CAPITOLO VII.

Dubita pur che brillino
Degli astri le carole,
Dubita pur che il sole
Fulga, e che sulla rorida
Zolla germogli il fior;
Dubita delle lagrime,
Dubita del sorriso,
E dubita degli angioli
Che sono in paradiso,
Ma credi nell'amor.
BOITO.

Godeva di moltissima fama in quel tempo il Collegio Femminile di
Monza.

Grazie ad una completa istruzione che da valenti istitutrici vi s'impartiva, era divenuto il ricovero delle fanciulli appartenenti alle più illustri famiglie lombarde per nobiltà e ricchezze.

Nell'alta società si credeva che una giovinetta non potesse mai possedere quelle cognizioni, quella compitezza di maniere, quella squisita educazione insomma necessaria a chi veniva chiamata a vivere fra le sublimi sfere sociali, se non usciva dal Collegio di Monza.

Esso occupava un ricchissimo palazzo, i di cui ampi locali capivano a meraviglia le innumerevoli educande; eravi annesso un delizioso giardino, in cui nelle ore destinate al sollievo si lasciavano libere ricrearsi quelle giovinette avide sempre di moto e d'aria.

Suona appunto l'ora della ricreazione; soffermiamoci un'istante e godremo d'un quadro che la gioventù, la vita e l'innocenza rendono aggradevole più che mai.

Da molte sale sortono in buon ordine schiere di educande, che percorrendo forse con una certa impazienza gli ampi corritoi, si raccolgono tutte nel cortile di fronte al cancello del giardino.

I loro occhi sono fissi in volto alla Direttrice, donna di molto sapere, di rigidi costumi e che ama le sue allieve d'amore materno; ed allorquando questa di propria mano, spalancando il cancello con dolce gesto le invita a ricrearsi, in allora la gioia prorompe, a sbalzi, quale gentili gazzelle, si disperdono pei verdeggianti prati.

E tutte corrono, ridono, folleggiano.

Chi con azzurra reticella insegue anelante la vispa farfalletta, finchè questa posando sul fiore, si lascia dolcemente cogliere al laccio di seta.

Chi scende, sale, ridiscende l'erbosa china colla leggerezza d'una
Silfide mozza donna e mezza nube.

Chi con agile piede corre pei lunghi viali in traccia dell'amica, che raggiunta le concede nascondersi ancora per ancora raggiungerla correndo.

Chi disposte in cerchia fanno a gara a raccorre la palla per lanciarsela poi con colpi gentili.

Chi con una benda agli occhi, le mani prostese in avanti s'ingegna afferrare la compagna, che colle compagne le fanno corona intorno martoriando con infantili sorprese la povera cieca.

E sempre correndo non s'arrestano neppure allorchè il piede incespicando, mal sa sostenere il gracile corpo, che cade sull'erba e sui fiori.

—Oh, come sono stanca! diceva affannata una vezzosa fanciullina di
circa dieci anni. Sapete, care mie, cosa dobbiamo fare adesso?
Coglieremo insieme margheritine e viole, e comporremo un bel serto.
Che ve ne pare?

—Brava, brava, esclamarono in coro le amiche; quattro angioletti che parevano staccati da un quadro di Raffaello.

E girando pel prato empirono ben presto di vaghi fiorelli il loro grembiule, e liete le bambine s'assisero sotto l'ombra di annosa quercia.

—Ecco, deponiamo qui la nostra raccolta, tornò ancora la piccina, voi mi farete tanti piccoli mazzolini, ed io intrecciandoli insieme comporrò la corona. Vi piace?

—Sì, sì!

E tutte si misero all'opera.

—Oh quanti bei fiori!

—E come sono olezzanti!

—Più di tutti le viole.

—Come piacciono a me le viole!

—Io ne vado pazza.

—Continuerei tutto il giorno a coglierne.

—Io pure.

—Non capisco perchè la violetta, che è un fiore così gentile se ne sta tutta timida nascosa in mezzo all'erba e non si mostra altera al nostro sguardo come la rosa ed il garofano.

—Sarei curiosa anch'io di saperlo. E sì che il suo profumo non la cede per fragranza a quello di nessun fiore. Non è vero?

—Sicuro, ripeterono tutte in coro.

—Imparate da lei, le mie bambine, disse con voce amorevole la Direttrice che nascosta dalla quercia aveva udito il dialogo di quelle innocenti; imparate dalla viola ad essere umili e modeste. Non vi lasciate mai sedurre dall'ambizione e dall'orgoglio; non vi lasciate mai vincere dalla funesta tentazione di distinguervi, di far sfoggio in faccia a tutti di quelle doti, di quei privilegi che il Signore vi ha donati; ma vivete sempre semplici e virtuose. Quel soave olezzo che tradisce la viola in mezzo all'erba additerà pur voi agli occhi del mondo; e tutti vi ameranno, tutti faranno plauso alla vostra virtù.

