CAPITOLO VI.
On parlera de sa gloire
Sous le chaume bien longtemps;
L'humble toit, dans cinquante ans
Ne connaitra plus d'autre histoire.
BÉRANGER.
Scorsero diciott'anni dall'epoca dei nostri avvenimenti; siamo nel 1796.
In questo tempo le ingiustizie perpetuate da secoli, le ineguaglianze sociali, il mal governo, prepararono in Francia quella grande rivoluzionaria di cui tutta Europa ne avrebbe sentite le conseguenze.
Il popolo illuminato dalle nuove idee che una schiera di eminenti scrittori avevano diffuse, affascinato dalle parole: libertà, eguaglianza, fraternità, non poteva più tollerare gli odiosi privilegi dell'aristocrazia e del clero.
Egli voleva sollevarsi da quel fango in cui lo avevano gettato, voleva che si riconoscesse in lui pure una mente ed un cuore.
Gli uffici più importanti alla milizia, nella magistratura, nell'amministrazione erano riserbati alla nobiltà e molti trasmessi di padre in figlio.
I Nobili ed il Clero possedevano due terzi dei terreni ed erano immuni da contribuzioni; il popolo invece pagava imposte all'erario, tributi feudali ai nobili, decime al clero.
Scoppiò la grande rivoluzione; quella rivoluzione che sebbene abbia fatte molte vittime, sebben si fosse contaminata in sanguinosi eccessi pure scolpiva quei solenni principi che sono il fondamento dei diritti e delle franchigie dei popoli: eguaglianza di tutti in faccia alla legge, inviolabilità delle persone, libertà di coscienza e di stampa.
Ma i progressi di questa rivoluzione avevano spaventate le potenze d'Europa alle quali premeva d'impedire che le nuove idee di libertà penetrassero nei loro stati e perciò Germania, Russia, Inghilterra, Olanda, Belgio, si confederarono contro la Francia e minacciarono d'invaderla.
Ecco l'Europa in guerra contro la civiltà; ma fu tanto l'accanimento con cui la Francia seppe lottare in difesa de' suoi principi che riportò da sola le due memorabili vittorie di Valmy e di Jammapes.
Pure un poderoso esercito tedesco passa il Reno allo scopo di ristabilire in Francia la monarchia assoluta; allora si proclama la Repubblica e Luigi XIV è condannato a morte.
Tutta l'Europa monarchica si leva in armi e nella Vandea scoppia la guerra civile.
Si ordina la leva in massa ed un prestito forzato di un miliardo sui ricchi.
Contro i pericoli interni si pubblica la legge dei sospetti; Maria Antonietta d'Austria, vedova di Luigi XIV, Filippo Egalité duca d'Orleans cugino del re e molti altri insigni personaggi sono mandati alla ghigliottina, indi si muove risoluti contro i nemici.
La patria mercè una memorabile eroica difesa è salva dall'invasione straniera.
Si pone l'assedio a Tolone che si è ribellata ed è appunto in questo assedio che si distingue un giovine corso, ufficiale d'artiglieria.
Egli è Napoleone Bonaparte, quell'uomo fatale che alla testa d'un invincibile armata doveva correre vittorioso il mondo intiero.
Pacificata la Vandea e riordinata la Repubblica questa volendo vendicare l'invasione tentata, nominò Napoleone comandante supremo d'un esercito e lo mandò alla conquista d'Italia.
Napoleone rompe gli Austriaci e i Piemontesi collegati, a Montenotte, a Dego, a Millesino e conchiuse con Vittorio Amedeo III un armistizio che a Parigi fu tramutato in pace; indi prosegue la gloriosa campagna.
Si getta sugli austriaci, sforza il passo dell'Adda a Lodi ed il 14
Maggio 1796 in mezzo ad una folla plaudente entrava in Milano.
Napoleone si fermò qualche tempo a Milano e si occupò nel dare una forma provvisoria di governo alla Lombardia.
Un giorno gli venne consegnato un plicco; era un ricorso firmato dalla principale nobiltà de Milano, ricorso che essendo importantissimo al nostro racconto, essendo anzi il perno su cui si devono svolgere quei fatti che andremo narrando lo trascriviamo per intero.
