CAPITOLO VIII.

Quando sincero-nasce in un core
Ne ottien l'impero-mai più non muore
Quel primo affetto che si provò.
METASTASIO.

Immaginatevi la sorpresa e la gioja dei conjugi Paglini allorquando poterono abbracciare la loro cara figliuola.

I parenti d'Erminia erano portinaj di quella casa sul corso di Porta Nuova nella quale abbiamo fatto conoscenza diciott'anni or sono della biondina e del vecchio suo padre.

I Paglini un po' colle risorse del loro impiego, un po' col lavoro e coi frutti pure d'un capitaletto ch'erano riusciti mettersi in serbo godevano d'una vita tranquilla e comoda.

Bastiano, il capo di famiglia, esercitava la professione di calzolajo.

Chi l'avesse veduto al suo banchetto, la testa coperto d'un berretto ad ala tesa, gli occhiali sul naso, le guancie paffute e rase e l'ampio grembiale girargli attorno al suo grosso corpo, l'avrebbe creduto il vero tipo dei Pipélés.

D'indole semplice ed ingenua aveva un cuore eccellente; era sempre contento di tutto e di tutti e non voleva aver brighe con nessuno, nè cure, nè pensieri.

Gli è per questo che trovando troppo pesante per lui l'amministrazione domestica l'aveva ceduta alla moglie alla quale lasciava ampia libertà d'azione, purchè gli permettesse passare in santa pace la domenica ed il lunedì d'ogni settimana nella vicina osteria e non lo sgridasse allorquando alzato un po' il gomito ritornava a casa col naso rosso e le ginocchia malferme.

Maddalena la sua consorte era una bella donna in sui trentacinque anni.

I capelli d'un colore castano chiaro mostravano d'essere stati qualche anno addietro d'un biondo purissimo; gli occhi azzurri avevano uno sguardo intelligente; vestiva con semplicità, buon gusto e pulitezza.

Schietta, franca, leale, Maddalena non aveva riguardi per nessuno, diceva a tutti ciò che doveva dire come colei cui la pazienza non fosse la virtù principale.

Amava suo marito quantunque sovente lo rampognasse per inezie, ma il buon Bastiano chiudeva un occhio sul di lei carattere, poichè sapeva di possedere ad onta di ciò un tesoro di moglie ed un'ottima massaja.

Infatti ell'era attiva, economa, antiveggente.

La casa ov'erano allogati i Paglini apparteneva in allora al conte
C*** che la occupava da solo.

Misantropo di natura egli menava una vita ritiratissima, non aveva amici e non sortiva mai.

La sua servitù si componeva soltanto d'una cameriera e d'un servo ch'era nello stesso tempo maggiordomo e segretario; come si vede i portinaj non dovevano aver molti disturbi.

Una volta un uomo era entrato dai conjugi Paglini; era vecchio e povero.

Strascinava a stento una gamba inferma ed i suoi lineamenti apparivano alterati dalla malattia e dal cordoglio.

Stese dubbioso la mano e domandò l'elemosina; Maddalena lo vide arrossire e nascondersi il volto nelle pieghe dell'abito.

Si sentì commossa la buona donna e cavando da tasca una moneta.

—Tenete, disse al mendicante, voi non siete nato per chieder l'elemosina, certamente la vostra gamba inferma e fors'anco qualch'altra malattia vi hanno reso impotente al lavoro o vi spingono ad un passo del quale voi pure arrossite.

—Pur troppo gli è come dite, esclamò il vecchio con un sospiro; ed il suo sguardo si fermò sulla portinaja con un'espressione di sincera riconoscenza.

—Povero uomo, vi compiango!

—Che Iddio vi benedica, voi che avete una parola di compassione per l'infelice!

La sua voce era piena di religiosa riconoscenza.

—Così fossi ricca e potessi fare di più, ripigliò Maddalena, ma anch'io ho una figlia e bisogna che pensi al suo avvenire.

—Oh voi avete una famiglia! sospirò il mendicante, a voi sorridono le dolci speranze dei figli! io, vedete, sono solo.

—Senza parenti, senza amici?

—Nessuno. Oh, se sapeste com'è amaro l'isolamento della miseria! E dover questuare una vita che si abbandonerebbe tanto volentieri!

—Mi fate pietà.

E la degna portinaja si terse col palmo della mano una lagrima che le scorreva giù per le guancie; Bastiano che dal suo banchetto aveva ascoltato in silenzio quelle parole si sentì pur lui profondamente commosso.

—Ebbene, saltò su Maddalena collo slancio del cuore rivolgendosi al poverello, voi non siete poi vecchio decrepito, avete una gamba inferma, è vero, ma con un po' di cura si potrà risanarla. Se voi adunque vi sentite ancora in grado di far qualche cosa, di guadagnarvi insomma co' vostri servigi onestamente la vita, io vi accolgo qui in casa mia; vi troverete una famiglia. Siamo noi due solamente, io e mio marito, abbiamo ancora una figliuola ma si trova in collegio e non sortirà tanto presto. Voi non farete altro che vegliare alla pulizia del palazzo cui il padrone n'è assai critico e se vi avanza tempo darci una mano nel disbrigare le nostre faccenduole domestiche. Via, se siete contento avrete in iscambio alloggio, vitto e tutto quello che vi abbisogna; nevvero Bastiano, che ne dici?

—Approvato; esclamò il Pipélé colla sua solita bonomia. Già è molto tempo che noi sentivamo il bisogno d'un altro paja di braccia, che io non sono S. Antonio io, non posso essere contemporaneamente in corte colla scopa in mano e qui al banchetto tirando lo spago. Se non altro avremo un supplente da lasciare alla porta quando mi terrai compagnia all'Aquila, eh! eh!… Se lui ci sta meglio lui d'un altro, ha tanto l'aria da galantuomo!

Pensate con quale riconoscenza accogliesse il mendicante la fattale proposta.

Da quel giorno papà Gervaso—ch'era lui—fece parte di quell'onesta famigliuola.

Erminia allora era a Monza in collegio; suo padre si recava sovente a prenderne notizie e passava pel di lei servo in faccia alle signorine dello stabilimento.

Fosse effetto d'una viziata costituzione, oppure conseguenza del mestiere, Bastiano amava molto la vita sedentaria, era nemicissimo del moto, s'immagini la fatica della povera moglie ogniqualvolta voleva mandarlo a Monza.

Non ch'egli non amasse la figliuola, ma forse un tantino egoista mal sapeva sacrificarle il suo privato benessere.

Accolto poi in famiglia papà Gervaso, Bastiano credette che potesse supplirlo in quelle gite per lui tanto moleste.

La portinaja in sulle prime diè nelle furie, ma poscia dovette rassegnata valersi dell'opera del vecchio, che docile e paziente faceva di tutto per rendersi degno delle cure veramente affettuose cui si vedeva fatto oggetto dagli ottimi Paglini.

Gervaso si guadagnò in poco tempo la confidenza e la simpatia di
Erminia.

Egli l'amava quella fanciulla d'amor paterno ed il bacio che la giovane educanda stampava sulle sue gote aggrinzite gli facevano dimenticare quei dolori, quei tristi ricordi che gli si potevano scorgere attraverso le rughe della fronte, nell'espressione austera de' suoi lineamenti.

Erminia un giorno gli confessava con amabile ingenuità che dopo i parenti e la Direttrice del collegio egli era la persona che più amasse in questo mondo.

