XII. La fuga e le passioni della Duchessa de Plaisance.

La società gaudente di Parigi sotto re Luigi Filippo. — Camillo Cavour ai banchetti del principe Belgiojoso a Parigi. — Uno scandaloso romanzo a chiave. — Pier Angelo Fiorentino. — La duchessa de Plaisance. — Sua passione per il principe Belgiojoso. — Sua fuga con lui. — Rifugio nel Lago di Como. — Il barone Carlo Bellerio alla Villa Pliniana. — L'ora dell'abbandono. — La duchessa de Plaisance a Moltrasio e a Milano. — Ultimi anni della duchessa. — Ultimi anni del principe. — Un dramma di Mario Uchard sulla duchessa de Plaisance. — Lettera inedita di Mario Uchard.

Parigi, sotto il regno di Luigi Filippo, presentava un memorando spettacolo. Una coorte di grandi ingegni sfolgorava in mezzo a una gaudiosa corruzione. Mentre oggi passiamo nella vita colla fronte corrugata, con arido odio, forse, nel cuore; sospinti fra i clamori delle lotte di classe, — jeri, i nostri padri avventurosi, dai begli occhi di cospiratori e di trovatori amanti, cercavano di temperare le tristezze del romanticismo fra le gajezze delle liete compagnie d'amici. Così Venezia si preparava all'insurrezione del Quarantotto e alla leonina difesa colle serenate del Canal Grande, colle sagre di Santa Marta, coi baccanali del Lido; così Milano si preparava alle Cinque Giornate colle facezie del Moncalvo e cogli spettacoli della Scala; così Parigi pensava, abbagliava il mondo co' suoi eccelsi poeti, co' suoi filosofi; e gioiva.

Il principe Emilio Belgiojoso era un genuino rappresentante dell'epoca sua. Egli avea sortito indole di cospiratore, d'artista e di gaudente. Egli era diventato popolare a Parigi per il suo buon cuore e per le gioconde sue cene. I chiomati, romantici studenti del Quartier latino cantavano una canzonetta in suo onore, il cui ritornello finiva in un amenissimo Belsgiozosò, come i Francesi pronunciavano tutti questo cognome. Quando Camillo Cavour andò per la prima volta a Parigi (era ben giovane allora! contava ventisette anni) fu introdotto nell'allegra società, la quale dettava la moda alla Francia, all'Europa; e vi trovò anche il principe Emilio Belgiojoso. Nel Diario inedito di Camillo Cavour, pubblicato dal senatore Domenico Berti, si leggono le seguenti noterelle che aprono uno spiraglio nella vita parigina d'allora. Correva l'anno 1837, domenica, 30 luglio; e il conte scrive:

“J'ai rencontré Cigala chez le chevalier Portula: il s'est emparé de moi et ne m'a plus quitté. Nous avons dîné ensemble au Café de Paris. Il m'a fait faire connaissance avec Boigne, Belgiojoso, etc. Ces messieurs veulent à toute force me présenter au jockey-club. Me voilà donc enrôlé parmi les plus mauvais sujets de Paris.

E ancora:

Vendredi, 11 août.

“Soupé avec M.r de la Grange, Belgiojoso, Dalton, N. Roqueplan, Cigala, Lautour. Orgie complète. Ces messieurs n'ont pas plus fait attention à moi que s'ils avaient été dans une auberge.„

Madama Joubert incolpa, nei Souvenirs, il principe Belgiojoso d'aver invogliato Alfredo de Musset alle crapule. È una calunnia; perchè, anche prima d'incontrarsi col seducente principe italiano, il poeta di Rolla tentava con entusiasmo l'articolo champagne.... e ahimè! anche qualche altro liquore di marca meno aristocratica.

Fatto sta che la Parigi di Luigi Filippo si slanciava a quella corrente di piaceri, che doveva ingrossarsi e diventare oceano negli ultimi anni del secondo Impero, quando su una folla irrequieta di teste dai berretti a sonagli, e illuminata dai più bei rosei colori dei fuochi di bengala, sorgeva lenta ma implacabile, nera, minacciosa, la gigantesca e brutale figura di Ottone di Bismarck.

Nel 1852, comparve a Parigi un romanzo che dipingeva la società parigina corrotta. Sollevò scandalo; tutti lo lessero. La principessa Belgiojoso si divertiva a svelare i nomi veri che si nascondevano sotto i nomi inventati. Il romanzo si chiamava Un caprice de grande dame; l'azione si svolgeva fra il 1842 e il 1845 a Parigi: n'era autore “le marquis De Foudras„. In esso, una splendida civetta, madame de Montgazon (una dama spagnuola) faceva bel contrasto con una cortigiana titolata, la marchesa di Lydonne, la quale era poi una marchesa vera: de Contard. E un vecchio egoista spiccava accanto a un briccone di spirito, sotto il cui nome di Fortunio tutti leggevano il nome d'un napoletano di spirito sfavillante e diabolico, il quale, a Parigi, teneva col veneziano Scudo il regno della critica musicale: Pier Angelo Fiorentino, morto poi nella stessa Parigi nel 1864.


Ma un altro scandalo più grave, e per una passione sincera, ineluttabile, non per un altro caprice de grande dame, si sollevò a Parigi in quel tempo.

Una mattina, si sparse nell'alta società e nella Corte, la novella che la duchessa de Plaisance era fuggita da Parigi col principe Emilio Belgiojoso. La famiglia della duchessa, immersa nel dolore, vestì il lutto.

La nuova Bianca Cappello parigina era Anna Maria Berthier, principessa di Wagram, moglie del duca de Plaisance; titolo che Napoleone I (prendendolo da un piccolo villaggio dei Pirenei) avea dato all'arcitesoriere suo, Lebrun. Ell'era figlia d'un terribil, feroce soldato: del maresciallo Alessandro Berthier, nativo di Versailles, che nelle sanguinose battaglie napoleoniche, a Marengo, ad Austerlitz, a Jena, a Wagram, primeggiò come capo dello Stato maggiore. La madre di lei era pure un alto personaggio: era quella figlia del duca di Birkenfeld, che il Bonaparte avea data in moglie al suo diletto Berthier, qual novello segno d'onore: al maresciallo Berthier, che avea per intima amica una contessa Visconti-Almi, vissuta a lungo a Parigi. Per le parentele, la duchessa de Plaisance era congiunta colla casa di Wittersbach e con altre teste coronate. Il maresciallo Berthier si uccise nel 1º luglio del 1815 precipitandosi da un balcone, e lasciò una bambina, Anna Maria.... la fuggitiva!


I due fuggiaschi non si preoccuparono dello scandalo enorme sollevato; la duchessa de Plaisance, non pensò che abbandonava una tenera figlia, la quale avrebbe pianto lacrime amare; non si preoccupò alla notizia che il marito l'aveva dichiarata al mondo come morta e che il lutto, ordinato per un anno, era persino portato dagli staffieri nella livrea e dai cavalli nelle gualdrappe.

Il duca de Plaisance era un perfetto gentiluomo; era buono; non meritava quel dolore. Il solo fratello della Plaisance cercava di scusarla, egli che l'aveva amata sin dall'infanzia. La duchessa era alta, bionda, formosa, imperiosa, dal volto affocato, come se il sangue le fluttuasse indomito sulle guancie. Chiari gli occhi, piccoli il naso e la bocca, e niveo il collo. Il profilo era quello d'un cammeo; ma non d'un cammeo d'artefice squisitissimo. Quando andava in carrozza, levava il capo con un gesto risoluto: pareva che sfidasse il destino. Quando cavalcava, parea l'arcangelo delle battaglie.


I due fuggitivi ripararono in Italia, nei silenzii della fosca, antica Villa Pliniana, sul lago di Como; villa che il Belgiojoso possedeva. Il principe Emilio condusse là l'idolo suo; là, in quel recesso solenne e solitario, all'ombra dell'alta montagna che sovrasta la villa e che l'accoglie a' suoi piedi, su un aspro scoglio, in un seno austero, e, di notte, pauroso. Entro quelle sale folte di ombra, che sembran mute camere funerarie d'un castello di sovrani spariti; fra quegli alberi secolari, sibilanti ai gelidi soffii e su le cui fronde il sole cala a stento un raggio sottile, impallidito; fra quei sepolcrali, alti cipressi, al fragore monotono di acque cadenti dall'alto, ermo dirupo, — fra memorie immani d'agguati e di sangue; — là, in quella villa grandiosa dall'atrio dorico, e funerea come una casa di fantasmi, il principe Emilio condusse la lieta, bionda duchessa de Plaisance; e là i due amanti vissero, volontarii prigionieri, chiusi, soli, soli, con qualche servo, per otto anni; e in quell'asilo, anco tra le nevi dell'inverno e all'infuriar delle procelle in mezzo a una desolazione d'ombre e di spume iraconde e di flutti lividi, i baci d'amore bastavano; e in profondo, immenso oblio era sepolta per quelle anime beate la vita degli altri, la vita del mondo. Pochissimi, intimi amici li visitavano.

Larga e monumentale è la mole della Villa Pliniana, che prese il nome da Plinio perchè Plinio il Giovane descrisse in una lettera a Licinio una sorgente che vi cresce e decresce a guisa del mare; eterna sorgente della cui mistica vita molti esplorarono il segreto; simbolo delle vicende umane. Il conte Anguissòla (che col Gonfalonieri, col Pallavicino e col Landi avea assassinato nel 1547 il ribaldo Pier Luigi Farnese, duca di Piacenza e di Parma) temendo vendette ivi riparò, e fe' costruire addosso alla montagna protettrice, la villa; — e questa, che aveva accolto il fuggiasco del delitto co' suoi turbamenti, doveva, quasi tre secoli più tardi, accogliere i fuggiaschi dell'amore. Nella Villa Pliniana, due sicarii incappucciati da frati, penetrarono un giorno per insidiare cogli stili, celati sotto le tonache, la vita dell'Anguissòla e per vendicare il Farnese; — là, una notte, Napoleone Bonaparte riposò, sognando forse nuove vittorie; ma nella stessa dimora ben altri sogni allietavano il principe Belgiojoso e Anna Maria, alta, bionda, dal bel corpo adorato!...

Come mai passavano i lunghi giorni nella reclusione?... Doveva essere un'estasi, un mutuo incantamento, che solo la passione, un'invincibile passione, in tutti e due, poteva spiegare. Aveano abbandonati i viaggi, i teatri, i conviti, le danze, le mille leggiadrie, le mille feste della grande metropoli, della città più mondanamente seduttrice della terra per un eremo come quello.


Al rimbombo del torrente precipitantesi a picco dal monte, confondeasi il canto soave del principe, i suoni del cembalo d'Anna Maria. Ed erano talora risate di gioja, che si perdeano nei chioschi segreti dei boschetti, fra le edere, tenaci come passioni. E quali veglie nelle notti piovose d'autunno!... Nessun astro in cielo; e monti neri, acqua nera; e i cipressi, nella languida pace dell'alba, disegnantisi appena con tremolii lenti nelle cime.... Par che, all'alba, la mano d'una fata, ardente d'amore, passi tra le chiome di foglie, destandone brividi di voluttà. Sulla ringhiera marmorea, le ultime rose grondanti rugiada si rialzano superbe alla luce; bellezze lagrimose ed altiere che domandano a Dio un conforto. E, sbattendo sugli scogli, l'onde dalle lunghe striscio violacee, assaltano avide gli scogli e ricadono con un singhiozzo.... Ma che importa tutto questo a due cuori amanti?

La duchessa de Plaisance, la principessa di Wagram, s'abbandonava talora a scherzi infantili col principe: e un giorno, remando con lui sul lago, ella gli disse: “una capanna, il tuo cuore.... e un buon cuoco.„

Nei pomeriggi d'estate, sulla balaustrata della loggia alta e severa, comparivano ritte due figure ravvolte in un lenzuolo, che molti, sul lago di Como, ricordano ancora. Erano il principe e la duchessa. E stavano lì, ritti, qualche tempo, sembrando due statue. D'un tratto, i due amanti spiccavano insieme un salto da quell'altezza e piombavano nel lago, che ivi è profondissimo; e beatamente nuotavano.

