CAPITOLO V.

Ai deboli io soccorro, è la mia destra
Schermo dei fiacchi.
OSSIAN.

All'epoca del nostro racconto sull'angolo della via del Pontaccio verso piazza Castello prosperava l'albergo all'insegna dell'Ussero.

Era un vasto caseggiato alto due piani.

Nelle sale terrene il povero operajo di ritorno dall'officina chiedeva al generoso liquore un po' di sollievo alle forze abbattute.

Al piano superiore salivano i schifiltosi del contatto del popolo: agiati cittadini di quei contorni i quali ad un lauto banchetto solevano rompere la monotonia d'una vita sfaccendata ed inoperosa.

Le eleganti camerette del secondo piano poi, non venivano occupati che da qualche coppia amante desiosa d'abbandonarsi alla dolcezze d'intimi colloqui lontana dai rumori, dal mondo e da ogni sguardo indiscreto;—oppure qualche faccia sinistra che aveva i suoi giusti motivi per isfuggire il consorzio degli uomini.

L'albergo dell'Ussero era assai frequentato poichè tutti vi si trovavano comodamente ed a loro agio; la vicinanza inoltre del Castello e la numerosa guarnigione che in quei tempi di turbolenze l'Austria manteneva in Milano l'avevano fatto pure il geniale convegno di soldati d'orni arma e d'ogni grado.

Due giorni dopo i fatti da noi narrati tre ufficiali entrano nell'albergo e prendendo posto al primo piano comanda da cena.

Quantunque tutti e tre vestino l'uniforme e parlino l'idioma alemanno pure non appartengono alla istessa nazione; ciò non ostante compagni di reggimento s'amavano di vera amicizia forse in causa dei loro caratteri affatto diversi, cosa che per quanto strana ci sembra noi vediamo verificarsi spesso nelle affezioni degli uomini.

Il più giovane d'essi conta all'incirca venticinque anni; è polacco.

Educato in un'accademia militare della Germania era da quattro anni incorporato nell'esercito.

Bello di corpo e di cuore, si vedeva il sospiro delle donne e l'amore di tutti i suoi soldati, chè egli molto bene sapeva conciliare la rigadezza della disciplina coi sensi dell'umanità.

Caldo ancora d'entusiasmo giovanile era ammiratore ardente d'ogni fatto che sapesse di coraggio o di virtù ed animato pur lui d'un coraggio temerario in un momento d'esaltazione avrebbe affrontato impavido i più inauditi pericoli, purchè credesse di compiere un dovere o di far una bella azione.

È insomma polacco per eroismo, per generosità di sentimenti, per nobiltà d'animo.

Povera Polonia! Quantunque la tua terra sia sempre stata feconda d'eroi, Iddio ti diede troppo angusti recinti perchè tu possa rialzare superba la fronte e scuotere le catene del tuo duro servaggio.

Gli altri due ufficiali uno è francese, il secondo tedesco.

Il francese costretto da politici avvenimenti ad esiliare dalla patria sua erasi arruolato volontario nell'esercito austriaco.

Ha circa trentacinque anni e possiede tutti quei vizi e virtù che caratterizzano i figli di Francia.

D'indole impetuosa s'accende facilmente ed in allora bestemmiando tutti i dei dell'olimpo guai a coloro che osano opporsi a' suoi principii; è un vulcano in eruzione, se non che trovò sempre una certa difficoltà nel passare, dalle parole alle vie di fatto e ritornato in calma ritornava il più buon diavolo del mondo.

Il tedesco invece più avanzato di tutti in età, lo si conosceva per un uomo calmo, prudente e di poche parole, aveva però un difetto quello d'essere un po' troppo proclive ai piaceri della mensa e del vino.

Amava il polacco per le sue nobili aspirazioni, il francese pel suo carattere originale ed era da entrambi riamato per la di lui natura severa e nello stesso tempo flessibile ed affettuosa.

—Terremoto! proruppe il francese ponendosi il mantile sulle ginocchia ed accingendosi a divorare una bomba di fumante risotto. Non c'è che dire, allorquando si vuol essere prontamente serviti e serviti comme il faut bisogna proprio venire all'Ussero. È l'albergo migliore ch'io conosca in Milano. E che vino; si direbbe che Bacco ha degnato d'un suo sorriso la cantina dell'oste. E sì che di vini credo intendermene io! Quando si è nati in Francia, quando si sono percorsi i suoi dipartimenti vinicoli, si ha il diritto di crearsi giudice. Eppure guardate, se i vini italiani assomigliassero tutti a quelli che si bevono all'Ussero, sarei il primo a confessare che le viti d'Italia potrebbero gareggiare colle nostre, le prime del mondo. All'Ussero mi sento in patria, evviva l'Ussero!