Un fascino ignoto legava con vincoli d'affetto quelle due creature.

Erano circa tre anni che Gervaso si trovava presso i Paglini allorquando gli ricondusse a casa la figliuola.

Gervaso tacque a quella buona gente la vera ragione che l'indusse a tal passo; allegò solo a sua giustificazione l'antipatia che Erminia nutriva pel collegio, il raffreddamento di quei riguardi che le si usavano una volta, e quanto fosse stato immenso in lei il desiderio di ritornare vicino a' suoi cari parenti.

Fu più che bisognasse per avere la piena approvazione di Maddalena.

La povera donna fuor di sè dalla gioja in rivedendo sua figlia voleva soffocarla in amorosi amplessi, la copriva di baci, di carezze, le rivolgeva infinite domande senza neppur aspettarne la risposta, piangeva, rideva… sua figlia era tutto per lei.

Il calzolajo festeggiò quel giorno trincando all'Aquila ancora più del consueto.

Erminia venne condotta nella cameretta che sua madre ebbe la cura di prendere in affitto nella casa stessa e di ammobigliarla con molta proprietà.

Eravi una libreria che Maddalena aveva fornita d'ottimi libri fattisi indicare dalla stessa Direttrice del collegio, ed un pianoforte con buon corredo di scelta musica.

Voleva che sua figlia ritornata presso di sè non mancasse di quei comodi che aveva sempre goduti in pensione.

—Non sarà forse elegante la tua stanzetta come quella che hai finora abitata, le diceva amorosamente, ma qui ci sarò io a prevenire ogni tuo desiderio, a farti bella la vita colle mie premure, col mio amore. Povera bambina! e perchè non iscrivermi che ti era venuto in uggia il collegio, che volevi ritornare a casa tua? Oh io mi sono accorta subito della malinconia che ti struggeva, le tue lettere non erano più quelle d'una volta non avevi più per me quelle tenere espressioni che mi facevano pur tanto contenta. Tuo padre mi replicava di non badarci. Sarà qualche contrarietà, qualche freddura fra loro compagne, diceva lui; ma io non era quieta io, il cuore mi aveva convinta che tu soffrivi. Gli è per questo che una mattina mi son messo l'abito della domenica risoluta di venirti a vedere e parlarti; e se non c'era papà Gervaso ci veniva veh! Cosa vuoi, ha incominciato a dirmi che aveva fatto promessa di non porre piede in quel collegio, che l'avrei umiliata in faccia a tutte palesandoti figlia d'una povera donna… e mi sono rassegnata a lasciarlo partir lui. Che bravo Gervaso se ha fatto bene a ricondurti a casa; Oramai ti sei fatta grande, sei bella, ben educata, dunque è tempo che tu entri nel mondo. E qui sarai felice, lo devi essere, vedrai, vedrai la mia Erminia; andremo al corso, al teatro, tutto quello che ti piacerà… basta che tu ami la povera mamma!

—Ma come non amarti, rispondeva commossa la giovinetta, tu così buona, così amorosa!

E gettatesi contemporaneamente le braccia al collo madre e figlia, strette in un tenero amplesso piangevano insieme lacrime di tenerezza.

La madre! Oh i dolci ricordi che questo nome onninamente caro ci evoca nel nostro cuore!

Se noi riandiamo colla mente i begli anni della infanzia noi la vediamo ancora la madre china sulla nostra culla compiacersi del suo gentile portato, sorriderci l'ineffabile sorriso dell'amore.

Noi la vediamo, lieve cullandoci sulle ginocchia guidare le nostre manine al cielo, farcì conoscere Dio col mostrare le stupende sue opere e fra le carezze e i baci, insegnarci a balbettare quel nome che la empie di santa letizia,—mamma.

Chi non si sovviene le lagrime piante sul di lei seno, perchè tutti devono piangere quaggiù, i suoi amorevoli conforti e l'indulgenza, forse soverchia, nel perdonarci i primi falli e i germi d'una religiosa morale provvidamente sviluppati nei giovani nostri cuori?

Chi ha dimenticati i sacrifici durati, forse gli stenti patiti per porci all'elevatezza dei tempi con una completa istruzione, con una educazione completa?

E persino fatti adulti, quantunque la maligna nostra natura spesse fiate ci fe' ingrati ai tanti benefici, che la costringemmo nel segreto della notte versare lagrime amare sui tralignamenti nostri, quante volte non ci siamo destati sotto l'impressione soave de' suoi baci, quante volte ancora chiamati nelle sue braccia gustammo le sublimi dolcezze d'un amore divino.

Oh, solamente colui che non ha avuto una madre o che l'ha perduta troppo bambino può dire d'essere passato solitario nel monito come in un immenso deserto, può dire di non aver vissuto nè amato, gli altri tutti amarono e vissero, travidero dalla terra attraverso le azzurre pupille della madre gli azzurri infiniti del cielo.

Non è l'amante che divinizza la donna.

Allorquando nell'età degli amori incontriamo nella fanciulla raggiante di giovinezza, di virtù, d'innocenza, l'incarnazione dei nostri sogni, in allora ella ci sembra l'opera più bella di Dio, è quale aveva nella sua mente divina ideata la creatura pria che una colpa senza perdono la diseredasse dal paradiso terrestre.

Un fascino irresistibile esercita in allora la donna sul nostro cuore, e amiamo.

Ma col tempo, o lo splendore della bellezza si offusca, o la virtù dei nostri occhi decresce, avvegnachè possiamo guardarla senza che l'anima dentro ci tremi.

La madre invece è sempre una santa.

La felicità che Maddalena prometteva a sua figlia non poteva più sorridere alla povera giovinetta.

Sebbene Erminia tentasse ogni sforzo per stendere un velo sul suo passato e rincominciare una vita novella tutta pace e tranquillità presso i suoi parenti non lo poteva suo malgrado.

Le cure più affettuose che può prodigare un'affettuosissima madre non valevano a riempirle quel vuoto che l'abbandono di Flavio aveva lasciato nel suo cuore.

Erminia amava come poche sanno amare quaggiù; amava per la prima volta, ed un primo amore si può talvolta soffocare, non mai ispegnere.

Flavio le si era presentato povero, infelice, bello di volto, d'ingegno, di anima, e le aveva chiesto il di lei affetto.

La sincerità del giovane amante era manifestata dalle lagrime che bagnavano i suoi occhi, dall'espressione di soave mestizia de' suoi lineamenti, Erminia credette e fidente s'abbandonò agl'impulsi del cuore.

I due amanti si credevano destinati a percorrere insieme e felici l'increscioso cammino della vita, allorquando papà Gervaso venne a porsi fra loro.

Erminia nudriva verso Flavio troppa stima perchè potesse crederlo capace d'una bassezza; aveva avuto da lui troppo grandi prove d'amor puro, disinteressato, santo, per contaminare la sua memoria coll'ombra d'un sospetto.

Il dubbio però insinuandosi talvolta qual serpe velenosa nelle sue care rimembranze riusciva a porla per un istante in una dolorosa perplessità; allora piangeva amare lagrime… ma Flavio finiva sempre per riapparirle col suo sguardo soave, col suo dolce sorriso, ed anch'essa sorrideva e mormorava asciugandosi gli occhi: No, non m'ingannava.

Concentrata così nel suo amore, traeva una vita mestissima; non usciva mai dalla sua cameretta, i libri erano il suo passatempo, il pianoforte l'unico di lei amico.