E dato un bacio a quelle carine che religiosamente avevano ascoltato le sue parole tentando di comprenderle, la Direttrice s'allontanò.

—Come ci vuoi bene la signora Direttrice!

—È tanto buona!

—Tieni; il mazzetto l'ho terminato. Va bene così!

—Va benissimo, brava.

—Ma ditemi un poco, a chi daremo poi questa bella corona?

—Ah è vero, bisogna pensarci!

—Se potessi mandargliela alla mamma che ci piacciono tanto i fiori!

—Vorremmo tutte fare lo stesso, ma… siamo in quattro e la corona è una sola.

—Sicuro!

—Bene, gliel'offriremo alla signora Direttrice che qui in collegio ci tien luogo a tutte della mamma. Che ve ne pare?

—Ma brava, faremo così.

E quelle ingenue creaturine intrecciando viole continuavano liete i loro infantili ragionamenti.

Oh la bell'età dell'innocenza!

Or avviciniamoci a quelle tre giovinette che strette famigliarmente al braccio passeggiano insieme i viali del giardino.

Hanno circa sedici anni, vale a dire quell'età in cui la donna comincia a sentire il bisogno di nuove aspirazioni, in cui l'affetto dei parenti e delle amiche pare che più non basti alle esigenze del cuore sensitivo, in cui insomma l'amore germogliandole in seno vi suscita molte volle l'ambizione e la civetteria.

Eccone una prova.

—Oh se mi sono divertita in queste vacanze in casa de' miei parenti! diceva una bella brunotta dagli occhi vivi e maliziosetti.

—Già è pur bella la nostra Milano, ci offre pur molti divertimenti! aggiungeva un'altra.

—Gli è per questo che sospiro il momento di lasciare il collegio che mi diventa odioso tutti i giorni; saltava su la terza. Dover vivere qui rinchiusa fra quattro mura, vestire così male, non sortire mai che per andare in chiesa, è una cosa insopportabile.

E la dispettosa batteva i piedi dalla collera.

—Grazie al cielo per me è l'ultimo anno codesto, tornava ancora la brunetta; l'ho pregata tanto la mamma che finalmente ha acconsentito a levarmi di qui. D'altronde voi sapete ch'io sono fidanzata e bisogna bene che abbia un po' di pratica del mondo prima d'entrarvi col bel nome di signora.

—Sei fortunata, tu.

—E chi è il tuo sposo?

—Un mio cugino.

—È bello?

—Bellissimo, ricco e nobile.

—Ah sì?

—Mi venne presentato la prima volta nel mio palchetto del Teatro alla
Scala. Assistevo co' miei parenti alla rappresentazione del Mitridate.
Che bell'opera il Mitridate! Che musica! Ti tocca il cuore.

—Io la so quasi tutta a memoria. Furono le prime melodie che ho apprese sul piano.

—Ah! ti dico che sentendola cantare alla Scala Mitridate è qualche cosa di meraviglioso.

—Gran bel teatro la Scala!

—E come è chic. Vi si trovano tutte le nobiltà di Milano.

—Anch'io ci ho il mio palco e la mamma m'ha promesso, una volta sortita di collegio, di condurmi tutte le sere.

—Quando ci sono andata io, continuò la brunetta promessa sposa, vestivo un bell'abito di seta celeste, i capelli mi scendevano liberi sulle spalle e bisognava che stessi bene perchè tutti mi guardavano.

—E chi ti guardava?

—Per lo più bei giovinetti, rispose con una certa ingenuità.

—Ah sì?

—E come era contenta vedermi l'oggetto della loro ammirazione.

—Oh l'ambiziosa!

—Infine poi non c'è nulla di male. Ebbene fu appunto in quelli sera ch'io vidi per la prima volta mio cugino. Cosa volete, mi piace e tutto, mio cugino, ma però gli ho trovato un difetto.

—Quale?

—Quello d'essere troppo serio; parla assai poco, ride di rado, ha insomma la gravità d'un nonno.

—E tu sei così folle!

—Sarebbe adunque più adatto alla nostra Erminia che anche lei è sempre melanconica, sospira sovente ed ama il silenzio e la solitudine.

—Lasciamola in pace quella povera Erminia, è tanto buona!

—Mi piacerebbe però conoscere la causa della sua mestizia.

—Eh, io credo d'averla indovinata, disse la brunotta con piglio misterioso.

—Ah sì? di su.

—E scommetterei uno contro cento di cogliere nel segno.

—Parla adunque!

—L'Erminia vedete…

—Ebbene?

—È innamorata.

—Oh bello!

—Ma di chi?