Ed afferrando il colmo bicchiere lo vuotava avidamente d'un fiato.

—Havvi un fiume, amico mio, rispose pacificamente il tedesco fra una cucchiajata e l'altra di risotto, che nasce nel seno della Svizzera e che serpeggiando rapido fra fertili pianure e fioriti declivi forma colle sue acque un lago che, la natura rivestì de' più ridenti panorama. Quel fiume ne sorte dippoi più limpido, più maestosamente bello, corre la Prussia, l'Olanda e va a gettarsi in mare sempre lasciando dietro di sè la più variata vegetazione…

—Tu parli del Reno!

—Appunto. Ebbene il Reno presta il suo nome a certi vini che, caro mio, io bevo più volentieri del tuo Champagne e del tuo Bordeaux.

—Padronissimo; ciò non toglie che i vini del Reno stieno a quelli di Francia precisamente come un tedesco sta ad un francese. L'uno calmo, freddo e d'una vita penosa, l'altro invece pieno di brio, di slancio, di fuoco. Terremoto! giudica tu stesso se il confronto ci può lasciare in dubbio.

—Scioglierò io la grave questione, siccome colui alieno d'ogni spirito di parte, disse sorridendo il giovine polacco. Il paragone che tu hai fatto dei due vini è giustissimo; l'uno difatti è spirito, l'altro direi che è corpo, ambedue però egualmente squisiti. La questione adunque è puramente di gusto, chi preferisce l'uno e chi l'altro, perchè il mondo cammina per antitesi, cammina con inclinazioni, con gusti opposti. Bacco creò quei vini in due momenti diversi. Fiacco, spossato, volendo rinvigorire le sue forze e porre un po' di fuoco nelle vene, creò quelli del Reno. Già ubbriaco, bramando porre al colmo la misura, creò i spumanti francesi. Ambedue però sono perfetta opera della sua divina sapienza. Dunque in segno d'un'imparziale ammirazione, io propongo d'assaggiarli entrambi, ma dopo cena s'intende, vale a dire dopo d'aver rinnovato un paio di volte questo fiasco che pur cammina al suo fine con una rapidità incredibile.

—Evviva Bacco! fu la risposta dei due amici, e d'un fiato vuotarono i bicchieri.

Ma però un attento osservatore avrebbe notato che l'evviva del francese non era punto cordiale come quello dell'amico; scuotendo leggermente testa egli dava a vedere come la conclusione del polacco sui due vini non le andasse troppo a genio, e che avrebbe preferito sostenere all'ultimo sangue la sua opinione.

Quando un'altra cosa venne a toglierlo dalle sue meditazioni.

Egli s'accorse come la marmitta del risotto fosse vuota, e che pure il fiasco versasse in deplorabile stato.

—Terremoto! gridò allora con tutto il calore dell'anima; guardate, non abbiamo più niente, è scomparso tutto. Ehi, cameriere, il campo è sprovveduto, presto delle munizioni, che non venga meno l'ardore dei combattenti….

«Eh! ma io sento che ci vorrebbe qualche cosa d'altro per conservarci più validamente questo nostro ardore;—e guardò i compagni con aria maliziosa;—ci vorrebbe per esempio qui seduta in mezzo a noi una bella donnina, dagli occhietti furbi, dalle guancie di porpora e dalle forme rotonde…. Che ne dite, eh?»

—Oh la donna! proruppe il polacco con entusiasmo; creatura aerea, sorriso della natura, stilla di rugiada sul calice inaridito del cuore dell'uomo. Figlia primogenita di Dio, la donna fu creata per ispargere di rose l'arido cammino della vita, per mostrare all'uomo che la felicità non è solamente un nome, ma ch'essa ne possiede l'arcano.

—Verissimo, la donna possiede l'arcano della felicità!

—Sì, e lo trovi nella dolcezza del suo sguardo, nella poesia delle sue parole, nell'affetto d'un'alma tenera, sensitiva, ardente….

—Tutte cose ch'io ti cedo volontieri per una bottiglia di quel buono! interruppe il tedesco colmando il bicchiere.

—Tu diserti adunque la bandiera di Venere?

—E mi rifugio sotto quella di Bacco.

—Amico, te l'ho già detto, se dimenticassi il tuo nome chiamerei: chi vuol bere? e son certo che risponderesti: presente.

—Presente, presentissimo ai bacchici appelli.