Oh, com'era bella allorquando infiammata dal fuoco sacro dell'inspirazione, lo sguardo melanconico rivolto al cielo, la lesta leggermente inchinata sulla spalla, scorreva l'agili dita sull'eburnea tastiera.

Quanta poesia in quei suoni, come nella loro mesta espressione armonizzavano perfettamente colla tristezza del di lei cuore!

Papà Gervaso era il solo che comprendesse il dolore della povera Erminia e cercava consolarla; ma v'hanno tali angoscie che domandano solo una muta compassione.

—Voi l'amate ancora, prorompeva il buon vecchio stringendosi al seno la giovinetta; ed egli non è degno di voi! Pensate piuttosto a vostra madre, essa ignora tutto, sa soltanto che voi non siete felice, e ne soffre l'ottima donna!

—Oh, madre mia! esclamava la fanciulla colle lagrime agli occhi. E dopo un istante di silenzio continuava rivolgendosi al vecchio:

—Gli è perchè voi non sapete cosa sia sentirsi attratta incessantemente da una persona, amarla con tutta la forza d'un cuore ardente, con tutto l'entusiasmo della passione, amarla d'amore santo, ma immenso, ma indomito, ma irresistibile; sognare la felicità d'un'esistenza a lui consacrata, sognare l'unione di due cuori, di due anime, e vagheggiarla per lungo tempo questa felicità e compiacersene e crederla vicina, per dover rinunciare a tutto perchè non fu che illusione…. Oh, questo è troppo gran dolore!

—L'infame v'ingannava!

—Se vi ha un infame, gridava la giovinetta trasportata dall'esaltazione, voi lo foste che mi avete crudelmente strappata dal suo petto, voi che accecato forse da false apparenze l'avete umiliato, avvilito, scacciato…. egli era innocente!

—Mentiva.

—No, che non si mente un affetto allorquando lo si esprime come lui! Oh, voglia il cielo ch'io non abbia un giorno a maledire quei diritti che fatalmente vi siete arrogati sulla mia esistenza.

—Erminia, figlia mia!

E la misera giovinetta, rientrata in sè stessa dalla voce soave del buon vecchio, coprendosi il volto colle mani, si gettava sul suo letticciuolo rompendo in singhiozzi.

Gervaso era oppresso dall'angoscia.

Un giorno i coniugi Paglini stavano soli nel loro camerino.

Bastiano lavorava al banchetto, e Maddalena in un canto rattoppava le sgualciture d'una sottana.

Il volto della povera donna pallido più del consueto era di molto dimagrato; gli occhi rossi circondati da un'aureola turchiniccia dimostravano d'aver sparse molte lagrime.

Di tanto in tanto sospendendo il lavoro stava lungamente immobile, collo sguardo fisso, la bocca semiaperta, quale un'infelice cui avesse smarrita la ragione; fintantochè richiamata ai sensi da un singhiozzo che suo malgrado le prorompeva dal petto ritornava mesta al suo lavoro.

Bastiano osservava la moglie colla coda dell'occhio e come colui ch'era di cuore sensibilissimo si cuoceva internamente.

Ed il povero uomo provava la sua commozione in mille maniere; ora dando rabbiosi strappi allo spago più d'una volta spezzandolo a grave scapito della ciabatta; ora dando furiosamente del martello in sulla suola battendosi tal fiata il ginocchio e mordendosi poscia le labbra per vincerne lo spasimo; ora rimescolando i ferri sul suo banchetto a guisa di chi cerca qualcosa e sbuffando e bestemmiando per non trovare quello che neppur lui sapeva di cercare.

Il buon calzolajo era fuori di sè; fissò un'altra volta sua moglie e vedendola sempre pallida, smarrita, sofferente si alzò; stette un'istante dubbioso, incerto, indi si portò al di lei fianco.

—Insomma Maddalena è ora di finirla, proruppe con voce soffocata; credi forse ch'io possa permettere che tu ti affligga così, che ti rovini la salute con quella malinconia, con quel pensarci sempre? E per che cosa infine? Per delle idee che ti sei fitta in capo, per delle supposizioni che magari sono le mille miglia lontane del vero. Uh, se potevo indovinare che quella benedetta figliuola t'avrebbe dato tanti fastidi non l'avrei lasciata ritornare dal collegio, no veh!… Tu credi sempre ch'ella soffra, che non sia felice qui in casa nostra; forse perchè non la vedi allegra, burlona come siamo noi? Che diavolo! non tutti poi sono fatti ad uno stampo. Ella ha studiato e quando uno ha avuto dell'educazione diventa serio, meditabondo e preferisce passare il tempo co' suoi libri che colla gente. Eppoi non te l'ha detto ella stessa di non badarci ch'è suo carattere, che del resto è contenta, soddisfatissima di noi e di tutti? Sfido io a non esserlo; la lasciamo mancare di qualche cosa? non la trattiamo come una regina? Si sa già, assuefatta in collegio adesso si deve trovare un po' giù d'orizzonte, un po' perduta, ma non la è poi roba da prendersi così sul serio. Vedrai che la si avvezzerà…

—Erminia ha qualche cura segreta, esclamava la portinaja, qualche cosa che le turba la pace del cuore, che le allontana il sonno, che le consuma lentamente la vita. Guarda come si è fatta brutta in questi giorni, com'è impallidita! È un male che ha portato dal collegio, è la continuazione di quella malinconia sulla cui causa noi ci siamo tutti ingannati.

—Ma che malinconia, è suo carattere!

—Non si cangia di carattere da un momento all'altro; un giorno ell'era ben diversa da quella d'oggidì. Eppoi non l'ho sorpresa io forse più d'una volta a piangere?… Oh tu non l'ami, tu non puoi amarla come me, gli è per questo che non sai comprenderla.

—Senti Lena, mi fai torto parlare così, diceva Bastiano in tuono di dolce rimprovero, io credo di non avertene mai dato il diritto.

—È vero, è vero, oh mio Dio, divento anche ingiusta.

—Io l'amo quanto te quel caro angelo.

—Lo credo buon Bastiano.

—Ma d'un amore un po' diverso dal tuo, perchè invece di consumarmi come fai tu in un pianto sterile e inutile ho pensato al modo di guarirla dalla sua tristezza… sì, ho pensato e credo anche d'aver trovato.

—Dunque capisci ch'ella soffre!

—Cioè… ho capito che ha qualche inezia pel capo…

—Ah!

—Ma difetto di carattere, preoccupazioni giovanili te lo ripeto, che non meritano la pena di occuparsene, tuttavia ho voluto trovarci il rimedio, Lena mia.

La povera madre scosse il capo in segno di dubbio.

—Oh io conosco abbastanza voialtre donne, proseguì Bastiano con aria di mistero, per sapere cosa vi frulla pel capo all'età di Erminia.

—Ebbene parla.

—Sì parlerò, Lenuccia mia, ma prima asciugati gli occhi, non voglio vederti più a piangere. Guarda, sei invecchiata più di vent'anni in questi pochi giorni, tu che non faccio per dire, ma eri ancora una bella donnina… Fatti un po' in là, voglio sedermi qui, accanto a te, colle mie mani nelle tue, così… così… proprio come nei primi giorni del nostro matrimonio. Oh brava, sorridi pure, tu mi levi una macina dello stomaco.

E Bastiano emetteva un sospirone luogo e rumoroso.