Eccolo:
«Al Generale Napoleone Bonaparte
«I sottoscritti appellandosi a quei sensi di equità dei quali già ci deste prove reiterate e che formano una sì bella aureola sulla fronte d'un eroe, osano chiedervi giustizia sopra uno dei mille abusi commessi dal cessato Governo Austriaco nel lungo tempo del suo dispotico dominio in Lombardia.
«Dicott'anni or sono il casato dei conti Sampieri era uno dei più illustri, per nobiltà e censo, della nostra Milano, ma per sentimenti patriottici che come una nobile tradizione passavano in quella famiglia di padre in figlio, fu sempre cordialmente odiata dall'Austria.
«Morto il vecchio conte Sampieri in Corsica, ove fu costretto esigliarsi per isfuggire a politiche persecuzioni, lasciava due figli superstiti, soli eredi del nome e delle ricchezze avite: Renato ed Alberto.
«Avvenne che Alberto, il minore dei fratelli, giovane poco più che ventenne e di carattere ardente ebbe un duello, vuolsi per una donna, con un ufficiale tedesco, in cui questi rimase ucciso.
«Sfortunatamente il duello avvenne senza testimoni e questo bastò perchè la clemenza di S. M. l'Imperatore dichiarasse il conte Alberto Sampieri assassino, lo condannasse senza processo a morte ed i suoi beni confiscati a favore dell'Impero.
«Ma non ancora contento il generosissimo Sovrano
si scagliò pure sul fratello Renato che nessuna parte
aveva avuta nell'infausto duello, lo bandì in un colla
famiglia in perenne esiglio, confiscandogli ancora le
immerse ricchezze.
«Egli è in vedendo un nobile membro di nobilissima stirpe andar ramingo senza pane, senza Letto, povero, in suolo straniero, di non altro colpevole che d'essere fratello a chi non commise infine che un perdonabile trascorso giovanile,—egli è in vedendo questo che i sottoscritti commossi si rivolgono a voi per averne giustizia.
«Il conte Renato Sampieri fu vittima innocente d'un odio implacabile che da lunghi anni si maturava su di lui; stendetegli adunque quella destra che già benefica porgeste al nostro paese e nella vostra munificenza restituitegli quell'onore e quei beni che tanto ingiustamente gli furono rapiti.
«Ch'egli ritorni in patria, ch'egli riposi i patimenti sofferti nella casa de' suoi padri; è quello che ossequiosi noi tutti imploriamo.
«E se voi credete, o Generale, che diciott'anni d'agonia possano espiare una colpa, perdonate ancora al fratello Alberto Sampieri.
«Voi siete munito d'ampi poteri, voi potete compiere i voti di tutti i nobili cuori milanesi, fatelo, voi—e con voi la Francia—avrete la benedizione d'una famiglia e l'eterna riconoscenza d'una nobile città.»
Seguivano le firme.
Tutti i giornali di Milano riprodussero questo ricorso e tutti ebbero lusinghiere parole per i poveri esigliati.
S'invocava dovunque la giustizia del Generale francese.
Napoleone comprese che quest'era un'opportunissima occasione per rinfrancarsi la simpatia degl'italiani.
S'egli venne accolto in Milano colle acclamazioni d'un liberatore, alcune città lombarde invece, instigate da segreti agenti tedeschi si erano sollevate ed imbrandite le armi contro i francesi.
Dall'Italia Napoleone doveva incominciare la sua marcia gloriosa per l'Europa ed aveva perciò bisogno di lasciar dietro di sè popoli amici.
Alcuni giorni dopo fra gli applausi di tutta Milano sortiva un decreto firmato da Napoleone a nome della Repubblica Francese, col quale: considerando l'ingiusta condanna del conte Renato Sampieri e sua famiglia, non credendo di compiere che un'atto di giustizia, gli si ritirava il bando d'esiglio a lui spiccato dal Governo Austriaco nel 1778, rimettendolo ancora nel pieno possesso di tutti i suoi beni.
S'aggiungeva inoltro che in quanto al fratello di lui Alberto Sampieri giacendo tuttavia sotto la grave accusa di omicida e non lo potendosi assolvere senza ledere quelle leggi la di cui maestà dev'essere sempre rigidamente rispettata, si permetteva di dar corso ad un regolare processo, qualora venisse chiesto dal delinquente col mettersi a disposizione dei tribunali.
Si obbligava poi il governo di passare ad una esatta restituzione dei beni confiscatigli allorquando venisse emanata sentenza favorevole; in ogni modo si doveva tener conto degli anni scontati in esiglio.