Ma un giorno, comparve alla Pliniana un fiero gentiluomo. Era un cospiratore milanese, un mazziniano, amico di Cristina Belgiojoso, ma non certo inviato da questa principessa, chè mai ell'avrebbe voluto abbassarsi per venire a patti o catechizzare una rivale!... Egli era pure amico e concittadino del principe Emilio; era stato attivo cospiratore con lui nella Giovine Italia; con lui aveva fondata a Parigi la “Cassa di soccorso per gli emigranti italiani„; con lui s'era trovato nelle belle audacie mazziniane, nei pericoli. Era il barone Carlo Bellerio.[94]

Il Bellerio voleva strapparlo da quella donna, fra le cui blandizie l'amico perdeva l'antico amor patriottico, del quale l'Italia aveva ancora bisogno. Il Bellerio soffriva nel veder sepolto negli ozii snervanti d'una villa un amatissimo amico, che, per il suo passato operoso, per il prestigio del gran nome e della personale seduzione, avrebbe dovuto agire ancor più, ora che altri passi sulla via della indipendenza restavano da compiere, gli ultimi forse, i decisivi!... Carlo Bellerio si presentava alla duchessa anche per preghiera della famiglia Belgiojoso, allo scopo di ricondurre l'ordine morale dove la passione l'avea bandito.

L'incontro del barone Bellerio colla duchessa de Plaisance alla Pliniana fu uno de' più caratteristici: una scena. Qua, un cospiratore dagli occhi fulgentissimi, leale, impavido, che vuol distruggere a ogni costo la rete avvolgente la vita d'un patriota, d'un gentiluomo, d'un amico; là, una gran dama ch'era precipitata nello scandalo, disprezzando il disprezzo di mille.

Il Bellerio le parlava vibrato, commosso; ella ascoltava con blanda rassegnazione.

— Pensate, o duchessa, pensate che non può tardare il giorno nel quale uno di voi due, stanco, abbandonerà l'altro. È meglio che affrettiate voi stessa il momento della separazione; ma senza chiasso, da buoni amici, con cordialità. L'addio d'oggi non sarebbe senza la soddisfazione di compiere un alto sacrificio; l'addio di domani non sarà senza fastidio, forse non senza disprezzo. E pensate al dolore della vostra famiglia di Parigi, al dolore di vostro fratello che vi ama, di vostra figlia che avete abbandonato.... Pensate allo scandalo....

E la duchessa, con voce bassa, lenta, per troncare ogni discussione, rispose:

— Ma a me piacciono gli scandali!


Quando scoppiò la rivoluzione del '48 a Milano, non si vide, pur troppo, il principe Emilio Belgiojoso primeggiare nella sua città fra i maggiorenti che guidavano il popolo alla lotta eroica e bellissima. Egli era ancora celato nella Villa Pliniana colla duchessa de Plaisance!

In quello stesso anno, il giovane Carlo Rezia di Como corre a una polveriera austriaca e ne invola le polveri; altri animosi s'impadroniscono della polveriera di Geno; a Como, i cittadini fanno prigionieri nelle caserme millecinquecento soldati; s'impadroniscono dell'antica, gloriosa bandiera del reggimento Prohaska; — e il principe Belgiojoso rimane inerte accanto alla duchessa!... Soltanto, all'improvviso, dona alla guardia civica comense una bandiera: povera bandiera, che, dopo varie vicende, passò a una società operaja, che la conserva tuttora.


Ma il giorno preveduto dal Bellerio arriva. La duchessa non può più rimaner sepolta viva in quella solitudine, donde per otto lunghi anni mai, nemmeno una volta, volle allontanarsi. Ella è stanca dell'antica villa, di quella fragorosa cascata; è stanca di quei cipressi, di quelle fitte edere eterne, di quelle serpi striscianti nell'umidità dei muschi, di quella lapide che, nel loggiato, reca scolpita la lettera famosa di Plinio; è stanca di quegli amori; è stanca del principe; ma non è stanca del lago di Como; e, dicendo addio al principe, va ad abitare nella riva opposta del lago, a Moltrasio, pur memore d'altri amori: di Vincenzo Bellini con Giuditta Turina.

Un giorno, il principe avea fama d'uomo facile alle decisioni. Ebbene, si noti che non lui spezza per primo il legame; lo rompe ella, e, per di più, va a dimorare quasi in faccia all'abbandonato!

Chi può penetrare nel cuor di quella donna che, pur frangendo ogni vincolo coll'uomo per il quale ha offeso la società, non può lasciare il lago, quelle rive, quei ricordi?... Per fare un dispetto al principe?... Oppure, per assaporar le memorie d'una dolcezza amorosa, che ha inondata la sua giovinezza?

Il principe Emilio ne sofferse come della più acerba ferita. Che avrebbero detto a Parigi e a Milano di quell'umiliazione a cui una donna lo avea piegato?... Quanti ne avrebbero riso!... E che strazio essere abbandonato da una creatura divinamente bella, lungamente amata, e adorata ancora!...

Il principe Emilio non fuggi; rimase qualche tempo nella Pliniana, solo, triste, cercando di sviare i tormentosi pensieri coll'abbellire i giardini, col renderli, col suo buon gusto d'artista, più ameni di piante e di fiori. Della duchessa mai parlava; soltanto ad un amico, che andò un giorno a trovarlo, egli manifestò per lei quel disprezzo con cui Alfredo de Musset nella Confession d'un enfant du siècle parla di certi abbandoni d'amanti....

E la duchessa brillava intanto più che mai. Uccello.... non del paradiso, fuggito dalla gabbia, saltava spensierato di gioja in gioja. Aveva coperto i balconi e i muri della sua villa di Moltrasio di piante verdi rampicanti; una graziosa novità, allora, per il lago. E, a Milano, abitava nel palazzo Poldi-Pezzoli, dove riceveva soltanto giovani signori coi quali teneva discorsi d'una libertà da etèra. Nel palco numero 4 della seconda fila a sinistra del teatro alla Scala, la duchessa sfoggiava le sue rosee bellezze in modo che pareva immersa in una vasca da bagno....

La duchessa de Plaisance s'infiammò poi, a Milano, per Cesare Stampa marchese di Soncino, nervoso, bruno, fierissimo, di carattere violento, tipo del gran signore. Perchè patriota risoluto, il conte Spaur, governatore di Milano, lo avea, nel 12 gennajo del 1848, sfrattato d'improvviso dalla città e fatto condurre a Lubiana in esilio; ma egli ritornò in patria, a muover le mani sui padroni stranieri!...

Sprecando egli in cavalli superbi e in altri lussi, ingenti somme colla duchessa de Plaisance, uno zio gl'intimò di lasciare quella dama, altrimenti lo avrebbe diseredato. E fu la duchessa, lei, che pregò il marchese Cesare di abbandonarla!... Egli non voleva: non voleva, immaginando un rivale, una sostituzione; e la minacciò.... Ma ella oppose alle furie il suo tranquillo sorriso: lo disarmò, e si fece ascoltare. Così, colei stessa che jeri abbandonava l'amico venutole a fastidio, oggi si faceva abbandonare dall'amico che amava. Poichè ella lo amava, il Soncino! E appunto per questo volle salvarlo.

Principe Emilio Belgiojoso
(dal ritratto a olio eseguito da Francesco Bouchat intorno il 1840 a Parigi, ora posseduto dal Principe Emilio Barbiano di Belgiojoso d'Este a Milano).

Dal conflitto penoso, ella uscì abbattuta. Il suo volto era più affocato: girava gli occhi come una pazza.... Implorò un alto conforto; si ricordò della obliata fede materna; e pregò.


A Moltrasio, sul lago di Como, cominciò a spargere beneficenze copiose. Si svegliava di buon mattino; indossava un accappatojo bianco, si scioglieva per le spalle i capelli e, a letto, apriva la corrispondenza ch'era formata quasi tutta di suppliche di sventurati per sussidii: rispondeva agli amici, a tutti; poi si riaddormentava. Specialmente nell'estate, molti amici di Parigi andavano a visitarla a Moltrasio; amici dai grandi nomi, ch'empievano gli orecchi di quegli abitanti come una fanfara imperiale. Nel luglio del 1878, la duchessa stava per recarsi a Parigi, che dopo la sua fuga ella non aveva più riveduta. Molti de' suoi accusatori erano morti; gli anni aveano versato la cenere sul fuoco delle ire; perchè non sarebbe stata accolta con pietosa indulgenza?... Suo fratello poi la amava sempre; ed ella s'era purificata nella carità; una carità silenziosa, inesausta, talvolta sublime.

La duchessa fu presa da malessere. Subito dopo, una malattia ai bronchi ostinata, divoratrice, la prese, la distrusse, — e, alle 13 e mezzo del 23 di quello stesso mese di luglio, nella sua villa di Moltrasio, la sventurata chiuse gli occhi per sempre, invocando fidente il perdono di Dio.

Oscuri servi furono testimonii all'atto di morte di colei ch'era stata la principessa di Wagram, la figlia di chi aveva unito il proprio nome al nome di Napoleone I. La salma venne chiusa in due casse: una delle quali di zinco con un vetro per lasciar scorgere le sembianze del cadavere. E, l'anno dopo, fu trasportata a Parigi dove venne seppellita nella cappella di famiglia.

Così, silenziosamente, quegli avanzi lasciavano il lago di Como che avea consumato una giovinezza, una riputazione, una vita. Così finì colei ch'era chiamata la duchessa di Moltrasio.


Il principe Emilio Belgiojoso era morto da vent'anni. La Villa Pliniana era stata intanto abitata, a intervalli, dalla principessa Cristina; e la villa della duchessa, che serbava le traccie della sua sorridente eleganza, venne smembrata in varie parti e venduta: un pezzo ne acquistò un farmacista, un altro un erbivendolo di Milano.... È l'agonia delle cose: gli Dei se ne vanno!

Una parola qui, ancora pel principe, è doverosa. Il principe Emilio Belgiojoso non si era dato pace, mai pace, dell'abbandono improvviso della duchessa. Dopo qualche dimora nella desolata Pliniana, fuggì, per distrarsi, dalla Lombardia, fuggì dall'Italia, e percorse l'Oriente. Ma l'Oriente non valse a rifare quella vita rovinata. La salute del principe volgeva di male in peggio. Alla spinite, si unì una forma di demenza che strappava le lagrime. Il povero gentiluomo languiva a Milano, in quell'avito palazzo Belgiojoso, dove avea date tante squisite feste musicali e di scherma, nelle quali egli emergeva, corteggiatissimo, per la bella voce e per l'arte sua di tiratore eccezionale, quando la scherma era sapiente privilegio di pochi.

Il 17 febbrajo del 1858 fu l'ultimo per l'infelice principe, il quale contava soli cinquantasette anni. Egli sparve, compianto, nella febbril vigilia della liberazione della sua Milano, quasi all'aurora dell'indipendenza d'Italia, per la quale avea, nella giovinezza, cospirato col sentimento, col denaro, col prestigio del nome; e noi abbiamo il dovere di onorarne con riconoscenza la memoria fra quella dei patrioti più coraggiosi e più geniali della prima ora.

Nella Gazzetta privilegiata di Milano del 20 febbrajo 1858, si leggevano le seguenti parole:

Questa mattina nella chiesa di San Fedele, furono celebrate le solenni esequie del Principe Emilio Belgiojoso Balbiano.

Un'eletta e lunga schiera di parenti ed amici erano accorsi per prestare un ultimo omaggio all'illustre defunto, alle sue virtù ed alle splendide qualità che lo resero in vita sì caro e desiderato da tutti. Una lunga e penosa malattia lo rapì all'affetto di due distinti fratelli, della consorte e parenti, all'amore ed all'amicizia di tanti, alla società di cui era nobile ed invidiato ornamento; ma il suo nome suonerà ancora per lungo tempo sulle labbra de' più gentili ogni qual volta si parlerà delle doti e dei pregi che costituiscono un perfetto cittadino ed un brillante uomo di mondo.