—Senti adunque, continuava il Pipélé accarezzando le mani di sua moglie, tu sai bene che Erminia oramai ha diciott'anni, è proprio nel fiore della sua gioventù; è nostra figlia e quindi è robusta, ardente, perchè tale il ceppo, tali i rami, dice il proverbio. Dunque una fanciulla della sua età, della sua condizione… fisica deve sentire certi bisogni, provare certi desideri… non so se mi capisci moglie mia; insomma voglio dire che il suo cuore abbisogna di un affetto diverso dal nostro, di cure, di premure che solo può prodigare un buon marito. Oh sì senti, scommetto cento contro uno che il matrimonio è l'unica medicina che può guarirla, medicina che ha già fatte felicemente le sue prove in molte altre fanciulle malate. Troviamole uno sposo che le voglia bene, che la renda felice quanto meriti, quella povera tosa e vedrai che le ritorneranno le rose sul volto e ridiverrà vispa, festosa, sorridente come lo fu sempre.

—Tu credi adunque?… domandò Maddalena quasi convinta guardando suo marito con interesse.

—Io credo d'aver trovato il tocca e sana, rispose il Pipélé incoraggiato.

—Un marito, un marito si fa presto a dirlo ma…

—Ma che cosa se l'ho diggià!

—Chi?

—Il marito.

—Davvero?

—Sicuro; e che bel giovinotto, educato, elegante e non tutto fumo, sai? insomma ce l'han fatto apposta per Erminia.

—E credi tu che possano andar daccordo?

—Altro che; di lui non dubito punto, perchè nostra figlia, ohe! è un bocconcino da principe; e in quanto a lei appena che lo vedrà e che lo sentirà, che parla poi come un libro stampato, sono certo di vederci girare la testolina.

—Proveremo anche questa; già una volta o l'altra bisogna bene che la mariti la mia Erminia, dunque…

—Dunque tanto vale che lo facciamo subito, è quello che ho pensato anch'io.

—Ma non m'hai ancor detto chi sia?

—Lo sposo?

—Sì!

—Non l'indovini? Eppure lo conosci meglio di me.

—Veramente non saprei…

—È Nicodemo, il maggiordomo del nostro signor padrone che quando saprà quello che noi abbiamo combinato deve saltare come un matto dalla gioja.

—Nicodemo? proruppe la portinaja gratamente sorpresa.

—Già lui, che ne dici eh?

—To', sono contenta, bravo Bastiano mio, questa volta hai avuto del giudizio. Nicodemo è un buonissimo partito per nostra figlia, è un giovane dabbene, che ha qualche cosa ed un buon impiego,—maggiordomo del signor padrone!… eppoi praticando sempre coi signori ha imparato quell'aria elegante, civile, che deve molto piacere ad Erminia educata in collegio. Bravo Bastiano, quà la mano!

—Ma che mano, ti do un bacio io, prendi…

E il calzolajo scoccava un bacio sonoro sulle guancie di sua moglie.

—Brutto matto, se ci vedessero a far di queste cose, alla nostra età?

—Direbbero che noi siamo un'eccezione alla regola. Guarda son tanto contento d'essere riuscito a farti ridere che me ne farei un altro a me di bacio, se colle labbra potessi toccarmi le gote.

—Ora capisco che aveva torlo di rattristarmi in quel modo, le mie lagrime non potevano farla lieta al certo.

—Diavolo! bisognava indovinarla come ho fatto io giacchè vuol far la segreta!… Eh, ti pare, quando mi ci metto!…

E scherzando Bastiano puntava l'indice sulla fronte.

—Hai un cuore d'oro, ecco quello che ti dirò sempre, soggiungeva
Maddalena guardando suo marito con affetto.

—Sì, ma senti Lena mia, affari di matrimonio bisogna combinarli il più presto possibile altrimenti, sai bene, se devono andar per le lunghe il più delle volte vanno a monte. Dunque io sarei di parere di parlarci subito a Nicodemo e così alla buona fra di noi mettere insieme la bisogna. Che te ne pare?

—Sicuro, sarebbe ben fatto.

—Alla buon'ora. Dimmi adunque, Nicodemo è in casa? lo chiamo subito io.

—È sortito stamane e non l'ho più veduto.

—So dove trovarlo; scommetto che è all'Aquila a sorbire il suo solito bicchiere. Vieni, ci andremo anche noi, all'osteria si combinano meglio i negozi.

—Ma ti pare Bastiano… all'osteria insieme… in giorno di lavoro.

—Che scrupoli d'egitto, sì all'osteria; e chi ci vuol proibire d'andarvi? Se beviamo pagheremo noi.

—Capisco, ma gli è che sono denari che si potrebbero risparmiare.

—Non mi far la spilorcia, quest'oggi dev'essere un giorno di festa, dobbiamo farla fuori.

—E alla porta chi ci starà?

—Ecco appunto Marta la cameriera del signor conte che scende le scale; vuoi che ci rifiuti di fermarsi qui un momento in vece nostra? Ehi Marta! signora Marta!

—Cosa volete? rispondeva una bella ragazzotta di vent'anni circa, entrando sorridente, fresca, snella, nello stanzino de' portinaj.

—Perdonate Martina, incominciava la Maddalena, ma venne tosto interrotta da suo marito che disse:

—Taci tu e lascia parlar a me che colla bella Martuccia vado sempre d'accordo.

Ed alzava le mani per pizzicarle le gote.

—Ohe, giù le mani, fece scherzando la cameriera, non vorrei ingelosire vostra moglie.

—Senti Lena, è tutto spirito la briccona!

—Con un po' di corpo; conchiudeva ridendo Marta. Ma infine poi si può sapere per qual ragione m'avete chiamata?

—Ecco quà, saltò su Bastiano, gli è che mia moglie ed io dobbiamo sortire un momento insieme; è una faccenda che sbrigheremo in poco tempo e volevamo pregar voi a fermarvi qui sino al nostro ritorno. Verrà magari nessuno, ma capirete per l'onore della casa bisogna che ci sia sempre qualcuno alla porta.

—Se avete tempo ci fareste proprio un favore, aggiungeva Maddalena.

—Ma altro che tempo, rispose Marta, di sopra non ho più nulla a fare e scendeva appunto per prendere una boccata d'aria. Fate pure le cose vostre con tutto comodo e senza pensieri, che son quà io.

—Brava la mia Martuccia!

E Bastiano dando braccio a sua moglie s'avviava alla vicina osteria in cerca di Nicodemo.

Nicodemo Panighetti ebbe i suoi natali nel paese di Magenta.

Egli è uno di quegli uomini che quantunque senza meriti, senza virtù straordinarie, col solo favore d'una fortuna mai sempre propizia si videro lanciati dall'umile tugurio in cui nacquero al ricco palazzo, dalla povertà all'agiatezza.

Nicodemo apparteneva ad una miserabile famiglia di contadini, quantunque egli si vanti l'ultimo rampollo d'illustre casato ridotto al nulla da funesti avvenimenti politici.

Giovinetto abbandonò il paese che lo vide nascere e sen venne a Milano in cerca d'una professione meno dura di quella che lo condannava a sudare sulla marra il pane quotidiano.

Venne ammesso in qualità di stalliere al servizio del conte C*** il padrone attuale dei Paglini, ove si mostrò, bisogna dirlo a sua lode, servo attivo, fedele ed affezionato.