—Eh, ma una donnina la ci voleva proprio, continuò il francese ritornando alla prima idea, ed a dire ch'io avrei potuto condurre la mia vezzosa Melitta, che si pone tanto volentieri a tavola. Ma guardate che peccato! Ecco cosa vuol dire combinar le cene sui due piedi, senza riflessioni di sorta! E non sono molti giorni che in un momento di confidenza quella cara fanciulla la mi diceva: Guarda il mio Adone,—la mi chiama sempre il suo Adone; dev'essere un nome che ha appreso allorquando in casa d'un certo dottore in teologia esercitava le funzioni di… governante.—Guarda, la mi diceva adunque, io porto alla cena un'affezione particolare, affezione che è in ragione diretta colla sua lautezza. E pur troppo in ragione inversa, le risposi, coll'esile complessione della mia borsa. Tuttavia la mia Melitta è una bella ragazzotta, piena di brio e di spirito, e che ci avrebbe divertiti moltissimo in questa sera….

—In allora un brindisi alla sua salute, disse il polacco.

—Evviva! gridarono in coro i convitati, e portarono le tazze alle labbra.

Il tedesco aveva impiegato meglio d'ogni altro il suo tempo.

Il corpo chino sulla mensa, gli occhi fissi nel piatto, mangiava e beveva di buonissimo appettito, se non che le troppo frequenti libazioni gli avevano diffuso sulle guancie una tinta vermiglia, la quale per un fenomeno bacchico notevolissimo s'innalzava a poco a poco, minacciando invadergli la fronte e la parte calva della testa.

Il polacco fu il primo ad accorgersene e gli disse:

—Amico all'erta! la marea del vino s'innalza!

—Terremoto, è vero, proruppe il francese, quando ne avrà fin sopra il capo sarà bell'e affogato.

—In allora calerò a fondo; e guardò sotto la tavola.

—Già, sempre così; cogli uomini taciturno, chiuso, severo; col vino il più gioviale compagnone del mondo. È questione di gusto.

—Vuol dire che il vino gl'inspira maggior confidenza degli uomini.

Il tedesco forse per fuorviare i compagni da considerazioni che non gli andavano troppo a verso rivoltosi al polacco come se afferrasse un'idea che in quel momento gli cadesse in mente domandò:

—A proposito, non ci racconti nulla della tua impresa amorosa? E sì che a quest'ora dev'essere a buon termine a meno che non abbia fatto fiasco.

Il polacco si morse le labbra.

—Terremoto! saltò su il francese, un'avventura amorosa? nulla di più interessante conoscendosi l'eroe. E tu volevi tenerci all'oscuro? Suvvia racconta, noi vogliamo saper tutto.

—Ha ragione, lo vogliamo!

Questa volta è il polacco che pensa al modo di deviare possibilmente la conversazione.

Bisognava che quella domanda lo molestasse alquanto.

Ma i fumi del vino salendogli alla testa gli avevano offuscate le facoltà dello spirito e per quanto si affaticasse non seppe trovare un mezzo qualunque, una scappatoja per sottrarsi al molesto invito.

Bisogna adunque improvvisare una favola, ma in vino veritas, dice il proverbio, ed il buon polacco di lieto umore preferì raccontare ingenuamente la verità, lasciar da parte le delicatezze e volgere tutto in riso.

—Ecco quà la mia impresa, incominciò, ma prima permettete che ne vuoti un'altro bicchiere, servirà a riscaldarmi vieppiù l'immaginazione ed a farmi più buon narratore. Ecco, la cosa è semplicissima ed io non ve n'ho mai parlato estesamente perchè credeva non ne valesse la pena. Incomincierò adunque dal principio quantunque tu lo conosci diggià.

E queste parole erano dirette al tedesco.

—Va bene, dal principio.

—Proprio di contro al mio alloggio, vale a dire sul corso di Porta Nuova, viveva una fanciulla dai capelli biondi e dal volto d'angelo. Notate ch'io non ho detto viveva a caso. Sebbene di oscuri natali, giacchè essa era la figlia d'un semplice portinajo, possedeva un'anima aperta ad ogni tesoro di virtù ed appariva poi così modesta, così santamente bella che bastava conoscerla appena per sentirsi preso da irresistibile simpatia.

—Terremoto, era una fata!

—Nella grotta d'un portinajo?

—Cosa volete, ne fui sedotto. La vedeva tutte le mattine recarsi al magazzeno ove povera ragazza vi rimaneva il giorno intero a lavorare per suo padre; qualche volta mio malgrado mi trovava sulla via allorquando di notte ritornava soletta a casa e… ed a dirvela in poche parole mi decisi tentarle il cuore. Eppure, quantunque io ne conti già qualcuna in vita mia di trionfi e pare che ne debba avere un po' di pratica, allorquando le era vicino non sapeva dirle una parola, mi sentiva confuso, imbarazzato come mi fanciullo e qualche volta credeva perfino di sentire rimorso a turbare la tranquillità d'un'anima che doveva essere tanto pura. Era insomma la prima donna che mi facesse soggezione.

