XXVI.

Il carattere della poesia milanese. — Poeti milanesi anteriori e posteriori a Carlo Porta. — Il Belli, il Giusti e il Porta. — Il dialetto del Porta e il dialetto milanese odierno. — Modo di composizione del Porta. — Valore del Grossi quale poeta dialettale. — Atroce visione risparmiata a Carlo Porta.

Il carattere predominante della poesia milanese è l'osservazione delle cose esteriori, e una simpatica, lucida bonarietà nel considerarle. Il carattere ambrosiano retto, onesto, senza finzioni, che non esclude la finezza dei particolari nelle sintetiche, geniali, pronte impressioni, si riflette nella sua poesia come i colli ammantati di verzura sui laghi lombardi. Ma a mano a mano che la coscienza umana si sviluppa e si affina sino a torturarsi, anche la poesia milanese si affina, s'impietosisce. Il dialetto, che par creato allo sdegnoso comando, emana un profumo di gentilezza che avvolge il dolore. E qual divario dai diffusi incensi a' piedi dei potenti fortunati, alle carezze pietose sugl'infelici percossi dalla sorte avversa, dalle ingiustizie umane! Noi veniamo a trovarci, nei tempi più prossimi a noi, anzi ai tempi nostri, alle effusioni del sentimento, e ne salutiamo maestri Tommaso Grossi, Emilio De Marchi, Piero Preda. Il formidabile realismo di Carlo Porta fa sembrare foglie di rose volanti una quantità di poesie graziose perchè, ispirate dal vero, dalla realtà della vita, come ne scrissero, per citare altri nomi, Antonio Picozzi, Giovanni Ventura, Ferdinando Fontana, Angelo Trezzini e il Tenca.

Anche i versi milanesi, come quelli di tutte le letterature dialettali che sgorgano dal vero, lontane dalle tradizioni auliche, non cantano, parlano. Amabili discorsi, care favelle che ci fanno sentire la poesia sacra, rimasta incolume fra tanti tumulti spesso odiosi, dei nostri focolari, delle nostre famiglie adorate.

I quattro maggiori poeti milanesi si chiamano Carlo Maria Maggi, Carlo Porta, Tommaso Grossi, Giovanni Raiberti; ma a tutti sovrasta l'autore del Marchionn, per la creazione e vivezza dei caratteri, per la ricchezza pittoresca del linguaggio, pei riflessi storici; ma, fuori d'Italia, il Belli lo supera nell'assalto politico. Il romanesco satirico menò in Roma, sotto gli occhi del papa, tali colpi al poter temporale, da innalzarsi a poeta civile, al pari, in questo, con l'autore dell'Arnaldo da Brescia, Giambattista Niccolini.

E poeta civile fu il Giusti, che nella satira adoperò, anch'egli, il linguaggio còlto dalla bocca del popolo. Fu messo il Porta di fronte al Giusti. E certo la Vestizione, che non ismarrì col tempo il colore dell'attualità, bensì, al contrario, oggi lo ravviva con lo spettacolo di certi arricchiti-decorati, è animata d'una tal vita ed evidenza, che gareggia con quella dei bozzetti più mossi e più vivaci del grande poeta milanese.

Il Manzoni chiamava il Giusti «il Porta toscano». E il Giusti, al Grossi che ne lo ragguagliava: «Tutt'altro che avermi a male d'essere messo accanto al Porta; anzi, beato se gli legassi le scarpe».

Dal Lomazzo, che scrisse particolarmente nel dialetto della valle di Bregno (Lago Maggiore); dai sonetti di Fabio Varese, che sulla fine del Cinquecento flagella sdegnato gli sciocchi insuperbiti, come più tardi farà il Porta; dallo stesso innovatore Carlo Maria Maggi, creatore di Meneghino, il quale, nelle proprie ingegnose commedie, proclama principii democratici che meravigliano in un segretario del retrivo Senato di Milano, anticipando la vindice democrazia del Parini e del Porta; da Girolamo Corio, che con la Istoriella d'on fraa Cercott preludia il portiano Fraa Condutt; dal Tanzi; dal verboso Balestrieri, creatore o rifacitore, che sia, dello spropositato Sganzerlone; dal Pertusati; da tutti questi al nostro poeta, quale progresso fa lo stile poetico milanese!

Il vernacolo, questo oggetto di vivacissime lotte nel 1760 fra il padre Branda che lo disprezzava e cento altri, fra cui il Parini, che lo difendevano a spada tratta, diventa, nelle mani del Porta, ricchissimo come qualsiasi lingua illustre. Egli lo attinge, sull'esempio del Maggi, dalla classe più umile, fra la quale serbasi genuino assai più che fra le persone civili. Nel Miserere avverte egli stesso (non bisogna dimenticarlo) che la sua scuola è il mercato.

