I.
(Francesco è seduto allo scrittoio. Agnese è seduta sul divano. Tacciono entrambi, cogitabondi, in una greve tristezza.)
(Il tintinnio del telefono risuona indiscreto.)
Francesco
(contrariato — avvicina il microfono.) Pronto. (Pausa.) Io sono il dottor Floriani. E lei?... Chi è lei?... (Ascolta. Pausa.) Non sento. Un po' piú forte, prego. (Ascolta. Pausa.) Cosa dice?... (Ascolta. Pausa.) Ah, ho capito finalmente! Dice d'essere una mentecatta. Se desidera di consultarmi, venga pure. Ricevo di solito dalle 15 alle 17. (Ascolta. Pausa.) Non desidera di consultarmi? E che vuole da me? Si sbrighi! Che vuole?... (Ascolta. Pausa.) Non vuole niente! E allora perché mi ha chiamato?... (Ascolta. Pausa.) Esattissimo! Ammiro la sua perspicacia. È insensato domandarle il movente dei suoi atti o delle idee che le passano pel capo. Neanche ai savii bisognerebbe rivolgere di simili domande. La ossequio. (Ripone il microfono sul cavalletto.)
(Agnese e Francesco tacciono ancora. Ciascuno dei due è intento al silenzio dell'altro.)
Francesco
... E abbiamo, una volta di piú, taciuto abbastanza, dopo di avere, una volta di piú, abbastanza parlato. Torna alle tue occupazioni, tu, come, alla men peggio, io tornerò alle mie. Tant'è: o parlando o tacendo, noi ci aggiriamo in un laberinto: nel piú intricato dei laberinti. Avremmo, forse, potuto uscirne solamente se fosse crollato il tuo ermetico orgoglio. Esso è incrollabile, perché custodito dall'istinto. Non troveremo mai una via di uscita.
Agnese
(con un accento coraggioso che squarcia la tristezza) Io l'ho trovata!
Francesco
Non lo credo.
Agnese
Sí, l'ho trovata.
Francesco
Sei presa da uno sdegno che sempre piú allontana da te e da me la probabilità di trovarla.
Agnese
L'ho trovata, l'ho trovata, Francesco!
Francesco
Ma che stai per propormi, Agnese?! Tu mi fai tremare. Una perfida temerità lampeggia nei tuoi occhi.
Agnese
Perfida, no: astiosa, bensí, e ribelle, come la temerità di chi, all'approssimarsi di un immane pericolo immeritato, insorge con tutte le sue forze per superarlo e per trionfarne!
Francesco
Quale sarebbe la via di uscita che hai trovata?
Agnese
Noi dobbiamo separarci.
Francesco
(in un afflusso d' amarezza) Questo sai volere, raccogliendo le mie angosce e i miei gemiti? Questo sai offrirmi per placarmi, tu che sei stata per me la donna unica e che hai assorbita tutta la mia essenza di uomo? Ah, che desolazione! E che miseria!
Agnese
Io ti ripeto, ogni giorno, ogni giorno, che nulla mi ha mutata, che nulla mi muterà mai. Te lo ripeto a fronte alta e con la voce ferma. E a fronte alta, come una martire cristiana, subisco di essere dilaniata dalla tua diffidenza che non si determina in nessun perché, che non parte da nessuna circostanza visibile, che non denunzia nessun segno di defezione del mio cuore e dei miei sensi nei nostri rapporti coniugali. Somiglia al coltello di un chirurgo capriccioso caparbio audace e inesperto che si ostini a sbrandellare le carni di un corpo sano per cercarvi una rovina che non c'è. È uno scempio inaudito! Io sono stanca! Non ne posso piú! Non ne posso piú! Non resisto piú! E anche tu sei stanco!... Sei stanco della tua travagliata e vana inchiesta. Sei stanco della tua crudeltà che ti ha logorato non meno di quanto abbia logorato me. Eppure continui a non aver fiducia nella interezza del mio affetto di moglie e d'amante, e quotidianamente la tua diffidenza ricomincia a dilaniare, a sbrandellare... No! No! È troppo! Noi ci separeremo, e Dio, se vuole, ci assisterà!
Francesco
Sta' tranquilla, Agnese. Ci separeremo. (Con apparente calma) Che per molti motivi questa soluzione sia logica non me lo dissimulo. E se non fosse o non mi sembrasse logica?... A me basterebbe a renderla necessaria il fatto stesso che tu la proponi. Dicendo: «separiamoci», tu schianti i pochi puntelli dell'edificio sconnesso. E non c'è piú modo di sorreggerlo!... (Svoltando) Fortunatamente, non abbiamo figli. È stata una beffa infame che il destino ha gettata sui bollori della nostra unione. Nondimeno, ora, per noi è una sagace fortuna. Senza figli, il separarci sarà la cosa piú spiccia e piú semplice del mondo: spiccia e semplice come sono, in generale, le grandi tragedie della vita!... (Si leva, si morde un pugno, cammina per la stanza, sbandato. Poi, si ferma.) E cosí, in due minuti, tutto è accomodato, tutto è definito. Non piú legami, non piú controlli di sentimenti e di pensieri. Non piú lo scempio inaudito!... Ciascuno di noi due non apparterrà che a sé medesimo. Tu ti porterai via la tua verità salvandola dalle mie intransigenti e cupide investigazioni. E io resterò vedovo, saturandomi d'un rancore innocuo per te e guardando discendere in un baratro, insieme col passato, la mia povera felicità ridotta in frantumi.
Agnese
E non anche la mia, forse?... Non anche la mia?... Dillo! Dillo!