—Oh mio Dio, non avete mai notate le infinite cure che le usa il signor Flavio nostro maestro di disegno; non li avete mai sorpresi in dolci colloqui, non mai osservato com'essa si confonde allorquando le parlate di lui e come la sua mano trema sul disegno quando Flavio si ferma a contemplarla? Ma bisogna ben essere ingenue!

—Possibile?

—Altro che possibile, è certo. Erminia lo ama in segreto e n'è da lui riamata.

—Fa adagio per carità, se ci udissero?

—Oh è un pezzo che me ne sono accorta.

—Ed è l'amore che la rende così mesta?

—Già, l'amore.

—Dev'essere una mestizia ben dolce allora.

—Il signor Flavio è un bel giovane…

—Bellissimo, ma non è nobile.

—È vero.

—Io già non lo degnerei d'uno sguardo; amare un semplice maestro di disegno che vende le sue lezioni a un tanto per ora!

—Zitto; ecco appunto l'Erminia che viene verso di noi. Come è pallida, pare che soffra.

—Voltiamo da questa parte e lasciamola sola. V'accerto che la nostra compagnia l'annojerebbe.

Infatti s'avanzava per uno dei viali del giardino una bella fanciulla di circa diciott'anni.

Sebbene i suoi lineamenti non avessero quella regolarità inappuntabile che si osserva in certe compassate bellezze, pure erano così aggraziali e gentili da conciliarsi l'interesse e la simpatia di tutti quelli che la vedevano.

Un grosso volume di capelli castani le avvolgevano in nodi semplici ed eleganti la graziosa testolina; aveva due occhi nerissimi circondati da folte sopracciglia di seta; lo sguardo languido, la bocca piccolissima, ed allorquando si componeva al sorriso lasciava vedere denti di meravigliosa bianchezza; il colore del volto era quello della rosa bianca, che ti lascia sempre incerto se sia pallido o tinto di debole vermiglio; le scorgevi nel mento una leggiera pozzetta; l'avreste creduta l'impronta del dito del Creatore, allorquando, presala pel mento, si compiacque dell'opera sua.

Il suo passo era incerto, e su tutta la persona stavale diffusa una tinta d'ineffabile malinconia.

S'internò in un boschetto di platani che trovavasi in un angolo solitario del giardino, e macchinalmente lasciossi sedere sur un banco d'erba.

Stette immobile, sembrava guardasse, ma non vedeva; sembrava ascoltasse, ma non udiva.

In questo punto una capinera venne a posarsi sul ramo d'un albero ed empì l'aria de' suoi gorgheggi.

Erminia parve ridestarsi a quegli accenti che armonizzavano tanto colla mestizia del suo cuore e cercava dello sguardo il vago augelletto.

—Oh! tu felice, esclamò, tu non conosci che l'azzurro dei cieli ed il raggio benefico del sole; la natura sorridente ti accoglie dovunque, e tu dovunque sorridi col tuo canto celeste. Anch'io una volta i miei giorni passava nel gaudio; ora quella gioia innocente esiliò per sempre dal mio cuore; esso ha perduto la sua pace, la sua tranquillità. Oh mio Flavio, io non doveva incontrarti mai! Tu mi fosti fatale!… Ti vidi; il tuo bell'ingegno mi destò ammirazione; l'alma nobile, stima; il volto soave, amore. Oh sì, io t'amo, Flavio, e tu, hai tu pure un palpito per la povera Erminia? Il tuo labbro non s'aprì mai a parole d'affetto, ma tu pensi a me, non è vero? Sì, sì, mel dice il cuore, mel dicono questi versi istessi.

E cavando dal seno un foglio, lo copriva di caldi baci.

—Lo trovai nascosto nei miei disegni; egli non può essere che tuo.
Oh, la cara speranza! E lesse:

UNA VISIONE

Allor che in melaconici
Accenti di dolore
Sembra la squilla piangere
Il dì che lento muore,
Quando la notte stendesi
Sulla natura ancor.

Sui vanni della fervida
Ardente fantasia,
Scuotendo il duro tramite
Dall'esistenza mia
Pei vaghi campi aerei
Sorsi ad aleggiar.

Mesta m'accolse e pallida
La luna in sen ad ella,
Brilli di luce vivida
Le stelle, e in lor favella
Del Cielo m'apprendevano
G'innumeri mister.

Oh Ciel, dell'Infallibile
Vaga città superna
Come rapir in estasi
Tu sai, che l'alma eterna
La vita ancor non fecela
Spoglia di santo ardor;

Tu mesto, meste pagini
Inspiri al pio poeta,
Il genio sollevandosi
Allor dell'umil creta
Scioglie sovente cantici
Che secoli vedran;

Tu bello, immenso, splendido
È a te che si rivolge
Il disperato misero,
E allor fidente sorge,
Soffre combatte e mormora
Dio è lassù nel Ciel.
Qui dolce un suon armonico
D'angelici instrumenti
Mi riportar sui tremoli
Vanni spiegati i venti,
Sensi di mesto giubilo
L'anima m'innondar.