È inestimabile la dovizia di vocaboli efficaci, di frasi immaginose nel Porta. Giuseppe Ferrari, in un esteso studio sulla letteratura dialettale (Revue des Deux Mondes, 1839 e 40), nota che sotto la penna del Porta il dialetto, già pesante e stentato, si fa vivo, mordente, incisivo. Giuseppe Rovani, in uno studio somigliante, inserito nelle Tre Arti (vol. I, pagine 227-244), ricalca il giudizio del filosofo concittadino, e ne traduce (facendola passare per propria) questa giusta osservazione: «Nessuno meglio di lui ha saputo trar partito da certi vocaboli in cui sono consegnate, come a dire, le tradizioni di paese e certe intraducibili gradazioni, che pur sono una così gran parte del nostro dialetto, e in generale di tutti i dialetti del mondo».

Non pochi vocaboli, usati dal Porta, oggi non si usano più. Alcuni sono tuttora rilegati nel volgo, il quale non se li lascia rapire dall'uso dominatore, che a poco a poco italianizza tutto il dialetto e, col pretesto d'incivilirlo, lo snatura. Nel Porta troviamo modi che vivono nella Brianza, e ignoti in città. Nemmeno al suo tempo tutti i modi usati da lui s'intendevano dalla società civile, appunto perchè propri del ceto inferiore. Chi più del Cherubini appassionato studioso del dialetto milanese? Ed era contemporaneo al poeta, e editore delle sue poesie. Eppure, registrando nel proprio vocabolario milanese qualche modo portiano, per lui nuovo, si esprime così: «Credo che Carlo Porta abbia voluto dire con questo....». Crede; non n'è ben sicuro. Ma v'ha di più: il poeta stesso sapeva che tutta la lingua da lui usata non poteva essere compresa dagli stessi Milanesi, giacchè, ricopiando i propri versi, cominciò con ordine a spiegare le voci proprie dell'oscuro volgo che aveva adoperate, e che col succedersi degli avvenimenti cittadini, col mutarsi de' costumi avevano perduto significato. Lo stesso aveva fatto il Balestrieri postillando la sua versione del poema del Tasso. In una novella il Porta adopera, ad esempio, la voce ratton: in linguaggio scherzevole significava laico converso, e anche, secondo il Cherubini, fratacchione. Ed egli nota: «Voce caduta con la soppressione degli ordini religiosi».

In uno de' tanti frammenti inediti, intitolato Ugo ed Opizia, dice

Che la lengua busecconna

No l'è minga ona giambella

De biasass inscì alla bonna

Spasseggiand coi man sott sella.

No: la lingua milanese non è un panetto dolce (giambella) da mangiucchiarsi così, alla buona, passeggiando, con le mani sotto le ascelle. Egli stesso lottava colle difficoltà del suo idioma; e lo provano i pentimenti, le correzioni, che riguardano rare volte il concetto, quasi sempre l'espressione, ch'egli cerca esatta e viva, come il Manzoni, come il Giusti.

Oggi il dialetto milanese subisce la sorte d'altri dialetti della penisola; si va mescolando di parole italiane; tanto più che oggi Milano non è più la caratteristica e singolare città di quarant'anni fa, raccolta nelle sue antiche tradizioni, nelle sue costumanze casalinghe, ne' suoi discernimenti di buon gusto, nella sua espansiva serenità.

Il Porta, nell'ultimo tempo della sua vita, raccolse e copiò di propria mano in due volumi le poesie che aveva scritte e sparse qua e là. Desiderava egli stesso approntare un'edizione di suo gusto; desiderio che la malattia gli spense colla vita. Ma la censura austriaca poteva lasciar passare certe audacie portiane? Menò le forbici in alcuni componimenti; altri lasciò passare, tollerando. Francesco Cherubini stesso recò alcuni mutamenti nella prima edizione del 1817. È curioso un foglio volante del filologo milanese, che trovo fra le carte del Porta, dove gli nota una litania di parole da cambiare. Il poeta gli diè carta bianca con una graziosa letterina pubblicata da un De Capitani, uno dei mille pedanti balordi, di questa valle di lacrime e d'inchiostro, che il Porta bollò in un verso non pulito ma rovente e giusto, nel Romanticismo.

Giovanni Raiberti, di Monza, aveva sedici anni quando moriva il Porta. Cominciò a farsi notare non già con un'opera originale, come sogliono i giovani ingegni, ma con una traduzione da Orazio. Fu medico; ma i suoi versi valevano più delle sue ricette. Usò la satira personale e la impersonale. Ritrasse i costumi del suo tempo (I fest de Natal, ecc.), ma è prolisso. Vive una patriottica vibrata sua sestina sull'Italia al tempo del Rossini; vive un suo verso su Maria Stuarda,

«Piena de religion e de moros»;

vivono quattro suoi versi sul cane, nei quali dice che l'amore d'un povero cane è un argomento così serio da pensarci su con la testa fra le mani; il che ci fa rammentare la tragica ultima strofa della Ballade du désespéré di Enrico Murger. Il Raiberti, in una prosa più bolsa che arguta, pubblicò Il viaggio d'un ignorante, che al suo tempo divertì i lettori, e L'arte di convitare. E trattò la fisiologia d'una bestia cara a Teofilo Gautier: Il gatto. È il suo miglior libro in prosa.

