto sua moglie e il bambino che deve nascere. Come può essere tanto stupido o tanto testardo da voler trascinare anche loro alla rovina?»
«Non ho detto questo!» gridò Jim con voce roca. «Se ne vada! Non le avevo chiesto di venire! Non avevo chiesto al giudice Martin di difendermi! Non avevo chiesto nulla! Volevo soltanto restarmene solo!»
«È questo che devo dire a Nora da parte sua?» domandò Ellery.
C’era una tale infelicità negli occhi di Jim mentre si sedeva ansante sull’orlo del pagliericcio, che Ellery andò alla porta e chiamò l’ufficiale di servizio.
C’erano tutti i segni della colpevolezza. La codardia, la vergogna, la pietà verso se stesso… ma c’era anche qualche altra cosa, quella testardaggine, quell’ostinazione assoluta di non parlare, come se il dire una parola costituisse un grave pericolo…
Mentre Ellery seguiva la guardia lungo il corridoio di cemento, ebbe l’impressione che per un momento nel suo cervello s’accendesse una luce abbagliante. Si fermò di botto e il vecchio Wally si voltò sorpreso. Ma poi il signor Queen scosse la testa e riprese il cammino. Già c’era quasi arrivato… per pura divinazione. Forse la volta prossima…
Davanti alla porta di vetro smerigliato al secondo piano del palazzo di Giustizia, Pat si fermò e trasse un profondo respiro.
«Il Procuratore Distrettuale è in ufficio?» mormorò all’impiegata.
«Vado a vedere, signorina Wright» rispose la ragazza, e si allontanò in fretta.
Carter Bradford andò personalmente incontro a Pat. Aveva un’aria attonita e stanca. Si tirò da una parte per lasciarla passare, e Pat udì il suo respiro irregolare. “Oh, Dio” pensò. “Forse, forse non è troppo tardi.”
«Stavi lavorando?»
«Sì, Pat.»
La ragazza si sedette.
«Be’» fece, guardandosi attorno. «L’ufficio nuovo… non sembra affatto cambiato, Cart.»
«È forse l’unica cosa a non essere cambiata.» Cart si passò una mano tra i capelli. «Pat, sei semplicemente deliziosa.»
«Sei gentile» sospirò Pat. «Specialmente quando comincio a dimostrare tutta la mia età.»
«Dimostrare la tua età! Perdinci, ma sei…» Cart inghiottì a fatica; poi sbottò, quasi con violenza: «Mi sei mancata terribilmente».
Pat stava seduta molto rigidamente.
«Anche tu mi sei mancato, in fondo.»
Santo cielo! Non aveva previsto che le cose dovessero andare così. Ma era difficile affrontare Cart a quel modo, sola, con lui, per la prima volta dopo tanto tempo… era difficile trattenersi dal pensare… dal sentire…
«Ho sognato di te» fece Cart con una risata imbarazzata. «Sono molto sciocco?»
«Su, Cart, sai benissimo che lo dici per essere cortese. Non ci si sogna della gente. Non nel modo che intendi, almeno. Ci si sognano animali strani col naso lungo lungo.»
«Sognare o non sognare, è sempre la stessa cosa. Ma io vedo continuamente il tuo viso, non so perché. Non è un viso meraviglioso. Ha il naso buffo e la bocca più grande di quella di Carmen, e guardi la gente tutta di fianco, come un pappagallo…»
Un attimo dopo, Pat era nelle braccia di Cart, e tutto somigliava a un dramma di spionaggio, eccetto che lei non aveva immaginato il copione proprio così. Il bacio doveva venire dopo… come ricompensa per Cart che aveva saputo sacrificarsi con tanto stile, con tanta cortesia. E anche il battito disordinato del suo cuore non era nel copione. Le labbra del giovane erano sulle sue, e premevano forte, sempre più forte.
«Cart, no; non ora» mormorò Pat cercando di respingerlo. «Amore, ti prego.»
«Mi hai chiamato amore! Oh, Pat, come hai potuto prenderti gioco di me durante tutti questi mesi, facendoti vedere in giro con quello stupido di Smith…»
«Cart» gemette Pat «ho bisogno di parlarti, prima.»
«Sono stanco di parlare, Pat!» E la baciò sulla bocca e sulla punta del naso.
«Voglio parlarti di Jim, Cart!» gridò Pat disperatamente.
Cart si scostò da Pat e andò a sedersi dietro la scrivania.