L'anno stesso della morte del principe, fu pubblicata a Parigi La Fiammina, commedia in quattro atti e in prosa, di Mario Uchard; commedia che, rappresentata l'anno innanzi al Théâtre-Français a Parigi, dagli attori dell'imperatore Napoleone III, aveva ottenuto un successo di strepitosi battimani e di lagrime, il titolo di capolavoro, le lodi altisonanti di Paul de Saint-Victor. Mario Uchard, nell'inviarne copia al duca Antonio Litta Visconti Arese, gli diceva (in una lettera tuttora inedita, che mi è favorita dal gentile signor David Henry Prior) che quel dramma altro non era che la storia della duchessa de Plaisance e del principe Emilio Belgiojoso:

La Fiammina a été composée sur la situation de Madame de Plaisance. Elle est la regrettable héroïne de ce drame, et lord Dudley n'est autre que le prince Emilio Belgiojoso. J'ai tout simplement déduit les conséquences de leur liaison au cas ou M.me de Plaisance se trouverait en présence de son mari et de son fils, qu'elle avait quittés depuis quinze ans, à l'heure ou j'écrivais cette comédie. Vous comprendrez, sans que je le dise, mon cher duc, par quelle raison de convenances ils ont été si bien déguisés par moi.„

Infatti, se non si avesse questa confessione, si stenterebbe a ravvisare nella protagonista Fiammina, cantante italiana (che madama Judith rappresentava con tanta passione) la duchessa de Plaisance; e non si potrebbe neppur intravvedere in quel Giorgio Dudley, pari d'Inghilterra, il principe milanese. Mario Uchard fa che Fiammina abbandoni il marito e il figlio in culla per seguire l'amante, ed è punita della sua colpa. Il dramma, che si svolge a Parigi sotto Luigi Filippo, è una pittura dell'amor materno; è sano, morale.... ma non è il dramma della Pliniana.

E non è vero che la duchessa de Plaisance avesse abbandonato un figlio; bensì, travolta dalla vertigine, lasciò alle cure del padre una cara figliuola; la quale, sposandosi, entrò in una grande famiglia, ben degna di quella in cui era nata: sposò il duca de Maillè, dell'antica e illustre casa della Turenna.

Nel 1886, la principessa Maria Troubetzkoi pubblicò a Parigi un libro dal titolo Amours, con una prefazione di Madame Adam. È tutta una serie elegante di storie d'amori. Un capitolo s'intitola Amour épuisé; e allude, velatamente, al dramma di passione svoltosi sul lago di Como fra il principe Belgiojoso e la duchessa de Plaisance. Il marito della duchessa è rappresentato come dissoluto e brutale; il che non era vero. Per giustificare i voli dal nido, somiglianti a quello della bionda, maestosa signora, si ricorre facilmente alle pitture poco caritatevoli dei mariti!... Secondo la narratrice d'Amours, anche la duchessa era dotata di una bella voce, come il principe Belgiojoso; aggiunge che s'innamorarono cantando insieme un duetto nel castello del duca de Plaisance; castello dall'aspetto monumentale, sorgente presso Parigi in mezzo d'un parco superbo. Nessuno è nominato: neppure la principessa Cristina Belgiojoso. La quale (si noti!) andò a dimorare sullo stesso lago di Como, non lungi dalla Villa Pliniana, e quasi di fronte della villa di Moltrasio, dove abitava la duchessa.... Ma ne riparleremo.... Intanto, più elevati drammi si svolgono; più nobili passioni dilatano il loro impero.

XIII. La Principessa pubblicista e benefattrice dei contadini.
Suo incontro con Luigi Napoleone.

La Gazzetta Italiana fondata dalla Belgiojoso a Parigi. — Peripezie di questo giornale. — La Principessa ritorna in Italia. — Locate e il suo paesaggio. — Villa dei Trivulzio. — Suo medagliere e biblioteca. — Benefiche iniziative della Principessa pei contadini e i loro figliuoli. — Il suo illuminato socialismo. — La donna Paola del Parini. — Il dottor Màspero. — L'Ausonio. — La lettera del Manzoni sul “Romanticismo„. — Malcontento del Manzoni. — Speranze in Carlo Alberto. — Drammatica fuga di Luigi Napoleone dalla fortezza di Ham. — Incontro di Luigi Napoleone colla Principessa. — Loro dialogo sul risorgimento d'Italia. — Poeta profeta.

Mentre il principe Emilio Belgiojoso, travolto da irresistibil passione, abbandonava le lotte della libertà della patria, ch'era stata il suo alto e febbril sogno nella giovinezza, la principessa Cristina continuava con più forte tenacia nell'azione seria, efficace, per dare alfine all'Italia ordini liberi e dignità di nome. Anzi, più il principe si obliava in un amore, del quale subiva la tirannia (egli un giorno di spiriti sì indipendenti!) — e più la principessa prodigava le mirabili energie intellettuali per raggiungere lo scopo nobilissimo. E non solo ella operava più alacre che mai per la liberazione della patria, fino al punto di presentarsi a Luigi Napoleone e dirgli: “Principe! ajutate l'Italia!„ (come vedremo) — anche ad altra liberazione ella pensava: alla liberazione delle umili classi lavoratrici dall'oppressione degli sfruttatori e dalla miseria; — vi pensava, quando questo sacro dovere non veniva imposto colla violenza, quando non era neppur di moda.

La principessa Cristina Belgiojoso era convinta che la stampa, questa forza formidabile, poteva, ben più delle fosche congiure mazziniane, preparare il giorno della risurrezione d'Italia: pensava che era urgente formare una pubblica opinione (come allora si diceva) a favore d'Italia nostra; ed ella, con giornali da lei fondati nel primo centro intellettuale d'Europa, qual era sempre Parigi, contribuì a fortificarla, ben presto, chiamando intorno a sè scrittori valenti, ma più lavorando ella stessa, infaticabile, e profondendo anche nuove somme di denaro, munifica sempre.

La principessa Cristina Belgiojoso occupa un soglio eminente anche nella storia del giornalismo. Ella possedeva un talento di prim'ordine per cogliere gli argomenti del giorno. I maestri dell'arte del giornale, — arte sì facile in apparenza, sì ardua in sostanza — possono riconoscere le attitudini preziose di lei, esaminando i periodici ch'ella lanciò a Parigi con patriottica audacia. Ella inspirava articoli, li coordinava, li correggeva.

Nel 1845, ella fonda a Parigi un giornale italiano, con intenti italiani, la Gazzetta Italiana; la fonda (chi lo crederebbe?) in mezzo a una tempesta che alcuni amici italiani le suscitano intorno. La principessa, Pier Silvestro Leopardi e Giuseppe Massari, formano il “Consiglio di redazione„ della Gazzetta, ch'esce dalla Rue du Marché St.-Honoré, 5, dove pure si tiene deposito di libri italiani. Certo Marino Falconi, entusiasta ammiratore della Belgiojoso, attende all'amministrazione e corrisponde coi libraj d'Italia per raccogliere “nuovi fondi„ al periodico e per diffonderlo; ma egli dà ombra al Massari e al Leopardi, che vorrebbero allontanarlo. Ed ecco, entra in scena Terenzio Mamiani:

“.... Il Mamiani (scrive il Falconi al Vieusseux a Firenze) interpellato da Leopardi di far parte del Consiglio, si ricusò dicendo: Non convenire a lui solo stare a fronte della Principessa, mentr'egli, Leopardi, e Massari, non erano che due accoliti di questa donna, e troppo ripugnava che un giornale politico unico e primo di tal fatta fosse diretto da una donna; — ch'egli volentieri entrerebbe a tal direzione, quando insieme con lui vi fossero uno o due nomi indipendenti da poterlo sostenere in caso di divergenza di opinioni fra lui e la Principessa. Tale franco parlare scosse Leopardi, che si vide compromesso e tacciato di accolito di una donna, e, tutto sgomento, egli dichiarò che nulla farebbe più di quello che sarebbe per fare Mamiani.„[95]

Così la culla della Gazzetta Italiana, come la culla di Ercole, era seminata di serpi!

La principessa rimase addolorata del contegno del Mamiani e di Pier Silvestro Leopardi. Essi le aveano portati, è vero, buoni articoli, ma in fondo ella sola sosteneva le spese della rivista; e, sola, avrebbe continuato. E così fece. Salutò i suoi oppositori, e si tenne seco il Falconi. Era allora l'ottobre del 1845.

“Messi alla porta dalla Principessa gli oppositori, nacquero per Parigi, nelle trattorie e nei caffè, mille pettegolezzi, vantando che non vi erano più collaboratori per la Gazzetta; che quest'era diventata un ornamento da donna; che non v'erano mezzi da continuare neppure una settimana, e mille piccolezze stomacanti. A tanti raggiri, rispondemmo con un silenzio ed un contegno stoico.„[96]

Così ancora il Falconi scrive al buon Vieusseux: il Falconi, che, come si vede, prendeva arie di filosofo!

Il giornale veniva intanto proibito a Torino, a Roma, a Milano, a Firenze.... E Gino Capponi se ne lamenta così col Vieusseux:

“Mi dispiace di quella Gazzetta alla quale pigliavo gusto, e ce lo pigliavano parecchi; ma tutti si aspettavano con ragione, che ce ne fosse per poco....„[97]

Con ragione, naturalmente; perchè la Gazzetta Italiana della Belgiojoso era la prima, che con Cesare Balbo, proclamasse che l'opera della liberazione d'Italia non dovea essere riservata esclusivamente alle popolazioni, ma che e popoli e principi italiani dovevano operare d'accordo. Le Speranze d'Italia, il libro dal bel titolo e dal bell'ideale, del conte Cesare Balbo (che, uscito a Parigi nel 1844, l'anno della eroica spedizione dei veneziani Bandiera e Moro in Calabria, fu squillo avvivatore) aveva nella Gazzetta Italiana un'alleata. Le sêtte segrete, le cospirazioni, care al Mazzini, parevano ormai alla principessa, come a Massimo d'Azeglio, ferri vecchi. La Belgiojoso s'era, nel frattempo, allontanata dai principii dell'agitatore genovese; ma ne aveva conservata l'amicizia, fino ad accogliere articoli di quella penna poetica; articoli che, per altro, non contrastavano coll'indirizzo del periodico; uno, ad esempio, sull'educazione degli italiani, base del risorgimento!...

In pochi mesi, la principessa avea versati ottomila franchi, e nuove spese occorrevano. Ella si trovò costretta a rivolgersi a' suoi amici d'Italia, e, all'uopo scese a Milano, partendo da Parigi il 19 dicembre di quell'anno 1845. Perchè non dovea approfittare, pe' suoi scopi patriottici, dell'amnistia che Ferdinando I aveva concesso ai “pregiudicati politici„ salendo, nel 1838, sul trono d'Austria?...

E qui, a Milano, avvenne allora un fatto incredibile. La polizia, che conosceva benissimo lo spirito d'infaticabile propaganda e il giornale ardito della principessa, non le diede ombra di molestia; la lasciò liberamente raccogliere sottoscrizioni per la Gazzetta Italiana!... Il Governatore voleva che l'inclita principessa lombarda, cara alle umili classi per le sue beneficenze, fosse rispettata e ripartisse per Parigi senza odiose impressioni sul dominio austriaco in Italia. Era una galanteria, e, nello stesso tempo, un atto diplomatico. Tanto, la Gazzetta Italiana a Milano non penetrava! Quel governatore era il conte Spaur, successo al conte Hartig.

“Sia lode eterna all'ottima principessa Belgiojoso (esclama il Falconi). Ecco come dovrebbero essere i ricchi! Essa ha preso a cuore la cosa, e, a Milano ha già venduto trentotto azioni (da 100 franchi l'una); e non si ferma lì. Se dieci soli in Italia così facessero, non vi sarebbe da sperare assai più?„[98]

Ma fuori di Milano, poco o nulla si raccolse; e il Falconi se ne disperò tanto da buttarsi.... al commercio dei formaggi! E qui vediamo la principessa nel suo Locate, dove semina benefiche istituzioni a pro delle classi sofferenti. Ed ecco un nuovo lato di quello spirito.