—Oh, l'ingenuo!

—Continuai così per tre sere, cioè camminandole dietro timido e senza aprire la bocca. Diavolo, io dissi poi fra me, s'io seguito in questo modo finirà col credermi un'imbecille, e mi farà soggetto di risa nelle sue conversazioni colle amiche di magazzeno. Davvero che non la sarebbe una figura invidiabile. Infine non è che una povera fanciulla che si recherà ne son certo ad onore la mia preferenza a suo riguardo. Mi faccio adunque coraggio e risoluto mi ci porto al di lei fianco.

«—Bella fanciulla, lo dico io, è molto bujo stassera, le vie sono deserte e voi tutta sola; mi permettete d'accompagnarvi? La notte apparisce sempre ad una giovinetta, piena di timori, di vaghe apprensioni; di natura debole ella ha sempre bisogno d'un fedele protettore, ebbene io sarò il vostro, accettatemi come amico. D'altronde voi dovete conoscermi, almeno di vista. Sono tre sere che vi seguo, non ho mai osato avvicinarvi e parlarvi, voi m'avete fatto così timido…

«E credendo che chinato il capo non avrebbe aperto bocca in tutta la sera, mi era preparato a parlare un bel pezzo. Quando invece fissandomi in volto due occhioni azzurri come il cielo mi rispose:

«—Oh mi sono accorta che voi mi seguivate e ne aveva sommo dolore; io sarei stata costretta a non ritornare più alla sera dal povero padre mio, ma lavorando una parte della notte ottenere il permesso di vederlo di giorno. Vedete adunque che non poteva esservene grata.

«Quelle parole pronunciate con un'ingenuità infantile e in tuono melanconico mi commossero profondamente. Credetti d'essere al cospetto d'una creatura celeste.»

—Che ti fossi imbattuto davvero in una donna onesta?

—Pare impossibile, mormorò il tedesco.

Ella continuò: «Ora però sono contenta d'avervi parlato perchè voi mi sembrate molto buono. Vi prego adunque non seguirmi più oltre, io ritorno da mio padre, non mi può succedere nulla per via.—Allora le dissi che le mie intenzioni erano rette, che nessun pensiero disonesto mi spingeva verso lei, ma bensì la pura felicità di possedere un sì bel cuore, di possedere tanta virtù. E diceva il vero; ma non ci fu verso; ella fu irremovibile. Mi sembrava un sacrilegio il resisterle più oltre, ed alla bell'e meglio mi ritirai, Eppure quella fanciulla io non posso mai cancellarla dalla mente; mi è causa di dolci emozioni e sconosciute. Insomma, ridete pure, ma con lei sarei stato completamente felice.

«Passarono circa tre settimane, quando una mattina non la vedo uscire di casa all'ora consueta. Credendo che mi fosse casualmente sfuggita, aspetto ansioso l'indomani e non la scorgo ancora. Passano altri giorni, sempre nulla; infine, bramando averne una spiegazione, mando il mio servo dal di lei padre. Trovò il povero uomo, vecchio soldato invalido, concentrato nella più crudele angoscia. Sapete che cos'eragli accaduto? Gli avevano rapita la figlia.

—Un ratto! gridò il tedesco.

—La cosa è seria, terremoto!

Il polacco colmò la tazza e la trangugiò d'un fiato.

—Ma si conosce almeno l'autore d'un sì vile rapimento? chiese il tedesco.

—È un cotal conte Alberto Sampieri, che la fece condurre nel suo castello di Magenta.

—Allora non resta che denunciarlo all'autorità: ella farà il suo dovere.

—Denunziarlo? proruppe il polacco sdegnosamente; e che, siamo noi soldati o poliziotti?

—Non esageriamo, amico; è dovere d'ogni cittadino domandare l'intervento della legge laddove si scorgono tradimenti e delitti…. Havvi una giustizia le cui orecchie sono aperte per tutti; ella non aspetta che una parola per compiere inesorabilmente il suo dovere…. Pronunciamola codesta parola, e non vadi impunita un'azione infame… Che la giustizia sia per il conte la vendetta di Dio; la tua non arriverebbe infino a lui, o vi giungerebbe inefficace….

Queste parole venivano pronunciate a stento dal tedesco; il vino le aveva ingrossato la lingua, l'ubbriachezza stendeva su di lui il suo manto di piombo e vano riuscivagli ogni sforzo contro la potenza invincibile del generoso liquore.

Arso dalla sete dell'ebbro egli portò con mano tremante il fiasco alle labbra.

Fu il suo colpo di grazia; gli occhi gli si fecero di vetro, il volto di fuoco.