Stetti spiar immobile
L'orme dell'armonia,
Oh con quell'ansia d'Eolo
In braccio, l'alta via
Corsi veloce a scernere
Il mistico gioir,

Qual veltro cui il placido
Fido covil smarrito
Vaga fiutando l'aere
Dall'uno all'altro sito
Sin che all'affetto riedere
Suole del suo signor.

Un Eden, quale il fervido
Immaginar d'un Dio
sol sa ideare e compiere
S'offerse al guardo mio;
Degli astri il fido e solito
Ritrovo genial,

Stretti fra lor in teneri
Ed amorosi amplessi
Confusi in un sol fulgido
Raggio i rai istessi,
Nuova una luce piovano
Splendente di pallor.

Pura scherzando l'aura
Infra odorosi fiori,
Lieve cullando i calici
Dai varii colori,
E gli aromati cespiti,
Ed i frondosi albor,

Soave olezzo a spandere
Intorno ognor veniva;
Quando la vaga immagine
D'una celeste Diva
Assisa in trono splendido
Il guardo m'arrestò.

Mille vezzosi Cherubi
Con armoniosa cetra
Intorno ad Ella danzano
Di suoni empiendo l'etra,
E lieti in coro alternano
I cantici del Ciel.

Giù per i nitid'omeri
Pel sen le bionde chiome
Le discorrean in morbide
Anella d'oro come
Cirri di vite; vivido
Di luce un nimbo ancor,

Quale corona tremola
Le posa in capo e splende…
Ampia stellata clamide
Dai fianchi le discende…
Splendeva d'ineffabile
Beltade e di virtù.

Era quell'alma vergine
Il bel somiglio d'Eva
Pria che all'empie insidie
Del colubro cedeva,
Era la primigenia
Figliuola del Signor.

La vidi: arcano fremito
Le fibre mi commosse,
Il cor in dolci palpiti
Ignoti ancor si scosse,
Qual chi dubbioso e timido
Vuole ad un tempo e svuol,
La fiso; Ell'era l'anima
De' sogni miei d'amore,
Oh quante volte indomito
La desiava il core
E fra beltadi assiduo
Sempre cercarla invan.

Ma or ti raggiunsi, è l'esule
Che incontra un patrio volto,
La vita è un tristo esiglio
Per me, il gioir m'è tolto,
Tu sola l'aspro, indocile
Destin mi puoi cangiar.

Deh vieni! m'arde indomita
Sete di santo affetto,
Oh, come è dolce il piangere
In un amico petto,
Trovare chi le lagrime
Accolga del doler.

Ma se codesto gaudio
Mi fosse anch'ei conteso
Qual colpa allor se gravido
D'un non portabil peso
Lanciassi al Ciel quell'anima
Ch'esosa mi sorti?

Sotto la croce pallido
Pur Lui il Generoso
Ricadde, allor spontaneo
Un cireneo pietoso
Braccio robusto e valido
Gli stese e l'ajutò.

Deh! sii tu pur del misero
Conforto, speme e vita,
Rispondi con un palpito
A chi ad amar t'invita,
Amor è Dio, oh credilo,
Dio non è che amor.

Ama e ti sgombra il trepido
Pensiero che ti fa incerta,
Sovvienti che sol genera
Virtudi e sempre merta
Stima un affetto nobile
Cresciuto in nobil cor.

In questo mentre un uomo uscendo dal più folto degli alberi si ferma a pochi passi da Erminia e la sorprende nell'atto che animata dall'entusiasmo d'un nobile sentimento ribaciava affettuosamente quei versi.

Allora Flavio—ch'era lui—non sa più contenersi, risospinto da una forza incognita ma potente si precipita ai piedi della fanciulla.

—Oh signora, esclamò, quei baci, rinnovate quei baci! Se sapeste qual balsamo salutare essi stendono sull'anima mia! Voi non disprezzate adunque cui ha osato innalzare lo sguardo infino a voi, chi ha osato parlarvi d'amore, anzi il mio affetto ha forse trovato un eco nel vostro cuore! Oh ditemelo signora, toglietemi, ve ne supplico da un dubbio che mi strazia, che mi avvelena la vita.