Crescendo sempre più cogli anni nell'animo infermo del conte quell'avversione agli uomini che noi gli abbiamo già osservata, non volendo aver più nulla affatto di comune con loro, decise vendere cavalli e carrozze e vivere solo nella sua casa, concentrato in una bizzarra misantropia.

Nicodemo cessando la ragione del suo impiego doveva essere pur lui licenziato ma seppe così bene curvar la schiena che il conte se lo creò suo domestico.

Anche in questo nuovo impiego Nicodemo diede prove di buona volontà e d'un grande attaccamento al suo padrone, quantunque spessissimo la povertà dell'ingegno lo lasciasse imbarazzato, confuso nel disimpegno delle modeste incombenze.

Scorsero alcuni anni e moriva il vecchio maggiordomo e segretario del conte C***.

Nicodemo cui la fortuna s'era incaricata del suo avvenire venne pregato d'assumerne le poche mansioni ed eccolo divenuto in una volta domestico, segretario, maggiordomo, intascandosi regolarmente ogni mese il triplice suo assegno.

Pervenuto a codesta altezza ch'egli credeva enorme considerato il punto di partenza finì coll'attribuirsi tutta a sè stesso la rapidità della sua carriera; credette possedere meriti non comuni ed il buon uomo si stupiva di non essersene mai accorto.

Allora divenne un tantino superbo; sdegnava quasi di parlare co' suoi inferiori ed allorquando non poteva farne a meno adoperava frasi e maniere ch'egli credeva proprie alle persone d'alto affare.

Voleva darsi dell'importanza.

Camminava a tal uopo diritto nella persona, a passi gravi e misurati.

La natura per altro l'aveva dotato di buon cuore e d'una certa sensibilità; togliendo quel suo sciocco orgoglio, quella fatua ostentazione di serietà, quel suo frasario ridicolosamente ricercato, Nicodemo era l'uomo il più inoquo di questo mondo.

Erano pochi minuti che Marta si trovava nel camerino de' portinaj allorquando entrava Nicodemo.

—Buon giorno signor maggiordomo, saltò su la servetta col suo fare spigliato e non curante.

Il nostro personaggio s'inchinò maestosamente, indi fermato lo sguardo in volto alla bella giovinetta parve contemplarla con compiacenza.

Lo si capiva dalla sua bocca che dilatandosi a poco a poco si atteggiava ad un sorriso forse un po' sciocco.

La servetta non potè trattenere uno scoppio d'ilarità.

—Sempre di buon umore, eh! disse galantemente Nicodemo inchinandosi una seconda volta.

Poscia il maggiordomo aggrottando ad un tratto le sopracciglia soggiunse in tuono severo:

—Ma adesso che ci penso, dimmi un poco, come mai io ti trovo qui fungendo le funzioni di portinaja mentre il tuo posto dovrebbe essere disopra, presso l'illustrissimo signor conte? Mi vedrei io forse costretto con mio malanimo richiamarti al dovere, farti conoscere dico… le incombenze che gravitano ad una camerista saggia e devota?

—Oh la non s'inquieti signor maggiordomo, rispose Marta con un po' d'ironia, s'io mi fermo quì gli è col permesso del signor padrone.

—Ah, se la cosa è legale io non parlo più, disse Nicodemo cercando ancora colla bocca il suo primiero sorriso che gli riuscì questa volta un po' più malizioso.

—Ma sai dico… che se' bella Martina? Hai un visetto molto significante!

—Cosa vuol dire questo? domandò la servetta meravigliata.

—Vuol dire ch'io sento in me un ardentissimo desio di deporre per un istante l'autorità di tuo superiore per confavolare teco confidenzialmente, come si farebbe dico… fra pari e pari.

—Signor maggiordomo, io non capisco niente.

—Intendo; quei molti preti e pellegrini ond'io so condire il mio discorso proibiscono al tuo cervello grossolano ed incivilito di comprendermi. Ebbene mi farò più volgare.

—Sarà forse meglio signor maggiordomo.

—Dunque ascolti Marta?

—Sono tutta orecchi.

—Bisognerà dico… che impegni un tantino anche quell'altra parte del tuo corpo che i mortali chiamano cuore.

—Oh, oh, è una questione di cuore adunque che mi fa il signor maggiordomo, disse la servetta ridendo suo malgrado.

—Già è abbastanza seria perchè tu l'ascolti senza ridere.

—Ebbene non riderò.

—Sarà un po' difficile.

—Lo credo anch'io.

—Perchè voialtre donne creature aeree e fittizie ridereste vedendo il volo naturalissimo d'un moscerino nello spazio.

—Ma c'è un proverbio signor maggiordomo che lei nulla sua sapienza lo conoscerà: che il riso fa buon sangue e bel viso.

—E ce n'è un altro, cara Martina che tu nella tua inscienza ignorerai: Risum abondant dico… non mi ricordo più.. Risum abondant.

—Abbonda dove c'è dell'acqua il riso.

Nicodemo sbarrò tanto d'occhi in volto alla servetta che pareva prendersi giuoco un pochino del grave maggiordomo, indi proruppe:

—Sei una bestia, non è così. Risum abondant… ah, ecco qua, in hore stultorum. Hai capito?

—No.

—Fa niente. Dunque ritornando a bomba io diceva averti a fare rivelazioni di sommissima importanza unitamente a delle proposte che ti faranno molto onore.

—Sentiamo signor maggiordomo.

—Ecco; è dovere d'ogni mortale saggio e provvidente allorquando arriva ad un certo stadio della vita procrearsi una famiglia in seno alla quale passare tranquillo gli ultimi restanti della sua esistenza. Per avere questa famiglia è necessario prima di tutto cercarsi una moglie causa unica della propaginazione della nostra razza e questa moglie, è naturale, la si desidera d'una certa formosità dico… ed appariscenza. Ebbene io sono fra codesti mortali, cerco una campagna onde a lei accoppiarmi legittimamente e credo d'averla trovata. Sarò breve; senza perdere il tempo—che agli uomini come noi è molto prezioso—in corteggiamenti inutili, tutte frascherie ch'io lascio ai gingillini della giornata, io ti dico schietto e netto: Marta, vuoi tu divenire mia moglie? io ti faccio l'onore di sposarti.

Marta avrebbe voluto prender tutto in ischerzo ma poscia vedendo che la fisonomia del maggiordomo aveva l'aria di chi parla sul serio e che vuole, gli si risponde pure seriamente, mutò consiglio. Riflettè in cuor suo:

—Si tratta d'accasarmi ed il partito che mi si presenta non mi pare del tutto da disprezzarsi. Il signor Nicodemo ha un buon impiego, costumi irreprensibili; ha una figura è vero… ma è un uomo e gli uomini sono sempre belli. Chissà che non riesca anche ad amarlo!

La furba servetta nondimeno finse d'abbassare gli occhi modesta e con piglio vezzosamente imbarazzato rispose:

—La sua proposta mi onora al certo, ma mi riesce cotanto inaspettata… ch'io non saprei risponderle subito qui… sui due piedi…

Voleva farsi un po' preziosa.

L'ingenuo maggiordomo parve stupirsi ed aggiunse colla sua sciocca vanità.

