XXV.

Lavori del Porta lasciati incompiuti. — La guerra di pret. — Vena patetica del grande ironista. — L'apparizion del Tass. — La versione della Divina Commedia in meneghino. — Un'iscrizione vessata. — Scoperte funebri che fanno ridere. — Monumento a Carlo Porta.

Il lavoro poetico cui il Grossi alludeva è La guerra di pret, che rimase incompiuta.

È una storia di persecuzione contro un povero prete onesto; storia dove il poeta rivela una nuova maestria: quella di trattare il genere patetico. L'episodio del buono e calunniato prete Ovina può mettersi a paro, per affetto, per verità di descrizione e spontaneità d'accento, a parecchie ottave del Grossi nella Fuggitiva vernacola. Il Porta voleva scrivere un lungo lavoro, in quattro parti: la morte gli gelò la mano. Il frammento che ci rimane è una sfilata di tipi di preti l'uno diverso dall'altro. Nessun altro lavoro del Porta è così fitto di vivaci macchiette; nessuno presenta un contrasto così vivo, e passaggio naturale dal burlesco al patetico. Questa volta ci consoliamo alla vista di un prete caritatevole e galantuomo, e all'omaggio che gli rende il poeta. Prima del Porta, il Parini, in un sonetto milanese, aveva dipinto il prete benefattore che dona fardelli di robe ai poverelli salendo premuroso su per i scal de legn fina al quart pian.

Buone ragioni fanno ritenere che la mesta istoria del perseguitato e innocente prete Ovina sia ispirata dalla verità. Nel 1821, quando, appena morto il poeta, se ne raccolsero le poesie in due volumetti, si inserì La guerra di pret, ma si soppresse quell'episodio che rivelava le infamie d'un seduttore e gli strazi di due vittime.

Carlo Porta descrive così quel buon prete:

Sostegn di fiacc, confort di disgraziaa,

Franch, tolerant, discrett, giojal, sincer,

Caritatevol senza vanità,

Prodigh pù de danee che de parer;

insomma, un degno sacerdote, che fa pensare alle parole del Manzoni: «Se un prete, in funzione di prete, non ha un po' di carità, un po' d'amore e di buona grazia, bisogna dire che non ce ne sia più in questo mondo».[118]

L'ultima sestina descrive il

.... tremendo viacc de l'alter mondo,

e fu l'ultima che il poeta scrisse.

Lasciò incompiuta anche L'apparizion del Tass. In questo frammento, che non manca pur esso d'una vena patetica, finge che gli apparisca Torquato senza corona d'alloro sulla fronte. «Dov'è, signor Tasso, gli chiede il Porta genuflesso, dov'è quella corona che le stava così bene sulla fronte?» — «Ah! Carlo, egli risponde,

Cavand sù dai polmon

On sospiron patetegh e profond,

Ah! Carlo, la coronna desgraziada

No la ghè pù per mi.... che on tal Manzon

On tal Ermes Viscont

Me l'han tolta del coo, me l'han strasciada».

Nessuno ignora che Alessandro Manzoni, anima candidamente cristiana al pari di quella del poeta della Gerusalemme liberata, disprezzava ingiustamente questo sublime poema cristiano e appassionato, che anche lord Byron ammirava tanto. Sembra che il Porta volesse far pronunziare dal Tasso una specie di difesa, ma, dopo i versi citati, il poeta milanese non scrisse altro. Solo, in un foglio a parte, leggonsi alcuni pensieri di continuazione a quel frammento. Al Grossi, che lo sollecitava di finire il componimento, scriveva con manifesto malumore: «I versi sul Tasso non hanno voluto venire. Mi sono posto sul serio: ho voluto tentare un patetico da idillio; e la lingua mi ha abbandonato. Ho però imbrattato della molta carta, e quanta non ne ho usato mai per veruna stramberia che ho fin oggi scritta, e quel ch'è più bello ho fatto un gran nulla. Mi sono sta volta convinto in pratica che il dialetto nostro manca assai assai per questo genere di descrizione, e strabilio pensando come tu abbia cavato tante belle cose e sì vive da una povertà immensurabile».