Flebile, tenero il Ventura, che seguiva il Grossi; ma questi, nel sentimento pietoso e grave, vince tutti. Che sono mai le centotrentadue poesie del poeta laureato Alfredo Tennyson, In memoriam, per la morte d'un amico, in confronto delle sedici sestine di Tommaso Grossi in morte di Carlo Porta? Qui, il sentimento non degenera in sentimentalismo: è religione. V'è un passo d'una commozione profonda. Dopo d'essere stato in punto di morte, Carlo Porta migliorava un po'. Con un cenno del capo chiamò a sè il Grossi e, dopo d'aver sospirato, gli disse:

«Ho grandi cose, caro il mio Grossi; ho grandi notizie, che ti voglio raccontare!» E più non disse. E il Grossi esclama:

«Oh che consolazion, se avess poduu

Vedé el cœur d'on amis de quella sort,

Che l'eva tornaa indree del pont de mort!...»

Il Grossi non la udì, non lo vide più. Sbalordito, domanda all'eterno enigma:

«L'è mort? L'è propri mort? Cossa vœur dì

Sta gran parolla, che fa tant spavent?...

».... Se non c'è più nulla di lui, com'è che gli voglio ancora bene?» Ma la speranza di rivederlo, un giorno o l'altro, lo conforta.

Alessandro Manzoni, che voleva scrivere in dialetto milanese I promessi sposi, perchè la lingua non gli sembrava che potesse rendere tutte le precise proprietà e sfumature ch'egli sentiva di dover esprimere; il Manzoni, che accoglieva festoso il Porta nella sua fida conversazione, chiamata dagli amici l'Isola di Giava, per i gran giavanadd (balordaggini) ch'essi stessi dicevano di sballare chiacchierando; il Manzoni ricordò per tutta la vita l'autore del Marchionn: ne parlava spesso con gl'intimi amici che lo visitavano nella sua biblioteca a pianterreno della sua casa in Via Morone.

Carlo Porta moriva quando cominciavano i processi contro i Carbonari; quei processi che rivelarono al mondo quali magnanini sogni per l'indipendenza d'Italia infiammavano spiriti alti e puri in un tempo d'animosi, infausti fermenti.

A Carlo Porta fu risparmiato un gran dolore: l'annuncio delle nefande condanne; poichè, onesto e sensibile qual'era, specialmente pei romantici, coi quali aveva combattuto una battaglia vivace di vita artistica, avrebbe pianto sulla loro sventura.

FONTI DI QUESTO LIBRO.
SPUNTI INEDITI. — POSTILLE.

Riguardo a Carlo Porta, l'autore ebbe la fortuna d'ottenere dal nipote del grande poeta, dottor Carlo Porta, di Milano, tutte le carte autografe, le antiche bozze di stampa, poesie, lettere, documenti diversi: un insieme vitale. L'ingegnere Giuseppe Grossi gli affidò le lettere del Porta a suo padre Tommaso. L'autore, inoltre, consultò i manoscritti portiani della Biblioteca Ambrosiana, della Biblioteca Trivulziana e della Biblioteca Nazionale di Parigi, nonchè le carte dell'Archivio di Stato di Milano, per le poesie del Porta che conserva, e pei dati ufficiali che porge, negli atti, sulla carriera d'impiegato governativo di lui. Intorno alla vita del Porta gli tornarono preziosi i ragguagli forniti dal dottor Porta e dalla matrigna, che sposò Giuseppe, figlio di Carlo Porta; le notizie favoritegli dal comm. Guglielmo Berchet, segretario perpetuo del R. Istituto Veneto di scienze, lettere ed arti, nipote del celebre poeta nazionale (amico del Porta) e marito d'una signora Londonio, nella cui famiglia Carlo Porta praticava. Altre notizie, ancora, gli furono comunicate dal venerato abate Adalberto Catena, di Milano, che dalla madre, amica del Porta e della famiglia di lui, e dalle tradizioni orali della Diocesi milanese apprese caratteristici particolari, fedelmente riferiti in questo volume. A ciò si aggiunga l'esame di archivi ecclesiastici e delle lettere del dottor Aquanio, morto vecchissimo, che lucidamente ricordava assai cose del tempo e delle vicende del Porta. Furono esplorati, ma invano, gli archivi di Venezia, dove il Porta passò parte della sua giovinezza.

La prima edizione del Porta è quella che comprende il volume VII della Collezione delle migliori opere scelte in dialetto milanese, curata da Francesco Cherubini (Milano, G. Pirola, 1817). La prima edizione critica del Porta, illustrata su carteggi inediti, storicamente, ecc., è quella curata dall'autore del presente volume (Firenze, G. Barbèra editore) nel 1884, e della quale si è qui ora in parte servito.