—Io credeva che la mia domanda non dovesse lasciarti menomamente dubbiosa, ma poichè lo vuoi ti concederò il tempo di pensarci. Io già non sono nè un nobile, dico… nè una casa bancaria, ma posseggo qualche cosa al sole. Il mio morale lo sai è indiscutibile ed in quanto al fisico eccomi qua; il visibile lo puoi giudicar tu stessa e dell'invisibile te ne sono garante io. Ho trentacinque anni l'età propria pel connubio, è per questo che ho pensato a prender moglie. Ci eri tu e la figlia de' portinaj, belle egualmente, egualmente amabili e degne di me; chi mai trascegliere, diceva in cuor mio, sono due silfidi, questa casa è un vero sifilicomio… Ho pensato seriamente infine ho risolto di anteporti. Sì, ho voluto chiamar te a dividere meco la mia vita, i frutti del mio ingegno ed il mio nome. Ti chiamerai signora Panighetti e tutti si chineranno alla metà del maggiordomo segretario dell'illustrissimo signor conte C***, alla metà dell'ultimo rampollo d'un casato famoso, perchè la mia famiglia era illustre; disgrazievoli avvenimenti politici l'hanno depredata pur troppo, ma un tempo ell'era fra le più grandi di Magenta, che dico, della Lombardia, dell'Italia…

—Magenta ha detto? io lo conosco quel bel paese posto sulla strada di
Novara.

—Lo conosci? tanto meglio; ebbene io sono dell'orizzonte di
Magenta.

—Ella avrà certamente il castello de' suoi antenati, dei possedimenti…

—Non ho nulla, la politica si portò via tutto.

—Che peccato, mi piace così tanto la campagna!

—Cosa intendi dire Marta?

—Che ci avrei passato volentieri una parte dell'anno.

—In campagna?

—Già, con lei.

Nicodemo parve raccogliersi un istante e fare uno sforzo di riflessione, indi stralunando gli occhi e battendosi la fronte gridò:

—Ma sicuro che è così, oh non fallo io! Se tu, dico… pensi già al modo di vivere meco allorquando ti avrò solennemente impalmata è segno chiaroveggente che non hai nessuna difficoltà a darmi la tua annuenza, non è vero? Ma allora noi possiamo dire che tutto è concretato e sancito!

—No, non è così…. gli è che…. balbettava Marta arrossendo suo malgrado.

—Bene, bene, fanciulla mia, io non voglio sorprenderti, pensa pure con calma e vedrai che il vantaggio della nostra unione è tutto tuo, che tu non puoi pretendere di più.

La servetta fece un dispettuccio che sfuggì agli occhi del maggiordomo, e che si poteva tradurre così:

—Ih, quanta superbia! diventa mio marito, e te la farò dar giù io.

In questo punto si udì una lunga scampanellata che fece trasalire i nostri personaggi.

—È il signor conte che mi chiama, esclamò Marta.

—Accorri, accorri subito, disse il maggiordomo spaventato.

—E chi resterà a far la guardia alla porta?

—Ci resterò io.

—Lei?

—Sì, io, ma fa presto, che il signor conte non sappia che noi eravamo in discorsi confidenziali.

—Non dirò niente.

—Brava Martina.

—In quanto poi alla risposta….

—Sì, sì, hai tempo.

—No, gliela darò domani.

—Come vuoi.

E Marta, lanciata un'occhiatina amorosa al fidanzato, che lo fece andar in visibilio, ratta ascese lo scalone che doveva condurla negli appartamenti del conte.

Nicodemo, riavutosi dal turbamento che gli aveva cacciato addosso la improvvisa chiamata del padrone, s'accorse ch'era solo nello stanzino dei portinai.

Aggrottò le sopracciglia e riflettè:

—Diavolo, come ho fatto impegnarmi a restare in questo vil ricettacolo della bassa moltitudine. Se mi si vedesse supplire un portinaio sarei un uomo disonorato, perderei quel discendente ch'io esercito sugli altri, la mia posizione socialistica si vedrebbe compromessa…. ecco come si fa in frotta, dico…. a spregiudicarsi in un momento di debolezza; e tutto per quel diavoletto di Marta, che a dirla qui in confidenza mi ha fatto girare un poco il cervello. Adesso che ci penso, dicono che tante volte chi si lascia prendere dall'amore diventa sciocco; diavolo! con vorrei anch'io per niente affatto seguire codesta regola!… Oh, ma chi ha il mio ingegno non lo smarrisce tanto presto. Voglio prender moglie ed avere dei figli; i figli somigliano sempre al padre; dunque è mio dovere propagare una razza che deve essere il lustro del paese…. sarò il decroteur d'Italia.

Nicodemo aveva finito il suo monologo allorquando udì il rumore di alcuni passi sotto l'atrio della porta.

Il povero uomo fremette; egli stava per essere sorpreso in un luogo che avrebbe macchiata la sua riputazione.

Il rumore s'avvicina sempre più, la porta di strada s'apre ed entrano… i conjugi Paglini.

Emise un sospiro il maggiordomo e proruppe:

—Ah, meno male, siete voi.

—Guardalo qui quel caro signor maggiordomo, gridò Bastiano colla sua cordiale bonarietà; e noi lo credevamo all'Aquila trincando il suo solito mezzino.

—Zitto dico… fate adagio, esclamò Nicodemo girando attorno gli occhi smarriti; in tutto l'orbe terraqueo l'uomo ha i suoi capricci, ma non per questo si devono seminare al vento. Se qualcuno vi sentisse mi crederebbe un crapulone, un non so io…

—Cosa vuole, soggiunse Maddalena scusando suo marito; bisogna compatirlo, è il suo maledetto vizio di dire tutto quello che gli viene in mente.

—Guarda chi mi vuol correggere, ribattè Bastiano, mia moglie, lei che non sa tenere in gozzo quello che terrebbe un pulcino.

—Parlare va bene, disse la portinaja, ma a tempo debito.

—Ih, cosa ho detto infine? che credevo trovar il signor maggiordomo col mezzino in mano; è un delitto forse inumidirsi qualche volta la gola? corpo d'una ciabatta, se ciò fosse io sarei l'uomo il più malvagio di questo mondo.

—Bene, dico… non è nulla, conchiuse Nicodemo, un'altra volta abbiate più prudenza… e finiamola. Ora ditemi in che cosa io possa giovarvi, che salvo errore voi foste in traccia di me.

—Ecco qua, saltò su Bastiano, si tratterebbe… d'un matrimonio.

Nicodemo si scosse.

—Guarda, guarda, pensò egli in cuor suo, quella briccona di Marta certamente innamorata de' miei vezzi aveva già parlato ai portinaj perchè ci mettessero d'accordo.

Ed aggiunse ad alta voce:

—D'un matrimonio avete detto? e fra chi?

—Sarebbe fra due persone che pajono nate espressamente per accoppiarsi, disse il Pipélé sorridendo.

—Ah sì? ma chi sono dessi?

—Sono… eh, eh, signor maggiordomo, vorrei dirglielo d'un colpo, ma mi piacerebbe lasciarlo indovinare! Ecco, la sposina è una giovinetta bella come il sole, piena di grazia e di bontà, educata poi… nientemeno che in uno dei nostri migliori collegi…

—È la Marta certo, pensò il maggiordomo, ma però non mi sono accorto mai che avesse cotanta educazione in corpo.

—In quanto allo sposo, continuava il portinajo, è un uomo stimato da tutti per il posto eminente che occupa nella società, di profondo sapere, di molta dottrina, che parla come un libro e che scrive come… un avvocato.

—E questi son io, ripensò con compiacenza Nicodemo.