A un vasto lavoro attendeva amoroso anche ne' suoi ultimi dì: la versione in milanese della Divina Commedia. Domenico Balestrieri (nato il 1714, morto il 1780) aveva tradotto in ottave milanesi la Gerusalemme liberata; Francesco Bollati aveva lasciato, manoscritti, a Carlo Porta il canto II e canto III de l'Orland furios de l'Ariost travestii: il padre Alessandro Garioni avea parafrasato in milanese la Batracomiomachia; ed ecco il Porta cimentarsi, alla sua volta, colla terribilità di Dante! Scelse l'ottava, e giunse a scrivere tutto il primo canto dell'Inferno e vari frammenti degli altri primi sette. Dante non è più Dante: è Carlo Porta. L'austera serietà del sacro poema si tramuta in facezia: ma non è profanazione, badiamo. Alcuni passi gli riescono meravigliosi per trovate felicissime. Nel canto di Francesca, quel verso della lettura sospesa:

Quel giorno più non vi leggemmo avante,

egli lo traduce così:

Per tutt quel dì gh'emm miss el segn'e s'ciavo!

Nel secondo canto, i versi scultòri:

Lo giorno se n'andava e l'aer bruno,

Toglieva gli animai, che sono in terra.

Dalle fatiche loro....

egli li tramuta comicamente in questi altri:

Tucc dormiven; no gh'era in tutt Milan

Fors nanch cent lengu de donn che se movess.

Dopo quante prove e riprove gli riuscivano questi versi! Lasciò fasci di frammenti di Dante sepolti sotto cancellature infinite. Raro gli scaturiva dalla penna una bella strofa di getto. Non si accontentava mai del proprio lavoro, e consumava ore ed ore sopra una quartina, talvolta sopra un verso. Si tormentava per la rima, e lo si capisce dalla litania di rime che scrive negli angoli de' fogli. I primi manoscritti del Bongee, del Marchionn, sono una selva inestricabile di pentimenti; gli ultimi, invece, nitidissimi. La sua scrittura è per solito regolare; par quella d'un frate.

Un giorno, in cui credevasi quasi guarito, Carlo Porta promise agli amici rallegrati che, appena alzatosi dal letto, avrebbe composto uno scherzo sulla propria malattia....

Dopo morto si trovò che a un volume autografo di versi di lui mancavano molte pagine: alcune strofe erano raschiate e qualche nome di persona colpita da satira soppresso. Aveva fatto egli stesso tutto questo? O aveva (come sembra) pregato il Grossi di cancellare quelle strofe e lacerare quelle pagine? Nell'esaminare quel volume, trovo tracce palesi della mano del Grossi. Sul principio dell'amena novella Fraa Zenever si legge, scritto di sua mano: «Novella stampata, ma certamente meritevole di molte correzioni». È fama che monsignor Tosi stesso, che confortò il Porta in punto di morte, abbia presieduto alla distruzione di parecchie poesie di lui, che gli parevano contrarie alla religione e al buon costume: egli medesimo, forse, avrà suggerita quella postilla.

La famiglia volle che un'iscrizione, nel cimitero di San Gregorio, ricordasse il principe de' poeti milanesi. Il De Cristoforis, un mite romantico, la compose; ma quando si trattò di chiedere all'autorità municipale d'inciderla, questa la trasmise all'abate Robustiano Gironi, censore, per la sua approvazione; ma il Gironi, direttore della Biblioteca di Brera, uno de' compilatori della Biblioteca Italiana, consigliere reale e dichiarato nemico de' romantici, de' loro sostenitori, e quindi del Porta, non volle accordarla. Vi trovò cento difetti; vi sofisticò in tutti i modi per non farla passare. Il De Cristoforis perdette la pazienza, se ne lagnò coll'autorità municipale, e il Gironi dovette piegare la testa. L'iscrizione fu scolpita:

CARLO PORTA MILANESE
CONDUSSE LA POESIA DEL PATRIO DIALETTO
AD UNA PERFEZIONE NON PRIMA CONOSCIUTA
CUSTODÌ IL PUBBLICO DENARO CON CHIARA ILLIBATEZZA
DEL PROPRIO FU LIBERALE AGLI INDIGENTI
NEL XLV DELL'ETÀ SUA
LA MATTINA DEL V GENNAIO MDCCCXXI
PLACIDO CONFIDENTE IN DIO
LASCIÒ IL PADRE, LA MOGLIE, I FIGLIUOLI, I FRATELLI
I CONCITTADINI DOLENTISSIMI.