Carlo Porta scolaro e nobili ballerini ([pag. 15]). — Non sappiamo se il Porta avesse, nel collegio di Monza, un soprannome ufficiale come era uso d'altri collegi. I convittori del Collegio dei nobili lo avevano tutti, e talora abbastanza comico. Alessandro Verri era chiamato l'industrioso; Carlo Verri, il voglioso; Giovanni Borromeo, il composto; Alessandro Rovida, l'avventuroso; Giambattista Lampugnani, l'indifferente. Altri si chiamavano il sollecito, l'agile, il riflettente.... perchè forse era il solo che rifletteva (Miscellanea: Ex laboribus del padre Benvenuto milanese, del convento di Sant'Ambrogio ad Nemus, Biblioteca di Brera). Le accademie del Collegio dei nobili comprendevano giuochi, partite d'armi, recitazioni, danze. Il ballare era una passione. Il cavaliere Carlo Castiglioni, figlio della marchesa Paola Litta-Castiglioni, la nobile amica del Parini, vestì l'abito d'un mimo grottesco in un balletto del Ferlotti e danzò alla Scala (Memorie del tempo).


Un sonetto inedito o raro del Porta. — Si legge alla Trivulziana. Ma è del Porta? Tutto fa credere di sì. Ê inedito? Non appare in nessuna edizione portiana o foglio stampato volante.

Hoo faa un sogn curios. S'eva in d'on praa.

Dove tresent somar, de cent color,

Staven, segond i regol, radunaa,

Per daa alla società un Superior.

Gh'eva un creusch[119] de trenta separaa:

El rest, intorna all'asen direttor,

Faseva, in quel degnissim convocaa,

Un bordell maladett, un gran sussor.[120]

L'eva colù un bellissim somaron,

Intendevel al pari d'un pattan[121]

Avend con poch'ingegn gran presunzion:

Tornée a caa vostra, el dis, o tannanan![122]

Che nomina d'Egitt; sont mi el padron,

E tutti respondevan: Ih han, ih han![123]

Fu attribuita al Porta una boccaccesca novella, pubblicata circa mezzo secolo fa col titolo: I bragh del confessor salven la monega, in ottave; ma, invece, è del Grossi. Infatti, all'Ambrosiana, c'è l'autografo. Nella Trivulziana si legge una copia manoscritta.

In dieci sestine italiane Carlo Porta compose un vivacissimo scherzo osceno e volteriano, sulla creazione degli organi vitali dell'uomo. Impossibile riferirlo. L'originale si conserva o, meglio, si nasconde nel Museo Portiano nel Castello, a Milano.


La religione del Porta. — I versi citati alla [pag. 155] sul negletto sentimento religioso del poeta, sono completati così in un aggrovigliato autografo del Porta stesso, e che il compianto prof. Carlo Salvioni potè trovare e decifrare:

Religion santa di mee vicc de cà,

Che, in mez al cattabuj di mee passion.

No t'ee faa olter che tiratt in là.

In fond in fond, scrusciada in d'on canton:

A speccià i temp mior col to bell trà

De tornà voltra a repià reson.

No te offend, no, se in sui vintiquattr'or,

Ghoo faccia anmò de fa di vers d'amor.

Ma codesti versi d'amore non si trovano (ved. Lettere di Tommaso Grossi e d'altri amici a Carlo Porta e del Porta a vari amici, raccolte e illustrate da Carlo Salvioni, in Giornale storico della Letteratura, vol. XXXVII, pag. 273).


L'ode «A Silvia» del Parini, fu tradotta, come abbiamo detto, [pag. 29], dal Bellati, quando il Porta ne aveva già cominciata la versione. Veramente, quella del Bellati è piuttosto una parafrasi; parafrasi pittoresca. Il dialetto milanese presta al soggetto alcune espressioni vivissime, che la lingua aulica contegnosa del grande poeta non offre. L'ode del Parini ha trenta quartine settenarie; quella del Bellati ha trenta sestine ottonarie. Fu stampata in un opuscoletto (conservato all'Ambrosiana) con questo titolo, a uso bosinada:

Ode a Silvia molto bella

D'on Autor de conclusion,

Staa tradotta in manch de quella

In lenguagg de buseccon (milanese)

Par amor de quella gent,

Che 'l Toscan ghe liga i dent.

E comincia:

Cosse l'è sta novitaa,

La mia Sura Regolizia?

Gh'è pù vell inamedaa,

Coss'ett fa, brutta sporchizia?

T'ee scovert i spall, e 'l sen

Mostrand quell che no stà ben?

. . . . . . . . . . . . . .

Con sta moda i tò bei grazi

Paren propri in man di strij (streghe):

No minaccien che disgrazi

Baronad, e porcarij;

E la toa figura bella

La deventa ona porscella.

La fine ha un tocco religioso, anzi cristiano, che l'abate poeta non ha:

Sia modesta, e pensa a viv

Del guadagn di to fadigh:

Cerca d'ess graziosa e umana,

E ona bonna cristiana.

Ma, contro il Parini, un poeta anonimo milanese lanciò una satira in 28 ottave, che si legge manoscritta all'Ambrosiana, unita a una delle prime edizioni del Parini: La Donzella (cameriera) della Sura Silvia che porta la resposta all'Autor della Canzon sora el vestij alla Ghillottina, 1795, Milan, Con so permess.