—E malgrado le sue eccellenti qualità, aggiunse Bastiano, il mio uomo è affabile con tutti e non isdegna neppure di trattare con della povera gente come per esempio saressimo noi… e figurarsi che tra noi e lui corre quella differenza che ci sarebbe fra… fra…

—Ve lo dirò io, buon Bastiano, fra il campanile della nostra parrocchia ed il famoso picco della Mirandola.

—Bravo, proprio quello che voleva dir io; eh, che ne pensa signor maggiordomo, scommetto che mi ha già capito… gran bella cosa aver studiato, si piglia tutto al volo.

—Hai ragione Bastiano, noi abbiamo già intuito ogni cosa.

E Nicodemo dava al suo sorriso un'aria di soddisfazione.

—Davvero, ebbene? chiese Maddalena che aveva ascoltato coll'ansia nel cuore, credendo sempre si trattasse di sua figlia.

—Vi posso dire sin da questo momento che tutto è già combinato.

—Combinato? gridarono insieme i conjugi Paglini.

—Combinato. Eh, eh, sono un uomo io che le mie cose me le faccio da solo, non ho bisogno, dico… d'intermediari. Ho favellato testè alla ragazza.

—E che le ha risposto? saltò su Maddalena con dolce impeto.

—Ha accolto la mia proposta di matrimonio con enfasi… con delirio. Soltanto che per salvare un po' la modestia mi disse che m'avrebbe data domani l'ultima, parola. Eh, ma io non ho paura io, un conjuge mio pari non faccio per dire…

—Vedi moglie mia s'io non ho colto nel segno! gridò Bastiano raggiante di gioja.

—Ma un momento, proruppe Maddalena alla quale pareva impossibile che tutto dovesse procedere così bene; di chi parla lei signor maggiordomo?

—Bella domanda in verità! di chi parlo io?

—Sì.

—Ma di Marta, dico… della camerista dell'illus…

—Oh!! interruppero i Paglini fulminati dalla sorpresa.

Quì successe un istante di silenzio nel quale i nostri tre personaggi si guardavano istupiditi senza sapere cosa aggiungere.

Finalmente Bastiano esclamò con voce velata:

—Ma non è dessa, capisce, non è Marta.

—Chi, la sposa? chiese il maggiordomo stordito.

—Sicuro, è di mia figlia ch'io le parlo.

—Vostra figlia!?

E gli occhi del maggiordomo volevano schizzar fuori dell'orbita.

—Si metta nei nostri panni, signor Nicodemo, disse la portinaja asciugandosi una lagrima e ci perdoni di aver osato farle simili proposte. Noi abbiamo un'unica figliuola che l'amiamo più ancora di noi stessi. Ci siamo sottomessi senza mormorare a stenti, a privazioni per farla crescere educata, nell'onore del mondo, onde avesse a benedir sempre la memoria de' suoi parenti ed ora, al momento di compiacersi dell'opera nostra, al momento di veder nostra figlia soddisfatta e felice un muto e misterioso dolore le avvelena ogni gioja, le consuma lentamente la vita. Vana ci rescì ogni richiesta, la poverella non sa risponderci che con lagrime. Credemmo che rimembrando gli agi e la vita signorilmente attiva del collegio le venisse a noja i costumi semplici e modesti della nostra casa e senza aver coraggio di lagnarsene si crucciasse segretamente. Bisogna dare adunque alla sua esistenza nuovo indirizzo, nuove cure, mi suggerì mio marito e queste non le può trovare che a fianco d'un compagno amato, che in mezzo ad una cara famigliuola. Allora pensammo a lei. La credemmo capace di rasserenare l'avvenire della nostra Erminia, di rifiorirle i suoi anni coll'affetto santo e cordiale di sposo. Perdoni signor Nicodemo, perdoni la mia franchezza, mia figlia è degna di lei, se lo può la faccia felice, è una madre che la supplica, una madre che non vive a questo mondo che per la sua diletta figliuola.

Il maggiordomo riavutosi appena dal primo stupore ricadde subito in un altro non meno profondo allorquando comprese chi gli veniva proposto in moglie.

Malgrado il suo ingenuo orgoglio egli non aveva mai osato sollevare gli occhi sino in volto ad Erminia.

Erminia con quella sua candida bellezza, con quella soave modestia, con quel piglio delicato e civile gli incuteva troppo rispetto e venerazione perchè potesse formar dei progetti su di lei.

Ma ora vedendo che dal lato de' suoi parenti non avrebbe incontrata alcuna difficoltà, anzi veniva da loro invitato a domandarla in isposa si ringaluzzì.

Finse nondimeno riflettere un istante ed invece pensò in cuor suo:

—Rinuncio subito a Marta; ed io bestia che non ebbi mai il coraggio… sono troppo modesto, già è il vizio di tutti gli uomini grandi.

Bastiano vedendolo indeciso gli sussurrò all'orecchio:

—Vadi là che non la sbaglia: Erminia è una brava tosa e poi non le verrà in casa a mani vuote.

—Non mi credete interessato, rispose Nicodemo; se mi vedete quì pensante gli è ch'io aveva, dico… degli altri castelli in aria, ma li abbandono da questo istante e prometto sagrificarmi solo a vostra figlia.

—Che Iddio vi benedica! disse Maddalena con riconoscenza.

La povera donna era accecata da un tenero amor figliale.

—Parlerò alla ragazza; aggiunse Nicodemo con importanza.

—Bravo signor maggiordomo, proruppe Bastiano, le parli come sa parlar lei, con delle belle parolone e vedrà che quell'agnellino si lascierà tosto ammansare.

—Che diavolo mi dite, qui non si tratta di ammazzare, si tratta di far dell'effetto ed a questo ci penso io.

—Le facci vedere la tranquillità della vita conjugale, continuò il portinajo, l'amor tenero d'un marito, le cure soavi d'una famiglia, i figli… oh ma sa ben lei di meglio di me quello che dovrà dire.

—Vorrei vedere che mi deste una lezione di eloquenza!

—E mi dica, a quando il primo colloquio?

—Magari anche subito.

—Subito ha detto? Lo piglio in parola, saltò su Bastiano battendo ingenuamente le mani. Erminia è appunto sola nella sua cameretta, a lei adunque! non le mancheranno pretesti per introdurvisi.

—Lasciate fare a me e novello Cupido, senza che se ne accorga, saprò ben io piantarle la mia freccia nel bel mezzo di quel nido d'amore che si chiama, dico… cuore.

—Ma adagio però e con prudenza.

E Nicodemo con quella fiducia in sè stesso che hanno tutti gli sciocchi salì nella cameretta di Erminia.

La bella giovinetta sempre sofferente stava seduta al tavolino beandosi nella lettura di quei versi soavissimi che Petrarca scrisse nel suo Canzoniere.

Il maggiordomo bussò leggermente alla porta indi si fece avanti col cappello in mano ed inchinandosi con ossequiosa riverenza.

Erminia gli fissò in volto i suoi grandi occhi celesti e non lo conobbe; si alzò pertanto leggermente imbarazzata e mosse un passo verso il nuovo arrivato.

Nicodemo compose le labbra al suo solito sorriso e piantandosi ritto davanti alla giovinetta incominciò:

—Sicuramente io riescirò ignoto alla signorina quantunque abbia l'onore di coabitare seco lei in questa medesima casa; incolperò solo il suo metodo di vita oscuro e solingo che non le permette tampoco di fare la conoscenza de' suoi umilissimi vicini. Mi permetta adunque che io mi presenti da me stesso in mancanza di persone all'uopo incaricate. Signorina, io sono il maggiordomo segretario dell'illustrissimo signor conte nostro padrone!