Un grosso, grave carrozzone, bianco di polvere, conduceva per una lunga strada maestra, fra estese praterie da Milano a Locate, Cristina Belgiojoso. Quando non v'era la ferrovia, bisognava rassegnarsi per forza a quel viaggio interminabile, salutati appena da qualche passero fuggitivo. Una malinconia di piani, d'aere, di tutto! Lo stesso verde assume un tono di noja infinita. I “ruscelletti dei piani lombardi„ non sono che una figura rettorica del Nabucco. Le risaje si distendono squallide e avvelenano l'aria. È ben raro che si trovi qualche casolare isolato. Bisognava proprio avere per meta un pajo d'occhi fatati come quelli della principessa per affrontare la via polverosa e interminabile. Solo, in alcune sere, sulle silenziose praterie, s'inarcano immensi padiglioni di fuoco: sono tramonti grandiosi e tragici; sono le passioni del cielo, come li definiva l'infelice Elisabetta, imperatrice d'Austria. E, sparita la gran luce, nell'azzurrina penombra le praterie fumano: sono nebbie, e si direbbero incensi che la terra eleva al cielo che si va stellando.

Locate, terra dei Trivulzio, nella Bassa Lombardia, è un grosso borgo industre, patria di latticinii insuperabili. La villa dei Trivulzio, questa reliquia feudale in mezzo a una fattoria agricola di carattere spiccatamente lombardo, partecipa anch'essa del carattere dell'ambiente: non ha alcun aspetto di maniero, nulla di monumentale. Sembra, all'esterno, una grandiosa cascina, che si estende per un centinajo di metri; ma conserva alcune terrecotte del Quattrocento, sospiro dei buongustai, il che le imprime un certo carattere, più degli stemmi dei Trivulzio dipinti a fresco sulle muraglie, con esagerati sfoggi di terre rosse, da qualche Raffaello di cattivo umore. Il letterato Achille Mauri, additava alla principessa quegli stemmi majuscoli, e le diceva:

— Principessa! Democrazia, non è vero?... e questi stemmi?

E il brioso conte Toffetti, alludendo alla desolante monotonìa della rasa campagna, domandava alla principessa nel suo inalterabile dialetto veneziano:

Principessa, come se divèrtela fra ste coline?...

La villa ha vaste sale i cui usci, ai giorni della principessa, non si chiudevano mai. Il nudo pavimento era, un dì, coperto di modeste stuoje di paglia; ma alcuni gabinetti avean le pareti coperte di seta; qualche altro presentava panoplie d'armi antiche: e, altrove, libri preziosi, miniati da mani diventate polvere da molti secoli. La sala terrena serviva per ricevere i lavoratori dei campi, per le rappresentazioni teatrali, per esecuzioni di concerti, per feste di ballo.

Nella sala terrena, la principessa, ne' primi anni del suo matrimonio, siedeva su una antica poltrona a mo' d'un trono; e i contadini, fedeli alle tradizioni patriarcali e feudali, le passavano davanti, baciandole reverenti la mano. Era allora la razza Trivulzio che trapelava da quella dama; ma, in quel tempo, l'orgoglio era peccato di pochi.

Un'altra sala superiore (la biblioteca) è ancora ricca di libri. Vi abbonda la collezione Tauchnitz dei romanzi inglesi, della quale la Belgiojoso era ghiotta.

La stanza da letto della principessa è vasta; vasto il talamo, coperto da cortine. Un inginocchiatojo accanto al letto accoglieva ogni sera la principessa che pregava. E, attigua, un'altra stanza ravvolta in misteriosa penombra: la luce vi penetra appena da un finestrone dai vetri colorati e istoriati, come nelle cattedrali gotiche. Là, la Belgiojoso meditava, scriveva, e distribuiva innumerevoli beneficenze,

Con quel tacer pudico

Che accetto il don ti fa.

Vi era un medagliere che, ai tempi della principessa Belgiojoso, contava fra i primi d'Europa.

Nella Gazzetta privilegiata di Milano del 1845 (e precisamente del 28 febbrajo e 9 marzo) si legge una descrizione di quel medagliere, com'era allora conservato.

Il marchese Carlo Trivulzio con lungo studio e dispendio (dice la Gazzetta) raccolse una collezione di medaglie e monete dei tempi greci, romani e del medio evo, degna di gareggiare colle più pregevoli. La principessa Cristina Belgiojoso Trivulzio, nel diventarne proprietaria, volle (nel 1845) che la collezione fosse riordinata. Fra le medaglie, quattrocento spettavano a uomini illustri italiani e stranieri. La serie dei papi era delle più cospicue; cominciava da Sisto I e giungeva, con qualche interruzione, sino a Leone XII. Salvo qualche lacuna, i re di Francia da Clodoveo I arrivavano a Luigi XVI, alla rivoluzione. Molte medaglie, coniate ai tempi dei duchi di Savoja, dei re di Sardegna, dei Gonzaga di Mantova, dei signori di Padova, dei dogi di Venezia.

Le monete comprendevano un periodo di quindici secoli e si riferivano a trecento città. V'era una serie, quasi intera, di monete d'Aquileja. Fra le rarissime: uno scudo d'oro di Paolo II coniato nel 1464. Due monete di forma poligona appartenevano a Gian Giacomo de' Medici, marchese di Musso, poi signore di Lecco. Fra le curiosità più preziose si notava la Bolla di Maria, moglie all'imperatore Onorio; un cammeo eseguito a Milano per quelle nozze, celebrate nel 398, e che venne scoperto in Roma nel 1544 entro la tomba di Maria nell'antica chiesuola di Santa Petronilla. Il marchese Giorgio Trivulzio potè venirne in possesso, e ne fece dono alla cugina principessa Cristina Belgiojoso, la quale non si stancava d'ammirare quel giojello rotondo, che constava di due onici legati da un aureo cerchio fregiato di quattro smeraldi e di dieci rubini. Fra gli anelli d'oro, uno era a suggello, di zaffiro, colla testa di Federico III imperatore di Germania. I sigilli?... Erano più di novecento. V'era anche un catino triangolare di majolica, con un dipinto rappresentante l'esercito di Carlo V che passa l'Elba a Milburgo.[99]

Finchè visse la principessa, la ricca raccolta numismatica rimase incolume, formando uno dei taciti orgogli di lei. Morta, la raccolta fu venduta alla Casa reale d'Italia. Sua Maestà il re Vittorio Emanuele III, il dotto numismatico, ben conosce quella collezione preziosa, che narra tanta storia di passioni dinastiche, tanta agitazione di corone e di popoli; tanto dramma umano lampeggiato dall'iraconda, spesso fratricida smania d'impero.

Ma non era la numismatica, non era la raccolta di cammei, di libri antichi, d'oggetti d'arte rarissimi; non era tutto quel ricco insieme di fiori nelle serre e di monete e di medaglie (degna cornice alla figura di Cristina) ciò che faceva amare sopratutte alla principessa la terra de' suoi avi Trivulzio. Ella amava quella popolazione onesta e laboriosa; ella ne era l'alta benefattrice, la madre. Di Locate-Trivulzio, ella fece in breve tempo un comune modello, avvivato da sapienti, filantropiche istituzioni, delle quali gli storici del socialismo dovranno tener conto.

Fin dal giugno del 1842, in una visita fatta alla sua indimenticabile Locate, la Belgiojoso avea diramato ai possidenti della Bassa Lombardia una lettera-circolare, tentando di commuovere i loro cuori a pro dei figliuoli minorenni e orfani dei contadini. Ella diceva: “La frequenza dei matrimonj, l'insalubrità dell'aria e le qualità de' lavori fanno sì che gli orfani trovansi in una proporzione assai maggiore qui che altrove. Affidàti alla malsicura custodia di lontani parenti, e qualche volta di estranei, adoperati negl'impieghi più fastidiosi, maltrattati, mal nutriti, male allevati, dessi formano una popolazione inferma e viziosa che consuma oltre il guadagno, e ricade a carico de' padroni o dei fittabili o dei benestanti, diminuendo così la proprietà di cui potrebbero quei paesi godere.„[100]

La Belgiojoso toccava la corda sensibile dell'interesse di tanti proprietarii, per raggiungere lo scopo supremamente benefico, che le arrideva: l'istituzione d'un orfanotrofio rurale.

Risposero i possidenti?... Risposero, allora, i felici della terra?... Nessuno.

La principessa, intenerita alle sofferenze di tanti poveri lavoratori della gleba, cominciò coll'istituire nell'inverno del 1845 a Locate uno scaldatojo per quei contadini. La Gazzetta privilegiata di Milano ne rendeva allora conto in un'appendice,[101] ch'è tutta un inno alla benefica signora.

In una sala terrena della villa, trecento contadini s'agglomeravano a scaldarsi, giorno e sera. Così avea disposto la principessa, per toglierli dalle stalle infette. Lo scaldatojo era aperto all'alba e si chiudeva verso la mezzanotte. Persona scelta dalla principessa, faceva ad alta voce letture adatte ai contadini. La benefattrice voleva che, alla sera, tutti pregassero insieme. Così, dalla villa, usciva un mormorìo di preci come da un tempio.

Allo scaldatojo, la Belgiojoso aggiunse la cucina economica; anche questa tutta a sue spese. I contadini vi trovavano ottima e copiosa minestra a mezzodì e alla sera, per dodici centesimi, ridotti poi a dieci soli: il pagamento potevano farlo quando e come volevano; ma i più se ne scordavano volentieri.

“Il pagamento (dice la Gazzetta privilegiata di Milano) delle minestre che si somministrano, può farsi giornalmente, in fine d'ogni settimana, od anche in maggior periodo di tempo, o a denaro che si raccolga da persona a ciò delegata o con lavori di determinato prezzo, pei quali si somministrano dalla nobile istitutrice le materie prime, come sarebbe lino da filare, filo da tessere o far calze, tela da cucire, ecc. E notisi che anche i prodotti di questi lavori sono già dall'animo benefico della signora principessa destinati in prevenzione o a far parte delle abbondanti elemosine che per lei si distribuiscono durante il corso dell'anno, o ad essere venduti al puro costo, in occasione di sagre e di altre circostanze, che attirano affluenza di persone da' luoghi circonvicini in paese, nella vista di fornir mezzi anche ai meno bisognosi di provvedersi con minor dispendio degli oggetti di biancheria o di vestiario occorrenti alle loro famiglie.„

Che ne dicono i socialisti d'oggi?... Per una Trivulzio della metà del secolo scorso, non c'è male!... Ell'era acerrima nemica delle beneficenze.... a parole. La principessa Cristina Belgiojoso fondò a Locate una scuola infantile a tutte sue spese: i bambini dai due anni ai sei vi erano accolti, nutriti e vestiti. Sentiva ella un palpito di maternità fra quelle testine bionde, raccolte dalla sua inesauribile beneficenza, dal suo affetto?...

E aprì pure una scuola di lavori femminili per le ragazze, alle quali facea insegnare a leggere, a scrivere, a conteggiare. Si pensi che la principessa facea istruire i giovani di Locate persino nell'algebra, nella geometria e (con più senso pratico) nell'agraria.

Nè qui finivano le filantropiche istituzioni a Locate, ch'era allora, in tutta Italia, il comune più progredito in fatto d'istituzioni per il popolo.

“E qui non si limitano ancora i beneficii (nota il foglio ufficiale di Milano); chè la signora principessa intenta sempre a procurare il benessere di quegli abitanti, ha già dato ordini positivi perchè, cominciando dall'anno corrente, siano di mano in mano ricostrutte e convenientemente adatte le case di sua proprietà, che servono ad uso di abitazione della maggior parte della popolazione, in modo da renderle sane, ben ventilate e capaci a soddisfare a tutt'i bisogni delle famiglie, sceverandole di tutti gl'inconvenienti d'insalubrità e d'immondezze, che derivano dalla male ideata loro costruzione attuale.„

Era vero. A quest'opera, aveva già posto mano l'architetto Maurizio Garavaglia, procuratore generale della principessa.

Nel venerdì santo di quell'anno stesso 1845, le sale della villa Trivulzio di Locate risonavano alle note dello Stabat Mater di Gioachino Rossini, eseguito da fresche voci femminili. Erano le giovanette di Locate che, ivi raccolte, lo cantavano con passione, con ardore religioso, sotto la direzione della principessa, la quale aveva loro insegnato quella musica tutt'altro che facile, impiegando due sole settimane; perciò un poeta del villaggio ne fu rapito, e improvvisò un sonetto che comincia:

Io non credea che d'inesperta voce

Trar si potesse mai sublime un canto!