Le ottave hanno mosse portiane tali da crederle quasi del Porta.... Parla una giovane signora, infuriata, offesa, contro il Parini. Ella manda all'abate la propria cameriera per insolentirlo e dirgli che quella moda non è, no, alla ghigliottina com'egli, ignorante di moda, suppone e crede; ma bensì alla greca:

Cominciarij peu a dì, ch'el me vestij

L'è a la Grèch, a la Grèch, e poeu a la Grèch.

Gh'è che fina i fieu cont i dandinn (i bambini con le dande)

Sann ch'hijn i Grecci, i Grecci, i primm autor

De quel vestij, che al dì d'incoeu se porta;

E se peu nol le creed, no me ne importa!

E l'inviperita signora spiega perchè sia una moda alla «greca antica» chiamando in ballo persino l'incisore Raffaele Morghen.

Pare che sia stato il generale austriaco, conte Stein, colui che una sera, a un pranzo, chiamò per primo quella moda alla ghigliottina. A Parigi, come abbiamo detto, si chiamava à la victime. Se non è zuppa, è pan bagnato!

La suddetta Furia si scaglia contro il Parini anche per insegnargli che le atrocità ch'egli teme, quali conseguenze di quella moda deplorata, non possono nascere, no, da una moda femminile:

Mussolina, nè vell no forma esempi

Per tajà el coo, per fà rovina e scempi.

A Milano, nel 1786, uscita Il giornale delle Dame e delle mode di Francia. Era quindicinale, con figurini di mode. Il Corriere delle Dame, uscì più tardi. Lo dirigeva, con la moglie Carolina, il versipelle Giuseppe Lattanzi, nato a Nemi, condannato dal governo pontificio a sette anni di galera (Archivio di Stato; protocolli di governo del 1817, n. 3007; citati dal Cantù nel Monti e l'età che fu sua). Il Corriere delle Dame visse oltre la metà del secolo XIX; in gioventù, lo diresse Carlo Tenca. Al famoso comizio di Lione un Ugo Foscolo non potè andarvi! Vi andò il Lattanzi. L'Orazione del Foscolo fu quindi non al ma per il Comizio di Lione.


Una pagina inedita di Vincenzo Monti. — Per illustrare i ricordi del Manzoni sulle mutevolezze politiche del Monti ([pag. 46]), giova quanto si legge fra i manoscritti della Braidense. Sotto la Repubblica Cisalpina, il cantore di Bassville fu segretario di Giuseppe Luosi di Mirandola, presidente del Direttorio della Repubblica Cisalpina, poi Gran Giudice e Ministro di grazia e giustizia del Regno italico, fatto conte da Napoleone che gli pagava i debiti contratti per l'amor dei piaceri e del lusso che lo dominava. Il Luosi compilò un regolamento organico della giustizia civile e punitiva, diresse i lavori pel Codice penale del Regno italico e un progetto di Codice di commercio. Morì a Milano nel 1830. Il Monti lo serviva, scrivendo per lui indirizzi e relazioni. Ne compose una sui padri di famiglia, che abbandonavano spose e figli per lanciarsi nelle avventure delle guerre. Una «relazione» letta dal Luosi ai colleghi del Direttorio, il 29 piovoso, anno V, e scritta appunto dal Monti, è questa:

«Eccovi, cittadini legislatori, un nuovo tratto di sublime eroismo repubblicano, che noi presentiamo alla vostra tenerezza ed ammirazione.

»Avete gli scorsi giorni veduto nel cittadino Tiraboschi l'amor della patria trionfare dell'amor paterno, e staccarsi dal seno tre figli per sacrificarli tutti alla salute della Repubblica. Vedrete ora questo amor medesimo della patria strappare un intrepido cittadino dalle braccia d'una dolce sposa e d'una tenera figlia, e trionfare tutti ad un tempo dei due più sacri e irresistibili sentimenti che la natura abbia posti nel cuor dell'uomo. Ciò non è tutto. Questo sforzo magnanimo di virtù è stato coronato dall'imitazione di altri sei generosi repubblicani.

»Ma voi sospendete, cittadini legislatori, la vostra esultanza sino all'intiera lettura dell'annesso rapporto del quale si è da noi fatta nei nostri atti la dovuta menzione onorevole. Noi non faremmo che scemarvene l'effetto coll'anticiparvene il contenuto».

È firmata dal Luosi «presidente» e dal Monti «segretario». L'«annesso rapporto» non c'è.