—Signore che mai dite, mormorava la giovinetta commossa, io non posso ascoltarvi, partite, le vostre parole…

—Ebbene le mie parole sgorgano da un cuore che per lungo tempo ho represso ma che ora mi si versa per la bocca. Dal primo dì ch'io v'incontrai non vidi più che voi sulla terra. Attaccato fin d'allora alla vostra esistenza non era più al mondo che là ove eravate, non pensava più a Dio che ove pregavate, vi cercava dappertutto, come la pianta il sole, come l'occhio la luce. Avrei voluto vincere questo amore ma quando mi avvinsero le sue catene, quand'io volli misurarlo avevo già sulla fronte la sua corona di fuoco, gli apparteneva per sempre. Oh sì, io vi amo signora, vi amo colla passione, coll'ardore che s'ama per la prima volta, vi amo come una cosa sacra, come si ama Iddio. Il mio affetto è puro, gli angeli stessi l'accoglierebbero con un sorriso. Deh, non siate crudele, dite una parola eppoi a voi dovrò più ancora che a Dio, poichè se Lui mi ha data la vita voi mi darete la felicità.

E compreso da potente emozione cogli occhi gonfi di lagrime guardava la fanciulla con uno sguardo lungo, tenero, appassionato.

Le calde parole dell'amante avvolsero in un nembo di dolci emozioni, di soave languidezza l'anima ardente di Erminia.

Fu sul punto di confessare tutta ingenuamente la sua passione, ma un segreto senso di pudore le arrestava la parola sulle labbra.

—Per pietà, non siamo soli, supplicò la giovinetta.

—Ma non sapete che negarmi il vostro amore vuol dire lasciarmi solo, derelitto in questo mondo, piombato nella più orribile disperazione? Non sapete che voi siete necessaria alla mia vita, che senza di voi spogliandomi d'un'esistenza penosa la lancerei di mia mano all'eternità?

—Flavio!

—Sì, bisognerebbe morire, perchè mi sentirei privo d'aria, di luce, di stelle, di cielo…

—Lasciatemi…

—Ma prima dite che mi amate… oh Erminia! non è vero che tu comprendi il fremito di quest'anima mia, che tu non sei senza pietà?

V'era tanta dolcezza in queste parole che la fanciulla ne fu conquisa; fermò lo sguardo in volto al giovane; l'entusiamo l'aveva fatto ineffabilmente bello.

Da' suoi occhi essa vi lesse nel cuore e lo trovò sincero, leale, generoso.

—Sì vi amo Flavio! gli rispose piangendo. Ma quelle lagrime le brillavano sul ciglio come la rugiada del mattino ai raggi del sole; più eloquenti d'un sorriso parlavano della gioja soave, santa, riconoscente ond'era compresa quell'angelica creatura.

—Sì vi amo, continuò, ma forse il mio amore è colpa.

—Amore è Dio, tel dissi Erminia, perchè Dio non è che amore.

—Amore è Dio, ma allorquando è da lui benedetto.

—Ebbene, divina fanciulla, in nome di quel sentimento che gemello nacque nei nostri cuori, davanti al cielo che sarà sempre testimone delle nostre azioni, giuro di farti mia e sposo fedele consacrare alla tua felicità l'intera mia esistenza.

—Oh, se questo è un sogno ch'io non possa destarmi più mai!

Ed i due amanti si strinsero in un casto amplesso.

Pochi momenti prima, allorquando Flavio trovò Erminia nel boschetto dei platani, veniva suonato alla porta d'ingresso del collegio.

Entrava un uomo vestito con quella ricercatezza che si veste il popolo nei giorni festivi.

Il suo volto era pallido e coperto d'una barba fatta grigia forse, più da una vita di fatiche e di privazioni che dagli anni; la fronte rugosa, lo sguardo severo.

Camminava con fatica ed appoggiato ad un bastone; pareva che avesse sofferto o che soffrisse tuttavia qualche malanno ad una gamba.

Chiese di parlare alla Direttrice del collegio e la trovò in un gabinetto attiguo al giardino.

—Ah, siete voi papà Gervaso, le disse la Direttrice in tuono cortese ed invitandolo a sedere; vi mandano certamente i genitori di Erminia per avere notizie della loro figliuola. È sempre la stessa quella cara creatura, è sempre la più buona, la più intelligente delle mie educande, è sempre la mia protetta.

—Signora, favellò papà Gervaso con qualche ruvidezza, mi dispiace il dirvi ch'io non sono per niente affatto del vostro parere; Erminia da un mese a questa parte si è di molto cambiata, ha perduto quella pace, quella giocondità d'animo che costituivano il suo bel carattere. Ci scrive certe lettere che fanno venire le lagrime agli occhi. Erminia non è più felice, soffre e gli è per domandarvene una spiegazione che son venuto da voi.

—V'assicuro ch'io so nulla di tutto questo, rispose la Direttrice sorpresa.