Ed esclama ancora:

Oh, come il core a ognun restò conquiso!

V'ha chi si rammenta ancora di quelle cantatrici: ve n'erano di bellissime: tipi gentili, soavi, delle Madonne di Bernardino Luini. Breve la fronte, e greco il naso finissimo, e gli occhi scuri, ma vivi, un po' a fior di testa, e i capelli cuprei graziosamente ondulati, e scendenti come due bende sulla fronte e fino alle orecchie piccole e rosee. Quei tipi (che a Bernardino Luini servivano a dipingere Madonne, che son dolci Muse incoronate di alloro) vivon tuttora nelle campagne lombarde; ma nelle fatiche dei campi, nella struggente vita dei tugurii, nelle ibride mescolanze della vita moderna, presto appajono adulterati, offesi.... E presto spariranno.

Più tardi, la principessa istituì a Locate una fabbrica di guanti, nella quale molte giovinette erano impiegate. E sempre il pensiero del vantaggio de' poveri! sempre l'idea delle industrie utili, geniali, mulinava in quella mente aperta ad ogni progresso moderno!

La Belgiojoso seguiva, ne' suoi provvedimenti benefici verso i poveri, sopratutto il proprio impulso; pur avea dinanzi l'esempio di altri patrizii milanesi, ed esempii anche in famiglia, che le additavano la via della carità illuminata. Un Trivulzio fondò a Milano l'asilo pei vecchi. La contessa Laura Visconti Ciceri fe' innalzare dalle fondamenta, e dotò, uno spedale femminile aperto nel settembre del 1840. Fin dal 1444, Vitaliano Borromeo aprì una pia casa per distribuire pane e vino ai bisognosi. Gian Ambrogio Melzi fondò, nel 1637, un ospizio per distribuire ai poverelli viveri e vesti.

Se la principessa oggi vivesse, inclinerebbe alle teorie del socialismo?... In una sua lettera che trovo nella Biblioteca Nazionale di Parigi, disgraziatamente senza indirizzo e senza data, ella afferma che “la société organisée telle qu'elle est aujourd'hui, est une protestation éclatante contre la justice de Dieu; protestation qu'il est urgent de faire cesser.„ E la principessa inviava mille franchi per due “azioni„ d'un giornale che a Parigi avrebbe dovuto combattere contro le ingiustizie sociali.[102]

Riguardo a Locate, non va taciuto un opuscolo della Principessa: Osservazioni sullo stato attuale d'Italia e sul suo avvenire,[103] al quale rispose un avvocato Felice Borsani coll'altro opuscolo: Gli affittajuoli della Bassa Lombardia.[104] Ella, con competenza di proprietaria, con senso pratico, trattava una questione ben viva in quei tempi, nei quali Milano continuava ad arricchirsi coi prodotti agricoli; viva anche oggi, coi presenti scioperi agrarii. Ma chi ricorda quell'opuscolo?... In quelle pagine, che si direbbero scritte da un Melchiorre Gioja, l'autrice accusa severamente gli affittajuoli: li accusa di sfruttare i contadini; di lasciarli in perpetua miseria, arricchendo sè stessi. E gli affittajuoli, feriti, a strillare allora come aquile; a protestare contro la principessa!


Le molte, gravi cure limavano intanto la fibra ammalata della Belgiojoso; la quale potea dire sorridendo: “Che importa?... La fortezza è traballante, ma la guarnigione sta bene; resistiamo!„ Per isvagarsi, interveniva, a Milano, alle veglie festose d'amici patrizii. Una sera, comparve con uno de' suoi fantastici abbigliamenti, a una festa di ballo, che il duca Lodovico Melzi dava nel suo palazzo. Entrò nella gran sala, vestita tutta di bianco, ornata il capo da candide ninfee, che le scendeano intorno al collo, al busto e a tutta la sottile persona, in una spirale: ninfee finte, perfettamente imitate dal vero, colle loro foglie verdi cascanti. Qualcosa di simile dell'abbigliamento di suora grigia che la principessa avea adottato per qualche spettacolo dell'Opéra-Italien a Parigi!

Talvolta, si recava a visitare una carissima parente, cantata da Vittorio Alfieri, ed esaltata da Giuseppe Parini, che l'aveva eletta a Ninfa Egeria, e le leggeva le primizie dei proprii lavori. Era la vecchia e briosissima marchesa Paola Castiglioni-Litta, che nella signoril casa a Porta Orientale (ora Corso Venezia) riceveva ogni giorno un'infinita schiera di nipoti, fra i quali la principessa Belgiojoso. Li riceveva a letto, col suo cuffione bianco, col suo consueto, limpido sorriso. Nata nell'8 settembre del 1751, la marchesa, secondo la sentenza di tanti bravi medici, doveva sparir dalla terra fin da' primi anni della giovinezza; visse invece sino al 1846, alla vigilia dell'insurrezione di Milano: ed ella avea visti i duttili cavalieri serventi del Settecento, ed era intervenuta alle feste della Corte di Luigi XV!... I suoi motti di spirito giravano, come farfalle, per tutt'i palazzi: Giuseppe Parini, l'amico suo, n'era rapito. Nell'ode Il dono, il grande poeta parla di quella “fervida mente„ della “copia„ di quell'“ingegno„ di quello spirito arguto, e minia così:

.... spontaneo

Lepor tu mesci a i detti,

E di gentile aculeo

Altrui pungi e diletti,

Mal cauto da le insidie

Che de' tuoi vezzi la natura ordì....

Napoleone continuava a flagellar Milano di balzelli, di ruberie e, nello stesso tempo, ordinava all'obbediente Eugenio Beauharnais, vicerè d'Italia, d'imbandire sontuose feste di ballo a Corte per abbagliare colle cortesie e col fasto i poveri sudditi spogliati. La marchesa Paola Castiglioni non tardò a rispondere alla gentil viceregina che le porgeva invito ad un ballo:

— Grazie! ma nessuna di noi, signore milanesi, possiamo venire.

— Perchè, o marchesa?

— Perchè non abbiamo più giojelli!

Altri motti di spirito di lei divertivano anche Alessandro Manzoni. Ella pregava così il buon Dio: “O Signore, non fatemi morire in carnevale!„ Negli ultimi anni, era presa da allucinazioni gioconde: le pareva di vedere la Corte di Luigi XV coi cavalieri, colle dame, coi doppieri ardenti, e udiva musiche nuove e liete. In un suo taccuino, annotava: “Fenomeno. Musica da me solo udita, e di notte e di giorno. Ebbe principio nel mese di aprile di questo 1824.„

Quando morì, il suo corpo era quasi centenne; la sua anima avea vent'anni![105]

Ma altre allucinazioni pativa, pur troppo, Cristina Belgiojoso.

Fu a questo tempo che certi turbamenti nervosi della principessa s'accentuarono, colmandola d'angoscie. Le venne presentato un medico dalle brusche maniere, ma dal nitido ingegno, il dottor Paolo Màspero, il quale si occupava di epilessia con speciale competenza. I due volumi di lui sul terribil morbo, oggi sono invecchiati e dimenticati, ma possono attrarre ancora i profani perchè formicolanti di casi curiosi e pietosi, narrati con garbo letterario. Il Màspero era, infatti, della razza geniale del Redi: era medico e poeta. Nel modo stesso che il Monti si servì della versione latina dell'Iliade, apprestatagli dal Mustoxidi per compiere la magniloquente traduzione del poema d'Omero (ch'è tanto semplice e ingenuo nel testo!) — il Màspero si servì d'una traduzione letterale dell'Odissea, per compierne la versione poetica, la quale, a detta d'Andrea Maffei, gareggiava per nerbo e per eleganza con quella del Monti.

Il Màspero disse alla Belgiojoso:

— Principessa! Se si affida a me, le prometto di migliorare assai le condizioni della sua salute!

— Venite con me allora! Seguitemi dove vo. Così vedrete voi stesso, ad ogni momento, se obbedirò alle vostre prescrizioni. Accettate?...

L'obbedire era un bell'impegno per la Belgiojoso, la quale, anche in fatto di medicina, aveva le sue idee. A ogni modo, ebbe fiducia nel Màspero; e questi lasciò il nativo cielo lombardo per il cielo di Parigi, seguendo la principessa come la sua ombra. Non furono quelli gli anni più lieti per il buon dottore; ma i più istruttivi. Quante volte si trovava imbarazzato, co' suoi modi mezzo rusticani, tra raffinati stranieri! Ma la principessa, delicata, lo toglieva d'impaccio, apprezzando sempre più le gelose prestazioni del medico fedele. Poichè ella si serviva di lui anche per incarichi segreti, come il soccorrere di nascosto poveri esuli italiani. Il dottor Màspero si vedeva trasformato così in elemosiniere. La principessa, a poco a poco, sotto le cure pazienti del Màspero, andò migliorando nella salute. La malattia non le sparve veramente del tutto; anzi certe sue incredibili stranezze delle quali si pascolarono per molto tempo le riunioni degli sfaccendati, altro non erano che nuove morbose manifestazioni di quella malattia tremenda e lagrimevole d'origini oscure.


La principessa ritornò a Parigi con numerose sottoscrizioni raccolte a Milano, e trasformò la Gazzetta Italiana nell'Ausonio, dopo d'aver dato (ma per poco) ad essa un altro battesimo: quello di Rivista Italiana.

L'Ausonio usciva mensile in un fascicolo compatto, come la Revue des Deux Mondes. Lo scopo del periodico era di rivelare meglio l'Italia, mostrandola degna di libertà, di risorgimento. Fresca delle impressioni della Lombardia, la principessa dipinse nella rivista un quadro sui contadini della Bassa Lombardia, e un altro sui contadini dell'Alta: suo dolente ritornello! Fra gli affittajuoli e i contadini della Bassa Lombardia, la scrittrice stabilisce un confronto che tocca il cuore:

“Sebbene l'affittajuolo sia come il popolo d'Italia tutto ardente nella fede cristiana, ed attaccatissimo al culto della Chiesa, pure non si può dire che v'abbia in esso carità nessuna. L'animo di lui non è propriamente cattivo, imperocchè, quando potesse far del bene al misero, senza nuocere a sè, e senza darsi noja, il farebbe. Ma non alligna in quel cuore neppure una favilla di quell'amore per l'umanità che si rivela, quando esiste, da ogni atto ed ogni motto. Non ode il contadino fuorchè rimproveri, insulti, improperii, maledizioni, e sommesso in faccia all'affittajuolo, scarica sulla moglie e sui figli il malumore represso....

“Le famiglie sono numerose; e in quei paesi così fertili, su quel suolo così ricco, può tenersi per certo che, in una famiglia composta di cinque individui, uno ve ne sia sempre travagliato da febbre.... Le donne filano assidue dall'alba fino a mezzanotte, chiuse nelle umide, tenebrose e luride stalle, disseccandosi i bronchi col continuo bagnare il filo per torcerlo più agevolmente e guadagnare così non più di due soldi al giorno.„

E, fin d'allora, la Belgiojoso raccomandava che i proprietarii esaminassero i contratti conchiusi cogli affittajuoli, “imponendo a questi dovuti riguardi verso il povero, interrogando i suoi contadini, dandosi di essi qualche pensiero, convincendosi, insomma, che i possedimenti territoriali esigono maggiori brighe, che non il possesso di obbligazioni dello Stato.„

Parole scritte nel 1846; e pajono di jeri!

Queste pagine fanno parte di tutta una serie di Studii sulla storia d'Italia, largo lavoro che mostra l'ampiezza e la cultura di quella mente di donna singolare. Nella dispensa ottava dell'Ausonio, è notevole lo studio su Firenze, dalla cui storia l'autrice trae insegnamenti per l'Italia.