—Terremoto! gridò il francese alla sua volta mezzo brillo, che bell'idea! Oh, la mirabile fecondità della mia immaginazione! Sentite, noi siamo qui tre cavalieri, tre soldati d'onore e come tali pronti sempre a porgere ii nostro soccorso, la nostra vita, all'innocente perseguitato, al debole oppresso. Possiamo adunque sentire indifferenti il racconto d'una giovinetta rapita senza mandare al conte rapitore un cartello di sfida ed armati di scudo e lancia invitarlo a provarci in giostra s'egli è altrettanto fiero nel vincere uomini? Sarò io il primo a misurarmi con lui, voglio aver io l'onore di liberare la fanciulla dai capelli d'oro e dagli occhi azzurri. Corpo di mille terremoti, scommetto di mandar quel furfante in pochi colpi a mordere la polvere. Orsù compagni, in pellegrinaggio fino a Magenta, che ci preceda un araldo apportatore dell'ostile cartello e domani la bella rapita sarà ricoverata ancora sotto il tetto paterno. Beviamo adunque all'esito felice dell'impresa!

—Tu hai ragione per Iddio, esclamò il polacco con nobile entusiasmo, liberare la fanciulla ecco la nostra missione… voglio dire, ecco la mia missione.

—Tu vuoi scendere pel primo in lizza? soggiunse il francese, è giusto, sei la parte più impegnata. Ebbene, noi ti saremo di scorta, oh se foss'io il chiamato a fare al conte un'occhiello nel ventre!…

—Un momento, balbettò il tedesco ch'era riuscito a comprendere qualche cosa, pensate… un duello…

—Bevi, bevi amico, la tua prudenza questa volta devi spegnerla nel vino; gridò il polacco. Un duello, un duello a morte col conte Sampieri; egli ha rapito la donna de' miei pensieri, ha rapito una fanciulla ingenua, onesta, innocente; io le farò giustizia, ma io solo, è un affare che mi riguarda ed i miei affari soglio farli da me. Amico, continuò rivolgendosi al francese, ti ringrazio del consiglio, la mia mente fu tanto dappoca da non suggerirmi un dovere sacrosanto; ringrazio pure la tua generosità nell'offrirmi una destra invitta ma non posso accettarla; contro un uomo basta un uomo ed io ho troppa fiducia nella mia spada per aver paura. Domani mi recherò a Magenta e domani a sera, amici, beveremo alla salute della bella liberata ed all'eterna dannazione d'un'anima esecranda.

—Ebbene, se non mi vuoi compagno nella lotta mi avrai tuo padrino.

—Niente; al suo castello il conte è solo, non deve credere ch'io voglia intimidirlo presentandomi accompagnato. Te lo domando in favore, lasciami partir solo, è mio dovere; io vado ad arrestare, a punire un delitto, l'impresa è troppo nobile perchè non riesca secondo i miei voti.

—Il conte è traditore, terremoto!

—Il conte non lo temo.

—Sia fatta la tua volontà, già ne' tuoi panni farei lo stesso anch'io. L'avventura non può essere più bella, più degna d'un gentiluomo, più feconda di gloria. Noi ci rivedremo adunque domani qui, in questo istesso luogo e ci congratuleremo col giovine eroe. L'ultimo bicchiere alla tua salute!

—E tu non bevi? domandò il polacco sorridendo al tedesco ubbriaco fradicio.

Questi tentennò la testa, aprì la bocca per parlare ma non le uscirono che parole interrotte ed incomprensibili.

Era la mattina del 24 giugno 1778.

Il sole appariva luminoso sull'orizzonte ed i tremolanti raggi stavano per stringere il creato in un dolce ed amoroso amplesso.

Un giovine ufficiale vestito dalla divisa austriaca percorreva in una vettura da nolo lo stradone di Magenta.

Il suo volto era bello; un esame attento vi avrebbe scorto un leggiero sorriso di soddisfazione posarsi di tanto in tanto sulle di lui la labbra ed una ineffabile serenità diffondersi sui suoi lineamenti.

Era insomma il volto di colui che spinto da un'animo nobile e da generosi sentimenti credeva correre al compimento d'un sacro dovere.

Quel giovine è il nostro polacco; di natura ardente ed entusiasta si era lasciato vincere da una dolce simpatia verso la bella biondina, simpatia che col tempo sarebbesi cambiata in sincero amore.

La notizia del di lei ratto e dell'avvenire d'infamia che le si preparava, fu per lui un colpo terribile; si sentiva ferito, offeso nel profondo del cuore, poichè la persona amata fa parte di noi stessi; le sue gioie, le sue sventure sono gioie e sventure nostre.