—Ah, voi sapete nulla, continuò Gervaso; ve lo dirò io il motivo: perchè quella povera fanciulla non ha la fortuna di essere nobile e ricca come tutte le sue compagne e voi la trascurate e per lei non avete cure. Ma non vi paghiamo forse puntualmente la sua pensione? Ed i nostri danari non valgono essi quanto quelli dei ricchi?

—Siate calmo, buon uomo ed ascoltatemi, disse la Direttrice coll'abituale sua dolcezza, ma il vecchio non lasciolla parlare e continuò:

—Voi non sapete che cosa sia quella fanciulla per sua madre, voi non avete figliuoli e non potete comprendere fin dove può arrivare l'affetto materno. La povera donna, vedete, non ha che un pensiero, sua figlia; che un desiderio, vederla felice. Si è fissata in capo di darle una splendida educazione, ed ecco perchè l'ha posta nel vostro collegio e per mantenervela Dio solo sa i sacrifici, le privazioni cui volentieri si sottomette. Ingannando quell'ottima madre sarebbe il più infame dei tradimenti.

—Ascoltatemi adunque, disse la Direttrice e questa volta con un moto d'impazienza. Allorquando cinque anni or sono la signora Paglini mi condusse qui Erminia perchè l'ammettessi nel novero delle mie educande, io le mostrai tutta l'inconvenienza d'un tal passo. Le dissi come in mezzo a nobili e ricche donzelle sua figlia non avrebbe potuto tenersi al coperto da certe umiliazioni; o che avvezzandola ad una vita comoda in eletta società un giorno forse avrebbe arrossito de' suoi poveri natali. La signora Paglini si mostrò ferma sempre nel suo proposito. Ma però, mi soggiunse, io non voglio che mia figlia venga umiliata dalle sue compagne, essa non deve soffrire nessun insulto, voi me ne sarete garante. Allora non v'ha che un mezzo, le risposi, quello di presentarla in Collegio sotto un falso titolo di nobiltà, ma guardate che in tal caso voi non potete più farvi vedere in questo luogo. Quella buona donna era pronta a qualunque sacrificio purchè potesse realizzare il suo desiderio. In quel giorno Erminia entrò nel mio collegio. Co' suoi talenti, col suo mite carattere si cattivò ben presto la mia affezione e la stima di tutte le sue compagne. Son cinque anni ch'ella è felice con me, ecco perchè mi meravigliano cotanto le vostre parole.

—Avete ragione signora, esclamò papà Gervaso dopo un istante di silenzio, voi foste per lei una seconda madre, perdonatemi, vi prego.

—Non ho nulla da perdonarvi buon uomo, piuttosto ditemi, siete ben sicuro d'un cambiamento nella fanciulla?

—Oh di questo non ci siamo ingannati, rispose il vecchio, io vi posso assicurare che qualche grave cura turba in questi giorni la pace di Erminia.

—Ebbene aspettate, io la farò venir qui e noi la interrogheremo insieme; è tanto sincero quell'angioletto che ci confiderà ogni cosa.

—In allora, soggiunse Gervaso, permettete ch'io la veda da solo, avrà forse più confidenza in me. Sono l'unico amico ch'ella possegga e che le parli di sua madre.

—Come volete; Erminia è in giardino, voi siete libero d'entrarvi e rimanere con lei sin che vi piace.

—Vi ringrazio.

E papà Gervaso sorretto dal suo bastone strascinando con fatica la gamba inferma percorreva i viali del giardino cercando collo sguardo.

Il caso volle che entrasse proprio nel boschetto dei platani, e che sorprendesse Flavio nell'atto di stringersi al seno l'amante.

Gervaso s'arrestò; un rossore d'indignazione colorì le sue pallide gote e non potè soffocare un grido di minaccia.

I due giovani lo scorsero e trasalirono.

—Voi, gridò Erminia, e cedendo ad un primo impeto di timore e di vergogna, fuggì attraverso le piante.

—Chi siete o signore, tuonò Gervaso fulminando Flavio con uno sguardo, che cosa fate in questo luogo, rispondete.

Flavio rimase in piedi muto, annichilito, tremante.

La voce vibrata del vecchio gli parlava al cuore coll'autorità quasi d'un padre; l'espressione severa di quei lineamenti gl'incuteva rispetto; si sentiva soggiogato, vinto, umiliato dalla presenza di quell'uomo.

—Siete un miserabile, gridò Gervaso afferrando Flavio per un braccio, voi stavate per sedurre una povera fanciulla, sola, senz'altra guida che un cuore ardente, che un'anima di fuoco; ma adesso son quà io e mi renderete ragione della pace che le avete tolta e fors'anco dell'onore…

—Oh, vi giuro che la rispetto quanto l'amo, proruppe Flavio.

—E che cosa speravate adunque da lei?