Un giorno del 1846, l'Ausonio uscì con una novità prelibata: una lunga lettera, inedita, di Alessandro Manzoni (divenuta poi tanto famosa) Sul Romanticismo. La principessa sperava che il sommo scrittore, suo concittadino, ne tollerasse la pubblicazione in omaggio ad antiche relazioni d'amicizia che correvano fra loro; ma il Manzoni non le approvò, nè allora nè poi, l'arbitrio della pubblicazione. La principessa gli scrisse una lunga epistola cortese, sostenendo che la lettera Sul Romanticismo le era pervenuta da colui al quale era stata indirizzata (il marchese Cesare Taparelli d'Azeglio); e conchiudeva affermando il principio “è cosa incontestabile che le lettere appartengano a colui cui vennero dirette, e non a chi le scrisse.„ Altri afferma ch'è vero, invece, l'opposto.[106]

Anche l'Ausonio venne proibito dalle polizie d'Italia; ma gli esuli di Parigi avidamente se ne impossessavano appena usciva dalla libreria Dusacq della rue Jacob. Col maggio del 1847, si chiuse la prima serie dell'Ausonio; e nuovi scrittori accendevano di idee, di vita, nuove pagine. Massimo d'Azeglio vi scrisse un ampio articolo, oggi sconosciuto, La sentinella del Campidoglio. La sentinella è Pio IX. Il Pontefice liberale era già salito sul soglio di San Pietro, destando liete speranze.

I tempi incalzano e l'Ausonio da rivista mensile diventa rivista settimanale. Ed esce non più in lingua italiana, bensì tutta in lingua francese, perchè i fratelli latini, i francesi, si accalorino anch'essi per la causa d'Italia! Gl'interessi italiani sono trattati con maggior nerbo; i varii Stati italiani sono considerati nei loro caratteri, nelle loro tendenze; lo stile è più esplicito; la frase è più scottante. Non più moderazione! Un veemente articolo L'Ausonio aux modérés de Toscane comincia: “La modération n'est pas toujours une vertu; elle n'est souvent que le masque de la couardise.„

Già Carlo Alberto brandisce la spada per l'indipendenza italiana, e uno scrittore anonimo ha il coraggio di esclamare: “l'Autriche est perdue!„

Carlo Alberto è l'astro dell'Ausonio, è l'astro ormai della principessa. A cominciare dal 1848, l'Ausonio ha cessato d'essere settimanale per uscire il 5, il 15 e il 25 d'ogni mese.... Ma dobbiamo fare un passo indietro e seguir la principessa in Inghilterra, dove s'abbocca con Luigi Napoleone, che sta per diventare il padrone della Francia, e un giorno darà una mano all'Italia.


Nel Brunswick hôtel, Jermyn street, a Londra, sotto il falso nome di Conte d'Arenenberg, è sceso Luigi Bonaparte. Egli è fuggito il 25 maggio del 1846 dalla fortezza di Ham, dove re Luigi Filippo l'avea fatto rinchiudere, per punirlo della sollevazione tentata a Boulogne a favore dei Bonaparte. Dalla celebre fortezza di Stato il principe è scappato negli abiti d'un muratore.... Fuga romanzesca.... e avvenne così:

Entro la fortezza di Ham, alcuni muratori erano intenti a imbiancare (nella mattina del 25 maggio 1846) le scale. Luigi Napoleone, coll'ajuto del dottor Conneau, medico della fortezza, indossò in fretta un vestito da muratore, sporco di calce, che avea pagato venticinque franchi; si tagliò i mustacchi; si coprì la testa d'una parrucca nera, scarmigliata; si pose sulle spalle un'assa della libreria che Luigi Filippo gli aveva concesso in prigione; e stringendo fra i denti una vecchia pipa, si avviò franco all'uscita della fortezza. I muratori, vedendo un compagno sconosciuto, avrebbero potuto meravigliarsene; perciò vi fu l'accorto compare che si affrettò ad accompagnarli all'osteria a beverne di quel buono.

Ecco, ora, il principe faccia a faccia con uno de' guardiani. Egli gli mette l'assa davanti al viso, e procede. Eccolo ora nel cortile ch'ei deve attraversare in tutta la sua lunghezza. Si nasconde ancora colla tavola (vera tavola di salvezza!) e passa. Così passa davanti alla prima sentinella.... L'emozione lo prende: ei lascia cadere la pipa, che va in frantumi. Si china per raccoglierne i cocci, poi si rimette in cammino, e s'imbatte nell'ufficiale di guardia. Ma questi, tutto intento a leggere una lettera (forse una lettera d'amore?) non lo vede nemmeno. Il principe fila sotto le finestre del comandante.... I soldati di sentinella, presso l'unica uscita della fortezza, sembrano stupiti dello strano insieme, che presenta quel falso muratore.... Il tamburino si gira più volte a guardarlo. Intanto, i piantoni di guardia aprono la porta, ed il fuggitivo è ormai fuori della carcere. Ma, appena uscito, incontra due operaj della fortezza.... Essi lo fissano con attenzione.... E, pronto, egli allora a nascondersi coll'assa.... Questa volta teme di non poterla scappare.... Un operajo esclama: È Bertrando!... — È salvo.

Intanto, il dottor Conneau (quello che avea aperta cautamente la carcere a Luigi Napoleone) ingannando le sentinelle, s'era fatto premura di sparger la voce che il principe, ammalato, dopo una notte insonne, riposava; e che bisognava lasciarlo tranquillo. Il dottor Conneau pose sul letto una specie di fantoccio rannicchiato contro il muro; un fantoccio formato da un mantello e da un foulard....

Il principe Luigi Napoleone è libero; non teme più nulla. A una mezza lega da Ham, si getta commosso in ginocchio davanti alla croce d'un cimitero. Otto ore dopo, tocca il suolo belga e, dodici ore più tardi, l'Inghilterra, dove s'incontra colla principessa Belgiojoso.

L'incontro del giovane principe ex carbonaro coll'ex giardiniera della Carboneria milanese è uno dei più caratteristici. V'è presente anche il dottor Paolo Màspero, il fedel medico-poeta, che la principessa si è condotto con sè.

Da una parte, v'è un giovane che sente d'essere il nipote di Napoleone il Grande; un giovane che tutto osa, perchè tutto ambisce; dall'altra, un'intrepida gentildonna, che sente i doveri d'italiana e che, a tutti i costi, lotta per rendere il nome d'Italia sua rispettato nel mondo.

La principessa italiana ricorda al principe francese il suo antico affetto all'Italia, il suo amore per l'indipendenza dei popoli. Gli ricorda i moti di Romagna, a' quali egli prese parte col fratello nel 1831. Gli raccomanda caldamente l'Italia lo prega di non dimenticare una terra, dalla quale è uscita la sua famiglia.... — Principe (gli dice) aiutate l'Italia! —

Luigi Napoleone la guarda fisso, l'ascolta.... Le prende quindi la mano, e le risponde:

— Principessa! Lasciatemi mettere a posto le cose di Francia; poi penserò all'Italia.

Le stesse parole che, più tardi, il principe ripetè a un fortissimo spirito lombardo; all'intimo amico suo, conte Francesco Arese.

Luigi Napoleone raccontò alla principessa Belgiojoso tutt'i particolari della fuga dalla fortezza di Ham; li raccontò alla presenza del dottor Paolo Màspero, che li riferì poscia al suo ritorno a Milano, e che sono gli stessi particolari narrati da Imbert de Saint-Arnaud nel libro Louis Napoléon et Mademoiselle de Montijo.[107]

Luigi Bonaparte avea, infatti, militato per la libertà d'Italia nell'insurrezione romagnola del 1831, agli ordini dell'irrequieto faentino Giuseppe Sercognani, già soldato di Napoleone I; in un'imboscata, corse allora pericolo della vita contro il trombone d'un fanatico ciociaro che voleva ucciderlo; e fu salvato per miracolo da un Martelli che, sguainata la sciabola, deviò il colpo e ammazzò il ciociaro.[108] La principessa Belgiojoso avea ajutato con denaro anche quell'insurrezione? Pare di sì.

La Principessa Cristina Belgiojoso nel 1848
(da un ritratto di quell'anno conservato nel Museo del Risorgimento di Milano).

Cristina Belgiojoso si fermò poco a Londra. Ne partì, anche per i terrori subiti nell'albergo dove alloggiava.... Durante la notte, sopra la sua camera, aveva udito il rotolìo d'un corpo pesante, come d'una palla da cannone che corresse. Ella attribuì quel rotolìo, quel cupo rimbombo, a fenomeni spiritici.... La padrona dell'albergo fu costretta a confessarle che altri viaggiatori avevano udito più volte quei rumori; rumori dei quali nessuno sapeva spiegare la cagione.

Intanto i Francesi, che amano sempre le audacie, i bei colpi di scena, applaudivano all'evasione di Luigi Napoleone. Quegli stessi che, dopo il tentativo infelice di Boulogne l'avevano deriso, lo esaltavano per la felice riuscita della fuga da Ham. Un principe di sangue imperiale, travestito da muratore, non si trova, infatti, tutt'i giorni! I biasimi e le risa di jeri si mutarono in ammirazioni. Luigi Napoleone divenne “l'uomo del momento„. In lui, nell'antico carbonaro, confidavano gli amici della libertà; confidava la Belgiojoso, anticipando i sentimenti espressi da un poeta italiano, allorchè questi si rivolse appunto a Luigi Bonaparte:

Fiero contendi ai despoti

Le mal rapite glebe.

Stoppa possente ai cupidi

Suoi traditor la plebe.

Tu, Gedeon, sul Tempio

Alza di Dio l'insegna.

Vendica il Mondo; e regna

Come nessun regnò.

Vasta è la via. Puoi vincere

Il sangue onde sei nato.

Guai se tu manchi all'opera

Per cui t'ha Dio mandato.

O Infame o Grande. Il tacito

Mondo ti guarda e spera,

Altro a chi vince e impera

Vaticinar non so.

Sol, pei materni visceri,

Ti prego a giunte mani

Non oblïar, nel turbine

Del tuo fatal dimani,

Questa oblïata Italia

Del sangue tuo; quest'Eva

Che a te le braccia leva

Consunte di dolor.

Mille de' suoi, che dormono

Là tra le scizie nevi,

Per chi tu 'l sai, fantasimi

Tetri, placar tu devi.

Pensa alla madre, al cenere

Dell'Alighier: nefando

Di Bonaparte è il brando

S'egli altri numi ha in cor.

Così cantava un poeta, che fu vate nel più alto senso della parola, perchè fu il profeta dei destini di Casa Savoja. Così, nell'ode storica Il 2 dicembre, cantava Giovanni Prati: così speravano alcuni: così forse sentiva, allora, Luigi Bonaparte.

Nel 1847, la Belgiojoso andò a Roma, e appena ivi giunta, versò 20,000 lire pei moti rivoluzionari.[109] Ella sapeva maneggiare il fucile e la spada, e montare a cavallo senza sella. Poteva essere un'Amazzone della riscossa italica, e lo fu.

XIV. La rivoluzione del 1848.
Il battaglione della Principessa.

Partenza della principessa da Napoli con 200 volontarii e festoso arrivo a Milano. — Il podestà conte Gabrio Casati e gli articoli politici della principessa sulla Revue des Deux Mondes. — Carattere della rivoluzione del 1848. — Incontro della Belgiojoso col poeta Mickievicz. — Lettera di lei a re Carlo Alberto. — Le risposte del conte di Castagneto. — Stizze di Cesare Balbo. — Il Crociato e altre pubblicazioni politiche della Belgiojoso. — Il Circolo albertista della principessa in via Borgonuovo a Milano. — Assistenze ai feriti.

Scoppia la rivoluzione del '48, — ed eccoci nel momento più clamoroso, al gesto più epico della principessa. Ella forma, d'improvviso, una colonna di volontarii napoletani per combattere la guerra dell'indipendenza. Lasciamo a lei descrivere la scena:

“Ero a Napoli, quando scoppiò la rivoluzione a Milano. Non potei resistere al prepotente desiderio di raggiungere i miei concittadini: presi a nolo un piroscafo che mi conducesse a Genova. Sparsasi appena la voce della mia partenza, mi accorsi quanta e viva simpatia avesse destata in Napoli la causa lombarda. Volontarii d'ogni ceto vennero a supplicarmi che li volessi condurre con me in Lombardia. Nelle quarantotto ore che precedettero la mia partenza, la mia casa non fu mai vuota: diecimila napoletani volevano seguirmi; ma il mio piroscafo non portava che dugento persone. Acconsentii quindi a condurre dugento volontarii: la piccola colonna fu subito completa. S'era visto raramente tutta una popolazione uscir sì d'improvviso da un lungo riposo, spinta da un solo pensiero di guerra e di devozione. Fra i volontarii che domandavano di seguirmi in Lombardia, gli uni appartenevano alle primarie famiglie di Napoli: abbandonato furtivamente il tetto paterno, vollero seguirmi, non portando con sè che pochi carlini; gli altri, modesti impiegati, cambiavano senza rammarico il posto che li faceva vivere, per la vita del campo. Alcuni ufficiali si esponevano al castigo del disertore, per portare le armi contro l'austriaco; alcuni padri di famiglia lasciavano mogli e figli; e un giovane il cui matrimonio, lungo tempo atteso, doveva essere celebrato il giorno dopo a quello della mia partenza, pospose i più cari doveri al desiderio di difendere la patria.