I diritti dell'uomo e i giornali ([pag. 35]). — Non era certo una novità il bandire e il proclamare tutti eguali i diritti degli uomini! Nella parte letteraria del n. 23 del dicembre 1786 del giornale Il Corriere di gabinetto, Gazzetta di Milano, che usciva dai torchi dei fratelli Pirola, erano già state bandite quelle stesse novità contraddicendo a un marchese di Chastellux, il quale in quell'anno a Parigi pretendeva di sostenere che «la dignità dell'uomo era una cosa comparativa» e quasi approvava la schiavitù dei negri. L'anonimo contraddittore conchiudeva: «Gli uomini son tutti eguali. Son le virtù quelle che li distinguono». E continuava:

«La dignità dell'uomo è riposta nella sua uguaglianza di diritto, nella sua indipendenza, nel potere sviluppare le sue facoltà morali e intellettuali, negli sforzi ch'egli fa per iscoprire la verità, nelle sue grandi idee, in un voler fermo, costante, indeclinabile. Se vuolsi con energia tutto ciò ch'è buono, tutto quello ch'è sublime, ecco la dignità dell'uomo in teoria. Volete vederla nei fatti?» (E qui si citano fatti e personaggi della storia, come il cancelliere d'Inghilterra, Tommaso Moro).


L'albero della Libertà in piazza del Duomo ([pag. 43]). — La piazza del Duomo fu campo, in epoca antecedente, a ben altre costruzioni di giubilo. Va notato.... un monte! Nel 1618, per festeggiare la nascita del «Serenissimo Principe di Spagna Filippo Prospero», secondogenito del re Filippo IV, si eresse un mostruoso monte ed impasti di figure allegoriche, aquile, chimere, cinto da una balaustrata circolare, dalla quale si ergevano contorte figure pure simboliche e urne dalle quali s'innalzavano nuvole di fumo (Miscellanea ex laboribus del padre Benvenuto del convento di Sant'Ambrogio ad Nemus, nella Biblioteca nazionale di Brera).

Il primo che piantò un albero della libertà in piazza del Duomo s'ignora chi fosse: il secondo fu un prete côrso: lo piantò vicino al caffè detto del Veronese «a vista del palazzo ove abitava il tiranno» (giornale Il termometro politico di Carlo Salvador, n. 1, giugno 1796)


I tre colori nazionali ([pag. 90]). — In una lettera del 1796 al Direttorio della Cisalpina, Bonaparte scrive: «Les couleurs nationales, que les patriotes ont adoptées, sont le vert, le blanc et le rouge». Quest'è il primo cenno ufficiale della bandiera italiana. Poi, Napoleone, nel gennaio del 1797, ordinò che la guardia nazionale milanese portasse i colori nazionali verde, bianco, rosso (Cantù, Monti e l'età che fu sua, Milano, 1879, pag. 8).


Capolavori rubati e mai restituiti ([pag. 91]). — I demagoghi francesi di Napoleone rubarono dalla chiesa delle Grazie l'Incoronazione di spine, stupenda opera di Tiziano, e il San Paolo di Gaudenzio; da San Celso il San Sebastiano del Procaccini, ecc. Non furono mai restituiti. Non fu reso un vaso etrusco antichissimo e dipinto, e via via.


Cantori evirati. — Oltre quelli, famosi, citati alle pagine 129 e 130, a Milano cantavano altri evirati soprani. Nelle funzioni religiose, si ammiravano le voci dei disgraziati Francesco Bonagazzi, Giovanni Berardi, Antonio Pirona, Luigi Del Moro (da Memorie del tempo e dal Milano Sacro del 1792).


La Repubblica Italiana ([pag. 201]). — L'Archivio lombardo di Stato conserva l'atto della Costituzione della Repubblica Italiana, con le correzioni e la firma del Bonaparte.

È curiosa l'enfatica circolare con la quale il «cittadino» Pelagatti, commissario del governo presso i tribunali e giudici del dipartimento dell'Olona, comunicava il grande avvenimento della Repubblica Italiana. Dice fra l'altro: «Era riservato ad un Italiano (Napoleone allora era considerato italiano), ad un Uom straordinario e nato per fissare il Destino delle Nazioni e l'ammirazione dell'Europa, il sorprendere la comune aspettazione coll'estrarre dalla Cisalpina la Repubblica Italiana, proclamandola tale sotto il giorno 6 corrente piovoso, nella Dieta di Lione» (Biblioteca Ambrosiana).

Vedi anche: F. Melzi, «Proclama ai concittadini in occasione dell'installamento del Governo della Repubblica Italiana» (16 febbraio 1802).


Il Direttore del teatro alla Scala, durante il periodo rivoluzionario repubblicano era il filosofo Francesco Salfi, calabrese, al quale abbiamo accennato. Suo merito maggiore è d'avere continuata la Storia della letteratura italiana del Ginguené. Nacque a Cosenza, nel 1759; nel 1814 esulò a Parigi; morì nel 1832. Egli ritrasse assai bene Napoleone in un sonetto. Fu egli, il Salfi, l'ispiratore e l'autore del soggetto della sconcia pantomima Il ballo del papa, del quale si è parlato a più riprese in questo libro. Dal palcoscenico salì a una cattedra pubblica: insegnò diritto pubblico e commerciale.