—Il suo cuore, null'altro che il suo cuore.

Vi era tanta verità in queste parole, che disarmarono alquanto la giusta collera di Gervaso. Continuò ciò non ostante con voce imperiosa.

—Ora ditemi chi siete e come vi trovate io questo collegio.

—Ma signore, potrei sapere almeno con quale diritto?…

—Questo non si chiama rispondere, disse il vecchio in tuono risoluto.

—Io non sono…. io non sono che… un semplice maestro di disegno…. balbettò Flavio con imbarazzo.

Gervaso lo fissò con uno sguardo lungo, penetrante, scrutatore; il giovane arrossì.

—Voi mentite, gridò il vecchio, e la menzogna vi tradisce.

—Vi prego….

—Mentite, ho detto, ed io non partirò di qui se prima non ho saputo da voi la verità.

—Ebbene, sì, vi dirò tutto, mormorò Flavio dopo un istante d'incertezza, è un segreto che a nessuno avrei confidato, ma che a voi, cosa volete, non posso tacere. Io non vi conosco, non mi ricordo d'avervi veduto mai, eppure è strano, con voi bisogna che parli come davanti a mio padre istesso.

Ed il giovinotto interrogava il volto alterato del vecchio, ricercando invano nella sua memoria.

—Or bene? esclamò Gervaso bruscamente.

—Ascoltate. Io non sono come v'ho detto maestro di disegno, ma bensì appartengo ad una delle primarie famiglie di Milano per nobiltà e censo.

Pareva che queste parole facessero un'impressione penosissima su
Gervaso, ma il giovane non s'accorse e continuò:

—Un giorno, era una domenica di primavera, uscii a cavallo, desioso di godere il bel spettacolo della natura risorta, e spingendomi fuori della città galoppai infino a Monza. Fu allora ch'io vidi per la prima volta Erminia; si recava al tempio con tutte le sue compagne di collegio. Quella bellezza d'angelo, quell'espressione di santa innocenza che come aureola celeste traspare da tutto il suo corpo, mi toccarono soavemente. Mio malgrado la seguii ed entrai con essa in chiesa. Leggeva in ginocchio un libriccino di preghiere seguendo divota la celebrazione della Messa. Il riconcentramento, la maestà del luogo, la santità del mistero me la fecero apparire più che umana, divina. Il fumo dell'incenso, le melodie dell'organo, i canti religiosi che accompagnavano la sacra cerimonia, innalzavano, è vero, il mio spirito al cielo, ma il cuore s'affezionava, si univa indissolubilmente alla vergine genuflessa. Io sortii dal tempio pazzamente innamorato. Ma come avvicinarla, mi dissi, senza incogliere nella scrupolosa sorveglianza che si esercita su quelle fanciulle e comprometterla? Pensai allora di farmi accettare in collegio come maestro di disegno sotto il semplice nome di Flavio, e riuscii. Perdonate, ma i miei sentimenti erano puri, innocenti; volevo meritarmi il suo cuore per farla mia sposa.

—Ma conoscete, disgraziato, la sua famiglia?

—Non ancora, ma la nobiltà non è forse scolpita nel suo volto, nelle sue parole, in ogni suo gesto?

Gervaso parve riflettere; non potè a meno in cuor suo d'ammirare la purezza e la poesia di quel sentimento; indi, rialzato il volto venerando, con voce vibrata ad un tempo ed affettuosa disse:

—Giovinotto, voi lascerete immediatamente questo collegio, e non penserete più ad Erminia.

Flavio fece un atto di dolorosa sorpresa.

—Fate a mio modo, continuò il vecchio, ascoltate un consiglio suggerito dall'esperienza e dal cuore; voi non potete comprendere le amare delusioni cui andate incontro persistendo nel vostro amore ed i dolori che preparate a quella fanciulla. Vi dirò solo che non potrete mai domandare la sua mano.

In questo punto entrava nel boschetto la Direttrice del Collegio.

—Veniva in traccia di voi, signor Flavio, disse la Direttrice colla solita sua gentilezza; le mie signorine v'aspettano coi disegni, ansiose d'avere le vostre correzioni; fatemi adunque il favore a recarvi da loro; avrete certamente di che divertirvi.

—Gli è che il signor Flavio, favellò Gervaso, bisogna che rinunci da questo momento al suo impiego di maestro.

Flavio impallidì.

—Oh! e perchè mai? chiese meravigliata la Direttrice.

—Perchè, rispose Gervaso fissando severamente in volto il sedicente maestro, perchè egli non può fermarsi un minuto di più in questo Collegio.

—Ma davvero, signor Flavio, che ciò mi sorprende. E non potrei conoscere il motivo di tale improvvisa risoluzione?

—Scusate ma per ora non lo potete, rispose Gervaso.