Noi l'abbiamo veduto come accolse l'idea d'un duello; ora lo vediamo come pronto corre all'arrischiata impresa, e se gli leggessimo nel cuore vedremmo ancora con quanta abnegazione, con quanta gioia egli avrebbe data la sua vita purchè potesse giovare alla povera infelice.

Dopo due ore di viaggio entrava in Magenta.

La vettura si fermò ad un albergo, e l'ufficiale, tratta una lettera e consegnatala al cocchiere, gli disse in tuono pressochè solenne:

—Io deggio partire per alcuni affari. Qualora però entro due ore non fossi di ritorno, tu riederai prontamente a Milano e porterai questo foglio al suo indirizzo. Hai capito? fra due ore.

La lettera era diretta all'ufficiale francese suo amico.

Subito dopo il giovine polacco mosse verso il castello Sampieri.

Sebbene fosse di buonissima ora, pura nell'interno del castello tutti erano ritornati ai loro uffici consueti; i servi, sommessi schiavi, ad ubbidire; il conte, dispotico padrone, a comandare.

Il polacco passò il ponte levatoio, e si diresse a Tonio, che in quel giorno gli spettavano le funzioni di guardiano.

Tonio non potè trattenere un moto di stupore alla domanda dell'ufficiale d'un colloquio col conte; lo fece entrare in un salotto terreno e pregollo ad attendere finchè l'avesse annunziato.

Il giovane polacco rimase solo pochi minuti; il cuore gli batteva con violenza, non già per debolezza, ma per la brama impaziente di agire.

Tonio ritornò; un sogghigno malizioso gli errava sulle labbra; inchinossi forse con un po' d'ironia all'ufficiale, ed invitollo a seguirlo.

Attraversando un labirinto d'appartamenti, lo condusse in una magnifica sala d'arme, ove il conte Sampieri stava intento ad esaminare e provare le mille armature diverse che pendevano dalle pareti.

—Le domando perdono, disse il conte all'ufficiale con affettata noncuranza, se non lo ricevo in un luogo più degno dell'alta devozione ch'io professo sempre ai miei ospiti. Cosa vuole? io sono schiavo delle mie abitudini, e la più prepotente si è appunto quella di consacrare le ore mattutine alla mia sala d'arme, nella quale, guardi, ho tutto l'occorrente per divertirmi a mio bell'agio. Qui, lei vede, per esempio, un piccolo bersaglio e pistole d'ogni modello, le quali, non faccio per dire, ma di rado mi fanno il torto di non colpire a dovere. Qui appese stanno pure sciabole d'ogni specie, fioretti, guanti, maschere, che so io, mi servono a meraviglia ne' miei assalti di punta e sciabola che rinnovo spessissimo con un certo marchese mio amico. Oh, alle armi io ho sempre portata un'affezione ardentissima, e una prova appunto di questo, si è che per parlarne io la dimenticava lì in piedi senza neppur pregarla d'accomodarsi e spiegarmi il motivo della sua cara visita. Il signore mi vorrà compatire, spero.

L'ufficiale, che in questo tempo era rimasto in atto severo e contegnoso, s'inchinò leggermente alle ultime parole del conte ed incominciò:

—L'oggetto della mia visita è importante quanto egli è sacro; ascolti. Un povero padre, vecchio soldato invalido, viveva felice coll'unica figlia. Egli l'amava codesta figlia, perchè era il sostegno della sua tarda età, perchè col continuo lavoro teneva lontano dall'umile tugurio gli orrori della miseria; l'amava perchè, bella d'un'anima pura e d'un vergine cuore sapeva co' suoi sorrisi mitigare i dolori delle onorate sue ferite, colle sue consolanti parole spargere il conforto nell'animo triste; era insomma il suo angelo sfolgorante di celestiali virtù. Ebbene, una notte il padre infermo attese invano sua figlia, la fanciulla venne rapita. Signore, egli è da lei ch'io mi faccio a reclamarla.

—Non comprendo, rispose il conte ostentando meraviglia; se lei vuole ch'io unisca a' suoi i miei deboli sforzi per venire in aiuto alla povera giovinetta, allora non ha che pronunziarmi il nome dell'infame seduttore. L'opera è troppo degna d'un onesto gentiluomo perch'io rifugga d'associarmi volonteroso.

—Il nome dell'infame seduttore, conte, è il vostro, tuonò l'ufficiale spogliandosi d'ogni riguardo. Giù, giù una volta quel manto ipocrita sollo al quale volete nascondere le vostre enormezze, abbiate almeno il coraggio del delitto, e confessate lealmente quello che con tanta viltà sapete commettere. Conte, la fanciulla venne rapita da voi, voi l'avete in questo castello; in nome dell'umanità, in nome delle leggi sacre, dell'onore, restituitela al padre suo.