«Che cosa vuoi dirmi di Jim?» domandò con voce stanca.
«Cart, guardami!» implorò Pat.
«Non posso.»
«Come, non puoi?»
«Non posso ritirarmi da questo caso. Sei venuta a chiedermi questo, vero?»
Pat tornò a sedersi e frugò nella borsetta per cercare il rossetto. Le sue labbra erano tutte pasticciate. L’aveva baciata. Le mani le tremavano tanto, che fu costretta a richiudere la borsetta.
«Sì» disse lentamente. «Ti volevo chiedere anche di più. Volevo che ti dimettessi dalla carica di Procuratore Distrettuale e ti presentassi in veste di difensore di Jim. Come il giudice Eli Martin.»
Cart rimase in silenzio, fissando Pat con uno sguardo intenso e amaro. Ma, quando parlò, la sua voce era gentile.
«Non puoi chiedermi seriamente una cosa simile. Il giudice è vecchio, è il più intimo amico di tuo padre e, in ogni caso, non avrebbe potuto giudicare in questo processo. Ma io ho ottenuto questa carica poco tempo fa. Ho prestato un giuramento, e questo significa qualcosa per me. Mi fa male parlare come un politicante in cerca di voti…»
«Però fai esattamente quell’impressione!» sbottò Pat.
«Se Jim è innocente, sarà assolto. Se è colpevole… vorresti che fosse messo in libertà?»
«Jim non è colpevole!»
«Questo deve deciderlo la giuria.»
«Ma tu hai già deciso! Dentro di te l’hai già condannato a morte!»
«Dakin ed io abbiamo dovuto raccogliere prove e fatti, Pat. Siamo stati costretti. Mi capisci? I nostri sentimenti personali non c’entrano affatto. Posso dirti che tutti e due siamo molto sconvolti da questa tragedia…»
Pat era sull’orlo delle lacrime.
«Non ha nessun significato per te il fatto che Nora stia per avere un bambino? So che non si può fermare il processo, ma io volevo che tu fossi dalla nostra parte… Volevo il tuo aiuto: non volevo che ci facessi del male! Hai detto che mi ami!» gridò Pat, e scoppiò in singhiozzi. «Tutta la città è contro di noi. Hanno cercato di linciare Jim. Ci soffocano nel fango con le loro chiacchiere a Wrightsville, Cart. Un Wright ha fondato questa città. Fino a ieri noi eravamo i lari e i penati di tutti i cittadini. Siamo nati qui non solo noi ragazzi, ma anche la mamma, il papà, i loro genitori… e io… non sono più la ragazzina che “filava” con te nelle sere d’estate. Tutto il mio mondo è crollato, ed io sono invecchiata assistendo alla sua rovina. Oh, Cart, non ho più orgoglio, non ho più coraggio… di’ che mi aiuterai; ho tanta paura!» Pat nascose il viso tra le mani.
«Pat» sospirò Cart, profondamente infelice. «Non posso. Lo sai che non posso.»
Pat si sentiva morire, eppure le parve che una seconda personalità la costringesse a saltare in piedi e gridare contro Cart:
«Non sei altro che un piccolo politicante egoista! Tu vorresti vedere morire me, Jim, papà, mamma, Nora, tutti, pur di fare carriera! Già, questo è un caso importante! Dozzine di giornalisti di tutti gli Stati d’America vi assisteranno! Ci sarà il tuo nome, forse la tua fotografia, sui giornali! Pensa alle didascalìe: “Il giovane e coraggioso Procuratore Distrettuale dice che…”. Sei odioso, sei un cacciatore di pubblicità!»
«Ho pensato anch’io a tutto questo, Pat» rispose Cart con una strana mancanza di risentimento. «Non posso aspettarmi che tu mi capisca…»
Pat ebbe una risata amara.
«Se non assumerò io questa carica…» continuò il giovane «se io darò le dimissioni e qualcun altro prenderà il mio posto, quel qualcuno sarà molto meno leale verso Jim. Se io sarò all’accusa, Pat, puoi essere sicura che Jim sarà giudicato secondo giustizia…»
La ragazza corse fuori dall’ufficio. In fondo al corridoio, di fronte all’ufficio del Pubblico Ministero, seduto sopra una panchina, il signor Queen era in paziente attesa.
«Oh, Ellery!»
L’investigatore disse gentilmente:
«Povera bambina. Andiamo a casa.»