Erminia s'inchinò e disse:

—In che cosa io posso servire il signor maggiordomo segretario?

—Un po' per volta. Io conosco troppo le regole dell'incivilimento, e della galanteria per saltare d'un tratto a modo di locusta, nel centro della questione. Mi conceda adunque che per ora io la inviti ad assidersi. Prego, signorina, s'accomodi.

E le sporse galantemente una sedia.

Erminia oltremodo infastidita tornò a sedersi al suo tavolino e siccome Nicodemo pareva volersi porre al di lei fianco ella gentilmente gli mostrò un ottomana che le stava di fronte.

Il maggiordomo dovette rassegnarsi.

Tossì il buon uomo e si spurgò il naso, intanto mulinava in mente il modo di impiantare una conversazione. Finalmente incominciò.

—La signorina stava leggendo se non erro?

—Appunto signore, rispose asciutto.

—E potrei, dico… senza mostrarmi indiscreto sapere che cosa mai leggeva di bello?

—Il Canzoniere del Petrarca.

—Diavolo, ecco qua un libro che non conosco quantunque non faccia per dire ma di libri me n'intenda un pochino; si figuri che l'illustrissimo signor conte ne possiede d'ogni sorta e in foglio e legati e grandi e piccoli, ha una biblioteca ricchissima e sono io che gliela tengo in assetto. Dunque vede bene signorina che ho il diritto di esserne perito in materia di volumi! Eppure le confesso, quel suo libro, quel… come ha detto?… Carrozziere del Petrarca non mi è mai capitato sotto il naso. Sarà forse di pubblicazione recente, oppure qualche libercolaccio di quelli che ne sortono a migliaia ogni giorno, che loro signorine leggono tanto volentieri e non fanno invece che suscitarle incendi di fuoco nella testa, farle credere a certe autopsie impossibili, desiderare d'essere la reina di certi anedotti non del tutto moralissimi, stimolarle i sensi ed altre cose che io taccio per non saperle dire.

Questa tirata invece di disporre Erminia all'ilarità la stomacò completamente.

Dotata d'una fina squisitezza e di delicato sentire abborriva quell'ignoranza superba che vuol intendersi e parlare di tutto spacciando strafalcioni che non stanno nè in cielo nè in terra.

Da questo momento Nicodemo le divenne insopportabile; la rispose adunque in modo da lasciar scorgere il di lei malumore.

—Che lei non conosca, o signore, il Canzoniere non mi meraviglio punto, ma però se vuole accettare un buon consiglio si scopra il capo in segno di devoto rispetto tutte le volte che sente nominare questo libro. Poichè si ricordi che il suo autore nato cinquecento anni prima di noi fu quegli che cooperò a prepararci questa lingua così ricca, così soavemente bella, che è perfino peccato che certuni ne facciano un uso indegno.

Il maggiordomo non comprese niente e continuava a rimanere a bocca aperta cogli occhi fissi sulla bella giovinetta.

Dopo un istante di silenzio Erminia aggiunse con visibile impazienza.

—Infine, o signore, posso sapere lo scopo della sua visita?

Nicodemo si scosse e rispose:

—La signorina ha ragione. Ora che il cappello della conversazione è fatto noi possiamo con diritto procedere innanzi. Prima di tutto mi lasci premettere che quello che lei udrà dal mio organo vocale è cosa notoriamente pubblica a' suoi genitori e che anzi io ebbi da loro preventiva e formale autorizzazione a parlargliene. Si tratterebbe insomma d'un matrimonio e siccome, dico… è mio carattere la franchezza così le parlerò senza tanti ambagi; d'un matrimonio, dico… tra me e lei.

Erminia trasalì; volle credere tutto questo una burla di cattivo genere ed indignata stava per scacciare Nicodemo dalla sua presenza ma questi non gliene lasciò il tempo e continuò senza punto sconcertarsi.

—Lei è giovine e bella ed io pure; lei ha avuto dell'educazione ed io occupo un posto culminante nella società, dunque non sembriamo nati apposta per conjugarci? Veramente a dirle il vero questa non fu la mia prima intenzione. Io mi era invacchito della Marta, la camerista dell'illustrissimo signor conte e l'amava, dico… come l'asino ama il fieno. Avevo fissato di sposarla allorquando i parenti della signorina mi parlarono di lei. Alla buona come usano di solito con me mi dissero che per loro sarebbe stato un onore poter combinare un matrimonio fra noi due ed io ci pensai sopra. Ha messo al confronto la signorina con Marta ed ho trovato lei molto più meretrice; mi sono risolto adunque al gran passo. Eccomi qua in attesa d'una sua parola che sancisca tutto. Dica pure francamente come ho detto io, se le vado a sangue, come credo, non abbiamo che a trascegliere il giorno delle nozze. In quanto alla dote non sono tiranno io; soldo più, soldo meno non sarà quello che guasterà le uova nel paniere. D'altronde ho il mio impiego, esso può bastare a noi e ad un pajo di bambini se la signorina me ne vorrà regalare.

Questa seria proposta fatta nel modo il più comico mondo cadde sullo spirito di Erminia come un fulmine a ciel sereno; non si poteva più crederla uno scherzo dal momento ch'ella vi vedeva impegnato il nome de' suoi parenti. Pur troppo quella buona gente nella loro ingenua semplicità traviati per così dire dall'amore sviscerato che portavano alla figliuola, l'avevano avvilita credendo preparare la di lei felicità.

Ma come mai la povera Erminia poteva cancellare dal cuore quella soave memoria, quel vergine ricordo che indelebilmente lasciogli colui che primo la invitò ai godimenti puri d'un santo amore?

Come obbliar Flavio per sempre, egli ch'era l'unico suo conforto nella penosa prostrazione morale in cui stava totalmente immersa ed obbliarlo per sacrificarsi ad un uomo che non avrebbe amato mai, che solo le inspirerebbe disgusto, antipatia, odio?

Eppure era una cosa combinata dai parenti; vi aveva preso parte sua madre ch'ella tanto amava e che nondimeno involontariamente aveva cotanto afflitta.

Con qual coraggio arrecarle un nuovo dolore?

Tutti questi pensieri invadevano la mente dell'infelice giovinetta come un fiume che rotto gli argini si versa devastatore nelle sottoposte campagne.

Non potè trattenere le lagrime e pianse amaramente.

In questo punto s'apre l'uscio della stanzetta e vi entra papà Gervaso seguito dai conjugi Paglini.

Il volto dei parenti d'Erminia portava l'impronta d'un dubbio penoso. Appena la fanciulla scorse Gervaso farsi avanti con quella sua aria benevole e quasi veneranda diè un grido e si gettò nelle sue braccia.

Il vecchio l'accolse commosso.

—Oh salvatemi, proruppe la giovinetta soffocata dai singhiozzi, mi vogliono fare ancor più infelice.

—Povera figliuola! hanno errato per troppo amore.

—Perdono, perdono, mormorò Maddalena; e la povera madre eccessivamente pallida sarebbe caduta priva di sensi se Bastiano non s'affrettava a sorreggerla.

Il buon Pipélé si mordeva le labbra per trattenere uno scoppio di pianto. In mezzo alla generale commozione Nicodemo, indifferente sempre si rivolse a papà Gervaso e gli domandò con voce chiara:

—Potrei sapere infine cos'è successo?…

—Ve lo dirò dopo.