Il conte fissò l'ufficiale con sogghigno beffardo e continuò con fredda calma:

—Signor Paladino! con qual diritto mai v'introducete nelle case degli altri per immischiarvi in quello che non vi riguarda? Con qual diritto vi compiacete di controllare le azioni altrui per venir poi a dire in tuono più o meno comico: Non mi garbano, non voglio che facciate così, fate quello che dico…

—Col diritto della giustizia, coi diritto di colui che vuol prevenire una colpa o vendicarla.

—Ebbene sentiamo, s'io vi dicessi: la fanciulla che voi vi siete messo a proteggere non per sentimento generoso, disinteressato ma forse chissà, par qualche altro motivo più intimo, come per esempio, per vedervi prevenuto in una meta che invano tentaste di raggiungere…

—Signore!

—Se io vi dicessi adunque codesta fanciulla è mia, io la tengo nel mio castello, passo con lei i momenti più belli della vita, cosa mi rispondereste, sentiamo!

—Conte, vi pregherei ancora una volta di restituirla al tetto paterno, di non volere l'infamia d'una donna onesta, innocente.

—E se le vostre preghiere non valessero?

—Chi non ascolta la parola dell'onestà e della giustizia o che diventa infame o ch'egli lo è diggià. Voi Conte io conosco già per infame, non mi resterebbe che di trovarvi vigliacco ed allora vi chiamerei l'uomo il più esecrabile che l'inferno abbia vomitato in sulla terra. Suvvia ladro d'onore, assassino di deboli fanciulle, restituite la vostra vittima o difendetela col ferro…

Le guancie del giovane ufficiale erano vivamente infiammate, lo sguardo feroce, e la destra stringeva convulsa l'elsa della spada.

—Miserabile, proruppe il conte lasciando irrompere lo sdegno che a stento aveva fin'allora represso; miserabile! saprò ben io ammutolire quella lingua che incauto tu meni con troppa arroganza. È la morte che cerchi? Ebbene, l'avrai. Possa il tuo sangue ricadere sul capo a tutti quelli della tua schiatta, che nel delirio della temerità, dopo d'essere entrati padroni in terra altrui, si fanno diritto di violarne le case e dettarvi legge.

E furibondo, staccata dalle pareti una spada, a sbalzi proruppe dalla sala, percorse un lungo corritoio, ed aperto una porticina che metteva fuori del castello in un vicino bosco, vi s'internò pochi passi.

Cieco d'ira e smanioso di vendetta, il polacco lo seguiva fremendo.

Arrivati in un punto in cui la larga disposizione della piante concedeva uno spazio libero di terra, i due nemici si fermarono, e l'ufficiale, sguainata la spada, fu il primo a mettersi in guardia.

Qui succede una scena orribile.

Sono due uomini che, armati di ferro e d'indomabile sdegno si disputano a vicenda la vita.

È un continuo incalzarsi, retrocedere, rincalzarsi di nuovo e di nuovo ripiegare; i colpi cadono fitti e pesanti, e le lame accozzantesi aspramente gettano scintille.

Il volto dei combattenti è acceso, lo sguardo fiero, l'anelito affannoso; ambedue sono animati da un eguale pensiero, pensiero di sangue, e questo sangue colla destra vigorosa roteando la sciabola lo cercano in ogni colpo.

Ma il ferro vien sempre respinto dal ferro, pronto a colpire è prontissimo a parare.

E la natura par sorridere a codesta lotta accanita fra la vita e la morte.

Il sole, abbassando a poco a poco i suoi raggi, sembra piovere sulle piante una pioggia di luce, e queste, agitandosi dolcemente nel loro lieto mormorio, salutano l'astro del cielo.

Gli uccelli gorgheggiano soavi melodie, e la lucida serenità del cielo e l'aura pura e fragrante di primavera richiama in ogni cuore pensieri d'amore.

Ma le passioni degli uomini talvolta sono sorde alla voce affascinante della natura.

La lotta si protrae già d'alcuni minuti, feroce sempre; la fronte degl'avversari gronda sudore e sangue; prostrati di forze li sostiene lo sdegno diventato furore.

Abili spadaccini ambedue e di valore pressochè eguale, il combattimento saria continuato buona pezza indeciso, se il destino risparmiava il suo fatale intervento.

Un raggio di sole, rompendo a poco a poco le folte frondi delle piante, venne a battere sul volto dell'ufficiale, che in quel punto stava rivolto a levante.

Percosso all'improvviso e non potendo sostenerne la fulgida luce, tentò rimuoversi dal posto spingendo l'avversario; questi s'accorse e tenne fermo.