Il demagogo conte Porro ([pag. 152]). — Nel teatro alla Scala, la sera del 23 maggio 1796, il furibondo Porro (ch'era detto il Porrino) al vedere sull'imposta d'un palco chiuso, nella prima fila, lo stemma del proprietario, balzò per abbatterlo, chiamando con quanta voce aveva in corpo i repubblicani in aiuto della distruzione. Un ufficiale francese, ch'era seduto nel palco attiguo a quello incriminato, si fece incontro all'esaltato «cittadino» e, non giovando le parole, snudò la sciabola, lo fermò. Nella platea si levò tumulto: il disordine continuò e si sfogò nel Caffè Cambiagio, ch'era di fronte al teatro alla Scala (da Memorie del tempo).


Eugenio Beauharnais. — Su questo principe, vicerè del Regno d'Italia, che aspirava alla corona, tanto protetto quanto strapazzato dal potente padrigno, v. A. du Casset, Mémoires et correspondance politique et militaire du Prince Eugène (Paris, 1860).


Leopoldo Cicognara. — Si difese dall'accusa d'avere dileggiati i Milanesi esponendo all'Accademia di Belle Arti a Venezia un quadretto rappresentante un asino davanti al Duomo; quadretto per il quale Carlo Porta gli lanciò contro un sonetto acerbo. Questo fu pubblicato dal Cantù insieme con l'auto-difesa del Cicognara al Ministro dell'interno del Regno italico, conte di Brême, nel 2º fascicolo (pag. 65), delle Corrispondenze di diplomatici della Repubblica e del Regno d'Italia (Milano, 1884), collezione preziosa e interessantissima, rimasta incompiuta, perchè il pubblico leggente non ne volle sapere.


Il conte Federico Confalonieri ([pag. 288]). — Il capo della cospirazione contro il governo d'Austria nel '21, come già in quella contro il governo di Napoleone nel 1814, è additato nel conte Federico Confalonieri. Ma la mente più equilibrata, più vasta, più ricca di cultura, più atta al governo non era quella del Confalonieri. No. Bisogna affermarlo una buona volta! Era il conte Luigi Porro, che fu poi l'anima del Conciliatore e delle innovazioni civili escogitate per dimostrare come l'Austria fosse alla coda della civiltà e non sapesse governare; come fu provato dall'autore di questo volume, coi documenti alla mano, nel suo libro Voci e volti del passato (Milano, 1920, Treves, ed.). Il Confalonieri, col suo orgoglio di Lucifero, col suo temperamento impulsivo, eccessivo in tutto, avrebbe guastato ogni cosa. Lo immaginiamo, per esempio, ministro degli affari esteri? Eppure, come tale, appariva in quell'abbozzo di governo provvisorio, che i magnanimi ribelli del '21 avevano ideato. La gloria verace del Confalonieri è il suo martirio, fieramente sopportato; figura di Plutarco in questo! Il suo monumento è lo Spielberg.


Per Stendhal (Henry Beyle), troppo oggi esaltato, come ieri troppo negletto, oltre il libro aneddotico citato, vedi: Revue de Paris dell'11 marzo 1832, dove egli tratta della Prineide del Grossi; poichè l'articolo è indubbiamente suo; come ben nota C. Stryienski, nelle Soirées du Stendhal, la più lodevole di tutte le pubblicazioni stendhaliane uscite sinora. A C. Stryienski e a R. Colomb dobbiamo le opere postume di colui che voleva chiamarsi «milanese». Quelle opere lo rivelano meglio, benchè non si deva trascurare ciò che delle volgari beffe irreligiose e anti-italiane dello Stendhal scrive la Sand nell'Histoire de ma vie (vol. IX, cap. III, Lipsia, 1855): «Il se moqua de mes illusions sur l'Italie.... Il railla, d'une manière très amusant, le type italien, qu'il ne pouvait souffrir et envers lequel il était fort injuste». Così la Sand. Eppure, a Milano, gli abbiamo dedicata una via!


Guerra di Russia. — Il citato libro del medico descrittore delle stragi e delle malattie nella campagna di Russia nel 1812 e di Germania nel 1813 s'intitola: Storia delle malattie osservate alla Grande Armata francese, del dott. G. R. L. de Kerckhove (detto Kirkhoff). Ne uscì una versione italiana, con note, di O. B. Fontanetti (Milano, 1834), presso la Società degli Annali di medicina. Il Kirkhoff, che studiò sopratutto il tifo diffuso in quella orribile spedizione, godeva di gran fama. Superfluo ripetere le altre fonti autorevoli: Laugier, Zanòli, ecc.


Eccidio del ministro Prina ([pag. 298]). — Fra le molte pubblicazioni su codesto nefando delitto, che il general Pino, per le torve sue mire, scelleratamente lasciò compiere, mentre avrebbe potuto con un solo suo ordine impedirlo, veggansi le più recenti: Lemmi, La restaurazione austriaca a Milano nel 1816 (Bologna, 1902); Pellini, Il general Pino e l'eccidio del ministro Prina (Novara, 1906). Fra le memorie contemporanee non vanno dimenticate le pagine del Maroncelli nelle Addizioni alle Mie prigioni di Silvio Pellico.