“Non dimenticherò mai il momento della mia partenza. Il cielo era mirabile. Dovevamo imbarcarci alle cinque della sera. Quando io arrivai al piroscafo, il mare era coperto da leggere barchette accorse da ogni parte per augurarci il buon viaggio. Fra i tanti navigli ancorati nel porto, avresti distinto facilmente il nostro al balenìo delle armi che coprivano tutta quanta la coperta. I miei volontarii m'attendevano. Nei brevi istanti, occupati per gli ultimi preparativi, fummo ancora assaliti da innumerabili domande: da tutte le barche che circondavano il nostro piroscafo, s'innalzavano voci supplicanti per scongiurarci di scrivere un nome di più sulla nostra lista già completa. Non potevamo, disgraziatamente, che opporre iterati rifiuti a quelle istanze sì incalzanti; e quando il nostro piroscafo si staccò dalla riva, un solo grido uscì da centomila bocche; tutti ci lasciavano per addio queste parole: Noi vi seguiremo!

Era affatto nuovo il vedere una bella signora patrizia, sola, che, a sue spese, armava e assoldava, per generoso patriottico impulso, una colonna di militi e partiva con loro in alto mare, come un Giasone femmineo seguìto dagli Argonauti, come una Giovanna d'Arco marittima! Ella, donna, sola, ancor giovane, ancor bella, in mezzo a tanti giovanotti, in una nave!... Non vi era là neppur l'ombra d'un regolamento di disciplina. Non vi erano gradi, allora; tutti erano eguali davanti alla dea fascinatrice, dinanzi al cielo, al mare. Essi passavano i giorni, e talvolta le sere e le notti stellate, cantando le canzoni natie. Il piroscafo portava un nome poetico: Virgilio.

“La traversata fu rapida (continua a raccontare la principessa nel suo rilevante lavoro L'Italie et la révolution italienne en 1848, pubblicato nella “Revue des Deux Mondes„ di quell'anno fortunoso e sfortunato). “A Genova, trovammo accoglienza veramente cordiale.„ E da Genova, la Belgiojoso passò co' suoi militi nella sospirata Milano.... Ma qui è meglio riportare le stesse parole francesi della principessa, che sentiva allora più che mai scorrere nelle sue vene il sangue del maresciallo Trivulzio:

“La population milanaise s'était préparée également à saluer notre arrivée par des témoignages de sympathie auxquels le gouvernement provisoire jugea prudent de s'associer. Mes deux cents volontaires étaient, après les soldats piémontais, les premiers Italiens venus en Lombardie pour prendre part à ce que l'on appelait alors la croisade et la guerre sainte. La présence à Milan du premier corps de volontaires napolitains semblait garantir que la guerre contre l'Autriche allait devenir une guerre italienne, au lieu d'être une guerre lombardo-piémontaise. Les départs consécutifs de quatre autres légions napolitaines vinrent bientôt ajouter au sentiment de confiance que l'arrivée de ces premiers volontaires avait déjà inspiré. Quelques-uns de nos gouvernants se refusèrent pourtant à le partager. Appelée en quelque sorte à répondre du sort des jeunes gens qui m'avaient suivie de Naples à Milan, je cherchai plus d'une fois à appeler sur eux l'intérêt du gouvernement provisoire, et je me heurtai trop souvent contre une mauvaise volonté qui ne se déguisait guère. Il m'arriva, par exemple, de présenter mes volontaires napolitains comme l'avant-garde d'une armée de cent mille hommes, composée de toute la jeunesse italienne, qui n'hésiterait pas à accourir au moindre appel. — Dieu nous garde, s'écriait-on, d'un pareil secours! — Je jugeai inutile de prolonger la discussion. Pourtant ce sont des volontaires napolitains qui ont concouru à la défense de Trévise et de Vicence, et aujourd'hui encore Venise renferme dans ses murs attaqués des défenseurs qui ont quitté pour la secourir les beaux rivages de Sorrente et les gorges sauvages de la Calabre.

“Quand j'arrivai à Milan, les Autrichiens n'avaient quitté la ville que depuis huit jours, et les barricades encombraient encore les rues. C'était la première fois que je voyais les couleurs italiennes flotter sur les murs de la capitale lombarde. J'éprouvais une joie profonde et sans mélange. Tout m'annonçait que l'enthousiasme politique n'était pas refroidi, mais tout aussi ne tarda pas à me prouver que la situation du pays n'était pas comprise par ceux à qui était échue la difficile mission de la dominer et de la diriger.„

Il battaglione della principessa Belgiojoso entrò in Milano per Porta Romana verso le tre ore pomeridiane del 6 aprile 1848; entrò nello stesso giorno che nel Duomo, parato a lutto e fregiato d'iscrizioni d'Achille Mauri, era stato celebrato fra le lagrime del popolo un ufficio funebre pei caduti delle Cinque giornate; solenne ufficio, coll'intervento di tutte le autorità; funzione patriottica e popolare, nella quale primeggiava un drappello della Compagnia della Morte, comandata da Filippo Anfossi, fratello d'Augusto, eroicamente caduto nella lotta memoranda. Giulio Carcano scrisse per quella cerimonia il Canto del popolo in omaggio ai morti della patria, musicato da Stefano Ronchetti:

Per la Patria il sangue han dato,

Esclamando: Italia e Pio!

L'alme pure han rese a Dio,

Benedetti nel morir:

Hanno vinto e consumato

Il santissimo martir.

Di que' forti — per noi morti

Sacro è il grido, e non morrà.

Noi per essi alfin redenti

Salutiamo i dì novelli:

Sovra il sangue de' fratelli

Noi giuriamo libertà!

E sul capo de' potenti

L'alto giuro tuonerà.

Di que' forti — per noi morti

Sacro è il grido, e non morrà.

Il giornale Il 22 marzo nello stesso giorno descrisse quell'ingresso colle seguenti linee, nelle quali scorgo la penna dell'austero Carlo Tenca, poi direttore del patriottico Crepuscolo:

“Le commozioni si succedono senza tregua. Dopo la funebre cerimonia, ecco giungere in Milano, in sulle tre ore, la schiera de' volontari calabresi (così!) condotta dalla principessa Belgiojoso. Entrò per Porta Romana in ordinanza marziale, e sfilò accompagnata dalle nostre guardie civiche sotto le finestre del palazzo del Marino. La schiera è di circa 200: bella gioventù, ardente, già addestrata alle armi e vestita di divisa militare italiana. Il popolo l'accompagnava festoso per le vie, plaudiva all'ajuto fraterno, all'amor patrio, all'eroismo che spirava dai volti di quella generosa legione. Sotto le finestre del palazzo, salutò con clamorosi evviva il Governo Provvisorio: esso rispose, per bocca del presidente Casati, parole di simpatia, di fiducia e d'amore. Quel concorso d'Italiani, che dall'estremo confine della Penisola portano il loro tributo alla causa comune, è augurio di vicino scioglimento alla gran lotta; e il Casati l'annunziò sperando che presto possa il paese, libero affatto e ricomposto, provvedere ai proprii destini. Preluse all'italica unità, meta di tutt'i desiderj, dicendo che il Sebeto e l'Olona ormai non irrigavano più che una medesima terra. Il popolo accolse con giubilo questa solenne espressione de' suoi voti, e, plaudendo, chiese di salutare l'intrepida condottrice di quella schiera, che col coraggio del soldato e colla carità della donna, si consacra alla santa impresa dell'emancipazione della patria. Il saluto fu lungo e clamoroso, e la principessa si ritrasse commossa senza poter proferire una parola. Il fremito durò a lungo nella moltitudine tripudiante, prima che questa si sciogliesse; e tutti partirono benedicendo a quella parola potente che armonizza tra noi tutti i cuori e tutte le braccia.„

Un testimonio oculare mi descrive con eguale accento quell'accoglienza. La principessa entrò in carrozza scoperta, a capo del suo battaglione: in pugno stringeva una bandiera tricolore, e portava un cappello piumato alla calabrese, come i suoi militi, i quali rispondevano alle acclamazioni del popolo strappandosi dal cappello le penne e distribuendole alle avide mani che s'alzavano per afferrarle in mezzo a un delirio di gioja e fra le grida: Viva l'Italia! Viva Pio IX!

Ma il podestà, conte Gabrio Casati, non vedeva di buon occhio il battaglione della principessa. Nel poscritto d'una lettera sua al conte Cesare Trabucco di Castagneto, il Casati scriveva:

“È arrivata la Principessa Belgiojoso con una truppa di 150 avventurieri. Temo che m'abbia fatto un cattivo regalo. Tuttavia ho dovuto rappresentare la scena di arringare questa truppa....„[110]

S'accorse la principessa del malcontento del conte Casati?... Fatto sta ch'ella travolse il suo concittadino nell'onda de' giudizii severi, da lei espressi nella Revue des Deux Mondes.

Oggi, desta stupore il leggere d'una donna comandante d'un proprio battaglione di militi, ai quali distribuiva i brevetti di nomina colle parole: Noi Principessa Cristina di Belgiojoso.... nominiamo.... Si pensa a Giovanna d'Arco; si pensa alle sultane dell'Indostan, dette Begum, che guidavano eserciti in guerra.... Ma bisogna riportarsi al Quarantotto, a tutta quell'epoca di esaltazioni, di fantasmagorie, congiunte ad immortali atti di valore. Era l'epoca, nella quale gli uomini portavano i piumati cappelli all'Ernani, alla Puritana (imitati dalle opere popolari del Verdi e del Bellini), e andavano baldanzosi per via coi pugnali dei tenori e dei baritoni nella cintura, collo schioppo in spalla; uno schioppo ch'era stato forse in pugno a Benvenuto Cellini nel sacco di Roma. Infatti, la galleria d'armi antiche Poldi-Pezzoli a Milano era stata spogliata dagl'insorti; che aveano eretto le barricate (quest'architettura de la libertaa, come le definiva il poeta Rajberti) coi confessionali, coi pianoforti, coi pollaj, colle carrozze stemmate, coi letti matrimoniali, colle scranne dei teatri.... In quei giorni, la marchesa Arconati-Visconti, fervida amica del Berchet, gentildonna assennata, non arringò forse la folla da un balcone in piazza San Fedele?... Il tragico si mescolava al comico, come nei drammi dello Shakespeare, come nei drammi della vita; e qual dramma una rivoluzione, nella quale un popolo vilipeso per tanti secoli come imbelle, sorge d'un tratto vindice, eroe, e inerme scaccia dalla città, a suono allegro di campane come nei Vespri Siciliani, un mezzo esercito armato, con un generale Radetzky alla testa!... Qual dramma il veder giovanetti patrizii inginocchiarsi davanti alle madri perchè li benedicano prima di lasciarli accorrere al combattimento, forse alla morte; donne che bendano pietose le teste degli austriaci feriti, poc'anzi maledetti dalle loro labbra frementi; sacerdoti che impartiscono l'assoluzione a popolani agonizzanti a piè delle barricate e, subito dopo, sparano contro il nemico i fucili tolti da quelle mani irrigidite nella morte. Dio lo vuole! gridavan gli uni come i crociati alla liberazione di Gerusalemme; Viva Pio IX! rispondevano gli altri. Ed era magnifica quella figura di pontefice che sorrideva ai martiri della patria, fra i canti di guerra e le preghiere; era consolante quell'improvviso affratellamento di patrizii con plebei, quell'accordo nell'olocausto giocondo di sè stessi a una idea; idea che si sentiva ardere nei cuori e che parea di vedere là, dinanzi, incarnata in una figura di giovane donna turrita, raggiante: l'Italia!