Il sole gli abbarbagliava la vista; ciò nullostante l'ufficiale provò vincerne la molestia e tentare disperati sforzi sopra il conte; ma fu invano.

Bentosto il suo sguardo si smarrì in mezzo a miriadi di stelle; credeva fissare un oceano di fuoco che gli ardesse le pupille.

Lo assale allora una dolorosa sensazione agli occhi, che gli si empiono di lagrime; incauto li chiude un'istante, un'istante solo… ma in questo mentre la spada del conte s'avanza rapida e gli trapassa il cuore.

Il giovane ufficiale stramazza a terra, spalanca due volte la bocca emettendo rivi di atro sangue, indi si ricompone come corpo morto.

Prorompendo in orribili bestemmie il conte getta il brando insanguinato e come spinto da furie infernali fugge precipitoso al castello.

Il polacco non era peranco spirato. Risospinto sulla soglia dell'eternità Iddio si compiacque arrestarlo un momento, non per rendergli più angoscioso il trapasso ma per dargli tempo di compiere un'opera che la divina prescienza comprese di quanta importanza doveva giungere un giorno nelle tempestose peripezie d'un'innocente creatura.

Infatti il ferito riaprendo gli occhi li girò attorno inquieto quasi molestato da un interno pensiero; tentò facendosi puntello colle mani risollevarsi sulla persona, ma l'estrema debolezza del corpo non glielo permise. Ricadde gemendo.

L'idea di dover morire solo, lungi da' suoi cari senza il conforto d'uno sguardo pietoso, d'una parola amica, senza neppur soddisfare un certo desiderio che l'anima leale gli aveva in quell'estremo momento suggerita, richiamò sul suo ciglio una lagrima, su quel ciglio che sarebbe rimasto asciutto ai soli tormenti d'una dolorosa agonia.

Quand'ecco lo sguardo fissa in un pezzo di carta che giace a pochi passi da lui discosta; un lampo di mesta gioja brilla ne' suoi occhi; vincendo dolori atroci con sforzi inauditi si trascina verso il foglio e lo ghermisce con mano tremante; indi con un legno ch'egli intinge nel proprio sangue vi scrive sopra poche parole.

Le forze lo abbandonano e si lascia cadere spossato.

Si diffonde sul suo volto una tinta verdastra, le labbra gli divengono paonazze, gli occhi di piombo ed uno scrollo convulso commuove le di lui membra.

Era l'anima che gli usciva dal corpo.

Un giovane contadino cantarellando l'usata canzone attraversa il bosco recandosi allegro al lavoro del campo.

Il sentiero ch'ei percorre lo conduce sul luogo funestato dal terribile duello ed egli vede l'ufficiale in terra immerso in un lago di sangue.

S'arresta inorridito il contadino. Il suo primo moto è di paura, indi di compassione; getta allora i rustici arnesi che porta in ispalla e si china sul cadavere.

È confuso, incerto sul partito da appigliarsi, allorquando una carta segnata di rosso che stretta tiene il morto fra le mani attira la di lui attenzione.

Fa per impadronirsene ma un senso di ribrezzo e fors'anco di timore lo arresta; mal si sa risolvere, finalmente la curiosità lo vince e protendendo risolutamente le mani strappa dalle dita contratte la carta desiderata.

La spiega e la legge.

La fina malizia che in gran copia possiede il villano e che talvolta gli giova nella notte della sua completa ignoranza, gli fece comprendere di quanto valore poteva essere un giorno quel foglio e cautamente se lo nascose in seno.

Indi gettato un ultimo sguardo al cadavere ritorna correndo a Magenta, a riferire l'incontro avuto.

Due giorni dopo si leggeva sui giornali di Milano:

«In un piccolo bosco poco lungi da Magenta venne trovato da un contadino il cadavere assassinato d'un nostro ufficiale, giovine polacco di distinta famiglia e di moltissimi meriti.

«Da una spada insanguinata rinvenuta sul luogo del delitto e su cui stava inciso un nome, la Giustizia potè riconoscere autore del misfatto il conte Alberto Sampieri di Milano, proprietario del bosco e d'un castello attiguo.

«Si procedette tosto al di lui arresto ma, il conte erasi già fatto latitante.

«Altamente commossa S. M. l'Imperatore, nell'intento di dare un esempio solenne della severità colla quale egli vuol punire ogni colpa di atroce natura, considerando pur anco gli antecedenti disonorevoli di tutto il casato Sampieri, condannò il conte Alberto alla pena di morte, bandì in perpetuo esiglio suo fratello Renato, confiscando in favore dell'impero gli aviti beni.

«Noi non possiamo che approvare la sentenza dell'augusto nostro
Sovrano.»