Carteggio di Alessandro Manzoni, a cura di G. Sforza e G. Gallavresi (Milano). — Il sommo scrittore, che, com'è notissimo, prima di pubblicare una riga ci pensava su cento volte, e poi novantanove su cento non ne faceva nulla, che dirà mai nella «Città superna» di questa raccolta che raduna tutto ciò che scrisse per l'intimità e pel silenzio? La riluttanza, persino morbosa, nell'espandersi, propria del Manzoni, ci rende questo carteggio (con ogni rispetto verso il sommo) spesso poco interessante: è talora esangue. Il raccoglitore, G. Gallavresi, badi a non accusare altri di ciò che non si è mai sognato di scrivere (vol. I, pag. 74), e, prima di sentenziare su qualche libro, lo apra, almeno! (passim) Egli pone la lariana Torno sul Lago Maggiore (Carteggio Confalonieri, vol. II, pag. 36); fa morire il Manzoni verso il 1870 (Ricerche intorno alla rivoluzione milanese del 1814, pag. 1); codeste, e altre ancora, sono sviste che facilmente si correggono. Non così si sorvola facilmente sulla omissione di qualche lettera del Manzoni, rilevantissima, ben nota, pubblicata per la prima volta dall'autografo nelle Passioni del Risorgimento di Raffaello Barbiera (Milano, Treves, pag. 41).


Almanacchi milanesi ([pag. 65]). — Ricco e amante del lieto vivere era il nobile Giuseppe Brentano Grianta, che, ogni anno, stampava un almanacco in quartine settenarie, passando in rassegna casi bizzarri. Morì a 65 anni, il 4 ottobre 1819, lasciando erede l'Ospedale Maggiore di Milano (Cusani, Benefattori dell'Ospedale di Milano).


Nobili stravaganti suscitavano anche nel Settecento viva ilarità nella Lombardia. Il più buffo era forse il marchese Francesco Origoni. Costui faceva venire i tacchini carichi di lumache e, sempre a piedi, niente meno che dalla sua villa di Valmadrera (Lecco) fino a Milano, per gustarne poi la carne frollata dalla stanchezza e perciò più prelibata. Il peggio è che si stancavano, sino a caderne spossati e infermi, i poveri pazienti conduttori. Quel bel matto era nonno della eroica contessa Teresa Casati, moglie di Federico Confalonieri.


Ara bell'Ara, discesa Cornara, ecc. ([pag. 25]). — Su questa antica nenia infantile, tuttora popolarissima a Milano, parla Tullo Massarani nei Ricordi cittadini e patriottici, raccolti e postillati da Raffaello Barbiera (Firenze, Succ. Le Monnier, 1908, pag. 320 a 325). Ne parla su quanto reca un manoscritto genovese di Giacomo Giscardi: Dell'origine e fasti delle nobili famiglie di Genova. Il conte Tommaso Marino, genovese, venuto a Milano nel 1525 e arricchitosi rapidamente con le ferme (pubblici appalti) del sale, e divenuto potentissimo, aveva un figlio, Niccolosio, e costui uccise per gelosia la propria moglie ch'era d'alto lignaggio spagnuolo. Questo appartiene alla storia; il resto appartiene alla leggenda. Il palazzo Marino a Milano, dove ha sede il Municipio, fu eretto per ordine del conte Marino predetto.


Meneghino. — Dopo due secoli di sua vita ([pag. 173]), manca d'una compiuta monografia. Dopo i disastri del '48, Meneghino, per bocca del suo popolo, cantava di notte per le vie ben altre parole che quelle messegli in bocca dal Maggi:

E nun semm semper nun;

E s'emm ciappaa la ciocca (ubriacatura)

Se l'emm pagada nun!

Siamo, dunque, lontani dal tempo nel quale il contadino lombardo, quando incontrava il cane del padrone, si levava il berretto curvandosi, e gli diceva premuroso: Reverissi, sur can!


La tragedia «Aristodemo», del Monti ([pag. 121]), fu rappresentata per la prima volta a Roma (teatro Valle), nel gennaio del 1786: fu ispirata da quelle omonime di Carlo Dottori e dell'Arnaud.


Motto superbo ([pag. 152]). — Invece di: «Un altro Porro, l'illustre Pietro, disse....», leggi: «Un altro patrizio, l'illustre Pietro Verri, disse....».


Abitanti di Milano ([pag. 245]). — La cifra è così indicata nel Milano Sacro del 1810, e comprende la popolazione di tutte le parrocchie, porte e sobborghi. Porta Orientale (ora Venezia) comprendeva da sola 35,950 abitanti. Le altre porte si chiamavano Romana, Marengo (ora Ticinese), Vercellina, Comàsina e Nuova.


Lapide della tomba di V. Monti ([pag. 364]). — Fu trasportata e collocata, in segno di onore, nella cripta della nuova chiesa di San Gregorio.


Ortografia milanese. — È la più arbitraria e incerta. Non solo varia da secolo a secolo, da autore ad autore, ma anche nello stesso poeta, come nel Porta. Quando sarà autorevolmente fissata? Sarebbe ora.