Cristina Belgiojoso si trovò, a Milano, dinanzi a un grande poeta: all'autore del fatidico Libro della nazione e degli esiliati polacchi, al lituano Adamo Mickievicz, gloria e simbolo della Polonia. Egli era venuto con altri dieci compagni a offrire anch'esso il braccio e l'anima per la redenzione del nostro paese. La principessa aveva conosciuto il Mickievicz a Parigi, dove, in quel Collegio di Francia, era stata instituita una cattedra di storia e di letteratura slava per lui, apostolo possente e gentile, che univa nel suo canto, nella sua parola, nell'anima sua, due ideali: la fede in Dio e la libertà della patria; l'una gl'inspirava le due sublimi preghiere che chiudono il Libro degli esiliati; l'altra gl'inspirava Conrad Wallenrod, il fremebondo poema.

Nella “preghiera dei pellegrini„ il gran poeta della Polonia supplicava “Iddio Signore onnipotente„ così:

“I nostri vecchi, le nostre donne, i nostri fanciulli non possono se non pregarti nel silenzio delle loro anime

“E spargendo lagrime.... Abbi pietà della nostra patria e di noi!

“Concedi che di nuovo possiamo volgere preghiera a te, come ti pregavano gli avi nostri, sul campo di battaglia, con le armi in mano, dinanzi ad un altare costruito di tamburi e di cannoni, sotto il baldacchino fatto delle nostre aquile e de' nostri vessilli.

“Concedi alle nostre famiglie di pregarti nelle chiese delle nostre città e delle nostre campagne. Concedi ai nostri figliuoli di pregare sui nostri sepolcri. Sia fatta peraltro non la nostra, ma la tua volontà, o Signore!„

Ma la principessa voleva incontrarsi in un'altra augusta figura, in Carlo Alberto, l'unico principe italiano che avesse snudata la spada per la libertà: Carlo Alberto, nel quale Cristina Belgiojoso fidava sempre più. Ed ella gli scrisse. È una lettera franca, datata dal paesello di Belgiojoso dove ella s'era ritirata, in attesa degli avvenimenti:

13 Aprile, Belgiojoso.

Sire,

Perdoni la Maestà Vostra il parlar schietto di persona non usa alle formalità della Corte, ed avvezza ad esprimere senza velo nè reticenza le proprie opinioni.

La M. V. sa con quanto ardore io desiderassi il di Lei intervento in Lombardia. Sfortunatamente le mie istanti preghiere non furono esaudite se non molto tardi, quando i Milanesi credevano di aver compìto da essi soli il più difficile dell'impresa. Questo ritardo rende ora dubbio ciò che sarebbe stato certo, qualora la M. V. avesse passato il Ticino qualche giorno prima dell'insurrezione di Milano.

L'opinione mia è sempre la medesima, cioè desidero di tatto cuore la unione della Lombardia al Piemonte e sono incombenzata da persone influenti di Napoli di unire al partito Piemontese di Napoli il partito Piemontese di Lombardia. Dalla risoluzione che prenderanno i Lombardi dipende la sorte di tutta Italia. O noi ci congiungiamo al Piemonte, e non passeranno forse due anni che l'Italia intieramente sarà raccolta sotto la Casa di Savoja; o noi ci erigiamo in repubblica, e Genova ci imita, la forza militare d'Italia, il Piemonte, è ridotta a poco: l'Italia si divide in infiniti Stati e ricadiamo nel Medio Evo. La M. V. può facilmente comprendere quanto io desideri la prima di queste soluzioni.

Ebbi questa mattina un pressante invito dal rappresentante di una potenza forte ed amica, di mettermi alla testa del partito della unione col Piemonte. A questa persona io feci le seguenti obbiezioni che la M. V. potrà, volendo, solvere. Due partiti sono ora in presenza, in Milano, il Piemontese ed il Repubblicano; il Piemontese è composto della aristocrazia Milanese, cioè di coloro che erano un anno fa amici dell'Austria, del Governo Provvisorio e di quelle persone che sono mosse dal timore di perdere i titoli o i denari. Questi sono e divengono di giorno in giorno invisi al popolo; commettono errori madornali; introdussero disordine in tutte le amministrazioni; saranno fra non molto rovesciati dal popolo, ed in qualunque caso la opinione loro indisporrà la parte sana della popolazione.

Il partito della Repubblica si compone del ceto medio, della gioventù e del popolo.

Io non posso accordarmi coi primi e, d'altronde, quand'anche lo facessi, non produrrei nessun vantaggio al partito medesimo; imperocchè non passeranno quindici giorni che l'avere quei signori proposta una cosa, basterà perchè sia respinta dal popolo.

Le mie simpatie sono invece non colla repubblica, ma cogli individui che compongono il partito repubblicano.

Una cosa io posso fare e farò volentieri, se la M. V. me ne facilita la esecuzione. Io mi studierò di formare, nel ceto medio stesso, un partito della unione della Lombardia col Piemonte, nè dispero di riescirvi. Ma questo partito non sarà mosso da mire aristocratiche, ed io non perverrò a formarlo se non posso rispondere che la M. V. accoglierà le domande che da esso venissero formate. Non consentirà per certo ad unirsi al Piemonte, quale il Piemonte è oggi, accettando le istituzioni, le leggi, ecc., di esso. Ma potrà accordarsi di sottoporsi al medesimo principe, quando questo conceda alla Lombardia le istituzioni che ad essa si confanno.

Se mi vien fatto di formare questo partito, la M. V. potrà fare conto di avere dei veri partigiani in Lombardia fra le persone chiare, distinte ed influenti. Ma, per amore della salute d'Italia, V. M. non si illuda di avere un vero partito sino a tanto che con lei staranno soltanto i nobili e gli impiegati di Milano. Dessi cadranno presto, e, rimanessero ancora, come stanno oggi, non sarebbero punto nè poco ascoltati dalla popolazione.

Al rappresentante della estera potenza io non diedi risposta definitiva, imperocchè prima di assumere un impegno come quello di dirigere un partito, voglio accertarmi che codesto partito può esistere ed avere qualche forza; il che non sarà mai se la M. V. non si prende cura di formarsi un partito nella classe media.

Scusi la M. V. il franco parlare e consideri soltanto il sentimento da cui sono le mie parole dettate.

Aspetto la risposta che la M. V. piacerà farmi trasmettere, e depongo ai piedi di lei l'omaggio della mia rispettosa devozione.

Della Maestà Vostra,

la umil.ma ed obb.ma serva

“Cristina Trivulzio di Belgiojoso.„

E re Carlo Alberto fece rispondere dal conte di Castagneto non alla principessa Belgiojoso direttamente, ma al cavaliere Maurizio Farina così:

“Volta, 21 aprile 1848.

Mio caro Farina,

“.... Le mando in tutta confidenza una lettera della P.ssa Belgiojoso. Non ne parli con anima al mondo, tale essendo il desiderio di S. M., ma se ne valga per informarsi, poi mi scriva. Procuri però di vedere la stessa Principessa, e senza far mostra di nulla sapere, le dica solamente che tiene incarico da me di ossequiarla e di farle sapere che per l'affare di cui scrisse converrebbe conoscere le condizioni; ma che si calcola molto più su lei che su qualunque altra persona.

“Di Castagneto.„[111]

Le condizioni, infatti, le condizioni!... Quali erano?

I Milanesi desideravano che la capitale dell'alta Italia da Torino si trasferisse a Milano. E così bramava pure la principessa. “Quindi un grido (scrive Angelo Brofferio) un grido di turbamento si levò dalle Alpi alla Sesia e gli animi ne furono scossi profondamente.„[112]

Il conte di Castagneto scriveva di nuovo, il 15 giugno, da Valeggio a Maurizio Farina:

“.... Se vede la Belgiojoso mi faccia servo, e ritenga che una dichiarazione di fusione semplice, con un Ministero misto, che subito si metta alla direzione degli affari, è la sola àncora di salute possibile.„[113]

Ciò che importava prima di tutto era la fusione (come dicevano) della Lombardia col Piemonte. Era già un bel passo verso l'unità!... E la principessa centuplicò le sue forze con attività più che mai febbrile, perchè la fusione avvenisse al più presto. Fin dal 1847, nel proemio del suo Ausonio, ella aveva scritto queste parole: “Lo spirito anti-austriaco mostrato da Carlo Alberto nelle differenze doganali del Piemonte coll'Austria, e la sua fermezza provarono all'Italia che v'ha un principe italiano, che questo principe non è mancipio dell'Austria e che all'uopo saprebbe rinverdire le antiche glorie della casa di Savoja.„ E dire che parecchi primarii patrioti piemontesi le si mostravano avversi: fra essi, l'irritabilissimo Cesare Balbo; il quale, a proposito d'un giudizio poco benevolo espresso sulle sue Speranze d'Italia nel Journal des Débats, si sfogava con Gino Capponi così: “.... Mi pena perchè questa cattiva, o almeno piccola opinione di me è sparsa dalle ignoranti parole dei Débats o della principessa Belgiojoso, e dalle inqualificabili del Gioberti....„[114]

La principessa, è vero, inspirava, o, meglio, componeva ella stessa, articoli sui giornali di Parigi intorno alle speranze d'Italia, ma non sulle speranze stampate di Cesare Balbo, ch'ella anzi lodava assai: ella scriveva nel Constitutionnel, nella Liberté de penser, nella Démocratie pacifique, nel National; ma questi giornali di Parigi non bastavano alla sua prodigiosa attività di propaganda patriottica. Per raggiungere la fusione della Lombardia col Piemonte, ecco, ella fonda a Milano, a sue spese, un nuovo giornale battagliero, Il Crociato; era scritto quasi tutto da lei, nella casa di via Borgonuovo numero 20, dov'era andata ad abitare e precisamente nelle stesse sale abbandonate dalla bizzarra, voluttuosissima contessa moscovita Giulia Samoyloff; la quale era scomparsa da Milano fin dai primi sintomi della rivoluzione.

E non credendo bastante Il Crociato per la sua crociata, la principessa pubblicò anche alcuni numeri d'un altro giornale, La Croce di Savoja, oggi introvabile; e due opuscoli: Ai suoi concittadini: parole. Nel primo dimostra l'unità italiana preferibile alla federazione propugnata da Carlo Cattaneo; nel secondo, dimostra la forma monarchica preferibile alla repubblicana.

Nelle sale della Belgiojoso in via Borgonuovo, dove poche settimane prima gli ufficiali austriaci devoti alla contessa Samoyloff trascinavano le sciabole, s'adunavano parecchi liberali, caldeggianti l'unione della Lombardia col Piemonte. Vi andavano il conte Vitaliano Borromeo, che aveva rimandato all'imperatore d'Austria le insegne del Toson d'oro, dicendo che non potea portare più ordini d'un governo che s'era imbrattato del sangue innocente de' suoi concittadini. Vi andava il roseo conte Enrico Martini, il quale (ahimè!) troppo conosceva le sale della contessa Samoyloff, onde, per il passato, alcuni amici ne lo avevano punito togliendogli il saluto. Il Martini, bello e seducente, dagl'impeti baldi, mentre tutte le porte di Milano eran tenute dagli Austriaci, vi era arditamente penetrato, in modo abbastanza comico. Fuori di Porta Comasina s'incontrò in un certo Angelo Cattaneo, che avea ottenuto il permesso specialissimo di uscire e di rientrare in città per provvederla di sale. Il Cattaneo gli fece indossare un suo abito ben noto alle guardie; lo caricò d'un sacchetto del sale della sapienza, e il Martini entrò franco in città per unirsi, in casa Taverna, agli uomini del Governo Provvisorio. Nello stesso tempo che pensava alla politica, la principessa pensava ai malati della rivoluzione, ai feriti, e spesso scendeva dal suo palazzo per andare in via San Paolo nelle sale da ballo della Società del Giardino, dove molte signore d'ogni ceto si raccoglievano giorno e notte a preparare lini e filaccie, col pensiero ai fratelli combattenti, ai destini d'Italia.

E la colonna Belgiojoso?... Che ne avvenne veramente?...