—Almeno ditemi se involontariamente io ne fui la cagione…

—In quanto a questo state certa che il signor Flavio non ha ricevuto da voi che squisiti trattamenti. Anzi col mio mezzo ve ne fa i più sinceri ringraziamenti e vi prega ancora a perdonargli se è costretto a partire all'istante.

Gervaso calcolò su quest'ultima parola.

Flavio sbalordito rimaneva in piedi senza poter profferire una sillaba; si trattava d'abbandonare e forse per sempre la giovinetta ch'egli amava con verace passione e tale pensiero gli stringeva il cuore in una cerchia di ferro.

Indeciso non sapeva appigliarsi a nessun partito onde l'inesorabile vecchio cogliendo il destro gli sussurrò all'orecchio:

—Se non partite io svelo tutto e sarete scacciato.

Queste parole scossero il povero innamorato che guardò Gervaso come chi implora una grazia.

—Almeno ditemi voi se questo vostro proposito sia irrevocabile, disse la Direttrice interrogando Flavio.

—Lo è pur troppo signora, rispose questi facendo un immenso sforzo su sè stesso, bisogna che mi rechi in giornata da' miei parenti.

—In allora, esclamò la Direttrice con voce che pareva commossa, quantunque a malincuore, lo confesso, vi lascio libero della vostra volontà.

Flavio partì colla disperazione nell'anima.

—Ed ora a noi, o signora, proruppe Gervaso assumendosi un'aria severissima sapete chi sia quel giovinetto che da un mese ricoverate in Collegio ed al quale avete commessa l'istruzione delle vostre educande? Sapete qual'era il suo scopo in questa casa? Dite, povera illusa!…

—Mio Dio spiegatevi, le vostre parole mi spaventano.

—Nell'età in cui le passioni sono un torrente che non conosce argini che tutto trascina nel rapido suo corso, quel giovine vide una fanciulla bella come un angelo ed alle vostre cure affidata perchè lontana dal mondo crescesse pura, intemerata, nelle pratiche della virtù. Egli se ne invaghì; ardente giura di palesarle il suo cuore alla fanciulla, ma come riuscirvi? ella è rinchiusa nel vostro collegio. Non si perde d'animo; essendo ricco e nobile mette in opera tutto il suo ascendente e riesce a farsi accogliere da voi in qualità di maestro di disegno. Allora vedeva la fanciulla, s'intratteneva seco lei in amorosi colloqui e voi ignoravate tutto. Sapete signora chi era la povera inesperta che colla fiducia della vergine apriva il suo cuore alla seduzione? Era Erminia, la mia povera Erminia. Ecco s'io non aveva il diritto di domandarvi conto della sua felicità perduta.

—Possibile! esclamò la Direttrice; e quell'ottima donna ne fu tanto dolorosamente colpita che priva di sensi sarebbe caduta se papà Gervaso non s'affrettava a sorreggerla nelle sue braccia.—Ingannata, ingannata in un modo così indegno, ripeteva colle lagrime agli occhi, lasciar sedurre un angelo nella mia casa istessa e non accorgermi di nulla. Oh le infami seduzioni del mondo… oh il mio onore perduto.

—Voi con potete comprendere, disse Gervaso, le traccie indelebili che lasciano le passioni in quel cuore ardente. Essa ama quell'uomo e lui è ricco, è nobile capite, non potrà mai farla sua. Erminia io la conosco, soccombe ma non dimentica…

—Oh perdono, perdono, supplicava la Direttrice, la mia colpa fu una troppo cieca fiducia nella lealtà degli uomini… povera Erminia.

—Lascerà oggi stesso il collegio, io la restituirò a sua madre.

—Ma le tacete per carità questo orribile avvenimento, sarebbe troppo dolore per quell'ottima donna.

—Ella non saprà nulla, disse Gervaso minaccioso, ma il mondo deve conoscere in qual modo corrispondete alla fiducia che si ripone in voi, deve conoscere che cosa fate di quelle innocenti che vengono alle vostre cure, al vostro onore confidate.

—Oh no, fui vittima anch'io d'una inaudita perfidia; non crollate con uno scandalo quell'edificio di stima che mi costò così tante fatiche. Non sapete che cosa sia la riputazione per una donna! Eppoi palesando la mia inavvedutezza voi autorizzate la maldicenza a fabbricare sul conto di Erminia chissà quale trama di false supposizioni…

—È vero, è vero, mormorava il vecchio soprafatto dall'angoscioso pensiero; ed ora dov'è dessa?

—L'ho lasciata nel mio gabinetto, era pallida e piangente.

—Povero angelo!

Mezz'ora dopo papà Gervaso ed Erminia muti e tristi percorrevano in vettura la strada che da Monza conduce a Milano.