PREGHIAMOGLI L'ETERNO RIPOSO!

Quest'epigrafe si leggeva nel camposanto, ora soppresso, di San Gregorio; le ossa del poeta non si trovarono più. Lo stato deplorevole de' cimiteri, lamentato dal Foscolo, giungeva a tal segno che nel muro de' pii recinti si collocava la lapide ricordante il defunto, e a venti, cento, dugento passi di distanza si seppelliva la salma di lui.... Solo un lurido custode sapeva dove, press'a poco, il tal cadavere stava sepolto: un chiodo spesso lo indicava, null'altro che un chiodo confitto.

In occasione del centenario della nascita del Porta, si cercò di raccoglierne le ossa; ma ogni indagine riuscì inutile. Nella primavera del 1884, da parte della Giunta municipale di Milano, fui pregato di ricercare, insieme con la famiglia Porta, dove mai le reliquie del poeta potevano essere andate a finire, per collocarle, possibilmente, accanto all'urna granitica del Manzoni, nel Pantheon de' Milanesi illustri. Ma nemmeno le nuove ricerche approdarono a qualcosa. L'antico cimitero subì in tanti anni molte manomissioni. Anche le ossa di Vincenzo Monti non furono più ritrovate. La vedova, Teresa Pickler, e la sventurata figlia Costanza Perticari avevano eretta una lapide all'illustre estinto col verso di Dante: Onorate l'altissimo poeta! Ma quando le autorità milanesi, in grave corteo, si recarono nel cimitero della Mojazza per esumare le reliquie del cantore di Bassville, sotto la lapide ch'era confitta nel muro, invece del grande scheletro del vate, scopersero tre scheletrini di bambini e un uomo ignoto, quasi intatto, con tanto di parrucca. Anche quel cimitero di Porta Garibaldi fu distrutto. Ora vi sorgono case e osterie.

Non pago delle infruttuose ricerche, per rinvenire le reliquie del Porta, un assessore municipale, professore di belle lettere, volle risollevare le zolle del cimitero di San Gregorio. E s'affisò in uno scheletro, ch'egli dichiarò doveva essere assolutamente quello del poeta del Marchionn. Nella dentatura, un dente della quale era legato in oro (e il Porta ne' suoi versi parla d'un atroce cavadenti che gli aveva strappato mezza mascella), e anche nella mascella, larga e forte, l'egregio professore, infiammato da funebre entusiasmo, scorse persino il «ghigno» dell'implacabile satirico. Ma un insigne ginecologo, il senatore Edoardo Porro, s'accorse subito, con una semplice occhiata, dal bacino, che si trattava dello scheletro d'una donna. Fu una risata per tutta Milano.

Appena morto Carlo Porta, si raccolsero offerte per un ricordo marmoreo di lui, e nel 1822, nel palazzo di Brera, gli si elevò un severo monumento: lo scultore Pompeo Marchesi, allora in fama, ne scolpì il busto; ma non è rassomigliante. Nemmeno la statua, erettagli nel 1862, in un ombroso laghetto nei giardini pubblici fra i cigni veleggianti, ricorda il cigno del Bongee. Egli è rappresentato con una convenzionalissima posa accademica, egli che non posò mai. Scultore ne fu Alessandro Puttinati, ch'emergeva nelle statuine da caminetti, veramente graziose, amico del Balzac. Un terzo monumento fu decretato al Porta, ma non venne ancora eretto. E non bastano gli altri?... Non basta il monumento, che Carlo Porta lasciò a sè stesso, nelle poesie?